Page 1

- â‚Ź 5.00

150

Anno II, n. 2 del 01 Giugno 2011

In questo numero: Natalino Balasso Luca Belloni Romolo Cacciatori Paolo Cassetta Alessandro Ceccotto Elizabeth De Boehmler Milena Dolcetto Foto Club Adria Anamaria Girdescu Fiorella Libanoro Giolo Dimer Manzolli Giuseppe Pastega Claudia Piccolo Bruna Giovanna Pineda Maurizio Romanato Sergio Sottovia Alessandra Tozzi Matteo Veronese


Nuovo polo turistico italiano e divisione di uno dei più importanti gruppi industriali al mondo, Marcegaglia Tourism gestisce attualmente tre assets turistici: l’Isola di Albarella situata nel Parco del Delta del Po, Pugnochiuso Resort nei pressi di Vieste sul promontorio del Gargano e il Villaggio Le Tonnare in Sardegna a Stintino. Marcegaglia Tourism stile di vita per tutta la vita = Creazione di... valore Marcegaglia Tourism vuole proporsi come punto di riferimento europeo nel settore TURISTICO – CULTURALE – SPORTIVO, attraverso il miglioramento continuo della qualità dei servizi e la valorizzazione dell’ambiente. Intende perseguire gli obiettivi tramite un’organizzazione nella quale il gruppo dei collaboratori fa propri i valori di onestà, professionalità, apertura verso gli altri, di sensibilità verso il cliente e verso l’ambiente, creando armonia e gratificazione all’interno e all’esterno. Marcegaglia Tourism... il ponte ideale verso il futuro.

MARCEGAGLIA

tourism

UFFICIO BOOKING E COMMERCIALE Isola di Albarella - Via Po di Levante n. 4 - 45010 Rosolina (Ro) Tel 0426 332600 - Fax 0426 332270 - booking@marcegaglia.com www.albarella.it - www.pugnochiuso.com - www.letonnare.it

MARCEGAGLIA

tourism

MARCEGAGLIA

tourism

MARCEGAGLIA

tourism


Un valore aggiunto per i tuoi packaging!

Italian Pasta: I love you! PRODOTTI SPECIFICI e PERSONALIZZATI per RISTORANTI, OSTERIE, MINESTROTECHE, ALBERGHI e GRANDI CUCINE Punto vendita: Galleria Sottosalone, 26 - Piazza delle Erbe PADOVA - Tel. 049.8756770 Laboratorio: Via Mattei, 11/0 - Due Carrare (PD) Tel. 049.9126224 - Fax 049.9129112

www.pastificioartusi.com


SOMMARIO RUBRICHE

Taccuino futile - Natalino Balasso ....................................................................................7 Visti da lontano - Paolo Cassetta.....................................................................................8 Flash & News - Sergio Sottovia .....................................................................................10 Visti da vicino - Elizabeth De Boehmler ..........................................................................13

www.remweb.it Anno II, n. 2 del 01 Giugno 2011 Autorizzazione del Tribunale di Rovigo n. 3/2010 del 23/02/2010

STORIA

Adria 1849-1866 la lunga strada verso l’Italia - Giuseppe Pastega ...........................14

Direttore Responsabile: Sandro Marchioro - direttore@remweb.it

ATTUALITA’

Editore: Apogeo Editore - editore@remweb.it

Anche Rovigo è una “Città gentile” - Alessandra Tozzi e Bruna Giovanna Pineda........22 LUOGHI

Polesine 1815-1820 - Maurizio Romanato...................................................................26 Bosgattia - Dimer Manzolli .............................................................................................31 PAROLE

Due Paesi, un solo inno - Anamaria Girdescu ..............................................................36 Scatti in rapida sequenza sull’Isola di Albarella - Monica Scarpari ........................38 PALCOSCENICO

Il Teatro Sociale di Rovigo - Milena Dolcetto ...............................................................43 SUONI

Il popolo di Verdi - Luca Belloni....................................................................................46 IMMAGINI

L’Italia unitaria illustrata 1861-1914 - Alessandro Ceccotto ......................................50 Come eravamo, come siamo - a cura del Foto Club Adria ..........................................58 PERSONAGGI

Giovanni Miani da Rovigo, il leone bianco - Matteo Veronese................................68 STORIE

Menotti Garibaldi ad Adria - Alessandro Ceccotto ........................................................71 I ricordi di nonna Rita - Fiorella Libanoro Giolo ............................................................74 SAPORI E SAPERI

Il Polesine in cucina - Romolo Cacciatori ......................................................................78 STRISCE

Erano altri tempi - Claudia Piccolo................................................................................84 La redazione di REM ha deciso di dedicare gran parte di questo numero al 150° Anniversario dell’Unità d’Italia. Il logo qui a fianco identifica gli articoli ad esso dedicati. Alcune immagini, originariamente a colori, sono riprodotte in scala di grigi o a due colori. Ringraziamo il prof. Giuseppe Pastega per la consulenza e i preziosi consigli. Ringraziamo inoltre il Foto Club Adria per la collaborazione e la concessione di foto pubblicate in questo numero. Tali foto sono date in utilizzo GRATUITO per l’inserimento nella rivista REM. Tutti gli altri utilizzi sono interdetti, ai sensi della Legge 633/41 e successive modifiche, e ai sensi del Trattato Internazionale di Berna sul Diritto d’Autore.

5

Coordinamento Editoriale: Cristiana Cobianco, Monica Scarpari, Paolo Spinello Grafica e Impaginazione: Michele Beltramini Stampa: Grafiche Nuova Tipografia - Corbola (Ro) Tel. 0426.45900 Ufficio stampa: Milena Dolcetto Blog e Social Network: Sabrina Donegà Hanno collaborato a questo numero: Natalino Balasso, Luca Belloni, Romolo Cacciatori, Paolo Cassetta, Alessandro Ceccotto, Elizabeth De Boehmler, Milena Dolcetto, Foto Club Adria, Anamaria Girdescu, Fiorella Libanoro Giolo, Dimer Manzolli, Giuseppe Pastega, Claudia Piccolo, Bruna Giovanna Pineda, Maurizio Romanato, Sergio Sottovia, Alessandra Tozzi, Matteo Veronese. Il responsabile del trattamento dei dati raccolti in banche dati di uso redazionale è il direttore responsabile a cui, presso Apogeo Editore di Paolo Spinello - Corso Vittorio Emanuele II, 147 45011 ADRIA RO, Tel.0426 21500, Fax 0426 945487, ci si può rivolgere per i diritti previsti dal D.Lgs.196/03. Iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione (ROC) n.19401 del 14/04/2010 Copyright - Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte della rivista può essere riprodotta in qualsiasi forma o rielaborata con l’uso di sistemi elettronici, o riprodotta, o diffusa, senza l’autorizzazione scritta dell’editore. Manoscritti e foto, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. La redazione si è curata di ottenere il copyright delle immagini pubblicate, nel caso in cui ciò non sia stato possibile l’editore è a disposizione degli aventi diritto per regolare eventuali spettanze. Numero chiuso in redazione il 19/05/2011 ISSN 2038-3428 Il QR Code memorizza al suo interno indirizzi e URL facilmente raggiungibili con una semplice fotografia scattata dal proprio cellulare munito di apposito software. Ci trovi su:


a ik n U ia r d A i d i g g a t ...cerca i van ti! ia c o s s a i z o g e n 0 10 i e n


RUBRICA

Taccuino futile

Il passo

di Natalino Balasso

C

he da noi l’Unità d’Italia non sia arrivata nel 1861, sembra per gli amanti delle commemorazioni cosa di poco conto. Quando l’Italia si dice fosse affare ufficiale, noi eravamo sotto gli austriaci. A ben vedere dovremmo festeggiare tra qualche anno, da soli, giusto per capire quanto si senta unita questa nazione. Ma anche un centinaio d’anni dopo sembrava già una missione ardua unire Ca’ Venier a Porto Tolle, altro che penisola; di qua e di là da quel piccolo ramo che noi chiamavamo Po c’erano isole che vivevano la propria quotidianità con una punta di stizza nei confronti degli alieni abitanti dell’altra sponda. Porto Tolle (Cacépolo) era la metropoli mentre Ca’ Venier (Cavnièro) era il satellite e giustamente i cacepolanti venivano visti dai cavnieranti come dei “grandùn” che si stimavano più evoluti. Possedevano il Comune, una concessionaria d’auto, un forno che vendeva pane e poi mulini e aziende agricole non di poco conto. Per raggiungere il lato civile, noi di Cavniero prendevamo il passo. Erano già arrivati i tempi moderni, quindi il passo andava a motore ma ancora si raccontava di quando l’imbarcazione si muoveva a forza di muscoli umani e animali. C’era un uomo che viveva nel passo, faceva uscire quelle due o tre macchine che

ci stavano e poi i gruppi di persone che andavano di qua e di là senza apparente motivo. S’incontrava spesso sul passo la Mafalditi, che significa piccola Mafalda secondo una desinenza quasi spagnola. Lei era adorata da noi bambini perché era poco più alta di noi ma vestiva da adulta, parlava da adulta anche se si muoveva con una bicicletta abbastanza infantile. Insomma la Mafalditi sembrava la dimostrazione che anche per noi bambini ci fosse la possibilità di essere adulti da un giorno all’altro ma senza acquisire quell’aria preoccupata e avvilente che spesso hanno i grandi. Ma la cosa precipua del passo era l’attesa. Il passo per lo più si attendeva, lo si vedeva arrivare da lontano col suo piccolo carico che quasi mai stupiva, quasi mai recava novità e poi ci si saliva sopra e si fendeva l’acqua con una calma senza chiglia, una calma quasi piatta. Ci voleva tempo per riempire una piccola distanza, perché il passo ci faceva capire che si può arrivare anche senza fretta. E’ per questo che noi si arriva sempre un po’ dopo. Però arriviamo. Come con l’Unità d’Italia, ci vuole un po’ di più, bisogna aspettare il passo giusto. Senza fretta, ma arriviamo.

Ma anche un centinaio d’anni dopo sembrava già una missione ardua unire Ca’ Venier a Porto Tolle...

Foto di Nicola Boschetti

7


RUBRICA

Visti da lontano

Siamo dappertutto di Paolo Cassetta

H

o avuto nel passato ed ho tuttora per lavoro la fortuna di viaggiare. Per sei anni sono stato fuori casa circa un centinaio di giorni all’anno, per cui ho avuto modo di incontrare e conoscere una moltitudine di persone di razze, culture, religioni e costumi lontanissimi dai nostri canoni, ma paradossalmente così vicini che mi hanno scrollato di dosso certi pregiudizi infondati, non veri e mi hanno liberato la mente da svariati condizionamenti culturali. Posso dire solo adesso di essere cittadino del mondo: una parola grossa ma in realtà molto semplice perché i bisogni e le necessità delle persone sono uguali dovunque. Chicago, Lake Forest, North Ballard Drive 1992: dopo un giorno di lavoro con il nostro Distributore per gli States, assieme a tutti i ragazzi andiamo a bere una birra in un locale. Ridiamo e scherziamo, beviamo birra, ma io vedo il cameriere, quando passa tra i tavoli, che mi guarda in modo curioso, quasi mi fissa e quando tocca a me offrire il giro, lo chiamo e in inglese gli chiedo di portare altre birre. Lui, in perfetto inglese, mi risponde molto gentilmente, sempre guardando in modo strano; poi andandosene, si volta di scatto e mi chiede in dialetto polesano: “Di dove sei?” Io colpito da quello che sta accadendo dico quasi balbettando: “Di Rovigo”, e lui mi risponde sempre in dialetto: “Non parli il ‘rovigoto’. Penso tu sia dalle parti di Cavarzere”. Allora dico: “Sono di Fasana” e lui risponde: “Ecco mi pareva… hai un dialetto quasi uguale al mio”. Così abbiamo iniziato a parlare molto divertiti e colpiti entrambi. Lui era di una località vicino a Cavarzere, verso Loreo, sulla strada che porta a Tornova. Quella sera sono stato molto felice 8

di incontrare questo ragazzo, aveva circa 18-20 anni e ho pensato “che coincidenza” trovare fuori Chicago un “mio compaesano”. Non l’ho più rivisto, perché l’anno dopo tornai allo stesso locale e chiesi al barman dov’era il cameriere Italiano. Il barman mi disse che se n’era andato: “Bravo ragazzo” aggiunse “ma ha scelto l’avventura; sai, qua in America è normale spostarsi, penso sia andato in California; comunque” ripetè il barman “ci manca molto, era veramente un bravo ragazzo”. Eastbourne, a sud di Londra, Cavendish Hotel, 2008: Siamo a colazione con Italiani in UK per un Sales Meeting, vedo arrivare il cameriere e la faccia non mi è nuova, penso di averlo già visto “Ma questo – penso - non è inglese”, infatti appena si avvicina e sente che parliamo, tutto sorridente ci dice in dialetto “Io sono di Rottanova, anzi, vicino a Rottanova, sono nato sulle sponde dell’Adige”; rimaniamo un momento spiazzati poi iniziamo a parlare con gli Inglesi che ci guardano divertiti e lui inizia a chiedere se conosciamo questo e quello, che fine ha fatto quest’altro, come se avesse voglia di conoscere le ultime novità dalla sua terra, come se volesse mantenere quel filo che lo lega al suo paese lontano. Penso si tratti di nostalgia, di voglia di essere a casa. Aveva circa 55-60 anni, era molto British,ma polesano fino in fondo. Viveva a Eastbourne da circa 40 anni ed era quasi pronto per la pensione. Anche questo non l’ho più rivisto. Ho un carissimo amico di Bellombra che lavora tuttora in un’azienda a sud di Londra con la quale abbiamo ancora dei rapporti di lavoro; mi raccontava che all’inizio, quando l’azienda Italiana è stata incorporata in quella inglese, una parte di ragazzi polesani sono andati a lavorare in UK per


REM

dare continuità alla commercializzazione del prodotto: hanno stravolto lo “status” degli Uffici, inserendo la pausa caffè alle 10 di mattina, rigorosamente con caffé Italiano, portando allegria, perfettamente integrati e accettati di buon cuore dagli Inglesi; anzi, addirittura avevano fondato una squadra di calcio che faceva il torneo cittadino e mi ricordo come fosse oggi la tristezza dei colleghi Inglesi quando hanno deciso di tornare in Italia: baci ed abbracci a qualcuno sfuggì qualche lacrima e l’ufficio non fu mai più uguale a quando “fu invaso dai polesani”, mi ha detto un collega Inglese che ho incontrato poco tempo fa. Una grossa comunità di polesani l’ho trovata in Florida. Era il 2008 ed eravamo alloggiati in un hotel di Marco Island, un’isola sulla costa ovest della Florida, direttamente opposta a Miami, dall’altra parte dell’estremo sud. Una sera decidiamo di andare a Miami Downtown; in questo punto la Florida è tagliata dalla Interstate 97 o da una parallela più a sud che è la 90, che ti porta dritto a Miami. Girovagando per la città fino alle spiagge di Miami Beach e South Beach senti nell’aria il profumo della cultura latina: la gente parla spagnolo, qualcuno Italiano e appena ci sediamo in un ristorante all’aperto a sinistra della Biscayne Blvd di fronte all’ Hard Rock Cafe, le due cameriere ci guardano e quando stiamo per ordinare ci dicono la solita frase: “Siete italiani?”, parlando in Inglese. E noi ridendo rispondiamo in Italiano “No siamo spagnoli” e siamo scoppiati a ridere tutti quanti: una era di Torino e abitava a Venice mentre l’altra era di Palermo City, ma i nonni provenivano dall’Alto Polesine. “Incredibile - abbiamo pensato - incredibile”. E poi ci siamo fatti foto assieme, ab-

biamo chiacchierato, e anche quella sera ho pensato: ho conosciuto qualcuno che proviene dalla mia terra e questo mi fa sempre sentire bene. Comunque un collega che abita in città ci ha raccontato che ci sono molti Italiani residenti in Florida e molti dell’area veneziana, credo anche polesana. “Persone perfettamente integrate, ma sempre con quel filo che li lega alla loro terra”; mi diceva inoltre che se vuoi scoprire una casa di italiani è molto semplice: sono le uniche che hanno l’orto. Tradizione atavica, ancestrale: avere l’orto è come essere a casa. Ecco questi sono stati i miei “incontri ravvicinati” con persone della mia terra e questo mi ha reso felice, anche se mi ritorna in mente una storia che mi ha raccontato mia madre che abitava a Ca’ Emo e che mi ha sempre fatto tristezza; una storia alla quale lei ha assistito personalmente visto che la ragazza era sua amica: mi disse che aveva pianto per una settimana intera quando la famiglia poverissima del suo ragazzo aveva deciso di emigra-

Ufficio immigrazione, Ellis Island, New York. 9

re in America dopo la guerra; quel giorno, al momento della partenza, hanno raccolto quel poco che avevano su valige di cartone e sono partiti. Piangevano tutti. Credo non si siano più rivisti. Nel periodo della grande emigrazione, dal 1890 al 1946, più di 20 milioni di Italiani sono andati per il mondo: alcuni si sono perfettamente integrati, alcuni meno, alcuni per niente. A volte mi immedesimo in queste persone e mi viene tristezza, perché fuggire dalla disperazione in cerca di fortuna deve essere terribile. Credo che i primi a sbarcare in America fossero contenti del nuovo nome dato dai poliziotti nei campi di accoglienza: il nome più famoso di un italoamericano è Tony e penso che per un attimo qualcuno sia stato felice con il nuovo nome nel nuovo mondo: “Visto come ci hanno accolto? Ci hanno dato persino un nome nuovo, un nome americano”. Non sapendo che “Tony” era solo una destinazione: To NY, TO NEW YORK (per New York). E per alcuni era un biglietto di sola andata.


RUBRICA

Flash & News

Tullio Biscuola una vita di battaglie e di vittorie

di Sergio Sottovia

1

A

rti e cultura, una storia lunga 150 anni identificata in un personaggio sportivo. Sarebbe riduttivo, se non fosse Tullio Biscuola il maratoneta. Perché signori, 150 di storia è una maratona. Quella di Filippide con la sua corsa “extreme” da Maratona fino ad Atene, 42 km per morire e diventare eterni. Quella ‘lunga maratona di vita’ di Biscuola in corsa tra due secoli, da combattente sia nella Prima Guerra Mondiale (o quarta Guerra d’Indipendenza?) e sia nella Seconda Guerra Mondiale. Due uomini nell’immensità della storia, Filippide e Biscuola. E per quanto riguarda il ‘nostro Tullio’ ci preme oltre tutto sottolineare che fa parte della storia ‘primaria’ delle Olimpiadi, nella quale le date e i luoghi citati (Atene, Londra, Parigi) sono gli elementi fondamentali e la esegesi della storia di Tullio Biscuola. Perciò, quando lo misi per primo nella Top Ten Made in Polesine del libro sugli “Olimpionici & Gentlemen” lo catalogai subito come “il nostro maratoneta e capostipite ‘Olimpionico Polesano’, il nostro uomo –copertina al quale fare accendere, con la fiaccola, il nostro ideale braciere olimpico”. Una storia quella di Tullio Biscuola, nato a Verona 12 luglio 1894, che peraltro sviluppa flash paralleli con Dorando Pietri, nella leggenda come vincitore ‘barcollante’ della Olimpiade di Londra 1908. Un personaggio, Tullio Biscuola, che trascende il lato sportivo, per affondare le radici nella ‘gioventù’ dell’Italia Unita, quella nata nel 1970, quando l’atletica e la ginnastica erano ancora ‘parte integrante’ dell’italiano combattente. Un corridore nato, il Biscuola, trasferitosi giovanissimo da Verona a Rovigo, dove iniziò presto a gareggiare, tant’è che a 12 anni correva già su delle distanze dove il fiato e 10

la resistenza contavano molto. Ma la corsa allora non era solo sport, e la ‘passione’ di Biscuola era talmente tanta che ha pensato bene di capitalizzarla andando ( assieme al veneto Donà) ad indossare la ‘maglietta’ ferrarese della S.p.a.l., dal significativo acronimo Società Polisportiva Ars et Labor. La storica società che vedrà Tullio protagonista anche sulle distanze dei 10.000 e dei 15.000 metri. Che Tullio fosse forte lo dimostrano i suoi 15 titoli veneti consecutivi, ma anche le corse da protagonista in una Italia settentrionale che proponeva campioni come il bergamasco Alfonso Orlando (5° alle Olimpiadi di Stoccolma), Carlo Speroni (Busto Arsizio), Becattini e Veroni (entrambi della Italia FI), il modenese Adelmo Rossi, laziale Braga e il bolognese Fava. E’ costante e metodico negli allenamenti, Biscuola, ma oltre che sportivo, il nostro Tullio fa parte della Storia dell’Italia. Certo nel 1912 verrà assegnata a Berlino l’organizzazione delle Olimpiadi 1916. Ma poco dopo ci sarà l’attentato di Sarajevo e scoppierà Prima Guerra Mondiale. Vengono annullate le Olimpiadi di Berlino e non si parlerà più di Biscuola come atleta e podista, ma, nel periodo 1915/18, soltanto come ufficiale dell’esercito. Poi, per fortuna, anche le guerre finiscono; e così il podista Biscuola come portacolori della Rhodigium Sport si consolida nella hit parade su distanze sempre più lunghe. Così vince il prestigioso “Premio di Natale” a Bologna e nel 1923, anno preolimpico, addirittura vince la gara Parigi – Corbeille sulla distanza dei 30 chilometri. Pensate: un rodigino in trionfo a Parigi! Là dove l’anno dopo correrà la leggendaria maratona ai Giochi Olimpici, nella afosa domenica del 14 luglio 1924, dallo stadio di Colombes fino


REM 2

1. Tullio Biscuola

3

5

2. Il campione alla preolimpica Parigi-Corbeille 3. Eugenio Zuolo (primo a sinistra) presidente del Coni Rovigo durante l’intitolazione dell’impianto sportivo a Biscuola (primo a destra).

4

4. Biscuola tra il campione di rugby Maci Battaglini (a sinistra) e Giuseppe Mantovani (a destra) campione di motociclismo. 5. Biscuola con Romeo Bertini.

a Pintoise attraverso la foresta di St. Germain. Già, la maratona: la quintessenza dello sport! Con 58 maratoneti alla partenza, a vincere fu il taglialegna finlandese Albin Oskar Stenroos con il tempo di 2h 41’ 22’’ 6; secondo fu il contadino Romeo Bertini, da Gessate Milanese, terzo lo statunitense Clarence DeMar. E il nostro Tullio? Strepitoso al 22esimo posto, col tempo di 3h19’05’’. Strepitoso se consideriamo che all’arrivo furono solo in 30 ad arrivare. Strepitoso se pensiamo che tra gli italiani solo lui e Bertini arrivarono all’arrivo, mentre si ritirarono Ernesto Alciati, Ettore Blasi, Alberto Cavallero e Angelo Malvicini. Così lo stoico Tullio Biscuola (68 kg su 1, 70 di altezza) entrò nella storia di quelle Olimpiadi di Parigi; nella primavera del 1927, poi, sarebbe entrato anche nella leggenda. E dalla porta principale. Pensate: è andato a vincere la maratona là proprio dove la maratona ha il suo significato più profondo: ad Atene, sotto l’acropoli. Ai famosi Giochi dell’Averoffa perché organizzati da quel magnate di Averoff, una

specie di Onassis ante litteram. E che trionfo al suo ritorno a Rovigo, per il leggendario Biscuola e i suoi due preparatori atletici (i fratelli Fabbro, i barbieri – ciclisti che accompagnavano Tullio nei quotidiani 10/20 chilometri di allenamento). Intanto la storia poliedrica di Biscuola ce lo propone anche in ‘maglietta’ della società Viscosa Padova e sul podio di Bologna: terzo nei 10.000 alle spalle del veneziano Attilio Conton e del piacentino Chiusa, prima di travasare la sua esperienza come allenatore di atletica per tanti allievi, tra cui il saltatore Pacchioni. Tutto questo mentre stava tornando la tempesta: scoppia la seconda guerra mondiale e Tullio farà parte del “5° Reggimento Artiglieria da Montagna”, quello che dal 19 ottobre 1941 fino ad agosto 1942 viene impiegato sul fronte greco – albanese. Quel ‘Reggimento’ che tra i suoi comandanti, nel periodo 1936-43, annovera in sequenza come comandanti Mazzini, Norcen, Molinari, appunto il nostro Biscuola, e Bizzarri. Ed è là nel Montenegro che Tullio Biscuola viene 11

ferito. Una ferita che lascia il segno, e che vedrà poi, a partire dal 1944, l’ex maratoneta Biscuola sempre attivo nel suo negozio di abbigliamento di Rovigo, un luogo che diventa uno dei punti di incontro degli aderenti al movimento clandestino antifascista. Poi Tullio ‘sportivamente’ sarà punto di riferimento nel capoluogo, dove sarà tra i fondatori nel 1959 del Panathlon Club Rovigo, di cui è stato primo presidente Eugenio Zuolo. Colui che è stato anche presidente del Coni Rovigo, colui che ha inaugurato a Rovigo lo stadio di atletica giustamente intitolato a ‘Tullio Biscuola’. Il maratoneta che era scomparso a febbraio del 1963, dopo essere rimasto un punto di riferimento associativo/istituzionale, ma che resterà “Olimpionico” per sempre: per aver partecipato alla Olimpiadi di Parigi 1924, per aver ‘aiutato’ anche economicamente l’amico Dorando Pietri e per aver vinto la Maratona di Atene nel 1927. E che oltre tutto, merita il nostro tricolore per aver servito l’Italia dei 150 anni in entrambe le due Guerre Mondiali.


