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Soucriant Paola Secondin 1


Quest’opera è protetta dal plagio da un servizio di deposito e protezione. Ai sensi della legge, è vietata la riproduzione integrale o parziale del testo per uso pubblico.

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Copyrighted Book

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Paola Secondin

Soucriant

© Paola Secondin 2014

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Titolo: Soucriant Autore: Paola Secondin Copertina a cura dell’Autrice Copyright © Paola Secondin © Tutti i diritti riservati all’Autore

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi, e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’Autore o sono stati usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti, località reali, persone realmente esistenti o esistite è puramente casuale. La riproduzione non autorizzata del testo è severamente vietata e punibile con la legge.

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Capitolo 1 Certe storie non andrebbero mai raccontate, sarebbe meglio custodirle dentro di sé, tenerle segrete o dimenticarle. Come la mia storia, tanto incredibile quanto reale, che non ho mai rivelato a nessuno. Ho sempre evitato di espormi, vivendo come un’ombra silenziosa, solo con me stesso, senza amici, lontano dal mondo intero. È stato facile, per alcuni anni. Ma con il passare del tempo la solitudine mi stava logorando l’anima, rischiavo di impazzire vivendo come un eremita, e quindi, mio malgrado, ho ricominciato a vivere in mezzo alla gente, imparando a mentire sul mio passato, guardandomi le spalle per non essere mai scoperto, trattenendo i miei istinti, obbligando la parte oscura di me stesso a vivere una vita normale solo in apparenza. Non mi disprezzo per ciò che sono diventato. Non provo vergogna per quello che sono costretto a fare. E non rimpiango la mia vecchia vita, la prima, quando ero solamente un uomo uguale a tutti gli altri. Tutto è cambiato in una sola notte, in pochi attimi, per colpa mia. La dannazione che mi accompagna tutt’ora ha avuto inizio per un mio fatale errore, e non scorderò mai quella terribile notte in cui sono stato privato della mia vera natura per diventare quello che sono oggi e che sarò per sempre. Il mio nome è Blake Reed, e questo è l’inizio della mia storia. Era il mese di Luglio del 1914, esattamente due secoli fa, e mi trovavo a bordo di una nave mercantile salpata dalle coste del Texas. Ero un marinaio all’epoca, avevo trent’anni esatti, e quella traversata in mare non era certo la prima. Il capitano e mercante Garreth Dagger era stato incaricato dal governo di Houston di raggiungere le colonie inglesi nell’arcipelago caraibico per rifornire di viveri e medicinali i coloni che abitavano sulle isole di

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quella zona. Trasportavamo un centinaio di casse di derrate alimentari, il mare era stato tranquillo per l’intera settimana di viaggio, e la brezza marina che gonfiava le vele costantemente aveva facilitato il nostro arrivo a destinazione. Avevamo attraversato il Mare dei Caraibi per raggiungere l’Isola di Trinidad, e il giorno in cui attraccammo a riva, accolti dai coloni, eravamo stanchi e affamati, ragion per cui, dopo aver trascorso l’intera mattinata a scaricare le casse con le provviste alimentari, il nostro capitano ci aveva concesso due giorni di libertà prima di risalire sulla nave e fare ritorno sul suolo texano. La colonia di Port of Spain dove eravamo sbarcati era popolata da tre villaggi inglesi circondati da vasti terreni coltivati e dalla vegetazione lussureggiante della foresta. Al suo interno, le capanne di legno e paglia degli abitanti locali ospitavano gli indigeni dell’isola, uomini e donne dalla pelle scura come il cacao, occhi e capelli neri. I coloni inglesi che vivevano nei tre villaggi dell’isola non fraternizzavano con la popolazione locale, c’era solo un vecchio uomo di chiesa dell’ordine francescano che viveva in mezzo agli indigeni e tentava di cristianizzarli oltre che insegnare loro a vivere civilmente come la razza bianca. Trascorsi il primo giorno di riposo a Port of Spain in compagnia degli altri marinai, una decina di texani biondi e barbuti con i quali ebbi modo di condividere i pasti, la prima dormita su un vero letto, e un’escursione nell’entroterra dell’isola tra natura selvaggia, cascate d’acqua naturali, e spiagge di sabbia bianca finissima. Il giorno seguente, mi addentrai con alcuni compagni di viaggio tra le capanne degli indigeni, giocando con i bambini e attirando l’attenzione delle donne, incuriosite dal nostro aspetto e dai nostri vestiti. Quando calò la sera, dopo essermi riempito la pancia di carne e birra in una taverna del villaggio inglese più grande, uscii fuori da solo

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per fumare del tabacco e mi soffermai sul limitare della foresta, sedendomi sul ceppo di una palma a fissare il cielo stellato e la luna piena bianca e lucente. Era notte fonda, il silenzio avvolgeva ogni cosa, e le lucciole brillavano tra il fogliame della foresta. Non ero sufficientemente stanco per raggiungere i miei compagni nella camerata che ci era stata destinata, perciò rimasi lì a lungo, a fumare tranquillo il mio tabacco rollato in una foglia essiccata. Quasi non mi accorsi della presenza che d’un tratto apparve al mio fianco, facendomi sussultare per la sorpresa. Nella luce lunare lattiginosa che rischiarava la notte vidi una giovane donna ferma a pochi passi da me. Era un’indigena, una ragazza sui vent’anni con lunghi capelli neri ondulati che le incorniciavano il volto e le scendevano sul petto a coprire il seno nudo. La sua pelle scura pareva lucida sotto i raggi della luna, e i suoi occhi neri splendevano di una luminosità ammaliante. Era molto bella, e mentre la fissavo ammutolito, lei mi sorrise con i denti bianchissimi. Se fossi stato più vecchio e assennato e meno sensibile alle tentazioni della carne, probabilmente mi sarei alzato dal ceppo e avrei fatto ritorno alla taverna. Ma ero giovane, non toccavo una donna da mesi, e la ragazza indigena era una tentazione troppo forte per il mio carattere debole e avventato. Senza che lei mi dicesse nulla, mi alzai in piedi e le andai vicino, e quando lei si voltò incamminandosi sul sentiero sabbioso che s’inoltrava nella foresta io la seguii d’appresso immaginando che volesse offrirmi se stessa. Ricordo benissimo l’eccitazione che mi animava il corpo e il desiderio prorompente di fare l’amore con quella bellissima ragazza dalla pelle scura. Ricordo il momento in cui lei mi sorrise mentre si scostava i capelli dal seno e si toglieva la gonnellina di stoffa legata in vita, appoggiandosi contro il tronco di una grossa palma.

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Ricordo le mie mani su di lei, l’attimo prima che quell’incontro eccitante si trasformasse in un incubo. Accadde tutto troppo in fretta. Non ebbi il tempo di capire cosa mi stava succedendo. Di colpo, le sue mani mi avvinghiarono le spalle con forza spingendomi a terra, persi l’equilibrio e caddi tra il fogliame sbattendo il sedere sul terreno, lei si avventò sopra di me come una bestia, sentii le sue unghie graffiarmi il collo lacerandomi la pelle, e poi la sua bocca si spalancò sulla carne bianca e molle del mio collo succhiando voracemente il sangue che stava uscendo dai graffi profondi che mi aveva provocato. Gridai, mi divincolai, ma lei era più forte di me, mi teneva schiacciato contro il terreno con le braccia e con il peso del suo corpo, e intanto succhiava il mio sangue procurandomi un bruciante dolore. Tentai di spingerla via, la colpii più volte sui fianchi con i pugni, ma iniziavo a sentirmi debole, come se la mia forza vitale venisse a mancare. Gridai ancora, ripetutamente, sperando nell’aiuto di qualcuno, mentre il terrore mi bloccava il corpo e la paura di stare per morire mi atterriva. La ragazza non smetteva di succhiarmi il collo aspirando via la mia vita con una rapidità spaventosa, le mie membra iniziarono a tremare, mi sentii sempre più debole, sul punto di svenire. Pochi attimi ancora e sarei morto. Ma all’improvviso, un’ombra nera oscurò la vista del cielo stellato sopra di me e la ragazza fu strappata via dal mio corpo con violenza. Nella semi incoscienza che precede la perdita dei sensi, vidi un uomo alto e scuro allontanare la ragazza tenendola stretta per i capelli, la trascinò via in ginocchio sul terreno e le spinse all’indietro la testa, poi, con un colpo netto, le falciò il capo con la lama ricurva e lucente di una roncola. Chiusi gli occhi, inorridito da ciò che avevo visto, e quando li riaprii, per pochi secondi, l’uomo era chino su di me e mi stava guardando. Non riuscii a parlare perché persi

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conoscenza e tutto intorno a me divenne buio e silenzioso. Ero morto. Questo pensai in quell’istante. Ma con mia grande sorpresa, scoprii che la vita non mi aveva affatto abbandonato. *** Mi risvegliai su un giaciglio di paglia, dentro una capanna spoglia illuminata da un fuoco che ardeva al centro di un cerchio di pietre. Sbattei le palpebre un paio di volte e mi resi conto che stavo ancora respirando, anche se il mio corpo era scosso da spasmi e brividi, la mia testa sembrava andare in fiamme, e una morsa di dolore mi attanagliava le viscere. L’uomo alto e scuro era inginocchiato accanto a me e i suoi occhi neri mi scrutavano attentamente. Era un indigeno, un uomo adulto dal cranio rasato e le braccia muscolose. “Chi sei?”, mi chiese, in lingua inglese. “Il… mio nome… è… Blake”, balbettai, scosso dai tremiti. “Sono… Blake Reed.” “Io mi chiamo Quan. Sono il capo villaggio indigeno. Governo la mia gente e ho il rispetto dei coloni bianchi che vivono nei villaggi inglesi. Ho imparato la tua lingua da loro, alcune donne bianche sono gentili e disponibili. Non avere paura di me, qui sei al sicuro.” Mi guardai attorno, disorientato e profondamente scosso. “Cosa… mi è successo?”, domandai, sfiorandomi il collo fasciato da alcune bende strette. “Sei vivo per miracolo. La ragazza indigena che ti ha assalito nella foresta era un soucriant.” Lo guardai, chiedendomi cosa significasse quella parola mai sentita prima. “Io non… non capisco… Che cos’è un soucriant?”

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Quan inzuppò uno straccio in una ciotola colma d’acqua e lo strizzò prima di passarmelo sul petto imbrattato dal mio stesso sangue. “Sei un uomo bianco, non potevi sapere che quella ragazza in realtà non era una vera donna. Qui sull’isola di Trinidad vecchi e bambini conoscono bene i soucriants. Sono creature malvage, spiriti demoniaci che attaccano e uccidono gli uomini. Si nascondono nei villaggi durante tutto il giorno e quando cala il sole e si alza la notte escono allo scoperto e vanno a caccia. Si nutrono di sangue umano succhiandolo dal loro corpo, dal collo o dalle braccia, e dopo che si sono nutriti assumono l’aspetto delle loro vittime. Riconoscerli è difficile, soprattutto per voi inglesi. Ma noi indigeni sappiamo che non dobbiamo mai fidarci delle persone che vagano solitarie nella notte e non usciamo mai dopo il tramonto. I soucriants sono creature notturne, colpiscono solo con il favore del buio.” Rimasi a bocca aperta, incapace di credere che potessero esistere davvero simili demoni malvagi. “La ragazza che ho incontrato al limitare del villaggio sembrava normale e pacifica… Non ho capito che voleva farmi del male… Invece mi ha assalito all’improvviso… e poi ha bevuto il mio sangue… Credi che morirò?” “No, non morirai. La ragazza soucriant ti ha succhiato via molto sangue, ma non così tanto da farti morire e assumere le tue sembianze. Però ti ha morso, e ti ha contagiato.” Sgranai gli occhi, spaventato. “Contagiato?... Cosa significa?” Quan strizzò nuovamente la pezza nella ciotola e mi pulì il volto insanguinato mentre rispondeva alla mia domanda. “Quando un soucriant succhia il sangue di un essere umano lasciandolo in vita, purtroppo egli stesso diventa un soucriant. La sua malvagità è entrata dentro di te come

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un virus, sei stato infettato, e da oggi in poi anche tu dovrai nutrirti di sangue per poter sopravvivere.” Costernato, mi rifiutai di credere a ciò che avevo appena udito. Era insensato, sembrava un’orribile favola inventata per spaventare i bambini. “Non può essere vero… Mi stai dicendo che sono diventato come lei?... Un mostro che uccide le persone di notte e beve il loro sangue fino a farle morire?” Quan annuì con un cenno del capo. “Mi dispiace, Blake Reed. Forse avrei dovuto lasciarti morire. Sarebbe stato molto meglio per te.” “Perché non l’hai fatto? Perché mi hai salvato?... Hai permesso che quella cosa mostruosa mi trasformasse in un crudele assassino.” “Ho avuto pietà di te. Perdonami, se puoi.” Scossi il capo e rabbrividii. “Mi hai salvato e condannato allo stesso tempo… Adesso che cosa mi succederà?” Quan mise da parte la ciotola con l’acqua e lo straccio e mi aiutò ad alzarmi a sedere. “Tu vivrai, giovane uomo bianco. In un modo diverso da prima, ma almeno sarai vivo. Il veleno che è entrato in te con il morso del soucriant ti ha reso più forte. Il tuo corpo non morirà mai, non invecchierà, non cambierà aspetto. Sarai un immortale. Ma soffrirai la fame, proprio come adesso, e avrai bisogno di bere il sangue per stare bene. Non sarai costretto ad uccidere gli uomini se non lo vorrai. Anche il sangue degli animali riuscirà a nutrirti. Diventerai un cacciatore notturno, e di giorno sarai libero di vivere in mezzo alla gente senza sentire il bisogno di assalire nessuno.” Non riuscivo a credere alle parole di Quan. L’immortalità era un concetto inconcepibile per la mia mente. Vivere in

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eterno, non invecchiare, esistere per sempre. Tutto ciò era contro natura e inverosimile. “Quan, io non voglio essere immortale. Voglio morire come tutti gli altri uomini, quando sarò vecchio e malato.” “Non puoi cambiare il tuo destino, ora non più. Il soucriant ti ha tolto una vita per dartene un’altra. Se non vuoi viverla, chiedimi di ucciderti. Falcerò la tua testa come ho fatto con la ragazza. È così che muore un soucriant. Decapitato.” Rammentai la visione della roncola affilata di Quan che mozzava il collo della ragazza ponendo fine alla sua vita e immaginai di essere al suo posto… “No, non voglio fare quella fine”, ammisi, toccandomi il collo fasciato. “Non voglio morire in quel modo.” “Allora, mio giovane amico, accetta la dannazione che ti ha infettato questa notte e inizia a vivere la tua nuova vita da immortale.” “Sarà orribile… Come farò a nutrirmi di sangue?” “I soucriants hanno unghie retrattili nei pollici di entrambe le mani. Quando sarà il momento di sfamarti, userai quelle unghie appuntite per incidere la gola delle tue prede e dalle ferite che si apriranno berrai il sangue che ti sfamerà. Con il tempo diventerai un abile cacciatore, credimi.” Mi guardai le mani, fissandomi i pollici. Le mie unghie erano corte, normali. Faticavo a credere che sarebbero diventate lunghe e affilate, strumenti di morte. “Quan, sei certo di ciò che dici? Io non mi sento diverso da prima, sono solo molto debole. Forse il veleno del soucriant non mi ha contagiato.” “Ammettere la verità non è mai facile. Tu non sei più la stessa persona di prima, una parte di te è cambiata, nessun uomo è immune al veleno dei soucriants. Adesso, bevi questo se vuoi riprendere le forze.”

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Allungò verso di me una ciotola di legno colma di un liquido denso e scuro e lo guardai negli occhi. “Che cos’è?”, domandai, pensando che fosse un intruglio d’erbe che mi avrebbe miracolosamente guarito. “È sangue”, rispose Quan. “Ho sgozzato una delle mie capre per sfamarti. Devi berlo, altrimenti morirai di fame.” “No… Non voglio bere il sangue della tua capra, non posso farlo… Io non sono una bestia, sono un uomo.” Quan spinse la ciotola fin sotto il mio viso e insistette. “Bevilo. Ne hai bisogno. Scoprirai che ti piace.” Riluttante e nauseato, presi la ciotola tra le mani tremanti e fissai il sangue disgustato. Quan mi guardava, attendendo che io lo bevessi, e il suo sguardo perentorio mi indusse ad avvicinare le labbra alla ciotola fino a bere un piccolo sorso del sangue rosso scuro ancora caldo. Lo ingoiai senza assaggiarne il sapore, immaginando che fosse del buon vino rosso, e dopo un primo sorso ne mandai giù un secondo, più abbondante. Non appena il sangue giunse nel mio stomaco, la morsa dolorosa che mi stringeva le viscere si attenuò, e anche gli spasmi e i tremiti si placarono. Allora capii che Quan aveva ragione: il mio corpo aveva bisogno di sangue, era affamato di sangue, solo bevendolo sarei stato meglio. Ingurgitai un altro sorso e questa volta lo assaggiai. Il suo sapore intenso, dolce e amarognolo al contempo, e la sua consistenza morbida e vellutata mi piacquero, non era affatto disgustoso, e il mio corpo ne voleva dell’altro. Svuotai la ciotola fino all’ultima goccia, sentendo svanire la debolezza, sostituita da una sensazione di benessere fisico che mi lasciò stupito. “Ne vuoi ancora?”, mi chiese Quan, porgendomi un’altra ciotola colma di sangue.

