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Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 42816


Paola Secondin

Passioni e Inganni Š Paola Secondin 2016

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Titolo: Passioni e Inganni Autore: Paola Secondin Copertina a cura dell’Autrice © Tutti i diritti riservati all’Autore Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta senza il preventivo assenso dell’Autore. © Paola Secondin 2016 Questo romanzo è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o sono stati usati in modo fittizio. Qualsiasi riferimento a fatti o luoghi reali o a persone realmente esistenti o esistite è puramente casuale.

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- Indice dei Tre Romanzi Sander, Maire, Lorens – pag. 5 Lyanne e Tristan – pag. 189 Aurore e Jae-hwa – pag. 309 Epilogo – pag. 409

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Sander, Maire, Lorens

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Lo chiamavano “il Re venuto dal mare”. Secondo l’antica leggenda tramandata di padre in figlio nel corso dei secoli, il suo nome era Sander Branstock, figlio di Eirik Branstock e unico erede di un nobile clan normanno. Alla morte del padre, il giovane Sander aveva ereditato la corona e lo status di sovrano all’età di 27 anni, decidendo di attraversare il Mare di Norvegia a bordo di navi drakkar provenienti dalle gelide terre del Nord per approdare sulle aspre coste rocciose delle Isole Shetland, ribattezzate dai normanni che lo avevano preceduto con il nome di Hjaltland. Non era il primo normanno che invadeva quelle isole abitate dai celti, e non sarebbe stato nemmeno l’ultimo, ma la sua storia era stata scritta e raccontata nel corso degli anni perché fra tutti gli invasori che avevano ripetutamente calpestato le terre dei celti, il giovane Sander era stato il solo a regnare con nobiltà d’animo, lasciando la piena libertà alle popolazioni sparse nelle verdi vallate delle isole a nord della Scozia. Non aveva razziato i villaggi, né schiavizzato i suoi abitanti, il suo arrivo era stato pacifico, come il suo insediamento presso la Contea di North Roe, dove alcuni predecessori vichinghi avevano lasciato intatto il loro maniero. Il giovane Sander aveva posto il suo trono all’interno di quel gelido castello nominandolo Branstock Borg, il suo vessillo raffigurante uno scudo circolare sovrastato da due asce incrociate sormontate da un falco che reggeva una corona tra gli artigli era stato issato sulle quattro torri del maniero, i suoi soldati avevano costruito alte mura di cinta attorno al castello e nell’arco di alcune settimane il suo dominio si era esteso per centinaia di miglia più a sud, racchiudendo nel suo feudo numerosi villaggi. Cavalieri biondi e barbuti dall’aspetto nordico erano stati inviati presso ogni villaggio per comunicare la notizia che il Re normanno Sander Branstock si era instaurato a North Roe impossessandosi pacificamente delle terre su cui essi vivevano. “Non temete, la vostra libertà non sarà usurpata, non ci saranno dazi da pagare né obblighi da rispettare, d’ora in avanti voi sarete il popolo di Re Sander Branstock, venuto a regnare su queste terre chiedendo in cambio solamente la vostra fedeltà e lealtà. Rispettate il vostro Re e sarete rispettati.”

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Questo era il messaggio che i cavalieri avevano portato agli abitanti delle Hjaltland, un messaggio accolto con sollievo da contadini, allevatori, falegnami e fabbri, umili genti sopravvissute alle barbarie dei vichinghi che lo avevano preceduto. La curiosità della gente verso “il Re venuto dal mare” si era diffusa tra i villaggi spingendo uomini e donne a recarsi fino a North Roe per vedere da vicino il Branstock Borg con i suoi vessilli ondeggianti nel vento, e in molti avevano raggiunto la fortezza portando capi di bestiame e sacchi di cibarie come omaggio per il sovrano. Le guardie reali che proteggevano le mura del castello avevano l’ordine di accogliere i nuovi sudditi all’interno del grande cortile di Branstock Borg per accettare i loro omaggi. Quando ciò accadeva, Re Sander era solito affacciarsi sulla scalinata di pietra dell’ingresso principale in segno di ringraziamento e talvolta scendeva i gradini per stringere le mani ruvide dei lavoratori della terra e degli allevatori di pecore, elargendo sorrisi gentili alle donne e carezze affettuose ai bambini. Era un giovane uomo di alta statura e robusta corporatura, regale nell’abbigliamento e nei gesti, mostrava volentieri il suo volto dai tratti nordici di rara bellezza, gli occhi blu come il mare del nord e i capelli biondi chiarissimi dai riflessi paglierini. Ritornati ai loro villaggi, quelli che lo avevano incontrato di persona parlavano di lui con fervore, raccontando quanto fosse gentile e soprattutto bello. Le fanciulle in età da marito si chiedevano se avesse già una lady che attendeva di divenire sua sposa e Regina, e molte di loro fantasticavano su di lui mentre portavano al pascolo le pecore o quando si radunavano sulle rive dei fiumi per lavare i panni sporchi. Re Sander Branstock era sbarcato nelle Hjaltland poco prima del solstizio d’inverno, non aveva una moglie e nemmeno una lady. Come stabilito dalle ultime volontà scritte dal padre Eirik sul letto di morte, Re Sander aveva ereditato la corona, il trono e il titolo di sovrano, nonché la flotta marina e le guardie reali che avevano servito suo padre per tre decenni. Ma non era tutto. Re Eirik aveva imposto al suo unigenito figlio maschio l’obbligo di prendere moglie entro un anno dalla sua morte, in modo da garantire la continuità della stirpe dei Branstock con la nascita di un erede che in futuro avrebbe preso il posto di Re Sander sul trono. Consapevole di essere costretto a rispettare il volere del padre e continuamente incalzato dai consiglieri di corte, Re Sander annunciò pubblicamente la sua volontà di sposarsi dopo quattro mesi dal suo arrivo nelle Hjaltland. La notizia giunse per bocca degli stessi cavalieri che avevano comunicato al popolo l’inizio del suo regno.

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“Il vostro sovrano, Re Sander Branstock di North Roe, vi annuncia la sua intenzione di prendere in moglie entro l’estate una fanciulla da incoronare come legittima Regina di North Roe. La giovane in questione sarà scelta fra tutte le ragazze nubili in età da marito dei villaggi. Alcuni consiglieri di fiducia del Re saranno inviati presso ogni villaggio con il compito di esaminare le fanciulle comprese tra i sedici e i vent’anni, al fine di appurare l’intelligenza, la cultura, le buone maniere, la salute, la purezza fisica e la bellezza di colei che sarà prescelta a divenire la sposa del Re.” L’annuncio fu accolto con stupore. Non vi erano ragazze nobili in quelle terre, solamente figlie plebee che non avevano nulla da offrire al sovrano eccetto se stesse. Molte di loro erano già fidanzate, sposate e madri, chi non aveva un compagno aveva perduto la verginità già da tempo, le ragazze che sapevano scrivere e leggere erano poche e chi lo sapeva fare non possedeva una ricca cultura degna di una futura Regina. La bellezza non era di certo una qualità predominante nella razza celtica poiché le invasioni di pitti, unni, barbari e vichinghi avevano contaminato la purezza dei geni, e in quanto a salute, la povertà e la mancanza d’igiene e di cure mediche aveva causato infezioni alla pelle, ai bronchi, malattie infettive e il proliferare dei pidocchi. La possibilità che il Re Sander trovasse tra le ragazze delle Hjaltland una moglie bella, sana, colta, intelligente, educata e vergine era quasi un’utopia, questo si diceva nei villaggi in seguito all’annuncio. Eppure, come predetto, nei mesi che seguirono ogni villaggio ebbe modo di ospitare i consiglieri inviati dal Re, uomini colti di nobili origini che si soffermavano a guardare le fanciulle intente a lavorare la terra nei campi, a mungere le vacche, ad accudire i greggi di pecore, a lavare i panni nelle acque dei ruscelli, a raccogliere legname nei boschi. Le osservavano da vicino, studiavano i loro comportamenti, parlavano e scherzavano con loro, si sedevano alla loro stessa tavola, nelle loro case, con le loro famiglie, mangiando pasti frugali in loro compagnia. Andavano e venivano da un villaggio all’altro, di giorno in giorno, come cacciatori alla ricerca di una preda rara e preziosa. Poi, al culmine dell’estate, tutti i consiglieri di corte del Re sparirono improvvisamente facendo ritorno a North Roe, e il popolo pensò che dopo tanto cercare alla fine non avessero trovato la ragazza giusta destinata a diventare la futura moglie del Re Sander. Ma si sbagliavano. Perché uno di loro, Lord Njall Kollsvein, giunse a Branstock Borg dal lontano villaggio di Bardister e fece la sua trionfale entrata nella sala del trono esclamando a gran voce:

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“Sua Maestà! L’ho trovata! La futura sposa! L’ho trovata! Ed è perfetta!” Il suo nome era Maire Kendric. Figlia di un falegname e di una tessitrice, l’ultimogenita di cinque figli, la sola femmina nata dopo quattro maschi. Maire era stata allevata con ammirevoli cure dalla madre Erinn, che le aveva insegnato la buona educazione, l’obbedienza e il rispetto. Fin da piccola, Maire era stata istruita alla scrittura e alla lettura, sapeva cucire, rammendare, tessere e ricamare, era cresciuta imparando a cucinare, lavare i panni, coltivare piante e fiori, aveva cura di se stessa e dei propri cari, era in grado di accudire i bambini, sanare una ferita e curare la febbre, praticava il culto cristiano e pregava prima di ogni pasto. Il padre Aiden e i fratelli maggiori l’avevano protetta gelosamente dagli altri maschi del villaggio di Bardister, preservandone la purezza fisica e l’integrità morale. Era una vergine, nessun uomo l’aveva mai sfiorata. Aveva la freschezza dei suoi diciannove anni e la saggezza di una giovane donna già matura. Lord Njall Kollsvein l’aveva incontrata sul portone di una piccola chiesetta cristiana mentre usciva dopo le preghiere del mattino. Era stato colpito dalla sua incantevole bellezza, dovuta al corpo snello e sinuoso, alla pelle d’alabastro, al viso dai tratti delicati dove spiccavano due occhi verdi come smeraldi e una bocca dalla labbra rosse come ciliegie mature, e quando la fanciulla aveva abbassato il cappuccio del mantello che indossava sopra l’abito di lino, era rimasto affascinato dallo splendore dei suoi capelli rossi come il rame, che portava sciolti sulle spalle, lisci e lunghi fino al gomito, perfettamente curati. La giovane Maire l’aveva salutato con un inchino, riconoscendo in lui la figura di un nobile consigliere del Re, e Lord Njall Kollsvein si era offerto di accompagnarla verso casa, approfittando del tragitto per osservare le sue movenze, la pacatezza con cui parlava, la gentilezza dei suoi gesti, l’umiltà riflessa nei suoi occhi. La sua famiglia l’aveva accolto con calore, e la bella Maire si era prodigata nell’apparecchiare il tavolo e versare le pietanze per ciascuno di loro. Le aveva posto domande alle quali Maire aveva risposto con acutezza, dimostrando di essere intelligente e acculturata, e a Lord Njall Kollsvein tutto ciò era bastato per vedere in lei il ritratto della sposa perfetta per un sovrano. Re Sander non poteva chiedere di meglio, Maire Kendric era bellissima, casta, sana, educata, pronta per vestire i panni di una Regina. Nel villaggio di Bardister dove Maire viveva con la sua famiglia nessuno si sarebbe mai aspettato di rivedere il consigliere del Re

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cavalcare il suo bianco destriero lungo i sentieri erbosi della campagna assolata. Era una mattina di Giugno inoltrato quando Lord Njall Kollsvein bussò alla porta della famiglia Kendric. Chiese il permesso di entrare e quando fu accolto all’interno della casa rimase in piedi annunciando subito: “Sono venuto per vostra figlia Maire”, disse, rivolto ai genitori della giovane, mentre lei assisteva in silenzio accanto ai quattro fratelli maggiori riuniti a tavola. “Ho la gioia di annunciarvi che il Re Sander Branstock di North Roe mi ha inviato qui per chiedere la mano di vostra figlia.” Nel silenzio immobile che fece seguito alle sue parole, Lord Njall si avvicinò a Maire e le sorrise. “Siete la prescelta. Diverrete la sposa di Re Sander. Sarete incoronata Regina di North Roe e siederete al suo fianco sul trono di Branstock Borg. D’ora in poi il vostro nome sarà Lady Maire Kendric.” Come narra la leggenda, “il Re venuto dal mare” aveva trovato la sua sposa in una ninfa plebea dai capelli ramati e gli occhi smeraldini cresciuta ai margini dei boschi del villaggio contadino di Bardister. Era l’inizio di una favola che avrebbe avuto dei risvolti inaspettati e sorprendenti, perché Re Sander Branstock celava un segreto di cui nessuno era al corrente entro le fredde mura del castello di Branstock Borg.

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2 Maire Kendric non avrebbe mai immaginato che il futuro avesse in serbo per lei un destino da regina al fianco di un sovrano normanno bello e buono come Sander Branstock. L’idea di poter essere scelta come sua sposa non le aveva nemmeno sfiorato la mente. Era la figlia di un falegname, una comune popolana, troppo povera e totalmente priva di qualunque titolo nobiliare. Come avrebbe potuto sognare di rivestire il ruolo di Regina?... Eppure Lord Njall Kollsvein era venuto a Bardister per comunicarle la notizia di essere “la prescelta” del Re Sander Branstock, proprio lei, Maire Kendric, cresciuta nella convinzione che un giorno avrebbe sposato uno qualunque dei numerosi giovani contadini del villaggio, ripercorrendo la strada di sua madre Erinn e di suo padre Aiden. Sarebbe stata una moglie perfetta e una madre amorevole, così come le era stato insegnato da bambina. Questo era tutto ciò che lei si aspettava prima dell’arrivo di Lord Njall Kollsvein. E invece, come in un bel sogno, il consigliere l’avrebbe scortata a North Roe per darla in sposa a Re Sander Branstock, l’uomo dagli occhi marini e dai capelli biondissimi di cui parlavano tutte le fanciulle nubili delle Hjaltland. Maire sapeva che la sua umile vita stava per cambiare drasticamente. Non avrebbe più mangiato in scodelle di legno e non avrebbe più indossato logori abiti di lino grezzo, non ci sarebbero più state rape e patate da pelare per il pranzo e non avrebbe più dormito in un letto di paglia e fieno. Ma soprattutto, avrebbe detto addio per sempre alla sua famiglia, perché una sposa plebea eletta a Regina non avrebbe potuto mantenere alcun legame con i suoi parenti d’origine, fatta eccezione per alcune visite occasionali concesse dal sovrano. Per questo, mentre si apprestava a salutare la sua famiglia prima di partire per North Roe, gli occhi di Maire si riempirono di lacrime che sgorgarono calde scivolando sul suo bel viso. Salutò i fratelli uno per uno, baciandoli sulle guance e lasciandosi stringere dalle loro braccia muscolose, promise alla madre di scriverle lunghe lettere e fece tesoro del suo consiglio materno di essere devota e rispettosa con il Re Sander, e infine abbracciò il padre promettendogli che sarebbe stato per sempre lui l’uomo più importante della sua vita. Aiden Kendric guardò la figlia negli occhi e le disse:

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“Non dimenticare mai chi sei e da dove vieni. E adesso vai, colomba mia, e sii felice.” Pochi attimi dopo, Maire uscì di casa indossando il mantello grigio che tanto adorava sull’abito migliore che possedeva, quindi salì in groppa ad un cavallo dal manto nocciola che Lord Njall aveva condotto lì per lei, e con gli occhi ancora lucidi di pianto salutò per l’ultima volta la sua famiglia. “Siete pronta, Lady Maire?”, le chiese Lord Njall, in sella al suo destriero bianco. “Possiamo andare?” Maire guardò il nobile Lord abbigliato elegantemente, un uomo sulla sessantina con la barba brizzolata ben curata e i capelli quasi bianchi tagliati molto corti, lo sguardo fiero di un combattente con la dolcezza impressa negli occhi chiari, e annuì con un cenno del capo. “Sì, sono pronta.” L’uomo le sorrise, come a volerla rassicurare dai timori che intravedeva nei suoi occhi spaesati. “Ci aspetta un lungo viaggio, prima a cavallo e poi via mare, ma non temete, arriveremo a North Roe prima che sorga la luna, e una volta arrivati al castello, potrete riposarvi.” Detto ciò, l’uomo spronò al trotto il suo destriero, e Maire, che aveva imparato a cavalcare da bambina, lo seguì d’appresso in groppa al suo cavallo nocciola. Ben presto i sentieri erbosi e le verdi colline di Bardister scomparvero oltre le spalle di Maire, e con essi anche una parte della sua vita.

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Il viaggio verso North Roe fu davvero molto lungo. Cavalcarono per ore, attraversando boschi e lande incolte in direzione delle coste a nord dell’isola, che raggiunsero verso mezzogiorno. Nelle acque del Mare di Yell, una nave drakkar era ormeggiata a pochi metri dagli scogli. Lord Njall e Maire scesero dai loro cavalli e li condussero a piedi fino alla spiaggia, dove un gruppo di guardie reali li prese per le redini facendoli salire a bordo della nave. Maire non aveva mai visto una drakkar, era una nave imponente e solida, con enormi vele

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bianche tese dal vento e lunghi remi che fuoriuscivano dai fianchi dell’imbarcazione. “Siete mai stata in mare, Lady Maire?” “No, mio signore, mai. Questa è la prima volta.” “Vi prego, chiamatemi Njall. Avete la stessa età di mia figlia, e ogni volta che vi guardo me la ricordate.” “Avete una figlia?” “E anche una moglie. Ma non sono qui, le ho lasciate in patria, nelle terre scandinave.” “Perché non le avete portate con voi?” “Un guerriero al servizio del Re non mette mai in pericolo la propria famiglia.” “Ma il Re Sander è venuto qui in pace, non ha nemici su queste terre.” “Voi dite il giusto. Ma è comunque l’ultimo erede del clan dei Branstock, e il suo defunto padre Eirik si è lasciato alle spalle molti nemici in terra scandinava. Nemici che potrebbero attaccare Re Sander in qualunque momento per impadronirsi dei suoi possedimenti qui nelle Hjaltland, per questo io sono qui, per proteggerlo.” “Spero che nessuno dichiari mai guerra a Re Sander.” “Lady Maire, non preoccupatevi, se dovessero arrivare dei nemici a bordo di navi drakkar per attaccare North Roe, troveranno una flotta marina degna di affrontarli e sconfiggerli. Re Sander è al sicuro, e voi lo sarete con lui.” Salirono a bordo della drakkar, e Maire si soffermò sul ponte di prua osservando il mare spumeggiante a ridosso della fiancata. Quando la nave partì, ebbe la sensazione che le venisse a mancare il pavimento sotto i piedi, e si tenne stretta al parapetto per non perdere l’equilibrio. “Oggi il mare è agitato”, disse Lord Njall, sostenendola con un braccio. “Se non siete mai stata su una nave prima di oggi, vi verrà sicuramente il mal di mare. Tenete, masticate questa.” Le porse quella che sembrava una radice essiccata. “Che cos’è?” “Radice di zenzero. Vi terrà a bada lo stomaco.” “Vi ringrazio, mio signore.” “Njall, chiamatemi Njall.” Maire annuì in segno di scusa e ripeté: “Grazie, Njall.” “Così va meglio, detesto le formalità.”

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Mentre la nave acquistava velocità puntando dritta verso nord, Maire si mise in bocca la radice di zenzero e prese a masticarla nonostante il suo sapore forte, aspro e tendente al piccante. Al suo fianco, Lord Njall la proteggeva come fosse un oggetto raro e prezioso, e Maire iniziava a sentirsi a proprio agio. La tristezza provata quel mattino mentre salutava la sua famiglia e abbandonava il suo luogo natio si era già affievolita, sostituita dalla crescente eccitazione che provava al solo pensiero di arrivare a North Roe e scoprire la nuova vita che l’attendeva. Si chiedeva se il Re Sander la stesse aspettando, come l’avrebbe accolta, se fosse davvero bello come tutti dicevano e se lei gli fosse piaciuta. Temeva di non essere abbastanza bella per lui, e l’idea di poterlo deludere la metteva in agitazione. “A cosa state pensando, Lady Maire?” Lord Njall sembrava averle letto nel pensiero. “A molte cose”, rispose, elusiva. “Per esempio?” “Posso essere sincera con voi?” “Certamente. Ditemi cosa vi angustia.” “Ecco, io… Mi stavo chiedendo se Re Sander mi apprezzerà come sua futura sposa… Non mi ha mai vista, cosa accadrà se non dovessi piacergli?... Mi rimanderà a casa?” La risata di Lord Njall la fece arrossire. “Voi non conoscete Re Sander. E’ un uomo d’onore, ha preso l’impegno di sposarvi e lo manterrà. Voi siete una creatura meravigliosa, appena vi vedrà rimarrà abbagliato dalla vostra bellezza. Vi apprezzerà per la semplicità e la modestia che possedete, e imparerà a scoprire tutte le vostre qualità, dall’intelligenza alla saggezza. Ha bisogno di una moglie, e di un erede, e voi siete perfetta per lui, posso garantirvelo.” “E se non riuscisse ad amarmi?” “Lo farà. Magari non subito, come spesso accade nei matrimoni combinati, dovrete solo pazientare e dargli il tempo di conoscervi e affezionarsi a voi.” “Ma lui com’è?” “E’ un bravo Re. Ama il suo popolo e lo rispetta. E’ dotato di pazienza e di nobili principi, ha un cuore valoroso e impavido, è stato in battaglia e sa combattere per difendere il proprio regno, ama andare a cavallo e a cacciare con i falchi che ha addestrato personalmente, ha stretto molte amicizie con i Lord Scozzesi a sud delle Hjaltland e spesso lascia il castello per passare del tempo con loro, ha un animo gentile e tratta le donne con il dovuto rispetto, è istruito e ama

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leggere, ha la passione per gli scacchi e per le carte da gioco, non è un gran bevitore e in vita mia non l’ho mai visto ubriaco, ripone molta fiducia nei membri del consiglio di corte, di cui io stesso faccio parte, non è autoritario e tantomeno dispotico, tratta i suoi servitori come suoi pari e la servitù lo adora, non ama la solitudine e proprio per questo è sempre in compagnia di Sir Lorens Ingmar, il suo primo cavaliere, l’uomo di cui si fida ciecamente e l’unico a corte che conosce i suoi più intimi segreti. Oltre a tutto ciò, il vostro futuro marito è un uomo dotato di prestanza fisica e di notevole bellezza.” “Sembra il ritratto di un uomo perfetto.” “Non rimarrete delusa, avrete modo di constatarlo di persona.” “Sarà lui ad accogliermi quando arriveremo al castello?” “No, non questa sera. E’ nostra tradizione che la futura sposa non veda il Re il giorno prima delle nozze, per cui al nostro arrivo non lo troverete ad aspettarvi. Sarà Sir Lorens Ingmar ad occuparsi di voi.” “Il primo cavaliere si occuperà di me?” “Sì, è uno dei suoi compiti. Sir Lorens Ingmar è un giovane cavaliere olandese di ventidue anni, la gentilezza fatta persona, vi accoglierà a Branstock Borg e vi condurrà nella vostra stanza, dove troverete un’ancella incaricata di occuparsi dei preparativi per le nozze. Quando sarete Regina, Sir Lorens Ingmar diventerà il vostro protettore, sarà al vostro fianco ogni volta che il Re Sander dovrà lasciare il castello, potrete affidargli la vostra vita sapendo di essere sempre al sicuro.” “Come fosse un angelo custode.” “Esattamente. Un angelo munito di spada.” Sospirando, Maire si strinse nel suo mantello di lino grigio, rassicurata dalle parole di Lord Njall. “Vi sono molto grata per aver risposto alle mie domande, ora mi sento più serena.” “Lady Maire, è un mio dovere essere utile alla futura Regina di North Roe. Sarò sempre al vostro servizio.” Lei gli rivolse un sorriso pieno di gratitudine. “Per me è un onore aver fatto la vostra conoscenza, siete un vero gentiluomo. Sono ansiosa di incontrare Sir Lorens Ingmar e di vedere con i miei occhi il Re Sander.” “Il vostro futuro marito, Lady Maire, non dimenticatelo. Sarà per voi prima di tutto un compagno di vita, e solo relativamente un Re.” “Avete ragione. Un marito, non solo un Re.” Maire sorrise a Lord Njall, che la guardò con gli occhi amorevoli di un padre.

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Il viaggio in mare proseguÏ tranquillamente per tutto il pomeriggio, portando Maire sempre piÚ vicina all’incontro con il suo destino.

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3 Come Lord Njall aveva previsto, il sole era tramontato da poco quando la nave drakkar giunse ai piedi della maestosa scogliera di North Roe. Il cielo era color indaco, la luna non era ancora sorta, e una leggera brezza marina soffiava sul viso di Maire affacciata al parapetto dell’imbarcazione. Nonostante fosse estate, il clima delle Hjaltland era fresco e umido, e lì a North Roe la sera era molto più fredda di come fosse nel piccolo villaggio di Bardister. Mentre la drakkar si accostava alla spiaggia sabbiosa, Maire sollevò il cappuccio del mantello per coprirsi il capo e si strinse l’indumento attorno al corpo per proteggersi dall’umidità. Accanto a lei, Lord Njall sollevò in avanti il braccio destro indicando la sommità della scogliera. “Quello è il Branstock Borg, il castello di Re Sander.” Maire riusciva a vederlo perfettamente nella penombra azzurrina che precedeva l’arrivo della notte. Era un grande maniero di pietra a pianta rettangolare con quattro torri di vedetta poste su ciascun angolo che svettavano nel cielo protetto da un alto muro di cinta merlato. I vessilli del sovrano ondeggiavano nel vento dalla sommità delle quattro torri, e una corona di fiaccole ardeva lungo tutto il perimetro della cinta. Anche la facciata del palazzo era illuminata da fiaccole, così come la saracinesca in ferro battuto che serrava il passaggio dell’entrata principale. Era un castello dall’aspetto spartano eretto sul promontorio erboso della scogliera, facilmente attaccabile da eventuali invasori nemici, ma di certo ben protetto dalle guardie reali appostate sulle torri di vedetta e lungo la cinta muraria. “Coraggio, Lady Maire, è giunto il momento di scendere da questa nave”, disse Lord Njall porgendole un braccio a cui aggrapparsi. Emozionata e trepidante, Maire si lasciò condurre a terra senza proferire parola, e quando mise piede sulla spiaggia si rese conto di essere ormai giunta al compimento del suo destino. Un brivido le scivolò lungo la spina dorsale e il suo cuore prese a battere con ritmo serrato. Era arrivata a North Roe, stava per entrare a Branstock Borg, l’aspettava una nuova vita da affrontare alla quale non era del tutto certa di essere preparata. Era successo tutto troppo in fretta, se ne rendeva conto solo in quel momento.

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“Lady Maire, state tremando come una foglia al vento, avete freddo? O siete spaventata?” Maire non rispose, era troppo tesa per parlare. Lord Njall si pose di fronte a lei e la guardò dritta negli occhi. “Qualunque sia il vostro timore, scacciatelo via senza indugio. Siete una giovane donna intelligente, saprete adeguarvi benissimo alle regole di corte, non abbiate paura, nessuno si aspetta grandi cose da voi, il Re stesso sa da dove venite, vi darà tutto il tempo necessario per calarvi nei panni di moglie e sovrana. Sorridete, drizzate le spalle e sfoderate la vostra fierezza. Nessuno nasce con la corona, ma chiunque può imparare a portarla sul capo. Capite cosa voglio dire?” Maire annuì con la testa, quindi deglutì il nodo di terrore che le serrava la gola e trasse un lungo respiro, poi sollevò il mento, drizzò le spalle e sorrise. “Benissimo, così siete perfetta. Ora prenderemo i cavalli e saliremo lungo il sentiero che conduce al castello. Fate attenzione, la salita è piuttosto ripida. Io vi precederò, voi seguitemi.” Maire si fece forza, salì in sella al cavallo nocciola e seguì il destriero bianco di Lord Njall che s’inerpicava lungo uno stretto passaggio scavato negli scogli. Quando giunsero in cima, percorsero al passo un breve tragitto pianeggiante, e poi una breve salita che li condusse dinnanzi all’entrata del maniero. La saracinesca era abbassata, ma due guardie armate poste di guardia provvidero immediatamente a sollevarla, permettendo ai cavalli di procedere all’interno del cortile del palazzo. La saracinesca in ferro battuto si richiuse rumorosamente alle loro spalle, scesero a terra e uno stalliere si avvicinò di corsa per prendere i cavalli. “Bentornato, mio signore”, disse il giovane salutando il Lord con reverenza. Era alto, snello, e dall’aspetto nordico. “Grazie Syver. Dai da mangiare ai cavalli e strigliali per bene, hanno cavalcato per ore.” “Sarà fatto, mio signore.” Lo stalliere afferrò gli animali per le briglie e li condusse via con passo svelto, sparendo dentro una bassa e lunga costruzione sul lato est del cortile dov’erano poste le stalle che ospitavano tutti gli altri cavalli del castello. “Eccoci qui, Lady Maire. Benvenuta a Branstock Borg, la vostra nuova dimora.” “E’ un castello imponente… Visto da lontano sembrava più piccolo”, osservò Maire guardandosi attorno.

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“Nei giorni a venire avrete modo di visitarlo e scoprirete le meraviglie che si nascondono al suo interno.” “Quali meraviglie?” “I giardini, per esempio. A voi piaceranno sicuramente. Ognuno ha il suo nome. Il giardino delle rose, il giardino dei pavoni, il giardino dei falchi, il giardino delle ninfee… Piccole oasi di tranquillità create apposta per voi, dove potrete passare il tempo senza annoiarvi quando sarete sola, in assenza del Re.” Maire sollevò gli occhi verso la facciata del palazzo illuminata dalle torce. Era il primo castello che vedeva di persona, e lo trovava magnifico, regale e ospitale. “Lady Maire, siete pronta a mettere piede all’interno di Branstock Borg?” “Credo di sì… Sì, sono pronta.” “Emozionata?” “Oh sì, moltissimo!” “Allora possiamo annunciare il nostro arrivo.” Maire non ebbe il tempo di chiedersi in che modo sarebbe stato annunciato il loro arrivo. Ad un piccolo gesto della mano di Lord Njall, un paggio di corte appostato sulla scalinata che conduceva al portone in legno massiccio dell’ingresso suonò per due volte di seguito dentro un corno di bue, producendo un suono forte e cupo che riecheggiò nell’aria immobile della sera inoltrata squarciando il silenzio. In risposta a quel richiamo sonoro, le finestre a bifora del palazzo e delle torri laterali s’illuminarono una dopo l’altra, come se tutti gli abitanti del castello fossero stati svegliati di colpo. “Venite, Lady Maire, entriamo a palazzo.” Ubbidiente, Maire seguì Lord Njall con il cuore nuovamente in tumulto, attraversarono il cortile, salirono la scalinata in pietra, e attesero che il portone si aprisse. Furono altri due paggi a spalancare le pesanti ante, salutando entrambi con un inchino. Proseguirono lungo uno stretto corridoio, quindi un’altra porta si aprì dinnanzi a loro, e con suo immenso stupore, Maire si ritrovò nella luminosa e spaziosa sala del trono di Re Sander. Sul fondo della sala pavimentata, posto al di sopra di tre livelli da terra, si ergeva un grande trono di ferro ricoperto di velluto blu con la spalliera sormontata da un falco con le ali spiegate nell’atto di sollevarsi in volo. Maire trattenne il fiato alla vista del trono dove Re Sander si sedeva per accogliere i suoi ospiti e i suoi cavalieri, e tentò di immaginare l’uomo che stava per diventare suo marito seduto lì sopra, per poi rendersi conto che una volta divenuta sua moglie,

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anche lei avrebbe occupato quel posto al suo fianco. Sentì le ginocchia farsi di burro e tremare sotto il peso del suo corpo, mentre una voce nella sua mente le sussurrava “Stai sognando Maire, non può essere vero, stai solo sognando…”, ma in realtà sapeva che non era affatto uno scherzo della sua immaginazione e che tutto stava accadendo veramente, proprio a lei… “Vi piace il trono di Re Sander?”, sentì sussurrare alle proprie spalle. “E’ stupendo…”, rispose, sognante, senza voltarsi verso Lord Njall. “Il falco in volo è il simbolo del Re?” “Sì, simboleggia il suo casato. E’ il figlio di una stirpe di falconieri. E il colore blu rappresenta il mare del nord che bagna le sue terre d’origine.” “Come vorrei vederlo seduto sul suo trono in questo momento…” “Lo vedrete domani, quando vi presenterete a lui in abito da sposa. E al termine del rito, potrete sedervi anche voi su quel trono.” “Ne sarò onorata.” Lord Njall le posò una mano sulla spalla in gesto affettuoso, quindi le disse: “Il mio compito finisce qui, Lady Maire. E’ stato un piacere scortarvi a North Roe. D’ora in poi Sir Lorens Ingmar si occuperà di voi, io mi ritiro nelle mie stanze.” “Certo… Grazie di tutto, Njall, buona notte.” Maire ruotò il viso di lato giusto in tempo per vedere Lord Njall che si voltava e abbandonava la sala del trono a passo spedito lasciandola sola. Rimase ferma dov’era, in attesa, circondata dal silenzio. Si chiese dove fosse il Re Sander, cosa stesse facendo, se stesse pensando a lei, se anche lui fosse ansioso e desideroso di incontrarla… Un leggero fruscio di scarpe sul pavimento rapì la sua attenzione, Maire si girò di scatto alla sua sinistra e sussultò sorpresa. Accanto a lei vide un giovane uomo alto, slanciato, e bellissimo. Capelli biondo miele folti e ricci circondavano con morbidi boccoli un volto dalla pelle chiara, privo di barba, nel quale brillavano due occhi chiarissimi di un celeste cristallino sormontati da sottili sopracciglia simili ad ali di gabbiano, e nel mezzo, un naso aristocratico dalla punta diritta, sotto il quale spiccavano due labbra sensuali piegate in un dolce sorriso, il sorriso di un arcangelo dai denti bianchi perfettamente allineati, e sul mento arrotondato, una piccola fossetta appena visibile. Maire non aveva mai visto in tutta la sua vita un uomo dalle fattezze così eleganti e delicate, ne rimase abbagliata, o per meglio dire, conquistata. Indossava una tunica di lino azzurra con le

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maniche lunghe arricciate ai polsi e chiusa sul petto da lacci dorati incrociati a “x”, e un soprabito dello stesso colore senza maniche aperto sul davanti lungo fino al ginocchio, pantaloni in pelle di daino e scarponcini di cuoio brunito con il risvolto abbassato sulle caviglie. Una grossa cinta di cuoio gli stringeva la vita e il manico lucente di una spada spuntava dal fodero della cinta cadendo penzoloni sulla gamba sinistra. Per un attimo Maire credette che fosse Re Sander, tanto era bello e affascinante, ma non indossava nessuna corona sul capo, allora capì di trovarsi al cospetto del primo cavaliere del Re, il suo protettore e confidente, Sir Lorens Ingmar. “Buona sera, signore”, mormorò, accennando un inchino. “Buona sera a voi, Lady Maire.” Nel salutarla, il cavaliere si portò una mano al petto e si chinò di fronte a lei con rispetto. “Perché vi inchinate?”, chiese Maire ingenuamente. Lui si risollevò e le sorrise. “Perché siete la mia futura Regina, ovviamente.” “Bè, non ancora. Sono solo una plebea.” Lui la guardò con occhi penetranti. “E’ un piacere conoscevi, Lady Maire. Io sono Sir Lorens Ingmar, il primo cavaliere di Re Sander.” “Lord Njall mi ha parlato di voi durante il viaggio in mare. Sapevo che mi avreste accolto voi al posto di Sua Maestà.” Il giovane cavaliere annuì con il capo seguitando a scrutarla con i suoi occhi chiarissimi. “Siete un incanto. Un meraviglioso fiore delle Hjaltland. Avete il volto aristocratico di una Regina. Mi stupisce che una umile plebea possieda una tale bellezza, sono sorpreso.” Maire arrossì nel sentire quei complimenti, e si coprì le guance imporporate con le mani. “Non siate timida, e non vergognatevi del rossore sul vostro viso, vi rende ancora più bella.” “Scusatemi, non sono abituata a ricevere complimenti.” “Li meritate. E adesso, con il vostro permesso, vorrei chiedervi di togliervi il mantello.” Senza chiedere spiegazioni, Maire slacciò i cordini del mantello, si scoprì il capo coperto dal cappuccio, e con le mani fece scivolare a terra l’indumento di lino grezzo. Sir Lorens Ingmar restò immobile per alcuni secondi, fissandola intensamente. “I vostri capelli sono splendidi, hanno il colore del rame.”

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Si mosse piano girandole attorno, osservandola in silenzio da capo a piedi. “Siete alta, sinuosa, aggraziata… e ben fatta.” Maire sapeva che il vestito di lino bianco che aveva scelto, il migliore che possedeva, era leggero e avvolgente, quindi si vergognò del fatto che Sir Lorens Ingmar riuscisse a vedere le forme del suo corpo attraverso il tessuto. Quando lui smise di girarle attorno e la fissò negli occhi, vide la malizia riflessa nelle sue iridi e per la prima volta nella sua vita si sentì bella e desiderata. E ciò la fece arrossire ancora di più. “Vi sto mettendo in imbarazzo, Lady Maire?” Lei scosse la testa. “No, signore.” “Siete veramente bella. Lord Njall Kollsvein ha fatto un ottimo lavoro, ha trovato una perla rara in mezzo al fango. Il Re vi adorerà, ne sono certo.” “Mi adorerà quanto voi?”, si chiese Maire, mentre lui le studiava il volto. Non avrebbe dovuto nemmeno pensarlo, ma in quel momento si domandò se anche il Re Sander l’avrebbe guardata con lo stesso desiderio dipinto nello sguardo di Sir Lorens Ingmar… E in cuor suo sperò che lo facesse. “Sono ammaliato dai vostri occhi, non ho mai visto un colore simile, voi sapevate di possedere due smeraldi incastonati in un viso di porcellana?” “Non vi ho mai fatto caso, signore.” “Vi prego, non chiamatemi “signore”, mi fate sentire estremamente vecchio, e vi giuro che non lo sono.” “Come dovrei chiamarvi?” “Lorens. E’ così che mi chiamo. Semplicemente Lorens.” “Anche il Re Sander vi chiama così?” “Certamente. Il nostro rapporto è molto confidenziale, sono per lui molto più di un cavaliere armato di spada.” “Sarete un confidente anche per me?” “Se lo desiderate…” “Sì, lo desidero. Chiamatemi Maire, vi prego.” “In realtà dovrei portare maggiore rispetto alla mia futura Regina… Ma se voi me lo ordinate, io vi chiamerò con il vostro nome di battesimo.” “Allora ve lo ordino. Come vostra futura Regina.” Sir Lorens Ingmar annuì e disse: “E così sia. Benvenuta a Branstock Borg, Maire. D’ora in poi questo castello sarà la vostra nuova dimora.”

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Sollevata e felice, Maire sorrise. E lui ricambiò a sua volta il sorriso. L’attimo seguente, si chinò a terra per raccogliere il mantello di Maire e riconsegnarglielo. “Abbiamo molte cose da fare in previsione del matrimonio di domani con Re Sander. Volete seguirmi? Vi mostrerò la vostra stanza privata, dove vi aspetta Deirdre, l’ancella che ho scelto per voi come vostra servitrice.” Sir Lorens Ingmar le porse il braccio, e Maire fu ben contenta di aggrapparsi a lui. “Sono molto stanca, il viaggio è stato lungo e snervante.” “Portate ancora un po’ di pazienza, dormirete quando avremo stabilito tutti i dettagli del matrimonio.” “Potrei avere qualcosa da mangiare? Sono affamata.” “Darò ordine alla servitù di portarvi la cena nella vostra stanza. Avete delle preferenze?” “Qualunque cosa andrà bene, purché sia cibo.” “Me ne occuperò personalmente.” “Grazie, Lorens.” “Dovere, Maire.” Si avviarono insieme lungo un luminoso corridoio laterale, lasciandosi alle spalle la sala del trono. “Quanti anni avete, Marie?” “Diciannove.” “Siete giovane, ma a quanto ho sentito dire dalla bocca di Lord Njall la saggezza è una delle vostre principali virtù.” “Sono cresciuta con quattro fratelli maschi maggiori, ho imparato da loro ad essere saggia e responsabile.” “Il Re apprezzerà la vostra maturità. Una moglie assennata è il sostegno morale di qualunque sovrano.” “Lord Njall mi ha detto che siete voi il suo punto di forza.” “Non lo nego. Come suo primo cavaliere ho il compito di sostenerlo e consigliarlo in tutto ciò che fa, ma ha bisogno anche di una donna al suo fianco, di una compagna su cui contare, e di una madre per i suoi eredi al trono. Quella donna sarete voi, a partire da domani.” “Pensate che sarò all’altezza del compito per cui sono stata scelta, nonostante abbia solo diciannove anni?” “Mi sono posto la stessa domanda quando Re Sander mi ha nominato suo primo cavaliere. Pensavo di essere troppo giovane e inesperto, ma mi sbagliavo. La mia intesa con il Re è stata fin da subito eccellente, a dimostrazione che l’età non conta quando si possiede la saggezza.”

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“Avete ventidue anni, e il Re ne ha ventisette, cinque anni di differenza non sono poi molti… Otto anni sono di più, non credete?” “La moglie di un Re dev’essere sempre più giovane, e la vostra freschezza lo aiuterà a non irrigidirsi sotto il peso dei suoi doveri di sovrano.” Mentre salivano i gradini della scala a chiocciola della torre ovest del castello, Maire osservava il profilo nobile del volto di Sir Lorens, i suoi morbidi e folti riccioli biondi, la sua espressione fiera e al contempo carica di dolcezza, e si chiese se avesse una lady che lo amava e lo rendeva felice. “Lorens, posso farvi una domanda personale?” “Certamente. Ditemi, cosa volete sapere?” Maire non ebbe alcun indugio a chiedere: “Siete sposato? O forse avete una compagna?” Lui sorrise prima di rispondere. “Non mi aspettavo questa domanda… Comunque la risposta è no, non sono sposato e non ho una compagna.” “E come mai? Siete un uomo così bello.” Lorens si fermò sull’ultimo gradino della scala e la guardò. “Molte donne mi fanno questo genere di complimento, devo ammetterlo, tuttavia essere il primo cavaliere di un Re comporta alcuni sacrifici, tra cui l’impossibilità di amare una donna.” “Mi state dicendo che non ne avete il tempo?” “Esattamente. Devo essere sempre a completa disposizione del Re, sia di notte che di giorno, come potrei ritagliare uno spazio per una donna nella mia vita? Finirei sicuramente per trascurarla, e lei ne soffrirebbe.” “Quindi non vi siete mai innamorato?” “No, mai. E non accadrà nemmeno in futuro. L’amore non è una delle mie priorità.” “Tutto ciò è molto triste… Non desiderate sposarvi e avere dei figli, come qualunque altro uomo?” “Capisco che per voi sia difficile da comprendere, ma non tutti gli uomini necessitano di moglie e figli, e io sono quel tipo d’uomo.” “Dunque siete insensibile all’amore? Non sentite il bisogno di amare e di essere amato? Non provate nemmeno il desiderio di giacere nello stesso letto con una donna e possederla fisicamente?” La domanda lo spiazzò, lasciandolo senza parole, e la sua risposta tardò ad arrivare. Maire colse l’ombra del turbamento e dell’imbarazzo nei suoi occhi, e pensò di essere stata troppo impertinente. Stava per scusarsi, quando lui rispose:

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“Io non sono insensibile al sentimento dell’amore, so cosa si prova ad amare e ad essere amati, e conosco fin troppo bene il desiderio fisico. Vorrei potervi dire di più, ma preferisco non spingermi oltre… E’ un argomento troppo personale, che tengo segretamente custodito nel mio cuore.” Maire annuì con un cenno del capo. “Ora capisco, non vi piace parlare della vostra vita privata. E’ giusto, non siete obbligato a dirmi tutto, e vi chiedo scusa per essere stata così maleducata, mi dispiace.” Lo sguardo di Lorens si addolcì. “Maire, vi assicuro che non mi avete offeso, e non avete peccato di maleducazione. Siete stata sincera, perché la vostra anima è spontanea, e la vostra curiosità è priva di malizia. Non scusatevi, non ve n’è bisogno.” “D’accordo. Comunque prometto che in futuro eviterò di farvi domande troppo personali, in segno di rispetto nei vostri confronti.” Ripresero a camminare, percorrendo un corridoio sul quale si affacciavano le porte di due stanze. “Quella in fondo è la vostra stanza”, disse Lorens indicando la porta al termine del corridoio. “Sarà il vostro rifugio personale anche dopo il matrimonio, quando vorrete passare dei momenti in completa solitudine. Per questa notte dormirete lì, mentre domani condividerete la stanza reale in compagnia del Re, nella torre est del castello. E la stanza qui accanto è quella di Deirdre, la vostra ancella personale, che sarà sempre a vostra disposizione.” “Non sono abituata ad essere servita e riverita, so badare a me stessa.” “Non ne dubito, comunque sarete voi a decidere cosa chiedere a Deirdre, nessuno farà obbiezioni se vorrete spazzolarvi i capelli da sola e prepararvi l’acqua del bagno senza chiamare la vostra ancella. Ma per questa sera avremo bisogno di lei, perciò direi che possiamo disturbarla subito.” Prima che Lorens bussasse alla porta dell’ancella, Maire lo trattenne per il braccio. “Aspettate, devo chiedervi un’altra cosa.” “Ditemi pure.” Maire lo guardò con espressione supplichevole. “Com’è il Re Sander? Fisicamente, intendo dire… E’ bello quanto lo siete voi?” Gli occhi di Lorens brillarono e un sorriso divertito incurvò la sua bella bocca.

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“Maire, come siete curiosa… Ma vi capisco, state per sposare un perfetto sconosciuto… Dunque, Re Sander è un uomo molto, molto bello. I suoi occhi sono più scuri dei miei, blu come il mare, i suoi capelli sono più corti, di una tonalità decisamente più chiara, tipicamente scandinava, meno ricci, ma pur sempre ondulati, sopracciglia più folte, un volto più maschio, dai lineamenti più decisi, non si rade, per cui ha sempre un velo di barba su mento e guance, è più alto e più robusto, e nel complesso è un uomo davvero affascinante. So che vorreste vederlo prima di sposarlo, è comprensibile, ma fidatevi di me, vi basterà uno sguardo per innamorarvi di lui.” Soddisfatta dalle parole di Lorens, Maire gli strinse forte il braccio tradendo tutta la sua emozione. “Grazie Lorens, ora riesco a immaginare il suo volto nella mia mente, e spero che domani arrivi presto.” “Morite dalla voglia di sposarlo a quanto vedo… Ma vi manca l’abito nuziale, e si sta facendo notte, perciò basta con le domande e seguitemi nella stanza di Deirdre, così potrà prendervi le misure e cucirvi l’abito in tempo per domani, va bene?” “Vi siete dimenticato che sono affamata.” “Avete ragione, dovete ancora cenare… Rimanete qui dove siete, immobile, vado a rimediarvi qualcosa da mangiare, anche se non rientra nei miei compiti, ma per voi farò un’eccezione. Torno subito, non muovetevi.” “Va bene, vi aspetto… Grazie!” Mentre Sir Lorens riscendeva la scala a chiocciola per intrufolarsi nelle cucine e ordinare alla cuoca di riscaldare al volo un piatto di zuppa di verdure per la futura sposa e sovrana di Branstock Borg, Maire rimase ad aspettarlo affacciata alla finestra del corridoio della torre ovest respirando l’aria salmastra proveniente dal mare ai piedi del maniero e contando le stelle del firmamento celeste. Grazie alla descrizione di Lorens, se chiudeva gli occhi riusciva a immaginare il viso di Re Sander, e sentiva crescere dentro di sé un’emozione incontenibile. Non vedeva l’ora che giungesse il momento di percorrere la sala del trono in abito da sposa, andando incontro all’uomo che sarebbe diventato il suo compagno di vita e il suo Re. E mentre sognava tutto ciò, al contempo ringraziava Dio per averle donato una gioia così grande e inaspettata. Era una ragazza fortunata, avrebbe fatto del suo meglio per essere amata da Re Sander e ricambiarlo con la stessa dose d’amore.

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4 La luce del giorno filtrava dal leggero tendone bianco della finestra della stanza privata di Maire e il sole splendente di fine Giugno proiettava fasce luminose sulle pareti di pietra nuda. Distesa sul morbido letto con addosso solamente una lunga camicia da notte, Maire dormiva ancora quando la sua ancella personale bussò alla porta con tre colpi vigorosi. Non ottenendo risposta, bussò nuovamente, e al secondo tentativo Maire sbatté le palpebre emergendo dal sonno. Si drizzò a sedere sul letto e disse: “Avanti!” Deirdre spalancò la porta energicamente ed entrò nella stanza quasi correndo, reggendo un vassoio d’argento tra le mani. “Buongiorno mia signora. E’ ora di alzarsi, il sole è già alto nel cielo! Se non scendete subito dal letto non farete in tempo a prepararvi per la cerimonia!” Maire sobbalzò sul materasso ed esclamò: “Oh buon Dio! Il matrimonio! Mezzogiorno è già passato?” “No mia signora, ma manca poco. Forza, alzatevi.” “Sì, eccomi, scendo subito.” Maire balzò giù dal letto e infilò i piedi in un paio di babbucce di stoffa ricamata, corse alla finestra e scostò il tendone. “Che giornata meravigliosa!” “Oh sì, perfetta per un matrimonio reale. Venite a fare colazione, vi ho portato del pane caldo di forno e latte di capra appena munto.” Maire gettò un rapido sguardo oltre la finestra e vide il cortile del palazzo gemito di servitori che correvano da un lato all’altro reggendo ceste di cibarie e vettovaglie. “C’è molta confusione laggiù.” “Naturale! Oggi il Re Sander si sposa, tutto dev’essere perfetto, inoltre sono arrivati molti Lord dal sud delle Hjaltland per assistere alle nozze e partecipare al banchetto di questa sera, la servitù è indaffarata con i preparativi.” Abbandonata la finestra, Maire si sedette sul bordo del letto, prese il vassoio d’argento e strappò un pezzo di pane con le dita. “Avete dormito bene?”, s’informò Deirdre. “Benissimo, come un ghiro.” “Beata voi, io ho fatto l’alba per cucire il vostro abito da sposa, mi reggo in piedi a stento.”