Collana ollana “ANELITI, ANELITI, terza serie”, serie , i pr primi due titoli in libreria:

Amo i colori, tempi di un anelito inquieto… Alda Merini

APOGEO editore

www.libreria-apogeo.it

Apogeo Editore è disponibile ad esaminare raccolte inedite di poesia per un’eventuale pubblicazione nella terza serie della Collana “Aneliti”. I manoscritti possono essere consegnati presso la Libreria Apogeo o inviati in forma elettronica a i n f o @ l i b r e r i a - a p o g e o . i t


RUBRICA

Visti da vicino

Cittadina del mondo di Elizabeth De Boehmler

M

i chiamo Elizabeth e grandi lavoratori che amano la abito ad Adria da 15 loro terra. Uno dei problemi più anni. Vivo in Italia da grandi nel Polesine è il poco svi22 anni e insegno inglese come luppo: i polesani aspettano che seconda lingua. Sono nata su i loro problemi vengano risolti un’isola nei Caraibi ma sono dalla politica o da altre realtà e cresciuta in parte in Canada e in che siano sempre questi a creare parte negli Stati Uniti. I miei ansviluppo per la loro città. A mio tenati però sono Italiani, Francesi avviso trovano faticoso guardare e Irlandesi: infatti provengo da oltre e cercare soluzione ai prouna famiglia di nome Tagliaferri. pri disagi. La tendenza al lamenHo vissuto in città italiane molto to di questo territorio è un grosso più grandi di Adria peso per la società come Milano e in locale. Se ognuno altre grandi città di noi pensasse a del mondo. Mi concosa potrebbe fare sidero una cittadina per il suo paese e del mondo perché non quello che il Il Polesine la mia esperienza paese dovrebbe è un territorio di vita vissuta nelle fare per lui, il Popiù grandi metropo- ricco di tradizioni, lesine sarebbe un li come New York, posto migliore. Ricultura e storia guardo all’integraLondra etc. mi ha arricchita sia dal punzione, credo che to di vista culturale la chiave sia che in che come persona. ogni paese il penPer questo vivendo siero debba essere in una cittadina piccola come questo: bisogna “farsi uno”: cioè Adria è facile fare un confronto, essere coscienti di far parte del nel bene e nel male. Il Polesine paese dove si vive, con i relativi è un territorio ricco di tradizioni, problemi, gioie, tradizioni, valori cultura e storia e più che altro rice fede e cercare le cose che ci co di persone volonterose, dispouniscono non quelle che ci divinibili e legate alle loro radici e dono. Dico questo non solo come sarebbe brutto se dovessero perstraniera ma anche e soprattutto derle o sostituirle con quelle di alcome cittadina italiana acquisita. tri paesi. È stato molto piacevole E ho sempre la speranza che l’Itaimparare il vostro dialetto, la volia sarà per il mondo un esempio stra cucina, le vostre canzoni e i di speranza, giustizia, valori e vecchi detti. E’ stato emozionante umanità. ascoltare i racconti della guerra e dell’alluvione; ascoltare le sofferenze e le conquiste di questa terra. I polesani sono per me dei

13


STORIA

Adria 1849 - 1866 la lunga strada verso l’Italia di Giuseppe Pastega

1849 - 1 settembre Tornano Don Costante Businaro che non ebbe più cattedra al Ginnasio, Don Sante Tretti che penò più mesi a riavere prebenda Canonicale, il Commesso Postale … Vecellio che non riebbe il posto. Tutti del resto amnistiati. Si fa la solita fiera. Notizie dei patimenti di Venezia”. Con questa brevissima nota Francesco Antonio Bocchi (1821-1888) sottolinea, per quanto riguarda Adria, la fine del biennio rivoluzionario 1848-49 e l’inizio di quel periodo che gli storici hanno chiamato Seconda Restaurazione o Decennio di preparazione. Lo storico adriese non esprime commenti espliciti, ma co-

gliamo benissimo il tramonto di ogni illusione liberale alla caduta di Venezia e la durezza dell’Austria già tornata a dominare sull’intero Lombardo-Veneto. I tre patrioti citati (due sacerdoti accorsi come Cappellani alla difesa di Venezia, il terzo un combattente di cui il Bocchi non riferisce il nome) sono rientrati in Adria per l’amnistia concessa dopo la resa di Venezia, ma da questo momento saranno sorvegliati dalla polizia, in qualche occasione subiranno perquisizioni od arresti, scontando comunque l’aver combattuto contro l’Austria: il Businaro, già docente presso il locale Ginnasio vescovile non otterrà più il posto, Mons. Sante Tretti riavrà il Canonicato solo dopo qualche tempo, mentre l’ufficiale postale verrà 14


REM

allontanato per sempre dal servizio. F. A. Bocchi, conservatore, clericale, non compromesso nelle lotte risorgimentali, ma prezioso testimone dell’atmosfera e degli avvenimenti di quest’epoca, ci ha lasciato una serie di piccole schede (quasi tutte di cm. 9x9, conservate nell’Archivio Comunale Antico di Adria – cassette n. 50 e 51), brevi appunti di diario e annotazioni che interessano alcuni secoli della storia della città. Seguendole per il periodo 1849-1866, benché a volte saltuarie, abbiamo una cronaca in diretta e l’atmosfera della vita di Adria, città periferica non coinvolta in gravi tumulti e manifestazioni, marginale, ma ugualmente toccata dagli avvenimenti risorgimentali per la partecipazione di un buon numero di patrioti alle vicende del tempo e per essere interessata, in quanto territorio di confine con lo Stato Pontificio fino al 1859 e poi con il Regno d’Italia fino al 1866, agli espatri dei fuoriusciti e alle scaramucce di frontiera. Adria, abbiamo detto, è abbastanza quieta negli ultimi mesi del 1849, “ma molti animi bollono ed aspettano occasioni – 12 ott. 1849”. Spesso avvengono “perlustrazioni di malviventi”, o si procede ad arresti da parte della polizia, come ad esempio il 25 maggio 1850 “di pieno giorno, durante il mercato” quando viene arrestato L.P. (?), che però, condotto a Rovigo per il processo, presentato un valido alibi con testimoni, viene rilasciato. Non sempre va così bene. L’Austria, che vuol dare esempio di rigore, ha istituito un tribunale speciale itinerante (il Tribunale Statario), temutissimo per la spietatezza delle condanne sommarie: “1851 – 22 aprile Martedì SS. Pasqua. Giungono molti soldati con la Commissione di Este (il Tribunale Statario). – 23 mercoledì. L’Arciprete porta SS. ai detenuti in sala terrena del Palazzo Civico (l’attuale Municipio). Gran popolo colle due Confraternite. S’apre il Consiglio il mattino nella sala superiore del Municipio”. Si tratta di malfattori comuni, ma l’esempio è terribile: le sentenze di morte, cinque secondo il Bocchi, vengono immediatamente eseguite pubblicamente nel prato della Fiera, gli altri imputati vengono condannati a pene detentive di varia durata, anche per l’intervento del Vescovo Bernardo Antonino Squarcina (1842-1851), che ottiene dal colonnello che presiede il tribunale la commutazione della pena di morte. La scheda più lunga e fitta del solito ha anche una strana e incongruente annotazione, almeno per chi non conosca la passione archeologica del Bocchi e l’attaccamento al Museo familiare: “5 pomeridiane (subito dopo le esecuzioni del primo giorno di processo) – Vengono a visitare il Museo tutti”. Non si tratta di episodi isolati o che riguardano solo 15

Adria. L’Austria, ripreso il controllo del Lombardo Veneto, ha istituito un governo poliziesco. Pur permettendo il rientro dei patrioti, procede spesso a perquisizioni, arresti, imposizioni di indennità fiscali straordinarie, mantiene in varie città la presenza di truppe a carico delle comunità, ha proibito gli assembramenti pubblici, ha introdotto la censura preventiva, le scuole vengono rigidamente sorvegliate, anche se in tema di istruzione possiamo registrare una cauta apertura con l’istituzione nei Ginnasi dal 1852 dell’insegnamento della materia Lingua e Letteratura Italiana, presto controbilanciata dall’insegnamento obbligatorio del Tedesco dal 1855. F. A. Bocchi, abbiamo visto, è un conservatore, ma sa guardarsi intorno e cogliere le sfumature e le posizioni politiche più diverse: “23 agosto 1855 – Alla chiusura dell’anno scolastico Ginnasiale .., presente Vescovo e Municipio” pronuncia un discorso sull’influenza del Cristianesimo nel Medioevo. Discorso “… molto applaudito dal Vescovo, non dal Segretario M. perché vi svolgo idee antirivoluzionarie”. Non sappiamo chi sia celato sotto l’iniziale M., ma è evidente che in Adria c’erano dei democratici, o almeno dei progressisti, che non apprezzavano le idee conservatrici espresse dal Bocchi. L’Austria intanto pur proseguendo la sua politica poliziesca e di oppressione non trascura alcune opere pubbliche che hanno il compito di favorire lo sviluppo economico del territorio. Vengono pertanto, tra il 1852 e il 1855, garantite con lavori di scavo alla foce e due dighe l’officiosità di Porto Levante e la navigabilità del Canalbianco, si attiva il telegrafo, si pensa all’illuminazione civica a “gaz”; nel 1857 è aperto il Ponte di Boara sull’Adige per la via di Monselice e Padova senza alcun pedaggio. Tutte innovazioni che portano progresso, anche se è diffusa la convinzione nell’intero Lombardo-Veneto che l’Austria prelevi dal territorio con la sua politica fiscale più di quanto restituisca con un governo che apre ad alcune innovazioni in campo economico. E arriva il fatidico 1859, l’anno della II Guerra di Indipendenza italiana. “S’accendono gli animi dopo il discorso di Napoleone III al ricevimento del 1° d’anno. Previsioni belliche. Tafferuglio a Padova in occasione del funerale del Prof. Zambra (di fisica) fatto dalla scolaresca. Chiusura dell’Università. Fu chiusa poco prima anche Pavia per l’assassinio (politico) d’un professore di essa” annota il Bocchi, che evidentemente ricava le notizie dai giornali del momento. Anco-


STORIA

ra una volta i tumulti nel Veneto partono dall’Università di Padova, ma il dissenso (qualche storico ha chiamato il decennio 1849-1859 “l’epoca del dissenso”) è ormai vasto, profondo e generale in tutte le classi sociali. A Venezia la Fenice è chiusa per protesta patriottica nel giugno 1859 e riaprirà solo nel 1866. I balli e le feste austriache sono disertati, oppure vi si presentano le dame vestite di bianco rosso e verde. Intanto aumentano i “rumori bellici e l’Emigrazione [diviene] copiosa e continua dal LombardoVeneto in Piemonte. Idem in Toscana e dal Pontificio”. I giovani, soprattutto per evitare la lunga e aborrita ferma austriaca di ben otto anni, si sottraggono con l’espatrio e corrono ad arruolarsi numerosi nell’esercito piemontese o nella brigata dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. “1859 – 20 maggio. Da due mesi anche Adria dà molti emigrati. Molti passano anche per di qua. Sono assistiti…. M. e T. sono del Comitato segreto d’Emigrazione” [Comitato segreto adriese costituito da Alfonso Turri, aderente a quelli veneti e al Comitato Centrale di Torino]. Adria, terra di confine, è infatti un centro di attivo sostegno per coloro che vogliono passare il Po.[lungo la linea del Po agiva Pietro Pegolini, sfuggito all’arresto in Adria]. Presto la città è presidiata fortemente: “3 giugno – Giungono in Adria 3000 austriaci, parte dei quali va in Aria-

no ed alle Bocche di Po”. In Adria si teme che si voglia tagliare gli argini dei fiumi per frenare con allagamenti pilotati eventuali avanzate nemiche. La guerra inoltre non è favorevole agli austriaci di fronte all’avanzata franco piemontese in Lombardia. Ecco che allora “Sciami di impiegati austriaci di Polizia inondano il Veneto provenienti dall’evacuata Lombardia”. Eppure nonostante l’infittirsi delle sentinelle “ogni notte vien passato il Po da Emigranti”. L’andamento della guerra visto dall’osservatorio periferico di Adria è annotato puntualmente da Francesco Antonio Bocchi: la gravezza delle truppe da foraggiare (circa 3000 uomini sono posti a carico della sola Adria), requisizioni di buoi e carriaggi (2500 buoi devono essere consegnati dall’intero Polesine, 65 da Adria), le voci sulle battaglie e su quanto accade negli stati vicini. “24 giugno – Oltre Po tutto in Rivoluzione. Legati [i Cardinali governatori per lo Stato Pontificio] fuggono da Ferrara e Bologna. Popolazioni aderiscono a Vittorio Emanuele II”. Segue la notizia delle cruente battaglie di Solferino e San Martino (25 giugno) e dell’armistizio di Villafranca. E il “13 luglio – Bullettino annunzia firmati preliminari di pace. Veneto rimane all’Austria. Scoraggiamento. Brutti giorni”. Il Bocchi non esprime precisi giudizi, si limita il più delle volte a registrare, anche se una frase relativa 16


REM

agli accadimenti d’Italia (le annessioni delle Romagne, della Toscana e dei Ducati) ci dà l’indicazione della sua propensione o posizione politica: “Animi s’acquetano, perché rivoluzione procede, ma io osservo che prende indirizzo antireligioso”. Per trovare un’altra annotazione di carattere politico bisogna attendere il 4 luglio 1860, quando la spedizione dei Mille è già avanzata, ed è una annotazione per certi tratti stupefacente se consideriamo che si riferisce alla tranquilla Adria rimasta sotto lo stato poliziesco austriaco: “Molta gente in duomo all’ultima messa per solennizzare Natalizio di Garibaldi. Molte chiamate al Commissario. Il Vescovo [il veneziano Camillo Benzon] sgrida Bennati [il sacerdote celebrante] che si giustifica”. Tra le righe osserviamo la netta distinzione degli adriesi in due posizioni politiche: gli antiaustriaci e patrioti [non si dimentichi che 5 adriesi stanno combattendo con i Mille] che appoggiano la spedizione e già seguono il mito di Garibaldi, e i filoaustriaci, forse per posizione clericale più che politica, evidentemente autori di quelle “molte chiamate al Commissario” perché intervenga. E intanto è ripreso l’esodo degli emigrati, tanto che si parla di “sequestro da farsi dei [loro] beni”. L’espatrio non sempre riesce per la difficoltà di attraversare il Po, “due annegano in Po di Goro”, e l’attenzione delle pattuglie di confine che hanno “ordini severi di far fuoco” soprattutto dopo che di fronte a una nuova coscrizione, ben 6500 uomini per tutto il Veneto, “ricominciano più numerose le migrazioni”. Intanto Garibaldi è entrato a Napoli dopo la fuga del

re Francesco II (12 settembre 1860) e ha riportato una vittoria sul Volturno (1-2 ottobre) dove “vi sono molti di Adria”, tra cui in tal “Scarpa (Gatto) ferito in una coscia”. Minute annotazioni si susseguono e testimoniano il clima del momento: “24 settembre 1860 – Gendarmi intimano e Commissario prega sia levata bandiera tricolore da una rascana [forse una imbarcazione per il trasporto di cereali] proveniente da Badia” e nello stesso mese “giunge altra rascana che non leva bandiera”. L’anno dopo, l’1 giugno 1861, “Per festeggiare Statuto Sardo [è stata già dichiarata il 17 marzo la formazione del Regno d’Italia] sono accesi vari fuochi del Bengala in più parti della città”. I festeggiamenti a sfondo patriottico mandano in bestia la gendarmeria tanto che avviene “l’arresto del farmacista Botner falsamente imputato”. Viene liberato dopo 10 giorni di carcere. La resistenza e il dissenso nei confronti degli Austriaci, in forme più o meno eclatanti, si espande sempre di più in tutto il Veneto. Significativa la nota del 13 giugno 1861 che riporta un episodio veneziano che coinvolge Adria indirettamente: “Messa fatta dire a S. Marco per l’anima di Cavour[morto il 5 giugno]. Misure di Polizia. Perquisizioni. Arresti anche di signore. La Contessa Labia dà 100 fiorini al parroco di S. Maria Zobenigo…Poco dopo il V. Gasgnoni che aveva fatto di tutto per salvare dall’arresto la Goretti sua moglie, ammala e muore: Fu mandato a prendere in Adria per assisterlo Mr. Colli [canonico della Cattedrale, primo prefetto del Ginnasio vescovile di Adria e Vescovo della stessa diocesi dal 1867 al 1868]”. 17


STORIA

Sono gli anni in cui il dissenso politico contro l’Austria si manifesta sempre di più anche in Adria tanto che il nostro F.A. registra brevemente: “1864 – Giugno – Immoralità, corruzione, canzoni oscene a carico specialmente di donne sospettate amanti militari”. Fino ad arrivare ad una sorta di rivolta amministrativa organizzata: “1864 – luglio – Il partito Or. [forse Bernardo Ortore capo dei democratici adriesi] cerca che nessuno sia nominato podestà e che sia posto un incarico governativo. Il Commissario persuade i tre della terna [il Consiglio Comunale esprimeva una terna tra cui veniva scelto dal Governo austriaco il Podestà] ad accettare (Vianello. Lupati. Poli) e la spedisce alla superiorità”, ma poco dopo, il 15, “Il Commissario trova un foglio di ingiurie attaccato alla sua porta”. E arriviamo al 1866, l’anno dell’unione del Veneto all’Italia. Ecco una scheda più lunga del solito: “ 28 maggio - Emigrazione prende proporzioni sempre più vaste; specialmente dopo ordine di leva di 6400 nel Veneto ( di cui ad Adria toccano 100) … Dicesi che il Podestà spenda molto pegli emigrati (noi assistiamo M. B.do, F. e A.M.) ciò forse principio di sua rovina? Procede alacremente spianata di Rovigo” [gli Austriaci prima di ritirarsi nel quadrilattero si preparano a far saltare i quattro forti costruiti attorno a Rovigo] 1 giugno – Muore all’ospedale di Adria dopo pochi dì uno ferito dalle Guardie di Polizia, mentre si apprestava a passare il Po con altri. Si nominava Lodovico Ferrari. Pessimo vivere a Rovigo. Pressione qui ed in Lusia per far emigrare i giovani. Pericoli sospetti immoralità 4 giugno – Diverbi al caffè. Allusioni

piccanti 5 giugno – Lettera ingiuriosa all’aggiunto Taxis [funzionario austriaco di guarnigione ad Adria]”. Non possiamo dalle sigle sopra riportate identificare di chi si tratti, ma sottolineiamo l’azione del Podestà in aiuto degli emigrati, il fermento sempre più vivace ed il fatto che per la prima volta F.A. Bocchi sembra prendere posizioni antiaustriache, dichiarando di dare assistenza a qualcuno che cerca di espatriare. A questo punto le schede che si riferiscono agli avvenimenti locali dell’intero 1866, alla III guerra di indipendenza e alla ricongiunzione del Veneto all’Italia si fanno numerose (ben quaranta), dandoci la sequenza dei convulsi e a volte contraddittori avvenimenti visti da Adria: Domenica 24 giugno vengono levate le insegne imperiali austriache dai luoghi pubblici e diffuso un proclama a stampa del Generale Franzini comandante delle truppe italiane che stanno per attraversare il Po a Bottrighe su un ponte di barche quasi terminato. Anzi ci sono in città “vaghe voci di pattuglie a Lama e a Bresega”. In lontananza si sente il rombo dei cannoni da ovest. Molti credono che giunga da Rovigo, “ma è Custoza!” . La situazione si fa caotica per la partenza con la truppa dei rappresentanti austriaci. F.A. il 25 giugno ci dà una scheda piuttosto confusa accennando ad avvenimenti e rivalità politiche locali: “Anarchia. Intorno arresto voluto da alcuni di varii (fra cui me) è da andar molto cauti, perché se S. era un violento ed altri con lui, poco leale era anche L.V. e L.L. e si può sospettare esagerate molte cose da costoro per gravare sul partito Oriani [esponente dei moderati]”. Le sigle non permettono di individuare gli attori di que18


REM

sto momento, ma è chiara l’esistenza in città di diversi gruppi che manovrano per impadronirsi dell’amministrazione comunale. A complicare la situazione e l’incertezza del momento basta il mancato arrivo delle truppe italiane. Anzi il 26 giugno all’alba “comparisce pattuglia di 12 ussari[austriaci]: vedono tre bandiere. Tentano forzar porta Casellati. Il Podestà parte a piedi, va per ponte S.Andrea e si cela in campagna. Come vengono prese dagli ussari le bandiere. Pistolettate al Palazzo Municipale. Guardie fuggite.” Sono i momenti successivi alla battaglia di Custoza, quando il Generale Franzini viene richiamato sul Mincio a rinforzo delle truppe del Cialdini. Adria viene nuovamente occupata da truppe austriache. Sono gli ultimi giorni del dominio asburgico con qualche episodio di segno opposto: “1 luglio – Domenica. Sull’argine di Panarella Ing. Pagan arrestato da gendarmi condotto in Adria. Maltrattato, poi legato fu condotto a Rovigo con iscorta di cavalli e fanti”. Ritenuto probabile spia o per delazione di un certo Targa, fu liberato qualche giorno dopo. Giunge infine l’ordine di partenza definitivo da Adria degli occupanti austriaci: “Domenica 8 luglio. Ordine improvviso che parta Taxis con tutta truppa e gendarmi, e guardia di finanza. Alle 9 partono Croati, poco dopo gli altri. Resta Milani cui s’accordano 12 fucili e pochi altri pe’ comuni limitrofi”. Questo Milani è di fatto un “praticamente commissario posto come reggente” per gestire l’ordine pubblico in attesa della nuova amministrazione italiana. Nel frattempo “tornano emigranti e fuggiaschi”. Il 12 luglio (giovedì) “Strepiti evviva perché un Biasioli di Adria ufficiale italiano venne a salutare i suoi Si spiegano bandiere”, 19

ma a conferma dell’incertezza del momento “municipio le fa levare”. A questo punto è un continuo susseguirsi di brevi schede che testimoniano una sorda lotta in città tra le due tendenze politiche contrapposte: Martedì 17 luglio, ad esempio, il Commissario governativo[Antonio Allievi, nominato dal Governo Italiano Commissario per la Provincia di Rovigo] comunica la sospensione del Consiglio Comunale convocato per il giorno dopo, cosicché “entrambi i partiti sono per ora paralizzati”. Sabato 21 luglio “Ordinanza Municipio per formazione ruoli Guardia Civica giusta leggi del Regno d’Italia. E’ in Adria ……Si vede con B.L. e P.P. [Bortolo Lupati e Pietro Pegolini, entrambi di fede mazziniana]. La città ha ripreso andamento relativamente tranquillo”. Tanto tranquilla in realtà non deve essere la competizione politica se qualche giorno dopo segnala: “1866 – lunedì 23 luglio. Manifesto Allievi pubblicato. A sera notizie battaglia di Lissa. Mercoledì 25, giovedì 26. Muri imbrattati W Oriani, abbasso Milani e Giunta. 27 venerdì. Oriani chiamato a Rovigo. 28 Sabato. Nominato Podestà dal Re (ossia dal Commissario Allievi). Suo manifesto imbrattato la notte. Domenica 29. Poesie per Oriani Podestà. Città imbandierata. Banda”. La competizione politica come si vede si è trasferita presto sui muri della città, con contumelie e offese dirette ai vari contendenti. Poco dopo, l’1 agosto, essendo stata sciolta la “vecchia Congregazione provinciale di Rovigo”, così era chiamato il Consiglio Provinciale durante la dominazione austriaca, il Consiglio Comunale di Adria nomina deputati provinciali provvisori Fortunato Vianelli e G.Battista Salvagnini, nell’in-


STORIA

tento di normalizzare una situazione che tuttavia rimane ancora turbata da manifestazioni di contrapposto indirizzo politico: “1866 – Agosto 3 Venerdì. …Seguono fatti qui nuovi … grida notturne: viva la Repubblica. Viva Garibaldi – Morte a Napoleone – Morte al Re”. Tutto il mese di agosto è caratterizzato da episodi simili, o perché, nominato Comandante della Guardia nazionale Ferrante Zen compaiono “cartelli sui muri contr’esso, e che richiedono a Comandante G.B. Salvagnini” , o perché “Si vende infame foglietto intitolato: dottrina Garibaldina” [scritto fortemente anticlericale e perciò inviso al nostro Bocchi], o perché si intendono “ogni notte grida sediziose”. In qualche occasione le controparti si trovano d’accordo, magari nel tentativo di fare i conti con chi si era maggiormente compromesso come collaborazionista degli austriaci: “Venerdì 17 agosto. Mattino giungono due carabinieri. 4 pomeridiane altri due conducono il famigerato Cocchieri (detto Freguglia) a stento salvato dal furor popolare (era spia a danno degli emigrati)”, mentre nello stesso giorno altri carabinieri si stanziano nell’ex Caserma dei Gendarmi nella piazzetta del grano (attuale piazza Oberdan), forse per presidiare una città che non si dimostra poi tanto tranquilla: compaiono ancora sui muri alcune scritte inneggianti alla Repubblica con un inedito e nostalgico “W S. Marco” oltre che una più sediziosa “Morte al Re V. Em. II”. Concludiamo con la scheda “1866 – domenica 21-22 ottobre. Plebiscito. Io sono della presidenza in Duomo. Banda la sera. Unico NO del Canonico Paolucci”. La circoscrizione di Adria diede il seguente risultato: SI’ 5134, NO 1, in sintonia con quello dell’intero Veneto: SI’ 641.758, NO 69, voti nulli 273. La lunga strada del Veneto verso l’Italia era compiuta, anche se le cifre sopra riportate non possono che far pensare ad una attenta regia del Governo Ricasoli che gestì il plebiscito. Il successivo 26 ottobre in Cattedrale venivano commemorati solennemente i caduti per la libertà d’Italia con una messa celebrata da Mons. Sante Tretti e un discorso di don Costante Businaro nel quale affermava che “religione e patria sono amori che devon ardere nei petti di tutti”. In Adria tuttavia le dispute elettorali molto vivaci e i disordini tra liberali costituzionalisti-moderati da un lato e radicali, repubblicani e anticlericali, con punte di socialismo, dall’altro continueranno per decenni. Infine da “Il Polesine” del 12 dic. 1866, riferendo sui risultati delle elezioni amministrative di Adria, si legge:

“Non si sa comprendere come in una città eminentemente patriottica vengano eletti taluni che rappresentano l’elemento austriaco, che dominarono dispoticamente, che perseguitarono accanitamente i liberali, mentre riuscirono dimenticati patrioti onesti e sinceri i quali brandirono le armi per cacciare lo straniero”.