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Senza dire nulla, l’afferrai tra le mani e la svuotai sorso dopo sorso, inebriato da quel nettare rosso scuro che mi stava facendo sentire sempre più forte e appagato. “Hai ragione, Quan… Il mio corpo è affamato di sangue”, confessai, leccandomi le labbra. “Che Dio abbia pietà di me per ciò che sto facendo.” Quan mi porse altre due ciotole, che svuotai con ingordigia, e mi resi conto che non mi sarei mai sentito sufficientemente sazio. La mia voglia di sangue sembrava implacabile. “Ho paura, Quan. Come riuscirò a tenere a bada la mia sete di sangue? Non voglio uccidere i miei simili perché ho bisogno di nutrirmi. Non voglio diventare un assassino.” “Non temere, Blake. Riuscirai a dominare i tuoi istinti. Sei un uomo di fede, il tuo Dio ti aiuterà ad essere forte.” “E se la fede non bastasse a placare la mia fame?” Quan mi fissò negli occhi con sguardo fermo. “Imparerai a dominare te stesso. Sopprimerai i tuoi istinti. Sei nato uomo e la tua anima resterà umana com’era prima di questa notte. Ucciderai solo gli animali, non diventerai un mostro, né un assassino. Il sangue è fonte di vita e tu ne avrai sempre bisogno. Sarà il tuo solo nutrimento per l’eternità. Ma non farai del male a nessuno, perché non sei un demone, il tuo cuore non è malvagio, hai conservato la tua capacità di distinguere il bene dal male.” “Quindi non sono diventato un crudele soucriant come la ragazza che mi ha assalito?” “Lo sei solo in parte. Ti ho salvato in tempo per preservare la tua umanità e il tuo rispetto per la vita altrui. Ora tocca a te rimettere piede nel mondo custodendo il tuo segreto e controllando il soucriant che vive dentro di te.” Con quelle parole impresse a fuoco nella mente, lasciai la capanna di Quan alle prime luci dell’alba e raggiunsi i miei

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compagni marinai che dormivano nella locanda del villaggio inglese. Ero consapevole di essere cambiato internamente, mi sentivo diverso nel profondo del mio essere, ma ero intenzionato a fare del mio meglio per vivere un’esistenza il più possibile normale. Quel giorno stesso mi imbarcai sulla nave mercantile del capitano Garreth Dagger assieme ai miei compagni e per l’intera traversata feci in modo di starmene per i fatti miei sottocoperta. Quan mi aveva donato due borracce di legno intagliato a mano piene di sangue di capra, e quel nettare rosso e prezioso mi servì per placare la fame durante l’intera settimana di navigazione, dilazionandolo giorno per giorno, sorso dopo sorso. Quando sbarcammo in Texas, nella città di Galveston, realizzai con tristezza che non sarei più stato in grado di vivere la mia vecchia vita nella fattoria agricola della mia famiglia d’origine. Come avrei potuto spiegare ai miei genitori e alle mie due sorelle perché all’improvviso non potevo più mangiare il cibo solido? Quale menzogna avrei fornito a tutti loro per giustificare le mie notti insonni trascorse nei boschi circostanti andando a caccia di animali selvatici per nutrirmi del loro sangue? Non potevo raccontare a nessuno ciò che mi era capitato sull’Isola di Trinidad, tantomeno svelare il segreto di cos’ero diventato e di come avrei dovuto vivere il resto della mia vita senza fine. A malincuore, decisi che dovevo andarmene via, lasciare il Texas per sempre, senza dare nessuna spiegazione, svanendo nel nulla come un fantasma. Non avevo altra scelta. *** Tornai a casa con il favore della notte, entrando di nascosto come un ladro, e raccolsi in fretta i miei vestiti.

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Subito dopo mi recai alla stazione ferroviaria e mi nascosi all’interno di un treno merci diretto a nord. Viaggiai per due giorni interi, accucciato in un vagone carico di sacchi di mais e patate per non essere scoperto dai controllori, e all’alba del terzo giorno scoprii di essere giunto in Wyoming. Non mi nutrivo da tre giorni, la fame iniziava a farsi sentire, perciò fui costretto ad attendere che scendesse l’oscurità per scavalcare la recinzione in filo spinato di una fattoria che allevava pecore da lana. Quella notte fu l’iniziazione della mia futura esistenza da soucriant. Trascinai fuori dall’ovile una grossa pecora e mi nascosi nel fienile adiacente al recinto. Il bisogno di nutrirmi era tanto forte che non esitai neppure un istante a tagliare la gola della pecora con l’unghia affilata del pollice spuntata senza che io me ne rendessi conto, e subito dopo affondai la bocca nel collo del povero animale succhiando avidamente il sangue caldo e dolce che sgorgava a fiotti dalla ferita. In pochi minuti, la pecora cessò di vivere tra le mie braccia mentre io prosciugavo tutto il sangue contenuto nel suo corpo fino all’ultima goccia. Il senso di appagante sazietà che nacque dal mio crudele gesto mi lasciò smarrito, perché se da un lato avevo placato la mia fame, dall’altro mi ero comportato come una bestia, togliendo la vita ad una creatura innocente. Capii che avrei dovuto abituarmi in fretta a quelle sensazioni di colpevolezza e vergogna che mi gravavano sul cuore, e sperai che con il tempo il mio animo si indurisse e la mia mente imparasse a ragionare come uno spietato cacciatore. Non ebbi il coraggio di abbandonare lì il cadavere della pecora e fuggii dalla fattoria portandolo con me, per poi scavare a mani nude una buca sufficientemente profonda nel terreno friabile di un vicino campo di girasoli. Quand’ebbi seppellito la pecora morta, mi sentii un po’ meglio, ma l’impressione di aver

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commesso un orribile crimine mi perseguitò per giorni, finché non giunse di nuovo la fame e il bisogno di placarla. Il mio secondo pasto fu meno traumatico. Rubai un grosso maiale da un porcile e lo sgozzai nella penombra del cortile dell’allevamento, succhiandogli via il sangue lentamente, gustandone il dolce sapore e la fluida consistenza. Dopo, quando mi sentii ben nutrito e rinvigorito dall’energia vitale contenuta nel suo sangue, gettai la sua carcassa nella fossa della concimaia e scappai di corsa per il timore di essere sorpreso dagli allevatori che dormivano nella casa affacciata sul cortile. Il rimorso per aver sacrificato la vita di un animale non fu doloroso come la volta precedente, e la terza volta che mi nutrii non provai quasi nessun disgusto verso me stesso mentre seppellivo il corpo della capra da latte che aveva costituito il mio pasto notturno. Nella mia testa si era radicata l’ovvia motivazione dei miei furti a scopo alimentare: dovevo bere il sangue se volevo continuare a vivere, e gli animali che sacrificavo di volta in volta costituivano la mia unica salvezza. In breve tempo, divenni un abile razziatore di pecore, capre e maiali, e la mia vita da predatore fuggiasco nelle campagne del Wyoming durò un paio di mesi, finché non mi stancai di gironzolare da una città all’altra dormendo sotto il cielo stellato o al riparo in qualche stalla di fortuna. L’autunno era arrivato con le sue gelate notturne e io avevo bisogno di trovare un luogo al coperto in cui rifugiarmi e vivere in completa solitudine. Una notte, dopo essermi nutrito, rincorsi un treno merci in partenza che trasportava carbone diretto in Montana e mi aggrappai al portellone di un vagone riuscendo a salirvi all’interno. Il giorno seguente, mi risvegliai alla stazione di Helena e scesi dal treno senza farmi beccare dai ferrovieri. M’inoltrai nel cuore della città in cerca di un passaggio verso le foreste a nord del paese e un mandriano si offrì di condurmi a

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Polson sul retro del suo carro. Giunto a destinazione, attesi che il mandriano rientrasse in casa e scivolai di nascosto nella sua stalla per rubare uno dei suoi numerosi cavalli. La mia fuga in sella ad un puledro nocciola dal crine nero mi condusse sui sentieri tortuosi delle Montagne Rocciose, tra le lande desolate intervallate da boschi di pini e sequoie, finché, dopo due giorni di viaggio mi ritrovai a Kalispell, e mi rifugiai nel cuore della foresta trovando riparo in un capanno di legno abbandonato. Appena lo vidi capii che sarebbe stato il luogo perfetto in cui potevo vivere, dovevo solo riparare il tetto sfondato in alcuni punti e le assi di legno delle pareti che cadevano a pezzi. Il precedente proprietario del capanno non aveva lasciato granché al suo interno, solamente una branda con alcune coperte, una riserva d’olio per le lanterne, un paio di fucili da caccia e un cappotto di pelliccia d’orso. Sperai che chiunque egli fosse non avesse intenzione di ritornare, perché avevo bisogno di quel capanno con camino per affrontare l’inverno che sarebbe sopraggiunto subito dopo l’autunno. Nel Montana il clima era rigido e nevoso, specialmente lì, sulle Montagne Rocciose, ed io non ero certo intenzionato a morire di freddo. Aggiustai il tetto e le assi sconnesse utilizzando rami d’albero spezzati raccolti nei paraggi fissati con chiodi e martello trovati nell’armadietto che conteneva i fucili. Ero affamato e debole, avevo bisogno di nutrirmi, ma dovetti aspettare ben due giorni prima di riuscire ad abbattere un giovane cervo e trarre energia vitale dal suo sangue. Poi lo scuoiai e lo feci a pezzi, mettendo la carne ad essiccare e conservando la sua pelle. Il capanno in legno divenne la mia fissa dimora, e il cavallo che avevo rubato a Polson prese il nome di Quan, in ricordo dell’uomo di Trinidad che mi aveva salvato da una morte prematura. La foresta di Kalispell era un luogo desolato e ricco di fauna selvatica,

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dai cervi ai cinghiali, dalle volpi alle lepri, oltre ad animali di piccola taglia come gli ermellini, i furetti e gli scoiattoli. Non avrei potuto trovare nessun altro posto tanto perfetto in cui vivere e cacciare indisturbato. Inoltre avevo legname in abbondanza per accendere il fuoco nel camino e riscaldarmi e una riserva d’olio sufficiente a far funzionare le lanterne per alcuni mesi. Anche il cappotto d’orso mi fu di grande utilità, lo indossavo la notte per dormire, perché le due coperte che avevo trovato sulla branda non bastavano a tenermi caldo. Dopo alcune settimane che mi trovavo lì da solo, mi resi conto che la solitudine era molto pesante da accettare, perciò raccolsi le pelli e le pellicce degli animali che avevo scuoiato e la loro carne essiccata e scesi in paese sul dorso di Quan. Avevo bisogno di vestiti pesanti con cui coprirmi, di alcuni libri da leggere per ammazzare il tempo, di munizioni per i fucili e di tagliole per le lepri e le volpi. Vendetti le pellicce a un conciatore di pelli e la carne essiccata alla proprietaria di un emporio alimentare. Con i soldi ricavati comprai tutto ciò che mi serviva, e ritornai al mio rifugio con dei vestiti nuovi, una decina di libri, munizioni e tagliole, due pesanti coperte, e una scorta di tabacco da fumare. La mia nuova vita era fatta di silenzi interminabili, passeggiate solitarie nell’immensità della foresta, momenti in cui cacciavo e mi nutrivo seguiti da brevi dormite e lunghe letture, piazzavo tagliole nelle radure e spaccavo la legna per il fuoco. Ogni mattina raccoglievo l’acqua da un vicino ruscello e la riscaldavo nel camino per lavarmi e mantenermi pulito e mi radevo la barba con la lama di un coltello. Imparai a tagliarmi i capelli per mantenerli corti, sciacquavo i vestiti sporchi nel ruscello, essiccavo la carne che non potevo mangiare e pulivo le pelli per poterle vendere. Scendevo in paese una volta ogni due settimane, mi recavo dal conciatore di pelli e all’emporio, e nessuno mi chiedeva chi

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fossi e da dove provenissi. La gente del Montana era piuttosto riservata, non faceva domande, ed io cercavo di non mettermi troppo in mostra per non destare la curiosità di nessuno. Accettai la solitudine come fosse una naturale conseguenza della mia segreta natura di soucriant e condussi questa vita da eremita per dieci lunghi anni. *** Nella primavera del 1924 incontrai all’emporio alimentare un uomo di nome Harris Calvinn che gestiva un allevamento di bovini da carne nel centro di Kalispell. Cercava un nuovo macellaio, e quando mi propose di lavorare per lui accettai senza riserve, stanco della solitudine e certo di essere pronto a condurre una vita normale. Abbandonai il mio capanno nella foresta per trasferirmi in città, andando a vivere in una piccola casa in muratura a pochi passi dall’allevamento di vacche. Harris era un brav’uomo, m’insegnò come svolgere il mio lavoro e non fu affatto difficile per me imparare a sezionare le carcasse delle vacche da carne. Quel lavoro costituì una svolta nel mio modo di nutrirmi, poiché il sangue di cui necessitavo era a portata di mano quotidianamente. Non avevo più bisogno di cacciare, dovevo solo mettere da parte il sangue delle vacche macellate e portarne a casa un secchio una volta alla settimana, al termine del mio turno di lavoro. Il sangue caldo era molto più buono, ma i tempi erano cambiati, la società si era evoluta, e l’invenzione del frigorifero mi permetteva di razionare il sangue riempiendo dei barattoli di vetro che conservavo al freddo, in modo da avere una riserva costante di cibo liquido con cui alimentarmi. La mia vita cambiò in meglio, ricominciai a parlare con la gente, ad avere una vita sociale, ad essere il Blake Reed di dieci anni prima che non doveva più

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nascondersi e poteva flirtare con le belle ragazze di Kalispell. Diventai un abilissimo bugiardo, inventando storie mai accadute nel mio passato, raccontando menzogne su menzogne per proteggere la mia vera identità, evitando accuratamente di frequentare i ristoranti e i pub per non essere obbligato a dare una spiegazione verosimile alla mia impossibilità di mangiare cibi solidi e bere birra e vino. Non potevo innamorarmi, perché qualunque donna mortale sarebbe invecchiata e morta al contrario di me, inoltre avrei messo a rischio il mio segreto instaurando un rapporto d’intimità con un’altra persona, perciò mi limitai a condividere il letto con donne di facili costumi che potevano darmi piacere senza chiedere nulla in cambio. Il tempo passava, il mio volto era sempre uguale, la mia fame di sangue costantemente sotto controllo. Lavorai come macellaio nell’allevamento bovino di Harris Calvinn per dieci anni, poi fui costretto ad andarmene da Kalispell a causa del mio aspetto che non invecchiava e poteva costituire una fonte di sospetti inspiegabili. Da quel momento in poi, per ben 70 anni, mi trasferii da una città all’altra degli Stati Uniti cambiando paese allo scadere di ogni decade per non destare sospetti, e in ciascun luogo in cui mettevo piede c’era sempre bisogno di un macellaio, sia per gli allevamenti bovini che per quelli ovini e suini. Lavoravo, mettevo da parte denaro, mi divertivo con le donne, e non restavo mai a secco di sangue. Il mio segreto non fu mai scoperto, ebbi la fortuna di non patire mai la fame e di non essere mai costretto ad uccidere un essere umano per sfamarmi. Nel 1994, dopo dieci anni trascorsi a Philadelphia, mi imbattei in un tizio di nome George Hamilton che lavorava come infermiere al Northside Hospital di Atlanta. Mentre mi esponeva la sua passione per la medicina durante il

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volo aereo diretto ad Atlanta, la mia mente stava già elaborando un piano per smettere di lavorare come macellaio e introdurmi in quell’ospedale. Il mio obbiettivo era la banca del sangue, una miniera d’oro per il mio bisogno di nutrirmi, e l’idea di passare al sangue umano mi allettava a dir poco. Raggirai George convincendolo che avevo una certa esperienza ospedaliera come assistente volontario, e lui cadde nella mia trappola confessandomi che al pronto soccorso i volontari non erano mai abbastanza. Due giorni dopo, indossavo una divisa ospedaliera blu scura e mi aggiravo lungo i corridoi del pronto soccorso del Northside Hospital di Atlanta nel mio nuovo ruolo di barelliere e portantino. Grazie all’aiuto di George Hamilton ero stato assunto come aiutante temporaneo, ma se avessi dimostrato di essere sufficientemente preparato in ambito medico la direzione dell’ospedale avrebbe confermato il mio contratto. Intenzionato a non perdere il mio nuovo posto di lavoro, mi iscrissi ad un corso basilare di infermieristica e nel frattempo avevo già in tasca un duplicato della chiave della banca del sangue. Ero ad Atlanta da soli tre giorni quando sottrassi una decina di sacche di sangue durante il turno di notte e le riposi nel frigorifero del monolocale ammobiliato in cui mi ero appena trasferito. Non avevo mai assaggiato il sangue umano da quando ero stato trasformato in un sucriant, e quando lo feci per la prima volta succhiandolo dal beccuccio di una sacca scoprii con stupore che il suo sapore era dolcissimo, inebriante, tanto buono da lasciarmi appagato come mai mi era accaduto prima. Capii solo in quel momento perché i soucriants attaccavano gli essere umani anziché gli animali, non c’era paragone tra i due tipi di sangue, quello umano era senza alcun dubbio migliore, una vera e propria droga irresistibile. Questa scoperta fortunatamente non mi rese

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diverso, e non ebbe su di me l’effetto di guardare i miei colleghi di lavoro con il desiderio di affondare le mie unghie nel loro collo per succhiare via il sangue caldo che pulsava sotto la pelle. Continuai ad essere me stesso, e terminai il corso infermieristico ottenendo un attestato di qualificazione ospedaliera che rese stabile il mio contratto di lavoro. Ad Atlanta mi feci dei nuovi amici, finii a letto con quasi tutte le infermiere, e nel corso di dieci anni passai dal ruolo di portantino a quello di infermiere professionale. Con quella nuova qualifica, inviai una richiesta di trasferimento presso gli ospedali della Florida e nel mese di Febbraio del 2014 feci i bagagli e atterrai a Miami. Avevo un nuovo impiego come infermiere nel reparto chirurgico del Jackson Memorial Hospital, un bellissimo appartamento dal quale si scorgeva il mare in lontananza, il duplicato della chiave della banca del sangue, e il frigorifero pieno di sacche di sangue. Dopo due secoli, ero ancora un trentenne di bell’aspetto che attirava gli sguardi delle donne e l’immortalità mi garantiva una vita lunga e felice senza complicazioni. Ero Blake Reed, essere umano per nascita, soucriant per necessità, e la mia esistenza era perfetta.

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Capitolo 2 La mattina del 19 Maggio, mi svegliai nella branda della stanza di riposo dell’ospedale dopo il turno lavorativo notturno e sentii lo stomaco contrarsi per la fame. La sera precedente non avevo avuto occasione di nutrirmi, perciò avrei dovuto fare subito un salto alla banca del sangue e ingoiare il contenuto di almeno una sacca per ricominciare a lavorare senza sentirmi debole come uno straccio. Non era la prima volta che mi capitava di non riuscire a nutrirmi a causa del lavoro e non sarebbe stato certo un problema rimediare ai miei bisogni fisici senza farmi notare. Sgusciai fuori dalla stanza e m’incamminai lungo il corridoio del reparto di chirurgia per raggiungere la banca del sangue al piano superiore. Incontrai alcune infermiere troppo indaffarate per prestare attenzione a me, salii rapidamente le scale ed entrai nella banca del sangue prelevando una sacca di sangue da uno degli enormi frigoriferi. Com’ero solito fare in quelle occasioni di emergenza, mi chiusi nel ripostiglio più vicino e placai la mia fame bevendo il contenuto della sacca in una manciata di minuti. Il sollievo giunse immediato, e mi sentii pronto per iniziare la mia giornata lavorativa. Gettai via la sacca vuota nel bidone della spazzatura posto al di fuori del ripostiglio e mi sistemai la casacca verde della mia uniforme da infermiere. Non avevo tempo di radermi, mi aspettava il mio consueto giro di visite del Venerdì mattina. Iniziai a lavorare entrando e uscendo da una stanza all’altra, dando un’occhiata alle cartelle cliniche dei pazienti ricoverati, misurando loro la pressione e la temperatura, sostituendo le fleboclisi che andavano cambiate, controllando i bendaggi post-operatori e le ferite suturate che andavano medicate, somministrando antidolorifici e dosi di morfina. Mezz’ora dopo, il mio

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cercapersone vibrò nella tasca posteriore dei miei pantaloni verdi. Era il Dottor Michael Stevenson che mi chiamava a rapporto. Lo raggiunsi subito nel suo studio e lo salutai. “Buongiorno, capo. Mi cercava?” L’uomo sulla cinquantina dai capelli brizzolati e gli occhi verdi nascosti dietro un paio di spesse lenti da vista mi salutò con un gesto della mano e mi fece cenno di avvicinarmi alla sua scrivania piena zeppa di cartelle mediche. “Questa notte la polizia è stata qui”, mi disse, sorseggiando il suo caffè mattutino. “Non immaginerai mai quello che è capitato mentre tu dormivi.” “C’è stato un attacco terroristico di gravi proporzioni? Un attentato al Presidente Obama? Una sparatoria in una scuola che ha ferito numerosi studenti?” “Blake, sei piuttosto catastrofico. Fortunatamente le tue opzioni sono tutte e tre sbagliate.” “Allora cos’è accaduto di tanto grave da indurre la polizia a varcare le porte dell’ospedale?” “Un triplice omicidio. Efferato e molto strano.” “Vale a dire?” Michael Stevenson aprì una cartelletta sulla scrivania e mi mostrò una serie di fotografie scattate dalla polizia. “Sono state uccise tre donne in tre luoghi diversi e a distanza di poche ore l’una dall’altra. Emilia Clark, 23 anni, impiegata in banca, uccisa nel suo appartamento alle 12:40. Abigail Furlong, 35 anni, cassiera in un supermarket, assassinata in strada alle 2:10 mentre tornava a casa. Kate Norris, 19 anni, ballerina in un night club, stroncata in un vagone della metropolitana alle 4:45. Tutte e tre le donne presentano ferite da taglio al collo eseguite con un oggetto affilato, forse un bisturi, e i loro corpi sono stati letteralmente prosciugati del loro sangue.