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“Mi dispiace tanto, Deirdre…” “Sciocchezze! L’ho fatto volentieri, e il vestito è venuto benissimo. Sapete, io sono un’umile sarta, e cucire l’abito da sposa della futura moglie di Re Sander è stato un onore!” Maire bevve un sorso di latte, addentò un altro pezzo di pane e osservò la sua ancella che preparava la tinozza di legno per il bagno mattutino. Deirdre era una popolana come lei, una ragazza di ventitré anni nata e cresciuta lì a North Roe. Era bassa di statura e scura di capelli, agile come una gazzella, dotata di entusiasmo e umorismo, era sveglia, intelligente e bravissima a confezionare vestiti. Quando Re Sander era sbarcato a North Roe, Deirdre si era presentata al castello chiedendo di poter lavorare come sarta ed era stata subito accolta tra i membri della servitù. Lavorare a Branstock Borg era un grande privilegio per lei. Maire terminò la colazione, quindi si spogliò e si immerse nella tinozza che Deirdre aveva riempito di acqua calda mista ad essenza di rosa. “Volete che vi dia mano, mia signora?” “No, grazie, faccio da sola.” “Va bene, allora darò una rassettata al letto e poi andrò a prendere il vostro abito da sposa.” Mentre si faceva il bagno strofinandosi il corpo con un panno, Maire ripensò alla sera precedente. Sir Lorens le aveva mostrato la sua stanza, spartana ma accogliente, e le aveva tenuto compagnia mentre mangiava un piatto di zuppa di verdure e una coscia di pollo bollito che lui stesso le aveva portato direttamente dalle cucine reali. Poi le aveva presentato Deirdre, e l’ancella le aveva preso le misure per confezionare il suo abito da sposa utilizzando una cordicella di cuoio, quindi, mentre la notte avanzava, Sir Lorens le aveva spiegato che il rito nuziale si sarebbe svolto nel tardo pomeriggio all’interno della sala del trono, seguito da un banchetto con musica e danze nella sala dei ricevimenti che si sarebbe protratto fino a notte fonda, e al suo termine, Re Sander l’avrebbe condotta nella loro stanza matrimoniale per consumare la prima notte di nozze. Maire apprezzava i modi gentili e galanti di Sir Lorens, la tenerezza con cui la trattava, la dolcezza con cui la guardava, e le premure che mostrava nei suoi confronti. Le ricordava suo fratello Finn, il terzogenito, che aveva la stessa età di Lorens ed era premuroso e affettuoso con lei nel medesimo modo. Prima di lasciarla sola affinché potesse riposarsi dalla stanchezza del lungo viaggio, Sir Lorens le aveva augurato di fare bei sogni, e nell’andare via l’aveva

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salutata con un bacio sulla fronte. Maire si era addormentata subito, ma il suo ultimo pensiero prima di lasciarsi andare tra le braccia di Morfeo era stato per lui, per Sir Lorens, e non per Re Sander. Ripensandoci in quel momento, Maire si disse che dopo aver conosciuto il Re, l’infatuazione che provava per Sir Lorens sarebbe svanita, sostituita dall’amore per suo marito, Re Sander Branstock dagli occhi blu. Terminato il bagno, Maire uscì dalla tinozza e si avvolse in un telo per asciugarsi. “Profumate come un bocciolo di rosa, mia signora!” “Merito vostro e dell’essenza cha avete diluito nell’acqua.” “Ho pensato che avrebbe fatto piacere al Re avere accanto una sposa bella e profumata come un fiore, per questo ho usato quell’essenza. Ora vado a prendere il vostro abito, ci metterò giusto un attimo.” Maire la vide uscire dalla stanza in un battito di ciglia, terminò di asciugarsi e Deirdre riapparve reggendo l’abito adagiato su entrambe le braccia. “Eccolo qui, spero vi piaccia.” Lo distese sul letto, in modo che Maire potesse vederlo. “Oh, cara Deirdre, è bellissimo…” Era un abito lungo dalla linea semplice e morbida, di un lino leggerissimo color bianco avorio, con le maniche lunghe e svasate sui polsi, la scollatura rotonda sul petto, e una fascetta sotto il seno. “Voglio indossarlo e vedere come mi sta.” “Certo, vi do una mano.” Maire lasciò cadere a terra il telo, indossò degli indumenti intimi che Deirdre le aveva cucito apposta per lei, quindi infilò le gambe e le braccia dentro l’abito da sposa e Deirdre le allacciò i cordini che chiudevano il corpino dietro la schiena. “Ecco fatto. Direi che è perfetto.” Maire lisciò le pieghe della gonna con le mani e si sistemò la scollatura sul seno. “Mi piace moltissimo, ti ringrazio Deirdre!” “Prego, mia signora. Sono felice di non aver sbagliato la misura, temevo di averlo cucito troppo stretto.” “Affatto, mi fascia benissimo, siete stata molto brava.” “Vi ringrazio, mia signora.” Deirdre si chinò sul letto e prese una spazzola di setole di cinghiale, e Maire si lasciò pettinare i lunghi capelli rossi finché non divennero lisci come seta. A quel punto Deirdre usò un bastoncino di legno sottilissimo per dividere i capelli a metà creando una scriminatura

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centrale sulla testa di Maire, spazzolò nuovamente i capelli prima da un lato e poi dall’altro, depose la spazzola e sollevò tra le mani una coroncina di fiori di biancospino intrecciati e con grazia la depose sul capo di Maire. “Ho sempre sognato di sposarmi abbigliata in questo modo. Vorrei tanto che la mia famiglia potesse vedermi…” “Non preoccupatevi di questo, ho sentito dire che a corte ci sarà un artista incaricato di disegnare voi e Re Sander durante la cerimonia nuziale.” “Dite sul serio? Questo significa che potrò inviare un ritratto alla mia famiglia?” “Esatto, così i vostri genitori e fratelli avranno un ricordo di quanto eravate radiosa in questo importantissimo giorno, e vedranno il volto dell’uomo che sarà vostro marito e sovrano.” “E’ stata un’idea di Re Sander?” “Credo di sì, ma potrebbe essere stato anche Sir Lorens Ingmar, vi ha preso molto a cuore, sapete?” “Sì, effettivamente l’ho notato.” “Dovete averlo colpito molto, non l’ho mai visto così preso da una donna prima del vostro arrivo.” Maire sentì un fremito allo stomaco, ma lo ignorò di proposito. Doveva concentrarsi su Re Sander, dopotutto anche lui era un bell’uomo, e lei voleva amarlo con tutta se stessa. Sarebbe stata un’encomiabile Regina. Il bussare improvviso alla porta la riportò alla realtà. Si voltò e vide Sir Lorens spuntare sull’uscio della stanza. “Buongiorno Maire. Posso entrare?” Maire fu felice di vederlo. Gli andò incontro sorridendogli. “Buongiorno Lorens. Accomodatevi, Deirdre mi stava aiutando a prepararmi per le nozze. Vi piace il mio abito da sposa?” Lui le rivolse uno sguardo ammaliato, sostando sulla porta socchiusa, gli occhi chiari che brillavano nel volto angelico. Era vestito come la sera prima, con tunica e soprabito, ma di colore blu mare anziché di azzurro. E reggeva tra le mani un cofanetto di metallo. “Se solo il Re potesse vedervi in questo momento… Siete splendida Maire, una visione poetica.” Chiuse la porta e si avvicinò di qualche passo. “Vi porto un omaggio di Re Sander, un gioiello che lui mi ha chiesto di farvi indossare.” Mentre Deirdre sedeva in un angolo della stanza in silenzio, Lorens sollevò il coperchio del cofanetto. Al suo interno, v’era una collana

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d’argento con un rubino rosso a forma di goccia incastonato in un pendente dorato. “Apparteneva alla madre di Re Sander, la regina Cèlyn. Era il regalo di nozze del Re Eirik. La indossava il giorno del loro matrimonio e l’ha portata fino alla morte. Da oggi sarà vostra, per volere di Re Sander.” “Io… Non so cosa dire… E’ un tale onore…” Lorens depose il cofanetto e tenne fra le mani la collana con il prezioso pendente. “Voltatevi, così posso mettervela al collo.” Maire eseguì il suo ordine, permettendo a Lorens di scostarle di lato i capelli con la mano per allacciarle la collana alla base del collo. “E’ una collana meravigliosa”, disse lei, sfiorando con le dita la goccia di rubino che si adagiava sul suo petto. “Sono felice di portarla, non la toglierò mai, lo giuro.” “Non dovete prometterlo a me, piuttosto a Re Sander.” “Lo farò. Lo ringrazierò di questo dono oggi stesso.” “L’ho visto pochi attimi fa, nella sua stanza. E’ terribilmente agitato, ha avuto bisogno del mio aiuto per vestirsi.” “Veramente? E cosa lo mette in agitazione?” “Il matrimonio, naturalmente. Non si sente pronto.” “Oh… Non dovreste dirmi una cosa del genere.” “Invece sì Maire, perché oggi dovrete essere forte anche per lui. Il matrimonio è un passo importante, che Re Sander avrebbe volentieri posticipato di qualche anno, ma non ha potuto sottrarsi alle ultime volontà del padre, perciò deve prendervi in moglie e superare i suoi timori.” “E io cosa dovrei fare?” “Sostenetelo. Fategli capire che lo amerete e sarete sempre al suo fianco. Mostratevi fiera e amorevole. E conquistatelo con la vostra bellezza.” “Pensavo che il Re fosse un uomo impavido.” “Infatti lo è quando si tratta di governare e gestire gli affari politici. E’ solo l’amore che lo spaventa. Una parte di lui è molto fragile, ma voi saprete dargli coraggio.” “Cosa ve lo fa pensare? Sono solo una ragazza cresciuta in un povero villaggio di artigiani.” “Non è vero. Voi siete una giovane donna piena di ardore, avete il fuoco nei capelli e nel sangue, la passione che brucia nelle vostre vene, e nulla vi spaventa, nemmeno essere qui da sola, in terra straniera, circondata da estranei, lontana dai vostri cari. Siete una

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donna forte Maire, e il Re ha bisogno di essere contagiato da voi. Lo farete?” Maire sollevò il mento e disse: “Sì… Vi prometto che lo farò. Sarò una brava moglie. Un’intrepida Regina.” Lorens annuì con il capo e le prese le mani fra le sue, deponendovi un bacio di gratitudine. Quando le lasciò andare le mani, a Maire quasi dispiacque. Sir Lorens aveva il potere di farla sentire adorata, e questo le piaceva. “Ora che siete vestita da sposa e che indossate la collana della Regina Cèlyn, non vi resta che aspettare che arrivi il momento del rito nuziale. E visto che mancano ancora cinque ore, vi andrebbe di imparare a giocare a scacchi?” “Vorreste insegnarmelo? Adesso?” “Re Sander adora il gioco degli scacchi. Se vi chiederà di fare una partita, dovrete sapere come si fa.” “Avete ragione… Accetto la vostra proposta.” “Benissimo. Vado a prendere la scacchiera.” Sir Lorens uscì dalla stanza, e Maire si voltò a guardare Deirdre seduta nell’angolo della stanza. “Sir Lorens vi adora, mia signora. Se potesse farlo, scommetto che vi sposerebbe lui al posto di Re Sander”, commentò l’ancella con sguardo malizioso. Maire si sedette sul letto e pensò che Deirdre diceva il vero, perché Sir Lorens le riservava fin troppe attenzioni. Forse era il suo modo di fare, oppure… No, preferiva non pensare ad altre alternative, non nel giorno del suo matrimonio con Re Sander. Scacciò via ogni pensiero e rammentò a se stessa che presto avrebbe percorso la sala del trono al braccio di Sander Branstock.

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“Scacco matto!” Con un gesto della mano rapido e sicuro, Sir Lorens mosse l’alfiere di ebano scuro sulla scacchiera e mangiò la pedina della regina di faggio chiaro aggiudicandosi la vittoria.

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“Avete vinto di nuovo, non è giusto!”, esclamò Maire, dispiaciuta per aver perso la sesta partita consecutiva. “Siete troppo bravo, non vi batterò mai.” “E’ un semplice gioco d’astuzia. Dovete immaginare quale sarà la mossa dell’avversario e precederlo evitando che metta in pratica il suo intento di sconfiggervi.” “Non è così facile, dovrò esercitarmi a lungo prima di imparare i vostri trucchi. Essere sempre sconfitta non è affatto piacevole.” “Se volete posso lasciarvi la scacchiera, così potrete giocare con Deirdre.” “Grazie, la terrò con piacere.” Sir Lorens raccolse le poche pedine rimaste sulla scacchiera di legno e le ripose in un sacchetto di iuta insieme alle altre, mentre Maire si alzava in piedi e infilava i piedi nelle scarpine di pelle di cervo che si era tolta per sedersi sul letto a giocare a scacchi. Deirdre aveva lasciato la stanza dopo la prima partita, e il tempo era volato via in un soffio. Il sole si stava abbassando sul mare, segno che il tardo pomeriggio era ormai arrivato. “Sono stanca di aspettare, non è ancora il momento di scendere di sotto?” “Dobbiamo attendere il suono del corno. Sarà l’annuncio ufficiale dell’inizio della cerimonia. Non dovrebbe mancare molto, l’attesa sarà presto finita.” Maire si accostò alla finestra spalancata contemplando il cielo azzurro sfumato d’arancio e rosa pallido. Sospirò, e si stupì di sentirsi tanto calma e serena. Poco dopo, il suono cupo e prolungato del corno si espanse nell’aria quieta che avvolgeva il palazzo e Maire si lasciò sfuggire un gridolino eccitato. “Finalmente! Temevo che questo momento non arrivasse mai! Possiamo scendere adesso?” Sir Lorens si sistemò la tunica e riallacciò la cinta con la spada che aveva deposto ai piedi del letto alcune ore prima. “Vedo che siete ansiosa di sposarvi, perciò non facciamo attendere oltre il povero Re Sander.” Come stabilito la sera precedente, Sir Lorens avrebbe accompagnato Maire fino alla sala del trono, per poi consegnarla nelle mani del sovrano. Procedette verso la porta, l’aprì e fece uscire Maire, seguendola a sua volta nel corridoio della torre ovest.

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Deirdre era lì fuori ad aspettare la sua padrona con un mazzetto di fiori di biancospino tra le mani. “Tenete, mia signora, è il vostro bouquet.” Lo consegnò a Maire, che subito lo strinse nel pugno della mano sinistra. “Oh, cara Deirdre! Vi sono grata per tutto.” “Dovere, mia signora. E ora andate, Sua Maestà vi attende.” D’innanzi alla scala a chiocciola, Sir Lorens offrì il braccio a Maire e insieme scesero lentamente i gradini in pietra, seguiti dall’ancella che avrebbe osservato la cerimonia nuziale dal fondo della sala, accanto agli altri servitori di corte. Giunti al pianterreno, percorsero il corridoio che conduceva alla sala del trono e quando furono a pochi passi dall’entrata, Sir Lorens si fermò per sistemare la coroncina di biancospino sul capo di Maire. La guardò con tenerezza, e le sorrise prima di darle un bacio sulla fronte. Subito dopo, come nel più bello dei sogni di Maire, la scortò dentro la sala del trono illuminata dalla luce dorata del sole e delle candele.

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5 Col senno del poi, Maire avrebbe ricordato il giorno del suo matrimonio con Re Sander Branstock come l’inizio di una meravigliosa favola dai risvolti imprevedibili e complicati, una favola caratterizzata da avvenimenti inaspettati e da un finale tutt’altro che lieto. Ma in quel pomeriggio di fine Giugno, mentre sostava sull’ingresso della sala del trono nel suo bell’abito da sposa con il viso raggiante di felicità e centinaia di occhi di nobili invitati che la fissavano curiosi e stupiti, Maire sapeva solo che stava per vivere l’esperienza più memorabile della sua vita. Con il cuore in gola e le mani tremanti, guardò la sala gremita di ospiti e guardie reali e i suoi occhi verdi luminosi come smeraldi scivolarono sul fondo della sala in cerca del suo promesso sposo. Ai piedi del grande trono in ferro sovrastato dal falco dalle ali spiegate, la figura prestante di Re Sander Branstock le apparve in tutta la sua nordica bellezza. Lo vide procedere con passo sicuro dal fondo della sala verso di lei, elegantemente vestito di una lunga tunica blu mare chiusa sul petto da bottoni dorati, un soprabito blu notte smanicato, pantaloni di pelle scuri e stivali di cuoio nero con fibbie dorate alle caviglie. Un mantello nero con ricami argentati allacciato sul petto da un anello d’oro gli copriva le spalle, e una semplice corona a fascetta in oro brunito impreziosita da piccoli rubini rossi gli ornava il capo. Era il ritratto della regalità fatta persona, e corrispondeva perfettamente alla descrizione che Sir Lorens le aveva fato di lui. Alto, robusto, le spalle ampie, i capelli folti e ondulati di un biondo chiarissimo, due profondi occhi blu dall’espressione penetrante, naso aristocratico e bocca sensuale, il volto orlato dalla corta barba bionda. Maire pensò che era un uomo bellissimo, dall’aspetto principesco, e quando la raggiunse fermandosi di fronte a lei, le venne naturale accoglierlo con un inchino. “Vostra Maestà”, mormorò con un filo di voce. Lui tese una mano grande e forte verso di lei, e Maire posò la propria mano minuta nel suo palmo caldo, lui le strinse le dita con delicatezza e la fece risollevare in piedi. “Lady Maire, mia bellissima sposa, sono onorato di prendervi in moglie”, le disse, con voce scura e profonda.

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“L’onore è mio, Vostra Maestà.” I loro occhi si incontrarono, zaffiri blu incatenati a verdi smeraldi per un lungo istante, dopodiché lui si chinò in avanti per baciarle il dorso della mano, e subito dopo, le donò un sorriso che le fece sciogliere il cuore. Il suono di una cetra sparse intorno una delicata melodia e Re Sander invitò Maire a seguirlo nel cammino verso il fondo della sala del trono, tenendola per mano lungo tutto il percorso. Avanzarono lentamente, seguendo il ritmo della musica sprigionata dalla cetra, sotto gli sguardi ammirati degli astanti che chinavano il capo al loro passaggio in segno di rispetto. Le gambe di Maire tremavano e il suo cuore sembrava un tamburello impazzito, ma la gioia del momento le dava la forza di non svenire. Quando giunsero ai piedi dei tre scalini che salivano al trono si fermarono, e Maire incontrò lo sguardo azzurro di Sir Lorens appostato alla sua sinistra. Gli sorrise, felice che lui fosse lì, come un’angelica presenza protettrice capace di rasserenarla. Vide anche il volto amico di Lord Njall Kollsvein, appostato sul lato destro, che le inviò un sorriso d’incoraggiamento, e l’attimo seguente un sacerdote vestito di bianco comparve d’innanzi a loro per celebrare il rito matrimoniale. La cetra si fece muta e anche il brusio dei presenti cessò di colpo. La sala si riempì di un silenzio solenne. Il sacerdote, un anziano dalla lunga barba bianca, iniziò a parlare in lingua normanna con voce poderosa, e sebbene Maire non capisse una parola di ciò che diceva, mantenne l’attenzione fissa su di lui. Prima di iniziare il rito, il sacerdote allungò le braccia in avanti ponendole sul capo di Maire e di Re Sander per invocare la benedizione divina, poi attese l’arrivo di un paggio che gli consegnò un antico libro dalle pagine ingiallite dal tempo. Sempre parlando in normanno, pronunciò una sacra preghiera, quindi il paggio gli porse un grande cero spento e due ceri accesi più piccoli, uno per Maire e l’altro per Re Sander. Simboleggiavano le fiamme dell’amore, che unite insieme avrebbero dato vita al fuoco dell’amore eterno del matrimonio. Per fare ciò, Maire e Re Sander furono invitati ad avvicinare i loro ceri al cero più grande, accendendolo insieme. Il sacerdote benedì il grande cero, quindi lo pose ai piedi degli sposi e il paggio gli consegnò un cuscino imbottito dove splendevano due semplici anelli d’oro, le fedi nuziali. Era il momento dello scambio delle promesse. Re Sander prese l’anello più piccolo e guardò Maire dritta negli occhi.

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“Io, Re Sander Branstock, figlio di Eirik Branstock, sovrano di North Roe, prendo in moglie Lady Maire Kendric, e giuro sulla mia corona e sul mio trono di amarla e rispettarla fino alla fine dei tempi.” Per Maire fu un sollievo sentirlo pronunciare la formula in lingua celta, e sorrise felice quando lui le infilò l’anello nuziale all’anulare della mano sinistra e vide che le calzava a pennello. Poi si rese conto che toccava a lei pronunciare la formula di rito, perciò prese l’altro anello dal cuscino e rammentò le parole che Sir Lorens le aveva fatto imparare a memoria qualche ora prima. “Io, Lady Maire Kendric, figlia di Aiden Kendric della contea di Bardister, accolgo nella mia vita Sua Maestà Sander Branstock giurando di amarlo come moglie, di rispettarlo come Regina, di essergli fedele e ubbidiente, e di donargli un erede maschio per la salvezza del trono e della corona.” Senza indugiare, Maire fece scivolare la fede nuziale nell’anulare sinistro di Re Sander e si chinò a baciargli la mano come voleva la tradizione. A quel punto il sacerdote prese la mano di Re Sander e quella di Maire, le mise una sopra l’altra, vi avvolse attorno una fettuccia di stoffa rossa, e benedì la loro unione proclamandoli marito e moglie in lingua normanna. Per concludere il rito, porse loro un calice di Rosetum, un vino rosso profumato alla rosa, dal quale entrambi bevvero un sorso. E infine, sciolse il nastro che legava insieme le loro mani e lo donò a Re Sander, che avrebbe dovuto custodirlo per proteggere il loro sacro legame. La cetra riprese a suonare intonando una melodia delicata, e Re Sander guardò Maire mentre Lord Njall Kollsvein si avvicinava al sovrano reggendo un cuscino con un diadema d’oro brunito impreziosito da tre rubini rossi. Maire capì che quel diadema era la sua corona da Regina, e si preparò ad essere incoronata. Sentì dei passi alle sue spalle, le mani leggere di Sir Lorens che si posavano sulle sue spalle e la sua voce chiara che le sussurrava: “Inginocchiatevi.” Maire lo fece. S’inginocchiò ai piedi di Re Sander tenendo il capo leggermente chinato. Lorens le tolse con delicatezza la coroncina di fiori di biancospino e subito dopo Re Sander le pose sulla testa il diadema d’oro e rubini, incoronandola sua Regina consorte. Emozionata, Maire si portò una mano al petto, poi le mani di Lorens si posarono sulle sue braccia per aiutarla a rialzarsi in piedi. “Ora siete davvero una Regina”, le sussurrò Lorens prima di lasciarla andare e retrocedere di alcuni passi.

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Anche Lord Njall riprese il suo posto e Maire guardò Re Sander che le stava di fronte con sguardo fiero e soddisfatto. Fu lui a sistemarle con cura il diadema d’oro sulla sommità del capo e a concludere il rito del matrimonio decretando a voce alta in direzione degli astanti: “Ecco la mia Regina! Sua Maestà Lady Maire Branstock!” Le strinse la mano nella propria e insieme si voltarono verso i presenti, che accolsero la coppia di regnanti con un lungo e scrosciante applauso. Maire sorrise raggiante, e calde lacrime le annebbiarono la vista per la commozione di quel momento. Era troppo felice per piangere, così ricacciò indietro il pianto e si strinse al braccio di Re Sander. Insieme, si avviarono lungo l’uscita della sala del trono, per dare inizio al banchetto nuziale e ai festeggiamenti con danze e canti che sarebbero durati fino a notte fonda.

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Allestito nella spaziosa sala dei ricevimenti, il banchetto nuziale si rivelò un tripudio di sapori, con portate a base di selvaggina cotta allo spiedo e carne di cinghiale arrosto, pesce alla griglia e in salamoia, verdure bollite e stufate, focaccine al miele, frutta fresca, e ovviamente vino rosso, bianco, birra e sidro. Gli ospiti erano stati disposti su lunghe tavolate accostate alle pareti, in modo da lasciare libero lo spazio centrale della sala per le danze di gruppo. Il tavolo degli sposi dominava la sala e Re Sander e Lady Maire sedevano l’uno accanto all’altra. Per tutta la durata del banchetto, Maire ebbe modo di parlare con suo marito, scoprendo quanto fosse gioviale e divertente. Gli chiese di parlarle del suo paese d’origine, della sua infanzia, delle sue esperienze, della sua decisione di lasciare il Nord per costruire il suo regno nelle Hjaltland. Re Sander rispose a tutte le sue domande con evidente piacere e volle sapere altrettanto sulla vita di Maire prima di arrivare a North Roe. Scoprirono di avere un’intesa e un’affinità che li faceva comunicare senza problemi, Re Sander era un uomo affabile dai modi gentili, rideva alle battute di Maire, le faceva il baciamano in continuazione, le accarezzava i capelli, la riempiva di complimenti e di sguardi di sincero apprezzamento. Maire era ammaliata dal suo fascino e non faceva nulla per

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nasconderlo, anzi, lo adulava in modo disinvolto, facendogli capire quanto le piacesse come uomo. Anche Re Sander si sprecava in elogi sulla sua bellezza, facendola sentire orgogliosa di se stessa e dandole la certezza che il loro futuro di coppia sarebbe stato idilliaco. Al termine del pasto, aprirono le danze esibendosi da soli nelle ballate tipiche delle Hjaltland, e Re Sander ebbe modo di far notare a Maire la sua bravura come ballerino senza mai pestarle i piedi. Poi la sala si riempì di altri nobili accompagnati dalle loro dame, dando vita a balli di gruppo in cui tutti si divertirono senza sosta per ore. Maire si godette ogni singolo istante di quei festeggiamenti, e nei rari momenti di pausa scoprì di essere all’altezza di sostenere acute conversazioni con i consiglieri di corte e le nobildonne dei numerosi Lord presenti al matrimonio. Mai, nemmeno una volta, si sentì fuori luogo o in imbarazzo, e tutti si congratularono con lei per il suo livello d’istruzione nonostante le sue origini popolane. Tutta presa dalla festa e dalle attenzioni pressanti di Re Sander, Maire si dimenticò totalmente di Sir Lorens, e non si accorse che lui la osservava in disparte con gli occhi colmi di apprensione mentre lei rideva felice al fianco di Re Sander e volteggiava leggiadra fra le sue braccia durante le danze. Quando scese la notte sul castello di Branstock Borg e i festeggiamenti giunsero al termine, Re Sander annunciò ai presenti che lui e la sua novella sposa si sarebbero ritirati nella propria stanza matrimoniale per consumare la loro prima notte di nozze. Un applauso accompagnò l’uscita di Re Sander e Lady Maire dalla sala dei ricevimenti, e quando gli sposi si ritrovarono soli nel corridoio esterno alla sala, Re Sander sollevò Maire da terra portandola via in braccio, correndo verso la torre est del palazzo mentre lei rideva gioiosamente tenendosi stretta alle sue forti spalle. Nascosto nell’ombra, Sir Lorens li guardò andare via insieme e una morsa di tristezza gli attanagliò il cuore.

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Seduta sull’enorme letto della stanza reale, Maire osservava suo marito intento a versare del sidro di fragola in due piccoli calici d’argento. “Ancora sidro, mio Re?”, chiese, consapevole di aver bevuto fin troppo alcool durante il banchetto. “Un ultimo bicchiere, per festeggiare la nostra luna di miele. E poi questo non è un sidro qualunque, è originario delle mie terre, dolce e succoso.” Si avvicinò al letto e le porse il calice. “Assaggiatelo, e ditemi se vi piace.” Maire bevve un sorso di sidro e il sapore prima dolciastro e poi asprigno delle fragole fermentate le scivolò fra le labbra procurandole un brivido di piacere. “Avete ragione, è speciale, davvero buono.” Ne bevve ancora, un sorso dopo l’altro, svuotando il calice. “Ne volete dell’altro?” “Soltanto un goccio, sono già piuttosto brilla.” “Anch’io ho esagero con il vino questa sera, ma siamo entrambi scusati, dopotutto ci si sposa una volta sola, dico bene, mia meravigliosa moglie?” Maire rise, la testa leggera che le girava un po’. “Non mi avete ancora detto come dovrò chiamarvi d’ora in poi… Vostra Maestà, Altezza, Sire, mio Re…?” “Siete mia moglie, perciò quando saremo soli come adesso potrete chiamarmi semplicemente Sander, mentre in pubblico e di fronte ai Lord di mia conoscenza “mio Re” andrà benissimo. Ma non preoccupatevi di questo, se vi capiterà di sbagliare chiamandomi Sander in pubblico nessuno avrà nulla da obbiettare. Siete una Regina anche voi, dopotutto.” Le porse di nuovo il calice con il sidro di fragola e Maire lo sorseggiò lentamente. Ai piedi del letto, Re Sander si stava togliendo gli stivali, seguiti dal mantello che lasciò cadere a terra e dal soprabito che fece la tessa fine. “Vi state spogliando?” “A voi cosa sembra che stia facendo?” Lei rise. “Sì, vi state decisamente spogliando.” “E’ la nostra prima notte di nozze, sono ansioso di consumarla”, disse, togliendosi anche la tunica. Maire guardò suo marito a torso nudo e si leccò le labbra alla vista del suo torace glabro e scolpito. Anche le braccia erano muscolose e tornite. Era proprio un bell’uomo.

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“Apprezzate ciò che vedete, mia cara?” “Oh sì… moltissimo…” Re Sander sorrise compiaciuto, mentre iniziava a slacciarsi lentamente i pantaloni. Maire lo stava contemplando quando un forte capogiro la fece vacillare e cadere all’indietro sul letto. “Oh, accidenti… Credo di essere ubriaca… Mi gira la testa… Tutta la stanza sta girando…” Vide il soffitto annebbiarsi, e poi l’immagine di suo marito a torso nudo che si chinava su di lei e le sfiorava una guancia, anch’egli sfocato e distante. “Maire… State bene?” La sua voce le arrivò da lontano, e non riuscì a rispondergli. “Maire…” Fu l’ultima cosa che sentì, suo marito che pronunciava il suo nome. Dopo, le palpebre si chiusero, pesanti come piombo, e tutto precipitò in un abisso oscuro e profondo. Crollò addormentata, ancora vestita da sposa, con il bel diadema d’oro impigliato fra le ciocche rosse dei suoi capelli. Re Sander le sfilò le scarpine dai piedi e le tolse la corona, poi la coprì delicatamente con le lenzuola e la lasciò sprofondare nella totale incoscienza del sonno.

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6 Maire si svegliò di soprassalto. Si drizzò a sedere sul letto di scatto e si guardò intorno confusa e stordita. “Ben svegliata, mia Regina.” Re Sander, suo marito, la guardava dal bordo del letto dov’era comodamente seduto e perfettamente vestito. Lei sbatté le palpebre, si passò una mano fra i capelli e tentò di mettere ordine nella sua mente assonnata. “Dove… Dove mi trovo?” “Nella stanza reale, ovviamente.” Lei osservò il grande letto a baldacchino dov’era seduta illuminato dalla luce diurna che spioveva da una bifora con le tende leggermente scostate. “E’ già sorto il sole?” “Direi proprio di sì. Sono le tre del pomeriggio.” Maire sgranò gli occhioni verdi. “E’ così tardi?!” “Avete dormito profondamente per tutta la notte e l’intera mattinata. Pensavo che non vi sareste più svegliata.” Maire si mosse nel letto per scendere a terra e solo allora si rese conto di indossare ancora il suo bell’abito da sposa. “Ma… Come mai sono vestita così?...” Re Sander la guardò divertito. “Non ricordate nulla di questa notte?” A quella domanda, lentamente tutte le tessere del puzzle si ricomposero nella sua testa. Il matrimonio. Il banchetto nuziale. I festeggiamenti. Re Sander che la prendeva in braccio portandola via dalla festa. Il sidro alla fragola. Re Sander a torso nudo. La vertigine improvvisa. Il buio. “Oh mio Dio… Mi sono addormentata!”, esclamò, portandosi una mano alla bocca. “Com’è potuto succedere?” “Siete svenuta all’improvviso. Crollata come un sasso. Suppongo che la colpa sia dovuta all’eccessiva stanchezza accumulata negli ultimi due giorni. Il viaggio da Bardister vi ha spossato notevolmente, e i preparativi per le nozze vi hanno procurato molta tensione. Aggiungete le emozioni della cerimonia, le danze del banchetto nuziale, e una dose eccessiva di alcool e capirete il motivo dell’accaduto.”

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“Santo cielo, non posso credere di essere svenuta proprio durante la nostra prima notte di nozze, che vergogna!” Maire si coprì la faccia con le mani e desiderò non essere lì in quel momento. “Suvvia, non è poi così grave”, disse il Re, alzandosi in piedi. “Non rammaricatevi troppo, non è il caso.” “Ma non abbiamo consumato il matrimonio!”, gli fece notare lei. “Vi ho lasciato insoddisfatto… Sono così desolata, potrete mai perdonarmi?” La risata di Re Sander riempì la stanza di allegria. “Maire, mia cara, non devo perdonarvi proprio niente. Ero stanco e ubriaco anch’io, non sarei riuscito a combinare nulla se anche ci avessi provato. Sarebbe stato molto umiliante crollarvi addosso nel bel mezzo di… sì, insomma, avete capito cosa intendo dire.” “Mi dispiace ugualmente. E mi sento terribilmente in colpa. Non avrei dovuto bere tutto quell’alcool, non sono abituata ad esagerare con il vino e il sidro.” “Non dovete dispiacervi e tantomeno sentirvi in colpa per una sciocchezza simile. Avremo altre centinaia di notti per rimediare all’accaduto, e una vita intera da condividere su questo letto.” Maire scese a terra e gli corse incontro per abbracciarlo. “Saprò rendervi felice, lo prometto”, gli disse, mentre lui la stringeva fra le braccia. “Voi mi rendete già felice. Non c’è fretta per tutto il resto. Ci conosciamo da meno di un giorno, penso che dovremmo procedere con calma, un passo alla volta, e vivere il nostro matrimonio con saggezza. La passione irruenta è come un incendio che divampa all’improvviso e divora tutto per poi spegnersi in fretta e non lasciare altro che macerie. Un buon matrimonio si fonda sulla conoscenza reciproca e sull’amore coltivato lentamente, ed è ciò che noi faremo.” Maire sollevò lo sguardo e incontrò i suoi occhi blu. “State dicendo che prima di consumare il matrimonio dovremmo conoscerci meglio?” “Esattamente, Maire.” “Eppure questa notte sembravate ansioso di farmi vostra…” “Lo ammetto, ma non ero lucido, il troppo vino mi aveva offuscato la ragione. Io non sono un uomo impulsivo, non agisco seguendo l’onda delle emozioni, conoscendomi scoprirete quanto io sia razionale.” Le accarezzò una guancia con il dorso della mano e le scostò una ciocca ramata dalla fronte.

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“Voi siete una creatura speciale, Maire. Voglio innamorarmi di voi, della vostra anima, e quando il mio sentimento d’amore sarà così incontenibile da tramutarsi in puro desiderio, solamente allora vi farò mia, non prima. L’amore è un sentimento nobile che mette radici nel cuore e difficilmente viene estirpato, mentre la passione della carne brucia come un fuoco fatuo e svanisce al primo colpo di vento. Voi meritate di essere amata, non solo desiderata per un capriccio di bramosia.” Colpita dalle sue parole, Maire sentì una vampata di calore avvolgerla da capo a piedi e capì che Re Sander sarebbe stato un marito perfetto, capace di amarla davvero con tutto il suo cuore. “Sono lusingata… Nessuno mi ha mai parlato in questo modo, voi mi fate sentire davvero apprezzata.” “Ne sono felice.” Le accarezzò la schiena con i palmi delle mani e le regalò un sorriso carico di dolcezza. “Ora, mia bellissima moglie, cosa ne dite di farvi un bagno, cambiarvi d’abito e raggiungermi di sotto per pranzare insieme? Vorrei mostrarvi Branstock Borg e trascorrere il resto del pomeriggio in vostra compagnia.” Maire non vedeva l’ora di passare del tempo al suo fianco. “Certo. Farò chiamare la mia ancella perché mi aiuti.” “Ho già provveduto personalmente a chiamare Deirdre. Dovrebbe arrivare a momenti. Le ho fatto sistemare degli abiti adattandoli alle vostre misure. Appartenevamo a mia madre Cèlyn, che purtroppo è morta in giovane età e non ha potuto sfoggiarli come avrebbe voluto, ma io li ho custoditi gelosamente per anni e ora desidero che voi li portiate.” “Ne sarò onorata, come lo sono per questo splendido gioiello che mi avete regalato. Lo indosserò sempre.” Si toccò il petto, dove pendeva la collana con la goccia di rubino appartenuta alla Regina Cèlyn. “Grazie Maire, il ricordo di mia madre rivivrà con voi.” “Mi dispiace per la vostra perdita. Vostra madre deve mancarvi molto, la nominate spesso.” Lui annuì con il capo, e un’ombra di tristezza calò sul suo bel volto rabbuiando i suoi occhi blu. “Lei era tutto il mio mondo. Mio padre Eirik era un uomo burbero e collerico, beveva troppo e alzava le mani. Non l’ho mai amato, e lui non amava me. Quando mia madre si ammalò, io ero solo un bambino di dieci anni, vederla morire lentamente consumata da un

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male incurabile mi ha segnato profondamente nell’anima. L’adoravo, ogni suo gesto era pieno d’amore, perderla è stato un duro colpo, e non v’è giorno in cui lei non mi manchi.” Maire gli accarezzò una spalla, in segno di comprensione e conforto, e poggiò il capo ramato contro la sua guancia velata dalla barba ispida e bionda. Quel momento di intimità fu interrotto dall’arrivo di Deirdre, che bussò alla porta vigorosamente. “Dev’essere la vostra ancella.” Maire scivolò via dall’abbraccio del Re per correre ad aprire la porta, accogliendo Deirdre all’interno della stanza. “Buongiorno mia signora, chiedo perdono per il ritardo, ma ho faticato parecchio a salire le scale senza rovesciare i secchi d’acqua calda per il vostro bagno, e come se non bastasse ho dovuto caricarmi sulla testa questa cesta di abiti per voi.” “Oh, povera Deirdre, mi dispiace, vi aiuto subito.” Mentre Maire dava una mano a Deirdre con i secchi e con la cesta, Re Sander scivolò silenziosamente verso la porta. “Vi aspetto di sotto, Maire, non metteteci troppo”, le disse, sostando sull’uscio. “Cero Sander, sarò pronta in una manciata di minuti”, gli rispose lei, chiamandolo per nome per la prima volta. Lui se ne andò, chiudendosi la porta alle spalle. Rimasta sola con Deirdre, Maire si diede da fare per prepararsi alla svelta, e come promesso dopo una decina di minuti era lavata, pettinata, profumata e vestita. Aveva indossato uno degli abiti della Regina Cèlyn, scegliendo un vestito di un delicato color verde menta della stessa foggia del suo abito nuziale, e al collo portava la collana di rubino. Prima di lasciarla andare, Deirdre le appostò il diadema sulla sommità del capo, rammentandole che avrebbe dovuto indossare sempre la sua corona. “Grazie di tutto Deirdre, senza di te sarei perduta!” Abbandonò la stanza reale con il cuore leggero e il passo leggiadro di una farfalla, scese la scala a chiocciola facendo attenzione a non inciampare nell’orlo del vestito, e percorse il corridoio che conduceva alla sala da pranzo reggendosi la corona sul capo con una mano. “Eccomi qui!”, esclamò, affacciandosi all’ingresso della sala da pranzo in tutto il suo giovanile splendore. “Perbacco, che velocità!”, commentò Re Sander, già seduto a capotavola. “Noto con piacere che avete scelto l’abito verde, il

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preferito di mia madre, e devo dire che vi sta d’incanto. Assomigliate a mia madre da giovane, capelli rossi e occhi verdi a parte. Siete stupenda.” “Grazie Sander.” Prese posto al capo opposto della tavola, dove l’aspettava un bel piatto di carne arrosto e verdure bollite. “Ho evitato di far portare il vino”, le fece notare Re Sander. “Credo che l’acqua sia più adatta dopo le esagerazioni con l’alcool della notte scorsa.” Lei rise, divertita. “Lo penso anch’io Sander, decisamente.” Anche lui rise, dopodiché pranzarono godendosi il pasto nella quiete del palazzo silenzioso.

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Più tardi, Maire si ritrovò a passeggiare nel cortile assolato del palazzo al braccio di Re Sander. Subito dopo il pranzo, il sovrano l’aveva condotta da una sala all’altra del castello, iniziando dalla sala del trono, dove si erano seduti insieme sul possente trono in ferro sormontato dal falco in procinto di spiccare il volo. Sander aveva raccontato a Maire la storia del suo clan d’origine normanna, la nascita del regno di Eirik Branstock e le battaglie condotte in patria per la conquista di nuovi terreni, la sua salita al trono dopo la morte del padre, stroncato da un attacco cardiaco, e la sua decisione di abbandonare il Nord per costruire il suo regno nelle isole Hjaltland. Lasciata la sala del trono, le aveva mostrato la stanza dov’era solito riunirsi con i suoi fidati consiglieri, che erano dieci in tutto, l’aveva scortata prima nella sala delle armi che conteneva le armature dei suoi soldati e le loro armi da guerra tra cui spade, balestre, lance, archi, frecce, asce, mazze e scudi, e dopo nella biblioteca reale, contenente centinaia di volumi antichi di storia, geografia e leggende nordiche, poi le aveva mostrato l’area della servitù con i loro alloggi, le cucine, la lavanderia, il granaio e la dispensa. Giunti all’esterno, nel cortile del palazzo, si erano addentrati nelle scuderie, dove Sander aveva mostrato a Maire il suo destriero, uno stallone nero di nome Svart, e le aveva chiesto di scegliere il cavallo che le più le piaceva.

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La scelta di Maire era ricaduta su una giovane puledra bianca con una macchia nera a forma di stella sul dorso del muso. “Ottima scelta, è una puledra mansueta, perfetta per voi. Datele un nome.” “Come si dice stella in normanno?” “Stjarna.” “Mi piace. La chiamerò così, Stjarna.” “Bene. Da oggi in poi Stjarna sarà il vostro cavallo, che potrete cavalcare soltanto voi. Ordinerò al giovane Syver di metterla accanto a Svart e di trattarla con particolare cura.” Dopo la scelta del cavallo, avevano ripreso la visita del castello salendo nella torre nord, dove si trovavano la stanza personale di Sander e il suo studio privato, luogo in cui si ritirava per pensare in solitudine e per accogliere ospiti di riguardo come i nobili Lord scozzesi di sua conoscenza. La torre sud ospitava gli alloggi dei consiglieri e del medico di corte, un uomo schivo di nome Herryk Vandemer che se ne stava sempre rinchiuso nel suo laboratorio personale a creare unguenti, balsami curativi e rimedi contro ogni tipo di malattia. La visita del castello si era conclusa con una passeggiata nei giardini reali di cui Maire aveva sentito parlare per bocca di Lord Njall. Posti sul retro del maniero, erano separati l’uno dall’altro da archi di pietra chiusi da un cancello. Il primo era il giardino delle rose, così chiamato perché Sander vi aveva fatto piantare e coltivare cinque varietà differenti di rose dai colori sgargianti e il profumo intenso che crescevano selvatiche in grandi roseti a cespuglio. Il secondo era il giardino delle ninfee, che ospitava uno stagno circolare costellato di bianche ninfee acquatiche e costituiva un luogo perfetto ove dedicarsi alla lettura all’ombra di un grande salice piangente. Il terzo giardino era quello dei pavoni, un grande prato verde dove scorrazzavano in libertà una decina di pavoni tra cui uno completamente bianco. Maire si soffermò a offrire ai pavoni del becchime e rimase stupita quando uno di essi sollevò la lunga coda piumata spalancandola a ruota. “Quel pavone vi sta corteggiando spudoratamente! Dovrò fargli tirare il collo”, sentenziò il sovrano, ovviamente scherzando. Il quarto giardino era quello dei falchi, il preferito di Sander, poiché ospitava cinque stupendi esemplari di falchi reali chiusi in una voliera e incappucciati. Come le aveva raccontato, gli avi del suo clan erano stati abili falconieri, e lui aveva mantenuto la tradizione di

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famiglia utilizzando quei rapaci per andare a caccia di selvaggina nei boschi che circondavano Branstock Borg. “Sono pericolosi?”, aveva chiesto Maire osservando i falchi. “Assolutamente no. Sono addestrati. L’unica accortezza è usare un guanto imbottito che arriva fino al gomito, perché i loro artigli sono acuminati e quando si appoggiano al braccio possono graffiare la pelle in profondità. Se vi fa piacere vi farò provare a tenerne uno sul braccio.” “Volentieri, non mi fanno paura.” “Che donna impavida…” L’ultimo giardino, il quinto, era quello degli archi, così chiamato perché gli arcieri di corte venivano ad esercitarsi con arco e frecce scoccandole contro dei bersagli di paglia circolari, anche se in caso di guerra l’uso della balestra era molto più efficace per mandare al tappeto i nemici. Conclusa la passeggiata lungo i sentieri dei giardini reali, Sander e Maire rientrarono a castello per cenare, mentre la sera calava il suo manto scuro su Branstock Borg. “Domani mattina andremo a cavalcare fuori dalle mura del castello, così vi farò vedere i boschi di North Roe e i numerosi ruscelli e laghetti che si celano al loro interno, e nel pomeriggio ci divertiremo un po’ con i falchi e con il tiro con l’arco, se per voi va bene.” “Accetto entrambe le proposte, mi piace molto passare il tempo con voi, non c’è il rischio di annoiarsi in vostra compagnia.” “Che fortuna! In vita mia ho incontrato solamente donne che prediligevano il ricamo e la lettura.” “Dimenticate da dove provengo?… Sono cresciuta in aperta campagna, amo stare all’aria aperta, e preferisco una bella cavalcata al ricamo, ve l’assicuro. E in caso non lo sapeste, sono brava anche a tagliare la legna.” “Grazie per avermelo detto. Non vi darò mai un’accetta in mano, potreste usarla contro di me nel caso litigassimo.” “Oh no, non oserei mai farvi del male.” “Nemmeno io, se per questo. Un uomo d’onore non picchia mai una donna.” “E voi siete un perfetto uomo d’onore, Sander.” Al termine della cena, quando salirono nella stanza reale, si cambiarono d’abito e si sdraiarono sul letto l’uno di fronte all’altra. La notte era calda, profumata di salsedine, e la luna d’argento splendeva nel cielo stellato. Parlarono a lungo, raccontandosi

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aneddoti di famiglia e ricordi d’infanzia, ridendo e scherzando in piacevole armonia. Prima di addormentarsi, Sander depose un casto bacio sulle labbra di Maire, e quando lei chiuse gli occhi sapeva di aver sposato un uomo che avrebbe fatto di tutto per renderla felice. Si addormentò con quel pensiero nella mente, la mano stretta in quella calda e forte di Sander.

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7 Era il primo pomeriggio. Di ritorno dalla lunga cavalcata mattutina nei boschi selvatici di North Roe in compagnia di Re Sander, Maire uscì dalle scuderie e attraversò il cortile del palazzo reale nel suo bell’abito da cavallerizza color nocciola, stivaloni ai piedi e guanti di camoscio fra le mani, i capelli ramati raccolti in una lunga treccia alla base della nuca, e il diadema di rubini splendente sul suo capo. Salì la gradinata dell’ingresso principale salutando i paggi posti di guardia e si avviò all’interno del palazzo per salire nella sua stanza personale. Re Sander si era ritirato nel suo studio privato per leggere alcune missive giunte dalla Scozia mentre erano fuori a cavallo, concedendo a Maire del tempo libero che avrebbe utilizzato per cambiarsi d’abito e darsi una rinfrescata. Stava attraversando il corridoio in direzione della torre ovest quando un paggio di corte le tagliò la strada di colpo rincorrendo quello che sembrava un ermellino bianco in fuga. “Mi perdoni, mia Regina, non era mia intenzione rischiare di farla inciampare”, disse il giovane paggio, inchinandosi con rispetto ai suoi piedi. “Alzatevi pure, non è successo nulla di grave. Piuttosto, cosa sta succedendo qui?” “Inseguivo Ghibli, ma quella bestiolina mi è sfuggita. Non riesco ad acciuffarlo.” “Ghibli?”, chiese Maire. “Sì mia Regina, si chiama così. E’ un ermellino bianco.” “E cosa ci fa un ermellino qui al castello?” “Appartiene a Sir Lorens Ingmar. Lo tiene nel suo alloggio, ma ogni tanto fugge via.” Sir Lorens Ingmar. Maire avvertì un guizzo nel petto nel sentire nominare il primo cavaliere. Si rese conto che non lo vedeva da due giorni. Era stata talmente presa da Re Sander e dalla sua nuova vita di moglie e sovrana da essersi completamente dimenticata di Lorens… Dov’era finito? “Ghibli, vieni qui! Lasciati prendere, piccolo demonio!” Maire vide il paggio che si gettava per terra intrappolando in un angolo la bestiolina. “Ti ho preso! Adesso non mi scappi più!”

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Maire si avvicinò incuriosita e vide l’ermellino agitarsi nella morsa delle mani del ragazzo. “Non stringetelo così forte, gli fate male”, disse, chinandosi in avanti. “Poverino, è spaventato… Datelo a me.” “Siete sicura? Potrebbe graffiarvi, o mordervi un dito.” “Sciocchezze, lasciate che lo prenda io.” Il paggio eseguì l’ordine senza replicare, allungando le braccia verso Maire, e lei prese l’ermellino dalle sue mani stringendoselo subito al petto. “Ecco, vedete? Non graffia e non morde, basta trattarlo con un po’ di gentilezza.” Era docile sotto le carezze di Maire, se ne stava rannicchiato contro il suo seno mentre lei gli lisciava il pelo bianco e liscio del dorso. “Mia Regina, dovrei riconsegnare Ghibli a Sir Lorens, mi ha ordinato di riportarglielo se fossi riuscito ad acciuffarlo.” Maire pensò che sarebbe stata un’ottima scusa per rivedere Lorens, perciò disse: “Posso occuparmene io stessa. Ditemi, dove alloggia Sir Lorens? Nella torre sud?” “No mia Regina. Il suo alloggio è proprio qui sopra, nella torretta di vedetta. Devo annunciarvi?” “No, gli farò una sorpresa. Potete tornare alle vostre mansioni.” “Come desiderate, mia Regina. Con permesso.” Dopo essersi inchinato, il paggio sparì alla sua vista e Maire iniziò a salire la stretta scala a chiocciola scavata all’interno della torretta di vedetta. Re Sander non le aveva detto che Lorens alloggiava lì sopra, era convinta che avesse una stanza nella torre sud accanto a quelle dei consiglieri di corte, ma essendo il primo cavaliere con il compito di proteggere l’incolumità del Re, occupare la stanza della torretta dalla quale si potevano facilmente avvistare invasori nemici provenienti dal mare o via terra era una scelta decisamente strategica. La rampa era piuttosto ripida e i gradini di pietra piccoli e ravvicinati, inoltre la luce all’interno del corpo della torretta era scarsa, e filtrava dall’esterno da strette feritoie scavate nel muro di pietra. Per salire lì sopra di notte, serviva di certo una torcia. Al termine della scala, un pianerottolo a mezzaluna precedeva la porta d’ingresso dell’alloggio. Maire sollevò un braccio e bussò lievemente con le nocche contro il legno ruvido. Attese, tendendo l’orecchio, e dopo alcuni istanti la porta si aprì cigolando e Lorens comparve sull’uscio.

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Era a piedi nudi, con addosso solamente dei calzoni marroni e una camicia bianca di lino slacciata e aperta sullo sterno. “Lorens”, disse Maire, scoprendosi felice di rivedere i suoi boccoli biondi come il miele e i suoi occhi celestiali. “Maire…”, mormorò lui con stupore. Sembrava sorpreso di vederla, come se non avesse mai pensato che lei potesse un giorno bussare alla sua porta per fargli visita. “Sono passata a trovarvi… Spero di non aver fatto male.” “Certo che no… E’ solo che… Non mi aspettavo di vedervi.” Lei sorrise dolcemente. “Vi ho colto in un momento sbagliato?” Lui si guardò i piedi nudi e la camicia slacciata. “Ecco… Forse non sono molto presentabile.” Lei rise di nuovo. “Vi assicuro che state benissimo, avete un aspetto… come dire…” “Inelegante e malmesso?” “Io avrei detto piacevolmente dismesso. E’ evidente che non aspettavate visite, ma non mi disturba affatto la vista dei vostri piedi privi di scarpe e del vostro petto esposto.” Questa volta fu lui a sorridere, con un lieve imbarazzo dipinto sul bel viso rasato. “Come mai siete qui?” “Vi ho riportato Ghibli, il vostro ermellino.” Lorens abbassò lo sguardo sul petto di Maire e solo allora si accorse della presenza della bestiola che lei teneva fra le mani con delicatezza. “Avevo incaricato Osvard di cercarlo.” “Sì, infatti l’ho incontrato nel corridoio del palazzo mentre lo rincorreva nel tentativo di acciuffarlo, e per poco non mi ha mandato a gambe all’aria. Ma alla fine è riuscito a prenderlo e quando mi ha detto che apparteneva a voi mi sono offerta di riportarvelo.” “Non dovevate disturbarvi.” “Desideravo vedervi. Sono due giorni che non v’incontro a palazzo, dove siete stato per tutto il tempo?” “Ero qui, nel mio alloggio. Non mi sentivo bene.” Maire assunse un’espressione preoccupata. “Oh, mi dispiace. Siete stato male?” “Nulla di grave, solamente un po’ di febbre.” Istintivamente, Maire sollevò una mano e posò il palmo sulla fronte di Lorens, com’era solita fare a casa con i suoi fratelli maggiori. “Non siete caldo, la vostra fronte è fresca.”

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“Ora sto meglio, la febbre è passata.” Lei abbassò la mano. “Avete preso freddo?” “Probabile. Questo alloggio è molto umido.” “E inospitale, aggiungerei. Perché non chiedete a Sander di darvi una stanza nella torre sud come tutti gli altri consiglieri?” “Preferisco stare qui, per controllare meglio i movimenti sospetti attorno a Branstock Borg.” “Allora cercate di prestare maggior cura alla vostra salute.” “Lo farò, se vi sta a cuore.” “Certamente. Non voglio sapervi rinchiuso qui al freddo con la possibilità di ammalarvi, tengo molto a voi, ricordatelo.” Si scambiarono uno sguardo intenso, poi Lorens aprì del tutto la porta. “Entrate, Maire, non restate lì sul pianerottolo.” Lei non se lo fece ripetere due volte, entrò nella piccola stanza dalle pareti spoglie con il letto accostato alla finestra affacciata sulla scogliera, un baule per i vestiti, uno scrittoio e alcuni libri ordinati su una mensola. Lorens chiuse la porta e le si fece vicino. “Consegnatemi quel furfante fuggitivo dal pelo bianco che vi sta mordicchiando il vestito.” Maire allentò la presa sull’ermellino e Lorens lo afferrò per la collottola tenendolo sospeso di fronte a lui. “Allora, Ghibli, quando capirai che non puoi andare a spasso per il palazzo senza il mio permesso?” L’ermellino lo guardò con i suoi occhietti neri, impassibile, ascoltando la voce del suo padrone. Poi Lorens lo mise a terra e lui si avvolse attorno alle sue caviglie come per chiedere perdono. “Fugge spesso?”, chiese Maire. “Dipende. A volte se ne sta qui buono, altre volte scappa via più di una volta al mese, è un maschio e sente il richiamo della stagione degli accoppiamenti, ma non esce mai dal palazzo, ha troppa paura.” “Strano, è un animale selvatico, la natura è il suo habitat naturale, non dovrebbe averne paura.” “Purtroppo è finito in una tagliola per volpi.” “Oh, poverino! L’avete salvato voi?” “Sì. Ero uscito a caccia con Sander, l’ho visto per caso e mi ha fatto pena. Non ho avuto il coraggio di lasciarlo là a morire, l’ho liberato e portato qui. Aveva le zampe ferite, ma l’ho curato e si è ripreso. Da allora dorme in questa stanza, però gli piace sgattaiolare via da quella finestrella lassù”, le spiegò, indicandole una piccola

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apertura nella parete proprio di fianco alla porta. “La lascio aperta di proposito, non voglio che si senta chiuso in gabbia.” “E lui se ne approfitta.” “Già, e il povero Osvard ha il compito ingrato di ritrovarlo.” Maire rise, ripensando al giovane paggio e alla scena a cui aveva assistito poco prima nel corridoio. Lorens la guardò, e lei notò la sua espressione ammirata, la stessa che aveva colto nei suoi occhi in più di un’occasione da quando era arrivata a Branstock Borg. “Parlatemi di voi, Maire. Come state?” “Molto bene, grazie. Sander è un marito eccezionale, mi tratta come una vera Regina, e mi rende felice.” “Quindi il vostro matrimonio procede alla perfezione?” “Sì, non potrei chiedere di meglio. Sono sposata da soli due giorni, eppure mi sento già così appagata.” “E’ bello sentirvelo dire, avevate così tanta paura delle nozze, spero che i vostri timori siano stati spazzati via dalla gioia che vedo riflessa nel vostro sguardo.” “Oh, certo, tutta la tensione è svanita il giorno stesso della cerimonia. Non pensavo di riuscire a calarmi nei panni di moglie e Regina così facilmente, mi sento a mio agio nel mio nuovo ruolo al fianco di Sander.” “E lui com’è? Ha superato le vostre aspettative?” “Moltissimo. E’ un uomo adorabile, premuroso, divertente. Mi piace stare con lui, mi fa sentire amata.” “E cosa mi dite della prima notte di nozze?” Maire soppesò le parole prima di parlare. “Ecco, noi… Non abbiamo consumato il talamo nuziale.” Lorens sbatté le palpebre, evidentemente sorpreso. “Volete dire che… non avete fatto l’amore?” Lei annuì con il capo, lievemente imbarazzata. “Abbiamo avuto alcuni problemi con l’alcool del banchetto nuziale. Io sono praticamente svenuta, ubriaca e stremata, perciò non è successo nulla. E il mattino seguente Sander mi ha spiegato che non ha fretta di giacere con me, e che prima di lasciarci andare ai piaceri della carne dobbiamo conoscerci meglio. Sander desidera innamorarsi di me prima di farmi sua.” “Capisco… Quindi siete ancora…” “Casta. Pura. O vergine, come preferite chiamarmi.” “Sono alquanto sorpreso. Credevo che Sander fosse un uomo passionale.”

