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Paola Secondin

Un Meraviglioso Domani

Copyright Š Paola Secondin 2016 1


Titolo: Un Meraviglioso Domani Autore: Paola Secondin Copertina a cura dell’Autrice Copyright © Paola Secondin 2016 © Tutti I diritti riservati all’Autore Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’Autore o sono stati usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone realmente esistenti o esistite è puramente casuale. La riproduzione non autorizzata del testo è severamente vietata e punibile con la legge.

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- Julian Ottobre 2015, Key West, Florida. Il cielo era cupo e basso, percorso da spaventosi lampi bianchi luminosi che squarciavano le nubi violacee. Era scoppiato un furioso temporale e la pioggia torrenziale si abbatteva sulla città di Key West scuotendo le palme lungo i viali, facendo tremare le vetrate degli alberghi affacciati sulla costa, sollevando con il suo feroce picchiettio migliaia di schizzi sulla superficie dell’oceano blu oltremare. Julian Sage osservava quel suggestivo spettacolo naturale dalla vetrata della sala da pranzo del “Southernmost House Hotel” con un Margarita ghiacciato in mano, guardando alcuni turisti che, colti alla sprovvista dall’improvviso diluvio, fuggivano in tutta fretta dalla piscina affacciata sull’oceano per trovare riparo nel comfort delle loro stanze. Il temporale aveva rovinato uno splendido pomeriggio soleggiato, oscurando i colori caldi e brillanti tipici della Florida. L’atmosfera si era fatta elettrica, e Key West appariva livida e fredda. Julian bevve un sorso del suo cocktail e si scostò dalla vetrata, ora rigata dalla pioggia, per avvicinarsi al bar della grande sala da pranzo arredata con pannelli di legno chiari alle pareti e comodi divani di pelle bianca sul pavimento di parquettes tirato a lucido. Dietro il bancone di mogano scuro del bar, le bottiglie di liquori e alcolici ben ordinate sulle mensole di vetro si alternavano ai 3


bicchieri colmi di cocktails alla frutta colorati che il giovane barman aveva appena terminato di preparare, disponendoli sui vassoi d’argento circolari che stavano per essere portati ai tavoli per l’ordinario aperitivo pre-cena dell’hotel. Julian prese posto su uno sgabello d’acciaio con la seduta in pelle e posò i gomiti sul ripiano del bancone. Fece roteare il liquido giallo del suo Margarita prima di terminarlo in un solo sorso e deporre il calice vuoto decorato da uno spicchio di lime e da un ombrellino di carta rosso. La sua testa era altrove, catturata da altri pensieri, e il suo stato d’animo vacillava tra la malinconia e il rimpianto. La sua fuga a Key West avrebbe dovuto alleggerirlo dalle pene che si portava nel cuore, pesanti come macigni, e invece si sentiva fuoriposto, il corpo dolorante quanto l’anima e la mente lontana, avvinghiata ai vividi ricordi dell’esistenza che si era lasciato alle spalle quattro settimane prima. Abbandonare l’isola di Manhattan in tutta fretta per rifugiarsi ai confini del mondo non era servito a spezzare il forte legame con la sola persona che avesse mai amato veramente nei suoi 30 anni di vita. Al contrario, quella separazione brusca e forzata lo aveva privato di ogni gioia, si sentiva dilaniato dentro, frantumato, disperatamente solo e depresso. Julian riusciva a scorgere il riflesso di se stesso nel vetro del bar oltre il bancone, l’immagine di un uomo affascinante dai capelli scuri e ondulati con un viso accuratamente rasato dai tratti decisi e la mascella volitiva e un carismatico sguardo azzurro degno di un attore hollywoodiano. Era un tipo d’uomo che non passava di certo inosservato, ma in quel momento i suoi occhi erano spenti e la sua bellezza appariva velata da una cortina di palpabile sofferenza. Quante 4


volte si era ripromesso di non innamorarsi mai, di tenere ben separati il sesso dai sentimenti, di concedersi solo avventure sessuali e relazioni senza impegno? Tante volte. Con convinzione e fermezza. Proprio per non rischiare di soffrire. Era sempre riuscito a mantenere quel proposito, aveva amato con superficialità, si era concesso tutte le libertà sessuali che un uomo ricco, affermato, giovane e bello come lui poteva permettersi nella realtà mondana e patinata di Manhattan senza mai perdere il controllo delle proprie emozioni. Si era illuso di essere immune al sentimento dell’amore, per poi scoprire, con sua grande sorpresa, che il suo cuore non era di ghiaccio e che la sua anima era più debole di quanto pensasse. Non era stato il piacere della carne a trarlo in inganno, bensì il bisogno fisico e mentale di essere amato e di amare a sua volta, l’inspiegabile necessità di creare un legame a doppio nodo con un altro essere umano, una persona capace di abbattere la sua corazza protettiva e insinuarsi nelle sue vene come una linfa vitale di cui nutrirsi. Julian aveva abbassato la guardia, si era lasciato andare, e l’amore aveva preso il sopravvento su di lui. Era stato inevitabile. Imprevedibile. Impossibile da respingere. Julian aveva compreso che ogni essere umano nasce per fondersi con la metà mancante del proprio io, ora lo sapeva, come sapeva che quando due anime affini si intrecciano l’una all’altra diventando un tutt’uno, niente e nessuno può dividerle. Ricordava come fosse ieri la prima volta che aveva visto Leslie Donovan. Era successo una sera d’estate di tre mesi prima, a New York, nel privé del “Purple Red”, l’esclusivo club per soli uomini gay che Julian frequentava in assoluta segretezza e in totale anonimato. Leslie Donovan era un giovane istruttore di 5


nuoto di 23 anni nato e cresciuto in New Jersey che trascorreva le sue giornate dividendosi tra la piscina pubblica della cittadina di Wildwood, dove insegnava nuoto agonistico, e la spiaggia di Cape May, dove praticava surf da tavola cavalcando le onde dell’oceano. Fisico asciutto modellato dal fitness, viso d’angelo dai lineamenti efebici, capelli biondi e ricci, occhi da cucciolo indifeso color ambra e una bocca carnosa forgiata per ricevere e dare baci infuocati. Sembrava l’arcangelo Gabriele piovuto in terra, innocente e diabolico al contempo, seducente e pericoloso, una tentazione irresistibile per gli appetiti carnali di Julian. Leslie era al centro della pista, da solo, intento a ballare sulle note di “Hips Don’t Lie” di Shakira, il torso nudo ricoperto da un leggerissimo velo di sudore, un paio di jeans neri aderenti a vita bassa che mettevano in risalto la vita sottile e i fianchi snelli. A Julian era bastato guardare per pochi attimi quel corpo simile al David di Michelangelo che sprizzava sensualità da tutti i pori e si muoveva con la grazia e la fluidità di una danzatrice del ventre per sentire un languore bruciante attraversargli l’inguine, seguito da un insolito sfarfallio alla bocca dello stomaco e dalla sensazione mai provata prima di allora di possedere quel corpo e stringerlo fra le braccia tanto forte da sentire il battito del suo cuore contro il proprio petto. Julian si era innamorato di Leslie a prima vista, così come si prende un virus fatale e devastante. L’aveva amato inconsapevolmente fin dal primo momento, per mille cose e per nessuna: il suo sguardo raggiante, luminoso come il sole, il suo sorriso da eterno ragazzino, sexy e malizioso, la curva accentuata del suo fondoschiena e il suo collo aggraziato come quello di un cigno, la dolcezza che 6


scaturiva da ogni suo gesto, il modo particolare che aveva di guardare le persone, dritte negli occhi, con infinita tenerezza, la sua risata argentina, piena di vita, il tono morbido e carezzevole della sua voce lieve, il profumo della sua pelle e il calore della sua carne. Leslie era un giglio delicato appena sbocciato, un cucciolo d’uomo che richiamava amore, un giovane gay privo di esperienza che non aspettava altro che diventare adulto fra le braccia di un uomo come lui, Julian Sage, amante esperto e navigato che aveva scoperto il sesso a 18 anni con un uomo più grande e poi si era gettato a capofitto in un susseguirsi di incontri fugaci, rapporti occasionali frequenti, relazioni puramente sessuali di breve durata in cui Julian aveva imparato a ottenere il massimo piacere dai suoi partner senza lasciarsi toccare dai sentimentalismi. La vita sessuale di Julian era stata frenetica, passionale, orgasmica… Un vortice di calde notti consumate in tanti letti diversi con numerosi amanti differenti, una rapida discesa nel limbo dell’estasi assoluta che sembrava non dovesse finire mai. E invece, all’improvviso, era arrivato Leslie. Un dono del cielo inviato da Dio per dare un senso profondo alla sua vita. E dopo quel primo incontro al “Purple Red”, tutto era cambiato. Tutto. Leslie era entrato nel suo letto, nelle sue notti, nella sua quotidianità, nella sua vita, nel suo cuore, nella sua anima, nel suo sangue. In questo preciso ordine. Julian aveva permesso che tutto ciò accadesse. Lo aveva desiderato intensamente, lo aveva voluto con tutto se stesso. Non aveva dato importanza al fatto che la propria omosessualità fosse celata al mondo intero dalla maschera di eterosessuale in carriera che indossava tutti i giorni ed esibiva spavaldamente con amici, colleghi e familiari. 7


Nessuno sapeva che Julian era gay. Nessuno lo sospettava. Julian si era costruito un’esistenza perfetta dove il lavoro occupava tutto il suo tempo. Alla “Jackson & Associates Company” dove aveva iniziato a lavorare dopo uno stage universitario di un anno, Julian aveva rapidamente scalato il successo, passando da semplice impiegato d’ufficio a broker di Wall Street, per poi aggiudicarsi il ruolo di amministratore delegato e infine quello di vicepresidente al fianco del fondatore della compagnia azionistica e finanziaria di Edgar Jackson. I suoi colleghi lo stimavano, lo invitavano a cena, alle partite di golf, alle cerimonie private e ai barbecue familiari. Julian si era creato un alibi perfetto per nascondere la propria omosessualità; una finta fidanzata di nome Jennifer Morgan che lavorava come hostess aerea e che puntualmente spuntava al fianco di Julian nelle occasioni in cui lui necessitava di fingersi felicemente accoppiato. Jennifer era in realtà l’amica più cara che aveva, la sola a conoscenza delle sue preferenze sessuali, una graziosa newyorkese dai capelli bruni e gli occhi verdi dall’aspetto sofisticato che aveva accettato di calarsi nel ruolo di fidanzata di copertura tra un volo aereo e l’altro. La complicità affettiva che Jennifer aveva instaurato con Julian era più che sufficiente per convincere tutti del fatto che fossero una coppia stupenda, due innamorati che per ragioni lavorative si vedevano solo nei weekend e nelle feste raccomandate, tanto presi dalle loro rispettive carriere da non pensare ancora al matrimonio, sebbene Jennifer sfoggiasse un diamante di Tiffany all’anulare destro regalatole da Julian in occasione del loro terzo anno di finto fidanzamento. Grazie a Jennifer, che per la cronaca aveva una relazione stabile con una sua collega 8


di lavoro, Olivia Carter, la carriera di Julian era al sicuro e nessun sospetto avrebbe potuto privarlo del suo ruolo di vicepresidente alla “Jackson & Associates Company”. Questa copertura era di vitale importanza per Julian, poiché all’interno della compagnia regnava un clima fortemente maschilista che non avrebbe accettato la presenza di un gay come membro nonché vicepresidente della società finanziaria più rinomata di Manhattan. Julian non poteva rischiare di perdere il proprio lavoro a causa del bigottismo omofobico dei suoi colleghi, aveva faticato molto per raggiungere la sua posizione e non intendeva rinunciarvi per nulla al mondo. Ma l’arrivo di Leslie nella sua vita, del tutto inaspettato, aveva cambiato ogni cosa. Vivere il loro rapporto di coppia nell’ombra e in completa segretezza era stato tanto esaltante quanto stressante. La possibilità di essere scoperti era sempre dietro l’angolo, Manhattan aveva mille occhi e Julian temeva ogni giorno per il proprio futuro. La sua solida spavalderia si era ben presto trasformata in una serpeggiante insicurezza, e nonostante Jennifer fosse sempre presente al suo fianco, Julian si sentiva come un equilibrista che camminava su una corda sospesa nel vuoto, in costante rischio di precipitare nel baratro e perdere la sua maschera di eterosessuale con conseguenze irreparabili per la posizione prestigiosa che occupava all’interno della compagnia. Se la verità fosse venuta a galla, svelando la sua omosessualità e il rapporto amoroso che lo legava a Leslie, Edgar Jackson lo avrebbe estromesso dalla società in un battito di ciglia, licenziandolo su due piedi e disintegrando il lussuoso mondo che si era costruito intorno, dall’attico affacciato sul fiume Hudson alla Lamborghini coupé nera parcheggiata nel 9


suo garage, senza contare il suo guardaroba firmato e tutti gli agi di una vita basata su uno stipendio mensile a sei zeri. Sarebbe bastato un minimo sospetto, una parola di troppo, un pettegolezzo indiscreto per cancellare in un attimo dieci anni di duro lavoro e rispedire Julian nei bassifondi newyorkesi dal quale era emerso faticosamente. La sua reputazione di stimato finanziere sarebbe stata rovinata per sempre, e la sua dignità calpestata senza ritegno da quelle stesse persone che ora lo trattavano con tanto rispetto perché ignare di chi fosse realmente. Julian non era pronto a perdere la faccia e affrontare tutto questo. Il prezzo da pagare era troppo alto. E d’un tratto, in seguito a una serie di eventi drammatici che l’avevano colpito duramente in prima persona, l’amore che provava per Leslie gli era sembrato ingombrante, sbagliato, una debolezza del cuore che lo rendeva vulnerabile e insicuro. Inevitabilmente, tutte le sue paure si erano trasformate in fatti compiuti che lo avevano devastato dentro fino a giungere al punto di fare una scelta dilaniante. Ovviamente, la scelta sbagliata. Aveva scioccamente pensato di essere abbastanza forte da poter rinunciare a Leslie e continuare a vivere anche senza di lui. Senza quell’amore così puro e reale che gli scorreva nelle vene e lo faceva sentire vivo e completo. Julian si odiava per questo. Lo riconobbe a se stesso mentre ingoiava un secondo Margarita dal sapore di fiele in una Key West frustata dalla pioggia e dal vento, in balia di una tempesta d’acqua e tuoni, esattamente come si sentiva Julian dentro l’anima. Lasciare Leslie era stato doloroso quanto strapparsi il cuore dal petto, eppure l’aveva fatto, con freddezza, come se due mesi vissuti intensamente nella luce abbagliante di un 10


sentimento indescrivibile non avessero contato nulla. Leslie era uscito dalla sua vita portandosi via tutto quello che c’era di bello e solare, staccarsi da lui gli aveva prosciugato la linfa interiore, privandolo della gioia di vivere, soffocandogli il cuore, togliendogli ogni possibilità di andare avanti come se nulla fosse successo. Privato di Leslie e del suo amore, Julian somigliava a una terra bruciata irrigidita per sempre nel gelo dell’inverno. Non aveva più alcun desiderio, tranne quello di annegare quotidianamente il suo dolore nell’alcool per cercare di non pensare al suo futuro senza Leslie al suo fianco. Era stato un idiota. Un maledetto codardo, uno schifoso vigliacco senza onore. Aveva sbagliato tutto. Aveva rovinato tutto. Aveva gettato via la cosa più preziosa che gli fosse capitata, l’amore vero, e aveva respinto l’unica persona che lo aveva amato incondizionatamente fin dal primo istante, Leslie Donovan. Adesso, raccolti i cocci di un’esistenza perfetta andata in pezzi, Julian non sapeva come fare per rimettere le cose a posto. Rivoleva Leslie. Lo amava immensamente, e non poteva, non voleva rinunciare a lui per sempre. Depose il bicchiere vuoto sul bancone e una lacrima cocente scivolò sulla sua guancia bruciandogli la pelle come fosse lava incandescente. Il suo pensiero volò lontano, rifugiandosi nel ricordo felice delle calde braccia di Leslie avvolte attorno al suo petto in uno dei suoi abbracci capaci di esprimere amore senza proferire parola.

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- Leslie Luglio 2015, Manhattan. Lui lo stava aspettando. I suoi occhi brillavano come stelle accese e il suo sorriso malizioso era un chiaro invito a raggiungerlo in quell’angolo poco affollato del privé del “Purple Red”, accanto alla scala a chiocciola che saliva al piano superiore del club. Julian Sage abbandonò il suo bicchiere di vodka lemon sul ripiano di un tavolino e si mosse con passo felino verso l’angelo biondo che per tutta la serata lo aveva stuzzicato e provocato, muovendosi sensualmente al ritmo della musica sulla pista da ballo circolare illuminata dai faretti rosa e blu applicati al soffitto tinto di rosso porpora. Il suo sguardo azzurro si posò in quello ambrato del ragazzo in jeans neri e petto nudo, e quando lo raggiunse, ponendosi di fronte a lui ad una distanza fin troppo ravvicinata, il calore del suo corpo accaldato dal ballo gli sfiorò il viso e le braccia nude eccitandolo da morire. Odorava di profumo muschiato e di pelle umida, un mix micidiale per i sensi già roventi di Julian. “Hey, ragazzino. Sei una faccia nuova qui dentro. Da dove sei spuntato?” L’approccio diretto di Julian strappò un nuovo sorriso allo sconosciuto dal volto angelico. “Mi sono iscritto al club la settimana scorsa. È la prima volta che vengo a ballare qui.” 12


Julian non poté fare a meno di notare il timbro carezzevole della sua voce, delicato e suadente. “Ti piace questo posto?” “Sì, è fico. Buona musica e bella gente.” Julian lo guardò fisso negli occhi, due pozze color Brandy dall’aria innocente che vibravano di eccitazione pura. “Come ti chiami?” “Leslie Donovan. E tu?” “Julian Sage.” Il ragazzo fece scorrere una rapida occhiata dalla testa ai piedi di Julian, mordendosi il labbro inferiore, quindi disse: “Sei un bel tipo, lo sai?” Julian sorrise compiaciuto, incassando il complimento. “Sì, me lo dicono tutti. Anche tu non sei affatto male. E balli molto bene, a differenza di me. Faccio schifo sulla pista.” “È un particolare trascurabile. Sono certo che possiedi molte altre buone qualità.” “Questo è vero. Non per vantarmi, ma so bene quanto valgo. Peccato che la maggior parte delle persone si limiti a giudicarmi per il mio aspetto esteriore senza andare oltre.” Leslie abbozzò un mezzo sorriso, inclinando leggermente la testa di lato in un gesto provocante. “Sei un uomo davvero affascinante, Julian Sage. Penso sia impossibile non soffermarsi a contemplare il tuo aspetto.” Julian inclinò la testa a sua volta, perdendosi nel calore liquido degli occhi di Leslie. “Mi stai facendo un altro complimento?” “Peggio. Ti sto adulando.” 13


Julian lo guardò intensamente, piacevolmente lusingato dalla spavalderia del ragazzo che aveva di fronte. “Dunque mi trovi attraente?” “Di più. Sei bellissimo. Inoltre… ho sentito dire che ci sai fare a letto. Sono solo dicerie o è la verità?” Julian fu sorpreso. Il ragazzo non perdeva tempo, era già passato dai complimenti alla fase di abbordaggio. “Chi ti ha detto queste cose su di me?” Leslie si strinse nelle spalle con aria innocente. “Ho fatto un po’ di domande ad alcuni uomini seduti nella zona bar. Ero curioso di scoprire qualcosa in più su di te.” Julian annuì, consapevole di essere ben conosciuto tra i membri del club come uno dei migliori seduttori e amanti di letto. “Lo ammetto, ho una certa fama qui dentro, e non nego di essere piuttosto bravo sotto le lenzuola. Mi piace divertirmi e darmi da fare.” “Quindi un compagno fisso non ce l’hai.” “Ti sembro il tipo che si lascia mettere il guinzaglio al collo?” Leslie scosse il capo divertito. “Onestamente, no, non direi. Hai la faccia di uno che preferisce le avventure di una notte e vive di sesso sfrenato.” “Infatti è così. Tu invece che tipo sei?” “Devo ancora scoprirlo, in realtà.” “Che vuoi dire, che non sei mai stato con nessuno?” Gli occhi di Leslie si addolcirono. “No, mai”, ammise, accarezzandosi il petto con una mano. Julian sentì un guizzo attraversargli il basso ventre. “Davvero? Non sei mai stato a letto con nessuno?... A me sembri un tipo che sa il fatto suo.” 14


“Ti sbagli. La mia esperienza sessuale è a livello zero.” Julian si passò la lingua sulle labbra, mentre realizzava di essere di fronte ad un ragazzo inesperto e sicuramente vergine. “Quanti anni hai, Leslie?” “Ne ho ventitré.” Ventitré anni. Un cucciolo affamato di sesso desideroso di esplorare un mondo di cui non faceva ancora parte. “Sei giovane, ma abbastanza grande per cominciare a fare esperienza sul campo. Hai mai abbordato qualcuno?” Leslie fece un passo avanti e sussurrò a pochi centimetri dal suo viso: “Sto cercando di abbordare te.” Julian avvertì uno spasmo contrargli l’inguine. “Però, vai dritto al sodo…” “Le buone occasioni non vanno mai sprecate.” “E sarei io la tua buona occasione?” “Se non lo fossi non sarei qui a provarci con te.” Julian sorrise, apprezzando l’audacia di Leslie e il modo diretto con cui si stava approcciando a lui. “Sono lusingato. Non mi capita spesso di essere corteggiato, di solito sono io che vado a caccia di prede.” “Lo immaginavo. Per questo ti sto addosso. Voglio che tu mi insegni tutto ciò che ancora non ho sperimentato. Sono stanco di aspettare, ho voglia di sapere cosa si prova ad essere scopato da un uomo esperto come te.” Julian deglutì a vuoto, colto da un’emozione improvvisa. “Mi conosci appena, sei giovane, vergine e inesperto. Sicuro di desiderare che ti porti a casa mia?” “Sì. Voglio te, Julian Sage.” 15


L’autocontrollo di Julian vacillò per un istante, mentre un languore che ben conosceva gli inondava il corpo di calore e il battito del suo cuore iniziava ad accelerare il ritmo pulsando più forte e più veloce. Leslie lo stava fissando, in attesa di una risposta, di un commento, di un cenno di assenso. “Tu non mi vuoi? Non ti piaccio nemmeno un po’?”, chiese, sfiorando con le dita di una mano la cintola dei pantaloni di Julian. “Non ti eccito abbastanza da volermi scopare per tutta la notte?”, aggiunse, facendo scivolare la mano sulla patta di Julian sfiorando con il palmo aperto il rigonfiamento sotto il tessuto di lino leggero. Julian deglutì di nuovo, sopraffatto da un brivido d’eccitazione pura. “Sì, tu mi piaci Leslie. Parecchio. E mi ecciti più di quanto immagini.” “Allora cosa stai aspettando? Portami via da qui se mi vuoi.” La mano di Leslie premette contro il sesso di Julian in un chiaro invito a non aspettare oltre, e lui chiuse gli occhi per non perdere il controllo. Respirò a fondo e strinse il polso di Leslie fra le dita allontanando la sua mano da dove era appoggiata. Riaprì gli occhi e si schiarì la voce prima di parlare. “Leslie… Ho trent’anni e sono abituato ad appartarmi con uomini della mia stessa età che ci sanno fare a letto quanto me. Tu sei vergine, non sai fare nulla, dovrò insegnarti tutto e fare attenzione a come ti tratto… Non sono sicuro di volere tutto questo, sono un tipo selvaggio, mi piace il sesso audace, tu ti senti pronto per lasciarti andare e sottometterti al mio volere?” Leslie si morse di nuovo il labbro inferiore prima di affermare: “Non desidero altro. Il sesso non mi spaventa. Puoi farmi tutto quello che vuoi, nel modo che vuoi. Sono pronto da un pezzo, 16


aspettavo solo di incontrare la persona giusta. Ho capito che quella persona sei tu appena ho incrociato il tuo sguardo.” “Sei sicuro? La prima volta è un passo importante. Se ti delude può compromettere la tua vita sessuale per sempre.” “Tu non mi deluderai, mi darai solo piacere.” Un flashback attraversò la mente di Julian. Rivide se stesso a 18 anni, giovane e inesperto come Leslie, stanco di masturbarsi da solo, voglioso di essere introdotto ai piaceri della carne. Noha Salinger era stato il suo primo amante. Un avvocato di grido di bell’aspetto incontrato in un bar della periferia di New York, un uomo come lui, più grande ed esperto, che senza esitazione lo aveva caricato in macchina e portato nel suo appartamento. Julian ricordava quella notte nitidamente; i baci irruenti di Noha, simili a morsi, le sue mani brusche che frugavano ogni centimetro del suo corpo graffiandolo e lasciandogli lividi bluastri sulla pelle, i morsi sul collo, sui capezzoli, e poi il dolore provato quando lo aveva penetrato senza curarsi di essere cauto e gentile, facendogli male, scopandolo con un impeto violento una prima volta, poi una seconda volta, e poi ancora, finché Julian non aveva gridato basta ed era corso via trattenendosi dal piangere. Non era stata la prima volta che si era immaginato, non aveva provato alcun piacere, solamente dolore fisico e umiliazione. Fortunatamente era stato tanto forte da superare quell’esperienza negativa e la diffidenza verso il sesso riprovandoci con un altro uomo, uno sconosciuto abbordato in un club simile al “Purple Red”, un uomo dai modi gentili che lo aveva trattato con amore, regalandogli il suo primo vero orgasmo, assicurandosi che ogni bacio, ogni carezza, tutto quanto fosse delicato e piacevole. 17


Julian non sapeva il nome di quell’uomo e non l’aveva più incontrato, ma gli era immensamente grato per avergli mostrato che il sesso tra gay poteva e doveva essere fatto in quel modo, rispettando il corpo del proprio partner e dilettandosi nella ricerca e nel raggiungimento del piacere reciproco. Julian sarebbe stato come quell’uomo con Leslie; delicato, tenero, prudente, attento a non fargli male. Sapeva controllarsi, e con Leslie avrebbe messo da parte la fretta e l’irruenza per sostituirle con la lentezza e la cautela. Avrebbe fatto del suo meglio per offrirgli il massimo del piacere senza procurargli il minimo dolore. Non lo avrebbe deluso. Sarebbe stato il suo primo amante, lasciandogli un ricordo indelebile della sua iniziazione sessuale. “Va bene”, disse, sollevando una mano e sfiorando il petto liscio di Leslie con i polpastrelli delle dita. “Andiamo a casa mia e rendiamo speciale questa notte.” Leslie lo guardò con un misto di eccitazione e frenesia che vibravano negli occhi grandi orlati da lunghe ciglia bionde e Julian lasciò scivolare la sua mano sul petto del ragazzo in una carezza carica di promesse. “Non ricordo più dove ho lasciato la mia maglietta. Dammi cinque minuti per trovarla e rivestirmi.” “Okay, io resto qui.” Leslie gli sorrise, mostrando una fila di denti bianchi e perfetti, quindi si dileguò tra la folla del club per tornare pochi minuti dopo con addosso una t-shirt blu con il celebre sponsor dei tornei di surf “Billabong” stampata sul davanti in giallo fluo. “Sono pronto. Andiamo?” 18


Julian cercò la sua mano e la strinse nella propria intrecciando le sue dita con quelle di Leslie. “Sì, andiamo.” Si avviarono insieme verso l’uscita del “Purple Red”, e quando furono all’esterno, lontani dalla musica e dal vociare del club, immersi nei rumori di motori d’auto e colpi di clacson della notte estiva di una Manhattan che non andava mai a dormire, Julian chiese a Leslie: “Vuoi fare un giro con la mia auto sportiva?” “Che macchina hai?” “Una Lamborghini coupé.” “Però, niente male. Posso farla sgommare un po’?” “Solo se prometti di rispettare i semafori rossi.” “Promesso.” Julian si sfilò le chiavi dalla tasca e gliele porse. “Wow, che figata!” Julian sorrise, aprì lo sportello dal lato del passeggero e salì a bordo della vettura affidando a Leslie la guida del suo gioiellino automobilistico.

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- Desiderio e fame di piacere -

L’attico di Julian era un grande loft collocato al tredicesimo piano di un palazzo residenziale di Manhattan affacciato sul fiume Hudson. Arredamento hi-tech semplice e lineare e grandi vetrate si sposavano perfettamente con i faretti d’illuminazione in acciaio e le enormi tele d’arte moderna appese alle pareti bianche. Porte scorrevoli e separé in vetro dividevano gli ampi spazi dei locali suddivisi in cucina moderna, salotto con divano in pelle a penisola e televisore ultrapiatto applicato al muro, bagno piastrellato con vasca a idromassaggio Jacuzzi e box doccia in vetro smerigliato, camera da letto con materasso a tre piazze, un piccolo studio con libreria e scrittoio abbinato a una comoda poltrona in pelle girevole. “Hai una casa stupenda!”, esclamò Leslie dal bagno, comodamente sdraiato nella Jacuzzi vuota incassata nel pavimento. Julian aprì il frigorifero e si versò un bicchiere d’acqua fresca. “Vuoi bere qualcosa?”, chiese, in attesa di risposta. “No, grazie. Non ho sete!” Julian richiuse lo sportello del frigo e bevve un paio di sorsi d’acqua mentre raggiungeva la camera da letto e apriva il cassetto del comodino. Estrasse una scatola di fazzoletti Kleenex, una manciata di profilattici incartati nei loro involucri azzurri, un flacone di gel lubrificante al sapore di ciliegia, e 20


depose tutto con ordine sul ripiano del comodino. Finì di bere l’acqua e uscì dalla stanza per affacciarsi sulla porta del bagno. “Pensi di restare tutta la notte dentro la mia Jacuzzi?” “Scusami, esco immediatamente.” “Se vuoi provare l’idromassaggio dovrai aspettare fino a domani mattina. Idem per la doccia.” “Non mi vuoi pulito e profumato?” “No. Mi piace il tuo odore. Sai di buono anche se hai sudato per circa tre ore sulla pista da ballo.” Sgusciato fuori dalla Jacuzzi, Leslie guardò Julian in silenzio, immobile e spaesato. “Vuoi che mi lavi i denti?” “No, voglio assaggiare il tuo sapore.” Leslie annuì con la testa e tacque di nuovo. Si passò una mano tra i riccioli biondi e i suoi occhi tradirono un palese imbarazzo. Era chiaro come il sole che in quel momento non aveva la minima idea di cosa doveva fare e di come avrebbe dovuto comportarsi. “Hey, è tutto a posto?”, gli chiese Julian. “Se hai cambiato idea non c’è problema, ti riaccompagno a casa.” “No, non voglio andarmene. Sto bene, e desidero restare.” “Sicuro? Nessun ripensamento?” Leslie annuì di nuovo e rivolse a Julian un timido sorriso. Tutta la spavalderia che aveva sfoderato al “Purple Red” era svanita, sostituita dall’evidente timore di non essere veramente pronto per il grande passo. Julian comprendeva il suo stato d’animo, era successo anche a lui subito dopo essere stato abbordato da Noha Sheridan. Nella vita, certi avvenimenti, soprattutto quelli più desiderati, mettevano soggezione quando si realizzavano. 21


“Allora… Ti va di divertirti insieme a me prima che la notte finisca e spunti l’alba?” “Sono qui per questo.” “Bene. Vieni con me, la Jacuzzi non scappa.” Così dicendo, Julian afferrò Leslie per un polso e lo trascinò fuori dal bagno, portandolo dritto in camera da letto. Si fermò ai piedi del materasso rivestito di lenzuola di seta nera e pensò di rompere il ghiaccio raccontandogli qualcosa di se stesso. “Voi sapere come ho iniziato a vivere la mia sessualità?” “Molto presto immagino. Come succede quasi a tutti.” “Ognuno di noi ha i suoi tempi. Ci sono omosessuali che hanno il primo rapporto completo da adolescenti, per altri succede al college, o all’università, e per alcuni questo momento non arriva mai.” “Pensi che io abbia aspettato troppo?” “Affatto. È meglio essere maturi e consapevoli per iniziare una vita sessuale senza spiacevoli esperienze.” “Per te quando è stato il momento giusto?” “Ho avuto fretta. Ero tremendamente curioso e ho colto al volo la prima occasione che mi è capitata. Pensavo di essere pronto, ma se avessi aspettato un paio d’anni sarebbe stato meglio. La prima volta che ho avuto un rapporto sessuale con un uomo avevo solo 18 anni, mi aspettavo i fuochi d’artificio e invece è stata un’esperienza da dimenticare. Sfortunatamente ho scelto l’uomo sbagliato. Un tipo che mi ha fatto provare dolore e mi ha lasciato addosso la sensazione di essere sporco. La seconda volta invece è stata meravigliosa, mi ha insegnato molte cose, e da quel giorno la mia vita sessuale è sempre andata a gonfie vele. Adesso mi ritrovo qui con te, e ho l’impressione di essere 22


tornato indietro nel tempo. Ti guardo e rivedo me, pieno di aspettative, insieme a quel primo uomo che non ha saputo trattarmi con rispetto e amore. Il mio desiderio più grande era che lui mi prendesse fra le braccia e mi insegnasse a baciare. Lui non ha saputo farlo, io invece so bene cosa ti aspetti da me. Non si comincia mai un rapporto sessuale senza prima essersi baciati. I baci sono importanti, ti fanno entrare in intimità con chi ti sta davanti, ed è con quelli che si da il via alle danze.” Appena ebbe finito di parlare, Julian sollevò le mani e le posò sulle guance calde di Leslie, accarezzandogli la pelle liscia con i pollici, quindi chinò la testa in avanti e le sue labbra si posarono sulla sua bocca con delicatezza. Leslie sospirò fra le sue braccia, chiuse gli occhi e dischiuse la bocca. Julian premete le labbra su quelle di Leslie e attese che lui cedesse ancora un poco, permettendogli di infilare la lingua nella sua bocca fino a sfiorare la sua. Leslie sospirò ancora, sollevò le braccia circondando le spalle di Julian, si aggrappò a lui e gli offrì la bocca senza timore. Le loro lingue si toccarono, si accarezzarono, si intrecciarono in una danza sensuale e spontanea, e quel primo bacio iniziato come una casta carezza si trasformò in un languido incontro di bocche che si fondevano l’una nell’altra diventano una cosa sola. Il respiro di Julian divenne un tutt’uno con quello di Leslie, il loro bacio si fece ancora più profondo, bramoso, eccitante ed erotico. Si baciarono a lungo, assaporandosi a vicenda, le mani che nel frattempo si muovevano sui loro corpi tastandosi attraverso i vestiti per sentire sotto le dita le forme delle loro braccia, la curvatura dei fondoschiena, la consistenza dei pettorali, la pienezza delle natiche. Fu un bacio che li lasciò senza fiato, 23


costringendoli a staccarsi per respirare e guardarsi negli occhi illanguiditi dall’eccitazione crescente. “Baciami ancora, Julian. Ti prego.” Leslie fu accontentato, perdendosi in un secondo bacio ancora più focoso del primo, interrotto solo a tratti per recuperare un briciolo d’aria, finché le loro labbra non divennero gonfie e doloranti. “Baci da Dio”, mormorò Leslie contro il collo di Julian, leccandogli la pelle laddove il sangue pulsava forte. “Mi piace baciare. E mi piace baciare te.” Affondò la bocca in quella di Leslie per la terza volta, e infilò una mano tra le sue gambe strofinandogli il sesso attraverso i jeans, scoprendo che era già eccitato. Leslie seguì il suo esempio e fece la stessa cosa, sentendo la sua erezione che premeva contro la patta dei pantaloni. Smisero di baciarsi quando capirono di essere troppo vestiti. Allora Julian sfilò via la maglietta di Leslie gettandola a terra e lui gli sbottonò frettolosamente la camicia che raggiunse a sua volta il pavimento. Rimasti entrambi a torso nudo, si toccarono i pettorali plasmati dal fitness e gli addominali scolpiti tesi sotto la pelle, e si stuzzicarono i capezzoli con i polpastrelli, sfiorandoli e pizzicandoli. “Dovevo incontrarti prima”, mormorò Leslie, colpito dalla bellezza scultorea del fisico di Julian. “Stavo pensando la stessa cosa”, ribatté lui, accarezzando le spalle e la schiena di Leslie. “Spogliami, Julian. Levami tutto.” Julian non se lo fece ripetere, abbassò la zip dei jeans di Leslie e li afferrò ai fianchi tirandoli giù con forza. I boxer li 24


seguirono, e il sesso turgido di Leslie si mostrò senza pudore agli occhi di Julian. “Non ti facevo così dotato”, ammise, sorpreso dalle dimensioni notevoli del suo pene. “Fammi vedere il tuo. Sono sicuro che è più grosso.” Sorridendo maliziosamente, Julian si levò pantaloni e boxer, rivelando la sua erezione che stava per raggiungere il culmine. “Ora capisco perché sei tanto richiesto come amante”, commentò Leslie alla vista del suo pene eretto che sfiorava i venti centimetri. “Non pensare a dove lo infilerò quando ti sentirai pronto. Non ti spaventare, okay?” Leslie non rispose, scosso da un fremito che gli fece accapponare la pelle. “Possiamo andare dritti al sodo?”, chiese, temendo di agitarsi nell’attesa del momento fatidico. “Vuoi saltare i preliminari?” “Sì. Scopami subito, prima che cambi idea.” “Rilassati. E stai tranquillo. Sei in buone mani.” Julian gli rubò un bacio veloce, quindi lo spinse dolcemente verso il letto e Leslie si distese sulle fresche lenzuola di seta nera. Julian lo raggiunse, salendo carponi sul letto e sedendosi sui propri talloni davanti a lui. Leslie lanciò uno sguardo veloce al comodino e disse: “Mi metto un profilattico. Non voglio sporcarti le lenzuola.” “Non preoccuparti, non le sporcherai”, ribatté Julian. Si sporse in avanti per prendere dal comodino la confezione di Kleenex e ne sfilò un paio per darli a Leslie. “Tieni. Quando senti che stai per venire, usa questi.” 25


“Okay, grazie.” Julian strappò con i denti l’involucro azzurro di un profilattico e srotolò sul proprio pene l’anello di lattice sottilissimo facendolo aderire per bene. Leslie lo guardava, fremendo di eccitazione e ansia al contempo. Julian avvertì quei fremiti leggeri e gli accarezzò le cosce velate di peluria bionda. “Stai tremando… Hai freddo?” “No. Sono solo agitato”, ammise Leslie, senza vergogna. Julian gli rivolse uno sguardo rassicurante. “Prometto di non farti male, se è questo che ti preoccupa”, affermò, quasi fosse un giuramento. “La prima volta fa sempre male”, ribatté Leslie, abbozzando un sorriso tirato. Julian sapeva che era vero, lo aveva sperimentato in prima persona, ma non voleva che Leslie si preoccupasse troppo. “Tu guardami in faccia e non pensare a quello che sta per succedere qui sotto. Respira a fondo e rilassati. Al resto ci penso io.” Mentre Leslie si concentrava su Julian e cercava di tranquillizzarsi, l’uomo che aveva scelto come suo primo amante aveva preso il flacone di gel lubrificante e ne stava versando una dose abbondante nel palmo della propria mano. Leslie lo guardò mentre spalmava il gel trasparente e scivoloso sulla propria erezione assicurandosi di averne messo a sufficienza, poi si pulì le mani con un Kleenex e afferrò le caviglie di Leslie sollevandogli le gambe dal materasso. “Piega le ginocchia contro il petto più che puoi.”

