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Gianfranco Scarpari, una vita narrata. Scritti e testimonianze


Gianfranco Scarpari, una vita narrata. Scritti e testimonianze


ISBN: 978-88-88786-56-8 Prima edizione: Maggio 2009


Ad Adria


Indice

Presentazione

Antonio Lodo, Sindaco di Adria

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Premessa

Brunetta, Giambi e Monica

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Biograf ia

Michelangelo Bellinetti

La professione

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Maurizio Callegari

Architettura e Territorio

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Incontri

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La città

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Memoria Vita “moderna”

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Nel tempo

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Testimonianze

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Bibliograf ia di Gianfranco Scarpari

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Presentazione

Questo libro, approntato a un anno dalla scomparsa di Gianfranco Scarpari con amorosa cura dai suoi familiari, la moglie Brunetta e particolarmente i figli Monica e Giambattista, è certamente un atto, importante, di familiare devozione, di affetto privato; ma acquista il carattere anche di doveroso ricordo, di una forma degna di omaggio per un cittadino, per un uomo tanto significativamente importante nella vita pubblica e civile adriese in tanti diversi modi di impegno e di presenza. Gianfranco Scarpari è stato per un cinquantennio un protagonista vivo, intelligente, appassionato pressochè in tutti gli aspetti della vita cittadina, da quello associativo a quello istituzionale a quello politico e sociale. Raccogliendo e proseguendo sul piano professionale la prestigiosissima esperienza del padre, l’architetto Giambattista, egli ha lasciato a sua volta numerose e importanti prove in tanti edifici della nostra Città, contribuendo a conservarne gli elementi più distintamente identitari; unico suo motivo di rincrescimento è stato il cosiddetto “grattacielo”, frutto in realtà di una stagione ancora poco attenta a certi valori, quei valori che tuttavia anche Scarpari stesso avrebbe poi concorso ad approfondire e a promuovere, come mostrano le realizzazioni sue di tanti edifici, palazzi e interventi pregevoli lungo il Canalbianco e in altre zone della Città. Ha contribuito volta a volta a dirigere, organizzare, sostenere associazioni e sodalizi, Enti e gruppi: per dire, dal coro Soldanella, di cui fu Presidente, al locale Rotary; promuovendo iniziative e convegni, suggerendo temi e argomenti; scrivendone, anche, in più riprese, sulla stampa locale. Sempre nell’ottica della salvaguardia del territorio e della Città amata, con l’occhio alle possibilità di uno svilup-

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po rispettoso della tradizione, da lui tenacemente rievocata e difesa. Svolgendo spesso, discretamente, un lavoro di consulenza vera e propria, segnatamente per le questioni archeologiche e relative al Museo e per gli edifici e le strutture sacre, i cui responsabili si avvalevano della sua competenza appassionata. Non poteva mancare, a un cittadino a tutto tondo quale egli è stato, l’esperienza politica, condotta per breve periodo come Consigliere Comunale e come rappresentante del Partito Liberale, di cui fu per qualche tempo Segretario Provinciale e anche Consigliere Nazionale, negli anni ’60. In qualche modo, per altro, il suo interesse per le vicende politiche, nazionali e soprattutto locali, non venne meno neppure dopo la fine del suo impegno diretto, personale; si informava, era aggiornato, talora sorprendentemente, sulle questioni e sui movimenti dei Partiti e dei personaggi coinvolti. Ogni aspetto della Città, per altro, lo interessava; e lo incuriosivano e lo interessavano le persone. Conosceva e ricordava famiglie, parentele; la sua eccezionale memoria, che sosteneva la sua ampia cultura anche nel campo di argomenti storici e letterari, lo aiutava a delineare genealogie intere di ceppi adriesi, a inquadrare fatti e circostanze con precisione, a citare episodi curiosi o divertenti, a riportare battute, a rievocare figure di rilievo o personaggi stravaganti con pari nitidezza, con sicurezza insieme di dettagli e di giudizio. Scarpari ha dato contributi importanti alla conoscenza del nostro territorio, e in particolare alle forme di architettura quali da un lato le fastose e prestigiose Ville Venete, oggetto di un suo libro fortunato, e dall’altro l’umile casa rustica polesana, con un’analisi che resta un riferimento essenziale. Ha descritto aspetti caratterizzanti del Delta, toccando le grandi questioni connesse, sottolineandone la fragilità e

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avvertendo – sempre – la necessità di salvaguardarli, proteggerli. A riconoscimento della sua complessiva attività culturale l’Accademia dei Concordi di Rovigo lo elesse “Membro Corrispondente”. Negli anni recenti, infine, deposto il calibro – per così dire – del professionista tanto operoso e impegnato quanto universalmente apprezzato, si è dedicato con sempre maggiore lena, e quasi fervore, all’attività di scrittore di cose proprie. Seguendo il filo della memoria, valore fondamentale alla luce del quale ripercorrere la trama della sua vita e quella della sua famiglia, lo snodarsi delle vicende cittadine in primo piano sullo sfondo di quelle nazionali, ha offerto una serie di racconti e di romanzi contrassegnati da sobrietà di scrittura e da grande eleganza, da una “misura” sentimentale trattenuta ma profonda e sincera, costantemente venati da quella sottile nostalgia che la maturità e la vecchiaia alimentano e usano per dipanare il senso delle cose trascorse. Nel quadro dei ricordi personali e familiari, raccolti affinchè la memoria si conservi per i giovani, emergono i tratti di una complessiva temperie cittadina, nell’ottica di una prospettiva tutta soggettiva che come un fascio di luce gettato di traverso consente tuttavia di dar forma anche alle zone sullo sfondo, meno illuminate. Scarpari ha offerto anche, agli amici e ai conoscenti, l’intelligenza, la cultura, l’ironia della sua conversazione, coltivando nelle passeggiate lungo il Corso quel gusto delle “ciàcole” così tipicamente veneto e adriese che sentiva profondamente; lui, che rimarcava, compiacendosene come di certi tratti da “burbero goldoniano”, la sua origine trentina, lui che dichiarava una postuma fedeltà all’Impero austroungarico, e che aveva voluto aggiungere il nobiliare “di Prà Alto” al cognome più per attaccamento alle radici profonde del-

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la famiglia, credo, che per ostentata rivendicazione aristocratica (si considerava aristocratico già così com’era, l’Ingegnere!) Ho sommariamente richiamato le ragioni che hanno reso Gianfranco Scarpari un cittadino eminente, un adriese benemerito, un uomo e un amico memorabile. Non è davvero retorico dire che la Sua scomparsa è stata una perdita, grande, per la Città e i cittadini, e gli amici, oltre che per la famiglia. Questo omaggio e queste testimonianze, di lui e per lui, un po’ confortano, aiutando a cogliere gli aspetti di una figura alla quale tutti noi Adriesi, anche senza saperlo, dobbiamo qualcosa. Antonio Lodo, Sindaco di Adria

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Premessa

Uno degli impulsi, forse il più profondo, che alimentava il desiderio di esprimersi e comunicare di Gianfranco, che traspariva in ogni sua opera o scritto e non veniva celato neppure nelle sue conversazioni, era il recupero della memoria delle persone, delle cose, degli eventi che il tempo finisce per travolgere, modificare o sbiadire, fino alla loro quasi completa cancellazione. Per onorare questa sua aspirazione, a distanza di un anno dalla scomparsa, noi familiari abbiamo deciso di raccogliere parte del materiale da lui lasciato, per rimarcare il segno del suo passaggio e poterlo trasmettere agli amici, ai parenti ed a chiunque abbia piacere di ricordarlo. Il lavoro che abbiamo affrontato non è stato di facile elaborazione e realizzazione data la quantità e la diversità di materiale che ci siamo trovati a dover selezionare, ma ci eravamo prefissi alcune finalità che ci auguriamo di aver rispettato e, soprattutto, di essere riusciti a riportare in questa “raccolta”. Il primo proposito era lo sforzo di essere obiettivi, cosa per nulla facile quando esiste un coinvolgimento affettivo quindi: per non scivolare in una trappola emotiva, abbiamo evitato per quanto possibile di inserire parole, didascalie o commenti, a fungere di collegamento o spiegazione tra i diversi brani, articoli e testimonianze, consapevoli che ciò non avrebbe agevolato la chiave di lettura. Il secondo proposito era dare una visione generale e globale del suo percorso di vita non solo relativo all’attività da lui svolta ed all’operato ad essa attinente, evidenziando il suo profondo legame alla città di Adria ed al territorio limitrofo, in quanto nell’ingegnere, nell’uomo politico, nel giornalista, nello scrittore aldilà della persona stessa, risalta, in primis Gianfranco: “cittadino adriese”.

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Il terzo proposito consisteva nel rifuggire da ogni forma benché minima di celebrazione certi di rispettare in questo gesto non unicamente un nostro desiderio, ma soprattutto una sua volontà, data la sua riservatezza ed il suo noto ironico sarcasmo verso l’eccessivo protagonismo e la plateale ostentazione. Per focalizzare al meglio questi tre obiettivi abbiamo deciso di suddividere il libro in capitoli, senza rispettare una cronologia e neppure una suddivisione logica e ordinata delle fonti, ma ripartendolo per temi, al fine di creare una sorta di parallelismo tra la presenza, la voce di Gianfranco e questi luoghi, selezionando perciò quasi esclusivamente il materiale che a questo legame si riferisse. La scelta grafica e la varietà dei caratteri hanno lo scopo di differenziare la provenienza dei testi, cercando un’attinenza od una somiglianza con quella originale. Nella speranza di essere riusciti a convogliare e rappresentare in questo volume almeno parte di quelle che erano le nostre intenzioni, ma soprattutto di aver interpretato in modo pressoché equilibrato quello che è stato il senso generale del suo vivere, ringraziamo tutti coloro che abbiamo coinvolto nella stesura, quelli che hanno partecipato ed anche quelli che avranno la pazienza di soffermarsi tra queste pagine. Brunetta, Giambi e Monica

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Biograf ia

Gentiluomo di raffinati interessi, Gianfranco Scarpari di Prà Alto si laureò in ingegneria civile e intraprese subito la libera professione non tralasciando le passioni che sempre lo accompagnarono: la musica, la caccia in valle, la letteratura. Liberale non solo per scelta politica quanto per naturale educazione, si impegnò politicamente nel tempo più difficile per Adria e per il Polesine. Non rimase estraneo al dibattito che si aprì all’indomani dell’alluvione del 1951, drammatico prologo di una lunga stagione scandita da tante incertezze ambientali, dall’esodo di migliaia di polesani, dall’emarginazione sociale. Sostenne, allora, il dovere di salvare la terra riscattata dalle grandi bonifiche anche a costo di duri sacrifici e nel contempo indicò la necessità di aprirsi verso nuove dimensioni sociali dentro prospettive più vaste così come i rinnovati equilibri europei e il maggiore sviluppo economico suggerivano. E quello fu il tempo in cui il suo impegno civile divenne responsabilità pubblica: consigliere comunale di Adria, segretario provinciale del Partito liberale, consigliere di istituti bancari, rappresentante di sodalizi e di circoli culturali. La passione per la sua terra e l’attenzione per la sua gente lo portò fatalmente a ricercare le ragioni più profonde che legano il carattere dei polesani al senso della civiltà espressa tra Adige e Po. E fu a quel punto che Gianfranco Scarpari si scoprì scrittore. Sulle prime si misurò sui giornali e sulle riviste, poi le sollecitazioni di lettori e di amici

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lo portarono a scrivere testi più compiutamente organici. Il primo libro fu “Le Ville Venete”, edito nel 1980: storia e analisi delle testimonianze architettoniche più alte tra il Quattrocento e il Settecento nel nostro territorio. Nello stesso anno licenziò “La casa rustica in Polesine”: studio approfondito e amorevole sulle realizzazioni edilizie, forse minori dal punto di vista estetico ma certamente molto significative sul piano dell’evoluzione sociale. Tre anni più tardi fu la volta di “Il Delta del Po natura e civiltà”, un inno alla portentosa realtà dominata dal grande fiume. Poi scrisse e curò “Le ville della provincia di Rovigo” e, infine, “Vivere nel Delta” con le immagini di Fulvio Roiter. Catturato, come dice Toni Cibotto, dal fascino della scrittura, a quel punto Gianfranco Scarpari si è cimentato su di un’altra armonia espressiva, vale a dire ha incominciato a scrivere una serie di opere in chiave autobiografica destando l’interesse della critica letteraria. Ed ecco, allora, “La casa là” del 1993, “I piccoli peccati” del 1995, “Valzer imperiale” del 1998, “Gli alberi della memoria” del 2000, “Gli anni della cornacchia” del 2002 e “Una corsa nel tempo” del 2004, vincitore del premio nazionale “Settembrini”. Sono tutti libri di memorie, memorie che Gianfranco Scarpari ha filtrato attraverso l’ordito mediato dal tempo. La fantasia lungo quelle pagine altro non è che una concessione elargita dalla trasfigurazione del ricordo. Con i testi dedicati alla civiltà territoriale ed all’architettura veneta, questi libri di ricordi testimoniano in modo perfetto il carattere di Gianfranco Scarpari, ciò che per lui rappresentò – al di là della dedizione alla famiglia – la sua identità più profonda. Michelangelo Bellinetti

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Gianfranco Scarpari, una vita narrata. Scritti e testimonianze


La professione Documenti ed esempi dell’attività professionale: gli interventi su edifici pubblici e privati che hanno accompagnato e determinato il volto della Città.


Evidenziate in grigio scuro alcune progettazioni dell’Ing. Gianfranco Scarpari (1956-2007)


La Professione

Un progettista di garbo

L’attività professionale di Scarpari, ingegnere e progettista, svoltasi nell’arco di mezzo secolo, è evidente nelle costruzioni del tessuto urbano di Adria. Queste righe non vogliono illustrare un curriculum professionale di tutto rispetto, ma semplicemente essere una modesta raccolta di spunti per leggere un percorso progettuale, e le conseguenti architetture, che hanno lasciato un segno importante nel panorama di questa città e non solo. Avendo avuto la possibilità (ma anche la buona voglia e la curiosità!), di affrontare praticamente tutti i temi del costruire urbano nelle diverse tipologie edilizie, dalla villa alla palazzina, dall’edificio terziario a quello pubblico, è possibile leggere nelle sue realizzazioni l’evolversi della cultura architettonica della seconda metà del ‘900, e soprattutto intuire quali sono stati gli spazi di libertà, i condizionamenti e gli stimoli che un progettista ha ricevuto nel tempo da norme e piani urbanistici: dalla deregulation del dopoguerra allo stop della legge ponte, dal Piano Regolatore del Magistrato alle Acque a quelli Regionali, dai Piani di Recupero alle norme di dettaglio per i centri storici. Ecco quindi i primi edifici alti in corso Mazzini e corso Garibaldi e l’ultimo, la banca (1), all’angolo con corso Vittorio Emanuele II; le ville di Amolaretta, Cengiaretto (2), via Nova, via Malfatti (3) e via Badini; le case a blocco di via Chieppara, via Retratto, Riviera Amolaretta e quelle di via Moro; le case a corte di Chieppara e quelle di Peschiera (4), riprendendo lo schema compositivo di riusciti e singolari interventi di sostituzione edilizia degli anni ‘30. Ma sembrano essere ancor più significativi gli interventi, anche se in apparenza di minor importanza, nel tessuto storico, o semplicemente urbano della città, quando le ristrutturazioni e le novità sono costrette a dialogare o a scontrarsi con le preesistenze: qui la scelta è stata quella 25


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del dialogo, ed ecco gli inserimenti (impossibile indicarli tutti!) di via ex Riformati, via della Fossa, via Burbera (5), via Bocchi, corso Vittorio Emanuele II, via Terranova, via Buzzolla, vicolo Monici. è evidente che gli edifici pubblici e quelli a destinazione terziaria, per loro natura, oltreché per dimensioni, hanno rilevanza e impatto diverso: l’approccio e il risultato non sembrano però differenti per la costruzione di un nuovo padiglione dell’Ospedale e il restauro del Palazzetto Bocchi (6), quello di Villa Mecenati (7) e la ristrutturazione della Galleria Braghin (8), che ha restituito alla cittadinanza un luogo simbolico e un’identità dimenticata. Ma è la sempre percepibile personale interpretazione vuoi dei modi di costruire e del mercato edilizio, vuoi delle normative urbanistiche che si sono succedute nel tempo, che costituisce il filo conduttore con cui ha affrontato i temi del rinnovamento urbano e della dialettica della cultura progettuale, lasciando ben poco spazio a improvvisazioni, mode o effimeri modernismi. Ne sono chiaro esempi le ristrutturazioni e ancor più gli interventi di sostituzione nel luogo più significativo ed emblematico, quindi più delicato, di Adria: i fronti delle Riviere (9) (10), dove le sobrie facciate si inseriscono in autonomia, ma sempre senza imporre ingombranti diversità. Anche l’edificio a torre, a lungo criticato per l’evidentissimo contrasto architettonico con la città, e che gli adriesi hanno chiamato pomposamente “grattacielo” (11), è entrato a far parte del panorama cittadino, e oggi lo possiamo interpretare come una -magari non voluta- provocazione di un progettista di estremo garbo e di grande disincanto. La stessa ironia penetrante, a volte pungente, ma più spesso lieve, con cui usava commentare con sagacia e passione le vicende di Adria, sembra in qualche modo trasparire anche nel suo progettare, nella 26


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lucida interpretazione delle esigenze dei committenti e nel sempre critico adempimento alle mutevoli norme che regolano l’edilizia. Modo di porsi, del resto, assolutamente identico anche nell’affrontare le professionalità e le progettazioni altrui, nel ruolo di componente della Commissione Edilizia, quando questa aveva ancora competenze, e competenti, nell’ornato. Si è così potuto prendere il lusso di dettare in qualche modo le linee e comunque di essere sempre punto di riferimento del costruire ad Adria e dintorni, per privati, imprese, ed enti pubblici, sempre perfettamente consapevole che i progetti sono sì commissionati da un solo soggetto, ma che le architetture costruite finiscono per appartenere a tutti, e di solito per lungo tempo. Maurizio Callegari

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Architettura e Territorio Il Delta, il Parco, la centrale di Porto Tolle; gli insediamenti e le costruzioni tipiche polesane; le ville venete. Pagine raccolte da articoli e libri a testimoniare la sua passione totale, di tecnico, studioso, uomo, per la sua terra.


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ADRIA. La 2a conferenza internazionale del Rotary

La storia del Delta

La differenza tra delta ed estuario, riferiti alla foce di un fiume, è a tutti ben nota. Viene invece meno avvertita la diversità delle situazioni morfologiche ed ambientali che si creano nei territori adiacenti. Il delta infatti, con la frazionata suddivisione in vari rami formanti tra i loro corsi delle vere e proprie isole, determina un costante rapporto tra gli uomini ed il fiume che risulta cosi travalicare la semplice funzione di via d’acqua attraversante il territorio, per assurgere ad elemento primario che condiziona l’esistenza di intere popolazioni. Questo apparve il motivo ispiratore della prima Conferenza internazionale dei delta mediterranei organizzata, nel 1979, dal Rotary Club francese di Arles (Rodano) e che, in questi giorni, è giunta alla sua seconda edizione – dedicata al delta del Po – a cura del Rotary di Adria con il quale hanno collaborato quelli di Comacchio, Ferrara e Rovigo. Articolato in tre giornate, intensissime di relazioni e di visite,

il convegno ha presentato, rispetto ad un’inveterata consuetudine nostrana, alcune particolarità che val la pena di evidenziare. Si è superata, in primo luogo, la deformante abitudine di trattare separatamente il delta veneto da quello emiliano-romagnolo, secondo lo schema di antiche divisioni storiche e di attuali diverse colorazioni politiche. Si è affidata la stesura delle relazioni a persone qualificate, ma che vivono ed operano in diverse discipline nell’area deltizia, presentando così un delta visto dall’interno. Si è, infine, effettuata una esposizione globale e comparata dei vari temi sfuggendo alle deformazioni che spesso risultano allorché si concentra l’interesse su di un solo settore. Gli argomenti trattati, ed ampiamente sintetizzati in una pubblicazione trilingue curata dal Club di Adria, riguardavano la storia del delta, l’agricoltura, la vallicoltura e la fauna, l’ecologia e il turismo, la difesa del territorio. Nella trattazione non si sono adottati funambolismi po-

litici per eludere o sfumare argomenti scottanti. Anche se il convegno si prefiggeva una funzione eminentemente informativa, sono rimbalzate, evidenti, numerose osservazioni: su di un’agricoltura – ad esempio – che al di là della coltivazione della barbabietola continua a ricercare vie alternative senza trovare precisi indirizzi, sulle difese idrauliche che solo ora affrontano qualche rettifica del corso del fiume dopo aver seguito per decenni il criterio passivo della sopraelevazione delle arginature, sulla contraddizione tra la salvaguardia ambientale ed il dilagare dell’edificazione sparsa nella campagna improntata a tipologie estranee e degradanti, sull’incapacità di affrontare con decisione l’istituzione di un parco naturale, sia pure regolato in funzione dell’alto grado di antropizzazione della zona e delle attività economiche in essa esistenti. Il Rotary sembra aver interpretato, in termini precisi, una tendenza che giorno per giorno sempre più prevale tra la popolazione.

In “IL GAZZETTINO”, 19 Maggio 1982

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Essa va rendendosi conto di vivere in un ambiente unico ed irripetibile assegnatole dalla provvidenza, ma che inopinatamente, per decenni, aveva tentato di mutare accelerandone in modo frenetico una innaturale trasformazione. I prosciugamenti inconsulti delle valli da pesca, le estrazioni di metano dal sottosuolo, la costruzione della centrale termoelettrica costituiscono i segni di quest’atavica insofferenza e di un’inutile rincorsa a miglioramenti socioeconomici pagata peraltro a caro prezzo. Il paragone con la Camargue è al riguardo assai significativo ed è rimbalzato più volte durante la con ferenza di Adria. Nel delta francese – di minore estensione ed idraulicamente più governabile, occorre ammetterlo – le varie attività hanno trovato una ripartizione territoriale: da un lato le industrie, quasi occultate agli occhi del visitatore, dall’altro i massicci insediamenti turistici di Le Grau du Roi e de La Grande Motte mentre, a contemperare tali «con-

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cessioni», interviene la salvaguardia integrale delle zone agricole, dei pascoli e delle aree vallive sapientemente «comandate», nel regime idraulico, per garantirne la stabilità. E qui scaturisce un’altra distinzione tra il delta del Po e quello del Rodano: il primo in perenne preoccupante evoluzione, l’altro quasi immobilizzato in una forma che si manterrà per generazioni e generazioni. Eppure, dal raffronto delle diversità – è stato detto nella serata conclusiva – possono scaturire proposte di soluzioni per le aree deltizie del Mediterraneo, formulate ciascuna sulla conoscenza di esperienze negative o positive condotte in un’altra. Civiltà è anche, in fondo, scambio di informazioni che consenta di scavalcare le sperimentazioni dirette attraverso le quali – è il caso di dirlo – ha dovuto invece passare il nostro delta negli ultimi decenni subendo la sparizione di alcune delle sue valli più belle e produttive, la disgregazione antieconomica della suddivisione fondiaria, la subsidenza

del territorio con le conseguenti alluvioni ed essendo, oggi, ancora una volta minacciato dalla proposta di altre installazioni inquinanti per i fabbisogni energetici del paese. La conferenza di Adria dunque, proprio perché diretta ad illustrare ad ospiti stranieri il nostro delta, ha fornito la più opportuna delle occasioni per approfondire temi che, nei confronti di opinioni svolte a livello locale, finiscono sempre per risultare sfocati dalle polemiche e dai compromessi. Qualcuno – mi sembra Musil – ha scritto che la «tua» storia diventa «storia» solo nel momento in cui la racconti ad un altro.


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POLESINE. Non c’è solo la centrale di Porto Tolle ma anche un progetto per il Delta

Il parco dei consensi e delle illusioni Nel giugno 1972 i Consigli regionali di Italia Nostra del Veneto e dell’Emilia Romagna, nel corso di un convegno, presieduto da Teresa Foscari Foscolo, lanciarono la prima proposta per la costituzione del «grande parco naturale del Delta». Si profilava all’orizzonte il programma di costruzione della grande centrale termoelettrica di Porto Tolle e a molti parve che l’ipotesi del parco costituisse poco più di un espediente per impedirne la realizzazione. La

candida illusione che, sulla scia della centrale, sarebbe decollato un avvenire industriale per le estreme zone orientali del Polesine, in grado di arginare l’esodo continuo della popolazione, e la propagandata insinuazione che il Parco «sarebbe stato una sorta di riserva indiana atta a salvare piante ed animali per espellere l’uomo, la sua presenza e le sue attività», crearono intorno al progetto di Italia Nostra, una sensibile diffidenza. La centrale è ora ultimata,

sebbene non ancora funzionante per mancanza di alimentazione. Incombe, con la sua ciminiera di 250 metri – bianca come un’immensa colonna cimiteriale – su tutto il panorama del Delta. Gli enormi tralicci, che sostengono le linee destinate a portare la corrente a centinaia di chilometri di distanza, hanno schiacciato le estreme illusioni di coloro che credevano nel miracola di una trasformazione economica del territorio. Ed ecco che per questa terra («il Polesi-

In “IL GAZZETTINO”, 27 Marzo 1982

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ne è sempre stato una colonia» ha osservato Gianluigi Ceruti, vice Presidente nazionale di Italia Nostra) si va già ventilando un altro programma a sfondo energetico: la costruzione di un terminal carbonifero a Porto Levante correlato al completamento delle opere idroviarie iniziate, ancor prima della guerra, dal governo fascista, tant’è che la nuova inalveazione del Canalbianco era stata allora battezzata «canale Mussolini». Il terminal carbonifero (come fu già a suo tempo la centrale) viene a costituire l’amara pillola da far ingoiare con lo zuccherino del completamento dell’idrovia. Stavolta però sembra che i bassopolesani non abbiamo abboccato. «No al terminal carbonifero, si all’idrovia» è, per esempio, lo slogan lanciato dal Sindaco di Rosolina, Ghezzo, che vede minacciate non solo le spiagge di Rosapineta ed Albarella, ma anche le altre attività economiche della zona: l’orticoltura, le valli da pesca, l’agricoltura. Così a sostegno dell’istituzione del Parco Naturale,

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rilanciata da Italia Nostra con la recente pubblicazione del “Quaderno n.14”, si vanno allargando giorno per giorno i consensi, anche tra gli abitanti del territorio i quali dimostrano, con ciò, di preferire le regolamentazioni inserite nella normativa del Parco ai disastri ecologici, e perciò anche sociali, che potrebbero derivare da altre avventure. Ma qual è, a grandi linee, la proposta? Il territorio interessato investe, in provincia di Rovigo, circa sessantamila ettari di superficie, collegati ad altri ventimila nel ferrarese, ed i Comuni di Corbola, Ariano, Loreo, Donada, Rosolina, Porto Tolle, Taglio di Po, con decine di migliaia di abitanti. Quest’altro grado di densità abitativa, ovviamente legato a sia pur modesti insediamenti imprenditoriali, crea per il parco del delta una situazione anomala, rispetto agli altri esistenti in Italia, che ha indotto i progettisti a cercare formule tali da rendere compatibile il rispetto dell’ambiente con la permanenza ed anche il progredire di

attività di vario genere: turismo, agricoltura, artigianato, piccola industria e attività terziarie. L’immensa superficie è stata così suddivisa in zone aventi caratteristiche diverse e che perciò richiedono gradi differenziati di tutela. Essa assumerà il massimo rigore nelle aree definite di “riserva integrale” ove l’ambiente naturale dovrà essere conservato nella sua totalità, escludendo qualsiasi intervento umano. Si tratta, per la verità, di ormai ridotte porzioni del territorio, situate nei lembi estremi del Delta. In esse la natura sta, per così dire, svolgendo il suo gioco evolutivo senza che la mano dell’uomo sia ancora intervenuta a modificarne il corso e variarne il ritmo: terre emerse o sommerse nelle quali possono moltiplicarsi o ripresentarsi forme di vita vegetale ed animale in via di estinzione. A ridosso di queste (che andranno a costituire il vero e proprio cuore del Parco) le grandi valli da pesca, superstiti dopo la stolta corsa al prosciugamento del dopoguerra, le terre emerse


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non ancora sottoposte a bonifica e coltivazione ed i residui di antichi boschi saranno classificati come «zone di riserva generale». Vi sarano vietate le costruzioni di nuove opere edilizie e di difesa fluviale e marittima che devono pur sempre inseguire la dinamica di terreni in costante evoluzione e quel progredire – auspicato a tutti – della navigazione fluviale con le infrastruttura ed i supporti ad essa necessariamente collegati. Le limitazioni all’insediamento di nuove iniziative tradizionali che, in certe zone, la regolamentazione andrà ad imporre, verrebbero invece largamente controbilanciate dallo sviluppo di attività legate alla gestione ed al flusso turistico che intorno al Parco andrà sviluppandosi. Romano Murmora – uno dei progettisti – in termini cautelativi, ipotizza quasi due milioni di visitatori all’anno con punte massime di seicento al giorno. In un capitolo del «quaderno» dedicato alla normativa, Gabriele Cipollone esamina le procedure da

seguire per la costituzione del Parco in rapporto alla legislazione vigente in Italia per concludere, alla fine, che l’imposizione di vincoli e la regolazione delle attività ammissibili «rischiano di restare lettera morta ove all’Ente non sia attribuito un potere diretto di controllo e non siano previste sanzioni a carico di chi viola le norme che regolano la vita del Parco». Ma già a monte di tale esigenza si profila, minacciosa, la solita grande nube della burocrazia con lo spezzettamento di competenze e la sovrapposizione di attribuzioni tipici in questo paese. Essi daranno origine ad una serie di interferenze nella costituzione e nella vita dell’Ente che dovrà continuamente misurarsi con i poteri di Comuni, Provincia, Regione, Magistrati del Po e alle Acque, Soprintendenze, Ministeri vari, ecc. ove non siano perentoriamente assegnati i limiti di responsabilità e di competenza di ciascuno con formule inequivocabili, non certo ispirate al soliti compromessi nostrani.

Occorre cioè evitare che, nei contatti con gli interlocutori strettamente indispensabili, i responsabili del Parco debbano procedere per compartimenti stagni risalendo la gerarchia burocratica «come fosse la corrente di un fiume, senza cioè mai trovare la sorgente del potere, per poi ritornare alla foce». Questo dubbio fu espresso da Antonio Casellati già nel convegno del 1972. Il fatto che, a dieci anni di distanza, la proposta del Parco si trovi allo stesso punto – avendo solo conquistato un larghissimo consenso popolare – sta a dimostrare quanto quel timore fosse fondato.

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Parliamo del Grande Fiume, questa perenne sfida alle genti venete

La frontiera del Po

Nella sua corrente, anche la storia ha camminato

In “IL GAZZETTINO”, 13 Novembre 1983

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I patiti della navigazione interna – una lucida minoranza di utopisti che forse, come spesso accade, vede più in là di molti realisti – vanno riscoprendo percorsi dimenticati e ne ipotizzano la riattivazione rimettendo in luce i fili che legarono, tanti secoli addietro, antiche civiltà dialoganti tra loro, a distanze per quei tempi incredibili, lungo rotte percorse da esili, insicuri natanti. Sulla scorta di queste ricerche appare perciò strano che Venezia non abbia mai manifestato, nei periodi del suo dominio, una vera vocazione per avventure di lungo respiro sul corso del Po. Al punto da indurre Gianni Brera a prendersela addirittura con il fiume: «L’Italia non è mai nata perché il Po non era un fiume, altrimenti Venezia l’avrebbe risalito in forze e avrebbe sottratto la Padania alle ricorrenti follie papaline e alemanne del Sacro Romano Impero». Ma in tempi, come i nostri, di diffusa e non sempre ingiustificata sfiducia nel potere centrale anche una boutade, come questa, può

apparire suggestiva. Se dunque il Po, a differenza di altri grandi fiumi europei, è stato sempre scarsamente navigato, al punto che i commerci si svolgevano soprattutto percorrendone, per via di terra, le arginature o traghettando da una sponda all’altra, come si spiega tutta una serie di affinità nelle tradizioni, nelle consuetudini di vita, nel folklore e nel linguaggio tra popolazioni che, dal piemonte al Delta, hanno vissuto per secoli vicende storiche differenziate e spesso contrapposte? Può risultare affascinante la tesi ottocentesca di chi credette di aver individuato una sorta di «comunicazione ideale» trasmessa dal fiume, elevato quasi al ruolo di divinità, «cuore pulsante nel dinamico confluire dei corsi d’acqua che tramano il territorio alla stregua di vasi sanguigni nel corpo di un essere vivente». Eravamo in pieno romanticismo. Oggi preferiamo pensare ad una serie infinita di legami, di messaggi rimbalzati nei secoli di borgata in borgata, da una

riva all’altra, di casa in casa che si arricchiva magari di solidarietà nelle grandi ricorrenze annuali per divenire addirittura vincolante durante le interminabili giornate dell’autunno e della primavera, quando il fiume, domestico ed innocuo per tutto il resto dell’anno, si rendeva pericoloso inarcandosi tra gli argini come un immenso serpente in agguato. Abitanti di sponde opposte, di villaggi situati a centinaia di chilometri di distanza, usavano nella parlata termini simili, citavano gli stessi proverbi, sfornavano gli stessi piatti. Come ha scritto Ruggero Orlando «chiamavano il padre di famiglia rettore (“rasdò” in Piemonte, “resgiò” in Lombardia), e la madre rettrice (“razdòra” nel Delta), come nei conventi, nei collegi, nelle università e quella radice, che li accomunava al re e alla regina, corrispondeva ad organizzazioni funzionali». Poi su una società che aveva resistito all’urto dei secoli calò precipitosamente la trasformazione sociale degli ultimi decenni che


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stravolse, non soltanto nelle sfumature, l’organizzazione ancora patriarcale di vita che accomunava le genti del Po. L’abbandono delle vecchie strade lungo gli argini, che aggregavano tra loro i villaggi come anelli di una catena, per nuove vie più dirette e più comode, la sopraelevazione delle opere di difesa, divenute simili a barriere tra fiume e campagna, ma soprattutto il trasferimento o il pendolarismo di gran parte della popolazione sui centri produttivi, attenuarono o cancellarono del tutto un secolare rapporto confidenziale con il Po. Ma oggi, con l’esaurirsi della corsa affannosa verso il consumismo, come tante volte è accaduto nella storia, affiorano nell’animo umano antichi richiami. La nostra vita si va facendo più raccolta, meno dispersiva: «abbiamo ripreso a guardare il cielo scrisse Ernst Wiechert e, in parte, ciò può consolarci se il domani sarà meno facile». Per questa via le nuove generazioni vanno riscoprendo il Po, ripercorrono le tracce delle loro origini, le moti-

vazioni lontane di un passato intessuto di fatiche, di rinuncie, ma anche di poesia. Questo recupero d’interesse nei confronti del fiume da parte dei padani rimbalza verso l’esterno: mai come in questi ultimi anni si sono pubblicati tanti volumi e tanti articoli sul Po, mai è stato oggetto di tanti servizi televisivi e fotografici con il risultato di mettere in azione un turismo dapprima pionieristico, che oggi però va coinvolgendo masse sempre più numerose. Di tale evoluzione si avvertono nel Delta due significative conseguenze. L’ipotesi di istituire un parco naturale o, comunque, di vincolare le porzioni ancora integre del territorio, che, nel passato, fu fortemente ostacolata dalla popolazione, trova oggi un numero sempre crescente di consensi. Gli abitanti dimostrano così di preferire le limitazioni stabilite da una normativa ai disastri ecologici derivati dalla politica territoriale del passato (appoderamenti dell’ente riforma, prosciugamento delle valli, estra-

zione del metano, centrale termoelettrica). Alle foci del Po di Levante un’isola turistica, moderna ed attrezzatissima, Albarella, programmata inizialmente come entità completamente avulsa dai luoghi che la circondano, va ora scoprendo i vantaggi di una sua integrazione ambientale e assimila, negli interventi edilizi che vi si svolgono, le caratteristiche tipologiche del Delta. Siamo ad una nuova svolta nei rapporti tra il Po e gli uomini. Forse non è lontano il giorno in cui impareremo non soltanto a temerlo, a navigarlo, a sfruttarne le risorse, ma anche, e soprattutto, ad amarlo.

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Ad Adria una operazione molto pericolosa

L’assalto alle aree verdi

In “IL GAZZETTINO”, 14 Febbraio 1980

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I primi nuclei abitati di Adria si difendevano dalle alluvioni periodiche scegliendo, per localizzarsi, le zone più alte – di qualche metro al massimo – rispetto alla campagna circostante. Le poche case superstiti del periodo sei-settecentesco possiedono, dinanzi al portone d’ingresso, un paio di alti gradini in pietra d’Istria, resistente all’umidita e all’erosione, che le garantivano, con un certo margine, dai capricci del Canalbianco e degli altri corsi d’acqua. Nell’immediata periferia le abitazioni povere, assimilabili quanto a tipologia all’edilizia rurale, risultavano invece esposte alle offensive idrauliche. Di varia altezza, impostate senza ordine o allineamenti (Oscar Marin, indimenticabile personaggio adriese, era solito dire che: Adria era stata costruita «prima dell’invenzione dello spago») non possedevano la

minima presunzione di venire affidate alla posterità. Poco al di là di esse, la cittadina si dilatava, soprattutto ad oriente e levante, negli orti e nei «broli», punteggiati di casette e di rustici, prima di aprirsi nel grande respiro verde della campagna. Il trapasso dal nucleo densamente abitato alle aree rurali si svolgeva così con gradualità ed armonia. Il disordinato sviluppo edilizio seguito all’ultima guerra, nei limiti, fortunatamente, di un «miracolo economico» che ad Adria s’è fatto poco sentire, ha incominciato a disseminare nella periferia, quell’addensamento di villette a due piani, recintate come fortilizi, per le quali un’alluvione della portata di quella del ‘51, tenendo conto degli abbassamenti del suolo, costituirebbe una vera iattura. La pianificazione in vigore non ha fatto che accettare, in gran parte, tale tipo di sviluppo ed

ha messo a disposizione, come aree destinate a nuovi insediamenti, gli ultimi residui degli antichi «broli», quasi che la storia dell’edilizia possa venire raccontata ai posteri solo da ciò che è «costruito» e non anche dal mantenimento, nella loro integrità, degli spazi verdi che, per secoli, erano stati rispettati. Dopo l’abbattimento degli indici che fissano la densità edilizia, condotto all’insegna di una donchisciottesca crociata contro la speculazione, si comincia tuttavia oggi ad avvertire il risultato negativo prodotto da una edificazione frantumata e sparsa che sta sottraendo aree preziose all’attività agricola complicando per giunta, all’infinito, i problemi dei servizi e delle infrastrutture. Per evitare questo scempio, ad Adria, esiste una via sola: quella del recupero dell’edilizia nel vecchio centro. Basta percorrere una delle


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tante strade interne, da Castello alla Tomba, per rendersi conto del numero di case abbandonate; o considerare il rapporto, in un qualunque quartiere, tra abitanti e superficie abitativa perché balzi in tutta evidenza il sottoutilizzo dei fabbricati esistenti. Le operazioni di restauro – quando vanno oltre la pura apparenza costituita da pareti foderate con polistirolo per mascherare le macchie d’umidità, da «graffiati» al quarzo sulle facciate dove i vecchi balconi sono sostituiti da persiane in plastica vivacemente colorata – sono complesse e costose, se si vuole veramente conseguire un effettivo risanamento interno mantenendo intatte le caratteristiche ambientali della costruzione. I piani di recupero, ai quali l’Amministrazione comunale si va da qualche tempo febbrilmente dedicando, offro-

no a questo proposito, qualche spiraglio in più rispetto alla cieca e passiva difesa integrale del «vecchio», perseguita in un recente passato. Essi sono tuttavia strumenti che varrebbe la pena di rivedere per renderli più agili, accentuando in forma più stimolante i vantaggi – operativi ed economici – che si offrono a chi intende provvedere al riutilizzo dell’esistente rispetto a chi, invece, opta per l’occupazione di nuove superfici. Forse è un’illusione, ma potrebbe accadere che, durante gli anni ‘80, l’Area attrezzata induca un mutamento nel volto economico e sociale di Adria: ne risulterebbero grosse implicazioni per richieste di servizi, di abitazioni, di attività terziarie. Se la risposta ad uno sviluppo, anziché attraverso la rivitalizzazione del centro, dovesse procedere soltanto con un’ulteriore aggressione alle aree periferiche e con

la saturazione degli ultimi spazi verdi superstiti, Adria perderebbe definitivamente il suo volto civile di cittadina padana per essere assimilabile a qualsiasi disumano, anonimo sobborgo di un territorio industrializzato.