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“Tutt’altro. Sta dimostrando di possedere un romanticismo che non mi aspettavo in lui.” “E questo suo lato romantico vi piace o vi ha delusa?” “No, non sono affatto delusa. Spero solo che il suo amore nei miei confronti si tramuti presto in desiderio fisico… Intendo dire che, seppure dormire al suo fianco sia molto piacevole, non mi dispiacerebbe ricevete attenzioni di altro tipo…” “E’ comprensibile. Siete una donna, e come tale desiderate congiungervi fisicamente con l’uomo che amate.” “Esatto. Però non mi pesa aspettare. Forse Sander non è ancora pronto ad avere un erede e diventare padre.” “Probabilmente no. E sicuramente vuole godersi la vita di coppia il più a lungo possibile. E’ risaputo che l’arrivo di un figlio cambia molte cose, specialmente il figlio di un Re.” “Voi conoscete Sander da molto più tempo di me, siete stato il primo a dirmi che avrei dovuto essere paziente con lui, perciò non ho nulla di cui preoccuparmi, giusto?” Lorens avrebbe voluto dire a Maire ciò che veramente sapeva su Re Sander, ma non poteva e non doveva, non di fronte al suo sorriso felice e spensierato. Era troppo presto per scoprire il velo della verità, Maire non avrebbe capito, non era ancora pronta, e lui non aveva il diritto di mandare in frantumi il suo bel sogno appena realizzatosi. “Potete stare tranquilla, Maire, vostro marito conosce i suoi doveri e quando sarà il momento giusto li metterà in pratica, non temete”, rispose, con una mezza verità. Rassicurata dalle sue parole, Maire si concentrò su di lui e si chiese se avesse voglia di passare del tempo lontano dal suo umido alloggio. “Lorens, se la febbre è scesa e vi sentite meglio, perché più tardi non scendete nei giardini reali? Sander vuole insegnarmi a destreggiarmi con arco e frecce e mi mostrerà come si caccia con i falchi. Perché non vi unite a noi?” “Vi ringrazio dell’invito, ma mi sento ancora un po’ debole, credo che resterò qui a riposare e a recuperare le forze.” “Va bene, prendevi cura della vostra salute. Sono certa che avremo altre occasioni per trascorrere del tempo insieme.” “Questo è sicuro, la vostra vita a palazzo è appena iniziata, ci saranno moltissime occasioni per stare in vostra compagnia.” “Allora ci rivedremo presto.” “Prometto che domani sarò in perfetta forma.”

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“Bene. Mi piacerebbe passeggiare con voi nei giardini reali qualche volta, oppure uscire a cavallo insieme… La vostra presenza mi allieta molto.” “E’ un piacere che contraccambio.” Maire avrebbe voluto abbracciarlo, ma non sarebbe stato un gesto da Regina, quindi si limitò a scostargli dalla fronte un ricciolo ribelle. “Riposatevi, Lorens.” Detto ciò, si voltò verso l’uscita della stanza e lui la precedette per aprirle la porta. “Divertitevi con i falchi. E non uccidete nessuno con le frecce, mi raccomando.” “Farò attenzione ai paggi, promesso.” Si salutarono con uno scambio di occhiate complici, quindi Maire discese i gradini della ripida scala della torretta e scomparve alla vista di Lorens. Lui rimase fermo sulla porta per alcuni secondi, e quando rientrò nella sua stanza si sdraiò sul letto con un braccio piegato dietro il capo e un solo pensiero nella testa. “Non farla soffrire Sander, non farla soffrire.”

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Il resto del pomeriggio trascorse lieto per Maire e Sander. Nonostante la calda giornata estiva, ebbero modo di divertirsi prima nel giardino dei falchi e in seguito in quello degli archi. Per Maire fu un’esperienza affascinante tenere sul braccio per la prima volta nella sua vita un falco reale e imparare a lanciarlo in volo per poi richiamarlo con un fischio. Sander rimase colpito dalla sua assenza di timore nei confronti del rapace e dalla facilità con cui riusciva a dominarlo, e si congratulò con lei più volte per la sua abilità di falconiera. Quando passarono ad esercitarsi con il tiro con l’arco, Maire ebbe qualche iniziale difficoltà, perché l’arco era molto rigido fra le sue mani e tendere la corda richiedeva una notevole forza muscolare. Tuttavia, dopo numerosi tentativi e moltissime frecce scoccate ovunque tranne che sul bersaglio, tra una risata e l’altra Sander riuscì ad insegnarle la giusta postura dell’arciere, il modo esatto di tendere

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la corda, e come si prendeva la mira prima di scoccare la freccia. Maire dimostrò al marito di possedere buone qualità d’arciere, che sarebbero sicuramente migliorate con l’esercizio costante. La sera calò presto, e durante la cena a base di pesce, Maire raccontò a Sander le peripezie di Osvard nell’inseguimento di Ghibli e la visita che aveva fatto a Sir Lorens. “Sapevate che è stato male?” “Davvero? Pensavo si fosse ritirato nel suo alloggio per stare in solitudine, come fa spesso.” “No, mi ha detto che ha avuto la febbre. A quanto pare l’umidità della torretta non giova alla sua salute.” “Comunque si è ripreso?” “Sì, la febbre è passata, si sentiva solo un po’ debole.” “Appena starà bene andremo a caccia di selvaggina con i falchi, è una nostra abitudine da anni.” Maire bevve un sorso di vino rosso, e un’idea le attraversò la mente. “Perché non andate a trovare Lorens dopocena? Sarà felice di stare in vostra compagnia, potreste fare una partita a scacchi, o giocare a carte.” Sander la guardò in silenzio, poi chiese: “E voi come passerete la serata, da sola?” “Perché no? Mi piacerebbe scrivere una lettera a mia madre, ho così tante cose da raccontarle. Mi ha chiesto di inviarle delle lettere il giorno in cui sono partita da Bardister, e intendo mantenere la promessa fatta.” “Bè, se proprio non vi dispiace andrò volentieri a far visita a Lorens. Dopotutto nemmeno io non lo vedo dal giorno del nostro matrimonio.” “Andate pure allora. Io vi aspetterò senza problemi nella nostra stanza. Se doveste intrattenervi fino a tarda notte in compagnia di Lorens e trovarmi già addormentata al vostro ritorno, non preoccupatevi di svegliarmi.” “Va bene, come volete.” Terminarono di cenare parlando della bella giornata che avevano trascorso insieme, dopodiché Sander accompagnò Maire nella loro stanza e la lasciò sola per salire alla torretta dove alloggiava il suo primo cavaliere. Come previsto, Maire ebbe il tempo di scrivere una lunga lettera a sua madre, si fece il bagno e si pettinò con cura i capelli che aveva tenuto intrecciati per tutto il giorno, attese il ritorno di Sander per un

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po’, ma la stanchezza ebbe la meglio su di lei facendola addormentare prima che lui tornasse. Dormiva profondamente da un paio d’ore quando Sander entrò nella stanza buia e si spogliò silenziosamente prima di coricarsi a letto accanto a lei. Maire avvertì la sua presenza e si destò. “Come sta Lorens?”, chiese con voce assonnata. “Bene. Domani mattina andremo a cavalcare. Volete venire anche voi? Partiremo all’alba.” “Così presto?” “Vi aspetteremo se vorrete dormire di più.” “No, andate voi due da soli. Io resterò a palazzo.” “Siete sicura di voler rimanere sola?” “Certo. Passerò del tempo con Deirdre nel giardino delle ninfee, a leggere un buon libro.” “D’accordo. Dormite ora. E fate bei sogni.” Maire si accoccolò sul fianco riprendendo a dormire subito, mentre Sander rimase sveglio per tutto il resto della notte. Ripensò all’accesa discussione che aveva avuto con Lorens nella torretta e si sentì tremendamente in colpa per non essere in grado di confessare alla propria moglie l’oscuro segreto che le stava nascondendo.

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8 Due settimane dopo… Le ombre scure della notte avvolgevano il maniero di Branstock Borg e un vento leggero proveniente da nord scuoteva i vessilli del casato reale che svettavano sulle quattro torri principali. Al suo interno, il palazzo era silenzioso, tutti dormivano nella quiete delle proprie stanze, solamente i soldati della guardia reale erano svegli e sorvegliavano le mura di cinta illuminate dalle fiaccole. Maire giaceva nel grande letto matrimoniale da sola, come spesso era capitato nelle ultime due settimane. Si svegliava nel cuore della notte e scopriva che Sander non era sdraiato al suo fianco. La prima volta che ciò era accaduto, si era preoccupata ed era andata a cercarlo, trovandolo seduto allo scrittoio del suo studio privato. “Sander, cosa fate qui in piena notte?”, gli aveva chiesto allora. “Nulla di particolare. Non riuscivo a dormire, così mi sono alzato. Vi siete preoccupata?” “A dire il vero sì. Ho pensato che vi foste sentito male.” “Sto benissimo. Soffro solo di insonnia.” “Insonnia? Non me l’avevate detto.” “L’avrei fatto, ma voi l’avete scoperto da sola. E’ un disturbo che ho fin da piccolo, mi sveglio dopo poche ore di sonno e non mi va più di dormire. Quando succede vengo qui a riflettere, oppure mi chiudo nella biblioteca a leggere un buon libro. Se rimanessi a letto continuerei a rigirarmi sul materasso con il rischio di svegliare anche voi, per questo preferisco ritirarmi qui o nella biblioteca.” “E vi capita spesso?” “Dipende. A volte quasi tutte le notti, altre volte quasi mai. Non posso prevederlo. E comunque non è nulla di grave, ci convivo da anni, voi potete stare tranquilla. Se vi capiterà ancora di svegliarvi da sola, saprete dove sono e per quale motivo.” “Capisco… Io al contrario di voi sono una dormigliona.” “Sì, ho notato che vi stancate facilmente e che avete il sonno pesante. Almeno uno di noi due dorme come si deve.” Ci avevano riso sopra, e Maire era ritornata nella loro stanza prendendo atto del disturbo di cui soffriva suo marito, archiviandolo come un piccolo difetto di importanza irrilevante. Aveva fatto l’abitudine a svegliarsi trovando il materasso vuoto e freddo accanto

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a sé, così come si era abituata a fare colazione senza di lui nei giorni in cui Sander usciva a cavallo all’alba insieme a Lorens e ai loro amati falchi. Erano trascorse due settimane dal giorno delle nozze, e la nuova vita di Maire aveva preso una piega abitudinaria. Al mattino si alzava quando il sole era già alto nel cielo, si concedeva un lungo bagno all’essenza di fiori, indossava uno dei tanti e splendidi abiti appartenuti alla madre di Sander, scendeva al pianterreno e faceva colazione in compagnia di Deirdre o di suo marito quando era presente, dopodiché iniziava la sua giornata passando a salutare la servitù nelle cucine e gli stallieri impegnati ad accudire i numerosi destrieri. Si soffermava qualche minuto ad accarezzare la sua cavalla, Stjarna, passeggiava lungo il cortile fermandosi a parlare con Lord Njall o gli altri consiglieri di passaggio, rientrava a palazzo e percorreva i corridoi luminosi incontrando paggi, cavalieri, e guardie reali, distribuendo sorrisi per ciascuno di loro. Molte volte si sedeva sul trono e stava lì a godersi la sensazione di potere che esso le faceva provare, oppure si rifugiava in biblioteca e si perdeva nella lettura di antichi tomi che narravano le leggende normanne dei popoli scandinavi e norvegesi. Prima che giungesse l’ora di pranzo, usciva all’aperto trascorrendo il suo tempo nei giardini reali, in particolare in quello dei pavoni, a cui offriva il becchime raccolto nei palmi delle mani, oppure seduta all’ombra sotto il salice piangente dello stagno delle ninfee. Quando Sander non era fuori a cacciare, dopo il pranzo si esercitava con l’arco sotto il suo sguardo attento, diventando ogni giorno più brava e precisa. Alcune volte uscivano insieme per una cavalcata lungo la scogliera, scendendo fino alla spiaggia per passeggiare in riva al mare a piedi nudi, oppure danzavano nella sala dei ricevimenti al suono delle cetre dei musici di corte. Prima di coricarsi erano soliti fare una partita a scacchi, e lei rideva divertita quando Sander fingeva di non accorgersi delle sue mosse e barava apposta per farla vincere. C’erano stati giorni in cui Maire era uscita a cavallo con Lorens, godendosi la sua presenza e le sue immancabili gentilezze, un giorno l’aveva accompagnata al mercato contadino di North Roe su sua richiesta per farle passare la nostalgia di casa e della vita semplice che conduceva prima di sposare Sander, altre volte si erano appartati nel giardino delle rose dove Lorens le aveva parlato della sua infanzia in terra olandese dov’era nato e cresciuto, allevato dai genitori di origine plebea come lei, scegliendo poi l’arruolamento nelle armi dapprima come cavaliere di tornei e in seguito come guardia reale

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presso Re Eirik, fino ad essere investito della carica di primo cavaliere dal giovane principe Sander. Maire aveva trascorso giornate meravigliose in compagnia del marito e di Lorens, e le settimane erano volate via in un soffio. La sua vita rasentava la perfezione, l’unico cruccio che talvolta la metteva in ansia era il fatto che dopo quindici lune Sander non le avesse ancora chiesto di fare l’amore. Maire lo desiderava fisicamente, mentre lui non sembrava ancora pronto a consumare il talamo nuziale. Ne aveva parlato con Deirdre, chiedendo rassicurazioni sulla propria bellezza fisica, sulle forme morbide del proprio corpo, senza però trovare un pretesto che giustificasse il mancato desiderio di Sander nei suoi confronti. Era giunta perfino a pensare che Sander potesse essere innamorato di un’altra donna, magari di una delle tante fanciulle della servitù, come Brida “la bionda”, così soprannominata per i lunghi capelli di colore nordico che teneva raccolti sotto la cuffietta da lavandaia. Deirdre aveva riso di fronte a quell’ipotesi, assicurandole che Brida era coinvolta in una relazione amorosa con Syver, lo stalliere che accudiva Stjarna, Svart, e Vent, il destriero grigio di Lorens. Ma allora, se Sander l’amava come diceva, perché dopo due settimane non sentiva ancora la necessità di fare l’amore con lei? Era davvero spaventato all’idea di dare la vita ad un piccolo erede? Non la desiderava a sufficienza? Era uno di quegli uomini privi di passione che consideravano il sesso un puro atto procreativo? Oppure c’era dell’altro, qualcosa di cui lei era all’oscuro? Maire si tormentava con quei pensieri, non riuscendo a trovare una risposta ai suoi dubbi. E quando si svegliava di notte e Sander non era sdraiato al suo fianco, non poteva evitare di chiedersi se la sua insonnia fosse reale o solamente una scusa per coprire le sue fughe notturne verso il letto di qualcun’altra. Quella notte in particolare, Maire si chiedeva perché Sander non fosse lì a tenerle compagnia, dato che il mattino seguente sarebbe partito per un viaggio che l’avrebbe tenuto lontano da lei per la bellezza di tre settimane. Inaspettatamente, proprio il giorno prima era giunta dalla Scozia un’importante missiva da parte di un certo Lord Byron, il quale aveva invitato Sander a raggiungerlo in terra scozzese per assistere ad un torneo nel quale si sarebbero sfidati i migliori campioni di Scozia e Britannia. Amante dei tornei fin da giovane, Sander aveva accettato l’invito e preparato subito i bagagli, intenzionato non solo ad assistere al torneo ma pure a gareggiare portando con sé uno dei suoi migliori

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cavalieri, Ullrich Stensvart, che già aveva giostrato per lui in terra normanna. Quando Sander le aveva chiesto di accompagnarla, Maire aveva declinato l’invito. Detestava i tornei, definendoli “pure dimostrazioni di crudeltà umana” in cui abili cavalieri si scontravano senza pietà assestandosi violenti colpi a volte mortali. Non sopportava la vista del sangue e delle ossa rotte, perciò si sarebbe volentieri risparmiata quell’odioso spettacolo. “Andate pure da solo al torneo e divertitevi, io resterò qui a North Roe a godermi l’estate in compagnia di Lorens.” “Vi rammento che starò via per tre settimane, non sentirete la mia mancanza?” “Ovviamente sì… Ma preferisco non accompagnarvi, non ho mai amato i tornei.” “E’ un vero peccato. Vi perderete l’occasione di visitare la Scozia e la Britannia.” “Pazienza. Capiteranno sicuramente altre occasioni per visitare le terre degli inglesi, magari un matrimonio tra nobili, e allora sarò lieta di partire con voi.” Sander aveva accettato la sua decisione senza troppe obbiezioni, e ora che la notte era calata e si avvicinava il momento della sua partenza, Sander non era lì a stringerla fra le braccia per lasciarle un tenero ricordo con cui riempire il vuoto della sua assenza. Infastidita dalla sua mancanza di tatto e desiderosa di passare alcune ore con lui, Maire decise di andare a cercarlo. Scese dal letto, indossò la leggera vestaglia di lino che Lorens le aveva regalato il giorno in cui l’aveva portata al mercato contadino del paese, infilò le babbucce di stoffa ai piedi e uscì dalla stanza con passi leggeri. Scivolò silenziosamente lungo i corridoi deserti del maniero illuminati dalle torce appese alle pareti di pietra, salì alla torre est e aprì la porta dello studio privato del marito. “Sander, siete qui?”, chiese, notando subito che la sedia dello scrittoio era vuota. Non era lì, perciò doveva essere in biblioteca. Richiuse la porta e raggiunse la biblioteca, ma una volta entrata le bastò un’occhiata per rendersi conto che Sander non era nemmeno lì. “Accidenti… Dove vi siete cacciato questa notte?” Provò a scendere nella sala del trono, pensando che il marito stesse riflettendo comodamente seduto sul suo bel trono di ferro. E invece non c’era. Sembrava sparito nel nulla.

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Maire si strinse nella vestaglia per proteggersi dall’umido vendo che soffiava dal nord e raffreddava le stanze del palazzo, e mentre percorreva il corridoio che conduceva alla sala dei consiglieri, la sfiorò il pensiero che Sander si fosse recato da Lorens per salutarlo prima della partenza e raccomandargli di badare a lei com’era suo dovere fare in caso di sua assenza da Branstock Borg. Si convinse che doveva essere così, e si domandò se fosse il caso di disturbare i due uomini mentre parlavano di lei… “Oh, che diamine, io sono la Regina, e questa notte pretendo che il mio Re mi sommerga di coccole!”, pensò, decisa a salire alla torretta di guardia. Sfilò una torcia dall’anello di ferro che la sorreggeva alla parete del corridoio e iniziò a salire gli scalini con attenzione, rabbrividendo di freddo nell’antro circolare dove il vento gelido s’insinuava attraverso le strette feritoie. Quando giunse in cima, si soffermò sulla mezzaluna del pianerottolo e sentì due voci maschili che provenivano dall’alloggio di Lorens. Tese l’orecchio e riconobbe la voce profonda e scura di Sander alternarsi a quella più chiara di Lorens. Stavano discutendo, ma il forte sibilare del vento le impediva di capire le loro parole. Incuriosita, posò a terra la torcia e si accostò alla porta, ma anziché bussare e chiedere il permesso di entrare, le venne l’idea bizzarra di salire sullo scranno in legno posto lì accanto che Lorens usava per allacciarsi gli stivali da caccia e sbirciare attraverso la finestrella che Ghibli utilizzava come via di fuga per appurare se fosse il caso di intromettersi o meno nei loro discorsi privati. Maire sapeva che non era educato spiare le persone, tantomeno adesso che rivestiva il ruolo di sovrana, ma nessuno l’avrebbe vista mentre lo faceva. Senza esitare, salì sullo scranno e si appoggiò alla parete spingendo lo sguardo all’interno della finestrella. Se avesse saputo in anticipo quello che stava per scoprire, non avrebbe mai osato spiare attraverso quell’apertura. Fu l’errore più grave della sua vita. Una decisione che avrebbe cambiato per sempre il corso del suo destino.

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In piedi l’uno di fronte all’altro, Sander e Lorens si parlavano in tono informale guardandosi dritti negli occhi. Lorens aveva addosso i calzoni e la sua solita camicia di lino completamente aperta sul petto, Sander indossava la sua vestaglia da notte blu allacciata in vita, ed entrambi erano scalzi. La stanza era illuminata da due grossi ceri posti sul bordo della finestra chiusa e le fiammelle danzavano nell’aria che filtrava dagli infissi colorando d’arancio e giallo le pareti di pietra e il pavimento in legno. “Sander, non dovresti essere qui, non questa notte. Dovresti essere con Maire, lo sai.” “Sì, lo so benissimo.” “Tre settimane saranno un tempo interminabile per lei, non lo capisci? Lei ti ama. Stravede per te. La tua assenza la renderà triste.” “Le ho proposto di venire con me, ma non ha voluto. Non potevo insistere.” “Allora dovresti avere almeno la decenza di passare la notte con lei prima di partire. Maire ha bisogno di sentirsi amata, e tu non glielo dimostri abbastanza.” “Non si è mai lamentata finora.” “Perché non ha il coraggio di dirti in faccia che non si sente desiderata, ecco perché.” “E tu come puoi sapere che cosa prova?” “Lo vedo. Ogni volta che la guardo negli occhi. Non sono cieco come te, io le donne le capisco anche quando stanno in silenzio. E anche se Maire non lo da a vedere, è chiaro che si sente trascurata da te. E’ giovane, si aspetta di essere amata con passione, dovresti immaginarlo.” Sander scosse il capo e si portò una mano alla fronte. “Non posso farci niente... Io non la desidero.” Maire deglutì a vuoto e trattene un gemito. “Io non la desidero.” Aveva detto proprio così, confermando tutti i suoi sospetti. Suo marito non la desiderava. All’interno della stanza, Lorens incrociò le braccia sul petto. “Ascoltami, Sander. Hai preso in moglie Maire per un preciso motivo, l’hai incoronata Regina e dopo due settimane non l’hai ancora fatta tua. Credi di poter far durare il vostro matrimonio senza mai fare l’amore con lei?” “C’è tempo per il sesso, e lei lo sa. Ne abbiamo parlato. Non ha sollevato obbiezioni. Io la riempio di attenzioni, le sto sempre

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accanto, faccio di tutto per compiacerla e renderla felice, anche questo è amore.” “Ma non è l’amore che lei si aspetta. Non le basta. Vuole di più, e tu devi adempiere ai tuoi doveri coniugali.” “Lo sai che non posso farlo.” “Prima o poi dovrà succedere, Sander. Oppure pensi di continuare a raccontarle bugie su bugie per tenerla buona e poi scappare di notte per venire qui a soddisfare i tuoi piaceri?” Maire sgranò gli occhi. “Venire qui a soddisfare i tuoi piaceri”… Cosa intendeva dire Lorens?! Sander si passò una mano fra i capelli in segno di tensione. “Lorens, ti prego, non parlarmi così, mi ferisci.” “Sei tu che stai facendo del male a Maire.” “Ma lei non sospetta nulla!” “Buon Dio, Sander, l’hai presa per una sciocca?... Ti odierà quando scoprirà la verità, e ci arriverà da sola, perché è una donna sveglia.” L’espressione sul viso di Sander si fece sofferente. “Sei crudele, Lorens.” “Ti sto solo mettendo di fronte alla realtà. Il tuo matrimonio è fasullo e tu non stai facendo nulla per evitare che cada a pezzi come un reame costruito sulla sabbia.” “Va bene. Hai ragione tu. Sto sbagliando tutto. Ma cosa dovrei fare secondo te?” La risposta di Lorens fu secca e decisa. “Smettila di venire da me e soddisfa tua moglie.” Sander si avvicinò a lui di un passo. “No… Non puoi chiedermi di rinunciare a te… Io ti amo, Lorens… Amo te, non amo lei.” Maire si coprì la bocca con una mano per reprimere un altro gemito e sentì un macigno caderle sul cuore. “Io ti amo, Lorens… Amo te, non amo lei…” Cosa stava dicendo?! Era impazzito?! Lorens sollevò il mento e lo fronteggiò con durezza. “Devi smetterla di amarmi e comportati da marito. Vai da tua moglie e dimostrale che la vuoi.” Sander scosse di nuovo la testa. “Io voglio te, Lorens, non voglio Maire.” Sollevò una mano e la posò sul viso di Lorens in una gentile carezza, ma lui si sottrasse chinando il capo a terra. “Il nostro amore è un albero dalle radici marce, prima o poi dovremo estirparlo.”

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Le sue parole riecheggiarono come un tuono nella mente frastornata di Maire. “Il nostro amore”. Lorens aveva detto proprio così. Non riusciva a credere a ciò che stava sentendo, non poteva essere vero. Sander era innamorato di Lorens… E tra di loro c’era molto più di un’amicizia fraterna, erano amanti! Come aveva fatto a non capirlo? Era davvero così cieca? All’interno della stanza la discussione continuava e Sander sembrava intenzionato a non dare ascolto a Lorens. “Io non rinuncerò mai a te, Lorens. E tu non puoi rinunciare a me. Mi ami quanto ti amo io, lo sappiamo entrambi.” “Ti prego, Sander… Smettila… Vattene via.” “No… Mi dici di andarmene, ma vuoi solo che resti.” Lorens lo guardò con gli occhi umidi di pianto e Sander lo prese per le spalle attirandolo contro di sé. “Tu mi appartieni… Sei mio da sempre.” Immobile contro il petto di Sander, Lorens chiuse gli occhi in segno di resa, e l’attimo seguente, con un sospiro, dischiuse le belle labbra offrendole a Sander. E questi, prendendogli il viso tra le mani, si chinò a baciarlo sulla bocca. Gli occhi di Maire si spalancarono increduli di fronte a ciò che vedeva e il fiato le rimase bloccato in gola. “No… Non può essere vero… Non sta succedendo veramente!”, disse la voce della propria coscienza. Ma era proprio lì, d’innanzi a lei, ed era tutto reale, dolorosamente reale. Sander stava baciando Lorens con passione, fondendo le proprie labbra con quelle del suo primo cavaliere, le bocche unite in uno scambio di baci carichi di passione e desiderio. Maire avrebbe voluto fuggire via per non vedere altro, ma il suo corpo era impietrito dallo stupore. Rimase lì a guardare ciò che accadeva nella stanza, incapace di muoversi e di ragionare. Vide Sander afferrare la camicia di Lorens e strapparla via con foga dal suo corpo, mettendo a nudo il suo torace. Le mani di Lorens corsero a slacciare la cinta della vestaglia di Sander per spogliarlo a sua volta con altrettanta veemenza. Nudo ed eccitato, Sander spinse Lorens verso il letto facendolo sdraiare sulla schiena, e con gesti rapidi delle dita gli aprì la patta e gli sfilò via i calzoni, lasciandolo completamente nudo. Salì sul letto a carponi e si chinò su Lorens per baciargli il petto, succhiare i suoi capezzoli, lambire con la lingua il suo addome scolpito, e affondare la testa bionda nel mezzo delle sue cosce. Maire chiuse gli occhi nello stesso istante in cui Lorens iniziò a gemere di piacere, e li tenne serrati mentre lo sentiva sospirare e

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godere, per poi riaprirli nel momento in cui il suo corpo veniva scosso dagli spasmi dell’orgasmo. Subito dopo, Sander fu sopra di lui, la sua bocca nuovamente incollata a quella di Lorens in un bacio che pareva quasi un morso, le dita affondate tra i suoi capelli ricci e dorati. Maire continuò a guardare, consapevole di ciò che stavano facendo, incredula e con il cuore che pulsava forte nel suo petto. Li vide avvinghiarsi l’uno altro con le braccia e con le gambe, scambiarsi carezze e toccarsi a vicenda, poi Lorens si sollevò a sedere e spinse Sander a faccia in giù contro il cuscino. Rotolò sopra di lui, tenendolo fermo sotto di sé, e con l’impeto selvaggio di un maschio innamorato e appassionato si spinse dentro di lui strappandogli un gemito soffocato. Lo prese come avrebbe fatto con una donna, possedendolo intimamente, chinandosi a baciargli le spalle e il collo mentre si prendeva il proprio piacere e Sander godeva contro il materasso ansimando ad ogni colpo di reni. Fu un amplesso rapido, consumato nell’arco di pochi minuti, che terminò con i gemiti di piacere di Lorens e Sander fusi in una sola voce, e poi la quiete improvvisa, e i loro corpi nudi e accaldati stesi l’uno accanto all’altro, i respiri affannati, i volti arrossati dall’ardore, le mani intrecciate, gli occhi incatenati. “Ti amo, Lorens… Non posso smettere di amarti.” La voce di Sander era roca, le sue parole cariche di amore e disperazione. Lorens posò il capo ricciuto nell’incavo della sua spalla e chiuse gli occhi. Sander lo strinse a sé in un caldo abbraccio e posò le labbra sulle sue, con dolcezza. “Dimmi che mi ami anche tu, e che tutto questo non finirà mai… Dimmelo, Lorens… Ti prego.” Lo guardò, attendendo una risposta, e gli asciugò le lacrime che rotolavano sul suo viso dalle palpebre abbassate. “E’ sbagliato, Sander… Questo amore ci distruggerà, e distruggerà anche Maire. Deve finire, quello che c’è tra noi non può più continuare.” “Perché?... Perché non posso amarvi entrambi?” Lorens non rispose. Si girò sul fianco, dandogli le spalle. “Vai via Sander… Torna da Maire.” Sander si sporse sopra di lui con evidente rammarico. “Io non ti capisco. Prima mi dai piacere e poi mi cacci, mi fai capire che mi ami ma ti comporti come se mi odiassi… Perché lo fai?” Lorens trasse un sospiro carico di sofferenza. “Non c’è futuro per noi due… Non voglio più amarti.”

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“E’ il tuo modo di dirmi che non mi vuoi più? Che al mio ritorno dalla Scozia non ti potrò più amare come ho fatto pochi attimi fa?... E’ un addio, Lorens?” “Sì, è un addio. Non ti amo più, Sander. Cerca altrove l’amore di cui hai bisogno, io non te ne darò altro.” Sander scosse il capo, l’espressione del volto ferita e stizzita al contempo. “Sei un bugiardo, Lorens… Tu mi amerai sempre, io lo so.” Lorens non parlò. Continuò a voltargli le spalle rimanendo in silenzio. E quando Sander capì che il suo giovane amante lo stava respingendo rinnegando il sentimento che provava per lui, scese dal letto, raccolse da terra la sua vestaglia e si rivestì per andarsene. Al di fuori dell’alloggio, Maire raccolse tutto il suo coraggio e si affrettò a fuggire via prima che Sander potesse accorgersi che lei era stata lì e aveva visto e sentito tutto. Corse giù per la scala della torretta con la torcia stretta in una mano, gli occhi offuscati dalle lacrime e l’anima in subbuglio, attraversò il palazzo deserto rifugiandosi nella stanza reale, si chiuse la porta alle spalle e si gettò sul letto sconvolta e con il cuore infranto nel petto. Pianse con la faccia premuta contro il cuscino, maledicendo il giorno in cui Lord Njall Kollsvein era venuto a bussare alla sua porta per strapparla alla sua vita felice e gettarla in una favola che si era tramutata in un incubo. Pianse perché si sentiva usata, presa in giro e tradita dall’uomo che aveva accettato di sposare, un uomo che la disprezzava, che non la amava, che inventava scuse per passare le notti con il suo amante. Pianse per la sua ingenuità e stupidità, per non aver capito subito che Sander Branstock non era attratto da lei e da nessun’altra donna al mondo. E pianse anche per Lorens, che stava rinunciando alla propria felicità per non far soffrire lei, dimostrando di possedere molto più onore e valore di colui che regnava su North Roe. Quando non ebbe più lacrime da versare e fu certa che suo marito non l’avrebbe raggiunta, si lasciò andare allo sfinimento, e il suo ultimo pensiero prima di sprofondare nel sonno fu rivolto alla sorte ingrata che le era toccata. Sander amava Lorens. Lorens amava Sander. Chi avrebbe amato Maire Kendric?

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9 L’alba del nuovo giorno sorse presto su North Roe. Nel cortile del castello di Branstock Borg il rumore degli zoccoli dei cavalli segnalò la partenza di Re Sander per il suo viaggio in Scozia. In sella a Svart, il suo nero destriero, Sander oltrepassò la saracinesca di ferro dell’ingresso del maniero accompagnato dal cavaliere Ullrich Stensvart, che avrebbe gareggiato per lui al torneo indetto da Lord Byron, e da due guardie reali armate di scudi, spade, e lance che lo avrebbero scortato in terra inglese. Una nave drakkar li attendeva ormeggiata in riva al mare per il lungo viaggio verso la Scozia. Sdraiata di traverso sul letto, Maire ascoltò il nitrire dei cavalli e lo scalpiccio dei loro zoccoli sul cortile lastricato di pietre, e quando udì la saracinesca abbassarsi cigolando e chiudersi con un tonfo sordo, fu felice che Re Sander se ne fosse andato. Un senso di pace e sollievo le invase l’anima al pensiero di suo marito lontano da lei per tre settimane. Non voleva vederlo, né averlo accanto. Era arrabbiata con lui e ferita dalle sue bugie. Dopo quello che aveva scoperto la notte precedente, il solo pensiero di doverlo guardare negli occhi le faceva ribollire il sangue nelle vene ed era certa che se si fosse trovata al suo cospetto non sarebbe riuscita ad evitare di schiaffeggiarlo con violenza. Il fatto che Sander l’avesse sposata soltanto per tenere fede alla volontà del padre senza provare né amore e tantomeno attrazione per lei la faceva soffrire. E ancor di più le faceva male aver scoperto che Sander le aveva mentito spudoratamente fin dal giorno delle nozze, fingendosi amorevole e rispettoso nei suoi confronti, recitando la parte del marito perfetto solo per coprire la sua vera natura di uomo attratto da altri uomini. L’aveva presa in giro inventandosi la scusa dell’insonnia notturna per passare le notti con il suo amante, l’aveva tradita con Lorens senza provare alcun rimorso, ammettendo di fronte a lui che non l’avrebbe mai amata. Maire aveva visto il vero Sander Branstock per ciò che era realmente, un uomo debole, schiavo della sua stessa bramosia, che respingeva le donne preferendo accoppiarsi con un maschio, che non accettava di essere respinto dal suo stesso amante e usava il suo potere di Re per sottometterlo ai suoi desideri carnali. Maire aveva visto a sufficienza per capire quanto Lorens fosse realmente

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innamorato di Sander e al contempo deciso a troncare la loro relazione clandestina per non far soffrire lei. A differenza di Sander, Lorens era pronto a sacrificare il proprio amore e reprimere i propri sentimenti per non far del male a lei, per non procurarle dolore e vergogna. Doveva costargli molto, eppure era pronto a farlo. E le lacrime che gli aveva visto scorrere sul volto quella notte erano la dimostrazione della pena che stava provando. Lorens amava davvero Sander, ma si rendeva conto che adesso che era un uomo sposato non poteva più continuare ad esigere le sue intime attenzioni, perché non era giusto, non era onesto, non era leale nei confronti della donna che Sander aveva preso in moglie giurandole fedeltà e amore eterno. Lorens era un uomo d’onore, a differenza di Sander che non possedeva nemmeno un briciolo di valore. La corona che portava sulla testa era falsa quanto lui, e adesso Maire lo sapeva. Il suo torbido segreto era venuto a galla, spazzando via in un attimo tutto l’amore che Maire aveva creduto di provare per lui nelle ultime due settimane. Non l’avrebbe mai perdonato per averla ingannata agendo di nascosto alle sue spalle. Provava solo rabbia e risentimento, e un desiderio irrefrenabile di fargliela pagare cara. Ma era cresciuta in una famiglia dove le era stato insegnato che l’odio e la vendetta erano sentimenti che portavano alla rovina e allontanavano lo spirito da Dio, e le parole che suo padre le ripeteva spesso da bambina le tornarono alla mente in quel momento. “Se qualcuno ti procura dolore, non cercare la vendetta, trova una via d’uscita attraverso il perdono e la comprensione. E se questa persona non è degna di tali sentimenti, allora cerca un altro modo per alleviare le pene che ti ha inferto e riscattare la tua anima senza sporcarla con l’onta dell’odio.” Aiden Kendric era sempre stato un padre saggio, grazie a lui Marie aveva imparato che la vita talvolta poteva essere crudele, e così pure le persone, ma per superare le offese e le sconfitte era meglio voltare pagina e ricominciare daccapo piuttosto che covare rancore e inaridire il proprio spirito. Se suo padre fosse stato lì in quel momento, le avrebbe detto di farsi coraggio e di affrontare il torto subito con fierezza e a testa alta, guardando avanti, alla ricerca di un’altra strada che conducesse alla felicità. Maire sapeva che con Sander non ci sarebbe stata alcuna speranza di gioia futura, perché lui non provava nulla nei suoi confronti. Ma al fianco di Lorens, che le aveva dimostrato apertamente affetto e ammirazione sinceri, Maire intravedeva una promessa di riscatto e la possibilità di tramutare il suo dolore in letizia. Ancora non sapeva come, ma il

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cuore le diceva che Lorens sarebbe stato la sua via di salvezza da un triste destino che pareva già scritto sulle pietre di Branstock Borg. Fu quel pensiero a darle la forza di alzarsi dal letto e prepararsi a vivere un nuovo giorno. Senza aspettare oltre, chiamò Deirdre e si fece portare l’acqua calda per il bagno. Quando la tinozza fu colma, si immerse con tutto il corpo e lasciò che il calore dell’acqua e il profumo dei fiori di lavanda le purificassero l’anima rinfrancandole lo spirito, e una volta uscita, asciugata e pettinata, indossò un vestito della Regina Cèlyn di colore rosso scarlatto e il corpino stretto in vita. Si pettinò con cura i capelli, lisciandoli a colpi di spazzola, e decise che non avrebbe indossato né la collana di rubino, né la corona a forma di diadema. Sander non c’era, e in sua assenza si sarebbe presa tutte le libertà che voleva. Poco dopo, radiosa nonostante il macigno che si portava nel cuore, scese di sotto e fece sosta nelle cucine, chiedendo il permesso di fare colazione in compagnia delle serve e delle cuoche. Sorprese dalla sua richiesta, le donne della servitù la fecero accomodare a tavola con rispetto e reverenza, e Maire le pregò di non sentirsi intimidite dalla sua presenza, perché come tutte loro anche lei era nata povera e cresciuta in un villaggio di campagna. Trascorse un po’ di tempo con loro, sentendosi vicina a quelle umili donne e ragazze che avevano molto in comune con lei, poi augurò loro una felice giornata e si recò nelle stalle per salutare Stjarna. Uscendo nel cortile, sollevò lo sguardo verso la torretta di guardia dove alloggiava Lorens. Le imposte erano aperte, segno che lui si era svegliato, e se non era ancora sceso di sotto l’avrebbe fatto molto presto. Desiderava vederlo, rispecchiarsi nei suoi occhi, guardare i suoi ricci ribelli che sembravano d’oro alla luce del sole, e aveva bisogno di parlargli, di sfogarsi con lui, certa che l’avrebbe capita. Mentre s’inoltrava nei giardini reali, ricordò come l’aveva visto la notte prima, completamente nudo, il bel corpo snello dalla muscolatura armoniosamente forgiata, la pelle sudata e accaldata. Aveva il corpo di un dio pagano, e messo a confronto con Sander era meno robusto e più sensuale. Maire aveva visto molto di più di ciò che avrebbe dovuto vedere, e sebbene fosse una brava cristiana un po’ pudica, doveva ammettere che Lorens era dotato di notevoli attributi maschili che avrebbero soddisfatto qualunque donna, non solo Re Sander. Attraversò il giardino delle rose respirando la fragranza dei fiori da poco sbocciati, colse una rosellina bianca facendo attenzione a non pungersi, ne accorciò il tenero gambo e se la mise a lato del capo

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assicurandola tra una ciocca di capelli e il bordo dell’orecchio destro. Proseguì il cammino attraversando il giardino dei pavoni con le mani tese per accarezzare le testoline di quei bellissimi animali da cortile, quindi s’inoltrò nel giardino delle ninfee con lo stagno d’acqua in parte ombreggiato dalle fronde del salice piangente. E proprio lì, senza che lei potesse saperlo, trovò Lorens appoggiato al tronco del salice con lo sguardo rivolto al cielo turchese sgombro di nubi. Si fermò sul cancello per osservarlo, e vide che aveva indossato una tunica vermiglia sopra a dei calzoni bordeaux e stivali da caccia in cuoio marrone. Non indossava il corto soprabito, perché la giornata era molto calda, e i primi lacci della tunica erano aperti, scoprendo un lembo del suo petto. Sembrava pensieroso, e il suo sguardo era triste, gli occhi arrossati per il pianto della sera prima. Maire sapeva cosa provava. Erano accomunati dallo stesso dolore. Lorens aveva deciso di rinnegare il proprio amore per Sander per fare in modo che il sovrano rivolgesse le sue attenzioni su di lei, e Maire aveva dovuto accettare l’amara realtà di non essere amata dall’uomo che l’aveva presa in sposa. Entrambi soffrivano per amore. E questo li rendeva spiriti affini, due anime in pena in cerca di sollievo reciproco. Maire aprì il cancello e avanzò nel giardino cosparso di violette andandogli incontro.

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“Una moneta d’oro per i vostri pensieri.” Lorens si voltò di scatto al suono della voce di Maire e si scostò dal tronco nodoso del salice piangente. “Maire… Non vi ho sentita arrivare.” “Forse perché eravate assorto nelle vostre riflessioni.” Lorens la guardò, e subito si complimentò con lei. “Siete bellissima. Il rosso vi dona.” “Anche a voi sta bene il rosso.” “Il colore della passione.” “E dell’amore”, aggiunse lei, con un sospiro. “Vedo che oggi non portate la corona, ve la siete scordata?”

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“Non l’ho messa di proposito. Dato che il Re non c’è, mi sono concessa il diritto di non indossare il diadema. Nessuno avrà da ridire.” Lorens si schiarì la gola. “Sander è partito questa mattina presto, alle prime luci dell’alba, con Ullrich Stensvart e alcune guardie reali.” “Sì, l’ho sentito andare via.” “Eravate già sveglia? Così presto?” “In realtà non ho chiuso occhio per tutta la notte.” “Il pensiero della partenza di Sander vi ha impedito di dormire?” “No, non è stato quello il motivo del mio mancato riposo. In tutta franchezza devo ammettere che sono sollevata che lui sia partito… Se fosse qui adesso, giuro che gli trafiggerei un piede con la punta della vostra spada.” Lorens assunse un’espressione stupita nell’udire quelle parole tanto dure nei confronti del Re. “Cos’è accaduto? Avete litigato?” Maire scosse il capo e si avvicinò di un passo accorciando la distanza tra di loro. “Non v’è stato alcun litigio. Ma ho pianto per causa sua.” Lorens le scrutò immediatamente gli occhi, notando che erano lievemente arrossati. “Cos’è che vi ha fatto piangere?” Maire incatenò lo sguardo al suo. “La stessa ragione che ha fatto piangere anche voi.” Lorens corrucciò le sopracciglia bionde. “Cosa vi fa pensare che io abbia pianto?” Maire sostenne il suo sguardo curioso. “Vi ho visto, Lorens. Vi ho visto piangere.” Lui si irrigidì all’istante. “Quando?”, chiese, tradendo una certa irrequietezza. “Questa notte. Nel vostro alloggio. Mentre eravate solo con Sander… Non negatelo, so che eravate insieme.” Lorens impallidì di colpo, e il suo sguardo cristallino s’incupì, offuscato da un misto di timore e sgomento. “Maire, cosa state dicendo?” “La verità, Lorens. Non cercate di nascondervi dietro false scusanti, quando siete con me pretendo da voi la massima onestà, parlatemi con sincerità, le bugie di Sander mi hanno già turbata a sufficienza, credetemi.”

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Lui non ribatté, colto alla sprovvista. Maire gli si avvicinò ancora di più, e gli parlò quasi sussurrando, raccontandogli tutto della notte precedente. “Ho scoperto chi è veramente mio marito, e come ha agito alle mie spalle. Mi sono svegliata e come al solito lui non era nel nostro letto. Desideravo la sua compagnia prima di vederlo partire per la Scozia, così l’ho cercato nel suo studio, in biblioteca, perfino nella sala del trono, senza trovarlo. Allora ho pensato “Forse è andato a salutare Lorens e a comandargli di vegliare su di me in sua assenza”, e quindi sono salita fino al vostro alloggio per reclamare le sue attenzioni. Vi ho sentiti discutere, e la curiosità mi ha spinta a spiarvi attraverso la via di fuga del piccolo Ghibli… E così vi ho visti insieme. Vi ho guardati per tutto il tempo. Ho visto con questi miei occhi ogni vostro bacio, ogni vostra carezza, vi ho guardati giacere insieme sullo stesso letto, nudi, mentre Sander vi dava piacere con la sua bocca e voi lo prendevate come si prende una donna. Una parte di me voleva fuggire via, ma l’altra esigeva di sapere la verità, perciò sono rimasta, e ho continuato a guardarvi, mentre facevate l’amore parlando di voi e di me. So che siete amanti. So che voi amate Sander e che lui vi desidera, ma solo come schiavo di piacere, e che non ama me, non mi ha mai amato, non mi desidera e finge di provare affetto per me. Vi ho visto piangere fra le sue braccia e supplicarlo di lasciarvi in pace, nonostante voi lo amiate veramente. Siete disposto a soffrire per me, per la mia felicità, e di questo vi sono grata. Ma non è giusto. Non vi meritate tanto dolore, così come non lo merito io… Sander mi ha ingannata e tradita, e allo stesso tempo ha usato voi e i vostri sentimenti per soddisfare i propri bisogni. Non c’è onore in questo, non è un comportamento degno di un Re, e ora che so tutto, provo solo disprezzo per lui, e molta pena per voi.” Lorens la stava guardando con espressione impassibile sul volto di cera, teneva la bocca serrata, e ogni muscolo del suo corpo era teso sotto le vesti di lino. Ma i suoi occhi, quegli occhi tanto chiari da sembrare incolori sotto il sole abbagliante del mattino, erano lucidi di lacrime trattenute a forza, attraversati da ombre di dolore, vergogna, dispiacere, paura, e vulnerabilità. Una vulnerabilità che lui aveva imparato a nascondere dietro sorrisi cortesi e gesti raffinati, e che ora emergeva con prepotenza mostrando a Maire tutta la sua fragilità. “Lorens… Dite qualcosa, vi prego.”

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Lui chinò il capo, non riuscendo più a guardarla, poi si piegò a terra sedendosi sui propri talloni e si prese la testa fra le mani in un gesto di disperazione. “Mi dispiace…”, mormorò piano. “Vi chiedo perdono, è tutta colpa mia… Solamente colpa mia.” Maire si chinò sull’erba accanto a lui e gli afferrò i polsi costringendolo a mostrarle il suo volto. Piangeva. Grosse lacrime gli rigavano le guance. “Lorens, io non vi do colpa di nulla”, gli disse, non sopportando la vista del suo viso bagnato di pianto. “Come potete dire questo?... Io sono l’amante di Sander, è a causa mia se lui non vi ama, è per colpa mia se vi tradisce quasi ogni notte…” Maire gli prese il mento fra le dita e lo fece voltare verso di lei, gli scostò alcuni boccoli dalla fronte, poi prese il fazzoletto di lino che teneva infilato nel corpino del vestito, nell’incavo tra i seni, e gli asciugò le lacrime tamponandogli le guance con infinita tenerezza. “Non piangete, Lorens, la vostra sofferenza mi spezza il cuore in due… Non è vostra la colpa, e non è neppure mia. E’ Sander che si è preso gioco di noi calpestando i nostri sentimenti, è lui il vero colpevole delle nostre pene.” Lorens la guardò con dolcezza, incapace di credere che potesse avere un cuore tanto grande da perdonarlo. “Ho pregato che voi non scopriste mai la verità, ho cercato in tutti i modi di convincere Sander a lasciarmi, l’ho spinto fra le vostre braccia perché vi donasse il suo amore, ma ho fallito miseramente… Mi dispiace, Maire.” “Tenermi all’oscuro di tutto non mi avrebbe salvato dalla pena che mi affligge adesso, l’avrei scoperto comunque prima o poi, e sarebbe stato peggio.” “Volevo solo proteggervi.” “Lo so. L’avete fatto fin dal primo istante in cui ho messo piede in questo castello. Siete stato il mio angelo custode, il mio intimo consigliere, mi avete rassicurata, incoraggiata, sostenuta… E intanto cercavate di rinnegare i vostri sentimenti per Sander… Io vi sono grata per tutto il vostro affetto, mi avete fatta sentire amata e apprezzata in un modo completamente diverso da come mi ha fatta sentire Sander. Con la differenza che voi eravate sincero, mentre lui fingeva tutto il tempo… Non potrei mai addossarvi delle colpe, perché avete fatto tutto il possibile per evitare che io soffrissi, e questo vi fa onore, Lorens.”

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Lui le prese la mano con la quale Maire gli aveva asciugato le lacrime e la strinse nella propria, poggiandosela contro la guancia dalla pelle liscia. “Il vostro cuore è così caritatevole.” “Merito di mio padre. E’ lui che mi ha insegnato ad amare il prossimo offrendo sempre il mio perdono.” “Quindi voi mi perdonate?” “Non c’è nulla da perdonare, Lorens.” “Come fate a non provare disprezzo per me dopo ciò che avete visto? Ero a letto con vostro marito, ho fatto l’amore con lui, ho tradito la vostra fiducia e urtato i vostri sentimenti. Tutto ciò non vi disgusta?” “No, Lorens, affatto.” “Dovreste odiarmi invece. Sono un uomo spregevole.” “Questo non è vero. E non mi ha turbata ciò che ho visto accadere nel vostro alloggio tra voi e Sander. Non è la prima volta che vedo due uomini amoreggiare tra loro. Succedeva anche nei fienili di Bardister, tra i giovani contadini. Ho sempre pensato che l’amore non si giudica.” “Siete troppo clemente.” “Sono semplicemente umana. Comprendo ciò che altri ritengono incomprensibile.” Gli accarezzò i capelli, mentre lui le lasciava andare la mano e posava lo sguardo sulle acque immobili dello stagno. “Volete sapere come sono diventato l’amante di Sander?” “Per amore, immagino.” “Non solo per amore. Ero giovane quando l’ho incontrato, avevo solo quindici anni. Lui ne aveva venti, ed era ancora un principe. Mi vide partecipare ad un torneo, e volle incontrarmi dopo la gara. Già allora era molto bello. Rimasi affascinato da lui, sebbene avessi un legame con la figlia del mugnaio del mio paese. Amavo quella ragazzina, eppure quando vidi Sander non potei fare a meno di sentirmi attratto da lui. Avevo già avuto varie esperienze sessuali, sia con femmine che con maschi, il sesso mi incuriosiva, volevo sperimentare emozioni differenti. Sander mi propose di duellare con la spada contro uno dei suoi cavalieri di corte, e io accettai. Se avessi vinto, battendo il suo cavaliere, mi avrebbe presentato a suo padre chiedendogli di farmi entrare a far parte della guardia reale. Fui lusingato da quella proposta, non desideravo altro che essere un cavaliere al servizio di un Re. Il duello fu piuttosto duro, ma riuscii a battere il cavaliere sfidante. Quello stesso giorno Sander mi portò da suo padre, e Re

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Eirik acconsentì ad inserirmi nella cerchia dei suoi cavalieri. Mi trasferii a vivere al castello di Sander, e già la prima notte lui venne a farmi visita nella mia stanza. Mi disse che mi voleva come suo primo cavaliere, e che in cambio dell’investitura avrei dovuto essere suo, compiacerlo a letto e non amare nessun altro eccetto lui. Stava comprando il mio amore e la mia libertà con la promessa di ciò che sognavo fin da bambino. Come avrei potuto rifiutare quell’occasione?... E così iniziò tutto. Diventai il suo amante di letto, e alla morte di Re Eirik, sette anni dopo, Sander ereditò la corona e mi investì della carica di primo cavaliere. L’ho amato per dodici anni, senza mai tradirlo. Nessuno ci ha mai scoperti.” Maire provò tanta compassione per lui. “Sander ha preteso il vostro amore in cambio di una spada e di un titolo cavalleresco… Un vero ricatto. Tutt’altro che nobile da parte sua.” “Sander è sempre stato così. Per lui qualunque cosa ha il suo prezzo, non regala nulla, è un freddo calcolatore.” “E voi l’amate ancora, nonostante tutto…” Lorens assentì con un sospiro rassegnato. “Una parte di me l’amerà sempre. Dodici anni al suo fianco sono troppi da dimenticare da un giorno all’altro… Ma con il passare del tempo i miei sentimenti per lui sono cambiati… Rivoglio la mia libertà, e il diritto di scegliere chi amare. Ho sperato che il vostro arrivo potesse far capire a Sander che era giunto il momento di lasciarmi andare, ma nemmeno il matrimonio e la vostra rara bellezza hanno avuto il potere di farlo cambiare. Lui non è come me, non ha mai avuto relazioni con donne, è attratto solo dai maschi. Per questo non vuole rassegnarsi all’idea di perdermi.” “Ma in realtà non vi ama, la sua è solamente bramosia.” “Lo so. E’ ossessionato da me, non riesce a starmi lontano.” “E voi non sapete come fare a respingerlo.” Lorens annuì. “Se non fossi il suo primo cavaliere sarebbe tutto più facile, potrei andarmene e tornare libero. Purtroppo se lo facessi sarei perduto. Il titolo di cui mi ha investito è tutto ciò che ho, sono nato per essere un cavaliere e intendo continuare ad esserlo.” Maire avrebbe tanto voluto offrirgli il suo aiuto, ma era solo una giovane plebea che di titoli cavallereschi sapeva ben poco, perciò si limitò a posare una mano sulla sua spalla per confortarlo e fargli capire che lo comprendeva appieno. Lorens si voltò a guardarla, e per un breve attimo Maire si perse nei suoi occhi cristallini. Poi si alzò in piedi, e gli porse una mano affinché si rialzasse a sua volta.

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“Sander sarà lontano per tre settimane”, disse con voce ferma e serena. “In sua assenza saremo entrambi liberi, voi dalla sua ossessione e io dal matrimonio fasullo in cui mi ha intrappolata. Potremo vivere i giorni a venire senza pensare a lui. Al suo ritorno saremo più lucidi, e forse sapremo entrambi come comportarci.” Lorens afferrò la sua mano e si rimise in piedi. “Avete ragione. Tre settimane di libertà assoluta e l’intero castello tutto per noi… Dovremmo approfittarne.” “Perché non cominciamo subito? Prendiamo Stjarna e Vent e usciamo a cavalcare lungo la scogliera, o nei boschi a sud di North Roe, senza preoccuparci di nulla, godendoci questa bella giornata di sole.” “Vorreste uscire a cavallo abbigliata così elegantemente?” Maire sollevò le spalle. “Perché no? E’ solamente un abito. Se dovesse sporcarsi lo farò pulire.” Tenendolo per mano, lo attrasse a sé. “Allora, mi accompagnate o devo andare da sola?” Finalmente lui parve rasserenarsi, scrollandosi di dosso la tristezza di pochi attimi prima. “Va bene, se proprio insistete... Usciamo a cavallo.” “Al galoppo e senza meta precisa?” “Come preferite voi, Maire.” “Perfetto. Sorridete Lorens, non facciamo capire a nessuno che siamo entrambi turbati.” Lorens annuì con un cenno del capo e abbozzò un timido sorriso soltanto per lei. Lasciarono il giardino delle ninfee continuando a tenersi per mano, condividendo un comune senso di sollievo ritrovato dopo una notte e un inizio mattinata piuttosto burrascosi. Sarebbe stato solamente il primo di una serie di giorni assolutamente meravigliosi per entrambi.