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Il ragazzo lo fece, raggomitolandosi in posizione fetale. Julian prese di nuovo il gel e ne versò una noce su due dita, per poi strofinarle fra le cosce di Leslie per lubrificare quella zona. “Adesso guarda soltanto me.” Leslie obbedì, e Julian attese qualche secondo prima di premere le dita dolcemente sulla stretta fessura rosata nel mezzo delle sue natiche, insinuandosi piano dentro di lui. Istintivamente Leslie si irrigidì, e Julian avvertì la stretta dei suoi muscoli interni attorno alle proprie dita. Incrociò lo sguardo vibrante di Leslie e aspettò che si riprendesse dalla sorpresa di essere stuzzicato in quel punto così intimo del suo corpo. “Sei ancora teso, lasciati andare alle sensazioni che provi.” Julian riprese a far scivolare le dita dentro di lui lentamente, lubrificando la zona per prepararla ad accogliere il suo pene, e non smise finché non sentì i muscoli rilassarsi davvero fino a smettere del tutto di contrarsi attorno alle sue dita. Allora le sfilò via rapidamente, si chinò in avanti poggiando il petto contro le ginocchia piegate di Leslie senza schiacciarlo con il proprio peso, e con un movimento rapido e sicuro appoggiò la punta del pene contro il foro d’entrata della sua cavità interna. “Guardami, Leslie. Non staccare mai gli occhi dai miei.” “Ti sto guardando. E voglio sentirti dentro di me.” “Sto per accontentarti. Ti farò godere fino all’estasi.” Dopo aver pronunciato quelle parole, Julian si spinse in avanti con il bacino e il suo pene scivolò dentro Leslie dolcemente, un po’ alla volta, centimetro dopo centimetro. Leslie dischiuse le labbra emettendo un gemito e la sua schiena si tese ad arco contro il ventre di Julian. 27


“Oh!… Ti sento… Ti sento eccome.” “Ti faccio male?” “No… Sì… Solo un po’… Ma non ti fermare.” Julian continuò ad affondare in lui, controllando la propria eccitazione e avendo cura di non procurargli dolore. Si ritrasse un poco, e poi si spinse in lui completamente, riempiendolo tutto. Di nuovo, Leslie sollevò la schiena arcuandosi contro il materasso e un altro gemito sfuggì dalla sua bocca aperta. “Oh!… Mi piace… Mi piace da morire.” “È solo l’inizio, cucciolo. Preparati a godere ancora di più.” Gli occhi di Leslie si fecero liquidi, e il suo respiro divenne più rapido. Chinato sul corpo caldo del giovane angelo biondo adagiato nel suo letto, Julian si lasciò andare completamente al desiderio trattenuto fino a quel momento, abbracciò Leslie tenendolo stretto fra le sue braccia e fece l’amore con lui muovendo il bacino avanti e indietro con ritmo lento e sensuale, alternando spinte delicate ad affondi audaci, certo che Leslie stesse provando il suo stesso piacere. Lo sentiva gemere, ansimare, tendersi ad arco ad ogni affondo, mentre i suoi occhi continuavano a fissarlo, serrandosi solo quando le onde dell’orgasmo in crescente ascesa si facevano sentire scuotendo il suo corpo con fremiti e spasmi. Julian gli catturò la bocca in un bacio profondo al quale Leslie rispose con passione, e la danza dei loro corpi fusi insieme prese un andamento regolare, regalando ad entrambi picchi di godimento puro e assoluto. Poco dopo, quando l’apice era ormai vicino, Julian affrettò le spinte rendendole rapide e vigorose, finché non raggiunse il culmine e gemette forte godendo del proprio piacere intenso e vertiginoso. Leslie lo seguì a ruota, e mentre l’orgasmo lo 28


scuoteva con spasmi violenti e piacevoli, le sue dita si strinsero attorno al proprio sesso per accogliere il fluido caldo del suo seme dentro i fazzoletti Kleenex che aveva tenuto a portata di mano fino a quel momento. La camera da letto illuminata dai faretti gialli si riempì delle voci gementi di Julian e Leslie che raggiungevano l’orgasmo uno dopo l’altro, quasi all’unisono, seguite dai loro respiri rochi e profondi che si placarono nell’arco di alcuni minuti fino a tornare normali e tranquilli. A quel punto, Julian si ritrasse dal corpo di Leslie scivolando fuori dal suo caldo limbo, e si sedette sui talloni per sfilarsi il profilattico annodandone la cima e racchiudendolo dentro un fazzoletto. Le gambe di Leslie ritornarono in posizione normale, distese sul letto dalle lenzuola stropicciate, e Julian si sdraiò al suo fianco, una gamba infilata tra quelle di Leslie, la testa bruna posata contro quella bionda del giovane amante. Rimasero così, in silenzio, corpi accaldati che recuperavano le forze e la lucidità dopo un amplesso appagante per entrambi. Nella quiete della notte, le loro labbra si cercarono sfiorandosi in baci leggeri, e le loro mani si scambiarono dolci carezze per un tempo infinito. “È stato bello”, mormorò Leslie contro la bocca di Julian. “Sì, anche per me è stato bello.” “Sei bravo… Ci sai fare sul serio.” “Ho fatto tanta pratica.” Leslie sorrise, felice e appagato, e si rannicchiò contro il petto di Julian giocherellando con i suoi capezzoli. “Sei bellissimo. Mi piace il tuo corpo.” “E tu sei stupendo. Il ragazzo più attraente che ho incontrato in tutta la mia vita.” 29


Si guardarono negli occhi, scambiandosi uno sguardo carico d’intesa e complicità, e il desiderio si riaccese in un attimo, chiedendo di essere assecondato. “Ti va di fare sesso di nuovo?”, domandò Leslie, leccandosi le labbra con la lingua. Julian si chinò su di lui e gli baciò le labbra umide, quindi gli chiese: “Una volta non ti è bastata?” “No, voglio rifarlo ancora.” “Ah sì?... Quante volte vuoi essere scopato questa notte?” Gli occhi di Leslie luccicarono di desiderio. “Tante. Fino a non poterne più.” Julian rise, commentando: “Sei insaziabile, lo sai?” “Ho aspettato troppo a lungo. Ora ho fame di piacere.” “Okay, allora facciamolo ancora.” “Stessa posizione di prima?” “Come preferisci. Per me è uguale.” “Proviamone un’altra.” “Va bene. Giochiamo al Kamasutra.” La risata di Leslie riecheggiò fra le pareti della stanza, un suono limpido e gioioso che riscaldò il cuore di Julian come un raggio di sole spuntato all’improvviso in una fredda giornata d’inverno.

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- Quando nasce un legame -

Una striscia di luce bianca filtrava nella stanza in penombra. L’aria estiva smuoveva i pannelli verticali della tenda che impediva al sole di entrare dalla finestra incastonata sopra il letto. Julian aprì gli occhi e la prima cosa che vide fu il viso angelico di Leslie abbandonato sul cuscino con le palpebre chiuse e l’espressione candida di un fanciullo profondamente addormentato. Pensò che era bellissimo, e si sentì fortunato ad averlo lì al suo fianco. Nel corso dei suoi trent’anni di vita aveva incontrato molti ragazzi e altrettanti uomini con cui aveva condiviso nottate di fuoco e dolci risvegli, e ognuno di loro gli aveva lasciato un ricordo di se stesso; un dettaglio che aveva apprezzato particolarmente, un determinato profumo, una singolare emozione, una precisa sensazione, un qualcosa di indefinito che lo aveva colpito. Per ciascuno di loro Julian aveva riservato un frammento di memoria nella moltitudine di pensieri che affollavano la sua mente. E nulla di più. Soltanto piccole tessere colorate raggruppate insieme in un variopinto mosaico umano. Nient’altro. Dopo ogni avventura notturna, ogni relazione di pochi giorni o al massimo tre settimane, dopo ogni incontro fugace consumato in poche ore, Julian aveva sempre voltato pagina e ricominciato da capo, vivendo le sue giornate senza affezionarsi a nessuno dei suoi partner, lasciando da parte i sentimenti per non creare legami che 31


potessero intralciare il suo quotidiano stile di vita basato sulla dedizione totale al proprio lavoro all’interno della “Jackson & Associates Company”. Il suo ruolo di vicepresidente della società finanziaria più quotata in borsa aveva la priorità assoluta su qualsiasi altra cosa, soprattutto sull’amore. Julian era un single convinto, un omosessuale che sfogava i propri bisogni carnali di notte e si alzava al mattino indossando l’abito e la maschera del perfetto uomo d’affari che aveva tanto sognato di diventare. Non c’era posto per l’amore nella sua esistenza. Era una complicazione che non voleva gestire e non poteva permettersi. Il suo carattere forte e determinato gli avevano consentito di creare uno stabile equilibrio tra una vita notturna dissoluta e passionale e una vita diurna rigorosa e precisa. Amante sfrenato di notte, brillante finanziere di giorno. Questo era diventato. E la sua esistenza gli piaceva esattamente così com’era. Eppure, in quel momento, mentre fissava il volto di Leslie e ripensava alla notte precedente, provava una strana sensazione nel profondo del suo essere, una sorta di pacifica beatitudine intrisa di gioia, una misteriosa felicità che nasceva dal semplice fatto che Leslie era lì con lui. L’idea che si svegliasse di colpo e si rivestisse in tutta fretta per uscire per sempre dalla sua vita, come accadeva con tutti i suoi partner, procurava a Julian una fastidiosa sensazione di ansia e irrequietezza che per lui era del tutto nuova. Era difficile da ammettere, ma Julian provava “qualcosa” per il giovane amante che aveva conosciuto la notte prima al “Purple Red” e con il quale aveva condiviso molto più di un abitudinario rapporto sessuale occasionale. Tra loro c’era stata fin da subito una indescrivibile alchimia, una complicità insolita, una 32


naturalezza nel modo di rapportarsi l’uno all’altro che esulava dal consueto distacco emotivo di Julian verso i suoi amanti. La notte consumata con Leslie era stata diversa da tutte le sue precedenti esperienze sessuali. Per la prima volta da quando aveva iniziato a frequentare gli uomini, Julian aveva dovuto calarsi nel ruolo dell’amante premuroso che si prendeva cura del proprio partner e lo iniziava alla pratica del sesso gay senza traumi o ricordi spiacevoli, un ruolo per lui insolito, abituato com’era a comportarsi da cacciatore che dominava le sue prede con un bagaglio di esperienze più o meno vasto quanto il suo. Per la prima volta era stato dolce, delicato, paziente, aveva sostituito l’aggressività con la mitezza, si era lasciato conquistare dall’emozione riflessa negli occhi di Leslie vivendo all’unisono con lui le mille sensazioni del primo rapporto sessuale completo, insieme avevano fatto l’amore, una prima volta e poi altre due, e Julian sapeva che non era stato solo del sesso fine a se stesso. Si erano amati intensamente, con sentimento, ed era stato bello, tanto bello da far vibrare il cuore di Julian e costringerlo ad aprire i cancelli della propria anima lasciandovi entrare ogni emozione provata. E adesso era lì, sdraiato accanto al corpo caldo di Leslie, felice della sua presenza, desideroso di non lasciarlo più andare via. Leslie Donovan era suo, Julian si era preso la sua verginità, la sua innocenza, aveva instaurato con lui un legame difficile da sciogliere, quell’angelo biondo gli apparteneva, nessun altro uomo avrebbe potuto sfiorare il suo corpo tranne lui, lo voleva tutto per se, lo voleva nel suo letto e nella sua vita, oggi, domani, e per sempre. 33


“Sei mio”, sussurrò piano, sfiorando con le dita la pelle liscia del viso di Leslie dai tratti delicati. Sospirò di gioia, e rimase al suo fianco guardandolo dormire mentre il sole di mezzogiorno filtrava nella camera da letto portando con sé il brusio convulso della città trafficata nonostante fosse Domenica.

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- Voglia d’amare -

Quello stesso giorno, alcune ore dopo, una donna bruna dai lunghi capelli lisci e gli occhi verdi come smeraldi con un corpo sinuoso intrappolato nella sobria divisa blu delle hostess dell’American Airlines fece il suo ingresso nell’attico di Julian deponendo la borsetta in pelle sul ripiano della cucina e levandosi le scarpe tacco dieci per camminare a piedi nudi sul lucido parquettes e aprire l’anta del frigorifero alla ricerca di una bottiglia di succo d’arancia. Jennifer Morgan, venticinquenne newyorkese bella e affermata, era appena atterrata dal volo Tokyo - New York e non vedeva l’ora di scambiare quattro chiacchiere con il suo amico d’infanzia Julian Sage. Sentì l’acqua scorrere nel bagno e immaginò che si stesse facendo la doccia dopo una delle sue abituali serate di sesso senza impegno consumata tra le lenzuola del suo letto a tre piazze. Certa che in casa non ci fosse nessun altro eccetto Julian, Jennifer sorseggiò il suo succo d’arancia direttamente dalla bottiglietta in vetro e si mosse nell’appartamento illuminato dal sole per raggiungere il bagno e salutare Julian. Il suo sguardo felino si soffermò per un breve istante sul grande letto sfatto della camera da notte e rimase di stucco quando vide il corpo nudo di un giovane ragazzo biondo che giaceva sulle lenzuola di seta nera spiegazzate. Incredula, si avvicinò in punta di piedi alla porta scorrevole della stanza aperta a metà e 35


contemplò per alcuni secondi quella creatura divina somigliante al dio Apollo che dormiva supino nel letto di Julian. Non era mai capitato che un amante di Julian rimanesse nel suo appartamento fino a quell’ora del giorno. Solitamente, tutte le sue conquiste sgattaiolavano via alle prime luci dell’alba, perché era proprio Julian che si liberava di loro senza troppi complimenti. Jennifer si domandò come mai il giovane Apollo fosse ancora steso lì sopra mentre Julian si concedeva una lunga doccia rivitalizzante… Incuriosita e sorpresa, zampettò fino alla soglia del bagno, entrò e chiuse delicatamente la porta scorrevole. Nello stesso istante, Julian emerse dal box doccia dai vetri smerigliati con un telo di spugna giallo allacciato in vita. “Buongiorno, bellezza”, lo salutò Jennifer, catturando la sua attenzione. Julian non fu affatto sorpreso della presenza di Jennifer in casa propria, dato che ogni Domenica, puntuale come un orologio svizzero, la bella hostess sbarcava dal volo aereo proveniente da Tokyo e piombava nel suo attico per salutarlo. “Buongiorno a te. Com’è stato il volo?” “Stressante come al solito. Tu come stai?” “Da favola, come sempre.” “Già… Lo immagino… E mi puoi spiegare chi è e cosa ci fa ancora qui quella meravigliosa creatura addormentata nel tuo letto?” Julian incrociò lo sguardo con quello di Jennifer e si strinse nelle spalle con nonchalance. “Penso che dorma ancora. Abbiamo avuto una notte piuttosto movimentata… Sai com’è, no?” 36


“Sì, so benissimo come funzionano le tue nottate. Ma voglio sapere chi è, come si chiama, dove l’hai abbordato, e perché è ancora qui in casa tua.” “Hey, quante domande, è un terzo grado?” “Ti conosco bene, caro mio. I tuoi amanti non hanno il permesso di poltrire nel tuo letto, perciò raccontami tutto, subito, e non rifilarmi frottole perché a me non sai mentire.” Julian dovette ammettere che era vero. Jennifer era l’unica persona alla quale non riusciva a raccontare fandonie, con lei era sempre sincero, le diceva tutto e si confidava con lei quando aveva dei problemi, di qualunque cosa si trattasse. Erano cresciuti insieme, nello stesso quartiere periferico ai margini di New York, amici affiatati e inseparabili fin da bambini, e in seguito adolescenti irrequieti che avevano scoperto di poter contare l’uno sull’altra per la vita intera. Jennifer era lesbica. Julian era omosessuale. Questa “diversità” li accomunava, ed era stata la base per la costruzione di un rapporto di fiducia e sostegno reciproci che li aveva accompagnati negli anni universitari e che proseguiva anche adesso, nonostante fossero adulti e ben corazzati per affrontare i colpi bassi della realtà quotidiana. Jennifer era felicemente fidanzata da cinque anni con uno schianto di femmina che rispondeva al nome di Olivia Carter, una splendida bionda dagli occhi azzurri che lavorava come hostess nella sua stessa compagnia aerea. Vivevano insieme in un grande appartamento brownstone nel cuore di New York, a pochi passi da Central Park, in compagnia di due cagnolini di piccola taglia salvati dal canile che accudivano come fossero i loro figli. Julian era felice per Jennifer e Olivia, il loro amore era pulito, vero, erano 37


una coppia da invidiare e ammirare. L’amicizia con Jennifer era rimasta inalterata nonostante l’arrivo di Olivia, e il motivo principale per cui Julian poteva contare ciecamente sull’amica era strettamente legato alla sua omosessualità. Nessuno eccetto Jennifer sapeva che Julian era gay. Tutti credevano che la punta di diamante della “Jackson & Associates Company” fosse un eterosessuale amante delle belle donne. La scelta di Julian di nascondere la propria natura gay e le sue preferenze sessuali rivolte ai maschi aveva radici antiche risalenti ai tempi della scuola secondaria, quando aveva assistito impotente agli atti di bullismo crudele subiti da un suo compagno di classe che esibiva la propria omosessualità sia nel modo ambiguo di abbigliarsi che nella gestualità effemminata. Adam Keller era stato denigrato, emarginato, picchiato a sangue dai suoi compagni, e il ricordo del suo viso sfregiato dai tagli di un cutter avevano inorridito Julian al punto di decidere di mantenere segreta la sua vera natura. Era stato tanto forte da riuscire a sdoppiarsi in due Julian Sage; il vero Julian che di notte frequentava i club per soli uomini e viveva liberamente la propria sessualità gay, e il falso Julian che di giorno si recava al lavoro in cravatta e completo elegante firmato dimostrando di avere un gran fiuto per gli affari economici e gli investimenti proficui. La sua doppiezza non gli aveva mai creato problemi psicologici. Non si sentiva represso, né tantomeno colpevole per la maschera che indossava alla luce del sole. Una maschera che gli aveva permesso di essere prima di tutto uno studente universitario brillante e promettente, e in secondo luogo un abile procacciatore di affari lodato dai colleghi e benvoluto dal suo capo, il presidente della “Jackson & Associates Company” 38


Edgar Jackson, il quale lo aveva preso sotto la sua ala protettrice consentendogli di diventare il vicepresidente della propria compagnia, una posizione di prestigio che Julian si teneva ben stretta. Il suo successo in ambito professionale era merito anche e soprattutto di Jennifer, che rivestiva un ruolo chiave nella sua doppia vita. Nel privato era la sua migliore amica, nella vita pubblica era la sua fidanzata ufficiale, la sua compagna di vita da due anni, la donna che amava e che progettava di sposare. Jennifer si era prestata ad essere la copertura di Julian senza alcun problema. Fingere di essere la sua fidanzata era vantaggioso anche per lei, che non aveva alcuna intenzione di essere denigrata sul lavoro a causa del suo rapporto con Olivia, e ovviamente garantiva a Julian la possibilità di mantenere il suo posto di lavoro all’interno della compagnia con tutti gli agi che ne conseguivano. Il gioco ingannevole di Julian e Jennifer funzionava benissimo. Nessuno sospettava che il loro rapporto fosse una farsa; il suo lavoro come hostess la teneva lontana da Manhattan spesso e volentieri, ottima scusante utilizzata da Julian per giustificare la sua assenza in certe occasioni importanti, e quando invece aveva la possibilità di accompagnare Julian a serate mondane o eventi aziendali era bravissima nel recitare il ruolo della fidanzata innamorata che riempiva Julian di attenzioni e di gesti affettuosi. Baciarsi in pubblico era una consuetudine che non infastidiva nessuno dei due, e neppure Olivia si lamentava di quella copertura studiata a tavolino, conscia del fatto che tra la sua compagna e Julian Sage esisteva un rapporto di amicizia fraterna indistruttibile e intoccabile. Julian era immensamente grato per tutto ciò che Jennifer faceva per lui, non c’era giorno 39


in cui non la ringraziasse per essere costantemente presente al suo fianco. E tra loro non c’erano segreti, la sincerità era il loro punto di forza. Sentendo lo sguardo della donna puntato su di lui in attesa di risposte, Julian si sedette sul bordo della Jacuzzi e si toccò il mento appena sbarbato. “Cosa vuoi sapere di preciso?” “Ogni cosa, ogni particolare, tutto.” Julian si passò una mano fra i capelli bruni umidi di doccia e iniziò dal principio. “Ieri sera avevo voglia di divertirmi, così ho fatto un salto al “Purple Red”. Ho bevuto un paio di cocktails, mi sono rilassato un po’ con alcuni tipi interessanti… e poi ho visto lui. Stava ballando da solo, era talmente sexy e provocante che non sono riuscito a togliergli gli occhi di dosso per tutta la serata.” “L’hai abbordato con il tuo sorriso smagliante?” “Ehm, no. In realtà è lui che ha abbordato me.” “Cosa?! Ti sei fatto accalappiare? Proprio tu?! Non ci credo.” “Ti giuro che è andata proprio così. Lui se ne stava in un angolo del club, mi sorrideva da lontano, così mi sono avvicinato e ho pensato “Adesso ci provo”, e invece lui ha iniziato subito a corteggiarmi, con insistenza, e io ero talmente preso dalla sua bellezza spiazzante che mi sono lasciato convincere a portarlo qui da me.” “È un ragazzo bellissimo!” “Lo so, mi fa eccitare ogni volta che poso gli occhi su di lui.” “Ce l’ha un nome?” “Si chiama Leslie.” “Quanti anni ha?” 40


“Ventitré.” “Uhm, un bocconcino giovane! Non mi hai sempre detto che preferisci i maschi più adulti?” “Infatti è così. Ma lui mi ha fatto girare la testa, sul serio, e ha insistito così tanto per passare la notte con me che non ho saputo dirgli di no.” “Perché mai avresti dovuto respingerlo?” “Perché era vergine.” Jennifer sbatté le palpebre truccate di ombretto color tortora. “Vergine? Vuoi dire che…?” “Che mi ha pregato di iniziarlo ai piaceri sessuali perché fino a ieri notte non aveva avuto nessuna esperienza, neppure un bacio. All’inizio ho esitato un po’, non volevo essere io il suo primo amante, sai bene che mi piacciono i ragazzi esperti che sanno già fare tutto, con loro mi posso divertire, posso sfogarmi senza andarci leggero, ho sempre evitato i vergini per questo motivo e per non avere complicazioni.” “A quanto pare la tentazione di svezzare un cucciolo è stata troppo forte, dico bene?” Julian sorrise, quasi imbarazzato, e Jennifer volle sapere di più. “Dai, raccontami com’è andata.” Julian chiuse gli occhi per un secondo, rivivendo ogni istante della notte precedente, poi sbatté le palpebre e disse: “È stato bello. Magico. Ci siamo baciati, accarezzati… E poi abbiamo fatto l’amore… Non è stato il solito sesso passionale a cui sono abituato da anni, sapevo che dovevo andarci piano, controllarmi, non avere fretta, essere delicato… E quindi mi sono lasciato andare al sentimento, forse fin troppo, e abbiamo 41


fatto l’amore… E mi è piaciuto, cavoli, è stato esaltante! E anche romantico, dolce… In pratica una notte perfetta.” Jennifer sgranò gli occhi verdi per lo stupore nel sentire quelle parole che uscivano dalla bocca di Julian. “Oh mio Dio…”, mormorò, scandendo ogni singola parola. Julian la fissò con aria interrogativa. “Che c’è? Cosa ti prende?”, chiese, non capendo perché l’amica sembrasse tanto sorpresa. “Ti sei ascoltato mentre parlavi?” “Perché, ho detto qualcosa di strano?” Jennifer gli sorrise divertita. “Hai parlato d’amore, Julian!” “Sì, perché è quello che abbiamo fatto per ben tre volte.” “Oh caspita, guarda come ti brillano gli occhi…” “Non dire stupidaggini, figurati se io mi lascio prendere dai sentimentalismi.” “Andiamo, ammettilo. Quel ragazzo ti piace da morire, la notte scorsa è stata stupenda, e quando ti sei svegliato questa mattina non ce l’hai fatta a mandarlo via.” “Okay, e allora?” “Lo vuoi tutto per te. Non hai alcuna intenzione di lasciarlo andare via. Te ne sei invaghito.” Julian si strinse nelle spalle. “Può essere. Magari un pochino.” “No Julian, non me la dai a bere. Guarda la tua espressione, hai uno sguardo radioso, felice, sereno… Altro che avventura, questa volta hai trovato l’amore vero.” Lui scosse la testa. 42


“Che esagerata! Una notte fantastica capita a tutti di tanto in tanto. Non significa nulla.” “Bugiardo, non hai il coraggio di ammetterlo.” “Ammettere cosa?” Jennifer lo guardò dritto negli occhi azzurri. “Che provi qualcosa per quel ragazzo, è ovvio. Guarda che è normale, sai? Sei un essere umano, non una macchina del sesso, ormai hai trent’anni, ti sei divertito a sufficienza, è ora di smetterla con le follie di una notte e pensare ad una storia seria. Tu sei pronto Julian. Sei pronto per innamorarti.” Julian le indirizzò un’occhiata di traverso. “Jennifer, ti prego… Non cominciare a farmi la predica sull’amore, lo sai che io non sono il tipo da relazioni serie, non me lo posso permettere, devo pensare al lavoro e a mantenere la bella facciata che mi sono costruito con il tuo aiuto. Una relazione seria mi renderebbe fragile, metterei a rischio tutta la mia vita.” “Hai solo paura. Tu vuoi innamorati, lo desideri più di quanto non vuoi ammettere, e il tuo biglietto per il paradiso è aldilà di questa porta, sdraiato nel tuo letto. Devi solo salire sul treno e iniziare il viaggio.” Julian scosse nuovamente il capo. “No, non posso. È troppo rischioso.” A quelle parole, Jennifer gli prese il mento fra le dita costringendolo a guardarla in faccia. “Julian, ascoltami. L’amore è importante, quando arriva non puoi gettarlo via, devi afferrarlo e tenerlo stretto a te. Se sopprimi i tuoi sentimenti ti fai solo del male.” 43


“Non mi sono innamorato, Jennifer. Provo solo qualcosa, ma non vuol dire che sia amore.” “Va bene. Non è amore. Dunque che cos’è?” “Non lo so. E non intendo scoprirlo.” Si alzò dal bordo della Jacuzzi incastonata nel pavimento e scese i due gradini piastrellati per raggiungere il lavabo. Jennifer lo seguì a ruota, decisa a non demordere nel suo intento di farlo ragionare con il cuore anziché con la testa. “Accidenti Julian, che cocciuto che sei… Rispondi a questa domanda. Sinceramente. Qual è stato il primo pensiero che ti ha sfiorato la mente quando ti sei svegliato stamani e hai visto Leslie sdraiato accanto a te?” Julian lo sapeva benissimo. Il difficile era dirlo a Jennifer. “Nessun pensiero particolare… Tranne due parole.” “Due parole? Quali? Le voglio sentire.” Julian chiuse gli occhi e sospirò. “Sei mio. Le ho sussurrate contro le sue labbra.” Jennifer sorrise compiaciuta. “Due paroline dal significato importante.” Cedendo alle insistenze di Jennifer, Julian trovò il coraggio di confidarsi con lei. “Okay, hai ragione tu, come sempre. Ho abbassato la guardia e mi sono lasciato prendere dalla voglia di dare e ricevere amore. Non credo di essermi innamorato, o forse sì, può essere successo… Quello che so per certo è che Leslie mi piace, anche se lo conosco appena e non so quasi nulla della sua vita, ma con lui sono stato bene, ho vissuto la notte più bella della mia vita, e non voglio che lui esca da questa casa per non tornarci mai più… Lui è mio… Io voglio che sia solo mio.” 44


Jennifer gli prese il volto fra le mani e gli disse: “Allora non lasciarlo andare. Digli ciò che provi. Digli che lo vuoi tutto per te. Amalo, Julian. E lascia che lui ami te.” “L’amore mi spaventa,” ammise Julian, mostrando per un breve attimo il suo lato nascosto, fragile e timoroso. “Spaventava anche me, lo sai. Ma poi ho conosciuto Olivia, e da quel momento l’amore ha smesso di farmi paura.” Julian comprese il messaggio dell’amica. Gli stava dicendo “Buttati”, “Lasciati andare”, “Viviti questo sentimento”, e sapeva che era un saggio consiglio. Tuttavia… “Se inizio una relazione seria con Leslie, ammesso che anche lui la desideri, la mia vita diventerà ancora più complicata di com’è adesso. Non potremo farci vedere in giro insieme, non qui a Manhattan per lo meno, e dovremo amarci di nascosto, altrimenti la mia copertura andrà in pezzi. Non sono certo di volere tutto questo, e forse non lo vorrà nemmeno Leslie.” “Non devi saltare subito alle conclusioni negative. Parlane con lui prima di prendere una decisione, raccontagli ogni cosa, di me e di te, del tuo lavoro, dell’alibi che ti sei creato. Se per lui non è un problema, potrete vedervi fuori città, dove nessuno ti conosce, e passare ogni notte qui, insieme… Guarda me e Olivia, stiamo insieme da cinque anni e nessuno ha capito che siamo una coppia. Al lavoro siamo semplici colleghe, e a casa nostra facciamo ciò che ci pare. I vicini pensano che siamo due amiche che dividono lo stesso appartamento. Siamo felici, poco importa se dobbiamo mentire sul lavoro con le altre colleghe, il nostro amore è la cosa più bella e preziosa che abbiamo, e lo proteggiamo da chi non riesce a comprendere come sia 45


possibile amare una persona dello stesso sesso. Puoi farlo anche tu Julian, devi solo volerlo.” “Non lo so, Jennifer… Mi sembra un azzardo, una sfida pericolosa contro il mondo intero.” “Tu ami le sfide. Sei intrepido, coraggioso, scaltro e intelligente. E comunque puoi sempre contare su di me, lo sai. La tua finta fidanzata è un moschettiere in gonnella, pronta a difendere la tua reputazione da tutti e in qualunque momento. Viviti questa storia, Julian, non rinunciare all’amore, ne hai un gran bisogno.” Jennifer aveva ragione. Il suo bisogno di amare e di essere amato si era fatto sentire durante la notte in ogni singolo istante bruciato con Leslie, e sebbene non fosse facile avere una relazione seria da dover nascondere agli occhi indiscreti di una città curiosa e da proteggere dai pettegolezzi della gente, lui aveva il diritto di provare a viverla ugualmente, sperando che tutto andasse per il meglio. “Grazie dei buoni consigli, Jennifer. Sei la mia salvezza, la mia fonte di incoraggiamento. Ti voglio un bene dell’anima”, le disse, prendendole una mano e baciandone il palmo. “Ti voglio bene anch’io, tantissimo, e se non fossi nata lesbica ti avrei supplicato di sposarmi molti anni fa.” Mentre Julian rideva per quel commento ironico, Jennifer gli gettò le braccia al collo e lo strinse forte a sé per un lungo momento, quindi sciolse l’abbraccio e gli sorrise. “Devo andare via adesso. Olivia sbarca da Sidney tra quindici minuti. Voglio essere a casa prima che lei arrivi, le ho promesso una pranzetto messicano seguito da tanto sesso.” 46


“Okay, allora corri subito da lei. Non farla aspettare. E passate una bella giornata.” Le depose un bacio sulla fronte, felice che facesse parte della sua vita. Lei raccolse la bottiglietta vuota di succo d’arancia che aveva lasciato sul ripiano marmorizzato del lavabo e gli fece l’occhiolino. “Fai il bravo, Julian. E chiamami, per qualsiasi cosa ti serva.” “Lo farò. Ciao.” Jennifer fece scorrere la porta del bagno per aprirla e corse via in tutta fretta recuperando scarpe e borsetta dalla cucina. Uscì dall’attico senza fare rumore e Julian rimase da solo a fissare la propria immagine riflessa nello specchio. Poi, ruotando leggermente la testa di lato, spinse lo sguardo oltre la porta semiaperta fino a inquadrare il letto con il corpo nudo di Leslie abbandonato fra le lenzuola stropicciate e il soffice cuscino che accoglieva la sua testa bionda. Lo guardò, e nella sua testa echeggiarono le parole di Jennifer. “Non lasciarlo andare. Digli ciò che provi. Digli che lo vuoi tutto per te. Amalo, Julian. E lascia che lui ami te.” Julian uscì dal bagno facendo scivolare a terra l’asciugamano allacciato ai fianchi ed entrò nella camera da letto silenziosa. Sarebbe stata una lunga, piacevole e appagante Domenica.

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- Diventare una coppia -

Nella grande sala riunioni della “Jackson & Associates Company” era in svolgimento il consueto incontro del Lunedì mattina tra i dirigenti della società e i promettenti broker e procacciatori d’affari impegnati a redigere il programma di incontri finanziari previsti per la nuova settimana iniziata da poche ore. Seduto al suo solito posto al fianco di Edgar Jackson, Julian cercava di concentrarsi sulla giovane impiegata che stava elencando uno dopo l’altro i numerosi appuntamenti lavorativi in scaletta, e di tanto in tanto prendeva appunti sulla sua agenda personale scribacchiando i nomi delle società azionistiche con cui la compagnia avrebbe dovuto incontrarsi. La riunione era iniziata già da un’ora e non sarebbe finita tanto presto. Julian si stava annoiando, il che non era da lui, e controllava ogni cinque minuti il quadrante del suo Rolex in acciaio con visibile impazienza. L’incontro del Lunedì era sempre piuttosto pesante, ma quel giorno in particolare Julian faticava non poco a seguirne lo svolgimento, perdendosi pezzi di conversazioni tra i dipendenti associati e non partecipando attivamente alle discussioni tra Edgar e i suoi fidati avvocati. Il suo sguardo era puntato verso il cielo azzurro terso aldilà delle vetrate della sala riunioni e i suoi occhi saltellavano da un palazzo all’altro del cuore di Manhattan osservando il sole di Luglio che si rifletteva sui finestroni e luccicava sulle strutture 48


in acciaio degli edifici. Era una splendida giornata d’estate, calda e stranamente non afosa, e Julian avrebbe voluto essere altrove, magari in New Jersey, sulla spiaggia di Cape May, a rosolarsi al sole sdraiato su un telo di spugna in compagnia di un giovane surfista di nome Leslie Donovan, che a quell’ora era certamente impegnato a sfidare le onde del Pacifico sulla sua tavola da surf prima di recarsi alla piscina di Wildwood e dedicarsi al suo lavoro di istruttore di nuoto. Julian non ricordava con esattezza quando avesse smesso di praticare surf e di passare i weekend in spiaggia, di sicuro erano passati più di cinque anni, perché dall’inizio del suo stage lavorativo alla “Jackson & Associates Company”, quando aveva vent’anni, il suo tempo libero si era ridotto a zero e i weekend rilassanti erano diventati sempre più rari, sostituiti da inviti a pranzo a casa dei colleghi, barbecue domenicali presso la villa di Edgar, brunch aziendali e cene d’affari nei ristoranti di Manhattan. Le vacanze erano un optional, dato che Edgar gestiva le sue transazioni soprattutto con investitori giapponesi abituati a lavorare sette giorni su sette per 365 giorni all’anno, ed essendo il suo vice, Julian era sempre al suo fianco nelle occasioni di lavoro, anche durante i fine settimana. Ripensandoci in quel momento, si rese conto di aver trascorso dieci anni filati sgobbando come un mulo per raggiungere la posizione di vicepresidente, lavorando a rotta di collo senza mai potersi godere una meritata vacanza o alcuni giorni di riposo, escludendo la festa del Ringraziamento, Natale e Capodanno, e il 4 Luglio, uniche occasioni in cui la “Jackson & Associates Company” chiudeva i battenti. L’unica fonte di libero svago che si era concesso in quei dieci anni di full 49


immersion lavorativa erano state le sue segrete nottate a sfondo sessuale altamente erotico e qualche rarissima Domenica priva di impegni come quella che aveva trascorso ventiquattr’ore prima insieme a Leslie facendo l’amore ripetutamente, oziando sul letto fino a tardi, sguazzando nell’idromassaggio della Jacuzzi, mangiando ravioli cinesi ordinati al telefono da un takeaway con consegna a domicilio, e concludendo la serata conversando sul divano prima di tornare a letto e fare l’amore di nuovo. Il suono della sveglia programmato per le sette in punto aveva segnato la fine di quella intensa e indimenticabile Domenica, e Julian si rimproverava di essere stato un tantino frettoloso nel dire a Leslie che non poteva arrivare in ritardo in ufficio, motivo per cui si erano salutati sulla porta di casa con un “Ti chiamo io” pronunciato da Julian seguito da un rapido abbraccio e da un freddo bacio stampato sulla bocca sensuale di Leslie. Non era stato un bel modo di salutarsi, era sembrato piuttosto che volesse sbarazzarsi di Leslie il prima possibile, e questo non era un buon inizio per una relazione seria. Sperava che Leslie non si fosse sentito come l’amante di un giorno liquidato freddamente, anche se ad essere onesto con se stesso Julian doveva ammettere che al suono della sveglia la prima cosa a cui aveva pensato era stato proprio l’incontro del Lunedì che si stava svolgendo in quel mentre. “Sono partito con il piede sbagliato”, si disse mentalmente, agitandosi sulla poltrona girevole. Doveva rimediare a quell’errore, e non poteva aspettare la fine dell’incontro. “Edgar, scusami, ti posso chiedere un favore?”, bisbigliò all’orecchio dell’uomo brizzolato sulla settantina che gli sedeva accanto. 50


“Certo, dimmi pure”, rispose il presidente distogliendo per un attimo l’attenzione dalla conversazione tra due broker in corso in quel momento. “Dovrei assentarmi cinque o dieci minuti per fare una breve telefonata. Questioni personali”, spiegò rapidamente. “Va bene, fai la tua telefonata. Vai tranquillo, al momento non abbiamo bisogno di te.” “Ti ringrazio Edgar. Non ci metterò molto.” Il presidente annuì con un cenno del capo e tornò ad ascoltare la conversazione tra i due broker, mentre Julian spingeva indietro la poltrona e si alzava in piedi uscendo rapidamente dalla sala. Si chiuse la porta alle spalle e oltrepassò la scrivania di Amanda Johnson, la segretaria personale di Edgar, che stava compilando dei documenti. Inforcò il corridoio che portava alla zona delle toilette, svoltò l’angolo e anziché entrare nel bagno degli uomini raggiunse la porta di sicurezza e uscì sulla terrazza esterna dell’undicesimo piano, appoggiandosi alla ringhiera della scala antincendio tenendo d’occhio la porta. Infilò una mano nella tasca interna della giacca nera elegante e accese il suo Smartphone Blackberry. Strisciò con le dita sulla superficie touch-screen del telefono cercando il numero di Leslie e quando lo trovò premette l’icona di avvio chiamata. Sperò che non fosse in mezzo all’oceano sulla sua tavola da surf a cavallo di un’onda spumeggiante e attese pazientemente che rispondesse. Al decimo squillo, finalmente la voce di Leslie lambì l’orecchio di Julian con suo enorme sollievo. “Pronto?” “Leslie?... Sono io, Julian.” Il fruscio delle onde oceaniche precedette la voce di Leslie. 51


“Hey… Ciao.” “Dove sei? A Cape May?” “Sì, sono in spiaggia. Stavo incerando la mia tavola.” “Come sono le onde oggi?” “Piuttosto tranquille, c’è poco vento.” “Le cavalchi lo stesso?” “Sicuro. Un buon surfista non spreca nemmeno un’onda.” “Hai ragione, per un attimo ho scordato questa regola.” “Dovresti ricominciare a surfare. Una tavola nuova te la posso procurare io. Una Dunhill come la mia, leggera e appuntita, oppure una Lost Mayem, un po’ più solida e veloce.” “L’esperto sei tu, mi affido alle tue conoscenze in questo campo. La mia vecchia Salomon è rimasta a casa dei miei, nello scantinato. L’umidità l’avrà imbarcata tutta.” “Peccato che tu abbia smesso, ma non è mai tardi per risalire sulla cresta dell’onda.” “Tu procurami la tavola migliore, poi si vedrà.” “Contaci. A cosa devo l’onore di questa chiamata in piena mattinata? Pensavo avessi una riunione importante oggi.” “Sì, la riunione è in corso. È talmente noiosa che sono scappato via per chiamare te.” “Lo prendo come un complimento. È bello sapere che sono più importante del tuo lavoro.” “Certo che lo sei. E ti ho chiamato apposta per questo.” “Adulatore… Ti manco di già?” “Se potessi farlo, mollerei l’ufficio adesso per correre lì da te.” “Davvero? Caspita, sono un ragazzo fortunato.” Julian pensò che tra i due il vero fortunato era lui, perché dopo anni di avventure senza impegno finalmente aveva trovato una 52


persona capace di fargli desiderare una relazione seria. “Sono io il vero fortunato. Incontrarti è stata una benedizione. Avevo bisogno di una distrazione nella mia vita, a volte mi lascio prendere dal lavoro fin troppo.” “Sei il vicepresidente di una compagnia d’investimenti rinomata, è comprensibile che tu sia super impegnato.” “A proposito di questo… Ti ho chiamato per scusarmi.” “Scusarti? E di cosa?” “Per questa mattina. Mi sono comportato male al suono della sveglia. Non volevo essere così frettoloso e freddo nel salutarti, se ti sei sentito buttato fuori di casa sappi che non era mia intenzione trattarti così.” “Sei gentile a chiamarmi per dirmi queste cose, lo apprezzo molto, però non hai bisogno di scusarti, ho visto che andavi di fretta, e non ti sei affatto comportato male.” “Sei sincero? Me lo puoi dire in faccia se ti ha infastidito la mia mancanza di tatto.” “Julian, dico davvero, non ti devi scusare. Il Lunedì mattina è un giorno traumatico per la maggior parte dei lavoratori, capita a tutti di fare le cose in fretta quando si deve rispettare un determinato orario.” “Quindi non hai nulla da rimproverarmi?” “Direi proprio di no.” “Okay… Però a me dispiace ugualmente, e ci tenevo a dirtelo. Non capiterà più.” “Va bene. Accetto le scuse per farti sentire più tranquillo.” “Grazie. La prossima volta sarò più gentile, promesso.”