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Intervista di G. A. Cibotto a Gianfranco Scarpari. Architetto, ingegnere, ma soprattutto uomo d’altri tempi legato alla salvaguardia del nostro patrimonio culturale. Gianfranco Scarpari sottolinea errori e carenze della classe dirigente.

Delta del Po, questo dimenticato in “IL GAZZETTINO”, 14 Maggio 1997

Sei stato uno degli studiosi più attendibili sul problema delle Ville Venete che hai descritto con molto scrupolo in un tuo libro. Purtroppo, dopo un’improvvisa folata emotiva, dovuta a un gruppo d’intellettuali che hanno fatto approvare la famosa legge per il loro salvataggio, le Ville hanno conosciuto un progressivo disinteresse dei politici con particolare riguardo a quelli veneti. Il risultato è che si notano un po’ dovunque segni di generale abbandono. Che ne pensi? L’idea di un’operazione di salvataggio delle Ville Venete è sorta per merito di un gruppo di uomini di cultura tra i quali c’eri anche tu. Nei primi anni tutto ha funzionato egregiamente, fino a quando sulla gestione non sono calate le mani dei politici. Da allora le cose sono cambiate e, a quanto sembra, non in meglio. Si tratta del solito vizio italiano. A ciò si aggiungano le regole e le facilitazioni insufficienti a stimolare gli interventi e le prescrizioni limitative a causa delle

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quali si preferisce subire il crollo di una villa piuttosto che accettare l’introduzione di quegli adattamenti che ne consentirebbero un diverso, sia pur dignitoso, utilizzo. Un amico svizzero una volta mi ha detto: “I veneziani ne hanno costruite troppe”, ma dopo una pausa ha aggiunto: “Ma se le avessimo noi”... Già che abbiamo parlato di problemi riguardanti l’area veneta vorrei chiederti, dal momento che oltre a essere narratore e saggista, sei un esperto di architettura e ingegneria, un parere sull’inquietante proposta di pozzi per l’estrazione di idrocarburi al largo di Chioggia. Se non più tardi di qualche lustro addietro per questo motivo stava affondando il Polesine, non è che in seguito all’estrazione prevista rischi di sparire addirittura Venezia? Non sono un esperto nel settore, ma prima di intraprendere iniziative in prossimità del litorale bisognerebbe avere la certezza che non influiranno

sulla sicurezza delle terre che vi si affacciano. Ma poiché questa sicurezza, come credo, non si potrà mai raggiungere, meglio è lasciare le cose come stanno. Al tempo in cui il Polesine affondava per le estrazioni di metano, illustri studiosi, tra i quali Puppo e Boaga, sostennero con i loro scritti che i pozzi non costituivano la causa del dissesto contrariamente a quanto fu poi dimostrato. Penso che Venezia ben valga tutti i metri cubi di metano o i barili di petrolio che si possono estrarre dall’Adriatico. Sempre in materia di cose della Padania, vorrei sapere il tuo parere sulla discussa nascita del Parco del Delta intorno alla quale la polemica non cessa di far udire quotidianamente la sua voce. E’ un evento da salutare con gioia, oppure è una mezza calamità, come affermano le popolazioni della bassa? Sono più di vent’anni che si disputa su questo argomento e si sono persi


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tutti i benefici che il Parco nel tempo avrebbe potuto dare. Siamo arrivati al punto che i ferraresi, che le foci del Po le hanno viste allontanarsi dal loro territorio nel lontano medioevo, vanno sfruttando la situazione a loro vantaggiosa e un loro delta se lo sono furbescamente inventato. In provincia di Rovigo esiste un clima di giustificabile preoccupazione di fronte alle limitazioni che la normativa del Parco potrebbe imporre ad iniziative di sviluppo, timore che risulta alimentato da coloro che temono di perdere i vantaggi connessi ad antiche e particolari forme di sfruttamento delle risorse. E’ comunque necessario che il Parco polesano risulti compatibile con le esigenze della gente che vive e opera nel territorio. Contemperare difesa della natura e sviluppo potrà costituire un nuovo interessante banco di prova per le capacità dei nostri pianificatori. Anni fa hai scritto per la Marsilio un libro molto bello sulla casa rustica in

Polesine che ha fatto ricordare a più di un recensore un volumetto dimenticato del tutto di Pintor. Ebbene, nei giorni passati mi sono preso la briga di rivisitare le zone in cui sorgevano le tue case rustiche. Non ne ho trovata più una. A cosa si deve questo? Indifferenza della classe dirigente, ignoranza del mondo contadino, frutto della speculazione? Mi sembra opportuno chiedertelo perché alcune di esse sono bellissime. La sparizione delle case rustiche è per gran parte legata alla progressiva invasione edilizia delle nostre campagne. Se sorvoli in aereo la Valpadana noti un “tutto edificato” senza soluzione di continuità tra una città e l’altra, e un prolungarsi di ogni centro in appendici che nel loro insieme formano qualcosa di simile ad un’immensa ragnatela. Non appena varchi i confini e sorvoli Austria, Francia, Svizzera, ti accorgi che le città sono ancora città e la campagna è rimasta campagna sebbene nessuno di quei paesi sia

secondo al nostro quanto a sviluppo economico. Penso che la legislazione urbanistica, rivolta a frenare la speculazione edilizia negli anni del “miracolo”, abbia suggerito gli espedienti per realizzare quel tipo di sviluppo anomalo che ha finito per devastare la campagna: v’è da aggiungere la progressiva disaffezione del mondo contadino verso le sue radici e tradizioni per spiegare la strage di quelle case e dei rustici che le affiancavano. Purtroppo, non ci resterà che rimpiangerle come simboli di un mondo del quale le nuove generazioni non troveranno più né memoria né testimonianze. G. A. Cibotto

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La casa rustica in Polesine

In “LA CASA RUSTICA IN POLESINE”, pag. 14/15 Marsilio, 1980 Immagini: Enrico Renai

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(…) L’elemento base che contrassegna l’abitazione contadina del Polesine è senza dubbio il focolare. Esso individuava la presenza nel fabbricato di un nucleo familiare: se qualche casa oggi non ne appare più dotata è soltanto perché, nel corso degli anni, esso è stato abbattuto per l’introduzione di più moderni sistemi di riscaldamento e di cottura del cibo, demandando a meno visibili

e significative condotte di smaltimento del fumo l’originaria funzione che esso svolgeva. A parte la torretta, che assumeva varie conformazioni influenzate dal gusto e da circostanze ambientali, la cappa, costruita che fosse all’interno o ricavata all’esterno della cucina, caratterizzava, con modeste variazioni di dimensioni e di rapporti, il camino polesano in tutta la sua distribuzione territoriale. Forse, nell’alto Polesine, essa risultava più raccolta, meno aperta rispetto alle zone del Delta, variazione del resto spiegabile con i diversi tipi di legna da ardere impiegati nella combustione: essenze in prevalenza a più alto potere calorifico – più «forti» – disponibili nell’alto Polesine rispetto a quelle «dolci» del salice, del pioppo o, addirittura, alla canna palustre impiegate nel basso. è un fatto comunque che l’ambiente abitativo si formava intorno al camino secondo una derivazione primitiva che voleva il fuoco al centro della dimora dell’uomo. Le antiche case di canna reperibili, fino al primo quarto di questo secolo, in varie zone, possedevano del resto come unico elemento in muratura appunto il camino. Non sembra perciò azzardato osservare come l’evoluzione nel settore del riscaldamento e della preparazione dei cibi abbia contribuito a una serie di mutazioni nelle abitudini della vita familiare, con conseguenze che vanno ben oltre il semplice folklore, comportando un vero e proprio rivolgimento nei costumi, nella cultura, nelle strutture sociali del mondo rurale. (…)


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(…) La collocazione del camino avveniva quasi esclusivamente all’esterno della muratura perimetrale, soprattutto per eliminare l’ingombro nella cucina, ma anche per diminuire i pericoli d’incendio ed evitare tagli sulla falda del tetto che avrebbero facilitato infiltrazioni di acqua piovana. Non mancano tuttavia numerosi esempi di canne fumarie ricavate nel corpo della muratura che privavano però le costruzioni di un elemento fortemente caratterizzante. Lo spessore della cappa e della canna verso l’esterno era costituito da un muro di mattoni a una testa, mentre verso l’interno ci si limitava, di solito, a costruire un settore di mattoni in foglio. In tal modo veniva consentita la trasmissione del calore al locale sovrastante, nel caso di abitazioni a due piani. La forte esposizione della struttura agli agenti esterni avrebbe diminuito sensibilmente il tiraggio e perciò il buon funzionamento, ma a tale inconveniente si ovviava con le ampie dimensioni della canna, con la sua notevole altezza e soprattutto con la razionale costruzione della torretta. All’interno della cucina la cappa era sostenuta da una trave di sagoma semplice, appoggiata, ove necessario, su due muretti laterali intonacati che sorgevano da un piano, pure in mattoni, sopraelevato una cinquantina di centimetri dal pavimento. All’interno della cappa veniva appesa una catena di particolare lavorazione per consentire variazioni di altezza della pentola dal fuoco e anche per poterla distanziare

dal sostegno consentendo un agevole rimescolamento dei cibi. (…)

In “LA CASA RUSTICA IN POLESINE”, pagg. 21/22/23

(…) Esiste tuttavia un qualcosa di comune che lega tra loro le case rurali polesane al di fuori e al di sopra del modello compositivo. Questo «qualcosa», a nostro parere, è individuabile nel modo d’inserirsi della casa nell’ambiente rurale secondo un principio di estrema «umiltà». Manca cioè, in forma pressoché totale (e i rari esempi che se ne discostano danno immediatamente una sensazione d’incongruenza e di forzatura) la «volontà» di costituire un punto di richiamo, di attenzione, di accentuare una caratterizzazione. La casa assolve il ruolo di semplice elemento integratore del paesaggio, di discreta sottolineatura alla presenza umana nella campagna. Fu forse proprio questa sua umiltà, insieme con una costanza tipologica e costruttiva protrattasi addirittura nei secoli, a svalutarla come elemento d’interesse agli osservatori più superficiali e perciò in qualche modo a favorirne la distruzione senza remore, soprattutto negli anni più recenti. A confermare questo rapporto della casa contadina con il suo ambiente può bastare una semplice osservazione. I mutamenti intervenuti nella campagna, a partire dai primi decenni di questo secolo, con il passaggio da sistemi di coltivazione tradizionale a procedimenti meccanici, con la costruzione di nuove strade e l’asfaltatura delle esistenti, con la sopra-

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elevazione di arginature, la formazione di reti irrigue, e l’abbattimento di alberature hanno mutato radicalmente l’ambiente rurale con il risultato che la casa rustica, originariamente parte integrante di esso, ha finito per evidenziarsi quasi come anacronistica sopravvivenza. La contemporanea diminuzione numerica degli addetti all’agricoltura e la tendenza dei restanti a confluire residenzialmente verso i medi e piccoli centri hanno contribuito ad accelerare il processo di dissolvimento dell’edilizia abitativa rurale, favorito anche dalla mancanza di manutenzione e dal conseguente dissolvimento dei fabbricati esistenti. Il processo di trasformazione industriale, che ha inciso tanto vistosamente nelle alterazioni morfologiche del territorio italiano, e segnatamente della pianura, avendo toccato solo marginalmente il Polesine, è da considerarsi perciò una causa assolutamente secondaria di fronte all’apporto dell’evoluzione tecnico-economica dell’agricoltura stessa e a una serie di vicende messe in atto dalla normativa urbanistica intorno alla metà degli anni sessanta. In conseguenza di quest’ultima è stato per anni applicato in gran parte delle zone rurali, l’«indice di fabbricabilità» di un metro cubo per ogni dieci metri quadrati di superficie tra residenza ed edifici al servizio del fondo, con il risultato di favorire un addensamento di costruzioni nelle aree agricole, fenomeno del quale solo tardivamente si sono avvertiti i risvolti negativi. (...)

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(...) Il tentativo delle classi emergenti da antiche tradizioni di povertà rivolto a cancellare un passato di soggezione con il mutamento radicale dell’ambiente quotidiano di vita e con l’adozione di forme e tipologie antitetiche alla ruralità può costituire una spiegazione solo parziale del fenomeno accennato: si é trattato piuttosto del dilagare di un’edilizia «cittadina» che, non essendo accolta nei centri, si è andata sviluppando nella campagna con una ostentazione quasi polemica delle proprie aspirazioni urbane. Gli effetti della conseguente collocazione di abitanti e di attività alieni in un ambiente occasionale e surdimensionato sono facilmente individuabili: aumento dei costi dei trasporti, distanze dai servizi, esigenze di infrastrutture disseminate su lunghi percorsi e perciò di alto costo, sottrazione sconsiderata di terreni alle colture, mancanza, soprattutto, di riferimenti a un centro comunitario e perciò distacco, per gli abitanti, dalla vita associata in tutto assimilabile a quello delle grandi periferie industriali. Si è rotto così, in forma irreversibile, il rapporto tra centro e campagna, ricorrente filo di un dialogo che, indipendentemente dai tempi e dai regimi, segnò, nei secoli, l’evoluzione della storia territoriale italiana, del costume, della cultura. (…)


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Le Ville Venete

(…) La villa veneta, nel senso originario più proprio, va inquadrata come espressione di questo interesse e come localizzazione di un potere economico al quale il significato culturale o la motivazione edonistica risultavano subordinati. Quando i termini di tale rapporto si andranno invertendo e la corsa alla villa diverrà una moda perseguita soprattutto dai nuovi nobili o dalle classi borghesi ve-

neziane e di terraferma, ci si troverà già nella fase della decadenza. Non si cercheranno più allora, per le costruzioni di villa, luoghi collegati ad interessi agricoli, ma soprattutto il nuovo arrivato mirerà ad installarsi con la propria casa di vacanze in prossimità di altre residenze, appartenenti a famiglie in auge, per allacciare con esse rapporti ed accelerare, per quella via, la propria arrampicata sociale. (…)

In “LE VILLE VENETE”, pag. 18 Newton Compton, 1980 Ricerca iconografica: Marina Emo Capodilista

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Da appunti di Gianfranco per la presentazione del libro “Le Ville Venete”

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(...) E qui arriviamo al punto: come le ho scelte? Per motivi vari - ho scritto nella presentazione - che talvolta esulano dal valore formale. Una storia che vi era accaduta dentro, le modifiche che poteva aver subito nel tempo, le benemerenze acquisite da un proprietario che l’aveva restaurata o lo stato di degrado in cui era lasciata... Il fatto di essere particolarmente brutta (come Villa Rambaldo nel vicentino, un pastiche goticheggiante) del quale tuttavia Marina aveva trovato numerose stampe. Ma in fondo ho voluto fare una specie di campionatura con la conseguenza che esemplari particolarmente belli ne sono rimasti esclusi. E qui il solito Cibotto insinuò che mi ero divertito ad indispettire qualche proprietario. Non è vero. E’ vero invece che, entrando nelle librerie e consultando il volume qualcuno lo scartò perche trovò che la propria casa non era trattata o, se trattata, in modo troppo succinto, o avevo citato la villa con il nome della famiglia che l’aveva costruita anziché con quello degli ultimi intestatari. Nel corso degli spostamenti che ho fatto per vedere molte ville, per rivederne altre (giacchè un conto è aver guardato una cosa senza un particolare fine un altro avendo il compito di descriverla e valutarla) ho conosciuto molti proprietari. Alla fine li dividerei in tre categorie: - gli speculatori (che hanno «comprato per ricavarne qualcosa»: un ristorante, un magazzino di mobili, ma che vogliono passare per benemeriti della cultura); - i proprietari antichi e recenti che spesso con sacrifici enormi si sono avventurati in quella che considerano una missione civile; - i megalomani arricchiti che l’hanno fatto per una semplice ragione di prestigio. (...)


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Il Delta del Po natura e civiltà

(…) Proprio per sottolineare l’abbandono e la distruzione di questi fabbricati, non sempre spiegabile con la loro vetustà ed il progresso tecnologico, si è usato, nel descriverli, il verbo al passato. Sembra addirittura che le classi rurali, emerse da antiche condizioni di miseria e soggezione, abbiano voluto reagire cancellando ogni traccia del passato e adottando, nelle nuove costruzioni, metodi e forme antitetici alla ruralità. A questo fatto – di per sé negativo – si aggiunge il dilagare dell’edificazione sparsa che deborda dai centri e inserisce, in aree con vocazione agricola, abitazioni di tipo urbano, negozi, officine, luoghi

di ritrovo, il tutto in totale rottura di quell’equilibrio che per secoli, indipendentemente dalle mode e dai regimi, “segnò l’evoluzione della storia territoriale, del costume e della cultura” nel Delta. Si tende anche, in queste aree, verso il tutto edificato, che ha deturpato tanta parte del territorio italiano, sprecando preziose superfici di terreno coltivabile, snaturando la distinzione tra città e campagna, finendo per disseminare la popolazione su lunghi percorsi, senza riferimento alcuno ad un centro comunitario, e perciò ghettizzandola non meno di quanto accada nelle grandi periferie industriali. (...)

In

“IL DELTA DEL PO NATURA E CIVILTà”, da Architettura ed edilizia “minore” pag. 210 Signum Edizioni, 1983

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Vivere nel Delta

Nel grande libro della natura, il delta di un fiume appare come un’entità in perpetua evoluzione. In esso le acque rallentano il loro corso all’impatto col mare e depositano tutto ciò che hanno sottratto a monte creando nuove terre, mentre altre vengono inghiottite dallo spostamento delle correnti e dal variare delle maree. Oggi gli uomini hanno imprigionato le acque del Po entro arginature, per mantenere al sicuro i territori conquistati al mare, e la dinamica del grande fiume giuoca il proprio ruolo entro gli schemi di un regime idraulico controllato. Ma in tempi lontani nella storia, il Po sceglieva liberamente le sue vie e alle popolazioni rivierasche non restava che adattare la propria esistenza ai suoi mutevoli umori. In cambio il fiume, e tutta una serie di canali che ad esso si affiancavano o che si intersecavano con i suoi rami, consentivano la navigazione dal mare verso l’interno e perciò lo sviluppo delle varie civiltà che si alternarono nel territorio: paleoveneta, greca, etrusca, romana. Si narra che, per il Delta, passasse, già nell’epoca protostorica, la «via dell’ambra» (la preziosa resina per ornamenti ricavata dal mare del Nord). Essa veniva trasportata attraverso l’Europa per via di terra e, nel Delta, imbarcata per la Grecia e l’Egitto. Il Museo Nazionale di Adria conserva, nelle sue sale, preziose testimonianze di un lungo periodo storico per molti aspetti ancora avvolto nel mistero. (…)   (...) Il visitatore che, per la prima volta,

arriva nel Delta dovrebbe, prima di insinuarsi nel meandro degli itinerari interni che esso offre, crearsene un’immagine più vasta osservandolo dall’alto di un faro, di una torre, di un elicottero. L’alternarsi e il compenetrarsi dei terreni agricoli con le valli da pesca e di queste con le zone palustri in un dedalo, a volte capriccioso altre rigorosamente geometrico, di arginature, canali, strade, barene, canneti e, sulla campagna, di fienili, casolari, filari di pioppi, forniscono un quadro nel quale il verde, dominante, si sbizzarrisce in una gamma di mille sfumature. Il Po argenteo, con le armoniose anse del suo corso, ed il mare che s’infrange rabbioso contro le difese o lambisce carezzevole le candide spiagge disseminate qua e là, appaiono ancora i veri protagonisti di un paesaggio nato dal loro millenario dialogare. (…)

In “VIVERE NEL DELTA”, Arte Grafica Bolzonella Padova, 1980 Immagini: Fulvio Roiter

(...) Quello del Delta è un fascino sottile e penetrante che si appropria discretamente degli uomini e delle cose. Le case si distendono nella campagna lineari e semplici, contrassegnate da un imponente camino indicante la presenza in esse di un nucleo di vita, ed assumono tonalità stemperate dal sole, dalla nebbia, dalla salsedine fino a diventare oggetti senza tempo, collocati quasi casualmente nel verde, come conchiglie abbandonate dal capriccio del mare sulla sabbia increspata. Ogni intrusione estranea, che si riveli alla vista in modo evidente o brutale, appare una profanazione. (…)

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Incontri Personaggi variamente memorabili che lo hanno indirizzato e spinto in un modo o nell’altro ad allargare i suoi orizzonti, a sviluppare e trasmettere le sue idee.


Incontri

Da “Una corsa nel tempo”

Gian Antonio Cibotto GIAN ANTONIO CIBOTTO: critico drammaturgico de “Il Gazzettino”, scrittore e poeta, cantore della sua terra polesana, cugino di Gianfranco, presenza familiare, interlocutore costante ed acuto, fu per lui stimolo fondamentale ed incoraggiamento alla scrittura.  È inutile chiamarlo al telefono prima delle undici e mezza del mattino: non risponde. A partire da quell’ora è impegnato in un lento risveglio: la voce è cavernosa e i pensieri funesti:   “Ciao Toni, come stai?”   “Male. Non ho dormito tutta la notte”.   Ed elenca una serie di malanni alla quale, per solidarietà, gli rispondo esponendo i miei, inventandone magari qualcuno in più, se non mi sembrano abbastanza.   Un cappuccino e una brioche e, dopo mezz’ora, dimenticati i mali, è al giornale intento a scrivere, con la vecchia portatile, il pezzo sullo spettacolo teatrale al quale ha assistito la sera prima, non importa se rappresentato in una grande città da una nota compagnia, o in un paesino ove un gruppo di volonterosi dilettanti riesumava dall’oblio una commedia in dialetto veneto. Perché, ormai da anni, dedica il suo impegno a rivitalizzare quel teatro che in giorni lontani ebbe, Goldoni a parte, autori come Gallina, Rocca, Palmieri e attori come Benini, Baseggio, i Micheluzzi.   Gian Antonio Cibotto ama definirsi, con una dose di civetteria, ���estinto”, ma è onnipresente sulla scena culturale del Veneto, si proclama estraneo alla società attuale, ma risponde generosamente a tutte le chiamate che gli vengono rivolte: non si rifiuta di presentare, nei luoghi più remoti, il romanzo di un autore sconosciuto, legge pazientemente i manoscritti di giovani aspiranti scrittori che si accumulano sulla sua scrivania.   Come riesca, con tutti gli impegni ai quali non sa sottrarsi, a trovare il tempo per pubblicare, puntualmente ogni anno, un nuovo libro, ha dell’incredibile.   Sono passati molti decenni da quando vide la luce “Scano Boa”, forse il suo capolavoro, (del quale pare introvabile la bella versione cinematografica del regista Renato Dall’Ara), ma la sua personalità di scrittore è rimasta immutata, pur essendosi spostato il suo interesse, dalla narrativa, alla rievocazione – a volte velata di malinconia, altre ravvivata da un sottile umorismo – di vicende, personaggi, atmosfere culturali inghiottiti dal tem-

In “UNA CORSA NEL TEMPO”, pagg.132/135, Perosini Editore, 2004

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po e da un colpevole oblio. Non per caso la lettura degli ultimi suoi scritti ci riconduce, per analogia, ad un grande libro dimenticato: “Il mondo di ieri” di Stefan Zweig.   Nel ricordo di Comisso, Cardarelli, Valgimigli, Penna, Valeri e di tanti altri grandi del passato, egli sembra rifugiarsi, quasi vi cercasse la forza per affrontare una realtà nella quale si trova a vivere. Ed allora l’apparente contraddizione della sua personalità, tra partecipazione attiva e apparente distacco, sfuma perché la rievocazione è diretta a sollecitare l’interesse della gente di oggi, con la quale costantemente dialoga, verso un mondo fondato su valori che dovrebbero pur sopravvivere al succedersi delle generazioni. (…)   (…) Dopo il suo ritorno da Roma, ci incontriamo quasi regolarmente. Intorno alla tavola le battute, spesso benevolmente aggressive, non mancano. Costituiscono un divertimento per entrambi. Ma verso la conclusione delle serate affiorano pensieri diversi. Molte volte spunta un ricorrente, ansioso interrogativo che egli si pone: se si possa attendere qualcosa oltre i confini della vita fisica. Il solo fatto di chiederselo tradisce in lui, a parer mio, una apertura segreta alla speranza. Ed allora mi domando se il figlio laico di un genitore cattolico non abbia ereditato qualcosa dal padre.

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(...) Una sera dell’inverno del ’77 capitò a casa mia Gian Antonio Cibotto. Mentre cenavamo mi propose di mettere insieme per una Casa Editrice romana un volume sulle Ville Venete. Lo stesso Cibotto, due anni dopo, presentando il volume, mi domandò: “«Come mai, con tutti i libri che esistono sulle Ville, ti è venuto in mente di scriverne un altro?». Ma a chi conosce Cibotto, nella sua imprevedibile intelligenza, un simile episodio non fa meraviglia. (...)

Da appunti di Gianfranco per la presentazione del libro “Le Ville Venete”

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Da “Una corsa nel tempo”

Il siciliano biondo TOMMASO DI SALVO: fu docente di Italiano e Latino di Gianfranco presso il Liceo Classico “C. Bocchi”. Successivamente si stabilì a Firenze, fu autore e curatore di testi scolastici per importanti Case editrici (Nuova Italia e Zanichelli). Gianfranco lo rintracciò negli anni ‘90 inviandogli la bozza di un suo libro per un parere e da allora rimasero in contatto. In “UNA CORSA NEL TEMPO”, pagg. 140/144

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  (…) Giovane com’era, si intratteneva con noi tutti su argomenti che spesso esulavano dall’insegnamento. Commentavamo insieme le pellicole del neorealismo francese, allora in voga, dirette da grandi registi come Duvivier, Carnè, Renoir, interpretate da attori quali Gabin, Jouvet, la Morgan. Oriundo di una colonia albanese in Sicilia, si era dedicato alla lettura minuziosa delle opere di Goldoni, ricorrendo a noi quando si trovava di fronte a qualche vocabolo o espressione per lui incomprensibili.   Non disdegnava di partecipare ai pomeriggi danzanti che si organizzavano, a turno, nelle nostre case, nonostante i divieti delle autorità, o alle passeggiate in bicicletta che ci portavano, in comitiva, lungo gli argini del Po, alla ricerca di vecchie osterie. Aveva anche conosciuto una giovane collega che sarebbe diventata la dolce, intelligente compagna di tutta la sua vita.   Erano trascorsi tre anni e quasi non ce n’eravamo accorti. Io lasciavo il liceo per l’università, lui si trasferiva a Ravenna.   Nella città romagnola sarebbe diventato, in breve tempo, il personaggio di maggiore spicco nell’ambiente culturale, il promotore di molte iniziative, ma anche un fiero avversario contro ogni tentativo di imbrigliare politicamente la libertà della scuola, compito questo al quale sarebbe rimasto fedele per tutta la vita.   Sono di quegli anni, le sue prime pubblicazioni a fini didattici. Le antologie di Di Salvo non erano però fredde raccolte di scritti, appena integrate da cenni biografici sugli autori, ma miravano a stimolare lo studente verso giudizi di natura estetica.   Le opere successive, alle quali si é dedicato, vanno ben al di là di una pura destinazione scolastica. Le edizioni critiche dei “Promessi sposi”, delle novelle pirandelliane e quella, monumentale, della “Divina commedia”, costituiscono un passo decisivo nella documentazione storica e un definitivo arricchimento di informazioni, che Di Salvo ha messo a disposizione degli studiosi.   Per cinquant’anni, dopo la sua partenza da Adria, non lo avevo incon-


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trato. Chissà per quale motivo, o forse perché associavo la sua figura alla nostalgia per anni lontani, quando pubblicai il mio primo libro di racconti, gliene spedii una copia con una nota:   “Non pretendo che lo legga. Mi basta che lo conservi, tra i suoi libri, a ricordo di un antico allievo che non l’ha dimenticata”.   Mi telefonò qualche giorno dopo. Il libro gli era piaciuto e mi invitò a Firenze, dove, da anni, si era trasferito. Mi sono trattenuto nella sua casa, in via Arnolfo, solo poche ore, che però ci sono bastate per sfogliare il libro dei ricordi e concludere che molte delle speranze, che coltivavamo mezzo secolo prima, erano rimaste ancora e solo speranze.   Avevo messo mano, in seguito, alla storia romanzata della mia famiglia, condotta in forma epistolare, e gli inviai, come m’aveva chiesto, una prima stesura. Dopo qualche giorno mi scrisse. Apprezzava il racconto, ma mi suggeriva di ridurre la parte epistolare e di affidarmi di più alla narrazione. Lo ascoltai. Ma non arrivai in tempo a inviargli la versione definitiva. Dovetti accontentarmi di dedicargli il libro.

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Lettera di Tommaso di Salvo a Gianfranco

Pulicciano-Castelfranco di Sopra, 14 luglio 1995 Caro Gianfranco, grazie del bel dono e ne sono contento non solo perché mi dico che allora, più di cinquant’anni fa, avevo intravisto chiaramente in te egemoni tendenze creative-letterarie, ma soprattutto perché hai composto un volume di effettiva bellezza e validità. Il punto di avvio, mi sembra quello della memoria che ripercorre un lungo percorso di cose e di uomini e donne non per sottoporle ad esame e giudicarle, bensì perché attraverso percorsi e cose il narratore trova tanta parte, forse la migliore, di sé e gli altri vengono intravisti come un animato strumento che aiuta l’autore a formarsi, a crescere, a fare le sue scelte: quegli uomini e, in particolare, quelle donne, lo accompagnano nella sua educazione alla vita. E tutto questo sul filo della memoria, della «dolcezza delle memorie»: e la memoria (ogni accostamento a Proust è del tutto fuori luogo: il punto prospettico è totalmente diverso) vive in una sorta di duplice vita: da un lato raccoglie, seleziona e puntualizza momenti di costume e di atteggiamenti davanti alla vita sia quella del clan e della famiglia sia quella degli eventi storici che sfiorano a volte drammaticamente la vita abituale del narratore e lo investono e gli procurano necessità di giudizio sugli uomini accanto ai quali o con i quali ha vissuto un certo, non irrilevante, periodo della vita. (...) (...) Ma ora scendiamo a cose più quotidiane. La tua opera è veramente degna di essere presa in considerazione: nella letteratura veneta può occupare un posto di distinzione. Complimenti (anche a me stesso per ciò che ti ho suggerito): continua così ma sii cauto nelle scelte: lascia che i ricordi emergano nitidi e privi di passionalità. (...) Tommaso di Salvo

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Da “Una corsa nel tempo”

Malagodi, il mastino di Via Frattina GIOVANNI MALAGODI: fu uno degli esponenti maggiori del Partito Liberale Italiano di cui fu segretario nazionale dal ‘54 al ‘72. Ebbe contatti in quegli anni con Gianfranco Scarpari, quando questi fu segretario provinciale del PLI.

  (…) E il nuovo segretario incominciò a riorganizzare il partito guardando, nella scelta dei collaboratori e dei futuri candidati, alle diverse componenti della società italiana. Si assicurò la collaborazione di rappresentanti delle categorie economiche, ma li affiancò a personaggi appartenenti al mondo della cultura e dell’informazione (Gaetano Martino, Bozzi, Valitutti, Barzini jr.). Egli stesso, del resto, apparteneva ad entrambi quei mondi.   La preparazione sui temi dell’economia, l’aveva maturata con la lunga militanza ad alti livelli nell’ambiente bancario mentre, facilitato dalla padronanza delle lingue straniere e da una eccezionale memoria, si dimostrava un lucido conoscitore della cultura mitteleuropea. Tali prerogative, sapeva evidenziarle e sfruttarle attraverso una dialettica efficace ed essenziale, ben diversa dall’ambiguo e fumoso linguaggio proprio di molti uomini politici del suo tempo. Rispetto alla loro visione provinciale della politica, allargava lo sguardo verso orizzonti più ampi, anticipando temi che avrebbero interessato la società del futuro.   Durante una riunione del consiglio nazionale accennò, ad esempio, ai problemi dell’ecologia che sarebbero sorti in futuro, con lo sviluppo tecnologico. Ricordo che, in quell’occasione, un avvocato siciliano, che mi sedeva accanto, borbottò:   “Ma che cavolo è questa ecologia?” I “verdi”, a quel tempo, erano ancora di là da venire.   Aveva anche criticato il precipitoso abbandono delle colonie, avvenuto nel dopoguerra da parte dei paesi occupanti. Avrebbero dovuto, secondo lui, modificare il loro atteggiamento da sfruttatori a promotori di trasformazione economica e democratica. La contrapposizione tra nazioni ricche e paesi poveri avrebbe costituito, in futuro, una inevitabile minaccia alla pace mondiale.   Contro il parere di coloro che presagivano una lenta, graduale trasformazione in senso democratico dei regimi comunisti, sosteneva che il crollo dei totalitarismi non avrebbe potuto verificarsi attraverso una graduale evoluzione, ma solo con un collasso improvviso.   Nel settore della politica interna, prevedeva che una partecipazione al

In “UNA CORSA NEL TEMPO”, pagg.90/94

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governo delle sinistre avrebbe indotto un aumento vertiginoso del debito pubblico, con conseguenze catastrofiche negli anni a venire. (…)     (…) Ma non dimostrò mai la sua delusione. Continuò a lavorare anche quando cedette la segreteria a personaggi insignificanti e privi di ascendente e assunse la presidenza del partito. Visse anche una breve stagione come ministro del bilancio in un governo Andreotti. Proprio in quei giorni un giornalista inglese scrisse sul Times, che un uomo come Malagodi nel suo paese sarebbe stato primo ministro.   Quando, in senato, prendeva la parola, l’aula improvvisamente si affollava. La sua dialettica colpiva ancora amici ed avversari.   Lo incontrai per caso a Roma, in via Gregoriana. Indossava uno dei suoi abiti grigi, le scarpe dalle punte arrotondate, ma mi colpì lo strano e per lui inusuale copricapo: un basco nero portato di traverso. Teneva in mano un grosso cartoccio. Mi salutò quasi con allegria, come se ci fossimo lasciati il giorno prima.   “Vengo da queste parti per comprare i formaggi in un negozio che mi serve da molti anni”, disse, quasi volesse giustificarsi.   Mi chiese notizie di qualche amico del Veneto che non incontrava da tempo, ma non fece alcun cenno alla politica. Ci salutammo. Avevo fatto solo alcuni passi quando mi richiamò: “Ricordo ancora i rombi e le anguille che abbiamo mangiato in quella trattoria sperduta nel delta del Po. Mi hanno fatto dimenticare i quattro comizi ai quali mi avevate condannato quel giorno. Addio.” E si allontanò col suo tipico passo pesante.   Quando qualche anno dopo morì, la stampa e la televisione non si scomodarono molto. Non so se, in giro per l’Italia, gli sia stata dedicata qualche strada. Non certo quante ne sono state intitolate ad un altro personaggio politico, soprattutto in virtù della sua tragica fine.   Nel dopoguerra si sono succeduti nel nostro paese molti abili, talvolta spregiudicati, politici ma, tra di loro, un solo vero uomo di Stato: De Gasperi. In un’altra Italia e in circostanze diverse, Malagodi avrebbe forse potuto essere il secondo.