Le immagini di questo articolo sono tratte da “il mito di garibaldi” ARCILIBRI, 2007 Sopra in questa pagina: Rapporto attestante la perquisizione dell’abitazione dell’arciprete di Polesella Don Costante Businaro Pag. 14: “Garibaldi a cavallo”, inizi XX sec. Sagoma in cartone ritagliato. Cromolitografia, 320x250 mm. Pag. 17: “Garibaldi”, XIX sec. Litografia dipinta a mano, 590x440 mm. Pagg. 18/19: “Garibaldini, les volontaires de Garibaldi n. 327”, litografia Epinal, XIX sec., soldatini da ritagliare, 400x270 mm. (Collezione di Alessandro Ceccotto)

20


REM

F.A. BOCCHI E ALCUNI PROTAGONISTI DEL RISORGIMENTO ADRIESE Francesco Antonio Bocchi (1821 – 1888)

Don Costante Businaro, nato ad Adria nel 1821. Sacerdote dal 1845 e insegnante nel Ginnasio vescovile dal 1846. Nel 1848 aderisce al movimento rivoluzionario. Cappellano militare nel 1848 a Cornuda presso il generale Durando e poi all’assedio di Venezia. Rientrato ad Adria nel 1849, fu arrestato nel 1851 e nel 1852. Nel 1842 era procancelliere vescovile. Nel 1857 è arciprete di Polesella e aiuta i patrioti ad attraversare il Po. Nel 1870 ad Adria, dopo un discorso, benedisse la bandiera consegnata solennemente ai superstiti del 1848/49. Muore a Polesella nel 1903. Bortolo Lupati, nato nel 1812. Mazziniano. Partecipò ai tumulti dell’Università di Padova nel 1848. Fu alla difesa di Venezia. Pietro Pegolini, studente di ingegneria a Padova. Mazziniano, dal 1840 iscritto alla Giovine Italia. Nel 1841 scontò nove mesi di carcere per disordini studenteschi a Padova. Tornò ad Adria solo nel 1851. Nel 1852 fu arrestato al caffè della Civica in Adria; mentre lo traducevano a Venezia sotto scorta, a Cavarzere riuscì a fuggire e ad emigrare con l’aiuto di Massimiliano Raule. Tornò ad Adria per amnistia nel 1856. Nel 1858 sfuggì ad un altro arresto e riparò oltre il Po. Nel 1859 fu volontario nell’esercito piemontese. Tornò ad Adria nel 1860 e scontò dieci giorni di prigione. Don Sante Tretti, cappellano a Venezia. Morì a Firenze nel 1870. Alfonso Turri, medico. Si trasferì da Padova ad Adria dopo il 1849. Moderato cavouriano. Attivo nel comitato veneto per l’emigrazione. Assessore comunale nel 1867, sindaco nel 1869.

Di nobile famiglia presente in Adria fin dal 1300, figlio del notaio Benvenuto, si laureò a Padova nel 1847 in Giurisprudenza. Insegnò materie letterarie nel Ginnasio vescovile dal 1853 alla morte. Letterato e storico tra i più importanti del Polesine, ricoprì cariche pubbliche nella sua città: per circa un ventennio fu consigliere comunale; fu anche presidente della casa di riposo “Renovati” aperta nel 1852 e presidente della Fabbriceria della Cattedrale e della Società Filarmonica Adriese. Socio dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Ereditò dal padre il Museo Archeologico di famiglia, fondato alla fine del Settecento dal nonno Francesco Girolamo, lo diresse e lo ampliò con competenza e passione, conducendo scavi in Adria. Nel 1871 fu nominato ispettore degli scavi archeologici del Polesine. Fu socio dell’Istituto Archeologico di Roma e Berlino, della Deputazione di Storia Patria di Venezia, collaboratore dell’Archivio Veneto, dell’Archivio Storico Italiano e dell’Istituto di Storia Lettere ed Arti di Roma. Copiosa ed importante la sua produzione letteraria, storica ed archeologica. Alla sua figura è stato dedicato nel 1990 dall’Associazione Culturale Minelliana il Convegno di Studi Storici “Francesco Antonio Bocchi e il suo tempo (1821.1888)”.

Gaetano Zen, nato nel 1822. Studente di medicina dal 1842 al 1844 a Padova. Interruppe gli studi per “grave trasgressione di polizia”. Li riprese nel 1850, ma forse non si laureò Volontario nel 1849 a Venezia. Nel 1859 si arruolò come ufficiale medico nell’esercito sabaudo. Venne congedato dopo Villafranca .Partecipò alla spedizione dei Mille come ufficiale medico. Non rientrò in Adria e si stabilì a Milano (aiutato dal medico garibaldino Agostino Bertani). Nel 1863 partecipò come ufficiale medico all’insurrezione della Polonia contro i Russi. Tornò ad Adria dopo l’unione del Veneto all’Italia. Morì il 27 maggio 1867, probabilmente di malaria. Volontari adriesi nel 1859: 67 Volontari adriesi nel 1860: 70 Volontari adriesi nel 1866: 150

21


ATTUALITA’

Anche Rovigo è una “Città gentile”

di Alessandra Tozzi e Bruna Giovanna Pineda

O

gni due giorni in Italia una donna muore a causa della violenza domestica. A volte si comincia con un semplice schiaffo, a volte sono le parole a cadere pesanti come macigni sulla donna, tanto da farla sentire inerme, incapace di reagire. La prima reazione da parte delle vittime è il rifiuto dell’accaduto. L’uomo che amano, la persona che dorme loro accanto ogni notte non può essere un violento… Continuano a ripetersi che è stato un episodio sporadico, che il loro compagno è stressato per il lavoro o ha solo esagerato con l’alcool; quest’uomo chiederà loro scusa, 22


REM

“Flash mob” del 25 novembre 2010 in occasione della “Giornata contro la violenza sulle donne”

magari con una carezza o un mazzo di fiori, e tutto tornerà come prima. In questo modo possono trascorrere anni di violenze fisiche e psicologiche subite in silenzio, senza la forza di raccontare a nessuno l’umiliazione di essere diventate “vittime”. Poi c’è la paura. Paura di non essere credute, paura di essere giudicate, paura di perdere i figli e di trovarsi invischiate in peripezie burocratiche a causa di separazioni non volute, paura di non essere in grado di mantenersi e di provvedere ai propri figli. Il fenomeno della violenza di genere è così diffuso nel mondo da aver dato origine a un neologismo. Con il termine “femminicidio” oggi si

intende ogni forma di discriminazione e violenza rivolta contro la donna “in quanto donna”. E’ la violenza di genere in ogni sua forma, l’esercizio di potere che l’uomo esercita affinché il comportamento della donna risponda alle sue aspettative e a quelle della società patriarcale, la violenza e ogni forma di discriminazione esercitata nei confronti della donna che disattende queste aspettative. Esempio eclatante di femminicidio è il caso di Ciudad Juarez in Messico: qui si stima che siano state seviziate e uccise 3100 donne nel 2010, e ben 300 solo nel primo mese e mezzo del 2011. Non si conoscono gli autori delle violenze, o forse troppo 23

spesso la società finge di non conoscerli. La caratteristica principale che accomuna i casi di femminicidio è lo scarso valore attribuito alla vita della donna, al quale si aggiunge un’estrema brutalità realizzata attraverso stupri, torture, mutilazioni, spesso consumati in famiglia, per mano di parenti, compagni, conoscenti o amici. Purtroppo si tratta di un fenomeno trasversale che interessa tutte le classi sociali. Nel mondo, ogni 8 minuti, viene uccisa una donna. Il dato è emerso da un’indagine relativa all’anno 2003 presentata da Josè Sanmartin, direttore del centro spagnolo per lo studio della violenza Santa Sofia. La violenza domestica


ATTUALITA’

24


REM

è la prima causa di morte nel mondo per le donne tra i 16 e i 44 anni: il marito, il fidanzato o l’amante, a volte anche i figli, uccidono più del cancro, degli incidenti stradali e delle guerre. In Italia il maggior studio statistico sull’argomento è una ricerca svolta dall’ISTAT nel 2006, dal titolo “La violenza contro le donne”. Dallo studio emerge che “il fenomeno della violenza fisica e sessuale degli uomini contro le donne ha riguardato un terzo delle donne che vivono in Italia: sono, infatti, 6 milioni e 734 mila (il 31,9%) le donne vittime di tali violenze nel corso della propria vita”. I centri antiviolenza hanno diffuso alcuni dati che si basano su parametri diversi, ma che raccontano comunque di un fenomeno, quello della violenza in famiglia e nello specifico sulle donne, “drammaticamente in crescita”. Nel 2005 si è registrato in Italia un omicidio in famiglia ogni 2 giorni: in 7 casi su 10 la vittima è una donna. Oggi l’Italia detiene il triste primato in Europa per le liti intrafamiliari. Nonostante ciò, difendersi dalla violenza di genere è possibile. Prima di tutto riconoscendo i segnali di violenza: una donna non deve mai sottovalutare gli episodi in cui il partner le manchi di rispetto o si approcci a lei in modo violento; è importante abituarsi a parlare con amiche o conoscenti della propria vita di coppia, non per creare pettegolezzi, ma per confrontarsi su temi condivisi, come l’essere moglie, l’essere madre, l’essere una donna che lavora. La violenza può assumere varie forme, come illustra il portale Internet del Ministero delle Pari opportunità dedicato alla tutela delle donne. Con il termine di “violenza sessuale” si intende ogni imposizione di pratiche sessuali non desiderate. Il “maltrattamento fisico” comprende ogni

tipo d’intimidazione o azione in cui venga esercitata una violenza fisica su un’altra persona: esso va dal semplice schiaffo all’uccisione. Si parla di “maltrattamento “economico” riferendosi ad ogni genere di privazione e controllo che limiti l’accesso all’indipendenza economica di una persona. Il “maltrattamento psicologico”, infine, identifica ogni forma di abuso e mancanza di rispetto che leda l’identità della donna. Esso accompagna sempre la violenza fisica ed in molti casi la precede, convincendo chi ne è oggetto di essere una persona priva di valore, il che può determinare in essa l’accettazione di ulteriori comportamenti violenti. Si tratta spesso di atteggiamenti che si insinuano gradualmente nella relazione e che finiscono con l’essere accolti dalla donna, al punto che spesso essa non riesce a vedere quanto siano dannosi e lesivi per la sua identità. E’ importante che in ogni ambito della società vengano diffuse informazioni sull’esistenza di centri specializzati in grado di aiutare le donne in difficoltà. Uno di questi centri è attivo anche nella nostra piccola Rovigo: si tratta del Servizio Antiviolenza, nato nel 2008 e ubicato presso il Centro Donna Interculturale in via Donatoni 4, di fronte alla Questura. In esso sono presenti un’assistente sociale, una psicologa e un’avvocata, che forniscono consulenza gratuita di tipo sociale, psicologico e legale. Le donne che approdano al centro non sempre hanno le idee chiare su ciò che intendono fare: l’unica loro certezza è il desiderio di uscire dalla situazione di violenza in cui si trovano. Alcune cercano aiuto per ottenere la separazione dal marito, altre chiedono di essere accompagnate presso servizi e percorsi istituzionali di emancipa25

zione, altre ancora chiedono solo di essere ascoltate o di intraprendere la via del sostegno psicologico, che può durare da qualche settimana a diversi mesi. Il Servizio Antiviolenza è in rete con gli altri servizi del territorio: Servizi Sociali del Comune, consultorio dell’ASL 18 di Rovigo, Forze dell’Ordine e associazioni di volontariato. Recentemente, per formare gli operatori e per creare una relazione ancora più stretta tra gli agenti territoriali che operano per la prevenzione della violenza, la Provincia di Rovigo, in collaborazione col Comune, ha aderito ad un progetto promosso dal Ministero delle Pari Opportunità chiamato “Città Gentili”. Nell’ambito di tale progetto si è costituito un partenariato composto da Provincia di Rovigo, Comune e Cooperativa L’Arco di Portogruaro, Associazioni Xena e Mimosa di Padova, Coop. C.M.C. Hope e Associazione di Promozione Sociale Ametiste di Rovigo. Tra gli obiettivi più importanti del progetto vi sono la formazione degli operatori, la sensibilizzazione dei cittadini sul tema della violenza e l’elaborazione dei dati relativi ai casi di violenza sulle donne nei territori interessati . In conclusione, è importante sottolineare che la violenza sulle donne è un fenomeno sommerso, che può essere efficacemente contrastato tramite la prevenzione: la diffusione delle informazioni sull’argomento può aiutare le donne a non sentirsi sole e a trovare il coraggio di denunciare gli episodi di violenza già al loro primo manifestarsi; l’informazione riveste inoltre un’importanza fondamentale per aumentare nella società la consapevolezza di quanto il fenomeno sia grave e diffuso, e rafforzare in essa gli anticorpi che possano aiutarla a combatterlo e a debellarlo una volta per tutte.


LUOGHI

Polesine 1815-1820 La cospirazione antiaustriaca nel segno dell’indipendenza italiana

di Maurizio Romanato

L

’Europa, dopo la bufera napoleonica, non è più la stessa. Prostrata da 25 anni di guerre, subisce l’artificiosa ricostruzione del passato voluta dall’austriaco Metternich per salvaguardare le case regnanti d’ante-rivoluzione. Nel quadro della Restaurazione, nel 1815 gli Asburgo edificano il vicereame Lombardo Veneto creando la provincia di Rovigo. Questa, nel primo quinquennio d’esistenza, è teatro di vicende storiche base della prima cospirazione antiaustriaca nel segno dell’indipendenza italiana. Se ne parla ben poco nei libri moderni, non soltanto quelli del revisio26


REM

nismo d’accatto ora tanto di moda. Forse la Carboneria, per non essere riuscita nell’intento di dare subito un’impronta costituzionale e unitaria all’Italia, non appare, se non a sensibili studiosi, come propulsore delle aspirazioni nazionali; forse una lettura frettolosa della storia porta a considerare (e non è la prima volta), il Polesine marginale nel processo di unificazione. Eppure, passano dalle zone rivierasche del Po, da Crespino, Occhiobello, Polesella e Calto, fino a Rovigo e Fratta, i fermenti di libertà frammisti alle inevitabili sconfitte. Storia di idee e storia di uomini (e donne) per un terra di confine, fatalmente aperta a influenze diverse. Dissolta senza colpo ferire a Campoformido la decrepita Serenissima repubblica (che verso il Rodigino non era mai stata prodiga se non per l’interesse esclusivo di Venezia), il Polesine napoleonico è un territorio instabile che si barcamena tra miseria e alluvioni, coscrizione per le continue guerre e brigantaggio, tanto che Crespino vive un moto di ribellione verso la dominazione francese. Con l’asservimento al nuovo padrone, giungono però i principi della rivoluzione che instillano il verbo liberale in parte della nobiltà, della borghesia e delle menti più istruite. Princìpi, costruzioni statuali, che evolvono in senso illuministico il rapporto tra stato e cittadino e tra i poteri. Così, quando l’Austria consentirebbe anche una pace letargica sotto l’egida imperiale, vi è chi non si rassegna a un mondo che si richiude in se stesso, magari sotto un’amministrazione efficiente, ma estranea al carattere della gente. Tra impiegati,

militari, persone che ambiscono a ruoli di rilievo nella società emerge la sofferenza della perdita di speranza nell’evoluzione delle proprie aspirazioni. L’intellighenzia liberale considera realizzabile una ribellione mediante la partecipazione alle sette segrete, di cui la Carboneria è la più importante e diffusa. Nel 1815 paiono crearsi le condizioni per concretizzare gli auspici unitari. Gioacchino Murat, l’ex generale e cognato di Napoleone che lo aveva creato Re di Napoli, aveva cercato

l’indipendenza dal suo protettore con contorsioni politiche non troppo convincenti per gli Stati vincitori. Non appena Napoleone era fuggito dall’Elba, Murat aveva preso a risalire l’Italia accreditandosi campione dell’indipendenza nazionale e lanciando quel Proclama di Rimini che sembrò infiammare gli animi di spirito unitario. Proprio di fronte a Occhiobello fallisce il suo tentativo di entrare nel Lombardo Veneto (713 aprile ’15), malgrado in Polesine agiscano possidenti come Carlo Cavriani, presidente della Municipalità estense sotto il Regno d’Italia, disposto a far distruggere i suoi mulini sul 27

Po per facilitare l’ingresso di Murat; oppure Giuseppina Cecilia Monti, attorno alla quale ruoteranno tante vicende. Donna affascinante, nata a Fratta Polesine nel 1763, figlia di Francesco Giuseppe Monti e Lucrezia Gallimberti, nipote di un generale del genio delle fortificazioni sotto la Serenissima, è entrata nel gran mondo per essere l’amante del duca Francesco IV di Modena, da cui ha avuto tre figlie e un maschio, Kunzer; è un’educatrice del figlio di Napoleone, il Re di Roma, e quindi in stretta conoscenza con Maria Luisa d’Austria. Tre anni dura la vicinanza con la corte imperiale, poi donna Cecilia ritorna nella natìa Fratta accompagnata dal generale francese Jean Baptiste d’Arnaud che nel frattempo ha sposato. Da lì ha modo di propagare a parenti e concittadini fidati, le idee sovvertitrici dell’ordine appena ricostituito. Si sposta quasi freneticamente, è ricevuta da Napoleone all’Elba. Gioacchino Murat la incontra a Ferrara nei giorni precedenti Occhiobello. Deve favorire un’accoglienza favorevole del Re di Napoli in Polesine e manda al fratello Sebastiano simboli adatti a mostrargli fedeltà. Nulla di tutto questo accade. Murat si ritira dal Po, in maggio è travolto a Tolentino, Napoleone in giugno è sconfitto a Waterloo e la nobildonna, che ha murato documenti compromettenti nel camino della residenza in villa Molin Grimani ora Avezzù, dopo qualche tempo torna a Fratta. Vanta contatti con liberali italiani. Lo zio, Paolo Antonio Monti, anch’egli nato a Fratta, è gran maestro della Vendita Carbonara di Fermo. Nelle Marche nel 1817 dovrebbe scop-


LUOGHI

A pag. 26: Fratta Polesine, Villa Molin - Avezzù A pag. 27: Fratta Polesine, Monumento ai “Carbonari della Fratta” A fianco: Fratta Polesine, Villa Oroboni A pag. 29: la lettura della condanna al Conte Oroboni in una stampa del tempo (collezione privata); in “Dove finisce il fiume” Amm. Prov. di Rovigo, 1998

piare un moto insurrezionale contro il governo papalino. L’insurrezione non si verifica, forse perché i codici segreti sono caduti nelle mani sbagliate, o, soprattutto, per il vizio di base della Carboneria di restare un club di iniziati. L’intreccio carbonaro si realizza con Eleuterio Felice Foresti (Conselice 1789), laurea in legge a Bologna e giudice di pace nel 1811 a Crespino per nomina francese. Con il nuovo regime politico mostra di trovarsi ugualmente a suo agio perché, su incarico del conte di Wullersdorf, Imperial Regio governatore del Polesine (che si suiciderà per amore nel 1819 durante una battuta di caccia nel Delta), scopre le trame di coloro che vorrebbero la Transpadana ferrarese ancora affiancata a Ferrara. Vienna lo nomina nel 1818 pretore di Crespino, da lì Foresti favorisce la Vendita Carbonara di

Rovigo con succursali nella stessa Crespino e a Polesella. Si amplia ancor più il cerchio dei patrioti, dalla famiglia Monti della Fratta a personaggi di Cavarzere (Antonio Molin, avvocato), a militari di Murat come Giovanni Bacchiega, possidenti qual è Costantino Munari di Calto, o il notaio Antonio Villa di Fratta. L’avvocato Tommasi di Ferrara nella Locanda Ponzetti, ora pizzeria Due Torri, di Rovigo in occasione della fiera del 1817 affilia alla Carboneria 16 convenuti tra cui Vincenzo Zerbini, legato a Cecilia Monti da parentela acquisita, Giovanni Monti, entrambi di Fratta, Natale e Vincenzo Maneo di Polesella. La cena dell’11 novembre 1818 organizzata da Cecilia Monti e dal marito in villa a Fratta cui partecipano Molin e Foresti, Villa e il cappellano don Marco Fortini, imparentato 28

con la nobildonna, e chiamato come insegnante del quattordicenne Kunzer, si chiude con il brindisi al Re di Roma, Napoleone II, che dovrebbe diventare negli auspici dei convenuti il nuovo re dell’Italia indipendente e unita, magari sotto la reggenza di Maria Luisa, ora duchessa di Parma. C’è un po’ d’ingenuità e forse una visione non chiara dei possibili eventi e della loro realizzabilità. Tanto basta alla voce del popolo per pensare a chissà quali trame ordite alla presenza di un prete. Il sospetto transita per Roma che riferisce tutto alla polizia austriaca. Un mese dopo partono gli arresti. 4 dicembre: Antonio Molin, racconta quasi tutto; il 6 Cecilia, Sebastiano e il generale francese, di seguito gli altri, con Antonio Villa, fino al 6 gennaio 1819: Foresti viene prelevato in ufficio, con Giovanni Bacchiega, smantellando


REM

l’organico della Pretura di Crespino; con loro il medico 32enne Vincenzo Carravieri. Seguono la lunga istruttoria, la detenzione a San Michele e ai Piombi di Venezia. C’è chi parla (Villa soprattutto) e coinvolge i sodali, come lo sfortunato conte Ferdinando Oroboni nella cui cappella della villa di Fratta si trovano giuramenti carbonari e quella Constitutio Latina base giuridica dello stato ipotizzato dai cospiratori e scritta da Costantino Munari a Bologna nel 1818. Poi è tutto noto. Cecilia, espulsa dal Lombardo Veneto, muore mentre si sta recando in Francia il 13 giugno 1819 in un albergo tra Milano e Torino. Foresti mette la polizia austriaca sulle tracce dei patrioti lombardi (Confalonieri e Pellico); le 13 condanne a morte sono commutate in carcere duro (20 anni allo Spielberg per Villa, Foresti, Solera e Munari, 15 per Bacchiega, Fortini e Oroboni), altri vanno al castello di Lubiana. Oroboni muore in prigione a 32 anni nel 1823, Villa a 40 nel 1827. Fortini e altri sono graziati successivamente: Foresti a 47 anni, nel 1836, va in America, dove diventa console, quindi amico di Garibaldi che presenta a Cavour a Genova e muore nel 1858 a 69 anni. Il Polesine, da tempo, non è più teatro delle cospirazioni unitarie. Godrà della libertà e dell’unione al Regno d’Italia nel 1866, quando gli austriaci abbandoneranno il territorio tra Po e Adige alle truppe del generale Cialdini, mentre diversi suoi figli come il dottor Antonio Monti di Fratta, nipote di Federico e della stessa famiglia di Cecilia, sono a fianco di Garibaldi nella conquista del Trentino fermata a Bezzecca dall’Obbedisco del Generale tanto amico del lendinarese Alberto Mario.