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“Uhm, basta che non ti salti in mente di preparare la colazione e portarmela a letto su un vassoio corredato di fiori. Detesto le smancerie.” Julian sorrise, felice di essersi sbagliato nel pensare di aver agito in modo troppo brusco. Leslie possedeva un’aura di dolcezza che traeva in inganno, poteva apparire fragile ma in realtà non lo era affatto. “Hey, sei ancora in linea?”, chiese Leslie. “Sì, sono qui. Non mi va di tornare in sala riunioni, è una giornata così bella che rinchiudermi fra quattro pareti fino all’ora di pranzo mi sembra un delitto.” “Fatti venire una finta emicrania e prenditi la giornata libera.” “Non posso. Edgar Jackson mi conosce bene, fiuterebbe subito la puzza di bruciato.” “Peccato. Potevi raggiungermi in piscina e guardarmi mentre insegno ai ragazzini a nuotare come delfini.” “Magari… Penso che dovrò limitarmi a pensarti per tutto il giorno e accontentarmi di questo.” “Stavi già pensando a me. Altrimenti non mi avresti chiamato.” “E tu come lo sai che pensavo a te?” “È il minimo che potresti fare dopo tutto il tempo che abbiamo passato insieme a fare sesso e a parlare di noi. Tra Sabato sera e l’intera Domenica abbiamo trascorso esattamente 35 ore fianco a fianco, comprese le ore in cui abbiamo dormito. Impossibile non pensarmi, ti pare?” “E così hai tenuto il conto delle ore passate con me… Significa qualcosa di particolare?” “Sì. Vuol dire che per me sei importante.” 54


Julian rimase in silenzio per un breve istante. Leslie aveva il dono di riuscire a spiazzarlo con frasi come quella. “Anche tu sei importante per me”, ammise. “Lo so. Me l’hai dimostrato in cento modi diversi.” “E a te bastano i fatti per sentirti apprezzato?” “Diciamo che li preferisco alle parole. Contano di più. Un gesto particolare, un’attenzione nei miei confronti, uno sguardo silenzioso… Le piccole cose ti fanno capire chi hai davanti e quanto conti per lui. Come nel tuo caso. Parli molto poco, ma esprimi tutto ciò che provi con i tuoi modi di fare. Non credo che tu ne sia consapevole.” “No, in effetti non immaginavo di essere così espressivo.” “Io invece ci faccio caso. Studiare le persone è il mio hobby preferito. Capisco subito con chi ho a che fare e come devo relazionarmi nei suoi confronti.” “Mi stupisci, lo sai? Sei pieno di sorprese.” “E questo ti piace?” “Mi piace tutto di te. E non parlo solo dell’aspetto esteriore, che è la prima cosa che ho notato. Tu sei bello dentro, hai un animo profondo. Sei speciale.” Julian lo sentì ridere piano. “Mi stai corteggiando al telefono, Julian Sage?” “Credo di sì… Ti fa piacere?” “Mi fa venire voglia di masturbarmi pensando a te.” Julian incassò quel colpo trattenendosi dall’eccitarsi al solo pensiero di Leslie che si trastullava pensando a lui, un’immagine pericolosamente erotica che minacciava di mandare in frantumi il suo precario autocontrollo. 55


“Lo fai apposta a lanciarmi queste frecciatine? Hai scovato il mio punto debole studiando la mia gestualità?” “Il tuo punto debole sono io. Non ne avevi nessuno prima di incontrarmi, ma da Sabato sera è cambiato tutto. Dimmi che mi sbaglio.” “Non ti sbagli. Effettivamente tu mi fai un effetto che mi indebolisce. È una sensazione nuova per me, non sono abituato a sentirmi così. Non credo di avertelo detto, ma tu stai dando un senso diverso alla mia vita.” “Da come parli si direbbe che tu voglia vedermi più spesso di quanto immaginavo…” Julian volle confermare quel suo pensiero. “Io ti voglio nella mia vita, Leslie. Devo solo organizzarmi per trovare i giusti spazi di tempo da dedicare a te.” “Mi vuoi davvero nella tua vita?” “Tu mi vuoi nella tua?” Leslie si prese una breve pausa prima di chiedere: “È una proposta amorosa, o qualcosa di simile?” Julian colse al volo quell’occasione di essere onesto riguardo a ciò che provava per lui. “Ti sto chiedendo se vuoi essere il mio partner e se io posso essere il tuo. Sto parlando di frequentarci regolarmente, di essere una coppia… Credo di volere una relazione stabile dopo tutte le avventure che mi sono concesso, e la voglio con te.” Dopo una breve esitazione, Leslie replicò sorpreso: “Okay, aspetta un secondo, rallenta… Tu vuoi me come tuo partner? Nel senso di unico essere maschile da frequentare a tempo indeterminato?” Julian deglutì un nodo di emozione che gli era salito in gola. 56


“Posso ripeterti ogni singola domanda se vuoi.” Leslie non rispose, il rumore delle onde era l’unico suono che Julian sentiva. Pensò di averlo sorpreso, ma questo non gli impedì da riformulare le domande una per una. “Leslie Donovan, vorresti essere il mio unico partner a tempo indeterminato?” “Non mi aspettavo questa proposta così presto, dopo solo 35 ore di tempo passate con te, ma la risposta è Sì, voglio essere il tuo partner a tempo indeterminato.” “Bene. Anche tu mi vuoi come tuo partner?” “Che domanda… Ovviamente Sì.” “Perfetto. Dunque ti va di iniziare una relazione stabile con me, frequentandoci regolarmente, impegni lavorativi permettendo, e formare una coppia?” “Accidenti… Io pensavo che… Lascia stare, non ha importanza cosa pensavo, la risposta è ancora Sì…” Julian sorrise soddisfatto e sentì un guizzo nello stomaco. “Allora è deciso. Da questo momento tu sei una mia proprietà. Ho l’esclusiva su di te. Chi ti tocca assaggerà il mio destro.” La risata di Leslie risuonò gioiosa e sorpresa al contempo. “Dio mio, Julian… Una proposta d’amore via telefono non me l’aspettavo proprio.” “Lo so, certe cose si dovrebbero chiedere di persona, faccia a faccia, scusami tanto, sono un disastro con le relazioni serie.” “Non importa, Julian, va bene anche così, tu mi piaci come sei, perfezionista e disastroso insieme.” Julian sorrise di nuovo, mentre l’idea di incontrare Leslie quella sera stessa per discutere dei loro sentimenti faccia a faccia si faceva strada nella sua mente veloce come un lampo. 57


“Senti, Leslie… Facciamo una cosa… Vediamoci questa sera da qualche parte, così possiamo parlare e… insomma, rimediare a questa proposta telefonica con una seconda proposta vis-a-vis.” “Okay, c’è un posto carino qui a Cape May, una tavola calda affacciata sul lungomare. È sempre affollata di turisti stranieri, non corri il rischio di incontrare i tuoi colleghi. Puoi portare Jennifer e Olivia con te, se ti vuoi coprire le spalle.” “No, voglio vederti da solo. Dimmi il posto e l’ora.” “Facciamo alle 8:00, al “Lobster Diner”, è sul boardwalk.” “Ci sarò. Puntuale.” Leslie trasse un sospiro di pura emozione. “Non vedo l’ora di rivederti e guardarti negli occhi.” “Vale lo stesso per me. Ti ho salutato meno di tre ore fa, eppure mi sembra sia passata un’eternità. Ho voglia di riabbracciarti e baciarti.” Leslie si concesse una pausa, quindi mormorò dolcemente: “Julian, ti aspetto sul boardwalk alle 8:00.” “Sì, ci vediamo questa sera. Pensami.” “Con tutto il cuore.” Julian guardò il cielo di Manhattan e gli parve di non averlo mai visto così azzurro. Purtroppo non poteva restare al telefono un minuto di più, era già passato fin troppo tempo. “Non vorrei farlo, ma ora devo lasciarti, mi aspettano in sala riunioni… Ti penserò anch’io, Leslie.” “Lo so. A stasera, Julian.” Leslie pose fine alla conversazione e Julian rimase a fissare il display del cellulare per alcuni interminabili secondi. Gli tremavano le mani, e il cuore batteva a mille nel suo petto sotto 58


la camicia bianca e la giacca leggera del completo di lino nero. Si sentiva come un adolescente al suo primo appuntamento, emozionato, felice, e anche un po’ spaventato. Il fatto che Leslie avesse accettato la sua proposta lo riempiva di una gioia indescrivibile. Sarebbero stati una coppia. In incognito, ma pur sempre accoppiati. Julian non riusciva a contenere l’emozione, ma doveva farlo e tornare all’incontro con i dirigenti. Aveva bisogno di un caffè. Espresso. Nero e forte. Rimise lo Smartphone Blackberry nella tasca della giacca e rientrò nell’edificio dove la temperatura era decisamente più fresca grazie all’aria condizionata. Entrò nella toilette e si rinfrescò le mani e le guance con l’acqua fredda del lavabo, poi si sistemò il nodo della cravatta e si ravviò i capelli con le dita delle mani. Tornato in corridoio, lo percorse con passo tranquillo, e sorrise alla segretaria Amanda Johnson chiedendole di portargli in ufficio una tazza di caffè espresso molto ristretto. Quando spinse la porta in mogano scuro della sala riunioni, alcuni suoi colleghi erano impegnati in una discussione dai toni piuttosto accesi. Si sedette al suo posto, accanto a Edgar, il quale lo guardò e gli chiese: “Tutto a posto? La tua telefonata è stata piuttosto lunga.” “Sì, sì, tutto bene. Non riuscivo a prendere la linea, sono dovuto uscire sulla terrazza.” “Hai chiamato la tua splendida Jennifer?” Julian annuì con il capo. “Non è di turno al Lunedì?” “Era appena atterrata a Roma.” “Roma… Città meravigliosa. Ci sei mai stato?” 59


“Certo, con Jennifer. La scorsa estate, per il nostro anniversario di fidanzamento. La cucina romana è fantastica.” “Oh sì, piatti deliziosi e ottimo vino.” Amanda Johnson entrò nella sala in quel momento portandogli il caffè dal profumo aromatico. “Grazie mille, Amanda.” “Di nulla, signor Sage.” Edgar fissò la tazza bianca fumante e osservò: “Tu non bevi mai il caffè nero a quest’ora del mattino, se non erro una volta mi hai detto che ti rende nervoso.” “Oggi ne ho bisogno. Per darmi un po’ di carica.” “Non stai bene?” “No, sto benissimo… Ho chiesto a Jennifer di sposarmi.” “Davvero? E lei cos’ha risposto?” “Ha detto di no. Forse il prossimo anno. Per questo ho bisogno del caffè. Devo riprendermi dalla delusione.” “Oh! Le donne! Chi le capisce è un genio. Mi dispiace Julian. Ma non demordere, vedrai che alla fine cederà e ti sposerà.” “Grazie Edgar, lo spero proprio.” Julian bevve una lunga sorsata di caffè nero, ponendo fine all’interrogatorio di Edgar e osservando incuriosito i colleghi Liam Baker e George Fenton che discutevano animatamente sul rifiuto della loro proposta commerciale da parte di un’azienda tecnologica sudcoreana, incolpandosi a vicenda per la mancata conclusione dell’affare. Poco dopo, si ritrovò a scarabocchiare sulla propria agenda, disegnando onde oceaniche e tavole da surf con la penna d’argento con il marchio della compagnia “J.&A.C.” stampato sul cappuccio. Continuò a distrarsi per l’intera durata dell’incontro, pensando 60


alla serata con Leslie che lo attendeva a Cape May, e quando finalmente fu annunciata la pausa pranzo, con immenso sollievo seguì i suoi colleghi nel corridoio all’esterno. “Julian, vieni a mangiare con noi?”, gli chiese Norman Drake. “Facciamo un salto da “Morimoto” per un piatto di tempura”. “Grazie Norman, ma non ho molta fame. Prenderò un’insala e un tramezzino giù alla mensa.” “D’accordo. Ci vediamo tra un’ora.” Rimasto solo, Julian si chiuse nel proprio ufficio, si sedette sulla comoda poltrona posta dietro la scrivania e chiuse gli occhi pensando a Leslie impegnato ad insegnare nuoto nella piscina pubblica di Wildwood, in New Jersey…

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- Amarsi senza vergogna -

L’aria della sera era mite, profumata di salsedine e sabbia bagnata dalle onde dell’oceano. Julian percorreva il boardwalk in legno verniciato di Cape May animato da residenti locali e turisti stranieri in vacanza che passeggiavano lungo quel tratto di passerella costruita a fianco della spiaggia. Alle 8:00 della sera il cielo era ancora luminoso, di un pallido azzurro sfumato di rosa sulla linea dell’orizzonte, e l’oceano blu scuro con le sue onde spumeggianti baciava il litorale dove alcune coppie di innamorati si scambiavano effusioni amorose con i piedi nudi affondati nella battigia. Julian non metteva piede in quel luogo caratteristico da tempo memorabile, e ritrovarsi lì dopo tanti anni gli pareva strano, quasi fosse un salto temporale all’indietro, un piacevole ritorno al passato. Aveva lasciato la Lamborghini parcheggiata sul pier e sperava di ritrovarla ancora lì al termine della serata. Il suo appuntamento con Leslie era finalmente arrivato, e per l’occasione Julian aveva tirato fuori dall’armadio una camicia a maniche corte stampata con motivi floreali hawaiani abbinata a un paio di jeans sdruciti tagliuzzati sulle ginocchia e comode scarpe sportive Levi’s. Così vestito si sentiva ringiovanito di almeno dieci anni, quasi fosse tornato ai tempi del primo anno d’università. Conteneva a stento la felicità di trovarsi lì in New Jersey, lontano dalle mille luci della rumorosa e trafficata Manhattan, ed era emozionato 62


per l’appuntamento con Leslie. Non aveva idea di dove si trovasse esattamente il “Lobster Diner”, perciò avanzava sul boardwalk leggendo tutte le insegne colorate e luminose degli esercizi commerciali affacciati sulla passerella. Quando alla fine riuscì a trovare la tavola calda, fu sorpreso di vedere che in realtà fosse una sorta di ristorantino dal sapore rustico e marinaro con veranda vista mare in legno tinteggiata di bianco e tavolini quadrati per due e quattro persone anch’essi in legno, dipinti di giallo, verde, rosso, azzurro e lilla come le sedie impagliate abbinate. Lampioncini gialli in metallo pendevano lungo tutto il bordo della veranda, illuminando a sufficienza i tavolini. I clienti erano soprattutto turisti stranieri, persone abbronzate abbigliate con semplici magliette, pantaloncini corti e ciabatte infradito. Julian si guardò intorno alla ricerca di Leslie, e lo vide in piedi sulla soglia di un negozio di articoli sportivi mentre parlava con due ragazzi della sua età. Aveva addosso una t-shirt smanicata verde menta che gli aderiva sul torace e sul dorso, bermuda di jeans blu scuri e un paio di Converse rosse. La sua pelle dorata dal sole era liscia e setosa, gli occhi azzurri brillavano nel bel viso contornato dai capelli biondi. Julian sentì uno sfarfallio nello stomaco mentre lo fissava ammaliato da una distanza di tre metri, e si domandò cos’avesse fatto di speciale per meritarsi l’amore di quel ragazzo stupendo. Mentre cercava una spiegazione sensata a quel quesito, Leslie lo vide con la coda dell’occhio e si affrettò a salutare i due amici, probabili surfers con i quali trascorreva le mattinate. Julian non si mosse, troppo preso ad ammirare l’angelo biondo che gli veniva incontro sorridente. “Vedo che non ti sei perso”, gli disse, prendendolo in giro. 63


“Fortunatamente no, anche se questo posto è cambiato parecchio nel giro di dieci anni. Ci sono molti locali nuovi.” Leslie lo squadrò da capo a piedi. “Sei fichissimo vestito così. Hai un’aria molto vacanziera.” “Non mi sembrava il caso di presentarmi vestito con uno dei miei completi firmati, così ho ripescato questi straccetti dal fondo dell’armadio. Ti confesso che non mi sento a mio agio senza cravatta e scarpe di cuoio.” “Sul serio? Dovresti scioglierti un po’, scrollarti di dosso l’ombra del vicepresidente che ti porti appresso. Hai trent’anni, Julian, non essere così rigido, sei ancora troppo giovane per vivere come un ricco finanziere che cammina come un vecchio manico di scopa.” “Mi stai dando del manico di scopa? A me?” “Scherzavo, stupido. E sono felice di rivederti.” Così dicendo gli avvolse le braccia attorno alla vita e Julian si ritrovò a pochi centimetri dalla sua bocca arrossata dal sole. “Non ti posso baciare, c’è troppa gente qui”, osservò Julian, abituato a nascondere in pubblico la propria omosessualità. “Di cosa ti preoccupi? Lascia che ci guardino.” “Capiranno tutti che siamo gay.” “E allora? Dov’è il problema?” “Non sono disinibito come te. Sono pudico.” “Tu? Julian Sage che miete conquiste al “Purple Red”?” “In quel club posso essere chi voglio e fare ciò che mi pare, ma in pubblico ho qualche difficolta.” “Hai paura del giudizio della gente?”

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“Francamente sì. Detesto essere giudicato. E non mi piace essere chiamato “checca” o “frocio”. Forse non mi accetto per quello che sono.” “Fai male. Ti rovini la vita se vivi nella paura del giudizio negativo degli altri.” “Tu come riesci ad essere te stesso senza incazzarti per chi ti considera un essere umano di serie B?” “Me ne frego di cosa pensano i bigotti. Sono una persona intelligente, ho un lavoro onesto, pago le tasse, rido e piango come fanno tutti, nessuno può dirmi che sono un essere inferiore, perché so che non è vero. Mi piacciono gli uomini e sono gay, ma questo è solo affar mio, e chi non lo capisce è mentalmente inferiore.” “Devo prendere appunti quando sto con te, sei una fonte di inesauribile saggezza.” “Il segreto è essere se stessi, nel bene e nel male. Solo così riesci ad essere felice. Devi amarti un po’ di più, Julian.” “Mi nascondo da una vita, non posso essere liberamente me tesso, e tu sai bene perché.” “Hai una reputazione da proteggere, lo capisco. Ma qui non siamo a Manhattan, non ci sono i tuoi colleghi e il tuo capo, ci siamo solo noi due, e quando sei con me ti voglio vero come sei nel privato del tuo attico. Okay?” “Okay. Messaggio recepito.” “Bene, adesso baciami.” Julian cercò di non pensare alle persone che passeggiavano intorno a loro e che li avrebbero guardati. Pensò di essere a casa, nel suo loft, lontano da sguardi curiosi, sollevò una mano per appoggiarla sulla guancia di Leslie e farla scorrere dietro la 65


sua nuca, fino alla base del collo, e poi attirarlo a sé per premere le labbra sulle sue. Lo baciò come lo avrebbe baciato in una stanza vuota, in una bolla di realtà dove tutti erano ciechi, con dolcezza e passione, con la bocca e con la lingua, teneramente e spudoratamente, fondendosi con lui in un solo respiro, un solo cuore pulsante, una sola anima vibrante. Lo baciò per cinque minuti filati, finché non ebbe più fiato. “Wow… Tu mi fai morire, Julian Sage.” “Vuoi che ricominci?” “Sarei tentato di dire sì, ma ho una fame pazzesca. Tieni da parte un po’ di passione per dopocena.” Julian gli lasciò andare il collo e Leslie sciolse l’abbraccio in cui l’aveva tenuto stretto fino a quel momento. “Andiamo a riempirci la pancia”, gli disse, cercando la sua mano per intrecciare le dita con le sue. “Ma io ho fame di te.” “Mi mangerai più tardi. Sarò il tuo dessert goloso.” Senza obbiettare, Julian lo seguì fino all’ingresso del “Lobster Diner”, entrarono nel ristorantino e ordinarono insalata di polpa di astice e chele di granchio impanate per entrambi, quindi si sedettero all’esterno su un tavolino giallo per due persone attendendo di essere serviti. Quando arrivarono i cocktails alla vodka e frutta, Leslie propose un brindisi. “A questa serata, ovvero al nostro primo appuntamento. A noi due, e a quello che ci aspetta nei giorni a venire.” “Aspetta, hai scordato tre cose importanti.” “Aggiungile.” “All’amore, al sesso sfrenato, e a chi si ama, a prescindere dalle preferenze sessuali.” 66


“Cin-Cin, baby.” Sollevarono i calici dei cocktails e li fecero tintinnare uno contro l’altro. “Sono pazzo di te, Leslie Donovan.” “E io di te, Julian Sage.”

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- Sarà per sempre -

L’appartamento di Leslie era un piccolo rifugio arredato in stile californiano, con grandi poster appesi alle pareti raffiguranti spiagge tropicali lambite da acque cristalline, tramonti rossastri con palme selvatiche stagliate contro il cielo, mari in burrasca con cavalloni altissimi, e scatti fotografici delle città di Los Angeles, Miami, e Biarritz. Tendine di perline colorate sostituivano le porte che separavano il cucinino dal salottino e la camera da letto dal bagno, sui mobili in legno di bambù c’erano bamboline hawaiane con corone di fiori al collo e conchiglie di varie misure e colori, e alla parete d’ingresso era appoggiate una mountain-bike nera e la tavola da surf di Leslie della Dunhill dipinta di rosso fuoco che andava sfumando in arancio e giallo limone dalla base alla punta. Alle finestre, veneziane bianche sostituivano le tende, e ovunque Julian si girasse incappava in fotografie di famiglia incorniciate, trofei di competizioni di surf e medaglie di gare di nuoto. “Questo appartamento mi ricorda quello in cui vivevo io ai tempi dell’università”, disse Julian con un pizzico di malinconia. “Anch’io tenevo la bicicletta e la tavola da surf appoggiate all’ingresso.” “Ti piace la mia Dunhill?”, chiese Leslie, stappando due birre. “È splendida. Colori stupendi e forma affilata”, ammise, sfiorando la superfice verniciata della tavola con una mano. 68


“È una scheggia nell’oceano, velocissima dentro i tunnel e stabile sulla cresta delle onde. Quanto sei alto?” “Cinque centimetri più di te.” “E quanto pesi?” “Settantasei chili.” “Uhm, un metro e ottantacinque per settantasei chili… Una Lost Mayem sarebbe perfetta per te, più robusta ma arcuata quanto basta per essere super veloce. Che colori ti piacciono?” “La mia vecchia Salomon era tutta bianca con sfumature azzurre, ma se avessi continuato a praticare surf l’avrei riverniciata di verde e blu.” “Posso fartela fare simile alla mia, blu scura alla base che sfuma in azzurro sui lati e verde brillante dal centro alla punta. Che ne dici?” “Sarebbe perfetta.” “Bene, l’avrai in una settimana.” Julian guardò Leslie e gli sorrise con gli occhi pieni d’amore. “Grazie”, disse, chinandosi a baciargli le labbra umide di birra. “Spero di ricordarmi come si sta in piedi sulla tavola.” Leslie rise, lo prese per mano e lo portò nel salottino. “Hai visto i miei trofei?” “Sì. Ne hai vinti parecchi.” “Quattro primi posti, due secondi posti e un terzo posto.” “Complimenti. Io non ho mai vinto niente.” “Quante competizioni hai fatto?” “Solo tre o quattro. L’università mi portava via troppo tempo, e poi è arrivato il lavoro, quindi ho smesso del tutto.” “Ricomincerai. E sai cosa ti dico? Ti prenderai una vacanza e verrai con me al torneo di surf Billabong a Maui previsto per la 69


fine di Ottobre. Mi sono iscritto ieri, e tu mi accompagnerai.” “Non ho mai chiesto una vacanza a Edgar… Dovrò inventarmi una scusa credibile.” “Tu e Jennifer a Parigi per una settimana romantica. Ti crederà, soprattutto dopo la balla di ieri su Roma e il mancato Sì alla tua richiesta di sposarla.” “Non farmici pensare, l’ho sparata proprio grossa.” “Però se l’è bevuta.” “Perché io e Jennifer ci diamo dentro quando siamo insieme pubblicamente. Dovresti vedere come ci baciamo.” Leslie lo guardò interdetto corrucciando le sopracciglia bionde. “Vuoi farmi ingelosire per caso?” “Non preoccuparti, è tutta scena.” “Ma la baci con lingua?” “Spesso e volentieri.” “E ti piace? Ci provi gusto?” “Sono solo baci di copertura. È come se in quel momento recitassi una parte, e lo stesso vale per lei. Siamo due bravi attori.” Leslie soppesò le sue parole, poi gli domandò: “Ti sei mai fatto una ragazza?” La risposta arrivò immediata: “No, mai. Ho sempre preferito i maschi. Però sono uscito con alcune ragazze ai tempi del liceo, e anche all’università. Ma non è mai successo nulla, tranne qualche bacio di circostanza.” “Per me è stato diverso. Non ho mai nascosto il fatto di essere gay, le ragazze non mi attraevano e lo sapevano. Facevano a gara per essere mie amiche, ne avevo sempre un paio intorno ed ero il ragazzo più odiato dai maschi del liceo.” 70


“Erano invidiosi di te?” “Incazzati neri in verità. Se avessero potuto uccidermi l’avrebbero fatto volentieri.” “Sei mai stato vittima di bullismo?” “Seguivo un corso di kick-boxing. Un giorno ho rotto il naso ad uno stronzo che mi ha tirato un sasso in faccia dopo avermi chiamato “checca”. L’ho spedito al pronto soccorso tutto sanguinante. Dopo quell’episodio nessuno mi ha più infastidito. Avevano tutti paura di me.” “Ti ammiro. Io non ho avuto il coraggio di uscire allo scoperto. L’idea di essere picchiato o denigrato mi ha sempre terrorizzato. Forse se avessi saputo difendermi sarebbe andata diversamente.” “Non facevi sport al liceo?” “Ero nella squadra di baseball come lanciatore.” “Avresti dovuto fare un po’ di box, giusto per saper tirare un bel gancio per stendere eventuali omofobi fastidiosi.” “Gli sport violenti non mi piacevano. Sono sempre stato un pacifista sposato al motto “Peace and Love”. Credevo nell’illusione che il mondo potesse essere un posto migliore di quello che invece è diventato. Ero un giovane sognatore.” “Sei ancora quel ragazzo. Totalmente privo di aggressività, un perfetto gentleman. Non sei cambiato di una virgola.” “Mi hanno cresciuto così, insegnandomi l’amore e il rispetto per gli altri. Mia madre Louise mi mandava in chiesa ogni Domenica e se saltavo la messa mi faceva recitare il rosario. Tutta la mia famiglia è rigorosamente credente e praticante, per questo non ho confessato nemmeno a loro di essere gay. Non l’avrebbero sopportato, specialmente mamma, e in quanto a 71


mio padre… l’avrei deluso a morte. L’unico figlio maschio generato dopo tre figlie femmine con il difetto di essere gay. Un gran brutto colpo.” “E non ti pesa continuare a fingere di essere eterosessuale? Non ti senti in colpa verso di loro?” “All’inizio mi pesava parecchio, prima di trasferirmi a Manhattan. Ma quando ho iniziato a lavorare nella compagnia di Edgar mi sono totalmente concentrato sulla carriera, e quel senso di colpa che provavo è svanito, grazie anche a Jennifer, ai suoi consigli e al suo appoggio morale. Adesso sono talmente impegnato che torno a casa una volta l’anno, per il pranzo di Natale. Jennifer mi accompagna, ovviamente, e quando mio padre mi vede sulla porta di casa mi abbraccia in un modo indescrivibile… Dovresti vedere l’orgoglio che gli si stampa in faccia quando inizio a parlare del mio lavoro, della mia paga mensile, della mia Lamborghini, dell’attico sull’Hudson… È così fiero di me, e anche mamma. Per due operai tessili che hanno fatto enormi sacrifici per crescere me e le mie sorelle e hanno risparmiato ogni singolo penny guadagnato per mandarci tutti e quattro all’università, sapere che tipo d’uomo sono diventato, brillante e rispettato, è per loro un grande riscatto, li ho ripagati di tutti i sacrifici fatti. Mi adorano per ciò che credono io sia, e infrangere il loro sogno dichiarando che sono gay sarebbe una terribile cattiveria. Preferisco che continuino a credere che sono etero.” Leslie si era fatto serio e lo guardava con dolcezza. “Mi dispiace tanto per la situazione difficile che stai vivendo, per questa doppia vita che ti sei costruito. Io non sarei capace di portare una maschera come fai tu. Ringrazio Dio di essere 72


nato in una famiglia di neo-hippies con un padre che ha accettato la mia omosessualità senza fare una piega, una madre che stravede per me, e un fratello maggiore che mi ha insegnato a difendermi dai bulli. Vorrei che fosse tutto così semplice anche per te.” Julian gli accarezzò il viso. “Non preoccuparti, so gestire bene tutto il mio mondo fittizio, ci sguazzo dentro come un attore in una soap-opera.” “E cosa farai se un giorno dovrai levarti la maschera e uscire allo scoperto affrontando il mondo intero per ciò che sei veramente? Riuscirai a gestire anche la realtà o crollerai come un pugile messo al tappeto?” “So che può succedere. L’ho messo in conto fin dall’inizio. E probabilmente capiterà prima o poi. Spero il più tardi possibile, se non addirittura mai. Ma in caso contrario, mi auguro di avere abbastanza coraggio per restare in piedi e non perdere la mia dignità personale.” Leslie gli accarezzò le spalle. “Sei un guerriero, Julian Sage. Un moderno gladiatore. Sconfiggerai i leoni nell’arena e alzerai la tua spada al cielo in segno di vittoria.” Era quello che Julian chiedeva a Dio ogni santo giorno: di dargli la forza per non lasciarsi abbattere dalla tempesta che si sarebbe scatenata attorno e su di lui quando la sua bella maschera sarebbe caduta rivelando il vero Julian Sage a tutti. Scacciò via quel pensiero e lanciò un’occhiata al suo Rolex. Le lancette segnavano l’una di notte passata. Leslie aveva seguito il movimento dei suoi occhi e prima che Julian potesse dire o 73


fare qualunque cosa, lo afferrò per il bordo dei jeans e gli disse senza troppi preamboli: “Rimani a dormire qui questa notte. Il mio letto è piccolo ma comodo. Anche la mia sveglia suona alle sette in punto. Ho i profilattici, il gel lubrificante e i Kleenex. Divertiamoci fino all’alba. E domani mattina avrai pancakes caldi per colazione.” “Che proposta allettante. Solamente un folle potrebbe rifilarti una risposta negativa. Concludiamo la serata con la ciliegina sulla torta.” Leslie gli gettò le braccia al collo e lo baciò con impeto selvaggio, mordendogli piano un labbro. “Mangiami. Sono il dessert che non hai preso al ristorante.” Julian contraccambiò il bacio con la medesima audacia, lo afferrò ai fianchi e lo sollevò da terra per prenderlo in braccio e portarlo nella camera da letto piccola e intima. E mentre facevano l’amore, poco dopo, Julian gli chiese: “Sei mio? Soltanto mio?” “Sarò tuo finché tu mi vorrai.” “Allora sarà per sempre.” Sugellò quella promessa con un bacio ardente, caldo e liquido come ceralacca versata su un testamento scritto su pergamena e sigillato con il suo marchio.

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- Giorni felici Agosto 2015, Cape May. Seduto sulla sabbia umida e cedevole del bagnasciuga con un paio di shorts neri addosso e le mani piantate a terra per sorreggersi il busto, Julian osservava divertito il suo ragazzo che scivolava veloce come una scheggia sulla cresta spumeggiante di un cavallone di tre metri, piegato sulla sua tavola da surf rossa e gialla. “Vai, vai, vai! Non mollare, non mollare!”, esclamò a voce altissima, incitandolo a resistere finché l’onda non avesse esaurito la sua corsa rovesciandosi completamente sulla superficie dell’oceano che quel giorno era particolarmente agitato. La giornata era torrida, il sole del primo pomeriggio bruciava sulla pelle, e raffiche di vento caldo soffiavano sulla spiaggia sollevando la sabbia e increspando l’acqua oceanica che si sollevava in alte pareti azzurre per poi formare splendidi tunnel arricciati su se stessi. Cape May era invasa dai bagnanti come ogni Domenica, i più coraggiosi si crogiolavano al sole stesi sui loro teli colorati incuranti della sabbia smossa dal vento, altri preferivano passeggiare sul boardwalk succhiando granite alla frutta da grossi bicchieri di plastica, e il bagnasciuga pullulava di giovani surfers, sia maschi che femmine, muniti delle loro tavole da surf variopinte, che sfidavano l’oceano come Leslie e si allenavano in vista del 75


torneo Billabong previsto a Maui per il 30 Ottobre. Anche Julian aveva portato la sua tavola Lost Mayem che Leslie gli aveva procurato, una bella tavola dalla foggia sinuosa tinta di blu e verde brillante che Julian aveva collaudato il mese precedente riprendendo a surfare senza alcun problema, riscoprendo l’adrenalinica euforia che si provava nel dominare l’oceano. Aveva già affrontato un paio di onde imbizzarrite cavandosela alla grande, e ora aspettava il suo turno per scivolare dentro un tunnel d’acqua senza esserne inghiottito. Quando Leslie fece ritorno sulla battigia con la tavola sotto il braccio e soltanto un paio di shorts neri aderenti a coprirgli le cosce, Julian sollevò una mano e Leslie batté il cinque contro il suo palmo. “Wow! Hai visto che razza di onda? Scalmanata come un cavallo imbizzarrito!”, esclamò, al colmo dell’esaltazione. “Ti voleva disarcionare, ma tu l’hai domata fino alla fine!” “Aspettiamo la prossima e la cavalchiamo insieme?” “Okay, la prossima è nostra, però io voglio il tunnel.” “Va bene. La prendiamo da sopra e poi fendiamo l’acqua in diagonale per infilarci dentro il tunnel.” “Chiaro. Tu vai per primo, io ti seguo a ruota.” Attesero che l’acqua si gonfiasse di nuovo, sospinta dal vento, e quando iniziò a formarsi l’onda presero le tavole e corsero in acqua, nuotando a pancia in giù sulle tavole verso l’arco azzurro che si sollevava sopra di loro, e solo quando la spuma bianca comparve sulla sommità dell’onda formandone la cresta si drizzarono sulle loro tavole con le ginocchia piegate e le braccia tese in avanti. Leslie salì per primo sulla cresta, Julian si incollò alle sue calcagna, insieme percorsero un primo tratto 76


scivolando sul pelo dell’acqua mantenendo l’equilibrio, poi Leslie si accucciò sulla tavola e Julian fece lo stesso, tagliarono l’onda in trasversale scendendo verso il tunnel e ne imboccarono l’entrata uno dietro l’altro piegati al limite sulle loro tavole. La velocità con cui percorsero il tunnel andava oltre i cento chilometri orari, l’ebbrezza di quell’istante era da capogiro, e mentre l’onda si rovesciava sull’oceano tanto velocemente da sembrare che volesse inghiottirli nel suo vortice azzurro, Leslie per primo e Julian subito dietro di lui riuscirono a sbucare fuori dall’ultimo tratto d’onda sconfiggendo il tunnel. Le loro grida di pura esaltazione risuonarono nell’aria e dalla spiaggia alcuni surfers che li avevano osservati affrontare l’onda e il tunnel applaudirono e fischiarono in segno di ammirazione e complicità sportiva. “Yahuuuuuu!”, gridò Leslie alzandosi in piedi sulla sua tavola ancora in corsa sull’acqua con le braccia sollevate verso il cielo. “Siamo grandi!” Julian scoppiò a ridere, si spinse fino a riva e raccolse la tavola sottobraccio raggiungendo di corsa il bagnasciuga. Leslie gli fu accanto in un baleno, piantò la tavola nella sabbia molle e sollevò di nuovo le braccia verso il cielo. “Era un’onda favolosa! Pazzesca! Che scarica di adrenalina!” Julian lo abbracciò, stringendolo forte contro il suo petto, e Leslie premette le mani sulle sue scapole, avvinghiandosi a lui in quell’abbraccio euforico. “Non vedo l’ora di andare a Maui insieme a te. Laggiù le onde sono da brivido, mettono paura solo a guardarle.” “Speri di vincere il torneo Billabong?” “Sarebbe un sogno... Partecipare a quel torneo è già un’enorme 77


soddisfazione, perciò voglio solo godermi ogni singola onda e divertirmi come un pazzo. Se poi vinco, tanto meglio!” “Farò il tifo per te dalla spiaggia, sbracciandomi come un pazzo e incrociando le dita di mani e piedi per scaramanzia.” “Cavoli, sarà la nostra prima vacanza insieme. Sono così felice che Edgar ti abbia concesso sette giorni di libertà, ti avrò tutto per me dall’alba al tramonto.” “Ringrazia Jennifer questa sera a cena, se non fosse per lei non avrei mai ottenuto una settimana di ferie a Parigi.” “Hai ragione, sia lodata Santa Jennifer. È il nostro salvagente.” Julian non poteva non ammettere quanto Jennifer stesse facendo per lui e per Leslie. Da quando le aveva detto che stavano insieme come coppia e avevano iniziato una vera relazione, Jennifer si era fatta ancora più premurosa e disponibile, accompagnando Julian ovunque potesse, dai barbecue organizzati da Edgar alle cene aziendali con i colleghi di lavoro, e lo aveva coperto in ogni occasione in cui Julian voleva passare del tempo insieme a Leslie. Ad un mese esatto dal loro primo appuntamento al “Lobster Diner”, Julian e Leslie stavano vivendo la loro storia d’amore intensamente. Passavano tutte le Domeniche lì a Cape May a prendere il sole e a praticare surf, nei giorni lavorativi Julian faceva avanti e indietro tra Manhattan e Wildwood per trascorrere con Leslie tutte le sere nel suo mini appartamento, utilizzava anche il tempo delle pause pranzo per recarsi alla piscina pubblica e guardarlo mentre svolgeva il suo lavoro di insegnante di nuoto, accontentandosi di un panino mangiato al volo prima di tornare in ufficio. Talvolta facevano l’inverso, ovvero era Leslie che correva su e giù dal New Jersey all’isola di Manhattan a bordo 78


di una vecchia Ford prestatagli da un’amica, e trascorreva le notti nell’attico di Julian godendosi la sua Jacuzzi prima di fare l’amore con lui e preparandogli la colazione al suono della sveglia prima che Julian scappasse in ufficio. Si amavano in incognito, liberi di essere se stessi soltanto a Cape May, e tutto stava andando nel migliore dei modi. Julian era felice come non lo era mai stato prima, anche se doveva fare i salti mortali per stare con Leslie, e alla “Jackson & Associates Company” il suo rendimento come vicepresidente non aveva subito alcun calo, anzi, tutta l’energia che gli derivava dall’amore di Leslie lo rendeva ancora più arguto nel trattare difficili accordi con aziende straniere. Edgar lo lodava in continuazione, totalmente all’oscuro della sua relazione con Leslie, e convinto più che mai che Jennifer stesse cedendo alle sue insistenze e lo avrebbe presto sposato. In quella girandola impazzita di mezze verità, incontri segreti, fughe durante la pausa pranzo, coperture e alibi ben studiati, nottate d’amore e tanto surf, il rapporto tra Leslie e Julian si stava facendo sempre più profondo, e la vacanza a Maui era l’occasione perfetta per vivere un’intera settimana in completa solitudine, lontani da sotterfugi e inganni magistrali. “Hey Julian, guarda laggiù, al largo. Sta arrivando un’altra onda e ha l’aspetto di un toro scatenato. La prendiamo per le corna insieme, come prima?” “Ci sto. Andiamo!” Si tuffarono in acqua con le loro tavole da surf dai colori sgargianti, pronti a vivere un’altra adrenalinica e folle cavalcata sulle montagne russe oceaniche. 79


- Una minaccia nell’ombra -

Quella sera, dopo il tramonto, la Lamborghini nera di Julian sfrecciò sulle strade del New Jersey per condurli al ristorante “Porto Leggero” a Jersey City dove Jennifer e Olivia avrebbero festeggiato il loro sesto anniversario di coppia. La cena a quattro era stata organizzata da Julian in persona e il loro tavolo era decorato da palloncini rossi e rosa a forma di cuori. L’atmosfera era gioiosa, Jennifer e Olivia erano radiose come due vestali greche, Julian e Leslie erano affascinanti in camicia e pantaloni casual. All’arrivo della torta a forma di cuore ricoperta di pasta di zucchero rosa con ripieno di crema alle fragole e una candela di cera con il numero “6” piazzata al centro del cuore pronta per essere spenta, le due coppie sollevano i calici di champagne e brindarono all’amore e alla felicità, quindi Jennifer e Olivia soffiarono insieme sulla candelina e poi si baciarono teneramente, applaudite dalle mani di Leslie e Julian. “Okay, fermi tutti, c’è una sorpresa per voi due!”, esclamò Jennifer rivolta a Leslie e Julian, tirando fuori dalla borsetta una candelina di cera con il numero “1” che prese il posto del numero “6” sulla sommità della torta. “Sarà pure il nostro sesto anniversario, ma è anche il vostro primo mese insieme, perciò esprimete un desiderio e spegnete questa candelina!”