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10 Il sole al tramonto sui picchi montuosi di North Roe dipingeva il cielo di rosso amaranto. In groppa a Stjarna e Vent, Maire e Lorens procedevano al passo lungo un sentiero sterrato dopo aver cavalcato per tutto il giorno, fermandosi di tanto in tanto presso i ruscelli dei boschi per far riposare i cavalli e lasciar loro il tempo di abbeverarsi. Ora, con il calare della sera, si ritrovavano affamati e soprattutto molto lontani da North Roe. “Dovremmo essere nella contea di Collafirth, riconosco il paesaggio di questa zona. Ci siamo allontanati un po’ troppo da North Roe, e il sole è già al tramonto. Temo che non riusciremo a tornare indietro senza dover cavalcare di notte, il che non è prudente da queste parti.” “Siete preoccupato, Lorens?” “Per voi, non per me. Una Regina non dovrebbe mai attraversare i boschi nell’oscurità della notte.” “Ci siete voi al mio fianco, avete una spada affilata, e presumo la sappiate maneggiare bene.” “Un cavaliere da solo non basta a proteggere una Regina se viene attaccato da una banda di malviventi.” “Allora fermiamoci in qualche locanda. Potremmo mangiare un pasto caldo e prendere una stanza per la notte.” “Maire, una sovrana non va a cenare nelle locande popolari, e non dorme in pidocchiose stanze in affitto.” “Nessuno saprà che sono la Regina di North Roe, oggi non porto nemmeno la corona.” “La vostra idea della locanda non mi piace…” “Allora cosa proponete di fare?” “Fatemi pensare… A Collafirth non credo ci siano dimore nobiliari, questa contea è popolata da boscaioli e pecorai, dubito che troveremo ospitalità presso la casa di un conte o di un marchese.” “Potremmo bussare alla porta di una qualunque fattoria.” “State scherzando? Dormire in casa di contadini? Non se ne parla proprio, se Sander lo venisse a sapere mi farebbe decapitare.” “Li pagheremo bene. Non diranno niente a nessuno in cambio di qualche moneta d’oro. E comunque potremmo sempre dire di essere due semplici nobili di passaggio da queste parti.” “Non lo so… Mi sembra troppo imprudente.”

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“Oh, andiamo Lorens! Sono cresciuta in mezzo ai contadini, sono brava gente. Ci ospiteranno senza tanti problemi.” “D’accordo. Sempre meglio una fattoria di una locanda.” Procedettero lungo il sentiero entrando in un villaggio ai margini della contea e Lorens vagliò con attenzione una per una le numerose fattorie sparse tra i campi. “Quella laggiù mi sembra appropriata. Ha un grande cortile, segno che i proprietari non sono poveri. A voi piace?” “Sono affamata, una fattoria vale l’altra, purché qualcuno mi offra un piatto di minestra.” “Va bene, allora proviamo a chiedere alloggio al suo proprietario. Lasciate parlare me, voi restate in sella a Stjarna e non scendete finché non ve lo dico io.” “Come siete premuroso…” “Ne va della mia testa e della vostra vita.” Scese da cavallo, affidando a Maire le briglie di Vent, e bussò al portone della fattoria con il cortile gremito di oche, fagiani e polli. Gli venne ad aprire un uomo di bassa statura con il volto rubicondo e l’aspetto trasandato. “Chi siete voi? Cosa volete?” “Scusatemi per il disturbo. Io e la mia signora ci siamo attardati con i cavalli nei boschi qui attorno. Avremmo bisogno di un riparo per la notte e di un pasto caldo. Vi pagheremo in oro se ci darete accoglienza.” L’uomo si grattò il mento dalla barba incolta. “Non ospito stranieri in casa mia di solito. Non avete altro posto in cui andare?” “Preferiremmo evitare le locande se possibile, non si addicono alla mia signora.” “Bè, se volete potete dormire nel fienile. Mia moglie vi porterà del cibo. Purché ve ne andiate all’alba.” “Certo, ce ne andremo presto. Vi ringrazio per la cortesia. Queste sono per voi, per il disturbo.” L’uomo accettò le monete d’oro che Lorens estrasse dalla tasca interna della tunica contandole sul palmo della mano grassoccia. “Tutto qui? Solo quattro monete?” “Vi basteranno per acquistare un paio di maiali e dei sacchi di grano. Non posso darvi di più.” L’uomo si mise in tasca le monete e indicò a Lorens il fienile posto sul fianco della fattoria. “Accomodatevi. Il cibo arriverà a momenti.”

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“Grazie, buona notte.” Il contadino richiuse il portone senza troppi complimenti e Lorens tornò da Maire. “Davvero molto ospitale”, commentò, facendola ridere. “Almeno ci ha concesso di dormire nel fienile.” “Sì, ora sono curioso di vedere cosa ci offrirà per cena, del pane raffermo forse…” Maire rise di nuovo, mentre Lorens trascinava i cavalli per le briglie verso il fienile. Era piccolo, colmo di fieno, e non c’erano scranni o sgabelli su cui sedersi. Maire scese dalla groppa di Stjarna e sollevò il vestito con le mani affinché l’orlo non si sporcasse nel cortile sporco di letame, quindi si rifugiò all’interno del fienile. “Non è poi così male.” “Preferisco il mio umido alloggio nella torretta di Branstock Borg, se proprio devo essere sincero.” “Avete mai dormito in un fienile?” “Molte volte, da ragazzo… E voi?” “Ci passavo giornate intere! A leggere soprattutto. Amavo il profumo intenso del fieno appena tagliato.” Si sedette comodamente su un cumulo di paglia gialla e invitò Lorens a raggiungerla. Lui si sedette al suo fianco, dopo aver legato le redini di Stjarna e Vent ad un palo del fienile. Non pareva a suo agio, forse troppi anni trascorsi su comodi letti reali gli avevano fatto scordare le sue umili origini. “Raccontatemi, perché dormivate nei fienili da ragazzo?”, gli chiese Maire, desiderosa di approfondire la loro conoscenza. “In realtà ci andavo per fare l’amore, non per riposare.” “Oh… E con chi facevate l’amore sulla paglia?” “Ragazze, ragazzi… Dipendeva dalla situazione, e da chi aveva il piacere di appartarsi con me.” “Ditemi, che differenza c’è tra fare l’amore con una femmina e con un maschio?” “Perché mai lo volete sapere?” “Pura e semplice curiosità.” Lorens si scostò dalla fronte un ricciolo biondo. “Quand’ero adolescente non badavo molto alla differenza tra il sesso con una ragazza o con un ragazzo, entrambi mi appagavano. Con le femmine era più romantico e dolce, perché i loro corpi erano soffici, morbidi, e a loro piaceva essere coccolate prima e dopo. Con i maschi era tutto più rapido, più audace, quasi una lotta ad armi pari, non c'era bisogno di troppe smancerie, bastava uno sguardo, una carezza,

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e poi il resto veniva da sé. A me piaceva fare l’amore con entrambi, senza troppe distinzioni. Era amore. In tutti e due i casi.” “Vi siete mai innamorato veramente?” “Prima di conoscere Sander, solo una volta, della figlia del mugnaio. Si chiamava Brigit ed era molto carina. Voi me la ricordate. Aveva anche lei gli occhi verdi e i capelli rossi, e tante lentiggini sulle guance. Era più formosa, e più bassa di voi, e rideva sempre, era l’allegria in persona. L’amavo molto, e lei mi ricambiava. Chissà, se non avessi incontrato Sander forse ora sarei in Olanda, sposato con lei, padre di un paio di marmocchi, e passerei le mie giornate lavorando la mia terra, o mungendo le mie vacche.” “Vi piacerebbe condurre una vita del genere?” “Probabilmente sì… Ma ho fatto una scelta che mi ha condotto su una strada completamente diversa, non rimugino sul passato, oramai è andato, perduto, devo concentrarmi sul presente, e sul futuro che verrà.” “E di Brigit che ne è stato?” “Non lo so, non l’ho più rivista. Mi rimane solo il suo ricordo.” “Parlate di lei con molta dolcezza.” “Perché l’ho amata. E anche se dopo c’è stato Sander, lei resterà sempre nel mio cuore.” “E ora che avete deciso di rompere il vostro rapporto con Sander, cosa farete? Rimarrete solo e privo di affetto?” Lorens soppesò le parole prima di rispondere. “Vorrei innamorarmi di nuovo, ma di una donna questa volta. Una donna che mi ami per tutta la vita e mi dia dei figli. Mi piacerebbe avere una famiglia tutta mia.” Maire lo guardò e pensò che anche lei desiderava le stesse cose, e che Sander non sarebbe stato in grado di dargliele. “Temo che io non sarò fortunata come voi… Sander non mi amerà mai, non sono nemmeno certa che mi darà un figlio.” “Vi prometto che gli parlerò, lo costringerò ad ascoltarmi, e riuscirò a convincerlo che deve rispettare l’impegno preso all’altare con voi. Non può ignorarvi per sempre, prima o poi dovrà fare l’amore con voi, anche se non vi desidera, per il suo ed il vostro bene. Lo farò ragionare, avete la mia parola.” “Se anche riuscirete a convincerlo, lui non mi guarderà come mi guardate voi… Non è attratto da me, non lo sarà mai, perché non è uguale a voi.” “Maire… Troveremo una soluzione, ve lo giuro sulla mia spada e sul mio onore di cavaliere.”

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Lei sospirò. “Sapete cosa vorrei veramente?” Lorens attese che parlasse, guardandola. “Vorrei essere io la donna di cui vi innamorerete. La vostra futura moglie. La madre dei vostri figli. Questo vorrei.” I loro occhi s’incontrarono, rimanendo sospesi in uno sguardo che diceva più di mille parole. Lorens sollevò una mano e le sfiorò la pelle delicata della guancia con il dorso, lei chiuse gli occhi e disse: “Perché non siete voi Sander Branstock?” Lorens le mise un braccio attorno alle spalle e la strinse contro il suo petto, posandole un bacio sui capelli che profumavano di fiori. Avrebbe voluto dirle che tutto si sarebbe sistemato, ma sapeva che le avrebbe mentito. Sander non era in grado di comportarsi da marito. Non era attratto dalle femmine, aveva sempre respinto tutte le nobildonne che gli avevano offerto delle esplicite avances. Aveva occhi soltanto per i maschi, e negli ultimi dodici anni era stato totalmente preso dalla loro relazione clandestina, trasformando il suo iniziale amore per lui in una vera e propria ossessione di cui Lorens era stanco da tempo. Aveva iniziato a respingerlo già prima dell’arrivo di Maire, ma Sander non voleva rassegnarsi a fare a meno di lui, e Lorens non sapeva come fargli capire che non desiderava più essere il suo amante. In quel momento, una donna dai capelli bruni avvolta in uno scialle entrò nel fienile reggendo un vassoio di legno con una mano e un brocca di rame con l’altra. “Ehi, voi due, vi ho portato qualcosa da mangiare.” Lorens lasciò andare Maire bruscamente, si alzò in piedi e accettò il cibo che la donna offriva loro. “Spero siate abituati alla cucina contadina, niente cibi lussuosi qui, è già tanto se vi posso offrire vino, pane, salame, formaggio e del brodo di pollo.” “Vi siamo grati per ciò che ci offrite, andrà benissimo.” “Bene. Mangiate allora, e poi dormite. All’alba, non fatevi trovare qui, altrimenti mio marito vi caccerà via a colpi di forcone.” Lorens non ebbe il tempo di dire altro, perché la donna era già uscita dal fienile serrando il portone con forza, lasciandoli nuovamente soli. “Accidenti, la moglie è peggio del marito”, commentò, tornando a sedersi accanto a Maire. “Vi assicuro che la gente di Bardister non è così maleducata. Nel villaggio in cui sono cresciuta, tutti sono molto ospitali. Forse se avessimo detto a questi due contadini chi siamo veramente ci avrebbero trattati con il dovuto rispetto.”

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“Probabile. Comunque è più sicuro passare inosservati.” Annuendo, Maire prese una fetta di pane raffermo, la intinse nel brodo di pollo, vi mise sopra del salame e un pezzo di formaggio, e addentò il tutto con un bel morso, mentre Lorens versava il vino nei bicchieri di latta. Mangiarono in silenzio, troppo affamati per parlare, e quando ebbero spolverato anche le briciole rimaste sul vassoio, a Maire venne da ridere. “Cos’è che vi fa ridere così tanto?” “Questa situazione. Sembriamo due amanti in fuga nascosti in un fienile per sfuggire all’ira di un marito geloso.” “E’ vero, che situazione assurda…” “Però è divertente essere qui con voi, lontana dal palazzo.” “Il ruolo di Regina inizia già a darvi noia?” “Un po’ sì… Forse perché non ho sposato voi.” Lorens mise da parte il vassoio vuoto e la guardò. “Dicevate sul serio prima? Riguardo a ciò che vorreste?” Maire annuì con il capo. “Sì, ero sincera. Voi sapreste amarmi come ho sempre sognato fin da bambina. Non ho bisogno di un bel castello, di una corona in testa, e di vestiti lussuosi per essere felice. Tutto ciò che desidero è solo un uomo che mi ami.” Lui trasse un sospiro. “Purtroppo quell’uomo non potrò mai essere io. Avete sposato Sander, il sovrano di North Roe, e gli avete giurato fedeltà. Non potrete mai tradirlo, o sarete punita.” Un’ombra di tristezza le attraversò gli occhi. “Lo so… E ora credo di aver commesso un grave errore.” Lorens le scostò una ciocca di capelli dalla guancia. “Maire, non pensateci adesso. Sander è lontano. Godiamoci questa notte da fuggitivi.” Lei sorrise al suo commento. “Spero che Deirdre abbia avvisato tutti i consiglieri di corte della nostra cavalcata fuori North Roe.” “L’avrà fatto di sicuro. Però scommetto che saranno comunque in pensiero non vedendoci tornare quando farà buio. La Regina che passa la notte chissà dove con il primo cavaliere del Re… Penseranno male di noi.” Maire si strinse nelle spalle e disse: “Francamente non mi importa un bel niente di ciò che penseranno. A me interessa solo essere felice, e quando sto con voi io lo sono. Tutto il resto non mi tocca.”

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Lorens lo sapeva. Vedeva la gioia riflessa sul suo volto ogni volta che avevano l’occasione di passare del tempo insieme. “Voi mi piacete molto, Maire. Provo dell’affetto sincero nei vostri confronti. Ma temo che non potremo essere niente di più di semplici amici e confidenti.” “E se diventassimo amanti?”, chiese lei, cogliendolo di sorpresa. “Potremmo mai esserlo?” Lorens scosse il capo. “Sarebbe troppo pericoloso. Se ci scoprissero, voi verreste ripudiata e io sarei accusato di alto tradimento. Sander mi ucciderebbe con la sua stessa spada.” “Ma voi lo fareste?... Mi vorreste come amante?” Lorens distolse lo sguardo da lei. “Mi dispiace. Non posso rispondervi.” “Non potete o non volete?” Lui rimase in silenzio, evitando il suo sguardo. “Rispondetemi, Lorens. E’ solo una domanda.” Lui ritornò a guardarla, gli occhi chiari pieni di dolcezza. “Se potessi amarvi senza mettere in pericolo la vita di entrambi, allora sì, lo farei. Diventerei il vostro amante.” “Grazie. Volevo solo sentirvelo dire.” Soddisfatta, Maire si sdraiò sul fieno sorridendo e gli diede le spalle. Aveva detto “sì”… Proprio come aveva sperato. “Buona notte, Lorens.” Lui si distese dietro di lei, facendole scudo con il proprio corpo, e le cinse la vita con un braccio. “Buona notte, Maire.” Lei gli coprì la mano con la propria, intrecciò le dita alle sue, e se la strinse al petto, dove il suo cuore batteva forte sotto il leggero tessuto dell’abito rosso. Aveva sempre pensato che dietro ai modi gentili e protettivi di Lorens si celasse dell’amore per lei, e la sua risposta ne era stata la conferma. Forse non avrebbero mai potuto essere amanti, ma a Maire bastava sapere che almeno lui le voleva davvero bene. Si addormentò con il calore del suo corpo premuto addosso al proprio e il suo respiro caldo sulla pelle nuda del collo, aggrappata alla sua mano per tutta la notte.

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Il mattino seguente, al primo canto del gallo, Lorens svegliò Maire e insieme uscirono dal fienile rimontando sui loro cavalli. Si lasciarono alle spalle la contea di Collafirth lanciando Stjarna e Vent al galoppo sui pianori erbosi illuminati dal sole nascente e attraverso i fitti boschi di querce ombreggiati e freschi. Il ritorno a North Roe fu lungo, tuttavia era ancora pomeriggio quando varcarono la cinta muraria del castello di Branstock Borg e scesero da cavallo nel cortile del palazzo. Syver li vide arrivare e corse immediatamente a prendere Stjarna e Vent per portarli nelle scuderie e dar loro da mangiare. Nessuno chiese a Lorens o a Maire come mai non fossero rientrati per la notte e dove avessero alloggiato, segno evidente che tutti si fidavano ciecamente di Lorens e della sua integrità di primo cavaliere. Affamata, Maire prese Lorens a braccetto e lo condusse nelle cucine, dove la servitù accolse entrambi con reverenza, servendo loro in anticipo i piatti previsti per la cena della sera. Dopo il misero pasto della notte precedente offerto loro dalla moglie del contadino di Collafirth, Maire fu ben lieta di poter mangiare dell’ottima carne di cinghiale arrosto accompagnata da patate aromatizzate alle erbe, focaccine dolci al miele, vino rosso e sidro di mele. E Lorens, che non aveva mai cenato con lei, si divertì a vederla mangiare di gusto alternando una forchettata di carne ad uno scambio di parole con le cuoche e le serve presenti nella grande stanza e per nulla intimidite dalla sua presenza. Maire le trattava come persone alla pari, rivelando la sua natura semplice di giovane popolana cresciuta come loro in un piccolo paese di campagna. Nonostante avesse sposato un Re e fosse stata incoronata Regina, sarebbe sempre rimasta umile, ricordando con orgoglio da dove proveniva. Terminata la cena, Maire invitò Lorens ad accompagnarla nella sua stanza personale, cosa che lui fece con molto piacere. “Credo proprio di aver bisogno di un bel bagno. Mi sento addosso la polvere dei sentieri che abbiamo attraversato, e i miei capelli odorano di fieno. Chiamerò Deirdre e mi farò portare l’acqua calda per la tinozza, ma prima vorrei parlarvi di una cosa importante.” “Sentiamo, di cosa volete parlarmi?” “Del vostro alloggio. So che è un luogo strategico per il controllo della sicurezza del castello, ma è decisamente troppo umido, esposto al

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vento e piccolo. Vorrei che prendeste i vostri effetti personali e vi trasferiste qui, nella mia stanza personale, che è molto spaziosa, calda e confortevole. Potete portare anche Ghibli ovviamente, adoro quell’ermellino.” “Mi state chiedendo di lasciare la torretta e stabilirmi nella vostra stanza?” “E’ ciò che vi ho chiesto.” “Ma il mio compito è sorvegliare il castello, e da qui non potrei farlo.” “Nominate un cavaliere che lo faccia al posto vostro. Un uomo di vostra fiducia, capace di sostituirvi nel compito che vi è stato assegnato.” “Non credo si possa fare, Maire.” “E perché mai? Nessuno è alla vostra altezza come sorvegliante del castello? Oppure trovate sconveniente trasferirvi nella mia stanza privata?” “Entrambe le cose.” “La mia stanza ha una parete divisoria, il che significa che avreste il vostro spazio senza invadere il mio. E riguardo ai cavalieri, ho sentito parlare molto bene di un certo Eoghan, un tipo sveglio che già fa la ronda notturna sul tetto del castello. Lui potrebbe sostituirvi alla torretta.” “Eoghan? Sì, è affidabile, tuttavia…” Maire lo interruppe. “Ho capito, devo cambiare approccio. Come vostra Regina, io vi ordino, e ho detto proprio “vi ordino”, di lasciare subito il vostro alloggio e trasferirvi nella mia stanza personale, e di nominare Eoghan come vostro sostituto nel ruolo di sorvegliante della torretta. Avete qualche obbiezione?” Preso in contropiede, Lorens non poté fare a meno di sorridere di fronte alle pretese di Maire. “Dunque me lo state ordinando ufficialmente.” “Esatto. Non credo vi sia permesso di rispondere con un no, quale primo cavaliere oserebbe mai rifiutarsi di eseguire le richieste della propria Regina?” “Nessuno lo farebbe, a meno che la Regina in questione non sia in stretta confidenza con il cavaliere e lo stia ricattando usando il potere della corona per ottenere ciò che vuole. In questo caso, il cavaliere potrebbe rifiutarsi e dirle di no.” Maire incrociò le braccia sul petto. “Avanti, Lorens… E’ soltanto un cambio di alloggio. Qui starete meglio, potrete tenermi compagnia, io mi sentirò meno sola e meno

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triste e voi dormirete in una stanza con il camino e un letto cento volte più comodo.” “Questo lo so Maire, ma non posso condividere la vostra stessa stanza, se Sander lo venisse a sapere saremmo entrambi nei guai.” “Sander non c’è, non tornerà prima di tre settimane, fino ad allora potrete stare qui, e al suo ritorno vi farò spostare nella torre sud, insieme ai consiglieri di corte.” “Dimenticate che sono pur sempre un uomo. La vostra vicinanza mi metterebbe a disagio. Non posso stare in una stanza che profuma di essenze di fiori mentre voi vi spogliate e fate il bagno completamente nuda a pochi metri da me. Sapete che sono sensibile al vostro fascino.” Maire si sentì lusingata dalle sue parole e senza volerlo arrossì lievemente. Ma non voleva dargliela vinta. “Non è mia abitudine girare nuda per tutta la stanza, e la tinozza per il bagno è riparata da un tendone, perciò non vedo dove sia il problema. Avete forse paura di saltarmi addosso e attentare alla mia virtù?” “Certo che no! Non sono quel tipo d’uomo, so tenere a bada i miei istinti.” “Allora ditemi di sì e fatemi contenta.” Lorens tentennò ancora per un minuto o due, poi cedette. “D’accordo, accetto la vostra offerta, ma solamente perché voi mi state a cuore.” Maire sorrise, felice di aver ottenuto ciò che voleva, e gli toccò un braccio. “Grazie Lorens. Ho bisogno della vostra vicinanza.” Lui ricambiò il suo sorriso, e si rese conto di non essere in grado di guardarla senza provare il desiderio di prenderla fra le braccia, cosa che si trattenne dal fare. “Vado a cercare Eoghan per avvisarlo del suo nuovo incarico come sorvegliante nella torretta, e nel frattempo ordinerò alla servitù di prendere le mie cose e trasferirle nella vostra stanza. Se i consiglieri mi chiederanno spiegazioni riguardo a questi cambiamenti dirò loro che avete paura di stare sola e che mi avete chiesto maggiore protezione finché Re Sander non sarà tornato dal suo viaggio in Scozia, così nessuno sospetterà nulla.” “Perché? Cosa dovrebbero sospettare?” Lui inarcò un sopracciglio. “Che siamo amanti.” Maire sorrise maliziosa, e i suoi occhi verdi brillarono. “A me piacerebbe… E anche a voi… Ne sono certa.”

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Lorens schiuse le labbra per obbiettare, ma non ne ebbe il coraggio, perché in cuor suo sapeva che Maire aveva ragione, e sarebbe stato sciocco negare a se stesso l’evidenza del sentimento che provava per lei, un sentimento sbocciato il primo giorno che l’aveva vista, al suo arrivo da Bardister, bellissima nel suo povero abito di lino grezzo, così regale nel portamento e nello sguardo da lasciarlo affascinato, un sentimento che aveva messo radici dentro di lui alimentandosi di lei giorno dopo giorno, fino ad annullare l’amore che provava per Sander al punto da respingerlo e decidere di non voler più essere il suo amante di piacere. Maire lo stava rapidamente conquistando, facendogli desiderare il suo corpo di giovane donna dopo dodici anni passati nel letto e tra le braccia di un uomo. Aveva sempre pensato che Sander sarebbe stato il suo unico amore, e invece, in una sola notte, tutte le sue convinzioni erano crollate alla vista della “rossa fanciulla di Bardister”, così come Lord Njall Kollsvein l’aveva battezzata dopo averla scovata sotto il tetto di Aiden Kendric. Sapeva quanto fosse pericoloso per entrambi il legame che li stava unendo ogni giorno di più, tuttavia non voleva reprimerlo, anzi, avrebbe lasciato che la sorte decidesse cos’era meglio per lui e per Maire, anche a costo di rischiare di perdere la vita per mano di Sander Branstock. Maire sparì all’interno della sua stanza, e Lorens scese al pianterreno alla ricerca di Eoghan e di un servitore che sgomberasse il suo alloggio.

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11 Seduto comodamente sul suo nuovo soffice letto con le gambe distese e i piedi nudi incrociati uno sopra l’altro, Lorens teneva fra le mani un libro preso dalla biblioteca e lo leggeva a voce alta, mentre Maire, al di là di un pesante tendone giallo, si rivestiva dopo il lungo bagno ristoratore all’essenza di fresia indossando la vestaglia da notte che proprio Lorens le aveva regalato. “Potevate scegliere un libro migliore di questo”, commentò, spazzolandosi i capelli. “Non vi piace questo racconto di Béroul, giullare e narratore normanno dell’undicesimo secolo?” “Per nulla. “Tristan e Isolde” è una storia davvero triste.” “Pensavo l’avreste trovata romantica.” “Non lo è affatto. Finisce malissimo. Tristan muore e Isolde rimane sola, per giunta esiliata. Cosa c’è di romantico?” “Il loro amore. I sotterfugi compiuti per amarsi in segreto.” Maire scostò il tendone e uscì in tutta la sua freschezza, profumata e radiosa, i capelli rossi lucenti dopo il bagno. Si avvicinò al letto di Lorens e gli sfilò il libro dalle mani. “Basta leggere, questo dramma è deprimente.” “Cosa leggete di solito quando andate nella biblioteca di palazzo?” “Altre cose. Mi piace scoprire com’è fatto il mondo, come sono le terre lontane dalle Hjaltland.” “Preferite la geografia ai racconti d’amore?” “Decisamente sì. Arricchisce la mia cultura.” Si sedette sul bordo del letto e guardò Lorens ancora tutto vestito, fatta eccezione per i piedi scalzi. “Dovreste cambiarvi d’abito. E farvi un bagno.” “L’idea non mi alletta. Profumare di fresia non si addice ad un uomo, specialmente a un cavaliere.” “Non dovete usare la mia acqua, ve ne farò portare dell’altra, pulita e senza essenze floreali.” “E dovrei spogliarmi qui, in vostra presenza?” “Certo. Io l’ho fatto poco fa, ero nuda dietro il tendone, e non mi pare sia accaduto nulla di strano.” “Quel tendone non è abbastanza spesso. La luce delle candele lascia intravedere molto più di quanto non immaginiate.”

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“Davvero? Allora mi avete guardata mentre mi facevo il bagno… Confessatelo!” “No, giuro che non l’ho fatto.” Lei rise. “Che bugiardo… Scommetto che siete rimasto qui a sbirciare per tutto il tempo.” “Stavo leggendo, come avrei potuto sbirciare?” “Con un occhio leggevate e con l’altro sbirciavate”, lo prese in giro Maire con evidente malizia e divertimento nel tono della voce. Lorens capì che lo stava stuzzicando, furba come una volpe, quindi fece finta di nulla. “Se mi faccio il bagno voi non dovrete mai guardare verso il tendone, e ve ne starete buona in un angolo finché non avrò finito e mi sarò rivestito.” “Lorens, non siate così pudico. Vi rammento che vi ho già visto nudo, quindi so bene come siete fatto.” Lui assunse un’espressione imbarazzata. “Non mi piace continuare ad immaginarvi incollata alla parete del mio alloggio mentre spiavate me e Sander in atteggiamenti ben poco nobili.” “Credete che non abbia mai visto due uomini amoreggiare insieme? Succedeva spesso a Bardister, nelle stalle e nei fienili, e a volte è capitato che mi soffermassi a guardare cosa facevano quei giovani contadini uno sopra l’altro. Non mi sono mai disgustata della cosa.” “In ogni caso, evitate di guardare il tendone.” Maire si posò una mano sul petto in segno di giuramento e Lorens scese dal letto. “Riporto il libro in biblioteca e vado a prendere dei secchi d’acqua pulita.” “Non serve che lo facciate voi, ci penserà Deirdre. Vado a chiamarla, voi intanto svestitevi.” “Di solito faccio da solo, non mi serve l’aiuto di un’ancella.” “Bè, adesso che vi siete sistemato nella mia stanza, Deirdre porterà l’acqua anche per voi. Coraggio, levatevi i vestiti e dateli a me, li consegnerò a Rosen, hanno bisogno di una lavata, come il mio abito.” Lorens scivolò dietro il tendone, si tolse la tunica e i calzoni, poi sporse una mano al di fuori per porgere i vestiti a Maire. Lei li prese, e mentre lo faceva esclamò con voce sorpresa: “Lorens, avete ragione, questo tendone è davvero trasparente, si vede proprio tutto!” Lui ritrasse subito la mano e si coprì le parti intime. “Avevate promesso di non guardare.”

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“Come siete ingenuo, vi sto solo prendendo in giro. E comunque, di cosa vi vergognate? Avete un corpo stupendo, in tutte le sue parti…” “Immaginavo che l’avreste detto, siete davvero spudorata.” Lei rise, poi uscì dalla stanza per andare ad avvertire Deirdre che serviva dell’acqua pulita e consegnare a Rosen, una delle lavandaie, gli abiti di Lorens. Quando ritornò, accompagnata dall’ancella, lui si era avvolto in un telo. Aspettò che Deirdre sostituisse l’acqua della tinozza nella zona della stanza adibita a bagno, dopodiché, mentre Maire giocherellava nel proprio letto con Ghibli, Lorens s’immerse nell’acqua e cominciò a strofinarsi con un panno e sapone. “Lorens, posso venire a lavarvi la schiena?” “No, faccio da solo.” “E se mi mettessi una benda sugli occhi? Non vedrei nulla.” “Giocate con Ghibli, è meglio.” “Va bene, ho capito che siete timido, vi lascerò in pace.” In realtà lui non era né timido né pudico, temeva solo che la vicinanza di Maire potesse incrinare il suo autocontrollo. Tenerla a debita distanza era il modo migliore per evitare situazioni imbarazzanti. Continuò a lavarsi, togliendosi di dosso l’aroma intenso del fieno su cui aveva dormito. “Quando vivevo a Bardister, il momento del bagno era il migliore della giornata”, gli raccontò Maire. “Mio padre e i miei quattro fratelli rientravano a casa dopo una giornata intera trascorsa a lavorare la legna, con i vestiti e i capelli sporchi di segatura, e uno dopo l’altro si facevano il bagno nella tinozza. Mia madre metteva sul fuoco la cena, ed io mi occupavo dei miei fratelli. Mi piaceva prendermi cura di loro, lavando la schiena a tutti e quattro, e il fatto che fossero nudi non è mai stato un motivo d’imbarazzo.” “Per questo vorreste lavare anche la mia schiena?” “Non ci sarebbe nulla di male. Il corpo maschile è bello quanto quello di una donna, e credo che nessun uomo dovrebbe vergognarsi della propria nudità. Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, e ci ha plasmati con forme differenti per garantire la procreazione della specie umana. La nudità è una cosa naturale, non un motivo di vergogna.” “Dimenticate che Dio ci ha dotati anche del desiderio fisico.” “E con questo?” “Bè, non so voi, ma io ho qualche difficoltà a stare nudo di fronte ad una donna o ad un uomo senza provare eccitazione.” “Ed è questo che vi imbarazza?” “Più che altro mi preoccupa il pensiero di non sapermi controllare.”

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“Intendete dire con me?” “Certo, con voi.” “Capisco… Quindi non volete che vi guardi e mi tenete a distanza per questo motivo.” “La cosa vi offende?” “No… Però vorrei essere più intima con voi.” “In che senso intima?” “Non come immaginate. Mi piacerebbe potervi stare vicino senza dover parlare attraverso un tendone.” Lorens allungò un braccio verso il separé di stoffa gialla che li divideva e lo scostò. Maire era seduta sul letto con Ghibli rannicchiato in grembo e sollevò gli occhi su di lui nell’udire il rumore degli anelli del tendone che scorrevano sull’asta metallica. “Avete ancora voglia di frizionarmi la schiena?” Lei sorrise, lasciò andare Ghibli, e scese dal letto. “Posso avvicinarmi?” “Visto che ci tenete tanto…” Maire attraversò la stanza e si inginocchiò ai piedi della tinozza, prendendo il panno che Lorens le porgeva. “Non fissatemi in quel punto, se potete evitarlo.” Lei sorrise maliziosa. “L’ho già visto il vostro gioiello, non ho bisogno di riguardarlo.” Detto ciò, intinse il panno di lino nell’acqua insaponata e lo passò delicatamente sul petto di Lorens, scivolando sulle spalle e scendendo dietro, sulla schiena ampia e muscolosa. “Vi è spuntata la barba durante la notte, vi posso radere?” “Sapete fare anche quello?” “Lo facevo ogni Domenica ai miei fratelli, sono brava.” “C’è qualcosa che non sapete fare?” “Maneggiare una spada. Ma potrei imparare a farlo.” “Sicuramente ci riuscireste, però non credo sia un bene, potreste diventare pericolosa con una spada fra le mani.” Maire inzuppò di nuovo il panno e continuò a frizionargli le spalle, poi gli fece reclinare il capo all’indietro e lasciò che l’acqua scorresse sui suoi capelli. Lorens chiuse gli occhi e si godette le sue attenzioni. Maire gli lavò i capelli con il sapone, infilando le dita tra i suoi riccioli biondi, massaggiandogli le tempie con i polpastrelli, e quand’ebbe finito lui si spinse sott’acqua riemergendo con i capelli puliti. A quel punto, Maire prese il rasoio posato sullo sgabello accanto alla tinozza e iniziò a radergli la barba. “Attenta, è affilato.”

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“Non vi farò nemmeno un taglietto, promesso.” E così fece. Con mano ferma e mosse esperte, gli rase la barba su mento, collo e guance riportando alla luce la sua pelle liscia e curata, per poi sciacquargli il viso con il panno. “Ecco fatto, ora siete pulito e sbarbato.” “Posso uscire dalla tinozza?” “Aspettate, mi volto.” Lorens la vide girarsi di spalle, si sollevò in piedi scrollandosi l’acqua di dosso e si avvolse nel telo per asciugarsi. “Fatto. Sono coperto.” Maire girò su stessa mentre lui si annodava il telo alla vita e si asciugava i capelli con un altro panno asciutto. “Allora, sono stata brava?” “Molto. E’ stato il bagno più piacevole della mia vita.” “Mi lascerete prendermi cura di voi anche nei prossimi giorni? Ne sarei alquanto felice.” “Uhm… vedremo…” “Se preferite, potremmo fare una sera a turno.” “Ovvero?” “Domani toccherà a voi frizionare la schiena a me.” “Non credo di poterlo fare. Mi sentirei a disagio.” Lei lo guardò. “Perché mai dovreste sentirvi a disagio? Solamente per il fatto che sono una donna?” “No, non per quel motivo. Semplicemente non posso guardarvi nuda e toccarvi perché appartenete a Sander.” Senza dire altro attraversò la stanza e raggiunse il suo letto. Indossò una camicia bianca di lino e dei calzoni da notte, e si pettinò i capelli biondi passandosi le dita tra i riccioli. “Siete bello”, gli disse Maire, avvicinandosi. “Molto più bello di Sander. Avete le fattezze di un angelo.” Lui sorrise lusingato. “Penso che dovrei essere io a fare dei complimenti a voi, non il contrario.” Maire non disse nulla. Si limitò a guardarlo negli occhi, rapita dal suo fascino. “Lorens… Vi posso abbracciare?” Lui non rispose. Lasciò che si avvicinasse, che gli cingesse la vita con le braccia, e che appoggiasse il suo morbido seno contro il suo petto. Senza smettere di guardarla negli occhi, le permise di stringersi contro di lui così tanto da fargli sentire ogni minima forma del suo

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corpo, e nonostante una voce nella testa gli ripetesse di stare lontano da lei, Lorens ricambiò l’abbraccio avvolgendola in una stretta piena di desiderio. “Stringetemi forte, più forte…” Lui premette le mani aperte sulla sua esile schiena e i loro corpi aderirono l’uno contro l’altro. Maire riuscì a sentire il suo sesso che premeva contro il proprio ventre, e un brivido le scivolò lungo la spina dorsale. Chiuse gli occhi e affondò il viso nell’incavo della sua spalla, respirando il suo profumo di sapone. Lorens chinò la testa adagiandola contro la sua, e con le labbra le baciò la pelle fresca del collo. Ma dopo alcuni minuti si ritrasse come se si fosse scottato e le prese il volto fra le mani. “Non sono un santo, Maire… La mia carne è debole quando vi sono vicino, fatico molto a trattenere i miei istinti.” Maire comprese appieno i suoi timori e seppur controvoglia lo liberò subito dal suo abbraccio. “Vi posso dare un bacio prima di coricarmi?” “Lo darò io a voi.” Posò le labbra calde su quelle di Maire in un casto bacio, e lei si sporse in avanti per aumentare la pressione delle loro bocche. Durò solo pochi secondi, ma fu abbastanza per farle rotolare il cuore nel petto. “Adesso filate a letto, non approfittate oltre del poco autocontrollo che mi rimane.” Maire si leccò le labbra, che avevano il suo sapore, e dopo avergli fatto una carezza sul volto, si allontanò per correre a sdraiarsi nel suo letto. “Dormite bene, Maire.” “Anche voi, Lorens.” Prima di coricarsi a sua volta Lorens si mosse nella stanza e spense con i polpastrelli inumiditi le numerose candele che illuminavano l’ambiente, lasciandone accesa soltanto una accanto al letto di Maire. Ghibli si era rannicchiato ai suoi piedi, e lì lo lasciò. Raggiunse il suo letto e si stese sul dorso, ma non riuscì a prendere sonno subito. Il calore delle labbra di Maire gli era rimasto sulla bocca e gli tenne compagnia per un bel pezzo. La “rossa fanciulla di Bardister” gli stava entrando nel sangue come un dolce fluido afrodisiaco. E stranamente, ciò non lo spaventava, anzi, gli riempiva il cuore di gioia.

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Qualcuno gli stava facendo il solletico sotto la pianta dei piedi. Forse era Ghibli, che si era svegliato e aveva fame. Lorens aprì gli occhi, e al posto dell’ermellino vide Maire seduta sul bordo del suo letto intenta a solleticargli i piedi con le dita. “Buongiorno”, gli disse guardandolo con aria birichina. “Cosa ci fate nel mio letto?” “Vi guardavo dormire. Sembravate un fanciullo innocente.” “Potevate lasciarmi riposare invece di stuzzicarmi i piedi.” “Ma è già giorno, e io ho voglia di fare tante cose.” Si allungò su di lui e gli scoccò un bacio sulla bocca. “Pestifera ragazzaccia dai capelli di rame”, le disse lui, sollevandosi a sedere. “Chiedete il mio permesso prima di baciarmi, non è leale rubarmi i baci in questo modo.” “Siete geloso delle vostre labbra?” “No, ma non approfittatevi di me. Sapete che effetto mi fate. Potrei saltarvi addosso, e allora sarebbero guai.” “Oh… Guai per me o per voi?” “Per entrambi, lo sapete.” Lei sbuffò. “Questa storia mi innervosisce, c’è sempre l’ombra di Sander in mezzo a noi, lasciatelo in Scozia a godersi il suo stupido torneo e pensate a divertirvi con me.” “Non voglio fare la fine di Tristan.” “Ancora con quel romanzo?! Siete irrecuperabile… Forza, giù dal letto, Deirdre sta portando la colazione.” “Uhm, spero ci sia un po’ di pancetta rosolata nel burro.” “Sì, e anche le uova. Ho preso nota dei vostri gusti.” “E voi cosa mangiate a colazione?” “Frutta. E un bicchiere di latte appena munto.” Scese dal letto e lo afferrò per una caviglia. “Ma che diavolo fate?” “Vi aiuto a scendere. Siete sempre così pigro al mattino?” “E voi sempre così indiavolata?” “Ho solo voglia di uscire da questa stanza.” Lorens si rimise in piedi prima che lei gli staccasse una gamba a forza di tirarlo per la caviglia. “Che progetti avete per oggi?”

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“Vorrei andare al mercato contadino. Quando ci siamo andati l’altra volta ho visto una mercante che vendeva delle bellissime collane di perle. Ne vorrei comprare una da regalare a mia madre. Tra due giorni sarà il suo quarantesimo compleanno.” “E’ un pensiero gentile. Siete una brava figlia.” Maire sparì dietro il tendone giallo con un abito bianco ricamato di inserti viola, la sentì canticchiare una canzoncina in lingua celtica mentre si vestiva e si pettinava, e quando ricomparve nella stanza illuminata dal sole era già pronta. “Lorens, non vi siete ancora cambiato?” “Abbiamo tutto il giorno davanti, perché tanta fretta?” “Ho pensato che dopo il mercato potremmo scendere alla spiaggia e passeggiare lungo la riva. Dopo pranzo vorrei esercitarmi con il tiro con l’arco, e verso sera mi piacerebbe organizzare una festa nella sala del trono. Non conosco i nobili delle altre contee, perciò inviterò la servitù a danzare e divertirsi insieme a noi.” “Immagino che saranno felici. Sander non li ha mai trattati come fate voi, la vostra umanità mi colpisce.” “Sono i nostri lavoranti, ma hanno il diritto di fare festa di tanto in tanto, e poi sono tutti plebei come me, nati e cresciuti in povertà. Se devo essere Regina, voglio regnare in modo giusto.” Mentre Maire rincorreva Ghibli per tutta la stanza cercando di prenderlo per dargli delle noci da mangiare, Lorens si spogliò della camicia e dei calzoni e indossò una tunica viola e dei pantaloni blu. Poi arrivò Deirdre portando la colazione, e lui sedette con Maire allo scrittoio gustandosi la sua pancetta con le uova. Prima di uscire, lei gli chiese: “Questa sera mi farete l’onore di ballare con me? Il giorno delle nozze non ne abbiamo avuto l’occasione.” “Vi avverto che non sono molto bravo.” “Vuol dire che mi pesterete i piedi?” “E’ probabile che succeda.” “Non importa. Siete talmente perfetto che questo piccolo difetto non rovinerà la vostra reputazione.” Lo prese sottobraccio, e quando attraversarono il corridoio d’uscita del castello, chi era presente non poté fare a meno di notare quanto fossero bene accoppiati. In particolare, Lord Njall Kollsvein li vide sorridersi e scambiarsi occhiate complici, e con la saggezza che caratterizzava la sua persona si rese conto che Lady Maire Kendric era sprecata per Re Sander e molto più affine a Sir Lorens Ingmar. Ovviamente non condivise con nessuno quel suo pensiero, e in cuor

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suo sperò che Re Sander fosse in grado, con il tempo, di rendere felice Maire tanto quanto ci riusciva Sir Lorens Ingmar.

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12 Quattro giorni dopo… Un violento temporale estivo si stava abbattendo su North Roe con tuoni e fulmini, il cielo era nero, carico di nubi dall’aspetto malevolo, e il mare squassato dal vento era in tempesta. I cavalli nitrivano agitati e impauriti nelle stalle, e il castello di Branstock Borg era bersagliato da furiose raffiche di vento e pioggia che picchiavano rumorosamente contro le pareti in pietra del maniero e le finestre in legno serrate dai lucchetti. Nella stanza privata di Maire, Ghibli se ne stava nascosto sotto il letto di Lorens e lei, chinata sul pavimento in vestaglia e babbucce, cercava di stanarlo chiamandolo per nome e allungando la mano verso di lui. “Niente da fare, non vuole saperne di uscire da là sotto”, disse poco dopo, risollevandosi in piedi. “Fa sempre così quando scoppia un temporale, ha troppa paura dei tuoni. Uscirà da solo quando il peggio sarà passato.” Lorens, in camicia di lino e calzoni da notte, teneva fra le mani una missiva personale giunta al castello in mattinata. Un corriere l’aveva portata a cavallo direttamente da Lerwick, la città principale delle Hjaltland di dominio scozzese, e l’aveva consegnata al paggio addetto alla posta, il quale l’aveva tenuta nella tunica per tutto il giorno, per consegnarla nelle mani di Lorens quando lui e Maire erano rientrati all’ora di cena dopo aver trascorso l’intera giornata nei boschi di North Roe a cacciare selvaggina con i falchi. La missiva proveniva da Inverness, dove Lord Byron risiedeva, ed era stata spedita due giorni prima da Re Sander. Era indirizzata a Lorens, e Maire era curiosa di sapere cosa ci fosse scritto all’interno. Soprattutto perché Sander aveva scritto a Lorens e non a lei. “Allora, volete aprire quella lettera adesso o preferite aspettare che si faccia l’alba?” “Siete curiosa di sapere cosa mi ha scritto Sander?” “Ovviamente sì. Non ha pensato di inviare una lettera anche a me, sua moglie e sua Regina, ha scritto solo a voi, e questo mi fa pensare che il contenuto sia strettamente personale.” “E’ proprio per questo che non vorrei nemmeno aprirla… Temo ci siano scritte parole che potrebbero ferirvi.”

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“Ferirmi? Sander mi ha già deluso con le sue menzogne, ho capito che per lui non conto niente, ho accettato la cosa e non mi aspetto granché da lui. Se ha scritto solo a voi, dev’essere per una ragione “amorosa”, ne sono certa.” “Forse dovrei leggerla in privato e poi riferirvi quello che mi ha detto, non credete?” “No. Apritela qui e adesso.” Lorens fissò la lettera ripiegata in tre parti chiusa dal sigillo in ceralacca rossa, si sedette sul bordo dello scrittoio e attese che Maire si accomodasse sulla sedia lì accanto prima di spezzare il sigillo e aprire la lettera. Era un foglio di pergamena con lo stemma del casato di Lord Byron, dove Sander era ospite. “Leggetela a voce alta, se non vi dispiace.” Lorens diede un’occhiata fugace al contenuto della lettera, e dato che negli ultimi giorni il rapporto tra lui e Maire era divenuto molto stretto per non dire “quasi intimo”, le passò la lettera e le disse: “Leggetela voi, è meglio.” Maire prese il foglio di pergamena, si schiarì la gola e iniziò a leggerne il contenuto. “Mio amatissimo Lorens”… Uh, cominciamo bene! “Mio amatissimo Lorens”, proprio come mi aspettavo…” Lorens si passò una mano fra i capelli e incrociò le braccia sul petto, l’espressione a metà strada fra l’imbarazzo e il fastidio. Maire si fece coraggio e riprese a leggere. “Mio amatissimo Lorens, ti scrivo questa lettera per dirti che il mio soggiorno in Scozia sta procedendo nel migliore dei modi. L’ospitalità di Lord Byron è ineccepibile, il suo castello è modesto ma accogliente, e la servitù impeccabile. Il torneo sta andando bene e Sir Ullrich ha già gareggiato tre volte conquistando la vittoria contro avversari di notevole talento. Mi sto divertendo, eppure una parte di me non smette di pensare a te… Mi manchi, ti vorrei qui al mio fianco, e non riesco a darmi pace per la discussione che abbiamo avuto la notte prima della mia partenza. Non mi aspettavo di sentirmi dire che il nostro amore è giunto al termine, non posso accettare di perderti dopo dodici anni trascorsi fra le tue braccia. Io ti amo, Lorens. Sono certo che anche tu mi ami, e credo che l’arrivo a North Roe di Lady Maire sia l’unico motivo del tuo improvviso allontanamento. Comprendo che tu possa essere geloso e sentirti ferito, ma sai benissimo che il mio matrimonio non è altro che un pezzo di carta. Io non amo Lady Maire, non ne sono attratto, l’ho sposata perché dovevo farlo, tenendo fede alle volontà di mio padre,

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è stato un matrimonio celebrato esclusivamente per il bene del mio regno. Il mio amore per te non è mutato, sei il solo che amerò per sempre, Lady Maire fortunatamente non è una di quelle donne che pretendono dal proprio marito di essere al centro del loro mondo, e grazie al cielo sembra più interessata alla vita di corte che alle mie attenzioni. Questo non dovrebbe preoccuparti, cercherò di evitare il più possibile di passare del tempo nel suo letto, e farò in modo di posticipare la questione di un erede in modo da non consumare il matrimonio finché non ne sarò costretto. Nessuno a palazzo sa di noi due, non v’è alcun sospetto sul nostro intimo rapporto fisico, per cui ti prego di riflettere sulla tua decisione di troncare la nostra storia. Il tuo rifiuto mi ha molto ferito, così come le tue parole amare. Non voglio credere che tu voglia davvero smettere di essere il mio amante, il solo pensiero di perderti mi getta nell’assoluto sconforto. Spero che questa mia lettera ti spinga a rivalutare le tue decisioni e che la mia lontananza ti sia di aiuto per capire che senza di me non sarai mai felice e appagato. Lorens, io ti perdono per avermi rinnegato, mi auguro che tu non sia così sciocco da gettare al vento il tuo titolo di primo cavaliere che hai ottenuto grazie all’amore che provo per te. Se dovessi decidere di lasciarmi, non ti vorrò più al mio fianco come primo cavaliere, sarebbe inaccettabile e troppo doloroso, tanto quanto non poter più condividere lo stesso letto con te. Ripensa bene a ciò che ci siamo detti, e sappi che al mio ritorno non accetterò di essere respinto nuovamente. Ti abbraccio, con amore, Sander.” Maire richiuse la lettera e la porse a Lorens senza proferire parola. Ciò che aveva appena letto parlava da sé, confermava tutto quello che già sapeva su Sander, e metteva in evidenza le paure di Lorens di essere sollevato dall’incarico di primo cavaliere se si fosse rifiutato di continuare ad essere il suo amante. “Sono senza parole”, disse scuotendo il capo. “Sander non è altro che un vile ricattatore. E’ un uomo senza onore, indegno di portare la corona che ha sulla testa. Non ha nemmeno intenzione di avere un erede, deve trovarmi ripugnante.” “Mi dispiace… Non sono parole che una donna dovrebbe sentire pronunciare dal proprio marito”, commentò Lorens, accartocciando la lettera nel pugno. “Fingiamo che questa lettera non sia mai arrivata, per quanto mi riguarda è solo fiato sprecato, Sander non mi riavrà più come prima, e se vorrà togliermi il titolo di primo cavaliere, ebbene che lo faccia pure, tornerò ad essere un uomo libero, salirò sul primo mercantile e lascerò queste terre per sempre.

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Ho conservato delle buone amicizie in Olanda, se chiederò il loro aiuto mi accoglieranno a braccia aperte e sarò pronto a sporcarmi le mani coltivando la terra nei loro poderi, come sarebbe accaduto se Sander non fosse mai entrato nella mia vita con i suoi ricatti. Ricomincerò da zero, mi costruirò una nuova vita e dimenticherò il passato.” Maire lo vide avvicinarsi al camino e gettare la lettera tra le fiamme del fuoco che ardeva per riscaldare la stanza dal freddo del temporale che imperversava all’esterno. Si alzò in piedi e disse: “Cosa ne sarà di me se voi ve ne andrete via?... Mi lascerete qui tutta sola in questo enorme maniero con un uomo che mi disprezza?... Mi abbandonerete così, come se non contassi nulla nemmeno per voi?” Lorens si voltò a guardarla e vide un’ombra di terrore incupire i suoi splendenti occhi verdi. Si rese conto di quanto fosse sola e fragile, una sfortunata giovane donna di origine plebea strappata al suo mondo e ai suoi affetti per essere gettata in pasto ad un uomo che non avrebbe mai provato un briciolo d’amore per lei. “Maire… Io…” Lei si avvicinò e lo afferrò alla vita. “Promettetemi che non mi lascerete qui da sola. Vi prego, giuratemi che se deciderete di andarvene via mi porterete con voi. Giuratelo, Lorens!” Lui la fissò negli occhi e scosse lentamente il capo. “Maire, io non potrò mai portarvi con me, siete la Regina di North Roe, la moglie di Sander, lui ci farà cercare entrambi e quando ci avrà trovati ci condannerà a morte.” “Allora lasciate perdere l’Olanda, fuggiremo altrove, dove lui non potrà trovarci, qualunque posto andrà bene purché sia lontano, e noi due saremo insieme, e potremo avere una vita nostra, una casa, dei figli…” Lorens sentì il pavimento mancargli sotto i piedi, si specchiò negli occhi di cerbiatta di Maire e in essi vide così tanto amore da sommergere il mondo intero, e nelle sue parole colse il desiderio di realizzare un sogno simile al suo, il sogno di una vita insieme sotto lo stesso tetto, con tanti piccoli marmocchi intorno, un lavoro umile, semplice, un futuro felice e spensierato. Maire era disposta a rinunciare a tutto ciò che aveva ottenuto per stargli accanto e allontanarsi da Sander, lo stava pregando di non abbandonarla, e lui non poteva dirle di no. Non l’avrebbe lasciata nelle mani di Sander, lui non la meritava, era indegno di averla accanto. Senza indugiare, Lorens prese il viso di Maire fra le sue mani e tralasciando

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volutamente il formale rispetto che le doveva portare in quanto sua Regina, le sussurrò contro le labbra: “D’accordo Maire. Ti porterò via con me, non ti lascerò qui, verrai con me.” “Lorens… Dici sul serio?”, disse lei, pronunciando il suo nome con la voce intrisa di speranza. Bastò uno sguardo, un sospiro, un battito di ciglia, e il delicato velo che li separava andò in frantumi. Lorens chinò la testa in avanti e prese le labbra di Maire in un bacio che era tutto fuorché innocente. La baciò con delicatezza, come si bacia una donna per la prima volta, accarezzando le sue labbra con le proprie, gustando il suo sapore, poi approfondì il bacio lambendole la lingua con la propria, e si lasciò guidare dal desiderio e dalla passione, baciandola con ardore via via sempre più crescente. Maire si aggrappò a lui con le braccia strette attorno al suo torace e le mani premute sulla sua schiena, rispose al suo bacio con languore, prendendosi ogni goccia del piacere che lui le stava facendo provare, fondendo la propria bocca con quella di Lorens in uno scambio di baci senza freni, godendo della sua vicinanza e del suo calore, assaporando la gioia di essere amata in modo così fisico dall’uomo che giorno dopo giorno le era entrato nel cuore facendola innamorare di lui. Si baciarono per un lunghissimo, interminabile momento, e quando Lorens le lasciò andare le labbra per guardarla negli occhi, Maire capì che la sua voglia di possederla era tanto forte da farlo tremare. “Fammi tua, Lorens… Prendimi, ti prego.” Lui affondò le mani nella massa setosa dei suoi capelli rossi come il fuoco alla luce del camino acceso, si chinò sul suo collo e tracciò una scia di baci dal mento alla fossetta giugulare, scendendo sullo sterno e sulla pelle morbida della scollatura della vestaglia. Maire chiuse gli occhi, rapita dall’estasi, abbandonandosi ai suoi baci umidi e caldi. Lorens fece scivolare le mani dai capelli alle sue spalle e con un gesto repentino le abbassò la vestaglia scoprendole il seno e le braccia. Maire sussultò, mentre Lorens si soffermava a guardare le sue forme floride con evidente piacere. Subito dopo, le sue mani le strinsero i seni con dolcezza e una vertigine la fece barcollare. Lui continuò ad accarezzarla, stuzzicandole i capezzoli con le dita, e lei si affrettò a slacciare la fascia della vestaglia per farla cadere a terra. Rimase nuda di fronte a Lorens, offrendogli la vista del proprio corpo che nessun uomo aveva ancora toccato, e lui la guardò con occhi languidi, sfiorandole il ventre con i polpastrelli, accarezzandole i fianchi rotondi, premendo le dita sulle sue natiche sode.