29


LA RADIO DI ROVIGO www.deltaradio.it


LUOGHI

Bosgattia

Una Repubblica nel “secolo breve” di Dimer Manzolli

“D

opo i pesci e gli uccelli, i primi a giungere nella Lanca erano stati i cacciatori e i pescatori. Poi, trascinando i battelli per l’erba, trascinandoli sulle spalle da un canale all’altro fino al fiume e risalendo lungo la fascia delle golene, l’avevano scoperta e Bosgattesi. Per dormirvi, avevano addirittura rovesciata la barca sopra il letto di reti ancora umide….” Così inizia il libro del prof. Luigi Salvini “Una tenda in riva al Po – 14 racconti di Basgattia”, Marzocco 1957. E’ questa una delle storie più affascinanti che Po riesce a raccontare grazie Luigi Salvini, lo slavista di fama mondiale che su di un’isola, che il grande fiume formava a Panarella di Papozze, subito dopo l’incile tra il Po di Venezia e il Po di Goro, costituì una sua repubblica autonoma, “Repubblica di Bosgattia”, dove si stampava moneta che aveva valore soltanto nei sogni, condivisi da centinaia di studiosi che nello Stato di Salvini trascorrevano le vacanze estive, a contatto con la natura, senza regole se non quelle del rispetto e della solidarietà reciproca. Luigi Salvini, nato a Milano nel 1911, verso i vent’anni era già noto per il suo singolare impegno linguistico e per la sua preparazione nel campo filologi-

31


LUOGHI

co, tanto che qualche anno più tardi venne nominato ispettore centrale per l’insegnamento delle lingue del Ministero della Pubblica Istruzione (probabilmente era ed è stato l’unico funzionario che a 25 anni si è trovato ad un tale grado nell’Amministrazione dello Stato). Nel 1947 gli venne conferita per chiara fama la libera docenza in filologia slava. In Polesine il prof. Salvini, seguace di Diana, trovò i suoi due grandi amori: la moglie, la signora Matelda, figlia del celebre musicista adriese Nino Cattozzo, e la bellezza di questa terra incontaminata, una bellezza che volle far conoscere agli altri, soprattutto ai tanti amici in tutta Europa. Il periodo della guerra parla soltanto di paure, distruzioni, dispersi, morti. Ma con la liberazione si fa galoppare la fantasia. Si esce da un lungo letargo per “pensare” in libertà. E Luigi Salvini fa nascere la sua Tamisiana Repubblica di Bosgattia dove uomo e natura diventano un tutt’uno. E così la golena di Panarella, là dove il Po, dopo essersi separato dal Po di Goro, fa un’ampia ansa, con un fascino selvaggio e sempre mutevole, secondo l’ora e il tempo, assume il ruolo principale. Chi andava alla “Tamisiana repubblica di Bosgattia” non poteva certo mettersi a pancia al sole, ma per vivere doveva arrangiarsi con quello che offriva la natura, del resto molto generosa, cacciando e soprattutto pescando. Non dobbiamo essere tratti in inganno dal termine dialettale “Bosgattia”, nel dialetto di queste zone “bosgato” vuol dire maiale, la spiegazione viene dallo stesso Salvini quando scrive “… Se chiedete oggi infatti ai Bosgattiani perché si richiamino al Tamiso o al Bosgatto, essi vi spiegheranno a muso duro come il filtro pronubo del pane alluda solo alla rete che tamisa le acque e che essi maneggiano con singolare perizia; e come parlando di Bosgatto essi non si richiamino più tanto al più utile e misconosciuto animale domestico, sacrificato all’ingordigia ed all’ingratitudine umana, quanto allo storione, la più grassa e grossa delle prede fluviali, che essi inseguono, in verità senza troppa fortuna”. Nella repubblica la vita inizia a luglio e finisce quando settembre riserva all’uomo giornate sempre più corte per riprendere l’anno successivo. La giornata ogni mattina inizia all’alba con l’alzabandiera, poi, mentre il sole incomincia appena a lambire le cime dei pioppi, i bosgattiani si avviano al lavoro stabilito la sera prima. Bisogna preparare le reti, “ripas32


REM

sare” la barca, riordinare ami e lenze, esaminare il motore a seconda che si voglia andare a pesca, esplorare il fiume o arrivare sino all’Adriatico. A Bosgattia le case sono semplici tende; il gas fornisce la luce; niente letture, niente radio, niente notizie che interessano l’altro mondo, quello al di là dei confini dell’isola. Ma, come sostiene lo stesso Salvini, per la felice posizione geografica la Bosgattia costituisce una tappa d’obbligo per i turisti stranieri che a fitti sciami da vicino e da lontano si precipitano a visitare il paese e ad ammirare, invidiosi, la felice vita dei suoi abitatori, malgrado la lunghezza del viaggio e gli ostacoli che la provvida natura ha posto per limitare l’afflusso e l’invasione. Il turismo – aggiunge – si è andato sviluppando con notevolissima, preoccupante rapidità, la Repubblica, onde farvi fronte, ha costruito ben due ampi complessi tendelizi, il “Caravanserraglio degli Ospiti” e la “Casa dello sbafatore di turno”. I turisti che si trattengono oltre due giorni hanno l’onore di essere assoggettati a tutti i lavori, i servizi, le prestazioni diurne e notturne dei bosgattiani. Gli stranieri, muniti di lasciapassare, sono soggetti al loro ingresso a firmare il “Liber Barbarorum”, testimonianza dell’indecoroso loro stato di alfabetismo. Hanno visitato Bosgattia: pittori, scultori, stagnai, contadini, scrittori, bovai, balie, gatti, aviatori, giornalisti, cani sciolti, ingegneri, operai idraulici, finanzieri, soldati, capitani di lungo e corto corso, professori, abbonati alla “Gazzetta dello Sport”, lettori di fumetti, cartolai, notai, mugnai, avvocati, gasisti, panettieri, giunti dalla Romagna, Sicilia, San Marino, Austria, Jugoslavia, Frascati, Piemonte, Lombardia, Verona, Svezia, Sardegna, Provenza, Germania, Centocelle, Stati Uniti, Stato Città del Vaticano, Svizzera, Lazio, Parigi, Marche, ecc. ecc… Se i visitatori esterni hanno bisogno di lasciapassare, i bosgattiani sono dotati di passaporto che viene rilasciato su parere del Consiglio degli Anziani dalla Presidenza della Repubblica. La moneta avente corso legale a Bosgattia è il çievaloro che circola in bellissime banconote stampate e controfirmate a mano; esistono pezzi da 1, 5, 50, 100, 200 çv; il cambio è di 1 çv per 5 lire, un marco tedesco vale 30 çv, un franco svizzero 27 çv, un dollaro 124 çv, una sterlina 350 çv. Regolarmente stampati e colorati a mano anche i francobolli, sono da 1, 2, 3, 5, 6, 8, 10, 15 çievaloro, esistono valori per la posta aerea (12 çv), pacchi (25 çv), espresso (20 çv); un valore di 14 çv è stato emesso per celebrare il decennale della Repubblica. I francobolli servono ad 33


LUOGHI

Sopra: il çievaloro, la moneta avente corso legale a Bosgattia A sinistra: cartolina postale spedita dall’isola di Bosgattia Nella pagina seguente: passaporto della Tamisiana Repubblica di Bosgattia

ornare le lettere e le cartoline. Se queste hanno la fortuna di arrivare a destinazione senza far pagare la multa al destinatario costituiscono una preziosa rarità filatelica. Nell’isola la popolazione “soffre” di una eccellente salute e ciò costituisce una grave e permanente minaccia per l’ordine mondiale dei Medici. Vari tentativi fatti per ricondurre la Repubblica nell’orbita dei pazienti d’Esculapio non hanno sortito alcun esito. Corre voce che un paio di medici ed un farmacista, dopo essere penetrati nel territorio bosgattiano allo scopo di compiere opera di sobillazione, siano stati colti da improvvisa pazzia ed abbiano gettato in acqua, per mancanza di ortiche, il camice bianco e il ricettario. Salvini tuttavia ammette che due forme di malattia cronica accompagnano il bosgattiano. La prima è la “mangite” o febbre vorace che dà violenti attacchi tre o quattro volte al giorno di solito all’avvicinarsi dell’ora dei pasti; la seconda è la “bosgattite” morbo stagionale con uno strano decorso. Durante l’inverno ha forma più blanda ed è rivelato dall’improvviso pulsare disordinato ed impetuoso del cuore ogni qualvolta si parli della “Bosgattia”, dalla furia predatrice che coglie gli individui quando scorgono persone o cose che possono essere in qualche modo utilizzate durante il risveglio estivo, quin-

di una recrudescenza tormentosa all’avvicinarsi di luglio. Questo morbo può essere vinto soltanto cambiando subito clima ed ambiente. Raggiunto il territorio della Repubblica la guarigione è assicurata. Sul fronte culinario nella Repubblica la cucina è collettiva e comune e si servono piatti tipici del luogo: la minestra di pesce alla bosgatta, il risotto di cefalo, il rinatto (carpa) arrosto, i cefali alla griglia, i caifa (pesce gatto) in umido, i bisatti (anguilla) “da re”, le uova alla bosgatta, il tamiso d’insalata mista. Ottimi i meloni e le angurie. La dogana è molto rigida e non permette l’ingresso a tratte e cambiali da pagare, giornali e riviste, libri di ogni genere, radio, grammofoni. Sono, inoltre, escluse senza appello le persone afflitte da malumore, reumatismi, musoneria e quelle che affliggono il prossimo con discorsi scolastici, filosofici e con barzellette di seconda mano. In questa sorta di zona franca del sentimento, all’insegna della libertà dai condizionamenti del quotidiano, la vita continuò felice sino al 1955. Il prof. Salvini, uno dei più preparati ed applauditi messaggeri della cultura italiana all’estero, stroncato da un morbo che non perdona, morirà il 5 giugno 1957. Di Bosgattia vive ancora il ricordo nel cuore di quanti hanno avuto la fortuna di fare quella singolare esperienza. 34


REM

Dimer Manzolli è stato relatore in un incontro organizzato nel mese di aprile ad Arquà Polesine dall’Associazione TERAdaMAR sul tema: “Ciò che non si conosce attrae… Una storia sconosciuta del Polesine, una storia di attualità”, in cui ha delineato la figura del Prof. Luigi Salvini.

Nel suo statuto è contemplata la promozione e il coordinamento di studi e ricerche da attuarsi anche in collaborazione col mondo accademico, con gli Istituti Culturali, gli Enti Locali, le scuole e con altre associazioni; la promozione e l’organizzazione di convegni, mostre, eventi, conferenze, corsi di aggiornamento e di formazione per studenti, insegnanti, tecnici ed operatori culturali. Nella sua breve vita associativa, l’Associazione TERAdaMAR ha organizzato una serie di incontri volti alla conoscenza e alla divulgazione di aspetti meno conosciuti, ma non per questo meno interessanti, del territorio polesano (“Opifici sull’acqua. Il mulino natante sul Po tra storia, cultura materiale ed immaginario” ad Occhiobello; “Ciò che non si conosce attrae… Una storia sconosciuta del Polesine, una storia di attualità” ad Arquà Polesine; “A ritroso nella venezianità, da Loreo a Corte Cavanella passando per Tornova” a Loreo) spesso frutto di personali ricerche storiche dei componenti del gruppo associativo. La conoscenza del passato come forza propulsiva per una presa di coscienza del territorio attuale è alla base anche del nuovo progetto che vedrà protagonisti contemporaneamente alcuni Comuni della provincia rodigina e la Fondazione Cariparo nell’autunno prossimo.

TERAdaMAR nasce in provincia di Rovigo nel 2010 dalla volontà di Daniele Bergantin (geologo), Maria Chiara Gualandi (laureata in lingue), Lorenza Perini(storica), Rossella Ruzza (geologa) e Stefano Turolla (storico dell’architettura). Nel suo nome sono racchiusi la mission e le radici che la contraddistinguono: una terra da amare e al tempo stesso una terra che prende vita dal mare. TERAdaMAR intende infatti promuovere il territorio attraverso il monitoraggio, la gestione, la salvaguardia, la tutela, la valorizzazione e la divulgazione del patrimonio culturale, archeologico, storico, artistico, architettonico, ambientale ed etnografico. 35


PAROLE

Due Paesi, un solo inno di Anamaria Girdescu

Q

uando mi è stato chiesto di contribuire a questo numero della rivista REM con una riflessione sull’Unità d’Italia ho provato un’emozione particolare, come provo ogni volta che il mio punto di vista da immigrato non viene ignorato. Ciononostante, ammetto un certo imbarazzo di fronte all’importanza di un argomento che, a mio avviso, non dovrebbe mai essere messo in disparte dalle coscienze dei giovani. Giovani italiani o immigrati. 36


REM

La mia nazionalità è rumena, ho ventuno anni di età e vivo in Italia da circa metà decennio, da quando ho deciso spontaneamente di seguire i miei genitori che all’epoca si trovavano nella Penisola per motivi di lavoro. La mia non è una storia drammatica, poiché andare via dal mio Paese non ha significato allontanarmi dalla famiglia in cerca di una vita migliore, bensì andare ad abitare stabilmente con i miei che prima, sempre per motivi di lavoro, riuscivano a tornare in Romania durante i loro congedi. La mia può essere dunque vista come una storia “al rovescio”, in cui la partenza è stata necessaria per ritrovare le mie origini. Questo non vuole e non deve essere un resoconto della mia storia, ma questi piccoli dettagli li ho ritenuti importanti e necessari per la comprensione delle mie impressioni riguardanti la Festa nazionale di una Nazione che mi ha adottata da poco (o che ho adottato da poco, chissà…). Nel mio caso, preferisco sempre usare parole come “adottare” per descrivere il mio rapporto con l’Italia, poiché semanticamente nascondono qualcosa di intimo, di umano e di affettuoso. Preferisco “adottare” persino alla parola “integrare”, visto che quest’ultima comincia ad essere troppo burocratica e fredda, probabilmente perché associata a un impegno o, meglio, a un dovere che si compie con fatica e senza molta

voglia. Durante la Festa nazionale italiana, sentivo come la mia città, Adria, non si lasciasse sfuggire l’occasione di sfoggiare il patriottismo. Da cinque anni, da quando abito in Italia, questo è stato il primo anno in cui una Festa tipicamente italiana è riuscita a rimanermi impressa nella memoria. E le ragioni non sono tante ma, a quanto pare, sono state sufficienti a farmi aggiungere nel mio registro mentale la data di 17 Marzo accanto a quella del 1 Dicembre, data della celebrazione della Festa nazionale rumena. Intanto, come prima ragione, confesso che, a forza di sentirlo in televisione, ho finalmente imparato le prime parole dell’inno italiano che prima avevo soltanto letto da qualche parte senza riuscire ad afferrarne il messaggio di fondo. Sottolineo “a forza di sentirlo in televisione” perché non vorrei che qualcuno pensasse che un giorno mi sia rinchiusa nella mia stanza a imparare l’inno: non perché sarebbe negativo, ma semplicemente non è questa la verità. Sapere le prime parole dell’Inno del Paese ospitante non è affatto un aspetto superficiale, almeno non per chi preferisce la parola “adottare” a “integrare”. Poi, sempre traendo spunto dall’inno italiano, vorrei soffermarmi su un punto che mi sembra alquanto interessante. Ho notato che, mettendo a confronto i miei due inni, rumeno e italiano, ci sono delle somiglianze non proprio

37

insignificanti a livello lessicale e concettuale. Torniamo sempre alla mia fede nell’importanza delle parole, grazie alla quale tendo a credere che non sia un caso il fatto che in entrambi i testi si faccia riferimento alla sveglia del Paese (“L’Italia s’è desta”; “Destati rumeno” - primo verso dell’inno rumeno) che non ha paura della morte in battaglia per conquistare una vita di gloria (“Moriamo piuttosto in lotta con piena gloria” - inno rumeno) e di vittoria (“Dov’è la Vittoria?/Le porga la chioma,/che schiava di Roma/ Iddio la creò.”). Ecco, è meglio se finisco qui questo tentativo di analisi, poiché non sono affatto in grado di offrire nozioni o certezze. È sicuramente significativo il fatto che la Festa dell’unità italiana mi ha spinta a riflettere non solo sulla Storia italiana, ma anche su quella rumena e europea nel senso più ampio. Si tratta della Storia di due Paesi apparentemente diversi che per me si sono sondati in un unico inno in cui essenzialmente si canta l’amore per la libertà e per una vita priva di schiavitù. La conclusione la vorrei sfruttare per modificare una semplice espressione che ho usato sopra e che ora non mi soddisfa più. Invece di “giovani italiani o immigrati”, è forse meglio dire “giovani italiani” o “giovani immigrati-italiani”. Comunque sia, europei e appartenenti al mondo.


PAROLE

Scatti in rapida sequenza sull’Isola di Albarella di Monica Scarpari Foto di Caterina Lodo

L

e immagini e i ricordi lontani nel tempo, che la mente talvolta ci restituisce, soprattutto quelli che riguardano la nostra infanzia, mescolano e confondono realtà e fantasia: mi rivedo bambina in una barca in viaggio con i miei genitori e altra gente verso l’isola di Albarella. Una distanza breve, da Adria dove abito, ma un viaggio che sembra non finire mai. Sì, credo di esserci arrivata in barca, la prima volta, ad Albarella, quando ancora non c’era quel 38


REM

lembo arginale che da tempo unisce la strada Romea all’isola, quella lunga e stretta striscia di asfalto che si snoda verso il mare tra l’acqua che riempie le valli e l’ultimo tratto di Canalbianco. L’isola, ai miei occhi di bambina, appariva come un luogo magico, diverso da qualsiasi altro, un posto dove mi sentivo sciolta dal controllo costante dei miei genitori; per altri versi, una specie di “paese dei balocchi”, un misterioso, immenso e rigoglioso giardino dove scoprire continua39


PAROLE

40


REM

mente cose nuove e inaspettate, insolite e piacevoli. Spaziare in libertà con la bicicletta, scivolare per le strade con i pattini a rotelle, spostarmi con il trenino turistico, trascorrere la giornata con poche cose addosso e scalza in quell’ambiente un po’ selvaggio, naturale e pieno di verde. Ho presto imparato a salire in sella ai cavalli, a seguire con gli sci d’acqua la scia di un motoscafo, a vagare in solitudine dentro una canoa alla ricerca di piccole insenature, a tuffarmi e nuotare nell’acqua tranquilla dei fiordi, a passeggiare verso sera o al mattino presto lungo un’interminabile spiaggia libera a volte senza incontrare anima viva, a godermi tramonti infuocati su un argine sterrato tra l’acqua delle valli. L’adolescenza e la gioventù hanno poi allargato i miei orizzonti, cambiando ed alterando la coscienza dei luoghi. Mi sono spinta alla ricerca di nuovi spazi, ho conosciuto persone, ho frequentato gruppi, in sintonia con il mio modo di concepire una vacanza. Neppure adesso che sono adulta considero Albarella un’Isola per vip.

Non lo è o io non l’ho mai vissuta come tale, neanche quando un tempo ne poteva avere tutte le caratteristiche. E’ un luogo eclettico, Albarella, un po’ camaleontico, usando la fantasia potrebbe ricordare una donna volubile, un po’ pigra, capricciosa e imprevedibile. E’ una specie di grande villaggio vacanze che non ha niente a che fare con i luoghi turistici da “passeggiate in centro la sera”; è un posto tranquillo, dal vivere “lento”, che facilita la socializzazione tra le persone di ogni età forse proprio per quanto offre: non molte cose ma diversificate tra loro, un luogo dove ciascuno può trovare quel che cerca in base alle proprie esigenze o all’umore del momento. Mi sono spesso allontanata dai rumori di una discoteca correndo a un piccolo bar, tranquillo e informale; dalla casa e dal giardino di qualcuno dove ero rimasta giorni senza avvertire l’esigenza di uscirne a un gruppo di sportivi che praticano ininterrottamente uno stile di vita integrato nella natura. Sono uscita di casa in vestito da sera per ritrovarmi al ristorante accanto a commensali in ciabatte e bermuda,

41

proprio perché ad Albarella nessuno ci fa caso, anche se si potrebbe supporre il contrario. Mi sono confusa in luoghi affollati di gente con una gran voglia di apparire, conoscere e divertirsi, ed ho trascorso momenti indimenticabili facendo “due passi” o qualche pedalata in bicicletta, estraniandomi dal mondo, nella quiete più rilassante, senza che nessuno mi potesse più trovare. Ho scelto coscientemente un ombrellone in mezzo ad altri cento, perdendomi in chiacchiere tutta la giornata ed ho cercato il luogo giusto per stendere il mio asciugamano sulla spiaggia libera con un buon libro come unico compagno. Albarella si odia o si ama. E chi la ama non riesce a non tornarci, anche solo per pochi giorni in un anno, quando l’isola diventa un punto di ritrovo, di rinnovato incontro per persone che la frequentano da sempre, e che nella sua geografia minuta ritrovano le cose semplici da fare in compagnia, riscoprendo la noia e il torpore del dolce far niente, tra un giro in pedalò tra le insenature del fiordo, una chitarra


PAROLE

rio. Libertà, natura, sport, tranquillità, famiglia, amicizia, intimità, solitudine, serenità: a questo penso quando parlo con qualcuno di Albarella, e questo è quello che mi basta, anzi è proprio quello che cerco, in una vacanza come io la intendo. - Un luogo surreale e inqualificabile. - lo definì un mio carissimo amico, abituato al caos di Milano, un tipo che aveva viaggiato in attorno al fuoco sulla spiaggia, qualche istantanea scattata all’alba o al tramonto, una rapida corsa in pineta a piedi o in bicicletta, una chiacchierata sotto il portico di casa. Tra ricordi comuni o riflessioni in solitudine, tra le immancabili zanzare e un po’ di umidità, nel rito del giocare a carte quando piove o nel ritrovarsi appisolati sul divano per un riposo fuori ora-

mezzo mondo. Quella volta lo avevo “mollato” da solo in isola, lasciandogli la casa in prestito in tre giorni di ottobre che si rivelarono pieni di pioggia. Non convinto e anche annoiato quando accadde, adesso ne conserva un ricordo indelebile - incisivo e quasi mistico, - a sentir lui, e mi dice ogni tanto: - Dato che ci sono sopravvissuto, sai… vorrei tornarci, prima o poi.