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La polizia crede si tratti dell’opera di un killer che le ha uccise per prelevare il loro sangue per qualche inspiegabile motivo. Non ci sono testimoni oculari, eccetto le persone che hanno ritrovato i cadaveri delle donne e chiamato il 911, ovvero il marito della prima donna, un tassista notturno per la seconda, e l’uomo delle pulizie della metropolitana per la terza. Le vittime non si conoscevano, ma sono collegate dal tipo di sangue, RH+ per tutte e tre. I loro cadaveri sono nel nostro obitorio, e l’autopsia ha confermato la totale assenza di sangue dalle loro vene. In tutta la mia carriera, non ho mai visto un caso simile.” Mi bastò una rapida occhiata alle fotografie delle tre donne uccise per riconoscere i tagli sul collo simili a graffi profondi e capire con sconvolgente sorpresa che non era stato un bisturi a tagliare la carne ma qualcos’altro. Tipo l’unghia affilata di un soucriant. Com’era possibile?! C’era un uomo o una donna lì a Miami tale e quale a me? Il killer poteva essere un umano trasformato in soucriant?... “Non so cosa dire, Michael. Forse l’assassino è solo un pazzo omicida che odia le donne, e il fatto che il loro sangue sia RH+ è una pura coincidenza.” “La polizia è convinta del contrario. Pensano che ci sia di mezzo il mercato nero del sangue e che il killer abbia usato degli strumenti ospedalieri per estrarre il sangue dai loro corpi. Sospettano che possa essere un dottore, forse in pensione o radiato dall’albo dei medici. Questo spiegherebbe i tagli accurati sul collo e il sangue prosciugato dai corpi.” “E tu ci credi? Pensi si tratti di un ex dottore invischiato nel giro del mercato nero del sangue?” “Potrebbe essere. Quale altra spiegazione potrei dare ad un simile rituale omicida? Dracula è morto secoli fa e i vampiri esistono solo nei romanzi fantasy per ragazzine.”

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Pensai che Michael aveva ragione su Dracula e sui vampiri, ma ovviamente non sapeva nulla sull’esistenza dei soucriant. Ne aveva uno al proprio fianco e non ne era minimamente consapevole. “La polizia non ha stabilito se si tratti di un assassino maschio o femmina?” “Loro no, ma noi sì. Le cellule epiteliali trovate sul corpo delle vittime risultano essere di DNA maschile. Il killer è un uomo, non c’è dubbio.” “Capisco… La polizia si aspetta qualcosa da noi?” “Eccetto i risultati delle autopsie, non hanno chiesto altro. Spetta a loro scovare l’assassino. Ci hanno chiesto solamente il nome di tutti i medici che hanno lavorato qui e che sono stati licenziati, radiati dall’albo e mandati in pensione. Sperano di trovare un sospettato in mezzo ai dottori, e non escludono che possa trattarsi di un medico ancora in attività. Non possono interrogarci tutti, ma siamo nel loro mirino, anche se dubito che l’assassino possa essere uno di noi.” “Ma ti rendi conto che è impossibile? Quell’uomo non può aver prelevato il sangue delle donne senza un’attrezzatura da dialisi”, dissi a Michael, certo che si trattasse di un soucriant che prediligeva il sapore del sangue RH+. “So benissimo che è assurdo, Blake. Ma i poliziotti credono che possa aver rapito le donne per ucciderle altrove, in un luogo con un’attrezzatura adeguata, per poi averle riportate dove sono state ritrovate.” “Giusto, è un’ipotesi plausibile.” Michael mi guardò con occhi scettici. “Ma tu credi che non sia possibile, dico bene?” Mi strinsi nelle spalle. “Per quanto mi riguarda, potrebbe trattarsi di un addetto delle pompe funebri. Anche loro hanno dei macchinari che

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estraggono il sangue e iniettano il conservante nei cadaveri da imbalsamare prima della sepoltura.” “Infatti la polizia sta seguendo anche questa pista. Non escludono nulla e nessuno.” Pensai che non avrebbero trovato nessun colpevole, e dopo aver lasciato l’ufficio di Michael scesi nell’obitorio dove trovai Zack Kirby intento ad eseguire l’autopsia sul corpo di una donna anziana deceduta. “Ciao Zack. Sono venuto a dare un’occhiata ai cadaveri delle tre donne uccise questa notte. Posso vederle?” “Spiacente, Blake. Il dipartimento della polizia ha messo i sigilli alle celle frigorifere. Non vogliono che i cadaveri siano toccati da nessuno.” “Va bene, non importa… Posso chiederti solo una mia personale curiosità?” “Certo, dimmi pure.” “Per caso hai trovato tracce di saliva e segni di morsi dentali sul collo delle vittime?” Zack scoppio a ridere mentre mi guardava divertito. “Segui la pista dei vampiri, Blake?”, mi canzonò, mentre ricuciva il petto dell’anziana signora. “No, era tanto per chiedere.” “Lasciami indovinare… Pensi che il killer possa essere un fanatico della serie tv Vampire Diares che si diverte ad andare in giro con lunghi denti di plastica e morde le sue vittime prima di sgozzarle e prelevare il loro sangue, ho indovinato?” “Certe persone sono folli, e questo non sarebbe il primo caso di fanatismo vampiresco.” “Bè, in effetti esistono ovunque le sette segrete fondate sul culto di Dracula, e la tua ipotesi non è da scartare. Ho trovato delle tracce di saliva sulla pelle delle tre donne, ma niente morsi di denti, solo dei lividi bluastri attorno ai tagli. Sicuramente sono stati causati dai tubi di drenaggio

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inseriti nel collo per far uscire il sangue dal corpo. E la saliva non me la spiego proprio, a meno che il killer non abbia tentato di sedurre le vittime baciandole sul collo prima di ucciderle.” Zack si sbagliava. E io avevo altri due elementi che confermavano il mio sospetto sulla natura dell’assassino. Era stato senza dubbio un soucriant, che aveva tagliato la gola delle tre donne con l’unghia affilata del pollice e poi le aveva morse succhiando via il loro sangue e lasciando sui loro corpi la propria saliva e l’impronta della sua bocca. Doveva essere molto affamato per aver attaccato e ucciso tre donne in una sola notte. Sicuramente non si sarebbe fermato, la sua fame di sangue sarebbe tornata a farsi sentire presto, e se amava il sangue umano avrebbe colpito ancora, assassinando altre giovani donne indifese. “Ti lascio al tuo lavoro, Zack. Riprendo il mio giro di visite.” Uscii dall’obitorio chiedendomi come fosse possibile che un soucriant si aggirasse indisturbato proprio sulle strade di Miami. Rammentai le antiche parole di Quan, il mio salvatore, che mi aveva raccontato che i soucriants si nascondevano nei villaggi dell’Isola di Trinidad, nei Caraibi. Erano trascorsi due secoli da allora, e l’isola non era più una colonia inglese abitata da indigeni poveri. L’evoluzione della civiltà aveva trasformato Trinidad in una moderna meta di turismo, con stazioni balneari e hotel di lusso, anche se alcuni centri abitati erano rimasti sottosviluppati e le foreste erano ancora selvagge in certi luoghi dell’entroterra isolano. Forse l’assassino era un comune cittadino statunitense che aveva trascorso un periodo di vacanza a Trinidad ed era stato morso da un soucriant, infettato dal suo veleno e ritornato in patria assetato di sangue. Poteva essere uguale a me, metà uomo e metà soucriant, incapace di dominare i propri istinti,

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costretto ad uccidere gli esseri umani per nutrirsi. Oppure era un vero e proprio soucriant, un demone che si era impossessato del corpo di una sua vittima e che aveva lasciato l’isola caraibica giungendo in Florida per mietere altre vite umane di notte. Ma perché colpiva proprio le donne? Forse perché era un maschio attratto dalle femmine? Perché le sue vittime avevano il sangue RH+? Era solo una coincidenza, o un fatto di preferenza sul sapore del sangue umano?... Mi ripetei quelle domande per l’intera giornata, mentre lavoravo fianco a fianco con i miei colleghi, e quando scese la sera tornai finalmente a casa mia e mi concedetti un pasto a base di due sacche di sangue. Poi andai a dormire, ma il pensiero di un assassino soucriant che si aggirava nella notte nel cuore di Miami rese il mio sonno inquieto e disturbato. *** Tre giorni dopo, il killer misterioso colpì di nuovo, uccidendo altre due donne nella stessa notte. Shelly Bright, 40 anni, casalinga divorziata madre di tre figli uccisa nel giardino della propria casa e Amanda Pope, 36 anni, una giovane libraia assassinata nel vicolo adiacente al suo negozio di libri usati. Entrambe presentavano tagli sul collo come le tre precedenti vittime, i corpi prosciugati di tutto il loro sangue, e naturalmente il gruppo RH+. La notizia fu diramata dai notiziari televisivi, e i cadaveri delle donne furono esaminati come gli altri tre. Mentre la polizia brancolava nel buio e batteva tutte le piste possibili, i giornalisti avevano già battezzato l’assassino come “il killer della notte” e un clima di terrore si stava impossessando degli abitanti di Miami, in special modo delle donne con il gruppo sanguigno RH+. La mia mente si domandava dove si nascondesse il soucriant colpevole di

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quegli omicidi, e tentava di dare una spiegazione razionale alla sua sete di sangue. Avrei tanto voluto andare alla polizia e dire a tutti che stavano cercando l’uomo sbagliato, che non era un medico e neppure un addetto delle pompe funebri, e tantomeno qualcuno che vendeva il sangue delle vittime al mercato nero. Ma non potevo contribuire alle indagini senza espormi in prima persona e mettere a rischio il mio segreto, perciò pensai di indagare per conto mio, recandomi alla biblioteca pubblica per esaminare gli articoli di cronaca nera dei giornali dell’Isola di Trinidad. Era il mio giorno libero, il Martedì, e stavo scorrendo le copie di giornale catalogate nell’archivio fotografico da circa una mezz’ora quando all’improvviso mi soffermai su un articolo pubblicato il 10 Novembre del 2004, dieci anni prima. Il titolo diceva “Giovane studente uccide i suoi familiari durante la notte. Gole tagliate e corpi prosciugati del loro sangue. Sotto shock la sorella maggiore del ragazzo, salva per miracolo.” Iniziai a leggere l’articolo dal principio, scoprendo che il ragazzo, Matías Herrera, uno studente del college di Maracas di 17 anni, aveva assalito i suoi genitori mentre dormivano tagliando loro la gola e succhiando il loro sangue. Sorpreso dalla sorella maggiore, Danielle Herrera di 20 anni, svegliata dalle grida dei genitori, Matías aveva tentato di uccidere anche lei, ma la giovane studentessa aveva reagito all’assalto del fratello fuggendo nella rimessa della casa e mozzandogli la testa con un colpo d’ascia da legna. Subito dopo aveva chiamato la polizia e il pronto intervento, e agli agenti della polizia locale accorsi sulla scena del crimine Danielle Herrera aveva dichiarato che il fratello era stato morso da un soucriant divenendo egli stesso un demone affamato di sangue. Sia la polizia che i medici non le avevano creduto, reputando le credenze sull’esistenza dei soucriants delle antiche leggende indigene senza alcun

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fondo di verità, però non erano stati in grado di spiegarsi l’assenza di sangue dai corpi dei genitori della ragazza, e il caso era stato catalogato come un efferato genitoricidio. Scioccata dall’evento, Danielle Herrera era stata ricoverata all’ospedale psichiatrico di Maracas per alcune settimane, sottoposta ad accertamenti sulla sua salute mentale e infine dimessa. La ragazza, rimasta sola, aveva lasciato Trinidad per rifarsi una vita negli Stati Uniti e dimenticare quanto era successo alla sua famiglia. L’articolo non diceva altro, e non vi erano altri casi di delitti in cui venissero citati i soucriants. Lasciai la biblioteca ripensando alla giovane Danielle Herrera, che aveva avuto il sangue freddo di uccidere il fratello falciandogli la testa nella convinzione che fosse un soucriant. Sicuramente la ragazza credeva alla leggenda tramandata nei secoli dagli indigeni della foresta e aveva riconosciuto nel fratello minore i segni della malvagità demoniaca tipica dei soucriants. Era stata molto coraggiosa, e aveva dimostrato di sapere esattamente come si uccideva un soucriant, decapitandolo per togliergli la vita. Il fatto che avesse lasciato l’Isola di Trinidad per trasferirsi negli Stati Uniti mi faceva pensare che oltre a voler dimenticare quanto era successo in famiglia probabilmente era anche molto spaventata dai soucriants e aveva desiderato allontanarsi il più possibile dal luogo in cui avevano avuto origine molti secoli prima. E la loro razza non si era ancora estinta, come testimoniavano i delitti del killer della notte di Miami. Trascorsi il pomeriggio libero andando a correre nel parco vicino al mio appartamento, sotto il sole caldo di Maggio, e anziché rilassarmi e svuotare la mente di tutti i pensieri non feci altro che domandarmi dove potesse essersi trasferita Danielle Herrera e chi fosse diventata. Forse viveva al nord, a New York, ed era una brillante donna in carriera di trent’anni. O magari aveva preferito la ventosa Chicago,

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oppure la piovosa Seattle… Ovunque lei fosse, era l’unica donna umana a conoscenza dell’esistenza dei soucriants, e dentro di me sentivo il desiderio di scoprire dove vivesse. Rientrai per farmi la doccia, e dopo essermi nutrito a dovere mi incollai al computer navigando in rete alla ricerca di un indizio su Danielle Herrera. Digitando il suo nome, comparve sullo schermo del pc la copertina di un libro intitolato “Soucriants – Demoni dei Caraibi” scritto proprio da Danielle cinque anni prima. Aprii il sito letterario che commentava il libro, un vero e proprio saggio sulla storia dei soucriants, e lessi le informazioni riguardanti Danielle. Scoprii così che aveva vissuto prima nel Vermont e poi nel Delaware, che aveva studiato giurisprudenza e scienze politiche, per poi frequentare un corso triennale di criminologia e infine aveva scelto di entrare nel corpo di polizia come agente di stato. La sua residenza fissa era in Virginia, ma il lavoro la portava spesso a trasferirsi da un dipartimento all’altro. Il libro che aveva scritto e pubblicato non aveva riscosso molto successo, ma Danielle era una poliziotta, non una scrittrice, e la sua specializzazione in criminologia la vedeva coinvolta in molti casi risolti di killer seriali americani. Rimasi stupefatto, e immaginai che il clamore che avvolgeva i delitti del killer della notte le fosse giunto alle orecchie. Forse avrebbe lasciato lo stato della Virginia per volare a Miami e tentare di risolvere il caso insieme agli agenti locali. Doveva essere sufficientemente scaltra da aver già capito che il killer era un soucriant, e mi chiesi come avrebbe contribuito ad aiutare i poliziotti di Miami nella caccia all’assassino sapendo che doveva essere un uomo contagiato dal veleno di un soucriant proprio come lo era stato suo fratello Matías. Spensi il computer e mi sdraiai sul letto, chiedendomi se avrei avuto l’occasione di conoscere Danielle Herrera nei giorni a venire. Mi sarebbe

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piaciuto parlarle di me, raccontarle la mia incredibile storia, renderla partecipe dei miei segretissimi 2o0 anni vissuti come pacifico soucriant. L’idea mi stuzzicava moltissimo, ma Danielle era una poliziotta in gamba con un passato segnato nel profondo. Forse incontrarla non era una buona idea, doveva odiare profondamente i soucriants, e quindi costituiva un grosso pericolo per la mia incolumità. Non volevo certo rischiare di perdere la testa per mano sua.

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Capitolo 3 Erano trascorsi due giorni dall’ultima serie di delitti del killer soucriant, era Giovedì sera e avevo appena iniziato il mio turno lavorativo notturno che mi avrebbe tenuto sveglio fino all’alba. Il reparto di chirurgia era in fermento come al solito, le sale operatorie tutte occupate, il personale ospedaliero si dava da fare a pieno ritmo. A me toccava il solito giro di visite di controllo, una routine che svolgevo da anni con piacere, scambiando quattro parole con i pazienti ancora svegli, confortando chi era stato operato da poco e soffriva, instillando speranza in coloro che versavano in gravi condizioni, e rassicurando i malati in attesa di finire sotto i ferri. Il mio lavoro mi piaceva, ero un infermiere e il mio compito era quello di assicurarmi che tutti i degenti stessero bene e fossero accuditi con amore. Avevo appena lasciato la stanza di una ragazzina dodicenne operata d’urgenza alla pendice quando sentii del trambusto provenire dalle porte d’ingresso del reparto. Sbirciai nel salone principale e vidi due paramedici dell’ambulanza spingere di corsa una barella sulla quale giaceva una donna bionda sulla trentina con il volto e il corpo insanguinati. “Largo! Fate largo!”, gridò uno dei paramedici inforcando il corridoio a gran velocità per raggiungere la sala di terapia intensiva. Il dottor Casey Soliman e la dottoressa Michelle Bomer si precipitarono a ridosso della barella e valutarono rapidamente la situazione. “È gravissima! Ha perso troppo sangue!” “Dobbiamo tentare di salvarla, non possiamo permettere che muoia! Presto, portate subito delle sacche di sangue!” Incuriosito da tutta quell’agitazione, mi voltai verso le porte d’entrata e vidi in piedi a pochi passi da me tre agenti della polizia in divisa, due uomini e una donna.