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“Sei bellissima”, le disse, infilando una mano fra le sue cosce e cercando con le dita il cuore pulsante della sua rosea femminilità. Maire rabbrividì al suo tocco, si aggrappò alla sua camicia stringendo il tessuto nei pugni, e mentre lui la toccava e la eccitava, strattonò con forza i lacci che chiudevano i lembi dell’indumento e gli scoprì il petto e le spalle. Posò i palmi delle mani sul suo torace, gli pizzicò i capezzoli, e cercò ancora la sua bocca calda e invitante. Lorens riprese a baciarla con passione crescente, lei lo tenne stretto a sé gettandogli le braccia dietro il collo, e tra un bacio e l’altro Lorens si tolse la camicia e si slacciò i calzoni scuri che indossava per dormire. Poi li spinse giù, abbassandoli sui fianchi, finché non scivolarono da soli sul pavimento. Maire sentì le sue cosce sfiorarle le gambe, e il suo membro eccitato premerle contro il pube. Il battito del suo cuore accelerò, e il fiato si fece corto nei suoi polmoni. Istintivamente, posò le mani sul suo fondoschiena e si strinse a lui per sentirlo più vicino. Lorens interruppe il contatto delle loro bocche per un breve istante, giusto il tempo di riprendere fiato e afferrare Maire per le cosce sollevandola da terra e tenendola in braccio mentre lei gli stringeva le gambe attorno ai fianchi. Si guardarono negli occhi consapevoli di ciò che stava per accadere e la voglia di fondersi l’uno nell’altra crebbe ancora di più. Lentamente, Lorens raggiunse il letto di Maire e vi salì sopra carponi, permettendole di sdraiarsi sul materasso. I suoi capelli si sparsero a raggera sulle lenzuola, e Lorens s’impresse nella memoria la visione del suo volto di porcellana arrossato sulle guance incorniciato dalle ciocche ramate, quindi si sporse su di lei per succhiarle prima un seno e poi l’altro, facendola ansimare. Non avrebbe voluto prenderla subito, ma era troppo eccitato, perciò l’afferrò per i fianchi con entrambe le mani e l’attirò contro di sé con un movimento rapido e sicuro. Maire trattenne il respiro, poi chiuse gli occhi, e l’attimo seguente lui si spinse dentro di lei sperando di non farle troppo male. Maire lanciò un gemito di sorpresa e dolore al contempo nel sentirlo farsi strada in lei all’improvviso, prendendosi la sua verginità con un colpo di reni deciso e potente. Spalancò gli occhi e lo guardò, bello e accaldato, le iridi chiare che brillavano di puro piacere, allungò una mano per toccargli il petto e sentire il suo cuore che pulsava sotto la pelle liscia e sudata, poi una nuova spinta le tolse il respiro, gemette rovesciando la testa all’indietro, e un’ondata di calore le esplose nel ventre. Lorens la prese fra le braccia e la guidò nella danza dei loro corpi fusi in uno solo alternando piccole spinte a slanci più audaci, insegnandole a seguire il ritmo dei suoi movimenti, scivolando dentro e fuori di lei con

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dolcezza. Maire era una vergine alla sua prima esperienza sessuale, non sapeva come si faceva l’amore, eppure ogni movimento le venne naturale, e presto capì che ad ogni slancio di Lorens lei doveva rispondere muovendo il bacino verso di lui, accogliendolo dentro di sé. Il dolore iniziale era svanito, spazzato via dall’estasi che la travolgeva ad ogni affondo e sembrava crescere e diventare sempre più intensa. Perse la cognizione del tempo, si abbandonò a quella danza ritmata che la faceva godere e gemere, e quando il corpo di Lorens accelerò bruscamente il movimento dei loro bacini uniti, sentì il godimento inondarla dalla punta dei piedi alla sommità della testa in un vortice di sensazioni che la lasciarono priva di fiato e completamente persa in una vertigine di appagamento e benessere indescrivibile a parole. Gemette forte, mentre il corpo di Lorens veniva scosso dagli spasmi dell’orgasmo e un rantolo soffocato usciva dalle sue labbra. Si aggrappò a lui con le braccia e con le gambe, e rimase sorpresa quando il seme di Lorens caldo e bagnato le invase il ventre. Lui le cercò le labbra, baciandola teneramente, e Maire lo cullò fra le sue braccia mentre l’estasi scivolava via rapidamente dal proprio corpo e da quello di Lorens. Rimasero abbracciati per un lungo momento, le bocche unite in un bacio lento e profondo, finché il battito impazzito dei loro cuori non tornò al suo ritmo normale e anche l’ultima goccia di piacere scivolò via lasciandoli appagati e felici. Solo allora lui si ritrasse, facendole provare una sensazione di vuoto nel ventre, e si stese accanto a lei guardandola con occhi dolci e sereni. Maire gli accarezzò la fronte imperlata di sudore e giocherellò con i suoi riccioli biondi, mentre Lorens riprendeva fiato e il suo corpo si rilassava. “Perdonami”, le disse poco dopo. “Non volevo essere così irruento… Ho perso il controllo.” Lei gli sorrise. “A me è piaciuto… E’ stato bello.” “Davvero?... Non ti ho fatto male?” “Solo un pochino, all’inizio. Ma poi è stato tutto meraviglioso.” Lorens le baciò una spalla, e con una mano le accarezzò piano il ventre, quasi volesse scusarsi per il lieve dolore che le aveva procurato all’inizio. “Avrei dovuto essere più gentile.” “No, è stato bello così… Naturale, come doveva essere.” Lui la guardò negli occhi intensamente. “Mi sono preso la tua purezza, ti ho rubato l’innocenza.” “Sono felice che sia stato tu a farlo. Non dimenticherò mai questa notte, sarà per sempre il mio ricordo più caro e prezioso. Ho sperato

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che fossi tu il mio primo uomo, l’ho desiderato ancor prima di sposare Sander. Credo di essermi innamorata di te la notte in cui ci siamo visti per la prima volta. Mi hai rapito il cuore, è bastato un solo sguardo.” Lorens sorrise ricordando il loro primo incontro. “Sei tu che hai rubato il cuore a me. E adesso che mi sono preso il meglio di te, sei mia, soltanto mia.” Maire sentì la gioia invaderle il petto come un’onda marina. “Dillo ancora, ti prego.” “Maire Kendric, tu sei mia, soltanto mia.” “E tu sei mio, Lorens Ingmar.” Si scambiarono un bacio, una promessa d’amore eterno e di reciproca appartenenza. Niente e nessuno li avrebbe divisi, nemmeno Sander e i suoi ricatti. “Qualunque cosa accada d’ora in poi io sarò sempre al tuo fianco, ti proteggerò e mi prenderò cura di te, te lo prometto Maire.” L’avvolse in un caldo abbraccio e lei si strinse contro il suo corpo, felice di essere fra le sue braccia. “Ti amo, Lorens. Ti amo tanto.” Lui la strinse più forte, e mentre il temporale continuava a scagliare pioggia e fulmini su Branstock Borg, le sussurrò contro le labbra: “Ti amo anch’io.” Quella notte Maire capì che il suo futuro sarebbe cambiato, perché il suo cuore non avrebbe amato nessun’altro che Lorens, e sapeva che lui avrebbe fatto qualunque cosa per proteggere il loro amore.

*** La stanza era avvolta dal silenzio. Maire aprì gli occhi sbattendo piano le palpebre. La candela accesa accanto al letto era l’unica che ardeva ancora, tutte le altre si erano consumate e il fuoco nel camino si era spento. Il temporale della sera prima doveva essere passato, e sebbene la stanza fosse immersa nella penombra riusciva a scorgere la luce del sole che brillava nella stretta fessura della finestra in legno serrata dai lucchetti. Anche il vento era cessato, e il cinguettio degli uccelli annunciava la fine della tempesta e l’inizio di un nuovo giorno.

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Maire si volse di lato, muovendosi piano sul letto sfatto. Alle sue spalle, Lorens dormiva profondamente sul fianco con la testa affondata nel cuscino e l’espressione candida di un angelo addormentato. Lo guardò in silenzio, ricordando ogni istante della notte da poco svanita. Avevano fatto l’amore, ed era stato bellissimo. Non lo avevano programmato, era successo e basta. Lorens si era lasciato andare all’impeto del momento, mettendo da parte tutte le sue paure, fregandosene del fatto che lei fosse la moglie di Sander e che a lui fosse proibito anche solo guardarla senza vestiti, l’aveva baciata, toccata, spogliata, eccitata, accarezzata ovunque, e poi l’aveva fatta sua, prendendosi la sua purezza, facendola gemere e godere, per poi dirle che l’amava, che era “sua”, e che l’avrebbe protetta senza permettere a nessuno di separarli. Maire sapeva che ogni sua parola era sincera, Lorens si era innamorato di lei e l’amava davvero. E adesso che i loro corpi si erano congiunti nell’atto più intimo esistente tra un uomo e una donna, tutto il resto non contava più. Esistevano solo loro due, e il sentimento che li univa nel corpo e nell’anima. Sollevò una mano per appoggiarla sul petto di Lorens, ascoltando il battito calmo e regolare del suo cuore, e rimase a guardarlo dormire per un lasso di tempo incalcolabile. Più tardi, si spostò verso il bordo del letto e mise i piedi a terra facendo attenzione a non svegliarlo. Si mosse piano nella stanza semibuia e notò subito le lenzuola macchiate di sangue laddove era stata sdraiata. Si disse che avrebbe dovuto mentire a Deirdre dicendole di averle sporcate con l’arrivo del mestruo mensile, in modo che l’ancella non sospettasse quello che invece era accaduto tra lei e Lorens. Nessuno doveva saperlo. Il loro amore era proibito, dovevano custodirlo segretamente, perché se Sander avesse scoperto che lei e Lorens erano divenuti amanti, non osava immaginare come avrebbe reagito. Sapeva benissimo che Sander era padrone del loro destino, e che se avesse saputo che lei e Lorens si amavano, la sua vendetta sarebbe stata brutale. Non osava neppure immaginarlo, ma era conscia del fatto che il tradimento di un primo cavaliere nei confronti del proprio sovrano era punibile con la morte, e che lei, colpevole di adulterio, sarebbe stata ripudiata e cacciata. Conoscendo Sander e il lato oscuro che possedeva, di certo la sua punizione sarebbe stata peggiore. Non avrebbe esitato ad uccidere entrambi, ne era certa. Avrebbe tagliato la testa a Lorens con la propria spada, costringendola a guardare mentre veniva giustiziato, e

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poi l’avrebbe umiliata facendola torturare a sangue, per finirla con un colpo di lama mortale alla gola. Il pensiero di Lorens decapitato in pubblico e di se stessa uccisa senza pietà la fecero inorridire e rabbrividire di puro terrore. “Non permetterò che tu ci faccia questo, Sander. Non avrai la tua vendetta e non ti prenderai le nostre vite, fuggiremo e saremo liberi, e tu rimarrai solo come ti meriti”, si disse, promettendo a se stessa di proteggere la propria vita e quella di Lorens. Rimanevano solo due settimane prima del ritorno di Sander a Branstock Borg. Quindici lune che sarebbero passate in fretta, mettendo in pericolo sia lei che Lorens. Avrebbero dovuto escogitare un piano per fuggire, e non avrebbero atteso che Sander ritornasse. “Ce ne andremo prima, per avere il vantaggio del tempo dalla nostra parte, e quando Sander tornerà noi due saremo già lontani, e lui non riuscirà a trovarci…”. Questo pensava mentre indossava la vestaglia per coprirsi il corpo ancora nudo. Non sapeva come avrebbero fatto a scappare eludendo la sorveglianza dei consiglieri di corte e di tutte le guardie del castello, e non sapeva come sarebbero riusciti a non farsi trovare, ma era sicura che parlandone con Lorens lui avrebbe trovato una soluzione. Si fidava di lui e della sua intelligenza, era astuto quanto lo era Sander, anzi, di certo lo era di più. Si avvicinò nuovamente al letto e si chinò su Lorens che dormiva pacificamente. Lo baciò sulla guancia ripetutamente, finché lui non si mosse, e quando aprì gli occhi e li sbatté mettendola a fuoco, Maire gli sorrise e lo baciò teneramente sulle labbra morbide e calde. “Buongiorno, mio dolcissimo amore”, sussurrò contro la sua bocca. “Hai voglia di fare un bagno caldo con me?” Lui la guardò negli occhi, le sfiorò il viso con una mano, le scostò i capelli dalla spalla, e solo allora le disse: “Maire… Sei vera… Sei qui con me… Non è stato solo un bel sogno.” “No, non mi hai sognata. Ero fra le tue braccia questa notte, e tu mi hai resa la donna più felice delle Hjaltland.” “Sono un uomo fortunato, troppo fortunato.” Maire lo baciò di nuovo, affondando le mani nei suoi capelli, e lui rispose al bacio con entusiasmo, cingendole la vita e tenendola stretta contro il suo petto. “Allora, vuoi immergerti con me nella tinozza piena di acqua calda e profumata di fiori?” “Dopo questa notte, come potrei dire di no ad un simile invito? Lo trovo decisamente allettante.”

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“Allora farò venire Deirdre con i secchi d’acqua e le lenzuola pulite, questo letto ha bisogno di essere cambiato, ho lasciato i segni della mia verginità perduta.” Lorens volse il capo e vide la piccola macchia rossa sul candido lenzuolo. “Non preoccuparti, Deirdre non sospetterà nulla, le dirò che è iniziato il mio mestruo mensile, e lei mi crederà.” Lorens sembrò sollevato, si drizzò a sedere, ancora nudo, ma senza provare imbarazzo di fronte a Maire. La fece sedere sul letto e la strinse fra le braccia. “Ci siamo messi nei guai questa notte, lo sai?” Lei annuì. “Sì, lo so. Ma non ho paura. So che tu mi proteggerai.” Lorens le accarezzò i capelli sciolti sulle spalle. “Non saremo mai al sicuro finché staremo qui. Ci sono troppi occhi indiscreti, troppe persone vicine a Sander che potrebbero instillare in lui il sospetto del nostro tradimento alle sue spalle.” “Sì, ne sono consapevole. Dovremo fuggire, e farlo prima che Sander ritorni dalla Scozia.” “Sei davvero pronta a correre il rischio di lasciare tutto per scappare via con me?” “Non desidero altro. Una vita con te, lontana da questo palazzo, dalle bugie di Sander, e soprattutto dal pericolo che lui ci uccida con le sue stesse mani.” “Dovrai essere coraggiosa, e fidarti di me.” “Io mi fido di te. E non avrò paura di nulla se sarò al tuo fianco. Sono disposta a fare qualunque cosa per metterci in salvo da Sander.” “Bene. Dammi solo il tempo di pianificare ogni dettaglio della nostra fuga e ti giuro che tutto andrà bene. Sander non ci troverà mai, te lo prometto.” Maire annuì con la testa e lo baciò sfiorandogli le labbra. “Vado a chiamare Deirdre. Tu mettiti qualcosa addosso, sei decisamente troppo nudo per non destare sospetti.” Lui sorrise, e Maire scivolò via dalle sue braccia per aprire la finestra e lasciare entrare la luce radiosa del mattino nella stanza ancora semibuia. Il cielo era terso, l’aria profumava di mare e sale, il sole splendeva come un diamante incastonato in un drappo turchese. Era una bella giornata, forse l’ultima che avrebbe trascorso a Branstock Borg. Si chiese come sarebbe stato fuggire con Lorens lontano dal maniero e da North Roe, come avrebbero fatto, e se il destino li avrebbe aiutati…

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Fiduciosa e piena di speranza, lanciò uno sguardo a Lorens che si era rivestito con gli abiti della sera precedente e si era steso nel suo piccolo letto fingendo di dormire, in attesa che lei chiamasse Deirdre e che l’ancella portasse l’acqua per il bagno. Uscì dalla stanza con il cuore traboccante d’amore, e il piccolo Ghibli la rincorse, finalmente uscito dal suo rifugio sotto il letto di Lorens. Lo prese in braccio, cullandolo nel suo petto, mentre raggiungeva la stanza di Deirdre e bussava alla sua porta. L’ancella scese immediatamente al piano inferiore per prendere i secchi d’acqua e delle lenzuola pulite per il letto, e Maire l’aspettò passeggiando nel corridoio della torre ovest. Poco dopo, entrarono entrambe nella stanza personale di Maire dove Lorens fingeva di dormire ancora, e Deirdre non ebbe alcun dubbio, né sul sonno profondo del primo cavaliere di Re Sander, né sulla macchia di sangue sul lenzuolo di Maire dovuta all’arrivo improvviso del suo mestruo mensile. Quando la tinozza fu pronta e il letto cambiato, Maire disse a Deirdre che poteva tornare alle sue mansioni e che lei sarebbe scesa più tardi nelle cucine per consumare la colazione mattutina. Augurandole una felice giornata, l’ancella se ne andò e Maire chiuse la porta con il lucchetto. “Il bagno è pronto, vieni a farmi compagnia?” Lorens balzò giù dal letto, si sfilò camicia e calzoni e la raggiunse in tutta la sua seducente nudità. “Spogliati, fanciulla. Ti faccio vedere com’è divertente fare l’amore nell’acqua.” Maire lasciò cadere a terra la vestaglia e lui la sollevò da terra prendendola in braccio e aiutandola ad entrare nella tinozza colma d’acqua profumata all’essenza di muschio bianco. Fecero l’amore di nuovo, con calma e dolcezza, godendosi quell’inizio di giornata senza pensare al domani. La loro fuga poteva aspettare ancora un giorno.

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13 Era il primo pomeriggio. Maire passeggiava ansiosamente nel giardino delle ninfee aspettando che Lorens la raggiungesse. Approfittando dell’assenza di Lord Njall e degli altri consiglieri di corte impegnati in un torneo di scacchi all’interno della sala dei banchetti, Lorens si era chiuso in biblioteca da solo a studiare mappe e cartine in vista della loro fuga da North Roe pianificata per l’indomani, e dopo due ore trascorse sotto il sole passando da un giardino all’altro per non insospettire nessuno, Maire iniziava ad innervosirsi. Temeva che qualcuno potesse cercare Lorens e trovasse strano che fosse chiuso in biblioteca anziché tenere compagnia a lei, anche se aveva fatto capire chiaramente a tutti di essere un po’ stanca e desiderosa di rimanere sola nei giardini reali. Ripensò al giorno prima, trascorso fra le braccia di Lorens fin dal loro risveglio, quando avevano fatto l’amore per la seconda volta nella tinozza colma d’acqua profumata del bagno e poi erano scesi nelle cucine a fare colazione in compagnia della servitù. Consci del fatto che comportarsi in modo normale era fondamentale per passare inosservati, si erano dedicati per tutta la mattina al tiro con l’arco, quindi avevano pranzato da soli nella sala da pranzo e subito dopo erano tornati in camera da letto per fare l’amore di nuovo, e lì erano rimasti fino all’ora di cena, consumata al piano inferiore. Alcuni musici avevano allietato la serata esibendosi nella sala del trono con arpe, cetre e mandolini, e con la scusa di sentirsi stanca Maire si era congedata presto salendo nella sua stanza, raggiunta mezz’ora dopo da Lorens. Non avevano dormito molto, troppo presi a baciarsi, accarezzarsi, e fondersi l’uno nell’altra fino a crollare spossati ed esausti addormentandosi avvinghiati sulle lenzuola sfatte. Maire si sentiva il corpo in fiamme e le dolevano le labbra per i troppo baci ricevuti e dati, ma il bello di essere innamorati era proprio quella sensazione di fuoco nelle vene e desiderio irrefrenabile che si traduceva in una sorta di piacevole e languido dolore fisico. In quel momento, mentre aspettava Lorens ripensando alla passione che li aveva consumati il giorno prima, si chiedeva se lui avesse trovato ciò che cercava nei polverosi libri geografici della biblioteca reale. Fortunatamente, e con gran sollievo, lo vide tornare da lei proprio quando stava pensando di salire in biblioteca per controllare a che punto fosse con le sue ricerche. Attraversò il giardino delle

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ninfee a passo spedito, bellissimo nel suo completo di tunica e pantaloni color sabbia, i capelli biondi smossi dalla brezza che saliva dal mare e gli occhi azzurri lucenti come cristalli nel viso d’angelo. Maire gli andò incontro reggendosi la gonna dell’abito color glicine scelto per quel giorno, e lui la prese sottobraccio per condurla all’ombra del salice, dove occhi indiscreti non li avrebbero visti parlare. “Allora? Hai trovato ciò che cercavi?”, gli chiese, sentendosi sulle spine. “Sì, è tutto a posto, stai tranquilla.” “Dove andremo, Lorens?” “In Olanda, dove ho sempre pensato di rifugiarmi.” “Ma è la tua terra d’origine, sarà il primo luogo in cui verranno a cercarci.” “Aspetta, Maire. Ho studiato un piano infallibile.” “Che genere di piano?” Lui si guardò intorno per verificare che non ci fossero guardie reali impegnate nella ronda, quindi le disse tutto ciò che aveva in mente di fare. “Domani mattina, alle prime luci dell’alba, uscirò da solo a cavallo, mentre tu resterai nella tua stanza e fingerai di voler dormire un po’ più a lungo del solito. Io mi recherò a Isbister, un piccolo paese a nord di North Roe. C’è un vecchio monastero di monaci benedettini nel villaggio, uomini di fede che non fanno mai domande e si prodigano nell’aiutare i fedeli bisognosi. Mi presenterò come un comune fattore di passaggio e dirò loro che ho bisogno di aiuto per mettere in salvo degli innocenti banditi dalla comunità per essersi ribellati al volere del loro feudatario. Mi crederanno, non dubiteranno delle mie parole. Mi farò dare degli abiti usati di povera fattura e due sai da monaco che in realtà serviranno a noi due dopo la fuga dal castello. Dopodiché cercherò una fattoria qualunque e acquisterò un cavallo sano e robusto con la scusa di utilizzarlo per trainare l’aratro nei campi di mia proprietà. Ci servirà per fuggire, un solo cavallo per entrambi. Ritornerò a North Roe e mi fermerò in quel capanno da caccia abbandonato nel bosco di Fehr che abbiamo visto durante la nostra ultima uscita a caccia con i falchi, ricordi? Lascerò lì i vestiti e il cavallo, quindi farò ritorno a Branstock Borg, tu ti preparerai come tua abitudine e poi pranzeremo insieme. A quel punto, usciremo con Stjarna e Vent lasciando intendere a tutti che andremo a visitare le colline di Ronas Hill e le antiche tombe dei primi scandinavi giunti nelle Hjaltland che sono sepolti lassù. In

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realtà non andremo a Ronas Hill, ma sarà importante farlo credere a tutti, perché in quella zona ci sono bande di briganti che spesso e volentieri attaccano i nobili di passaggio per saccheggiarli dei loro averi. Ci dirigeremo alla capanna del bosco di Fehr, ci cambieremo gli abiti, seppelliremo quelli che indossiamo e prenderemo il cavallo da traino per darci alla fuga. Ma prima di questo, dovremo fingere di essere stati aggrediti e presi in ostaggio dai briganti sulle colline di Ronas Hill. Spargeremo del sangue di maiale sul dorso di Stjarna e Vent, simulando l’aggressione, e li lasceremo liberi di tornare al castello senza di noi. Conoscono la strada, per cui non ci saranno problemi. Quando raggiungeranno il castello, gli stallieri vedranno il sangue e daranno l’allarme. Andranno a cercarci a sud, battendo la zona di Ronas Hill, e noi nel frattempo saremo già diretti a est, verso i villaggi di Collafirth e Voe. Dovremo cavalcare anche di notte, per guadagnare strada e tempo, e raggiungeremo Ollaberry, sulla costa. Avremo il tempo per fermarci a Bardister, per mettere al corrente la tua famiglia del nostro piano di fuga e assicurarli che appena giunti in Olanda li avvertiremo del nostro arrivo a destinazione. Potremo restare per poco tempo, giusto per avvisarli e salutarli. A quel punto ci recheremo sull’isola di Gluss, dove ogni giorno partono numerose navi mercantili, e saliremo su quella diretta all’isola di Yell. Sbarcheremo a Bigga, e saliremo su un’altra nave con scalo a Burravoe. Il nostro viaggio più lungo e duro inizierà allora. Dovremo attraversare il Mare del Nord per approdare a Bergen, sul suolo norvegese, e quindi proseguire sempre via mare fino a Skagen, in terra danese, e infine a Norden, in Sassonia. Una volta sbarcati lì, dovremo cercare uno o due cavalli per proseguire il viaggio a sud, fino a Emden, e se Dio ci avrà assistito per tutto il viaggio in mare e in terra, arriveremo sani e salvi in Olanda, nella città di Groningen, dove sono nato e cresciuto. Cercheremo rifugio presso il monastero della città, dove i monaci ci offriranno la loro accoglienza, e resteremo lì per tutto il tempo che sarà necessario. Protetti e al sicuro. Nel frattempo la guardia reale di Sander ci avrà cercato in lungo e in largo senza trovarci, e di certo i consiglieri avranno avvisato Sander della nostra sparizione e probabile uccisione. Se ci crederanno morti per mano dei briganti, smetteranno di cercarci, e nel caso in cui Sander dovesse lasciare la Scozia per rientrare in anticipo e partecipare alle nostre ricerche, noi saremo già imbarcati verso le terre norvegesi, e quindi dubito altamente che lui e le guardie reali potranno rintracciarci. Inoltre, viaggiando nei panni di

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due monaci, nessuno farà caso a noi, passeremo totalmente inosservati, e non lasceremo tracce del nostro cammino.” Maire era rimasta in silenzio per tutto il tempo, ascoltando Lorens mentre le spiegava passo dopo passo il piano ingegnoso che aveva elaborato per fuggire per sempre da Sander e dalle isole Hjaltland. Era stupita dalla sua astuzia e l’aveva lasciata senza parole. “Maire, credi di poter affrontare un viaggio simile? Non sarà per nulla facile, dovrai passare molte ore a cavallo e altrettanti giorni in mare.” “Ce la farò. Sono forte. E poi sarò con te, sarai tu a sostenermi se dovessi avere dei momenti di cedimento.” “Allora è deciso. Ce ne andremo in Olanda insieme.” La prese fra le braccia e la strinse al petto accarezzandole i capelli e baciandole la fronte. Maire si lasciò cullare dal suo abbraccio forte e amorevole e si disse che quel viaggio complicato e pesante era l’unica possibilità che avevano per potersi amare in pace e in sicurezza. “Lorens, pensi davvero che Sander crederà senza alcun dubbio alla storia dell’aggressione per mano dei briganti?” Lorens si augurava di sì, ma conosceva Sander e sapeva quanto fosse scaltro e intelligente. “Forse all’inizio potrebbe non crederci, perché non troveranno i nostri cadaveri da nessuna parte. Ma dopo inutili ricerche e pure senza aver ottenuto le prove della nostra reale morte, Sander dovrà rassegnarsi, almeno così spero.” “Sei certo che non verrà a cercarci in Olanda?” “Testardo com’è potrebbe anche farlo, ma non penserà mai che ci siamo rifugiati in un monastero, perciò saremo al sicuro finché i monaci ci daranno accoglienza.” “E dopo? Cosa faremo quando saremo certi di poter uscire allo scoperto?” “Ho molti amici in Olanda, persone di casta nobile per cui ho lavorato negli anni del mio addestramento alle armi. In particolare Lord Joos Rostrom, un uomo di buon cuore che ha rinunciato a me quando ho deciso di servire Sander. Quando avremo raggiunto il monastero di Groningen gli scriverò una lettera chiedendogli di poter tornare alla sua corte per servirlo come cavaliere. Ci darà la sua protezione, non ho dubbi al riguardo.” Maire sollevò la testa e guardò Lorens negli occhi. “Mi fido di te. Sono pronta a lasciare tutto per poter stare al tuo fianco. Non ho paura.” “Farò in modo di non deluderti. Andrà tutto bene.”

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“Sì, andrà tutto bene”, si ripeté Maire senza dubitare delle capacità di Lorens e dell’aiuto del buon Dio misericordioso. Lorens la tenne stretta ancora per un po’, e quando la lasciò andare le sorrise per infonderle coraggio e rassicurarla ulteriormente. “Rientriamo adesso. Andiamo a vedere come procede il torneo di scacchi dei consiglieri.” Lei annuì, accettò il braccio che Lorens le porgeva e insieme lasciarono il giardino delle ninfee per unirsi ai consiglieri e fingere tranquillamente che il giorno successivo non sarebbe accaduto nulla di strano. Quella notte, quando si ritirarono nella stanza privata di Maire, fecero l’amore per l’ultima volta prima di affrontare il lungo viaggio di fuga verso l’Olanda, e mentre giacevano a letto dopo l’amplesso, lei si rese conto che il piccolo Ghibli non c’era. “E’ scappato di nuovo. Come avrà fatto ad uscire da questa stanza? Non ci sono finestrelle qui.” “Non è scappato. L’ho liberato io stesso questo pomeriggio dopo che sono uscito dalla biblioteca.” “Ma… Avevi detto che il mondo esterno gli fa paura.” “Non più. Credo sia guarito del tutto. Gli ho restituito la libertà e lui se l’è presa senza esitare.” “Meglio così. Non avremmo potuto portarlo con noi, e qui al castello sarebbe morto senza le nostre cure.” Lorens le accarezzò la spalla, le baciò le palpebre socchiuse e le disse dolcemente: “Dormi adesso. Domani dovrai essere riposata e lucida.” Maire chiuse gli occhi e si abbandonò al torpore del sonno. Si addormentarono così, uno di fronte all’altra, le mani intrecciate, i cuori che battevano all’unisono. Li attendeva una grande prova di coraggio, e sarebbe stato proprio il loro amore impavido a sostenerli e guidarli nei giorni e nelle settimane a venire.

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Raggiante e fiera nel suo abito da cavallerizza verde oliva completo di stivali di cuoio al ginocchio, Maire uscì dal palazzo reale con i capelli sciolti sulle spalle che fluttuavano nell’aria ad ogni passo e il diadema

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di rubini splendente sul suo capo. Aveva deciso di indossare la corona quel giorno, dopotutto sarebbe stata la sua ultima apparizione come Regina di Branstock Borg, voleva lasciare un bel ricordo di se stessa prima di svanire nel nulla, rapita e uccisa da un manipolo di briganti assassini. Nel cortile assolato, Stjarna e Vent era già sellati, pronti per la cavalcata, e Lorens, anch’egli abbigliato con un completo da cavallerizzo nocciola e la spada protetta dal fodero in cuoio allacciato in vita, stava conversando con Lord Njall. Maire sentì che parlavano di Ronas Hill e delle tombe degli antichi invasori scandinavi sepolte sulle alture della collina montuosa che avrebbero visitato quel giorno, e udì la raccomandazione fatta da Lord Njall a Lorens di evitare d’inoltrarsi nella fitta foresta ai piedi di Ronas Hill popolata da pericolosi briganti. “Buon pomeriggio, Njall”, disse Maire salutando l’amico consigliere. “Lady Maire, buongiorno a voi. Siete splendida come al solito”, rispose l’uomo, chinandosi con reverenza nel salutarla. “Vi ringrazio Njall, apprezzo la vostra gentilezza. Peccato che mio marito non sia qui a dirmi le stesse cose che mi dite voi…”, commentò sarcastica, salendo in groppa a Stjarna. “Re Sander sarà di ritorno tra due settimane, sono certo che avrà tutto il tempo per dedicarsi a voi come si deve.” Maire annuì e sorrise al consigliere, poi si rivolse a Lorens in tono formale. “Sir Lorens, vogliamo andare? Sono ansiosa di visitare le antiche tombe degli avi di mio marito.” “Certo, Lady Maire, sono pronto, possiamo partire.” Salì in groppa a Vent, salutò Lord Njall con un cenno del capo, tirò le redini verso di sé e il cavallo dal manto grigio imboccò il portone d’uscita del castello, seguito dalla cavalla bianca con la stella nera sul muso di Maire. “A questa sera, Njall”, disse lei, salutando il consigliere. Quindi si voltò e seguì Lorens fuori dalle mura di cinta del maniero. Imboccarono al passo il sentiero sterrato che si snodava verso il pianoro dell’alta scogliera dove sorgeva Branstock Borg e quando furono abbastanza lontani da non essere visibili agli occhi delle guardie reali poste di ronda lungo il perimetro del castello, lanciarono i cavalli al galoppo in direzione di Ronas Hill, sparendo all’interno delle radure che precedevano i boschi di North Roe. Nessuno dei due si voltò indietro nemmeno una volta per dare un’ultima occhiata a Branstock Borg, e quando Lorens si accostò a

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Maire con il proprio cavallo, lei capì che era giunto il momento di abbandonare la via che portava a sud per virare ad est e raggiungere il bosco di Fehr. La cavalcata fu breve, e in meno di mezz’ora si ritrovarono di fronte al capanno da caccia abbandonato da tempo dove Lorens aveva lasciato i vestiti donategli dai monaci di Isbister quel mattino e il cavallo da traino che avrebbero usato per la fuga. Maire tirò le redini di Stjarna e scese dalla sella con un agile balzo. Seguì Lorens all’interno della capanna che odorava di muschio e legno vecchio, e lui prese un sacco di iuta posato in un angolo. “Qui ci sono i nostri nuovi vestiti. Camicie e pantaloni da uomo per entrambi.” “Dovrò vestirmi come un maschio?” “Sì, per passare inosservata.” “E come farò con i miei capelli?” “Dovrai raccoglierli e tenerli sempre nascosti sotto un berretto.” Maire diede un’occhiata ai vestiti che Lorens aveva estratto dal sacco: due camicie da contadino in lino grezzo, una grigia e l’altra beige, pantaloni da lavoro marrone scuro, due berretti flosci neri, scarpe di cuoio basse e malridotte. “Sembreremo due giovani plebei con questi vestiti poveri.” “Credo proprio di sì. Ci scambieranno per due contadini.” “Non mi sono mai calata nei panni di un maschio… Dovrò ispirarmi ai miei fratelli per comportarmi da uomo.” “Non preoccuparti, se incontreremo delle persone sul nostro cammino lascia parlare sempre me, e comunque quando saremo abbastanza lontani dalle contee che precedono la costa ci cambieremo e indosseremo il saio da monaci, così ci noteranno ancora di meno.” Le mostrò uno dei due sai, lungo fino ai piedi, marrone, con il cappuccio ampio e un cordone da legare in vita, e i sandali in cuoio tipici dei monaci. L’altro era identico. “Come faremo a passare per due monaci? Non dovremmo avere i capelli più corti?” “Non tutti i monaci portano i capelli rasati sulla testa.” “Io li terrò sempre legati e mi coprirò la testa con il cappuccio.” “Certo, il cappuccio ci riparerà entrambi dagli sguardi della gente, anche se nessuno presta molta attenzione agli uomini di chiesa che vanno in giro a chiedere l’elemosina, in queste zone la gente è troppo povera per fare la carità.” “Allora adesso cosa dobbiamo fare?”

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“Scegli i vestiti che preferisci, le scarpe che senti più comode e indossa tutto. Le camicie sono ampie, così non si noterà che hai il seno. Ma per sicurezza, usa queste bende per fasciarti il petto.” “Va bene, ora mi cambio.” Maire si tolse il diadema dalla testa e lo posò a terra, si levò gli stivali, slacciò il corpino dell’abito con le maniche lunghe e strette e lo fece scivolare giù, seguito dalla calzamaglia da cavallerizza. Le rimasero addosso solamente gli indumenti intimi, si fasciò con cura il seno affinché non si notasse, prese un paio di pantaloni marroni e li indossò, fece lo stesso con la camicia beige e con le scarpe. Nel frattempo, anche Lorens si era spogliato e si stava vestendo con quegli abiti rozzi e dall’aspetto vissuto. Maire passò ai capelli, raccogliendoli in una treccia che poi arrotolò sulla nuca in un piccolo chignon. Prese uno dei due berretti e se lo calò sul capo, coprendosi la testa per bene. “Ho fatto. Cosa te ne pare?” Lorens, vestito anch’egli da umile plebeo, le rivolse un’occhiata da capo a piedi e annuì. “Stai bene. Per essere un maschio sei terribilmente attraente. Potrei innamorarmi di te, se già non lo fossi.” “Mi ameresti come uomo o come donna?” “Ti amerei per ciò che vedo in questo momento, ovvero un giovane plebeo dai tratti molto femminili, così bello da sembrare quasi una donna.” Maire si sporse verso di lui e lo baciò sulle labbra, felice di essere al suo fianco e per nulla spaventata della fuga che li attendeva. “Ti amo Lorens.” “Lo so… Adesso seppelliamo i nostri vestiti, coraggio.” Lo guardò mentre si chinava a raccogliere i loro abiti di lino prezioso, gli stivali, il suo diadema da sovrana e la sua spada di primo cavaliere, e infilava tutto in un altro grande sacco di iuta vuoto. “Non sarebbe meglio bruciarli?” “No, si vedrebbe il fumo, e rimarrebbe della cenere, inoltre la spada e la corona non brucerebbero. Seppellirli è più sicuro, soprattutto qui.” Mentre parlava, sollevò una trave in legno del pavimento del capanno e a mani nude scavò una buca profonda nel terreno sottostante. Vi mise dentro il sacco di iuta, lo ricoprì con la terra e abbassò la trave, saltandoci sopra con i piedi affinché s’incastrasse per bene con il resto del pavimento ligneo.

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“Ecco, ora nessuno li troverà mai più. Questo capanno cadrà a pezzi con gli anni, e il nostro segreto rimarrà sepolto nel terreno per sempre.” Maire lo vide prendere il sacco contenente i due sai da monaco e lo seguì in silenzio all’esterno della capanna. Sul retro, legato al tronco di una quercia, c’era un cavallo bruno dalle gambe tozze e robuste che li aspettava. “E’ il nostro cavallo?” “Esattamente. Non è bellissimo, ma abituato agli sforzi. Reggerà il nostro peso senza affaticarsi, l’ho pagato bene al fattore che me l’ha venduto. Se fossi un contadino avrei fatto un eccellente acquisto.” Era sellato, con un sacco che pendeva da un lato, due borracce per l’acqua e una piccola fischietta legati accanto. “Nel sacco c’è un po’ di cibo per noi. Formaggio, carne essiccata, noci e pane. L’acqua la prenderemo dai ruscelli, e comunque troveremo pasti caldi nelle taverne e nelle locande in cui ci fermeremo per riposare.” “E nella fiaschetta cosa c’è?” “Sangue di maiale. Per inscenare la nostra aggressione.” Maire vide che Lorens si chinava sopra un vecchio abbeveratoio per capre e si lavava le mani sporche di terra nell’acqua piovana rimasta sul fondo dopo il violento temporale di alcuni giorni prima. Quando furono pulite, si asciugò le mani sui pantaloni e tornò vicino al cavallo per prendere la fiaschetta. Maire lo seguì nella radura dove Stjarna e Vent stavano brucando l’erba fresca e lo osservò in silenzio mentre spargeva il sangue di maiale prima su Vent e poi su Stjarna, sporcando il loro manto grigio e bianco all’altezza del collo, sulla spalla e sul ventre. A lavoro finito, sembrava davvero che chi si trovava in groppa ai due cavalli fosse stato aggredito a colpi di pugnale. “Vieni qui, Maire, dammi la mano.” Ubbidiente, gli porse la mano destra e lui le versò un po’ di sangue sul palmo e sui polpastrelli. Poi le fece ruotare il polso e appoggiare la mano aperta sul collo di Stjarna, come se dopo essere stata ferita al corpo si fosse aggrappata all’animale lasciandogli addosso l’impronta della sua mano insanguinata. “Mio Dio, sembra tutto così reale”, osservò, rabbrividendo al pensiero di un’aggressione tanto brutale. “Deve sembrare vero per convincere tutti della nostra aggressione. E quando non ci troveranno da nessuna parte penseranno che siamo

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stati uccisi e sepolti chissà dove, o peggio ancora gettati in uno dei tanti crepacci che si aprono sulla cima di Ronas Hill.” Maire si guardò la mano sporca di sangue e subito Lorens la condusse al lavatoio affinché si pulisse. Seguendo il suo esempio, si asciugò la mano sui pantaloni scuri. “Ora dobbiamo andarcene e iniziare il viaggio verso sud. Cavalcheremo fino a Collafirth, ma non ci fermeremo per la notte, proseguiremo senza sosta fino a Voe, e quando entreremo nella contea di Ollaberry potremo alloggiare in una locanda per mangiare e dormire.” “Il cavallo ce la farà a cavalcare per tutta la notte?” “Sì, è giovane e forte, ce la farà.” “Allora andiamo, non aspettiamo un attimo di più.” Lorens le fece un buffetto su una guancia e l’aiutò a salire in groppa al cavallo, quindi si issò dietro di lei e prese le redini per condurre l’animale. Oltrepassarono la radura dove Stjarna e Vent avevano ripreso a brucare l’erba, e Maire lì guardò con malinconica tenerezza. “Stjarna mi mancherà. Mi sono affezionata molto a lei.” “Anch’io con Vent. E’ stato il mio destriero per sei anni.” Maire si ricordò le parole di Lorens pronunciate quel mattino mentre si preparavano per uscire da palazzo: “Nessun rimpianto. Per niente e per nessuno. Lasciamo questa vita per iniziarne una nuova.” Pensò che aveva ragione. Non c’era posto per rimpianti e malinconie. Li attendeva una vita migliore. Insieme, lontani da Sander. Distolse lo sguardo dalla radura e chiese: “Quanto tempo impiegheranno i cavalli a tornare a palazzo?” “Ora sono tranquilli, non si muoveranno subito. Quando inizierà a fare buio di sicuro riprenderanno la via di casa, perché non sono abituati a dormire all’aperto. Potrebbero giungere a Branstock Borg a notte fonda, e per quell’ora noi saremo già a Voe, diretti a Ollaberry.” “E’ un bel vantaggio.” “Sufficiente per scappare senza sentirci in pericolo di essere scoperti.” Lorens strinse le ginocchia premendole sul ventre del cavallo e lo lanciò al galoppo sui sentieri erbosi del bosco di Fehr. Era un cavallo veloce, potente, Maire si tenne ben salda alla sella e Lorens le fece scudo con il proprio corpo. La loro fuga era iniziata, si stavano lasciando alle spalle tutto, eccetto il loro amore e la promessa di un nuovo futuro da vivere insieme lontani da Sander.

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Come Lorens aveva previsto, il cavallo non mostrò alcun segno di debolezza mentre superavano la contea di Collafirth con il sole al tramonto alle loro spalle. Proseguirono la cavalcata con il buio che scendeva sulle loro teste e rendeva oscuro il paesaggio, ma il chiarore della luna piena alta nel cielo e delle sue sorelle stelle permise loro di avanzare senza difficoltà sulle distese di campi arati e prati incolti della contea di Voe. Si fermarono solo per una decina di minuti, giusto il tempo di scendere di sella per sgranchirsi le gambe e mangiare un boccone di pane con un po’ di formaggio e acqua e permettere al cavallo di abbeverarsi sulle rive di un laghetto e mangiare delle carrube che Lorens aveva messo nel sacco apposta per lui. Ripresero il viaggio nella notte che era più calda e secca lì al sud rispetto al nord, e sebbene Maire fosse un po’ stanca si sforzò di tenere gli occhi aperti per tutto il tragitto, in attesa di riposare quando fossero giunti a Ollaberry. Lorens guidò il cavallo senza mostrare alcun segno di fatica, merito dell’addestramento alle armi ricevuto prima di divenire cavaliere, e quando l’alba rosa sorse tra i filari di granturco della contea di Ollaberry, Maire trasse un sospiro di sollievo. Avevano superato la notte, erano distanti centinaia di miglia da North Roe, e di lì a poco si sarebbero fermati in una locanda per mangiare e dormire. Sorrise al nuovo giorno sentendosi sollevata e felice. Una piccola parte della loro fuga si era già conclusa senza intoppi. E questo la faceva sperare per il meglio.

*** Nel frattempo, a North Roe… Il cielo del primo mattino non era ancora rosato quando il giovane Syver, di guardia alle stalle, sentì un rumore di zoccoli provenire dal portone del maniero di Branstock Borg sbarrato dalla saracinesca. Uscì nel cortile immerso nel chiarore azzurrognolo che precedeva l’alba e vide una guardia reale della ronda notturna posta al di fuori

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della cinta muraria che avanzava verso la saracinesca chiedendo a gran voce di farlo entrare. Teneva fra le mani le redini di Stjarna e Vent, i cavalli della Regina Maire e di Sir Lorens Ingmar. La saracinesca fu sollevata e la guardia entrò nel cortile seguito dai due cavalli. Syver gli andò incontro e si chiese come mai i cavalli fossero tornati al castello senza la Regina e il primo cavaliere di Re Sander. Quando li prese per le redini, scoprì con orrore che il manto dei cavalli era insanguinato. “Allarme!”, gridò, rivolto verso il palazzo. “Allarme! Qualcuno chiami i consiglieri! Presto!” Alle grida dello stalliere accorsero dei paggi, seguiti a ruota dalle guardie interne del palazzo e da Lord Njall, che a quell’ora era sempre il primo consigliere a svegliarsi. “Syver, cosa sono queste grida? Che diavolo succede?” “Lord Njall, i cavalli… Sono tornati da soli, senza la Regina Maire e Sir Lorens… Sono sporchi di sangue, guardi lei stesso!” Lord Njall si accostò ai cavalli e vide le macchie di sangue sul loro manto. In particolare, sul collo bianco di Stjarna era impressa l’impronta insanguinata di una mano, la mano della Regina Maire. “Santi numi, no! Sono stati aggrediti dai briganti!” Inorridito, prese il corno di bue dalle mani del paggio che stava di guardia all’ingresso del palazzo e vi soffiò dentro per tre volte, svegliando tutti, dalla servitù agli altri consiglieri. Poi a gran voce esclamò: “Cavalieri! Radunatevi! La Regina e il primo cavaliere sono stati attaccati sulle colline di Ronas Hill! Sono stati feriti! Sellate i cavalli e armatevi di spade! Usciamo subito in ricognizione a cercarli! Muovetevi, forza!” Guardò con angoscia l’impronta insanguinata della mano di Maire sul collo della sua cavalla e pregò che fosse ancora viva, ferita ma viva. Quella fanciulla che tanto gli ricordava sua figlia non poteva, non doveva essere morta. Si augurò di ritrovarla insieme a Sir Lorens mentre saliva sul proprio destriero e usciva dal castello al galoppo, guidando i cavalieri della guardia reale in quella che sarebbe stata una disperata ricerca nei boschi e nelle vallate di Ronas Hill.

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14 Seduti ad un tavolo rotondo di una locanda polverosa frequentata da contadini e mercanti di Ollaberry, Maire e Lorens consumavano il loro pasto giornaliero dopo la lunghissima cavalcata senza sosta da North Roe. Nonostante fosse appena iniziata la mattinata, la locanda era già gremita da bevitori rumorosi che trangugiavano boccali di birra e vino rosso ridendo e scherzando rumorosamente, e da altri avventori seduti ai tavoli che s’ingozzavano di cibo avidamente. Maire e Lorens avevano ordinato latte di capra, uova sode, pancetta croccante, una ciotola di fave, e patate dolci arrostite. Il loro cavallo si stava sfamando nella stalla adiacente con fieno fresco e acqua. Mangiavano in silenzio, i berretti calati sulla fronte, senza essere notati da nessuno dei presenti. La locandiera, una donna alta e robusta dai capelli rossicci, li aveva serviti senza fare troppe domande e quando Lorens le aveva chiesto se ci fosse una camera da affittare per alcune ore, lei li aveva guardati attentamente per poi chiedere: “Volete dormire in pieno giorno?” “Abbiamo bisogno di riposarci, siamo in viaggio.” “Bè, le camere sono libere a quest’ora ma non sono ancora state pulite dagli ospiti della notte scorsa.” “Non importa, andrà bene ugualmente.” “Siete due fratelli?” “Sì signora. Possiamo dividere la stessa camera.” “C’è n’è una sul retro, sopra la stalla. Ci ha dormito uno scozzese di passaggio, un tipo con la grana, e l’ha lasciata in buone condizioni. Posso darvi quella, ma c’è solo un letto.” “Andrà benissimo. Anche a casa dormiamo insieme.” “Dieci denari ed è vostra.” Lorens aveva pagato la somma e la donna gli aveva consegnato la chiave della camera. Ora, mentre mangiavano placando i morsi della fame, Maire pensava tra sé e sé che Lorens aveva un gran bel talento nel raccontare bugie a cui tutti credevano senza dubitare che potesse dire il falso. Era convincente e sicuro di sé, e grazie a lui la loro fuga da North Roe si stava rivelando molto più facile di quanto pensasse. Lo guardò nella luce del sole che pioveva dalla finestra unta di polvere e vide che gli era spuntato un velo di barba bionda. Lo rendeva attraente, facendole desiderare di fare l’amore con lui.

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Tuttavia, avevano solo una manciata d’ore per riposare, quindi non c’era tempo per il sesso quel giorno. Terminò di mangiare l’ultimo boccone di patate dolci arrosto che le era rimasto e si dissetò con l’acqua. Anche Lorens aveva ripulito il suo piatto, e attendeva che lei finisse di mangiare fissando il tavolo rovinato da graffi e incisioni di coltello. “Io ho finito. Saliamo in camera?”, gli chiese, reprimendo uno sbadiglio. “Hai mangiato a sufficienza?” “Sì, sono sazia. Ho voglia di dormire, sono stanca.” “Bene, allora andiamo.” Si alzarono dagli sgabelli e Lorens lasciò alcune monete sul tavolo accanto ai loro piatti. Uscirono dalla locanda e salirono la scala che portava alle camere cercando quella indicata loro dalla locandiera. Era la penultima, proprio sopra la stalla delle vacche. Entrarono e chiusero la porta a chiave. La stanza, se così si poteva chiamare, era un cubicolo stretto e basso ricavato nel sottotetto della stalla con un materasso vecchio e sporco posato direttamente sul pavimento e una piccola finestrella che si apriva in mezzo alle travi del soffitto. “Davvero molto carina come camera”, commentò Maire con sarcasmo, togliendosi il berretto e sciogliendosi i capelli rimasti intrecciati per molte ore. Sbadigliò di nuovo mentre si sdraiava sul materasso consunto. “Oh, accidenti, è duro come un sasso… Non riuscirei mai a dormirci se non fossi stanca morta come adesso.” Lorens si tolse il berretto a sua volta e si passò le mani fra i capelli prima di stendersi accanto a Maire. “Non è una stanza reale, ma almeno possiamo dormire.” “Quante ore abbiamo a disposizione?” “Cinque o sei, dovremo riprendere il viaggio nel primo pomeriggio. Dormi tranquilla, ti sveglierò io quando sarà il momento di ripartire.” “E chi sveglierà te?” “Ho il sonno leggero, quando la locandiera comincerà a pulire le altre camere di sicuro farà baccano e mi sveglierà.” “Va bene, allora chiudo gli occhi e mi addormento subito.” “Fai pure, io sono qui con te.” Si addormentarono all’istante, nonostante il materasso fosse scomodo e lo spazio ridotto al minimo. E quando fu pomeriggio, come Lorens aveva previsto, si svegliò sentendo i passi rumorosi della locandiera che andava avanti e indietro da una camera all’altra. Si alzò dal letto e si rimise il berretto sulla testa, sbirciò fuori dalla

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porta e vide che il sole si era abbassato verso est. Era il momento di riprendere il viaggio. Si chinò su Maire e la scosse piano, lei aprì gli occhi e lo guardò. “E’ già ora di andare?” “Sì, è pomeriggio inoltrato.” Maire soffocò uno sbadiglio e si stiracchiò le braccia, si rimise in piedi e raccolse i capelli sulla nuca prima di indossare con cura il berretto abbassandolo sulla fronte. Lorens la prese per mano e insieme uscirono dalla camera lasciando la porta aperta e la chiave infilata nella toppa. Entrarono nella stalla dove avevano lasciato il loro cavallo, Lorens lo portò fuori e aiutò Maire a salirci sopra. “Andiamo a Bardister adesso?”, chiese lei. “Sì, ti riporto al tuo villaggio, così potrai salutare la tua famiglia e dare loro delle spiegazioni.” “Mio padre e i miei fratelli saranno di certo al lavoro nel capanno della falegnameria, troverò solo mia madre in casa. Dovrò raccontare ogni cosa solamente a lei.” “Se ne avessimo il tempo potremmo restare per la notte intera, in modo da permetterti di riabbracciare anche tuo padre e tuoi fratelli, ma dobbiamo essere al porto dell’isola di Gluss alle prime luci dell’alba per poterci imbarcare sul primo mercantile diretto a Bigga. Mi dispiace Maire.” “Non fa niente, mi accontenterò di salutare mia madre. Anzi, forse è meglio così. Se mio padre e i miei fratelli mi sentissero dire che sto partendo per l’Olanda senza più tornare indietro, non mi lascerebbero andare via, te lo garantisco. Mia madre è diversa, lei mi capirà.” Lorens salì in groppa alle spalle di Maire e diresse il cavallo al passo sulla stradina che scendeva verso le pianure al confine tra Ollaberry e Bardister. Quando furono in aperta campagna, Lorens lanciò il cavallo al galoppo e il viaggio riprese sotto il sole caldo del pomeriggio inoltrato.

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Giunsero a Bardister poco prima del tramonto, e Maire fu lieta di rivedere i luoghi familiari della sua infanzia e adolescenza che aveva

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abbandonato un mese prima per seguire Lord Njall a North Roe. Seguendo le sue indicazioni, Lorens la riportò a casa, e quando arrivarono sulla collina erbosa dalla quale si vedeva la modesta abitazione in legno costruita da suo padre Aiden, Maire sentì l’emozione inondarle il petto. “Com’è bello tornare a casa…”, disse, scendendo dal cavallo. Lorens rimase in sella e le sorrise. “Vai da tua madre, e parla con lei.” “Vieni con me, Erinn sarà felice di conoscerti.” Lorens scosse il capo e le fece capire che non voleva. “Preferisco restare qui ad aspettarti. E’ meglio che tu veda tua madre da sola.” Maire non gli chiese perché non voleva accompagnarla, era abbastanza intelligente da capire che Lorens voleva darle il tempo di stare con Erinn Kendric senza intromettersi nel momento delicato di una figlia che diceva addio alla propria madre per seguire l’uomo che amava in una terra lontana e straniera. Gli accarezzò una gamba in gesto affettuoso e gli disse: “Non ci metterò molto. Le spiegherò come stanno le cose e le dirò addio. Tornerò tra pochissimo.” “Certo, io non mi muovo da qui.” Maire si volse verso la propria casa e scese correndo lungo la collinetta erbosa che precedeva l’abitazione, si fermò sulla soglia e bussò alla porta con le nocche della mano. Attese qualche minuto, poi la porta si aprì e sull’uscio comparve il volto sereno di sua madre incorniciato dai capelli rossi come i suoi striati da alcune ciocche grigie. Erinn guardò stupita il giovanotto che sostava sull’ingresso chiedendosi chi fosse, poi sgranò gli occhi per la sorpresa e chiese incredula: “Maire?! Sei proprio tu?!” “Sì, mamma, sono io.” “Ma… Come ti sei vestita?... E cosa ci fai qui?” “Fammi entrare, ti spiegherò tutto.” Sulla verde collina, Lorens vide Maire sparire dentro casa. Accarezzò il collo del cavallo e rimase in attesa all’ombra di una quercia, guardando il sole al tramonto che tingeva il cielo di sfumature rossastre. All’interno della piccola casa piena di ricordi felici, Maire rivelò a sua madre Erinn il motivo di quella visita inaspettata. “Sono venuta a salutarti, mamma. Sto partendo. Lascio per sempre le Hjaltland.”