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Da “Una corsa nel tempo”

Con Bruno Zevi BRUNO ZEVI: storico, critico dell’architettura e docente universitario alle facoltà di Venezia e Roma. Ebbe scambi epistolari con Gianfranco Scarpari tra gli anni ’70 e ‘90, quando questi collaborò con “Il Gazzettino” per la rubrica Architettura e Ambiente. In “UNA CORSA NEL TEMPO”, pagg. 114/117

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  (…) Fu appunto durante i suoi anni romani, che iniziarono i nostri rapporti. A Venezia una signora sua amica lo teneva sempre aggiornato sugli avvenimenti locali e, tra l’altro, gli trasmetteva i miei articoli su argomenti di architettura, che un quotidiano veneto pubblicava regolarmente. Così mi giungevano, per lettera o telefonicamente, le sue osservazioni sui miei scritti. Alle volte manifestava condivisione, altre dissenso, soprattutto quando si riferivano ad opere o architetti del nostro tempo. Questo dialogo, a distanza, continuò per oltre dieci anni.   Nel 1980 ricorreva il quarto centenario della morte del Palladio e, d’accordo con il direttore, invitai Zevi, che sull’Enciclopedia Universale dell’Arte aveva curato la voce Palladio, a scrivere alcuni articoli per il giornale. Gentilmente rifiutò. Mi scrisse:   “Ci sono molti che scrivono ottime cose sul Palladio, mentre io ho trascurato da anni l’argomento. Presto sarà la volta dell’anniversario di un altro grande protagonista dimenticato. Mi farò vivo”.   Due anni dopo infatti ricorreva il terzo centenario della morte di Baldassare Longhena, il progettista, a Venezia, della chiesa della Salute, di Cà Rezzonico e di palazzo Pesaro. Mi scrisse:   “Quando insegnavo a Venezia, avevo tentato un corso sul Longhena. Riuscì male, confessò. Non fu possibile, neppure lontanamente, definire, in forma univoca, quello strano personaggio. Ma voglio fare un ultimo tentativo”.   Organizzò un incontro all’Ateneo Veneto, al quale parteciparono, con Lionello Puppi, altri studiosi. Non si arrivò a definire totalmente la personalità complessa dell’architetto bresciano, ma furono compiuti notevoli passi in avanti nell’inquadrare il personaggio nelle tendenze culturali del suo tempo. Alla fine del dibattito, Zevi si dimostrò abbastanza soddisfatto. Soddisfatto del tutto, credo lo sia stato poche volte nella sua vita. Mi invitò a cena in una vecchia trattoria cara ai suoi ricordi, ma non parlammo né di Longhena, né di architettura. Si abbandonò ad una serie di confidenze, mi parlò della sua infanzia, dei suoi genitori, delle lotte politiche, del periodo


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trascorso in America. Rivelò anche il suo rimpianto di non aver trovato il tempo per scrivere una storia dell’architettura, che facesse riscontro a quella letteraria del De Sanctis. (‌)

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Le confessioni di Bruno Zevi, critico scomodo dell’architettura

La libertà conquistata a centimetri quadrati In “IL GAZZETTINO ” 24 Febbraio 1978

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Raggiunta la boa che, a sessant’anni, induce l’uomo, lungo il cammino dell’esistenza, ad un esame riflessivo del proprio operato che ciascuno compie a suo modo, spesso sotto l’assillo dello struggente interrogativo: «Ne valeva sempre la pena?», Bruno Zevi ha pubblicato un volumetto autobiografico vivace e polemico, com’è nel suo stile, ma stavolta spesso marcato da una traccia di ironica malinconia. «Zevi su Zevi», uscito nei tipi dell’Editrice Magma (quattromila lire) fa il punto su di un impegno culturale costante, intenso, combattivo in virtù del quale l’autore, dal primissimo dopoguerra, è da considerarsi il più interessante e non certo sfuggente protagonista in tutte le dispute critiche e storiche riguardanti l’architettura, al punto che Frank Lloyd Wright scrisse di lui: «E’ il più penetrante ed esplicito critico del nostro tempo. Possiede la facoltà di guardare l’architettura nella sua intima essenza e di manifestare ciò che vede in termini rivelatori e coraggiosi». Non erano certo nel costu-

me del maestro americano l’adulazione o il facile elogio, nemmeno se, nel caso, si trattava del maggiore interprete dell’architettura organica in generale e della poetica wrightiana in particolare. Personaggio dunque Zevi «revealing and courageous», ma anche, enormemente scomodo al punto che, essendo difficile confrontarsi con lui sul piano dialettico, non resta ai suoi avversari che tentare ipocritamente di schivarlo con la vieta e, in tal caso menzognera etichetta del superamento. Di quanto «scomodo» possa essere ancor oggi se ne ha conferma leggendo questo volume il cui filo conduttore è rappresentato dalla riproduzione di una serie di relazioni svolte in tempi diversi, e dirette a chiarire la formazione culturale dell’autore, di netta impronta idealistica, a rievocare il suo lungo impegno nell’interpretazione e divulgazione in Italia dell’architettura organica: come esigenza storica di una società moderna, a rivalutare un personaggio sconcertante come Franz

Wickoff per il suo modo anticipatore di riguardare il classicismo con occhio moderno e disincantato, a connotare, in un’analisi acuta e stringente, la concezione ebraica spaziotemporale dell’arte. E ancora, per una conoscenza sia pure sintetica delle posizioni politiche e civili di Zevi, un discorso in favore della costituzione dell’Istituto nazionale di architettura, e la commemorazione dello studente romano Paolo Rossi. Ma parallelamente a questi interventi, che definiremo «ufficiali» si snoda una serie di rievocazioni biografiche di natura anche intima e familiare che non costituiscono un semplice additivo o tanto meno il pretesto per un’ingenua autoesaltazione. Le note in «corpo 6» – integrate da un’interessante documentazione fotografica che ne sottolinea la confidenzialità – contrappuntano piuttosto la connessione tra ragioni umane ed atteggiamenti culturali, evidenziano le ansie, le speranze, le amarezze di un carattere intransigente e sensibile


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avvalendosi di un linguaggio volutamente essenziale, a volte aspro, a volte velato di nostalgìa. Tutta la vita e l’attività di Zevi vi trascorrono come in una successione di flash: i luoghi dell’ infanzia, i nonni, i genitori, gli amici, gli studenti, al liceo Tasso in Roma, la fronda antifascista ai Littorali. Quindi il periodo dell’esilio, per motivi razziali, con il soggiorno americano, la laurea ad Harvard, la partecipazione alla resistenza, il ritorno in patria. Si entra poi nel vivo della presenza di Zevi nei fermenti culturali degli anni ‘50 e ‘60: l’instancabile attività giornalìstica su Metron, l’Architettura, l’Espresso, le esperienze dell’insegnamento universitario a Venezia e a Roma, sino alle vicende più recenti. Gli eventi non sono narrati sottovoce: il graffio polemico ed amaro si fa spesso sentire. Ad esempio quando l’autore ipotizza un dialogo sull’attualità di Benedetto Croce: - Sai, Croce è ormai superato… - Davvero? Mi fa tanto pia-

cere. E da chi? O nell’invito all’allora ministro dei lavori pubblici Romita di partecipare ad un incontro in Roma con Wright. - Signor ministro, Wright è a Roma. Lei probabilmente non sa che si tratta del più grande architetto vivente. Ma vogliamo far finta che l’Italia sia un paese civile? Ed allora il ministro dei lavori pubblici viene ad ossequiare il genio. Zevi non risparmia neppure se stesso quando accenna alla sua limitata attività di progettista. - Professionista, no; ma neppure rifugiato negli studi storici per impotenza creativa... O elenca le cose che non è mai riuscito a realizzare: - una storia dell’architettura italiana paragonabile a quella letteraria del De Sanctis; - una scuola di architettura indipendente; - uno studio professionale efficiente. Ma alla base delle sue insodddisfazioni, di ogni sua amarezza o rimpianto affiora ricorrente una ricerca di libertà.

Il volume si conclude con il ricordo di una recente esperienza nel campo dell’audiovisione privata. Una notte del giugno 76 Guglielmo Arcieri irruppe raggiante: «Hanno liberalizzato l’etere. Vogliamo organizzare una stazione televisiva indipendente?» Risposta: «Senza aspettare un minuto. Di questi tempi occorre conquistare ogni centimetro quadrato di libertà».

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Lettera del Prof. Bruno Zevi a Gianfranco

P R O F. D O T T. B R U N O Z E V I A R C H I T E T TO “L’ARCHITETTURA - CRONACHE E STORIA” - VIA NOMENTANA, 150 - TEL. 8380481 CATTEDRA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA FACOLTÀ DI ARCHITETTURA UNIVERSITÀ DI ROMA

00162 ROMA 1 Marzo 1978 Caro Ing. Scarpari, non appena letto la Sua recensione su “Il Gazzettino, che Lei mi ha gentilmente inviato, il mio impulso è stato quello di telegrafarLe per esprimerLe la mia gratitudine. Poi ho pensato che un telegramma, anche se lungo, non era il mezzo idoneo per dirLe quel che volevo... Ecco: la Sua recensione dimostra non solo una comprensione profonda, ma anche una sensibilità psicologica eccezionale, perchè riesce a compendiare magistralmente i vari piani della mia attività e della mia temperie esistenziale. Un amico, un fratello non avrebbe potuto scrivere con maggior intendimento. Mi pare evidente che la mia esperienza umana ha fatto suonare, o almeno ha toccato, alcune corde della Sua personalità intima. E perciò la recensione maschera un incontro vero, di cui sono insieme commosso e lieto. (...) Grazie ancora, con ogni cordialità. Bruno Zevi

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La città Luoghi e momenti, monumenti, personaggi e ricordi di varie epoche, espressione dell’identità adriese.


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Il tramonto di un viale

In “IL GAZZETTINO ” 8 Settembre 1986

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Ieri... Nei tardi pomeriggi d’estate la gondola bianca del gelataio poteva sostare quasi al centro del viale lasciando ugualmente spazio al passaggio dei rari taxi diretti alla stazione o al grosso carro gommato dell’agenzia di città trainato dal biondo cavallone belga, oggetto di perenne ammirazione da parte dei bambini. Ai due lati della carreggiata v’erano, ed esistono ancor oggi, i vialetti pedonali in cubetti di porfido, fiancheggiati da maestosi platani potati a spalliera secondo l’uso provenzale. Le panchine in legno tinteggiate di verde, disposte su questi percorsi, quasi per un tacito accordo, erano riservate, da un lato ai giovani, dall’altro agli anziani e non ricordo mai di aver visto, a quei tempi, qualcuno trasgredire questa regola. Il viale era l’unica strada in asfalto della cittadina, per il resto pavimentata prevalentemente in ciot-

toli, e costituiva il luogo ideale per passeggiarvi con le biciclette superleggere conquistate, dai ragazzi di allora, dopo anni di tentativi inutili, a seguito del felice esito di una prova scolastica. Avevano il manubrio di forma aperta con i freni esterni disposti ad arco e forse per questo erano chiamate «rondinelle». Alcuni privilegiati erano riusciti a dotarle del cambio, accessorio esclusivamente decorativo in un paese del tutto pianeggiante. Una bicicletta nuova che si presentasse sul viale era oggetto di attento esame da parte di tutti e costituiva quasi sempre, per il suo possessore, una chance per ottenere maggiore considerazione nel campo femminile. Le ragazze, anziché percorrerlo ripetutamente nei due sensi, preferivano sostare su di uno slargo nella parte terminale del viale, di fronte alla stazio-

ne. Di là potevano controllare i loro coetanei che, compiuta un’ampia curva, giravano loro intorno per poi invertire la direzione. Erano approcci silenziosi: lo scambio di un’occhiata e poi, giorno dopo giorno, un timido saluto, una battuta e, quando andava bene, la «rondinella» solitaria trovava l’altra «rondinella» con la quale accompagnarsi, tra l’invidia degli amici, nell’andare e venire sotto l’ombra dei grandi platani. Quando scendeva la notte il viale diventava semideserto. Qualche gruppetto di nottambuli, all’uscita dai caffè, vi passeggiava per sgranchirsi le gambe discutendo animatamente sull’ultima mano di tressette. Da una panchina lontana, accompagnata da una chitarra, il cui suono andava e veniva con la brezza notturna, una voce in falsetto intonava l’ultima canzone di Oscar Carboni.


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…Oggi. Il sabato e la domenica, dal primo pomeriggio a sera inoltrata, è difficile potersi muovere, in bicicletta o a piedi, lungo il viale. Due colonne di macchine lo percorrono nei due sensi senza soluzione di continuità: la stessa vettura si ripresenta puntualmente, ad intervalli regolari, per dieci, venti volte e il lento, quasi funereo corteo viene ogni tanto superato dalla rabbiosa «sgommata» di un motociclista impaziente e in vena di esibizioni. Altre vetture sostano di traverso sui vialetti pedonali ormai dissestati. Se gli sportelli sono chiusi ospitano qualche coppietta in vena di effusioni, se invece le portiere sono spalancate e la radio è accesa a tutto volume, significa che i passeggeri siedono, ad almeno dieci metri di distanza, su una panchina a godersi la musica assordante. In un certo settore si raccol-

gono invece i proprietari delle moto più potenti, sollevate sui cavalletti, luccicanti ed aggressive. Le guardano con lo stesso occhio furbo da intenditori con il quale i loro vecchi, al mercato, passavano in rassegna i bovini legati alla stanga. Ogni tanto uno di loro se ne va con un sibilo del motore e imbocca una strada laterale tra il terrore dei gatti e dei piccioni. Di sabato e domenica sul viale non s’incontrano né bambini, né mamme con la carrozzina. Gli anziani, la cui giurisdizione si è ormai ridotta, negli altri giorni della settimana, ad un paio di panchine, si guardano bene dall’avventurarvisi: non si sentono in possesso di riflessi sufficienti per mettersi al sicuro dalle imprevedibili manovre dei mezzi meccanici e, tutto sommato, sono ancora affezionati ai loro vecchi femori. Nelle ore più tarde, quando gli ospiti provenienti

dal contado sono ormai rientrati alle loro borgate, il viale resta riserva esclusiva degli amanti della velocità che improvvisano gimkane tra gli alberi e i lampioni, «derappaggi» e fragorose frenate ogni tanto accompagnati dal crepitio di un faro frantumato. Il mattino del lunedì i netturbini hanno il loro daffare per raccogliere i resti di due giornate di bivacco. Intanto i grandi alberi sono vittime di un parassita che ne squama la corteccia e a poco a poco fa disseccare rami e radici. Un esperto, interpellato, ha fatto la sua diagnosi: ceranocystis fimbriata, chiamata volgarmente cancro colorato del platano. Ma vien voglia di pensare piuttosto che le vecchie piante stiano morendo di malinconia.

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Gran finale con spettacolo pirotecnico

Acclamato da settemila persone lo spettacolo nel bacino Canalbianco

La magnifica «galleggiante», palcoscenico dalle mille luci multicolori, ha offerto una serie di applaudite interpretazioni orchestrali, canore e corali. In “IL GAZZETTINO ” 14 Settembre 1954

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Chi ha osservato l’altra sera lo spettacolo offerto nel bacino del Canalbianco delle settemila persone assiepate per godersi la tradizionale “galleggiante”, per un attimo ha avuto indubbiamente il sospetto che le riviere, i ponti, le gradinate che scendono nell’acqua, i balconi delle case e le terrazze, perdendo la loro consueta funzione, fossero divenuti la platea, i palchi, le gallerie di uno straordinario teatro il cui palcoscenico, punteggiato di luci multicolori, nell’impossibile tentativo di accontentare tutti i presenti, andava spostandosi da un punto all’altro sprigionando suoni e canti sotto la volta del cielo e lo sguardo imbambolato della luna. Tutte le città e i paesi del mondo in molti aspetti si assomigliano, ma ci sono dei momenti nei quali ognuno di essi assume un aspetto particolare ed in-

confondibile e l’altra sera pareva che Adria, non soltanto nei volti della sua gente, ma anche attraverso le cose inanimate che le luci diffuse e la dilagante aria di festa trasfiguravano, sorridesse bonariamente, lei che di solito ha l’aria un poco grigia delle creature vecchie e malinconiche. Perciò riteniamo che la «galleggiante» sia quasi l’abito da festa che la città indossa una volta all’anno come i costumi tradizionali che le donne di tante regioni portano, con solennità, nel giorno delle ricorrenze più importanti. L’orchestra G.Neri di Ferrara, ospite di Adria per la seconda volta, ha dato prova di possedere un affiatamento perfetto che le consente di impegnarsi con sicurezza nella esecuzione di brani che non solo sono tecnicamente diffìcili, ma che a prima vista si direbbero impossibili da realizzare da parte

di un complesso a plettro per la sonorità, le sfumature e la forza espressiva che richiedono. E’ significativo perciò che l’orchestra sia piaciuta di più proprio nel Tannhauser dove si riteneva che avrebbe invece denunciato la propria insufficienza strumentale. Merito questo indiscutibile dei valorosi orchestrali e della sapiente guida del loro direttore m.o Musi. La Corale che ha eseguito per la prima volta in Adria alcune sue nuove interpretazioni ha impressionato per l’omogeneità e l’affiatamento sempre più profondi, per l’intonazione e la dosatura delle voci. Anche i brani più popolari, come le canzoni di montagna, hanno acquistato, grazie alle trascrizioni di Gino Casellati ed alla sua fervida direzione, un fascino stilistico ed una dignità artistica tali da trasfigurarle. Il coro femminile, istruito


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dalla signora Maria Conciato Casellati, ha portato una nota di romantica grazia e di delicata poesia inserendosi organicamente nel complesso. Il pubblico ha sottolineato con applausi la partecipazione allo spettacolo del soprano Edda Cuberli e del tenore Florindo Andreolli. La voce della Cuberli ci è parsa più completa, più piena e soprattutto più umana e vibrante rispetto all’ultima volta che

l’avevamo udita in Adria. Allora era uno strumento grezzo ricco di promesse e di attitudini, oggi siamo di fronte ad un’interprete che rivela giorno per giorno una sempre più viva personalità e che si rende conto dei propri grandi mezzi imparando a sfruttarli ed a dosarli. Il tenore Andreolli ha acquistato in potenza senza perdere in grazia. La sua intonazione è perfetta, le sue modulazioni non tradiscono sforzo, la dizio-

ne è chiarissima. Quella di Andreolli è una voce che piace perchè è trasognata e virile nel medesimo tempo; ed il suo timbro è naturale e pieno di calore. Lo spettacolo, la cui unica menda può essere imputata al non perfetto funzionamento degli altoparlanti, si è concluso tra i più calorosi applausi del pubblico ed il lancio finale dei fuochi d’artificio ha questa volta soddisfatto pienamente le aspettative.

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Villa Mecenati è diventata conservatorio

Il fascino di una memoria In “IL GAZZETTINO ” 29 Gennaio 1977

La prima dimora adriese di Rosita Lusardi – figlia di un grande impresario teatrale sulla cresta dell’onda ai tempi di Toscanini, Caruso, Gatti Casazza - andata sposa a Ferrante Mecenati, dottore in legge e maestro di musica già introdotto alla Scala e proiettato verso una brillante carriera, fu il grigio palazzo Mecenati nel centro di Adria dove, secondo le tradizioni della borghesia agraria locale, accanto ai giovani coniugi, conviveva una folta schiera di persone. Zie nubili e

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vedove, cugini, prozii, lontani parenti poveri, dipendenti agricoli, domestici a tutto o mezzo servizio. Ferrante, dotato com’era di viva sensibilità ed amante anche per proprio conto di larghi «spazi», non tardò a comprendere che quel tipo di convivenza non si addiceva a Rosita: la sua personalità prorompente ed anticipatrice, nella quale si fondevano le attitudini di grande signora con il piglio sbrigativo proprio dell’operosa borghesia lombarda, non poteva scendere a

compromessi con l’ ambiente un po’ gretto e limitato o assuefarsi all’aria stantia che regnava nella vecchia casa. Individuato alla periferia un grosso, complesso rustico adibito a magazzini e granai in una delle tante aziende di famiglia, ne decisero, concordamente la trasformazione in residenza: un grande spiazzo sistemato a parco e giardino, una serie di comode adiacenze sul retro e, al centro, la villa neoclassica concepita secondo il criterio ottocen-


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tesco della «fuga» di salotti ed obbediente più a criteri di rappresentanza che di funzionalità abitativa. Il trasloco della giovane coppia coincise con l’intensificarsi degli impegni professionali di Ferrante per cui la nuova casa di Adria era destinata a rimanere, per oltre un cinquantennio, più la meta delle soste, dei riposi, degli incontri amichevoli che il centro della loro dinamica esistenza. Rosita, soprattutto negli ultimi anni, osservava che la carriera del marito, pur ricca di soddisfazioni, avrebbe potuto svolgersi in forma più completa se egli avesse sentito più vivo lo stimolo dell’ambizione e fosse stato magari assillato da problemi di ordine materiale. Nella sua apparente recriminazione era tuttavia facile rintracciare una specie di segreto compiacimento proprio per quel distacco che lo destinava a consumare talento e fortune al «servizio» della sua professione: tutto il contrario cìoè dì quanto s’usa oggi. E poichè le fortune familiari erano allora ingenti

ne conseguì per Ferrante nella lunga intelligente attività che lo vide impegnato nella direzione artistica di grandi enti lirici, Fenice compresa – un continuo dare senza ricevere, incurante che il patrimonio andasse assottigliandosi e che la gratitudine umana rappresentasse un evento anomalo da annotare in forma episodica. L’importante era, per quel modo individualistico di far del bene che li accomunava, proseguire senza compromessi per la propria libertà, senza appoggiarsi a sottofondi politici e perciò senza presupposti di contropartite, secondo cioè una linea alla quale, scherzando sul proprio cognome, Ferrante timidamente, accennava: « Darghe na man a la musica: per questo semo... ‘Mecenati’». Parallelamente agli impegni culturali entrambi si trovarono inseriti nel grande giro mondano che, tra le due guerre, vide la loro villa di Adria costante meta d’incontro di quell’ambiente composito che, prima dell’avvento del

neocapitalismo e del formarsi della nuova borghesia politico-burocratica, significava molto per la vita del Veneto, o, meglio ancora, di uno spazio più ampio che si può definire Padania. I cancelli di Casa Mecenati si spalancavano due tre volte all’anno alle scure berline, alle fuoriserie sciamanti sulla ghiaia del giardino. Ne scendevano personaggi di varia estrazione: aristocratici, finanzieri, politici, gente della cultura e del teatro, esseri in gran parte vivi ed interessanti mescolati a modesti esemplari umani oppressi dal peso di un nome troppo illustre; un po’ di Gotha e di bohème messi insieme. Quello cioè che, alle sog}ie dell’ultimo conflitto, preannuncìandone con sarcasmo e nostalgia la scomparsa, Stefan Zweig definì il «mondo di ieri». Solo che Ferrante e Rosita a quel mondo riuscirono a sopravvivere, aperti com’erano ad un continuo aggiornamento ed ampliamento dei loro contatti sociali, non certo per fini opportunistici, ma per innato senso di giova-

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nile inguaribile curiosità. Dietro le loro attitudini mondane restavano però ferme nel tempo, avvolte quasi da un senso di religiosità, le vere fondamentali amicizie. Dal filone di questi ultimi è certamente derivata la decisione ispirata al tema che in gioventù li aveva fatti trovare insieme: la musica. E, ad Adria, divenuta soprattutto negli estremi anni di vita, un sempre più costante punto di riferimento, fu dedicato l’ultimo pensiero: la Villa e tutto il suo arredo destinati al Conservatorio statale sorto sulle orme di un’antica scuola di musica sopravvìssuta, per merito di molti appassionati locali, a varie vicende politiche ed economiche. A complemento del gesto i Mecenati assicurarono una rendita, garantita dalla proprietà di altri immobili destinati al comune, per il funzionamento della scuola e di una società concerti, per lo svolgimento di spettacoli nel grande teatro cittadino e per borse di studio ad allievi di discipline musicali. Una sorta di prosecuzione dunque, oltre la vita, del

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loro modo di servire la società, realizzata assecondando una tradizione musicale tipicamente adriese ricca di presenze significative soprattutto nel campo della lirica (dai Guarnieri, Serafin, Cattozzo, Pampanini, Previtali di ieri, ai Casellato, Nello Santi, Andreolli, Pizzo, Trombin di oggi) e puntando sulla proiezione futura di una simile disponibilità di talenti. Così, in una fredda mattina di questo gennaio, dopo che la brina aveva raggentilito i ferri battuti del cancello, le sale della villa – restaurata e rinnovata – si sono riaperte per la inaugurazione del Conservatorio come per un ricevimento organizzato dagli antichi proprietari. Qualcosa della loro presenza pareva avvertirsi nell’aria, quasi che il Maestro fosse ai piedi dello scalone per dare il benvenuto agli ospiti e Rosita si prodigasse, da un gruppo all’altro, alta ed elegante, con quei suoi immensi occhi verdi che neppure il mondano pennello di Dudovich seppe raffigurare, nella loro bruciante vitalità.

Animazione, discorsi, brindisi: un po’ di gloria per tutti, come accade in tali occasioni. Ma alla fine anche un velo di tristezza. Quella che affiora – come scrisse Proust – «…quando ci si accorge che ciò che ha serbato tanta vivacità nella nostra memoria non può più averne altrettanta nella vita» perchè «un fascino non si travasa ed i ricordi non si spartiscono».


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Archeologia - Sensazionale scoperta sotto la Cattedrale della città

Ecco Adria sottoterra

Una larga parte della storia di Adria nel periodo della cristianità – senza cercare collegamenti con quella ben più antica che, attraverso l’epoca romana, ci condurrebbe ai greci, agli etruschi, ai paleoveneti – è concentrata in qualche centinaio di metri quadrati accanto al fianco ovest della nuova Cattedrale, costruita sul finire dell’Ottocento nel quartiere nord (detto di Castello) del centro cittadino. Accanto ad essa sorge la cattedrale più antica (la «ciésa vecia» per i locali) eretta sul finire del 1400, ma successivamente rimaneggiata intorno al 1700 nelle strutture superiori, con lo spostamento dell’ingresso ed il capovolgimento, da un estremo all’altro, della posizione dell’altar maggiore. Nel suo interno la Sovrintendenza ai Monumenti, ha in corso complessi lavori diretti a salvare il salvabile di una serie di affreschi – meravigliosi per ingenuità e misticismo – che coronano la cosidetta «cripta» del settimo secolo dislocata oltre due metri sotto il pavimento. Gli af-

freschi stanno andando in rovina per colpa delle infiltrazioni di acqua – la nemica permanente degli adriesi – le cui falde si sono innalzate nel sottosuolo a seguito di abbassamenti del terreno in parte attribuibili a cause geologiche, in parte all’estrazione di metano effettuata a cavallo dell’ultima guerra. Rimuovendo, per isolare la «cripta», l’attuale pavimento rifatto nel 1892 ad una quota più elevata del precedente, è affiorata una serie di tombe, coperte da voltine in mattoni, nelle quali erano certamente tumulati ecclesiastici ed illustri personaggi locali. Le tombe risultano svuotate dei resti umani e riempite di terra per evitare cedimenti della successiva pavimentazione, mentre le lapidi con le iscrizioni vennero rimosse dal primitivo pavimento cinquecentesco in cotto nel quale erano inserite e, dopo essere rimaste per anni accatastate in un cortile, impiegate come materiali di fondazione, intorno al 1920 quando fu costruita, nei pressi, una cappelletta.

I ritrovamenti concordano sino a questo punto con le fonti storiche. Anche Francesco Antonio Bocchi, acuto osservatore e dotto memorialista adriese del secolo scorso, riporta che “Adria sofferse dura sorte nel 1482 per sacco ed incendio, come narra la storia… cionondimeno il suo duomo fu rifatto e, nel 1490, riconsacrato». Ma non è tutto: ad una quota ancora inferiore sono affiorate le fondazioni, le basi dei pilastri ed il pavimento in mattoni di un «altro» tempio. Si tratta – spiega monsignor Arcolin, nostra colta e gentile guida nella visita ai lavori, – dei resti della chiesa del Mille la cui esistenza è documentata da una formella in cotto, conservata nella nuova Cattedrale, dalla quale risulta che il vescovo adriese Theodoino depose, nell’anno 877, le reliquie dei santi nell’altare maggiore. I resti attualmente visibili mostrano come le due cattedrali, del 1000 e del 1500, siano state edificate, una sull’altra in parte usufruendo delle stesse fondazioni, in parte

In “IL GAZZETTINO ” 4 Maggio 1976

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seguendo un disegno diverso, forse in relazione a variate necessità ricettive, forse anche a causa di esigenze stilistiche differenti. Quanto ai resti di vari strati di pavimento situati a quote diverse è da ritenere che si tratti di periodici rifacimenti del piano di calpestìo resisi necessari per ragioni di sicurezza rispetto ai livelli delle piene fluviali. Ad Adria è accaduto sovente, restaurando vecchi fabbricati del centro, di scoprire, sotto l’attuale pianterreno, un altro piano dell’edificio abbandonato ed interrato con tutte le sue finiture: porte, inferriate, balconi. E’, in fondo, la stessa meccanica di sostituzione e di sovrapposizione che si rileva nelle evoluzioni secolari delle cattedrali adriesi. E la «cripta», alla quale s’è accennato all’inizio? Sarebbe, a parere degli esperti, il residuo, di una costruzione del settimo secolo inserito nella chiesa del Mille che l’avrebbe in certo qual modo integrato secondo un procedimento che, nell’ architettura religiosa, ha tanti altri e più

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noti precedenti. A proposito della «cripta» sempre il Bocchi (nel suo «Trattato geograficoeconomico comparativo dell’antica Adria e del Polesine di Rovigo», opera interessantissima che varrebbe la pena di ripubblicare) scriveva: «Io credo assai probabile che essa fosse non già una cappelletta, sì bene parte di un cupolino sovrastante un sacello dei primi secoli cristiani: il che dovrebbe farci scendere di non pochi piedi per trovare il piano dell’edificio stesso». A confermare questa ipotesi starebbe il rinvenimento di strutture ad arco che proseguono verso il basso ed il prelievo di un campione eseguito in questi giorni mediante trivellazione ad una profondità di oltre quattro metri dal pavimento attuale. Si è estratta, come si dice in gergo, una «carota» di pietra calcarea, ma non è possibile stabilire se sia parte di una pavimentazione, di una fondazione, di un pilastro; è indubbio tuttavia che si tratta di elemento estraneo alla natura del sottosuolo adriese.

I lavori procedono, ma lo scavo a maggiori profondità troverebbe l’ostacolo della presenza dell’acqua le cui falde subiscono l’alternativa delle piene e delle maree, mentre l’impiego di mezzi di prosciugamento comporterebbe notevoli costi e difficoltà operative non indifferenti. è dunque probabile che Adria continuerà a custodire, ancora a lungo, uno dei suoi tanti misteri. Tra le tombe rinvenute, sebbene non individuata, vi è quella di Luigi Groto, il “Cieco d’Adria”, interessante e complesso personaggio: poeta, oratore, drammaturgo, attore, ambasciatore presso la Serenissima, sostenitore dell’operazione idraulica del taglio di Porto Viro che modificò completamente la dinamica del delta padano. Egli morì in «eresia», a Venezia nel 1585 accusato di essere lettore di Erasmo da Rotterdam, ma gli venne concessa sepoltura religiosa ed i nipoti ne traslarono la salma nella cattedrale adriese, com’è ricordato in una lapide applicata sulla parete


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nord del tempio. La morte del cieco è rievocata da Neri Pozza in un mirabile e sconcertante racconto ne «La putìna greca», mentre delle opere si attende la ripubblicazione critica promessa da G. A. Cibotto e F.M.Lazzarini, rivolta a colmare una lacuna nella nostra storia letteraria ed a rivedere vecchie approssimative valutazioni. E ad Adria che si dice dei ritrovamenti e dei lavori

in corso nella Cattedrale? Poco o nulla. In altra città un avvenimento del genere avrebbe suscitato chissà quali interessi, mobilitato magari la televisione; non certo ad Adria ove non fa impressione scoprire che le fondazioni della propria casa son fatte di mattoni romani o pensare che sotto il pollaio sia inumato un lucumone etrusco. «Il vero centro storico di Adria – mi diceva un an-

ziano studioso alludendo un po’ sarcasticamente al nuovo piano regolatore – è cinque metri sotto terra, fuori della portata della speculazione e delle leggi urbanistiche». Dei discendenti degli «etruschi adriati» ci sono, in questa battuta, tutto l’humour, la storica malinconia, la dolce improduttiva saggezza.

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Il museo archeologico ha 25 anni Una miniera di storia da scoprire

In “IL GAZZETTINO ” 20 Dicembre 1986

L’evoluzione delle vicende storiche dell’Italia nordorientale è segnata, per almeno diciassette secoli, dalla presenza di Adria come vitale centro di scambi commerciali favorito dalla disponibilità di un porto protetto e sicuro e da una rete di canali navigabili che si estendeva nell’entroterra. Il materiale archeologico più antico (a parte modesti rinvenimenti attribuibili alla preistoria) risale a prima del VI secolo a.C. ed indica la presenza sul territorio di

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popolazioni venetoilliriche. Ma le prime notizie storiche ipotizzano una migrazione di focesi che, stabilendo ad Adria una loro colonia, allacciarono e mantennero rapporti commerciali con la Grecia a seguito dei quali vennero importati prodotti ceramici di altissima qualità artistica. Gli Etruschi, più tardi, scelsero come base Adria per esercitare anch’essi il commercio dei prodotti attici con le lucomonie dell’Italia centrale e con altri centri della bassa

padana. Più tardi, allorché i Greci, vennero sopraffatti dai Siracusani, Adria divenne colonia di questi ultimi che a loro volta favorirono la venuta e l’insediamento dei Galli, loro alleati, presenti nell’agro adriese fino al III secolo a.C., periodo di inizio del dominio romano e, con esso, del massimo splendore per la città. Sede di municipio ebbe terme, teatro, templi e si narra che San Pietro, giungendo dall’oriente per avviarsi a Roma, sia approdato al porto di Adria. La caduta dell’Impero ed una serie di catastrofi fluviali, che sconvolsero la rete navigabile dell’agro adriese culminando nella rotta del Po del 1152, segnarono per la città un lungo periodo di decadenza e di abbandono concluso dalle grandi opere di bonifica effettuate dalla Repubblica Veneziana. Le esplorazioni archeologiche che testimoniano la complessità degli eventi e gli incroci e sovrapposizioni di civiltà svoltisi nel territorio adriese, hanno avuto inizio nel sedicesimo secolo e le prime notizie


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in proposito provengono dal geografo veneziano Domenico M. Negri che accenna «come nella laguna circondante la città si trovassero resti di mura antiche e depositi di vasi di vetro e terracotta che venivano scavati da sterratori o sollevati dalle reti dei pescatori». Che questo materiale venisse asportato da Adria e successivamente disperso lo testimonia Luigi Groto, il cieco di Adria, che scrive di «marmi e colonne mandati ad ornare le più famose città d’Italia». Un’altra testimonianza accenna a «idoletti in bronzo, rinvenuti da tal Battista Sacchetto e dati al mercante veneziano Marco Pattera» e a quelli «ritrovati da Michel Zeno che ne donò un «sacco» al procuratore Antonio Priuli, divenuto doge nel 1618». Ma il periodo di scoperte più cospicue fu il ‘700 epoca nella quale si formarono importanti raccolte private presso famiglie adriesi (Amati, Penolazzi, Grotto, Pegolini, Ronconi, Bocchi) in seguito anch’esse disperse, tranne quella dei Bocchi che, per donazione,

andò a costituire nel 1904 il primo fondo dell’allora Museo Civico cittadino. I rinvenimenti negli anni ‘37 e ‘38, connessi allo scavo della nuova inalveazione del Canalbianco, accrebbero enormemente la dotazione del Museo nel frattempo trasferito da una sala dell’attuale Istituto Magistrale nel fabbricato donato al Comune dal dott. Giuseppe Cordella, in corso Vittorio Emanuele. Si giunge così all’ultimo dopoguerra, alla realizzazione della nuova sede del Museo, all’adozione di moderni criteri per le recenti campagne di scavi condotte dalla Soprintendenza ad Adria ed in altre aree polesane. In esse, alla ricerca di materiale avente un valore intrinseco, si antepone la individuazione del contesto morfologico del territorio e delle sue connessioni con la storia, lavoro particolarmente arduo in una zona sconvolta per secoli da tante vicende idrauliche. Ed ogni anno di più il Museo adriese, recentemente riorganizzato ed arricchito con un laboratorio di restauro per me-

rito di Bianca Maria Scarfì e Maurizia De Min, tende a dimostrare carenze di spazio al punto che qualche pensiero viene rivolto ormai ad un suo possibile ampliamento. Osservava molti anni fa Titta Brusin: «Il sottosuolo di Adria è una miniera di storia della quale ogni tanto affiora solo qualche brano isolato». Agli studiosi di oggi e di domani spetta il compito di rivelarne i nuovi, ma soprattutto di scoprire il filo che li unisce.

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Da “Una corsa nel tempo”

La Riviera del Belvedere

In “UNA CORSA NEL TEMPO”, pagg. 11/15

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  Così si chiamava, nel primo Ottocento, la riviera che fiancheggia il Canalbianco nel centro di Adria. Vicende successive fecero mutare la sua denominazione, dapprima in “Umberto I”, poi in “Matteotti”. Ma, pur con tutto il rispetto per i due personaggi storici, chiamarla ancora “Riviera del Belvedere” risulta molto più suggestivo.   Fino all’inizio dell’ultimo conflitto mondiale, il tratto di canale, compreso tra il ponte girevole di Sant’Andrea e quello ad arco di Castello non rappresentava soltanto un piacevole elemento paesaggistico, ma costituiva un settore urbano nel quale si svolgevano attività di vitale importanza per l’economia cittadina del tempo. L’ “oppressore” governo austriaco aveva fatto costruire, a contenimento del corso d’acqua, due muraglioni, dotati di gradinate e piazzole per consentire operazioni di carico e scarico per i natanti in sosta.   Adria costituiva infatti una sorta di emporio. Vi giungevano merci provenienti dalle coste venete, ma anche da quelle dell’Istria e della Dalmazia, trasportate da barconi di legno adatti alla navigazione fluviale e sotto costa. Si trattava di materiali come legname, carbone, ferramenta, ortaggi, mattoni e tegole da costruzione, che venivano scaricati manualmente dai facchini organizzati in “carovane”, e depositati su carri, per ulteriori spostamenti, o accatastati nei magazzini prossimi al canale. Successivamente i natanti venivano ricaricati con altri prodotti (riso, cereali, zucchero) secondo il saggio principio economico di non compiere viaggi a vuoto. Quelle operazioni impegnavano lungo la riviera per tutta la settimana, oltre i facchini, una schiera di persone: grossisti, mediatori, carrettieri, piccoli commercianti e povera gente, che andava a elemosinare i prodotti alimentari danneggiati durante il trasporto. Le trattative di compravendita si svolgevano, di solito, all’aperto, ma la conclusione di un affare era sempre segnata da una capatina nelle tante osterie disposte lungo la riviera.   Vi era però un giorno, verso la fine dell’estate, nel quale il movimento dei barconi veniva sospeso e il bacino destinato ad una particolare mani-


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festazione. Era come se tutto il quartiere si spogliasse degli abiti da lavoro, per indossare quelli della festa. In poche ore, due o tre barche, affiancate l’una all’altra, venivano collegate da una piattaforma. Si provvedeva ad addobbarle con tralicci che sorreggevano cordoni di lampadine colorate e ghirlande di fiori di carta. Sui balconi delle case, lungo il canale, venivano esposti drappi e lampioncini alla veneziana, mentre le famiglie residenti preparavano dolci e bevande per gli amici che avrebbero ospitato nella serata.   Verso il tramonto i ponti, la riviera, la piazzetta del Teatro Comunale cominciavano ad affollarsi. (…)   (…) Accolta da un applauso scrosciante, si affacciava finalmente sul palco la Corale Adriese, un’istituzione cittadina che aveva al suo attivo successi anche internazionali. Dopo essersi impegnata nell’interpretazione del poemetto “Marfisa”, del ferrarese Domenico Tumiati, musicato con grande raffinatezza da Vittore Veneziani, concludeva con arie popolari tra ripetute richieste di bis. (…)

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  (…) Già nell’anteguerra incominciava a manifestarsi una crisi nell’attività fluviale dovuta all’evoluzione dei mercati, ma ancor più all’incremento subito dai trasporti stradali. Per giunta, negli ultimi giorni del conflitto, i militari tedeschi, in ritirata, avevano distrutto il ponte girevole di Sant’Andrea e l’amministrazione locale, anziché ripristinarlo con le sue funzioni, lo aveva sostituito con un manufatto fisso in cemento armato, sgradevole anche esteticamente, che intercluse in modo definitivo l’accesso al bacino da parte dei natanti. Era l’ammissione di una sconfitta e la cancellazione di una millenaria vocazione del territorio adriese.   Restava la nostalgia per la galleggiante e, sul finire degli anni cinquanta, fu deciso di riprendere la tradizione. Ma poiché le grosse barche non potevano accedere al canale, vennero portate, per via terra, due chiatte. Con estrema cura si lavorò per giorni riuscendo a ripristinare il tradizionale allestimento.   La partecipazione della gente fu totale. Alla soddisfazione degli anziani, che si apprestavano a rivivere un’emozione della giovinezza, si affiancava la curiosità dei più giovani, che della “galleggiante” avevano solo sentito parlare in famiglia con nostalgia.   Con gli altri complessi tornò sulla scena la grande Corale, rivitalizzata da Gino Casellati e con essa si esibì, da solista, un giovane tenore locale, dalla piccola statura ma dalla stupenda voce: Florindo Andreolli. Fu una serata memorabile. Eppure, quando gli ultimi bagliori dei fuochi artificiali si spensero sull’acqua, uno strano silenzio accompagnò la folla che si allontanava quasi si avvertisse che non si era trattato di un ritorno, ma di un definitivo commiato.   Ancor oggi, cinquantanni dopo, nelle afose serate d’estate, non appena il sole si nasconde dietro le case, gruppetti di anziani sostano sul ponte ad attendere un po’ di sollievo dalla brezza leggera che spira dal mare. Ma nessuno di loro volge lo sguardo verso l’acqua grigia e stagnante, quasi temesse il risvegliarsi del rimpianto per anni lontani, quando essa scorreva, limpida e viva, protagonista in un mondo cancellato per sempre.