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“Cos’è successo?”, chiesi, avvicinandomi al trio. L’agente dai capelli folti e rossi mi guardò e disse: “Il killer della notte ha colpito di nuovo.” Era il terzo giorno, immaginavo che sarebbe successo. Il soucriant era andato a caccia per sfamarsi. “Quante vittime questa volta?” “Quattro. La quinta era la donna sulla barella.” Sorpreso, guardai i tre agenti. “Come è riuscita a salvarsi?” Fu l’agente donna a rispondermi, scostandosi dai colleghi e facendosi più vicina. Era alta, mora, i capelli raccolti in una fluente coda di cavallo, la carnagione scura, color caffellatte, gli occhi grandi dalle iridi quasi nere. Doveva essere portoricana, o forse venezuelana. Ed era stupenda, un gran pezzo di donna. Mi concentrai sulle sue parole, sopprimendo i miei desideri carnali. “La donna sulla barella si chiama Sandrine Anderson”, mi disse la poliziotta, fissandomi con sguardo fiero. “Il killer della notte l’ha assalita in un parcheggio residenziale qui vicino. L’ha ferita gravemente, ma lei ha reagito. Lo ha colpito con il tacco a spillo della sua scarpa infilzandogli un occhio, ed è riuscita a fuggire trascinandosi fino ad una stazione di servizio di benzina. Il proprietario ha subito chiamato il 911 e noi siamo accorsi sul posto assieme all’ambulanza.” “È la prima vittima che riesce a sfuggire al killer, spero che i miei colleghi riescano a tenerla in vita, da quanto ho visto e sentito è in pessime condizioni.” La donna si guardò alle spalle, dove i suoi due colleghi maschi stavano parlando con un gruppo di infermiere curiose, e mi afferrò per un braccio trascinandomi verso il corridoio. “Qual è esattamente il suo ruolo in questo ospedale?”, mi domandò, sussurrando.

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“Sono infermiere di primo grado. Perché?” “Lei ha accesso alla sala di rianimazione?” “Certamente.” “Allora mi ascolti con molta attenzione. Sandrine Anderson non deve sopravvivere. Potrà sembrarle assurdo, ma quella donna non ha alcuna speranza di tornare a condurre una vita normale, anzi, se dovesse cavarsela rappresenterebbe un grave pericolo per tutti.” Sorpreso dalle parole della donna, abbassai istintivamente lo sguardo sul suo petto e lessi il suo nome nella targhetta applicata sopra il taschino sinistro della sua divisa blu scura: Danielle Herrera. Sussultai sul posto mentre mi rendevo contro che stavo parlando proprio con la donna che desideravo incontrare di persona, e lei mi guardò stranita, leggendo a sua volta il mio nome stampato sul cartellino trasparente appuntato alla casacca del mio camice verde. “Mi ascolti bene, infermiere Blake Reed. Lei non è al corrente degli sviluppi delle indagini della polizia su questo caso, non sa con che genere di assassino abbiamo a che fare e quindi deve eseguire i miei ordini.” “Aspetti un attimo, agente Danielle Herrera. Si rende conto di ciò che mi ha appena chiesto? Togliere la vita ad una paziente è un grave crimine e lei dovrebbe saperlo molto meglio di me.” “Ma quella donna in realtà è già morta. Lei non ha idea di che genere di mostro sia il killer della notte, lei non sa nulla di ciò che abbiamo scoperto sul suo conto.” “Forse intende dire ciò che solamente lei sospetta del killer della notte”, le sussurrai, avvicinando il mio viso al suo. “Conosco la sua storia, agente Herrera, so tutto sul suo passato, specialmente quello che le è capitato quando viveva sull’Isola di Trinidad.”

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Nell’udire le mie parole, il suo sguardo si raggelò, e senza troppi complimenti mi afferrò nuovamente per un braccio e mi spinse dentro la stanza di riposo che in quel momento era fortunatamente vuota. “Come fai a conoscere il mio passato?”, mi domandò con tono aggressivo, passando a darmi del tu tralasciando le formalità. “Mi sono documentato privatamente.” “Per quale motivo?” “Pura curiosità di scoprire chi eri, Danielle.” “Nessuno sa che sto collaborando con la polizia di Miami su questo caso, perché hai svolto delle ricerche su di me?” Mi strinsi nelle spalle e confessai: “Ho avuto modo di visitare l’Isola di Trinidad, sono stato a Port of Spain il tempo sufficiente per conoscere le leggende sui demoni degli antichi villaggi. Qui dentro non posso dirlo a nessuno, ma sospetto che il killer della notte sia uno di quei demoni che voi caraibici chiamate soucriants. Cercando omicidi simili a quelli che stanno accadendo qui a Miami è saltato fuori un articolo di giornale che riportava il massacro della tua famiglia ad opera di tuo fratello Matías, un duplice delitto inspiegabile dal quale solo tu ti sei salvata. Hai ucciso tuo fratello perché sapevi che in realtà era un soucriant. E ora, sai benissimo che questo serial killer è egli stesso un soucriant, per questo sei qui e stai aiutando la polizia locale. Ma non puoi rivelare a nessuno i tuoi sospetti perché non ti crederebbero.” Danielle rimase in silenzio per un lungo momento, fissandomi intensamente, quindi mi disse: “Detesto chi scava nel mio passato. È una cosa che mi fa uscire dai gangheri. Ma tu non sei come gli altri, sai fin troppe cose… Credi davvero nell’esistenza dei soucriants?” “Ci credo eccome. Ne ho visto uno personalmente.”

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Danielle sbatté le palpebre ripetutamente. “Quando è successo?” “Questo non ha importanza. So che esistono e so cosa fanno agli umani. Mi hai chiesto di porre fine alla vita di Sandrine Anderson perché il killer non ha risucchiato tutto il suo sangue e ora lei è stata infettata, non è più la stessa persona, è diventata un soucriant come il suo aggressore.” “Accidenti… Sei un tipo sveglio, Blake Reed. Hai capito cosa voglio che tu faccia per me?” “Certamente. Vuoi che metta fine alla sua vita per eliminare il soucriant che vive dentro di lei.” “Pensi di poterlo fare?” “Va contro la mia etica professionale. Io salvo le persone, non le uccido a sangue freddo. Ma quella donna, se anche sopravvivesse, sarebbe destinata ad una vita infernale. Meglio evitare che ciò accada.” “Mi stai dicendo che mi aiuterai?” “Farò tutto il possibile, se la donna non morirà da sola per dissanguamento.” “Quando pensi di poterlo fare?” “Appena lei rimarrà da sola nel reparto di rianimazione. Questa notte, se sarò fortunato.” “Dovrà sembrare una morte naturale.” “Non preoccuparti, so cosa devo fare.” “Nessuno dovrà saperlo. Sarà un nostro segreto, come questa conversazione.” “I tuoi colleghi mi hanno visto parlare con te, poco fa.” “E allora? Mi hai chiesto delle informazioni, nulla di più.” “Ti conviene tornare da loro, se non vuoi insospettirli.” “Posso fidarmi di te?” “Ciecamente. Vattene via ora, farò ciò che mi hai chiesto.” Danielle mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “Non credere di non rivedermi più. Tu ed io abbiamo molte cose di cui parlare. Voglio sapere tutto di te, Blake.”

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Ricambiai il suo sguardo con un’occhiata profonda. “Non cercare informazioni sul mio conto nel database del dipartimento di polizia della città. Non troverai nulla di interessante.” “Chi diavolo sei? Un immigrato clandestino?” “Non posso dirti chi sono, non adesso, non qui.” “Hai ragione, non è il momento giusto né il posto più adatto. Ci rivedremo prestissimo, Blake Reed. E allora vuoterai il sacco raccontandomi personalmente ogni tuo segreto.” Mi scoccò un’occhiata di sfida, poi aprì la porta della stanza e scivolò fuori con il passo felpato di un felino. “Caspita, che donna! Mi sono cacciato in un bel guaio”, mi dissi, attendendo qualche minuto prima di uscire a mia volta nel corridoio del reparto chirurgico. Diedi una rapida occhiata all’ingresso e vidi Danielle andarsene via al seguito degli altri due agenti maschi. Dovevo mantenere la promessa che le avevo appena fatto. Ma per farlo, avrei dovuto aspettare che la situazione si calmasse, perciò ripresi a lavorare attendendo di poter accedere tranquillamente alla sala di rianimazione. *** Erano le 2:05 del mattino. Sandrine Anderson giaceva sul letto in coma farmacologico e le sue condizioni erano molto critiche. Aveva perso moltissimo sangue e le trasfusioni che le erano state somministrate non erano state sufficienti a farle riprendere i sensi. Era stata intubata, segno che i suoi polmoni erano collassati, e il suo battito cardiaco era debolissimo. I dottori le avevano medicato e fasciato le ferite sul collo, ma il killer della notte era riuscito a trasformarla in un soucriant tale e quale a lui, priva di umanità, più demone che umana. La

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guardai, consapevole che non sarei dovuto essere lì dentro, ma intenzionato a porre fine alla sua vita prima che il demone che dormiva dentro di lei si risvegliasse e la trasformasse in un mostro affamato di sangue umano. Dovevo agire in fretta per non essere scoperto, perciò presi la siringa ipodermica che avevo infilato nella tasca dei pantaloni poco prima e levai il cappuccio. Mi avvicinai all’asta della fleboclisi e afferrai tra due dita il tubicino della soluzione salina. Tirai indietro lo stantuffo della siringa vuota aspirando l’aria, poi piantai la punta dell’ago sottilissimo nel morbido tubicino e spinsi dentro tutta l’aria contenuta nella siringa. Osservai le grosse bolle d’aria scendere giù lungo il tubicino fino a raggiungere l’ago piantato nel braccio della donna, entrando in circolo nel suo flusso sanguigno. Rimisi il cappuccio alla siringa e la nascosi nella tasca, quindi mi accostai alla porta della sala, pronto a scappare via. Com’era prevedibile, l’aria che avevo iniettato nella flebo raggiunse il cuore e subito scattò l’allarme del codice rosso. Me ne andai di corsa, certo che i medici non sarebbero stati in grado di rianimare Sandrine Anderson, e raggiunsi la stanza di un paziente appena uscito dalla sala operatoria fingendo di controllare la sua cartella clinica. Udii lo scalpiccio dei medici che accorrevano in soccorso di Sandrine Anderson per salvarla, li sentii alzare la voce parlando in modo concitato mentre la sottoponevano alle scariche elettriche per riportare indietro la sua vita ormai irrecuperabile. Una sola bolla d’aria poteva causare la morte, figuriamoci un’intera siringa. Non mi sentii in colpa per ciò che avevo appena fatto, perché di Sandrine Anderson era rimasto solo l’involucro di carne ed ossa, mentre la sua anima era stata annientata dallo spirito malvagio del soucriant entrato in lei subito dopo essere stata morsa dal killer della notte. Non avevo compiuto un crimine, avevo solo

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eliminato un demone dalla faccia della terra. Deposi la cartella del paziente che riposava beatamente dopo un intervento ricostruttivo al ginocchio e mi affacciai sul corridoio. “Cos’è successo?, chiesi alla dottoressa Yvonne McCabe. “La donna che si è salvata dall’assalto del killer della notte è appena deceduta. Il suo cuore ha ceduto, purtroppo non ce l’ha fatta.” “Poveretta. Mi dispiace”, mentii con credibile facilità. “La polizia non sarà affatto contenta. Sperava che la donna riprendesse conoscenza per fornire un identikit del killer.” “Certo, lo immagino. Ma sapevano che le sue condizioni erano criticissime.” “Già. Immaginavo che non avrebbe superato la notte.” Osservai i dottori che ritornavano nella sala comune con il passo stanco e le facce meste, e tirai un sospiro di sollievo. Danielle Herrera sarebbe stata soddisfatta del favore che le avevo fatto. Sarebbe piombata in ospedale non appena avesse appreso la notizia della morte di Sandrine Anderson. L’idea mi eccitava, perché era una donna sexy e affascinante, ma non potevo non sentirmi inquieto. Mi avrebbe sottoposto a un vero e proprio terzo grado. Come avrei fatto a proteggere il mio segreto? Mentendo spudoratamente? Era una donna astuta, avrebbe capito che la stavo raggirando. Se non fossi riuscito a nasconderle la mia natura metà umana e metà soucriant, come avrebbe reagito Danielle scoprendo la verità? Aveva ucciso suo fratello, sangue del suo sangue, io per lei non ero nessuno e non contavo nulla. Accidenti, mi ero proprio messo nei guai, e non avevo via di scampo. A meno che… Non fossi riuscito a sedurla con il mio fascino irresistibile… Ero abilissimo nel sedurre le donne, anche le più toste cadevano ai miei piedi dopo un paio di baci ardenti e alcune carezze piazzate nei punti giusti… Ma sì, potevo

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farcela anche con lei, era un osso duro ma io sapevo essere molto convincente. Dopo una notte di sesso focoso e appagante, forse Danielle non avrebbe avuto il coraggio di ammazzarmi. Almeno cosĂŹ speravo.

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Capitolo 4 Il telefono della reception del reparto di chirurgia stava squillando. Annalise Wesley, l’impiegata dell’accettazione, sollevò la cornetta con calma e rispose alla chiamata. “Jackson Memorial Hospital, posso esserle utile?” Dopo aver ascoltato la voce che parlava dall’altra parte della cornetta, Annalise commentò: “Certamente, signorina Herrera. È proprio qui davanti a me, glielo passo subito.” Nell’udire il cognome di Danielle, sollevai la testa dalle cartellette mediche che stavo esaminando in un angolo del bancone e Annalise mi allungò il telefono. “È per te, Blake. L’agente Danielle Herrera vuole parlarti.” Strano che mi avesse telefonato anziché presentarsi lì in reparto esigendo di vedere il cadavere di Sandrine Anderson. Afferrai la cornetta e dissi: “Buongiorno agente Herrera. A cosa devo il piacere di questa chiamata?” “Volevo congratularmi con te per essere riuscito a portare a termine con successo il compito che ti ho affidato ieri sera. Ti ringrazio per quanto hai fatto, so bene che va contro la tua etica professionale, ma era necessario farlo.” “Sì, concordo pienamente.” “Bene, mi fa piacere che siamo dello stesso parere. Un paio di miei colleghi sono appena partiti dal dipartimento per raggiungere l’ospedale e chiedere spiegazioni sul decesso di Sandrine Anderson. Saranno lì a momenti. L’autopsia è già stata eseguita?” “Credo sia in corso. Ma la causa del decesso è ovvia, il cuore della donna è collassato, ha perso troppo sangue.” “Ovviamente sappiamo entrambi che non è affatto vero. Vorrei vederti in privato, se ben ricordi abbiamo lasciato una conversazione in sospeso.”

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“Il mio turno finisce tra dieci minuti.” “Perfetto. Io sono già in pausa. Vediamoci da “Shooters”, ci beviamo una birra e parliamo un po’ senza che nessuno ci ascolti.” “Sono astemio, non bevo nulla di alcolico. Accetto comunque l’invito. Devo solo finire il mio giro di visite, poi sarò libero.” “Allora ti aspetto al pub. A tra poco.” Ascoltai il “click” della telefonata che veniva interrotta e passai ad Annalise la cornetta del telefono. “Hai fatto una nuova conquista, Blake?” Sorrisi ad Annalise e sospirai. “Nessuna donna resiste al mio fascino, lo sai.” Annalise scosse il capo divertita e tornò al suo lavoro. Raccolte le mie cartellette, mi avviai lungo il corridoio e iniziai a prepararmi mentalmente per l’incontro con Danielle Herrera. Mi sentivo come un agnellino che stava per finire tra le fauci del lupo. Cavoli, avrei dovuto fare attenzione a non tradire il mio segreto sviando le domande che Danielle aveva di certo in serbo per me. Dieci minuti dopo, al termine del mio turno lavorativo, mi levai la divisa da infermiere e lasciai l’ospedale in jeans, maglietta e giubbino in pelle. “Shooters” era un pub molto tranquillo e intimo, il luogo ideale per parlare di argomenti privati e scottanti, e distava appena cinque minuti di macchina. Quando parcheggiai la mia Chevrolet sul marciapiedi di fronte all’entrata del pub ero agitato come mai prima di allora, perché era la prima volta che avevo a che fare con una donna che conosceva i soucriants e li voleva tutti morti. Spinsi l’ingresso vetrato mettendo piede nel pub e mi guardai attorno alla ricerca di Danielle. La vidi quasi subito, seduta ad un tavolino nell’angolo più appartato del locale, con i capelli bruni sciolti sulle spalle, una giacca di jeans, maglietta e pantaloni aderenti. Senza

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la divisa blu da poliziotta era ancora più bella, una tentazione irresistibile. La raggiunsi al tavolino e lei mi sorrise appena mi vide. “Blake Reed, sembri un’altra persona senza la tenuta da infermiere. Sei molto sexy.” “Grazie. Me lo dicono tutte, dalle infermiere alle dottoresse. Sono molto richiesto come amante notturno.” “Non mi stupisce affatto. Capelli biondi incolti, occhi azzurri maliziosi, faccia da ragazzaccio ribelle… Sei l’emblema dell’uomo che conquista.” “Posso dire la stessa cosa di te, Danielle. Senza divisa sembri una sensuale pantera. Complimenti per la tua bellezza.” Mi sedetti di fronte a lei e Danielle mi scoccò un’occhiata intensa e ammiccante. “Bevi qualcosa di analcolico?”, mi domandò, sollevando un braccio per richiamare l’attenzione del barman. “No, sono a posto. Ho preso un caffè alla fine del mio turno”, le mentii, coprendo la mia impossibilità di bere altri liquidi diversi dal sangue. “Io mi faccio una bionda irlandese, mi rilassa i nervi.” Il barman doveva conoscere Danielle molto bene perché le portò la sua birra senza che lei glielo avesse chiesto. Evidentemente “Shooters” era un ritrovo quotidiano per gli agenti fuori servizio come lo era lei in quel momento. Danielle ringraziò Charlie, l’aitante barman, e si concentrò su di me. “Allora, dimmi. Come ti sei occupato di Sandrine Anderson? Hai usato qualche sostanza non rintracciabile negli esami tossicologici?” “No. È bastata un po’ d’aria iniettata nella fleboclisi.” “Giusto, un metodo infallibile che non lascia alcuna traccia. Mi dispiace di averti chiesto questo favore.”

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“Non preoccuparti, quella povera donna ha smesso di essere se stessa nel momento stesso in cui il killer della notte l’ha prosciugata del suo sangue. Ho ucciso il demone che si era impossessato del suo corpo, non la vera Sandrine.” “I medici non hanno sospettato nulla?” “Niente di niente. Dubitavano che potesse superare la notte.” “Meglio così, non voglio farti passare dei guai.” Bevve un sorso della sua birra irlandese, poi posò gli occhi quasi neri nei miei. “Non ho resistito all’impulso di cercare informazioni sul tuo conto nel database del dipartimento”, confessò con aria colpevole. “Ero curiosa di scoprire chi sei ma non ho trovato granché. Nessun certificato di nascita, niente assicurazione sanitaria, solo un documento d’identità che ha tutta l’aria di essere falso, così come la patente di guida. Come mi spieghi tutte queste cose?” “Non c’è molto da spiegare. Non posso dirti nulla.” “Perché non puoi? Sei per caso un agente della CIA sotto copertura?” “No.” “Sei una spia russa? Fai parte del KGB?” “No.” “Okay. Sei un membro dei Servizi Segreti inglesi?” “No.” “Un detective privato che si occupa dei cosiddetti X-files?” “No.” “E chi cavolo sei, posso saperlo?” Fui divertito nel vederla spazientirsi. Era una donna abituata ad ottenere sempre delle risposte esaustive. “Spiacente, Danielle. La mia identità deve rimanere segreta. Accontentati di sapere che mi chiamo Blake Reed.”