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Sorpresi da quell’improvvisata, sia Julian che Leslie non seppero cosa dire, poi si guardarono negli occhi e quando la candelina fu accesa chiusero gli occhi e soffiarono insieme sulla fiammella. “Brindisi! Brindisi!”, esclamò Olivia, sollevando il suo calice. “A Julian e Leslie! Auguri per il vostro primo mese!” “Auguri ragazzi!”, esclamò Jennifer a sua volta. I calici tintinnarono nuovamente, ci furono risate maschili e gridolini femminili, dopodiché le due donne batterono le mani a ritmo alternato scandendo insieme: “Baaacio...Baaacio...Baaacio…” Dopo una breve esitazione, Julian e Leslie decisero di accontentarle e si scambiarono un bacio sulle labbra dolce e romantico, sottolineato dall’applauso di Jennifer e Olivia e dalle loro esclamazioni gioiose. “E adesso tagliamo la torta! Non vedo l’ora di mangiarla!” Il grande cuore rosa assaggiò la lama del coltello per dolci che fu affondato nel pan di spagna da Olivia sotto gli occhi della fidanzata e dei loro amici, e la cena continuò allegramente nell’angolino più intimo del ristorante. Alcuni tavoli più in là, una donna dai capelli rossi sciolti sulle spalle e un uomo quasi del tutto calvo dall’aspetto trasandato e l’aria poco raccomandabile avevano assistito ai festeggiamenti delle due coppie mentre cenavano in silenzio. “David, hai visto? Due coppie gay che festeggiano il loro amore felicemente. Che tenerezza!”, disse la donna addentando un boccone di carne grigliata. “Che schifezza, vorrai dire”, osservò l’uomo in tono acido. “Detesto le lesbiche e i froci, lo sai.” 81


“Ma, David… Non dire così! Che c’è di male se si amano? Io proprio non ti capisco. Tu e la tua sciocca omofobia! Devi ampliare le tue vedute, cercare di comprendere, dopotutto sono persone come noi e si vogliono bene!” “Piantala Valéry, non rompermi le palle con le tue prediche. Mangia e stai zitta.” La donna non osò replicare e tornò a mangiare ciò che aveva ordinato. L’uomo invece strizzò gli occhi scuri focalizzandosi sulla coppia dei due omosessuali, in particolare sull’uomo bruno di circa trent’anni… Quando la sua mente acuta lo ebbe inquadrato, smise di masticare il boccone che aveva in bocca e lo ingoiò con una sorsata di vino rosso. “Che mi venga un colpo! Quello è Julian Sage!”, si disse, riconoscendo il vicepresidente della “Jackson & Associates Company”. “Non posso crederci! Quello sporco arrivista è un finocchio!... Uno schifoso frocio!... E pensare che Edgar lo ha preferito a mio fratello come vicepresidente! Bastardo… Va in giro a fingersi eterosessuale quando invece è un gay del cazzo! E la lesbica bruna seduta al suo tavolo è la donna che lo accompagna ovunque fingendosi la sua fidanzata! Che figlio di… Ha ingannato l’intera compagnia per accaparrarsi la poltrona di vicepresidente! Se non ci fosse stato lui di mezzo, Edgar avrebbe scelto mio fratello al suo posto! Fottuto finocchio… Ci penso io a sistemarti, altro che vicepresidente! Finirai a pulire i cessi della metropolitana di Manhattan… Devo dire tutto a Patrick… Deve sapere come è stato raggirato… Maledetto Julian Sage!… Hai derubato mio fratello del posto che Edgar gli aveva promesso! La pagherai cara per questo, eccome se la pagherai…”. L’uomo voltò la testa distogliendo lo sguardo dal 82


tavolo dov’era in corso quell’allegra festicciola privata tra lesbiche e froci e si concentrò sulla propria portata di costolette di maiale ai ferri. Non vedeva l’ora di chiamare suo fratello Patrick e raccontargli quello che aveva appena scoperto su Julian Sage.

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- Estasi e PauraDue giorni dopo. La voce suadente e malinconica di Faith Hill usciva dalle casse dello stereo posizionato nel salottino dell’appartamento di Leslie. La canzone era la ballad country “Let’s Make Love” che la bionda cantante del Tennessee cantava assieme al marito Tim McGraw, in un duetto romantico che parlava d’amore e del desidero di fare l’amore. La musica a medio volume riempiva tutto l’appartamento, era Martedì sera e Julian, fresco di doccia, si era appena sdraiato sul letto di Leslie in posizione prona, completamente nudo. Aveva avuto una giornata pesante in ufficio, si sentiva teso e stressato. Nella penombra della stanza, la figura snella di Leslie si stagliò contro la finestra spalancata illuminata dalla luna piena, dalla quale entrava l’aria calda e afosa della notte. Leslie si chinò sul letto, e senza dire nulla si sedette a cavalcioni sul corpo profumato di Julian. Le sue mani si posarono sul petto dell’uomo che amava con le dita aperte a ventaglio, scivolando lentamente verso il basso ventre e poi risalendo fino alla base del collo, in un massaggio dolce e delicato che sperava sortisse un effetto rilassante su Julian. Quest’ultimo teneva gli occhi fissi sul volto del proprio amante, che nel bagliore della luna appariva argenteo e pallido. Sospirò piano, godendosi quel massaggio, e sollevò le braccia sopra la testa tenendole piegate sul cuscino. Leslie proseguì nel 84


suo intento di donare sollievo a Julian, e quando vide che lui gli sorrideva capì di essere riuscito a scacciare la tensione dal suo corpo. Allora scivolò un po’ all’indietro, e si chinò sul pube di Julian solleticandogli l’inguine con la punta della lingua. Julian chiuse gli occhi, abbandonandosi alle sensazioni che sentiva nascere in quella zona erogena del suo corpo, e Leslie strinse una mano attorno al suo sesso che già iniziava a inturgidirsi. Abbassò la testa ancora di più, e iniziò a giocare con le labbra e con la lingua, stuzzicandolo per farlo eccitare. Julian emise un gemito di piacere, e poco dopo avvertì il calore della bocca di Leslie che avvolgeva il suo pene scivolando dalla punta fino alla base del pube. Un altro gemito gli sfuggì dalle labbra, mentre Leslie proseguiva nel praticargli una fellatio dal ritmo così lento che le ondate di piacere risalivano dal suo ventre alla sommità del suo corpo regalandogli la meravigliosa sensazione di fluttuare dentro una bolla di estasi pura. L’orgasmo si fece vicino, quasi imminente, e Leslie si ritrasse appena in tempo per raccogliere il seme di Julian in un fazzoletto mentre lui veniva gemendo forte e l’orgasmo lo travolgeva facendolo rabbrividire dalla testa ai piedi. Soddisfatto per aver regalato quel momento d’intenso piacere al suo fidanzato, Leslie attese alcuni minuti prima di sfilare un profilattico da sotto il cuscino e strapparne l’involucro di plastica. Le sue mani oramai esperte srotolarono l’anello di lattice sul pene di Julian ancora un po’ turgido, quindi lo cosparse di gel profumato. Julian riaprì gli occhi solo per un secondo, e quando capì le intenzioni di Leslie sorrise maliziosamente e attese che il suo angelo peccaminoso mettesse in pratica l’audace piano di prendersi da solo il 85


proprio piacere. Leslie si sollevò sulle ginocchia, e poi si riabbassò dolcemente per sedersi sul pube di Julian, guidando con la propria mano il sesso eretto del compagno affinché lo penetrasse e lo riempisse scivolando dentro di lui fino in fondo. A quel punto affondò le mani sul materasso per sorreggersi, e tenendo gli occhi fissi sul volto di Julian abbandonato sul cuscino cominciò a muovere i fianchi e il bacino avanti e indietro, su e giù, ritmicamente, sospirando ad ogni movimento. Julian aprì gli occhi, lo guardò nelle iridi ambrate che parevano cioccolato fondente nella penombra della camera, appoggiò le mani sulle sue cosce e poi lo afferrò saldamente per la vita, mentre Leslie guidava quel rapporto sessuale a proprio piacimento, cavalcando Julian con un andamento regolare, senza fretta, per prolungare l’attesa dell’orgasmo. Ben presto i loro respiri si fusero insieme, sincronizzati in un solo respiro, e poi anche i gemiti divennero un solo gemito. Julian non resistette alla tentazione di baciarlo, lo afferrò per le braccia e lo attirò contro di sé, catturando la sua bocca in un bacio avido e passionale, umido e caldo. Leslie continuò a ondeggiare sul pube di Julian mentre le loro labbra si mordevano a vicenda e le loro lingue si cercavano per accarezzarsi, poi aumentò il ritmo dell’amplesso gradualmente, godendo del piacevole strusciare del sesso di Julian dentro il proprio corpo e facendo godere anche lui con quella danza armoniosa che si faceva sempre più rapida. Quando l’apice del piacere stava ormai per arrivare, Julian smise di baciarlo e lasciò che si sollevasse un poco per dare maggiore vigore alle ultime spinte dei propri fianchi, gli strinse il sesso eccitato fra le mani accarezzandolo con le dita, e si lasciò andare 86


completamente agli spasmi orgasmici che lo travolsero per la seconda volta lungo tutto il corpo. Leslie venne subito dopo di lui, arcuando i fianchi e rovesciando la testa all’indietro, e Julian sentì il suo seme caldo che gli bagnava le mani e l’addome. I gemiti di entrambi superarono il volume della musica, per poi placarsi e trasformarsi in respiri affannati. Si godettero quegli istanti di piacere rimanendo immobili, l’uno a cavalcioni dell’altro, guardandosi languidamente nella penombra lattiginosa che spioveva sul letto dalla finestra spalancata. Il primo a recuperare la lucidità fu Julian, che prese un fazzoletto di carta e si asciugò il ventre e le mani bagnati dal fluido di Leslie. Attese che il compagno recuperasse il fiato e quasi gli dispiacque quando lo vide ritrarsi e sentì il proprio sesso liberarsi dalla calda morsa dei suoi muscoli interni. Si sfilò il profilattico annodandolo alla base com’era solito fare, mentre Leslie si sdraiava supino accanto a lui. Appagato e spossato, Leslie appoggiò la testa bionda sul torace di Julian e lui infilò le dita tra i suoi riccioli biondi. Faith Hill continua a cantare senza l’accompagnamento del marito, e la sua voce carezzevole giungeva fino a lì cullandoli in un abbraccio tranquillo. Si addormentarono senza accorgersene, precipitando in un sonno profondo e ristoratore. Le lancette fluorescenti della piccola sveglia posata sul comodino segnava le 5:30 del mattino quando entrambi furono svegliati di soprassalto da un fragore rumoroso di vetri che andavano in frantumi, seguito dal suono acuto e fastidioso di un allarme a intermittenza che scattava all’improvviso squarciando la quiete dell’alba. “Cos’è stato?”, domandò Leslie, sobbalzando sul materasso. 87


Julian si sollevò a sedere, e sebbene fosse bruscamente emerso dal sonno, riconobbe all’istante il suono acuto e intermittente che spezzava il silenzio. “È l’allarme della mia macchina”, disse, saltando giù dal letto e infilandosi velocemente boxer e pantaloni. “Sei sicuro che sia il tuo allarme?”, domandò Leslie scendendo dal letto a sua volta. “Non ne sono certo, ma preferisco controllare.” “Aspettami, vengo anch’io.” Julian prese al volo il mazzo di chiavi e uscì dall’appartamento nella luce rosata dell’alba. Raggiunse di corsa il posto auto privato situato sul retro della casa con Leslie alle calcagna e prima ancora di raggiungere la Lamborghini capì che l’allarme proveniva proprio dalla sua vettura. Premette subito il pulsante di bloccaggio dell’antifurto prima che quel suono assordante svegliasse l’intero vicinato. A quel punto posò lo sguardo sulla sua auto sportiva e gli si gelò il sangue nelle vene. “Mio Dio… La mia macchina!”, esclamò inorridito, fissandola con gli occhi sgranati e un’espressione incredula dipinta sul volto sbiancatosi di colpo. “Cos’ è successo, Julian?”, domandò Leslie alle sue spalle con voce preoccupata, prima di vedere con i propri occhi il penoso spettacolo della Lamborghini brutalmente devastata. Julian si avvicinò lentamente all’auto osservando com’era stata ridotta. Vernice gialla gettata sulla carrozzeria nera a secchiate, il cofano profondamente ammaccato al centro, il lunotto del vetro frontale interamente fracassato così come i finestrini ridotti in pezzi da una mazza da baseball o da una spranga di ferro, il tettuccio apribile divelto e gettato sul cemento, i 88


fanalini rotti sia davanti che dietro, le gomme delle quattro ruote squarciate da un cutter o da una lama affilata, e una parola scritta con una bomboletta spray di vernice fucsia sulla fiancata del lato sinistro: “Frocio”. Un brivido freddo corse lungo la spina dorsale di Julian nel leggere quella parola. Si mise le mani fra i capelli, incapace di credere a ciò che vedeva, mentre una rabbia furiosa mista a puro sgomento gli stringeva lo stomaco in una morsa dolorosa di fronte a quel vile attacco di omofobia gratuita. “Maledizione!”, ringhiò, calciando via un pezzo di fanalino arancione. “La mia bella e costosa Lamborghini… Come hanno osato ridurla in questo stato?!” Leslie era senza parole, pietrificato, una mano premuta sulla bocca. “Chi può aver fatto una cosa simile?”, si chiese, di fronte a tutti quei danni. L’auto era completamente distrutta, e l’artefice di quell’atto di vandalismo aveva scritto “Frocio” con una bomboletta spray di colore fucsia. Chi era stato? Perché aveva lasciato quella scritta omofoba sulla fiancata? Era forse qualcuno che sapeva che Julian era gay? Era l’opera di un vandalo qualunque? Oppure una chiara minaccia contro Julian e la sua omosessualità ad opera di qualcuno che lo conosceva e che aveva distrutto la sua auto proprio per questo motivo? “Julian… Cosa significa tutto questo?”, ebbe il coraggio di chiedere, mentre Julian si copriva la faccia con le mani e restava fermo in quella posizione per sbollire la rabbia e non gridare a squarciagola tutto il suo disappunto. “Hai idea di chi possa aver fatto una cosa del genere?”. Julian scosse la testa, e si accostò all’auto osservandola con espressione smarrita e ferita. 89


“Non lo so, Leslie… Può essere stato un delinquente omofobo che ci ha visti insieme sulla spiaggia, uno stronzo qualunque che ci teneva a farmi sapere che non gli piaccio perché sono gay. Oppure è un’intimidazione, un messaggio brutale da parte di qualcuno che vuole spaventarmi dimostrandomi che sa che non sono eterosessuale.” “Pensi che possa trattarsi di qualcuno che ti conosce?” “Non credo proprio. I finanzieri di Manhattan non mettono piede qui in New Jersey.” “E se invece ti sbagliassi?” Julian non sapeva cosa pensare. Era troppo sconvolto e incazzato per ragionare con lucidità. “Riflettici un attimo. Hai litigato con qualcuno in ufficio?” “No, non c’è stata nessuna lite.” “Hai pestato i piedi a qualche tuo collega, magari senza volerlo o senza rendertene conto?” “No, sul lavoro non ho problemi con nessuno.” “Per caso hai mandato a monte un affare o combinato qualche casino danneggiando la compagnia?” “No, il mio lavoro lo faccio bene, altrimenti non avrei ottenuto il posto di vicepresidente.” “Va bene, allora forse c’è un tuo collaboratore che t’invidia a morte per la tua posizione, o un collega a cui non vai a genio.” “No, Leslie. La compagnia non c’entra. Ho un ottimo rapporto con tutti, mi rispettano e non farebbero mai una cosa simile. Santo cielo, sono tutti uomini d’affari, persone istruite e raffinate! Anche se scoprissero che sono omosessuale non si abbasserebbero mai a compiere un gesto così orribile! La compagnia non è coinvolta, ne sono certo.” 90


“Allora come ti spieghi tutto questo? Perché chi lo ha fatto ha scritto “frocio” sulla fiancata? È solamente un caso? Una pura coincidenza?” Julian trasse un profondo sospiro e si avvicinò a Leslie. “Non sapremo mai chi è stato e perché lo ha fatto. Ha agito di soppiatto e non ha lasciato tracce. Possiamo restare qui tutto il giorno a spacciarci la testa per cercare una spiegazione, ma non la troveremo mai. Perciò smettiamola di porci domande a cui non siamo capaci di rispondere.” “E cosa hai intenzione di fare? Fingere che non sia successo nulla? Santo cielo, Julian, ti hanno distrutto la macchina! Una Lamborghini che non so nemmeno quanto possa costare! Non vuoi proprio cercare di scoprire chi possa essere stato?!” “No! È capitato e basta. Chiudiamo questa faccenda subito e non lasciamoci intimorire da una stupida scritta. È solo un insulto. Non significa nulla. Chiaro?” Leslie si ammutolì. E Julian comprese quanto fosse sconvolto. “Hey, guardami in faccia. Non ti devi preoccupare, è tutto a posto. Un idiota si è divertito a devastare la mia auto giusto per divertirsi. Non c’è altro dietro, nessuno ci ha scoperti, nessuno della mia compagnia ha sospetti su di me. Calmati ora, okay?” Leslie si rannicchiò fra le sue braccia, quasi volesse cercare una rassicurazione, e Julian lo tenne stretto a sé baciandogli la fronte e cullandolo per un po’. “Torniamo in casa adesso. Devo chiamare l’agenzia di assicurazioni della macchina per denunciare i danni subiti ed essere rimborsato. E poi dovrò farla portare via da un carroattrezzi, è irrecuperabile.” 91


Leslie annuì, lo prese per mano e insieme si allontanarono dal posto auto con la Lamborghini sfasciata e imbrattata di vernice per rientrare nell’appartamento. Era Mercoledì, e Julian doveva essere al lavoro in orario. Si fece una rapida doccia, si vestì indossando il completo elegante che si era portato da casa come di consuetudine, contattò l’agenzia assicurativa della vettura elencando all’impiegato di turno tutti i danni inferti alla Lamborghini, e subito dopo chiamò il primo carroattrezzi che trovò sull’elenco telefonico, guardando con aria afflitta e rassegnata la sua Lamborghini che veniva caricata sul mezzo e portata via per essere sfasciata. Leslie aveva preparato i suoi favolosi pancakes ai mirtilli per colazione ma Julian non aveva fame, si limitò a bere un bicchiere di succo d’arancia prima di chiamare un taxi che lo portasse al lavoro. Quando il taxi giallo arrivò, Leslie strinse Julian fra le braccia e gli disse: “Mi dispiace tanto, Julian. Non doveva capitare una cosa simile proprio a te, non qui in New Jersey.” “Tranquillo, non preoccuparti. È tutto a posto.” Leslie lo guardò negli occhi, e intravide il velo di profonda tristezza e inquietudine che dimostravano quanto in realtà fosse sconvolto dall’accaduto. “Non dirmi bugie, Julian. Non è affatto tutto a posto. I tuoi occhi parlano, e in questo momento sono pieni di dolore.” “Mi passerà… Devo solo riprendermi dallo shock. Perciò non darti troppa pena per me… Tra due ore starò già meglio.” “Sicuro? Non ti ho mai visto così turbato.” “No, sto bene, davvero. Mi dispiace solo per la Lamborghini. Era il mio gioiellino, ci tenevo molto. Tutto qua.” 92


Leslie lo abbracciò ancora, massaggiandogli le spalle e la schiena con le mani, e Julian ricambiò la sua stretta posandogli un bacio fra i riccioli biondi. “Devo andare adesso. Non voglio fare tardi al lavoro.” “Certo, vai. Però chiamami se hai bisogno di me. Io sono qui per te, ci sarò sempre. Puoi contare sul mio sostegno.” Julian annuì, gli fece una carezza sul viso e gli disse: “Questa notte sei stato fantastico. Ti amo da impazzire.” “Anch’io ti amo, Julian. Tantissimo.” Si baciarono, facendo attendere il tassista per qualche minuto. “Ti chiamo durante la pausa pranzo, okay?” “Va bene. Aspetterò la tua telefonata.” Si sciolsero dal loro abbraccio affettuoso, e Julian si avviò alla porta d’ingresso. Stava per uscire quando si voltò indietro e disse a Leslie: “Non essere triste. Era solo una bella macchina. Ne ordinerò una nuova oggi stesso. Magari gialla.” Gli rivolse un sorriso forzato, quindi uscì nel caldo sole del mattino chiudendosi la porta alle spalle, salì sul taxi e si fece portare al lavoro. Durante il tragitto verso Manhattan cercò di non pensare a chi e perché avesse distrutto la sua Lamborghini. Era certo che la compagnia non avesse nulla a che fare con quell’atto vandalico, doveva per forza essere stato un balordo, un delinquente malato di omofobia. Scacciò via il turbamento che sentiva agitarsi dentro il petto come un animale ferito e impaurito, aprì la propria agenda e diede un’occhiata agli incontri lavorativi previsti per quel giorno. In pochi minuti la sua mente si calò nei panni del falso Julian Sage, recuperando l’autocontrollo e tutta la propria sicurezza. Quando giunse 93


all’entrata del palazzo dove aveva sede la “Jackson & Associates Company�, il triste episodio accaduto poche ore prima fu relegato in angolo come se non fosse mai successo.

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- Un incubo che si avvera -

L’incontro d’affari di Julian con Edgar Jackson e Yuzuru Yoshimoto, presidente di una facoltosa società d’investimenti nipponica, era appena terminato, concludendosi con la firma da parte del finanziere giapponese di un contratto che prevedeva la cessione alla “Jackson & Associates Company” di una quota rilevante di azioni della “Yoshimoto Motors”. Soddisfatto per aver portato a termine un altro importante affare, il secondo di quella settimana, Julian si congedò da Edgar per rifugiarsi nel suo ufficio e approfittare del quarto d’ora di tempo libero che lo separava dalla pausa pranzo per sfogliare il catalogo online della ditta Lamborghini e ordinare una nuova vettura in pronta consegna. Si era appena seduto sulla sua poltrona girevole quando sentì bussare alla porta. “Avanti!”, disse, mettendo in stand-by il suo pc portatile. “Ciao Julian. Sei libero?”, chiese l’uomo che aveva infilato la testa nella fessura della porta semiaperta. “Certo, entra pure Patrick”, rispose, invitando il collega ad accomodarsi nel suo ufficio. “Scusami se ti disturbo mentre sei in pausa, ma ho bisogno di parlarti. È una questione urgente.” “Non mi disturbi affatto, siediti e dimmi tutto.” Patrick Herries, un uomo sulla quarantina di bell’aspetto alto e robusto con i capelli biondo scuri dal taglio accurato e gli occhi 95


nocciola piccoli e acuti si sedette sulla poltrona vuota dall’altra parte della scrivania e si schiarì la gola con un colpetto di tosse. Julian conosceva Patrick Herries molto bene, due anni prima Edgar li aveva messi in competizione per aggiudicarsi il posto di vicepresidente della compagnia, affidando loro dei clienti particolarmente difficili per testare chi dei due fosse il migliore nel concludere gli affari più spinosi, e tra di loro era nata una sana rivalità e complicità, tanto che alla fine del periodo di prova di due mesi imposto da Edgar, Patrick aveva dovuto chiedere l’aiuto di Julian per non mandare a monte un prestigioso affare con una ditta russa, dimostrando di non essere brillante e arguto quanto Julian nel trattare i clienti diffidenti, e perdendo così la sua occasione di essere insignito del ruolo di vicepresidente. Julian sapeva che Patrick aveva sperato di aggiudicarsi quella nomina, ma era felice che nonostante la sua sconfitta lavorativa Patrick fosse rimasto uno dei colleghi che lo stimavano e ammiravano più di tutti gli altri. Erano ottimi amici, pranzavano spesso insieme, e Julian poteva contare sull’appoggio di Patrick per qualunque problema all’interno della compagnia. “Come vanno le cose a casa?”, s’informò Julian, a conoscenza del fatto che la figlia undicenne di Patrick, Susie, fosse malata di sclerosi multipla. “Più o meno come al solito. Susie è stabile, ma le cure sono costosissime e non si vedono miglioramenti.” “Mi dispiace tanto. Ho sentito parlare molto bene di una clinica nel Vermont specializzata nella cura di questa patologia sui pazienti giovani come Susie. I medici propongono delle cure 96


sperimentali che su molti malati danno ottimi risultati. Hai provato a contattare la direzione per avere delle informazioni?” “Certamente. Darla e io conosciamo bene la clinica di cui parli, è veramente all’avanguardia. Siamo andati a vederla di persona e lo staff medico ha visitato Susie offrendoci una diagnosi dettagliata e delle ottime speranze di guarigione.” “È una notizia fantastica! Dunque avete intenzione di portare Susie in Vermont e farla curare lì anziché a Filadelfia?” “Purtroppo non possiamo farlo. Al momento abbiamo molte spese da affrontare. Sai, c’è l’università di Arielle da pagare, Darla ha perso il suo lavoro per prendersi cura di Susie a tempo pieno, e la nostra assicurazione sanitaria non copre tutte le spese previste. La clinica del Vermont esige una quota d’iscrizione iniziale di diecimila dollari per finanziare le cure sperimentali, e io non ho uno stipendio sufficientemente alto per pagare quella somma.” “Capisco… L’ultima volta che ho parlato con Darla mi ha detto che Susie rischia di perdere l’uso delle gambe se non viene adeguatamente curata.” “Infatti è così. Stiamo cercando altre cliniche meno costose di quella del Vermont, e speriamo di trovarne presto una.” “Senti, se vuoi posso farti un prestito.” “No, Julian, ti ringrazio ma non posso accettare il tuo aiuto.” “Oh Patrick, andiamo, siamo colleghi e amici, in questi casi ci si aiuta, e io lo farei volentieri per la piccola Susie.” “Julian, davvero, non potrei mai accattare un prestito da te. Non sono certo di poterti rimborsare, capisci?”

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“Patrick, stiamo parlando di dare la possibilità a Susie di continuare a camminare! Se non puoi coprire le spese io posso aiutarti, e non mi devi rimborsare il prestito. Dico sul serio.” “Sono diecimila dollari, Julian… È un prestito troppo alto.” “Non lo è affatto, non per la salute di Susie.” Senza attendere un ulteriore commento da parte del collega, Julian aprì il cassetto della scrivania e tirò fuori il proprio blocchetto di assegni, apprestandosi a compilare il prestito di cui Patrick aveva urgente bisogno. “A chi devo intestare l’assegno? A te o a Darla?”, chiese, stringendo la penna tra le dita. “Julian, non è necessario…”, ribatté il collega, cercando di dissuaderlo dal firmare l’assegno. “Va bene, visto che non sai decidere da solo, lo intesto a te. Diecimila dollari per Patrick Herries e la sua adorabile principessina Susie… Ecco qua, ora puoi iscriverla alla clinica del Vermont.” Julian strappò dal blocchetto l’assegno che aveva appena compilato e firmato e lo porse al collega. “Non posso accettarlo, Julian.” “Devi accettarlo. Altrimenti mi offendo. Avanti, prendilo e mettilo via.” Esitante, Patrick Herries allungò la mano verso l’assegno e alla fine lo prese. “Ti ringrazio Julian. Ti ringrazio tanto. Questo prestito vale molto per me e Darla… Se posso, ti rimborserò un poco per volta.” “Non ci pensare nemmeno. Non mi devi nulla. Considera questo prestito come un regalo per Susie da parte mia.” 98


“D’accordo. Grazie ancora, sei un vero amico.” Visibilmente commosso, Patrick infilò l’assegno nella tasca interna della giacca e chiese: “Posso almeno invitarti a cena a casa mia uno di questi giorni? Giusto per ringraziarti come si deve.” “Certamente. Verrò con piacere.” “Susie sarà contenta di vederti. Non so perché ma mia figlia ti adora, non fa che parlare di te.” “Davvero? È una ragazzina stupenda, molto intelligente, mi ha battuto a scacchi l’ultima volta che sono venuto a trovarla. Dille che le auguro di guarire presto.” “Glielo dirò, stanne certo.” Julian rimise nel cassetto il blocchetto degli assegni e chiese: “Dimmi Patrick, di cosa mi volevi parlare? Hai detto che si trattava di una questione urgente.” Patrick Herries si schiarì la gola di nuovo e fece scorrere in avanti la poltrona girevole per poter parlare con Julian ad una distanza più ravvicinata. “Sì, in effetti è così. Volevo metterti al corrente di una faccenda personale che in qualche modo ti riguarda, anche se forse mi sto sbagliando e potrebbe essere solamente un equivoco… Vedi Julian, la scorsa Domenica sera ho ricevuto una telefonata piuttosto strana da mio fratello David… Ti ho parlato di lui, vero?” “Sì, mi hai accennato qualcosa riguardo ai suoi problemi con la legge, se non erro.” “Esatto. Purtroppo David soffre di schizofrenia maniacale. Due anni fa la polizia lo ha arrestato dopo che aveva tentato di entrare a forza in casa di una donna di cui si era invaghito. Lo 99


hanno accusato di stalking e tentata aggressione, e il giudice che ha valutato il suo caso ha tenuto conto della perizia psichiatrica stilata da una dottoressa competente in materia, commutando la sua pena in due anni di ricovero presso un centro d’igiene mentale. David è stato sottoposto a delle cure mediche appropriate per la sua schizofrenia maniacale, seguito attentamente dalla stessa dottoressa che lo aveva esaminato al momento dell’arresto. Il mese scorso i due anni di ricovero previsti dalla pena sono scaduti e David è stato riesaminato e poi dimesso dal centro d’igiene. Secondo il parere dei medici che lo avevano in cura, David non è più un soggetto pericoloso per la società, ma io temo che la sua schizofrenia non sia stata affatto curata adeguatamente.” “Vuoi dire che lo hanno dimesso senza essere certi che sia guarito del tutto?” “Temo proprio di sì. David è un tipo molto violento e ha degli attacchi di schizofrenia che non riesce a controllare. So che prende dei farmaci che la psichiatra del centro d’igiene gli ha prescritto al momento del suo rilascio, ma secondo me non sta per niente bene. L’ho visto solo due volte da quando è tornato a casa e mi è sembrato lo stesso malato di mente che era prima di venire arrestato, e adesso che è a piede libero ho paura che possa combinare altri guai o fare del male a qualcuno.” “Accidenti, non è una bella situazione… David vive da solo?” “No, al momento ha una compagna che lo tiene d’occhio, una certa Valéry… Ma è una donna debole che non ha alcun potere su di lui quando la schizofrenia prende il sopravvento. Come ti dicevo, Domenica sera David mi ha telefonato, dopo la mezzanotte, e credo che fosse per strada, che mi chiamasse da 100


un telefono pubblico, perché sentivo il rumore delle auto in sottofondo. Non so se avesse bevuto, ma forse sì… In ogni caso, era piuttosto agitato, e ha iniziato subito a dirmi che era stato in un ristorante con Valéry, a Jersey City, e che aveva visto te in compagnia di alcune persone…” Nel sentire quelle parole, Julian si irrigidì immediatamente sulla sedia senza darlo a vedere. Patrick gli stava dicendo che suo fratello David, malato di schizofrenia, era presente al “Porto Leggero” la sera in cui si era svolta la cena per l’anniversario di Jennifer e Olivia. Si chiese esattamente “cosa” potesse aver visto durante la cena, e un fremito di puro terrore gli fece accapponare la pelle sotto la giacca. Mantenne il sangue freddo e ammise con finta tranquillità: “Posso confermarti che Domenica sera ero a cena a Jersey City al ristorante “Porto Leggero” insieme a Jennifer e a una coppia di nostri amici. Festeggiavamo piuttosto allegramente, forse abbiamo attirato l’attenzione di David con le nostre risate.” “Dunque eri davvero al “Porto Leggero”, e David non stava vaneggiando come ho pensato inizialmente ascoltando la sua telefonata… Questo complica tutto, perché David mi ha detto delle cose assurde su di te… Parlava di fretta, in preda all’esaltazione tipica della sua schizofrenia, e non ho capito bene l’intero discorso, ma in pratica sosteneva di averti visto baciare un uomo, e che al tuo tavolo c’era un’altra donna che baciava la tua Jennifer… Ovviamente io non gli ho creduto, erano delle affermazioni talmente assurde che di certo se le è inventate… Ho cercato di farlo ragionare, dicendogli che si stava sbagliando, ma lui ha iniziato a dare di matto, gridando che tu mi avevi soffiato il posto di vicepresidente, che non eri 101


altro che un… ti prego, scusami per quanto sto per dire… Ti ha definito un “finocchio”, un “frocio”, insinuando che stavi mentendo all’intera compagnia e a Edgar, e insistendo sul fatto che mi avevi danneggiato sul lavoro, portandomi via il posto di vicepresidente. A quel punto ho provato a spiegargli che non era affatto così, che tu non sei un omosessuale e che ti sei guadagnato onestamente il posto di vicepresidente. David si è agitato ancora di più, gridando che ero uno stupido, che non mi rendevo conto dell’inganno in cui tu mi avevi tratto… E poi ha iniziato a dire che voleva fartela pagare, darti una lezione, e far sapere a tutti chi sei veramente…” Il cuore di Julian stava battendo all’impazzata e un tremito leggero gli scuoteva le gambe sotto la scrivania. Le parole di Patrick lo avevano gettato nel panico, stava sudando freddo, e non poteva credere che il fratello del suo collega avesse assistito alla cena e lo avesse visto baciare Leslie. La sua copertura rischiava di essere smascherata, e per la prima volta in dieci anni Julian si sentì vicinissimo alla fine della propria carriera. Questa volta stava correndo il rischio di perdere davvero la sua finta e ben costruita immagine di eterosessuale, e tutto ciò per colpa di uno schizofrenico che lo accusava di essere un “frocio” bugiardo che aveva preso per i fondelli Edgar e la sua compagnia, soffiando a Patrick il posto di vicepresidente mentendo sulla propria reale identità. Deglutì a vuoto cercando di ignorare il senso di nausea che gli era salito in gola improvvisamente, e mantenne a stento quella freddezza che aveva imparato ad esibire per proteggere se stesso e il proprio lavoro. 102