42


PALCOSCENICO

Il Teatro Sociale di Rovigo 200 anni dal sapore eroico di Milena Dolcetto

C

’è un luogo a Rovigo dove tutti siamo stati, dove le emozioni e gli ideali si fondono con la storia, con quella di tutti e poi con quella proprio nostra. La gente del Polesine. E’ il Teatro Sociale: dal 1819 ad oggi. Ovvero quasi 200 anni dal sapore eroico: una luce accesa e una speranza. Quella di fare cultura e far innamorare il pubblico e ancora farlo crescere con una coscienza pulita e

vera, con uno spirito critico lucido e con un bagaglio intellettuale di spessore. Ecco il proposito della Società del Teatro, costituitasi proprio nel ‘19 ma già operativa in embrione ma fattivamente dal 1815, tanto da pianificare e dare vita alla costruzione del nuovo teatro di Rovigo. Che infatti si chiama Sociale. Un miracolo non tanto improbabile, vista l’attività artistica di cui godeva la città già da metà Seicento, 43

ma senza dubbio un grande e incredibile successo, se si pensa comunque alla posizione poco fiorente di questa zona rispetto alle altre realtà venete. Scrivere che i proprietari dei palchetti fossero spinti da nobili ideali verso tutta la popolazione forse non è proprio preciso: questi possidenti terrieri, borghesi e industriali di casa, avevano ottenuto con la loro quota il loro prestigio firmato, la giusta visibilità


PALCOSCENICO

all’interno di quella struttura poco fluida allora come oggi che si definisce come “posizione sociale”. Ma grazie al cielo l’operazione “teatro” ebbe anche una utilità etica e in questi due secoli, dove almeno in parte la struttura piramidale della nostra piccola storia benestante si è modificata spingendosi a confini più orizzontali e ad impalcature meno definite, Rovigo ha respirato tanta cultura: tanta Arte di altissimo livello. Ma la storia la fanno le persone e ce ne sono alcune che meglio di altre tessono con passione e meriti le trame di quel tessuto socioculturale che spesso ci confonde le idee. C’è stato? C’è? Siamo consapevoli del nostro percorso e del nostro dna storico? Rovigo e i suoi abitanti sono stati sempre avidi di “grazie” a chi si è speso ma c’è chi ricostruisce la memoria del nostro passato con un rigore

certosino e con un piacere nel sapere e nel tramandare che commuovono. E così si va a fondo nel trascorso un po’ sbiadito e a volte sconosciuto, quello che poi ha brindato all’Unità d’Italia quanto al celebre capolavoro in La Traviata. E vogliamo allora riportare un pezzo di storia approfondita sul volume dedicato al Teatro Sociale edito da Marsilio a cura di Sergio Garbato. La sensibilità di un uomo lungimirante: il Cavalier Antonio Gobbatti. Finiti i moti del 1848 e calmate le acque degli ideali risorgimentali, il Sociale sosteneva le sue programmazioni con grandi sacrifici da parte dei palchettisti e solo grazie a mani generose e prodighe i presidenti che si passavano il testimone potevano mantenere fede agli intendimenti. Ci furono però anni così bui che se il citato ricco possidente terriero non fosse intervenuto,

Facciata del Teatro Sociale di Rovigo 44

il teatro avrebbe chiuso i battenti. Mecenate, sponsor e attivo nell’organizzazione e nella scelta degli spettacoli, Gobbatti pagò di tasca propria le stagioni dal 1844 al 1847. Quattro anni di successi e di attività coinvolgente. E ancora profuse elargimenti per la stagione di fiera del 1858 e nello stesso anno fu determinante per il primo restauro del teatro. Un palazzo prestigioso in centro città dal quale gustare il dolce rintocco del campanile del duomo, il grado di Maggiore nella guardia civica rodigina dal 1848, una fuga repentina in Piemonte agli ordini del maresciallo Radetzky e poi il rientro per dedicarsi agli affari di famiglia e al “suo” teatro. Ecco l’imponente restauro che interessò tutto lo stabile del Sociale. Dal palcoscenico alle decorazioni, dal riscaldamento all’introduzione della tanto ambita il-


REM

luminazione a gas. Ma per comprendere l’effervescenza del Gobbatti viene in aiuto Nicolò Biscaccia, “nobile rodigino, socio dell’i.r. accademia di Padova, del trevigiano ateneo, ecc.”, letterato e elargitore di lavori in prosa di ottima fattura che scrisse: “(il Gobbatti) volle che tutto il restauro fosse splendido, di buon effetto, relativo in una parola a questi tempi svegliati. Volle per primo che anche la facciata illanguidita dal tempo fosse abbellita e che l’atrio fosse incrostato di marmorino e lucido. Si circondò dei migliori artisti, i quali secondarono felicemente la sua impresa. La maestà della porta d’ingresso, che dall’atrio introduce al teatro, è lavoro dei fratelli Voltolini intagliatori distinti di Lendinara. Nel mezzo dell’erta sta la bella testa dorata di una Baccante, lavoro eseguito con distinzione sul grazioso disegno

del Signor Voltan... Il Professor Santi dipinse a tempera il soffitto, ornato di rilievi in legno dorato e arricchito di fiori intagliati con cinque gruppi di figure rappresentanti le Muse. Tenendo i parapetti, dipinti a colori, con rilievi d’oro retti da eleganti mazzi di fiori; nel secondo ordine stanno giudiziosamente collocati i ritratti dei più celebri italiani per musica e cioè, Bellini, Donizetti, Mercadante, Pacini, Rossini, Verdi, con putti che stanno scrivendo sul libro dell’eternità il nome di quei figli di questo suolo immortale; nel terzo ordine si veggono alcuni putti che scherzano e portano emblemi allusivi alla commedia, alla tragedia... Il palcoscenico fu intieramente rifatto, e così pure il meccanismo di scena ridotto a moderna scorrevolezza per opera del valente macchinista padovano Antonio Nalato. Le belle scene nuove sono

lavoro del pittore scenografo Signor Cesare Recanatini anconitano. Venne sensatamente eseguito un corridoio, per la porta del quale entrano i suonatori e quelli che tengono scanno in teatro, tolto così l’incomodo di passare in mezzo alla folla del parterre nel quale nuovi e decenti sedili furono e seguiti”. L’incendio del 1902 non offre la possibilità di apprezzare questi interventi ma quello che emoziona è con quanta profusione l’animo nobile di questo sensibile sostenitore regalò rinnovata luce al Sociale. Gobbatti ebbe a compiere il suo progetto e il successo della nuova stagione interamente da lui finanziata lo ripagò. Successivamente, ben dieci anni di mancate programmazioni belcantistiche tennero i cuori dei rodigini in fibrillazione per poi restituire loro pace, in cartelloni meravigliosi, dopo il tormento dell’assenza.

Immagine del tardo ‘800 che rappresenta la Piazzetta (oggi Piazza Garibaldi) antistante il Teatro Sociale di Rovigo 45


SUONI

Il popolo di Verdi L’opera verdiana tra aspirazione collettiva ed anelito individuale di Luca Belloni

G

iuseppe Verdi è da sempre considerato uno dei simboli del nostro Risorgimento. L’afflato patriottico dei suoi cori (a partire dal celeberrimo “Va’ pensiero” del Nabucco che pure non aveva, nelle intenzioni dell’Autore, immediata valenza “politica”) si inserisce infatti in costruzioni drammaturgiche che, attraverso l’escamotage della rappresentazione storicizzata di situazioni evidentemente

analoghe alle istanze irredentistiche ottocentesche, sono appositamente pensate per diffondere le idee di indipendenza nazionale. Così dai Crociati che vogliono liberare la Città Santa dal giogo musulmano (I lombardi alla prima crociata) agli scozzesi oppressi dal tiranno (Macbeth) la galleria di allusioni alla situazione politica italiana spazia attraverso i secoli. Qual è dunque l’idea di popolo che sorregge la prima stagione della produzione verdiana? Ad un primo sguardo il “popolo” in Verdi è un’entità collettiva concorde e tesa ad un medesimo scopo: riconquistare una (più o meno metaforica) “patria” che, manzonianamente, sia “una d’arme, di lingua, d’altare”. Ma è davvero tutto qui? Davvero possiamo leggere le opere del giovane, infuocato compositore come un solo monolitico inno alla concordia nazionale? Affinando lo sguardo notiamo che, fin dagli esordi, Verdi dedica una cura tutta particolare alla caratterizzazione di certi personaggi che, mano a mano, si emancipano dallo stereotipo operistico per divenire sempre più persone, entità dotate di un tale livello di determinazione umana e drammatur46


REM

47


SUONI

gica da divenire familiari allo spettatore. Fenena, Ernani, Attila, Lady Macbeth (per citarne solo alcuni) sono davvero soggetti che esprimono vizi e virtù (dal sacrificio eroico all’abbrutimento sanguinario, fino al delirio psicotico) dell’individuo visto da Verdi sempre più come un coacervo inestricabile di bene e male. D’altro canto la nota venerazione del compositore per Shakespeare ci informa in maniera assai eloquente sul paradigma teatrale che, pur nella differenza dei mezzi espressivi, guida l’operato del musicista. Così le crude riflessioni di Rigoletto davanti a Sparafucile (“Pari siamo!”), la radiografia di un’anima innamorata fino al punto di essere capace del supremo sacrificio (il meraviglioso

duetto del II atto di Traviata), il sismogramma del delirio di Azucena (in Trovatore) o l’angosciosa notte di Filippo II (Don Carlos), così simile per molti versi all’analoga notte del manzoniano Innominato, sono tasselli che ci aiutano ad illuminare le plaghe oscure, le aspirazioni, i desideri più nascosti e le inconfessabili paure che ci abitano. “Niente di umano ritengo mi sia estraneo” insegnava Agostino e sulle sue orme si colloca anche Verdi, inesausto esploratore di ogni segreto palpito, di ogni infinitesimo moto del cuore. Nei suoi personaggi possiamo trovare sempre almeno una stilla di ciò che siamo e di ciò cui aspiriamo. Percorrendo questo doppio binario (l’affresco corale e la lucida definizione del carattere 48

individuale) possiamo dunque scandagliare le opere del genio di Busseto ritrovandovi sempre nuovi spunti che ci permettano una vera immedesimazione oltre ad una reale crescita personale. Anche così, ci insegna il musicista, si può contribuire alla costruzione di una nazione che sia davvero tale. In fondo, sembra dirci il compositore fin dalle sue prime opere, per fare davvero un popolo è necessario che ognuno sia pienamente se stesso e che, nella libera cooperazione, lavori per costruire un mondo nuovo, una nuova società modellata sui tratti essenziali che ciascuno riconosce come patrimonio comune. Anche in questo Verdi ci è stato Maestro.


CATTOLICA PREVIDENZA

XILRISPARMIO DOMANIGRANDE

C’È UN FUTURO CHE VALE PIÙ DI OGNI ALTRO FUTURO

È QUELLO DI TUO FIGLIO. Noi di Cattolica abbiamo sempre creduto che non basta immaginare un mondo migliore, bisogna anche impegnarsi a costruirlo. E per farlo è obbligatorio partire dalle fondamenta. E quindi dai più piccoli. Questo è quello che pensavamo all’inizio del secolo quando abbiamo creato una polizza dedicata all’avvenire e all’educazione dei bambini.

QUESTO È QUELLO CHE PENSIAMO ANCORA OGGI. DomaniGrande è la soluzione assicurativa che consente di mettere da parte un capitale per gli studi e per realizzare progetti futuri; allo stesso tempo tutela i giovani dagli imprevisti della vita. É articolato in tre diverse soluzioni: Piano Università, Piano Master e Piano Libero studiate per garantire il completamento degli studi (Laurea, Master o corso di perfezionamento all’estero), per consentire di avviare un’attività imprenditoriale o per l’anticipo o acquisto della prima casa. In più i Bonus del Piano Università e del Piano Master premiano l’impegno scolastico facendo crescere ulteriormente il capitale accumulato. DomaniGrande Protegge, inoltre, il giovane beneficiario dagli imprevisti che potrebbero accadere a chi si sta preoccupando di costruire il suo domani, e che quindi impedirebbero il realizzarsi dei suoi sogni. Cattolica Previdenza si occuperà di completare il piano previsto e di offrirgli un sostegno concreto. Così, al termine del piano potrà comunque contare su una somma da poter utilizzare per il suo futuro.

Messaggio pubblicitario con finalità promozionali. Prima della sottoscrizione leggere attentamente il Fascicolo informativo disponibile sul sito www.cattolicaprevidenza.com

Paolo Cesare, Agente Generale C.so Risorgimento 160 45014 Porto Viro (Ro) Telefono 0426.320186 Simone Maistro, Sub-Agente Cellulare 347.4318924 E-mail: portoviro@cattolica.it


IMMAGINI

50


REM

di Alessandro Ceccotto

L

a mostra L’Italia unitaria illustrata 1861–1914 è stata allestita nella Sala Sichirollo dell’Archivio di Stato di Rovigo, che ne è stato anche il promotore con la Provincia di Rovigo e il Comitato Provinciale per le Celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Si è potuta visitare dal 19 marzo al 2 aprile e poi dal 10 al 17 aprile 2011 per la XIII Settimana della Cultura. La mostra è stata realizzata grazie al contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Mostra e catalogo sono state curate da Alessandro Ceccotto e Luigi Contegiacomo.

Copertina de “La Domenica Illustrata”, n. 1 del 20 dicembre 1914

Copertina de “La Gara degli Indovini”, n. 1 del 1886 A sinistra: copertina del catalogo della mostra “L’Italia unitaria illustrata 1861-1914”

Il periodico illustrato come specchio della società italiana post-unitaria Poche arti come la letteratura, probabilmente, possono vantare il merito, indiscutibile, di aver contribuito a “costruire” concetti che sono alla base del Risorgimento italiano ed europeo come Nazione e Patria, al di là dell’analisi – pur necessaria – su come tali concetti si siano andati formando e con quali e quante sfumature e significati diversi si imposero, divenendo valori condivisi, che solo la stolida e antistorica miopia odierna, alimentata da revisionismi di segno spesso contrario ma quasi sempre strumentali a ideologie politiche, può negare. Nel campo letterario un indiscutibile apporto all’unificazione culturale dello Stato italiano è stato offerto anche, seppur spesso in modo indiretto, dai tantissimi periodici circolanti all’indomani dell’unificazione in Italia. Tali testate, spesso oggi cadute nell’ombra dell’oblio, molte delle quali a firma di grandi autori della 51

nostra letteratura (Collodi, De Amicis, D’Annunzio, Bontempelli, per citare solo alcuni tra i più celebri), come di grandi illustratori (si pensi alle splendide tavole delle riviste umoristiche o quelle per bambini), incisori e disegnatori italiani del calibro di Severini, Beltrame, Galantara e Scarpelli, sorprendono per originalità e varietà e si affiancano in modo per nulla trascurabile ad altre più tradizionali forme letterarie dell’Ottocento come il romanzo, il feuilleton, l’opera in versi, la cronachistica, il libretto dell’opera lirica etc.: tutte assieme tali diversissimi “linguaggi” hanno contribuito in modo irripetibile alla condivisione della lingua manzoniana, facendone l’idioma nazionale. I periodici illustrati rendono oggi, come allora, in maniera peculiare il contenuto dei messaggi che vengono tramandati all’immaginario collettivo con la stupefacente immediatezza di illustrazioni, caricature, strumenti della comunicazione di massa, di cui il nostro Ottocento è ben consapevole e cui contribuisce in modo straordinario la diffusione di nuove tecnologie editoriali, in grado di proporre, successivamente, anche immagini fotografiche, a basso costo e a prezzi popolarissimi. La mostra ha offerto in questo senso un quadro esteso, anche se, per forza di cose, incompleto, di tale complessa e straordinaria realtà editoriale: infatti si è dovuta praticare una scelta, anche se dolorosa, tra una più ricca varietà di riviste disponibili. I 212 periodici, di 163 testate diverse, che sono stati esposti e che, per fortuna sono anche stati pubblicati in un maneggevole catalogo, sono stati


IMMAGINI

Copertina de “L’Arte per Tutti”, n. 18 del 2 ottobre 1879

Copertina de “Musica e Musicisti”, n. 5 del 15 maggio 1904

suddivisi nelle seguenti sezioni: i periodici Prima del 1861, dove sono esposte alcune testate illustrate, nate soprattutto tra il 1834 (“L’Album”, “Teatro Universale”), ed il 1848 (“Il Fischietto”, “Il Don Pirlone”, “Pasquino”, “Il Lampione”), queste ultime tutte satiriche e umoristiche. La Tribuna, la Domenica e le altre, dove per “Tribuna” si intende la “Tribuna Illustrata” pubblicata tra il 1893 e il 1969, e per “Corriere” si intende la “Domenica del Corriere” del 1899 e per “le altre” si intende un’enorme quantità di riviste illustrate di attualità e di cronaca, nate negli anni immediatamente successivi all’unificazione dell’Italia: l’”Emporio Pittoresco” (1864), “L’Illustrazione Popolare” (1870), “Il Secolo Illustrato” (1889); e poi nel nuovo secolo: “Pro Familia” (1900), “Il Mattino Illustrato” (1903), “La Settimana Illustrata” (1910) e la “Domenica Illustrata” (1914), di cui è esposto il raro primo numero. Altra rarità è sicuramente l’“Avanti della Domenica” (gennaio 1903), nato inizialmente come supplemento del quotidiano “Avanti!”. Primo direttore fu Alfredo Angiolini, sostituito nel settembre dello stesso anno da Savino Varazzani e da Vittorio Piva (figlio del generale garibaldino Domenico Piva di Rovigo e fratello dello scrittore e giornalista Gino). Questi, per aver voluto fare un’inchiesta sull’antimilitarismo, entra in contrasto con l’”Avanti!” e con la direzione del Partito Socialista. Il Piva, pertanto, sottrae il periodico alle dipendenze del partito, costituendo la società editrice de “L’Avanti della Domenica”. Il giornale durerà fino al marzo del 1907, anno della morte di Vittorio Piva. Caratteristica del giornale è quella di affidare la realizzazione 52

della copertina, compresa la grafica del titolo stesso, ad un artista diverso in ogni numero, così abbiamo Gino Severini, Luigi dal Monte, Filiberto Scarpelli. Tra i collaboratori si notano, tra gli altri: Massimo Bontempelli, Gabriele D’Annunzio, Edmondo De Amicis, Filippo Turati. La terza parte è dedicata alle Illustrate di lusso, cioè quelle riviste illustrate di grande formato e a volte stampate su carta pregiata, di diffusione non certamente popolare, considerato il prezzo di vendita. Si tratta di fogli rivolti alle classi più elevate, che privilegiano raffinatezza e lusso. Tra queste la più conosciuta è certamente “L’Illustrazione italiana”, nata nel 1874 e chiusa nel 1962 e poi ripresa, dall’editore Guanda, tra il 1981 e il 1996. Si passa poi alle Culturali, che si occupano appunto di cultura nel senso più ampio del termine: dal teatro, alla musica, all’arte, ai viaggi, alla letteratura, ma vi troviamo anche le prime riviste di passatempi ed enigmistica, come “La Gara degli Indovini” nata nel 1875: prototipo delle tantissime testate dedicate al giocoso e al faceto, ma strizzando l’occhio all’erudizione. Un vero esercito di periodici per tutti i gusti e per tutte le tasche, tra cui si segnala “Cronaca Bizantina” (1881), la prima rivista diretta da Gabriele d’Annunzio. La sesta parte è dedicata alle riviste Infantili, per la maggior parte indirizzate più alla formazione che allo svago. Si va da “L’Amico dei Fanciulli” del 1870 a “La Domenica dei Fanciulli” (1900), al famoso “Il Giornalino della Domenica” (1907) in cui verrà pubblicato a puntate Il giornalino di Gian Burrasca. Dobbiamo aspettare il 1908 (anche se per la verità “Il Novellino” (1899) fu la prima rivista con illustrazioni


regala e regalati un abbonamento a

www.remweb.it Redazione, pubblicitĂ e abbonamenti: tel. 0426.21500 Abbonamento a 4 numeri â‚Ź 20,00 - sul C/C postale 13325311 intestato a Spinello Paolo - IBAN IT10L0760112200000013325311


IMMAGINI

Copertina de “Novellino”, n. 9 del 28 febbraio 1907

a colori con didascalie in rima) con l’uscita del primo numero del “Corriere dei Piccoli”, edito anch’esso, come la “Domenica del Corriere”, dal Corriere della sera, per vedere pubblicati i primi “fumetti” o racconti disegnati commentati da didascalie in rima e quindi i primi giornalini di puro svago per bambini. Tra le riviste Umoristiche sono presen-

ti testate conosciutissime come “Lo Spirito Folletto” (1861), “La Rana” (1865), “L’Asino” (1892), che sono entrate ormai a far parte della storia, ma anche altre molto meno conosciute e molto meno impegnate politicamente: “La Luna” (1882), “Cri-Kri” (1887), “Il Telefono” (1889), “La Sigaretta” (1906), foglio piuttosto spinto per l’epoca. Forse il più raro e 54

particolare, anche per il piccolo formato, è “L’O di Giotto” (1890), interamente disegnato e scritto da Luigi Bertelli detto Vamba, autore del celeberrimo Gian Burrasca. Vi è poi una sezione dedicata alle riviste Cattoliche e clericali, da “L’Ateneo” del 1870 a “La Settimana Sociale” del 1909, in cui al di là di una visione tendenzialmente parziale e bigotta della società, dominata dal concetto oramai consunto dell’assistenzialismo e del paternalismo, appaiono anche interessanti dibattiti politici alimentati dalle menti più progressiste di un Toniolo o di un Sichirollo, che coniugano saggiamente i principi assistenziali con la necessità di modernizzare il credito contrapponendo al credito rurale cooperativo di segno “rosso” quello “bianco” delle casse rurali. Un altro gruppo di testate è costituito da quelle che si possono considerare come le antesignane delle Sportive, come “La Caccia” del 1876, “L’Eco dello Sport” e “Lo Sport Illustrato”, ambedue del 1881. Nutrito è poi il gruppo dei periodici Femminili a cui appartengono numerose riviste rare e graficamente molto belle e curate: “La Novità” (1864), “La Moda Illustrata” (1886), “Corriere delle Signore” (1898) solo per citare le più note, in cui tratto elegante e fotografie patinate faticano a mascherare la superficialità dei contenuti di pubblicazioni dedicate ad una componente sociale ancora emarginata sotto l’aspetto lavorativo e culturale, ma ricercata nei salotti in nome di un’estetica dell’apparenza che nulla ha a che spartire con i salotti culturali delle poche ma grandi protagoniste del Risorgimento italiano come Cristina di Belgioioso o Jessie Whyte Mario. Si chiude con l’ultimo nucleo di periodici Scientifico-divulgativi e sul lavoro, dalla


REM

rara “La Scienza a dieci centesimi” del 1864 a “La Scienza per tutti” del 1894, a tutte quelle riviste che venivano edite durante le molteplici Esposizioni di Torino e Milano. Leggendo i titoli delle testate, a qualsivoglia categoria esse appartengano, non sfugge la ripetizione di alcuni termini, soprattutto per quelle edite nell’Ottocento. Prima di tutto il termine preferito nei titoli e nei sottotitoli è sicuramente Illustrato con le sue varianti Illustrata e Illustrate, che si ripete per più di cinquanta volte sulle 164 testate scelte per la mostra. Il messaggio prevalente è far sapere che il giornale è illustrato, condizione questa non comune, laboriosa e costosa per l’epoca e quindi un’attrazione in più per chi l’acquista. Altri aggettivi piuttosto ricorrenti nei titoli e sottotitoli sono Universale o Universo, 12 volte, mentre Pittorico o Pittoresco, termine quest’ultimo utilizzato soprattutto nelle testate più vecchie, assume lo stesso significato di Illustrato, comparendo ben 7 volte. A questo punto è opportuno ricordare alcuni tra coloro che diressero alcune delle testate illustrate in catalogo, soffermandoci sui direttori “garibaldini” che dalla baionetta, con cui contribuirono alla nascita dello Stato unitario, passarono presto alla penna per fare di quello Stato luogo ideale della libertà di stampa e fucina di idee liberali. Napoleone Colajanni (Castrogiovanni, 1847 – 1921) direttore e proprietario di “Rivista Popolare”. Deputato, nel 1895 fu uno dei fondatori del Partito Repubblicano. Ernesto Teodoro Moneta (Milano, 1833 – 1918) direttore di “La Vita Internazionale”. Unico italiano Premio Nobel per la Pace. Carlo Collodi, all’anagrafe Carlo Lorenzini (Firenze, 1826 - 1890)

Copertina de “La Moda Illustrata”, n. 21 del 23 mag gio 1912

direttore del “Giornale per i bambini”. Nel “Giornale per i bambini” (di cui fu direttore), uscì la prima puntata delle sue Avventure di Pinocchio. Per quanto riguarda la situazione dei periodici pubblicati nella provincia di Rovigo, nel periodo preso in esame, 1861-1914, escludendo quindi i 6 quotidiani usciti negli anni non oggetto di questo studio, si contano 55

nel territorio ben 33 testate. Di queste 5 non sono reperibili, ma ne abbiamo notizia da recensioni su altre riviste e sono: “Il Birichino”, “Risveglio”, “La protesta proletaria”, editi ad Adria, “Eco dell’Adige” di Badia Polesine e “El diga?” di Rovigo: la prima e l’ultima sono riviste umoristiche. Delle altre 28 testate reperite, 15 sono state stampate a Rovigo, 12


IMMAGINI

a Adria e 1 a Lendinara (vedasi elenco completo a pagina 82). Aggiungendo le non reperite abbiamo la seguente distribuzione: 16 di Rovigo, 15 di Adria, 1 di Badia e 1 di Lendinara, situazione che ben riflette l’importanza dei rispettivi centri sotto l’aspetto demografico e culturale. Non si esclude che ve ne possano essere state altre, tanto che “L’amico del popolo” è scoperta relativamente recente, non rilevata da Isabella Ledda nel fondamentale I periodici di Rovigo e provincia (1866-1926) pubblicato nel 1971 a Padova. La maggior parte dei periodici polesani è di chiara ispirazione politica. A parte 2 di cui non si conoscono dati precisi, gli altri 16 sono: 2 liberali, 1 monarchico costituzionale/anticlerica-

le, 1 liberale progressista, 12 appartengono genericamente all’area che oggi definiremmo di sinistra (repubblicani, democratici, radicali, socialisti e sindacali). E’ significativo che ben 10 di questi ultimi vengano editi ad Adria, ad ulteriore prova della vocazione del Basso Polesine al dissenso politico, già manifesto prima dell’annessione del Veneto. Due titoli sono cattolici, 2 del mondo della scuola, 6 del mondo agricolo e 4 umoristici. Praticamente nessun periodico locale veniva illustrato, a parte forse gli umoristici, che non essendoci pervenuti non possiamo conoscere nei dettagli, e un numero de “L’Amico del popolo” che in prima pagina mette la xilografia di un busto di Mazzini.