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Da “Gli anni della cornacchia”

A zonzo per Adria

  In quegli anni le biciclette tradizionali, rigorosamente nere, avevano trovato delle giovani concorrenti in quelle che noi chiamavamo affettuosamente “rondinelle”. Non è che diminuisse, con il loro impiego, la fatica di pedalare, ma l’aspetto giovanile e sportivo e la varietà dei modelli finivano per personalizzarle, creando una sorta di binomio con il loro possessore. Avevano tinte varie del telaio (azzurro, giallo, verde, argentato), erano dotate di cambio e, nei modelli più costosi, di freno contropedale. Il manubrio rettilineo metteva, a volte, a dura prova la schiena di chi le usava e le selle rigide finivano per trasformarle in strumenti di tortura. Ma costituivano, indubbiamente, un mezzo molto adatto per far colpo sulle ragazzine.   Durante la buona stagione, il viale della stazione era il luogo ove, verso sera, si ripeteva più volte il percorso di poche centinaia di metri affiancando gli sciami di coetanee nel tentativo di convincere quella, che era oggetto del nostro interesse, ad una deviazione per una passeggiata a tu per tu.   Ma durante l’inverno le biciclette stavano a riposo. Ci incontravamo lungo il corso per sostare sul ponte di Castello dal quale si domina il bacino del Canalbianco. A ridosso dei muraglioni che racchiudono il corso d’acqua, erano ormeggiati, numerosi, i barconi. Provenivano dal Delta, dai porti veneti, talora, addirittura, dalla costa dalmata. Giocando d’equilibrio sui tavoloni che univano i natanti alle banchine, i facchini scaricavano o caricavano, portandole sulle spalle, le merci più varie: legname, carbone, farina, ortaggi. Indossavano quasi tutti una camicia nera, non certo per motivi di adesione al credo fascista, ma unicamente per rendere meno evidenti le tracce di sporcizia che i carichi lasciavano sulle loro spalle. Erano divisi in “carovane”, spesso in conflitto l’una con l’altra per accaparrarsi un’operazione di carico o scarico o per la ripartizione di un compenso. Ne conseguivano accese dispute. I corpi a corpo erano rari, ma le urla, condite da pittoresche imprecazioni che chiamavano in causa intere genealogie, si udivano da una parte all’altra del canale.   Terminato il lavoro e spartito l’introito della giornata, i facchini, a pic-

In

“GLI ANNI DELLA CORNACCHIA”, pagg. 44/47 Perosini Editore, 2002

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coli gruppi, entravano nelle osterie. Ve n’erano parecchie lungo la riviera, caratterizzate, dalle imposte, dalle tende rossastre, non si sa se per contrassegnare la loro funzione o per dissimulare le macchie di vino prodotte dagli avventori. Tavoloni grezzi, sedie impagliate, un rustico bancone costituivano tutto l’arredamento. In un angolo era sistemata la sputacchiera di lamiera zincata, riempita di calce, e, sopra di essa, appeso alla parete, spiccava un cartello: “La persona civile non sputa per terra e non bestemmia”, raccomandazione alla quale i clienti non facevano molto caso.   Preferivano bevande di qualità piuttosto corposa: il friularo o un taglio con vino meridionale che, chissà perché, era chiamato “bacò”. I bicchieri, di vetro grossolano, erano riempiti fino all’orlo e, tra l’uno e l’altro, si stimolava il palato con acciughe arrotolate, pezzetti di formaggio, cipolline sott’olio. Fatto il pieno, qualcuno dava l’avvio ad esibizioni canore: brani d’opera, romanze, canzoni popolari e, un poco per volta, alla voce solista si affiancava il coro al quale si associava, dall’osteria vicina, un altro coro. Tutto sembrava filare per il meglio fino al momento, tanto atteso dal nostro posto di osservazione sul ponte, dell’arrivo delle donne: due o tre in tutto. Sbucate apparentemente dal nulla, percorrevano, a rapidi passi la riviera e, a colpo sicuro, si infilavano nei locali ove si trovavano i rispettivi mariti. Pochi secondi dopo i malcapitati uscivano, seguiti dalle consorti che, tra uno spintone e l’altro, li accusavano di sperperare nelle osterie i quattrini sottraendoli alle necessità della famiglia. Sugli usci, gli altri facchini si assiepavano ad assistere silenziosi e tristi alla scena.   Appoggiati al parapetto del ponte, noi quattro, ci abbandonavamo a grandi risate, colpiti più dal colore goldoniano che dai risvolti umani della vicenda. (…)

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Da “Gli anni della cornacchia”

Il teatro del Littorio

  La popolazione adriese, specie in passato, ha sempre dimostrato una grande passione per la lirica. Nell’ottocento esisteva un teatro, il Politeama, che fu sede di importanti stagioni d’opera, con speciale preferenza per il repertorio verdiano. Malauguratamente l’edificio fu distrutto da un incendio e, di conseguenza, il pubblico dovette accontentarsi di una sede più modesta: il teatro Sociale, affettuosamente ribattezzato dagli appassionati “la caponàra” per le scarse qualità architettoniche e ricettive. Ma anche il Sociale subì, entro breve tempo, lo stesso destino.   Negli anni ‘20, un adriese tentò l’avventura di costruire un nuovo teatro, ma il suo sforzo si esaurì con l’edificazione del solo palcoscenico, rimasto, per oltre un decennio, come una grande bocca spalancata su uno spiazzo deserto.   Gli adriesi invocavano il completamento della costruzione come riconoscimento ad una terra che aveva dato alla musica contemporanea direttori d’orchestra quali Antonio Guarnieri, Tullio Serafin, Fernando Previtali e vantava prestigiose istituzioni: il Liceo Musicale e la Società Corale, affermatasi anche a livello internazionale. Il grande gerarca non rimase insensibile all’appello. Trovò i finanziamenti per realizzare l’opera e il Comune ne affidò la progettazione a mio padre. Il nuovo teatro, al quale era già stata, ovviamente, assegnata la denominazione “del Littorio”, venne previsto in forma innovativa rispetto alle sale di tradizione: riduzione ad un solo ordine di palchi, ampie gradinate e minimo ingombro di pilastri e colonne, ciò soprattutto in virtù dell’impiego del cemento armato. Anche l’opera da eseguire per l’inaugurazione era stata scelta con notevole anticipo: il Mefìstofele di Arrigo Boito.   Durante i lavori il gerarca effettuò qualche visita. Nel corso di una delle ultime, raccomandò a mio padre di provvedere alla dotazione di un orologio da porre sopra il palcoscenico.   «Vuole l’orologio, come nelle stazioni ferroviarie», fu il suo sarcastico commento. Finì per accontentarlo solo in parte facendo eseguire, sopra il palcoscenico da uno scultore bolognese, un fregio raffigurante le muse

In

“GLI ANNI DELLA CORNACCHIA”, pagg. 18/20

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della tragedia e della musica, rivolte verso un fascio littorio posto al centro, e confinando l’orologio su una parete laterale. Il gerarca non avrebbe potuto pretendere la rimozione del fascio.   Venne finalmente la serata dell’inaugurazione. I posti nel loggione non erano numerati e il pubblico si era assiepato davanti all’ingresso laterale fin dal pomeriggio. Era costituito in gran parte da gente dei ceti più poveri o proveniente dalla campagna. Molti, in vista della lunga attesa, avevano portato panini, ciambelle e fiaschi di vino. Davanti all’ingresso principale sfilavano, una dietro l’altra, le auto che scaricavano signore in vestito da sera e uomini in smoking, osservati da un’ala di gente che si accontentava di assistere, commentando ad alta voce e, apparentemente, senza invidia o rancore.   Mi era stato comperato per l’occasione un vestitino blu con i pantaloni corti e presi posto, con i genitori, in platea. Qualcuno, dal loggione, gridò un evviva a mio padre e il pubblico si associò con un battimani. Le luci della sala si spensero restando illuminati solo i palchi e il gerarca comparve, in uno dei centrali, indossando una fiammante sahariana bianca. Tutto il pubblico gli tributò una vera ovazione, forse l’unica sincera che, in tanti anni, i suoi concittadini gli abbiano rivolto.   Seguirono gli inni nazionali. Poi, finalmente, il sipario si aprì su Mefistofele che, circondato da nuvole e vapori, lanciava la sua sfida al Padreterno.

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Da “Valzer Imperiale”

Capitolo II 1867-1872

  (…) Il primo sabato dopo il suo arrivo, l’ingegnere condusse Giovanni nel teatro locale. Si rappresentavano i Puritani di Bellini, opera molto conosciuta nella cittadina.   Forse per la grande confidenza con lo spartito, quando il baritono intonò la romanza “Suoni la tromba intrepido” gli spettatori del loggione si unirono al canto, battendo ritmicamente i piedi. Allora l’ingegnere si alzò in piedi e, sovrastando le voci, urlò:   «Zitti, imbecilli!».   Tutti tacquero, ma ci mancò poco che anche il baritono interrompesse la romanza.   Il tenore doveva avere le gambe molto magre e sotto la calzamaglia indossava due cuscinetti per ingrossare i polpacci. Verso la conclusione dell’opera, quando si ripresentò sul palcoscenico per la scena finale, il pubblico si accorse che i finti polpacci si erano spostati sul davanti rigonfiandogli gli stinchi. Si udì una voce dal loggione:   «Girèghe i piè!».   Ne seguì una risata generale alla quale non potè sottrarsi nemmeno l’ingegnere. E Giovanni afferrò, per la prima volta, l’inclinazione all’umorismo di quella popolazione con la quale era destinato a convivere. (…)

In

“VALZER IMPERIALE”, pagg. 65/66 Perosini Editore, 1998

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Da “I piccoli peccati”

Le rose di Rosita

In “I PICCOLI PECCATI”, pagg. 97/103 Neri Pozza Editore, 1995

  Presagiva che sarebbe stato il suo ultimo soggiorno nella grande casa che aveva costituito il sogno della giovinezza. Non aveva ormai più motivo per tornare. Tra quelle mura suo marito era morto alcuni anni prima, gli ultimi amici del posto che era solita riunire la sera in giardino per l’aperitivo o sedevano intorno alla tavola imbandita mentre il vino delle sue terre (raboso d’annata o cabernet invecchiato, a seconda dei cibi) veniva puntualmente versato dall’impeccabile Aurelio, se n’erano andati anch’essi per sempre. Restavano, era vero, alcuni dei loro figli nei quali cercava di ravvisare una continuità con il passato invitandoli a trattarla con il “tu”, tentando di entrare nel loro mondo così diverso, ma si rendeva conto che le differenze generazionali non sono valicabili. Le restava perciò il dubbio che le loro visite, le attenzioni che le rivolgevano fossero più che altro determinate dal desiderio di mantenere una tradizione instaurata dai genitori o dalla curiosità di strappare ai suoi racconti brandelli di un passato che li affascinava.   Il mattino si era recata dal notaio per completare il rituale delle disposizioni testamentarie, poi era passata al camposanto per dare un’occhiata al sarcofago racchiuso tra il verde di quattro cipressi nel quale, da anni, era pronto il suo posto accanto a quello del marito.   Era stanca. Si era fatta portare una comoda poltrona in giardino e vi sedeva, con le spalle rivolte alla casa, di fronte alla grande aiuola rotonda delle rose nella quale, in anni di pazienti ricerche, aveva sapientemente affiancati l’uno all’altro arbusti delle più rare e ricercate qualità che, da primavera ad ottobre inoltrato, creavano un gradevole contrasto di tinte tenui e sgargianti. Ricordava ancora i loro nomi a volte strani e misteriosi: Saturnia, Gloria di Roma, Quo vadis, Grisbi, Belle blonde, Pinocchio, Vienna charm, First love. In un angolo, quasi un omaggio a tempi remoti, sopravviveva rigoglioso un cespuglio di rosa agreste, la più umile, ma anche la più odorosa. (…)   (…) La famiglia possedeva un grande rustico alla periferia che un archi-

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tetto amico trasformò, con modifiche ed ampliamenti, in una villa accogliente. Era stata una delle tante battaglie che aveva vinto.   Si sentiva compiaciuta di se stessa. Quel luogo, ove ora si trovava sola, era diventato il centro di un’intensa vita di relazioni che, muovendo dal già vasto campo di conoscenze della sua giovinezza, si era andato dilatando anche in virtù della sua perfetta conoscenza delle lingue in tempi nei quali le ragazze di buona famiglia balbettavano al massimo qualche parola di francese. Una galleria di volti le sfilava dinanzi come si susseguono le immagini in un caleidoscopio quasi che una si componesse sul disfacimento di un’altra. Erano personaggi della vecchia nobiltà, della cultura, dello spettacolo, della politica. Amava pensare che nessuno di loro l’avesse mai considerata con indifferenza. Era passata con il marito attraverso l’ascesa e il tramonto dei regimi restando sempre sulla cresta dell’onda, non tuttavia per opportunismo, ma perché entrambi, abituati a quanto accade in teatro, consideravano la politica come uno spettacolo, qualcosa di effimero che finiva per veder bruciati i suoi protagonisti. (…)   (…) Si compiacque con se stessa. In fondo aveva saputo vivere. Aveva tenuto vincolate a sé tante persone con la puntualità nel ricordare con doni, fiori, telegrammi i compleanni e le ricorrenze, fingendo persino d’ignorare se qualche decaduto si aggrappava alla sua amicizia per sbarcare il lunario. Con il marito aveva metodicamente programmato la consumazione dei rispettivi patrimoni avendo però l’avvertenza di garantire a chi fosse sopravvissuto una notevole agiatezza. Un sorriso le sfiorò le labbra pensando al marito. Talvolta diceva che la sua fedeltà “psicologica” nei suoi confronti era fuori discussione, altre volte che era stata per lui molto di più di una moglie fedele. In fondo lo aveva valorizzato coinvolgendolo nel vortice della sua personalità. Non avevano avuto figli, ma questo rimpianto era affiorato soltanto negli ultimi anni.   Le campane della vicina cattedrale suonavano il vespero. Non era mai stata praticante, ma molte volte aveva avvertito il richiamo del sopranna-

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turale: di fronte a certi spettacoli della natura, ammirando un’opera d’arte e ancor più ascoltando le sinfonie di Bruckner, una musica discussa e criticata da tanti, ma che amava in modo particolare perché le trasmetteva il desiderio di guardare più in là del mondo reale avvertendo quello che chiamava «il vento dell’infinito».   Le grandi donne che aveva frequentato (Eva Curie, Daphne Du Maurier, Ingrid Bergman, Lyda Borelli), nella loro esistenza, avevano costruito per gli altri e di esse sarebbe rimasta memoria. Il ricordo di lei invece si sarebbe affievolito nel tempo fino ad estinguersi, ma non provava tristezza. La sua vita era stata come una fiammata che non lasciava brace, ma che nella sua breve durata, aveva riscaldato tutto ciò che le era intorno.   Il sole stava tramontando e i raggi rossastri, infiltrandosi tra le foglie dei platani, alternavano ombre e luci sul suo viso. Avvertì un leggero brivido e riaprì gli occhi, «quei grandi occhi verdi che neppure il mondano pennello di Dudovich era riuscito a cogliere nella loro bruciante vitalità». Così aveva scritto in anni lontani un giornalista suo ammiratore.   Di fronte alla serra il vecchio giardiniere, con gesti meccanici, stava svuotando i vasetti dalle begonie ormai appassite che avevano fiancheggiato i viali nel periodo estivo. Vi avrebbe immesso il terriccio fresco pronto ad accogliere le primule che, all’inizio della primavera, avrebbero svolto la stessa funzione. E tra qualche giorno con le cesoie avrebbe regolato le bordure di bosso e sfoltito le siepi, tutto secondo un rito che durava da sempre.   Rosita trasalì sentendo la sua stessa voce mormorare: «Per chi?».   Imbruniva rapidamente come se un sipario scendesse ad oscurare la scena. Ormai non era più il tempo dei programmi e stava per concludersi anche quello dei rimpianti e dei ricordi. Si avvicinava l’ora di un commiato graduale dalla vita, dalla casa, dagli oggetti che la circondavano, perfino dalle cose effimere che sembrano tanto fragili ed invece finiscono per durare più di noi, per sopravviverci. Come le sue rose. E ad esse, prima di rientrare in casa, rivolse un ultimo sguardo.

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Da “Gli anni della cornacchia”

Il cocchio di re Adriano

  Qualche anno dopo si cominciò a parlare di un canale navigabile destinato a congiungere la Lombardia all’Adriatico, secondo un percorso che avrebbe interessato la nostra cittadina. L’opinione pubblica si era divisa in due fazioni: c’era chi voleva il nuovo alveo nel centro urbano, creando l’occasione per un risveglio commerciale e per un rinnovo urbanistico, e chi, invece, l’avrebbe preferito lontano alcuni chilometri perché non intralciasse il futuro sviluppo edilizio della periferia. La decisione ovviamente spettò al grande gerarca. Messo di fronte ad una mappa, sulla quale erano state rappresentate le due proposte, dopo un attimo di meditazione, impugnò una matita rossa e tracciò una linea che era a mezza strada tra le due in discussione. Si girò sui tacchi e lasciò la sala tra l’applauso dei presenti nei confronti di quel gesto salomonico.   I lavori per lo scavo, la formazione degli argini e la costruzione delle conche di navigazione incominciarono qualche anno dopo. Tecnicamente il nuovo corso d’acqua era denominato “idrovia Locarno-Venezia”, ma entrò nell’uso comune quella politica di “canale Mussolini”. Le opere, nel tratto che interessava la nostra provincia, furono ultimate rapidamente, ma l’impiego per la navigazione, oggi, a sessantadue anni di distanza, nonostante periodiche promesse, è ancora di là da venire. Il corso d’acqua è utilizzato, per ora, da qualche pensionato per la pesca domenicale. Fu proprio durante i lavori a sud di Adria che venne alla luce un sepolcreto etrusco. Mio padre, per conto della Soprintendenza, si recava spesso a controllare il recupero del materiale, fotografandolo e catalogandolo prima che venisse portato al museo dal momento che le opere idrauliche non potevano venire sospese. Una mattina giunse trafelato a casa nostra un assistente agli scavi che annunciò con aria solenne:   «Architeto, i gà trovà la carossa del re Adriano, ma pare che no’ la sia de oro».   Si riferiva ad una leggenda popolare secondo la quale, in un luogo sconosciuto delle nostre campagne, sarebbe stato sepolto anticamente, con il suo aureo cocchio, un mitico re Adriano. Dal nome del misterioso monar-

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ca sarebbe derivato quello della città e del mare vicino. Comunque l’annuncio fece interrompere a mio padre la colazione e io chiesi ed ottenni di accompagnarlo nella visita al cantiere.   Intorno alla grande fossa quadrata sostavano numerose persone che discorrevano sotto voce fissando gli scheletri perfettamente conservati di due cavalli adagiati sui fianchi. Dietro di essi i cerchioni in ferro di quella che doveva essere stata una biga. E un poco più distante un terzo cavallo che portava tra i denti il morso di bronzo e, infilato tra le costole, un lungo ferro forse usato per il sacrificio. Mio padre scattò una serie di fotografie mentre gli operai, all’interno della fossa, con attrezzi e soprattutto con le mani, pulivano dall’argilla che li avvolgeva gli scheletri cercando invano se vi fossero resti delle strutture in legno del carro. La notizia si diffuse in tutta Italia e, nei giorni seguenti, giunsero in visita corrispondenti di giornali e riviste, studiosi di archeologia, semplici curiosi. Fu disposto sopra la fossa un grande tendone impermeabile, ma i lavori nel canale dovevano proseguire e inoltre la protezione provvisoria avrebbe assicurato la conservazione solo per un breve periodo. Allora fu presa una decisione per quei tempi piuttosto audace: prendere in blocco tutto com’era e trasportarlo in una sala al piano terra del museo. Le difficoltà e i problemi da risolvere erano molti e le proposte che arrivavano le più varie e talvolta fantasiose. Alla fine fu deciso di costruire una rampa per giungere al fondo dello scavo e di unire tra loro quattro carri agricoli, preventivamente rafforzati, per sistemarvi il blocco di terra che ospitava gli scheletri dopo averlo fissato su di un basamento. Il trasporto al museo si sarebbe effettuato di notte per non intralciare il traffico. (…)

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Da “Valzer Imperiale”

Capitolo II 1867-1872

  (…) La mattina seguente, uscendo per andare all’università, Giovanni cominciò a guardare la città e la gente con occhio diverso. Il suo mondo si era come girato improvvisamente su se stesso.   Quella terra veneta nella quale si era trovato temporaeamente ospite stava per diventare lo spazio dove avrebbe probabilmente trascorso il resto della sua vita, mentre il luogo familiare dell’infanzia, la valle dove ancora vivevano i suoi genitori, andava allontanandosi in prospettiva, quasi lo vedesse attraverso un cannocchiale rovesciato. Ne provava come un senso di rimorso.   E così, mentre s’imbatteva in un plotone di militari italiani mal vestiti che non riuscivano a mantenere il passo, pensava agli ussari eleganti e impeccabili dell’esercito austriaco. Confrontava le facciate stinte dal tempo e dalla pioggia dei palazzi che andava incontrando e paragonava quella trascuratezza al lindore, all’ordine delle case e delle corti tirolesi: il contrasto era stridente. Ma si rendeva conto che al di là di questo c’erano tante cose belle: il palazzo della Ragione, la cappella di Giotto, la chiesa di Santa Giustina, per esempio, e altre ancora, in tanti altri luoghi, che quello strano Veneto, diventato da poco Italia, gli avrebbe messo davanti quasi offrendosi alle sue sorprese e, più tardi forse, anche al suo amore.   Gli esami autunnali erano terminati e Giovanni accettò l’invito dell’ingegnere per una visita di qualche giorno ad Adria. Era l’occasione per farsi un’idea dell’ambiente e del tipo di lavoro che sarebbe stato chiamato a svolgere.   Partì una mattina di buon’ora e, nel primo tratto di percorso, attraversò la campagna coltivata della bassa padovana, abbastanza simile a quella che incontrava nei tratti in pianura durante i viaggi verso casa: distese riquadrate spesso interrotte dalla presenza di case e fienili, piccole umili chiese, alcune grandi corti erette dai benedettini sui campi da loro bonificati.   Più avanti ancora, a pochi chilometri da Adria, attraversò una grande distesa di acqua verdastra e immobile alla quale la strada faceva da argine. Si trattava delle “valli”, residuo di antiche alluvioni. A esse aveva accen-

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nato l’ingegner Luigi, impegnato a dirigere i lavori di prosciugamento e la successiva messa a coltivazione dei terreni.   Adria gli si rivelò, fin dal primo momento, come un luogo accogliente e, per certi aspetti, singolare. La cittadina appariva divisa in tre parti da un canale che si biforcava a un’estremità del centro abitato per ricongiungersi all’altra. Sulle rive, attrezzate per l’attracco, sostavano barche e velieri. Ne derivava l’impressione di un luogo anfibio, di un porto traslocato dal mare nell’entroterra, un paese in cui s’intrecciavano antiche vocazioni marinaresche con più recenti attività agricole.   I traffici dei natanti si svolgevano dapprima per vie fluviali e successivamente per mare verso Venezia, Trieste, la costa adriatica, l’Istria e la Dalmazia.   Guardò tutto con attenzione, anche la stretta strada principale sulla quale si affacciavano i più importanti palazzotti. L’insieme però non denotava alcuna pretesa di grandiosità; spirava un’aria domestica e confidenziale che invitava alla simpatia, quasi che anche la gente del luogo, rispecchiando l’aspetto dell’ambiente in cui viveva, dovesse rivelarsi disponibile e cordiale. (…)

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Memoria Ricordi di carattere soprattutto personale di figure, episodi, ed eventi, particolarmente legati all’infanzia ed alla giovinezza.


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Cartoline dal tempo

Una avventura che si chiamava Veneta In “IL GAZZETTINO ” 29 Maggio 1979

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La stazione ferroviaria dalla quale partiva il treno per Padova e Venezia si trovava a pochi passi da casa mia, ma il mio amico Bruno, che risiedeva in un paese della bassa, doveva percorrere, per raggiungerla, quindici chilometri in bicicletta dopo essersi alzato verso le quattro del mattino. D’inverno arrivava sul piazzale con l’aspetto di un fantasma coperto di brina: gli occhi dilatati luccicavano tra il berretto e la grossa sciarpa: di lana, mentre le mani – nonostante le manopole di coniglio applicate al manubrio – apparivano gonfie, rosse, irrigidite. Portava impregnato nel cappotto l’odore acre del fumo emanato dal grande camino della cucina vicino al quale ogni sera, quando tornava, sua madre gli asciugava il vestiario. Dalla borsa sgangherata, nel momento in cui la staccava dal telaio della bicicletta, usciva un invitante profumo di pane biscotto e di salame all’aglio. La vecchia vaporiera, mentre s’accingeva alla partenza ansava tra sbuffi di fumo e di candido vapore in un

precipitare di braci rossastre sul binario. Il convoglio era quasi tutto formato da vetture di terza classe, scarsamente illuminate, con scomodi sedili di legno: soltanto un piccolo reparto era riservato alla prima e sprigionava un’aria intima, come il salottino «buono» di una casa piccolo-borghese, con le tappezzerie rosse e i poggiatesta ricamati. Vi prendevano posto pochi privilegiati: l’avvocato con la pelliccia interna dal collo di astrakan che doveva andare in tribunale o la collegiale di buona famiglia nella divisa blu del Sacrocuore e la valigetta foderata di fustagno. La partenza era lentissima, ma verso l’Adige il treno andava accelerando per accumulare slancio sufficiente a superare la salita, che conduceva al ponte, raggiunto il quale, con il massimo sconquasso di finestrini e portiere, improvvisamente si acquietava per riprendere fiato, dopo aver emesso un rauco fischio di sollievo e di trionfo. D’inverno si riusciva a vedere verso l’esterno soltanto dopo che il calore

umano aveva disciolto gli arabeschi di ghiaccio formatisi sui vetri, ma nella buona stagione era un’altra cosa. Noi studenti uscivamo sui belvedere coperti, alle estremità di ogni carrozza a respirare l’aria frizzante della campagna mentre una curva dopo l’altra, la «Veneta» snodava le sue stanche cigolanti giunture tra un’aia e una chiesetta, un vigneto e un filare di salici, faceva volare i cappelli di paglia e sventolare le gonne alle ragazze curve a lavorare sui campi, metteva in fuga branchi di galline padovane, sfiorava minacciosa le verdi siepi di robinie e il casellante, rigido sull’attenti, come una sentinella, con la bandiera attorcigliata in mano. Erano quotidiani quadretti di vita che per noi si formavano alla distanza, prendevano consistenza e poi sparivano lasciando posto ad altri in una galleria continuamente cangiante. E con essi il viaggiatore abituale finiva per stabilire una sorta di confidenza, persino di partecipazione amorevole. Ci si chiedeva perché, quel mattino, la vecchietta a Co-


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rezzola avesse ritardato di dare al maiale il suo pasto, tant’è che il muso dell’animale spuntava roseo ed impaziente tra le stecche del recinto, o si constatava che il capostazione di Arzergrande, dal modo in cui portava il berretto, la sera prima doveva aver sostato più del solito nell’osteria del paese. Ma quando la stazione di Piove di Sacco si profilava all’orizzonte, il vecchio treno assumeva un’aria di sussiego e d’importanza: da paesano sembrava farsi strapaesano. A Piove, infatti, le linee si dividevano in due con il treno a vapore (o meglio la «ferrata», come la chiamavano i contadini) che proseguiva verso Venezia per fermarsi nella grande stazione lagunare su un binario relegato fuori dal riparo delle pensiline, ed il tram elettrico, di tre o quattro vetture, che si dirigeva a Padova correndo, quasi sempre, a fianco della strada provinciale. A Piove perciò si percepiva l’aria del trasbordo, quasi come in una stazione di frontiera: un omino, con un cesto di vimini appoggiato su

treppiede, vendeva zaléti e paste bianche come il gesso ed una giornalaia grassa comunicava – urlando i titoli del Gazzettino – le ultime notizie a un pubblico in gran parte analfabeta. Noi passavamo da un treno all’altro invidiando, d’inverno, coloro che potevano proseguire restando nell’ambiente che avevamo contribuito a riscaldare e ci univamo a tutta un’altra umanità formata di contadini che ogni giovedì andavano al mercato (non importa se nulla avessero da vendere e nulla da comperare) o di parenti che andavano a visitare un congiunto all’ospedale discorrendo di interventi chirurgici e di eredità. Poi magari a Legnaro – dove il tram sostava così a ridosso della farmacia da bloccarne l’ingresso – o a Brugine, o a Roncaglia un vecchio prete con l’abito scolorito dal sole e dalla pioggia, precedeva un gruppetto di donne in nero guidando per mano il bimbetto, tosato e vestito da fratino, per la guarigione del quale si recavano tutti al Santo a sciogliere un voto.

Un mondo eterogeneo, patriarcale, disperato e felice che approdava alla stazione di Santa Sofia, punto di confluenza di tutte le linee secondarie provenienti dai vari centri del contado. Santa Sofia non è più: le ruspe e i picconi l’hanno cancellata. Aveva due cancelli in ferro, all’entrata ed all’uscita, che la sera venivano sbarrati come si chiudono le porte delle case rurali quando fa notte e tutti i membri della famiglia sono rientrati. Sono contento di non aver seguito il suo smantellamento, così posso illudermi che si sia volatilizzata, dissolta nell’aria con i suoi capistazione dal berrettino rosso, carico di righe d’oro, la sala d’aspetto foderata di perline, la fontanella di ghisa che perdeva sempre acqua dal pulsante di bronzo e l’erba che cresceva sui binari, irreale in pieno centro, quasi a stabilire un discreto legame d’amore tra Padova e la sua campagna. Dissolta come la breve vita del mio amico Bruno dopo che egli aveva consumato i giorni più belli sui libri, in bicicletta, nei trenini della Veneta.

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Le campane del Gloria

In “IL GAZZETTINO ” 9 Aprile 1985

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Una vecchia cartolina di auguri pasquali, ritrovata nel fondo di un cassetto, mi ha fatto ricordare che, ai tempi della mia giovinezza, l’annuncio della Resurrezione veniva lanciato al mondo il mezzogiorno del sabato santo e non la mezzanotte successiva, come avviene oggi. L’immagine ingiallita riproduce infatti una campana che suona, sullo sfondo di un cielo azzurrissimo, inghirlandata da un volo di rondini. Ma i tempi nuovi hanno inesorabilmente cancellato tante altre consuetudini legate al periodo pasquale. Qualcuno forse ricorda ancora le focacce di Pasqua, il dolce della ricorrenza che si preparava nelle case venete prima che Milano, pratica e industriale, imponesse al mondo le sue «colombe». L’allestimento delle focacce era lento e si svolgeva secondo un rituale che procedeva parallelo alle celebrazioni della settimana santa a partire dalla sera del giovedì. Si cominciava formando un impasto di acqua tiepida, rossi d’ uovo, farina e lievito di pane che si lasciava riposa-

re la notte, riparato da un tovagliolo, per integrarlo la mattina del venerdì con sale, burro e ancora uova. Seguiva la sera dello stesso giorno un’altra manipolazione ed il sabato mattina, prima di procedere alla cottura, l’impasto veniva completato con zucchero, vaniglia, rosolio e buccia di limone grattugiata. Per formare quattro o cinque focacce, di quella che oggi viene chiamata la «cucina povera», occorreva la bellezza di sessanta uova. Nella tarda mattinata venivano estratte, dorate e fumanti dai forni a legna e il loro profumo si spandeva per le strade e nei cortili. Era l’ora in cui si slegavano le campane silenziose dal giovedì. Quasi simultaneamente, suonando a distesa da tutti i campanili, trasmettevano all’esterno il messaggio del «Gloria» cantato in latino nelle chiese, tra nuvole d’incenso e luccichio di candele. Le donne e i bambini correvano verso il rubinetto della cucina e si bagnavano gli occhi. Si diceva che da ogni sorgente, in quei pochi minuti, sgorgasse ac-

qua benedetta. Gli uomini invece uscivano dalle case e imbracciavano la doppietta per sparare in aria alcuni colpi in segno di festa tra una fuga di colombi e di passeri. In quel mondo ancora impregnato di tradizioni patriarcali e contadine, i giorni di Pasqua segnavano il definitivo passaggio alla primavera. Le persone e le cose si scrollavano di dosso la pigrizia e la patina invernale. Si imbiancavano le pareti annerite dal fumo delle stufe e dei camini; le donne esponevano sui davanzali all’aria e al sole, coperte e materassi. Il giorno dopo, all’uscita dalla messa, gli uomini col vestito scuro della festa, avrebbero sostato sul sagrato per comprare uova sode tinte di rosso da vecchie contadine, che le estraevano con cura da grandi cesti di vimini. Se le giocavano, scocciandole l’una contro l’altra, tra le risate dei ragazzini. In quest’Italia, in un Veneto dei quali, nel giro di pochi decenni si è dissolta l’antica identità, sembra quasi più giusto che le cam-


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pane del Gloria suonino a mezzanotte. Che la gente, barricata nelle case ad ingerire la dose quotidiana di parole ed immagini che Mamma Tv somministra, le oda appena, come se il loro messaggio provenisse da un mondo lontano, da un altro tempo.

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Ultime pedalate

In “IL GAZZETTINO ” 19 Agosto 1983

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Da bambino mi avevano raccontato che Berta, a forza di premere il piede sul telaio per filare, se l’era ritrovato largo e appiattito. Nonostante la mia ingenuità, non mi riusciva facile accettare l’immagine di quell’arto imprigionato in una pantofola che aveva l’estensione e la sottigliezza di una grande sogliola, come lo raffigurava il Dorè nelle sue illustrazioni. Alla storia di Berta ho incominciato a credere quando, qualche anno fa, ho incontrato Dante Amaroli, un bolognese ospite della casa di riposo nella mia cittadina. Fin dall’infanzia aveva trascorso quasi tutto il suo tempo libero a cavallo di una bicicletta da corsa. Il suo corpo piccolo e tozzo, anche quando non si trovava in sella, manteneva l’atteggiamento del corridore: la testa incassata tra le spalle, le braccia rigide e protese in avanti, il mento piantato sul petto che l’induceva a guardare il prossimo come se fissasse la car-

reggiata stradale. Perfino la piccola testa pelata, di forma leggermente ovoidale, pareva conformata per scopi aerodinamici. Nel vederlo appiedato sembrava incompleto, inconsistente, quasi ridicolo, come la statua di un guerriero strappata da un monumento equestre e come l’immagine di Berta senza telaio. Per lunghi anni aveva operato come apprezzato ebanista nella ricca e grande Bologna, tra le due guerre, legata alle carismatiche presenze di Collamarini, Casanova, Samoggia e – più tardi – di Melchiorre Bega. E di quell’epoca, della città più vivace d’Italia che sembrava non conoscesse la notte, conservava infiniti ricordi nitidi, documentati, che abbracciavano personaggi celebri ed altri quasi oscuri dell’arte, della politica, dello sport, della cultura. Bastava pronunciare un nome (ed una volta gli feci per caso quello di Leandro Arpinati, uno dei fondatori

del fascismo emiliano) che subito dalle sue labbra usciva una serie preziosa e spesso inedita di dati, informazioni, pettegolezzi persino, raccolti durante le sue soste sotto i portici del centro, naturalmente con la bicicletta a fianco. A quasi ottant’anni le sue mani corte e nodose conservavano nel lavoro un’agilità sorprendente. L’ho visto costruire un raccordo di cornice mancante ad un mobile settecentesco usando una semplice lima, senza prendere una sola misura, senza un attimo di esitazione. È il momento in cui l’artigiano sconfina nell’artista. Negli ultimi mesi la sua disinvoltura nel muoversi in bicicletta sembrava andasse esaurendosi e una mattina mentre, a cavalcioni del velocipede stava, come ogni giorno, sbriciolando il pane ai colombi sul sagrato, gli avevo fatto una raccomandazione alla prudenza. Mi aveva ascoltato e poi,


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con una lentezza incredibile, mi aveva sollevato in faccia i suoi tondi occhietti umidi: «Ho vissuto sempre sulla bicicletta – aveva risposto – . Forse i miei vecchi si sono dimenticati di insegnarmi a camminare». E aveva chiuso il discorso con un sorriso dolcissimo, ma ir-

removibile. Qualche giorno dopo un’auto l’ha travolto. Ma non voglio pensare alla sua lunga agonia nella camera di rianimazione. Preferisco credere che, ad un certo punto della sua ultima gita, le ruote della bicicletta si siano staccate dall’asfalto e che

il vecchio Dante, miracolosamente ringiovanito, si sia messo a pedalare sempre più forte, senza voltarsi indietro, imboccando una ripida salita verso uno squarcio di azzurro fino a diventare un puntino quasi invisibile, altissimo e lontano.