“Ti ha detto dell’altro?”, chiese al collega, pregando che la sua risposta fosse negativa. Patrick riprese a parlare, ripetendo le esatte parole pronunciate al telefono dal fratello David. “Bè, come ti ho detto sembrava che fosse fuori di testa, io gli dicevo di calmarsi e lui continuava a ripetere frasi assurde, illazioni senza senso come ad esempio “Julian Sage ti ha fregato, ha mentito a tutti, è un omosessuale, il posto di vicepresidente spettava a te per curare Susie, Edgar e la compagnia devono sapere la verità, ci penserò io a fargliela pagare, dimostrerò a tutti che è un falso bugiardo”, e altre cose di questo tipo, soprattutto minacce nei tuoi confronti. Ad un certo punto ha interrotto di colpo la comunicazione, allora io l’ho richiamato subito al numero di casa, ma non mi ha risposto, confermando il mio sospetto che mi stesse telefonando da un telefono pubblico. Tra ieri e oggi avrò composto il suo numero almeno trenta volte senza ottenere risposta, e questa mattina sono andato fino a casa sua, a Jersey City, ma come temevo non era in casa. Mi sono presentato anche al negozio di ferramenta e vernici dove lavora come commesso, e il suo datore di lavoro mi ha detto che non ha sue notizie da due giorni. Non conosco bene Valéry, perciò non ho idea di come rintracciare lei e risalire a David… Io non so dove sia, Julian, e temo che possa essere pericoloso per te e per Jennifer. È mentalmente instabile, capisci? Non so neppure perché ti abbia preso di mira con quelle storie assurde sulla vicepresidenza e l’omosessualità, forse nella sua testa è scattato qualcosa di incontrollabile, e io sono veramente preoccupato. Potrebbe farti del male, o farne a Jennifer, o combinare chissà 103


cos’altro… Ho pensato che fosse il caso di metterti al corrente di tutto questo e dirti di stare in guardia perché David potrebbe fare qualche stupidaggine, se non qualcosa di peggio.” Julian si appoggiò allo schienale della poltrona, mentre una morsa di puro terrore gli attanagliava il corpo e i suoi nervi vibravano di tensione nel prendere atto della potenziale bomba esplosiva che David Herries aveva innescato. Si massaggiò la fronte con le dita di una mano esibendo un’espressione cupa e tesa, mentre ragionava sulle rivelazioni di Patrick collegandole al danneggiamento della sua Lamborghini. David doveva aver seguito lui e Leslie dopo la cena di Domenica sera fino all’appartamento di Wildwood, e una volta scoperto dove poteva trovarli si era organizzato per distruggere la sua vettura e mettere in pratica il suo piano di vendetta. Si rese conto di essere davvero in pericolo, e per la prima volta da quando aveva messo piede all’interno della compagnia si sentì come un funambolo in bilico su una corda sospesa nel vuoto che stava per spezzarsi da un istante all’altro. “Julian, va tutto bene?”, gli domandò il collega, colpito dal suo silenzio improvviso. “No Patrick, non va tutto bene… Questa mattina, più o meno all’alba, qualcuno ha distrutto la mia Lamborghini”, confessò all’amico, con la voce che tremava lievemente. “Cosa?!”, esclamo Patrick, visibilmente allibito. “Hai capito bene, qualcuno ha sfasciato la mia auto. Stavo dormendo tranquillamente, e all’improvviso mi sono svegliato bruscamente perché l’allarme antifurto della mia Lamborghini era entrato in funzione, e quando sono uscito di casa per bloccarlo mi sono trovato di fronte alla mia bella macchina 104


sportiva completamente devastata. Tutti i vetri erano infranti, la carrozzeria ammaccata e imbrattata di vernice gialla, le gomme sventrate… Ho dovuto chiamare il carroattrezzi per farla portare via, era danneggiata in un modo spaventoso.” “Oh mio Dio…”, gemette Patrick, portandosi una mano alla bocca e mostrandosi profondamente scosso. “Patrick, pensi che David abbia potuto fare una cosa del genere? Credi che sia stato lui a distruggere la mia auto?” L’uomo scosse la testa e strinse le mani a pugno. “Julian, mi dispiace terribilmente, avrei dovuto chiamarti subito dopo che David mi ha telefonato. Oh, santo cielo… Che stupido sono stato! Dovevo immaginare che David stava facendo sul serio, che avrebbe messo in pratica le sue minacce contro di te, invece ho pensato che fosse in preda ad un attacco isterico… Maledizione!” “Patrick, non mi importa nulla della mia Lamborghini distrutta, ne stavo giusto ordinando una nuova. Quello che mi preoccupa adesso è Jennifer… David non deve avvicinarsi a lei, non deve farle del male… E non voglio neppure che David tenti di aggredirmi a sprangate mentre esco dall’ufficio o salgo le scale di casa mia.” “Non succederà, Julian, te lo garantisco! Chiamo subito la polizia e faccio una denuncia. David ha bisogno di altre cure, deve ritornare in quella clinica psichiatrica immediatamente.” Si alzò dalla poltrona con uno scatto repentino e guardò Julian con sincera preoccupazione e un dispiacere vero dipinto nello sguardo sgomento. “Julian, mi raccomando, guardati le spalle e tieni gli occhi ben aperti. Se David facesse del male a te o a Jennifer non potrei 105


mai perdonarmelo. Vado a chiamare la polizia e faccio diramare subito una ricerca sul territorio di New York e nello stato del New Jersey. Spero che la polizia trovi David prima che possa commettere altre azioni illegali nei tuoi confronti. Ti faccio sapere qualcosa appena posso.” Patrick Herries uscì di corsa dall’ufficio di Julian, lasciandolo da solo in uno stato di totale sconvolgimento. C’era un pazzo a piede libero che aveva distrutto la sua Lamborghini e che sembrava intenzionato a rovinargli la carriera. Era pericoloso, capace di aggredirlo se lo avesse colto alla sprovvista. Doveva avvertire Leslie, subito! Jennifer per fortuna era in volo sui cieli d’Italia, al sicuro. Ma Leslie no. David sapeva dove viveva. Julian non poteva permettere che quell’uomo malato di mente si avvicinasse a lui e gli facesse del male. Senza perdere altro tempo, Julian prese il cellulare dalla tasca della giacca e compose il numero di Leslie con le mani che tramavano e il cuore che gli rimbombava nella testa come un tamburo impazzito. Quando Leslie rispose, Julian gli disse: “So chi ha distrutto la mia Lamborghini. È uno squilibrato pericoloso che ce l’ha con me. Dove sei adesso?” “In piscina. Sto lavorando.” “Non uscire da lì. Per nessun motivo. E non tornare a casa. Sei in pericolo. Prendo un taxi e ti raggiungo subito. Aspettami.” Chiusa la comunicazione, Julian uscì dall’ufficio e si diresse all’ascensore di corsa, premendo più volte il pulsante di richiamo senza preoccuparsi di nascondere il suo evidente nervosismo e la paura che d’un tratto gli era piombata addosso rendendolo fragile e vulnerabile. 106


“Julian! Dove stai andando? Non pranzi più con me?”, gli chiese Edgar, che lo stava aspettando per la pausa pranzo. “Scusami Edgar, oggi davvero non posso. Ho un altro impegno importante. Festeggeremo l’affare Yoshimoto domani.” Edgar non ebbe il tempo di replicare. Julian era già entrato nell’ascensore e stava scendendo in strada per prendere un taxi e correre da Leslie.

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- Quando tutto si spezza -

“Hai preso tutto ciò che ti serve?”, domandò Julian a Leslie mentre chiudeva la zip di un borsone sportivo che aveva appena finito di riempire con vestiti, scarpe e oggetti personali. “Sì, ho preso tutto il necessario.” “Bene, allora possiamo andarcene da qui. Dormirai nel mio attico finché David Herries non sarà stato preso dalla polizia e rispedito in clinica psichiatrica. Voglio che tu sia al sicuro.” Julian era andato alla piscina pubblica di Wildwood mentre Leslie impartiva la sua lezione di nuoto quotidiana, lo aveva preso da parte e gli aveva raccontato tutto su David Herries e le sue intenzioni di smascherare la sua copertura. Al termine della lezione di nuoto si erano recati entrambi all’appartamento di Leslie per prendere dei vestiti di ricambio in vista di un suo temporaneo trasferimento nell’attico di Julian, un luogo più sicuro che David non poteva conoscere. “Mi dispiace lasciare il mio appartamento per colpa di un pazzoide. Vivere da te per un po’ mi fa piacere, ma come farò ad allenarmi con il surf ogni mattina presto e arrivare puntuale al lavoro? Angie non può prestarmi la sua macchina questa settimana, e farmi mezz’ora di taxi ogni giorno da Manhattan fino a qui sarà una scocciatura.” “So bene che qui hai l’oceano a portata di mano e la piscina a due passi, ma non puoi restare in questo appartamento, 108


quell’uomo potrebbe aggredirti, e io non voglio che accada, perciò starai da me.” “Hai detto che è sparito, che suo fratello non sa dove si sia nascosto, cosa farò se la polizia non riesce a trovarlo?” “Non sa di essere ricercato, è qui in New Jersey, da qualche parte, lo troveranno di sicuro. Quando Patrick firmerà il consenso per farlo ricoverare nell’istituto d’igiene dov’era rinchiuso fino al mese scorso potrai tornare a vivere qui.” Leslie raccolse il borsone dal letto, controllò di aver chiuso tutte le finestre di casa con la sicura e si diresse all’ingesso preceduto da Julian. Dopo aver chiuso la porta con tre giri di chiave, salì sul taxi che li aspettava lì fuori e il conducente li portò a Manhattan, scaricandoli ai piedi del palazzo residenziale in cui si trovava l’attico di Julian. “Non sarà rischioso farmi vivere qui da te? Qualcuno potrebbe vederci insieme”, disse Leslie all’interno dell’ascensore che li stava portando al tredicesimo piano. “Eviteremo di uscire sul balcone, e se qualche vicino farà delle domande curiose gli diremo che sei un mio parente in visita temporanea”, lo rassicurò Julian. Leslie sbuffò sonoramente e scosse il capo. “Che razza di situazione assurda… Fino a ieri andava tutto bene, eravamo felici, senza pensieri, e poi all’improvviso spunta fuori questo schizzato del cazzo che vuole sputtanarti per un motivo insensato. Non posso credere che si sia messo in testa l’insana idea di terrorizzarti sfasciandoti la macchina e minacciandoti di farti del male, mi sembra di essere finito in uno di quegli stupidi film horror dove il maniaco di turno vuole far fuori il protagonista e tutti coloro che gli stanno intorno!” 109


Julian si passò una mano tra i capelli e sbuffò a sua volta. “Non dirlo a me. Oggi ho creduto di perdere la faccia e il lavoro in un colpo solo quando Patrick mi ha raccontato di David. Ho sudato freddo, credimi. Per fortuna Patrick non ha creduto a nulla di quello che il fratello gli ha detto di aver visto al “Porto Leggero”. È una fortuna che David sia un malato di mente, se avesse avuto tutte le rotelle a posto a quest’ora sarei nell’ufficio di Edgar a dare le mie dimissioni dalla compagnia.” L’ascensore metallico giunse rapidamente al tredicesimo piano e le porte scorrevoli si aprirono sul pianerottolo antistante l’ingresso dell’attico. Fatti pochi passi, Julian notò subito che la porta di casa non era chiusa a chiave. “Fermati dove sei, Leslie”, disse all’istante, impedendogli di avvicinarsi all’appartamento. “La porta è socchiusa. Qualcuno è entrato nell’attico.” “Stai scherzando?!”, sibilò Leslie, alle spalle di Julian. “Per nulla. Guarda la porta, è accostata!” Leslie fissò la porta blindata in legno massiccio e si stupì nel vedere una fessura di alcuni centimetri che la separava dallo stipite. La porta era aperta anziché essere ben chiusa! “Pensi che David Herries sia stato qui?”, azzardò, restando fermo sul posto. “Io sono certo di aver chiuso la porta a chiave ieri sera prima di venire da te. Sono entrato nell’attico solo per prendere i vestiti di ricambio per oggi e poi sono uscito chiudendo ogni singolo lucchetto, me lo ricordo benissimo. La serratura è intatta, non è stata manomessa, perciò se qualcuno è entrato in casa lo ha fatto usando una copia delle mie chiavi.” 110


“Non potrebbe essere stata Jennifer? Lei ha un mazzo delle chiavi duplicate per entrare quando vuole, magari è passata a trovarti pensando che fossi qui anziché a casa mia.” “No, non è stata Jennifer, è partita per l’Italia ieri mattina e oggi è sul volo di ritorno. Escludo anche Olivia, lei non ha una copia delle mie chiavi.” “Allora chi è entrato nell’attico?! Hai detto che David Herries non sa che abiti qui. Di conseguenza non può avere un mazzo di chiavi e non può essere stato lui ad entrare in casa.” Julian rifletté in silenzio per un istante, e la risposta che gli fornì la propria mente non gli piacque per niente. “Invece è possibile. È entrato usando il mio mazzo di riserva, quello che tenevo nel cruscotto della Lamborghini. Deve averlo preso questa mattina prima di sfasciare la macchina. La chiave della serratura ha un rettangolo di plastica con il nome del palazzo e il numero 13 incisi sopra. Capire che abito qui dev’essere stato facile per lui.” Leslie retrocedette di un passo, rendendosi conto del pericolo che poteva nascondersi oltre la porta dell’attico. “E adesso cosa facciamo, Julian? Chiamiamo la polizia?” “No, niente polizia per il momento. Tu rimani dove sei, non muoverti. Io voglio dare un’occhiata all’interno.” “Julian, sei fuori di testa?! Non entrare in casa! David potrebbe essere ancora dentro, magari armato di una spranga di ferro o di un coltello prelevato dalla tua cucina!”, sussurrò Leslie afferrandolo per un braccio nel tentativo di trattenerlo. Julian si voltò a guardarlo, intimandogli di lasciargli andare il braccio con una sola occhiata, quindi lo spinse indietro verso l’ascensore che si era appena richiuso alle loro spalle. 111


“Premi il pulsante di richiamo dell’ascensore e poi blocca le porte con un piede. Se David è ancora nell’attico ce la diamo a gambe”, ordinò a Leslie con voce bassa e autoritaria. “Tu sei pazzo… Andiamo via subito e chiamiamo la polizia!” “No. Questa è casa mia, voglio controllare se quel verme è entrato per fare dei danni e lasciarmi altre minacce. Aspettami qui, incollato all’ascensore, dò solo un’occhiata e poi ce ne andiamo, te lo prometto.” “Fai come ti pare, però stai attento!” Julian gli fece segno di tacere, quindi si avvicinò cautamente all’ingresso e spinse piano la porta trattenendo il fiato e pronto a fuggire via nel caso di un’aggressione a sorpresa. La porta si aprì lentamente, e un forte odore di vernice uscì dall’attico pizzicandogli le narici. Con il cuore in gola, Julian si spinse fino alla soglia e spalancò la porta del tutto. Gli bastò una rapida occhiata per capire che David Herries era stato lì dentro mentre lui era in ufficio e si era divertito a vandalizzare l’intero appartamento senza alcuna pietà. All’interno del lussuoso loft regnava il caos più assoluto. Strisce di vernice rossa e blu imbrattavano il pavimento di parquettes, le ante dei mobili e le pareti immacolate. I cassetti erano stati aperti, rovistati, svuotati del loro contenuto, piatti e bicchieri ridotti in pezzi e abbandonati sul lavello e sul tavolo della cucina, alcuni quadri d’arte di gran valore giacevano a terra con la tela tagliuzzata e l’intelaiatura in legno spezzata. Il divano in pelle era stato squarciato in più punti e ribaltato sottosopra, il televisore ultrapiatto applicato alla parete giaceva a terra rovesciato con lo schermo interamente crepato, soprammobili decorativi e oggetti d’antiquariato erano sparsi 112


ovunque, frantumati dalla caduta. Julian mise un piede davanti all’altro ed entrò nell’attico scansando le schegge di vetro e i pezzi di ceramica che giacevano sul pavimento, vide il proprio letto spostato, le lenzuola strappate e i cuscini spiumati, la sua poltrona girevole in pelle era ribaltata in un angolo dello studio assieme ai volumi contenuti nella libreria, asciugamani e teli di spugna spuntavano dalla porta scorrevole del bagno, inzuppati di vernice blu, il vetro dello specchio sopra il lavabo era crepato nel mezzo e dalla Jacuzzi ricolma d’acqua colavano rivoli lucenti che avevano già allagato la stanza intera. Julian entrò nel bagno affrettandosi a chiudere i rubinetti aperti della vasca per limitare i danni, e quando uscì nel corridoio, come si aspettava, vide la scritta rossa “Finocchio” che spiccava sul muro bianco, spruzzata lì sopra apposta per schernirlo. L’attico era un totale disastro. Danni economici per milioni di dollari. La propria casa era stata violata, stuprata con brutalità. Julian si guardò intorno sgomento e incredulo, e solo allora si accorse che il suo pc portatile era in funzione, lo schermo azzurro illuminato in posizione di standby. Sicuro che David Herries non fosse più all’interno del loft, Julian raggiunse lo scrittoio del suo piccolo studio di lavoro e premette il tasto di avvio del pc. Sullo schermo apparve la cartella dei suoi files personali. David l’aveva aperta, visionata, e di certo copiata, perché lo sportellino del masterizzatore non era stato richiuso del tutto. Sentendosi precipitare in un vortice di emozioni orribili, si rese conto che le sue fotografie private erano state trasferite su un CD. Foto che ritraevano se stesso e Leslie sulla spiaggia di Cape May, nei ristoranti in cui erano stati da soli o in compagnia di Jennifer e Olivia, foto in cui si abbracciavano, si 113


tenevano per mano, si baciavano in bocca, tutte scattate da Jennifer come bei ricordi da conservare con cura. David le aveva viste, copiate, e probabilmente avrebbe usato il CD come prova schiacciante per dimostrare che Julian Sage era un impostore, un omosessuale che si era finto eterosessuale per rubare al fratello Patrick il ruolo di vicepresidente della “Jackson & Associates Company”. Quelle foto avrebbero fatto cadere la bella maschera di Julian rivelando a tutti il suo vero volto. Nella sua lucida follia, David Herries aveva pianificato in pochi giorni la propria vendetta personale: minacciarlo, smascherarlo, rendere pubblica la sua omosessualità per rovinarlo e danneggiare la sua immagine e la sua dignità, con lo scopo finale di farlo licenziare dalla compagnia per essere stato vile e sleale. Questo era il piano di David. Strappare a Julian una nomina che spettava di diritto a suo fratello Patrick. Lo avrebbe messo in pratica consegnando a Edgar Jackson le foto compromettenti rubate dal suo portatile. Forse lo stava facendo proprio in quel momento, mentre lui era lì, dentro il suo attico devastato, lontano dalla compagnia. David Herries si era procurato le prove per dimostrare chi era veramente Julian Sage, e gli scatti fotografici che ritraevano se stesso e Leslie in chiari atteggiamenti amorosi erano la spada di Damocle che avrebbe tagliato la sua testa per sempre. La bella favola era giunta alla conclusione finale, e la realtà stava emergendo chiara e limpida portandosi via tutto ciò per cui Julian aveva tanto faticato e lottato. Julian sollevò lo sguardo dallo schermo del portatile nel sentire il fruscio delle scarpe di Leslie che era entrato nell’attico e si stava guardando intorno in quello scenario apocalittico. 114


“Siamo arrivati tardi”, disse, rivolto al ragazzo che amava e che aveva scelto come compagno di vita. “David si è preso le nostre belle fotografie. Le ha copiate su un CD. E sta per renderle pubbliche.” Leslie lasciò cadere a terra il borsone sportivo e gli corse incontro abbracciandolo forte. “È finita, Leslie. La mia commedia è finita.” Sconvolto da ciò che era accaduto e pugnalato a morte nella propria intimità, Julian affondò la testa nell’incavo della spalla di Leslie e si aggrappò a lui come per cercare di non cadere dentro l’abisso oscuro che lo stava rapidamente inghiottendo.

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- Rivelazioni inaspettate-

Edgar Jackson era in riunione nel proprio ufficio presidenziale con l’amministratore delegato Robert Duvall quando la sua segreteria Amanda Johnson bussò per tre volte prima di aprire la porta ed entrare. “Mi scusi, Signor Jackson. Un fattorino ha appena consegnato dei documenti importanti per lei”, disse la donna reggendo tra le mani una busta gialla rettangolare. “Dei documenti importanti?”, chiese Edgar rivolgendo la propria attenzione alla segretaria. “Il fattorino ha lasciato detto chi me li manda?” “No Signor Jackson, ma la busta è strettamente riservata a lei, da visionare con urgenza, così c’è scritto sopra.” Incuriosito, Edgar fece segno alla segretaria di avvicinarsi al tavolo. Amanda Johnson percorse il breve tratto di stanza che la separava da Edgar e allungò il braccio per porgergli la busta. “Grazie Amanda, torni pure al suo lavoro”, la ringraziò l’uomo, congedandola. “Abbi un attimo di pazienza, Robert”, disse al collega, guardando la busta che teneva in mano. “Dò una rapida occhiata a questi documenti importanti prima di riprendere la nostra discussione.” “Ma certo, fai pure con comodo.”

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Edgar indossò i suoi occhiali da presbite e lesse mentalmente il messaggio scritto a mano sul frontespizio della busta: “Documenti di urgente importanza riservati al Presidente Edgar Jackson da visionare con urgenza”. “Che strano, non c’è il nome del mittente… Probabilmente si tratta di un altro ente benefico che chiede una cospicua somma di denaro da evolvere in beneficenza. Ultimamente mi arrivano richieste del genere più di una volta a settimana, soprattutto dalle parrocchie. Devono avermi scambiato per un buon samaritano”, commentò, facendo sorridere il collega seduto al suo tavolo. Ruotò la busta e strappò la linguetta sigillante posizionata sul retro, quindi infilò una mano all’interno e tirò fuori un fascicolo di stampe a colori tenute insieme da una graffetta metallica. “Uhm, sembra un catalogo pubblicitario, o qualcosa di simile…”, osservò, leggendo a voce alta la scritta in pennarello nero sul primo foglio bianco. “Al Signor Edgar Jackson. Prove schiaccianti di alto tradimento”… Che cos’è, una presa in giro? È un po’ presto per gli scherzi di Halloween.” Mentre Robert rideva, divertito dalla sua battuta di spirito, Edgar sfilò la graffetta e accantonò il foglio bianco, ritrovandosi a fissare una serie di scatti fotografici freschi di stampa. Si sistemò meglio gli occhiali sul naso e passò in rassegna le fotografie osservandole con attenzione una dopo l’altra. Erano foto personali del suo stimato vicepresidente Julian Sage, ritratto su una spiaggia in tenuta da surf, in compagnia di un giovane ragazzo dai capelli biondi. 117


“Devono avermi recapitato il plico sbagliato”, disse, pensando che la busta fosse stata confezionata e inviata da un fotografo per essere consegnata a Julian. Ma mentre sfogliava le foto a colori si rese conto che su ognuna di esse c’era la parola “Frocio” scritta a mano in pennarello rosso, e i suoi occhi si ritrovarono di fronte a frammenti di vita personale del suo amatissimo collaboratore. In ciascuna foto Julian era stato immortalato insieme allo stesso ragazzo biondo, in luoghi diversi e in atteggiamenti differenti; in spiaggia con bermuda aderenti e tavola da surf sottobraccio, lungo la passerella di una zona marittima a torso nudo con pantaloncini corti e ciabatte infradito, seduto in un bar con un cocktail in una mano, al tavolo di un ristorante di fronte a una pizza e a una pinta di birra, sdraiato supino su un letto completamente nudo e addormentato… In alcune foto Julian e il ragazzo biondo sorridevano felici, come due cari amici accomunati dalla passione per il surf, mentre in altre foto si tenevano per mano, si abbracciavano affettuosamente, e in una foto in particolare… si baciavano sulla bocca come una qualunque coppia di omosessuali innamorati. La reazione di Edgar alla vista di quelle immagini tanto intime quanto esplicite fu piuttosto sorpresa e altresì confusa. “Ehm… Robert, scusami, potresti dare un’occhiata a queste foto e spiegarmene esattamente il significato?... Non capisco se si tratta di uno scherzo di cattivo gusto o di una sorta di scoop inviatomi da un paparazzo”, osservò, visibilmente imbarazzato, passando le foto al collega. “Certo Edgar, fammi vedere di cosa si tratta”, disse l’amministratore delegato, sfogliando le fotografie a sua volta. 118


Anche lui ebbe la stessa reazione confusa e sorpresa, per non dire alquanto turbata. “Edgar… Queste foto sono scatti personali e privati, e da quanto vedo sono anche piuttosto esplicite… Voglio dire… Sì, insomma… Conosci molto bene Julian Sage, e lo conosco bene anch’io… Ma non avrei mai pensato che… Che lui fosse… Capisci cosa intendo dire, vero?” “Sì, Robert, capisco benissimo. E ti confesso di sentirmi veramente in imbarazzo di fronte a questi scatti. A tuo parere sono dei fotomontaggi creati apposta per creare scompiglio, oppure sono delle immagini vere?” Robert le guardò di nuovo, con maggiore attenzione, e si sentì chiaramente impacciato nel fornire una risposta precisa alla domanda del suo presidente. “Mi sembrano degli scatti autentici, Edgar. Non sono immagini manipolate al computer. E mi sembra evidente che la scritta che spicca su ognuna di loro è stata scritta manualmente da chi ha voluto inviarti queste fotografie. Tra l’altro, il messaggio è rivelatore, vuole metterti al corrente di una realtà che forse ti era del tutto oscura.” Edgar riprese in mano le immagini e si concentrò su quella più eclatante, che raffigurava Julian Sage seduto al tavolo di un ristorante mentre baciava sulla bocca il ragazzo biondo presente in tutte le altre foto. Non era un bacio goliardico frutto di uno scherzo giocoso o di una serata di bisboccia a base di alcool, era chiaramente un bacio d’amore fra Julian e lo sconosciuto ragazzo biondo. Edgar non riusciva a dare un senso a ciò che vedeva. Julian Sage non era un omosessuale! Aveva una splendida fidanzata, Jennifer Morgan! Quante volte 119


li aveva invitati ai suoi barbecue domenicali e li aveva visti baciarsi appassionatamente? Erano una coppia innamorata in procinto di sposarsi! A Julian non piacevano gli uomini, ne era certo! Era un eterosessuale! “Io non capisco… Proprio non mi spiego come queste foto possano essere vere… È assurdo, Robert! Ce ne saremmo accorti tutti se Julian fosse stato gay, l’avremmo capito subito, non siamo degli stupidi ciechi… Oppure lo siamo?” “Onestamente non so cosa risponderti, Edgar. Sono sorpreso quanto te, te l’assicuro.” Edgar scosse il capo tastandosi il mento. “Dev’essere tutto un imbroglio, un tentativo di attaccare la posizione di Julian e di infangare la sua immagine, non vedo altra spiegazione ragionevole.” “Può essere. Anche se… Mi sembra improbabile.” “Improbabile? Perché mai?” “Bè, ecco… Le foto sono visibilmente autentiche, perciò è possibile che qualcuno abbia voluto informati di questa realtà che tu ed io ignoriamo. Più che uno scherzo pare una rivelazione. Uno scoop giornalistico. Un modo diretto per dirti che sei stato… preso per i fondelli.” “Robert! Stai parlando di Julian, un tuo stimato collega! Una persona che non mi avrebbe mai nascosto una cosa del genere! Dimmi, perché mai avrebbe dovuto mentirci su questo?” “Per proteggere la sua posizione, ovviamente. Per non essere licenziato. O per timore di essere trattato come un…” “Come un frocio? È questo che stavi per dire?” “Esattamente, Edgar.” 120


“Ma qui dentro nessuno lo avrebbe fatto! Non siamo persone così spregevoli, siamo uomini d’affari istruiti. E soprattutto rispettosi l’uno verso l’altro.” “Ne sei certo, Edgar? La nostra compagnia è piuttosto maschilista, devi ammetterlo. Certe battutine denigratorie nei confronti dei gay le facciamo tutti, spesso e volentieri. E ti assicuro che la maggioranza dei nostri dipendenti è fondamentalmente omofoba.” Edgar rimase di stucco. Sorpreso e interdetto. “Veramente, Robert? Siamo quel tipo di persone? Dei bigotti omofobi che si scandalizzano di fronte a… immagini come queste? La nostra compagnia è contro gli omosessuali?” Robert si strinse nelle spalle e ammise con riluttanza: “In effetti sì, Edgar. Siamo dei bigotti maschilisti. L’intera compagnia è contro gli omosessuali. Di fatto, che io sappia nessuno dei nostri dipendenti è gay… A parte Julian Sage, a quanto pare… Che ha fatto di tutto per farci credere il contrario, riuscendoci molto bene. Mai avrei pensato che lui potesse essere gay. Sono sbigottito, Edgar.” “Ma perché ce l’ha nascosto? Perché ha finto di essere un eterosessuale per giunta fidanzato se in realtà gli piacciono gli uomini? Per quale motivo non è stato sincero con noi?” “Forse aveva il timore di non essere accettato per quello che è realmente. Avrà pensato che lo avremmo giudicato male basandoci sulle sue preferenze sessuali, sminuendo le sue innate capacità di procacciatore di affari. Riflettici, Edgar. Julian Sage è il vicepresidente della nostra compagnia. È un uomo talentuoso, brillante, in carriera… Lo ammiriamo tutti. Ma se avessimo saputo fin dall’inizio che era omosessuale, ci 121


saremmo comportati allo stesso modo con lui, oppure lo avremmo trattato come un “diverso”, emarginandolo e non accorgendoci del suo valore umano?... Credo siano questi i motivi che lo hanno spinto a nascondersi dietro una finta facciata di eterosessuale. Non voleva essere penalizzato solo perché preferisce accoppiarsi con i maschi anziché con le femmine. È un chiaro comportamento di autodifesa personale. E onestamente… Io non mi sento in diritto di giudicarlo per la sua scelta. Tu cosa ne pensi, Edgar?” Il presidente scosse il capo e ammise: “Julian Sage è la punta di diamante della nostra compagnia, e a me non importa un bel niente della sua omosessualità. Lo avrei accettato ugualmente, senza riserve, perché lo stimo come uomo a prescindere dal suo orientamento sessuale.” Robert annuì, in accordo con il pensiero del suo capo. “Credo che Julian non si sia reso conto di questo. Ecco perché ci ha mentito. E non dev’essere stato facile per lui mostrare ogni giorno una personalità che non gli appartiene.” Edgar Jackson assunse un’espressione rammaricata. Provava per Julian Sage una stima profonda, un rispetto totale, e un affetto quasi paterno. L’idea che Julian gli avesse mentito sulla propria natura sessuale per non sentirsi inadeguato o per non essere emarginato dai suoi colleghi gli procurava un immenso dispiacere. Un uomo poteva davvero spingersi al punto di costruirsi una seconda vita per ottenere ciò che voleva, e non essere privato degli stessi diritti di cui godevano gli altri a causa delle sue preferenze sessuali? Julian Sage aveva finto per tutto il tempo di essere un eterosessuale, per giunta fidanzato, solamente per evitare di essere vittima dello scherno dei suoi 122


colleghi? Se la verità era davvero questa, se un giovane trentenne intelligente e brillante come lui si era visto costretto a inventarsi un ruolo che potesse piacere all’intera compagnia, se lo aveva fatto per paura di essere messo all’angolo e giudicato per i suoi gusti sessuali, allora tutto aveva un senso. E se le cose stavano così, riusciva a comprendere la difficile scelta di Julian. Essere discriminato non piaceva a nessuno, tantomeno subire ingiustizie e svariate forme di prese in giro gratuite. La voce di Amanda Johnson interruppe i suoi pensieri con il suo tono leggermente stridulo. “Signor Presidente?”, gracchiò la donna attraverso l’interfono. “È troppo impegnato per ricevere una telefonata?” “Una telefonata da parte di chi?” “Un certo David Herries. Sostiene di essere il fratello di Patrick Herries e insiste per parlare con lei.” “Va bene, mi passi la telefonata.” “Certamente. La metto subito in linea con David Herries.” “Grazie, Amanda.” Edgar sollevò la cornetta del telefono e l’appoggiò sul tavolo, preferendo ascoltare la chiamata in vivavoce. Non conosceva David Herries, il fratello del dirigente Patrick Herries, ma gli pareva di ricordare che l’uomo fosse stato arrestato e ricoverato in un istituto d’igiene a causa di alcuni problemi con la legge. Si chiese se fosse stato dimesso e se, soprattutto, godesse di uno stato mentale equilibrato, dato che Patrick Herries evitava quasi sempre di parlare di lui. Si chiese anche quale fosse il motivo della sua chiamata. “Pronto? Signor Jackson?” “Buongiorno signor Herries.” 123


“Mi chiami David, per favore.” “Come vuole. Mi dica David, a cosa devo la sua telefonata?” “Ha ricevuto le fotografie?” A quella domanda, Edgar scattò subito all’allerta, così come fece Robert. Si guardarono entrambi negli occhi, capendo immediatamente che la busta con le foto private di Julian era stata inviata proprio da David Herries. “Sì, David. Le ho ricevute e visionate. Le ha scattate lei?” “Oh, no… Io le ho rubate per lei.” “Cosa?!... Rubate?!”, pensarono all’unisono Edgar e Robert. “Come ha detto, scusi?”, gli chiese Edgar. “Non ha capito? Ho rubato le foto dal computer di Julian Sage, dai suoi files privati. Ho faticato molto a trovarle, lo sa? Ho dovuto mettere a soqquadro il suo bell’appartamento. Quelle foto mi servivano, ne avevo bisogno.” Edgar e Robert si fissarono esterrefatti. David Herries aveva appena ammesso di aver rubato le foto dal computer di Julian dopo aver messo a soqquadro il suo appartamento. Ciò significava che era entrato in casa di Julian come un ladro e aveva agito come tale! “Perché ha rubato queste foto? Non sa che è un reato introdursi in casa di una persona e appropriarsi dei suoi files personali?” “Un reato? Bè, non sono l’unico ad aver infranto la legge. Ha visto Julian Sage e il suo amante? Ha visto la foto in cui si baciano? Che schifo, vero? Scommetto che lei non sapeva che Julian Sage fosse un frocio di merda… Ma io l’ho visto! Ho scoperto il suo sporco segreto! Julian Sage è un omosessuale, un gay, un finocchio maledetto che si è introdotto nella sua compagnia fingendosi eterosessuale… Le ha mentito, Edgar, 124


ha commesso lui il reato peggiore. Perché mentire è un reato, giusto? Non si fa… E invece lui l’ha fatto! Ha finto di essere un uomo normale! L’ha presa in giro, Edgar!” Robert guardò il suo capo e si batté un indice contro una tempia in un gesto che insinuava che l’uomo al telefono era completamente fuori di testa. Edgar annuì al gesto del suo collega, quindi si finse indifferente e proseguì la conversazione telefonica mantenendo un atteggiamento posato e distaccato. “Perché ha voluto mandarmi queste foto, David?” “Perché sono le prove! Dimostrano che Julian Sage non è un uomo degno di rivestire il ruolo di vicepresidente della sua compagnia! Si ricorda di mio fratello Patrick?” “Certamente. Patrick ha un incarico molto importante nella mia compagnia. È a capo del settore commerciale, un ruolo chiave sul piano affaristico che lui apprezza molto.” “Non è vero!”, esclamò David, con la voce alterata e un tono esagitato. “Mio fratello ha uno stipendio inferiore a quello di Julian Sage, è stato derubato del posto di vicepresidente! Spettava a Patrick quella nomina! E l’avrebbe ottenuta se Julian Sage non avesse intralciato la sua carriera! Quel finocchio ha portato via a Patrick il posto di vicepresidente, e ora mio fratello non guadagna abbastanza per curare la sua piccola Susie… Lo sa che è gravemente malata? Che non camminerà più se non potrà essere curata bene? Lo sa, Edgar?... Lei deve licenziare Julian Sage e dare a mio fratello la vicepresidenza! Un finocchio non può stare così in alto all’interno della sua compagnia, deve spedirlo a pulire i cessi della metropolitana!” 125


Lo sfogo rabbioso di David Herries lasciò interdetto Edgar, ma Robert lo invitò a continuare a parlare con quell’uomo che si stava dimostrando piuttosto squilibrato. “Cosa si aspetta esattamente da me, David?” “Ma come, non l’ha ancora capito?! Patrick deve diventare vicepresidente! E Julian Sage deve essere licenziato, cacciato via, spedito sul marciapiede insieme a quelli come lui, i finocchi che appestano questa città… Lo farà, vero Edgar? Darà a Patrick il ruolo che si merita, perché lui ne ha bisogno per curare Susie, la mia dolce nipotina malata… Le ho mandato le prove apposta! Quelle foto le serviranno per distruggere Julian Sage! Ecco perché le ho rubate e mandate a lei! L’ho fatto per Patrick e per Susie!” Edgar non aveva nessuna intenzione di continuare a parlare con quell’uomo insano di mente che stava praticamente urlando e inveendo al telefono, perciò gli disse frettolosamente: “Ascolti David, sono in riunione in questo preciso momento e non posso prolungare oltre la nostra telefonata. Ma le prometto che Julian Sage sarà punito a dovere per il suo tradimento verso la compagnia, provvederò a licenziarlo oggi stesso, e le garantisco che suo fratello Patrick otterrà la nomina di vicepresidente entro domani.” “Oh, lo farà davvero?” “Certo David. Ha la mia parola.” “Oh… Grazie Edgar, era proprio quello che speravo di ottenere, giustizia per mio fratello… Ho fatto bene a rubare quelle foto, Julian Sage si merita di essere schiacciato come uno scarafaggio.” 126


“Sono d’accordo con lei, David. Ora pero mi scusi, ma devo tornare alla mia riunione. La saluto, buona giornata.” Edgar interruppe la comunicazione con immenso sollievo. “Robert, quest’uomo è pazzo!”, esclamò Edgar con rabbia e apprensione. “Chiama subito la polizia! Ha già ammesso di aver rubato le foto dal portatile di Julian introducendosi nel suo appartamento, è un uomo malato e deve essere arrestato prima che commetta qualche altra follia!” Robert aveva già composto il 911 e stava aspettando di parlare con un agente di polizia. Edgar prese il mazzo di foto compromettenti e le rimise dentro la busta gialla inviata da David Herries, infilando il plico nel cassetto della sua scrivania per tenerle al sicuro finché non fosse arrivato un poliziotto al quale affidarle come prova schiacciante del furto commesso da David Herries ai danni di Julian Sage. Chiuse a chiave il cassetto e si alzò dalla sua poltrona per uscire dal suo ufficio di corsa. “Amanda! Sa per caso dov’è Julian Sage?”, domandò alla segretaria facendola sobbalzare sulla sedia per lo spavento. “Mi dispiace Signor Presidente, ma non ne ho idea. Il signor Sage non è rientrato dalla pausa pranzo.” “Mi sta dicendo che non è tornato al lavoro?” “Esattamente. Aveva un colloquio con il dirigente del reparto finanziario, ma non si è presentato all’orario previsto.” Edgar si grattò il mento con evidente preoccupazione. “Questo non è da lui… Julian Sage è sempre puntuale, non ha mai saltato un appuntamento di lavoro… Per favore, componga il suo numero di casa e mi passi la cornetta, gli devo parlare con urgenza.” 127


La segretaria eseguì all’istante gli ordini del presidente e gli porse la cornetta. Edgar attese in linea che Julian rispondesse alla chiamata, ma al quinto squillo fu la voce roca di un uomo che non conosceva a rispondere al suo posto. “Appartamento di Julian Sage, chi parla?” “Salve, sono Edgar Jackson, vorrei parlare con Julian Sage.” “Mi dispiace, non è possibile. Non è qui al momento.” “Mi perdoni, con chi sto parlando?” “Agente Jake Barrow, squadra anticrimine. L’attico del signor Sage è stato brutalmente vandalizzato da un ricercato che risponde al nome di David Herries. Sembra che l’uomo si sia introdotto in casa dopo aver rubato le chiavi dall’auto del signor Sage, il quale non ha denunciato la distruzione della sua vettura sportiva avvenuta quest’oggi all’alba. Pensava di essere stato vittima di un atto vandalistico da parte di un comune delinquente, ma a quanto sembra David Herries è il vero artefice di entrambi i reati.” “Dio mio… Mi sta dicendo che Julian Sage è stato vittima di ben due atti vandalici?” “Purtroppo sì. David Herries ha distrutto la Lamborghini del signor Sage e subito dopo è entrato nel suo attico provocando numerosi danni economici. Stiamo cercando di capire quale sia stato il movente di entrambi i reati.” “Santo cielo… Dov’è Julian Sage adesso?” “È alla centrale di polizia per rispondere alle domande degli agenti che lui stesso ha chiamato quando ha scoperto che il suo appartamento era stato messo a soqquadro da David Herries. I miei colleghi devono stilare il rapporto sui duplici atti vandalici 128


subiti dal signor Sage, distruzione d’auto, furto con scasso e minacce personali a sfondo omofobo.” “La ringrazio per l’informazione, agente Barrow.” Edgar lasciò andare la cornetta, si allontanò dalla scrivania della propria segretaria e raggiunse Robert Duvall, che aveva appena terminato di parlare con un agente di polizia del 911, il quale lo aveva informato che David Herries era già ricercato in seguito alla denuncia fatta dal fratello Patrick. “Robert, devo parlarti, subito!” “Edgar, mi sembri sconvolto, stai bene?” “Ho solo bisogno di prendere una boccata d’aria. Usciamo in terrazza. Ho appena saputo che sono successe delle cose terribili a Julian.” “Lo so, l’agente del 911 che ha risposto alla mia chiamata mi ha raccontato dei particolari raccapriccianti.” I due uomini si avviarono frettolosamente lungo il corridoio e uscirono all’esterno del palazzo, dove discussero a lungo riflettendo su tutto ciò che era accaduto a Julian Sage quel giorno a causa della follia di David Herries.