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Erinn fissò la figlia con aria sorpresa e chiese: “Stai partendo?... Vestita così, come un qualunque contadino maschio di queste terre?... Non ti capisco…” “Mamma, ascoltami ti prego. Non ho molto tempo, sono qui solamente per dirti addio.” “Dirmi addio? Perché mai?” Con suo grande rammarico, Maire spiegò alla propria adorata madre il perché di quell’addio. “Sto fuggendo. Non posso più restare qui, ne va della mia stessa vita. Purtroppo sono accadute delle cose che hanno cambiato il corso del mio destino. Ho scoperto che il Re Sander mi ha sposata solo per obbligo, costretto a farlo dalle ultime volontà di suo padre. Non mi ama, e non potrà mai farlo perché preferisce giacere a letto con gli uomini anziché con le donne. L’ho colto in flagrante mentre mi tradiva. Mi sono resa conto che mi stava usando per coprire se stesso e per non perdere la corona ereditata dal padre, e ho capito che accanto a lui avrei solo sofferto. Il nostro matrimonio è stato tutto una farsa, lui non avrebbe mai voluto sposarsi, tantomeno con me. Quando l’ho capito mi sono sentita umiliata, ferita, offesa e terribilmente sola, senza nessuno che mi amasse… Così ho cercato l’amore altrove, e l’ho trovato tra le braccia di un altro uomo, il primo cavaliere di Re Sander. Mi sono congiunta a lui carnalmente, approfittando dell’assenza del Re che ora si trova in Scozia, e mi sono innamorata di lui. E’ un amore ricambiato, lui mi rende felice e mi fa sentire amata come ho sempre desiderato. Ma è il primo cavaliere del Re, non avrebbe dovuto nemmeno posare gli occhi su di me. E io non avrei dovuto tradire il Re giacendo con l’uomo di cui si fida di più. Il nostro amore è proibito, se il Re scoprisse che non sono più casta e che ho dormito nello stesso letto con il suo primo cavaliere, la punizione per entrambi sarebbe esemplare. Ci ucciderebbe, seguendo le regole stabilite dalla legge reale in caso di alto tradimento. Per questo sto fuggendo, per non morire. E mi sono travestita da uomo per viaggiare in incognito, affinché le guardie reali al servizio del Re non riescano a trovarmi. Non sono sola, l’uomo che amo è con me, stiamo scappando insieme per poter vivere il nostro amore in terra straniera. Andremo in Olanda, la sua terra d’origine, e ci costruiremo una vita felice insieme. Saremo al sicuro, e nessuno ci farà del male. Desideravo vederti e abbracciarti un’ultima volta prima di partire per il lungo viaggio in mare che ci condurrà in Olanda.” Erinn guardò la propria figlia con gli occhi lucidi di lacrime e il pianto serrato in gola.

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“Bambina mia, me lo sentivo che il Re venuto dal mare non ti avrebbe resa felice, l’ho sempre sospettato, e ora me ne dai la conferma. Sono addolorata per te, tesoro mio.” “Non essere triste, mamma, io non lo sono, ho trovato un uomo che mi ama davvero, e non importa se adesso siamo in fuga, perché ci amiamo e un giorno ci sposeremo e avremo dei figli nostri.” “E sei certa che riuscirete a raggiungere l’Olanda senza essere trovati dalle guardie reali? La fuga non è mai una buona scelta, tuo padre te lo ripeteva sempre.” “Lo so mamma, però in questo caso non abbiamo possibilità di scelta, se non fuggiamo ci aspetta la morte.” “Oh, Maire… Piccola mia.” “Coraggio mamma, sii forte per me, ho bisogno del tuo aiuto ora più che mai. Le guardie reali verranno a cercarmi, e se busseranno a questa porta tu dovrai dire di non avermi mai vista, capito? Io non sono mai stata qui.” “Va bene, ho capito. Ti proteggerò, stai tranquilla.” “C’è dell’altro. Se dovessero venire a comunicarti che sono morta sulle colline di Ronas Hill, vittima di un agguato da parte di alcuni briganti che mi hanno rapita e uccisa insieme al primo cavaliere, sappi che non è vero, perché è questo che abbiamo fatto credere a palazzo. Abbiamo inscenato una finta aggressione affinché tutti, compreso il Re Sander, ci credano morti e smettano di cercarci. Se dovessero inviare qui un corriere o un consigliere in persona per dirti che sono morta, ricordati che non è vero e fingi di essere addolorata come se fossi stata uccisa realmente, hai capito? E’ importante che tu mi sostenga in questa farsa, altrimenti sospetteranno l’inganno.” “D’accordo, è tutto chiaro. Saprò come comportarmi, non temere. Io non ti ho mai vista, non sei mai stata qui, e se mi diranno che sei morta piangerò le mie lacrime più sincere. Farò di tutto per evitare che trovino te e il tuo amante, te lo prometto.” “Conto su di te, mamma. Mi raccomando, quando papà e i ragazzi torneranno dalla falegnameria questa sera, racconta loro tutto ciò che ti ho detto e assicurati che abbiano compreso la gravità della situazione. Dovranno sostenermi anche loro, e mentire se necessario per proteggere la mia vita e quella dell’uomo che amo.” “Lo faranno. Non ti metterebbero mai in pericolo, sai quanto ti amano. Li farò giurare di tenere le bocche cucite, e il tuo segreto rimarrà confinato tra queste quattro mura.” Maire sorrise e abbracciò la madre stringendola forte. “Grazie mamma… Ti voglio bene con tutta l’anima.”

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“Io di più cara. Pregherò per te giorno e notte, finché non saprò che sei sana e salva in terra olandese.” “Quando saremo giunti a destinazione e il Re Sander si sarà convinto della nostra morte, potrò scriverti una lettera comunicandoti che tutto è andato a buon fine.” “Certo, attenderò tue notizie con ansia.” Maire baciò la madre sulle guance e le accarezzò le spalle con affetto. “Non stare in pensiero per me, sono in buone mani. Ti prego, abbraccia forte papà da parte mia e dai un bacio ai miei fratelloni. Dì loro che li amo immensamente e che presto mi farò viva. E’ stato bello riabbracciarti e rivederti prima di partire. Ora devo andare, il tempo stringe e dovremo essere all’isola di Gluss prima dell’alba per imbarcarci su una nave mercantile. Ci aspetta un lungo viaggio via mare, l’Olanda è lontana.” “Dobbiamo dirci addio, dunque?” “Sì, dobbiamo salutarci. Ma più che un addio è un arrivederci. Non so dirti quando, ma un giorno avremo modo di riabbracciarci. Te lo giuro mamma.” “Va bene… Vai adesso, corri. Mettiti in salvo.” Maire abbracciò per l’ultima volta sua madre e ricacciò indietro le lacrime che minacciavano di solcarle il volto. “A presto, mamma.” “Fai buon viaggio, e stai attenta, mi raccomando.” Maire annuì con un cenno del capo e si voltò per uscire. Aprì la porta con mano ferma e senza esitazione si richiuse l’uscio alle spalle. Sollevò lo sguardo verso la collina in cerca di Lorens e lo vide in sella al loro cavallo. Si era tolto il berretto, e i suoi capelli dai folti riccioli biondi sembravano d’oro nella luce calda del tramonto imminente. Lo raggiunse correndo, felice che fosse lui l’uomo che le avrebbe regalato un futuro gioioso e sereno. Dalla finestra del tinello, Erinn Kendric guardò sua figlia Maire salire in groppa ad un cavallo dall’aspetto forte e sano, e alle sue spalle vide un uomo giovane e bello biondo come il grano maturo che la strinse fra le braccia e la baciò affettuosamente sulle labbra, per poi infilarsi sul capo un berretto nero uguale a quello di Maire e tirare le redini per invitare il cavallo a riprendere il cammino. Li seguì con gli occhi velati di lacrime mentre galoppavano lungo il sentiero che portava a sud, finché non sparirono oltre le colline erbose della campagna di Bardister. “Buona fortuna, bambina mia. Che Dio ti assista.”

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Il suo cuore di madre le diceva che aveva appena perso la sua unica figlia femmina, eppure la preferiva lontana e al sicuro con quel cavaliere biondo dai modi gentili anziché prigioniera in un castello alla mercé di un Re che non l’avrebbe mai amata rendendola infelice.

***

Quella notte Lorens guidò il cavallo sull’ultimo tratto di strada che separava lui e Maire dal primo passo verso la libertà. Il percorso finale via terra costeggiava le coste marine delle Hjaltland, e l’isola di Gluss distava solamente poche ore di cavalcata. Approfittando dell’oscurità, si fermarono in una zona disabitata per far riposare il cavallo e mangiare ciò che ancora restava nel sacco che Lorens aveva riempito di cibarie prima di partire da North Roe. Nascosti dai ruderi di una costruzione antica andata in rovina, si riposarono alcune ore dormendo vicini sull’erba, e quando il sole non era ancora sorto si rimisero in viaggio. Maire non vedeva l’ora di salire a bordo di una qualunque nave mercantile per poter dormire in una cuccetta pulita, e sperava ci fosse la possibilità di avere almeno un catino d’acqua pulita con cui lavarsi. Oltre che stanca si sentiva sporca e impolverata, e lo stesso valeva per Lorens, desideroso di radersi al più presto la corta e ispida barba che gli incorniciava il viso. I loro desideri si materializzarono quando giunsero al porto di Gluss agli albori del nuovo giorno. Senza farsi notare troppo, si rifugiarono all’interno di un capanno da pesca e si cambiarono gli abiti, sostituendo i vestiti da contadini con il saio marrone da monaci e i sandali ai piedi. I marinai della zona erano abituati a dare passaggi gratuiti con le loro imbarcazioni ai monaci che spesso fungevano da postini per la consegna di missive da una monastero all’altro, quindi abbigliati come due membri della chiesa avevano maggiori possibilità di essere imbarcati. Gettarono in mare i vestiti usati per fuggire dentro il sacco di iuta delle cibarie ormai vuoto e lasciarono che la corrente lo trascinasse via per poi inghiottirlo.

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Il cavallo che Lorens aveva acquistato a Isbister li aveva condotti fin lì svolgendo il suo compito egregiamente, ma ora che li attendeva il viaggio via mare non avevano più bisogno di lui. Decisero di lasciarlo alle cure di un mercante di bestiame che attendeva l’arrivo di un carico di polli sul molo del porto. L’uomo, piuttosto anziano, accettò la loro gentile offerta con stupore e Lorens gli spiegò che essendo in procinto di imbarcarsi per un lungo viaggio in mare non potevano portarsi appresso il cavallo. “Se vi capiterà di ritornare a Bardister ricordatevi di passare alla fattoria di Tavs Lyrell. Sarò lieto di restituirvi il vostro cavallo”, disse loro il mercante di bestiame di nome Tavs salutandoli e portandosi via l’animale. Lorens e Maire avanzarono affiancati sul porticciolo semideserto con i cappucci dei sai che coprivano le loro teste e chiesero ai vari mercanti che erano in partenza se uno di loro fosse diretto all’isola di Yell. Ottennero solamente risposte negative, finché un uomo alto e dinoccolato si fece avanti nella penombra azzurra del primo mattino. “Io sto andando a Yell. Trasporto un carico di derrate alimentari fino a Burravoe, vi serve un passaggio?” Lorens rifletté per un attimo sulla proposta dell’uomo. Aveva pianificato la sua fuga insieme a Maire con estrema cura, scegliendo prima la città di Bigga e in seguito quella di Burravoe come tappe della prima parte del viaggio via mare. Ora gli veniva offerta la possibilità di saltare la tappa di Bigga per essere portati direttamente a Burravoe, alleggerendo il viaggio in mare e aumentando il loro vantaggio temporale a discapito delle guardie reali che di certo si erano già mosse per cercarli. Pensò che era davvero un grande colpo di fortuna, e che doveva cogliere al volo quell’opportunità, anche se questo significava cambiare all’improvviso il loro piano di fuga. Lanciò a Maire uno sguardo d’intesa facendole capire senza nemmeno parlare che doveva fidarsi di lui, quindi rispose all’uomo in attesa sul ponte della propria imbarcazione. “Saremmo molto lieti di poter salire sulla sua barca. Anche noi siamo diretti a Burravoe.” L’uomo si presentò amichevolmente. “Mi chiamo Ghideon Finnbarr, voi chi siete?” “Fratello Silas, e lui è il giovane Edlan, un novizio. Siamo monaci benedettini del monastero di Sullom, abbiamo il compito di recarci a Burravoe a fare visita a un nostro confratello molto malato. Ci potete trasportare?” “Come no? Salite a bordo, sto per levare l’ancora.”

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“Vi siamo molto grati Ghideon.” “Di nulla, Fratello Silas.” Era stato facile, molto più semplice di quanto Maire si fosse immaginata. Salirono a bordo della nave mercantile carica di sacchi di iuta colmi di cibarie e Lorens chiese: “Potremmo scendere sottocoperta a riposare? Abbiamo viaggiato a piedi per giorni, io e il giovane Edlan siamo molto stanchi.” “Ma certo! Scendete pure, io non dormo mai durante la navigazione, ci sono un paio di cuccette di sotto.” “Grazie Ghideon. Lei è un brav’uomo.” “Dovere Fratello Silas, agli uomini di chiesa non si nega mai un favore, l’ho imparato da mia madre, una donna molto religiosa.” Lorens prese Maire per il gomito e insieme scesero sottocoperta, un ambiente basso e buio senza finestrelle illuminato da lucerne ad olio in ferro appese alle pareti. “Dove sono le cuccette?”, chiese Maire guardandosi attorno. “Dietro quella porta”, le rispose Lorens indicandole una bassa porticina oltre la quale si apriva uno spazio ristretto con tre cuccette di iuta legate da una parete all’altra e sospese da terra come amache. Entrarono, e Lorens chiuse la porta alle sue spalle. “Quanto durerà il viaggio fino a Burravoe?” “Dovremmo sbarcare entro sera.” “E poi cosa faremo? Non avevi previsto questo cambio di tappa nel tuo piano di fuga.” “Non cambia poi molto. Ci fermeremo a mangiare in una locanda, affitteremo una camera e ti farò avere un catino con dell’acqua per lavarti, te lo prometto.” “Grazie, ho davvero bisogno di ripulirmi, non mi sono mai sentita così sporca.” “Ti amo comunque, sei la mia principessa dai capelli di fuoco, sporca o pulita non conta, sei sempre la mia Maire.” Lei lo afferrò per il cordone del saio e lo baciò sulle labbra, godendosi per un breve istante il morbido contatto con la sua bocca umida e calda. “Devi raderti, quando ti bacio la tua barba mi punge il viso.” “E scommetto che non ti piace per niente…” “Ti preferisco rasato, anche se non stai male così, è solo che se ti guardo mi torna in mente Sander.” “Lo immaginavo… Nemmeno a me piaceva la sua barba, pungeva troppo.”

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Maire rise. “Potevi dirglielo. L’hai baciato per dodici anni sopportando la sua barba pungente?” Lorens ripensò agli anni trascorsi amando Sander. “Da ragazzo non la portava. La detestava. Ma quando Eirik è morto lasciandogli la corona ha iniziato a non radersi più. Credo volesse tentare di sostituirsi al padre. Io lo amavo, e non facevo caso alla sua barba, anche se pungeva.” Maire lo guardò negli occhi cristallini. “Lo ami ancora?” Lorens non le mentì. “Vorrei odiarlo certe volte, perché so che il suo amore era in parte un ricatto, ma non ci riesco… Proverò sempre qualcosa per lui, nel profondo del mio cuore… Forse con il tempo riuscirò a dimenticarlo del tutto.” “Non devi farlo per me, non sono gelosa dei tuoi sentimenti per Sander. Appartengono a te, sono parte di te… Mi basta sapere che al primo posto nei tuoi pensieri ora ci sono io.” “Questo è ovvio, tu sei e sarai sempre al primo posto. Sander è il passato, tu sei il mio presente e il mio domani.” Maire lo baciò di nuovo, e lui le accarezzo il seno attraverso il ruvido tessuto del saio. “Faremo l’amore a Burravoe”, le sussurrò contro le labbra. “Dopo che mi sarò rasato per bene.” “Non vedo l’ora…” Si lasciò baciare e accarezzare ancora per un po’, mentre la nave mercantile di Ghideon lasciava il porto nella luce iridescente dell’alba per scivolare sulle acque in direzione dell’isola di Yell e del porto della città di Burravoe. “Ci stiamo muovendo… Stiamo lasciando le Hjaltland.” “La parte più pericolosa delle Hjaltland. Non dimenticare che anche l’isola di Yell rientra nello stesso territorio.” “Lo so… Però siamo passati dalla terra al mare, e nessuno ci ha trovati finora. Credo che la fortuna ci sia amica.” Lorens le accarezzo le labbra con il pollice in un gesto di tenerezza. “Hai gli occhi stanchi, ora ti metto a nanna.” La prese in braccio e la depose su una delle tre cuccette. Lei si accoccolò sul fianco e Lorens prese posto nella cuccetta accanto alla sua. “Dormi tranquilla, Ghideon non verrà a disturbarci. E io sono abituato a dormire con un orecchio teso all’ascolto.” “Ho sempre pensato che tu fossi il mio angelo custode.”

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Fu l’ultima cosa che disse prima di addormentarsi. Lorens la osservò dormire per qualche minuto, poi il rollio della nave e il dondolio della cuccetta ebbero la meglio anche su di lui. Riposarono indisturbati per tutto il giorno, scivolando lentamente verso Burravoe.

***

Intanto, a North Roe… Lord Njall Kollsvein sedeva solo e sconfortato nella sala dei consiglieri. Le ricerche della Regina Maire e di Sir Lorens erano state momentaneamente sospese dopo un giorno e una notte interi di perlustrazione senza sosta nei boschi di Ronas Hill, sulle colline rocciose e nei dintorni di North Roe. I loro corpi non erano stati ancora ritrovati, e le guardie reali erano rientrate al castello per rifocillarsi e riposarsi. Il giorno seguente sarebbero tornate a Ronas Hill per controllare nuovamente ogni anfratto roccioso, nel disperato tentativo di ritrovare Lady Maire e Sir Lorens ancora vivi o recuperare i loro cadaveri. Si chiedeva come fosse possibile che non ci fossero tracce di loro da nessuna parte, e ciò gli faceva pensare che fossero stati presi in ostaggio dai briganti e uccisi altrove, non a Ronas Hill. Era probabile che dopo averli assassinati, i briganti si fossero sbarazzati dei loro corpi, magari gettandoli in qualche burrone inaccessibile, o peggio ancora in mare, dove le forti correnti del mare del nord li avevano trascinati lontano dalle Hjaltland. Quale tremenda disgrazia si era abbattuta sul povero Re Sander! Aveva perso in un colpo solo la sua adorata novella sposa e il suo fidato primo cavaliere, e non sapeva ancora nulla, si trovava in Scozia totalmente ignaro dell’accaduto. Lord Njall non sapeva se fosse il caso di avvertirlo e farlo rientrare in patria o aspettare ancora un giorno… Si coprì il volto con una mano e pensò alla dolce Maire, una fanciulla nel fiore degli anni a cui era stato levato per sempre il suo innocente sorriso, e al coraggioso Lorens, giovane e impavido, che aveva sacrificato molti anni della sua vita per proteggere Re Sander quasi

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come un fratello. Non era riuscito a difendere se stesso e la Regina dall’attacco dei briganti, un uomo solo contro dieci o forse più uomini assetati di sangue. Non c’era molto in cui sperare, ma avrebbero proseguito le ricerche l’indomani, pregando per un miracolo.

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15 La locanda Lair An Mactìre era una costruzione in pietra edificata sulla costa di Burravoe a pochi passi dal porto dove attraccavano le navi mercantili e le barche dei pescatori locali. Dopo che Lorens e Maire furono sbarcati a terra, Ghideon Finnbarr suggerì loro di recarsi proprio in quella locanda dove avrebbero trovato del buon cibo e delle comode camere in cui riposarsi. Ringraziandolo, seguirono il suo consiglio e bussarono al portone della “tana del lupo”, questo era il significato del nome Lair An Mactìre inciso sul legno dell’ingresso della locanda. Era già scesa la sera e Lorens e Maire erano affamati. Il viaggio in mare si era concluso nei tempi previsti, e dopo la lunga dormita nelle cuccette della nave di Ghideon un buon pasto caldo era ciò che più desideravano insieme alla possibilità di lavarsi. Il proprietario della locanda, un uomo grande e grosso dall’aspetto gioviale, li accolse sull’uscio. “Buonasera, fratelli. Posso esservi utile?” “Siamo in viaggio verso il monastero di Otterwick, ma prima di riprendere il cammino vorremmo mangiare e riposare, se avete una camera libera.” “Entrate e sedetevi, chiederò a mia moglie di servirvi.” Lorens e Maire misero piede all’interno della locanda che si presentava pulita e accogliente, molto diversa da quella in cui avevano alloggiato a Ollaberry. Presero posto ad un tavolo appartato in fondo alla sala, evitando di attirare l’attenzione dei commensali presenti. Una donna graziosa dai lucenti capelli bruni si presentò al loro tavolo quasi subito con una brocca di vino rosso e un cesto di pane. “Salve, fratelli. Mio marito mi ha mandato da voi. Gradite della zuppa di pesce calda? O preferite dell’altro?” “La zuppa andrà bene, abbondante se possibile.” “Certo, ve ne porterò un bel piatto.” “Avete delle camere libere per la notte?” “Sì, certamente. Una o due?” “Una soltanto, grazie.” “Va bene, dopocena vi condurrò al piano superiore.” “Mi scusi, potremmo avere anche dell’acqua in camera per poterci rinfrescare?”

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“Provvederò a far preparare due catini. Serve altro?” “No, grazie.” La donna sorrise e si allontanò verso la cucina. “Molto gentile la signora”, commentò Maire, prendendo una fetta di pane e versandosi del vino nel bicchiere in terracotta. “Anche il marito è garbato.” “Qui a Yell gli abitanti sono meno rozzi, e anche gli ambienti sono più accoglienti.” “Avremo due catini d’acqua, che sollievo!”, disse Maire, ansiosa di darsi una ripulita. “E io potrò radermi, così mi toglierò questa barba che non ti piace. E dopo, ci divertiremo in un modo che ben conosci.” “Ah sì?... Che bella nottata…” Si guardarono negli occhi pregustando il momento in cui avrebbero fatto l’amore, e Maire sfilò un piede dal sandalo per infilarlo sotto la tonaca del saio di Lorens e solleticargli una caviglia. Lui rise, e il suo sguardo si fece liquido, esprimendo tutto il desiderio che provava per lei. Ad interrompere il loro amoreggiamento ci pensò la moglie del proprietario, che comparve all’improvviso portando loro due grandi scodelle colme fino all’orlo di zuppa di pesce. “Eccovi serviti. Spero sia di vostro gradimento.” La zuppa era fumante, insaporita da spezie piccanti. Maire intinse il pane nel brodo di pesce e lo trovò squisito, poi prese una cucchiaiata di bocconcini di merluzzo, aringhe e polpa di granchio e decise che quella zuppa era davvero deliziosa. Lorens osservò Maire mangiare di gusto, felice che la donna che amava potesse finalmente concedersi un piatto dal buon sapore dopo i miseri pasti a base di pane e formaggio che avevano consumato durante il viaggio a cavallo. Anche lui era affamato, e la zuppa era davvero ottima. Mangiarono e bevvero in tranquillità, senza essere disturbati, e si divisero a metà l’ultima fetta di pane rimasta nel cesto. Al termine del pasto, sazi e appagati, lasciarono il tavolo e cercarono la moglie del padrone per farsi condurre al piano superiore. “Com’era la zuppa?”, chiese la donna gentilmente. “Davvero deliziosa, complimenti alla cuoca.” “Bene, mi fa piacere che l’abbiate gradita. Se volete seguirmi, vi conduco alla vostra camera.” “Prima vorrei chiederle quanto le dobbiamo per la cena e per l’alloggio.”

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“Oh… Non dovete pagare nulla, siete monaci, sappiamo bene che non disponete di molto denaro, io e mio marito vi ospiteremo gratuitamente.” “Grazie signora, che Dio vi benedica.” Salirono i gradini di una scala in legno e la donna indicò con la mano la terza porta lungo il corridoio. “Quella è la vostra camera. I catini con l’acqua sono già stati preparati all’interno. Vi auguro un buon riposo.” Lorens salutò la donna con un cenno della mano, quindi Maire lo prese per la manica del saio e lo attirò all’interno della camera chiudendo la porta a chiave. Illuminata da candele poste all’interno di bugie dorate sporgenti dalle pareti, la camera era piccola ma confortevole, e soprattutto pulita, profumata e con un letto dall’aspetto invitante. “Adoro questa locanda… Peccato che potremo fermarci qui una sola notte! E’ così carina…” Senza attendere oltre, Maire si levò i sandali, sciolse il cordone del saio, se lo sfilò dalla testa rimanendo quasi nuda e liberò i capelli trattenuti sulla nuca dalla treccia arrotolata su se stessa. Lorens si sedette sul letto e rimase a guardarla, affascinato dalla sua bellezza. “Cosa fai seduto lì? Non ti spogli?” “Mi sto godendo lo spettacolo.” Lei si tolse gli indumenti intimi, e si chinò accanto al catino colmo d’acqua fresca inzuppandovi un panno. “Hai intenzione di osservarmi per tutto il tempo?”, gli domandò, mentre si passava il panno bagnato sul corpo nudo affinché l’acqua le ripulisse la pelle dalla polvere e dal sudore dei giorni trascorsi fuggendo via terra. “Ti dispiace se ti guardo?” “Al contrario, mi piace essere guardata da te.” “Allora continua a strofinarti, io lo farò dopo di te.” Maire si lavò accuratamente in ogni parte del corpo sotto lo sguardo attento e malizioso di Lorens, e quando si sentì finalmente pulita, si asciugò con cura con un panno asciutto preparato dalla locandiera. Rimase nuda, e si sciacquò i capelli con l’acqua della brocca posta vicino al catino per tre volte di seguito, assicurandosi che tornassero lucidi e morbidi com’erano di solito. Li tamponò con lo stesso panno di prima, e usò le dita come fossero un pettine per districarli dai nodi e renderli lisci. “Ecco fatto, ora sono pulita, che bella sensazione.”

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Guardò Lorens ancora seduto sul letto vestito da monaco e decise di dargli una mano a ripulirsi. “Allora, mio adorato cavaliere, eccellente bugiardo e arguto fuggitivo, cosa ne dici se ti aiuto a spogliarti di questo saio e poi ti strofino un po’ dalla testa ai piedi?” “Sarebbe assolutamente piacevole... Ma preferisco fare tutto da solo, così anche tu puoi goderti lo spettacolo.” “Oh, come vuoi… Allora me ne starò qui tranquilla a guardare e ti aspetterò senza veli.” Salì sul letto e si stese sul fianco reggendosi la testa con un braccio puntellato sul materasso, e Lorens si avvicinò al proprio catino togliendosi i sandali, slacciando il cordone del saio, e sfilando l’indumento dalla testa rimanendo nudo di fronte a lei. Sorridendole, cominciò a strofinarsi come aveva già fatto lei e Maire fu ben felice di stare lì a guardare il suo corpo lucido d’acqua sentendosi infiammare il sangue dal desiderio di congiungersi a lui. Prima però, dovette aspettare che finisse di lavarsi i capelli e in seguito di radersi la barba con la lama affilata di un pugnale che portava allacciato alla caviglia destra come arma da difesa. Quando anche lui fu pulito, asciugato e sbarbato, Maire gli fece cenno di raggiungerla sul letto, cosa che lui fece con evidente piacere. Rotolarono uno sopra l’altra sul comodo materasso, baciandosi e accarezzandosi, entrambi eccitati e desiderosi di fare l’amore. Maire riscoprì la gioia di essere sfiorata dalle sue mani dal tocco gentile e gli accarezzò il viso dalla pelle liscia che non pungeva più come prima. Nel silenzio della notte, i loro respiri si mescolarono come un unico fiato, e quando l’eccitazione di Lorens si fece evidente, Maire salì a cavalcioni sopra di lui e gli sollevò le braccia dietro la testa tenendole ferme con le proprie mani. “Lascia fare a me per questa volta”, gli sussurrò, muovendo i fianchi sopra di lui fino a sentirlo penetrare in lei. Lorens non era solito essere dominato a letto, ma quella situazione gli piacque, e chiuse gli occhi godendosi il momento. Maire guidò la danza dei loro corpi fusi uno nell’altro dondolando il bacino in avanti e all’indietro con ritmo lento e sensuale, provocando ad entrambi brividi di puro godimento, poi aumentò il ritmo man mano che il desiderio cresceva, e quando sentì di essere vicina all’apice rallentò la sua corsa rimandando il momento dell’estasi per entrambi. Lo fece per tre volte di seguito, portando Lorens alla soglia dell’orgasmo senza però farlo godere, ricominciando da capo e fermandosi ancora, e di nuovo, finché gli occhi di Lorens non divennero cupi e il suo corpo quasi dolorante, e

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solo allora si lasciò andare ad un ritmo audace che in pochi attimi condusse entrambi all’esplosione dei sensi così intensa da farle girare la testa e togliere il fiato dalla bocca di Lorens. Temendo di essere sentiti, soffocarono i loro gemiti in un bacio profondo, e si abbracciarono stretti mentre il piacere li sommergeva come un’onda marina travolgendoli e squassandoli. Fu bellissimo, sia per Maire che per Lorens, e a fatica ritrovarono la pace dei sensi. “Dove hai imparato a fare l’amore in questo modo?”, le chiese Lorens, colpito dalla sua improvvisa audacia. “Non l’ho imparato… Volevo solo che durasse più a lungo.” “Ci sei riuscita… E’ stato bello, intenso, e diverso.” “Ti è piaciuto?” “Da morire… E a te?” “Sì, tantissimo… Mi piace sempre fare l’amore con te, anche quando tu mi prendi con irruenza.” Maire si stese supina e Lorens la guardò con amore, specchiandosi nei suoi occhi di smeraldo. “Ringrazio Dio di averti condotta a Branstock Borg. Se non ti avessi incontrata, ora non mi sentirei così completo.” “E Sander? Lui non ti faceva sentire così?” “Con Sander l’amore era diverso… A volte lui era freddo con me, come se per lui fossi solo uno svago sessuale… Io ci soffrivo.” “Forse non era l’uomo giusto per te.” “O forse avevo bisogno di una donna come te.” Maire giocherellò con i suoi riccioli. “Ciò che conta davvero è che adesso siamo insieme e ci amiamo. Tutto il resto è passato, svanito…” “Hai ragione. Niente è più importante di noi due. E il futuro che ci aspetta non è più tanto lontano. Presto saremo in Olanda e non dovremo più amarci in segreto.” “Uno di questi giorni dovrai raccontarmi com’è la tua terra d’origine, voglio sapere tutto dell’Olanda.” “Lo farò. Quando saremo sulla nave diretta a Bergen la traversata sarà così lunga che avrò tutto il tempo per raccontarti mille cose, e allora ti annoierai.” “Non credo proprio, Lorens… Niente di te mi annoia.” Ripresero a baciarsi, i corpi avvinghiati avvolti dal calore della passione, la notte dolce come il miele, testimone silenziosa del loro grande amore.

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Il mattino seguente, indossati nuovamente i loro sai da monaci, Maire e Lorens sgattaiolarono via dalla locanda prima del risveglio dei padroni e raggiunsero il porto dove i mercantili si apprestavano a partire per diversi luoghi e differenti rotte. Lorens dovette chiedere più volte se qualcuno era diretto a Bergen, in Norvegia, e la risposta fu sempre “no”. Allora si rivolse al capitano di un peschereggio che pareva in procinto di levare l’ancora per uscire in mare aperto a caccia di merluzzi e salmoni. Si chiamava Baldrek, aveva l’aspetto di un pirata, con i capelli lunghi e biondi e un fazzoletto annodato al collo. Non era diretto a Bergen, ma quando Lorens gli propose di pagarlo se li avesse condotti fino alle coste della Norvegia, lui parve valutare quell’idea allettato dal pagamento in monete d’oro. “Scommetto che non siete affatto due monaci. Dei fuggitivi in incognito piuttosto. Bè, non è che m’importi chi diavolo siete e da chi o cosa state fuggendo. Se davvero mi pagherete in oro, spingerò il mio peschereggio fino a Bergen, così voi approderete in Norvegia e io me ne tornerò indietro con un bel carico di salmoni. Vi sta bene?” Lorens acconsentì alla sua proposta e mostrò a Baldrek le monete d’oro contenute nel borsellino che teneva all’interno del saio. Questi, alla vista dell’oro sorrise e si sfregò le mani, quindi fece loro un cenno per invitarli a salire a bordo. “Se è Bergen che dovete raggiungere, allora vi ci porto. Non mi interessa sapere perché siete diretti là, non cerco guai, mi fa solo comodo il vostro oro. Ci siamo capiti?” Per Lorens andava bene. E fu così che lui e Maire si ritrovarono a bordo del peschereggio di Baldrek, una grande nave da pesca in alto mare dotata di sottocoperta, cuccette in lana di pecora pressata, e una piccola cambusa fornita di generi alimentari. Era perfetta per la tappa più lunga del loro viaggio in mare, e poco importava se Baldrek aveva intuito che non erano realmente due monaci. Era un uomo che viveva in mare, un solitario di poche parole, interessato solamente al loro oro. Non avrebbe detto a nessuno di aver dato un passaggio a due probabili fuggitivi, non era affare suo, non gli importava. Era l’alba quando il peschereggio prese il largo solcando le acque del mare di Norvegia. In piedi sulla prua dell’imbarcazione, Maire

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guardò le coste di Burravoe che lentamente si allontanavano divenendo piccolissime, e Lorens alle sue spalle le disse all’orecchio: “Saluta le Hjaltland, perché oggi le stiamo veramente lasciando per sempre.” Maire gli strinse una mano nella propria e iniziò a sentire il profumo vero della libertà.

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Quel giorno, mentre sedevano sul ponte di poppa del peschereggio godendosi il tepore del sole e l’aroma intenso della salsedine, sentirono Baldrek che si rivolgeva a loro e diceva a voce alta: “Non so da dove veniate e non siete tenuti a dirmelo, ma nel caso foste due abitanti delle Hjaltland, forse vorreste sapere che su al nord, nella zona di North Roe, il giovane Re venuto dal mare, il normanno, è appena diventato vedovo. La sua adorata Regina è stata brutalmente uccisa nei boschi di Ronas Hill, e con lei anche il primo cavaliere del Re ha fatto la stessa fine. Li hanno cercati per giorni, ma non hanno trovato i loro cadaveri. A quanto pare i briganti di Ronas Hill li hanno prima uccisi e poi gettati chissà dove, e ora il Re si ritrova solo, senza moglie e senza primo cavaliere. Poveraccio, che sfortuna nera! Comunque se l’è cercata. Poteva restare nella sua patria invece di invadere le terre dei celti e impadronirsene.” Lorens e Maire si guardarono negli occhi scambiandosi uno sguardo incredulo: il loro piano aveva funzionato, a North Roe tutti pensavano che la Regina e il primo cavaliere di Re Sander fossero starti uccisi dai briganti! Per non destare alcun sospetto, Lorens disse a voce alta: “Noi non siamo abitanti delle Hjaltland, siamo norvegesi di Bergen. Non conosciamo il Re di cui parlate.” Baldrek rivolse loro un’occhiata fugace. “Meglio così allora. Non dovrò sentirvi piagnucolare perché il povero Re normanno ha perduto per sempre la sua fresca sposa e il suo fidato cavaliere. Detesto i piagnistei.” Maire guardò di nuovo Lorens, e lui le sorrise sotto il cappuccio del saio. Ce l’avevano fatta. Sander li credeva entrambi morti. Non li avrebbe mai più cercati.

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Il viaggio in mare durò cinque giorni. Fortunatamente non incontrarono tempeste, e con il vento a favore e le vele spiegate e gonfie del peschereggio di Baldrek, la traversata del mare di Norvegia si rivelò tranquilla e senza intoppi. Baldrek era un tipo silenzioso, badava al timone e si occupava da solo di gettare in mare le reti da pesca che poi ritirava svuotando il pesce pescato all’interno della stiva. Non rivolse mai la parola a Lorens e Maire, eccetto per salutarli al mattino e alla sera, sembrava disinteressato alla loro storia, non era curioso di sapere il motivo per cui stavano andando a Bergen, e non fece mai domande personali. Erano solo due passeggeri che aveva caricato a bordo in cambio di un bel po’ di monete d’oro, chi fossero in realtà non lo incuriosiva minimamente. Per tutto il tempo, Lorens e Maire poterono affrontare il viaggio rimanendo sottocoperta a riposare sulle cuccette di lana di pecora, uscendo sul ponte di poppa di tanto in tanto per riscaldarsi al calore del sole e respirare l’aria fresca intrisa di iodio. La cambusa del peschereggio offrì loro pasti frugali a base di carne essiccata, formaggio stagionato, frutta secca, vino, e pesce crudo che ogni giorno Baldrek pescava e ripuliva offrendone loro una razione da dividersi. Per lavarsi utilizzarono l’acqua di mare, che pur essendo salata era comunque acqua fresca con cui mantenersi puliti fino all’arrivo a Bergen. E ogni notte, mentre Baldrek si scolava un’intera borraccia di vino per poi addormentarsi russando pesantemente, Lorens e Maire trovarono il tempo di amoreggiare indisturbati, limitandosi a sollevare le tonache dei loro sai quel tanto che bastava per permettere ai loro corpi di fondersi uno nell’altro incendiando i loro sensi. Baldrek non sospettava nemmeno che uno di loro due fosse una donna, poiché fin dal principio Lorens si era presentato come Fratello Silas e Maire come il novizio Edlan che non parlava mai perché aveva fatto voto di silenzio. Baldrek non aveva commentato, anzi, sembrava aver creduto a quella storia sul voto del silenzio del giovane Edlan, lasciando in pace entrambi e limitandosi a governare il suo peschereggio. Quali fossero i suoi reali pensieri non turbava affatto Lorens e tantomeno Maire, certi che al ritorno all’isola di Yell, Baldrek non avrebbe raccontato a nessuno di aver dato un passaggio a due monaci con tanto oro addosso da far

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dubitare della loro vera identità. Potevano fidarsi di quel marinaio di poche parole, e questo era un sollievo per entrambi. Come promesso, Lorens ebbe varie occasioni per raccontare a Maire come fosse l’Olanda, e lei lo ascoltò rapita immaginando nella sua mente tutto ciò che lui le descriveva. Terre pianeggianti e rigogliose lambite dal mare con spiagge di sabbia fine e dorata come il grano macinato, canali d’acqua che attraversano i villaggi e case dal tetto appuntito costruite sulle rive erbose dei fiumi, distese di campi dove crescevano coltivazioni di fiori dai colori sgargianti chiamati tulipani e alti mulini a vento che svettavano nel cuore delle campagne assolate. Le donne olandesi portavano una cuffietta di pizzo bianco sulla testa dalla forma conica e i lembi arrotolati ai lati del viso, raccoglievano i lunghi capelli biondi in due trecce adagiate sul petto, indossavano abiti neri o blu con il corpino ricamato di pizzo sopra il seno e la gonna a righe colorate o bianche, e ai piedi indossavano calzature in legno appuntite e dipinte di rosso chiamate zoccoli. Anche il vestito dei maschi era nero o blu, composto da una camicia infilata nella cinta dei pantaloni, al collo portavano un foulard colorato annodato sul davanti e sul capo un berretto dalla forma cilindrica, e anche loro calzavano gli zoccoli in legno sagomato. Ovviamente questo era l’abbigliamento dei popolani, perché i nobili, che fossero marchesi, conti, duchi o principi sfoggiavano abiti più eleganti dai tessuti pregiati, e in particolare le donne amavano sfoggiare gonne vaporose dai lunghi strascichi e corpini aderenti con ampie scollature impreziosite da perle e gemme. Maire rimase affascinata dai racconti di Lorens, e si augurò di poter indossare preso il tipico abito delle donne comuni olandesi, compresi gli zoccoli dal suono rumoroso. Tuttavia Lorens le disse che se Lord Joos Rostrom li avesse accolti al suo palazzo ducale, Maire avrebbe potuto riprendere a indossare abiti di foggia elegante degni di una dama, e lei pensò che qualunque abito, sia umile che pregiato, le avrebbe fatto piacere, perché ciò che più le importava era iniziare una nuova vita al fianco di Lorens senza pensare a dove avrebbero vissuto e a quali vestiti avrebbero indossato. Per lei, anche vivere all’interno di un mulino a vento sarebbe stato bello, pur di stare accanto a lui tutto il tempo. Giorni e notti scivolarono via veloci, e all’alba del sesto giorno di navigazione, Baldrek li svegliò di soprassalto esclamando dal ponte di prua “Terra in vista!”.

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Entrambi salirono sul ponte correndo, e nella luce accecante del sole nascente videro all’orizzonte le coste norvegesi e il porto della città di Bergen. “Siamo arrivati a destinazione, come volevate.” Maire sorrise felice sotto il cappuccio del saio guardando il porto che si faceva sempre più vicino, e intanto Lorens prendeva il borsellino contenente le monete d’oro dall’interno del suo saio e lo consegnava nelle mani di Baldrek mantenendo la sua promessa di pagamento all’arrivo in Norvegia. “Tenete, Baldrek, il vostro oro. Ve lo siete guadagnato.” Il marinaio rise allegramente afferrando il borsellino e facendo tintinnare le monete nel palmo della mano. “Grazie monaco, ne farò buon uso.” Poco dopo, il peschereggio attraccò al molo del porto di Bergen e Lorens saltò giù dall’imbarcazione per primo aiutando Maire a scendere dopo di lui. “Ovunque siate diretti, fate buon viaggio”, li salutò Baldrek dall’alto del ponte di prua. “Addio… E grazie ancora per la traversata”, rispose Lorens salutandolo a sua volta. Anche Maire sollevò una mano in segno di saluto, e subito dopo, avvinghiata al braccio di Lorens, lo seguì sul porticciolo affollato di pescatori norvegesi che parlavano una lingua a lei incomprensibile. “Non riesco a credere che siamo già arrivati, è stato un viaggio lungo eppure mi sembra di essere partita soltanto ieri… Che strana sensazione camminare di nuovo sulla terra ferma, mi ero abituata al rollio del mare!” “Sono felice di vedere che il tragitto non ti ha fiaccato, pensavo avresti faticato di più ad adattarti alle condizioni in cui abbiamo viaggiato, invece sei radiosa e piena di energia, sei una donna molto forte Maire.” “Lo sono sempre stata, sono cresciuta in una falegnameria, so spaccare la legna, lo sai?” “Tu sai fare molte cose, e questo mi piace.” “Forse ero sprecata fra le mura gelide di Branstock Borg, sono più adatta alla vita di campagna che al ruolo di sovrana che passeggia da un giardino all’altro rigirandosi i pollici, non credi?” “Eri perfetta nelle vesti di Regina, il guaio è che il Re non ero io, altrimenti sarebbe stato tutto diverso.” “Questo è sicuro, tu hai la stoffa per essere un Re, al contrario di Sander.”

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“Non ne abbiamo mai parlato durante il viaggio, ma credo che dovresti scrivere a tua madre Erinn. Vorrei avere la certezza che ciò che ha detto Baldrek alla nostra partenza sia accaduto davvero, e non sia solo una voce che circola di bocca in bocca da una taverna all’altra.” “Pensi che ci stiano ancora cercando?” “Non lo so, conosco Sander molto bene e ti assicuro che non è il tipo di persona che si arrende facilmente. Forse a corte ci credono morti per davvero, ma lui vorrà le prove, e in mancanza dei nostri cadaveri temo che continuerà a dubitare della nostra morte.” “Credi che potrebbe pensare che siamo fuggiti insieme?” “Potrebbe considerare quest’idea… Sapeva che avevo un debole per te, che cercavo di proteggerti e di metterti a tuo agio, forse l’ipotesi che io l’abbia tradito proprio con te non gli sfiorerà la mente, ma potrebbe pensare che ti ho aiutata a fuggire perché non volevo che lui ti rendesse infelice. Sander non è uno sciocco, la sua intelligenza non va sottovalutata.” “Allora cosa vuoi che faccia? Una lettera impiegherà molto tempo a giungere a Bardister, dovremo affidarla alle mani di qualche mercante, e non sarebbe sicuro…” “Sì, hai ragione, forse non è il caso di esporci così tanto, potrebbe essere pericoloso… Cercheremo un alloggio per questa notte, e proveremo a chiedere alla gente di qui se sanno qualcosa riguardo alla nostra sparizione. Sander è un Re conosciuto da queste parti, il regno di suo padre era in terra scandinava ma i norvegesi tenevano rapporti politici e commerciali con lui, quindi penso che la notizia della nostra scomparsa sia giunta fin qui.” “E a chi pensi di chiedere una simile informazione?” “Al primo norvegese ubriaco di birra che mi racconterà tutto al tavolo di un taverna senza poi ricordarsi di averlo fatto e di avermi parlato.” “Quindi ci penserai tu?” “Sì. Risolverò da solo la questione. Per ora evitiamo di contattare tua madre, è ancora troppo presto.” “Non correrai il rischio di passare per un monaco impiccione?” “Tranquilla, mi procurerò degli abiti comuni, e per una sera abbandonerò il saio per fingere di essere un lavorante di passaggio. Funzionerà.” “Non potremmo vestirci entrambi da persone comuni? Inizio a detestare questo ruvido saio.”

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“Vedrò di riuscire a procurarmi un cambio di vestiti anche per te, da maschio ovviamente. Sei troppo appariscente per passare inosservata vestita da donna.” Maire sospirò rassegnata. “Va bene, faremo come dici tu. Hai una certa esperienza come pianificatore di fughe e travestimenti.” “Quando t’istruiscono a diventare un buon cavaliere devi imparare ad agire come uno stratega, la spada da sola non serve a niente se non sai usare anche il cervello.” Maire gli strinse il braccio e insieme s’inoltrarono nella ridente cittadina di Bergen alla ricerca di un alloggio.

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Quella sera stessa, mentre Maire si concedeva un vero bagno con acqua e sapone nella tinozza di una locanda gestita da un’affabile commerciante di birra della città, Lorens uscì da solo vestito in camicia e pantaloni come un qualunque abitante del luogo, e dato che sapeva parlare benissimo il norvegese oltre allo scandinavo, al danese, e all’olandese, per non parlare del celtico e dello scozzese, non gli fu difficile intrufolarsi nella prima taverna gremita da pescatori già alticci e unirsi a loro ascoltando le loro chiacchiere sugli argomenti più disparati. “Mi chiamo Morten, sono appena giunto in città”, si presentò ad un certo punto della serata. “Sono stato via per un po’, a lavorare come mozzo su un peschereggio a Narvik, è vero quello che si dice in giro sull’erede al trono di Re Eirik Branstock?” Gli rispose un uomo calvo con due folti baffi e la barba caprina entrambi biondo rossicci. “Ormai sono giorni che la notizia circola per tutta la Norvegia, e ti garantisco che è vera. Il figlio di Re Eirik, Sander Branstock, ha sposato una plebea delle Hjaltland e mentre lui se ne stava in Scozia a far giostrare il suo campione a un torneo, la moglie è uscita a cavallo scortata dal suo primo cavaliere e tutti e due sono stati aggrediti da una banda di briganti, probabilmente dei ribelli celti che ce l’avevano con il Re normanno approdato sulle loro terre per

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espandere il suo dominio. Sono morti entrambi. E le guardie reali non sono riuscite a trovare i corpi. Di certo i briganti li avranno affogati in mare dopo averli depredati dei loro averi, ritrovarli sarà impossibile.” “Quindi è vero, non è solo una voce inventata da qualche ubriacone.” “Oh no, è successo veramente. Gran brutta storia.” “E il Re come ha reagito?” “E’ rientrato dalla Scozia pochi giorni dopo l’accaduto e ora piange la sua Regina come un disperato. Qualcuno dice che fosse molto legato al suo primo cavaliere e che in realtà pianga più per lui che per la sua sposa. Ad ogni modo il suo castello ha esposto i vessilli neri del lutto e ora chissà cosa farà senza una moglie e privo di eredi.” “Accidenti, che sfortuna…” “Già… Comunque è giovane e bello. Si troverà presto una nuova moglie, in modo da avere un erede al trono. E’ l’ultimo maschio del casato dei Branstock, gli serve un figlio se vuole dare un seguito alla sua stirpe. Come si usa dire, morta una Regina se ne fa presto un’altra. Così va la vita, anche per i sovrani come lui.” Lorens rimase in compagnia di quegli uomini per qualche ora, dopodiché tornò alla locanda e salì in camera da Maire. La trovò lavata e profumata, stesa sul letto in attesa del suo arrivo. Quando lo vide entrare, si girò verso di lui coperta solo da un leggero lenzuolo. “Allora? Hai scoperto qualcosa?” Lorens si tolse le scarpe e si sedette accanto a lei. “Siamo entrambi ufficialmente morti. E’ una notizia certa.” “Veramente?” Lorens annuì. “Ne parla tutta la Norvegia. Sander è rientrato dalla Scozia e ha fatto esporre i vessilli neri su Branstock Borg in segno di lutto. E’ distrutto. Piange la nostra morte. Forse più la mia che la tua.” Maire apprese la notizia con un certo sollievo. “Significa che si è rassegnato alla nostra morte?” “Proprio così. Ha accettato la cosa.” “Vuol dire che siamo liberi? Completamente liberi?” Lorens le accarezzò una guancia con il dorso della mano. “Sì… Non ci cercherà. E’ convinto che siamo morti.” Maire guardò Lorens negli occhi e vide che era turbato. “Non sei felice?” “Certo che lo sono. Volevamo essere liberi e ora lo siamo. Come potrei non essere contento?” “Eppure sembri triste… E’ per Sander?”

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Lorens avrebbe voluto mentire, ma Maire era in grado di leggere nel suo sguardo e capire al volo cosa provava. “Mi dispiace che stia soffrendo per causa mia, solo questo.” “Piange per te, perché a suo modo ti amava. Dopo dodici anni trascorsi al tuo fianco è comprensibile che stia soffrendo, non sarà l’uomo più leale di questo mondo ma ha comunque un cuore di carne e sangue come il nostro.” “Se solo avessimo potuto risolvere la cosa senza fuggire e inscenare la nostra morte gli avrei risparmiato il dolore che prova adesso. Non lo odio fino a questo punto, e non sono una persona crudele.” “Non avevamo altra scelta, Lorens. Forse Sander avrebbe potuto risparmiare te perché ti amava. Ma di certo non avrebbe avuto pietà per me, una sconosciuta per cui non provava nulla, una donna che si è infilata nel letto del suo amante portandoglielo via, mi avrebbe uccisa di sicuro.” “Lo so bene… E’ per questo che ti ho portata via con me. Non avrei potuto sopportare di essere risparmiato mentre tu venivi uccisa per il tradimento che gli abbiamo inflitto insieme. Io amo te adesso. E ti voglio viva. Qui, fra le mie braccia. Come in questo momento.” Maire affondò le mani tra i suoi ricci e lo attiro verso di sé. “Vieni qui, amore mio. Fatti abbracciare.” Lorens si distese sul letto, e lei lo avvolse nel suo abbraccio che profumava di sapone, baciandolo sulle labbra dolci di sidro alla mela. Lorens si perse nel calore della sua bocca e la tristezza che sentiva nell’anima pensando a Sander affranto dalla sua perdita si dissolse immediatamente, sostituita dalla gioia di essere amato da una donna come Maire, tanto bella quanto saggia, focosa e materna al contempo, comprensiva e tollerante verso le sue debolezze. Amava Maire con tutto se stesso, e sebbene una parte di sé non fosse in grado di spezzare del tutto il filo sottile che ancora lo teneva legato a Sander, sapeva che Maire era tutto ciò che desiderava e non avrebbe permesso a niente e a nessuno di impedirgli di vivere nutrendosi del suo amore. Maire era il suo presente, il suo domani, la sua eternità.

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Intanto, a Branstock Borg… Chiuso nel suo studio privato, Sander Branstock non riusciva a dormire. Il pensiero di Lorens lo tormentava. Non riusciva a credere che la sua vita fosse stata spezzata in modo tanto brutale e improvviso. Non sopportava l’idea di dover vivere senza la sua presenza al fianco, privato della vista dei suoi occhi celestiali, dei suoi capelli dorati, del suo sorriso malizioso e solare, del calore del suo corpo, della morbidezza delle sue labbra, del profumo della sua pelle. Non poteva accettare di averlo perduto per sempre, proprio mentre era lontano migliaia di miglia da lui, e soprattutto dopo che si erano lasciati con un litigio e amare parole pronunciate con rabbia e frustrazione. Non aveva avuto il tempo di chiedergli perdono, di implorarlo di non smettere di amarlo, la morte si era beffata di lui togliendogli la persona più cara che aveva al mondo, perché Lorens era da sempre il suo mondo, e tutto ruotava attorno a lui. E adesso, non aveva nemmeno il suo corpo da abbracciare un’ultima volta e a cui dare una degna sepoltura, non gli era rimasto nulla di lui, solo i ricordi del loro amore difficile e burrascoso a cui aggrapparsi per non affondare. Lorens non c’era più. Il suo angelo aveva smesso di esistere. Come avrebbe fatto a continuare a vivere senza di lui? Disperato, si strappò via dal capo la corona d’oro tempestata di rubini e la scagliò contro la parete con rabbia e dolore, poi batté con violenza un pugno sul legno dello scrittoio e mentre le lacrime gli rigavano il volto e il suo corpo veniva scosso dai singhiozzi, si portò al viso la tunica preferita di Lorens, quella azzurra, che ancora sapeva di lui e ne respirò il profumo abbandonandosi al pianto. “Lorens… Perché proprio tu?... Perché?... Lorens…” Pianse per tutta la notte, incapace di darsi pace.