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Gli esami di maturità

In “IL GAZZETTINO ” 14 Luglio 1979

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A quei tempi la droga non era un bene di consumo: dalle nostre parti si parlava di una signora cocainomane – quarantenne, svampita, dagli occhi dilatati – e di un colonnello in pensione che rimediava con la morfina ai dolori che gli provocava una scheggia di granata conficcata nella spina dorsale e che, si diceva, si spostasse continuamente in su ed in giù come il diavoletto di Cartesio. A noi, maturandi del liceo classico, s’era parlato della simpamina, come di un medicinale innocuo che sviluppava attenzione e memoria. Il tubetto, in alluminio delle dimensioni di mezza sigaretta, si comprava liberamente in farmacia mentre le pastigliette, bianchissime e piccole, assomigliavano a quelle di clorato di potassio che si metteva, tra lingua e gengive, ogni sera mia nonna prima di addormentarsi mentre noi bambini le chiedevamo preoccupati se non temesse di soffocarsi nel sonno. Faceva caldo, in quella lontana estate, e prima di trovarci a ripassare il

programma triennale nello scantinato di casa mia dalle nove di sera alle due, ognuno ingoiava regolarmente la sua compressa. In giardino si attendeva l’arrivo di tutto il gruppo prima di iniziare l’operazione studio e Bruno Mari (morto al fronte a vent’anni), il più atletico ed esuberante di tutti, arrivava saltando con piacevole falcata le panchine del viale. Forse esauriva in quell’esercizio la sua carica di simpamina tant’è che, verso l’una, finiva per addormentarsi con la fronte appoggiata sui libri non senza aver concluso che l’esame di maturità era un inutile esercizio mnemonico al quale ci costringeva lo Stato «padre» per operare una decimazione o una specie di scelta tra quelli che sarebbero morti di fame da professori e quelli che invece si sarebbero arricchiti dovendo, a seguito della bocciatura, dedicarsi ad attività più redditizie. All’esame bisognava arrivare più pallidi possibile per dimostrare che si era trascorso tutto il tempo chini sui libri, senza la distrazione della più breve scam-

pagnata e così, durante le brevi sortite diurne, noi del gruppo si camminava rasentando i muri delle case o sotto le tende dei negozi evitando i raggi del sole e, soprattutto, l’incontro con gli insegnanti e con quelle persone che consideravamo le loro «spie»: la segretaria dell’istituto, il bidello, l’affittacamere del professore di italiano. Mia madre comprava bottiglie di sciroppo di menta, del quale elogiava le virtù di calmante, ma che temevamo annullasse 1’effetto della simpamina che prendevamo di nascosto, e così, il nostro Platone, il nostro Machiavelli, la teoria della relatività, Leopardi e Kant, i teoremi e i minerali, le monadi e Palladio, ad una certa ora della notte, li vedevamo quasi riprodotti e riflessi in parole, figure, formule e schemi nei cubetti verdi di ghiaccio dentro quei grandi bicchieri col manico dall’orlo grossissimo che da allora, non ho più rivisto neppure nelle più rustiche birrerie dell’Alto Adige. Le rane cantavano nei fossi e nei giardini quando


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il gruppo lasciava la mia casa, verso l’alba, rompendosi per varie direzioni. Questi incontri continuarono per un paio di mesi, fino ad un mattino, quando apparve sui giornali un annuncio dal titolo: «Per ordine del duce: scrutini al posto di esami nelle scuole superiori». Il provvedimento suonava come una specie di amnistia culturale che aveva, per contropartita, la chiamata alle armi – eravamo in guerra – delle classi interessate agli esami. Nel giro di un anno e mezzo di quei consumatori di menta e simpamina, al fronte ne sarebbero già morti tre. Lo scrutinio, gradito ai migliori, spaventava almeno una metà della nostra sezione, che avrebbe preferito affidarsi alla buona sorte degli esami. Ma fortuna volle che il più inguaiato dei compagni di classe, figlio di un gerarca locale, avesse chiesto l’arruolamento volontario. Non si poteva respingere o rimandare un eroe, sentenziarono i politici, e così la commissione, misurando i valori degli altri sul livello

intellettuale di quel giovanotto, non potè negare la grazia a nessuno e la classe venne dichiarata matura in blocco. Forse si trattò, in epoca mussoliniana, di un antecedente di quegli esami di gruppo, con conseguente livellamento dei valori, che sono divenuti, da qualche tempo, una intoccabile norma nelle nostre università. Ho letto i temi che hanno dato a mio figlio, nei giorni scorsi, per gli esami di maturità scientifica. Tre assolutamente scontati: sulla violenza, sulla crisi energetica, sui rapporti tra stato e chiesa, (il ministro è Spadolini). Il quarto, su un autore nazionale o regionale dall’ottocento ad oggi, lasciava larghe possibilità di scelta: da Vincenzo Monti a Zanzotto, da Giacinto Gallina a Pasolini, da Montale alla vicina di casa che scrive poesie e le manda ai concorsi. Era l’unico che aprisse spazio alla fantasia e forse proprio per questo pochissimi l’hanno scelto. I nostri ragazzi, che stanno dando gli ultimi ritocchi

alla loro preparazione per gli orali, non camminano più nell’ombra e sono abbronzati perché nelle ore libere se ne vanno al mare. Il giorno dell’interrogazione indosseranno blue-jeans e salopette disinvoltamente, come noi si portava, impacciati, il vestito scuro, e la fastidiosa cravatta come al funerale di un parente. Molto è cambiato, ma nella emozione che in loro appena trapela, ci par di ritrovare qualcosa delle più manifeste ansie, degli interrogativi, degli incubi che popolarono i nostri sogni notturni – sotto l’azione simultanea della menta e della simpamina –, sogni che magari ogni tanto ancora si ripresentano, a distanza di decenni, e che, al risveglio, ci fanno sentire in bocca il sapore eccitante della giovinezza.

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Cartoline dal tempo

Il sudore dei numeri In “IL GAZZETTINO ” 25 Maggio 1979

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Il vero cognome era un altro ma, da tutti, la famiglia era conosciuta per quella dei «Formìga». Come le formiche erano piccoli, numerosi, laboriosissimi. Vivevano su un orto, in affitto da generazioni, dal quale ricavavano ad ogni stagione le primizie che le donne portavano sul mercato con un carretto tirato da un asinello. Nessuno sapeva esattamente in quanti vivessero nella casetta con rustico, aia e pozzo: ne nascevano in continuità e, poiché i maschi sceglievano sempre donne di bassa statura, accadeva che contrariamente alla tendenza generale della popolazione, i nuovi Formìga risultassero sempre più piccoli. L’alluvione del ‘51 diede il colpo di grazia alla casa che divenne inabitabile e così due tra più giovani partirono per la Lombardia in avanscoperta. Nel giro di un anno, un po’ per volta, chiamarono gli altri, come fanno appunto le formiche. I vecchi se ne andarono per ultimi. Nane – il minuscolo patriarca – lasciò la casa con sua moglie, in una nebbiosa mattina di novembre

portando una squinternata valigia di fibra legata con lo spago e un rosmarino trapiantato in un vaso da conserva di pomodori. Dopo quindici giorni il proprietario dell’orto che, insperatamente, aveva visto decadere la poco remunerativa affittanza, fece abbattere la casa per tagliare ogni possibile via di ritirata agli emigrati e incominciò a lottizzare il terreno. Erano passati quindici anni quando Nane Formìga mi ricomparve dinanzi riportandomi col pensiero, indietro nel tempo, in un mondo in cui i protagonisti erano quasi tutti ridotti a fantasmi. Ma egli appariva vispo e vegeto, tutt’altro che invecchiato. La parlata veneta non aveva subito inquinamenti meneghini e soltanto il vestiario rivelava una certa ricercatezza: sparito il cappelluccio a fungo e sostituita la stinta giacca di velluto a coste con un serio completo di grisaglia. Dopo aver premesso che un nucleo della famiglia – con lui e la sua vecchia in testa – aveva intenzione di ristabilirsi in paese, mi mostrò la planimetria di un ret-

tangolino di quattrocento metri quadrati di terra che aveva comprato, proprio nel vecchio orto, e sul quale intendeva far costruire una casetta «da contadini, ma con bagno e termosifone», le comodità che aveva incominciato ad apprezzare in Lombardia. Quando gli feci presente che, in attesa del piano regolatore, su un lotto così piccolo non era consentito edificare, non batté ciglio. Osservò che non c’era tanta fretta e mi pregò di tracciargli uno schizzo della casa da portare a Milano per farlo vedere ai suoi. Ritornò di lì ad alcuni mesi per dirmi che aveva acquistato qualche migliaio di mattoni – in previsione dell’aumento dei prezzi – e piantato un pruno e un albicocco ai lati dello spiazzo sul quale sarebbe sorta la costruzione. «Una casa si mette su in fretta – aggiunse – ma gli alberi, per crescere, hanno bisogno di tempo». Mi appariva tanto eccitato ed entusiasta, da dover compiere uno sforzo su me stesso per fermarlo e dirgli che, nel piano regolatore,


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era stata destinata a «verde pubblico» una grande area che purtroppo comprendeva anche il suo terreno. Abituato, da sempre, alle contrarietà, neppure questa volta si scompose troppo. Combinammo insieme un ricorso da presentare al Comune ed egli incominciò a tessere, per un’intera settimana, una fitta trama di contatti con politici di vario colore, tecnici, consiglieri comunali per convincerli delle sue ragioni, ricevendo da tutti, mi disse alla fine, assicurazioni e promesse. Gli architetti dalle barbe fluenti, stracarichi di rotoli e di borse, esaminato il ricorso, sentenziarono invece che «l’istanza privatistica del ricorrente non poteva essere recepita in quanto contrastante con la filosofìa del piano» e di fronte ad argomento di così larga portata comunitaria, i presunti sostenitori di Nane non ebbero il coraggio di fiatare. Dopo il verdetto lo cercai, sicuro di trovarlo, sul suo quadratino di proprietà. Seduto sulla catasta di mattoni rossi, con i piedini che non toccavano terra, sembrava ancora più

piccolo. Da principio appariva decisamente abbattuto, ma un po’ per volta andava ritrovando l’antica combattività. «Non si poteva negare ad una famiglia il diritto di tornare sulla terra dove era vissuta per due secoli»: questo era il punto d’approdo di ogni sua argomentazione. Mi regalò un cestino di ciliegie prodotte da una pianta sopravvissuta miracolosamente al lungo abbandono dell’orto e che egli aveva rimessa in sesto sui sostegni, pettinata, ringiovanita. Andandomene mi voltai a guardarlo: aveva afferrato un vecchio annaffiatoio per abbeverare alcune piantine di zucca disposte in un breve filare. Si chiamava Nane anche il nipote che venne a trovarmi dopo un paio d’anni. Mi raccontò che il nonno era morto da qualche mese: una mattina, molto semplicemente, non si era più svegliato. Mi mostrò un quaderno – di quelli con la copertina lucida e nera ed il taglio rosso che s’usavano un tempo nelle scuole – sul quale con scrittura stentata, ma chiarissima, il vecchio

aveva annotato i conti che si riferivano al terreno e alla casetta fin dal lontano 1952: il sudore di tutti i Formìga trasformato in numeri. Il ragazzo lavorava in una fabbrica di plastica e stava per sposare una calabrese. «Piccola?» gli chiesi. «Piccolissima» rispose sorridendo. Rientrando a casa, quella sera, allungai il percorso per passare davanti al quadratino di terra. Nella luce del crepuscolo, appariva più grande, quasi che i vapori sprigionati dalla terra umida ne dilatassero i contorni. I due alberi erano cresciuti, ma scarmigliati e in disordine com’erano, parevano reclamare l’intervento di un’abile mano che li potasse. Anche il mucchietto di mattoni era al suo posto, intatto, soltanto un poco stinto e patinato dal verde del muschio. Lo circondava una fitta barriera di ortiche che lo rendeva simile a un vecchio fortino abbandonato. Quello dal quale Nane Formìga aveva combattuto e perso la sua piccola guerra privata per far ritorno in paese.

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Da “Una corsa nel tempo”

Le cucine delle Nonne

In

“UNA CORSA NEL TEMPO”, pagg. 48/57

  Alla trattoria “alla Rosa”   Essendo nato da genitori non più giovani, non ho fatto in tempo a conoscere i miei nonni maschi, perché anche allora gli uomini, di solito, avevano la brutta abitudine di andare all’altro mondo prima delle donne. Solo che le vedove, dopo la scomparsa del marito, non si mettevano, come succede oggi, a girare il mondo vestite di colori sgargianti. Indossavano abiti rigorosamente neri e si barricavano in casa, salvo recarsi la domenica in chiesa con il volto coperto da un velo.   Le mie due nonne, assai vicine per età, erano invece diverse per estrazione sociale e per carattere. La nonna materna proveniva da una famiglia di agricoltori ed era stata allevata in un ambiente dove si parlava spesso del tempo, dell’andamento dei raccolti, di bestiame, dei prezzi dei prodotti della terra. S’interessava ad un piccolo orto che fiancheggiava la sua vecchia casa e la mattina, per prima cosa, apriva le imposte ed osservava il cielo per prevedere il tempo della giornata.   L’altra nonna, molto religiosa, si rivolgeva lei pure al cielo, ma con ben altri pensieri. Aveva trascorso parte dell’infanzia e della giovinezza in collegio, dove aveva imparato ciò che serviva alle ragazze di quel tempo per disimpegnarsi nel disegno, nella musica, nel ricamo. (…)   (…) Qualcuno ha scritto che le persone si caratterizzano in funzione dei cibi che prediligono e così anche le cucine delle due nonne erano com-

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pletamente differenti. Ero invitato, alternativamente le domeniche, quelle pari da una, le dispari dall’altra a colazione da loro e finivo talvolta per chiamarle la “nonna pari” e la “nonna dispari”. Quando dovevo recarmi dalla nonna materna, quella “pari”, era d’obbligo una sosta dall’Altabella, una vecchietta per la verità né alta né bella, che gestiva una tabaccheria sulla riviera del canale. Compravo due porzioni di tabacco da fiuto di qualità diverse, che l’Altabella pesava e io pagavo con una moneta datami da mia madre. Arrivato, consegnavo i cartocci alla nonna, che provvedeva a mescolarne i contenuti e a versarli nella tabacchiera di tartaruga il cui coperchio lasciava intravedere, in trasparenza, l’immagine di Santa Teresa. Ma quale relazione esistesse tra la santa e il tabacco non l’ho mai saputo. Immancabilmente, la nonna ricambiava la mia gentilezza offrendomi venti centesimi con i quali mi recavo dalla Ghingola, per comprarmi i “ciucci”, artigianali antenati degli attuali lecca-lecca. Quello della Ghingola era un negozietto di una ventina di metri quadrati, nel quale le donne del quartiere si rifornivano di generi alimentari di prima necessità, esclusi quindi la carne e il pesce che, per ragioni economiche, rientravano raramente nella dieta delle loro famiglie.   Ritornavo con il mio cartoccino di “ciucci” che avrei consumato alla fine del pranzo, dal momento che dolci non ne venivano quasi mai serviti, a meno che non si trattasse della “pinza onta con le grasèpole”, a base di carne di maiale, raddolcita da qualche chicco d’uvetta. Solo nelle grandi ricorrenze, in quella casa, si facevano concessioni al mio stato di bambino nella scelta dei piatti. Si seguivano principi quasi spartani, condivisi del resto da mia madre, secondo i quali ero io che dovevo adeguarmi alle abitudini delle famiglie che mi ospitavano, anche a costo di qualche sacrificio nelle preferenze. Invece, a parte la carenza di dolci, quell’alimentazione piuttosto grassa e piccante, che si preannunziava con i forti odori che si spandevano intorno, fino ad invadere il cortile, non mi dispiaceva. Spaghetti con le acciughe, tagliatelle con ragù di maiale, cotechini con la polenta bianca, fegato con la “rete”, brasati e, d’inverno, lepri, anitre di

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valle (“sarsegne”, “ciossi”, “masorini”, ma anche folaghe e beccaccini) e, come pesce, spesso, grosse anguille arrostite, il tutto affiancato da salse ed intingoli appetitosi. Si arrivava, almeno una volta l’anno, ad affrontare cumuli di ossa di maiale con verze “sofegà” o la torta scura confezionata col sangue di suino. (…)     (…) Le domeniche dispari, quando mi recavo a pranzo dalla nonna paterna, mia madre mi faceva indossare un vestito buono, non tanto per la padrona di casa, che mi vedeva appena dal momento che soffriva di cateratte, quanto per le quattro cugine più grandi di me, che vivevano nella stessa casa, ritenute molto eleganti.   Mentre dalla nonna “pari” molti piatti venivano cotti e allestiti sotto una tettoia addossata alla casa, quest’altra cucina sembrava un laboratorio, organizzato secondo un ordine rigoroso e tutto quanto vi si svolgeva appariva programmato con scrupolo. Vi regnava la cuoca, Maddalena, assistita da un’aiutante piuttosto impacciata e miope, ma la cosa più strana era la difficoltà di comprendere in anticipo, osservando l’animazione diffusa nel locale, quali piatti sarebbero usciti dietro quelle manipolazioni. La nonna teneva moltissimo a giocare sull’elemento sorpresa. Custodiva un grosso libro di ricette, scritte a mano, con quella scrittura appuntita, tipica delle vecchie generazioni. Gli ordini per la preparazione dei cibi, li aveva già impartiti a Maddalena fin dalla sera prima avendo soprattutto l’obiettivo di accontentare

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me, l’unico piccolo ospite della domenica. La sua provenienza da Piove di Sacco la portava a seguire la tradizione gastronomica veneta o, meglio ancora, padovana ma, pur essendo vedova da tanti anni, riesumava ancora e spesso alcuni menù tipici della cucina trentino-tirolese, che aveva appreso dalla suocera durante lunghi soggiorni nella casa di montagna. Poteva così accadere che, tra i primi piatti, ai “risi e bisi”, al riso con fegatini o con patate, si alternasse la minestra d’orzo o il brodo con canederli, che tra i secondi, al baccalà mantecato o alla vicentina si sostituisse ogni tanto quello, per me stranissimo, coi pinoli e l’uvetta, o che, al posto delle polpettine fritte, ci trovassimo di fronte un tortino di pasta frolla dolce con ripieno di carne cotta macinata finissima e impastata con besciamella. Infine che, tra i dolci si alternassero i gialletti e la torta di patate americane allo strudel e allo zelten.   Certe volte mi invitava a colazione con un’ora di anticipo. Ciò accadeva quando aveva in mente di farmi partecipare, sotto la sua sorveglianza e seguendo i suoi ordini, a qualche operazione in cucina. Mi incaricava, ad esempio, di sbucciare le cipolle, deporle in una teglia imburrata, inserire in ciascuna un chiodo di garofano, ricoprirle di zucchero dopo averle salate e spruzzate di aceto. Alla fine si infilava il tutto nel forno. Le cipolle caramellate si accompagnavano ai più diversi secondi piatti. Oppure mi faceva mescolare la pastella per poi versarla, un cucchiaio alla volta, nelle piatte mascelle di una pinza infuocata, che Maddalena chiudeva ed esponeva alla viva fiamma nel camino. Si estraevano i grandi dolcissimi cialdoni che sarebbero stati serviti, al termine del pranzo, accompagnati dalla panna montata.   Qualche volta, in primavera, mi mandava dietro la casa a raccogliere grappoli di fiori di glicine. Dopo averli lavati ed asciugati su un tovagliolo, venivano passati nella farina, fritti e zuccherati. (…)   (…) ln quegli anni non si misurava ancora il colesterolo e quando s’incontrava una persona, che non si vedeva da qualche tempo, si poteva az-

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zardare il complimento:   “Come sta bene, la trovo ingrassata!” senza ricevere in cambio una sberla.   Allorché torno col pensiero a quei giorni lontani, mi rendo conto di quanto diversi siano i bambini di oggi. Addirittura non conoscono molti dei piatti che ho elencato e quando, in rare occasioni, se li trovano dinanzi, li affrontano con diffidenza e aria di compatimento, solo per fare un piacere ai genitori o ai nonni. Al pan biscotto preferiscono le merendine, alle sardine in “saòr” i bastoncini di pesce fritto consigliati da un capitano di marina televisivo, a una marmellata casalinga la Nutella. Essi sanno spiegare scientificamente lo scopo dell’operazione praticata sui capponi, in virtù delle informazioni sul sesso ricevute a scuola, ma non hanno mai visto né mangiato cappone.   Crescendo frequenteranno i fast-food, le pizzerie e le paninoteche, berranno birra ad alta gradazione alcolica e quando, divenuti adulti, si accorgeranno di aumentare di qualche etto adotteranno diete rigorose, a base di soia e di mozzarella integrate magari da prodotti dimagranti. Finiranno così per arrivare in perfetta forma alle soglie della vecchiaia dopo aver mangiato male per tutta la vita.

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Da “Valzer Imperiale”

Capitolo IV 1892-1915

  (…) Anche le feste di Pasqua vengono vissute in modo diverso.   Per esempio la zia, con l’aiuto della cuoca, ha preparato le focacce, ma per farlo ha impiegato tre giorni. La sera del giovedì hanno impastato acqua, farina, uova e lievito, poi hanno messo tutto in disparte fino al giorno dopo. Il venerdì hanno aggiunto sale, burro e ancora uova ricoprendo il tutto con dei tovaglioli. Finalmente il sabato mattina, con un’ultima aggiunta di zucchero, vaniglia e rosolio hanno formato le focacce e le hanno infornate con un grande profumo che invadeva tutta la casa.   Giannino e io abbiamo partecipato a tutte le operazioni e, nel pomeriggio, siamo stati mandati in giro a consegnarne in dono ad amici e conoscenti. A Vienna siamo più sbrigativi perché la mamma, per Pasqua, compra i dolci da Demel. (…)

In

“VALZER IMPERIALE”, pagg. 117/119

  (…) Questa cittadina è piccola, ma piacevole. Si avverte che si trova abbastanza vicino a Venezia. Ci sono molti corsi d’acqua e non lontano scorre il Po, molto più largo del Danubio dalle parti di Vienna. Non vi sono boschi, ma grandi filari di alberi che dividono le terre.   Lo zio mi ha detto che anticamente la città era molto importante, quando ancora non era sorta Roma, perché attraverso i canali era collegata al mare: un vero e proprio porto dal quale si diramavano traffici con la Grecia e l’Oriente.   Poi, per secoli, a causa delle alluvioni, é decaduta. Ora, per tenere all’asciutto i terreni, si impiegano delle grandi pompe a vapore e lo zio ci ha condotti a visitarne una.   È un’enorme macchina nera, una specie di locomotiva fissata al pavimento di un salone, che aspira acqua da una parte e la scarica dall’altra in un canale che la porta fino al mare. Mi ha detto che, senza quelle macchine, la città e tutto il territorio diventerebbero un immenso lago.   Rispondendo a una mia domanda, mi ha assicurato che a Vienna quest’operazione non è necessaria e vi garantisco che ho provato un grande sollievo.   La gente è molto cordiale, ma, andando in giro, ci si accorge che vi sono molti poveri. C’è una grande passione per la musica e la sera, quando mi trovo a letto, anche a notte fonda, sento sempre qualche comitiva che, passando per la strada, si esibisce in brani d’opera. Anche lo zio al mattino, mentre si fa la barba, canta sempre - con qualche stecca - “M’apparì”, dalla Martha di Flotow. (…)

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Da “La casa là”

La casa là

In “LA CASA Là”, pagg. 11/14 Morganti Editore, 1993

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  Ci andavamo due o tre volte l’anno, i miei cugini ed io, accompagnati dalle rispettive madri. Il Sior Tita mandava il rabberciato landò - che era stato un tempo di un’imprecisata contessa - a raccoglierci nelle rispettive case nella tarda mattinata. La vecchia bianca cavalla, col panno verde sul dorso, era affiancata “fuori stanga” da una magra giumenta che collaborava, in allegria, a trainare la traballante carrozza. Si percorrevano i quattro chilometri di strada polverosa fiancheggiando da un lato una cortina di robinie, dall’altro il corso sinuoso di un piccolo canale dalle acque verdastre e stagnanti, popolato da gruppetti di anitre.   Prima di entrare nella corte bisognava attraversare un ponte in muratura dopo un brevissimo tratto in salita. A quel punto Nane, il còcio, frustava i cavalli che, con uno strattone, acceleravano il passo incoraggiati dai nostri evviva e percorrevamo a gran velocità gli ultimi cento metri per raggiungere la casa.   “Gran bestie ancora, ste do cavale” era il primo saluto con il quale ci accoglieva il sior Tita sollevandosi dal caregón impagliato posto sotto il portico, in fianco all’uscio: una sorta di ponte di comando durante la buona stagione, dal quale esercitava i suoi pieni poteri su azienda e famiglia, salvo trasferirsi, durante l’inverno, nella grande cucina in fianco al camino. La casa era massiccia, quasi quadrata, dipinta in rosa stinto dalla nebbia e dal sole.   Sul tetto, infilzata su una pigna di pietra, spiccava una bandierina di latta arrugginita che segnava, dicevano i famigliari, più che il vento, gli umori del padrone di casa. Quattro arcate, al piano terra, riuscivano a raggentilire la mole dell’edificio che da un lato si prolungava in una barchessa ad un solo piano, quasi completamente mascherata da un’edera secolare. Di fronte alla casa si stendeva la grande aia nerissima e lucida, al confronto con una certa trascuratezza dell’insieme, a testimoniare la maggior cura dedicata a tutto ciò che rivelava fini diretti all’attività agricola.   Non ho mai conosciuto i veri motivi delle nostre periodiche visite alla “Tisona” (così si chiamava l’azienda). Il sior Tita si presentava vestito da


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festa sull’uscio di casa nostra un sabato mattina, giorno di mercato; e invitava putèi e mamme, con una settimana di anticipo, a casa sua per “magnare do amoli e respirare un fià d’aria bona”.   Una volta sola accennò ad un grosso favore che avrebbe ricevuto suo padre, chissà quando, da un membro defunto della nostra famiglia. Ma nessuno a casa nostra se ne ricordava.   L’idea della scampagnata ci riempiva di allegria e tra di noi bambini, per quel luogo un po’ segreto e lontano del quale ci eravamo col tempo sentimentalmente appropriati, si era coniata una misteriosa definizione: “la casa là”. (…)

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Da “La casa là”

L’arca di Noè

In “LA CASA Là”, pagg. 55/62

Per giorni e giorni, al mattino e di sera, ci eravamo recati in bicicletta sull’argine del fiume per controllare il livello di piena. Da settimane ormai continuava a piovere e il cielo uniformemente grigio non lasciava speranza di cambiamento, mentre dal mare soffiava con violenza il vento di scirocco che ostacolava il deflusso verso la foce. Anziché scorrere, le acque schiumose sembravano disporsi di traverso per aggredire le sponde: un duello che la natura ingaggiava contro l’uomo che, per tanti secoli, imprigionando il corso tra le arginature, l’aveva domata e regolata. Quando una sera il riflettore puntato sul pilone di un ponte rivelò che l’altezza dell’acqua era improvvisamente diminuita qualcuno esultò, ma dopo pochi minuti era già giunta la notizia che il fiume aveva rotto alcuni chilometri più a monte e che le acque dilagavano nelle campagne. (…)   (…) ll giorno seguente trascorse attendendo ormai con rassegnazione l’arrivo dell’acqua. Non ci interessava più recarci sulle rive del fiume, che ormai scorreva tranquillo tra i suoi argini come un guerriero a riposo dopo una battaglia vittoriosa. Con alcuni amici, in bicicletta, mi inoltrai nella campagna, ad ovest dell’abitato, per tentare di individuare a distanza l’avanzare della massa d’acqua che ci avrebbe sommersi. Ma tutto sembrava tranquillo. Gli unici segnali che qualcosa di diverso stava accadendo erano dati dall’insolita presenza di folti stormi di gabbiani che volteggiavano nell’aria spostandosi lentamente verso ponente e dal latrare dei cani che si richiamavano lugubremente da un casolare all’altro.   Quando incominciò ad imbrunire girammo le biciclette e, giunti in città, ci dividemmo. Ognuno si diresse alla propria casa quasi che, col sopraggiungere della notte, l’avventura che stavamo per vivere si dovesse affrontare tra le pareti domestiche dividendo l’emozione con i nostri cari.   Al primo piano, su uno stretto tavolino, la cena fu consumata in silenzio e molto presto ci ritirammo nelle nostre stanze stipate di mobili. La piccola radio che tenevo sul comodino continuava a trasmettere notizie sulla rotta: dava per sommerso il capoluogo che in effetti non avrebbe

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mai visto un solo centimetro di acqua, raccontava dell’esodo della popolazione, di raccolta di aiuti in tutto il paese con Milano, come sempre, in testa nella gara di solidarietà. All’improvviso mancò la corrente e avvertii un rombo simile a quello di un aereo che si avvicinava sempre più. Poi un tonfo sordo, prodotto dalla caduta del muro che circondava il giardino sotto la spinta dell’acqua. Seguì, per qualche minuto, un cupo gorgoglìo al quale subentrò il totale silenzio. Solo allora mi decisi a scendere dal letto e ad affacciarmi sul giardino. Sull’acqua immobile si specchiava la luna e il gatto di casa, sorpreso all’esterno durante le sue peregrinazioni, mi salutò miagolando allegramente dal tetto del garage. Certamente i miei genitori avevano avvertito quanto era accaduto, ma nella casa nessuno si mosse. Solo all’alba ci ritrovammo.   Era incominciato l’assedio. Due metri d’acqua ci impedivano di uscire di casa e trascorrevamo il nostro tempo sulla terrazza. Un aereo aveva tentato di far cadere pacchi di viveri nelle poche zone rimaste all’asciutto, ma il più delle volte i lanci finivano nell’acqua. Verso sera un leggero ronzio preannunciò l’arrivo di una barchetta mossa da un motore fuoribordo. In uno spazio troppo ristretto per le loro moli, stavano accovacciati, l’uno di fronte all’altro, l’anziano arciprete e il capitano dei carabinieri. Quest’ultimo reggeva tra le mani un megafono attraverso il quale, con il suo marcato accento toscano, invitava la popolazione a lasciare la città preannunciando, per coloro che fossero rimasti, freddo, fame, epidemie. Mia madre dialogò con lui cercando di tenergli testa con delle battute di spirito, ma mi accorsi che i suoi occhi erano gonfi di lacrime. (…)   (…) Il grande esodo della popolazione era in corso. I mezzi anfibi caricavano intere famiglie che fuggivano senza una meta prestabilita. Molti non avrebbero più fatto ritorno, attratti dal triangolo industriale dove già si profilavano i primi contorni del miracolo economico. Solo qualche anziano piangeva, gli altri se ne andavano in silenzio con i volti inespressivi quasi ubbidendo ad una legge naturale contro la quale era inutile impreca-

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re od opporsi. In tanta desolazione non mancava qualche scena felliniana. La nostra vicina di casa, insegnante di lettere in pensione, fu imbarcata, avvolta in un pastrano nero, su un “patino” bianco-azzurro recante la scritta “Viareggio” e nel salutare mia madre che assisteva alla partenza dalla finestra agitò un vecchio libro.   “Porto con me i canti di Leopardi” fu il suo flebile saluto coperto dallo sciacquio dei remi.   Su una popolazione di oltre ventimila abitanti eravamo rimasti in città solo qualche centinaio. Il problema principale era quello dell’acqua potabile, ma per il resto ci si arrangiava con scambi in natura. Queste operazioni si svolgevano nella tarda mattinata sul sagrato della cattedrale, uno dei pochi luoghi rimasti all’asciutto. Si permutava farina con fagioli, mortadella con olio, biscotti con formaggio in una gara di solidarietà e generosità reciproca, tra persone che magari prima non si erano mai conosciute. Erano completamente scomparse le differenze sociali, anche perché in quei giorni col denaro non si poteva proprio fare niente. (…)    (…) La sera della vigilia di Natale si era levato un vento freddo a raffiche e si udiva lo sciacquio dell’acqua contro i muri di casa. Ma un altro rumore vi si sovrapponeva proveniente dal piano di sotto, dal tono più cupo. Erano i tonfi che i mobili galleggianti producevano urtando sulle pareti.   Eravamo di umore discreto mentre ci passavamo i piatti della cena nei ristretti spazi liberi. Mia madre rievocava i Natali degli anni precedenti trascorsi in casa degli zii in una comitiva numerosa di anziani, giovani, bambini. Sapevo che le si stringeva il cuore riandando a tempi e vicende che l’alluvione sembrava aver irrimediabilmente allontanato nel tempo rendendoli irripetibili, ma per quelle grandi doti di ricupero che distinguevano il suo carattere non lo dava affatto a vedere.   Mio padre non parlava, ma appariva sereno. Alla fine del pranzo si alzò e cercò a lungo in un’altra stanza, quindi ricomparve recando in mano

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il violino. Aveva studiato musica da ragazzo e raramente rispolverava lo strumento. Non era un’abile suonatore nè aveva la pretesa di esserlo. Il suo apparire provocò una breve nervosa risata della mamma che si arrestò quando uscirono le prime note. Parevano provenire da un’immensa distanza.   “Tu scendi dalle stelle”, improvvisava, e mano a mano che la melodia si svolgeva, un po’ timida e impacciata, da spettatore di una scena irreale, quasi metafisica, diventavo partecipe di una speranza che i miei genitori parevano esprimere sommessamente. Quando mio padre posò lo strumento successe un lungo silenzio che nessuno di noi osava interrompere. Non saprei dire quanto sia durato, ma ancor oggi, quando ne avverto uno intorno a me, mi sento riportato in quegli attimi lontani.   Improvvisamente si udirono rintocchi di campane. Sembravano vicinissimi. Evidentemente l’acqua aumentava l’intensità del suono. Per la prima volta, dal giorno dell’alluvione, le campane riprendevano a suonare nella notte di Natale.   Il mattino seguente mi svegliai con uno spettacolo insolito. Alzando le imposte il mio occhio, ormai perfettamente addestrato a rintracciare sul muro di fronte le escursioni dell’acqua, si avvide della discesa del livello di quasi mezzo metro. Il fatto appariva sensazionale tenendo conto che, da oltre un mese, la quota era sempre rimasta la stessa, centimetro più centimetro meno. L’area alluvionale era entrata in comunicazione con le maree e risentiva di esse. Le grandi magre invernali avrebbero facilitato il deflusso fino ad un certo limite oltre il quale sarebbe intervenuta l’opera dell’uomo con le pompe e le idrovore.   Il cielo era grigio. Dei granellini bianchi scendevano dall’alto, ma non erano vera neve, solo un tentativo, una speranza di neve. Ma bastarono a farmi comprendere, all’alba di Natale, che le case mutilate dei pianterreni, gli alberi mozzi, i pali della luce e del telefono così irreali nello specchio alluvionale, tutto quel mondo sommerso e profanato, reclamava la propria rivincita nei confronti dell’acqua. Essa non era - come anch’io ero stato

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indotto a credere - la regina che tornava a riappropriarsi del suo ambiente, ma un’usurpatrice che aveva invaso i focolari, le piazze, i campi, gli spazi degli uomini.   Il mio pensiero si rivolse allora con solidarietà alla vecchia “millecento” sommersa nel garage, alla mia ragazza bionda che chissà dov’era, agli amici dispersi per l’Italia, a tre quarti della nostra casa devastata e avvertii, per la prima volta, provenire dall’acqua un odore di decomposizione e di morte. Sentii il desiderio fisico di asciutto, di sole, di polvere. Ripensai alle strade di campagna fiancheggiate da olmi e da salici, alle spiagge sul fiume quando il vento vi sollevava nuvole di cristalli di sabbia. Tutto intorno era fradicio. Dov’erano finite le brinate notturne sull’erba, il canto dei galli all’alba, i voli furtivi dei merli nei giardini, il vecchietto in bicicletta che ci portava al mattino il latte ancora fumante? E per quanto tempo avrei dovuto sopportare quegli odiosi, monotoni gabbiani con le loro sinistre grida? Ormai rivolevo il mio mondo, la sua gente, le sue leggi, le sue falsità e ipocrisie addirittura.   Di giorno in giorno il livello calava vistosamente e si rivelavano sulle strade, nelle case e nei cortili i danni che l’acqua aveva provocato. La terra era ricoperta da uno strato di limo che foderava ogni oggetto con uno spessore screpolato e biancastro.   Qualche pullman lungo la strada arginale incominciava a muoversi ed una sera, prima di capodanno, anch’io vi salii portando una valigia ed il vecchio cane reumatizzato mentre i miei mi salutavano dalla terrazza di quella casa metà bianca e metà grigia che era stata la nostra arca di Noè. Dal finestrino del pullman che sobbalzava sull’asfalto dissestato osservavo la campagna con i suoi filari di viti e di pioppi, il tutto come in una fotografia in bianco e nero languida e sfumata.   La prima immagine di vita che mi si presentò fu di un casolare che doveva essere tornato all’asciutto da poche ore. Una donna con un golfino rosso (e fu quella la prima nota di colore che dopo tanto tempo colpì i miei occhi) stava spalancando le imposte al primo piano mentre un uomo,

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Memoria

dalla porta del piano terra, gettava sull’aia pezzi di poveri mobili che si disfacevano all’urto sul selciato.   Sul tetto due gazze chiacchieravano animatamente tra loro e dal camino, un fumo bianco saliva a tratti nell’aria umida ferma del tramonto.

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Vita “modernaâ€? Un ingegnere umanista alle prese con la burocrazia e le novitĂ  della tecnologia: contese e duelli fra disagio e ironia.