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- Un amore interrotto -

Era scesa la sera sulla città di New York. Allo “Sheraton Hotel” in Times Square un cameriere in livrea bianca spingeva un carrello portavivande lungo il corridoio del quinto piano, diretto alla stanza numero 115 dove Julian e Leslie avevano deciso di passare la notte. Il cameriere bussò alla porta annunciano il servizio in camera e Leslie si affrettò ad aprire consentendo all’uomo di spingere all’interno il carrellino con la cena che avevano ordinato al telefono dieci minuti prima. Leslie ringraziò il cameriere e lo congedò dopo avergli rifilato cinque dollari di mancia. Chiusa la porta, spinse il carrellino al centro della stanza e sollevò le campane d’argento che coprivano i piatti per dare un’occhiata veloce alle portate fumanti. Poi si avvicinò al letto, dove Julian era seduto con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani giunte premute contro le labbra. Era fermo in quella posizione dal momento in cui erano entrati nella stanza, chinato su se stesso, lo sguardo perso nel vuoto. Leslie gli accarezzò i capelli bruni infilando le dita tra le ciocche ondulate, sperando di riuscire a scuoterlo dai suoi pensieri. “Ti va di mangiare qualcosa?”, gli chiese, sfiorandogli una guancia con il dorso della mano. “L’insalata di pollo ha un profumo invitante, e la bistecca di manzo è cotta al posto giusto. Ci hanno portato anche purea di patate e verdure miste 130


grigliate. Per dessert c’è il budino al cioccolato con granella di nocciole.” Julian chiuse gli occhi e trasse un profondo sospiro. “Scusami, non ho fame. Tu mangia, io preferisco restare qui.” Leslie non si lasciò liquidare da quella risposta negativa. “Non mi piace mangiare da solo. E non voglio vederti in questo stato. Devi reagire, Julian… Ti prego, alzati e vieni a mangiare prima che si freddi tutto.” “Ti ho detto che non ho fame. Ho la nausea.” Leslie sapeva che Julian era molto scosso da tutto quello che era successo nell’arco delle ultime ventiquattr’ore, ma non voleva che si lasciasse divorare dal panico e dalle mille preoccupazioni che vedeva riflesse nei suoi occhi azzurri incupiti e affranti. “Non hai mangiato nulla per tutto il giorno, hai la nausea perché il tuo stomaco è troppo vuoto. Devi mandare giù qualcosa, anche se non ti va.” “Ti prego, Leslie. Non insistere.” “Insisto eccome. Avanti, alzati. Se non mangi tu, non mangio nemmeno io.” Julian sospirò di nuovo, e non mostrò alcun segno di volersi spostare dal bordo del materasso. Allora Leslie si allontanò per raggiungere il portavivande e lo spinse verso il letto, bloccandolo davanti a Julian. Si sedette accanto a lui e tolse il coperchio dal piatto dell’insalata di pollo. “Cominciamo con questa. Se non prendi in mano la forchetta, giuro che ti imbocco.” Julian sollevò lo sguardo dal pavimento, guardò il piatto fumante e poi Leslie. Riluttante e infastidito, strinse la 131


forchetta tra le dita e l’affondò nel piatto, infilzando un pezzetto di pollo e due foglie d’insalata. Si portò il boccone alla bocca e lo masticò controvoglia, quindi lo mandò giù e rimise la forchetta sul carrellino. “Ecco, ho mandato giù qualcosa. Sei contento?” Leslie lo guardò di traverso. “Julian, non farmi perdere la pazienza. Mangia. Fallo per me. Accontentami.” “Perché insisti tanto? Ti ho detto e ripetuto che non mi va.” Leslie lo guardò dritto negli occhi. “Lo faccio perché ti amo. Perché tengo molto a te. Sei a pezzi, e so benissimo che tipo di pensieri ti passano per la testa. Credi che io stia bene? Che non sia sconvolto e preoccupato quanto te? Bè, accidenti, ti sbagli. Siamo entrambi nella stessa schifosa situazione. Ho i nervi a fior di pelle e sono spaventato. Ma voglio reagire, perché piangersi addosso non serva a nulla. È un comportamento da deboli, e io non lo sono. Non ho mai voluto essere debole. Posso cadere cento, mille volte, ma ho sempre il coraggio di rialzarmi. Mi impongo di farlo. Per me stesso. Perché so che quando la vita mi prende a pugni in faccia io devo sferrare un colpo doppiamente forte e metterla al tappeto. Non sono invincibile, ma credo in me stesso e nelle mie possibilità di superare qualunque ostacolo. Finché non sarò morto, io lotterò sempre per la mia felicità. E tu devi fare la stessa cosa.” Julian aveva ascoltato le sue parole distrattamente, troppo preso dalle preoccupazioni che gli riempivano la testa. Non aveva nessuna voglia di mangiare, ma sapeva che Leslie gli avrebbe dato il tormento se non si fosse sforzato di mandare 132


giù quello che aveva ordinato. Riprese in mano la forchetta e ignorò la morsa che gli stringeva lo stomaco mangiando almeno la metà di ciascun piatto, accompagnando ogni boccone con un sorso d’acqua e terminando la cena con alcuni cucchiai di budino al cioccolato. “Non lo finisci?”, domandò Leslie, invitandolo a mangiarlo tutto. “È la portata migliore della cena, offenderai il pasticcere dell’hotel se il budino ritorna in cucina quasi intatto.” Julian riprese il cucchiaio e finì di mangiare anche il budino. “Ecco, finito. Il pasticcere sarà contento.” Leslie sollevò il braccio sinistro per appoggiarlo sulle spalle di Julian e trarlo a sé per dargli un bacio, ma Julian si ritrasse spostando il viso e respingendo il suo tentativo di abbracciarlo. “Lasciami stare, Leslie. Non toccarmi.” “Volevo solo abbracciarti. Si può sapere perché sei così freddo con me? Sembra che ti dia fastidio la mia presenza, non mi guardi e non mi parli, anzi, mi tratti male. Non capisco che diavolo ti prende.” Julian sbuffò e si massaggiò le tempie doloranti. “Voglio solo essere lasciato in pace. È tanto difficile da capire? Non ti voglio vicino, soprattutto se mi stai con il fiato sul collo. Perciò accontentati del fatto che ho mangiato la cena e trovati qualcosa da fare.” Leslie non lo aveva mai sentito rispondergli in quel modo. Ma forse erano la tensione e lo stress accumulati nel corso della giornata a renderlo così intrattabile. “Mi preparo qualcosa di forte da bere. Un mix di alcolici vari. Riempio un bicchiere anche per te.” 133


Mentre Leslie si alzava dal letto per spingere in un angolo il portavivande e inginocchiarsi davanti al frigo-bar pieno zeppo di bottigliette di liquori di ogni tipo, Julian si alzò in piedi e si accostò alla finestra affacciata su Times Square. La vita notturna di New York era in fermento come al solito, il mondo aldilà del vetro non si fermava mai, neppure di notte, l’esistenza umana andava avanti, con le sue bellezze e le sue bruttezze, nella gioia e nel dolore, come una ruota progettata per girare all’infinito attorno al suo perno centrale. Viveva in quella città da quindici anni, l’aveva sempre amata e guardata come fosse l’ombelico del mondo, eppure quella sera sentiva di odiarla, perché le si era ritorta contro diventando una prigione caotica dalla quale non poteva fuggire. “Tieni, bevi questo. Drink speciale per sciogliere i nervi.” Leslie gli porse un bicchiere colmo fino all’orlo. Julian non gli chiese nemmeno cosa ci avesse messo dentro, non gli importava saperlo, avrebbe potuto bere anche la fiele senza trovarla disgustosa. Ingoiò una lunga sorsata di quel mix di liquori dal sapore indefinibile e l’alcool gli scese giù per la gola bruciando come lava incandescente. “Hey, vacci piano! Tu non sei abituato a bere questa roba, ti verrà il mal di stomaco.” Julian non badò al consiglio di Leslie, tossicchiò un paio di volte, poi svuotò il bicchiere tutto d’un fiato trangugiandolo come fosse acqua minerale e sentì subito una brace rovente attraversargli lo stomaco. Tossì di nuovo, mentre i fumi dell’alcool gli salivano alla tesa procurandogli un capogiro. “Fammene un altro. Forte uguale.” 134


Leslie gli sfilò dalla mano il bicchiere vuoto e lo guardò con disapprovazione. “Non ci penso nemmeno a fartene un altro, se vuoi sbronzarti vai giù al bar dell’hotel.” “È un’idea che mi tenta. Ubriacarmi mi farebbe bene, ho bisogno di annegare nell’alcool i miei dispiaceri.” “Scordatelo. Tu non diventerai un alcolista. Non questa sera. E non finché stai con me.” Julian stava per rispondergli in malo modo, ma si trattenne per non dare il via a una discussione, o peggio ancora a una litigata. Tornò a guardare fuori dalla finestra, perdendosi nell’osservare l’andirivieni dei taxi gialli, finché non sentì Leslie schiarirsi la gola con l’intento di attirare la sua attenzione. Allora si voltò, e lo vide in piedi a pochi metri da lui con le braccia conserte sul petto e un’espressione seria dipinta nello sguardo ambrato. “Non pensi che dovremmo parlare di tutto quello che è capitato oggi? Non hai aperto bocca da quando siamo usciti dalla centrale di polizia. Vorrei che tu condividessi con me le tue emozioni, le tue paure, le tue preoccupazioni.” “A me non va proprio di parlare di questo.” “Preferisci tenerti tutto dentro? Soffrire in silenzio e impedirmi di invadere la tua intimità?” “Di cosa dovremmo parlare, scusa? Della mia Lamborghini distrutta? Del mio attico devastato? Della follia di David Herries e delle sue belle scritte omofobe? Oppure delle foto che ha rubato dal mio portatile e che sicuramente saranno già finite nelle mani di Edgar?” 135


“Dovremmo parlare di ogni singola cosa accaduta, affrontare insieme questo momento e uscirne rafforzati. Ma tu preferisci chiuderti in te stesso come un riccio e tagliarmi fuori. Siamo una coppia, l’hai dimenticato?” Julian si allontanò dalla finestra e lo guardò scuotendo la testa. “Forse tu non ti rendi conto di cosa sto provando dentro di me. La mia vita sta andando a puttane e tu non lo capisci.” “Io non lo capisco?!... Bè, forse non posso capire perché tu non me lo permetti. Non vuoi aprirti con me, hai innalzato un muro che fino a ieri non c’era, e questo non mi piace Julian, non va bene. Se mi ami davvero e vuoi che faccia parte della tua vita, devi imparare a non nascondermi le tue emozioni. Devi parlare con me, sfogarti, buttare fuori quello che senti.” Julian si piazzò di fronte a lui e lo sguardo che gli rivolse era pieno di rabbia e dolore represso, l’espressione stravolta e furiosa. Ancor prima che aprisse bocca, Leslie aveva già intuito che Julian era in procinto di esplodere, rovesciandogli addosso tutto il malessere che aveva dentro l’anima. “Vuoi che mi sfoghi? Che butti fuori tutta la merda che ho dentro?… Va bene, dimmi da dove devo cominciare… Forse dalla rabbia che mi è montata dentro quando ho visto la mia Lamborghini ridotta a pezzi, e dalla paura che mi è serpeggiata lungo la schiena quando ho letto la parola “frocio” sulla fiancata. È stato il primo shock della giornata. Mi sono sentito attaccato, vulnerabile, in pericolo… Ma non te l’ho detto, perché tu sei forte, coraggioso, tu affronti ogni cosa senza tremare come una foglia, e così sono andato al lavoro fingendo che fosse tutto a posto. Invece ero preoccupato fino al midollo, e quando Patrick è venuto a parlarmi raccontandomi di suo 136


fratello David… Dio mio, ho pensato di crepare di un attacco cardiaco! Sentirmi dire che c’era un pazzo intenzionato a rovinarmi mi ha sconvolto, e lì ho avuto paura anche per te, perché David poteva colpirmi al cuore facendoti del male, e allora sono venuto a prenderti, in uno stato di panico totale, e ti ho portato via da casa tua pensando che nel mio attico saresti stati al sicuro. E invece… Sorpresa! La mia casa sembrava il teatro dell’apocalisse, l’ira divina discesa sulla terra… Come pensi che mi sia sentito nel vedere tutti quei danni?! La mia casa è una parte di me, ogni singolo oggetto distrutto, ogni quadro rovinato, tutto ciò che David ha toccato con le sue mani… È stata una violenza inferta a me! Mi sono sentito stuprato, violentato nella parte più intima del mio mondo privato, il dolore che ho sentito è stato mille volte più forte di una mano mozzata a freddo da un torturatore sanguinario! Credevo di essere il protagonista di uno di quei film dell’orrore dove il maniaco di turno ti aspetta al varco per farti a pezzi con una motosega o strapparti via le viscere con i suoi artigli acuminati. Mi sono spaventato a morte, e poi ho visto il portatile acceso, il file delle nostre foto aperto e copiato… È stato il momento peggiore della giornata, le porte dell’inferno si sono spalancate davanti a me e ho intravisto Satana in persona che mi sorrideva e mi diceva “Fine della corsa Julian, scendi dal treno e ridammi tutto ciò che ti sei preso con le tue menzogne perché è tutta roba mia, conquistata con la falsità e con l’inganno”. Mi sono vergognato di me stesso, di quello che sono… Come se fossi stato un attore di teatro in piedi su un palco davanti al mondo intero e all’improvviso uno spettatore mi avesse strappato i vestiti di dosso lasciandomi 137


completamente nudo al cospetto del pubblico che rideva di me e mi urlava contro “Frocio, non sei altro che feccia, e ora lo sapranno tutti!”. In un secondo la mia vita è diventata una grande voragine nera, ci sono caduto dentro, il buio mi ha inghiottito, e lì ho visto mio padre, la sua faccia che mi fissava con disgusto e disapprovazione, mia madre che piangeva disperata per la vergogna, le mie sorelle che mi fissavano inorridite come fossi il pedofilo del quartiere che ha sodomizzato dei bambini innocenti… E alla fine è comparso davanti ai miei occhi Edgar, che si sbellicava dalle risate e stracciava in mille pezzetti di carta il mio contratto, e tutti i miei colleghi attorno a lui che mi guardavano e scuotevano la testa come per dire “Che schifo, ci hai stretto la mano, hai mangiato ai nostri tavoli, hai toccato i nostri figli, hai portato la tua sporcizia nelle nostre vite e nella nostra compagnia”. Per la seconda volta nella mia vita mi sono sentito sporco, ignobile, un diverso da mettere all’angolo, e ho provato una grande vergogna per quello che ho fatto e continuo a fare. Tutto quel sesso consumato con uomini diversi, le mie notti al “Purple Red” a rimorchiare ragazzi come te da portare nel mio letto e scopare fino a stare male… Dio! Mi faccio schifo da solo, ho paura di guardarmi allo specchio perché adesso non ho più la mia bella maschera a proteggermi dalla vista del vero me stesso, un sodomita, un invertito, un gay con la “G” maiuscola! Ecco come mi sento veramente, cosa sto provando, quello che non ti volevo dire… Tutte queste cose! Un’orribile girandola di sensazioni schifose! Riesco a malapena a restare in questa stanza perché mi vergogno di guardarti, di desiderarti, di provare un sentimento per te… Vorrei solo scappare via, 138


lontano da qui, in un luogo dove nessuno mi conosce, e stare per sempre da solo con i miei demoni, per scontare la mia pena come un condannato all’esilio… Era questo che volevi sentire?! Adesso sei contento?! Ho buttato giù il muro, ti ho confessato tutto ciò che sento, mi sono sfogato tirando fuori il peggio di me… Ti basta tutto questo?! Dimmelo, sei soddisfatto?! Oppure vuoi che ti confessi dell’altro?!... Avanti, parla! Tu sei bravo con le parole, sei pieno di coraggio, non hai paura di niente, non ti vergogni di te stesso come Julian Sage… Tu sei migliore di me. E io non ti merito. Non avremmo mai dovuto incontrarci. È stato un errore pensare che potevo amarti e innamorarmi di te, è stato il mio sbaglio più grande. La nostra relazione è complicata, costruita su bugie, vissuta di nascosto, nella paura di essere scoperti… Non possiamo andare avanti così. Io non ci riesco… Non sono fatto per donarmi totalmente a un’altra persona, è un impegno troppo grande per me… È stato sciocco pensare che avremmo potuto essere una coppia felice. Tra noi deve finire. Io… Io non ti voglio più… Perciò, esci dalla mia vita, e cercati qualcuno che sia in grado di amarti sul serio… Vattene via! Sparisci!” La stanza precipitò nel silenzio più assoluto. Julian era sconvolto, tremante, si fissava la punta delle scarpe e stringeva le mani a pugno premendole una contro l’altra così forte che le nocche erano bianche sotto la pelle abbronzata. A pochi passi da lui, Leslie era senza parole, scioccato dalla ferocia del suo sfogo, ferito dalla violenza delle sue parole. Aveva appena visto una parte di Julian che non conosceva, il suo lato più oscuro, e non sapeva come comportarsi. Più di ogni altra cosa, le sue ultime parole gli avevano graffiato l’anima, rinnegando 139


il suo amore per lui e maledicendo il giorno in cui si erano conosciuti. Era questo il vero Julian Sage? Ora che la maschera era caduta dal suo bel viso, l’uomo che aveva di fronte era solo un trentenne spaventato dal mondo che provava ribrezzo per se stesso e non era in grado di amarlo senza sentirsi sbagliato e sporco? Se le cose stavano davvero così, si era innamorato della persona sbagliata, e per loro non c’era futuro. Forse era stata tutta un’illusione… Forse Julian aveva solo finto di amarlo… Dopotutto, la sua intera esistenza era costruita sulla finzione. Una bella recita degna di un premio per la falsità. Roso dai dubbi e intimorito dalla rabbia che Julian sembrava aver tirato fuori dall’anima come un leone tenuto in gabbia per troppo tempo, Leslie si sentì improvvisamente spaesato, e la stanza gli parve troppo piccola per ospitare entrambi. Era nel posto sbagliato, insieme a un uomo che non riconosceva più come il Julian Sage tenero e premuroso che era stato per lui il primo amante e il solo, unico amore della sua vita. Julian era cambiato all’improvviso, o forse era sempre stato così e lui non lo aveva capito. L’unica certezza che aveva in quel momento era il desiderio impellente di andarsene via. Non aveva intenzione di restare in quella stanza un altro secondo di più. Senza proferire una sola parola, Leslie si mosse sulla moquette della camera e afferrò il suo borsone sportivo con i suoi vestiti, quindi si avvicinò alla porta, posò la mano sulla maniglia e senza voltarsi disse: “Me ne vado. Non venire a cercarmi se cambi idea.” Julian non si mosse, rimase immobile dov’era, e l’unica frase che fu in grado si pronunciare fu un addio. “Starai meglio senza di me. Non sono l’uomo giusto per te.” 140


Leslie aprì la porta, e prima di uscire disse: “Non lo sei mai stato.” Julian strinse i pugni ancora più forte. Leslie scivolò fuori dalla stanza e si richiuse la porta alle spalle con un colpo secco. Rimasto solo, Julian si lasciò invadere da un senso di vuoto che lo investì dalla testa ai piedi come il gelido abbraccio della nebbia invernale. Rimase lì, pietrificato, incapace di muoversi. Avrebbe tanto voluto piangere, ma i suoi occhi rimasero asciutti, persi nel vuoto del cielo notturno privo di stelle.

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- Sparire -

Quella notte, Julian rimase sveglio a fissare per tutto il tempo le luci di New York che splendevano nel buio. Non riusciva a pensare a nulla, tranne al fatto che non poteva più vivere lì, e che doveva andarsene via, in un posto in cui ricominciare una nuova vita, in un luogo in cui ritrovare se stesso e capire cos’era meglio per lui e per il suo futuro. Quando il cielo iniziò a farsi rosa, Julian si spogliò e si fece una lunga doccia fredda. Si rivestì con calma, indossando una t-shirt sportiva e un paio di vecchi jeans pescati a caso dai vestiti che aveva infilato in valigia dopo la scoperta della devastazione del suo attico. Controllò il proprio portafogli, per essere certo di avere con sé le sue carte di credito American Express, Visa, e MasterCard. Durante la notte aveva spento il suo Smartphone Blackberry, e quando l’aprì scoprì di aver ricevuto ben sette chiamate perse e tre messaggi. Tralasciò le chiamate e lesse i messaggi. Uno era da parte di Patrick Herries. “Ciao Julian, sono Patrick. Mi trovo al dipartimento di polizia di Jersey City. Hanno appena arrestato mio fratello David. Puoi stare tranquillo, sei al sicuro adesso. Ci vediamo domani al lavoro.”. Il secondo messaggio era di Edgar Jackson. “Julian, dobbiamo parlare. Vieni in ufficio appena ti è possibile”. Infine, il terzo messaggio era di Jennifer. “Julian, dove sei? Ti ho cercato all’attico e ho visto i sigilli della 142


polizia sulla porta. Cosa diavolo è successo mentre io ero via? Sono molto preoccupata. Ho provato a chiamare Leslie, ma non risponde al telefono. Ti prego, rispondimi, ho bisogno di sapere che stai bene e che non ti è successo nulla di male. Chiamami, okay?”. Julian rilesse il messaggio di Patrick e fu sollevato che David Herries fosse stato arrestato. Peccato che nel frattempo avesse completamente rovinato la sua vita. Cancellò il messaggio senza rispondere e passò a quello di Edgar. Il presidente voleva vederlo. Dovevano parlare. Julian sapeva già quale sarebbe stato il tema del loro incontro: il suo licenziamento immediato dalla “Jackson & Associates Company” per comportamento irrispettoso nei confronti della compagnia e dei suoi colleghi. Cancellò il messaggio senza alcuna esitazione. A quel punto, dopo aver riletto il messaggio di Jennifer, sfiorò l’icona di risposta che lampeggiava sotto al suo messaggio e scrisse: “Sto bene. Non preoccuparti per me. Ho bisogno di una pausa, me ne vado via per un po’, da qualche parte nel mondo. Ti voglio bene”. Premette l’indice sull’icona di invio, e quando il messaggio risultò consegnato, chiuse il telefono e lo lasciò cadere nella valigia piena di vestiti. Era pronto ad andarsene, doveva solo decidere la destinazione. Il primo luogo che gli venne in mente fu Key West, il rifugio di Ernest Hemingway. La Florida gli era sempre piaciuta. Sarebbe stato un bel posto dove nascondersi e ricomporre i pezzi della sua vita andata a rotoli. Chiuse la valigia facendo scattare i due lucchetti di sicurezza, e uscì dalla camera dopo aver indossato occhiali da sole neri e cappellino da baseball blu. Lasciò lo “Sheraton Hotel” alle 6:00 del mattino, salendo sul primo taxi che si fermò davanti a lui. In 143


quel momento, “sparire” era l’unica opzione che gli sembrava più giusta come scelta da mettere in pratica.

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- Il coraggio di tornare Ottobre 2015, Key West, Florida. Dopo due lunghi giorni di pioggia, il sole era tornato a splendere sulle Florida Keys. Alle prime luci dell’alba, Julian aveva noleggiato una Corvette coupé per fare un giro in auto lungo la Overseas Highway, l’autostrada sul mare che si snodava dalla punta meridionale della Florida lungo tutto l’arcipelago delle isole Keys. Era partito da Key West risalendo l’autostrada verso nord, con il vento che soffiava tra i capelli e i pellicani che volavano bassi nel cielo turchese. La strada dominava dall’alto le acque cristalline che abbracciavano un rosario di isole sparse in un raggio di oltre duecento chilometri e passava da un’isola all’altra attraverso ponti costruiti su palafitte. Viaggiando a velocità sostenuta, Julian aveva raggiunto Key Largo, godendosi la bellezza del paesaggio circostante e facendogli provare la sensazione di sentirsi in capo al mondo e di sfrecciare in mare aperto al volante dell’automobile. Key Largo era splendida quanto Key West, dominata dalle barriere coralline e popolata da pescatori locali che uscivano in mare con i loro barchini colorati. Julian si era fermato in un chiosco all’aperto a mangiare frittelle di granchio e gamberetti al vapore serviti su foglie di palma e accompagnati da latte di cocco che si beveva direttamente dal guscio forato del frutto esotico. Prima di risalire in macchina 145


per fare ritorno a Key West, si era immerso nelle acque trasparenti di Key Largo nuotando tra i pesci tropicali dai colori sgargianti che gli passavano accanto e i rossi coralli che le donne del luogo raccoglievano e trasformavano in bellissime collane, poi si era spinto ad otto metri di profondità per ammirare da vicino il “Cristo degli Abissi”, la celebre statua ancorata al fondale oceanico che volgeva lo sguardo al cielo a braccia spalancate. Quel Cristo di gesso completamente ricoperto di licheni e alghe marine che sembrava dire “Io sono ovunque, qui in mare e lassù in cielo” lo aveva quasi commosso, risvegliando in lui un moto di speranza che lo aveva consolato e fatto sentire in pace con se stesso per un lungo istante. Il viaggio di ritorno a Key West era stato rilassante, e dopo aver riportato la Corvette coupé al centro di noleggio auto, era sceso in spiaggia in canotta e bermuda camminando a piedi nudi sulla sabbia fine e bianca. Le acque del Golfo del Messico erano tranquille dopo la tempesta che le aveva scosse per due giorni filati, e la mareggiata aveva portato a riva una gran quantità di conchiglie dalle forme diverse e dai colori pastello. Piccoli granchi grigi si rincorrevano sul bagnasciuga e le lumache di mare strisciavano sulla sabbia bagnata lasciando tracce leggere che le onde cancellavano ritmicamente. Julian si sedette ai piedi di una palma per ripararsi dal sole cocente, e quasi non si accorse della donna che lo raggiunse poco dopo sedendosi al suo fianco. “Ciao, ragazzo triste”, disse la signora bionda in bikini giallo e pareo multicolore sorridendogli con dolcezza da sotto l’ampio cappello di paglia intrecciata. “Posso tenerti compagnia?” 146


Julian annuì, riconoscendo la donna che molte volte aveva incontrato lì sulla spiaggia. Si chiamava Dalila, ma tutti la conoscevano come Madame Deveroux. Era una cinquantenne francese in splendida forma, misteriosa e solitaria. “Sei arrivato qui il mese scorso, con quello sguardo pieno di dolore che mi ha tanto colpita, e dopo quattro settimane ti guardo negli occhi e vedo che la sofferenza è ancora lì, ormeggiata nel mare blu delle tue iridi. Mi chiedo a cosa sia dovuta così tanta tristezza.” Julian disegnò un cerchio sulla sabbia con un dito. “Perché le interessa saperlo?” “Mi incuriosisce. Ma non sei tenuto a dirmi i tuoi segreti.” Julian la osservò, e qualcosa in lei, forse quell’aura di misteriosa malinconia che la accompagnava ovunque come un’ombra, gli fece desiderare di parlarle di sé. “Sono un uomo che ha perso la bussola in mezzo all’oceano e non sa più come tornare a riva.” “Un giovane trentenne alla deriva… Per colpa di chi?” Julian trasse un sospiro leggero. “Per colpa mia”, ammise, riconoscendo i suoi sbagli. “Mi sono fatto del male da solo.” “Succede spesso, quasi a tutti. Pensiamo di essere invincibili, quando invece siamo anime fragili in balia di noi stessi.” “Sagge parole. Io credevo di essere forte, capace di vivere una doppia vita senza che una delle due avesse il sopravvento sull’altra. Ho indossato una maschera per dieci anni, nascondendomi dietro di essa giorno dopo giorno, certo che mi avrebbe sempre protetto. Ma all’improvviso la vita me l’ha strappata via, e io non sono stato capace di affrontarne le 147


conseguenze. Ho preferito fuggire, rifugiandomi in questo paradiso per non affondare nel mio inferno personale.” “La fuga… La decisione più facile che un essere umano può prendere quando la paura si impossessa della sua anima.” “Già. Peccato che non serva a nulla. I demoni che avevo dentro mi hanno seguito fino a qui.” “E continuano a tormentarti, a giudicare dal tuo sguardo triste.” “Ogni giorno e ogni notte, senza tregua.” Dalila gli posò una mano su un braccio, guardandolo con i suoi occhi nocciola ombreggiati dalla falda del cappello. “Devi trovare il modo di scacciarli via. Sei troppo giovane per lasciarti logorare dagli errori che hai commesso.” “Non è una cosa tanto semplice da fare.” “Perché non lo è? Cos’è che ti tormenta?” Julian fissò la sabbia bianca d’innanzi a sé e ammise: “Non riesco ad accettarmi per quello che sono.” Dalila gli accarezzò il braccio con delicatezza. “Nessuno è perfetto. Siamo tutti sbagliati in un modo o nell’altro. Abbiamo le nostre debolezze, le nostre fragilità, difetti che detestiamo e che vorremmo cancellare. E l’errore più grande che commettiamo è di non guardare l’altra metà di noi stessi, quella positiva, fatta di pregi e di buone qualità. È questa parte di noi che dobbiamo portare alla luce e valorizzare per essere in pace con noi stessi. È quello che devi fare anche tu, Julian. Tirare fuori la parte migliore di te e mostrare solo quella, senza alcuna maschera che ti protegga.” “E se non ci fosse una parte migliore di me da esibire?” “Non credo proprio che tu non ce l’abbia. Forse hai solo paura di portarla alla luce.” 148


Julian la vide sorridere, gli occhi pieni di comprensione e di muta fiducia nella vita e nel suo lato positivo. “Sono omosessuale”, disse, rivelando alla donna la sua vera natura. “E mi sono sempre vergognato di esserlo.” Dalila annuì con un lieve movimento del capo. “Dunque è questa la ragione del tuo tormento.” “Sì. È questo il motivo che mi ha portato a Key West. Non si può fingere per sempre di essere un’altra persona. Prima o poi la verità viene a galla, la maschera cade, e la paura di subire il giudizio delle persone che ami e che non vorresti mai deludere diventa un buon motivo per fuggire lontano e non dover spiegare nulla a nessuno.” “Ti comprendo. Ma non ti giustifico. Essere gay non è una buona ragione per odiarsi e smettere di vivere. Questo posto potrà sembrare il paradiso, un porto sicuro in cui nascondersi da tutto e da se stessi, ma è sbagliato. Rinnegare la propria natura è un’offesa a colui che ci ha dato la vita. Siamo tutti esseri sacri, tutti egualmente meritevoli di essere amati per quello che siamo. Non ha importanza di che colore è la nostra pelle, in quale religione crediamo, in quale lingua ci esprimiamo… E non ha importanza se siamo attratti dalle donne o dagli uomini, perché alla fine siamo comunque tutti granelli della stessa sabbia, ognuno di noi è un piccolo frammento di umanità, e la nostra esistenza è importante in egual misura, senza distinzione di razza o sessualità. Tu sei prima di tutto una persona Julian, e nessuno può giudicarti tranne te stesso. Se vuoi essere amato da chi ti circonda, devi essere tu ad amarti per primo.” 149


Dalila aveva ragione. Forse lui aveva dato troppa importanza al fatto di essere gay, aveva costruito la sua esistenza preoccupandosi solamente di nascondere questa verità al mondo, trascurando l’amore per se stesso. Non era una brutta persona. Al contrario, era intelligente e istruito, gentile e disponibile verso il prossimo, era generoso, affabile, sensibile e dotato di un buon cuore, diligente sul lavoro e rispettoso nei confronti dell’umanità. Possedeva molti pregi e buone qualità, e questo faceva di lui una bella persona. Come Dalila gli aveva appena detto, doveva solo imparare ad apprezzarsi di più, senza provare vergogna per la propria omosessualità. Non era di pubblico interesse con chi faceva l’amore, il giudizio degli altri era irrilevante, non poteva e non doveva danneggiare il rispetto che aveva di sé. Nessuno aveva il diritto di criticare la sua intimità o le sue preferenze sessuali, e se a qualcuno dava fastidio il fatto che fosse gay, non era certo un suo problema, e non doveva condizionarlo al punto di non accettarsi, o peggio ancora, di odiarsi. Se solo avesse capito molto tempo prima che la propria felicità dipendeva più dall’amore che provava per se stesso che dall’idea che avevano di lui tutti coloro che lo circondavano… Aveva sprecato dieci anni di vita vivendo nel timore di non essere accettato, di subire violenze e denigrazioni, quando invece avrebbe potuto vivere alla luce del sole la propria omosessualità ed essere molto più sereno. “Dalila, secondo lei è troppo tardi per rimettere a posto le cose e ricominciare a vivere in modo diverso?”, chiese alla donna, che si era tolta il cappello per annodare i capelli in una lunga coda trattenuta da un elastico. 150


“Non è mai troppo tardi, Julian. Tutto si può sistemare, basta volerlo davvero.” “E se le persone a cui ho mentito non mi amassero più come prima nel sapere che sono omosessuale?” “Se ti amano veramente non smetteranno mai di volerti bene. Soprattutto un padre e una madre.” “Come ha capito che mi riferivo proprio a loro?” “Perché i nostri genitori sono le prime persone che temiamo di deludere, e siamo pronti ad accettare qualsiasi compromesso pur di non perdere il loro amore.” “Quindi secondo lei il loro affetto resterà immutato?” “Mi auguro di sì. Certi genitori non comprendono le scelte dei propri figli, ma la maggior parte lo fa senza alcun problema. Dipende da che tipo di persone sono.” “La mia famiglia mi ha sempre messo su un piedistallo. Potrei perdere la loro stima, e questo mi ferirebbe molto.” “Rimani comunque il loro figlio, sangue del loro sangue, e a trent’anni sei un uomo adulto che può decidere da solo come vivere la propria vita. Non ti serve il consenso di tuo padre e di tua madre per decidere con chi vuoi condividere la tua esistenza, e non hai bisogno della loro approvazione per amare la persona che sceglierai come tuo compagno. Il loro ruolo di genitori non è più quello di crescerti e plasmarti a loro piacimento. Arriva per tutti i padri e tutte le madri il momento di smettere di influire con le loro decisioni sul cammino intrapreso dai propri figli. Ti hanno dato la vita, ti hanno svezzato e cresciuto, e adesso devono restare a guardare come si è evoluta la tua persona mantenendo un atteggiamento neutro e rispettoso, perché sei in grado di fare le tue scelte da solo, e 151


come genitori le devono assecondare, anche se non le approvano.” “Mio padre non sarà affatto contento di scoprire che sono gay. Sono l’unico figlio maschio che ha generato.” “E se invece ti sorprendesse? Se non gli importasse nulla della tua omosessualità proprio perché sei il suo unico figlio? Hai pensato a questa possibilità?” “No. L’ho scartata in partenza. Ho dato per scontato che lo avrei deluso. Ho valutato solamente le reazioni negative.” “Hai sbagliato. Non puoi pensare che la vita sia composta solo da bianco e nero, positivo e negativo. Devi cominciare a valutare anche le sfumature di grigio, e soprattutto i colori. C’è un arcobaleno nel tuo cielo, Julian. Spazza via le nuvole se vuoi vederlo.” Julian soppesò le sue parole, e inevitabilmente il suo pensiero corse ai giorni felici vissuti al fianco di Leslie. “Per un breve periodo, il mio cielo ha avuto un meraviglioso arcobaleno ogni giorno e ogni notte.” “Ti riferisci a una persona che hai amato?” Julian annuì, ripensando al volto angelico dagli occhi d’ambra e i ricci biondi del sensuale ragazzo che lo aveva fatto innamorare di sé in una sola notte. “Il suo nome è Leslie. L’ho amato dal primo istante in cui i miei occhi si sono posati su di lui. Mi ha conquistato. Era lui il mio arcobaleno. Mi rendeva felice come nessuno ha fatto mai.” Dalila colse la nostalgia impressa nella sua voce e gli chiese: “Cos’è successo fra di voi?” Julian si strinse nelle spalle con amarezza. 152


“Ho gettato alle ortiche il nostro rapporto. C’è stata una discussione, in seguito a degli eventi infelici che mi hanno gettato nel panico, ero sconvolto, non ero lucido, e ho sfogato su di lui tutta la mia rabbia, facendolo sentire colpevole di ciò che mi era successo. Ho rinnegato il mio amore per lui, e l’ho cacciato via… Non l’ho più sentito da quando sono qui, e non so se sia uscito per sempre dalla mia vita.” “Lo amavi profondamente?” “Lo amo ancora, come il primo giorno.” “E lui ti amava quanto te?” “Molto di più di me. Mi ha dato tutto se stesso senza riserve.” “Hai paura di averlo perso?” Julian sentì un moto di angoscia salirgli al petto e stringergli la gola in una stretta dolorosa. “Sì. Temo di averlo ferito e deluso a morte… Il solo pensiero che lui non mi voglia più mi spezza il cuore.” La voce di Julian ebbe un tremito, mentre aggiungeva piano: “Leslie è la cosa più bella che mi sia capitata. Lui mi appartiene, è solo mio… Mio e di nessun altro.” Dalila tornò ad accarezzargli il braccio, mentre lui si sforzava di trattenere le lacrime per non mostrarsi debole. “Sono passate solo quattro settimane. Non può averti già dimenticato. E nemmeno sostituito con un altro.” Julian chiuse gli occhi, e le lacrime rotolarono lungo le sue guance brillando come stille di rugiada. “Non piangerti addosso. Chiamalo. Chiedigli scusa. Digli che lo ami e che lo rivuoi nella tua vita.” Julian si asciugò il viso umido di pianto con il dorso di una mano e ammise tristemente: 153


“Ho paura di ricevere un rifiuto. Non lo sopporterei.” “Più aspetti a farti vivo, e più lui si allontanerà da te. Se non vuoi perderlo davvero devi ricucire lo strappo tra di voi il prima possibile.” “E se fosse già troppo tardi?” “Julian… Il vero amore ha radici profonde. Non si estirpa tanto facilmente dal cuore.” Forse Dalila non aveva torto. Forse in quelle quattro settimane di lontananza Leslie aveva sperato ogni giorno che lui lo chiamasse e gli chiedesse scusa per averlo fatto soffrire. Forse lo stava aspettando, per ricominciare dal punto in cui la loro storia di due mesi si era bruscamente interrotta. Forse aveva provato a contattarlo, ma Julian non poteva saperlo perché il suo Smartphone Blackberry era rimasto chiuso per tutto il tempo nella valigia che si era portato da New York la mattina in cui era partito per Key West. “Credo che lei abbia ragione. Dovrei provare a chiamarlo, e cercare di recuperare il nostro rapporto. Non posso lasciarlo uscire dalla mia vita senza prima aver tentato di rimettere a posto le cose.” Dalila annuì in segno di approvazione. “È un’ottima idea, Julian… Coraggio, torna al tuo albergo e chiamalo subito.” Julian la guardò, incerto e pieno di timore. “Dovrei chiamarlo adesso? Senza nemmeno aver pensato a cosa devo dirgli per farmi perdonare?” Il sorriso di Dalila, rassicurante e quasi materno, gli diede coraggio ancor più delle sue parole. 154


“Ma certo! Che cosa stai aspettando? Ti basterà dirgli che lo ami per sentirti rispondere che non vede l’ora di riabbracciarti. Forse è arrivato il momento di tornare a casa, Julian. Dalle persone che hai abbandonato per venire qui, e che certamente sono in pensiero per te.” Julian non aveva ancora valutato la possibilità di tornare a casa, rimandando di giorno in giorno quella decisione importante che gli metteva un po’ paura. “Tornare a New York… Nella mia Manhattan… Non so con certezza se sono pronto ad affrontare tutti i guai che mi sono lasciato alle spalle.” “Prima o poi dovrai farlo, non credi? Non puoi restare qui per sempre. Al tuo posto, io tornerei a casa subito.” Julian guardò la donna che gli sedeva accanto, così saggia e al contempo così sola. “E lei?... Quando tornerà a casa?”, le chiese, pensando che anche Dalila avesse dei problemi lasciati in sospeso da qualche parte nel mondo. “Io vivo qui da anni. Sono già a casa. Non ho nessuno che mi aspetta da un’altra parte del mondo.” Julian non le chiese perché vivesse a Key West da anni, in completa solitudine. Pensò che Dalila fosse una donna dal passato tormentato che aveva a lungo cercato un luogo in cui vivere in pace con se stessa e recuperare il proprio equilibrio, trovandolo lì, nella punta strema della Florida, dove lo sguardo si perdeva tra il cielo azzurro e il mare sconfinato, e dove il tempo scorreva lento, pacifico, adatto a chi, come Dalila, ne apprezzava la malinconica bellezza. Lei si sentiva a casa. Ma 155


Julian no, la sua dimora era altrove, tra le braccia di Leslie, nel fulgore del suo amore. “Che strano… All’improvviso mi rendo conto che questo non è il mio posto. Io non sono fatto per questa vita solitaria. Non è qui che voglio mettere le mie radici… La mia casa è il luogo da cui sono fuggito, è là che devo tornare… Da chi mi ama.” “Esatto Julian. Ognuno di noi ha il suo posto speciale sulla terra, e il tuo non è qui a Key West, non lo sarà mai, perché hai lasciato il cuore nelle mani di colui che aspetta il tuo ritorno. Non farlo aspettare, Julian. Torna a casa. Oggi stesso.” La donna si sporse su di lui e gli depose un bacio sulla guancia come per dirgli addio e augurargli buona fortuna. Julian contraccambiò quel gesto affettuoso prendendole la mano e posandovi un bacio delicato sul dorso. Quindi le disse: “Grazie Dalila, per aver parlato con me oggi… Avevo bisogno di confidarmi con qualcuno, e lei mi è stata di grande aiuto per capire qual è la cosa più giusta che devo fare… Mi ricorderò di lei per sempre… Le auguro di essere felice.” Madame Deveroux gli sorrise amabilmente. “Sii felice anche tu, Julian. Sono certa che tutto si sistemerà nella tua vita. Non scordare mai di guardare le sfumature di grigio e i mille colori che ti circondano.” “Lo terrò a mente. Addio, Dalila.” “Bon voyage, Julian. Adieu.” Julian si alzò in piedi, scrollando via la sabbia dai bermuda con le mani, e salutò Madame Deveroux con un cenno della mano. Poi si voltò, e risalì di corsa il tratto di spiaggia che lo separava dal “Southernmost House Hotel”, preparandosi mentalmente ad accendere il telefono cellulare per chiamare Leslie. Gli avrebbe 156


detto che stava tornando a casa, che lo voleva nella sua vita per sempre, che lo amava immensamente e che non lo avrebbe lasciato solo mai piĂš, perchĂŠ lui era il suo arcobaleno, il custode del suo cuore, la dimora della sua anima.