In alto: copertina de “La Tribuna Illustrata”, n. 23 dell’8 giugno 1902 A sinistra: copertina de “Il Bazar”, n. 6 del maggio 1876 A destra: copertina de “Avanti della Domenica”, n. 36 del 17 settembre 1905

56


Spaccio Carne

AZIENDA AGRICOLA AGRITURISMO Direttamente dai nostri allevamenti ti porti a casa tutti i tagli bovini: COSTATE - BOLLITO SPEZZATINO - ROTOLI OSSOBUCHI - BISTECCHE (scaloppine, fesa, scamone, noce) MACINATO per ragù FILETTO - ASADO ARROSTO (confezioni sottovuoto)

45019 Taglio di Po (Ro) Via Cornera, 12 Tel. e Fax 0426 661594 Cell. 338 8683431 info@lapresa.it www.lapresa.it

45 negozi per realizzare i tuoi desideri

Centro Commerciale “Il Porto” Piazzale Rovigno, 1 45011 Adria (Ro) Tel. 0426.23898 www.centrocommercialeilporto.it mail: direzione.ilporto@cbre.com


IMMAGINI

Come eravamo, come siamo a cura del Foto Club Adria

C

ome eravamo, è stato il titolo della proiezione che il Foto Club Adria ha effettuato al teatro comunale di Adria la sera del 16 Marzo u.s. nell’ambito delle celebrazioni del 150° dell’unità d’Italia. Una cinquantina di immagini si sono succedute sullo schermo attentamente seguite da giovani e meno giovani. I primi curiosi di vedere aspetti della nostra città mai conosciuti; i secondi un po’ rimpiangenti il tempo che fu. A dire il vero, le strade libere da autoveicoli ed insegne stradali

sono più accattivanti delle attuali fisicamente soffocate da auto, cartelli stradali ed insegne di ogni tipo. Basta guardare le foto attuali di ponte S.Andrea, piazza Grotto e riviera Matteotti per rendersene conto. Lo stesso corso Vittorio Emanuele all’altezza di Ponte Castello è inguardabile dal punto estetico con cartelli stradali che parzialmente lo sbarrano e deturpato dai condizionatori appesi alle pareti esterne. Si salva un po’ Galleria Braghin anche se piena di cartelloni e dove l’automobile in esposi58

zione degli anni ’30 è stata sostituita dall’automobilina per bambini. E si potrebbe proseguire facendo il confronto con tante altre immagini di Adria ed anche dei paesi limitrofi. Le auto sono dappertutto! Nessuno vuole mette in discussione la loro utilità e comodità, ma ci stanno ormai “stringendo” assieme all’annessa cartellonistica stradale. Possibile che la nostra intelligenza non trovi un rimedio, per migliorare in definitiva la nostra stessa esistenza?


REM

Adria, Corso Vittorio Emanuele II

59


IMMAGINI

Adria, Galleria Braghin

60


REM

Adria, Piazze Bocchi e Cieco Groto

61


IMMAGINI

Adria, Ponte Castello

62


REM

Adria, Ponte Sant’Andrea

63


IMMAGINI

Contarina, Parrocchia e Villa Carrer

64


REM

Contarina, Via Roma

65


IMMAGINI

Adria, Riviera Matteotti

66


Vie E. Filiberto, 30 ADRIA (RO) Tel. 0426.900455 Fax 0426.944560 info@adriautosnc.com

ICONA DEL TUO PRESENTE


PERSONAGGI

Giovanni Miani da Rovigo, il leone bianco di Matteo Veronese

Ritratto di Giovanni Miani, con autografo disegno di A. Musatti, lit. Virano-Teano, Roma in “Giovanni Miani”, a cura di G. Romanato, Rovigo, Minelliana, 2005

G

iovanni Miani nel 1860 fu il primo europeo a giungere più a sud di qualsiasi altro nel continente africano. Ma facciamo un passo indietro. Il 17 marzo 1810 viene alla luce a Rovigo un bimbo di cui solo la madre, Maddalena, è nota, mentre il padre rimane ignoto; e questo sarà un fardello che peserà per tutta la vita di Giovanni. Dopo poco la madre si trasferisce a Venezia al servizio di Pier Alvise Bragadin lasciando il figlio alla sorella Caterina che per quattordici anni lo cresce in condizioni di estrema povertà. Il 1824 è l’anno del trasferimento a Venezia e del “risveglio”, come lui stesso scrive sui suoi diari, nella casa di SE Alvise Bragadin, discendente dell’eroe

68


REM

scorticato vivo dai Turchi a Famagosta nel 1571 poco prima della battaglia di Lepanto. Qui Giovanni cresce tra gli agi con la possibilità di accedere ad una educazione di ottimo livello, dedicandosi alla musica, all’arte e alla poesia. Nel 1834 eredita dal Bragadin una piccola fortuna che riesce a dilapidare in poco tempo. Nel tentativo di affermarsi dà il via alla stesura di un trattato sulla storia della musica, un’opera ciclopica della quale verrà pubblicata solo una parte e che contribuirà alla rovina economica di Miani. Sempre con lo scopo di cogliere gloria e onori, partecipa ai moti rivoluzionari del ‘48-49 ma deve fuggire imbarcandosi verso l’Egitto. Stabilitosi al Cairo continua la stesura del trattato e durante un viaggio di ritorno dalla Francia, dove era andato alla ricerca di un editore, partorisce l’idea di diventare esploratore dell’Africa alla ricerca delle sorgenti del Nilo. Si butta a capofitto nella nuova impresa, studia l’astronomia, la topografia, la geografia e l’arabo, si inventa insomma esploratore e riesce anche ad ottenere un piccolo finanziamento per una prima spedizione. Nel 1859 parte con il minimo di attrezzatura ed una mappa da lui disegnata che lo guiderà ad esplorare zone sconosciute del Nilo bianco. Giunto a Galuffì deve fermarsi a causa di una rivolta di indigeni a cui si sommano una febbre incessante ed una piaga al piede. Rientra a Khartoum. L’importanza delle sue scoperte convincono il viceré d’Egitto a finanziargli una nuova missione che termina in circostanze assai strane a Omdurman, porto di Khartoum, (un complotto per favorire la missione di Speke e Grant). Miani non si dà per vinto, parte per l’Europa alla ricerca di finanziamenti per proseguire le sue esplorazioni. É ad un passo dal trovarli quando riceve la notizia

della scoperta delle sorgenti del Nilo da parte di Speke e Grant. Fu un colpo durissimo, non solo per la perdita della possibilità di esplorare l’Africa, ma soprattutto per la vanificazione di tutti i suoi sforzi per apportare onori e gloria al suo nome, cosa che fin da giovane lo angustiava. Si riapre una possibilità quando viene a sapere che in molti mettono in

Sempre con lo scopo di cogliere gloria e onori, partecipa ai moti rivoluzionari del ‘48-49 ma deve fuggire imbarcandosi verso l’Egitto

dubbio la scoperta dei due, e di fatto la corsa alle sorgenti del Nilo rimane aperta. Difficile reperire nuovi fondi, ma Miani decide di partire con un nuovo intento: la ricerca dei Pigmei. Il terzo viaggio ha inizio tra numerose difficoltà e imprevisti. La spedizione procede a fasi alterne attraverso villaggi e popolazioni che Miani conosce ma che sono pur sempre antropofaghe. Giunto con la carovana nella provincia di Monbuttu (Zaire), il 21 Novembre 1872 a 62 anni muore sopraffatto dalle febbri. Sono proprio le popolazioni indigene che gli tributano gli onori e la gloria che lui tanto cercò in Europa. Da ogni 69

villaggio arrivano a rendergli onore le più alte cariche locali. Re Bunza, capo della confederazione denka, disperato per la sua morte, volle radergli la lunga barba bianca e appendersela al collo per mantenere su di sé lo spirito dell’amico. Il tamarindo sul cui tronco il leone bianco Giovanni Miani incise le proprie iniziali, nell’attuale Uganda, indicato in tutte le carte geografiche del tempo come il “Miani’s tree”, è entrato di diritto nella storia dell’Africa. Come lui stesso scrive nei suoi diari, Miani è una persona caparbia e ostinata che vuole a tutti i costi lavare l’onta di non avere un padre, motivo per cui la sua infanzia è stata miserabile, in una Rovigo povera e malsana e della quale non parlerà mai. Rinasce, come lui stesso scrive, al suo arrivo a Venezia in casa del Bragadin, suo protettore che lo metterà in condizioni di potersi scrollare di dosso i tempi bui passati, ma che nulla potrà fare per togliersi il marchio di “bastardo” che lo bollerà per tutta la vita in una società come quella veneziana del tempo bigotta e perbenista. Bragadin lo mette in condizioni di agio economico che però favoriscono lo sperpero scellerato del giovane Miani con lo scopo di affermarsi nella società veneziana, tanto che deve essere tutelato da un provvedimento ufficiale che ne denigra ulteriormente la fama. La continua ricerca di gloria per sopraffare e nascondere le origini infelici sono il motivo di una vita irrequieta e spericolata; prima si dà alla musica, spendendo denari per lezioni di mandolino a Napoli, poi si infervora per i moti rivoluzionari del ‘48 che lo costringono all’esilio forzato. Il destino lo porta in Africa dove riesce a costruirsi una vita in un luogo dove nessuno guarda al suo passato, dove Giovanni Miani viene apprezzato per le sue doti umane, le sue intu-


PERSONAGGI

izioni, e la sua capacità di stringere rapporti di amicizia e stima con popolazioni prima d’ora sconosciute. Miani si inventa esploratore, elabora un doppio piano di esplorazione del Nilo via mare e via terra, disegna una mappa dettagliata delle zone che intende esplorare, e nonostante le scarse finanze decide comunque di partire via terra, certo della sua impresa. Al suo rientro in Europa è l’uomo che si è spinto più a sud nel continente africano; ciò nonostante a Venezia è ancora visto con scetticismo. Ma la comunità scientifica lo prende in considerazione e ne vuole ascoltare le esperienze. Sembra proprio che Miani sia riuscito nella sua impresa di legare il suo nome ad un’impresa eroica, quando si intromettono Speke e Grant. Il Leone bianco ritorna in Africa e pur di ripartire con le esplorazioni si affida ad un gruppo di mercanti senza scrupoli che lo abbandoneranno in fin di vita lungo il sentiero, dove però scoprirà (anche se in cuor suo l’aveva già fatto) di avere in quelle popolazioni indigene gli affetti che mai ebbe in Italia. A Rovigo di Giovanni Miani rimangono i resti, custoditi in Accademia dei Concordi assieme ad un busto di Giuseppe Soranso. Una statua invece è posta all’inizio della via a lui dedicata nel centro della città. Altro busto è custodito all’Istituto tecnico per Geometri A. Bernini. A Venezia, presso il museo di Storia Naturale, è allestita una sala con l’immensa collezione di oggetti considerati dagli specialisti come la più antica collezione europea di etnografia africana.

Virgilio Milani, monumento all’esploratore Giovanni Miani (1931), Rovigo, Largo della Libertà, in Antonello Nave “Virgilio Milani e la scultura del Novecento nel Polesine”, Rovigo, Minelliana

Per approfondire la figura e l’opera di Giovanni Miani: “Giovanni Miani e il contributo veneto alla conoscenza dell’Africa” a cura di Gianpaolo Romanato, Rovigo, Minelliana, 2005 70


STORIE

Menotti Garibaldi ad Adria di Alessandro Ceccotto

N

ell’agosto del 1849 un gruppo di patrioti, otto in tutto, fuggiti da Roma al seguito di Garibaldi, giunsero nel Delta del Po nel tentativo d’arrivare a Venezia. Chiesto l’aiuto di alcuni abitanti del luogo, vennero invece da questi denunciati e nell’osteria di un certo Fortunato Chiarelli detto Capitin vennero arrestati dagli austriaci. Il comandante del reparto, Tenente Luca Rokavina, li interrogò subito con l’aiuto di un’interprete, l’agente comunale Pietro Marchesi, dopo di che diede l’ordine che venissero immediatamente fucilati. Furono inutili tutti i tentativi di far revocare la decisione del comandante, da parte dello stesso Marchesi, di Luigi Mantovani fattore della famiglia Papadopoli e addirittura del fratello di Rokavina sottotenente nello stesso reparto. Alla mezzanotte del 10 agosto vennero fucilati ed alcuni abitanti del luogo furono costretti a scavare le otto fosse. I fucilati, oltre a Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, furono il figlio Lorenzo di appena 13 anni, il sacerdote Stefano Ramorino e Lorenzo Parodi di Genova, i romani Gaetano Fraternali e Paolo Baccigalupi, Luigi Bossi di Terni che era in realtà il figlio maggiore di Angelo Brunetti (quindi Luigi Brunetti) e che cambiò nome dopo essere stato accusato quale esecutore materiale dell’assassinio di Pellegrino Rossi, capo del governo pre-rivoluzionario Francesco Laudadio di Narni. Gli abiti e gli oggetti personali dei patrioti vennero divisi fra i soldati che le vendettero ai popolani. Alcune monete d’oro vennero cambiate dal parroco di Ca’ Venier, Don Marco Sarto.

Fin dal 1861 Garibaldi si adoperò perché venissero condotte indagini per individuare le sepolture, ma solo nel 1866, dopo l’unificazione del Veneto all’Italia, il Consiglio comunale di S. Nicolò (in seguito cambiato in Porto Tolle) fece trasportare le ossa, raccolte in una sola cassetta, presso il battistero della chiesa di Ca’ Venier dove una lapide ricorda ancora l’avvenimento. Venne posta anche una croce sul luogo dell’eccidio, ma nel 1874 ne venne proibita la commemorazione per il 25° anniversario della fucilazione, come si può leggere in un’interessante lettera di protesta del Comitato promotore del 7 agosto di quell’anno, a firma tra gli altri dell’adriese Pietro Pegolini. Nel l879 Giuseppe Garibaldi, il Comune di Roma e la Società Veterani del 1848-49 espressero il desiderio che i resti dei patrioti venissero uniti agli altri caduti del 1849, cioè raccolti nell’ossario sul Gianicolo a Roma. Inizialmente sembrava che la cerimonia del trasporto dei resti funebri avvenisse il 30 aprile, come si evince da una lettera, datata 1 marzo 1879, del Comitato Promotore, nella quale ci si lamentava che la banda musicale cittadina non avesse una divisa decorosa per la circostanza, ma solo un semplice berretto. Lo stesso Comitato, composto da: Ferrante Zen, Cesare Cavaglieri, Pietro Raule, Bonandini Giovanni, Giovanni dott. Tretti, Ugolino Goffrè, Giulio maestro Rossi, Libero Malfatti, aprì una sottoscrizione per dotare i componenti della banda di una dignitosa divisa. 71


STORIE

Il 13 marzo, Bernardo Ortore inviò un’accorata lettera a Giosuè Carducci, che si trova nell’archivio della Biblioteca Carducciana, ora inserita nel Museo del Risorgimento di Bologna. Nella missiva informava il Carducci che “un comitato costituitosi in seno della Società dei Reduci delle Patrie Battaglie di Roma con a capo l’onorev. Menotti Garibaldi, stà per venire ad Adria nel prossimo Aprile a ricevere gli avanzi mortali sepolti ora a Ca-Tiepolo territorio del distretto di Adria.” E con l’occasione “… mi rivolgo a V.S. pregandola a scrivere od’un Epigrafe, od’un componimento in versi come meglio Ella crederà conveniente all’uopo, che valga ad’inovare la memoria dei poveri assassinati.” E con una certa insistenza e veemenza chiuse la lettera con “Mi mandi quanto più presto le sarà possibile questo da me tanto desiderato componimento, m’indulga, e mi creda Dev. Ammiratore di Lei.” Non si sa se il Carducci abbia mai composto le liriche richieste, o se abbia risposto alla lettera di Ortore. Per motivi a me ignoti, la cerimonia venne però spostata nell’ottobre dello stesso anno; infatti una commissione, presieduta dal Generale Menotti Garibaldi, secondogenito del ben più noto Giuseppe, giunse ad Adria da Roma il mercoledì 8. Il giorno successivo, accompagnati da autorità civili e militari, approdarono alle 9 del mattino, con un battello a vapore, sulle rive del Po di Tolle, nel punto esatto in cui si consumò l’eccidio. Sostarono, brevemente, in raccoglimento sull’argine e poi raggiunsero il Municipio ed infine nella chiesa di Cà Venier, dove presero in consegna le spoglie degli otto garibaldini trucidati. Risalirono il Po con lo stesso piroscafo, giungendo alle 17,00 all’altezza del ponte di chiatte di Corbola, dove vi era ad attenderli una grande folla esultante. Presero posto su alcune carrozze che, precedute da alcune bande musicali dei comuni deltizi, tra cui quella

di Adria posta in testa al corteo, percorsero prima strada Chieppara e poi la via maggiore, l’attuale corso Vittorio Emanuele II, giungendo alla stazione ferroviaria, dove le spoglie verranno depositate e sorvegliate a turno, per tutta la notte, da diversi garibaldini, sia di Adria che dei paesi bassopolesani. L’intero percorso si snodò tra due ali di popolo festante. Vox populi tramanda che Menotti e la commissione giunta da Roma soggiornarono e cenarono nell’albergo Stella d’oro a due passi da piazza delle biade, l’attuale piazza Oberdan. Nella stessa serata la Commissione venne invitata ad assistere a uno spettacolo al teatro Politeama. Al suo apparire in sala venne accolta da un lunghissimo applauso, Menotti venne circondato dai garibaldini che avevano combattuto ai suoi ordini nel Trentino, nella campagna romana ed in Francia. Il programma della serata prevedeva l’opera Il Paria (1872 di Giuseppe Burgio di Villafiorita), dopo la quale vennero eseguiti un Inno per coro e orchestra di Giulio Rossi, direttore anche dell’opera, e le Rimembranze Elegiache dello stesso Giuseppe Burgio di Villafiorita, composizioni dedicate entrambe alla memoria degli otto patrioti, in particolare le Rimembranze Elegiache, che, nella seconda parte sviluppano una serie di variazioni sull’Inno di Mameli. Dell’Inno di Giulio Rossi (insegnante di musica all’Istituto musicale Buzzolla, direttore dei cori della Cattedrale e della Corale Adriese) esiste solo il testo trascritto da Francesco Antonio Bocchi, mentre per le Rimembranze Elegiache sono in corso ancora ricerche. Il giorno successivo la Commissione si recò in visita al piccolo Museo Archeologico di Francesco Antonio Bocchi, sul Primo Registro dei Visitatori compare infatti la firma di Menotti Garibaldi. Lo stesso Bocchi partecipò con entusiasmo a tutte le cerimonie e al momento della partenza, proprio in 72


REM

stazione, davanti a praticamente tutta la città, recitò un suo componimento poetico, conservato tra le carte dell’archivio antico della biblioteca di Adria, dedicato allo stesso Menotti, che venne poi pubblicato ne Il Popolo d’Italia del 14 agosto 1929. Il treno partì alle 13 per Roma, dove i resti vennero deposti nell’ossario che raccoglie tutte le spoglie degli eroi caduti combattendo nel 1849 nella difesa della città e della Repubblica Romana. Anche Don Businaro scrisse un componimento poetico dal titolo Dalle marine adriesi al Gianicolo, edito dalla tipografia Guarnieri di Adria nello stesso 1879 (con ogni probabilità ne venne donata copia ai componenti la Commissione). Durante questa occasione vennero consegnate alla sezione di Adria della Società Veterani 1848-49 alcune ossa, quale segno di riconoscimento per aver organizzato la cerimonia. Gli altri cimeli (bretelle, tabacchiera in radica, frammenti di tessuto, ecc.) furono donati all’Associazione Veterani da coloro che avevano acquistato gli effetti personali dei fucilati direttamente dai soldati austriaci, piccoli frammenti, ma che vennero trattati come vere e proprie reliquie.

L’art. 5 dello Statuto dell’Associazione Volontari 1848-49 della Città e circondario di Adria recita: “... Al cessare poi di detta Associazione sarà obbligo degli ultimi cinque superstiti di consegnare al Municipio [di Adria] la Bandiera come pure tutti gli oggetti storici che formano il piccolo Museo della Società, e ciò a imperitura memoria; ...”. E con gli ultimi 5 membri superstiti nel 1916 venne il momento dello scioglimento dell’Associazione. Il 2 ottobre di quell’anno vennero consegnati, rigorosamente inventariati, i cimeli al Comune di Adria, allegando anche un elenco che tuttora si conserva nell’Archivio Antico della Biblioteca Comunale; assieme anche a un articolo del Polesine democratico del 18 novembre 1916 nel quale si ringraziano i Veterani per l’avvenuta donazione. Il materiale rimase a lungo dimenticato, ma nei primi anni novanta venne dignitosamente esposto nella saletta risorgimentale, che è rimasta, anche dopo lo spostamento della Biblioteca Comunale, nel palazzo Cordella.

A pag. 71: ritratto di Menotti Garibaldi Nella pagina accanto: ritratto di Angelo Brunetti detto Ciceruacchio


STORIE

I ricordi di nonna Rita di Fiorella Libanoro Giolo

I

n occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ho pensato di raccogliere, in modo un po’ più ordinato, i ricordi di quanto mi aveva raccontato la mia carissima nonna Rita (maestra Rita Raule Barzan) soprattutto durante i mesi invernali, quando c’era la guerra e si andava a dormire abbastanza presto per risparmiare legna ed elettricità. I racconti che preferivo riguardavano episodi accaduti durante il Risorgimento e che avevano coinvolto la famiglia Raule, nella casa di Campagna vecchia, dove il bisnonno Massimiliano conduceva l’idrovora di quella località. Gli avvenimenti si sono fissati nitidamente nella memoria perché me li sono fatti raccontare decine e decine di volte. Mi affascinavano come le storie avventurose di Salgari. Forse ancor di più.

Tutti gli avvenimenti sono accaduti nella bella casa in stile neoclassico costruita nel 1855 come idrovora per la bonifica di quella zona. Probabilmente la famiglia di Massimiliano, conduttore di macchine a vapore, fu la prima ad abitare lì, poiché sposò Orsola Sampieri nel 1856. Ebbero tre figli: Umberto e due femmine, la nonna Rita nata nel 1861 ed un’altra di cui non ricordo né il nome (forse Gemma) né la data di nascita. Con loro abitavano la cognata Catina, austera e silenziosa, e la zia Candida, moglie di Domenico Sampieri, garibaldino sempre fuori casa, al seguito di Garibaldi prima e poi deputato a Firenze. 74


REM

La zia Candida

Una mia bambolina era chiamata dalla nonna “la zia Candida” perché diceva che gliela ricordava molto. Ricordava pure che la zia Candida, ogni tanto presa dalla nostalgia di suo marito garibaldino, andava alla finestra e cantava “Rondinella pellegrina che ti posi sul verone e mi canti ogni mattina la tua flebile canzone…”, canto patriottico di quell’epoca. I protagonisti, che a me bambina sembravano i vecchi delle favole, erano in realtà molto giovani nel 1861. Il bisnonno Massimiliano, nato nel 1824, aveva appena 36 anni, lo zio Domenico (n.1828) il garibaldino ne aveva 32, ma erano patrioti dal 1848. Si trattava perciò di giovani coraggiosi, non di vecchi signori con la testa bianca come li immaginavo io.

La casa di Campagna vecchia in località Capitello ad Adria

La nonna la descriveva così: aveva sul davanti da una parte un pezzo di terreno coltivato a orto dalla zia Catina, che sovraintendeva alla gestione della casa, e dall’altra un giardino con molte piante di rose che d’estate venivano curate dalla zia Candida. Un vialetto di ibisco conduceva dal cancello sulla strada provinciale all’abitazione. La casa aveva il soffitto del tinello dipinto, partendo da un piccolo punto centrale, “a cerchi concentrici” (parole della nonna) con i colori bianco, rosso e verde. Il soffitto oggi non esiste più poiché nel tempo sono stati eseguiti lavori di ristrutturazione.

Il barcaiolo Toni

Questo operaio dell’idrovora era certamente nel gruppo dei resistenti adriesi, di lui la nonna parlava con ammirazione perché sempre pronto a traghettare i patrioti che fuggivano dagli austriaci. Nel canale di fronte era ormeggiata una barca per far passare il Canalbianco e condurre i patrioti nelle zone intorno a Mazzorno, da dove attraversavano il Po. Per richiamare l’attenzione dell’altra sponda, Toni si soffiava rumorosamente il naso e batteva le mani tre volte.

La carrozza tricolore

Il nonno Massimiliano amava stuzzicare gli austriaci che occupavano Adria. Per andare alla Messa in Cattedrale usava una “ carrozza” che aveva fatto colorare di verde e la attaccava ad un cavallo bianco che aveva al collo una coccarda rossa. Mentre attraversava la città gli austriaci che incontrava ammiccavano e dicevano: “Ah, ah, bandiera italiana!”, molto indispettiti, mentre il nonno, divertito, faceva come se niente fosse. 75


STORIE

Le funzioni religiose al Capitello

Ancor oggi l’indirizzo dell’idrovora è località Capitello. Deve esserci stata una piccola cappella per le funzioni religiose proprio dove oggi c’è l’incrocio fra la strada arginale e la strada provinciale che al tempo non esisteva. Il nonno deve essere stato mazziniano ed era molto arrabbiato secondo la nonna con lo Stato Pontificio per via dell’insuccesso della Repubblica Romana. Aveva perciò proibito alla moglie di spendere soldi per motivi clericali. Al Capitello però ci andavano a maggio per i Fioretti e allora le donne di casa fecero ad Umberto, fratello di Rita, una tonaca di carta piena di merletti sempre di carta e andarono alla funzione tutti insieme molto contenti del risultato ottenuto. Ma Massimiliano birbone stuzzicò le figlie perché avvicinassero la fiamma delle loro candele al vestito di carta del fratello che faceva il chierichetto. La tunichetta prese fuoco fra lo spavento dei presenti e le risate di Massimiliano, che poi a casa fu sgridato molto dalla moglie Orsola.