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“Sono una criminologa, una poliziotta, non posso fidarmi di te se non so chi sei. Potresti essere un delinquente per quanto io ne sappia. Magari sei proprio tu il killer della notte.” Sorrisi, e mi appoggiai al tavolino con i gomiti. “Sono pulito. Devi credermi. Puoi fidarti di me”, la rassicurai, sperando che lei mi credesse. Danielle bevve un altro sorso di birra e quando depose il bicchiere giocherellò con il bordo passandoci sopra un dito. “Dammi un buon motivo per fidarmi di te, uno qualunque, ma che sia valido.” “Ti sei già fidata di me. Ieri sera. Non mi conoscevi, eppure mi hai affidato un compito scomodo e illegale. E io l’ho portato a termine senza deluderti. Non ti basta come prova della mia lealtà?” Danielle capì che non le avrei rivelato un bel niente sulla mia identità segreta e decise di fidarsi ugualmente, credendo che fossi una sorta di 007 incorruttibile e onesto. “Hai detto che sei stato sull’Isola di Trinidad, se non sbaglio. Ci sei stato davvero?” “Sì, per due giorni. A Port of Spain.” “Perché ci sei andato?” “Motivi personali.” “E chi ti ha parlato dei soucriants?” “Un uomo di colore di nome Quan. Mi ha raccontato cosa sono i soucriants, come agiscono e come si uccidono.” “E tu gli hai creduto?” “Le leggende hanno tutte un fondo di verità. Gli ho creduto sulla parola. E poi sui fatti. Ho visto con i miei occhi un soucriant. Era una donna. Tanto bella quando diabolica. Ho assistito alla sua decapitazione.” “Quindi non pensi che sia solo un’antica leggenda indigena.”

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“No, non lo è. I soucriants esistono davvero.” “Mio fratello era diventato un di loro.” “Lo so, e mi dispiace molto per quanto è accaduto a te e alla tua famiglia.” “All’epoca nessuno ha voluto credermi. Mi hanno presa per una pazza invasata. Per poco non finivo in manicomio.” “Cos’è capitato a Matías?” “Vuoi dire com’è diventato un soucriant… In realtà non lo so. Aveva solo 17 anni, era uno studente modello, un ragazzo sportivo… Un giorno è tornato a casa dopo la scuola e non sembrava nemmeno lui. I suoi occhi erano inespressivi, i suoi gesti stranamente lenti, e dalla sua gola non è uscita una sola parola per l’intero pomeriggio. I miei genitori lavoravano in un’azienda agricola, tornavano a casa tutte le sere dopo il tramonto, stanchissimi, pranzavamo insieme e poi filavamo tutti a letto. Quel giorno non ho detto nulla sullo strano comportamento di mio fratello, ho pensato che non stesse bene, o che avesse litigato con i suoi amici. Mai mi sarei aspettata quello che è successo a notte fonda. Mi hanno svegliata di colpo le grida dei miei genitori e sono balzata giù dal letto. In casa c’era un silenzio irreale, tanto che ho creduto di aver fatto un incubo. Ma quando sono salita al piano di sopra, Matías mi è venuto incontro tutto insanguinato, con la bocca aperta, ringhiando come un cane rabbioso, e poi ho visto le sue mani, le unghie dei pollici acuminate… Ho capito subito che non era mio fratello, e sono fuggita via, uscendo in cortile, per nascondermi nella rimessa degli attrezzi da giardino. Ho afferrato l’ascia da legna di mio padre e ho atteso che Matías venisse a cercarmi. Conoscevo bene la leggenda dei soucriants, i miei nonni me l’avevano raccontata centinaia di volta da bambina. Sapevo che Matías non era più mio fratello, che dentro il suo corpo

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c’era un demone, e quando è entrato nella rimessa… Ho chiuso gli occhi e ho virato un colpo d’ascia in aria… Gli ho mozzato la testa di netto. È stato uno shock tremendo. Ho faticato molto a riprendermi, ero traumatizzata. Alla fine ho superato il senso di colpa che provavo e ho deciso che non volevo più vivere a Trinidad. E così sono arrivata qui, in America, e ho iniziato una nuova vita. Credevo di essermi lasciata alle spalle i soucriants per sempre, e invece adesso è spuntato dal nulla questo killer che senza dubbio è un soucriant.” “E tu non puoi confidarti con i tuoi colleghi.” “Vuoi scherzare? Non mi crederebbero mai se esponessi loro la mia teoria sull’identità del killer. Anzi, penserebbero che sono impazzita di nuovo e mi caccerebbero via dal corpo di polizia senza troppi complimenti.” “Puoi parlarne con me. Io non ho dubbi sulla natura del killer, so benissimo che è un soucriant.” “L’hai capito subito?” “Fin dalle prime tre vittime.” “E che idea ti sei fatto di lui?” Fui felice di poter finalmente esporre a qualcuno le mie teorie sull’assassino che stava terrorizzando Miami. “Non è un medico invischiato nel mercato nero del sangue, e neppure un addetto all’imbalsamazione delle pompe funebri. Sono due piste sbagliate, ma il corpo di polizia le segue perché non sa che il killer in realtà è un succhiasangue. Lo sappiamo solo noi due. Potrebbe essere chiunque, ma di certo è stato contagiato sull’Isola di Trinidad, forse durante una vacanza, o un viaggio di lavoro. Dubito che sia un demone, a mio parere è ancora per metà umano. Sa benissimo ciò che fa, attacca solo quando nessuno può vederlo, lo fa per nutrirsi, ha fame, e ogni tre giorni va a caccia di prede. Sceglie le donne perché

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sono più deboli, non oppongono troppa resistenza. Se fosse un demone agirebbe in modo diverso, colpendo a caso, tutti i giorni.” Danielle annuì in segno di assenso. “La penso esattamente come te. Non è un demone, si comporta come un umano, è freddo e calcolatore. Come ti spieghi il fatto che le donne uccise hanno tutte il gruppo sanguigno RH+?” Era un bel dilemma, ma nel corso degli ultimi giorni avevo formulato una mia personale teoria e la esposi a Danielle. “Ci ho riflettuto parecchio… All’inizio non capivo perché tutte le vittime avessero lo stesso gruppo sanguigno, ma poi ho provato a dare un senso alla cosa, e sono giunto alla conclusione che forse il killer sta tentando di ritornare umano. Crede di essere stato morso e di aver contratto una malattia inspiegabile che gli fa desiderare di nutrirsi di sangue, così aggredisce solo le donne con il gruppo RH+ nella convinzione che assumendo quel tipo di sangue possa guarire dalla malattia che lo rende debole e affamato. Si ciba del suo stesso gruppo sanguigno, come fosse un antidoto per scacciare l’infezione che crede di avere in corpo.” Danielle mi sorrise compiaciuta. “Accidenti, mi sorprendi molto, Blake. Non ti ho nemmeno detto che sul tacco della scarpa di Sandrine Anderson abbiamo trovato il sangue del killer, che guarda caso è proprio del gruppo RH+. Come hai capito da solo che si nutre del suo stesso sangue?” “Ho avuto un’intuizione. Mi è sembrata l’unica spiegazione sensata del suo comportamento selettivo.” “Bè, hai fatto centro. Sei davvero acuto e intelligente.” Incassai il complimento con un’alzatina di spalle. Danielle finì la sua birra e riprese a parlare.

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“Purtroppo questo caso è davvero un rompicapo per il dipartimento della polizia di Miami. Il guaio maggiore è che il killer non lascia nessuna traccia che possa condurci a lui, nessun indizio che ci dica chi è e dove si nasconde. Abbiamo una lista infinita di sospettati che sono tutti innocenti, compresi una decina di uomini con un occhio bendato che sono stati operati alla cataratta o hanno una semplice congiuntivite. Le indagini sono a un punto fermo, e lui nel frattempo non smette di colpire. Fra due giorni andrà a caccia di nuovo e noi non sapremo dove cercarlo. Pattugliare l’intera città di notte finora non ci è servito a nulla, lui ce la fa sotto il naso ogni volta.” “Se sapeste chi è sarebbe tutto più facile… Possibile che non abbia lasciato proprio nulla sui corpi delle vittime?” Danielle scosse la testa e i suoi capelli bruni ondeggiarono attorno al suo bel viso. “Abbiamo confrontato gli effetti personali di tutte le donne uccise finora ma non abbiamo trovato nessun oggetto strano o particolare che le accomuni. In centrale abbiamo una scatola piena di bracciali, anelli, orecchini, orologi da polso, catenine d’oro con crocifissi, e nient’altro che possa farci risalire all’identità del killer.” “Aspetta un secondo… Hai detto che avevano tutte delle catenine d’oro con crocifissi al collo?”, chiesi, colpito da un’improvvisa intuizione. “Sì, ma che c’è di strano? Tutti i cristiani cattolici portano un crocifisso al collo, è un oggetto comunissimo.” “Vero. Lo porto io e ne indossi uno anche tu. Ma Sandrine Anderson non aveva nessuna catenina d’oro con crocifisso quando è arrivata in ospedale.” “E con questo? Cosa vorresti insinuare?”, domandò Danielle, spostando da un lato del tavolino il suo bicchiere vuoto. “Forse non era una cattolica credente.”

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“E se invece fosse proprio la catenina d’oro con il crocifisso l’oggetto che il killer lascia sulle sue vittime dopo che le ha uccise? Sandrine Anderson è fuggita via da lui, non gli ha lasciato il tempo di ammazzarla e di infilarle la catenina al collo, per questo non la indossava.” Danielle assunse un’espressione dubbiosa. “Non lo so, mi sembra un’ipotesi senza fondamento. Perché mai un soucriant dovrebbe lasciare sulle sue vittime un oggetto simile?” Riflettei in silenzio per una manciata di secondi, quindi dissi: “Perché forse è un prete.” Danielle sgranò gli occhi. “Un prete?!” Le spiegai le ragioni della mia improvvisa deduzione. “Certo, un prete. Uccide perché ha fame e perché spera di guarire, ma l’omicidio va contro il suo credo religioso, è un peccato mortale, un gesto abominevole per un uomo di chiesa, quindi dopo che ha finito di nutrirsi con il sangue delle sue vittime si sente in colpa e viene colto dal rimorso, per questo motivo lascia su di loro una catenina con un crocifisso, è come un gesto di benedizione nei loro confronti, un modo per ringraziarle del loro sacrificio. È solo una mia ipotesi formulata in questo preciso momento, ma se ci pensi bene ha un suo senso logico. Il killer potrebbe essere un prete missionario tornato da un viaggio a Trinidad. L’unico luogo dove può essere stato aggredito da un soucriant.” Danielle batté il palmo di una mano sul tavolino facendo vibrare il bicchiere. “Porca miseria, tu sei un genio! Nella cittadina rurale di Matelot c’è un’opera missionaria cattolica che si prende cura da anni dei poveri del luogo. Suore e preti statunitensi si alternano ogni due o tre mesi per portare

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denaro e vestiario agli abitanti più indigenti. Potrebbe essere davvero un prete che è stato mandato in missione a Matelot!” Le sorrisi, aggiungendo un particolare importante. “Un prete cattolico con un occhio accecato da un tacco a spillo. Non dovrebbe essere troppo difficile trovarlo. Se fossi un poliziotto perquisirei tutte le chiese di Miami sperando che il killer abbia ancora il coraggio di mettere piede nella sacra casa di Dio.” “Hai ragione, il dipartimento di Miami deve battere subito questa pista e cercare di scovare un prete con un occhio bendato. E mentre le pattuglie perquisiscono le chiese, io e il mio collega Mark Webster possiamo scoprire la lista dei preti che hanno soggiornato a Trinidad negli ultimi mesi. Salterà fuori il nome del killer della notte, ne sono certa.” “Lo spero bene. Ha già ucciso troppe donne, quell’uomo deve essere fermato prima che gli torni la fame ed esca allo scoperto per cacciare.” Danielle allungò una mano poggiandola sul mio braccio e il suo contatto mi fece battere forte il cuore. “Blake, mi sei stato di enorme aiuto, ti devo un favore. Come posso sdebitarmi?” Mi schiarii la gola con un colpetto di tosse e sfoderai il migliore dei miei sorrisi seducenti. “Bè, sei una donna splendida, non mi dispiacerebbe affatto rotolarmi con te fra le lenzuola di un letto. Sarebbe un bel modo per rendermi il favore, non credi?” Danielle sollevò un sopracciglio con aria sorpresa e tolse la mano dal mio braccio. “Mi hai appena lanciato una proposta indecente?” “Perdonami, sono un seduttore incallito. Una notte di sesso ti farebbe bene, distende i nervi molto meglio di una birra e il tuo livello di stress deve essere altissimo in questo periodo.”

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“Santo cielo, Blake. Ci siamo appena conosciuti, non so praticamente nulla del tuo passato e presente, sei l’uomo del mistero. Non posso credere che tu mi abbia appena chiesto di fare sesso con te. Per chi mi hai presa?” “Sono stato troppo sfacciato, scusami. Sono abituato alle infermiere che mi trascinano negli spogliatoi dell’ospedale, non puoi immaginare quanto siano focose e sessualmente insaziabili. Non sono ragazze facili, hanno solo capito che il sesso allevia lo stress e fa bene all’umore.” Lei scosse la testa divertita. “Scommetto che tu le soddisfi tutte quante.” Le feci l’occhiolino, e ammisi: “Certamente. Ti sembro il tipo che si tira indietro di fronte ad una donna nuda che smania di essere stesa su una brandina? Se lo facessi sarei un rammollito, e ti garantisco che il sesso è la mia specialità dopo le iniezioni e i prelievi sanguigni.” Danielle scoppiò a ridere divertita e si alzò in piedi gettando sul tavolino una banconota da cinque dollari per la birra. “Sei davvero un uomo affascinante, lo ammetto. Ma io non sono focosa come le tue colleghe ospedaliere, e in questo momento la mia mente è concentrata sul killer della notte, perciò temo di dover rifiutare la tua proposta. Mi dispiace, Blake, questa volta ti è andata male.” “Che peccato”, osservai, alzandomi in piedi a mia volta. “Non sai cosa ti perdi, Danielle.” Lei mi fissò negli occhi imbarazzata, ed io ne approfittai per sfiorarle i capelli con le dita di una mano. “Se cambi idea, vieni pure a trovarmi in ospedale, in qualunque momento, e troverò una brandina libera sulla quale farti stendere.” Lei si scostò da me di un passo. “Smettila di provarci, Blake, ti ho detto che non mi va.”

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Sollevai le mani in segno di resa e sospirai. “Va bene, ho capito, argomento chiuso. Corri al dipartimento dai tuoi colleghi. C’è un prete mezzo cieco che attende di essere stanato dal suo nascondiglio.” Danielle mi sorrise annuendo. “Grazie per la dritta che mi hai fornito. Ti terrò informato sugli sviluppi delle indagini.” “Ci conto. Se hai bisogno di me, sai dove trovarmi. Per qualunque tipo di richiesta. Sono sempre disponibile.” “Oh, Blake… Sei proprio irrecuperabile.” Non riuscii a fare a meno di lanciarle un’occhiata maliziosa e Danielle mi assestò un finto pugno nello stomaco. “Non scordare che mi devi un favore. Anzi, due. Uno per il lavoretto sporco della notte scorsa e un altro per la dritta sul prete che ti ho appena dato.” Lei mi fece il segno dell’okay con le dita di una mano. “Prometto che troverò un modo per ripagarti. Ora però devo proprio andare… Ci vediamo, Blake. Buona giornata.” “A presto, bellissima donna caraibica.” Danielle mi salutò con un cenno della mano, quindi si avviò alla porta del pub ancheggiando sinuosamente con i fianchi sodi e rotondi fasciati dai pantaloni di jeans aderenti e se ne andò via lasciandomi a bocca asciutta.

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Capitolo 5 Trascorsi l’intera giornata pensando a Danielle che mi aveva rifilato un due di picche senza pietà, ferendo il mio orgoglio maschile e assestando un duro colpo alla mia certezza di essere tanto affascinante da riuscire a far cadere ai miei piedi qualunque tipo di donna, anche la più tosta. Approfittai della mattinata libera per andare a correre al parco e poi mi chiusi in palestra per un paio d’ore sollevando pesi e tirando di boxe. Nel pomeriggio, dopo essermi nutrito a dovere, mi preparai per il rientro all’ospedale, e lavorai senza sosta fino a mezzanotte, prendendomi cura di un nuovo gruppo di pazienti ricoverati in mattinata. Staccai il turno salutando i miei colleghi di reparto e una volta a casa mi concessi una doccia rigenerante. Ero appena uscito dal box e mi stavo asciugando quando sentii suonare il campanello della porta d’ingresso. Poteva essere Danielle?... Mi avvolsi un asciugamano attorno ai fianchi e andai ad aprire a torso nudo e con i capelli ancora umidi. Quando spalancai la porta, Danielle Herrera era lì sulla soglia, vestita come al mattino, con i capelli sciolti sulle spalle. “Ciao Blake”, mi salutò sorridendomi. “Scusami se non ti ho avvisato che stavo per venire da te. Per caso ti ho colto in un momento sbagliato?” “Oh, no… Ho appena finito di farmi la doccia, questa notte non sono di turno.” “Allora non ti dispiace se entro nel tuo appartamento.” “Certo che no, accomodati.” Danielle scivolò dentro casa e io richiusi la porta. Il lupo era entrato nella tana dell’agnello, una situazione altamente pericolosa che avrei dovuto gestire con molta attenzione.

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“Come hai scoperto che abito in questo palazzo?”, le domandai, mentre lei rimaneva in piedi tra il soggiorno e la cucina guardandosi attorno. “Ho chiamato all’ospedale. Una certa Annalise mi ha dato il tuo indirizzo.” “E a cosa è dovuta questa tua visita improvvisa?” Danielle mi guardò dalla testa ai piedi con i suoi occhi scuri impenetrabili e mi sentii sottoposto ad una sorta di esame accurato. Pensai che stesse contando il numero dei miei sixpack tonificati dalla palestra. “Complimenti per il fisico. Vedo che ti piace prenderti cura di te stesso… Sei una notevole distrazione, potresti infilarti qualcosa addosso?” “Stavo per farlo, ma sei arrivata tu. Aspettami qui, mi vesto e torno subito.” Sgattaiolai in camera, gettai via l’asciugamano, indossai boxer, jeans, e una maglietta, e mi pettinai i capelli con le dita delle mani, quindi rimisi piede in soggiorno. “Hai una birra?”, mi domandò Danielle. “No, mi dispiace. Il mio frigorifero è vuoto, e anche i cassetti. Scusami, sono abituato a mangiare alla mensa dell’ospedale, e questo appartamento mi serve solo per dormire e rilassarmi.” “Capisco, la vita ospedaliera è piuttosto dura. Non importa per la birra, avevo solo bisogno di un po’ d’alcool per sciogliermi i nervi… Che giornata stressante!” “Raccontami, ci sono stati sviluppi sul caso?” “Sì. Sono venuta qui apposta per dirti tutto quello che io e i miei colleghi abbiamo scoperto.” “Benissimo. Sediamoci sul divano, voglio sentire cos’è emerso dalle nuove indagini.” Danielle si accomodò sul morbido divanetto a tre posti in ecopelle nera del mio salotto e presi posto accanto a lei. “Dunque? Cos’avete scoperto?”