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- Istanti di sollievo e panico -

Seduto sul soffice materasso del letto a due piazze della sua stanza d’albergo, Julian fissava il display del suo Smartphone Blackberry che si era appena illuminato di azzurro. Con mano tremante, cliccò sull’icona delle chiamate in arrivo e vide che aveva ricevuto 40 telefonate andate perse. La maggioranza proveniva dal cellulare di Jennifer, che sicuramente aveva tentato più volte di rintracciarlo. Due telefonate erano da parte di Edgar Jackson, una da parte di Patrick Herries, tre dal numero di casa dei suoi genitori, che sicuramente erano state fatte da suo padre e da sue madre, altre due da parte della sorella Kendra e ben cinque dall’altra sorella Melissa, una era di Olivia e l’ultima, risalente a tre giorni prima, corrispondeva al numero dell’agenzia assicurativa che avrebbe dovuto risarcirlo per i danni subiti dal furto con scasso avvenuto nel suo attico. Non c’erano telefonate da parte di Leslie. Nemmeno una sola, singola chiamata… Julian pensò che non era un buon segno. A meno che Leslie non gli avesse lasciato un messaggio vocale. Controllò tra i messaggi affidati alla segreteria e ne trovò moltissimi, quasi tutti inviati dai clienti della “Jackson & Associates Company” con cui aveva in ballo degli affari da concludere. Spulciando tra i numeri, vide che neppure lì compariva il numero di cellulare di Leslie, segno evidente che non aveva mai provato né a rintracciarlo né a lasciargli un 158


messaggio vocale. “Accidenti… Non farmi questo, Leslie, ti prego… Non puoi avermi cancellato dai tuoi pensieri, non così in fretta… Perché non mi hai mai chiamato?... Non puoi odiarmi per una sola litigata…”, pensò, sentendo vacillare la propria sicurezza e pensando che forse Leslie aveva preferito aspettare il suo ritorno a Manhattan per un chiarimento faccia a faccia. Poi, come un lampo a ciel sereno, si ricordò del torneo di surf Billabong a Maui previsto per il 30 Ottobre, lesse la data sul display del cellulare e si rese conto che il torneo si era svolto proprio quel giorno. “Era oggi! Il torneo era oggi!”, si disse, sentendosi subito in colpa per non aver accompagnato Leslie a Maui in quella che doveva essere la loro prima vacanza d’amore insieme. Sicuramente Leslie era volato a Maui da solo, partecipando al torneo di surf senza di lui. Si era allenato a lungo per quella gara, ci teneva troppo per rinunciarvi. Probabilmente era ancora a Maui, a festeggiare con gli altri surfers iscritti al torneo una possibile vittoria o una sconfitta che di certo non gli aveva tolto il sorriso, perché per Leslie partecipare a quella gara valeva tanto quanto vincerla. Se avesse provato a chiamarlo, avrebbe trovato il cellulare spento, e Julian non voleva lasciargli un freddo messaggio vocale, voleva sentire la sua voce e parlare direttamente con lui per scusarsi, chiedergli di perdonarlo, e dirgli che lo amava come il primo giorno che si erano conosciuti, nonostante la litigata allo “Sheraton Hotel” e le brutte parole che gli aveva detto ma che non pensava per davvero. Indeciso sul da farsi, scrollò i vari messaggi vocali e vide che ce n’erano alcuni da parte di persone importanti della sua vita, primi fra tutti i suoi genitori. Con il cuore in gola per l’agitazione, decise di 159


ascoltarli. A cominciare da quello di suo padre, Trevor Sage. Premette l’icona di ascolto del messaggio e chiuse gli occhi in attesa di sentire la voce profonda e autoritaria di suo padre. “Ciao Julian, sono tuo padre. Ho saputo da Jennifer tutto quello che ti è successo. Mi dispiace moltissimo per ciò che hai subito, e sono molto preoccupato per te. Hai lasciato la città senza dire a nessuno dove stavi andando, nemmeno a Jennifer… Io spero che tu stia bene, ovunque tu sia in questo momento. Sei mio figlio, e lo sai quanto sei importante per me. Sei il mio orgoglio, lo sei sempre stato, e continuerai ad esserlo. Julian… Ascoltami… Non mi importa se sei gay… Jennifer mi ha raccontato tutto, è stata una doccia fredda, lo ammetto, ma ti giuro Julian… Ti giuro che tra noi non cambierà nulla. Credimi, ti prego. Io ti voglio bene, tu non immagini quanto. E te ne vorrò sempre, anche se sei gay… Se vuoi prenderti del tempo per riflettere, fallo pure. L’importante è che tu torni a casa. Hai capito?... Torna a casa, io e la mamma ti aspettiamo. Ciao, Julian.” Le parole di suo padre, inaspettate, gli strapparono un sospiro di immenso sollievo. Aveva tanto temuto di poterlo deludere confessandogli di essere omosessuale, e invece suo padre lo accettava per ciò che era e lo rivoleva a casa. Gli sembrava impossibile, ma la sua voce era sincera, e le sue parole piene d’affetto. Si sentì fortunato, felice e commosso. Avrebbe tanto voluto essere già a casa per poter abbracciare suo padre e ringraziarlo per il suo amore incondizionato. Trasse un profondo sospiro e ascoltò il messaggio successivo, lasciato in segreteria da sua madre Louise. 160


“Pronto, tesoro?... Sono io, la mamma... Dove sei, amore mio? Io e papà speriamo che tu riceva questi messaggi. Sappiamo ogni cosa, di te e della tua vita privata, e ci dispiace tanto se siamo stati la causa del tuo silenzio. Non avresti dovuto tenerti dentro il tuo segreto per così tanto tempo, potevi parlarcene prima, senza paura, noi avremmo capito... Lo sai quanto ti amiamo! Sei la nostra gioia!... Non ci importa se ti piacciono gli uomini, non è certo una disgrazia! Non hai nulla di cui vergognarti, sei nostro figlio, il nostro amore per te va oltre qualsiasi cosa… Lo sai, vero Julian?... Chiamaci, non farci stare in pensiero! Dicci dove sei e torna a casa subito. Noi ti aspettiamo, e anche le tue sorelle ti aspettano… Torna, Julian, ti prego… Ci manchi!... Ti vogliamo tutti tanto bene!”. Julian trattenne a stento un singhiozzo di pianto che gli era salito in gola nel risentire la voce carezzevole di sua madre e il suo messaggio pieno d’amore. Louise era una mamma apprensiva, e la sua voce era sull’orlo del pianto al termine del messaggio. Si capiva chiaramente quanto fosse preoccupata per lui non sapendo dove fosse, e Julian si rimproverò di non aver tenuto aperto il cellulare, consentendogli di sentire quei messaggi e di rispondere ai suoi genitori senza farli penare per quattro settimane. Si rese conto di aver sbagliato a fuggire da New York senza lasciare almeno un biglietto in cui diceva a tutti che si prendeva una pausa di riflessione in un luogo lontano. Purtroppo il danno era fatto, avrebbe dovuto chiedere mille volte scusa alla sua famiglia per aver agito in modo avventato scomparendo nel nulla e facendoli preoccupare per lui. Sospirò di nuovo, felice di scoprire che la sua omosessualità non era un problema per i suoi genitori, e che al 161


suo ritorno a casa sarebbe stato accolto con affetto dalla sua famiglia. Nulla era cambiato. Il loro amore era rimasto intatto. Julian non avrebbe potuto desiderare di meglio. Il messaggio successivo, lasciato in segreteria dal suo capo Edgar Jackson, era di grande importanza per il futuro di Julian. Ebbe una certa esitazione nell’ascoltarlo, immaginando che il presidente della “Jackson & Associates Company” gli avesse comunicato il suo licenziamento dalla compagnia, il che significava dire addio a dieci anni di carriera e a tutti gli agi che poteva permettersi con il cospicuo stipendio che guadagnava mensilmente. Tuttavia, prima o poi avrebbe dovuto affrontare quella realtà, perciò ascoltò il messaggio sperando per il meglio. “Julian, sono Edgar. Non ho idea di dove tu possa essere in questo momento, ma conoscendoti presumo che dopo i tristi eventi che ti hanno coinvolto in prima persona tu abbia deciso di prenderti una vacanza senza permesso per sbollire la rabbia e superare lo shock di ciò hai subito. Certo, potevi avvertirmi, ma non è questo il motivo per cui ti sto chiamando. Volevo soltanto comunicarti che il tuo ruolo di vicepresidente resterà tale. Al tuo ritorno a Manhattan ritroverai il tuo ufficio esattamente come lo hai lasciato. Nessuno dei tuoi colleghi ha avuto l’ardire di proporsi come nuovo vicepresidente, e se anche lo avesse fatto, io non avrei permesso che ti fosse tolta la tua nomina. Te la sei guadagnata in modo dignitoso, lavorando egregiamente, e non vedo perché mai dovresti essere rimosso dalla tua posizione solamente per le tue preferenze sessuali. Il fatto che tu abbia mentito a me e ai tuoi colleghi non è rilevante, dato che non ha danneggiato nessuno 162


e non ha influito negativamente sugli introiti della compagnia. Riguardo al motivo per cui hai agito in questo modo è piuttosto comprensibile, posso immaginare che tu abbia voluto proteggerti dalla scarsa sensibilità e dal poco rispetto che a volte regna nel mondo degli affari, e spero che avremo presto occasione di parlarne a quattrocchi. Mi auguro di vederti tornare in ufficio quanto prima. I tuoi clienti ti cercano, ci sono affari importanti da concludere, e ogni reparto ha bisogno della tua presenza. Tu sei essenziale per la mia compagnia, perciò… Rimettiti in sesto e torna al lavoro, siamo intesi?... A presto, Julian.” Julian stentava a credere alle proprie orecchie. La notizia del suo mancato licenziamento era una vera sorpresa. Il suo timore più grande, quello di essere accusato di calunnia per aver finto di essere eterosessuale e subire il licenziato immediato e la sua espulsione dalla compagnia, si era rivelato del tutto infondato. Edgar era totalmente disinteressato alla sua omosessualità, lo voleva ancora come vicepresidente della “Jackson & Associates Company”, era pronto a riaccoglierlo senza alcun problema, e così pure i suoi colleghi… Era una buona notizia, la migliore che Julian potesse ricevere dopo essersi torturato scioccamente pensando che Edgar lo avrebbe licenziato. Che stupido era stato! Si era lasciato travolgere dalle proprie paure e aveva pensato che la sua carriera fosse giunta al termine. Questo gli faceva capire ancora di più quanto si fosse sbagliato nel pensare che la sua vita intima e privata avrebbe influito negativamente sull’amore e sul rispetto che familiari e colleghi provavano per lui. Non era cambiato nulla… Eccetto la sua relazione con Leslie, l’unico punto interrogativo che non aveva 163


ancora una risposta. Julian sperava tanto che Leslie lo avrebbe perdonato. Non voleva perderlo, e avrebbe fatto l’impossibile per fargli capire che erano destinati l’uno all’altro. Sospirando di puro sollievo e sentendosi liberato dal pesante macigno che si era portato sull’anima per quattro settimane, controllò se ci fossero altri messaggi vocali importanti da ascoltare, e ne vide solamente tre inviati da Jennifer a distanza ravvicinata proprio quel giorno. Jennifer doveva essere molto preoccupata, doveva ascoltare quei messaggi subito e poi richiamarla per dirle che stava per tornare a casa. Premette l’icona di ascolto del primo messaggio, e le parole affrettate di Jennifer unite al tono concitato e disperato della sua voce lo colpirono al cuore come una freccia acuminata. “Pronto, Julian, ci sei?! Maledizione, perché non rispondi ai messaggi?! Ti prego, ascoltami, questa volta non ti chiamo per sapere dove cavolo sei andato a finire, ti chiamo per Leslie, e spero che tu sia in ascolto! Sono a Maui, alle Hawaii, io e Olivia abbiamo accompagnato Leslie al Billabong! Il torneo è appena finito, sono in spiaggia, e Leslie è ancora in acqua! È successo qualcosa mentre terminava la sua gara! Non riesco a capire se è andato a sbattere contro uno scoglio o se è stato travolto da un’onda! Nessuno vuole dirmi niente, ma intorno a me c’è il caos, e sta arrivando un’ambulanza a sirene spiegate! Gli è successo qualcosa di brutto, Julian! Rispondi, ti prego!” Preso dal panico, Julian ascoltò subito il secondo messaggio. “Julian, sono sempre io! Ti chiamo dall’ospedale! C’era un fottuto squalo bianco nell’oceano e Leslie è stato attaccato! Oh Dio, Julian, l’hanno tirato fuori dall’acqua a forza, non era cosciente, un operatore medico l’ha rianimato sulla spiaggia! 164


C’era sangue ovunque, Julian! L’hanno portato in sala operatoria d’emergenza e non mi hanno dato il tempo di capire dove è stato morso! Un infermiere mi ha detto che è grave! Io non so cosa fare, ho tanta paura per Leslie! Chiamami Julian! Ti supplico!”. Un rivolo di sudore freddo scivolò lungo la spina dorsale di Julian nel sentire la voce di Jennifer rotta dal pianto mentre gli comunicava quella orribile notizia. La mente di Julian si paralizzò, continuando a ripetersi le stesse frasi come un disco inceppato. “Leslie è stato assalito da uno squalo! Durante la gara! Morso a sangue e operato d’urgenza! Com’è potuto succedere?! Perché proprio a Leslie?!”. Recuperò a fatica un briciolo di lucidità, il minimo necessario per rendersi conto che c’era ancora un messaggio vocale da ascoltare. Il terzo e ultimo messaggio lampeggiava sul display luminoso del cellulare e Julian tremò di puro terrore mentre premeva l’icona di ascolto. “Julian? Sono Olivia. Ci sei?... Io e Jennifer siamo al Maui Medical Center, l’ospedale più vicino alla spiaggia. C’è stato un incidente durante la gara di surf. Uno squalo bianco ha attaccato tre partecipanti e uno di loro era Leslie. È appena uscito dalla sala operatoria dopo un’ora di intervento. Grazie a Dio è stato più fortunato degli altri due ragazzi, ma ha comunque rischiato grosso. Lo squalo lo ha morso alla gamba destra, dal ginocchio in giù. La ferita era piuttosto grave, il chirurgo di turno ha dovuto inserirgli una placca di acciaio per unire il perone alla tibia, ed è riuscito a salvare il tendine del polpaccio. Leslie ha rischiato di perdere la gamba, ma per fortuna l’operazione è riuscita bene. Adesso è in osservazione, lo tengono sedato per via del dolore e Jennifer è al suo 165


capezzale. Ti ho chiamato al suo posto perché i suoi nervi non hanno retto, è svenuta due volte e si è appena ripresa. Voleva che ti dicessi che Leslie si è salvato, nel caso tu sia in ascolto. Ora torno da lei, non voglio lasciarla sola… Se senti questo messaggio richiamaci… Ovunque tu sia, chiaro?”. Julian era impietrito, rigido come un blocco di ghiaccio. Non riusciva a capacitarsi che fosse potuta accadere una simile disgrazia proprio a Leslie. Attaccato in mare da uno squalo bianco… Nel bel mezzo della gara… Com’era potuto accadere?! Dov’era in quel momento la lancia dei guardiacoste?! Era compito loro assicurarsi che non ci fossero squali nella zona di competizione! Come avevano fatto a non accorgersi della presenza dello squalo?!... Leslie aveva rischiato l’amputazione di una gamba… Per una stupida gara di surf… Perché era successo proprio a lui?... Perché?! Ignorando il tremore che gli scuoteva le mani, Julian compose il numero del cellulare di Jennifer e attese in linea con il cuore in aritmia che gli pulsava forte nelle orecchie. Dopo tre interminabili squilli, finalmente la voce di Olivia rispose con il suo tono lieve e pacato. “Pronto?” “Olivia, sono Julian!”, esclamò, in preda all’agitazione. “Ho appena ascoltato i messaggi vocali di Jennifer e il tuo, ti supplico, dimmi che Leslie sta bene!” “Prima datti una calmata, sembri sul punto di collassare.” “Okay, ora mi calmo, ma tu rispondi alla mia domanda!” “Tranquillizzati, il peggio è passato.” “Davvero? Lui come sta? È ancora sedato? È cosciente? E la sua gamba? Come sta la sua gamba?” 166


“Va tutto bene, Julian, respira e smettila di strillare. Calmati, dico sul serio, altrimenti non ti dico un bel niente.” “D’accordo, sono seduto e sto respirando. Adesso però rispondi alle mie domande, ti prego.” Olivia attese un secondo, poi riprese a parlare con quella sua dolce tranquillità che la rendendola l’opposto dell’esplosiva e frenetica Jennifer. “Leslie sta dormendo adesso, e Jennifer lo tiene d’occhio. Gli stanno somministrando la morfina, si sveglia di tanto in tanto ma non è lucido, e non sente dolore. La sua gamba sembra a posto, il chirurgo ha fatto un buon lavoro, gli ha aggiustato le ossa spezzate e ha ricucito il tendine strappato. Dice che il morso dello squalo è stato profondo, ma non così tanto da strappargli via la gamba. Non è la prima ferita del genere che ha dovuto curare e secondo lui Leslie tornerà a camminare come prima nel giro di un paio di mesi. Dovrà fare molto riposo e non sforzare la gamba. Non l’hanno ingessato perché c’è il rischio di infezione, quindi al momento ha solo un tutore che gli impedisce di piegare il ginocchio e muovere il piede. Tutto sommato sta bene, non ti devi preoccupare.” “È colpa mia, Olivia. Dovevo esserci io lì con lui, non tu e Jennifer. Se fossi stato presente avrei tenuto d’occhio le onde e avrei visto quel maledetto squalo che lo ha attaccato!” “Julian, non è affatto colpa tua. È capitato. Nessuno poteva prevederlo. Sarebbe successo anche se tu fossi stato qui.” “Ma sarebbe stato diverso. L’ho lasciato solo, sono stato un egoista, uno stupido, ho pensato solo a me stesso e alle mie priorità, e ho rovinato tutto tra di noi con quella brutta litigata allo “Sheraton Hotel”. Non dovevo cacciarlo via, Leslie stava 167


cercando di aiutarmi e io invece l’ho respinto. Che maledetto idiota sono stato! Non mi perdonerò mai di averlo trattato così male quella sera.” “Ascoltami, Julian. Leslie non ce l’ha con te. La lite che avete avuto in albergo l’ha mortificato, questo sì, ma il broncio gli è passato in un giorno e nelle ultime quattro settimane non ha fatto altro che pensare a te e sperare che tu tornassi a New York.” “Olivia, dici sul serio? Leslie non mi ha mai telefonato, né messaggiato, come se non gli importasse più niente di me e di noi due.” “Ha preferito non intromettersi nella tua vita. Ha capito che avevi bisogno di stare da solo e risolvere in pace i tuoi problemi personali, tutto qui.” “Te l’ha detto lui? Oppure è un tuo pensiero?” “Me l’ha detto lui, Julian. Io e Jennifer lo abbiamo invitato a cena ogni fine settimana e lui non ha fatto altro che parlare di te e lamentarsi di quanto gli mancavi. Leslie ti ama e non ha intenzione di rinunciare a te.” “Sono le sue parole?” “Sì, le sue esatte parole. Ti sta aspettando per accoglierti a braccia aperte. Vuole che tutto torni alla normalità, esattamente com’era prima.” “Me lo giuri?” “Hai la mia parola, Julian. Non è cambiato nulla tra di voi.” “Va bene, ti credo. Ma voglio sentirlo dire da lui, e guardarlo negli occhi mentre gli chiedo scusa per tutto il casino che ho combinato.” 168


“Mi sembra giusto. Ma dove ti sei cacciato, si può sapere? Jennifer ha cercato di rintracciarti in mille modi, sembrava impazzita, non sapevo come tenerla a bada. Le dicevo di stare calma, che non ti era successo nulla e che di sicuro stavi cercando di mettere in ordine il caos che avevi dentro, ma lei non mi ha dato ascolto. Era isterica.” “Sono in Florida, a Key West. Ho lasciato il cellulare chiuso in valigia. Non volevo essere disturbato, avevo bisogno di stare da solo e ritrovare un po’ di pace. Per questo non ho mai risposto alle sue chiamate. Puoi chiederle scusa da parte mia, per favore?” “Certo. Appena finisco di parlare con te le dico che hai chiamato e le spiego tutto, non preoccuparti.” “Grazie Olivia. La mia fuga da New York è finita, stavo per tornare a casa oggi stesso, ma poi ho ascoltato i messaggi e mi sono sentito morire. Vi raggiungo a Maui, voglio riabbracciare Leslie e farmi perdonare.” “Vuoi lasciarmi un messaggio per lui da parte tua?” “No, non dirgli niente. Preferisco fargli una sorpresa.” “Va bene. Quando pensi di arrivare?” “Non lo so, vado subito all’aeroporto e prendo il primo volo disponibile. Non voglio aspettare un secondo di più.” “C’è un volo charter da Miami a Honolulu che parte alle otto, sarai qui in un paio d’ore.” “Grazie per l’informazione, chiudo la valigia e parto subito.” “Allora ti aspettiamo qui… Oh, a proposito! Leslie ce l’ha fatta, sai? È arrivato primo, ha vinto il torneo.” “Prima o dopo essere stato attaccato dallo squalo?” “A pochi metri dal traguardo. Lo squalo l’ha morso, ma lui ha 169


ripreso la sua tavola da surf e ha portato a termine la gara piazzandosi primo. Poi è svenuto dal dolore.” “È pazzo! Ha rischiato di perdere una gamba per un trofeo!” “Voleva vincere a tutti i costi. È più cocciuto di un mulo.” “Appena arrivo a Maui lo prendo a sculacciate.” “Non lo faresti mai… E comunque, sappi che ha gareggiato con la tua tavola.” “Con la mia Lost Mayem? Perché non ha portato a Maui la sua Dunhill? È una tavola più veloce della mia.” “Ah, io non ne capisco niente di surf, ma secondo lui la tua tavola era più robusta e quindi più adatta alle onde violente che ci sono qui a Maui, davvero spaventose, e poi voleva sentirti vicino in qualche modo, e gareggiare con la tua tavola gli dava l’idea di avere una parte di te al suo fianco. Dice che gli hai portato fortuna.” “Essere sbranato da uno squalo non equivale a portare fortuna.” “Io invece credo che si sia salvato proprio grazie alla tua tavola. Lo squalo non è riuscito a spezzarla con il suo muso, era troppo dura. Se Leslie se l’è cavata solo con un morso a una gamba lo deve a te, in un certo senso… Adesso però corri a prendere il charter prima che parta lasciandoti a terra.” “Sì, ora vado. Grazie di tutto Olivia.” “Di nulla. Ti aspettiamo qui, Julian.” Olivia interruppe la telefonata e Julian non sprecò nemmeno un secondo del tempo che lo separava da Maui e da Leslie. Mezz’ora dopo, era a bordo del volo charter che Olivia gli aveva suggerito e non vedeva l’ora di arrivare a Maui e dire a Leslie quanto lo amava. 170


- Promesse d’amore -

Julian detestava gli ospedali, specialmente quando l’odore di disinfettante era tanto forte da nausearlo. Ma nella stanza numero 27 dov’era ricoverato Leslie aleggiava un dolce profumo di vaniglia proveniente da una grossa candela decorativa che Jennifer aveva acceso e posto sul comodino accanto al letto metallico. La stanza era piccola, illuminata dai neon applicati al soffitto, e l’infermiera di turno aveva tirato la tenda azzurra che riparava il letto dagli sguardi indiscreti. Julian sostava sulla porta, ascoltando il regolare “bip… bip” del macchinario medico collegato al cuore di Leslie, mentre Jennifer e Olivia erano scese al piano di sotto per prendere un caffè dal distributore automatico di bevande calde. Sul comodino accanto al letto, vicino alla candela, spiccava il trofeo della gara di surf Billabong costituito da una grande coppa d’argento con il bordo lavorato montata su un piedistallo quadrato di marmo nero. Dalla coppa del trofeo spuntavano la ghirlanda di frangipani gialli e rosa e la corona di ibisco rossi con cui veniva agghindato il vincitore del torneo, insieme a una piccola targa rettangolare dov’era impressa la cifra di 100.000 dollari vinti da Leslie. Sulla parete lì accanto era appoggiata la tavola da surf Lost Mayem blu e verde che Leslie aveva usato al posto della Dunhill rossa e gialla, e la verniciatura era graffiata in più punti mostrando il cuore bianco della tavola. 171


Julian si avvicinò al letto e fece scorrere lentamente la tenda azzurra sul suo sostegno metallico, scoprendo il letto ortopedico rialzato dove Leslie giaceva in posizione prona. Stava dormendo, la testa bionda abbandonata sul soffice cuscino e l’espressione tranquilla, il camice ospedaliero bianco a puntini azzurri che gli copriva la parte superiore del corpo, una flebo di antibiotici e morfina applicata alla mano sinistra, e la gamba destra sollevata dal materasso e tenuta sospesa a mezz’aria da due fasce elastiche che la sorreggevano sotto il ginocchio e il calcagno. Una spessa fasciatura di garze sterili bianche proteggevano la ferita provocata dal morso dello squalo e ricucita dal chirurgo dell’équipe medica del Maui Medical Center. Una ferita bruttissima, che Julian aveva visto poco prima attraverso il vetro esterno della stanza, quando l’infermiera era venuta a medicarla sostituendo le garze, uno squarcio sul polpaccio che iniziava dal retro del ginocchio e scendeva giù fino alla caviglia, chiuso da cinquanta punti di sutura di filo chirurgico nero. Muovendosi lentamente, Julian si sedette sulla sedia di metallo posta sul lato destro del letto e rimase lì in silenzio a fissare il petto di Leslie che si sollevava e riabbassava al ritmo lento del suo respiro leggero. Non voleva svegliarlo, ma non riuscì a trattenersi dal posare una mano sul braccio abbronzato di Leslie mollemente adagiato accanto al corpo. Al tocco lieve della sua mano, Leslie sospirò forte e aprì gli occhi sbattendoli un paio di volte prima di voltare la testa verso Julian e metterlo a fuoco con gli occhi ambrati illanguiditi dalla morfina. “Hey…”, sussurrò Julian, come per dire “Sono qui al tuo fianco, sono qui con te”. 172


Leslie lo fissò negli occhi azzurri che tanto gli erano mancati e un piccolo sorriso prese forma sulle sue labbra. “Sei tu…”, disse, felice di rivederlo. “Sono proprio io, in carne ed ossa. Sono qui con te.” Leslie gli sorrise, e sollevò il polso cercando la sua mano per intrecciare le dita con le sue. “Che bello rivederti… Mi sei mancato.” Julian gli sorrise a sua volta, commosso e straripante di gioia. “Anche tu mi sei mancato, terribilmente.” “Dove sei stato per tutto questo tempo?” “Lontano… A Key West.” “Wow, un posto carino...” “Bellissimo. Ma tu non eri con me.” “Non mi hai chiesto di accompagnarti.” Julian sentì un nodo di tristezza serrargli la gola e gli occhi riempirsi di lacrime all’istante. “Mi dispiace, Leslie… Scusami.” “Non fa niente, è acqua passata.” “Non per me. Perdonami per le parole che ti ho detto quella sera allo “Sheraton Hotel”. Ero fuori di me, non mi rendevo conto di quello che stavo facendo, ho detto tante cose brutte che non pensavo veramente. Sono stato un idiota.” “Non piangere, Julian.” “Non ci riesco. Ti ho ferito, insultato, trattato male, ed era l’ultima cosa che avrei voluto fare proprio a te.” “Lo so. Non ci pensare più. Sei perdonato.” “Davvero mi puoi perdonare?” Leslie gli lasciò andare la mano e gli sfiorò il viso con le dita per cancellare le tracce umide lasciate dalle sue lacrime. 173


“Ti amo, Julian. Del resto non m’importa niente.” “Mi ami ancora? Dopo quello che ti ho fatto?” “Non ho mai smesso di amarti, stupido. Credevi di liberarti di me tanto facilmente? Ci vuole molto di più di un solo litigio per sbarazzarsi di me.” “Mi dispiace tanto per la litigata, e soprattutto per essere scappato a Key West senza dirtelo e senza mai chiamarti. Ti chiedo scusa per tutto. Perdonami se ti ho fatto del male.” “Okay… È tutto a posto. Tranquillo. Ora sei qui.” Julian si riprese la sua mano e gli posò un bacio nel palmo. “Ricordi cosa ti ho chiesto la notte del nostro primo appuntamento, a casa tua, prima di fare l’amore nel tuo letto?” “Certo che me lo ricordo.” “Posso chiedertelo di nuovo?” Leslie annuì con un cenno del capo. E Julian formulò la stessa duplice domanda. “Sei mio? Soltanto mio?” Leslie ripeté le identiche parole pronunciate quella notte. “Sarò tuo finché tu mi vorrai.” Julian sorrise e disse: “Allora sarà per sempre.” L’attimo seguente, si sollevò dalla sedia e si chinò sul letto di Leslie, prendendogli il viso tra le mani e posandogli un bacio leggero sulle labbra tiepide. E poi lo abbracciò, infilando le braccia sotto la sua schiena per stringerlo a sé con delicatezza. “Non ti lascerò mai più andare. Non rifarò lo stesso errore.” Leslie si godette il suo abbraccio, che in quella circostanza era molto meglio di qualunque medicina. E quando Julian ritornò a sedersi, quasi gli dispiacque. 174


“Non ti ho ancora chiesto come ti senti”, gli fece notare Julian. “Sto bene. La morfina è una grande invenzione, non sento niente, nessun dolore, e mi sembra di essermi fumato una decina di canne.” “Potevi perdere la gamba… Ci hai pensato?” “In realtà ero incosciente. Sapevo solo che quello stronzo di uno squalo mi aveva morso.” “Come diavolo è successo?” “Non me lo chiedere. Stavo affrontando la cresta più alta della mia vita, ero a pochi metri dal traguardo, e di colpo ho sentito qualcosa che colpiva la mia tavola da sotto con forza. Mi ha sbalzato via, e mi sono ritrovato in acqua, faccia a faccia con una bocca enorme piena di denti appuntiti. Ho usato la tavola come scudo, per proteggermi, e quello scemo ci ha sbattuto contro i denti un paio di volte. Dev’essersi stordito, perché per un breve istante si è allontanato da me, così mi sono aggrappato alla tavola e sono risalito in superficie, completando l’ultimo tratto di cavallone. È stato allora che lo squalo è spuntato fuori dall’acqua e mi ha azzannato il polpaccio da dietro. Per fortuna mi ha solo morso, invece di strapparmi via le ossa e tutto il resto. Non so come ho fatto, ma sono riuscito a superare la linea del traguardo, e appena sono sceso dalla tavola sono svenuto a pochi metri dalla riva. Non ricordo altro, perché ero incosciente. So soltanto che mi hanno ripescato e spedito qui in tutta fretta, e quando ho riaperto gli occhi mi sono ritrovato sdraiato esattamente come adesso.” “Sei stato fortunato, lo sai?” “Forse non era ancora arrivata la mia ora.” “Dio, se penso che potevo perderti…” 175