I segnali convenzionali conosciuti solo ai patrioti

Oltre ai segnali che utilizzava Toni il barcaiolo, c’era una canzone: “Trilorico, Trilorico” che Massimiliano aveva portato in Adria dopo l’assedio di Venezia (1848), canzone che mio cugino Piero ha imparato benissimo. Le parole sono dello stornello patriottico “La bandiera dei tre colori”, che veniva cantata con le sillabe rovesciate, anagrammate e faceva così: “Trilorico, trilorico, l’andierabi isianzol”, cioè “trecolori, trecolori, la bandiera si innalzò”. Cantavano questo ritornello per avvisare che si stavano avvicinando degli austriaci, ritmando la canzone sul desco da maniscalco dell’idrovora. I patrioti avevano adottato quel particolare linguaggio che tutti, anche i familiari, parlavano. Era ancora in uso nella famiglia di nonna Rita. I tre figli (Giovannina, Orsolina e Alberto) lo parlavano correntemente. L’ho sentito parlare anche dai cugini grandi. Veniva usato quando non volevano farsi capire da noi più piccoli o da estranei. “piere, che l’è odri regneve el locopi” (attento che sta arrivando il piccolo), oppure “fa tafin de tignen” (fa finta di niente). El drepa (il padre), la drema (la madre), so lofio (figlio) e così via. Si divertivano a stuzzicare gli austriaci. Nella trattoria dove si incontravano, i patrioti servivano agli ufficiali contorni di tre colori, a seconda delle stagioni: insalata o verdura cotta verde, cipolle o patate, pomodori o rape rosse.

Le coccarde tricolori sulla facciata del Vescovado

Una sera, racconta la nonna, i grandi si radunarono tutti nel tinello con il soffitto tricolore. C’erano tutti, compreso Toni e altre persone, e mandarono a letto i bambini molto prima del solito “che c’era ancora chiaro” diceva la nonna, raccomandando loro di stare zitti e dormire. Ma i bambini incuriositi non resistettero e andarono a sbirciare alla porta. Videro i grandi che stavano facendo delle coccarde con dei nastri bianchi, rossi e verdi che fermavano con della creta molle. Il padre se ne accorse e li sgridò molto, rimandandoli a letto e minacciandoli di prenderli a scapaccioni se avessero parlato con qualcuno di quello che avevano visto. Deve essere stato l’anniversario della Repubblica romana, durata così poco, perché il giorno dopo, andando a Messa in Cattedrale con la famosa carrozza tricolore, videro i soldati austriaci che staccavano dalla facciata del Vescovado con lunghissime canne delle coccarde tricolori. Proprio le coccarde che avevano visto confezionare a casa loro e che durante la notte erano state lanciate silenziosamente sul muro, appiccicate con la creta che Toni era andato a prendere il giorno prima “a Po”. stagioni: insalata o verdura cotta verde, cipolle o patate, pomodori o rape rosse. 76


REM

Il culto delle reliquie dei patrioti

Berretti, camicie, sciabole e quadri furono custoditi nelle famiglie dei figli di Massimiliano, che a loro volta le hanno donate ai nipoti e alcune al Museo Risorgimentale di Adria. Particolare cura è stata data ad una stanza da letto, “la camera di Garibaldi,” sulla quale la nonna lasciò una chiara volontà: “se dovete disfarvene, bruciatela piuttosto di darla via, perché vi ha dormito Garibaldi“. Non so risalire al personaggio che vi dormì realmente (forse Menotti Garibaldi?). Insieme agli oggetti è stato trasmesso un grande rispetto per lo zio Domenico, senza mai gloriarsene. Lo zio Domenico (1828/1896) fu generale dei Mille e in seguito deputato al Parlamento di Firenze. Di lui restano alcuni scritti nella Biblioteca Comunale di Adria e il suo berretto di garibaldino nell’Archivio Risorgimentale. L’amicizia tra le famiglie dei discendenti dei patrioti era ancora viva nei primi decenni del 1900 finché furono in vita i nipoti di Massimiliano: gli Ortore, i Pegolini (Pace), gli Zen.

Adria: Facciata del Septem Mària Museum, presso l’ex idrovora Amolara; accanto: lapide recentemente posta a ricordo degli avvenimenti risorgimentali 77


SAPORI E SAPERI

Il Polesine in cucina Territorio, prodotti e tradizioni di Romolo Cacciatori

Foto di Romolo Cacciatori e Irene Polinelli www.cacciatori.org

A

nche quest’anno è arrivata Pasqua e per interrompere le vecchie abitudini, complici le belle giornate alle porte e la poca voglia di stare ai fornelli, tutta la famiglia ha deciso di trascorrere la giornata sul Delta e, per l’occasione, presentare così la terra delle nostre origini a Gaia, la nipotina appena nata. Prima, però, una rapida sosta ad Adria, per una passeggiata lungo il “Corso”. Il nostro girovagare si arresta quasi subito in “Piassa Castelo”. E’ qui, sul sagrato della Cattedrale, che si ritrova, anche se più organizzata, l’atmosfera del rito del mattino di Pasqua, che appartiene alla nostra infanzia e a quella dei nostri genitori: “scossare i vovi”. Bambini e non più giovani, in una disfida senza fine ma allegra e divertente, dove 78


REM

l’avversario viene battuto a colpi di uova sode e il bottino conquistato portato a casa, come un trofeo. Dalle finestre si spandono nei vicoli e si mescolano gli odori del pranzo pasquale tradizionale: un ragù per il pasticcio o per le tagliatelle fatte in casa, il profumo di capretto al forno e dell’esse. Tutto si evolve, ma niente cambia, nel Polesine, per fortuna, o no? Ecco allora un momento per soffermarci sulle nostre origini e sulla nostra terra, dalla quale momenti difficili e speranze di un futuro più sicuro ci hanno allontanato, ma che rivediamo sempre con grande piacere e a cui ci sentiamo onorati di appartenere. E possiamo pensare che ci sia qualcosa di meglio del cibo, dei prodotti della terra, delle tradizioni ad essi legate, per riprendere questo discorso?

assestamento e forse la fase ultima di questo processo idrogeologico la si ebbe con il Taglio di Porto Viro, messo in opera dai Veneziani, nei primi anni del 1600. Ma anche l’Adige portò i suoi nefasti contributi, iniziando dal lontano ottobre ‘589 con la rotta della Cucca fino ai tempi più recenti. Questa precarietà, causata dagli allagamenti, creò un’obbligatorietà nella ricerca dei mezzi di sostentamento quotidiano; sicuramente altra cosa rispetto all’agricoltura intensiva, affermatasi invece nella pianura Padana. Il popolo del Polesine, per un periodo lunghissimo, continuò a contare per il suo sostentamento sulla caccia e sulla pesca. L’agricoltura intensiva arrivò solo in tempi seguenti, oltre il 1600, e di bonifica del Delta del Po si cominciò a parlare in modo organico attorno ai primi anni del 1900. L’alimentazione delle popolazioni si rivolse ai prodotti della terra: verdura, frutta e cereali coltivati per uso personale. La coltivazione dei cereali ebbe impulso solo nel tardo 1500, dopo l’arrivo del mais dalle Americhe e costituì assieme al frumento la base dell’alimentazione della popolazione. Questa abbondanza di acqua non è stata solo una disgrazia, ma ha permesso che si sviluppasse nel Delta del Po la coltivazione del riso, che risale al 1400, che solo nel XVI secolo divenne estensiva ed organizzata per opera della famiglia degli Estensi, i quali riuscirono a sfruttare i terreni acquitrinosi che altrimenti sarebbero rimasti abbandonati. Questa coltura era strettamente legata alla bonifica, in quanto permetteva di accelerare il processo di utilizzazione dei terreni salsi da destinare poi alla rotazione colturale, come testimoniato da una legge della Repubblica Veneta del 1594 (il territorio del Basso Delta cambiò spesso di “padrone” fra Veneziani ed Estensi). L’isolamento del territorio, la particolare natura del terreno emerso e il suo continuo espandersi per le torbide dei rami del Po nel corso dei secoli XVI e XVII, fecero del Polesine una terra eletta per il riso, in quanto l’isolamento impediva la diffusione delle fitopatologie come il “brusone” e la disponibilità di terre nuove consentiva la risaia avvicendata an-

Il Polesine: la sua dislocazione territoriale, le coltivazioni e i prodotti naturali che influenzarono direttamente la cucina e la gastronomia. Il Polesine è questa terra posta fra il Po e l’Adige, una zona che è fra le più fertili pianure d’Italia, lontana dai monti, con clima nebbioso e umido d’inverno, afoso d’estate. La sua denominazione Polesine deriva dal latino medioevale «policinum» (che significa terra paludosa). Una canzone che parla di questi luoghi, nelle parole “Terra e acqua, acqua e terra” ne riassume l’essenza. La storia del territorio e delle sue popolazioni è fatta di piene, alluvioni, fughe sugli argini, migrazioni, duro lavoro per strappare all’acqua la vita e fuggire dalla miseria e dalla povertà. Tutto vissuto sempre con estrema dignità. Danni gravissimi ha causato la rotta del Po avvenuta nei pressi di Occhiobello il 14 novembre 1951, in seguito alla quale gran parte del Polesine andò sommerso. Ma questa situazione non era nuova, dato che sin dai tempi antichi si hanno notizie di questo fenomeno che si ripeteva con molta frequenza. Praticamente tutti i rami del Delta del Po, fin dai primordi, erano continuamente in una fase di 79


SAPORI E SAPERI

che in presenza di terreni stanchi (i veneziani mettevano all’asta il nuovo territorio che il Po formava alla foce vendendolo con la formula “fino a due onde in mare”). Quando il prezzo del riso, tra il 1825 e il 1835, superò il prezzo del grano, con incrementi che si protrassero per oltre un decennio, in Polesine la risaia superò gli 11.000 ettari di investimento. Sul finire dell’800 si ridusse ai 6.900 ettari, a causa del crollo del prezzo del riso per la concorrenza del riso orientale, la cui penetrazione commerciale fu facilitata dall’apertura del Canale di Suez e dalla riduzione dei suoli. La crisi così innescata proseguì nel 1900, l’estensione delle risaie si ridusse ulteriormente fino a circa 2500 ettari nelle sole aree marine per poi scomparire e riemergere in tempi recentissimi. Nelle campagne la vita era dura e la giornata agricola era divisa in quattro quarti. La suddivisione, suscettibile di variazione in funzione delle Stagioni: il primo quarto dall’alba alle otto, ora in cui ci si fermava per la merenda; il secondo durava fino a mezzogiorno, il terzo dalle tre alle cinque, con una breve sosta per il “marendin”; il quarto si protraeva sino al tramonto. D’inverno ci si alzava che era ancora buio, quando gli uomini andavano in stalla; la prima cosa che le donne facevano era quella di accendere il fuoco e raccogliere i resti del mangiare che si erano accumulati vicino al focolare e poi gettarli dentro a fuoco vivo. Alla sera non si poteva spazzare fuori perché si sarebbe buttata via la fortuna. Si metteva sul fuoco il paiolo per la broda del mais, si liberavano le galline e si dava loro da mangiare, si raccoglievano le uova, si pulivano e si dava da mangiare alle “cioche” che erano a covo. Dopo il “ponaro” si andava a dare da mangiare al maiale e passando per l’orto si raccoglievano le verdure. In casa si mettevano a bollire i fagioli per avviare il mangiare. Si svegliavano i “fioi” per mandarli a scuola e si preparava la tavola per la merenda. Gli uomini si avviavano verso la campagna, con il loro fiaschetto di bevanda o di graspia (una specie di vino che si faceva buttando acqua sulle vinacce ormai esaurite per

tirare fuori quello che rimaneva dall’uva), e finalmente la donna poteva “fare i fatti” in santa pace! Questi scorci di vita sono tratti da una testimonianza dei primi del novecento raccolta da Chiara Crepaldi. Al mattino quando si metteva “su il mangiare”, spesso questo consisteva in una zuppa con quello che c’era, oppure in una minestra di fagioli che cuocendo lentamente fino a sera produceva il ”brustolin”; così si poteva anche portare nei campi avvolto in un foglio di carta da giornale. Naturalmente insieme ai fagioli veniva cotto anche il riso, detto ”risotto alla Canarola”, chiamato anche risotto col brustolin. Il riso non veniva cotto solo con i fagioli ma, quando c’erano, anche con il pesce gatto, con le rane, con le scardole, con il luccio, con il pesce di mare, riso in brodo di pesce. Al riso si abbinavano anche le erbe di stagione, sia spontanee che coltivate: “risi e bruscandoli”, “risi e carletti” (un’erba che cresce nei campi), risi e asparago selvatico, con nepitella, con acetosella, con equiseto, con prezzemolo e ricotta, con le ortiche. Con i prodotti dell’orto e allora: risi e sedano, con la zucca, con la cipolla, coi bisi, con le patate, con i cavoli cappucci, con la fava e con i tabinabour e il “pelao” fatto con soffritto e conserva di casa e riso alla fine. Qualcuno con qualche possibilità economica si poteva permettere riso con le trippe, alla cacciatora, fatto con gli uccellini “viatare” di fosso, riso con budella dell’anatra, riso e latte, risotto con il tartufo di Papozze, risi e lugàneghe, risi e fegatini di gallina. Anche se tra le minestre domina incontrastato il riso, non mancano ricette di zuppe povere, a base di un poco di acqua con verdure, per lo più erbe e quando andava bene con un soffritto di grasso di maiale. La zuppa povera, fatta con acqua bollita, pepe, aglio, sale ed un goccio di olio con le varianti della zuppa poveretta, a cui si aggiungeva pane rotto, della zuppa del bovaio di Ariano, ma con aggiunta di formaggio, la poveretta di Crespino come le precedenti ma con il prezzemolo. La zuppa rossa con un battuto di lardo e pomodoro. Altre zuppe erano quella di pastinaca, zuppa di carciofi e in genere con le verdure 80


REM

dell’orto. Particolarmente ricche e sostanziose e per questo adatte al periodo freddo erano la zuppa di trippe, i marafanti di Corbola, Villadose e Pontecchio (che consistevano in una polentina liquida cotta in un brodo di coda di maiale o ossi di maiale), i papariti: una polentina come la precedente ma con l’aggiunta di fagioli, mentre più delicate erano la pappina dei bambini, la minestra di olla (fatta con l’unto del maiale) e la zuppa di uovo che avrà come variante la stracciatella. Importanti ricerche su questi argomenti sono state sviluppate da Chiara Crepaldi e Paolo Rigoni nel loro libro ”Il fuoco, il piatto, la parola” edito dall’Associazione Culturale Minelliana di Rovigo e anche dal Conte Capnist, d’origine vicentina, che nei suoi soggiorni nel Delta si appassionò alla tradizione culinaria locale che lo portò a realizzare un libro sulle eccellenze gastronomiche polesane. Nelle loro opere si sono dimostrati molto attenti alla tradizione popolare ed alla cultura alimentare, sulle dosi delle vecchie ricette invece si nutrono molti dubbi, dato che le misure adottate sono “na sbrancà de risi”, “un tuclinin a grass”, “na man de formajo”, “ un cincin de sal” e anche i tempi di lavorazione e di cottura sono estranei all’orologio: “fin a farne na poentina ciareta come na crema”, “tant tant ca iena quasi bianca”, “finamente che la pasta la fa na crostina rossa par de sora“, “fin quand che tuto le diventà duro”. Comprendono inoltre ingredienti scomparsi come la melassa, i trigoli, l’erba porcellana e quindi creano qualche momento di imbarazzo se si vogliono rifare le ricette. Oltre al riso, i prodotti base della cucina polesana erano il mais, il maiale, le uova, il pesce d’acqua dolce e marino, la selvaggina delle valli e le verdure. Nel periodo invernale, in prossimità delle feste natalizie, nelle case contadine si uccideva il maiale, la cui carne era un tempo la sola che veniva, parsimoniosamente, consumata dalle famiglie più povere del Polesine. E’ quindi naturale che occupi il primo posto tra le carni più usate nella cucina tipica polesana. Braciole,

salami da taglio (con aglio e vino), cotechini, lardo, ciccioli (pezzetti di carne residua dalla fusione del grasso), strutto e pancetta, coda, piedini e orecchiette sono vere e proprie leccornie. Il maiale viene anche lavorato in vari insaccati fra i quali famosa è la “bondiola affumicata”, tipica del Basso Polesine, soprattutto tradizionale nelle zone di Ariano, Taglio di Po e Porto Tolle. Si tratta di carne di maiale tritata grossolanamente, mescolata con pepe e sale, insaccata nella vescica del maiale e appesa ad asciugare. È un prodotto da consumare fresco, bollito lentamente per quattro ore. La “bondiola” è presentata come pietanza, con purea di patate o verdure cotte. Vi è poi la “bondiola di Adria”, che può essere confusa con la salama da sugo ferrarese, ma l’impasto è diverso: nella salama è fatto solo con il maiale, nella bondiola adriese ci sono carne magra di vitello macinata insieme con fesa di maiale e lardo. L’impasto viene insaporito con sale, pepe e vino rosso e insaccato nel budello cieco del bue o nella vescica del maiale. La stagionatura avviene per almeno quattro mesi in un ambiente fresco e ventilato. La bondiola va cucinata con le stesse regole della salama: lunga bollitura (almeno quattro ore) a fuoco molto basso, sospesa in acqua senza toccare le pareti della pentola. Si serve tagliata a spicchi su un letto di purea di patate o di verdure saltate al burro. Altri insaccati e piatti particolari sono la “pontega” (topa) di Adria (un sugo di carne di maiale proveniente da insaccati e mangiata con la pinsa), la carne pestata di Castelnovo Bariano, i sanguinacci di Loreo e di Cavanella Po, la soppressa di Panarella e di Castelnovo Bariano, il “bundlin” di Papozze, la bondiola di Cauccio di Rovigo, la pancetta di Fasana, la lucanica matta fatta con frattaglie e carne bianca del maiale e cotta al momento, lo scamone a bagnomaria e le pancette di Castelnovo Bariano, le more e more matte (salsicce con sanguinacci), con le orecchie e i polmoni, con lingua, con la testa zampone, ossa lesse. Niente viene buttato! 81


SAPORI E SAPERI

Anche il “sangue” di Beverare e di Contarina e le ossa vengono usati. Il primo, per preparare una torta molto particolare, le seconde, spolpate e bollite vengono servite in tavola accompagnate dalle “verze sofegà”. Tante sere la cena si poteva procurare con una canna o con un “balansin” sui canali ed in Po. Il pesce che più si presta per essere bollito è il branzino e quei cefali che in dialetto vengono chiamati bòsega o volpina. I pesci che vengono preferibilmente arrostiti o messi alla griglia sono sia pesci conservati come gli scopettoni, i saracconi, le aringhe oppure freschi come l’orata, il cefalo (otregàn), il branzino piccolo sul chilo, le passere di una certa dimensione, la reina, la cheppia, gli sgombri, i rombi e anche il “bisato”. Vari sono i modi di cucinare l’anguilla: fritta, con o senza pelle e spina, sempre fritta ma questa volta tagliata a fette e impanata nella farina gialla da polenta, oppure in umido, accompagnata da polenta caldissima e piuttosto morbida, e infine alla valligiana, che è il modo più usato nel Delta, dove viene servita caldissima con fette di polenta arrostita. La polenta è bianca, accompagnamento questo anche della tinca in umido di Gavello, del pesce gatto in tocio, delle rane in umido. Naturalmente non mancano i piatti di fritto come le schie (gamberi di fosso fritti ma anche in frittata), i latterini (acquadelle), le tinche bafione, le sardine sotto sale fritte. Quando non si poteva pescare si utilizzavano pesci conservati: il bertagnin o baccalà, cucinato con il pomodoro a Scardovari e Gavello e a Adria nella particolare preparazione “in rodolo”, alla frattona a Pontecchio. Ma in autunno, con un vecchio fucile, andando per campi e valli, si poteva rimediare un pranzo di selvaggina. Le prede più prelibate tra gli uccelli di valle sono il germano reale (Masorin), la canapiglia (Pignola) e l’alzavola (Sarsegna). Di solito vengono arrostiti ma, oltre alla cottura al forno, esistono buone ricette per il germano bollito, il fischione (Ciosso) alla cacciatora e la moretta (Magàsso) associata ad una

minestra ai fagioli. L’alzavola e la marzaiola (Crècola) si prestano inoltre per preparare un ottimo pasticcio di maccheroni e per condire, scottate alla griglia o arrostite e sminuzzate, pasta o riso. Un cenno particolare merita la folaga, un uccello a torto disprezzato da molti gastronomi, che trattata opportunamente fornisce un piatto estremamente gustoso. Sia i piatti di pesce che di carne venivano accompagnati da erbe cotte come la bigarella (fava fresca sbucciata e cotta), i fagioli schietti o in potacin, i cornetti con acciughe, i cappussi soffritti o con l’aceto come a Loreo, le verze con il garbo di Badia Polesine, il cavolo al forno con besciamella. In autunno e in inverno le grosse zucche marine, consumate in mille modi, venivano bollite e condite, messe al forno o in pentola ad Adria (con cipolla, rosmarino, pane grattugiato e uvetta), indorate, con pannocchie e divenivano un pasto completo. I tapinabour e i trigoli, tuberi selvatici raccolti in riva al Po e poi cucinati come le patate: stufati, alla frattona o con cipolle; erano ottimi, ma la ricerca era rivolta soprattutto verso il re dei tuberi: la trifola o tartufo e le saporite spugnole. Non mancava mai la polenta che accompagnava tutti questi piatti e serviva anche per saziare quando il companatico era scarso, veniva cucinata quotidianamente a differenza del pane che ogni famiglia faceva ogni decina di giorni. Ma sia il pane che la polenta venivano a volte mescolati con altri ingredienti e allora diventavano: polenta infavata, polenta infasolà de Adria o polenta dei morti di Rosolina e de Contarina, polenta risata, polenta e latte, polenta burro e formaggio, con il soffritto, con le cicciole, con formaggio... Anche il pane veniva cucinato con uvetta, pepe e melasso nel pane di Natale, o con l’aggiunta di ciccioli di maiale e farina gialla: i coaréti de Adria. Ma nel forno non solo veniva cotto il pane ma anche i dolci: le pinse, le fugasse, le torte di pane o zucca o patate americane, la mariana, gli esse e le bissole per la Befana. Mentre 82


REM

per carnevale venivano fritti i crostoli, i tortelli con la mostarda, le frittelle di zucca e di riso e i tamplun, fatti con la farina di castagne che veniva usata anche per preparare i papazon e le bistoche. I dolci erano preparati solo in occasione delle feste e le merende dolci dei bambini erano fatte in casa con il burro, il pane e lo zucchero. Durante le fiere venivano venduti i vari “sfurissi”: lo zucchero filato, le brustoline, le castagne lesse e secche, il croccante con riso e zucchero, i lupini (fava luina), i brustolini, le baricocole (mais lessato e pulito dalla buccia), i galiti (il pop-corn di adesso). Il giovedì, quando c’era la stagione delle patate sia normali che dolci, si facevano gli gnocchi conditi con la cannella o con la melassa. I maneghi di Trecenta e i rufioi erano gnocchi fatti con le patate americane e altri ingredienti. Molti di questi piatti continuano a mantenersi nella cucina del Polesine sia nelle famiglie che nei locali pubblici, e alcuni appartengono al repertorio tipicamente veneto, ma con influenze anche delle province confinanti del Veneto (Padova, Verona) e con due diverse regioni: Lombardia (Mantova) ed Emilia (Ferrara). Particolarmente nell’ultimo periodo la qualità dei prodotti e i diversi Istituti Alberghieri hanno contribuito a valorizzare piatti, prodotti e gastronomia locale. Nella provincia di Rovigo si mangia bene, si è accolti con professionalità, nel rispetto delle tradizioni, con attenzione alle nuove esigenze.

grande proprietà e l’agricoltura viene esercitata su vasta scala; vi sono strade rettilinee e grandi fattorie. Nei porticcioli di Pila, Porto Levante e Scardovari si pesca il pesce che poi viene generalmente consumato in loco e si pratica l’allevamento e la pesca di alcune specie di molluschi. Nelle lagune aperte, degli strani primordiali tralicci in legno, infissi sul fondo e in parte affioranti, vengono impiegati per l’allevamento del mitilo o meglio “peocio”. Per le vongole si tratta invece di pura e semplice raccolta, effettuata sul fondo con l’impiego di una barca a motore appositamente attrezzata (“vongolara”). Le vongole sono di due specie: la “venus gallina” o “biberassa” e la più rara e gustosa “venerupis decussata” o “vongola verace”, distinguibile per la forma più ovalizzata delle valve e per la presenza, nel mollusco, di due piccole appendici. Diffusa è anche la raccolta delle “capelonghe” che affiorano sulla spiaggia nelle ore di bassa marea. Le produzioni orticole si incentrano nei poli di Lusia e di Rosolina, dove sorgono due importanti Centrali ortofrutticole per la commercializzazione degli ortaggi. Queste attività sono in continua espansione, sia per la remuneratività, sia per la continua introduzione di nuove varietà. Nell’orticoltura, primeggiano il pomodoro, il radicchio e le insalate, la carota, la cipolla, la patata, i cavoli, i peperoni, i cocomeri e le fragole. Un cenno particolare merita l’aglio che, pur avendo perso terreno per l’accresciuta competitività del prodotto estero, rimane sempre una coltura tipicamente polesana. Una terra, dunque, molto produttiva, che ha consentito lo sviluppo di una gastronomia legata a tali prodotti, con poche differenze fra le tradizioni cittadine e quelle della campagna. “Le eccellenze del Polesine” sono: il riso del Delta del Po IGP (ritornato sulla scena dopo un periodo in cui era scomparso); l’insalata di Lusia IGP, il radicchio di Chioggia IGP (coltivato in buona parte nel Delta del Po); l’aglio bianco polesano DOP, il melone del Delta del Po. Il miele del Delta del Po, la zucca di Melara, il cefalo del Polesine, la cozza di Scardovari, la vongola verace del Polesine.