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Danielle era in preda all’emozione, sembrava avesse vinto la lotteria nazionale. Iniziò a parlare a raffica, mettendomi al corrente di tutto. “Questa mattina, dopo che ci siamo salutati da “Shooters”, sono rientrata in centrale e ho subito esposto ai miei colleghi la tua teoria sull’identità del killer della notte. Ovviamente non ho potuto dire che l’intuizione è venuta a te, perdonami se ho raccontato a tutti che è stato il frutto di un mio ragionamento, ma non potevo coinvolgerti ammettendo che sto indagando privatamente. Ad ogni modo, i miei colleghi sono stati d’accordo sull’ipotesi che il killer possa essere un prete, e anche la storia della collanina con il crocifisso li ha convinti che possa trattarsi di una prova che collega tutte le vittime e riporta alla figura di un uomo di chiesa. Ci siamo subito mobilitati, e il dipartimento ha inviato i nostri migliori agenti a sondare il terreno nelle sette chiese disseminate nella città di Miami. Nel frattempo, io e il mio collega Mark abbiamo svolto una ricerca su Matelot e sull’opera religiosa che esercita il proprio lavoro missionario in quella cittadina povera di Trinidad. Il susseguirsi di suore e preti che si sono dati il cambio negli ultimi mesi è stato piuttosto intenso, ma gli ultimi quattro preti che sono partiti a Febbraio per raggiungere Matelot e poi sono rientrati in Florida agli inizi di Maggio sono Padre Gilbert Ross, Padre Ishmael Jenkins, Padre Joshua Fisher, e Padre Elias Miller. Abbiamo subito escluso i primi due nomi della lista perché provengono da Tampa e lavorano in due chiese di quella città, quindi non possono essere l’uomo che stiamo cercando. Siamo andati a interrogare Padre Joshua Fisher, il terzo nome della lista, che lavora nella chiesta di Saint Patrick, e il giovane prete ci ha accolto con molta cordialità, rispondendo alle nostre domande e dandoci subito l’impressione di essere totalmente estraneo agli

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omicidi che stanno accadendo. Lo abbiamo scartato dalla lista dei sospetti e ci siamo recati a Miami Springs, presso la chiesa di Saint Dominic, con l’intenzione di parlare con Padre Elias Miller. Purtroppo lui non c’era e al suo posto ci ha accolto una suora, Sorella Beth Allen. Appena le abbiamo chiesto dove si trovasse Padre Elias Miller, l’anziana suora ci ha rivelato che il prete non ha rimesso piede in chiesa dopo il suo rientro dal viaggio a Trinidad, anzi, è scomparso da una settimana, e né lei né il vice parroco Padre Ralph Smith lo hanno più rivisto! La suora ci è sembrata molto preoccupata e ci ha fatti entrare nell’appartamento di Padre Elias Miller affinché potessimo perquisire le sue stanze. E indovina cos’abbiamo trovato? Prima di tutto, un sacchetto di velluto pieno zeppo di catenine con crocifissi d’oro identiche a quelle ritrovate sui corpi delle donne assassinate, e poi il breviario del prete con all’interno un foglio di carta sul quale erano scritti i nomi delle donne assassinate! È una vera e propria lista, l’ho fotografata per fartela vedere.” Danielle estrasse il cellulare dalla tasca interna della giacca di jeans e mi mostrò la lista fotografata. Oltre ai nomi delle donne già assassinate, otto in tutto, accanto ad essi era riportato il loro gruppo sanguigno RH+. “Incredibile! Ha stilato una vera e propria lista in base al gruppo sanguigno delle vittime! Questa è la prova che è proprio lui il killer della notte, assieme alle collanine d’oro che avete trovato!” “E non è finita qui. Guarda, questo è il retro della lista.” “Ci sono altri cinque nomi di donne! Sono le prossime vittime che intende assassinare!” “Esattamente. Non c’è alcun dubbio che Padre Elias Miller sia il killer della notte, questa lista e le catenine d’oro sono due prove schiaccianti che lo inchiodano. Mi chiedo solo come abbia fatto a stilare la lista in base al gruppo

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sanguigno. È possibile che abbia riconosciuto il loro tipo di sangue toccandole o stando vicino a loro?” “Non ha avuto bisogno di toccarle, gli è bastato respirare l’odore emanato dai loro corpi. L’olfatto dei soucriants è molto sviluppato, riescono a sentire il profumo del sangue e a distinguerne il gruppo sanguigno. Sono sicuro che Padre Elias Miller è ritornato nella sua chiesa almeno una volta, probabilmente nel giorno di Sabato, quando i fedeli vanno a confessarsi, e mentre ascoltava i loro peccati all’interno del confessionale in realtà fiutava il profumo del loro sangue e stilava la sua lista.” “Questo significa che conosceva molto bene le sue vittime, e che loro avevo fiducia in lui perché era il loro Padre confessore. La prima donna assassinata lo ha fatto salire nel suo appartamento, e lui l’ha uccisa proprio in casa, dove abbiamo ritrovato il suo cadavere. E tutte le altre donne non hanno avuto timore di lui perché era il prete della loro chiesa, si fidavano di lui, per questo non hanno opposto resistenza ai suoi attacchi.” “Proprio così. Sandrine Anderson è stata la sola donna della lista in grado di capire che Padre Elias Miller voleva farle del male, ma ha reagito troppo tardi e lui l’ha trasformata in un soucriant.” Danielle annuì con un cenno del capo e riprese a parlare. “Dopo che abbiamo trovato le collanine e il breviario con la lista, io e Mark ci siamo fatti dare una fotografia del prete da Sorella Beth Allen, e una volta rientrati in centrale abbiamo fatto diramare l’immagine del killer della notte a tutte le auto di pattuglia. Questo è il nostro uomo, Padre Elias Miller.” Guardai la foto del prete sul display del cellulare di Danielle. Era un uomo di circa quarant’anni con i capelli castani un po’ lunghi e leggermente brizzolati sulle tempie,

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gli occhi nocciola pacifici, un filo di barba a contornargli il viso paffuto. “Ha la classica faccia di un uomo di chiesa per bene che non ucciderebbe neppure un insetto”, commentai. “Un uomo di cui potersi fidare ciecamente.” “Già, proprio come tutti i serial killer. Persone dall’aspetto insospettabile. E la tonaca da prete lo ha reso ancora più affidabile.” Sospirai, e guardai Danielle negli occhi. “Come si muoverà il dipartimento adesso che ha l’identikit completo di quest’uomo?” “Per prima cosa abbiamo fatto mettere al sicuro le cinque donne della lista che non sono ancora state uccise, in modo che non possa far loro del male. Le auto di pattuglia sono in ricognizione e tutti gli agenti mobilitati. Sappiamo per certo che Padre Elias Miller colpirà domani notte, il terzo giorno dopo l’ultima serie di delitti, quindi quando uscirà allo scoperto gli agenti saranno appostati nei luoghi dove egli pensa di trovare le sue vittime, ovvero una caffetteria, una fioreria con numerose serre, un negozio di abiti da sposa, l’ufficio postale, e una panetteria. Non sappiamo con quale ordine andrà a cercare le donne scritte sulla lista, perciò l’allerta sarà ai massimi livelli in tutti e cinque i posti dove lavorano le donne messe al sicuro.” “In pratica sarà impossibile non prenderlo. In un luogo o nell’altro, si troverà circondato dalla polizia e non potrà fuggire da nessuna parte.” Danielle si rimise in tasca il cellulare e il suo improvviso silenzio mi incuriosì. “Non mi sembri entusiasta del fatto che stai per catturare il killer della notte. O mi sbaglio?” Lei si strinse nelle spalle. “Sono felice di aver scoperto che faccia ha, ma mi chiedo cosa accadrà nel momento in cui verrà accerchiato dagli

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agenti. Nessuno di loro sa che non è un uomo, solo tu ed io sappiamo che è un soucriant. Se tentasse di scappare, gli agenti apriranno il fuoco su di lui, ma i proiettili riusciranno ad ucciderlo? Non è interamente umano, è per metà demone. Cosa succederà se i colpi d’arma da fuoco uccideranno l’uomo ma non lo spirito malvagio che c’è dentro di lui? Potremmo riuscire a stroncare la vita di Padre Elias Miller, ma se lo spirito del soucriant uscisse dal suo corpo e una volta libero prendesse possesso di un’altra persona?” “Hai ragione, il demone soucriant muore solo quando è dentro il corpo del suo ospite e gli viene decapitata la testa.” “Appunto. Io non voglio che sia ucciso dagli agenti, voglio che muoia come tutti i soucriants, decapitato.” Rabbrividii senza darlo a vedere, consapevole di avere di fronte a me una donna impavida che non avrebbe esitato ad uccidermi se avesse scoperto che ero per metà soucriant. “Fammi capire… Come vorresti evitare che Padre Elias Miller venga abbattuto dagli agenti del dipartimento?” “Non posso certo raccontare loro che non è del tutto umano, lo sai benissimo. Se sapessimo dove si nasconde, potremmo acciuffarlo prima di domani notte e ucciderlo come va fatto.” “Potremmo?... Intendi dire tu ed io?” “E chi altro, scusa?! Solo noi due sappiamo cos’è in realtà.” “Quindi vorresti che ti aiutassi a trovarlo e a falciargli la testa prima di domani notte?” “Lo faresti?... Blake, mi aiuteresti?” La guardai pensieroso. Non avevo mai ucciso nessun essere umano nei miei 200 anni di vita da soucriant, non ero pronto a tagliare la testa di un prete impossessato da un demone succhiasangue. Danielle aveva già ucciso suo

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fratello, avrei lasciato volentieri a lei il compito di porre fine al prete, anche a costo di sembrare poco macho. “Danielle, posso aiutarti a trovarlo, questo sì. Ma per la decapitazione, scusa tanto ma non sarò io ad eseguirla.” Lei mi lanciò un’occhiataccia. “Vuoi lasciare a me il compito di tagliargli la testa?!” “L’hai già fatto una volta.” “E con questo?! Sono rimasta traumatizzata da ciò che ho fatto a mio fratello, anche se non era più Matías. Non ho intenzione di rivivere quell’esperienza.” “E io non sono un boia medievale che decapita le persone a sangue freddo.” “Allora non è affatto vero che vuoi aiutarmi, lo dicevi tanto per dire.” “Non è così, Danielle. Ho solo specificato che non me la sento di falciargli la testa.” “Ma che razza di uomo sei? Ti facevo più coraggioso, Blake Reed. Sei una vera delusione.” “Mi dispiace che pensi questo di me. Ma sono fatto così, non uccido le persone, sono un uomo perbene.” “Quel prete non è una persona, è un soucriant.” “Solo per metà. Resta comunque un uomo di chiesa, e io non ho intenzione di versare il sangue di un discepolo di Dio, poco importa se ha avuto la sfortuna di essere morso da un soucriant.” “E va bene, allora lo farò io.” “Dici sul serio? Non sarà troppo traumatico per te?” “Voglio quell’uomo decapitato, e se tu non hai le palle per farlo dovrò arrangiarmi da sola.” “Okay. Lo farai tu. Però resta il fatto che non sappiamo dove trovarlo. Tu hai per caso qualche idea su dove possa essersi rifugiato?” Danielle si passò le mani tra i capelli e sospirò.

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“No, Blake. Non riesco ad immaginare in quale luogo possa nascondersi. Potrebbe essere ovunque.” “Aspetta un secondo, proviamo a ragionare insieme. Abbiamo a che fare con un uomo spaventato, che non sa di essere posseduto da un demone, un uomo che ogni tre giorni deve assassinare delle donne per placare la sua fame e nutrirsi di sangue. È un prete, non ha familiari dai quali rifugiarsi, e non entra più in chiesa da una settimana. Però ritorna nel suo appartamento per prendere le catenine e il suo breviario con la lista delle vittime. E probabilmente lo fa pochi minuti prima di recarsi da loro.” “Mi stai suggerendo che dovremmo intrufolarci nel suo appartamento e coglierlo sul fatto mentre rientra per prendere gli oggetti che gli abbiamo sottratto?” “Non mi viene in mente altro. Potrebbe nascondersi in troppi posti lontani dal centro città, l’unica speranza che abbiamo per acciuffarlo è tendergli una trappola fuori o dentro il suo appartamento. Lui non sa che le catenine e il breviario gli sono stati portati via dalla polizia, quindi domani notte andrà di certo a riprenderseli.” “Il suo appartamento è adiacente alla chiesa, vi si accede anche dalla sacrestia senza dover forzare la serratura esterna dell’ingresso.” “Allora penso che dovremmo appostarci in casa sua verso sera e ucciderlo appena rientra.” “Mi vengono i brividi solo all’idea.” “Danielle, non hai altra scelta. Se non agiamo in questo modo, dovrai lasciarlo nelle mani dei tiratori scelti del dipartimento.” “No, lo uccideranno, e lo spirito del demone soucriant potrebbe liberarsi dal suo corpo e infilarsi dentro chiunque altra persona. Io voglio essere certa che il soucriant che si è impossessato di lui muoia davvero. Entreremo nel suo appartamento e lo aspetteremo lì per eliminarlo.”

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“Sicura? Nessun ripensamento?” “Non ho altra scelta, l’hai detto tu stesso.” “Bene. Ce l’hai una lama affilata?” “No, non possiedo un’ascia.” “Una roncola da falciatura è meno pesante e facilmente maneggiabile. Quando sono stato a Port of Spain, la donna soucriant che ho visto è stata uccisa con una roncola affilata. Puoi acquistarla da Wallmart nel reparto degli utensili da giardinaggio.” “Certo… Una roncola… Una piccola falce arcuata.” Danielle sbiancò in viso di fronte a me in pochi secondi e temetti che stesse per svenire. “Hey, ti senti bene?” Lei deglutì a vuoto e si appoggiò allo schienale del divano. “No. Ho bisogno di un bicchiere di vodka. Mi sento male.” Mi avvicinai a lei e le scostai i capelli dal viso. “Danielle, stai tranquilla. È solo un improvviso calo di pressione dovuto allo stress. Respira profondamente, ti passerà subito.” Lei mi appoggiò una mano sul braccio e cercò il mio sguardo mentre inspirava a fondo rilassandosi e lentamente riprendeva colore in viso. “Va un po’ meglio adesso?” “Sì… Forse hai ragione tu… Sono troppo stressata.” “Questo caso ti ha logorato i nervi. Hai bisogno di staccare la spina per un po’ e non pensare a nulla.” Lei mi fissò intensamente, senza proferire parola, e la sua mano mi accarezzò il braccio tastandone la consistenza. “La tua proposta sessuale di questa mattina è ancora valida?” La sua domanda mi lasciò spiazzato e impiegai una manciata di secondi per rispondere. “Vuoi rotolarti con me sul letto e alleviare lo stress con una sana dose di sesso senza impegno?”

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Lei mi sorrise. “Sei un bell’uomo, Blake. Io non sono una donna facile, ma in questo momento desidero solo essere stretta tra le tue braccia. Non voglio pensare a ciò che mi aspetta domani. Pensi di riuscire a distrarmi e farmi sentire meglio almeno per questa notte?” “Se è questo che vuoi…” “Credo di sì, Blake.” Mai mi sarei aspettato che Danielle cambiasse idea sulla mia proposta di divertirci insieme facendo sesso, specialmente dopo il suo netto rifiuto iniziale di quella stessa mattina. Ma evidentemente ora sentiva il bisogno di sgombrare la mente dai cattivi pensieri che la turbavano e il sesso era il modo migliore per dimenticare tutto e perdersi in un altro genere di emozioni ben diverse dalla tensione e dalla paura. “Danielle, ti garantisco che ti farò sentire benissimo. Ci so fare sotto le lenzuola, ho un’esperienza consolidata da anni di incontri roventi con donne di ogni tipo.” “Davvero?... Dimostramelo, Blake.” Non attesi un secondo di più. Le mie braccia avvolsero il busto di Danielle e lei mi cinse le spalle mentre la sollevavo dal divano prendendola in braccio. La portai in camera da letto e la deposi sul materasso, poi la spogliai e infine la baciai. E il resto… Caspita, fu un’esperienza sublime!

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Capitolo 6 Era sorto il sole. I suoi raggi gialli entravano dalle fessure delle tende e tagliavano a strisce le lenzuola spiegazzate del mio letto. Mi ero svegliato da cinque minuti e osservavo Danielle che dormiva beata sul soffice cuscino con il corpo seminudo disteso su un fianco. Era una visione incantevole, ogni centimetro della sua pelle color caffellatte era perfetto, e il suo corpo dalle gambe lunghe e affusolate, i fianchi generosi, il ventre piatto e i seni rotondi e sodi della giusta misura la rendevano eccitante solo a guardarla. Averla lì nel mio letto mi pareva un sogno. E il ricordo della notte di fuoco che avevamo consumato insieme era vivido e splendido. Che donna! Una vera pantera, audace e graffiante, mai stanca di me e del mio corpo. Avevamo fatto sesso una prima volta con estrema dolcezza, poi una seconda volta con irruente passione. Ci eravamo appisolarti per un’ora, forse due, quindi l’avevo svegliata a suon di baci e ci eravamo fusi insieme per la terza volta con intensa sensualità. La quarta volta era stata fantastica, Danielle aveva preso il comando facendo di me il suo oggetto di puro piacere fisico, lasciandomi stremato. Ma alla quinta volta ero stato io a stupirla regalandole tre orgasmi consecutivi e l’espressione felice di una donna appagata. Ora, mentre dormiva profondamente, sembrava un angelo, ma dentro era tutta un fuoco. Una donna come lei era una perla rara, aveva carattere ed era forte, oltre che bella da togliere il fiato. Peccato che la notte fosse finita, mi ero divertito troppo. La mia sveglia digitale segnava le 6:30 del mattino ed era stata la fame a svegliarmi così presto. Con tutte le energie bruciate facendo sesso con Danielle, il mio fisico aveva bisogno di essere ricaricato, e questo significava scendere dal letto senza svegliare Danielle e assaltare il mio

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frigorifero pieno di sacche di sangue sottratte regolarmente dalle scorte dell’ospedale. Il mio stomaco brontolava, avevo bisogno di nutrirmi subito. Scivolai fuori dalle lenzuola senza fare rumore, raccolsi da terra i miei boxer e li infilai strada facendo. Nella cucina in penombra, aprii lo sportello del frigorifero e agguantai quattro sacche di sangue. Con la mia colazione stretta tra le dita delle mani mi rifugiai in bagno e chiusi la porta a chiave. Succhiai il contenuto delle prime due sacche avidamente, senza gustare il sapore del sangue, giusto per placare i brontolii del mio stomaco. Mi sentii subito meglio e bevvi la terza e la quarta sacca più lentamente, assaporando la dolcezza del nettare rosso che per me era fonte di vita eterna e di giovinezza. Rifocillato per bene e di nuovo pieno di energia vitale sufficiente per coprire l’intera giornata, sgusciai fuori dal bagno e gettai le sacche vuote nel bidone della spazzatura, chiudendo il sacco di plastica per precauzione e nascondendolo sotto il lavello. Ritornai in bagno per lavarmi i denti, radermi la barba e farmi una doccia veloce. Quando rimisi piede in camera da letto, infilai i jeans e la maglietta della sera prima e pensai che Danielle avrebbe avuto fame al suo risveglio. Essendo una poliziotta, di sicuro era abituata a bere un bicchierone di caffè al volo, ma io volevo prepararle una vera colazione, perciò uscii dal mio appartamento e bussai alla porta di fronte, dove abitava la signora Pamela Montgomery. Quando comparve sulla porta in ciabatte, vestaglia e bigodini in testa, le chiesi se poteva prestarmi delle uova e un po’ di pancetta. “Notte brava, infermiere Reed?”, mi domandò, intuendo che non fossi da solo. “In effetti sì, e il mio frigorifero è vuoto.” “Non si preoccupi, ci penso io.”