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16 Il soggiorno di Maire e Lorens nella città norvegese di Bergen si protrasse per alcuni giorni. Avevano ancora sufficiente denaro per pagare l’affitto della locanda e i viaggi in mare successivi, inoltre la certezza che Sander si fosse rassegnato alla loro finta morte e non li stesse facendo cercare dalle sue guardie reali era per entrambi motivo di sollievo e serenità. Non si sentivano più braccati, e potevano uscire allo scoperto badando solo a non mettersi troppo in mostra. Lorens aveva accompagnato Maire al mercato cittadino, dove avevano acquistato degli abiti popolari da sostituire ai sai da monaci usati per fuggire. Fingendosi Morten Sorensen e Inga Olsen, due fidanzati provenienti dalla città di Narvik, avevano passato un’intera giornata a passeggiare lungo le vie di Bergen confondendosi con gli abitanti locali grazie ai nuovi abiti tipicamente norvegesi. Lorens indossava un cappello nero a tesa larga, una giacca rossa con il colletto alto sopra a una camicia bianca e un gilet bordeaux, pantaloni neri che arrivavano appena sotto il ginocchio, calze bianche a coprire i polpacci e scarpe nere in cuoio. Accanto a lui, Maire camminava esibendo un vestito lungo verde topazio con la gonna ricamata a fiori sull’orlo, la pettorina anch’essa ricamata con scollo quadrato e senza maniche, e una camicia bianca dalle maniche morbide e ampie con il colletto alto abbottonato sulla gola. Anche le sue scarpe erano nere come quelle di Lorens, e sul capo portava una cuffietta verde che le copriva i capelli rossi divisi in due trecce. Gli abiti norvegesi non erano molto differenti da quelli olandesi, e Maire fu lieta di potersi nuovamente vestire in modo femminile. Aveva acquistato anche un abito di ricambio di colore blu che le sarebbe servito nei giorni a venire. Lorens aveva rivalutato il loro iniziale tragitto per raggiungere l’Olanda eliminando le tappe di Skagen, in Danimarca, e quelle di Norden ed Emden in Sassonia. Per semplificare il viaggio e raggiungere prima l’Olanda, aveva preso accordi con un mercante di stoffe chiamato Jonnes Pedersen che due volte a settimana faceva la spola tra Bergen e Harlingen, in Olanda, per scambiare le sue stoffe con i ricchi mercanti olandesi. Jonnes disponeva di una piccola nave mercantile, e Lorens gli aveva chiesto il favore di potersi imbarcare con la fidanzata Inga per recarsi in Olanda alla ricerca di un lavoro

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come fattore. Inizialmente Jonnes aveva storto il naso, ma al terzo tentativo aveva ceduto acconsentendo ad accompagnarli fino ad Harlingen. La città portuale di Harlingen distava poche miglia dalla meta conclusiva del loro viaggio, Groningen, che avrebbero potuto raggiungere a cavallo o a bordo di un carretto. Fu così che dopo tre giorni trascorsi presso la locanda Wallinberg di Bergen a rifocillarsi, riposarsi, e fare l’amore, un Sabato mattina Lorens e Maire nei panni di Morten Sorensen e Inga Olsen salirono a bordo dell’imbarcazione di Jonnes Pedersen per una traversata della durata di due giorni. La loro partenza fu all’insegna del mare mosso e della pioggia, che li costrinse a rimanere sottocoperta per tutti e due i giorni di viaggio masticando radice di zenzero per non soffrire di mal di mare e ammazzando il tempo giocando a carte. Era il mezzogiorno di un Lunedì uggioso quando la nave attraccò al porto di Harlingen. Scesi a terra, Lorens e Maire ringraziarono Jonnes per la cortesia dimostrata e cercarono subito un passaggio, ansiosi di giungere a Groningen il prima possibile. C’era una donna nei pressi del porto vestita con il classico abito nero olandese dalla gonna a strisce colorate e la cuffietta bianca di pizzo a punta posta sul capo che stava per tornare alla propria fattoria dopo aver caricato sul suo carro sacchi di iuta contenenti patate arrivate da Amsterdam pochi attimi prima. Lorens non perse tempo e la raggiunse subito trascinando Maire con sé. “Signora! Mi perdoni, posso chiederle dove è diretta?” La donna li squadrò da capo a piedi, riconoscendoli dagli abiti come due norvegesi, e chiese loro: “Voi dove dovete andare?” “A Groningen. Al monastero dei benedettini.” “So dove si trova, peccato che la mia fattoria sia nella direzione opposta alla vostra.” “Non importa signora, cercheremo un altro passaggio.” “No, aspettate. Se proprio avete urgenza di arrivare a Groningen, posso portarvici… Andate a sposarvi dai monaci?” Lorens, che non aveva considerato questa possibilità, colse la palla al balzo e si affrettò a rispondere: “Sì, io e la mia fidanzata vorremmo sposarci.” “Perché proprio qui? In Norvegia non vi hanno voluto sposare?” “Certo che no, abbiamo preferito farlo qui per festeggiare con le nostre famiglie. Siamo olandesi emigrati in Norvegia, ma i nostri parenti risiedono a Groningen.”

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“Ah, bene, ora è tutto chiaro... D’accordo, salite sul retro del carro, vi porterò al monastero così potrete sposarvi.” “Vi siamo molto grati, signora.” Ringraziando la buona stella che li accompagnava fin dall’inizio dell’intero viaggio, Lorens e Maire si sedettero sul carro trovando spazio tra i sacchi di patate, e la donna tirò a sé le redini del cavallo che fungeva da traino dando inizio all’ultima tappa del tragitto verso Groningen. Maire stringeva forte la mano di Lorens nella sua, e lui la fissava sorridendo mentre lei si guardava attorno incuriosita e finalmente vedeva con i propri occhi il paesaggio olandese di cui si era fatta una vaga idea grazie ai racconti di Lorens. Attraversarono vasti campi d’erba dove le coltivazioni dei tulipani si perdevano a vista d’occhio dipingendo la terra di ampie fasce gialle, rosse, viola, rosa, arancioni, bianche e blu. Era un tripudio di colori, uno spettacolo da lasciare meravigliato chiunque. E poi vide i mulini, alte costruzioni in legno tinteggiate di bianco con le pale verdi o marroni che ruotavano nell’aria sospinte dal vento, e i canali d’acqua con le spolette erbose dove si affacciavano allegre casette dal tetto appuntito, e piccoli laghetti sparsi nel verde della campagna dove sostavano cigni bianchi dal becco arancione. La giornata si stava schiarendo, il cielo era tornato azzurro e il sole faceva capolino dietro gli ultimi strascichi delle nubi portatrici di pioggia. Era estate inoltrata ma la temperatura era piacevolmente fresca, e l’aria profumava di fiori e di terra umida, di grano maturo e di fieno tagliato da poco. Maire non aveva pensieri, si sentiva felice e libera, e Lorens accanto a lei aveva l’espressione serena di colui che dopo tanti anni rivedeva la propria terra d’origine sentendosi nuovamente “a casa propria”. Non parlarono durante il tragitto verso Groningen, troppo presi ciascuno dai propri pensieri, e in un paio d’ore giunsero al monastero dei monaci benedettini. La costruzione in pietra bassa e lunga protetta da un boschetto di betulle ospitava una grande comunità di monaci ed era sempre aperta all’accoglienza dei fedeli bisognosi di vitto e alloggio. “Siamo arrivati, ecco qui il monastero”, disse loro la donna, fermando il carretto. “Correte a sposarvi, cosa aspettate?” La ringraziarono e la salutarono, quindi Lorens tirò la cordicella che pendeva da un lato del portone d’ingresso del monastero facendo tintinnare una campanella d’ottone. Attesero pazienti per alcuni minuti, finché un giovane monaco venne ad aprire accogliendoli con un sorriso. “Salve fratelli. Che la pace di Dio sia con voi.”

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Maire si fece il segno della croce, e Lorens prese parola: “Scusateci per il disturbo. Siamo qui per chiedere ospitalità, se possibile. Avremmo bisogno di vitto e alloggio per alcuni giorni, il tempo necessario per riprenderci da un lungo viaggio e rimetterci in cammino al più presto. Possiamo pagarvi la permanenza, abbiamo dell’oro con noi.” Il monaco dalla folta barba bruna e i capelli corti spalancò il portone e li invitò ad entrare con un gesto del braccio. “Entrate, siete i benvenuti. Il nostro monastero offre ospitalità a chiunque la chieda, non sarà necessario che paghiate per la vostra permanenza.” Senza dire altro, il monaco li accompagnò all’interno dell’ampio cortile entro le alte mura del monastero, conducendoli nell’area riservata agli alloggi dei profughi e dei bisognosi di cure. Il silenzio regnava sovrano, si udiva solo il cinguettare degli uccelli tra i rami delle betulle. La stanza che il monaco destinò a loro due si affacciava sul piccolo cortile interno della costruzione dove i monaci passeggiavano e pregavano in solitudine. “Questo sarà il vostro alloggio per tutto il tempo di cui avrete bisogno. Il pranzo e la cena saranno scanditi dai rintocchi della campana del campanile della chiesa, dodici rintocchi per il pranzo e otto rintocchi per la cena. Se necessario, potrete chiedere anche la colazione, non viene annunciata ma si svolge alle sette del mattino nella sala comune al pianterreno. Per qualsiasi necessità chiedete di Fratello Samuel, è lui che si occupa dei rifugiati.” “Vi prego di accettare una piccola offerta per il monastero”, disse Lorens porgendogli una decina di monete d’oro. “La vostra offerta sarà portata sull’altare di Dio e servirà a sfamare le bocche dei bisognosi che alloggiano qui”, commentò il giovane monaco accettando l’offerta. “Buona permanenza”, aggiunse, prima di dileguarsi lasciandoli soli. Maire si addentrò nella piccola stanza dalle pareti nude dov’era appeso solo un crocifisso ligneo sopra i due letti singoli separati da uno scranno con un candelabro a due braccia con due candele nuove. Una sola finestra illuminava la stanza, affacciata sul cortile interno, e un basso cassettone in frassino costituiva il mobilio e fungeva da contenitore per vestiti e oggetti personali. “E’ carina, molto spartana ma perfetta per noi.” Lorens le cinse la vita da dietro e le baciò una guancia. “Benvenuta in Olanda, amore mio.”

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Maire si tolse la cuffietta rossa dell’abito di ricambio che aveva indossato quel giorno e gettò le braccia al collo di Lorens per baciarlo sulla bocca con amore. “Sono felice di essere finalmente arrivata in questa terra dai colori meravigliosi, e sono felice di essere qui con te.” “Anch’io sono felice. La nostra fuga è terminata. Siamo a casa adesso. Qui troveremo la pace che cerchiamo.” “Dimmi, che progetti hai per il nostro futuro?” “Tu cosa vorresti?” Maire ci pensò su per un attimo. “Vorrei abitare in una piccola casa con un giardino ricoperto di tulipani, immersa nella campagna, avere un piccolo orto dove coltivare frutta e verdura, e magari un cortile con oche e galline per avere sempre uova fresche da raccogliere.” “Tutto qua? Non desideri altro?” “Bè… Un corredo di vestiti nuovi in stile olandese mi farebbe comodo. E poi dovresti insegnarmi a parlare questa lingua, non voglio esprimermi solo in celtico.” “E poi? Non vuoi altro?” “No. Mi basti tu. Sei la cosa più importante. Tutto il resto viene dopo.” “Sei facile da accontentare. Ti darò ciò che desideri, e molto altro di più se potrò.” La strinse a sé con tenerezza e la baciò sulle labbra con trasporto, trasmettendole tutto il suo calore. Più tardi, dopo che ebbero cenato nella sala comune al pianterreno, si ritirarono nella loro stanza e fecero il bagno insieme in una piccola tinozza tanto stretta da farli stare appiccicati, poi Maire si stese a letto per riposarsi mentre Lorens scriveva una lettera a Lord Joos Rostrom nella quale gli disse di essere tornato in Olanda con la propria amata e di essere alla ricerca di un appezzamento di terra dove costruire una casa per entrambi. Gli chiese aiuto sapendo che l’anziano Lord Joos serbava un buon ricordo di lui e degli anni in cui lo aveva servito come cavaliere presso la sua nobile casa, e lo pregò di rispondergli quanto prima. La mattina seguente, Lorens affidò la lettera a Fratello Marcus, che svolgeva il ruolo di postino all’interno del monastero, e si recò in paese in sella ad un cavallo preso in prestito dalla stalla del monastero per acquistare dei vestiti nuovi per sé e per Maire. Al suo ritorno, lei lo accolse raggiante, e la vide ridere gioiosamente quando scartò il pacco in cui erano avvolti i suoi nuovi vestiti in stile

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olandese, due blu con le gonne bianche a strisce azzurre, e due neri con le gonne cremisi a strisce gialle, e non aveva scordato le cuffiette bianche in pizzo dalla forma appuntita e gli zoccoli, un paio laccati di rosso e l’altro paio dipinti di giallo. Si cambiò subito d’abito, indossandone uno blu con gli zoccoli rossi e la cuffietta sul capo, e i capelli divisi in due trecce che le ricadevano sul petto. Lorens le disse che era bellissima, una meravigliosa olandesina, e per farle piacere si vestì anche lui con il tradizione vestito da uomo olandese composto da camicia nera infilata nei pantaloni anch’essi neri, zoccoli rossi ai piedi e foulard bianco annodato al collo. Anche così vestito manteneva il suo aspetto regale e principesco, e ogni volta che lo guardava Maire si sentiva stringere il cuore nel petto dall’emozione che provava di fronte alla sua bellezza, specchiandosi nei suoi occhi di cristallo, contemplando i tratti delicati ed eleganti del suo bel viso incorniciato dai folti boccoli dorati. Era una donna innamorata, e lui era l’uomo che voleva al suo fianco per il resto della vita. Lorens le aveva preso anche un altro abito, in pregiato lino scarlatto, degno di una vera lady, con la gonna a balze e il corpino scollato sul seno che avrebbe potuto indossare nelle occasioni speciali, in vista di futuri incontri con la nobiltà locale. Aveva preso anche un completo per sé, una tunica elegante in lino dorato da indossare sopra una camicia bianca e pantaloni scuri abbinati a stivaletti di cuoio. Non gli restavano più monete d’oro da spendere, ma fortunatamente non ne avrebbe avuto bisogno. Infatti, la risposta di Lord Joos Rostrom giunse al monastero il giorno dopo, in serata, e Lorens ruppe il sigillo della lettera con evidente impazienza. Scritto sul foglio di pergamena, il messaggio diceva: “Carissimo Sir Lorens, venite a trovarmi al mio palazzo, sarò lieto di offrirvi il mio sostegno. Lord Rostrom.” Sebbene Lorens si aspettasse una risposta meno secca e più calorosa, fu felice di essere stato invitato al palazzo di Lord Joos Rostrom, e lo comunicò a Maire dicendole che l’indomani si sarebbe recato dal fidato amico di vecchia data per discutere la possibilità di ottenere un terreno nelle vicinanze in modo da lasciare il monastero e trasferirsi in una casa tutta per loro. Maire non chiese di accompagnarlo, preferiva restare al monastero e aspettare che lui tornasse con buone notizie. Non essendo ancora in grado di capire e di parlare l’olandese, non le sembrava opportuno seguirlo in quell’importante incontro con Lord Joos Rostrom. Lorens comprese perfettamente le sue ragioni, e non ebbe nulla da obbiettare. Sarebbe andato da Lord Joos Rostrom da solo.

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17 L’ultima volta che Lorens aveva visto il signorile palazzo di Lord Joos Rostrom era stato il giorno in cui aveva smesso di servirlo come cavaliere per accettare l’offerta di Sander di trasferirsi al castello di Re Eirik Branstock offrendo a lui e a Sander stesso i suoi servigi come membro della guardia reale. All’epoca aveva solo quindici anni, ma sapeva già maneggiare la spada con sorprendente abilità e aveva giostrato a due importanti tornei uscendone vincitore senza graffi né ammaccature. Il palazzo di Lord Joos era rimasto tale e quale, con il grande cortile d’ingresso costeggiato da alti pioppi neri e l’immenso giardino che precedeva l’accesso ai saloni interni del palazzo in pietra. Mentre avanzava lungo il vialetto sul dorso del cavallo dei monaci nel suo elegante completo di lino dorato, camicia immacolata, pantaloni e stivaletti scuri, Lorens immaginò di vedere comparire da un momento all’altro il volto mansueto e amichevole di Lord Joos sulla scalinata d’accesso della sua dimora. Invece, con sua grande sorpresa, fu accolto da un altro volto che ben conosceva, quello del figlio trentenne di Lord Joos, il suo unico erede maschio, Lord Julian Rostrom, altero e sofisticato come Lorens lo ricordava. Scese da cavallo, subito recuperato da uno stalliere e mosse qualche passo verso Julian. Non erano mai stati amici, Julian aveva sempre visto in Lorens un rivale, e non aveva mai digerito il fatto che suo padre fosse più legato affettivamente a Lorens che non al suo legittimo erede. La sua gelosia aveva impedito che si venisse a creare una sana amicizia tra di loro, e ora che lo rivedeva dopo tanti anni, Lorens si chiese se Julian fosse cambiato con il passare del tempo o se ancora gli portasse del rancore. “Lorens Ingmar… Che piacere rivederti”, disse Julian, salutandolo per primo. “E’ un piacere anche per me, Julian”, lo salutò Lorens a sua volta, salendo i gradini della scalinata. Si scambiarono una stretta di mano, e Lorens vide nello sguardo nocciola del figlio di Joos la stessa freddezza che l’aveva contraddistinto fin da giovane. “La tua lettera mi ha davvero sorpreso, mio caro Lorens. Recentemente mi sono giunte voci certe della tua morte per mano di briganti celtici, eppure a quanto vedo quelle voci non erano affatto vere, sei più vivo che mai.”

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“C’è una spiegazione per ciò che hai sentito raccontare.” “Immagino proprio di sì… Entriamo, sono curioso di sapere come mai sei vivo e vegeto quando tutti ti credono morto.” Lorens seguì Julian all’interno del palazzo e ripresero a conversare mentre camminavano sotto il porticato che correva intorno al giardino interno. “Allora, cos’è questa storia della tua morte?” “Sarò onesto con te, in memoria della nostra giovanile amicizia… Ho volutamente inscenato la mia morte per lasciare le isole Hjaltland.” Julian si mostrò alquanto sorpreso. “Non mi dire! Sander Branstock è un sovrano così insopportabile da meritarsi questo sfacciato tradimento?” C’era dell’ironia nel tono della sua voce, ma Lorens non vi fece caso, sapeva che Julian era fatto così. “In realtà c’è un motivo più serio che mi ha spinto a fuggire dal suo castello.” “Eri il suo primo cavaliere, cos’hai combinato?” “Mi sono innamorato di sua moglie.” Julian si voltò a guardarlo negli occhi. “Sei stato a letto con la Regina?!” “Sì, l’ho fatto. Mentre lui si trovava in Scozia.” “Lorens, mi lasci senza parole… Proprio tu, il cavaliere più moralmente integro che abbia mai conosciuto… Cosa ti è passato per la mente?” “Non avevo intenzione di tradire Sander alle spalle, non è un evento che avevo pianificato… E’ successo, tutto qui.” “Fammi capire… Se non erro, perché conosco Sander molto bene e conosco bene anche te, quando hai lasciato questo palazzo per seguirlo alla sua corte c’era qualcosa tra voi due, e non parlo di una semplice amicizia ma di qualcos’altro…” Lorens non ebbe timore di ammettere la verità: Julian era da sempre al corrente delle preferenze sessuali di Sander, egli stesso era stato il suo amante per un breve periodo. “Non ti sbagli, siamo stati amanti per dodici anni.” Julian rifletté in silenzio sulle sue parole. “Sei stato il suo amante per dodici anni… Dunque una vera e propria relazione amorosa, non una semplice infatuazione passeggera… E poi? Cos’ha spezzato il vostro idillio? La presenza della Regina?” “Ho semplicemente smesso di amarlo.” “Di colpo? Dopo dodici anni?... Come mai?”

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“Mi conosci Julian. Io non sono mai stato come Sander, ho amato anche delle donne in passato. Quando la sua sposa è giunta a corte, ho perso la testa per lei. Me ne sono innamorato. E ho desiderato che fosse mia.” “Capisco… D’un tratto hai posato gli occhi su una femmina e i tuoi sensi si sono risvegliati… Può succedere, soprattutto a chi non sa scegliere fra maschi e femmine e li desidera entrambi, come nel tuo caso. Però lascia che te lo dica, è stata una pessima mossa scegliere proprio la Regina come obbiettivo del tuo nuovo ardore.” “Lo so, ho tradito Sander nel peggiore dei modi, ma non è stato solo un capriccio, l’ho fatto per amore.” “Sarebbe stato più saggio soddisfare il tuo piacere e poi ritornare sui tuoi passi, non credi? Ti sei macchiato di alto tradimento, un errore punibile con la morte.” “E’ per questo che sono fuggito. Non volevo rinunciare a lei, e non potevamo correre il rischio di essere scoperti. Tengo molto alla mia vita, e in particolare alla mia testa.” “Credi davvero che Sander ti avrebbe decapitato per averlo tradito con la sua donna?... Come sei ingenuo, Lorens! Sander ha sempre avuto un’adorazione senza eguali per te, sono stato anch’io il suo amante, eppure quando ti ha incontrato non ha più desiderato nessun’altro uomo eccetto te. Se anche avesse scoperto il tuo tradimento, ti avrebbe perdonato, ne sono certo. Non ti avrebbe mai fatto uccidere, ti amava troppo per privarsi di te. Sei sempre stato il suo unico amore.” “Probabilmente hai ragione su di me. Ma Sander si sarebbe vendicato togliendo la vita a sua moglie, e io non potevo permettere che la sfiorasse neppure con uno schiaffo.” “E quindi hai sacrificato tutto ciò che avevi e che eri solamente per salvare lei? Una comune popolana senza una gocce di sangue reale nelle vene? Dev’essere bellissima.” “L’ho salvata perché la amo. E perché non meritava di vivere un’esistenza infelice accanto ad un uomo che non l’ha mai sfiorata dopo averla sposata.” “Quindi, se ho ben capito, ti sei innamorato di lei, te la sei presa come, quando e quanto ti pareva, hai capito di aver commesso un terribile errore, non hai voluto rinunciare al nuovo oggetto del tuo amore, e ti sei dato alla fuga con lei mettendo in piedi una finta morte. E’ andata così?” “Detto da te sembra piuttosto squallido, quando in realtà non lo è affatto, ma la risposta è sì. Ho inscenato la nostra morte per scappare

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insieme e rifarci una vita lontano da Sander. La Regina non è “un oggetto” d’amore come tu l’hai definita, è una donna meravigliosa e io l’amo veramente.” “In ogni caso, ti meriti i miei complimenti Lorens, è stato molto ingegnoso da parte tua inscenare una finta morte, un piano perfettamente riuscito visto che tutti vi credono morti per davvero.” Julian si fermò accanto alla fontana di pietra del giardino e incrociò le braccia sul petto guardando Lorens dritto negli occhi con il suo gelido sguardo. “Nella tua lettera hai chiaramente chiesto l’aiuto di mio padre per avere un lotto di terra, ma purtroppo Joos Rostrom è passato a miglior vita tre anni fa. Non l’hai saputo?” Lorens accolse la notizia con evidente dispiacere. “Joos è morto?... Com’è successo?” “Un attacco di cuore. Se n’è andato nel sonno, senza nemmeno accorgersene.” “Mi dispiace molto Julian, io non lo sapevo… Joos è stato una figura importante per me, mi addolora sapere che non c’è più.” “Sei gentile, anche se sai benissimo che mio padre non mi ha mai amato. Essendo il suo unico figlio maschio ho ereditato per legge il suo titolo nobiliare e tutti i suoi beni, compresi i possedimenti terrieri. Tuttavia, nel suo testamento ha voluto lasciare qualcosa anche a te, a dimostrazione dell’affetto profondo che nutriva nei tuoi confronti.” Lorens non se l’aspettava. “Joos mi ha incluso nel suo testamento?” “Non essere così sorpreso, sapevi che mio padre ti adorava, è naturale che abbia voluto includerti nel testamento. Quand’è morto ho inviato a Sander una missiva per comunicargli che ti aveva lasciato in eredità dei terreni, ma dalla tua espressione deduco che Sander ti abbia tenuto all’oscuro di tutto.” “Purtroppo sì… Sander era geloso di me, esageratamente possessivo, e mi nascondeva molte cose. Non mi ha mai detto di aver ricevuto la tua missiva.” “Capisco. Ad ogni modo le terre che Joos ti ha lasciato sono ancora tue, adesso che sei tornato in Olanda puoi prenderne possesso e farne ciò che vuoi.” “Esattamente, quali terre mi ha lasciato?” “La sua riserva di caccia a sud della città.” “Stai scherzando?... Ha lasciato a me il palazzo ai margini del bosco di Ross?”

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“Esattamente. Il palazzo e il lotto di terreno circostante. Diceva sempre che ti piaceva cacciare con i falchi e che se lui fosse morto quel pezzo di terra sarebbe stato tuo. Ebbene, ora puoi prenderlo, a me non interessa, non vado a caccia, conduco una vita piuttosto tranquilla.” “Hai una moglie, dei figli?” “Spiacente, non sono come te. Vivo qui da solo, circondato dai miei servitori, non amo la compagnia femminile e non desidero avere eredi.” “Non sei cambiato per nulla, allora.” “Se ti riferisci a chi mi scalda il letto, non nego che spesso m’intrattengo piacevolmente con uno dei miei paggi… Ho sempre preferito i maschi alle femmine, lo sai bene. Forse è per questo che mi sento più simile a Sander, tu sei sempre stato ambiguo, incapace di scegliere da che parte stare.” “Ero solo un ragazzo, e mi godevo la vita.” Julian sollevò un sopracciglio e sorrise beffardamente. “E adesso invece cosa fai? Corri dietro alle sottane della sposa adultera di Sander sognando di mettere al mondo tanti piccoli marmocchi urlanti?” Lorens non si lasciò infastidire dalla provocazione di Julian, non era il caso di intavolare discorsi ragionevoli con lui. “Quello che faccio nel mio privato non è affar tuo, non sono venuto qui per parlare di me, ma solo per incontrare tuo padre. Sfortunatamente Joos non c’è più, quindi prendo atto di ciò che mi hai detto e con il tuo permesso tolgo subito il disturbo.” “Perdonami Lorens, non volevo essere sgarbato.” Lorens sapeva che non era sincero, c’era in lui la stessa invidia e gelosia di quando era ragazzo, il tempo non l’aveva cambiato, anzi, l’aveva reso ancora più sgradevole. “Ti ringrazio Julian di avermi invitato qui per mettermi al corrente dell’eredità che tuo padre mi ha lasciato, sarò onorato di abitare presso la sua riserva di caccia, e ovviamente tu sarai sempre il benvenuto.” “Dubito che ci rivedremo, tra di noi non c’è mai stato un rapporto amichevole, non vedo perché dovremmo iniziare a rispettarci proprio adesso.” “Come preferisci Julian. Io non ti ho mai negato la mia amicizia, sei tu che l’hai sempre rifiutata.”

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Lorens tese verso di lui la mano in gesto di saluto e Julian fece altrettanto, ma la stretta che si scambiarono non aveva nulla di cordiale. “Ti accompagno all’uscita, Ingmar?” “Non serve, conosco la strada.” Si scambiarono un’occhiata fredda e astiosa, e senza aggiungere altro Lorens abbandonò il giardino e chiamò lo stalliere affinché gli riportasse il cavallo. Se ne andò con sollievo dal palazzo di Lord Joos Rostrom passato nelle mani del figlio Julian, e durante il tragitto di ritorno al monastero il suo unico pensiero fu per Maire e per la buona notizia che stava per darle. Avevano un palazzo in cui trasferirsi, molto più bello di una semplice casa contadina come lei aveva ipotizzato. Ne sarebbe stata felice, perché la riserva di caccia ai margini del bosco di Ross era una piccola oasi di tranquillità dove vivere indisturbati e soprattutto felici.

***

Dopo che Lorens se ne fu andato, Julian Rostrom si chiuse nello studio del suo palazzo e si sedette allo scrittoio, prese carta e inchiostro e scrisse: “Carissimo Sander, credo che vi farà molto piacere ricevere questa mia lettera, non tanto per il nostro rapporto che aimè non è mai stato idilliaco, ma piuttosto per la notizia sconcertante che sto per comunicarvi. Sir Lorens Ingmar e Lady Maire Branstock sono vivi, nessuno dei due è mai stato aggredito e tantomeno ucciso dai briganti come vi è stato fatto credere. Sono fuggiti insieme dalle isole Hjaltland e si sono rifugiati qui a Groningen, nella mia amata Olanda. Lasciate che ora vi spieghi come e perché siete stato tradito e raggirato a vostra insaputa…” La missiva scritta da Julian Rostrom fu affidata quello stesso mattino ad un corriere olandese incaricato di recapitarla il prima possibile a North Roe e consegnarla personalmente nelle mani di Re Sander Branstock. La missiva avrebbe impiegato solamente una settimana per giungere a destinazione.

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18 Due settimane dopo… Maire passeggiava sola nel grande giardino fiorito di Woning Ross, la dimora appartenuta un tempo a Lord Joos Rostrom. Era un grande palazzo signorile in stile gotico collocato all’interno di un cortile ghiaioso che ne precedeva l’entrata e di un giardino a forma di ferro di cavallo che lo abbracciava ai lati e posteriormente. All’interno, il palazzo si suddivideva in due piani. Al pianterreno c’era un ampio salone per ricevimenti, la zona delle cucine, una piccola biblioteca, e uno studio. Al piano superiore c’erano tre camere, quella matrimoniale, una per bambini, una terza per eventuali ospiti, e la stanza da bagno. I pavimenti erano in pietra, come le pareti, l’arredamento in legno di noce e faggio a seconda degli ambienti. All’esterno, v’era una piccola scuderia, un capanno da caccia, e un laghetto annesso al giardino sul retro. Woning Ross era un palazzo meraviglioso, e Maire si sentiva a proprio agio tra quelle stanze che adesso appartenevano a lei e a Lorens. Soltanto due settimane prima erano giunti in Olanda come due fuggitivi in incognito, mentre adesso, lasciato il convento e trasferitisi a Woning Ross, stavano iniziando una bellissima nuova vita insieme. Il palazzo era circondato dal bosco di Ross, popolato da volpi, cinghiali, cerbiatti e uccelli selvatici, e costituiva una riserva di caccia per i nobili che abitavano nei dintorni. Al di là del bosco si estendevano dei terreni agricoli che Lorens aveva immediatamente venduto ad alcuni feudatari della zona circostante ricavandone una cospicua somma in denaro che sarebbe servita al loro mantenimento finché Lorens non avesse trovato un lavoro. Essendo stato un cavaliere, desiderava poter essere utile come insegnante d’armi per i giovani figli dei nobili che aspiravano a diventare come lui, ed era già stato contattato da un duca che aveva due figli maschi pronti per essere istruiti all’uso della spada. Il duca in questione, Lord Boris Enneman, era pronto ad assumere Lorens offrendogli una buona paga. Una proposta allettante, che Lorens aveva intenzione di accettare dopo aver concluso la vendita dell’ultimo appezzamento di terra ancora disponibile, un lotto ai confini della città conteso da due baroni. Lorens intendeva vendere il

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terreno al barone che avrebbe offerto la quota più alta e le trattative erano ancora in corso. Nel frattempo, con i primi guadagni, aveva acquistato due cavalli purosangue, uno per sé e uno per lei, entrambi dal manto nocciola e la criniera bruna, che avevano battezzato con i nomi di Vurig e Stille, che in olandese significavano “focoso” e “placido”, rispecchiando i caratteri dei due purosangue. Maire aveva cavalcato Stille soltanto una volta, accompagnando Lorens in sella a Vurig in una cavalcata all’interno del bosco di Ross, e dopo quella prima volta non ce n’era stata una seconda, perché aveva scoperto di essere molto in ritardo con il suo mestruo mensile e sospettava di essere incinta. Non lo aveva ancora detto a Lorens, ma era certa di non sbagliarsi. Sentiva una certa tensione al seno e una debolezza fisica che talvolta le provocava dei capogiri. Inoltre il suo ventre si era lievemente arrotondato, e questo le dava ulteriore conferma di un principio di gravidanza. Il pensiero di portare dentro di sé il frutto dell’amore tra lei e Lorens la riempiva di gioia e di emozione, e trepidava all’idea di diventare madre di un piccolo o di una piccola Ingmar. Si sentiva già pronta a mettere al mondo un bambino, era una cosa naturale, il destino di ogni donna innamorata del proprio uomo. Il fatto che lei e Lorens non fossero sposati non la preoccupava, anche se sapeva che per legge quando un Re rimaneva vedovo della propria consorte il matrimonio diventava automaticamente nullo e il legame veniva sciolto. Ma lei era viva, e se anche Sander aveva già fatto annullare il loro matrimonio, agli occhi di Dio la loro unione era ancora valida. Tuttavia, Maire era certa che appena Lorens avesse saputo che lei aspettava un figlio suo, avrebbe cercato una qualunque scappatoia per annullare il legame con Sander e quindi poterla sposare. Pensava a questo mentre passeggiava a piedi nudi sull’erba del giardino riempiendosi gli occhi dei vivaci colori dei fiori sparsi nelle aiuole che tappezzavano il prato, respirandone il profumo intenso, dolciastro e mieloso, assorbendo il piacevole calore del sole del tardo pomeriggio che splendeva nel cielo turchese. Lorens le aveva regalato dei nuovi vestiti, e quel giorno ne indossava uno bianco con la pettorina e l’orlo ricamati a fiorellini rossi e la gonna a strisce azzurre. Aveva preso l’abitudine di portare i capelli raccolti in due trecce laterali, e si sentiva perfettamente a suo agio vestita da olandese. Stava studiando la lingua, iniziava a capirla e a parlarla con scioltezza, ma Lorens le parlava sempre in celtico e le diceva che tra loro non era necessario comunicare in olandese. Maire era d’accordo,

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ma preferiva saper parlare anche la lingua del loro nuovo paese nel caso in futuro avessero allacciato delle amicizie con i nobili del luogo. Si sedette sulla panchina di pietra posta agli argini del laghetto dove i cigni e le papere sostavano in tranquillità, e pensò alla lettera che aveva scritto alcuni giorni prima a sua madre. Le aveva raccontato ogni particolare del viaggio via terra e via mare che lei e Lorens avevano affrontato per giungere in Olanda, e l’aveva rassicurata sul fatto che tutto era andato bene, che il loro piano di fuga aveva funzionato alla perfezione, e che adesso erano al sicuro e proprietari di una meravigliosa abitazione signorile dove non le sarebbe mancato nulla. Aveva chiesto a Erinn di abbracciare da parte sua il padre Aiden e i suoi fratelli Kieran, Ewan, Finn e Connor, pregandola di dire loro che li amava e li pensava ogni giorno. Maire si augurava che la lettera affidata ad un corriere giungesse presto a Bardister, in modo da rassicurare tutta la sua famiglia. Non sapeva quando avrebbe avuto occasione di rivederli, sicuramente non prima di un anno, e forse anche di più, vista la sua gravidanza e la conseguente nascita di un figlio. La loro lontananza non la rattristava, oramai era una donna adulta e presto sarebbe stata una madre. Le sue radici erano nelle Hjaltland, ma il suo presente e il suo domani erano lì a Groningen, entro le mura di Woning Ross. Il nitrire di un cavallo e il rumore degli zoccoli sulla ghiaia le fecero intuire che Lorens era tornato dal suo incontro con i due baroni che si contendevano il lotto di terreno ancora in vendita, gli andò incontro correndo scalza sul prato e infilò gli zoccoli di legno prima di addentrarsi nella scuderia. “Sei tornato presto, hai concluso la vendita?” Lorens scese dalla sella di Vurig e le cinse la vita con un braccio. Indossava un completo blu scuro composto da giacca, pantaloni e camicia bianca infilata nella cinta, era bello come un nobile e ne aveva l’aspetto. “Finalmente i baroni si sono accordati, e il terreno se lo sono diviso in due parti uguali. Ho guadagnato più di quanto pensavo.” “Che bella notizia! Sei soddisfatto?” “Certamente, adesso posso dare una risposta a Lord Boris.” “Accetterai di lavorare per lui come insegnante d’armi dei suoi due figli maschi?” “E’ un ottimo lavoro, con una buona paga, adatto a me e alla mia passione per le armi. Non so stare tanto a lungo senza maneggiare una spada.”

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“Perché hai l’anima di un cavaliere. Sei nato per esserlo, non puoi sottrarti al tuo destino.” “No, non potrei mai. La sensazione di tenere una spada stretta nel pugno è estremamente eccitante.” Le accarezzò una treccia e la guardò negli occhi. “Ti sei annoiata in mia assenza?” “Per niente. Ho studiato, ho cucinato, ho passeggiato qui in giardino… Mi piace questo posto, trovo sempre qualcosa da fare. E aspettare il tuo ritorno è uno dei miei nuovi compiti, come farebbe una brava moglie.” “Non vorresti la compagnia di una cameriera? Di una ragazza che ti aiuti in cucina o nelle pulizie del palazzo? Possiamo permettercela, se lo desideri.” “Per ora no, mi sto godendo Woning Ross e non mi sento affatto sola. Forse più avanti avrò bisogno di una bambinaia…” Lorens la guardò perplesso. “Una bambinaia?”, chiese, non capendo subito il motivo per cui Maire necessitasse dell’aiuto di una donna di quel genere anziché di una comune cameriera. “Sì… Nel caso avessimo dei figli”, spiegò lei vagamente. Lui sorrise al pensiero di avere dei bambini. “Vuoi già avere dei piccoli Ingmar che saltellano per casa?” “A te non piacerebbe?” “Oh, certo che sì. Amo i bambini. E impazzirei di gioia se ne avessimo tre o quattro da crescere insieme.” “Sarai un bravo padre?” “Il migliore che ci sia al mondo. Puoi starne certa.” Maire si morse il labbro inferiore e gli accarezzò il petto attraverso la stoffa leggera della camicia. “Hai mai pensato a tutte le volte che tu ed io abbiamo fatto l’amore dalla prima notte a Branstock Borg fino all’altra mattina prima di uscire per i tuoi affari?... Ti sei mai chiesto se per caso tutto quel sesso potesse generare un figlio?” Lorens rifletté in silenzio su quelle intriganti domande prima di darle una risposta. “Onestamente ero preso da molte altre cose, e non mi sono mai soffermato a rifletterci. Avrei dovuto farlo?” “Io ci ho pensato tutte le volte. Sono una donna giovane e fertile, perfettamente in grado di concepire un figlio.” “Cosa stai cercando di dirmi?” Maire sorrise e arrossì lievemente.

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“Credo che presto avremo un piccolo Ingmar da accudire.” Lorens accolse la notizia con evidente stupore, guardando prima lei e poi il suo grembo. “Aspetti un bambino?” Maire annuì con la testa e si portò le mani sulla pancia. “Penso proprio di sì.” Lorens allungò una mano per posarla sopra le sue. “Ne sei certa?” “Certissima. Ho tutti i sintomi di una gravidanza in atto.” “Non posso crederci… Avremo un bambino…” Maire gli gettò le braccia al collo e lui la strinse a sé ridendo felice. Era una notizia che giungeva inaspettata e che lo rendeva pieno di orgoglio. Un piccolo germoglio di vita cresceva nel ventre di Maire ed era il primo frutto generato dal loro amore. Quella notte, mentre Maire dormiva tranquillamente nel loro letto, Lorens la guardò a lungo contemplando il suo ventre, chiedendosi se avrebbero avuto un maschietto o una femminuccia. Si rese conto di essere un uomo molto fortunato. Aveva trovato la vera felicità tra le braccia di una donna, si sentiva finalmente completo, e stava per diventare padre. Per un attimo il suo pensiero andò al ricordo di Sander, l’uomo che aveva amato per dodici anni, con il quale non era mai riuscito a trovare un equilibrio, quella pace interiore che solo Maire era riuscita a dargli. Si chiese se Sander stesse soffrendo molto senza di lui al suo fianco e se la sua scomparsa lo avesse reso ancora più debole e fragile di quanto già non fosse. Provava un forte senso di colpevolezza per avergli causato tanto dolore, e sperava che un giorno potesse incontrare qualcuno che lo amasse e lo rendesse completo come si sentiva lui accanto a Maire. Nel bene e nel male, Sander era stato una persona molto importante per lui, lo aveva amato profondamente, e si augurava che il tempo guarisse le ferite che egli stesso gli aveva provocato. Si addormentò abbracciato a Maire, la mano posata sul suo ventre come a proteggere la tenera creaturina che lentamente cresceva dentro di lei.

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Quella stessa notte, a North Roe… Sander Branstock sedeva solo nel suo letto, incapace di dormire. Teneva fra le mani una missiva giunta a Branstock Borg sei giorni prima, scritta e inviata da Lord Julian Rostrom, un nobiluomo olandese conosciuto in epoca giovanile prima di ereditare la corona di Re da suo padre Eirik. Lord Julian era stato uno dei suoi numerosi amanti clandestini, finito nel dimenticatoio non appena Lorens era entrato nella sua vita portandovi amore e passione. Non lo vedeva da più di dieci anni, e mai avrebbe pensato che Lord Julian potesse rispuntare dal nulla con una missiva che lo aveva letteralmente sconvolto. Sander aveva letto e riletto la missiva più volte, incapace di credere a ciò che vi era scritto in poche ma esplicite frasi vergate con l’inchiostro. Lorens non era morto. Maire non era morta. Erano entrambi vivi. Quando Sander aveva rotto il sigillo della missiva e ne aveva letto il contenuto per la prima volta, si era sentito assalire da una rabbia cocente e distruttiva, un desiderio di vendetta così violento da fargli ribollire il sangue nelle vene. Lord Julian gli aveva scritto di aver incontrato personalmente Lorens a Groningen, in Olanda, e di avergli parlato nel proprio palazzo. Lorens gli aveva confessato una verità che per Sander era stata una pugnalata mortale al cuore. Incredulo, aveva appreso come Lorens e Maire si fossero presi gioco di lui, attendendo il momento della sua partenza per la Scozia per congiungersi carnalmente nello stesso letto. Lorens, il suo amante, lo aveva tradito facendo l’amore con sua moglie Maire. E non era accaduto una sola volta. Lo avevano fatto notte dopo notte, per poi decidere di fuggire insieme dalle Hjaltland e rifugiarsi in Olanda, sotto la protezione del ducato di Groningen. Oltre al tradimento, c’era stata anche la beffa. Lorens aveva inscenato la propria morte e quella di Maire per non essere trovati mentre fuggivano. Si erano finti morti. Avevano fatto credere a tutti di essere stati aggrediti e uccisi dai briganti che popolavano la zona di Ronas Hill. Sander non riusciva a credere che avessero potuto compiere una simile crudeltà nei suoi confronti. Un duplice tradimento studiato nei minimi dettagli per non destare alcun sospetto e farla franca.

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La rabbia di Sander dopo la prima lettura della missiva era sfociata in un gesto folle e distruttivo di cui ora si pentiva amaramente. Accecato dall’ira, aveva appiccato il fuoco alla stanza privata di Maire per bruciare tutti i suoi vestiti e quelli di Lorens, ed era rimasto a guardare le fiamme che rapidamente divoravano tutto, incenerendo mobili e tendaggi. Il fuoco per poco non aveva intaccato l’intera area ovest del castello, e le guardie avevano faticato a spegnere l’incendio che si era mangiato quasi un intero lato di Branstock Borg. Incapace di ragionare lucidamente, Sander era poi corso alle scuderie con l’intento di sgozzare Stjarna e Vent, i cavalli di Maire e Lorens, e solo l’intervento tempestivo dei suoi consiglieri aveva evitato il compimento di quell’atto disumano e orrendo che stava per fare. Sander non aveva dato alcuna spiegazione in merito al suo folle comportamento, e si era chiuso a chiave nel suo studio chiedendo esplicitamente di non essere disturbato per nessun motivo. Era rimasto là dentro per due giorni interi, continuando a rileggere la missiva fino a sentirsi sul punto di impazzire. Allora era uscito di corsa dallo studio e aveva supplicato il medico di corte, Herryk Vandemer, di dargli della belladonna per morire avvelenato. Il medico era riuscito a calmarlo, e gli aveva somministrato una forte dose di laudano per farlo dormire profondamente. Al suo risveglio, Sander aveva ripensato all’incendio e al tentato massacro dei cavalli e si era terribilmente vergognato di ciò che aveva fatto, disperandosi in un pianto addolorato che l’aveva svuotato di ogni emozione. Poi, quando si era ripreso, aveva iniziato a ragionare sui fatti raccontati nella missiva di Lord Julian e lentamente si era reso conto del vero motivo della fuga di Lorens e Maire. Erano scappati da lui, perché sapevano che se avesse scoperto la verità li avrebbe uccisi entrambi. E avevano inscenato la loro morte per essere certi di non essere trovati, spaventati dalla punizione che lui avrebbe potuto infliggere prima a l’uno e poi all’altra. Sander era cosciente della propria pericolosità. Si rendeva conto che di fronte all’ammissione da parte di Lorens e Maire del loro tradimento avrebbe certamente reagito d’impulso, uccidendo senza pietà l’uomo che amava da dodici anni e la giovane sposa che aveva incoronato Regina senza la minima intenzione di amarla. “Sono un uomo mostruoso, un assassino spietato, un crudele vendicatore…”, si era ripetuto per un giorno intero, vergognandosi di se stesso. Era un vigliacco, un uomo senza onore, pronto a togliere la vita a due persone che avevano commesso l’errore di affezionarsi l’uno all’altra e di innamorarsi reciprocamente, cercando l’amore che

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lui non era stato in grado di dare a nessuno dei due. E l’aveva capito solo grazie alla loro fuga, un gesto disperato che gli aveva fatto comprendere quanto temessero la sua reazione distruttiva. Ora, mentre se ne stava a letto nella stanza illuminata dalle candele, riusciva a capire molte cose. Lorens non lo amava più come un tempo. Aveva smesso di provare dell’affetto per lui. E si era gettato fra le braccia di Maire trovando in lei un amore puro e sincero. Un amore di cui Lorens aveva bisogno e che lui, Sander Branstock, non era in grado di offrirgli, perché troppo geloso e possessivo nei suoi confronti. Lorens non gli apparteneva più. E la colpa era solo sua. Se lo avesse amato fin dal principio con rispetto e senza ricatti, Lorens non ne avrebbe sofferto. Invece aveva sbagliato tutto, e l’aveva perso per sempre. Maire, casta e innocente fanciulla strappata alla sua umile vita, si era offerta a lui con devozione, pronta a calarsi nel ruolo di moglie, Regina, e madre dei suoi figli, ma lui l’aveva respinta e ingannata, spingendola a cercare in Lorens quell’amore che lui non poteva darle. Lorens e Maire erano entrambi vittime del suo pessimo carattere, della sua incapacità di donare amore, non lo avevano tradito con l’intento di prendersi gioco di lui, ma solamente per colmare la solitudine che li accomunava. Erano fuggiti per potersi amare senza correre rischi. Erano fuggiti da lui e dalla sua tirannia. Sander capiva tutto questo solo adesso, e la missiva che Lord Julian gli aveva inviato con il subdolo intento di farlo uscire di senno, com’era effettivamente accaduto, gli era anche servita per fargli aprire gli occhi, mostrandogli l’uomo che era veramente. Un uomo che non sapeva controllarsi, che si lasciava dominare dall’ira, che non concedeva perdono. Sander non voleva più essere quel tipo d’uomo. Desiderava fortemente cambiare e diventare una persona migliore, e dimostrare a Lorens e Maire che era in grado di perdonare e di accettare la realtà che lui stesso aveva determinato con il suo comportamento sbagliato. Guardò la missiva che teneva fra le mani per l’ultima volta, la ripiegò su se stessa e la stracciò in quattro parti. Si alzò dal letto e gettò la pergamena strappata nel camino spento, prese una candela e lasciò che la fiamma attizzasse fino a incendiare e bruciare i quattro pezzi di carta. Dopo, si vestì con il suo abito da sovrano blu notte, uscì dalla propria stanza e raggiunse la sala dei consiglieri.

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Lord Njall era lì, turbato e incapace di dormire quanto lui. Quando lo vide comparire sulla porta vestito di tutto punto e con la corona d’oro e rubini sul capo biondo, si alzò in piedi e lo guardò. “Vostra Maestà, è notte fonda. Come mai non dormite?” “Non posso. Devo risolvere alcune importanti questioni.” “Quali importanti questioni?” Sander non rispose alla sua domanda, disse solamente: “Fate preparare la mia drakkar. Intendo partire subito.” “Partire?... Con il mare mosso e l’oscurità?” “Una drakkar non teme né il mare né la notte.” “Vostra Maestà, dove volete andare?” “In Olanda. E ci andrò da solo. Senza di voi.” “Ma… Vostra Maestà, io non capisco… Perché mai volete andare in Olanda? E’ un viaggio di almeno sei giorni.” “Ve l’ho detto, devo risolvere una questione personale.” “E non volete dirmi di cosa si tratta?” “No. Non mi serve il vostro parere, ho già deciso da solo. Fate preparare la mia drakkar. Adesso.” “Come desiderate, Vostra Maestà.” Lord Njall eseguì gli ordini senza fare ulteriori domande. Quando la drakkar reale fu spinta in mare e Sander vi salì a bordo, disse a Lord Njall di occuparsi di Branstock Borg finché non fosse ritornato dal suo viaggio in Olanda. Poi la nave vichinga prese il largo solcando le acque nere del mare baciato dalla notte, e Sander scese sottocoperta in completa solitudine. Aveva appena preso la prima decisione saggia della propria vita. Si stava recando in Olanda dalle due persone che aveva involontariamente ferito con il suo comportamento egoista e iroso. Doveva rivedere Lorens e Maire un’ultima volta per chiedere il loro perdono.

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19 Woning Ross era avvolta dalla dolce quiete della sera. Il sole era appena tramontato e il cielo era una tavolozza di sfumature rosse, arancioni, rosate e celesti. Il canto degli uccelli selvatici proveniente dall’adiacente bosco di Ross si stava placando, sostituito da un pacato silenzio intriso di pace. Nel grande giardino fiorito della dimora in pietra, Lorens stava ammaestrando un giovane falco acquistato due giorni prima con l’intento di riprendere la sua passione per la caccia alla selvaggina. Era un bellissimo esemplare di falco reale, un rapace dall’indole selvaggia non troppo docile ma sicuramente addomesticabile con un bel po’ di pazienza. Lorens era al centro del giardino in camicia bianca e calzoni nocciola, un guanto di cuoio infilato fino al gomito del braccio sinistro per proteggersi dagli artigli del falco, e si muoveva adagio sull’erba cercando di convincere il rapace ad ubbidire ai suoi richiami tutte le volte che lo lanciava in volo per poi porgergli il braccio affinché vi si adagiasse sopra. Il volatile era restio ad ascoltarlo e lo stava facendo penare, ma Lorens era intenzionato a renderlo docile usando tutta la pazienza di cui disponeva. Maire osservava il padre del suo bambino dall’interno della scuderia, mentre strigliava il manto di Stille con una spazzola dalle setole lunghe e morbide. Quella sera indossava un abito rosa pallido con la pettorina ricamata a fiorellini azzurri e la gonna decorata da strisce di un rosa più intenso. Si era da poco sciolta i capelli, che ricadevano fluidi sulle sue spalle e sulla schiena. La gravidanza procedeva bene, non aveva perso l’appetito, e l’iniziale stanchezza era svanita, segno che sia il bambino che lei godevano di ottima salute. Lorens aveva iniziato a lavorare per Lord Boris Enneman da una settimana, istruendo i suoi due figli Pavel e Florian all’arte della spada, e quel pomeriggio era rincasato prima del solito apposta per dedicare alcune ore all’addestramento del falco. Non avevano ancora cenato, ma il pollo alle erbe aromatiche che Maire aveva cucinato mentre lui era al lavoro li stava aspettando al calduccio in una pentola in terracotta insieme alle verdure bollite e al pane al sesamo, tutto già pronto in cucina per essere servito e mangiato. Maire sorrise divertita osservando Lorens che ordinava al falco di alzarsi in volo e l’uccello, dispettoso, si limitava ad aprire il becco e

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agitare le ali rimanendo appollaiato sul suo avanbraccio. “Avanti, alzati in volo pigrone, non abusare della mia pazienza”, gli ripeteva Lorens, insistendo nell’ammaestramento, ma il rapace sembrava non volerlo proprio ascoltare. Dopo svariati tentativi, finalmente il falco spiccò il volo e Maire lo seguì con lo sguardo mentre saliva verso il cielo disegnando un cerchio con le ali spiegate e poi riscendeva atterrando sul braccio guantato di Lorens. Fu allora, mentre guardava verso l’alto, che intravide con la coda dell’occhio la figura di un uomo in procinto di avanzare lungo il vialetto alberato dell’ingresso di Woning Ross. Incuriosita, si sporse oltre il dorso di Stille aguzzando la vista e inquadrò l’ospite inatteso che camminava lentamente sulla ghiaia risalendo il viale. Era alto, robusto, abbigliato elegantemente con un completo di lino dai colori scuri, forse blu notte, una tunica e un soprabito coperti da un mantello ricamato d’argento, i capelli mossi e la corta barba di un biondo chiarissimo, e due iridi dello stesso colore del mare di Norvegia. Maire sgranò gli occhi e aprì la bocca senza emettere alcun suono, e come nel peggiore dei suoi incubi riconobbe in quell’uomo la figura altera di Sander Branstock. Spaventata, lasciò cadere la spazzola che aveva in mano e corse fuori dalla scuderia attraversando velocemente il cortile per raggiungere il giardino dove Lorens si stava esercitando con il falco. “Lorens! Lorens!”, lo chiamò a voce alta, attirando la sua attenzione. “Cosa c’è? Perché corri?”, chiese lui, riponendo il falco nella sua piccola voliera in ferro. “Sander! E’ qui! E’ nel vialetto!”, esclamò Maire, cercando riparo dietro il corpo di Lorens. “Cosa?!... Sander è qui?!” “Sì! L’ho visto dalla scuderia, è lui, sono sicura!” “No, non è possibile…” “Ti dico che è lui, Lorens! E’ Sander!” “Va bene, va bene, calmati. Ora vado a controllare.” “No! Scappiamo via, nascondiamoci nel bosco!” “Maire, stai calma. Resta qui. Non ti muovere.” “Lorens, no… Non andare…” Lui le intimò di fare silenzio e Maire obbedì all’istante serrando le labbra e deglutendo un nodo di terrore che le era salito in gola. Lorens si mosse cauto nel giardino, avanzando verso il cortile del palazzo con gli occhi puntati sul vialetto. Non era armato, le sue spade erano tutte dentro casa. Si augurò che Maire si fosse sbagliata.