Vita “moderna”

Casa, che avventura

In “IL GAZZETTINO ” 11 Marzo 1985

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Avete mai provato a fare il conto di quanti tecnici intervengano al giorno d’oggi per arrivare alla costruzione della più semplice e modesta delle casette? Escludendo il progettista del piano regolatore – le cui prestazioni sono a carico dei Comuni – si incomincia con la lottizzazione, condizione imprescindibile per arrivare all’edificabilità dei terreni. Essa comporta almeno due interventi di professionista laureato per la progettazione e per la direzione dei lavori. Data per compiuta questa operazione che si svolge a cura del proprietario del terreno (ma che, ovviamente, viene da questi caricata sul prezzo di vendita dei vari lotti), incomincia la serie successiva il cui costo grava direttamente sulle spalle dell’acquirente del lotto che, al momento dell’acquisto, si era ingenuamente illuso che per farsi una casetta fosse sufficiente incaricare un professionista e scegliere un costruttore. L’impiegato dell’ufficio urbanistico, nel ricevere la domanda di concessione,

gli dirà subito che occorre interpellare un geologo per compilare una relazione sulle caratteristiche del terreno allo scopo di verificare la capacità di resistenza ai carichi delle fondazioni. In molti casi è inutile insistere che si tratta di costruzione ad un solo piano e che intorno ne esistono di ben più alte che non denunciano nessun cedimento: la legge è legge ed anche il geologo deve pur vivere. Questi a sua volta dovrà servirsi di una ditta specializzata in perforazioni e sondaggi che effettuerà le prove necessarie. Il tutto, ovviamente, a spese del cliente che è soltanto all’inizio della sua costosa avventura. Infatti, nel consegnare finalmente all’ufficio la «relazione geognostica, si sente chiedere con indifferenza: «Ha provveduto alla tresettetre?». «Che cos’è la tre-settetre?». «Non lo sa? La verifica dell’isolamento termico del fabbricato». All’uomo tremano le gambe. Ma con un fil di voce chiede: «E chi la deve

fare?». «Un tecnico abilitato che firmerà calcoli e relazione». A questo punto l’impiegato, che si è reso conto della disinformazione totale del suo interlocutore, ritiene doveroso aggiornarlo su altri dettagli: «Occorre anche il calcolo delle opere in cemento armato che va presentato al Genio Civile. Alla fine chiamerà un altro tecnico laureato, che non potrà essere né il progettista né il direttore dei lavori né il calcolatore, per fare il collaudo. Dovrà portarne una copia vistata quando chiederà l’abitabilità, altrimenti la sua casa non avrà allacciamenti o servizi». Per pura pietà l’impiegato aveva rimandato ad un successivo incontro la comunicazione che bisognava pagare gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria ed il contributo sul costo di costruzione. Fatti i conti, dalla lottizzazione all’abitabilità, sulla costruzione della casetta gravano ben nove prestazioni tecniche delle quali almeno cinque – per gli


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edifici di modeste dimensioni e di costruzione corrente – potrebbero essere eliminate. Una carta del suolo allestita dai Comuni con le caratteristiche dei terreni nelle zone edificabili eliminerebbe già due oneri e darebbe garanzia di operazioni non soggettive. Una serie di prescrizioni, in funzione della zona climatica, potrebbe esimere dal calcolo dell’isolamento.

Infine, una precisa delimitazione delle competenze dei geometri, architetti ed ingegneri nel calcolo delle strutture in cemento armato, eliminerebbe altri due interventi. Alcuni anni fa, soprattutto a sinistra, si sbandierava che era la “rendita fondiaria” a frenare l’edilizia e ad esaltarne i costi. Oggi nessuno può smentire che la complessità e il costo

delle procedure, aggiunto alle tangenti da pagare ai Comuni, rappresenta un elemento determinante della crisi. Non sarebbe forse tempo che i nostri governanti, anziché inventare sempre nuove leggi, che rendono il nostro cammino nella vita simile ad una gimkana tra paletti non sempre innocui, cominciassero ad abrogarne qualcuna?

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Donna Bice e il condono

In “IL GAZZETTINO ” 7 Aprile 1986

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La signorina Beatrice C., detta Bice, il cui codice fiscale tradisce una data di nascita nell’ultima era umbertina, si è presentata una mattina presto, dopo la messa, sull’uscio del mio studio portando con sé una cartella ingiallita. Le vecchie mani, di solito fermissime, tremavano leggermente quando posò sul tavolo il fascicolo che recava, scritta a penna, in rotondo, l’intestazione di un atto notarile. Era la successione di suo padre al nonno nella proprietà di quell’immensa casa, per tre quarti inutilizzata, dove donna Bice vive ora con una governante forse ancora più anziana di lei. Quel blocco quadrato di mattoni era stato, sino alle soglie dell’ultima guerra, l’accogliente asilo di una vera e propria dinastia di genialoidi che, un po’ per volta, si dispersero avventurosamente per il mondo lasciando qualcuno l’impronta della sua intelligenza, altri i segni

di una prodiga sregolatezza. Dei sopravvissuti, donna Bice non aveva saputo più nulla, né penso si sia mai soverchiamente preoccupata di informarsi: a lei più che seguire le sorti dei vivi, interessava custodire le memorie del passato. Era l’attenta diligente guardiana di quella grande casa, una gentile sentinella destinata ad attendere impossibili ritorni. - Mé nono gà trascura i so’ afari – furono le prime parole – . La casa xé fora lege e bisogna condonare.Sapevo che quella costruzione non aveva, a mia memoria, mai subito modifica alcuna. - Cosa vuole condonare? - El retrè. Credevo di sognare, ma ricordai che anche mia nonna chiamava con quel termine dialettale, derivato dal francese e passato dal femminile al maschile, la «ritirata» (la «retraite»: un settore rica-

vato nelle grandi camere da letto per sistemarvi i rudimentali servizi igienici di cent’anni fa). - Impossibile – osservai – dopo tanto tempo le variazioni catastali devono essere state apportate. Ma donna Bice era già passata negli uffici e mi esibì la planimetria della casa nella quale il “retrè” non figurava. - Lo gà fato costruire mé nono «abusivamente» (e calcò sulla parola) quando so’ mama se gà infermà. Sembrava incredibile. In tempi di interi quartieri abusivi, di lottizzazioni selvagge, di centri balneari inesistenti per qualsiasi mappa, quella donna era andata a ripescare, come se si trattasse di un delitto, la costruzione di una tramezza di legno intonacato eretta dal nonno, ufficiale austro-ungarico, per rendere più confortevoli gli ultimi giorni di sua madre. - Va bene, se lo vuole, fac-


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cia pure il condono – non potei che rispondere. - No’ basta – aggiunse – ghe xè anche el canevìn –. Si tratta di un sottoscala chiuso da una tramezza che veniva usata come dispensa. - Donna Bice – osservai - guardi che il «canevìn» non è rappresentato nelle planimetrie perché sta sotto la scala. - Ma el xé sta fato dopo – insistette – questa xè la fatura del murèr. E c’era: datata 1907. - No’ gavaria mai pensà tanto disordine da parte dei mé veci. Mè nono el gèra un omo de sesto, ma qualche volta el se lassava tor la man da 1’impulso. Mi pregò di andare a visitare i «corpi del reato». E in una soleggiata mattina, riattraversato, dopo tanti anni, il vialetto selciato in mattoni e fiancheggiato dagli oleandri, mi trovai nella sala che si conclude con la scala a due rampe convergenti su un unico

pianerottolo. Sotto di esso si apre la porta a vetri colorati (che tanto mi aveva affascinato da bambino), affacciata sull’orto posteriore. Provai un senso di freddo e la mia ospite se ne accorse. - Tegnemo el termo basso perché le piante le patisse - Ma sapevo che l’unico locale riscaldato era la grande cucina dove funzionava, con parsimonia, una stufetta in terracotta alimentata a legna. La raccoglievano, nel giardino, donna Bice e la domestica, rimastale fedele a condividere, penso con un magro stipendio, la dignitosa povertà della padrona. Entrammo nel “retrè”: una vasca da bagno arrotondata con i piedi di ceramica, lo scaldabagno in rame col fornello in ghisa, ogni particolare accuratamente conservato ne facevano un esemplare di arredo sanitario che meritava qualcosa di ben

diverso dal condono. - Le piastrèle e i aparecchi li gà fati montar el papà subito dopo l’altra guera. Ghe sarà da pagar qualcossa anche per quei. Non le risposi. Le misi un braccio intorno alle magre, curve spalle. Non me la sentii di suggerire a donna Bice di andare sulla «Serenissima» per organizzarvi un blocco stradale, e così mi decisi a far la pratica per il condono edilizio, una delle poche, fortunatamente, passate per il mio studio.

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Da “Una corsa nel tempo”

Una lampada accesa

In “UNA CORSA NEL TEMPO”, pagg. 38/42

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  La prima telefonata fu verso mezzanotte. Era di mio padre.   “Non trovo la scatola dei compassi. Dove l’hai messa?” mi chiese.   “Nel secondo cassetto della mia scrivania. Li adoperiamo molto poco ormai”, risposi.   Tacque qualche attimo. Poi:   “E le matite di legno dove sono?”   “Nell’altro cassetto più sotto: ce ne dovrebbe essere ancora qualcuna”.   Trovavo strano che fosse andato allo studio in piena notte perché non era sua abitudine lavorare dopo cena. Gli chiesi:   “Ma cosa devi fare di tanto urgente?”   “Voglio disegnare il confessionale per la chiesa dei Cappuccini. Ho promesso al superiore che gli avrei preparato un abbozzo per domani mattina. Buona notte”.   Avevo appena incominciato a leggere un libro piuttosto noioso, quando il telefono squillò di nuovo. Era ancora lui.   “Toglimi una curiosità. Cosa ne fate di tre televisori in studio e perché, i tavoli da disegno sono tutti ingombrati da cartelle e fascicoli?”   “Ma papà non si tratta di televisori, ma di computer. Si usano anche per disegnare. I tavoli servono molto poco, quasi soltanto per appoggiarvi le carte”.   Mi pareva strano che mi chiedesse quelle cose: da anni lo studio era organizzato in quel modo e più il tempo trascorreva e più dovevamo fare ricorso all’informatica. Certamente egli era rimasto legato sentimentalmente ai vecchi sistemi: usava il “regolo”, le stecche a “T”, le squadre e si serviva di una calcolatrice manuale “Monroe”.   Era passata un’ora e stavo per smettere la lettura quando chiamò ancora una volta.   “Ho scartabellato una pratica che ho trovato sulla tua scrivania e ho scoperto cose incomprensibili. Sembra non ci sia più libertà. Ti impongono la superficie che devono avere le finestre, la larghezza dei poggioli, la sporgenza delle cornici. Ti domandano la dimostrazione che una casa


Vita “moderna”

ad un piano non ha bisogno di parafulmini. C’è addirittura da ridere, non trovi?”   “Ci sarebbe da piangere, papà”.   “Ho il dubbio che se Palladio tornasse al mondo, troverebbe che quasi tutte le sue costruzioni sono fuori legge”.   “Non c’è bisogno di scomodare Palladio, anche molte delle tue”.   “Provo l’impressione che a Roma inventino delle leggi solo per far impazzire la gente”.   “Ma anche per trovare pretesti di lavoro e di guadagno per molti”.   “Se è per far diminuire la disoccupazione non potrebbero utilizzarli per scopi produttivi?”   Fece una lunga pausa.   “Guarda, guarda - riprese - ho scoperto che al termine dei lavori il direttore deve dichiarare, con giuramento in pretura, di aver rispettato le prescrizioni e il progetto approvato. Non sanno che il direttore è responsabile per legge?”   “Forse lo sanno, ma vogliono essere ancora più garantiti”.   “Pensi che il confessionale che sto disegnando debba essere approvato anche dall’USL?”   “Credo che i confessionali siano tra le poche cose sulle quali ancora non hanno imposto una normativa. Ma vedrai che col tempo ci penseranno”.   “Però tutte quelle imposizioni finiscono per avere un costo. La gente non protesta?”   “La gente è rassegnata e aspetta sempre il peggio”.   “Rassegnata anche se, invece di essere incoraggiato dalle autorità, chi si costruisce con i propri risparmi una casetta deve pagare delle somme pesanti? In anni lontani sono state fatte rivoluzioni contro la “tassa sul macinato”. Sembra che gli italiani siano diventati tutti più buoni...”   “Però - lo interruppi - sono state introdotte anche delle semplificazioni”.   “Per esempio?”

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  “Per esempio non devi più fornire un sacco di dati per essere identificato. Ora c’è il codice fiscale: una serie di lettere e di numeri combinati in modo diverso per ogni persona”.   “Targati come le automobili”.   “Ma fanno anche qualcosa di buono. Hanno abolito la tassa di successione”.   “E allora spariranno i notai...”   “No, papà, quelli non li farà sparire nessuno”. Avvertii che aveva appoggiato il ricevitore sul tavolo e udii i suoi passi allontanarsi. Dopo poco tornò e riprese a parlare:   “Ho trovato sul tuo tavolo una serie di istruzioni per mantenere il segreto sull’identità dei clienti. C’è una parola inglese in testa al fascicolo: “Privacy”. Non potevano trovarne una italiana?”   “Si tratta della riservatezza che dobbiamo mantenere sui nominativi delle persone che si rivolgono allo studio...”   “...Anche se poi i loro nomi e indirizzi vengono stampati sui pannelli che stanno appesi davanti ai cantieri?”   “C’è a Roma un signore che si occupa di queste cose chiamato “il garante”. Ogni tanto compare in televisione. Ha sempre l’aria molto seria e triste e ci mette in guardia da tutti i provvedimenti che minacciano la nostra vita privata. Ma non sembra che ottenga molto. Siamo tutti sempre più controllati”.   Fece un lungo sospiro e, quando riprese a parlare, il suo tono di voce pareva cambiato:   “Ho deciso. In queste condizioni non ce la faccio più a lavorare. Finirò il disegno per i frati e poi mi ritirerò dalla professione. Tu ormai puoi camminare con le tue gambe”.   Chiuse la comunicazione.   Mi svegliai. La luce filtrava attraverso le imposte. Era stato soltanto un lungo sogno. Mio padre era morto da quarant’anni.   Un’ora dopo mi recai allo studio. Tutto appariva in ordine, tranne una

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lampada sul tavolo da disegno che era rimasta accesa. Pensai a una mia dimenticanza della sera prima. Poi mi accorsi che illuminava un grande foglio sul quale era tracciato, a matita, il disegno di un confessionale. Riconobbi il tratto inconfondibile di mio padre, la grande disinvoltura con la quale sapeva esprimersi. Rispetto al passato notai soltanto qualche esitazione, come se la mano, in qualche momento, avesse tremato.   In margine al disegno una breve nota: “Da consegnare domattina al Superiore dei Cappuccini”.

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Da “Una corsa nel tempo”

Duelli col computer

In “UNA CORSA NEL TEMPO”, pagg. 75/79

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  Gabriele D’Annunzio scriveva con la penna d’oca su fogli di carta fatta a mano. Io, come tanti altri, usavo una Olivetti portatile, sulla quale mancava il tasto della “ò” e del punto esclamativo: così per parecchi anni, fino a quando qualcuno mi consigliò di comprarmi un computer. Sarebbe stato molto più semplice scrivere, correggere, spostare le frasi, eliminarle, aggiungerne. Avrei potuto cambiare i caratteri, ingrandirli, ma soprattutto avrei avuto a disposizione la “memoria” che consente di immagazzinare ciò che si scrive per poi trasferirlo nei “dischetti”, a garanzia di una perenne conservazione. Suggestionato da questa elencazione di pregi, mi decisi e andai nel negozio per l’acquisto.   Venni accolto da un ragazzo occhialuto e gentile che, per prima cosa, mi chiese se il computer lo volevo portatile. Gli risposi subito affermativamente. Avrei potuto portarmelo in montagna, magari solo per fargli respirare dell’aria buona. Cominciai invece a trovarmi in difficoltà quando mi domandò quale “linguaggio” avrei preferito. Risposi:   “Italiano e, in qualche caso, dialetto veneto”. Sorrise e mi spiegò cosa intendesse per “linguaggio”. Senza aver capito quali differenze ci fossero tra l’uno e l’altro, risposi:   “Prenderò il Macintosh. Sembra una marca di whisky”.   Finalmente mi mostrò l’apparecchio. Azzurro esternamente e bianco all’interno, con gli angoli arrotondati, aveva l’apparenza di una bilancia da cucina. Lo accese e, con una velocità incredibile, manovrò i tasti spiegandomi come funzionava. Poi mi chiese:   “Vuole anche la stampante?”   “Alla stampa dovrebbe provvedere l’editore”, risposi, pensando che intendesse vendermi una tipografìa. Con pazienza me ne mostrò una e la fece funzionare esaltandone l’utilità, tanto da convincermi all’acquisto.   Mise il tutto dentro grandi scatole di cartone e, mentre pagavo, aggiunse un altro pacchetto dicendomi:   “Questi sono i dischetti che la ditta le regala”.   Tornai a casa con tutta quella grazia di dio e mi misi, con entuslasmo,


Vita “moderna”

ad installarla. Mia moglie assisteva alla scena piuttosto preoccupata. Mi domandò:   “Sarai capace di farlo funzionare?”   “In fondo sono ingegnere”, risposi con freddezza.   Il libretto delle istruzioni era scritto in inglese e così dovetti ricorrere al dizionario, con la complicazione che la bella lingua di Shakespeare usa lo stesso vocabolo per tutta una serie di significati diversi.   Finalmente lo accesi e lui mi salutò con un accordo musicale in do maggiore. Poi comparvero sullo schermo delle immagini che sembravano dei carciofi. Sparirono da sole lasciando il posto ad un numero infinito di quadratini che recavano, nel loro interno, dei segni indecifrabili. Dopo una serie infinita di tentativi falliti e di consultazioni telefoniche con un amico esperto, finalmente comparve la pagina bianca sulla quale avrei potuto scrivere. Tirai un sospiro di sollievo e mi misi all’opera.   Ma entrai immediatamente nella più totale disperazione, quando mi accorsi che stavo scrivendo con i caratteri dell’alfabeto greco. Pensai che la ditta produttrice avesse esportato, per errore, in Italia un computer destinato alla Grecia. Afferrai il telefono e chiamai il mio fornitore. Mi passarono il ragazzo con il quale avevo trattato l’acquisto. Mentre gli spiegavo il problema ebbi il sospetto che ridesse in silenzio. Mi diede le dovute istruzioni e mi consigliò di usare i caratteri “New York” o “Chicago”. Scelsi “New York” e giurai di non toccare mai più quel tasto.   Finalmente riuscii a scrivere una decina di pagine. Dapprima provavo qualche difficoltà nel correggere gli errori e nel modificare il testo, a causa di quella freccia che scappava da tutte le parti, ma dopo un paio d’ore, dovetti ammettere l’utilità di quello strumento di scrittura rispetto alla vecchia Olivetti che, cacciata in un angolo, sembrava guardarmi con un’espressione triste di rimprovero.   Decisi di fermarmi e di mettere il tutto in “memoria”. Ripresi il libro delle istruzioni ed eseguii una serie di manovre. Sennonché il computer si mise ad emettere fischi e suoni di tromba. Si era arrabbiato. Alla fine del

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Vita “moderna”

concerto, lo schermo si oscurò completamente. Chiamai in aiuto l’amico che venne personalmente a verificare cos’era successo. Niente da fare: avevo cancellato tutto.   Il primo impulso fu di portare il tutto alla discarica e di chiedere scusa alla vecchia Olivetti. Ero entrato in una crisi profonda. Soltanto dopo parecchi giorni, mettendo da parte il prestigio professionale, ne parlai con un giovane geometra che lavora nel nostro studio ove, da anni ormai, si opera con i computer. Il ragazzo mi offrì la sua collaborazione ed elencò, su alcuni fogli, le operazioni da compiere e quelle da evitare per non incorrere in altre catastrofi. Ora le seguo letteralmente e, per l’uso elementare che ne faccio, fino ad oggi, l’apparecchio non mi ha più tradito. Ma ugualmente, quando lo accendo, mi sento nei panni di quei militari che vanno in giro per il mondo a disinnescare bombe.   E’ venuta a trovarmi una nipotina che, da qualche tempo, possiede un suo computer e mi ha chiesto di provare il mio. Scorrendo sui tasti con le dita, come se suonasse il pianoforte, mi ha illustrato tutte le cose meravigliose che l’apparecchio è in grado di fare.   “Non mi servono” - ho osservato - “A me basta che si comporti bene per quei pochi servizi che gli chiedo”.   “E va bene, nonno. È come se avessi comprato una Ferrari per viaggiare solo in prima”.   Poi aggiunse, indicando l’Olivetti:   “Quella lì potresti regalarmela, la userei come soprammobile”.   “Quella resta lì. Non si sa mai”.

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Nel tempo Nelle parole e nelle pagine dei suoi libri il senso delle radici, il rapporto con la vita e la morte, la malinconica descrizione dello scorrere del tempo sui luoghi, sulle persone e sulle cose, il senso di nostalgia della memoria stessa.


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Da “Una corsa nel tempo”

Gli occhi sul giardino

In “UNA CORSA NEL TEMPO”, pagg. 7/8

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  Il mio piccolo studio è pieno di libri, di ritratti, di ricordi. Ha una sola finestra che si affaccia su di un giardino, che non è il mio, ma del quale, con il tempo, mi sono impadronito. Per appropriarsi di un rettangolo di terra non è necessario che ci si debba camminare dentro, basta che lo sguardo possa percorrerlo liberamente in qualunque ora del giorno o della notte, in tutti i mesi dell’anno.   Stando seduto sulla poltrona girevole dello scrittoio, con un piccolo spostamento, mi trovo davanti alla finestra. La vecchia casa liberty dei miei vicini, di un rosa stinto, è spesso deserta e, anche quando i proprietari la abitano e passeggiano sul prato, quasi non me ne accorgo per il loro modo discreto di muoversi o perché nascosti dagli arbusti cresciuti sul confine. Il fabbricato è semicoperto da un grande cedro dai rami tormentati e scomposti: segni tracciati dagli eventi di una lunga esistenza. Poco distante una magnolia rigogliosa, con la regolarità quasi geometrica della sua forma, sembra rappresentare il contrasto tra chi porta con sé il marchio della sofferenza e chi è passato indenne tra le maglie del destino.   è strano, ma il mio rapporto con quel pezzo di giardino è mutato con il trascorrere del tempo. Prima era come un naturale sfondo allo studio, un suo prolungamento. Se rivolgevo lo sguardo all’esterno, mi limitavo a seguire il variare delle stagioni: le foglie fresche che spuntano in primavera, i gialli dell’autunno, le nebbie che sfumano i contorni, il gioco dei venti. Poi, un poco per volta, è diventato una specie di interlocutore silenzioso che mi stimola e mi aiuta ad aprire il cassetto dei ricordi e della fantasia: un fondale sul quale si riflettono, quasi materializzati, incontri con personaggi noti e con altri quasi sconosciuti, ma il cui passaggio ha segnato la mia memoria. Rielaboro storie che mi sono state narrate in anni lontani, vicende che io stesso ho vissuto o soltanto immaginato. E questo alternarsi e sovrapporsi di immagini e sensazioni finisce per farmi guardare al presente con un senso di distacco, quasi fosse, esso pure, già in parte, consumato.   è come se, guidando un’auto, anziché tenere lo sguardo fisso sulla strada e il pensiero concentrato sulla meta da raggiungere, ci si abbandonasse a


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guardare da un lato e dall’altro, ci si concedesse qualche sosta per scendere a scattare una foto o a ricercare uno scorcio, un particolare che, un tempo, aveva colpito la nostra curiosità, accarezzato la nostra immaginazione.

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Da “Gli alberi della memoria”

Premessa 1999

In “GLI ALBERI DELLA MEMORIA”, pagg. 1/2 Marsilio Editore, 2000

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  In una golena del Po, fino a qualche tempo fa, esistevano due grandi querce sopravvissute alla sparizione di una delle tante foreste che anticamente davano alla mia terra un aspetto del tutto diverso dall’attuale. La loro presenza risultava tanto significativa da essere segnalata come caposaldo sulle carte topografiche militari.   Per tanti anni, in bicicletta o in auto, ero passato nelle vicinanze ed avevo rivolto lo sguardo verso quei verdi giganti come se costituissero il segno sicuro di un collegamento tra il passato e l’avvenire, la garanzia di qualcosa di stabile di fronte alla volubile e capricciosa corsa del tempo.   La notizia apparsa sui giornali che le opere per la sicurezza idraulica in corso lungo le rive del fiume avevano comportato il loro abbattimento, mi lasciò sconvolto. Stavano lì da sempre, lontane dagli argini e nei tempi andati non si erano mai segnalati problemi di rotte o infiltrazioni nelle vicinanze. Avevano resistito all’urto dei secoli, a guerre, invasioni, carestie, ma il nuovo «regolamento di polizia idraulica», da poco approvato, era stato più forte di loro.   Mi recai a vedere lo scempio. Il luogo non era più riconoscibile: le golene con l’acqua grigiastra e gli arginelli che le chiudevano tutto intorno, la strada bianca che si snodava verso la vecchia fornace, avevano perduto le loro sentinelle e tutto appariva piatto, desolato. Dovetti girare a lungo prima di rintracciare i due enormi ceppi affiancati e ancora coperti dalla segatura provocata dall’ esecuzione: il sangue delle vecchie piante.   Non mi ero accorto della presenza, alle mie spalle, di un’anziana signora vestita di nero.   «è venuto a vedere la strage?», mi chiese.   Accennai di sì col capo.   «Ho provato a contare i cerchi sul tronco. Sono arrivata fino a duecento poi i miei occhi non ce l’hanno più fatta».   Si avvicinò, raccolse un ramoscello con le foglie avvizzite e lo infilò in una vecchia borsetta, io non sapevo trovare parole.   «Venivo qui da bambina con mio nonno e più tardi vi conducevo i miei


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ragazzi delle elementari a giocare sotto le loro ombre. Per qualche tempo qualcuno ricorderà che c’erano due piante poi, un poco per volta, tutto si cancellerà. Come se non fossero mai esistite».   Nei giorni che seguirono tornavo con il pensiero a quell’episodio e risentivo le parole della vecchia maestra: «Come se non fossero mai esistite».   La caduta di memoria riferita ai mutamenti imposti alla natura e all’ambiente si associava nei miei pensieri all’inevitabile oblio che investe anche le vicende umane. E riaffiorava l’immagine di due persone che avevano segnato parte della mia vita con la forza quasi antica dei loro caratteri e le temperie attraverso le quali erano trascorse. Non hanno lasciato impronte nella grande storia e le tracce su quella della loro città, del loro ambiente vanno sfumando con il succedersi delle generazioni. Come quello dei grandi alberi il ricordo della loro presenza appare destinato a estinguersi. (…)

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Da “Gli alberi della memoria”

Il racconto di Anna 1900 - 1942

In “GLI ALBERI DELLA MEMORIA”, pagg. 3/4

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  Il dottor Silvio si considerava un «libero pensatore» eppure ogni tanto si recava nel duomo della sua città. Entrava da una porta laterale senza degnare di uno sguardo le vecchiette intente a recitare il rosario e si dirigeva alla cappella che ospitava la pala giorgionesca raffigurante la Vergine affiancata dai santi Francesco e Liberale.   Conosceva alla perfezione il dipinto e la sua storia, come di tutte le opere del suo grande concittadino, ma quelle visite avevano il sapore della ritualità. Si era recato a Dresda rimanendo affascinato dalla distesa bellezza della Venere e dalla sensuale suggestione ispirata dal Concerto custoditi in quel museo. Ma di fronte alla Tempesta dell’Accademia veneziana aveva sempre provato un senso di smarrimento.   Si era domandato, senza trovare risposta, perché Giorgione avesse dipinto, sullo sfondo di un paesaggio insieme fantastico e familiare, quella goffa figura femminile impacciata nell’atteggiamento con le spalle coperte da una misera mantellina. Lo considerava uno dei «misteri» che avvolgevano la vita e l’opera del maestro.   Uscendo dal tempio osservò le candele e i simboli votivi che circondavano, in un altro altare, un’immagine convenzionale della Madonna e ancora una volta osservò che raramente le rappresentazioni sacre dei grandi artisti sono oggetto di culto. Era sua convinzione che deliberatamente pittori e scultori evitassero quella eventualità attribuendo un carattere profano alle immagini per affermare la loro libertà di espressione o forse - e qui sfociava il suo anticlericalismo - per vendicarsi dei modesti compensi che ricevevano dai religiosi loro committenti.   Ma si domandò anche, osservando i cuori d’argento appesi alla parete, quale grazia avrebbe chiesto in quel momento alla Vergine o ai santi se fosse stato credente.   La risposta era facile. La più giovane dei suoi cinque figli, Anna, da qualche tempo frequentava un ragazzo e sembrava decisamente orientata a fidanzarsi e sposarlo. Il giovane apparteneva ad una delle migliori famiglie locali e niente poteva eccepirsi sulla sua educazione e moralità sebbene


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la sua parentela gravitasse tutta nell’orbita clericale. Ma ben altra era la preoccupazione del dottore. Una sorella del giovane, fattasi monaca, era morta recentemente per tisi polmonare in un ospedale sul Garda sebbene si fosse tentato di far credere che si era trattato di polmonite. Ed anche una sorella del padre del ragazzo era morta per lo stesso male. Ma ogni tentativo per dissuadere sua figlia si era rivelato inutile.   C’era però un altro motivo, più personale, che lo induceva a considerare con tristezza l’uscita di Anna dalla famiglia. La moglie fredda ed egoista, i figli maschi lontani e l’altra figlia, Lina, spensierata ma superficiale non avrebbero colmato il vuoto che «la piccola» si sarebbe lasciato alle spalle. Era lei l’unica a discutere anche polemicamente con lui, ad associarsi in certe sue manifestazioni per poi magari ad un tratto dissentire, ad elogiarlo o criticarlo con improvvisi cambiamenti di umore, ma sempre con un’inesauribile carica di vitalità e di freschezza.   Camminando lentamente era giunto al cancello che immetteva nel breve giardino della sua casa.   Dalle finestre spalancate usciva il suono del pianoforte di Anna. Imprimeva alle note della polonaise di Chopin una tal forza e sicurezza quasi volesse ribadire la sua determinazione nel portare a conclusione il disegno che si era prefisso. (…)

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Da “Gli alberi della memoria”

Il tramonto 1957

In “GLI ALBERI DELLA MEMORIA”, pagg. 75/79

  Quel giorno di primavera avanzata Anna aveva voluto che nelle prime ore del pomeriggio la conducessi in giardino. L’avevo seguita mentre saliva faticosamente il sentiero della montagnola e ci eravamo seduti su due poltroncine di vimini all’ombra della grande sophora.   Aveva deciso di narrarmi le vicende che avevano preceduto il giorno ormai lontano del nostro primo incontro. Ero ormai il solo che potesse raccoglierle, custodirle per qualche tempo ancora oltre la sua vita.   Alberto era morto ormai da quattro anni e lei, stranamente, aveva in parte eliminato i segni della sua presenza, in parte li aveva accentuati. I mobili della camera da letto erano stati smontati e sostituiti, la poltrona in salotto sulla quale si sedeva per leggere portata in soffitta.   Per contro le grandi fotografie con dediche dannunziane (Alberto in smoking, Alberto con la toga da avvocato, con equipaggiamento da escursionista, con la fascia di sindaco) che un tempo teneva gelosamente chiuse in un cassetto erano state disposte, l’una accanto all’altra, sul ripiano del pianoforte e, infilati in un vaso cinese, i bastoni di Alberto. Il posto a tavola accanto a lei sul quale sempre sedeva non poteva essere occupato da altri.   Mi spiegavo quelle scelte contraddittorie attribuendole alla tendenza quasi inconscia di cancellare l’aspetto fisico ed esaltare quello spirituale della loro lunga convivenza. Del resto tutta la vita di Anna era stata un tumulto di impulsi, di intuizioni, di abbandoni e chiusure improvvise. Una brezza leggera infiltrata tra il fogliame la fece rabbrividire per un attimo. Il racconto era concluso e potevo collegarlo, come tessere di un mosaico, al lungo periodo durante il quale avevo frequentato Anna e Alberto interpretando vicende e stati d’animo alla luce di esperienze lontane. Si sollevò lentamente appoggiandosi al mio braccio e ci avviammo verso la casa. Dalla barchessa si udivano i colpi d’ascia di Memo che stava preparando la legna per l’inverno. (…)   (…) Fui molto sorpreso quando un giorno mi fece sapere che deside-

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rava essere accompagnata a Padova per una visita. In un primo momento pensai che volesse recarsi da un medico ma durante il breve viaggio mi informò che aveva appuntamento con una persona nella chiesa di Santa Giustina. Vedendo la mia meraviglia si limitò ad un commento:   «La chiesa di Sant’Antonio è troppo affollata e così perde di misticismo. Quando sono andata a visitarle entrambe con mia madre, quasi ottant’anni fa, Santa Giustina mi aveva impressionato per il silenzio che vi regna e la vastità che ci avvolge e ci fa sentire così piccoli».   Durante il viaggio mi parlò della morte. Il suo cammino stava per concludersi, diceva, e le restava il rimpianto per tante cose che non aveva avuto il tempo o la forza di fare. Ma ogni essere umano, anche il più insignificante, nel corso della vita riesce ad esprimere solo una piccola parte del suo potenziale: il resto rimane nelle intenzioni. Col tempo il corpo decade e si trascina dietro lo spirito che s’impigrisce e giorno dopo giorno chiude i canali di comunicazione con l’esterno. Era accaduto ad Alberto e l’ultimo periodo trascorso accanto a lui l’aveva rattristata. Si augurava perciò di chiudere il capitolo vita prima di cadere in una simile condizione.   La lasciai ai piedi della gradinata. Mi pregò di tornare a prenderla un’ora più tardi e trascorsi quel tempo gironzolando nei dintorni di Prato della Valle. Quando parcheggiai l’auto di fronte al tempio stava uscendo da una porta laterale. Faticava a camminare e le corsi incontro per aiutarla a scendere i gradini.   Non le chiesi e non mi disse nulla di quella visita. Ma mi domandavo perché avesse voluto che fossi proprio io a condurla a Padova quando tante volte, nei suoi spostamenti, si era fatta accompagnare da un taxi. Mi sorse il dubbio che avesse voluto lanciarmi un silenzioso messaggio o mettermi di fronte ad un interrogativo. Sarebbe rimasto l’unico mistero della vita di Anna. Ed ero contento che restasse un mistero.   «La signora xe cascà. La xe ferma in leto» urlò con voce spaventata al telefono Angelina, la cameriera.

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  Trovai Anna nel suo letto pettinata e composta, in attesa di una visita del suo vecchio amico chirurgo. Si era persino truccate le labbra con il rossetto in modo piuttosto maldestro, cosa che faceva assai di rado.   «Le gambe non mi reggono più - disse come se emettesse a freddo una diagnosi - e la rottura del femore per i vecchi è fatale».   Tentai di rincuorarla facendo appello alla forza del suo carattere che l’avrebbe aiutata a superare quella disavventura, ma lei mi guardava con un mezzo sorriso come si guarda un bambino che sta dicendo una bugia. Dava l’impressione di essersi già spostata con il pensiero fuori dal presente.   Dopo qualche minuto arrivò il dottore e li lasciai soli. Quando uscì lo accompagnai verso le scale. Mi mise una mano sulla spalla: «Ha deciso di non combattere e lei sa che quando Anna ha stabilito una cosa non c’è verso di farle cambiare idea».   Ritornai l’indomani. Mentre entravo nella stanza sembrava assopita, ma intuì la mia presenza:   «Ho dato ordine che ti preparino risotto di asparagi e musetto con piselli. Io non potrò farti compagnia».   Aveva pronunciato quelle parole senza guardarmi, come se venissero da un settore appartato della sua mente. Richiuse gli occhi. Quando feci per uscire in punta di piedi aggiunse:   «Fatti portare il vino di Asolo, quello che preferiva Alberto».   Ora accanto a me c’erano due posti vuoti a tavola e sentivo che Anna non sarebbe più tornata ad occupare il suo. Lo aveva deciso lei stessa. Mangiavo sforzandomi solo perché si era preoccupata lei di ordinare il pranzo.   Angelina mi girava intorno con un’aria ancora più impacciata del solito. Era invecchiata da quando l’avevo incontrata la prima volta. Presagiva certamente che il suo compito nella casa stava per concludersi e che sarebbe tornata accanto ai suoi parenti, nel piccolo podere, a lavorare la terra. Provavo per lei una sorta di solidarietà perché, come me, avrebbe lasciato tra

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quelle mura una parte della vita, portandosi però dietro, rispetto ai miei, tutto un altro genere di ricordi: i rimbrotti bonari della padrona e i suoi gesti di generosità, i volti di tante persone passate nella casa e in gran parte a lei del tutto indifferenti, le quattro pareti della stanzetta all’ultimo piano dove si era consumata la sua giovinezza senza amore.   E finivo per chiedermi se sia lecito giudicare le memorie che custodiamo come se godessero di un privilegio rispetto a quelle possedute da altri o non si tratti soltanto di un’ingiusta presunzione.   Angelina non parlava quasi mai, ma quel giorno, tenendo i piatti in mano, con la sua voce sgraziata:   «Dopo la morte de me mama me gèra restà solo la signora» disse, e si rifugiò in cucina per nascondere la commozione.

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Da “Gli alberi della memoria”

Epilogo 2000 In “GLI ALBERI DELLA MEMORIA”, pagg. 81/82

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  Per molti anni non ero più tornato in quei luoghi. Ogni tanto qualche conoscente di lassù mi dava notizie sugli avvenimenti locali, sulle vicende delle famiglie che avevo conosciuto, sui mutamenti e le evoluzioni che la città e i suoi dintorni andavano subendo.   Provavo interesse per quelle informazioni ma nello stesso tempo mi coglieva una certa tristezza nell’apprendere che quel mondo che avevo amato e nel quale avevo trascorso una parte della mia vita andava rapidamente trasformandosi.   Talora avvertivo la tentazione di ritornarvi a cercare qualche traccia che mi riportasse al passato ma il pensiero di provare una totale delusione mi aveva sempre trattenuto.   Una sola volta sostai per qualche minuto nella città. Tornavo con una comitiva di amici da una visita alle ville venete nei dintorni di Bassano. Il pullman si fermò nella piazza, a ridosso del muretto che protegge il fossato intorno al castello, per soddisfare il desiderio espresso da qualcuno di recarsi nel duomo a vedere la pala del Giorgione.   Io preferii restare seduto al mio posto. Esitai qualche attimo prima di volgere lo sguardo dalla parte opposta, verso i portici e la casa di Anna. Ma alla fine guardai.   La casa era là identica a quella che avevo guardata l’ultima volta, prima di andarmene, dopo il funerale di Anna. Notai soltanto un grande cartello bianco affisso tra due finestre del primo piano.   Mi decisi a scendere per leggere ciò che vi era scritto. Erano indicati lavori di ristrutturazione di un edificio storico e come progettista figurava un’architetto dal cognome straniero: forse un ragazzo piovuto da chissà quale paese nel Veneto per laurearsi a Venezia.   Provai un senso di sollievo. Molte volte manifestano maggior rispetto nei confronti delle nostre memorie e della nostra cultura gli stranieri che certi protagonisti nostrani dell’ architettura imbottiti di presunzione.   Non tentai di approfondire la mia indagine, preferii ripartire cullando quella speranza.