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Dopo cinque minuti di attesa tornò sull’ingresso con una confezione di uova fresche, un pezzo di pancetta incartata, un cartone di latte e due ciambelle ricoperte di glassa al cioccolato. “Ecco qui. Può bastare per lei e per la sua amica?” “Certo che sì. La ringrazio di cuore signora Montgomery, lei è un vero angelo, davvero gentilissima. Per caso le serve qualche medicina? Posso portargliela dall’ospedale senza bisogno di ricetta medica.” “Oh, mi farebbe un grande favore. Ho finito le pillole di Valium, senza di quelle non riesco a dormire.” “D’accordo. Avrà le sue pillole entro mezzogiorno.” “Grazie, infermiere Reed. Buona giornata.” “Anche a lei. E grazie ancora per la colazione.” Rientrai in casa e mi misi subito ai fornelli, preparando due uova in camicia con striscioline di pancetta rosolate nel loro stesso grasso. L’odore del cibo, che io non potevo mangiare per ovvi motivi, non mi piaceva granché, ma stavo cucinando la colazione per Danielle e potevo sopportare quel piccolo fastidio. Quando tutto fu pronto, presi un piatto da un cassetto e vi disposi sopra le uova e la pancetta, lo posai sul tavolo e riempii un bicchiere di latte. A quel punto entrai in camera da letto, aprii le tende lasciando entrare la luce del giorno e il calore del sole nella stanza e Danielle si risvegliò dal suo sonno stiracchiandosi le braccia oltre la testa. “Sveglia, pigrona! È mattina, io devo andare in ospedale e tu devi rientrare al dipartimento.” “Blake, sei già sveglio?” “Sì. Da un bel pezzo. Il mio turno inizia tra mezz’ora.” “Oh, santo cielo… Anche il mio turno inizia tra poco.” “Allora ti conviene scendere dal mio letto e andare subito in cucina. Ti ho preparato la colazione.” “Davvero? Ieri sera hai detto che non hai nulla in casa.”

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“Vero. Ma la mia vicina mi ha prestato del cibo in cambio di un paio di scatole di Valium.” “Hai cucinato per me?” “Sì. Uova in camicia e pancetta rosolata. Con latte fresco e due ciambelle al cioccolato.” “Uhm… Una vera colazione… Grazie Blake, sei un tesoro.” Scese dal letto completamente nuda e mi cinse il collo per baciarmi, cosa che mi rese alquanto felice. “Questa notte sei stato meraviglioso. Non facevo del buon sesso da quattro, forse cinque anni. Mi hai fatta sentire davvero bene. Te ne sono grata, Blake.” “Ho soddisfatto le tue pretese?” “Assolutamente sì. Sei un ottimo amante.” “Un voto da uno a dieci?” “Undici. Hai risvegliato in me sensazioni profonde, mi hai fatta sentire amata come nessuno ha mai fatto prima.” “Ne sono felice. Sei fantastica Danielle, una vera pantera tra le lenzuola. Mi hai graffiato la schiena, lo sai?” “Oh, scusami… Mi sono fatta prendere dalla passione.” “Me ne sono accorto.” “Okay. Ora basta con i complimenti reciproci. Ho fame, e non voglio che la colazione si freddi.” “Giusto. Corri a mangiare.” “E tu? Non mangi?” “Già fatto. Vado di fretta.” Danielle si rivestì mentre io la guardavo ammirato, poi si aggrappò al mio braccio e si lasciò condurre in cucina. “Uova e pancetta, che delizia! Sono schiava del caffè da quando lavoro come criminologa.” “Siediti e mangia. Io rassetto la camera da letto.” Mentre Danielle si gustava la sua colazione, cambiai le lenzuola stropicciate del letto stendendone un paio di pulite sul materasso, spiumacciai i cuscini e lasciai entrare nella stanza l’aria primaverile profumata di fiori. Quando

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tornai in cucina, Danielle aveva spazzolato il piatto e stava terminando il suo bicchierone di latte. Prese le ciambelle dal tavolo e si alzò in piedi. “Devo andare, è tardissimo.” Mi baciò di nuovo, e mi accarezzò la patta dei jeans con il palmo di una mano, facendomi salire la pressione. “Grazie mille per la notte meravigliosa e per la colazione squisita.” “Prego. È stato un piacere indescrivibile fare sesso con te.” “Che adulatore che sei… Ti chiamo più tardi all’ospedale. Dobbiamo accordarci per questa sera.” “Certo. Vai pure, poliziotta.” “Ciao, stallone. A più tardi.” Danielle aprì la porta del mio appartamento sorridendomi maliziosamente prima di addentare una delle due ciambelle e correre giù per le scale seguita dal mio sguardo ammaliato. Rientrai in casa con la consapevolezza che Danielle era una splendida donna umana mortale ed io un mezzo soucriant immortale. Avevamo trascorso una notte indimenticabile, ma una relazione stabile tra di noi era una vera e propria utopia. Quel pensiero mi rese stranamente triste, forse perché per la prima volta nella mia vita avevo incontrato una donna che mi piaceva davvero e che avrei voluto amare e fare mia per sempre. Ma quando il caso del killer della notte si sarebbe concluso, non avrei esitato neppure un secondo a dirle addio. Non potevo permettermi di innamorarmi di nessuna donna umana, era una regola ferrea che seguivo con fermezza e rigore da ben due secoli. *** Come promesso, Danielle mi chiamò in reparto nel pomeriggio mentre stavo medicando la sutura di un uomo

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operato all’anca e Annalise la mise in attesa per consentirmi di finire il mio lavoro. Due minuti dopo, sollevai la cornetta del telefono appoggiata sul bancone dell’accettazione e Annalise premette il pulsate di ripresa della chiamata. “Danielle? Sono in linea.” “Puoi parlare liberamente?” Lanciai un’occhiata ad Annalise, impegnata a conversare con l’infermiera caposala Judith Kane. “Sì, vai tranquilla, dimmi tutto.” “Qui al dipartimento c’è una tensione incredibile, gli agenti sono tutti già pronti per gli appostamenti di questa notte.” “Sei andata da Wallmart?” “Ci so andando adesso, sono in macchina.” “Hai capito cosa devi prendere?” “Certo, so benissimo com’è fatta una roncola. Prenderò la più affilata che ci sia.” “Okay. Quando finisce il tuo turno?” “Alle 6:00. Ma il capo del dipartimento mi rivuole in centrale per le 9:00. Non so ancora che cavolo di scusa mi inventerò per giustificare il mio mancato rientro.” “Una bugia vale l’altra, avrai tempo di pensarci dopo che avremo sistemato Padre Elias Miller. Il mio turno finisce alle 11:00, ma troverò il modo di uscire dall’ospedale prima di quell’ora. Dovremo entrare nell’appartamento del prete prima che faccia buio.” “Perfetto. Allora ti aspetterò in macchina nel piazzale antistante la chiesta di Saint Dominic.” “Va bene, ti raggiungerò lì verso le 8:30.” “Hai pensato a come agiremo?” “Aspettarlo fuori dal suo appartamento è rischioso, potrebbe avvertire la nostra presenza e fuggire via. Dovremo entrare in casa sua, passeremo dalla sacrestia, e attenderemo il suo arrivo nascosti nella stanza dove tu e

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Mark avete trovato il breviario e le collanine. Quando entrerà in casa, io lo colpirò in piena faccia con un destro per stordirlo e poi lo terrò bloccato a terra, così tu potrai mettere fine alla sua esistenza.” “Spero di riuscirci, Blake. Il trauma che ho subito a vent’anni potrebbe bloccarmi proprio nel momento decisivo.” “Manterrai il sangue freddo. Quel mostro ha ucciso otto donne senza pietà, perché tu dovresti provarne per lui?” “Hai ragione. Agirò senza pensare che prima di diventare un soucriant era un uomo di chiesa. Ce la farò, non sono più una ragazzina, sono una poliziotta adesso.” “Brava, tira fuori gli attributi che non hai. Biologicamente parlando intendo dire, perché caratterialmente sei dotata di un paio di palle invidiabili.” Danielle rise aldilà della cornetta e ci salutammo con la promessa di ritrovarci nel piazzale della chiesa. Ripresi a lavorare concentrandomi sui pazienti, e quando si fecero le 8:00 dissi al mio collega infermiere David Sharp che dovevo staccare prima per un impegno personale urgente e gli chiesi di sostituirmi fino alla fine del mio turno. “Prendo il tuo posto volentieri, ho bisogno di fare un po’ di straordinari. Mia moglie aspetta il quarto figlio, fra sette mesi avrò una bocca in più da sfamare.” “Congratulazioni David, questa volta sarà un maschio.” “Lo spero! Tre femminucce sono più che sufficienti.” Mi cambiai in fretta nello spogliatoio e lasciai l’ospedale salendo in macchina e sfidando il traffico del centro città per arrivare a Miami Springs in perfetto orario. Entrando nel parcheggio della chiesa di Saint Dominic vidi la Camaro rossa di Danielle posteggiata in un angolo e parcheggiai la mia Chevrolet blu nel posto auto accanto al suo. Danielle scese dall’auto con i capelli legati a coda di

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cavallo e un giubbino nero sopra i jeans, e appena fui di fronte a lei mi regalò un sorriso smagliante e mi abbracciò. “Che accoglienza… Ti sono mancato?” “Ammetto di aver pensato a te durante il giorno. E adesso che sei qui mi sento meno tesa. Tu mi infondi sicurezza, Blake. Anche se non so ancora nulla sul tuo conto.” “Sono l’uomo del mistero, ricordi? Ora però pensiamo al motivo per cui siamo qui. Sei pronta?” “Sì. Prendo la roncola dal bagagliaio.” Mentre Danielle apriva il retro dell’auto tirando fuori una borsa di plastica con la scritta Wallmart stampata sopra, mi guardai attorno per assicurarmi che non ci fosse nessuno. Il sole era tramontato da poco e le ombre azzurre della sera si allungavano sull’asfalto del piazzale. “Andiamo?”, mi chiese Danielle. “Certo, andiamo.” La presi per mano e insieme ci incamminammo verso l’entrata della chiesa moderna e colorata. Spinsi il portone d’ingresso in legno scolpito e infilai la testa nella fessura. La chiesa era deserta, illuminata solo dai ceri votivi e dalle candeline accese per i defunti ai lati dell’altare centrale. “Non c’è nessuno, campo libero”, dissi a Danielle, entrando in chiesa per primo. Lei mi seguì alle spalle e mi indicò il lato sinistro della chiesa. “La sacrestia è da questa parte, c’è una porta subito dopo i confessionali”, mi bisbigliò, indicandomi la via. Procedemmo con passo felpato superando i confessionali vuoti, e spinsi la porta della sacrestia entrandovi dentro seguito da Danielle. C’era una cappellina privata sulla destra, un corridoio al centro e una scala a sinistra. “Dobbiamo salire al piano di sopra. Questa scala porta dritta all’appartamento di Padre Elias Miller.” “Okay. Saliamo.” “Vado io prima di te, sono armata.”

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Osservai Danielle che mi precedeva con la sua pistola d’ordinanza stretta in una mano e la borsa di Wallmart infilata sottobraccio. Superata la prima rampa della scala, intravidi la porta dell’appartamento di Padre Elias Miller. Salimmo fino in cima e Danielle mi scoccò un’occhiata nella semi oscurità dell’ambiente. Misi una mano nella tasca del gubbino in pelle e tirai fuori un fil di ferro rigido abbastanza sottile da riuscire ad entrare nella serratura e dopo alcuni tentativi riuscii a far scattare il lucchetto di chiusura della porta. Danielle sembrò soddisfatta del mio comportamento da scassinatore e mi fece cenno di aprire la porta. Con cautela, la scostai dallo stipite e sbirciai all’interno con un occhio solo. L’appartamento era completamente buio, e sembrava non ci fosse nessuno al suo interno. Aprii la porta del tutto e Danielle s’infilò dentro con la pistola puntata in avanti, procedendo lentamente per controllare ogni stanza e assicurarsi che il prete non fosse in casa. Poi si avvicinò a me e sussurrò piano: “Blake, lui non c’è.” “Perfetto. Non è ancora arrivato. Dov’è la stanza dove teneva il breviario e le collanine d’oro?” “Da questa parte, seguimi.” Entrammo in una stanzetta che sembrava un ripostiglio, arredata con uno scrittoio in legno, un armadio, e una statua della Vergine Maria collocata in un angolo con un banchetto da preghiera posto davanti. “Dobbiamo aspettarlo qui”, mormorai a Danielle. “Verrà di certo a cercare il suo breviario e le collanine. Tu nasconditi dietro la porta e tieni pronta la roncola, io mi apposto dietro l’armadio per tenere sotto controllo il corridoio.” “Okay. Avvertimi se arriva.” Ci nascondemmo nel buio della stanzetta e rimanemmo in paziente attesa ascoltando il sospiro del silenzio. Il tempo

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scorreva lento, fin troppo lento, sembrava non passare mai. Nella parete della stanzetta, sopra la porta, c’era un orologio con le lancette fluorescenti. Trascorse un’ora senza che accadesse nulla, poi un’altra mezz’ora di calma piatta. Le lancette segnavano le 10:00 e il killer della notte non si era ancora fatto vivo. Cosa stava aspettando? Dove diavolo era finito?... La mia impazienza si protrasse fino alle 10:45, quando sentii il lieve cigolio della porta della sacrestia che si apriva e richiudeva. “Hai sentito?”, mi domandò Danielle in un sussurro. “Sì. Qualcuno è entrato nella sacrestia.” “Ci siamo, Blake! È senza dubbio Padre Elias Miller!” Ci azzittimmo entrambi, e sporsi la testa oltre l’armadio quel poco che bastava per poter sbirciare il corridoio. Sentii un fruscio di passi. Un paio di scarpe che stavano risalendo le scale. Aguzzai la vista e scorsi un’ombra scura che entrava nell’appartamento. Danielle tirò indietro il grilletto della sua pistola, pronta a sparare in caso di bisogno, e io mi preparai a saltare addosso all’uomo non appena fosse entrato nella stanzetta. L’ombra scura avanzò passo dopo passo, e lentamente si affacciò sulla soglia. Strinsi gli occhi per vedere meglio e quando meno me l’aspettavo, l’ombra nera accese una torcia illuminando l’ambiente e se stesso. Sussultai per la sorpresa e fissai incredulo l’uomo alto e ben piazzato dalla pelle scura come il cacao e la testa rasata. Sbigottito, uscii fuori dal mio nascondiglio dietro l’armadio e l’uomo mi puntò addosso la torcia con altrettanta sorpresa. “Quan?!”, esclamai, incredulo e confuso. “Blake Reed?!”, chiese lui di rimando. Ci fissammo a vicenda, immobili e in silenzio. Di fronte a me c’era l’uomo che nel 1914 mi aveva salvato la vita a Port of Spain. Era proprio Quan! Tale e quale a com’era

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all’epoca! Com’era possibile?! Era ancora vivo?! Dopo due secoli?! No potevo crederci, era assurdo! *** Danielle spuntò da dietro la porta puntando la pistola dritta in faccia a Quan e lui retrocedette di un passo. “Chi sei?!”, esclamò Danielle. “Rispondi o ti ammazzo!” “Calma! Giù la pistola!” “Io ti sparo un colpo in testa!” “Danielle, aspetta! Abbassa l’arma!”, le gridai, posando una mano sul suo braccio teso che impugnava la pistola. “Blake, chi diavolo è quest’uomo?” “È un amico, calmati.” “Un amico?! Non mi hai detto che un tuo amico ci avrebbe raggiunto qui. Cos’è questa storia?!” Quan s’intromise tra di noi zittendoci all’istante. “Ragazzi, smettetela! Abbassate subito la voce!” Danielle lo fissò in faccia con gli occhi sgranati, e io lo guardai pieno di domande senza risposta. “Quan, sei proprio tu?” “Certo che sono io, non mi riconosci?” “Non è possibile… Io ti credevo morto.” “E invece sono vivo e vegeto, Blake. Noto con piacere che non sei affatto cambiato dall’ultima volta che ti ho visto.” “Nemmeno tu, se è per questo. Come me lo spieghi?” “Usa la testa, Blake. Arrivaci da solo.” Mentre Danielle seguiva la nostra conversazione senza capire un bel niente, il mio sesto senso mi suggerì che il Quan che avevo di fronte era lo stesso Quan che mi aveva salvato sull’Isola di Trinidad due secoli prima. Era ancora vivo e per nulla invecchiato! Doveva avere 240 anni, ma ne dimostrava solo 40. Ero abbastanza intelligente da immaginare che anche lui, come me, era mezzo umano e

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mezzo soucriant. Ecco perché era stato in grado di spiegarmi tanto bene come vivere la mia vita da soucriant senza far del male agli esseri umani. Egli stesso era stato trasformato in un soucriant, e aveva imparato a convivere con la sua duplice natura, esattamente come me. “Quando è successo, Quan?”, gli domandai, sicuro che lui capisse il senso della mia domanda. “Avevo solo 15 anni, ero un ragazzino. Devo ciò che sono oggi a mio padre Themba, l’uomo più saggio di Trinidad. Mi ha insegnato tutto, e io l’ho insegnato a te molti anni dopo.” “Avresti dovuto dirmelo.” “Ho pensato che fosse irrilevante. Non immaginavo che un giorno ti avrei incontrato di nuovo.” “Neppure io pensavo di rivederti… Perché non sei a Trinidad? Cosa ci fai qui a Miami?” “Vado a caccia di soucriants, ovviamente. Non vivono più soltanto a Trinidad, proliferano ovunque. Il turismo è la causa della loro espansione. Non hai idea di quanti turisti vengono infettati ogni anno. Il mio compito è fare pulizia, sbarazzarmi di loro senza lasciare tracce.” “Per chi lavori? Per il governo?” Quan m’indirizzò un sorrisetto beffardo. “Sono l’agente di punta del DRS, Dipartimento Razze Sconosciute. È un progetto altamente top-secret. Nessuno sa che esiste eccetto il governo statunitense.” “Hai fatto carriera, complimenti.” “E tu? Sei diventato un piedipiatti?” “No, sono un infermiere ospedaliero.” “Un infermiere... Ma certo… Un lavoro perfetto per le tue esigenze, dico bene?” Mi fece l’occhiolino, come per dirmi che aveva capito che avevo scelto di lavorare in ospedale per avere accesso alla banca del sangue.