“Non è successo. Sono ancora qui.” Julian sospirò e si passò le mani tra i capelli scuri. “Mi prometti che non gareggerai mai più qui a Maui e in nessun altro posto popolato da squali bianchi?” “Uhm… Fammici pensare… Bè, ho vinto questo torneo, sono arrivato primo, ho la mia bella coppa da portare a casa, un assegno di centomila dollari da intascare, e la soddisfazione di aver cavalcato delle onde pazzesche… In più sono sopravvissuto all’attacco di uno squalo, perciò… Sì, ti prometto che non ci saranno altri tornei in cui gareggiare.” “Giuramelo.” “Te lo giuro. Mano sul cuore.” Julian lo scrutò in viso per assicurarsi che dicesse sul serio, e quando capì che non mentiva annuì in un cenno di assenso. “Congratulazioni per la vittoria. Sono certo che la tua performance tra le onde è stata memorabile.” “Grazie… Peccato che tu non l’abbia vista.” “Guarderò il filmato che Olivia ha immortalato con la sua videocamera digitale. Saltando la parte in cui lo squalo pianta i denti nella tua gamba, ovviamente.” “Ti farò vedere la ferita sul polpaccio alla prossima medicazione. È orrenda, sembro Frankenstein! Mi hanno dato cinquanta punti di sutura.” “L’ho vista prima la tua povera gamba ricucita dal chirurgo. Quei punti di filo nero sono esattamente cinquanta pugnali conficcati nel mio cuore.” “Andranno via presto. Mi resterà soltanto la cicatrice.” “E noi la cancelleremo. Appena la ferita sarà del tutto guarita ti porterò dal migliore chirurgo plastico di Manhattan e lui la farà 176


sparire a colpi di laser. Non voglio che ti resti quel segno orribile sulla pelle, mi ricorderebbe questo giorno, e il fatto che eri a Maui senza di me perché io me ne stavo a Key West a piangermi addosso come uno sciocco. Tutti questi brutti ricordi devono andarsene via.” “Che peccato, io speravo di mostrare a tutti la cicatrice e raccontare la mia disavventura con lo squalo.” “Scordatelo. Non sei un eroe di guerra tornato dall’Iraq con una medaglia al valore appuntata sul petto, sei solo un pazzo serfista che è vivo per miracolo. Non c’è gloria nel morso di uno squalo, ma solo la dimostrazione di quanto si può essere stupidi con una tavola da surf sotto i piedi.” Leslie guardò l’uomo che sedeva accanto al suo letto e comprese quanto si fosse preoccupato nell’apprendere la notizia del suo attacco in mare. Dopo quattro settimane di lontananza forzata senza sapere dove fosse e senza poter sentire la sua voce, era bello scoprire che il Julian Sage di cui si era innamorato era finalmente ritornato a fare parte della sua vita e che tra di loro nulla era cambiato. Il loro amore era rimasto immutato, e la separazione lo aveva indubbiamente rafforzato, rendendo chiaro ad entrambi quanto fossero legati l’uno all’altro. “Ti è servito rifugiarti da solo a Key West?” “Non è stata una piacevole vacanza. Ho passato tutto il tempo a bere cocktails, a rimuginare sui miei sbagli e a piangere come un ragazzino. Se fossi rimasto a New York avrei potuto risolvere subito i miei problemi, ma ho agito d’impulso e ho capito troppo tardi che isolarmi dal resto del mondo non era una stata una buona idea. Perlomeno ho capito chi sono e come 177


voglio vivere il mio futuro, senza nessuna maschera, senza inganni e bugie, libero di essere me stesso.” “Allora non è stata una pessima idea se ti ha aiutato a schiarirti le idee. Hai affrontato i tuoi demoni?” “Sì, uno per uno. E li ho seppelliti laggiù.” “E adesso che sei tornato da me cosa farai?” “Cosa faremo, non cosa farò. Ho in mente tante cose. Mi prenderò cura di te, tanto per cominciare, e quando sarai dimesso da questo ospedale torneremo a casa insieme, a Manhattan. La prima cosa che farò sarà riscuotere gli assegni di rimborso dei danni versati sul mio conto dall’assicurazione della mia Lamborghini e del mio attico devastati, e con quei soldi ci prenderemo un appartamento nuovo in cui andare a vivere insieme, tu ed io in uno spazioso brownstone affacciato su Central Park, così Jennifer e Olivia saranno le nostre vicine di casa. Prenderò un’auto nuova, una Mustang Shelby blu elettrico, e ne regalerò una anche a te, rossa o gialla, così potrai andare su e giù tra Manhattan e Wildwood. Venderemo il tuo appartamento, e con i soldi ricavati rimetteremo a posto quel piccolo bungalow in vendita vicino al faro di Cape May. Lo useremo nei weekend, per riposarci sulla spiaggia e fare surf nelle acque sicure della baia. Io riprenderò a lavorare alla “Jackson & Associates Company” come vicepresidente, Edgar mi ha lasciato un messaggio vocale e mi ha assicurato che la compagnia non ha intenzione di rinunciare a me, però ridurrò gli orari di lavoro e mi prenderò delle giornate libere, per passare più tempo con te e non stressarmi come facevo prima. La mia vita sarà diversa, voglio riprendere a frequentare la mia famiglia, passare le Domeniche a pranzo con i miei genitori e 178


le mie sorelle, e tu sarai sempre al mio fianco, perché sei il mio compagno, e tutti lo devono sapere. Non avrò nessuna paura di mostrarmi in pubblico tenendoti per mano o passeggiando con te a Central Park o lungo la Fifth Avenue, desidero vivere la nostra storia senza preoccuparmi delle occhiate della gente e dei loro pregiudizi.” “Accidenti, hai pensato proprio a tutto… Hai programmato una vita completamente nuova.” “Mi sono sbarazzato per sempre della maschera che ho indossato per dieci anni e non vedo l’ora di uscire allo scoperto ed essere me stesso. Avrei dovuto farlo prima, ma non avevo capito di essere abbastanza forte per affrontare senza timori la mia omosessualità. Ora che ci sei tu nella mia esistenza non voglio più nascondermi.” “Mi piace sentirti parlare così… Sembri una persona diversa.” “Sto tirando fuori la parte migliore di me, quella vera, priva di falsità, seguendo il consiglio di una donna molto saggia che ho incontrato a Key West. Mi ha suggerito di guardare le sfumature di grigio e i colori della vita, eliminando il bianco e il nero, e mi ha detto di mettere sempre l’arcobaleno nel mio cielo. Quell’arcobaleno sei tu, Leslie.” Gli accarezzò il braccio, come poco prima, e Leslie gli sorrise smuovendogli dentro uno sciame di farfalle in volo. “Jennifer e Olivia ti hanno detto che dovrò restare a riposo e non sforzare la gamba per almeno tre mesi?” “Sì, me l’hanno detto. Imparerò a preparare i pancakes ai mirtilli per colazione.” “Brucerai tutte le pentole, ci scommetto.” “Forse… O forse no. Potrei stupirti.” 179


“Stupiscimi adesso. Fa qualcosa di speciale per me.” Preso in contropiede, Julian rimase a guardarlo pensando a cosa poteva fare per stupirlo… E poi gli venne un’idea. “Dammi cinque minuti di tempo”, disse, alzandosi dalla sedia e uscendo dalla sua stanza a passo svelto. Leslie non aveva idea di cosa gli fosse saltato in mente, gli sarebbe bastato un bacio o un abbraccio, ma Julian aveva pensato a qualcos’altro… Restò immobile ad aspettarlo, e quando Julian rientrò nella stanza, lo vide prendere la sedia e spingerla più vicina al letto. “Non ridere di me, ti prego, perché sto per fare una cosa serissima, anche se non ho a disposizione gli oggetti giusti.” “Okay, non riderò di te.” Julian si sedette, infilò una mano nella tasca dei bermuda e tirò fuori due sfere di plastica trasparenti. “E quelle cosa sono?” “La mia sorpresa per te”, rispose, svitando le due metà delle sfere. Aveva fatto un salto al reparto pediatrico dell’ospedale, dove sapeva che avrebbe trovato un distributore di sfere con sorpresa all’interno. Ce n’era sempre uno piazzato lungo i corridoi della pediatria per regalare un momento di gioia ai bambini malati ricoverati in quel reparto, lo sapeva perché spesso aveva fatto visita a Susie, la figlia del collega Patrick, regalandole ogni volta una di quelle magiche sfere da cui uscivano piccole sorprese divertenti. Poteva essere una bambolina in miniatura, una macchinina o un camioncino di plastica, un personaggio dei cartoons in gomma morbida o un piccolo animaletto di peluche. Nel suo caso, aveva inserito sei monetine nella maniglia girevole del distributore per ottenere 180


sei sfere di cui soltanto due andavano bene per ciò che aveva in mente. Una volta che le sfere furono aperte, Julian prese tra le dita due anellini di gomma estensibile colorata, uno rosso e l’altro viola, e li mise nel palmo della propria mano. “Scegline uno, quello che ti piace di più”, disse a Leslie. “Quello viola glitterato.” “Okay, quello rosso brillantinoso lo tengo io.” “E adesso che si fa?” Julian non rispose. Gli prese la mano sinistra facendo attenzione a non staccare l’ago della flebo e con l’anellino viola tra indice e pollice disse: “Leslie Donovan, ti dono questo anello, della misura sbagliata e di scarso valore, per chiederti di essere da oggi in poi il mio unico compagno per la vita intera. Lo accetti?” Leslie si trattenne dal ridere divertito e rispose: “Sì, lo accetto.” Julian infilò l’anellino al dito mignolo di Leslie, che essendo di gomma estensibile si tese quanto bastava per oltrepassare la nocca e raggiungere la base del dito. Quindi prese l’anellino rosso brillantinoso e lo diede a Leslie. “Tocca a te.” Leslie scosse la testa divertito, gli prese la mano sinistra e spinse l’anellino rosso nel suo dito mignolo dicendo: “Julian Sage, sei un uomo dolce e meraviglioso e con questo anello per bambine io ti chiedo di essere il mio unico e solo fidanzato. Lo vuoi?” “L’ho voluto dal primo istante che ti ho visto.” Si guardarono, scoppiando a ridere insieme. “Siamo sposati adesso?”, domandò Leslie. 181


“Non proprio. Diciamo che per ora ci siamo scambiati una promessa d’amore reciproca simbolica e provvisoria. Quando saremo a New York ci compreremo delle fedine d’oro vere. Fino ad allora teniamo questi.” “Grazie Julian. È un gesto bellissimo.” “Per te farei qualunque cosa. Anche una stupidaggine come questa. Sei il custode del mio cuore. La dimora della mia anima. La fonte della mia gioia. L’arcobaleno nel mio cielo. E l’unica persona che mi fa sentire “a casa” in qualunque posto io mi trovi, perché dove ci sei tu c’è l’amore.” “E tu sei lo stesso per me. Ti amo, Julian Sage.” “Io ti amo di più, Leslie Donovan. Mille volte di più.” “Dammi un bacio.” Julian si sollevò in piedi e si chinò sul letto, e il bacio che si scambiarono aveva un sapore diverso dal precedente, quello della felicità del cuore mischiato alla gioia dell’anima.

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- La felicità ritrovata Gennaio 2016, Manhattan. “Sono a casa!”, esclamò Julian, richiudendosi alle spalle la porta in legno di noce dell’appartamento brownstone al settimo piano di un palazzo affacciato sul lato nord di Central Park. Si tolse i guanti scamosciati e la sciarpa di lana color nocciola, depose il mazzo di chiavi sul mobile del corridoio e si tolse il parka di velluto blu scuro spolverando con una mano le spalle e il colletto per togliere i fiocchi di neve che si erano depositati sul tessuto. Appese il cappotto al pomello dell’appendiabiti e si sfregò le mani infreddolite godendosi il tepore che regnava nell’appartamento. Il suo gatto nero dagli occhi gialli zampettò verso di lui sollevando il muso in cerca di coccole, miagolando e facendo le fusa. “Ciao Panter. Come stai gattone?”, chiese Julian al felino, accucciandosi sui talloni per accarezzargli la testolina e fargli i grattini sotto il musetto dai lunghi baffi bianchi. “Beato te che te ne stai qui al calduccio, fuori fa un freddo cane, lo sai?”. Il gatto miagolò di nuovo, e dal corridoio arrivò di corsa anche Tiger, il gatto tigrato di Leslie dal pelo rossiccio e gli occhi celesti. “Ah, ci sei anche tu… Ciao micione, hai combinato altri guai, mangiucchiato il divano o graffiato qualche mobile?”, chiese al nuovo arrivato, anch’esso in cerca di coccole. Julian adorava i gatti da sempre, ma non ne aveva mai 183


preso uno nel timore di non potergli dedicare sufficienti attenzioni a causa dello stile di vita serrato che aveva condotto per dieci anni di fila. Era stato Leslie a spingerlo ad acquistare Panter e Tiger pochi giorno dopo il loro ritorno a casa da Maui e l’inizio della loro nuova vita insieme nello spazioso e accogliente appartamento che Julian aveva acquistato come si era ripromesso di fare. I due cuccioli avevano cinque mesi ed erano tremendamente vivaci, soprattutto Tiger, che si divertiva a farsi le unghie graffiando qualunque cosa gli capitasse fra le zampe. Dopo aver giocherellato con i due gatti per qualche minuto, Julian si rialzò in piedi e percorse il corridoio che conduceva alla sala giorno con cucina annessa. Nell’aria c’era un profumino di cibo invitante e dallo stereo della sala Lady Gaga stava cantando “Alejandro” a volume medio alto. Affacciandosi sulla soglia della cucina, Julian vide Leslie in maglioncino aderente color pistacchio e pantaloni sportivi blu navy che sollevava il coperchio di una pentola mescolando il contenuto con un cucchiaio di legno. “Hey, straniero, sono tornato.” Leslie si voltò a guardarlo e gli sorrise. “Ti ho sentito, ma non potevo abbandonare i fornelli. Com’è andata al lavoro?” “Ho concluso un buon affare. Edgar mi ha offerto un Martini al “Lounge Bar” prima di lasciarmi rientrare.” “Sta ancora nevicando?” “Copiosamente. La temperatura è scesa a meno 10 gradi sotto lo zero e le strade iniziano a congestionarsi. Prevedo che nevicherà per tutta la notte.” 184


Leslie richiuse il coperchio della pentola e girò la manopola del gas spegnendo il fuoco. “La cena è pronta. Ho fatto il gulasch ungherese. È venuto un po’ piccante, forse ho esagerato con la paprika… Però è buono, la carne di manzo è tenera come burro.” “Hai seguito le istruzioni sul ricettario che ti ha prestato mia madre?” “Sì, e ho preparato anche il tiramisù al caffè.” Julian fu sorpreso. Sapeva che a Leslie piaceva cucinare, e che la sua passione culinaria era aumentata in seguito al suo riposo forzato. Con la gamba bloccata dal tutore e il divieto assoluto di fare sforzi, aveva passato il primo mese steso a letto o sul divano, il secondo mese spostandosi da una stanza all’altra con le stampelle, e il terzo mese, affidandosi a una sola stampella, si era totalmente dedicato alla cucina, sperimentando ricette mai provate per riempire il tempo e non annoiarsi. Quella sera però aveva preparato un primo piatto difficile e particolare e un dolce altrettanto complicato da cucinare, inoltre la tavola era apparecchiata a festa, con la tovaglia di lino bianco delle occasioni speciali, i piatti di porcellana con il bordino dorato, le posate del servizio d’argento, calici di cristallo e rametti di pungitopo sparsi qui e là. “Per caso festeggiamo qualcosa di speciale?”, s’informò Julian, entrando nella stanza con le mani affondate nei pantaloni. Leslie gli rivolse un’occhiata sorniona prima di stappare una bottiglia di champagne e dichiarare: “Festeggiamo il mio ritorno alla libertà.” Julian comprese al volo ciò che intendeva dire. 185


“Ti hanno tolto il tutore? Oggi?”, domandò, abbozzando un sorriso felice. “Chi ti ha accompagnato all’ospedale, Jennifer?” “Esatto! Il tutore è sparito! Da domani potrò tornare a camminare normalmente. Non vedo l’ora di guidare la Mustang Shelby rossa che mi hai regalato, tornare ad insegnare nuoto in piscina e rimettere i piedi sulla sabbia.” Julian girò attorno al tavolo e gli guardò i pantaloni. “Solleva un po’ la tuta, fammi vedere come sta la tua gamba.” “Sta benissimo, è completamente guarita!”, esclamò Leslie eccitato, mostrandogli la gamba. Julian si abbassò per guardare da vicino la ferita sul polpaccio. “La cicatrice si è rimarginata del tutto, si nota appena”, osservò, passando un dito sopra il segno rosato lasciato dal morso dello squalo e dalla conseguente sutura eseguita dal chirurgo di Maui. “Ti hanno fatto le lastre?” “Certamente. Le ossa si sono perfettamente saldate, la placca d’acciaio le ha aiutate a calcificarsi in fretta. Anche il tendine è a posto, non mostra alcun segno di danni. Il dottore che mi ha visitato ha detto che posso tranquillamente tornare a condurre una vita normale, devo solo fare alcune sedute di fisioterapia per rinforzare il muscolo del polpaccio.” “E la cicatrice? Questo segno resterà comunque?” “Mi ha visitato il dermatologo, e secondo lui tra un paio di mesi non si vedrà più. Ma se per te è un problema, posso farla togliere prima con il laser.” “Bè, aspettiamo e vediamo se scompare da sola.” “Potrebbe restare un sottilissimo segno bianco. Ti darebbe fastidio?” Julian si rialzò in piedi e gli sorrise. 186


“No, nessun fastidio. Puoi tenere il segno bianco se ci tieni.” “È il ricordo dell’inizio della nostra nuova vita insieme, dobbiamo tutto ad uno squalo, io la terrei solo per questo.” “La cosa che più mi importa è che la tua gamba stia bene.” Leslie tenne sollevato il pantalone e fece qualche passo sul pavimento in cotto della cucina. “La mia camminata è leggermente claudicante al momento, ma con la fisioterapia il muscolo riprenderà a contrarsi in modo normale. Riesco già a flettere il piede, hai viso?” “Sono felice che sia tornato tutto a posto. Zoppica fino a qui e fatti abbracciare.” Leslie si rifugiò immediatamente nel cerchio delle sue braccia, lasciandosi stringere da Julian e allacciando le mani dietro il suo collo. “Devo far riverniciare la tua tavola da surf. Appena sarà possibile riprenderemo a cavalcare le onde dell’oceano.” Julian lo guardò negli occhi. “Tenerti lontano dall’acqua è un’impresa impossibile.” “Non ci sono squali da queste parti, solo qualche medusa. Prometto che starò attento anche a quelle.” Julian gli baciò la fronte affettuosamente, poi gli catturò la bocca in un bacio dolce e delicato. Quel contatto rammentò a Leslie che non facevano l’amore da quando erano tornati da Maui. Con la scusa del tutore di mezzo e l’obbligo di assoluto riposo, Julian aveva stabilito per entrambi un periodo di astinenza sessuale, ma da quella sera sarebbe cambiato tutto. “Dopo cena faremo subito l’amore”, mormorò, tra un bacio e l’altro. “Finalmente il periodo del sesso orale reciproco è finito, possiamo tornare a qualcosa di più spinto”. 187


“Ragazzo voglioso”, lo stuzzicò Julian, mordendogli il labbro inferiore. “Immaginavo che la cena sarebbe stata solo il preludio di una serata piccante.” “Aspettati qualcosa di nuovo ed eccitante, ho una fame di te che non puoi lontanamente immaginare.” Julian si abbassò per baciargli il collo, succhiandogli la pelle calda con le labbra, e Leslie rabbrividì tra le sue braccia. “Hey… Ho sgobbato sui fornelli per tutto il pomeriggio, rimandiamo a dopo cena tutta questa passione repressa”, disse a Julian, allontanandolo piano da sé. “Va bene, mettiamoci a tavola subito”, ribatté quest’ultimo, allentando la stretta del suo abbraccio. Leslie sgusciò via velocemente, prese la bottiglia di champagne e riempì i due flûte che aveva preparato sul tavolo. “Brindiamo alla guarigione della mia gamba, alla fine della nostra astinenza sessuale, e a tutto ciò che di bello ci riserverà il futuro”, disse, sollevando il bicchiere. “A noi due”, aggiunse Julian, facendo tintinnare i due flûte. Leslie bevve un sorso di champagne, poi depose il bicchiere e si avvicinò al piano cottura. “Siediti. Assaggiamo questo gulasch.” Julian ingoiò il suo champagne, quindi si accomodò a tavola e attese di essere servito. Quando entrambi i piatti furono colmi e fumanti, Leslie mise a tacere Lady Gaga e la loro cena ebbe inizio nell’intimità della cucina illuminata dai faretti gialli applicati alle pareti. Mangiarono in silenzio, lanciandosi occhiatine maliziose in continuazione, pensando, tra un boccone e l’altro, a ciò che avrebbero fatto dopo. Julian spazzolò il suo piatto di gulasch e se ne versò una seconda 188


razione, intingendo pezzi di pane nella salsa speziata e piccante. Anche Leslie ne prese un altro po’, ma non vedeva l’ora di passare al dolce e poi alla camera da letto. Quando il tiramisù comparve sulla tavola, Julian non si trattenne dall’affondare il cucchiaino nel morbido dessert con evidente golosità, e Leslie si divertì a stuzzicarlo leccando il cucchiaino dopo ogni singolo boccone. Al termine di quella cena saporita dove entrambi erano tanto presi dal cibo quanto dal desiderio di mollare lì piatti e bicchieri per fuggire dritti in camera, Leslie si affrettò a sparecchiare la tavola mente Julian preparava il caffè, diede una rapida sciacquatura a piatti, posate e bicchieri, che poi finirono nella lavastoviglie insieme a pentole e attrezzi da cucina utilizzati per preparare la cena. Il caffè fu l’ultimo ostacolo che li separava dal dare sfogo al loro bisogno di ritrovarsi fisicamente, sorseggiato in tutta fretta nonostante fosse bollente. Posate le tazzine vuote nel lavello, Leslie lanciò uno sguardo tentatore a Julian prima di dire: “Mettiamo fine alla nostra astinenza sessuale, subito!” Nemmeno il tempo di terminare la frase ed era già scomparso dalla cucina, veloce come una scheggia nonostante il passo leggermente claudicante. Julian lo seguì a ruota, e quando furono soli nella stanza rischiarata dal lume posato sul comodino, Leslie lo afferrò per la cintura e lo baciò sulla bocca avidamente, assaporando il suo sapore di caffè e zucchero. Julian sprofondò in quel bacio mettendoci tutto l’ardore che aveva represso fin troppo a lungo, e senza esitazione cominciò a sbottonarsi la camicia, passando poi alla cintura e alla zip dei pantaloni. Rimasto in boxer, interruppe il contatto con le labbra di Leslie per sfilargli il maglioncino e abbassargli in un colpo 189


solo boxer e pantaloni sportivi, quindi anche calzini e mutande finirono a terra. Allora Julian afferrò Leslie alla vita e lo sollevò da terra riprendendo a baciarlo, e insieme scivolarono prima sopra il piumone imbottito e quindi sotto lo strato di coperte e lenzuola. Si accarezzarono a vicenda rotolando da un lato all’altro del materasso, in un groviglio di braccia, gambe, mani e piedi che in pochi minuti misero a soqquadro il letto intero. La voglia di fare l’amore era tanta, e stando attendo alla gamba di Leslie, Julian fu il primo ad armarsi di profilattico e gel lubrificante. Leslie era sotto di lui, pronto per lasciarsi prendere, e Julian non attese oltre, penetrandolo con dolcezza e urgenza, strappandogli un gemito di piacere e ritrovando l’indescrivibile sensazione di fondersi in lui e nel suo calore. Leslie strinse fra le dita le ciocche brune dei suoi capelli folti, cercando le sue labbra e la sua lingua, mentre Julian guidava l’amplesso verso una rapida conclusione muovendo i fianchi velocemente e a ritmo sostenuto, quasi aggressivo, portando Leslie verso l’apice e facendolo ansimare di puro godimento. Quando l’orgasmo arrivò, spumeggiante e violento, Julian gemette contro la bocca di Leslie, soffocando tra le sue labbra il piacere intenso che lo travolse. Come sempre, Leslie venne pochi secondi dopo di lui, lasciando che il proprio fluido caldo finisse nel groviglio di Kleenex che teneva premuti contro il suo sesso eccitato. “Scusa”, sussurrò Julian, ancora scosso dagli spasmi. “Ho avuto troppa fretta, non sono riuscito a frenarmi.” “È stato intenso, selvaggio, bellissimo”, gli assicurò Leslie, aggrappandosi alle sue spalle. “Riprendi fiato e rifacciamolo con più calma.” 190


Julian si lasciò cullare dal suo abbraccio, il cuore impazzito nel petto che piano piano tornava a pulsare normalmente e il respiro affrettato che rallentava secondo dopo secondo. “Mi è mancata la sensazione di essere una cosa sola con te. Avevo quasi scordato che cosa si prova…”, ammise, accarezzandogli i capelli ricci e mordicchiandogli la pelle del collo. “L’astinenza sessuale è terribile, dobbiamo bandirla dal nostro rapporto.” “Sono d’accordo… D’ora in poi faremo l’amore anche con la febbre e il naso gocciolante, basta con l’astinenza, è una tortura fisica e mentale.” Julian gli accarezzò il petto, solleticandogli un capezzolo con le dita, rendendolo turgido e rosso. “Sono pronto a ricominciare”, disse a Leslie, che subito gli porse un nuovo preservativo. “Senza fretta questa volta.” “Okay, prendiamocela comoda”. Julian mantenne il suo proposito di far durare l’amplesso il più a lungo possibile, scivolando dentro e fuori dal corpo di Leslie con un ritmo lentissimo, regalando al suo angelo biondo un piacere languido e struggente, fermandosi quando sentiva montare dentro di sé il culmine del godimento, per poi ricominciare con lo stesso ritmo sensuale, andando avanti così per dieci, quindi, venti minuti, finché non fu Leslie a chiedergli di portarlo in paradiso. Bastarono un paio di rapidi affondi, e l’orgasmo rimandato per quasi mezz’ora esplose di colpo con tutta la sua dolce brutalità, facendo tremare ogni singolo muscolo dei loro corpi incendiati. Vennero insieme, gemendo all’unisono, inebriandosi di quel caldo piacere che nasceva nel cuore pulsante dei loro lombi e si irradiava in ogni fibra del 191


loro essere, facendoli sentire simili a corde di violino tese al limite e strofinate da un magico archetto che le faceva vibrare insieme producendo una melodia capace di stordire la mente e annebbiare i sensi. Si abbandonarono all’estasi gustandone ogni goccia, riempiendo la stanza di gemiti e sospiri. E poi giunse la calma, la pacifica sensazione di appagamento che smuoveva l’anima nel profondo e rendeva i loro occhi liquidi come acqua di mare e miele ambrato. “È stato grandioso”, disse Leslie, giacendo sul materasso con il dolce peso della testa e del busto di Julian abbandonati sul suo torace. “Dobbiamo farlo sempre così.” “Uhm… Avrò bisogno di molti caffè per durare così a lungo ogni volta che lo facciamo.” Leslie rise, imitato da Julian. “Sono felice, Leslie”, confessò un attimo dopo, disegnando arabeschi sulla pelle del suo addome. “Non mi sono mai sentito così felice di essere vivo. Mi sveglio ogni mattina con il sorriso sulle labbra perché so che nella mia vita ci sei tu, e tornare a casa la sera non è mai stato così bello. Tu mi riempi di gioia con la tua presenza. Sei un dono del cielo, e io ti amo da morire… Tu sei felice?” “Non hai bisogno di chiedermelo. Ti basta guardarmi negli occhi per trovare la risposta che cerchi.” Julian sollevò la testa e scrutò il suo fidanzato nelle iridi color Brandy che brillavano come diamanti. “Sì, anche tu sei felice. Hai gli occhi pieni di stelle luccicanti.” “È tutto merito tuo. La mia fonte di gioia sei tu.” Julian sospirò, riprendendo a sfiorargli la pancia. 192


“Dov’eri quando cercavo l’amore vero?... Perché ho dovuto aspettare tanto a lungo prima di incontrarti?” “Ci stavamo cercando a vicenda. E alla fine ci siamo trovati.” “Siamo entrambi fortunati.” “Sì. Lo siamo.” Julian sospirò di nuovo, e Leslie fece altrettanto, entrambi consapevoli di quanto fosse importante essere insieme, sotto lo stesso tetto, una vita dentro l’altra, due pezzi dello stesso puzzle che si completavano, due tessere ad incastro perfetto del medesimo mosaico. Mentre fuori nevicava e faceva freddo, nel loro letto c’era un limbo di calore che li cullava dolcemente, un nido d’amore in cui riposare tranquilli aspettando che il sonno li venisse a prendere. Ma Leslie aveva ancora un piccolo desiderio da soddisfare, la voglia segreta e mai detta di essere lui, per una volta, il cacciatore che sottometteva la propria preda. Senza dire nulla, spose un braccio fuori dal letto e afferrò un preservativo dal comodino, lo srotolò sul proprio sesso eccitato e lo bagnò con il gel al profumo di fragola. Julian sonnecchiava al suo fianco in posizione supina, e Leslie ne approfittò per rotolare sopra di lui e infilare la gamba sana fra le sue, creando uno spazio sufficiente per permettergli di fare ciò che aveva in mente. Julian si mosse sotto di lui, e Leslie gli accarezzò le spalle e la bella schiena solcata nel mezzo dalla spina dorsale. “Stai dormendo?”, gli chiese, a pochi centimetri dal suo orecchio. “Non ancora… Che ci fai sopra di me?” “Prova a indovinarlo…”, bisbigliò, facendogli sentire il proprio pene eretto premuto fra le sue natiche. 193


Julian aprì gli occhi e ruotò il busto quanto bastava per riuscire a guardare Leslie negli occhi. “Lasciami fare”, disse Leslie, chinandosi a baciargli le labbra. “Non l’hai mai fatto prima.” “Voglio farlo adesso.” Julian esitò. Non era abituato al sesso passivo, preferiva essere lui a guidare i rapporti sessuali. Da quando stava con Leslie non era mai capitato che i loro ruoli si invertissero. Julian era il partner attivo e Leslie il partner passivo, lui il cacciatore e Leslie la preda. Era strano trovarsi sotto di lui e dargli il permesso di prendere il suo posto. Eppure sentiva che era giusto così, che lo voleva anche lui, perché infondo non c’era diversità tra loro, erano amanti e complici, non importava chi dominava e chi veniva dominato. “Va bene… Fai di me ciò che vuoi. Però fallo piano, non ci sono abituato.” “Tranquillo, ho messo il gel”, gli assicurò, prima di spingerlo giù sul cuscino. Julian si rilassò contro il materasso e sollevò una gamba piegando un po’ il ginocchio, pronto a subire l’attacco del suo cacciatore. Leslie si sistemò meglio contro di lui, e con la mano guidò il proprio pene verso l’intima e stretta fessura nascosta tra le cosce di Julian. Mosse i fianchi in avanti e con una leggera spinta scivolò dentro di lui. Julian chiuse gli occhi, e Leslie assestò un altro colpo di reni contro le sue natiche. “Ti piace?”, domandò a Julian, prima di proseguire. “Non lo so, non hai ancora cominciato.” In risposta, Leslie prese a ondeggiare ritmicamente avanti e indietro, penetrandolo con piccoli affondi e spinte più audaci, e 194


allora Julian si aggrappò al cuscino stringendolo sotto di sé. “Adesso ti piace?”, chiese Leslie di nuovo. “Adesso sì… Continua così, non ti fermare… Fammi godere.” Soddisfatto, Leslie gli cinse la vita con le mani e diede il via a una danza lenta e sensuale alternata a dolci spinte e movimenti del bacino più profondi, scoprendo il piacere di possedere con amore e tenerezza il proprio compagno, donandogli le stesse sensazioni che lui provava quando facevamo l’amore a ruoli inversi. Sotto di lui, Julian sperimentava un godimento diverso, più intimo e personale, che spazzava via i butti ricordi della sua prima volta, quando Noha Salinger si era preso la sua verginità senza un briciolo di tenerezza, facendogli provare soltanto dolore. A distanza di dodici anni, Julian sentiva per la prima volta un piacere nuovo, bello e profondo, e a dargli quel piacere era Leslie, il suo amante passivo trasformatosi in dominatore. Si godette ogni istante di quell’amplesso che non si era mai aspettato, stupendosi di quanto gli piacesse sentire il sesso duro di Leslie che si muoveva dentro di lui e lo riempiva tutto con il suo calore e la sua consistenza, mentre una ridda di sensazioni si riversava dentro e fuori di lui, facendolo rabbrividire e incendiare al contempo, strappandogli piccoli gemiti e rochi sospiri. Fu bello, particolare, speciale, e quando l’orgasmo gli esplose nel ventre gli venne a mancare il fiato, e ogni particella del suo corpo vibrò di pura estasi moltiplicata per mille. Leslie continuò a cavalcare su di lui finché non raggiunse il proprio apice, e dopo si sdraiò ansante sul suo dorso baciandogli l’incavo tra spalla e collo. “Resta dentro di me”, mormorò Julian, quando ebbe la forza di parlare. “Mi piace sentirti, è una sensazione favolosa.” 195


Leslie non si mosse, si limitò a tempestargli il collo di baci, ritrovando a sua volta le forze e il respiro. Si ritrasse dopo una decina di minuti, e rotolò al fianco di Julian sfilandosi il preservativo e gettandolo via dopo averlo annodato e avvolto in un Kleenex. Julian lo guardò, gli sfiorò le labbra con un dito, e poi allungò il braccio per trarlo a sé. “Grazie, Leslie. È stato magico.” “Sono felice che ti sia piaciuto... Ti amo.” Julian lo baciò, trovando un modo migliore delle parole per dirgli che l’amava in egual misura, anzi, sicuramente mille volte di più.

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- Meravigliosa perfezione Maggio, Cape May. Era una di quelle giornate di primavera sorprendenti, talmente radiosa e perfetta da sembrare il set cinematografico della scena conclusiva di un bellissimo film dal finale a lieto fine. Il cielo era azzurro e limpido sopra la distesa infinita dell’oceano, l’aria profumava di fresco, di sale e acqua di mare, e lo sciabordio delle onde che s’infrangevano a riva era l’unico rumore udibile insieme allo stridio dei gabbiani in volo sulla città ancora addormentata. Erano le 6:00 del mattino, e Julian se ne stava in piedi sulla veranda del bungalow in legno vicino al faro di Cape May che aveva acquistato e rimesso a nuovo con l’aiuto di Leslie. Era stato divertente trascorrere le prime giornate di primavera a rinnovare il bungalow, cominciando dalla tinteggiatura delle pareti interne. Lo avevano fatto insieme, lui e Leslie, dopo aver comperato grossi barattoli di vernice gialla per dipingere le pareti in muratura della costruzione. Armati di rulli da pittura e pennelli di varie forme, avevano ridato vita alle stanze grigie rovinate dalla salsedine, portando un tocco di vivacità e un pizzico di sole all’interno della zona giorno con cucinino e salotto e nella zona notte con un piccolo bagno e una sola camera da letto. Soddisfatti dell’effetto ottenuto, avevano tinteggiato anche le pareti esterne e la veranda costruita interamente con assi di legno. A quel 197


punto si erano dati da fare con l’arredamento, utilizzando il mobilio del vecchio appartamento di Leslie salvato e messo da parte in un magazzino, trasformando il bungalow in un clone del precedente appartamento di Leslie, con gli stessi poster alle pareti e le tendine di perline colorate al posto delle porte. Sembrava di stare nella solare California, anziché in New Jersey. Leslie aveva avuto la splendida idea di mettere un dondolo sulla veranda fissato alla tettoia con delle spesse catene, in modo da potersi godere la vista dell’alba e del tramonto sul mare sorseggiando un caffè caldo al mattino o una birra fresca nella quiete della sera. Per rendere il bungalow ancora più vacanziero, una fila di luci colorate era stata applicata lungo tutto il bordo della tettoia. Il risultato finale era un piccolo rifugio accogliente per i loro weekend di riposo e di surf, e quel giorno di fine Maggio, mentre Leslie dormiva ancora, Julian se ne stava appoggiato alla porta aperta della veranda a guardare il sole sorto da poco che preannunciava una lunga e calda estate. Il suo primo pensiero al risveglio era stato questo: non vorrei essere in nessun altro posto del mondo tranne qui, accanto a Leslie. Era rimasto immobile a guardarlo per quasi mezz’ora mentre dormiva tranquillo abbracciato al cuscino, rendendosi conto di quanto fosse felice e fortunato. “Dieci mesi fa”, si era detto, solo dieci mesi da quando Leslie aveva messo piede nella sua vita cambiandola in meglio, trasformando le sue giornate e le sue notti, dando un senso di completezza alla sua esistenza. Molte cose erano cambiate grazie a Leslie, tutto filava liscio e Julian non avrebbe potuto essere più contento di così. Era un uomo realizzato e in pace con se stesso, aveva sconfitto i suoi demoni e ritrovato la 198


serenità e la voglia di vivere senza alcun timore di essere ciò che per anni aveva tenuto ben nascosto a tutti. Il nuovo Julian Sage era un uomo completo, e soprattutto innamorato. Amava Leslie di un amore assoluto, folgorante e incondizionato. Con lui si sentiva ogni giorno sospeso su una nuvola, tutto il suo mondo ruotava attorno a Leslie, e solo a guardarlo provava una forte emozione simile a un sussulto del cuore. Non aveva mai creduto di potersi sentire così. Era una sensazione favolosa che lo sorprendeva ogni giorno, quando apriva gli occhi e Leslie era accanto a lui, come una presenza angelica di cui non poteva più fare a meno. Sapeva che niente e nessuno poteva dividerli, erano diventati una cosa sola, un solo cuore, una sola anima. Due vite fuse l’una dentro l’altra, un unico cielo azzurro solcato da un gigantesco arcobaleno. Julian non era mai stato romantico o sdolcinato, ma Leslie aveva il potere di fargli fare qualunque cosa, come la cena romantica a lume di candela e petali di rose rosse sparse sulla tovaglia che aveva organizzato in Febbraio per festeggiare il giorno di San Valentino. In quell’occasione, oltre al menù delizioso cucinato con l’aiuto di Jennifer e Olivia a base di piatti dove cioccolato e vaniglia guarnivano ogni pietanza, Julian aveva comprato due fedine d’oro da Tiffany e le aveva poste sul tavolo dopo il dolce chiedendo a Leslie di rinnovare le promesse che si erano scambiati a Maui. Riposti gli anelli di gomma glitterata nel cassetto dei loro ricordi felici, entrambi avevano indossato le fedi d’oro di Tiffany e si erano promessi a vicenda di amarsi senza riserve fino all’ultimo dei loro giorni. Quella promessa era eterna, un giuramento indistruttibile, una verità che si rinnovava ogni giorno, con ogni sguardo, ogni bacio, ogni 199


abbraccio. Non avevano bisogno di altro, non potevano aspirare ad una gioia più grande dell’essere una coppia innamorata e solida che si completava reciprocamente. L’amore vero esisteva, ora Julian ne era certo. Sentì un lieve fruscio provenire dall’interno del bungalow e avvertì la presenza di Leslie alle sue spalle. “Buongiorno”, gli disse, cingendogli la vita con entrambe le braccia. “Cosa fai qui da solo?” Julian si appoggiò contro di lui. “Aspettavo te per il nostro caffè del buongiorno.” Si voltò e lo baciò sulle labbra. “L’hai già preparato?”, chiese Leslie abbracciandolo stretto. “È sul fornello. Ancora caldo di moka.” “Allora non facciamolo raffreddare.” Leslie lo prese per mano e insieme entrarono nel bungalow. Julian aprì il cassetto sopra il piano cottura, prese due tazze rosse e le posò sul tavolo. Svitò il barattolo dello zucchero e afferrò con le dita quattro zollette bianche, due per ogni tazza, quindi aggiunse un goccio di latte versato dal cartone prelevato dal frigorifero. Leslie arrivò con la moka in mano e versò il caffè fumante dall’aroma intenso e il colore scuro come la notte, poi fece sciogliere lo zucchero mescolando entrambe le tazze con un cucchiaino. “Usciamo?”, chiese Julian, invitandolo a seguirlo fuori sulla veranda. Si sedettero sul dondolo foderato e imbottito, uno accanto all’altro, e Leslie lo fece ondeggiare un po’ con una spinta leggera del piede sulle assi di legno del pavimento. 200


“Che bella giornata”, disse, osservando il cielo azzurro solcato dai gabbiani in volo e il disco giallo del sole sorto da poco che splendeva all’orizzonte. “È sempre una bella giornata se ci sei tu vicino a me”, ribatté Julian, cercando la sua mano. Leslie gli sorrise, lo guardò dolcemente con i suoi occhi d’ambra, e intrecciò le dita con le sue. Le loro fedine d’oro luccicarono nella luce abbagliante del nuovo giorno, e Julian pensò che la vita era meravigliosa, e che la perfezione talvolta esisteva davvero.

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Il futuro può essere meraviglioso, e la vita piena di felicità. Julian non lo sa ancora, troppo preso dalla sua vita di uomo d'affari che a soli trent'anni lo ha già reso vicepresidente di una rinomata compagnia d'investimenti di Manhattan. Ma l'incontro inaspettato con Leslie, un giovane serfista di ventitré anni dal carattere solare, rivoluziona in pochi giorni la vita di Julian, facendogli desiderare di innamorarsi e iniziare una relazione seria. Un desiderio che si avvera, anche se Julian deve fare i conti con un segreto che nasconde al mondo intero, una verità su se stesso che rischia di rovinare la sua carriera. Dubbi, incertezze, timori... e alla fine la consapevolezza che la felicità non è impossibile da raggiungere. Una storia d'amore moderna, attuale, romantica e dolce, basata sul concetto che l'amore è amore, senza diversità e pregiudizi, incondizionato e vero.


UN MERAVIGLIOSO DOMANI - Paola Secondin - Romanzo M/M