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  Non so se accada soltanto a me, ma avanzando negli anni si sente quasi il bisogno di costruire una sintesi concreta del proprio passato, ricollegarsi ad esso non soltanto con il pensiero, ma anche cercando agganci materiali come se potessero fornirci la conferma di non aver alterato nel tempo le vicende affidate alla memoria. (‌)

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Da “Valzer Imperiale”

Capitolo III 1873-1891

In “VALZER IMPERIALE”, pag. 92 pagg. 96/97

  (…) Come accade talvolta nelle famiglie, dopo un lungo periodo di tranquillità, che raramente viene apprezzato e durante il quale sembra che le cose non debbano mai mutare, si verificano, in successione, eventi dolorosi quasi che il destino voglia far pagare il prezzo per averle a lungo risparmiate.   Così, a breve distanza dalla sparizione di Elena, in una tarda mattinata di dicembre, fredda e piovosa, lo zio Luigi, rientrato da una visita ai lavori, anziché, com’era solito, salutare con allegria i bambini che gli correvano incontro, si avviò verso le scale per salirle pesantemente.   Si mise a letto e il dottore, subito chiamato, diagnosticò una broncopolmonite. (…)   (…) La scomparsa dell’ingegnerone, come lo chiamavano i bambini, aveva lasciato un grande vuoto nella casa.   Anche se egli aveva fatto sempre di tutto perché la sua presenza non interferisse minimamente nei rapporti familiari dei nipoti, l’organizzazione e l’andamento della casa avevano in lui un punto fìsso di riferimento la cui mancanza dava ora un senso d’incompiutezza, addirittura di malessere.   Quell’enorme poltrona vuota, sulla quale sedeva lanciando verso il soffitto le nuvole di fumo del suo sigaro, il passo pesante che faceva scricchiolare le assi dei pavimenti, il cilindro nero e il bastone che, quando rientrava, era solito posare di traverso sulla cassapanca dell’ingresso, la voce possente con la quale chiamava i bambini per nome, lo spettacolo dei piccoli che gli correvano incontro per farsi lanciare in aria, uno per volta, fino quasi a toccare il soffitto, per poi ricadere tra quelle grandi braccia, erano ormai solo un ricordo.   La sua presenza si sarebbe, un po’ per volta, come smaterializzata, pensava Sofia, fino a trasformare l’immagine di quell’essere tanto pieno di vita ed esuberante in una specie di benefico, silenzioso nume tutelare della casa e della famiglia.   Un segno di questa evoluzione fu che Gaetano, dopo la morte del pa-

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drone, incominciò a rivolgersi a Giovanni chiamandolo “ingegnere”. Fino al giorno prima era stato soltanto “el paronzìn”. L’ “ingegnere” vero era l’altro, quello che se n’era andato. (…)

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Da “Valzer Imperiale”

Capitolo V 1916-1922

In “VALZER IMPERIALE”, pag. 138/139

In “VALZER IMPERIALE”, pagg. 140/141

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  (…) Durante quest’ultimo periodo fu raggiunto da una telefonata del fratello Carlo che gli annunciava l’improvvisa morte del padre. Gli furono concesse appena ventiquattr’ore di permesso: solo il tempo per partecipare al funerale e abbracciare la madre e i fratelli.   Nei confronti di suo padre Giannino provava un vago senso di rimorso. Si rimproverava di non aver goduto pienamente della sua presenza e, pur amandolo, di essersi rivolto raramente a lui per sfruttarne l’esperienza e la saggezza, come se tra di loro fosse interposto un velo.   Cercava di darsene una spiegazione dicendosi che certe volte, nel succedersi delle generazioni, può verificarsi qualcosa di simile a uno scambio di propensioni. La curiosità e il trasporto che avvertiva verso la terra dalla quale la sua famiglia proveniva avrebbero costituito una manifestazione reattiva nei confronti dell’evoluzione, a suo parere fin troppo disinvolta, subita in tempi lontani da suo padre con il rapido inserimento nella realtà italiana. Di conseguenza il suo ricorrente guardare indietro, l’affetto stesso che lo univa a Franz sin dall’infanzia e gli interessi che condivideva con il cugino sarebbero stati i segnali di un tentativo di riparazione.   Ma si rendeva conto che quel solo fatto non poteva costituire una valida spiegazione. Piuttosto, la diversità degli atteggiamenti e la particolarità del legame col padre derivavano da sfumature differenti dei loro caratteri, per il resto assai simili.   E così gli pareva di intuire, attraverso i ricordi e le rievocazioni, la presenza di una sorta di dialogo silenzioso, di una segreta intesa che lo univa a lui, quasi si trattasse di una risonanza di sentimenti frutto di pudore, di timidezza. (…)   (…) Sofia, dopo la morte del marito, aveva chiesto a Mario di stabilirsi con la moglie e la figlia di pochi mesi nella casa di Adria. Carlo continuava l’attività nello studio che era stato di suo padre. Aveva lasciato intatta la stanza dove questi aveva lavorato e si era stabilito in quella dello zio Luigi, mutandone completamente l’aspetto e l’arredamento. Succedeva come al


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leccio che conserva le foglie secche fino a primavera, quando le nuove, rimpiazzandole, le fanno cadere. È già molto se il ricordo di una generazione sopravvive per la durata di quella che la segue. “E gli uomini di domani, - pensò Giannino, - forse avranno la memoria ancora più corta”.   Del vecchio ingegner Pagan restavano ormai soltanto il grande ritratto di un uomo barbuto vestito di scuro, col ciondolo al panciotto, a metà della scala, e i grandi alberi che aveva piantato nel giardino. E con il tempo anche i segni della presenza di suo padre, nella casa e nello studio, sarebbero sfumati. (…)

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Da “Valzer Imperiale”

Capitolo VI 1923-1953

In “VALZER IMPERIALE”, pagg. 164/166

  (…) Sempre più spesso Sofia, che si sentiva ormai avviata verso la conclusione della vita, rievocava nella mente le persone scomparse accanto alle quali aveva vissuto. Era solita chiamarle “le mie care ombre”.   Molte volte aveva associato la loro immagine alla presenza dei grandi alberi, quelli del giardino di Adria, piantati tanti anni prima dallo zio Luigi, o gli altri che chiudevano tutto intorno la corte della vecchia casa da lei tanto amata e nella quale non avrebbe più fatto ritorno.   Ognuno di essi proiettava una sua ombra diversa: qualcuno cupa, altri leggera e trasparente, altri ancora formata da un’alternanza di chiaroscuri. Allo stesso modo le persone presenti nella sua memoria si distinguevano non tanto per il loro aspetto fisico o per i comportamenti assunti in certe occasioni, quanto per la traccia che avevano impresso nel suo spirito, in lunghi anni di consuetudine, dopo che con loro aveva spartito gioie, dolori, delusioni, speranze.   Per quanto si sforzasse, non le riusciva di rintracciare in nessuna di esse qualche segno di vera cattiveria, al massimo qualche debolezza, e si domandava se fosse stato il padreterno a favorirla o piuttosto soltanto il suo carattereottimista a non farle mai vedere il male. (…)   (…) Le veniva da chiedersi se quando si trascina l’esistenza in mezzo a difficoltà morali e materiali, la durata di essa non possa sembrare più lunga e se la fuga veloce dei giorni non costituisca invece il tributo che si deve pagare per la fortuna di averli vissuti serenamente.   Alle volte cercava di pensare non al suo futuro, che non esisteva più, ma a quello dei figli, dei nipoti e allora finiva per arrendersi: era troppo diffìcile prevedere come possano ruotare nel tempo le sorti delle persone. Più facile pensare al destino delle piccole cose materiali. (…)   (…) Restavano la vecchia casa e il giardino, ancora segnati dalla sua presenza, e se m’incamminavo per i vialetti tortuosi certe volte mi sembrava di sentire la sua voce richiamarmi, al di là di una svolta, come quando mi

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invitava alla scoperta dei piccoli misteri che popolavano quel luogo: un bruco intento a rosicchiare una foglia, la resina dorata sulla corteccia di un albero, il maggiolino che percorreva il palmo della sua mano bianca e trasparente, fino alla punta di un dito, per poi allontanarsi in volo.   Ma di lì a poco tempo sia la casa che il giardino avrebbero subito dei radicali cambiamenti. Gli zii certamente amavano come me quei luoghi, ma molte volte l’amore per una cosa, quando è associato al desiderio di migliorarla, finisce per travisarla, distruggerla.   Sarebbe sparita la vecchia cucina ottocentesca con i suoi antiquati fornelli, i rami appesi alle pareti, il camino nero di fumo. I salotti sarebbero stati decorati con stucchi d’imitazione settecentesca, le vecchie porte lac-

In “VALZER IMPERIALE”, pagg. 170/171

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cate avrebbero lasciato il posto a lussuosi serramenti in radica e comode poltrone imbottite avrebbero rimpiazzato i rigidi divani sui quali ci si sedeva impettiti.   Il giardino era destinato a mutamenti ancor più radicali. Sarebbe sorto un impianto all’italiana, squadrato in grandi aiuole simmetriche intorno a una fontana dominata da una statua di Venere in marmo bianco di Carrara.   Solo i grandi alberi sarebbero rimasti al loro posto, come il ritratto di colui che, in anni tanto lontani, li aveva piantati, l’immagine nella cornice dorata appesa sul pianerottolo della scala di quel grande e per me misterioso zio dalla barba scura del quale ogni tanto in casa ancora si parlava. Quand’ero più piccolo quell’immagine m’incuteva tanta soggezione da non avere neppure il coraggio di guardarla allorché salivo al piano di sopra.(…)

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Da “Valzer Imperiale”

Capitolo VII Agosto 1953

(…) La mattina seguente, dopo una notte che le emozioni e le bevute della serata avevano popolato di visioni e di sogni, m’incamminai con Hugo verso il camposanto. Si trovava a ridosso della chiesa, e la strada lo divideva dalle prime abitazioni del paese. Per fortuna l’editto di Napoleone non era giunto fin lassù a imporre che i morti dovessero essere sepolti lontano dai centri abitati. Ma quei pochi metri quadrati, disseminati di lapidi bianche e ravvivati da ciuffi di rustici fiori, non esprimevano nulla di macabro. Il fatto che nel tempo, per seppellire un defunto, si dovesse scavare nel punto dove già se ne trovavano altri depostivi tanti anni prima, dava l’impressione di una forma corale d’interpretare la vita e la morte, di una solidarietà che univa le presenti alle passate generazioni. (…)

In “VALZER IMPERIALE”, pagg. 195

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Da “La casa là”

Il giardino di mia nonna

In “LA CASA Là”, pagg. 15/27

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  Per tutto il pomeriggio avevo infilato frecce di canna nel foro circolare che attraversava il tronco della sophora. Usavo un arco rudimentale preparatomi da mio padre con un ramo di salice ed un pezzo di spago.   In casa si diceva che la forma della sophora riproduceva il profilo di Dante Alighieri: me ne resi conto qualche anno più avanti quando, guardando le illustrazioni del Dorè, mi ritrovai dinanzi a quel volto schematico, ombroso del poeta, dotato di un’espressione fissa quasi disgustata qualunque fosse la scena alla quale assisteva.   Delle piante ad alto fusto del giardino la sophora era la più piccola, ma si trovava a metà strada tra la porta della cucina e la veranda delle piante grasse nella quale sfociava il soggiorno. Stando in quella zona potevo giocare e contemporaneamente essere al corrente di tutti gli avvenimenti della casa.   Il giardino era il mio regno: vi tolleravo la presenza di Ferdinando il giardiniere, di Mario l’ortolano e di suo figlio Giovanin perché li consideravo elementi dell’ambiente come le piante, gli uccelli, i fiori, le lucertole, come la statua in pietra d’Istria di Proserpina piantata in fondo ad un vialetto fiancheggiato da due barriere di iris. La dea aveva ai piedi (l’alluce del sinistro era vezzosamente voltato all’insù) un bracere infuocato che per me era molto simile ad un vaso da notte.   Tutte le altre persone che venivano nel giardino, gli zii e le cugine, che in fondo erano i veri padroni, il papà e la mamma le consideravo come degli ospiti. Un estraneo era semplicemente un nemico da combattere fino a farlo battere in ritirata.   La zia alle volte conduceva le amiche, nell’ora del tè, ad ammirare le sue aiuole di pansée, di cinerarie e di petunie ed io allora scappavo lungo i vialetti facendo scricchiolare la ghiaia sotto le suole e finivo in fondo all’orto, nel boschetto di bambù spesso fiancheggiato da Giovanin a piedi scalzi, come me indispettito per quelle presenze profanatrici.   In una stanza della casa quadrata, piantata all’angolo tra la Contrà Maggiore e via della Fossa, la mia nonna paterna stava morendo.


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  Mi avevano condotto a vederla il giorno prima. Con un grande sforzo quella dolcissima vecchietta aveva sollevato un magro diafano braccio di sotto le coltri e m’aveva indicato un cassetto del comodino dove teneva le giuggiole di gomma, più per me che per lei, ed io, come sempre, ne avevo prese tre: una gialla, una verde, una rossa. Poi mia madre mi aveva allontanato dalla stanza mentre la nonna tentava di dirmi qualcosa. Per mia madre la nonna morente era uno spettacolo al quale non avrei dovuto assuefarmi.   Sul ballatoio della scala che saliva a due rampe dal piano terra incontrai il vecchio dottore, amico di casa. Mi guardò attraverso le lenti azzurrognole con aria triste: da quel momento per me la nonna era già morta.   L’immagine del dottore era sempre associata all’ammirazione per il suo orologio: un Vacheron da tasca in oro col coperchio che, al tocco di un pulsante, suonava le ore. Ero orgoglioso quando il dottore, dopo avermi guardato la gola con l’aiuto di un cucchiaio e avermi fatto ripetere quattro cinque volte “trentatre” appoggiando un orecchio freddissimo sulla mia magra schiena, a compenso delle torture inflittemi mi faceva ascoltare, posandolo al mio orecchio, il suono del suo magico orologio.   Alla nonna io volevo molto bene. Il fatto che da quando avevo memoria ella fosse stata più o meno sempre ammalata, me l’aveva fatta sentire come un essere provvisorio, sempre in procinto di andarsene, sicché mi sentivo stimolato a godermela il più possibile. Nemmeno più tardi con i miei genitori vecchi e stanchi sarei più riuscito a ricreare un simile stato d’animo.   Le impressioni della visita alla nonna e dello sguardo del dottore mi accompagnarono durante il passaggio attraverso il giardino per tornare a casa con un percorso ozioso che ripetevo da sempre.   Mi parve che gli alberi fossero più grandi, più protesi verso il cielo, come se i loro rami si tendessero in una preghiera, in un addio.   Quella sensazione era associata al fatto che io pur sempre riconoscevo la potestà della nonna sul giardino e sull’orto. Quasi mi pareva impossibile che così vecchia e stanca com’era riuscisse, stando nel suo letto o sulla sua

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poltrona, a descrivermi gli angoli più remoti di essi, a indicarmi un nascondiglio, a localizzare la posizione di un arbusto. Tutto questo, il sapersi immergere nel mio mondo di bambino con una naturalezza che persone molto più giovani di lei non possedevano, il costituire un rifugio sicuro dentro il quale sfogare ogni mia paura o preoccupazione, il mantenere sempre su quei grandi umidi occhi azzurri un velo che dava l’impressione guardasse al di là della persona che le stava di fronte, la sua voce leggermente tremula che faceva pensare al vibrare dei raggi del sole attraverso le fronde di un pioppo, questa e tante altre cose ancora costituivano le ragioni del fascino che la nonna esercitava su di me. (…)   (…)Nei giorni in cui la nonna stava morendo accadevano tre fatti importanti: si inaugurava il nuovo teatro lirico cittadino; Mussolini si accingeva a dichiarare la guerra all’Etiopia; giungeva nella casa della nonna un’anziana cugina di papà che si chiamava Lina.   L’inaugurazione del teatro era, in famiglia, delle tre cose la più importante. Mio padre era stato il progettista e direttore dei lavori e si trattava di una costruzione imponente, forse sproporzionata alle possibilità della nostra cittadina.   Per l’occasione mi era stato comperato un vestitino blu: giacca a doppio petto e pantaloncini corti con due bottoni sulla coscia.   Avevo assistito a molte prove dell’opera tanto da conoscere quasi completamente a memoria ogni passo del Mefistofele: il momento più atteso

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era quando il basso, tutto vestito di rosso e fischiando con due dita in bocca, sprofondava attraverso una buca, illuminato da un riflettore mentre, di sotto ai suoi piedi, si sprigionava una nube di fumo biancastro.   Valente, lo chauffeur dello zio (D’Annunzio non aveva ancora coniato la parola “autista”), aveva lucidato per un’intera giornata l’enorme Dilambda che, la sera dell’inaugurazione, condusse a teatro a più riprese le nostre famiglie.   Dev’essere stata quella la prima volta in vita mia in cui mi fu consentito di superare l’una di notte. Mio padre si ebbe dal pubblico la sua dose di applausi che più che altro lo intimidirono. Egli desiderava sempre passare inosservato. Alla mamma l’iniziativa di quei concittadini invece piacque assai.   Era la fine di settembre, ma le sere erano ancora molto calde. In giardino lungo i vialetti, mi battevo nella corsa con Giovanin; sui tre alberelli contro il muro di ponente che divideva la proprietà da quella degli Zorzi, attraverso la viuzza acciottolata, maturavano le zizole, delle quali, di lì a qualche settimana, avrei fatto puntualmente indigestione. In casa si parlava degli incidenti di Ual Ual alla frontiera abissina, ma ancor più dell’interpretazione di Pasero, della Pampanini e di Malipiero nel Mefistofele.   Certe volte nelle famiglie si accavallano l’uno all’altro avvenimenti importanti, lieti e tristi, e si finisce per restare frastornati con l’amarezza di non avere per gli uni o per gli altri la partecipazione che in momenti meno confusi ci si sentirebbe di manifestare. A me spiaceva che la morte della nonna fosse turbata da altri eventi. Avvertivo che per la mia vita, per il mio avvenire era la cosa più importante, ma avrei voluto parteciparvi con la massima concentrazione, per nulla distratto dalle altre vicende.   E così per immergermi in quel pensiero, per rendermi conto che nonostante la guerra d’Africa e il Mefistofele la mia nonna se ne stava andando, correvo, appena possibile, verso la casa camminando in punta dei piedi sotto i balconi della sua camera che m’era ormai inibita, e nella quale del resto io stesso non avrei più voluto mettere piede, e mi rifugiavo nel giardino per respirarne l’aria a pieni polmoni. (…)

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  (…) I giorni trascorrevano lentissimi ed un mattina la mamma venne a svegliarmi più presto del solito. Aveva gli occhi rossi:   “La nonna è morta” disse. E mi baciò sulla fronte.   Stava accadendo che non riuscivo a soffrire come avrei voluto per la morte della nonna. Avevo l’impressione che si fosse dileguata. Il mio egoismo infantile mi faceva provare una sorta di rancore nei suoi confronti.   Mi mettevo i pugni sugli occhi per raccogliermi a pensare, per rivivere qualcuna delle tante ore che avevo trascorso con lei, risentire il tono scorrevole della sua voce, riandare un qualunque episodio vissuto insieme. Ma non ne usciva niente.   Nemmeno il suo volto riuscivo più a riprodurre nella mia memoria: continuava a scomporsi quando stavo per metterlo a fuoco e il mio pensiero si perdeva nel nulla.   Un solo avvenimento piuttosto banale e secondario ogni tanto mi si affacciava alla memoria e mi faceva provare un quasi ridicolo rimorso: il furto della cotognata che ogni anno perpetravo ai danni della nonna. Era strano che quel ricordo mi desse quasi la sensazione di un malessere fisico.   Provai improvviso il desiderio di liberarmi da qualche cosa e telefonai ad Anna, la più grande delle cugine, con la quale avevo molta confidenza perché mi raccontava fantastiche storie della mitologia tedesca e perdeva delle ore a spiegarmi le illustrazioni sui suoi splendidi libri.   Impacciatissimo le confidai il mio rimorso.

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  Anna rise sommessamente:   “Sai”, disse, “la nonna ha sempre saputo delle tue birichinate, ma faceva finta di nulla. Scendeva in giardino a contare i piattini perché voleva rendersi conto di quanta cotognata riuscivi a mangiare in tre giorni. Dalla sua camera seguiva, attraverso le tende, tutti i tuoi movimenti e si faceva con me delle grandi risate”.   Ora mi spiegavo tante cose; mi spiegavo anche perché la mamma, senza che avvertissi alcun malessere, nei giorni successivi mi portasse in camera un bicchiere di olio di ricino caldo (che rimescolava lungo il corridoio con un rumore raccapricciante) e me lo elargisse con il conforto di una caramella Baratti.   Ma misteriosamente soprattutto le parole di Anna mi avevano fatto ritrovare tutto intero il ricordo della nonna: ora sì ne rivedevo il volto, ne risentivo la voce, ora sì potevo finalmente piangere.   Andai a letto il più presto possibile per rifugiarmi nei miei ricordi. In quella interminabile notte fatta di sogni e di pensieri sovrapposti in un continuo dormiveglia ricercai ogni particolare, ogni dettaglio della lunga consuetudine con la nonna e tentai di mettere in un certo ordine tutta la catena degli avvenimenti, delle impressioni, degli stati d’animo, collegandoli in modo che successivamente, in qualunque momento, mi fosse possibile riscoprirne il filo conduttore. E giunto alla fine provai un senso di serenità quasi ragionata: la nonna era molto vecchia e dovevo aspettarmi che un giorno o l’altro morisse. Ma mi lasciava una tale ricchezza in fondo all’anima che avrei potuto godere di lei per tutto il resto della vita, quasi non si trattasse più di un essere accanto al quale avevo vissuto per un certo periodo, ma di uno stato di grazia che avrei potuto ritrovare in qualunque momento, purché me lo fossi meritato.   La mamma mi fece indossare il vestito blu, stavolta non per andare a teatro, ma per accompagnare la nonna al cimitero. (…)   (…) Nel frattempo per accentuare ancor di più la mia solitudine Lina si disponeva alla partenza. Passava l’anno tra Venezia, dove possedeva un

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quartierino, e le case di vari parenti sparse per il Veneto. (…)   (…) Pensai con terrore ai solitari, ma la partenza di Lina concludeva per me definitivamente una stagione della vita.   Nel pomeriggio tornai ancora nel giardino. Incominciavano le prime nebbie autunnali, ma l’aria era tiepida. Lo percorsi tutto lentamente camminando per i sentieri invasi dalle bordure di convolaria. I crisantemi con i quali, di lì a pochi giorni, Ferdinando avrebbe preparato artigianali corone per i morti di casa, mi guardavano come tanti occhi spalancati da un’aiuola

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appartata.   Giovanin era in fondo, vicino alla statua di Proserpina, immobile come la dea. Aspettava un mio richiamo per iniziare una corsa o una finta guerra tra i bambù. Ma lo lasciai là, sottomesso come sempre: volevo inconsciamente che anch’egli restasse un’immagine fissa nel mio ricordo, che doveva essere fatto tutto di cose ferme e silenziose.   Era quello il mio commiato dal giardino, dalla casa della nonna, dalla mia infanzia.   Di quella sera conservo l’ultima vivida impressione di un ambiente che lo zio, qualche tempo dopo, avrebbe iniziato a trasformare.   Sarebbe sparita la vecchia cucina che pareva un’arsenale di pentole, rami secchi, stampi per lasciare il posto ad una nuova rivestita di piastrelle, come una sala operatoria con il primo imponente frigidaire elettrico, sparite le spesse tende con i festoni dalle stanze, gli scomodi sofà ottocenteschi, tanti ritratti di vecchi ormai pressocché sconosciuti, il salottino di vimini dalla veranda.   Le pareti di quasi tutta la casa sarebbero state ricoperte con stucchi d’imitazione settecentesca: grappoli d’uva, foglie d’acanto, trionfali centri sui soffitti.   Anche il giardino avrebbe, ahimè, subito le stesse violenze: dal contorto e ombroso intrico di vialetti ad una specie di parco all’italiana, con statue e grandi vasi in cemento ed un imponente porticato, un insieme geometrico senza un minimo di disordine e di mistero.   L’ortolano e Giovanin avrebbero lasciato per sempre la casetta in fondo all’orto, abbattuta per lasciare il posto ad una grande serra e ad uno spazioso garage.   La scricchiolante ghiaia, ogni tanto rallegrata dai carnosi fiorellini di portulaca, sarebbe scomparsa per essere sostituita da pavimentazioni di porfido in piazzali netti e squadrati.   La sophora sì sarebbe rimasta, ma isolata dalla selva di arbusti che la circondavano, avrebbe finito per ispirare un senso di malinconia, di solitudine e io non avrei più avuto il coraggio di andarla a trapassare con le frecce di canna del mio gioco alla guerra.

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Testimonianze Voci di persone che per un motivo o per un altro hanno percorso tratti, piĂš o meno lunghi, di strada con lui, fra passeggiate, chiacchiere, incontri, esperienze diverse.


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Elios Andreini

I passi che mancano

Sono quelli serali con l’Ingegnere, lungo il Corso, Vittorio Emanuele per lui, del Popolo per me (così ufficialmente nel dopoguerra), “Strada granda” per entrambi, nei rari momenti di convergenze. Incontri mai programmati, non ce n’era bisogno. Lui sostava sempre lì, su un gradino di lato a “Giacomelli”, spalle al muro o meglio a quel portone che mai si apriva e quasi consumato nell’attesa di un profanatore diretto alla piazzetta sconosciuta e derelitta, o di un visitatore segreto del Sindaco, portone già simbolicamente sbarrato al tempo del trasloco dell’illustre abitatore, il mecenate Mecenati. Lui era lì, sotto palazzo Labia, elegantissimo, con l’immancabile sigaretta e lo sguardo che scivolava lontano, verso i luoghi cari al poeta Marin o alla rossa sede socialista, anch’essa ferma al passato. Talora bisognava chiamarlo perché mettesse a fuoco le cose vicine. E subito la conversazione correva, distrattamente sui fatti del presente, con insaziabile passione sulle stagioni morte, della città, della cultura, dell’Italia. A spiarci poteva sembrare un camminar nostalgico alla ricerca di volti e di atmosfere. Ogni mia curiosità trovava risposte precise, con dovizia di nomi, parentele, consorterie, storie e storielle. Che memoria! E così per trent’anni, sotto lo sguardo scettico delle rispettive tifoserie. Quasi un’intervista inesauribile, da cui doveva scaturire un libro, prezioso ed unico. Ma l’Ingegnere non si fidava del tutto di me, nonostante le rassicurazioni che l’ultima e definitiva correzione sarebbe toccata a lui. Niente da fare. Più fattive altre collaborazioni, per il Teatro, la Casa Marin, la Villa Mecenati, la Galleria Braghin, il Museo, la biblioteca Cibotto, la Fondazione Bocchi… Sempre nuovi spunti, tratti dal suo archi-

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vio mentale, talora da quello cartaceo, proprio o di famiglia. Un ricordo indelebile: l’angoscia del padre, impotente e distrutto nel constatare che un camion di reperti archeologici partito per Roma, in occasione di una grande mostra del decennale del fascismo, non aveva fatto ritorno. Scarpari era un aristocratico, nei modi, nel dire, nel vestire, nel pensare. Un conservatore che non amava le folle, forse a seguito delle illusioni giovanili. Non apprezzava la Chiesa del Concilio, ironizzava con garbo sulla classe dirigente democristiana, votata regolarmente contro il pericolo rosso. Era stato fascista (come tantissimi), poi azionista, poi liberale, alla Malagodi. Da ultimo si era avvicinato alle idee della Lega, non ai suoi uomini, troppo rozzi. In vero, tra il serio e il faceto, non disdegnava di esaltare il mito dell’Austria asburgica, cara agli antenati trentini. Le divagazioni spesso scaturivano sul Ponte di Castello, alle spalle il “suo” grattacielo, di fronte, come in una scenografia teatrale, un ferro di cavallo, rallegrato da bellezza, storia e costruzioni paterne. Non poco avevamo in comune: il gusto per la storia, l’autoironia, la Juventus, un po’ di misoginia, l’amicizia, l’approccio maldestro alle nuove tecnologie, la passione per le letture, più decadenti le sue, i giochi linguistici, le massime filosofiche, i profili di eroi e di uomini comuni. Eravamo lontani su tutto ciò che è considerato essenziale, le opzioni religiose, politiche e filosofiche. Ci divideva anche l’aspetto, lui sempre in giacca, cravatta e pullover, con i capelli impeccabili. A proposito, nel 1987 debuttai in Senato con un suo omaggio, una cravatta in stile inglese. Le differenze fra me e lui erano di una evidenza solare. Se ne accorsero anche al Confine di Stato tra l’Italia e l’ex Jugoslavia.

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Eravamo diretti a Rovigno, lui per parlare di Adria antica, io di quella contemporanea. L’auto era una Jaguar, pochi i bagagli. Era l’equipaggio che destava sospetto. Un “signore” alla guida con accanto uno zingaro con sigaro. I gendarmi non si capacitavano. Controllarono persino le pagine dei giornali e il dentifricio, il suo, naturalmente. Ad un tempo, sapeva essere garbato e demolitore, dolce e scettico fino a sfiorare il cinismo, parlatore impeccabile e ascoltatore paziente. Solitamente mi provocava con qualche affermazione ardita, una alla volta però. Passava il limite quando, nella stessa passeggiata, esaltava sia Bisaglia che Mons.Dalla Villa. Credo che non mi abbia mai votato, anche se periodicamente sosteneva il contrario. Valeva come complimento. Con la morte dell’Ingegnere Adria ha perso una delle figure più significative del secondo Novecento, nel solco del padre che aveva segnato la prima metà del secolo. A me mancano i suoi passi.

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Michelangelo Bellinetti

Ricordare

Ricordare le conversazioni nella casa di viale Maddalena in mezzo alle tante cose care piene di memorie, e poi continuare nel salotto dove apriva spiragli d’intelligenza senza mai far sentire il peso della sua presenza o quello della sua personalità. Ricordare lo sguardo indagatore e affettuoso, fermo quando doveva esserlo, dolcemente incoraggiante quando avvertiva le incertezze dell’amico. Ricordare qualche incontro, breve come un respiro, dove si giungeva a sfiorare il profondo di noi stessi perchè le ragioni civili a volte finivano per confondersi con gli eterni interrogativi di sempre. Allora la sua umanità sapeva apparire nelle consapevolezze più generose. Ricordare l’ultimo atto della sua vita, segnato da ciò che in altri tempi era definito la “cura della propria anima”. Furono quelli, forse, i giorni del colloquio più importante e dei ricordi più insopprimibili. Guardò a ciglio asciutto la propria esistenza, scorsa via lungo tremendi confronti e grandi speranze, attraverso il bene ricevuto e il bene offerto. Non fu mai spettatore distratto. Nulla della sua gente, della sua città, del suo tempo lo lasciò indifferente. Oggi, non posso non sentirlo - per l’amicizia che non è morta parte di me. Perciò Gianfranco è ancora qui.

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Romano Beltramini

Così lo ricordo

Ero bambino quando entrai, assieme ad una zia amica di Giustina Lucchiari, in casa Scarpari. Vedevo l’architetto Giambattista, severo ed amabile al tempo stesso, dedito nello studio ai suoi impegni di progettazione e conobbi Gianfranco, allora giovinetto, nei rari momenti che lo trattenevano in casa in una applicazione allo studio alla quale la mamma, culturalmente attenta e preparata, non lasciava certo libertà o deroghe. Passarono gli anni e più da vicino collaborai con l’ingegnere Gianfranco quando assunse la presidenza del coro “Soldanella” nel quale ero cantore e consigliere. Le riunioni di programmazione, spesso, si tenevano in Casa Scarpari curata, nell’ospitalità e nella amabilità, da Brunetta Martinolli moglie del “presidente”. Erano serate di viva cordialità e, non di rado, ospitavano personalità di cultura e giornalismo quali Gian Antonio Cibotto, cugino di Gianfranco, Michelangelo Bellinetti, noto giornalista, ed altri che ben volentieri frequentavano gli amici Scarpari. Il tempo mi diede modo di conoscere ulteriormente l’ingegnere quando, suo tramite, acquistai l’attuale mia abitazione allora di proprietà della cugina Anna Maria Scarpari Infante che risiedeva in Padova ed a Gianfranco aveva affidato le trattative. Momenti che nel diretto coinvolgimento mi avvicinarono maggiormente a Gianfranco sempre più approfondendo la conoscenza dei molti pregi che identificavano quell’Adrioto di sangue trentino che delle origini portava la fermezza di carattere e la severità di introspezione così come, della terra veneta esprimeva l’amabilità e la spontaneità. Caratteristiche tutte sottolineate da una preparazione culturale che egregiamente si manifestava nella parola e nello scritto. I suoi libri, intessuti di ricordi e di attente osservazioni sulle sue e sulle altrui vicende di vita restano, oggi, suoni generosi di un tempo trascorso del quale

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Gianfranco ha saputo cogliere le sottolineature ed immagini che hanno segnato un’epoca e dettano a tutt’oggi insegnamento. Uomo di provata capacità professionale. Osservatore della vita cittadina con indagine spesso silenziosa alla quale seguivano preziose osservazioni e consigli mai disdegnati da alcuna amministrazione. Sapiente fonte culturale derivante da una saggezza antica famigliare della quale era felice erede. Gradita e solleticante penna che sapeva provocare attenzione nella lettura di una splendida esposizione. Personalità compita e rispettosa nell’incontro con i suoi interlocutori indipendentemente dalla loro preparazione culturale o ceto di provenienza. Uomo di intensa interiore spiritualità più avvezza al rispetto reale della vita che ad un conformismo di comoda facciata. Così lo ricordo con tutta la riconoscenza per l’accordata leale amicizia ed affabilità mai assenti nei miei riguardi e con la stima per un Adriese che la nostra città ha amato sempre, pur non lesinando la critica costruttiva ma con l’impegno espresso in un dialogo ed affetto sincero alla “sua” Adria che altrettanto ne ha ricambiato e con gratitudine ancora ne riserva alla famiglia.

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Simonetta Bonomi

Lì, seduto nell’atrio

Ricordo incancellabile resta il suo sguardo, l’espressione dei suoi occhi chiarissimi: un po’ benevola, un po’ ironica. Spesso, negli ultimi anni, lo trovavo dopo qualche manifestazione nell’atrio del Museo, seduto un po’ appartato su una delle nostre vetuste poltroncine di vimini o di quelle più recenti ed eleganti di cuoio rosso; mi salutava e commentava il progresso dei lavori di rinnovamento. Non ha mai mancato di farmi sentire il suo incoraggiamento affettuoso, sempre accompagnato dallo sprone di fare di più e meglio. Non posso dimenticare che in uno dei primissimi interventi edilizi, quello per l’ascensore, mi ha fornito un valido e generoso aiuto professionale, rispondendo ad un mio appello in modo pratico, conciso, discreto. Confesso che mi sentivo stabilmente sotto l’esame della sua intelligenza, anzi in un’occasione ho provato una vera e propria apprensione davanti al suo giudizio. Fu nel 2004, quando con la collega Loretta Zega presentammo al pubblico l’edificio museale ristrutturato e ampliato: con enorme sollievo e grande contentezza ascoltai le sue parole di apprezzamento per il nostro lavoro, per il progetto che a suo dire era andato ad innestarsi armonicamente su quello originario, così importante e significativo, di suo padre. Rimpiango di non essere stata sempre all’altezza delle sue aspettative, ma soprattutto rimpiango di non poterlo più vedere lì, seduto nell’atrio, e continuerò a chiedermi se il Museo finalmente completato gli sarebbe piaciuto, quale sarebbe stato il suo commento, certamente - quello sì lo so - un po’ benevolo un po’ ironico.

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Italo Bosetto

Il realismo della memoria

In Gianfranco Scarpari l’uomo e lo scrittore convivevano in armonia di stile e di vita, nutriti di cultura umanistica e scientifica, di passione morale e civile, di amabile ironia, a volte un po’ pungente, ma pure di comprensione verso l’uomo, di personali angosce e di interiore interesse per l’altro. Su tutto però spiccava l’amore per Adria, un sentimento pulito e intimo affidato a una parola misurata, quasi timida di rivelare una segreta confidenza. Il nostro incontro, avvenuto in merito al manoscritto di Valzer Imperiale, si è poi trasformato in vera e sentita amicizia nel pieno rispetto del reciproco lavoro. La sua opera narrativa, racchiusa nell’arco di dieci anni da Piccoli peccati (1995) a Una corsa nel tempo (2004) e caratterizzata da una scrittura asciutta, esente da scontati abbandoni, ha come sfondo il realismo della memoria da cui emergono eventi e suggestioni che, impressi sulla pagina, lasciano nel lettore la nostalgia di un mondo sospeso nel tempo, il rimpianto per una civiltà e cultura venete che vanno sparendo, la sofferenza nel vedere che l’albero rifiuta di essere cibato dalla radice. Di lui conservo con cura le lettere e il ricordo delle nostre lunghe telefonate, nelle quali spesso erano contenute le sue riflessioni sulla realtà contemporanea, unite a preziosi consigli.

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Gian Antonio Cibotto

Il mio dolce parente

Adesso è tempo, con l’arrivo del sole che sta allontanando finalmente la nebbia, di ricordare il mio dolce parente Gianfranco Scarpari. Il quale ha trascorso la sua esistenza all’insegna di un ordine che non finiva mai di sorprendere, gli affetti domestici abilmente dissimulati sotto la scorza della ruvidezza ed il culto dell’amicizia. Culto testimoniato da lettere, telefonate e più ancora da incontri serali lungo il budello di strada chiamata “grande” che serve ai superstiti romantici per deambulare sottobraccio ai ricordi. Vale a dire fatti, uomini e cose del piccolo mondo rappresentato da una certa Adria di ieri intatta nella sua memoria di uomo. Costruttore abituato a rispettare le norme del buon gusto e a salvare certi edifici prossimi a franare sotto i colpi del tempo che non perdona e scrittore che conduce da un giardino incantato ai vecchi magazzini di famiglia, al geroglifico di acque della zona contesa tra Po e Adria selvaggia, alla tragedia della rotta, al “buon ritiro” in montagna, dosando la cadenza del sentimento senza mai una sbavatura. Questo per merito dello stile asciutto, del piglio narrativo che rifugge dall’abbandono, e più ancora della misura che blocca sul nascere il rigurgito emotivo, imponendo alla scrittura di rispettare il pudore tipico delle generazioni sparite da tempo, ancora vive nella mente di un uomo che si trova in difficoltà con i suoi contemporanei. Altro pregio qualificante delle pagine che attraggono fin dalle prime battute, senza mai accusare cali di tono, è la sua controllante finezza nel concedere spazio alle ragioni del cuore, che affiorano con dosate insistenze evitando la forzatura dei toni alti. Eppure la pressione dell’animo che rammemora si avverte fra le righe di continuo, diventando un basso profondo carico di suggestioni, che trasforma la piccola patria di Adria e frazioni limitrofe, con i suoi personaggi e le sue chiese, i suoi palazzi ed i suoi miti etruschi in paese straordinario. Una sorta di isola felice nella grande infelicità diffusa del pianeta terra.