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Danielle s’intromise tra di noi ricordandoci il motivo per cui eravamo lì in quella stanza. “Scusatemi, potreste interrompere questa conversazione di cui non sto capendo un bel niente? Siamo nella tana di un serial killer che potrebbe arrivare da un momento all’altro, vogliamo ammazzarlo o farlo fuggire?” Quan si rivolse a Danielle puntandole addosso la torcia. “Bellezza, tu chi sei? Uno sbirro?” “Lavoro per la polizia di stato, sono una criminologa, e sto seguendo questo caso da giorni.” “Come ti chiami?” “Danielle Herrera. Vuoi vedere il mio distintivo?” “No, non mi serve. Ti conosco. Sei la ragazza di Trinidad che ha ucciso il proprio fratello a Maracas. Brutta storia, ma vedo che l’hai superata al meglio.” “Sono qui per porre fine alla vita di Padre Elias Miller. È un soucriant, voglio la sua testa.” “Davvero? Guarda caso mi è stato affidato lo stesso compito, con l’unica differenza che io non ho intenzione di decapitarlo. Bella mia, i tempi sono cambiati, c’è un altro modo per ammazzare i soucriants, più rapido e meno sporco.” “Cosa vuoi dire?” “Il DRS ha formulato un mix di sostanze letali in grado di distruggere il DNA di chi è stato infettato dal morso di un soucriant. È sufficiente una sola dose di questo antidoto per eliminare in pochi minuti il prete assassino. Non hai bisogno di decapitarlo, con l’antidoto il demone muore insieme alle cellule del corpo del suo ospite.” Quan mostrò a Danielle una lunga fiala di vetro contenente un liquido giallo, quindi la introdusse in una pistola con un grosso ago che usciva dalla canna. Premette il grilletto una volta e si udì il rumore della fiala che si

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spezzava all’interno della pistola, riversando il suo liquido letale nella cavità vuota della canna. “Ecco come si uccidono i soucriants nell’era moderna. Sono finiti i tempi delle roncole da falciatura e delle asce da legna, ora basta un’iniezione per farli fuori.” “Quindi sei qui per uccidere Padre Elias Miller?” “È la mia missione. Mi pagano per fare questo. Puoi mettere via la tua roncola, non ti servirà.” “E chi mi garantisce che il soucriant che ha preso possesso del corpo di Padre Elias Miller verrà ucciso da una pistola spara veleno?” “Non è certo il primo soucriant che muore grazie all’antidoto. Questo metodo è stato testato a lungo prima di essere utilizzato, e ti assicuro che i soucriants non sopravvivono.” Danielle sembrava dubbiosa, ma io no, mi fidavo di Quan, perciò le dissi: “Puoi credergli, Danielle. Quan è un uomo affidabile, è un esperto nel campo dei soucriants.” “Allora noi due siano del tutto inutili.” “Penso che dovremmo lasciare che sia Quan ad occuparsi di Padre Elias Miller.” “Ne sei convinto, Blake?” “Decisamente sì. Il nostro piano è da buttare via.” Danielle si arrese all’evidenza dei fatti e mise via la pistola. Poi guardò la roncola e scosse la testa. “Questa non mi serve più, vero?” Quan sorrise divertito. “È un bell’attrezzo. Puoi potarci le siepi.” Danielle rimise la roncola nella busta di plastica di Wallmart e mi guardò smarrita. “Cosa facciamo adesso? Ce ne andiamo via?” “Credo sia meglio. Quan sistemerà Padre Elias Miller da solo. Noi saremmo solo un intralcio alla sua missione.”

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Quan guardò Danielle e poi me. “Potete andarvene entrambi. Io aspetterò qui il prete e gli farò una bella sorpresa. L’antidoto lo ucciderà in pochissimi secondi, e il demone soucriant che vive in lui non avrà il tempo di uscire dal suo corpo. Morirà insieme a lui, ve lo assicuro. Dopo che il prete sarà deceduto, appenderò il suo cadavere al lampadario di questa stanza. La polizia penserà che si sia suicidato in preda al rimorso per i delitti commessi, e il caso del killer della notte verrà chiuso in pochi giorni.” “Non ti conosco, Quan, ma il mio fiuto mi dice che sai più cose di quante non ne sappia io. Svolgi bene il tuo lavoro, ti raccomando solo questo.” “Sarà fatto, giovane piedipiatti. Promesso.” Danielle trasse un profondo sospiro. “Immagino che dovrò fingere di non sapere nulla di tutta questa storia e che non dovrò mai menzionare il tuo nome o quello del DRS. Giusto?” Quan annuì silenziosamente, facendole capire che avrebbe dovuto tenere la bocca chiusa. Lei mi prese per un braccio. “Andiamo via, Blake. Non siamo mai stati qui. E questa conversazione non è mai avvenuta.” Annuii con la testa e mi rivolsi a Quan. “È stato bello rivederti dopo così tanto tempo.” “Lo è stato anche per me. In quale ospedale lavori?” “Jackson Memorial Hospital. Reparto di chirurgia.” “Passerò a trovarti prima di lasciare Miami. Giusto per parlare dei vecchi tempi e scoprire cos’hai combinato nel corso della tua vita.” “D’accordo, Quan. Ti aspetterò. Avremo molte cose da raccontarci… A presto, amico mio.” Lui mi salutò con una pacca sulla spalla e lanciò un sorriso verso Danielle accompagnato da un saluto militare. “Addio, bellezza.”

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“Addio”, replicò lei, stringendosi a me. Subito dopo mi seguì, aggrappata al mio braccio, e ci affrettammo a lasciare l’appartamento di Padre Elias Miller per poi uscire dalla sacrestia e attraversare la navata laterale della chiesa a passo svelto. Aprii il pesante portone e uscimmo fuori dalla chiesa raggiungendo le nostre auto. Ci guardammo, consapevoli che Quan avrebbe svolto bene il suo lavoro e che la morte di Padre Elias Miller avrebbe segnato la fine delle indagini e comportato la chiusura definitiva del caso. Il suo arrivo improvviso aveva mandato all’aria il nostro piano, ma forse era meglio così. Quan era un professionista, al contrario di noi due. Danielle aprì la portiera della sua Camaro rossa e mi disse: “Sarà meglio che io faccia ritorno in centrale. Il capo del dipartimento sarà felice di vedermi, mi aspettava un paio d’ore fa. Seguirò i prossimi sviluppi del caso fingendo di non aver mai visto il tuo amico Quan e di non essere mai stata qui in questo preciso momento.” “Certo. Dimentica questa notte, Quan, e tutto ciò che hai sentito della nostra discussione. Ci sono segreti che non posso rivelarti, e che penso sia meglio che rimangano seppelliti nel mistero che mi circonda. Sei una donna fantastica, Danielle, e una criminologa di successo. Riprendi in mano le redini della tua vita e metti da parte questo caso per sempre.” “Mi stai suggerendo di starti alla garga, Blake?” “In un certo senso sì. Credo non possa esserci un futuro per noi due. La scorsa notte è stata eccezionale, ma si è trattato solamente di un’avventura di una notte, bellissima e indimenticabile, e penso sia meglio non andare oltre per non rovinare tutto.” “Comprendo ciò che mi stai dicendo. La tua vita è troppo complicata, avvolta da verità nascoste che non puoi confessarmi. E io esigo sempre delle risposte chiare,

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soprattutto in una relazione, perciò non puoi essere l’uomo giusto per me. Incontrarti e conoscerti è stato magico. Dico sul serio, Blake. Ma è meglio che tra noi finisca tutto qui, così non avremo rimpianti e ognuno potrà tornare alla propria rispettiva vita. Non mi scorderò di te, Blake Reed.” “Neppure io mi dimenticherò di te, Danielle Herrera.” Le sorrisi, e lei ricambiò il mio sguardo con dolcezza. “Addio, Blake… Abbi cura di te.” “E tu stai lontana dai soucriants. Okay?” Danielle annuì, quindi salì in macchina e avviò il motore. Mi chinai in avanti per salutarla con la mano attraverso il finestrino, poi la guardai andarsene via, uscendo dal parcheggio della chiesa e sparendo nel traffico notturno. “Addio”, mormorai, consapevole che non rivederla più mi avrebbe fatto soffrire ma sarebbe stato un bene per entrambi. “Non hai altra scelta, Blake. È il tuo destino vivere da solo per l’eternità”, rammentai a me stesso, mettendo la parole “fine” al brevissimo capitolo Danielle Herrera. Il mondo era pieno di belle donne, potevo averle tutte senza mai mettere a rischio la mia segreta natura. Era giusto così. Punto. Respirai l’aria dolce della notte profumata di fiori primaverili e mi apprestai a tornare a casa. Che serata! Ero ancora sconvolto per aver rivisto Quan e compreso che era un mezzo soucriant come me. Non mi sarei mai aspettato una simile rivelazione, ed ero ansioso di poter parlare quanto prima con lui e raccontargli gli inizi faticosi e solitari della mia vita da soucriant. Salii in macchina e accesi il motore, e mentre mi dirigevo verso l’uscita del parcheggio per tornarmene a casa, con la coda dell’occhio scorsi la figura di un uomo con una tonaca da prete che entrava in chiesa di corsa. Era Padre Elias Miller! Guardai l’orologio illuminato sul cruscotto. Mezzanotte e dieci. Il killer della notte stava rientrando nella sua tana per poi

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uscire allo scoperto e andare a caccia. Era l’ultima volta che rimetteva piede nel suo appartamento. Quan lo stava aspettando nel buio. E lui non poteva saperlo.

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Capitolo 7 Come avevo immaginato, Quan svolse il suo lavoro alla perfezione e nelle prime ore del giorno seguente la polizia fece irruzione nell’appartamento di Padre Elias Miller trovando il suo cadavere impiccato al soffitto della sua stanza di preghiera. La notizia del suicidio del killer della notte fu annunciata da tutte le reti televisive locali di Miami e dalla CNN, e i telegiornali dedicarono edizioni speciali al caso finalmente risolto che furono trasmesse ripetutamente per l’intera giornata. Ebbi modo di ascoltare la conclusione della vicenda nella sala comune dell’ospedale, guardando i servizi giornalistici trasmessi alla televisione. Fui sollevato per la fine dell’intera vicenda, e lavorai fianco a fianco con i miei colleghi e colleghe in un clima rilassato dopo i giorni di terrore e tensione che avevano regnato su Miami. Terminai il mio turno a notte fonda, e rientrai a casa per concedermi il mio pasto di rito e poi dormire fino all’inizio del turno successivo. Prima di addormentarmi, ascoltai il telegiornale notturno e la telecronista annunciò che Danielle Herrera, la criminologa che aveva aiutato il dipartimento di polizia di Miami a risolvere il caso del prete assassino, sarebbe ritornata in Virginia per riprendere in mano un delicato omicidio ancora irrisolto sul quale stava lavorando prima di essere convocata in Florida. Mi addormentai pensando a Danielle che faceva ritorno in Virginia uscendo per sempre dalla mia esistenza e mi augurai che un giorno incontrasse un uomo eccezionale quanto lei che l’avrebbe amata e resa finalmente felice. La mia vita riprese il suo ritmo schematico e abitudinario, e dopo alcuni giorni ricevetti una visita che non mi sorprese affatto. Quan venne a trovarmi in reparto durante l’ora di pranzo, e ci recammo al parco per parlare

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liberamente. Gli raccontai tutto quello che mi era successo dopo che avevo lasciato l’Isola di Trinidad nel 1914, dallo sbarco in Texas segnato dalla decisione di abbandonare i miei familiari per fuggire verso nord, passando alla mia vita di fuggitivo e ladro di bestiame in Wyoming seguita da quella di cacciatore eremita in Montana, con il seguente lavoro di macellaio che mi aveva costretto a cambiare stato e città ogni dieci anni, e infine il colpo di fortuna di essere assunto come barelliere ospedaliero in Georgia e in seguito conquistare il ruolo di infermiere trasferendomi in Florida. Quan si congratulò con me per come avevo saputo gestire la mia non facile situazione senza mai uccidere un essere umano e riuscendo a proteggere la mia natura di mezzo soucriant. A quel punto mi raccontò della sua decisione di lasciare l’Isola di Trinidad per girare il mondo, vivendo sempre nell’ombra, fino al giorno in cui aveva iniziato a lavorare per il Dipartimento Razze Sconosciute che aveva la sua sede segreta all’interno dell’Area 51 del New Mexico. Mi chiese se volessi lasciare il mio lavoro di infermiere e diventare un cacciatore di soucriants come lui, pagato dal governo statunitense e protetto dalla DRS. Rifiutai la sua allettante proposta, deciso a continuare a svolgere il mio ruolo di infermiere ospedaliero, e Quan non ebbe nulla da obbiettare, augurandomi il meglio e raccomandandomi di stare sempre in guardia. Ci salutammo lì nel parco, perché Quan doveva ritornare subito in New Mexico, e ci scambiammo la promessa di mantenerci in contatto telefonico. Dopo quel giorno, lo risentii solo per telefono una o due volte al mese, e quando giunse la fine di Settembre ottenni a sorpresa una promozione lavorativa con trasferimento immediato in una clinica medica privata in Australia, precisamente a Sidney. Lasciai la Florida in anticipo rispetto agli standard con i quali ero solito cambiare stato per proteggere la mia identità e atterrai in

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Australia pieno di entusiasmo e voglia di iniziare un nuovo eccitante capitolo della mia vita. Il mio primo giorno di lavoro come infermiere promosso al livello di ematologo segnò una svolta decisiva nella mia vita privata, poiché conobbi l’ematologa e mia futura collega Arianne Dickson, una stupenda bionda con gli occhi verdi, due gambe chilometriche, e una quarta di reggiseno. Mentre eravamo chiusi insieme nell’ascensore diretto al reparto di ematologia, Arianne premette il pulsante di arresto bloccando la salita della scatola metallica. “Posso farti una domanda personale?”, mi domandò, fissandomi intensamente con i suoi occhi di smeraldo. “Dipende. È una domanda troppo invasiva?”, ribattei, mentre lei si avvicinava a me strusciandosi contro il mio petto con evidente malizia. “Voglio solo sapere che tipo di sangue ti piace di più.” Nell’udire quelle parole la fissai sbigottito, incapace di capire il senso della sua domanda, e Arianne mi disse: “Puoi stare tranquillo, Blake Reed. Ho capito subito che genere di uomo sei… Una parte di te non è umana, lo sento… Sei un mezzo soucriant, non è così?” Finsi di non aver capito, dato che la conoscevo solo da poche ore, e risposi fermamente: “Non ho idea di cosa tu stia parlando.” Arianne mi afferrò per la giacca del camice. “Bugiardo… Non hai alcun bisogno di nasconderti con me… Sono esattamente come te, metà donna, metà soucriant… Non l’hai capito?” Tacqui, stupito da quella rivelazione inattesa. Arianne Dickson era una mezza soucriant?! A parte Quan, non conoscevo nessun altro essere umano che fosse un mezzo soucriant. Era sconvolgente. Incredibile. Meraviglioso.

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“Andiamo, Blake, non fare il timido… Ho aspettato per 150 anni di incontrare un uomo che fosse immortale come me, appena ti ho visto ho capito subito che sei anche tu un soucriant. Ho fiutato il tuo odore… Ti nutri di sangue proprio come faccio io, ammettilo.” Qualcosa nel suo guardo mi suggeriva che era sincera e non mi stava affatto mentendo. Decisi di fidarmi di lei, spinto dall’istinto. “Arianne… Sei davvero una mezza soucriant?”, ebbi il coraggio di chiederle. Lei mi fissò negli occhi con espressione fin troppo seria. “Credi che mi esporrei in questo modo se non fossi certa che anche tu lo sei? Non sono così sciocca da mettere in pericolo il mio segreto rivelandolo alla persona sbagliata.” Capii che mi stava dicendo la verità. Era davvero mezza umana e mezza soucriant, esattamente come lo ero io. “Non ho alcuna preferenza in fatto di sangue. Mi piacciono tutti i gruppi sanguigni umani, indistintamente.” Lei sorrise soddisfatta. “Benissimo, finalmente ti sei sbottonato! Credo che tu ed io saremo una coppia molto affiatata da oggi in poi. Lavorerai al mio fianco, e potrai accedere alla banca del sangue ogni volta che lo vorrai. Come ematologa, ho il pieno possesso della chiave della stanza.” “Fantastico…”, commentai, sorridendole compiaciuto. Che bella notizia! Libero accesso al sangue senza doverlo più rubare di nascosto. Essere un ematologo aveva i suoi privilegi. Che nel mio caso erano di vitale importanza. “Arianne, scusa se te lo chiedo… Ti piace il sesso?” Lei mi premette il seno contro il torace e si leccò le labbra. “Sesso e sangue, li adoro entrambi.” “Anch’io. Non posso vivere senza.” Ci scambiammo un’occhiata complice carica di desiderio.

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“Che fortuita coincidenza esserci incontrati. Sei proprio il mio tipo d’uomo ideale… Io ti piaccio, Blake?” “Che domanda… Sei stupenda.” “Allora non saremo solo colleghi di lavoro. Ti voglio come mio amante, e se anche tu lo desideri, potremo stare insieme per sempre, come una vera coppia di innamorati.” Era una proposta talmente allettante che mai avrei potuto rifiutarla. Arianne era perfetta per essere la mia donna. “Credo sia fantastico. Quando pensi che potremmo iniziare a conoscerci meglio? Sessualmente parlando…” “Non correre così tanto, Blake. Abbiamo tutta l’eternità davanti a noi. Facciamo le cose con calma, un passo alla volta. D’accordo?” Convenni che aveva perfettamente ragione. “Certo. Perché avere fretta? Siamo immortali.” Arianne mi allacciò le braccia attorno al collo e subito dopo mi baciò con passione, decretando l’inizio della mia prima, unica ed eterna storia d’amore. Avevo finalmente trovato la donna dei miei sogni. Una bellissima mezza soucriant immortale come me. Che sfacciata fortuna!

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Copyright © Paola Secondin 2014 © Tutti i diritti riservati all’Autore

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Un racconto fantasy scritto nel 2014, ispirato alla leggenda dei “soucriantsâ€?, spiriti demoniaci che infestano le isole dei Caraibi vivendo nascosti ai margini dei villaggi, andando a caccia di esseri umani durante la notte, nutrendosi del loro sangue succhiandolo dal collo o dalle braccia. Da questa leggenda popolare in cui credono gli abitanti delle isole caraibiche è nato questo racconto ambientato tra passato e presente, adatto agli appassionati di creature leggendarie e di storie dal tema vampiresco.

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SOUCRIANT - Paola Secondin - Romanzo breve