Situazione attuale del territorio e della cucina del Polesine Ad occidente, nell’alto Polesine, dove le campagne sono state modificate in epoca più antica, l’aspetto è più ridente, i campi sono limitati da filari di viti e di alberi, e interrotti da argini e da fossi di scolo ad andamento sinuoso. Qui, pur prevalendo la piccola proprietà, l’agricoltura è rivolta, oltre che alla produzione del frumento, anche alle più redditizie colture industriali. Il medio Polesine ha condizioni intermedie tra la zona alta e la zona deltizia; la piccola proprietà è meno diffusa; come colture prevalenti hanno il primo posto il grano e le barbabietole da zucchero. Nell’alto e nel medio Polesine, invece, si è sviluppata la viticoltura e la frutticoltura (melo, pero, pesco, susino e actinidia), che si rinnova con sperimentazioni colturali di frutti esotici, la vite è abbastanza frequente. Nel basso Polesine, che è zona di bonifiche relativamente recenti, dove un settimo del territorio è occupato da valli da pesca e due settimi da incolto produttivo, prevale la 83


SAPORI E SAPERI

Ristoranti del Polesine Ho individuato tre ristoranti che rappresentano le realtà dell’alto, medio e basso Polesine. La mia non vuole essere una scelta di merito sui locali ma un’indicazione, in linea con quanto espresso in queste note. Cucine, dunque, che propongono vecchie ricette o piatti nuovi, sempre però nel rispetto della tradizione e del territorio. In ognuno di questi si parlerà di una ricetta che più rappresenta il locale.

Lusia: trattoria “al Ponte” “La vita è fatta di piccoli piaceri e saperli assaporare è un’arte che fa la felicità”. Questa è la filosofia che accompagna da tanti anni la Trattoria “al Ponte” di Luciano Rizzato e questo è lo spirito dei suoi ospiti. Sì, ospiti e non clienti, perchè chi si siede ai tavoli della trattoria è sempre un invitato speciale, al quale giorno dopo giorno il personale ama far assaggiare il meglio della tradizionale cucina veneta e del Polesine, con la moglie Giuliana in cucina aiutata dal figlio Enrico e Silvia che aiuta Luciano in sala. Enrico, dopo un peregrinare per ristoranti stellati a forgiare la sua professionalità, ora si è insediato stabilmente ai fornelli. La Trattoria “al Ponte” è un vero e proprio punto di riferimento per tutti coloro che vogliono trascorrere una serata tra amici e gustare specialità stagionali all’insegna della buona cucina. Appartiene anche alla “Chaine de Rotisseurs”, la più antica Associazione di Gastronomi del mondo. La specialità della casa sono vecchie ricette a base di verdure provenienti dagli Orti e di pesce di acqua dolce: splendido il pasticcio di pesce gatto e il risotto di pesce gatto. Ma anche il coniglio ed i dolci tipo “tiramisu” e torte di casa, risultano cose egregie. Luciano ha anche una gran bella cantina. Trattoria “al Ponte”, via Bertolda, 27 (Località Bornio), Lusia (RO) I piatti che rappresentano il locale potrebbero esse molteplici, ma ci piace descriverne uno in particolare e raccontarvi la ricetta dei Malafanti, realmente proveniente dai piatti poveri completi di molti ma molti anni or sono. I Malafanti Ingredienti: semolino,verze, fagioli, ossa di maiale con polpa attaccata, cipolla o scalogno, brodo leggero di carne e verdure, pancetta di maiale, crostone di pane in cassetta. Olio, pepe e sale.

Preparazione Soffriggere lo scalogno con olio, poi aggiungere ossa di maiale, pancetta e poi i fagioli che sono stati ammollati a bagno per almeno 12 ore. Aggiungere le verze tagliate e coprire con brodo; fare bollire per 2/3 ore; togliere le ossa, frullare il tutto e rimettere sul fuoco (aggiungendo brodo se occorre) ed aggiungere il semolino, lasciando bollire fino a cottura di quest’ultimo. Impiattare aggiungendo le “briciole” di polpa di maiale che non si sono staccate dalle ossa e i crostoni di pane. 84

Un esterno della trattoria

Il cuoco Enrico al lavoro nella cucina


REM

Adria: ristorante “Molteni” Sulle rive del Canalbianco, poco lontano dal bel Teatro Comunale e dalle riviere su cui si affacciano palazzi, ora splendenti ora in ombra per i segni inferti dal tempo, sorge il Ristorante “Molteni”. Da quattro generazioni è il principale ristorante della città e rispecchia un po’ lo stile di Adria. Un luogo dove si possono ritrovare i sapori veri, le atmosfere famigliari e anche un certo stile di cui si ha nostalgia, quello della vecchia ma amata Italia di provincia degli anni ’50 o ‘60; non a caso è sede della delegazione locale dell’Accademia della Cucina. In realtà “Molteni”, locale che quest’anno festeggerà i propri 90 anni di attività, sembra aver ancora molte possibilità di crescita. Il passaggio di consegne generazionale ad Enrico, che segue la cucina, e alla sorella Stefania, sembra aver dato nuova linfa al locale, mentre mamma Franca, donna di garbo, fa gli onori di casa e Alberto il papà vigila sulla tradizione del locale. Qui la scena spetta alla cucina di mare e di terra del locale, com’è giusto che sia in un Polesine sospeso fra questi due elementi. Interessante sicuramente la scelta di pesce, particolarmente di pesce crudo servito con vini appropriati che oggi fa da traino all’offerta culinaria del locale. Ma io ho chiesto invece ad Alberto Molteni di descrivermi una ricetta di selvaggina, ricordandomi che il Ristorante, da sempre, durante la stagione di caccia, trattava e cucinava la selvaggina catturata dalle doppiette degli adriesi. Ristorante “Molteni”, via Ruzzina 32/4, Adria (Ro) Lepre alla Cacciatora Ricetta della “Lepre alla Cacciatora”, ancora patrimonio del locale, fornitaci da Alberto Molteni. Ingredienti: una lepre cacciata nei campi, carote, cipolla e sedano, vino ed aceto per la marinatura, olio, capperi, olive verdi snocciolate, alloro, chiodi di garofano, sale e pepe q.b., farina o fecola per addensare.

Preparazione Scuoiare e lavare la lepre e tagliarla in pezzi (dovrebbero risultare alla fine circa 25 pz.), mettere i pezzi in un recipiente e coprirli di vino e aceto (50% cad.), cipolle, carote e sedano; lasciare il tutto a marinare per circa 12 ore. Prendere i profumi e fare un soffritto con olio in una casseruola, versare i pezzi della lepre in un’altra casseruola, lasciarli indorare pochi minuti e poi versare il soffritto che è stato frullato a parte. Versare il sugo proveniente dalla marinatura sulla lepre e il fegato della stessa che a sua volta è stato soffritto da solo e frullato. Mettere alloro, chiodi di garofano e capperi tritati. A fine cottura dopo circa 2/3 ore aggiungere concentrato di pomodoro q.b. Se l’intingolo è ancora liquido, addensare con un po’ di fecola o farina. Il sugo, se abbondante, può condire le pappardelle, oppure essere servito sopra una polentina gialla morbida assieme alla lepre.

85

Un interno del locale

Da sinistra: Stefania che segue la sala ed è sommelier, il cuoco Enrico, mamma Franca che cura l’albergo e papà Alberto che sovrintende l’attività


SAPORI E SAPERI

Donzella di Porto Tolle: ristorante “al Pescatore” Il locale si trova proprio sotto l’argine del Po di Gnocca. Qui troviamo Andreina e Angelo Cattin che è il cuoco, ma anche colui che procura buona parte della materia prima, perché il suo lavoro è la pesca, da cui il nome del ristorante: “al Pescatore”. In cucina è aiutato dalla cuoca Susanna, che è nata nell’Europa Orientale, ma ora ai fornelli interpreta e rispetta la tradizione popolare polesana e non ammette variazioni. Il risotto è realmente quello che faceva mio padre, originario della zona e a cui, a sua volta, era stato trasmesso dalla mamma. É un vero risotto di pesce e non di gamberetti e verdure secondo la moda, ma secondo il pesce che si pesca. Altre specialità che si possono trovare sono un ottimo pesce fritto (quasi tutto di pesca locale) o l’anguilla in umido oppure alle braci. Quindi è facilmente intuibile il perché della scelta: qui ho ritrovato riprodotta la vecchia cucina di casa mia e del Delta. Ristorante “al Pescatore”, Donzella, Via Po della Gnocca 93, Porto Tolle (Ro)

Risotto di pesce Ingredienti (per quattro persone): Riso 300 gr., burro 60 gr., olio per soffriggere l cipolla, 1 carota, 1 gambo di sedano, due spicchi d’aglio, 1 foglia d’alloro, ½ bicchiere di vino bianco (bicchierino di cognac), sale e pepe q.b., formaggio grattugiato a piacere. Sogliole o passere, quelle che trovi; branzini, cefali o boseghe di media taglia; anguilla (solo un 10-20% del totale del pesce). Per renderlo più delicato si può utilizzare un poco di sugo di cozze e vongole cotte precedentemente.

Preparazione Squamare e pulire il pesce, lessarlo in poca acqua leggermente salata assieme al sedano e carota. Quando è cotto, togliere lische e spine e ridurre la carne in piccoli pezzi minutissimi. Nel brodo di cottura rimettere: testa, lische ed i resti, la foglia di alloro e uno spicchio di aglio. Bollire a lungo restringendo il brodo e poi filtrare. In una padella rosolare nel burro e in un po’ d’olio la cipolla tagliata finissima. Tostare il riso e poi versarlo nella padella (o viceversa), aggiungere la polpa di pesce e il ristretto di brodo ottenuto. Quando la cottura del riso è quasi terminata, aggiungere il vino o il cognac, lasciare asciugare e finire la cottura. Fuori dal fuoco, versare il burro rimanente e una spruzzata di parmigiano, mescolando bene. A dire il vero il formaggio l’Andreina non sempre lo mette, perché a qualcuno potrebbe non piacere. Lo stesso dicasi per l’anguilla, la ricetta originale lo prevedeva e lei è d’accordo per inserirla, suggerendo che l’anguilla possa sostituire il burro nella mantecatura.

86

L’insegna del ristorante Un interno del locale

Da sinistra: la cuoca Susanna e i titolari Andreina e Angelo Cattin


BANCADRIA

BANCADRIA

e il 150° anniversario dell’unità d’Italia di Giovanni Vianello Presidente Bancadria

R

icorre quest’anno il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e anche noi, Bancadria, daremo il nostro -

animato l’operato delle due banche che hanno dato origine a Bancadria, vale a dire le due Bcc di “Santa Ma-

e di spirito identitario per noi del Credito Cooperativo è giocare in casa!

Non essendoci, non abbiamo partecipato all’Unità d’Italia ma, come Credito Cooperativo, possiamo sostenere di aver contribuito alla sua

Bancadria, per la nostra compagine sociale, che riviene da un recente

come è vero, nel contesto

nità economica, seppur molto importante, non è stata comunque ritenuta

e contemporaneamente, aver promosso e contribuito allo sviluppo e al benessere di un territorio: Oggi, il nostro primo impegno, il nostro nuovo proponimento è di essere

una unità di intenti e di nascita di un soggetto economico dalle poten-

soggetti interessati, ad at-

Comunicazione istituzionale

un soggetto nuovo nel modo di intendere il suo cato, nuovo nel percepire le attuali necessità della gente, nuovo nell’attenla salvaguardia dell’am-

da protagonisti, come nel caso del progetto/prodot-

“G. Garibaldi, Italia e Vittorio Emanuele II !!”, Cordey e C.a editore, Torino, XIX sec., litografia colorata a mano, 335 x 274 mm. (collezione di Alessandro Ceccotto), in “il mito di garibaldi” ARCILIBRI, 2007

Un modo nuovo, quindi, ma anche e al contempo, la ri-

i Soci come questo progetto abbia ottenuto un


I fatti e le persone descritti in queste pagine sono realmente esistiti; il nonno dell’autrice era un appassionato di Dante e ne amava citare i versi.

Strisce


I COLLABORATORI DI QUESTO NUMERO Natalino Balasso è nato a Porto Tolle nel 1960. È autore e attore di teatro, cinema, radio e televisione, ha debuttato in teatro nel 1991, in televisione a fine anni novanta, in cinema nel 2007 e ha scritto alcuni libri di successo. Luca Belloni è nato a Milano nel 1969, è compositore e direttore d’orchestra. Nel 1996 fonda, in collaborazione con Luciano Chillemi, l’Ensemble Webern col quale si dedica soprattutto alla promozione del repertorio contemporaneo. Svolge anche attività di divulgatore musicale e dal 2009 è il curatore di una rubrica sulla musica d’oggi sul quotidiano online Il Sussidiario. net. Sue composizioni sono eseguite in importanti sedi concertistiche. E’ editor della macroarea Universo musica (editoria, saggistica, discografia, didattica) di ABEditore essendo anche incaricato della Direzione Editoriale. Romolo Cacciatori è nato a Rovigo ma da molti anni risiede a Padova. Ha lavorato in diverse aziende ricoprendo ruoli importanti nell’ambito dell’organizzazione e della gestione manageriale. A questa attività si è sempre accompagnato un grande interesse per il mondo dell’enogastronomia, diventando, tra l’altro, un grande conoscitore delle tradizioni culinarie della nostra regione. È attualmente Presidente del Veneto e Consigliere Nazionale della “Chaine de Rotisseurs”, la più antica e diffusa associazione enogastronomia del Mondo, presente in più di 84 paesi. Paolo Cassetta è nato a Fasana nel 1962. Ha lavorato alla Caster di Porto Viro per 18 anni, poi alla Sundyne Corporation USA per 7 anni ed è imprenditore dal 2009. Il suo lavoro lo porta da anni in giro per il mondo. E’ anche fotografo autodidatta dal 1980. Ha avuto come maestro Mauro Galligani di EPOCA e ha collaborato e lavorato con Renato Valterza. Attualmente collabora con “Il portale delle meraviglie” di Fulvia Pell. Alessandro Ceccotto è nato e residente ad Adria da una antica famiglia di commercianti, le cui origini risalgono almeno al 1650. Diplomato al Liceo Artistico di Padova e in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Dal 1974 è impegnato sul versante della multimedialità artistica (foto, video, poesia visiva, mail art, copy art, computer art, installazioni, ecc.), esponendo in mostre personali e partecipando a numerose rassegne collettive in Italia e all’estero. Mailartista convinto. Dal 1978 esercita l’attività di restauratore di

che fa ricerca nell’ambito delle tematiche interculturali. Dimer Manzolli vive a Papozze dove è nato il 24 maggio 1950. Laureato in Materie Letterarie all’Università di Padova con una tesi sugli Estensi nel mondo veneto. Docente di Materie Letterarie nella scuola media sino al 1999, dallo stesso anno è stato, prima del pensionamento nel 2010, Dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Porto Tolle. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Sindaco di Papozze dal 1980 al 1990 e dal 1995 al 2004. Presidente del Parco Regionale Veneto del Delta del Po dal 2002 al 2005. Collabora con “Il Gazzettino” sin dal 1976. Collabora con riviste specializzate. Nel 2009 vincitore del premio “Penna d’Oca” di Unioncamere Veneto con il quaderno “E’ nata l’Accademia del tartufo del Delta del Po”. Dal 2007 è presidente dell’Accademia del tartufo del Delta del Po e ne cura il sito: www.accademiadeltartufo.org Giuseppe Pastega è nato a Pederobba (Tv) nel 1938. Laureato a Padova in Lettere ha iniziato ad insegnare nel 1961 nelle scuole medie e superiori. Trasferitosi ad Adria nel 1964 è stato docente di Lettere presso l’ITC “Maddalena” e poi Preside per 25 anni in vari Istituti di Adria. Negli ultimi anni si è dedicato alla ricerca storica e d’archivio, pubblicando presso Apogeo Editore tre libri: “Il Ginnasio liceo Carlo Bocchi di Adria” (2003), “et vadi alla bona ventura - Trecento anni di storia dell’Ospedale Civile di Adria” (2006), “Gli Annali Guarnieri-Bocchi” (2010). Claudia Piccolo è nata ad Adria (Ro) nel 1974 e laureata in Architettura all’università di Venezia. Fumetto, illustrazione ed arte le hanno valso riconoscimenti sia nazionali che internazionali. Collabora con varie riviste e fanzine italiane. Ha pubblicato l’antologia a fumetti “Around the word” (Cagliostro Epress, 2010). Vive a Santorso, in provincia di Vicenza. Bruna Giovanna Pineda è nata a Rovigo nel 1967, studia architettura a Venezia ma poi si mantiene facendo l’agente di commercio, come il padre. Da sempre attenta alle tematiche sociali, inizia però il suo attivismo dopo i fatti del G8 di Genova del 2001. Aderisce alla rete nazionale antirazzista e partecipa a varie iniziative contro le deportazioni dei migranti e contro i Cpt, oggi Cie. Aderisce al Social Forum Polesano e fonda con altri a Rovigo l’associazione Migro-diritti senza confini. Nel 2003 costituisce

materiale archeologico e dal 1991 è di ruolo presso il Museo Archeologico di Padova. Nel 1990 è stato uno dei fondatori del Gruppo Archeologico Adriese “Francesco Antonio Bocchi”. Ha ideato, curato e/o collaborato all’allestimento di moltissime mostre di vario genere per musei, associazioni private ed enti pubblici. Ha pubblicato articoli e ricerche, curato cataloghi su: restauro, beni culturali adriesi, arte, Mail Art, Garibaldi e il Risorgimento, ecc. Ma il suo vero “lavoro” è collezionare in maniera ragionata (non solo maniacale) tutto ciò che riguarda Giuseppe Garibaldi e purtroppo... molto altro. Elizabeth De Boehmler è nata in un’isola dei Caraibi, è cresciuta in parte in Canada e in parte negli Stati Uniti. Abita da 15 anni ad Adria e vive in Italia da 22. Insegna inglese come seconda lingua. Milena Dolcetto è pubblicista, si è diplomata in pianoforte e musica vocale da camera al Conservatorio “Venezze” di Rovigo. Collabora con riviste musicali specializzate, quotidiani (è corrispondente dal 1996 della pagina cultura e spettacoli de “Il Gazzettino”) ed enti teatrali. Ha pubblicato saggi: ”Insieme per cantare - l’esperienza corale di Giorgio Mazzucato - Rovigo 1973 –1998” edito da Minelliana e tiene conferenze di competenza musicologica. Il Foto Club Adria è associato dal 1966 alla F.I.A.F. (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) al numero F.I.A.F. 0312. Al Foto Club Adria è stato conferito dal Presidente della F.I.A.F. Giorgio Tani il titolo onorifico BFI (Benemerito della Fotografia Italiana) “Per l’impegno profuso, a iniziare dal 1966, nell’attività di promulgazione e divulgazione della fotografia in ambito regionale e nazionale”. É una associazione senza fini di lucro che si propone di riunire gli appassionati della fotografia, divulgare l’arte fotografica soprattutto come fatto culturale, promuovere manifestazioni, mostre, attività e quant’altro possa servire per valorizzare il linguaggio fotografico. Anamaria Gabriela Girdescu è nata in Romania nel 1990, dove ha trascorso l’infanzia e i primi anni dell’adolescenza. Studentessa al Liceo Linguistico “Carlo Bocchi” di Adria ha pubblicato con Apogeo Editore il libro di poesia “Le mie mute amiche”. Fiorella Libanoro Giolo vive da sempre ad Adria, dove è nata. Si è occupata di educazione, in particolare nello scoutismo. E’ presidente del Centro Studi “Agnese Baggio”,

92

con altre donne un gruppo di autoaiuto “Amiche per la pelle”, per venire in soccorso alle donne che vivono vicino a noi ma che vengono da lontano. Nel 2006 viene eletta Assessora alle Pari Opportunità e all’immigrazione del Comune di Rovigo. Durante il suo mandato istituisce il Centro Donna Interculturale, Il Centro Antiviolenza e avvia il progetto per la Casa Rifugio Mamma e Bambino a indirizzo segreto. Maurizio Romanato è nato a Rovigo il 27 ottobre 1954. Ha conseguito la maturità classica al Liceo Celio di Rovigo nel 1972, si è poi laureato in Ingegneria civile edile all’Università di Padova, è al Gazzettino redazione di Rovigo dal 1977. Giornalista professionista, cura da anni la pagina della cultura-spettacoli dell’edizione provinciale. Nell’ambito della storia dello sport ha scritto “Francesco Gabrielli (1857-1899) Le origini del calcio in Italia: dalla ginnastica allo sport”, edito da Antilia di Treviso nel 2008; fa seguito a “Rovigo Calciostoria” (con Stefano Casalicchio) edizioni Ipag nel 1989, “Il calcio veneto” di Gianni Brera, Neri Pozza editore nel 1997, mentre con Alberto Garbellini nel 2006 ha realizzato “Rovigo in C2, un’emozione per sempre”. Sergio Sottovia è nato a Crespino nel 1946. Pubblicista dal 1990, ha respirato l’aria sportiva dei campi di calcio, come giocatore dirigente della Fulgor Crespino. Benemerenza sportiva della Figc, del Coni e della Provincia di Rovigo, è stato cronista e cantastorie per il Resto del Carlino e per Areasport Rovigo. Tuttora collabora con Delta Radio e con alcune testate venete. Ha pubblicato la trilogia “Polesine gol” (circa 100 personaggi del calcio polesano) e la storia degli “Olimpionici & Gentlemen” nel libro edito per i “50 anni del Panathlon Rovigo”. Alessandra Tozzi è psicologa. Fondatrice e Presidente di due Associazioni, Ametiste e Sagittaria, operanti nel territorio provinciale, da anni si occupa di tematiche sociali ed educative. Partner e coordinatrice di area del progetto comunitario “Città Gentili”, lavora attivamente per combattere e prevenire la violenza di genere attraverso corsi di formazione e sostegno psicologico alle vittime. Tra le sue competenze vi sono la gestione e il supporto a problematiche legate all’infanzia e alla disabilità. Matteo Veronese vive e lavora a Rovigo, di professione Paesaggista, socio AIAPP (Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio).


precisi tecnologici ed ecologici ...impianti di qualità ad alta definizione

Per vincere le sfide del mercato è indispensabile essere all’altezza delle vostre esigenze. ...il reparto grafico

Con più di vent’anni di esperienza, ci proponiamo con le tecnologie più avanzate offrendo una gamma di servizi, dalla progettazione grafica alla preparazione degli impianti, dalla stampa alla confezione. La nostra mission è essere sempre all’avanguardia, fornire soluzioni di qualità a prezzi competitivi nei tempi previsti.

...impianti di qualità ad alta definizione

www.nuovatipografia.it

...lavorazioni speciali

Via Battare, 815/591 z.a. - 45015 Corbola (RO) tel. 0426 45900 - fax 0426 953049 info@nuovatipografia.it Via Chieppara, 18 - 45011 Adria (RO) tel. e fax 0426 902376 adria@nuovatipografia.it

...la stampa

...packaging ...la stampa digitale ...consegna in tempi rapidi


REM-Anno II, n.2 del 1 giugno 2011 (150)  
REM-Anno II, n.2 del 1 giugno 2011 (150)  
Advertisement