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Livio Crepaldi

L’ingegnere protagonista discreto

All’appello di Brunetta per un ricordo del marito non si può dire di no, non solo per un atto di cortesia ma soprattutto perché Gianfranco merita d’essere riconosciuto come uno dei personaggi che più hanno onorato la Città di Adria, e non solo, in questi ultimi decenni. Vari sono gli aspetti della personalità dell’ingegnere, così io l’ho sempre chiamato, che si possono mettere in rilievo ora che è passato a miglior vita, come si suol dire, e non si è più accusabili di piaggeria. La prima cosa che ricordo di lui è la discrezione, quasi la ritrosia a manifestarsi, che si esprimeva col tono sempre pacato della voce anche quando poteva essere tentato da qualche rilievo critico. Quel suo fermarsi, sul far della sera, davanti all’entrata secondaria del Municipio e farsi osservatore, parsimonioso di parole, del passeggio di “strada granda” esprimevano emblematicamente un tratto della sua personalità, presente e partecipe a modo suo della vita cittadina e tuttavia discretamente distaccato rispetto a persone ed eventi. Ho avuto modo di saggiarne il carattere, godendone l’amicizia e la stima ricambiate, in due ambiti di diverso interesse e contenuto. Il primo si riferisce al suo compito di esecutore testamentario del lascito di Rosita Mecenati quando esercitavo il servizio di Presidente del Consiglio di Amministrazione del nostro Conservatorio di musica “Antonio Buzzolla”, collocato, come si sa, nella villa donata dalla benemerita signora al Comune di Adria. Lo scrupolo con cui Gianfranco Scarpari ha esercitato il suo delicato compito mi ha fatto sempre apprezzare in lui il rigore morale, la competenza non solo professionale e il rispetto intransigente della volontà della testatrice.

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Restano agli atti i suoi elaborati tecnici per la ristrutturazione della villa che ora il figlio architetto sta mettendo in atto per il primo stralcio di lavori. Il secondo ambito di rapporti con l’ingegnere ha riguardato il servizio culturale della Biblioteca Comunale che mi ha coinvolto a partire dal 2003 per volontà dell’allora Sindaco Spinello e poi del Sindaco Lodo. Qui ho avuto l’onore di avere Gianfranco Scarpari come discreto ma illuminato consigliere nella elaborazione dei piani annuali di attività da proporre al Sindaco. Fra tutte le iniziative che Scarpari ha condiviso e sollecitato ricordo i Lunedì delle letture dantesche con la ripresa, dopo cinquant’anni, degli incontri sulla Divina Commedia, seguiti poi dai Lunedi della Grande Poesia con gli autori più significativi dal Trecento al Novecento. Tralascio lo Scarpari scrittore che merita altro e più competente commentatore ma che mi ha sempre impressionato per la lucidità dei quadri storici ritrovati dalla sua memoria, possiamo dirlo, anche un po’ simpaticamente nostalgica. Però un cenno voglio fare a quel suo straordinario amore alla Città, alle istituzioni più prestigiose come il Ginnasio - Liceo Bocchi di cui fu allievo e alle figure più significative di docenti tra cui per umanità e dedizione egli ricordava frequentemente Don Giuseppe Tinello (ricordo la sua testimonianza in un memorabile pomeriggio a Ca’ Emo) del quale volle progettare la tomba nel piccolo cimitero frazionale. Credo infine che il discorso su Gianfranco Scarpari non debba finire con questo pur opportuno e pregevole volume; di lui dovremo parlare ancora a lungo perché va ricordato, ripeto, come uno dei cittadini illustri e benemeriti di questa nostra comunità adriese.

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Sergio Garbato

Gianfranco Scarpari: il tempo e la scrittura

«Ci si incontra e conosce quando è tempo», dice sorridendo un misterioso personaggio della «Donna senz’ombra» di Hugo von Hofmannstahl. Ci si incontra e conosce, cioè, quando, senza neppure saperlo, siamo più aperti e disponibili ad aprire il cuore e la mente a qualcuno che può capire e ricambiare e che, appunto, incrociamo nel momento giusto. Forse non è vero. Ma, nel caso di Gianfranco Scarpari, le cose sono andate proprio in questo modo, precedute da incontri mancati e false partenze. Di mezzo, all’inizio, c’era stato il teatro. Il teatro di Adria, naturalmente, un luogo, credevo, che non poteva piacere a prima vista e che non mi sembrava neppure quello giusto per rappresentare una commedia o un melodramma. Niente ori e velluti, ma bianchi marmi venati, che cedono al legno di pino e al pavimento a piastrelle, con una facciata indifferente al traffico minuto che gli si svolge intorno e perfino alle acque torbide di un canale ormai orfano di barche e barconi. Un teatro che non avevo mai amato, ma che un giorno, un po’ per caso e un po’ per voglia di discorrere, Gianfranco Scarpari mi aveva fatto vedere in modo diverso, individuando, per me, nella facciata il compendio di altre architetture, dal classicismo all’eclettismo, in un gioco sottile di citazioni e allusioni, che solo un occhio esperto avrebbe potuto cogliere. Tanto più che nelle linee di quel teatro, che Gianfranco Scarpari aveva potuto vedere e sognare attraverso i bei disegni a matita del progettista, che era poi suo padre Giambattista, si celavano tante storie e la stessa vocazione musicale di Adria, rappresentate in seguito con lapidi e medaglioni tra i marmi dell’atrio. Piaceva, a Gianfranco Scarpari, tracciare per un amico o un semplice conoscente percorsi nella città dove era nato e dove aveva

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vissuto, un poco controvoglia e un poco nella lusinga di tante cose amate. Ed erano percorsi carichi di notizie e indicazioni, che svariavano dall’urbanistica e dall’architettura a gelose vicende familiari che si annidavano nelle stanze dei palazzi e perfino dietro gli intonaci delle case, in un susseguirsi di nomi e di date, che comprimevano il tempo in una specie di palla capricciosa che saltellava di qua e di là. La città e i suoi dintorni non avevano segreti, ma si aprivano su strade che portavano altrove, a Venezia e nel delta del Po, tra le ville venete e i rustici in rovina nelle campagne. Avevo conosciuto Gianfranco Scarpari quando, ormai, l’architettura e la storia della città erano diventate uno sfondo dei suoi giorni. E nella luce un poco irreale del suo studio di ingegnere, mentre fuori l’autunno si nascondeva nella nebbia, preferiva mostrarmi certe raffinate sculture di Giuseppe Samoggia e parlarmi dei libri che stava leggendo. Ci eravamo conosciuti, infatti, quando, non so bene come e perché, aveva scelto di esprimersi con la scrittura, intessendo romanzo e autobiografia con straordinario equilibrio e raffinatezza. A metà degli anni Novanta, infatti, aveva pubblicato con l’editore Neri Pozza una raccolta di racconti, che in parte erano già usciti sul Gazzettino e che aveva fatto precedere da una significativa citazione da un libro di Pavese: «è incredibile come l’anima più vecchia che hai dentro sia quella di quando eri un ragazzo». Anche il titolo, «I piccoli peccati», la diceva lunga ed era il primo di una serie di romanzi e memorie che avrebbero accompagnato l’ultimo scorcio della sua vita. La scrittura, che voleva asciutta e addirittura scarna, rarefatta ma precisissima nelle descrizioni, sapeva sciogliersi, come d’improvviso e secondo le inclinazioni del cuore, in certe volute sintatti-

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che, che rimandavano miracolosamente a quelle ville e quei palazzi progettati da suo padre. Scrivere, dunque, era un modo per ritrovare se stesso e le proprie origini, per porsi finalmente a confronto con un padre che aveva tanto stimato e amato, ma anche temuto. Una figura lontana e quasi irraggiunbile, ma che nelle pagine di un racconto o di un romanzo tornava a essere prossima e abbordabile. Difatti, nel romanzo che era arrivato poco dopo, «Valzer imperiale», aveva raccontato senza troppi infingimenti suo padre e altre figure di quella famiglia di origini trentine sempre rivendicate, che dalla montagna aveva raggiunto le soglie del delta del Po e una città che si inebria con i profumi del mare nei giorni di scirocco. Prà Alto e Adria, in quei due nomi c’erano radici diverse che avevano finito per aggrovigliarsi proprio nel suo cuore, ma anche una storia che si snodava dalla Vienna imperiale alla Mitteleuropa, dall’ecatombe della prima guerra mondiale al fascismo e agli anni Quaranta, per poi specchiarsi nella tragedia della grande alluvione che era stata, al tempo stesso, morte e rinascita. Parlando di quel suo romanzo, che aveva stipato di personaggi e immagini, preferendo le ombreggiature della matita ai colori acquerellati della nostalgia, mi aveva spiegato come tutto fosse vero ma solamente possibile: «ci sono, all’origine, delle lettere di mio padre e di suo cugino, ma anche dei miei nonni e di altri familiari. E una prima stesura di questo libro era in gran parte costituita proprio dal disporsi, nel tempo e nella storia, di queste lettere, molte delle quali, per la verità, non erano mai state scritte, ma avrebbero potuto esserlo, come in una specie di romanzo epistolare. Ma c’era qualcosa che non mi soddisfaceva, mi pareva che certe pagine girassero a vuoto e non era una sensazione soltanto mia. Così ho ripreso in mano il romanzo e ho cominciato a sfrondare, dapprima

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proprio quelle lettere che erano nate dalla mia fantasia e poi, un poco per volta, le altre, anche se non ho avuto il cuore di toglierle tutte». Era questo il suo modo di scrivere, ma anche di leggere e pensare: partire da se stesso, o meglio dai nodi interiori che non si erano mai sciolti, dando concretezza di linee e colori a fantasie, che poi grattava via lasciandone solamente la traccia, come se il reale fosse un sogno nelle penombre del pomeriggio non diverso da tanti altri: «non sei né giovane né vecchio, ma è come se dormendo dopo pranzo sognassi di entrambe queste età», dice Prospero nella «Tempesta» shakespeariana e come Prospero, Gianfranco Scarpari, nella scrittura, diventava il regista occulto della vita che era trascorsa, dando ai personaggi che l’avevano popolata una verità che andava oltre la loro presenza. Da ragazzo avrebbe voluto fare il giornalista e lo scrittore, appunto, ma era un lusso che si era concesso soltanto negli anni della maturità, quando aveva potuto alleggerire la sua attività professionale, lasciando che nello studio subentrasse gradualmente il figlio, che portava il nome del nonno. Quella lontana vocazione non l’aveva, dunque, mai soffocata, ma semplicemente interrotta, lasciandola trasparire in certe intermittenze del cuore e collegandola sempre più a quel mondo che gli stava sparendo intorno. Un mondo in cui aveva preferito essere testimone piuttosto che protagonista, come se fin dai giorni della sua giovinezza perduta avesse saputo che quelle case e quelle vite, che il tempo e gli eventi appiattivano nella memoria, sarebbero tornate nelle pagine dei suoi libri. La storia, allora, diventava una specie di cannocchiale rovesciato: bastava girarlo perché lo sguardo potesse afferrare tutto

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quello che era fuggito verso l’indistinzione. E a dare spessore a quelle storie e quelle immagini c’era la cultura e il gusto un po’ ironico di uno che aveva voluto, per tutta la vita, essere uno splendido dilettante, che rifuggiva la necessità per sostituirla con l’amore, o meglio l’innamoramento. Nulla andava perduto, ma ogni cosa confluiva in un momento preciso o addirittura in una sola immagine rivelatrice. Era forse per questo che gli era piaciuta una citazione da una lettera di Maurice Ravel che avevo trovato per lui: «tutto il piacere della vita consiste nell’incalzare la perfezione sempre un poco più da vicino e nel restituire in modo meno approssimativo il brivido segreto della vita». Mano a mano che l’età avanzava i romanzi e i racconti, e perfino i progetti di cose che probabilmente non avrebbe mai scritto, diventavano le tessere di una storia sola, di una educazione sentimentale e umana, di cui aveva lasciato un ampio e affettuoso indizio in un vecchio articolo, poi ripubblicato con i racconti dei «Piccoli peccati», in cui aveva rievocato commosso gli incontri con Ferrante e Rosita Mecenati, soffermandosi sui drammatici presentimenti che avevano accompagnato l’imminenza della guerra: niente sarebbe più stato come prima. A «Valzer imperiale», avevano fatto seguito «Gli alberi della memoria», «Gli anni della cornacchia» e «La corsa del tempo» con cui aveva vinto il premio Settembrini. Ed era come se i giorni e gli anni si misurassero in quelle pagine. Nella quotidianità aveva dismesso, ormai, quella maschera di indifferenza che aveva protetto, forse fin dalla prima giovinezza, i suoi sentimenti e i suoi desideri. Continuava a prediligere un certo stile di vita, che si definiva anche nelle scarpe inglesi e nelle lane pregiate, nelle cravatte raffinate e nelle stilografiche che scivolano

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silenziose sui fogli, ma anche nelle auto comode e rifinite con eleganza. Nella conversazione, si era insinuata una sorta di frugalità, che agli aggettivi sempre più proscritti e agli avverbi preferiva i sostantivi e la dolce fuga del presente nell’imperfetto. Così, certe osservazioni perentorie erano in realtà delle domande che poneva agli altri e a se stesso. Domande destinate a restare senza risposta, naturalmente, ma che rivelavano la sua insofferenza per un mondo in cui non si riconosceva più. Nell’ultima stagione della sua esistenza anche la vista aveva cominciato a tradirlo e doveva contentarsi della luce che traspariva attraverso le tende, aspettando che la stanza annegasse nelle penombre della sera. Era proprio in quelle penombre che il passato si ricongiungeva al presente e che le persone che aveva risvegliato nei suoi romanzi tornavano a visitarlo, per dirgli che nulla si perde, anche quando crediamo di essere rimasti soli.

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Antonio Lodo

Un’amicizia, nel tempo

La nostra è stata un’amicizia cresciuta lentamente, nel tempo, nel corso di qualche decennio. Usavamo il “lei” fino a non molti anni fa, tra noi due. La memoria fa riaffiorare immagini di Gianfranco precedenti, ma i primi incontri, e i primi scambi di idee, nascono dopo che sono stato professore del figlio, “Giambi”. Scopro, perché me lo dirà lui stesso, che Gianfranco attraverso le lezioni assegnate a Giambattista “seguiva” per dir così anche il mio modo di insegnare, addirittura il modo di fare lezione, di spiegare un autore. E’ stato dagli anni ’80 in poi che abbiamo cominciato a frequentarci abitualmente, nelle passeggiate serali sul Corso, “vasca” dopo “vasca”, intrecciando colloqui, impressioni, giudizi e opinioni; arricchendo vicendevolmente una conoscenza reciproca che si approfondiva e si articolava anche grazie alla presenza e al contributo di altri compagni di passeggiata: per anni il più assiduo fu Fulvio Ferrarese. Gianfranco aveva un modo tutto particolare di coltivare la conversazione; non era un parlatore, di quelli che preparano il terreno alla larga: con poche parole apriva la discussione, talora con aria quasi distratta, quella del “giusto per chiacchierare un po’”, in realtà ponendo spesso questioni tutt’altro che banali. Lo faceva anche quando l’argomento era poco impegnativo (se mai ne esistono davvero, di argomenti poco impegnativi…), per esempio sportivo – sull’Adriese era comunque sempre informato – o, come si dice, di attualità. Sempre lo incuriosiva il “fattore umano”, la componente personale individuale; gli interessavano i tratti della personalità di chi era coinvolto nelle faccende trattate, ne ricercava l’aspetto de-

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terminante: e dimostrava in ciò, con osservazioni talora apparentemente esteriori, una sorprendente capacità di penetrazione, una intelligenza psicologica notevole. Amava, molto, la battuta di spirito, che scoccava puntuale, spesso seguita da una risatina rapida a cercare la complicità dell’interlocutore, e che “inchiodava”, spesso suggellandone un giudizio, l’argomento o, soprattutto, la persona oggetto della conversazione. Negli ultimi tempi, un singolare quartetto di autonominatisi “compagni di merende” (io, lui, Gianni Sparapan, Piero Tracco) si riuniva periodicamente a casa sua o di Sparapan intavolando sulla mensa chiacchiere, ricordi, opinioni che immancabilmente sfociavano in discussioni impegnatissime, pur nel tono amichevole e leggero, su argomenti storici e letterari. Aveva le sue idiosincrasie, le sue “fisse”, i suoi pregiudizi veri e propri. A partire dalla convinzione che certi personaggi portavano sfortuna; e non mancava, incrociandoli o vedendoli apparire, di fare gesti di scongiuro, talvolta perfino vistosamente. Argomentava poi la propria convinzione, di fronte alle obiezioni sorridenti degli amici, con dovizia di fatti e circostanze da lui inconfutabilmente acclarati, e attestanti il potere iettatorio dell’interessato di turno. L’impazienza o l’insofferenza vera e propria nei confronti di chi annoiava con discorsi poco interessanti o, peggio, inconcludenti e, soprattutto, nei confronti di chi lo irritava con giudizi e affermazioni per lui inaccettabili, si mostravano dapprima con l’accelerazione crescente delle “tirate” di sigaretta, seguita da qualche cenno degli occhi accompagnato da un alternante scalpiccìo dei piedi, poi con qualche sbuffo ancor più eloquente, per finire con la proposta ultimativa di andarsene, talora preceduta da un’esclamazione

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“tranchant” al limite della sgarberia. Gianfranco aveva molte delle qualità che servono a uno scrittore; a cominciare da una particolare sensibilità per il dettaglio, per la psicologia e gli atteggiamenti delle persone, per le atmosfere. Aveva grande spirito di osservazione, una sorta di “presa” visiva acutissima, che coglieva al volo il particolare o il punto più significativo dell’insieme osservato, fosse un quadro, uno spettacolo, un luogo. O una persona, naturalmente. Ho sempre pensato che egli sia stato indirizzato, e si sia indirizzato, agli studi di ingegneria e alla professione di tipo tecnico quasi per una sorta di inesorabile predestinazione familiare. Ma che se fosse vissuto in un ambiente, in una temperie diversi, avrebbe forse seguito un altro percorso. Me lo facevano pensare innanzi tutto i suoi nitidissimi e numerosi, ricchi, ricordi di scuola: erano quasi esclusivamente incentrati su professori e materie di tipo letterario e umanistico: la figura di Viviani, il fascino che quel docente di latino e di greco esercitava col rigore delle lezioni e la dirittura morale; il coinvolgimento appassionato dell’insegnamento di Di Salvo, che rivelava e faceva amare gli autori della letteratura italiana… E mi confermavano nell’idea le sue ampie, approfondite conoscenze letterarie, musicali, artistiche. Gianfranco sapeva recitare a memoria brani di poesie, aveva letto opere importanti, oltre ai classici, aveva coltivato una singolare curiosità per autori particolari e dimostrava una sua personale capacità e autonomia di giudizio. Non si esaltava per Pascoli, ritenendolo non superiore al nostro Marino Marin, amava Carducci e ammirava D’Annunzio. Aveva anche conoscenza di autori stranieri, prediligendo i romanzieri della “finis Austriae”, Zweig e Roth su tutti. Pur condividendo il suo grande apprezzamento per certi temi,

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autori, opere, gli obiettavo una sua forma di decadentismo “post litteram”, che gli impediva secondo me di apprezzare importanti sviluppi culturali posteriori, e esperienze di grande valore, decisive, dell’arte e della letteratura contemporanee. Era ottimo il suo orecchio musicale, esercitato attraverso un’educazione famigliare e un gusto, anche qui, personale. Conosceva e amava la musica lirica, e anche la sinfonica; sapeva valutare la bravura di musicisti e di cantanti con competenza. Era depositario di una cultura musicale ricca e rappresentativa della prima metà del ‘900. “Sembra un personaggio di un film di Ophüls!”: se ne usciva con battute così, per chiudere un giudizio su qualcuno. E noi ad ascoltarlo e a condividere divertiti il paragone. E’ uno degli esempi, per me, della sua cultura e del suo gusto, formatisi nelle modalità canoniche, ma poi personalmente caratterizzati grazie a una personalità spiccata, complessa, autonoma. Si sorprendeva, ma se ne compiaceva, di avere fra gli amici più vicini uomini “di sinistra”, addirittura qualche comunista: Andreini, io, Sparapan… Era perché,diceva, a lui interessavano e per lui contavano le persone, non le ideologie. E perché eravamo molto più interessanti ai suoi occhi di tanti esponenti del “suo” mondo, moderato e conservatore, se non francamente reazionario. Gli elogi di persone che stimava gli facevano molto piacere, anche se non ne dava dimostrazione apparente. Lo infastidivano le celebrazioni, e ogni forma di vistosa ammirazione. E rifuggiva da qualsiasi forma di ostentazione. Il suo snobismo si alimentava di riservatezza, di sottotoni, di frasi

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e discorsi e atteggiamenti mai altisonanti o pomposi, anzi – sempre – diretti e semplici, improntati a sobrietà; spesso, poi, insaporiti dall’osservazione ironica, quando non contrappuntati dalla parola burbera, sbrigativa. Parlava poco della famiglia e comunque per cenni o fugaci riferimenti; prevalentemente citava la moglie Brunetta, oggetto di un affetto profondo, talora dissimulato nella benevola ironia sulle di lei frequentazioni devote e “paraecclesiastiche”. Quasi casuali, e rari, i nomi e i fatti dei figli: la riservatezza della sua educazione si sposava in ciò perfettamente col pudore dei suoi sentimenti. Non rinunciava alla consueta puntatina sul Corso, prima di cena, neppure infiacchito dai segni della malattia e avvilito soprattutto dal progressivo calo della vista. La conversazione era più faticosa, ma non mancavano la curiosità e lo spirito di sempre. Solo, confidava – con un cenno per altro rapido – il grave dispiacere di faticare a leggere, il non poter utilizzare il computer. Ma in fondo, a pensarci, anche se il suo discorso ora si è interrotto, Gianfranco il suo “dovere” l’ha fatto, ha lasciato anche lui, come suo padre in uno dei suoi racconti più belli, il suo bravo disegno finito sul tavolo, “da consegnare al Superiore dei Cappuccini”… “Mio sindaco!…”. Con un sorriso ironico ma bonario, affettuoso in fondo, mi salutava negli ultimi anni, interessato alle novità che potevo portargli, e particolarmente attento alle mie personali sensazioni. Era curioso di come io vivessi un’esperienza piuttosto lontana dalle mie consuete occupazioni e abituali interessi. Aveva, in qualche momento, l’aria di chi comprende e solidarizza; non dava

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consigli, lui che avrebbe sicuramente potuto farlo, semplicemente cercava di meglio chiarire certe questioni, tecnicamente direi, mostrando di conoscere anche qui, per altro, gli uomini e le loro caratteristiche. Non mi ha mai chiesto favori, come non gliene avevo mai chiesto io. Questo, ovviamente non da solo, alimentava il credito e la stima tra di noi. Di tanto in tanto, ricordo, a proposito di certe questioni se ne usciva con un’affermazione che era insieme una constatazione, un giudizio e, forse, un avvertimento: “sai, alla gente spesso piacciono gli incantabaùchi’…”. Lo prendevo come un implicito, indiretto riconoscimento della serietà e correttezza delle mie intenzioni. “Mio sindaco!...”. E’ un’esclamazione che mi rimane anche nel ricordo fra le cose più care della nostra amicizia.

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Luigi Migliorini

Il nostro dialogo ininterrotto

In prossimità delle ultime festività natalizie, un velo di malinconica tristezza mi ha improvvisamente avvolto, nel ricordare che per oltre quarant’anni, a Natale, Gianfranco ed io ci siamo scambiati, come dono, un libro, scelto però non casualmente, ma con qualche riferimento alle nostre contingenze esistenziali; questo nobile rito laico d’amicizia è svanito, ma non di certo la rimembranza di tanti episodi vissuti insieme, sul saldo filo d’acciaio dell’ironia, sul quale ci muovevamo, rinsaldando il nostro idem sentire. Quando non ero ancora maggiorenne, Gianfranco, segretario provinciale del partito liberale, su sollecitazione di alcuni amici, mi invitò a casa sua perchè doveva convincermi ad entrare in tale partito; lasciai Gianfranco parlare a lungo, fino all’interrogativo finale sulla mia adesione, cui risposi: “Mi sono già iscritto ieri” e... scoppiò l’amicizia. Elitari, ma non snobs, amavamo gli oggetti ed io sostenevo che agli stessi dovevamo applicare il principio di Martin Heidegger, “abbandono alle cose e delle cose”: acquisire un oggetto gradito, per poi abbandonarlo per la realizzazione di un altro desiderio dell’effimero. Gianfranco mi rispondeva: “Tu dell’opera “l’Abbandono” di Heidegger, come nel tuo stile, avrai letto al massimo tre pagine”, ma intanto acquistammo entrambi uno stesso tipo di Rolex, salvo poi “abbandonarlo”, quando ci accorgemmo che un Tizio, che ci era un po’ antipatico, ne aveva uno analogo. Ci appassionammo alla pesca, più però all’attrezzatura che alle catture: gareggiavamo per trovare la canna marca Abu più bella, ma eravamo - alla fine - accomunati dalla scarsità delle catture. Progettista e direttore dei lavori della mia casa, ogni disguido o ritardo era per noi lo spunto per creare o subire dei “siparietti”, come quando ci recammo presso un artigiano per protestare per il suo inaccettabile ritardo ed apprendemmo che gli era morto il

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padre e stava per iniziare il funerale: l’artigiano ci strinse la mano commosso e non abbiamo avuto il coraggio di esplicitare il motivo della nostra visita, anzi accettammo il posto d’onore in prima fila per accompagnare il “caro estinto” all’ultima dimora. Eravamo immancabilmente puntuali, sul far della sera, per la passeggiata lungo il corso di Adria, che si risolveva in uno zibaldone di commenti, di aneddoti e di gags, da cui traspariva il malcelato amore per la nostra città. Ho presentato tutti i suoi libri, manifestandogli un po’ d’invidia per non essere riuscito, nonostante le promesse fatte a me stesso, a completarne uno: pochi mesi prima di morire, Gianfranco mi propose di scrivere, assieme, “Intervista a noi stessi”. Ahimè, se Schubert si fermò all’Incompiuta, la nostra fu l’Irrealizzata, anche se, ogni tanto, durante qualche notturno sogno, Gianfranco dialogo con te e scriviamo il nostro libro.

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Pierluigi Perosini

Lo rivedo felice nel suo Valzer imperiale

Gianfranco Scarpari si svelava poco. Di sé teneva ben protetti i sentimenti e le emozioni erano trattenute e misurate, anche nei rapporti con le persone a lui vicine. Bisognava un po’ interpretarlo. Quando socchiudeva e illuminava gli occhi e allargava il sorriso era il suo saluto di benvenuto, il segno della sua amicizia. Amava discutere e confrontarsi con gli altri e ricordo tanti momenti in cui si parlava di letteratura e di editoria. Era, in particolare, sempre interessato a conoscere gli aspetti tecnici, organizzativi e di mercato del mondo editoriale. Un giorno lo invitai in tipografia dove si stava stampando un suo libro. Desideravo scegliere insieme un colore per la copertina: ne fu felice, curioso di ogni cosa, attento come lo sanno essere i bambini. Con lui mi era facile entrare in sintonia. Sapeva guardare le cose con una prospettiva di tempo lungo, con disillusione ma anche con un forte credo civile. Delle persone riconosceva e apprezzava l’autenticità e la verità, la sobrietà. In pubblico si presentava in modo discreto, quasi timido. Parlava poco, ascoltava. In qualche momento però sembrava seguire suoi pensieri, forse preso da qualche idea da tradurre in disegno o in scrittura. La cura era la stessa, la tecnica ugualmente precisa. Una tecnica di buona vecchia scuola, appartenente a quel passato rispetto al quale ha sempre avuto un forte legame culturale e un’affettuosa memoria. Per questo quando penso all’amico Gianfranco lo rivedo felice nel suo Valzer imperiale.

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Ivo Prandin

Il giardino della vita

Rievocare Gianfranco per me vuol dire fargli posto nel mio presente, richiamarne la presenza e in un certo senso ridargli vita attraverso le parole e il ricordo che le nutre. Credo, però, che questo avvenga per tutti quelli chiamati a questo omaggio, i tanti che lo hanno amato e stimato, che hanno scambiato con lui esperienze di lavoro e di semplice amicizia, di idee e di cultura. Io, poi, ho spartito con lui l’amore per il Polesine che è sempre stato un punto di partenza e di ritorno, una terra materna che più te ne allontani e più la trattieni nel tuo cuore. Il mio Gianfranco, così come lo sento oggi, è l’uomo che, dotato di ironia e di eleganza - diciamo di elegante ironia? - mi ha insegnato a guardare alla vita e agli uomini con una partecipazione discreta, salvando sempre la propria capacità di giudizio e amando con la leggerezza necessaria a non farsi bruciare l’anima dalle passioni ma tenendole per così dire al guinzaglio. Il mio Gianfranco è lo scrittore che mi ha insegnato a specchiarmi nelle piccole cose e nei luoghi semplici e discreti segnati da presenze umane legate con fili fortissimi alla nostra esperienza. Adesso, ripensando alla nostra amicizia e alla collaborazione in ambito culturale, mi viene da prendere come paradigma della sua umanità un giardino. Sì, penso a un giardino vero, quello che lui ha goduto dalla finestra dello studio, non di proprietà ma suo per elezione e che via via è diventato dispensatore di suggestioni che lo hanno aiutato ad aprire il “cassetto dei ricordi” e quelli “della fantasia”. Ne ha scritto riconoscente in apertura del suo libro del 2004, Una corsa nel tempo (Perosini editore) rivelando in quelle due paginette quale fosse la sua poetica. Il giardino, in fondo, volendo puntualizzare, non è altro che la metafora della vita in cui il passato - le

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radici - e il presente - le fronde e i frutti - si fondono intimamente in forza della poesia. Proprio grazie al distacco di cui dicevo prima lui sentiva il presente “quasi fosse... in parte consumato”. Credo si possa dire, oggi, rileggendo la sua vita e la sua opera letteraria e divulgativa che il tempo, per quanto sotterraneo e ambiguo, è stato il vero protagonista delle sue storie che ci sono rimaste come testimonianze di Lui. Un uomo che sappia vivere bene - in libertà e in confidenza con la vita - è anche nell’eredità che lascia agli altri, ai figli, alla donna amata, agli amici, alla società. Per me, trovo nella sua eredità umana e culturale una attenzione amorevole - direi quasi una forma di religiosità - verso il passato che si traduce nello scavo entro le viscere di quella miniera che si chiama il Tempo. Da qui, però, si è sempre manifestato “l’impegno a ricordare”, che io declino come salvare dall’ oblio - dalle nebbie del Nulla - qualcosa che ci riguarda. Questo recupero dei nostri passati non era in lui e non lo è in noi uno sterile esercizio di poeta, ma portava e porta ad azioni conseguenti che vivificano fatti e persone legate in modo misterioso al nostro destino personale e li attualizza. Il passato, grazie alla poesia, si trasfigura davanti ai nostri occhi nel continuum del presente. Questa, per me, è la lezione di Gianfranco Scarpari, “terragno” come me.

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Aldo Rondina

Gianfranco, o l’amore per Adria

Quando scompare una persona cara si ha la sensazione di aver perso una parte di sé. Gianfranco era per me, come per molti adriesi, una persona cara. Era l’amico che incontravi ogni giorno per il Corso, “in strada granda”, dove basta affacciarsi qualche minuto per sapere ciò che succede in Città. Con lui si poteva dialogare su qualsiasi cosa ma dopo un po’ il discorso cadeva su Adria, i suoi problemi, le poche prospettive, le grandi speranze. Adriese fino al midollo, sentiva la città come una sua creatura, qualcosa che gli apparteneva, per cui valeva la pena di battersi, di arrabbiarsi, di sognare. Sempre attento alle piccole come alle grandi problematiche, non si dava mai per vinto e ritornava continumente sull’argomento finché qualcuno non avesse preso a cuore le sue istanze. Gianfranco è un cittadino illustre che ha dato molto ad Adria. Ha ereditato dal padre la passione per la storia, l’archeologia, la letteratura, la professione. Brillante giornalista e scrittore prolifico, ha richiamato l’attenzione sul Polesine e il Delta da lui tanto amati, con articoli e saggi di notevole pregio che, per il loro valore letterario, hanno ricevuto importanti riconoscimenti. Personaggio semplice, di una semplicità a volte persino disarmante. Non aveva bisogno di fare sfoggio della sua nobiltà perché era nobile dentro all’animo e questo lo percepiva chiunque. Sempre pronto a spendersi gratuitamente per la sua città, ma anche per la Chiesa del Polesine, di cui era consulente accreditato presso la Curia. Quante volte, proseguendo in questo la tradizione paterna, fu chiamato da Parroci e Vescovi a dare un parere, fornire consigli tecnici, realizzare progetti! Solitamente tutto si concludeva con un grazie. A lui bastava la soddisfazione intima di aver fatto qualcosa per la sua amata Chiesa di Adria, ed era appagato. Questo era Gianfranco, l’amico che tanti porteranno sempre nel cuore.

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Gianni Sparapan

Nostalgia

Erano anni, ormai, che io, il geom. Pietro Tracco di Villadose e il prof. Antonio Lodo di Adria, ci trovavamo, ogni due mesi, a cena insieme, una volta a casa mia, e un’altra in casa del nostro amico ingegnere, Gianfranco Scarpari, di cara e preziosa memoria. Da quando, per i saluti di fine anno di una decina di anni fa, al Teatro Comunale di Adria, Pietro ed io, in vestito tirolese, abbiamo avuto la gradita sorpresa di trovare, anch’egli in tenuta tirolese, l’Ingegnere. Ed allora, le spiegazioni: Tracco probabilmente da Trachten; Sparapan dal tedesco Sparen: risparmiare, cognome tuttora diffuso in Tirolo austriaco; e Scarpari, da Prà Alto, in Trentino Superiore. Per i maggiori chiarimenti si fissò la data della prima cena. Ma quello che ci nutriva lo stomaco era nulla nei confronti di quello che nutriva il nostro sentire e il nostro animo. Discussioni di ogni tipo: storico, innanzitutto; ma anche letterario, artistico, scientifico, filosofico. Gianfranco interveniva con l’eloquio preciso del tecnico e dell’artista, quello che si ammira nelle sue opere di narrativa; Pietro, da sempre appassionato della storia e della letteratura nazionale citava i nostri grandi con l’entusiamo di uno studente di liceo, innamorato del sapere; e Toni diceva la sua da ultimo, come è solito fare in Presidenza o nel Collegio dei Docenti. Era giocoforza che non tutte le convinzioni coincidessero. Ed allora, le divisioni: su Garibaldi, su Napoleone, sulla Riforma protestante, sull’Impero Austro-Ungarico, sulla politica italiana... insomma, su tutto. Se Gianfranco ed io eravamo dello stesso pensiero nei riguardi di Napoleone, negativo naturalmente per la megalomania del personaggio e per i massacri che insanguinarono l’Europa per vent’anni, Toni e Pietro, invece, esaltavano il ruolo e la portata rivoluzionaria

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del suo agire. Le divisioni erano continue, su questo o quell’altro argomento, e succedeva spesso che i rapporti di alleanza cambiassero, cambiando gli argomenti, ma sempre vivacissimi ed appassionati. E quando succedeva, specie in estate per via delle ferie, che gli incontri diradassero, Gianfranco mi telefonava per richiamarmi alla consuetudine dei nostri conversari: “Ho nostalgia di rivedervi.” Insomma, è stato bello, e questo fino al gennaio dello scorso anno, quando il nostro Ingegnere accusò il male che poi lo vinse proprio la mattina di Pasqua. E così, siamo noi, adesso, che ne sentiamo la mancanza: “Gianfranco, con nostalgia!”

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Pietro Tracco

Gli alberi di Gianfranco

Di Gianfranco Scarpari conservo la lettera del 2002 con la quale, ringraziandomi per le parole che gli avevo scritto in occasione della pubblicazione del bel libro “Gli alberi della memoria”, si definiva “un vecchio liberale einaudo-malagodiano” con “una traccia di «verde»”. Se per «verde» intendiamo un amante dell’ambiente e della libertà, a modo suo Gianfranco Scarpari lo è stato. Questa condizione dell’animo ha accompagnato la sua vita, misurabile nel rispetto di quello che aveva attorno e nel rispetto della memoria che ha nutrito i suoi scritti. Gli alberi che lui descrive nel suo libro di ricordi, ne diventano l’emblema e i custodi: alti vertici ondeggianti che uniscono il pensiero umano al mistero divino dell’esistenza e del suo venire meno. Ricordo con nostalgia le discussioni conviviali con Gianfranco Scarpari e Gianni Sparapan, da una parte, ed Antonio Lodo e io dall’altra. Queste discussioni diventavano particolarmente vivaci quando il discorso si portava su temi di storia, come quello della meteora napoleonica che aveva attraversato l’Europa intera. Per i primi Napoleone era stato un guerrafondaio e un destabilizzatore, per i secondi un innovatore importantissimo. Certamente nelle due opposte tesi c’era del vero in ognuna, ma il gioco consisteva nel difendere ad oltranza la propria. Anche quando si entrava nel dettaglio di certe situazioni politiche, Gianfranco aveva considerazioni fulminanti, che uscivano dalla norma e che dietro un apparente cinismo dimostravano una profonda cultura ed il rimpianto amaro per un’etica, che da antico

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liberale, vedeva ormai smarrita. Di questo signore d’altri tempi, di Scarpari di Prà Alto, come ogni tanto amava definirsi Gianfranco citando la sua origine trentina, mi resta la memoria che quando si affievolisce ricerco tra gli alberi del suo bel libro.

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Bibliograf ia di Gianfranco Scarpari

“Le Ville Venete”

Newton Compton, Roma, 1980

“La casa rustica in Polesine”

Marsilio, Venezia, 1980

(con ricerca iconograf ica di Marina Emo Capodilista)

(con E. Renai e G. A. Cibotto)

“Vivere nel Delta”

Arte graf ica Bolzonella, 1980

(con immagini di Fulvio Roiter)

(con il contributo di Albarella spa)

“Il Delta del Po natura e civiltà”

Signum Edizioni, Padova, 1983

(con altri Autori, a cura di G.Ceruti)

“La casa là”

Morganti, Treviso, 1993

“I piccoli peccati”

Neri Pozza, Vicenza, 1995

“Valzer imperiale (Kaiserwalzer)”

Perosini, Zevio (VR), 1998

“Gli alberi della memoria”

Marsilio, Venezia, 2000

“Gli anni della cornacchia. Ricordi adriesi e polesani 1934-1946”

Perosini, Zevio (VR), 2002

“Una corsa nel tempo”

Perosini, Zevio (VR), 2004

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Finito di stampare nel mese di maggio 2009 da Grafiche Nuova Tipografia Corbola (Ro) Copertina, impaginazione e grafica Laura Albertini

APOGEO EDITORE di Paolo Spinello Corso Vittorio Emanuele II, 147 ADRIA Tel. 0426.21500 Fax 0426.945487 info@libreria-apogeo.it www.libreria-apogeo.it


“Una delle illusioni nelle quali cadono più spesso gli uomini é quella di credere che gli altri si interessino alle loro memorie.” Edgar Wallace


Gianfranco Scarpari, una vita narrata. Scritti e testimonianze