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Non poteva aver visto Sander. Non poteva essere veramente lui. I suoi passi scricchiolarono sulla ghiaia, e non appena si ritrovò nel cortile i suoi occhi cristallini incontrarono quelli blu mare di Sander Branstock. Era davvero lui. Sander era proprio lì, a Woning Ross. Ed era solo. Nessuno lo accompagnava. Lorens represse uno spasmo di adrenalina e sollevò il mento fronteggiando con fierezza l’uomo che aveva di fronte. Alle sue spalle, muta come un pesce, Maire osservava la scena pietrificata dalla testa ai piedi. “Sander”, disse Lorens, pronunciando il suo nome con fermezza. “Cosa ci fai tu qui, in casa mia?” Sander Branstock si rese subito conto di non essere il benvenuto e riuscì a leggere la paura che brillava negli occhi di Lorens, una paura controllata ma vibrante, paura per se stesso e per Maire, che era corsa via dalla scuderia per rifugiarsi nel giardino della tenuta e nascondersi dietro alle spalle di Lorens in cerca di protezione. “Non sono venuto per farvi del male”, rispose, spalancando le braccia. “Sono disarmato. E completamente solo.” Lorens non batté ciglio, rimase impassibile e guardingo. Sander si avvicinò di qualche passo e disse: “Lorens, ho creduto che fossi morto. Ho patito le pene dell’inferno immaginando il tuo corpo straziato dalle mani dei briganti. Ma sei vivo, il tuo cuore batte ancora, e questo mi rallegra. Rivederti è una grande gioia per me.” Lorens mantenne la sua posizione di difesa, ancora incredulo di vedere Sander in piedi di fronte a lui. “Come hai fatto a trovarci?”, chiese, con voce aspra. “Ho ricevuto una missiva da Lord Julian Rostrom. E’ stato lui a dirmi che eravate qui. Tu e Maire. Insieme. Entrambi vivi. Mi ha rivelato ciò che tu gli hai detto in confidenza. So perché siete fuggiti, Lord Julian mi ha raccontato tutto.” Lorens sentì la rabbia montare dentro di lui come un’onda nell’apprendere che Lord Julian Rostrom lo aveva tradito alle spalle in modo subdolo, e che per colpa sua ora Sander sapeva tutto di lui e di Maire e li aveva scovati nel luogo in cui credevano di essere finalmente al sicuro. “Non avresti dovuto fidarti di Lord Julian, quell’uomo non sa mantenere i segreti. Sei stato ingenuo, ma sono felice di sapere che non ti è accaduto nulla di male. Ho pianto per te e per Maire, e

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credimi Lorens, non sono venuto qui per vendicarmi, vi ho cercati per un’altra ragione.” Lorens guardò Sander dritto negli occhi per capire se fosse sincero, e con stupore non vide alcuna traccia di menzogna nel suo sguardo azzurro. Scorse invece una profonda sofferenza, una solitudine sconfinata, e un oceano di dolore senza fine. Sander era un uomo addolorato, privato della sua audacia e determinazione. Lorens stentava a riconoscerlo. Non indossava neppure la sua corona, e non aveva la sua spada con sé. Tuttavia, rimase guardingo, per sicurezza. “Avanti, dimmi, perché sei venuto a cercarci, Sander?” “Perché dovevo rivederti. Avevo bisogno di vedere con i miei occhi che sei veramente vivo, che nessuno ti ha privato della tua vita, che stai bene e sei felice. Non potevo rassegnarmi all’idea che tu e Maire foste stati assassinati, e quando ho saputo che vi trovavate qui in Olanda sani e salvi non ho potuto fare a meno di salire sulla mia drakkar e precipitarmi a vedere di persona che era tutto vero.” “Vuoi farmi credere che hai attraversato i mari del nord soltanto per questo? Per vedere me, il tuo amante bugiardo e traditore? E Maire, la tua sposa adultera?” Sander annuì con un lento cenno del capo. “Sì. Sono venuto solo per questo. Per placare il mio dolore e recuperare la mia sanità mentale. Ho rischiato di impazzire quando mi hanno detto che vi avevano ucciso entrambi. Non saprai mai che cosa ho passato, che cosa ho fatto in preda alla disperazione, quanto vi ho cercato nella speranza di ritrovare almeno i vostri corpi. Puoi non credermi, ma sappi che ho vissuto dei momenti terribili, in preda all’angoscia più pura, aggrappandomi alla speranza di trovarvi vivi, e poi mi sono arreso all’evidenza, e ho passato giorni disperati e notti insonni perché non riuscivo a rassegnarmi e a darmi pace.” Lorens guardò Sander e si sentì avvinghiare da quel senso di colpevolezza che lo tormentava ogni notte prima di addormentarsi. Aveva di fronte un uomo ferito nel profondo e sapeva che la colpa era soltanto sua. “Non ho mai pensato di tradirti, Sander. Non l’ho fatto con l’intenzione di ferirti, è accaduto e basta. Sicuramente non è stato un gesto leale, me ne rendo conto, ma non ho potuto evitare che capitasse. Mi sono innamorato di Maire e lei si è innamorata di me, e ci siamo amati pur sapendo che era sbagliato nei tuoi confronti.” Sander guardò prima lui e poi Maire, e comprese le sue parole. Erano giovani, belli, due spiriti affini destinati a incontrarsi e unirsi nel fuoco sacro dell’amore.

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“Io non sono venuto qui per turbarvi. Ho capito da solo di aver sbagliato con voi due. Non sono stato capace di amare te come avresti voluto essere amato, e ho respinto Maire rifiutandomi di renderla felice, come lei si aspettava nel momento in cui ha accettato di diventare mia moglie. E’ tutta colpa mia. Io sono il vero colpevole di questa situazione. Siete fuggiti per causa mia, temendo la mia reazione, pensando che avrei potuto farvi del male. Mi vergogno di come vi ho trattato, e mi pento di avervi indotti a scappare con il mio comportamento possessivo e sleale. Non ho il diritto di giudicarvi quando io per primo mi sono macchiato di menzogna e vi ho usati per i miei scopi, calpestando i vostri sentimenti, privandovi della vostra dignità… Ho mentito a Maire in un modo disgustoso, le ho fatto credere di poterla rendere una donna felice quando non ne ho mai avuto la minima intenzione, e mi sono rifiutato di ascoltare te Lorens quando mi hai supplicato di lasciarti andare, perché non sopportavo l’idea di essere respinto, e non volevo accettare il fatto che il nostro amore fosse ormai finito. Sono stato un egoista crudele, non mi sorprende che vi siate presi la libertà e la felicità che io vi stavo negando.” Lorens faticava a credere a ciò che sentiva. Sander si stava mortificando di fronte a loro, si assumeva ogni colpa, sembrava chiedere perdono, proprio lui, orgoglioso e superbo fin da quando era giovane, un uomo saccente e tronfio che ora si comportava come un agnello mansueto e invocava pietà per le sue scorrettezze. Lorens non sapeva cosa dire, era sorpreso e perplesso. Alle sue spalle, Maire mosse alcuni passi avvicinandosi a lui, non più spaventata come poco prima. Lorens riprese a parlare. “Sander, qual è il vero motivo per cui sei qui? Per umiliarti di fronte a noi in questo modo?” “Io… Io voglio solo essere perdonato.” “Noi dovremmo perdonare te?... Dopo averti tradito, essere fuggiti insieme, averti fatto credere che fossimo morti per liberarci di te?... E’ questo che vuoi? Essere perdonato da chi ha agito slealmente alle tue spalle?” Sander assunse un’espressione colma di tristezza. “Io vi ho già perdonato per tutto quello che avete fatto nel vostro intento di mettervi in salvo dalla mia tirannia, e ora chiedo a voi di perdonare me per essere stato la causa di ogni cosa. Non desidero altro, solo il vostro perdono.” I suoi occhi si velarono di lacrime e l’immagine autoritaria e forte del sovrano che conoscevano si ridusse in polvere di fronte agli occhi di

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Maire e Lorens. Re Sander Branstock era cambiato, trasformandosi in un uomo sconfitto dalle sue stesse malefatte, un uomo che sembrava portare sulle spalle il peso di una vita intera di ricatti e inganni perpetrati a chi gli era stato vicino, un uomo affranto che aveva smarrito il suo cammino e aveva perso tutti i suoi affetti, ritrovandosi improvvisamente solo al mondo. “Mi riesce difficile credere che tu ci abbia cercati solo per essere perdonato. Non è da te, Sander.” “Lorens, ti prego di credermi. Se avessi voluto vendicarmi per il torto subito mi sarei presentato qui con le mie guardie e vi avrei fatti arrestare, invece sono venuto da solo, senza corona e senza spada, come un uomo qualunque che ha capito di aver commesso degli errori e chiede di essere perdonato per aver sbagliato. Non farmi tornare in patria con il cuore pieno di rimpianto, ti chiedo solo di accettare le mie scuse.” Maire si sentì stringere il cuore nel petto, e la bontà che le colmava l’anima le disse che Sander era sincero e aveva bisogno di essere veramente perdonato. Convinta del suo reale pentimento, scivolò al fianco di Lorens e si pose di fronte a Sander senza timore, guardandolo negli occhi. “Io ti perdono Sander”, disse, sollevando una mano per posarla dolcemente sulla sua guancia velata dalla corta barba bionda. “Il mio cuore non prova rancore per te, né coltiva odio, le tue scuse sono accettate e le tue colpe assolte, perché hai appena dimostrato di essere pentito, e di volerti liberare dal senso di colpa che ti porti dentro.” “Maire… Dolcissima Maire… Ti sono grato per la tua indulgenza. Non meritavi di essere ingannata, scusami per il male che ti ho fatto.” “E’ tutto chiarito ora, non soffrire più Sander.” Lui le prese una mano fra le sue e se la portò alle labbra per deporvi un bacio, mentre una lacrima scivolava lungo il suo viso tracciando una scia lucente sulla sua pelle chiara. “Grazie Maire. Sappi che il nostro matrimonio è stato invalidato e le promesse sono state sciolte. Sei libera da ogni legame con me, puoi sposare Lorens se lui vorrà prenderti in moglie.” Maire gli asciugò il viso con il dorso della mano e gli sorrise posando una mano sul suo petto. “Non sei un uomo cattivo, Sander Branstock. Hai un cuore gentile, devi solo imparare a dargli ascolto lasciando da parte il tuo orgoglio.”

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“Lo so. Ho dovuto soffrire come un animale ferito per capire chi sono realmente. In futuro mi comporterò in modo migliore, sarò un uomo comprensivo e ragionevole, e un sovrano leale e valoroso.” “Ti auguro che sia davvero così… Non inciampare più negli stessi errori e dimostra al tuo popolo che puoi essere un bravo sovrano. North Roe ha bisogno di un vero Re, e tu devi essere quel Re che la gente umile ha conosciuto quando sei sbarcato nelle Hjaltland”, gli disse Maire, sperando che riuscisse a mantenere i suoi buoni propositi. Lorens era ancora fermo al suo posto, ma il suo sguardo si era addolcito, e i suoi occhi tradivano una commozione che non poteva nascondere. Sander lo stava guardando, implorandolo in silenzio di avere pietà di lui. “Il mio cuore non è tenero come quello di Maire, lo sai bene”, disse avvicinandosi a Sander. “Non dovrei perdonare colui che mi avrebbe fatto assaggiare il sapore della sua spada se fossi stato presente nel momento in cui la verità è venuta a galla per mano di Julian Rostrom.” “Hai ragione. Tu hai sofferto per causa mia molto più di Maire, ti ho tenuto legato a me per così tanti anni usando il ricatto come arma, sono stato un amante possessivo, geloso, talvolta violento, ed è per questo che mi hai allontanato da te. Volevi tornare ad essere libero e io ti tenevo stretto a me per puro egoismo. So che non mi ami più come un tempo, lo capisco e lo accetto. Se ti è rimasta una briciola di clemenza nell’anima, ti supplico di perdonarmi.” “Un Re non dovrebbe supplicare mai, non è dignitoso.” “Ma io ho perso tutta la mia dignità, e forse non l’ho mai avuta. Sono diventato Re per dovere, non per mia volontà.” “Dovrai imparare a portare la corona come simbolo di integrità morale, non solo per abbellirti il capo. Sei Re per volere di altri, ma questo non significa che non sarai capace di comportarti con lealtà e onore, devi trovare il coraggio di cambiare, e smetterla di pensare che tutto il mondo ruoti intorno a te. Un Re giusto è soprattutto un uomo umile e onesto che conosce l’importanza del rispetto per gli altri, specialmente verso coloro che sceglie di avere accanto.” “Lo so, ti ho trattato nel modo peggiore, e ho dovuto perderti per rendermene conto. Scusami Lorens se non sono stato capace di amarti come desideravi e ti meritavi.” Lorens trasse un sospiro profondo e lasciò andare anche l’ultima esitazione che ancora lo tratteneva dal concedere a Sander il suo perdono.

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“Dimmi la verità, Sander… Mi hai mai amato davvero? Oppure la tua era solo bramosia di possedermi come fossi un tuo oggetto di piacere personale?” “Non era solo brama di possesso, io ti ho amato veramente Lorens, e ti amo ancora… Non ho saputo dimostrartelo, è in questo che ho sbagliato.” “Mi amavi abbastanza da risparmiare la mia vita e quella di Maire se non fossimo fuggiti e ti avessimo rivelato di averti tradito mentre non eri a North Roe? Sii sincero, voglio sapere cosa ci avresti fatto.” Sander chinò il capo e serrò gli occhi mentre rispondeva. “Mi sarei infuriato come una belva, avrei urlato contro di te e contro Maire, avrei schiaffeggiato prima lei e poi te, e avrei sguainato la mia spada per tentare di uccidervi. Ma non ci sarei mai riuscito, non avrei potuto togliere la vita all’uomo che amo e alla donna di cui tu ti sei innamorato… Te lo giuro su mia madre Cèlyn, non vi avrei mai uccisi, non sono un simile assassino.” Lorens attese che risollevasse il capo e lo guardò negli occhi di nuovo lucidi di pianto. “Va bene Sander. Ti credo”, gli disse. “E ti concedo il mio perdono.” A quelle parole, attese da troppo tempo, Sander scoppiò a piangere e si strinse contro di lui. Lorens chiuse gli occhi e lo abbracciò, affondando una mano nei suoi folti capelli mossi per tenergli la testa contro la propria spalla. Maire si commosse, e i suoi occhi si velarono di lacrime. Si portò le mani al ventre e cercò di non agitarsi troppo, perché non avrebbe fatto bene al bambino. Guardò Lorens stretto nell’abbraccio di Sander e fu grata al cielo che avessero chiarito ogni cosa. Era la fine di una lunga situazione dal sapore amaro e l’inizio di un futuro sereno. “Non piangere Sander, non sei più un ragazzino, sei un uomo adulto, dimostra di che pasta sei fatto”, disse Lorens sciogliendosi dall’abbraccio di Sander. “Ricomponiti, o farai piangere anche me.” Ascoltandolo, Sander si asciugò il viso umido di lacrime con le mani e recuperò una parvenza di mascolina fierezza. “Grazie Lorens. Ho desiderato il tuo perdono così tanto! Non potevo più vivere credendo che tu mi odiassi.” “Io non ti ho mai odiato, ti ho amato sempre, anche quando mi ferivi e mi trattavi male.” “Sì, lo so… Sei sempre stato troppo per me, io non ti meritavo. Sapevo che un giorno mi avresti detto addio. E questo mi terrorizzava, rendendomi geloso e possessivo.”

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Lorens gli diede una pacca affettuosa sulla spalla e sulle sue labbra spuntò l’accenno di un sorriso. Non provava rancore per Sander, si sarebbe sempre sentito legato a lui da un affetto profondo e sincero. Era stato al suo fianco per dodici anni, c’erano stati momenti in cui l’aveva adorato e momenti in cui si era sentito usato, ma a modo suo Sander aveva sempre cercato di offrirgli il meglio di se stesso, e anche se non c’era riuscito, Lorens non poteva fargliene una colpa. Era un uomo difficile, cresciuto da un padre che non lo stimava e privato troppo presto dell’amore materno. Era stata quell’assenza d’affetto a renderlo fragile, insicuro e imperfetto. Lorens lo osservò mentre si ricomponeva e riacquistava un aspetto altero, tornando ad esibire il suo sguardo dignitoso e fiero. Aveva temuto il peggio quando l’aveva visto nel cortile di Woning Ross, ma Sander lo aveva stupito con la sua richiesta di perdono, dimostrandogli che nel profondo del suo cuore nascondeva un lato umano e sensibile che difficilmente metteva in mostra. “Ora sarà meglio che me ne vada. Ho abbandonato North Roe in un momento di totale caos, la mia presenza qui non era prevista, devo rientrare in patria e fare in modo che Branstock Borg continui ad essere il mio maniero.” “Perché dici così? Cos’è successo?” “Ancora nulla, per il momento. Ma il Regno di Scozia sta mettendo le mani sulle Hjaltland, vuole impadronirsi delle isole e metterle sotto il proprio dominio. Rischio di perdere tutto se non trovo il modo di accordarmi con gli scozzesi. Lord Byron sta cercando di proteggermi, ma non può fare molto contro il Re di Scozia, è solo un nobile.” Lorens rifletté su quella notizia e subito trovò una soluzione. “Se vuoi salvare Branstock Borg, prendi in moglie una nobile scozzese e metti al mondo un erede.” Sander lo guardò e scosse il capo traendo un sospiro. “Sposare una lady scozzese… Che pessimo suggerimento, Lorens. Il mio primo matrimonio è stato un disastro e Maire ne sa qualcosa, pensi che sposare una scozzese possa essere la mia salvezza? Io ne dubito.” “No invece. Se prendi in moglie una nobile scozzese il matrimonio ti permetterà di diventare un alleato della Scozia e nessuno ti caccerà via da North Roe. Pensaci, Sander, è una strategia infallibile.” “E come farò a tenermi stretta una moglie che non desidero? Non funzionerebbe, sarebbe un altro fallimento.” “Non dovrai per forza amarla se non ci riesci. Ti basterà una sola notte, un piccolo sacrificio, e avrai un erede che salverà il tuo regno.

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Un Re coraggioso fa di tutto per tenersi le sue terre, dimostra a tutti che sei quel tipo di Re.” Sander soppesò le parole di Lorens per un lungo istante, e poi disse: “Ci rifletterò, lo prometto. E se dovessi decidere di sposare una ricca lady scozzese, la prima notte di nozze spegnerò tutte le candele e penserò a te mentre farò l’amore con lei per cercare di avere un erede.” “Potresti riuscirci… Pensando a me.” Sander scosse il capo di nuovo, ma questa volta sorrideva. “Ti farò sapere, Lorens Ingmar. Adesso dimmi addio, perché me ne sto andando davvero.” I loro occhi si incatenarono per un lungo, silenzioso istante, sciogliendosi in uno sguardo intenso e profondo. “Ci rivedremo mai?”, chiese Lorens, tradendo una certa commozione nel tono della voce. Sander sostenne il suo sguardo e negò piano con la testa. “Tutti ti credono morto a North Roe, e lo stesso vale per Maire. Se vuoi vivere la tua vita in pace, dimentica ogni cosa e vai avanti per la tua strada. Io me la caverò anche senza di te al mio fianco. C’è il giovane Eoghan a ricoprire il ruolo di primo cavaliere adesso, è un ragazzo piuttosto sveglio, saprà proteggermi e consigliarmi. Non potrà mai sostituirti, ovviamente… Nessuno sarà mai come te.” Lo disse con voce nostalgica, facendo intuire a Lorens che avrebbe sentito molto la sua mancanza. E lui, trascinato dall’istinto, gli si fece vicino e lo abbracciò, stringendolo contro di sé, i loro volti si sfiorarono, e le labbra di Lorens si posarono lievi e fugaci sulla bocca di Sander in un ultimo bacio d’addio. Quindi gli sussurrò all’orecchio: “Comportati bene Sander. Non deludermi.” Sander chiuse gli occhi e sospirò tra le sue braccia, poi si staccò e con la voce rotta dall’emozione promise: “Non lo farò. Non intendo più sbagliare. Ho imparato molto da ciò che è accaduto tra noi due. M’impegnerò ad essere un uomo d’onore, hai la mia parola. Tu se vuoi scrivimi di tanto in tanto, nessuno saprà mai che le missive sono tue, il mio nuovo paggio è molto discreto. Sarò felice di ricevere tue notizie.” Lorens annuì, deciso ad esaudire quella richiesta. “Certo, ti scriverò.” Sander gli sorrise, grato di quella promessa, posò lo sguardo su Maire e la salutò con un lieve cenno del capo. “Addio Maire. Abbi cura di Lorens.” “Sarà fatto. Addio Sander”, replicò lei.

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Sander Branstock guardò Lorens per l’ultima volta con sguardo lucido e vibrante d’amore, e l’attimo seguente girò sui tacchi e si avviò verso l’uscita di Woning Ross senza mai voltarsi indietro. Maire abbracciò Lorens cingendogli la vita con un braccio e mentre lui la stringeva a sé con infinita tenerezza, gli occhi di entrambi seguirono la nobile figura di Sander che scivolava via lentamente scomparendo nelle prime ombre della sera, uscendo per sempre dalla loro vita.

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20 Sander Branstock non fece più ritorno in Olanda dopo la sua visita improvvisa a Woning Ross. Si lasciò alle spalle per sempre il suo passato, concedendo a Lorens e a Maire la possibilità di vivere felicemente la loro vita a Groningen sotto la protezione del ducato olandese. Rientrato a Branstock Borg, Sander non rivelò mai ai suoi consiglieri il motivo della sua partenza per l’Olanda, e la verità che riguardava Lorens e Maire rimase un segreto custodito nel suo cuore. Vedovo e bisognoso di mettere in salvo il proprio regno, Sander seguì il consiglio di Lorens e con la complicità di Lord Byron riuscì a entrare nelle grazie di una duchessa scozzese appartenente al clan dei McCormack, Lady Evelyn, giovane, illibata, bionda e con gli occhi azzurri, una donna sofisticata e bella di nobili natali che dopo un lungo corteggiamento accettò di sposarlo e di essere incoronata Regina di North Roe e di Branstock Borg. Grazie al matrimonio con Lady Evelyn McCormack, Sander stabilì una solida alleanza con la nobiltà scozzese che si dimostrava sempre più intenzionata ad invadere le isole Hjaltland per annetterle alla corona di Scozia, e quando ciò avvenne, il 20 Febbraio del 1472, il Re di Scozia Giacomo III Stuart s’impadronì delle Hjaltland ribattezzandole con il nome di Isole Shetland e scacciò via i nobili normanni presenti sul territorio, risparmiando Branstock Borg e concedendo a Sander e a Lady Evelyn il permesso di mantenere il loro dominio sulla contea di North Roe in nome dell’antica amicizia che lo legava al padre di Lady Evelyn. Il matrimonio di Sander con la bella Evelyn di Scozia si rivelò roseo fin dall’inizio, e Sander s’impegnò ad amare la donna che aveva sposato in seconde nozze senza commettere gli errori che avevano portato alla rovina il suo primo matrimonio con Maire. Sebbene non fosse realmente attratto da Evelyn, Sander fece del suo meglio per renderla felice anche in camera da letto, e dopo tre mesi dalle nozze avvenute, Evelyn rimase incinta del primo figlio di Sander. Il piccolo erede, fortunatamente maschio, nacque in pieno inverno senza complicazioni, e fu battezzato con il nome di Sander II Lorens Branstock. Due anni dopo, Sander ed Evelyn concepirono un altro figlio, una femmina questa volta, alla quale fu dato il nome di Cèlyn Maire Branstock. Seguì un terzo figlio, un altro maschio,

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chiamato Patrick Eirik Branstock, l’ultimo erede che chiuse il cerchio della successione al trono del regno di North Roe. Sander si dimostrò un padre affettuoso e permissivo, e i suoi figli crebbero circondati da quell’amore che Sander non aveva avuto nel corso della sua infanzia. Anche il suo matrimonio fu solido e duraturo, in parte perché Evelyn era una donna molto indipendente e poco esigente, e in parte perché Sander trovò il modo di soddisfare le proprie preferenze sessuali inclini al sesso maschile intrattenendo una relazione clandestina con un giovane scudiero proveniente da Lerwick che assomigliava in modo impressionante a Lorens. Damian Heimerick, arruolatosi nel corpo delle guardie reali di Branstock Borg, aveva lo stesso fascino ambiguo di Lorens, il capo biondo e ricciuto, e occhi celesti dallo sguardo malizioso. Sebbene Sander conservasse un ricordo costantemente presente di Lorens, il suo amore per Damian colmò il vuoto lasciato dal suo primo amante, e questa volta nessuno venne a sapere della presenza di un terzo incomodo nel felice matrimonio di Re Sander e della Regina Evelyn. I suoi figli Sander II, Cèlyn e Patrick regnarono dopo di lui su North Roe succedendosi al trono e generando a loro volta altri figli, consentendo alla stirpe dei Branstock di trovare un seguito nelle generazioni che si susseguirono nel corso degli anni e dei secoli. Contemporaneamente, in Olanda, Lorens e Maire trovarono la pace che avevano sempre cercato vivendo a Woning Ross come due semplici proprietari terrieri. Si sposarono con rito cristiano presso il monastero dove avevano trovato rifugio al loro arrivo dalla Norvegia, due settimane dopo la visita di Sander, e Maire visse quel giorno indimenticabile con una gioia e un’emozione maggiori di quando aveva sposato Sander nella sontuosa sala del trono. Il suo abito in pizzo bianco di fattura semplice e dal taglio romantico la rese agli occhi di Lorens una sposa ancora più bella di come l’aveva vista nel giorno delle nozze con Sander, e si commosse quando le promise amore eterno mettendole al dito un anello nuziale con uno smeraldo verde dello stesso colore dei suoi occhi acquistato da un mercante di pietre preziose apposta per lei. Il matrimonio fu intimo, loro due soli al cospetto del monaco e alla presenza di Dio, e fu per entrambi il coronamento di una favola d’amore. In seguito Lorens divenne un rinomato insegnante d’armi lavorando dapprima per Lord Boris Enneman e in seguito per numerosi altri lord, duchi, marchesi e conti, istruendo i loro figli nelle arti della spada, del tiro con l’arco, e nella caccia con i falchi, dando un seguito alla sua passione per i rapaci aprendo anche una scuola di giovani

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falconieri che divennero a loro volta maestri e addestratori di falchi per le nuove generazioni nobiliari. Maire si calò nel ruolo di moglie e madre crescendo i cinque figli che Dio le concesse di procreare. Il primo figlio, un bellissimo maschietto, nacque nella primavera successiva al loro arrivo in Olanda, e fu chiamato Aiden Kasper Sander Ingmar, ereditando i nomi dei nonni paterni e ovviamente di Sander, in ricordo dei tre uomini che avevano segnato l’esistenza di Lorens e Maire. Il bambino prese gli occhi smeraldini di Maire e i suoi tratti delicati, ma i capelli dai fitti boccoli biondi e l’indole battagliera appartenevano a Lorens, così come il sorriso e la fossetta sul mento. Dopo la sua nascita, Maire assunse una bambinaia, Georgette, che si prendeva cura del piccolo quando Maire usciva a cavalcare Stille nel bosco di Ross e nelle campagne olandesi da sola o in compagnia di Lorens in sella a Vurig. Maire fu inoltre introdotta nei salotti nobiliari delle mogli dei lord per i quali Lorens prestava servizio come insegnante d’armi, e fece la conoscenza di Lady Elizabeth Enneman e Lady Suzanne Lefevre, che divennero sue confidenti e care amiche. Quando il piccolo Kasper ebbe compiuto un anno, Maire diede alla luce due gemelline dai capelli rossi e gli occhi azzurri, che furono chiamate Aileen Erinn Ingmar e Linnsey Elodie Ingmar, ereditando i nomi delle nonne. Lorens accolse l’arrivo delle gemelle con entusiasmo, ed ebbe per loro una vera e propria venerazione, in parte perché assomigliavano a Maire e in parte perché erano due femminucce che risvegliavano in lui il senso più profondo dell’essere un padre amorevole e protettivo. In seguito alla nascita delle bambine, Maire sentì il desiderio di avere accanto la propria famiglia ancora residente a Bardister. Le lettere che si inviano a vicenda non le bastavano più, perciò propose al padre e ai fratelli, restii ad abbandonare il loro paese natio, di trasferirsi stabilmente a Groningen dove Lorens avrebbe acquistato per loro un piccolo appezzamento di terra e una casa in cui vivere. Non fu facile convincerli ad abbandonare le Shetland, ma alla fine Maire riuscì nel suo intento, e fu con sua grande gioia che la famiglia Kendric s’imbarcò su una nave diretta in Olanda e si stabilì a vivere a Groningen con tutti i suoi membri, Aiden ed Erinn, i fratelli Kieran, Ewan, Finn e Connor e le loro rispettive mogli e fidanzate. Lorens aveva trovato una casa sufficientemente grande per accogliere tutti quanti, e un terreno agricolo dove i fratelli di Maire potevano coltivare la terra ricavandone frutti e guadagni. Aiden continuò a lavorare come falegname, specializzandosi nella costruzione di sedie,

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tavoli e mobili apprezzati dagli acquirenti locali, mentre Erinn sostituì Georgette nel ruolo di bambinaia accudendo i suoi tre nipotini. Georgette rimase a Woning Ross come cameriera, e quando in casa Ingmar nacquero altri due bambini, prima Alexander e poi Sebastièn, la sua presenza fu indispensabile per tenere a bada i cinque vivacissimi angioletti che riempivano il palazzo signorile di risate, gridolini, pianti e anche bisticci. Lorens e Maire decisero che cinque figli erano più che sufficienti a colmare di felicità la loro esistenza, prendendo in considerazione anche i sette cavalli presenti nella scuderia e i sette falchi rinchiusi nella voliera del giardino. Gli anni passarono veloci, i figli crebbero, si sposarono e diedero vita ad altre generazioni, e come era accaduto con Sander, anche per Lorens la stirpe degli Ingmar trovò un suo seguito nei secoli che seguirono. Lorens mantenne fede alla promessa fatta a Sander, inviandogli una missiva allo scadere di ogni anno, alla quale il Re rispondeva puntualmente con affetto sincero siglando ciascuna pergamena con la frase “Ti amerò sempre come il primo giorno.” Lorens sapeva che Sander non avrebbe mai smesso di amarlo, e sperò di poterlo rivedere un giorno o l’altro prima che l’ultimo sole delle loro vite tramontasse. Conservò con cura tutte le missive di Sander, e lo stesso fece il Re di North Roe nel suo studio privato di Branstock Borg, ma non ebbero mai più l’occasione di incontrarsi per un ultimo addio. Quando la vecchiaia giunse bussando alla porta di entrambi, l’ultimo pensiero che attraversò le loro menti prima di abbandonare il mondo terreno fu rivolto a quel giorno lontano in cui si erano conosciuti, entrambi giovani e belli, pieni di fierezza e coraggio, due anime ribelli che si erano trovate e fuse insieme per dodici lunghi anni. Sander Branstock fu sepolto nelle catacombe del castello di Branstock Borg, e Lorens Ingmar trovò riposo nella cripta del monastero di Groningen. Il loro antico amore si spense come una candela al soffio del vento, ma non morì mai del tutto, poiché le loro missive furono conservate insieme ai loro effetti personali e la loro storia fu tramandata da padre in figlio e da figlio in figlio per generazioni attraverso i secoli scanditi dallo scorrere del tempo. La vita di Maire proseguì per altri cinque anni dopo la morte di Lorens, e quando il suo cuore cedette sotto il peso degli anni, i suoi figli la seppellirono accanto a Lorens nella cripta del monastero di Groningen, dove entrambi trovarono la pace del sonno eterno.

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Lyanne e Tristan

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Lui L'avrebbe riconosciuta ovunque, in qualunque luogo, in qualsiasi momento, come accadde quel giorno, mentre camminava tra la folla rumorosa dei marciapiedi di New York nel rigido mattino invernale di quel 20 Dicembre 2012. Faceva molto freddo, il Natale era alle porte, il gelo tagliava la pelle con il suo tocco, bruciava nei polmoni ad ogni respiro, penetrava fino al corpo attraverso i pesanti vestiti. Il cielo era plumbeo, minaccioso di neve, e un vento leggero sferzava la città intirizzita. Lei apparve in lontananza, come una visione irreale e inaspettata, un volto conosciuto fra mille volti anonimi, una figura alta e snella avvolta in un cappotto viola scuro, una sciarpa rossa allacciata stretta attorno al collo, i capelli lunghi e castani sciolti sulle spalle ondeggianti nell'aria ad ogni passo, lo sguardo azzurro perso nei suoi intimi pensieri, quegli occhi di mare orlati di folte ciglia brune pieni di sogni e speranze, la pelle lunare di cui lui ricordava la morbidezza setosa, le guance lievemente arrossate dal freddo, come la punta del naso piccolo e sbarazzino, la sua bocca carnosa, quelle morbide labbra di velluto rosa pallido dalla piega dolcemente sorridente. Era lei, bella come il primo raggio di sole che squarcia l'oscurità della notte morente, delicata come un giglio bianco, incantevole nella sua elegante semplicità, unica nel suo inconfondibile passo da modella, sinuosa come un felino, leggera come una farfalla. L'avrebbe riconosciuta fra mille altre donne, perché nessuna era speciale quanto lei, perché lui l'aveva amata di un amore folle, e l'amava ancora, come il primo giorno, quando lei era entrata nella sua vita solitaria e tutto aveva avuto un senso, e ora che la rivedeva, lontana eppure vicina, sentiva il cuore spaccarsi nel petto, attraversato da un crampo di passione mai sopita, e ogni fibra del suo corpo diventava molle e calda, incendiata dal desiderio represso per troppo tempo. Rallentò il passo fino a smettere di camminare, si fermò nel mezzo dell'onda umana di newyorkesi che procedevano spediti verso le loro mete quotidiane, il suo respiro si fece corto, il sangue prese a pulsare veloce nelle sue vene, il tempo sembrò cristallizzarsi in quell'attimo sospeso nello spazio, e alla fine trattenne il fiato, mentre lei sollevava

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lo sguardo da terra e le sue iridi cristalline incrociavano i suoi occhi incatenandoli in un abbraccio avvolgente… Lei Mancavano solo cinque giorni a Natale e New York sembrava letteralmente impazzita. I marciapiedi della città erano affollati più del solito, la gente andava di fretta, con il bavero del cappotto alzato, berretti di lana calati fin sopra gli occhi, sciarpe colorate avvolte attorno al collo, guanti imbottiti a proteggere le mani infreddolite. Rabbrividendo di freddo, lei sollevò lo sguardo verso il cielo incolore procedendo a passo sostenuto in mezzo alla calca, la testa fra le nuvole, la mente avviluppata nei frammenti di un sogno che non voleva svanire. L'aveva sognato ancora, sempre lui, soltanto lui, la sua intima ossessione, il suo dolce tormento, un pezzo di se stessa a cui aveva dovuto rinunciare troppo presto, un frammento del suo cuore che batteva distante da lei, metà della sua anima dispersa in quella caotica città. Continuava a sognarlo, ogni notte, dando vita al bisogno di lui radicato nel profondo del suo essere, ricordando il triste giorno in cui si era separata da lui, rinunciando a un amore che adesso doveva ritrovare. La sua assenza era un vuoto incolmabile, un abisso di solitudine nella sua nuova vita, un dolore silenzioso che le scivolava sottopelle giorno dopo giorno infilandosi nelle pieghe del suo cuore, attorcigliandosi attorno alle sue carni in una morsa spinosa. Senza di lui si sentiva fredda e sterile come la terra gelata dall'inverno, e sapeva che non sarebbe stata completamente felice finché non lo avesse ritrovato. Il suono del clacson di un taxi interruppe il flusso dei suoi pensieri riportandola bruscamente alla realtà. Si strinse nel cappotto e sollevò lo sguardo guardando dritto d'innanzi a sé, oltre la marea di corpi infagottati che avanzavano lungo il marciapiede. E allora lo vide. In lontananza, al centro di quell'oceano umano, lui, l'uomo che era stata costretta a lasciare. Sentì il cuore balzarle in gola, e un fremito di calore liquido la invase da capo a piedi infiammandole il sangue. Lo riconobbe in un battito di ciglia, il tempo di uno sguardo e lui era lì, il suo sogno in carne ed ossa, una realtà attesa a lungo, un desiderio avverato nel gelo di un mattino dicembrino. Senza fiato, al colmo della sorpresa mista a pura gioia, lo guardò. Camminava a testa alta, incedendo a passo svelto verso di lei, perso in chissà quali pensieri. I lembi del cappotto nero che indossava si

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aprivano ad ogni passo, e la sciarpa beige annodata sotto il bavero rialzato svolazzava nell'aria fredda oltre le sue spalle. Come nei suoi sogni, il suo bel viso dalla carnagione chiara era ombreggiato da un velo di barba scura e dal pizzetto ben curato, i capelli ricci, di un castano ravvivato da caldi riflessi ramati erano un po' lunghi, si arricciavano in morbide onde dietro il collo e attorno agli zigomi, e il ciuffo gli ricadeva sulla fronte da un lato del viso. Gli occhi nocciola, intensi e profondi, incorniciati da lunghe ciglia brune, avevano quella languida e dolce espressione che lei aveva amato fin dall'inizio, la bocca grande, le labbra piene e sensuali, le ricordarono la morbidezza dei suoi baci, il mento arrotondato, il naso dritto, le sopracciglia folte e lievemente arcuate conferivano al suo viso una bellezza classica, maschile e audace. Era l'uomo che le aveva fatto perdere la testa nell'arco di una sola notte, per lui aveva provato sentimenti così profondi da solcarle l'anima a vita, l'aveva fatto entrare nel suo mondo incasinato e lui l'aveva riempito d'amore, di passione, di allegria, di tenerezza e dolcezza… Loro Uno spasmo di emozione incontrollabile la scosse tutta nell'istante in cui lui la guardò. Gli occhi nocciola dell’uomo vibrarono di luce intensa nel riconoscerla, la sua espressione mutò di colpo rivelando un misto di incredulità, sorpresa, sollievo, e gioia ritrovata, la sua bocca ebbe un tremito, poi le sue labbra si schiusero come per dire qualcosa, e mentre lei avanzava verso di lui accorciando la distanza che li separava, riuscì a leggere il suo nome pronunciato sottovoce. Un secondo più tardi, si ritrovarono faccia a faccia, occhi negli occhi, incapaci di dire o fare qualsiasi cosa. Si erano finalmente ritrovati, dopo mesi di lontananza forzata, e ora non sapevano come comportarsi. Restarono immobili per un tempo incalcolabile, fissandosi senza parlare, il viso di lui a pochi centimetri dal suo, mentre il mondo scivolava via accanto a loro con i suoi rumori, i suoi colori, i suoi odori, i suoi personaggi. Sembrava un sogno sospeso sul ciglio della realtà. Magicamente e meravigliosamente irreale. Fu lui a spezzare il fragile limite che li divideva. Si sporse in avanti e le sue braccia la circondarono, attirandola contro di sé, stringendosi attorno alla sua esile schiena in una morsa gentile. E allora lei gli

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gettò le braccia al collo, aggrappandosi alle sue spalle come una naufraga appena tratta in salvo dall'oceano in burrasca, e ogni centimetro del suo corpo di donna delicata aderÏ perfettamente al suo fisico di uomo robusto. Fu l'abbraccio piÚ intenso che si fossero mai scambiati. L'unione di due anime che si erano lasciate e ritrovate, due cuori divisi dalle circostanze che si ricucivano in un solo grande cuore palpitante.

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2 Tutto era iniziato con un bacio, una calda sera d’estate, sotto il cielo stellato di Creta. La spiaggia sabbiosa di Malia era illuminata da centinaia di lanterne di carta colorate, una calda brezza marina profumata di sale soffiava sulla superfice del mare increspata dalle onde , il disco d’argento della luna piena si rispecchiava nelle acque infrangendo il suo chiarore latteo in migliaia di bagliori luccicanti. La musica del bouzouki risuonava sulla spiaggia mentre un gruppo di danzatori cretesi abbigliati con i tipici pantaloni neri e le camice bianche del costume cretese acceleravano i passi frenetici del loro ballo tradizionale, il Sirtaki, o danza di Zorba. Con le braccia allacciate, gli uomini a gruppi di sei e dieci tenevano gli sguardi abbassati, concentrandosi sui rapidi movimenti dei piedi. I tacchi dei loro stivali scuri battevano rumorosamente sui ciottoli del lungomare al limitare della spiaggia, le fasce rosse legate attorno alla fronte erano umide di sudore, e quelle allacciate in vita ondeggiavano ad ogni movimento come lingue di fuoco selvagge. Ampi sorrisi erano stampati sui loro visi abbronzati, gli occhi brillavano di grinta e passione. Quando la danza terminò, applausi entusiasti si sollevarono dai numerosi villeggianti e turisti di passaggio che affollavano il lungomare in quella notte di festa nel cuore dell’estate. Nel mezzo della folla, Lyanne Greyson applaudiva estasiata, la gioia dipinta negli occhi azzurro-mare, i capelli castani raccolti in una lunga coda con un fermaglio di giada verde, un leggero prendisole di chiffon bianco scollato sul petto con le spalline sottili annodate dietro il collo e la gonna a balze che si apriva in uno spacco sul fianco destro, sandali di canapa ai piedi, braccialetti di perline colorate attorno ai polsi. Un giovane danzatore, forse colpito dalla sua bellezza eterea, si avvicinò a lei e s’inchinò profondamente per poi rialzarsi e offrirle una rosa scarlatta. Lei prese il fiore con un sorriso di ringraziamento, e il danzatore la percorse da capo a piedi con il suo sguardo scuro prima di voltarsi e raggiungere gli altri danzatori che riprendevano fiato e si preparavano a un nuovo giro di ballo. Lyanne annusò il profumo intenso della rosa e si avvicinò al chiosco del bar per bere un sorso di ouzo, il forte distillato d’uva e anice servito in piccoli bicchieri ghiacciati. Mentre assaporava l’aroma dolceamaro dell’anice misto alle note fruttate dell’uva, la musica riprese alle sue spalle, questa volta con un ritmo più lento e sensuale.

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Volgendo lo sguardo verso i danzatori, i suoi occhi incrociarono due profonde iridi nocciola che la stavano scrutando con evidente interesse a pochi passi dal chiosco. Si lasciò avvolgere da quegli occhi maliziosi e intensi appartenenti a un uomo dal volto dorato dal sole, con i capelli folti che si arricciavano sul collo in morbide onde castano ramate, un velo di barba incolta ad ombreggiargli il mento e l’ovale del viso, la bocca seducente dalle labbra piene. La maglietta bianca smanicata che indossava aderiva al suo petto muscoloso e ai fianchi stretti come una seconda pelle, le braccia nude erano forti e tornite, teneva le mani affondate nelle tasche di un paio di jeans sdruciti un po’ aderenti che mettevano in risalto le cosce atletiche e le gambe lunghe, ai piedi indossava delle snickers nere. Era sicuramente un turista, come lo era lei, in vacanza sull’isola di Creta, e tutto in lui, dai tratti ai colori, le ricordavano le umide terre d’Irlanda dov’era nata e cresciuta. Sostenendo lo sguardo insistente dello sconosciuto, Lyanne tornò sul lungomare, dove i danzatori cretesi si stavano esibendo già da alcuni minuti. Non fu sorpresa di notare che lui la seguiva e non si stupì quando la raggiunse, e senza chiedere il permesso né dire nulla, le afferrò un polso stringendolo nella sua mano grande e calda. Lyanne gli scoccò un’occhiata interrogativa, alla quale lui rispose con un affascinante sorriso e un guizzo divertito negli occhi bruni. “Balla con me”, disse, trascinandola verso il punto in cui si esibivano i danzatori. “Perché dovrei? Non ti conosco nemmeno”, ribatté lei, puntando i piedi sull’acciottolato. “Tristan Kerrigan, felice di averti incontrata”, si presentò lui, senza smettere di trascinarla con sé. “Lyanne Greyson, piacere mio”. Si guardarono per un brevissimo istante, occhi di mare dentro occhi di cioccolato, poi si sorrisero, complici e colpevoli, e la scintilla scoccò immediata, dando inizio a tutto. Ferma nel mezzo del cerchio formato dai danzatori cretesi, Lyanne sorrise mentre i musicisti suonavano un sirtaki dalle note indolenti e provocanti che fluttuavano nell’aria dolce della notte e i danzatori allacciati l’uno all’altro con le braccia ruotavano in senso orario attorno a lei. D’un tratto, il cerchio si ruppe per un brevissimo istante, e Tristan la raggiunse all’interno con movimenti lenti e ritmici. Sorpresa, Lyanne osservò come lui distendeva le braccia nude facendo schioccare le dita al ritmo suadente della musica e le camminava attorno tenendo gli occhi fissi nei suoi. In una mano

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reggeva un fazzoletto rosso, muovendo piano il braccio così che la stoffa ondeggiasse nella brezza. Era un invito rivolto a lei, l’invito malizioso a unirsi a lui in quella sensuale danza di corteggiamento. Lyanne indugiò alcuni minuti smuovendo con le mani l’ampia gonna a balze del prendisole, poi ruotò su se stessa e sollevò il mento in un gesto di sfida e fierezza. “Conquistami se ci riesci”, sussurrò a bassa voce, fronteggiando Tristan con il corpo e con lo sguardo. “Sei già mia”, ribatté lui, scoccandole un’occhiata penetrante. Batté i piedi sui ciottoli e prese a girarle intorno sventolando il fazzoletto rosso nella sua direzione. Lyanne sentì un fremito d’emozione attraversarla mentre osservava i suoi passi di danza pieni di seduzione. Per essere un’irlandese se la cavava molto bene con il sirtaki, ma dopotutto i passi del ballo ceilidith delle highlands irlandesi erano altrettanto sensuali e armoniosi. Tristan avanzò verso di lei porgendole il fazzoletto in una simbolica richiesta di accettazione, lei fissò la stoffa rossa, e poi, con un gesto repentino della mano, afferrò il fazzoletto e glielo strappò via. La folla riunita sul lungomare che li stava guardando batté le mani e cominciò a urlare parole incoraggianti, e i danzatori cretesi aumentarono la velocità con cui ruotavano in cerchio. Lyanne aveva accettato il corteggiamento, ora doveva danzare con Tristan al centro del cerchio. Infilò il fazzoletto nel corpino del prendisole nell’incavo tra i seni, Tristan iniziò ad arretrare con un sorrisetto furbo dipinto sulla bella bocca, sollevò le mani sopra la testa e cominciò a batterle, Lyanne smosse la gonna attorno alle gambe e si mosse in avanti ondeggiando i fianchi e muovendo le braccia al ritmo della musica. Pochi passi e si ritrovò vicinissima a Tristan, così vicina da poter sentire il profumo muschiato della sua pelle accaldata. Si perse nel nocciola caldo e profondo dei suoi occhi e un brivido le scivolò lungo la spina dorsale. Tristan Kerrigan le piaceva, c’era qualcosa di ammaliante in lui, il modo in cui la guardava, il modo in cui si muoveva, le fattezze del suo viso e del suo corpo… Era un uomo affascinante e tremendamente sexy, il tipo d’uomo capace di farle perdere la testa con un solo sguardo. Tristan iniziò a danzare ruotandole attorno, Lyanne sentì il ritmo della musica accelerare, lasciò che i suoi piedi si muovessero in fretta come aveva visto fare giorni prima alle donne cretesi, seguì il ritmo e circondò Tristan con i passi del sirtaki. Senza sfiorarsi, i loro corpi si rincorrevano nel ballo che diveniva sempre più rapido, mentre la gente applaudiva e li incitava, e i danzatori stringevano il cerchio imprigionando loro due nel mezzo. Come si era aspettata,

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senza preavviso lui le mise le mani sui fianchi e l’attirò contro di sé, imprigionandola tra le sue braccia. “Presa”, sussurrò contro le sue labbra, gli occhi vittoriosi. Lyanne sfilò il fazzoletto dal corpino del prendisole e seguendo un impulso improvviso lo fece passare intorno al collo di Tristan, attirandolo ancora più vicino. “Ti sbagli, sono io che ho preso te”, gli disse, a pochi millimetri dalla sua bocca. Attorno a loro, i danzatori cretesi sciolsero il cerchio e terminarono l’esibizione con esclamazioni gioiose, la musica finì in un rapido rincorrersi di note frenetiche, e un applauso rumoroso si sollevò tra i presenti compiaciuti e divertiti. Tristan e Lyanne erano ancora abbracciati, lui le aveva circondato la vita con le braccia, lei lo teneva stretto a sé con il fazzoletto rosso. I loro sguardi erano incatenati, i respiri corti, le bocche vicinissime. “Fallo”, disse Lyanne dando voce ai propri desideri. Senza attendere altro tempo, Tristan colse al volo quell’invito e chinò la testa in avanti. La sua bocca morbida e carnosa premette dolcemente contro le sue labbra appena dischiuse, le sfiorò la bocca con un bacio gentile e quasi timido, pieno di calore e tenerezza. Lyanne chiuse gli occhi e gli gettò le braccia al collo, stringendosi a lui per sentire il calore del suo corpo contro il proprio, e Tristan capì che poteva azzardare un bacio più audace. Le prese le labbra in una morsa delicata, Lyanne schiuse la bocca offrendosi a lui, e Tristan la baciò con passione, sfiorandole la lingua con la propria. Fu il bacio più intenso che Lyanne avesse mai ricevuto, la fece eccitare e fremere, sentì il cuore battere impazzito nel proprio petto, le gambe si fecero molli e il respiro accorciato, la mente si svuotò di ogni pensiero, i sensi si offuscarono, e il mondo intorno divenne una piacevole vertigine. Si baciarono a lungo sotto gli sguardi curiosi della gente, nella brezza salina della notte cretese, illuminati dalle lanterne di carta colorate della spiaggia di Malia, mentre la luna li stava a guardare, testimone silenziosa di un amore sbocciato per caso tra due perfetti sconosciuti.

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3 La notte stellata correva velocemente verso l’alba sulla spiaggia ormai deserta di Malia. Seduti sulla sabbia l’uno accanto all’altra con i piedi affondati nella molle battigia, Lyanne e Tristan osservavano in silenzio le onde del mare che spumeggiavano quiete all’orizzonte e si spingevano fino a riva bagnando ritmicamente le loro caviglie. Lyanne si era sciolta i capelli, e la brezza marina giocava con le sue ciocche castane facendole fluttuare attorno al suo viso illuminato dal chiarore perlaceo della luna piena. Tristan la stava a guardare ammaliato dalla sua bellezza, con il sapore dei suoi baci impresso sulle proprie labbra. “Raccontami qualcosa di te, Lyanne”. Lei posò gli occhi su di lui. “Cosa vuoi sapere?” “Da dove vieni, tanto per cominciare.” Lei annuì con il capo. “Sono nata a Killybegs venticinque anni fa, in una modesta casa affacciata sulla Baia del Donegal.” Lui sorrise. “Lo immaginavo, mi è bastato uno sguardo per capire che eri una irlandese.” “E da cosa l’hai capito?” “Dai tuoi occhi. Un colore simile appartiene solo a chi ha in corpo il sangue dei celti.” “Anche tu hai sangue celtico nelle vene, si vede nei tuoi tratti e nei tuoi colori.” “Mi hai osservato bene…” “Non ho potuto evitarlo, sentivo il calore del tuo sguardo sulla mia pelle.” Tristan dovette ammettere a se stesso di averla divorata con gli occhi per tutta la sera finché lei non se n’era accorta. “Le ragazze dell’Eire non sono belle quanto te, hanno perso la loro purezza celtica, molte di loro sono figlie di turisti europei, vivo a Cork da ventott’anni e non mi capita spesso di imbattermi in una irlandese dal sangue puro come te.” “Quindi sei un irlandese del sud…” “E tu una sirena del nord…” “Le sirene non esistono, sono tutte leggende popolari. Provengo da una lunga stirpe di pescatori, sono l’ultima discendente del clan dei

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Greyson, e ti assicuro che nessun maschio della mia famiglia ha mai visto una sirena. Mio padre desiderava un figlio maschio a cui insegnare l’arte della pesca, e invece ha avuto me, una femmina ribelle che ha scelto di appartenere a un mondo diverso dal suo. Non sono mai salita sul suo peschereggio.” “Hai scelto un’altra strada?” “La più facile… Spillare birra dietro il bancone di un pub e servire ai tavoli sei giorni su sette. Lo so, potrei aspirare a molto di più, ma il mio lavoro di barista mi piace, è un modo semplice per guadagnarsi da vivere, senza troppe pretese. E poi, la gente racconta così tante storie in un Irish pub, tutti i segreti che non andrebbero detti, i pettegolezzi che passano di bocca in bocca… Quando le persone bevono troppa birra non si rendono conto di ciò che dicono, e io sono lì, testimone di ogni piccola o grande rivelazione. Killybegs non ha segreti per me, li conosco tutti. E ogni tanto, quando ce n’è il tempo, mi metto in un angolo a suonare il violoncello, e la gente mi ascolta, oppure balla, dipende da cosa decido di suonare.” “Interessante, una barista violoncellista…” “Ho una laurea in violoncello, potrei far parte di un’orchestra se lo volessi.” “Ma…?” Lyanne fece spallucce. “Alcuni eventi imprevisti accaduti di recente hanno intralciato il mio percorso e mandato all’aria i miei piani, tutto qua. Non sempre i sogni si avverano.” “So cosa vuoi dire. Nemmeno io ho ancora avuto modo di realizzare il mio sogno. Attualmente sono un semplice aiuto cuoco in un ristorante sulla baia di Cork, il braccio destro dello chef, ma appena avrò un conto in banca consistente e mi capiterà una buona occasione non ci penserò due volte a lasciare il lavoro. Un giorno avrò un ristorante tutto mio dove potrò creare i miei piatti, e fino ad allora mi accontenterò di eseguire gli ordini del mio boss e cucinare i suoi piatti anziché i miei. A volte è frustrante, specialmente quando hai talento e non puoi sfruttarlo come vorresti, però è così che va la vita.” Mentre parlava, Lyanne colse una nota di delusione nella sua voce scura e avvolgente. “Il destino è beffardo, si prende gioco di noi.” Tristan la guardò negli occhi. “Parli dello stesso destino che ci ha fatti incontrare. Non so se sia solo una pura coincidenza, ma è strano ritrovarsi qui a Creta, nella stessa

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città… Potevo trascorrere le mie vacanze in qualunque altro posto del mondo, eppure alla fine ho scelto Creta, e non so nemmeno il perché, ho semplicemente seguito l’istinto.” “Nemmeno io ero diretta qui… Volevo staccare la spina per un po’, andarmene via da Killybegs, e così ho preso il primo volo disponibile all’aeroporto. L’ultimo biglietto disponibile per Creta.” “Coincidenza o volere del destino?” Lyanne sorrise, ripensando alla folle serata trascorsa poco prima in compagnia di Tristan, al modo in cui si era lasciata andare fra le sue braccia… Era un perfetto sconosciuto, eppure gli aveva permesso di toccarla e di baciarla… Come fosse la cosa più giusta da fare. “Sicuramente il volere del destino”, rispose, incontrando il suo sguardo. “Un destino stranamente gentile, visto che mi ha fatto incontrare proprio te fra mille altre donne. Sei bellissima, e mi piaci moltissimo, seriamente.” Lyanne ricambiò la sua occhiata velata di desiderio. “Anche tu mi piaci, fin troppo, e questo un po’ mi spaventa.” “Perché ti spaventa?” “Non lo so, forse perché non avevo previsto di conoscere nessun uomo di cui invaghirmi durante questa vacanza, e invece eccoti qui, irresistibile e pericoloso, veleno puro per il mio cuore.” “Tu sei altrettanto pericolosa per me, il tipo di donna che ho sempre evitato fino a stasera.” “Ti faccio paura?” “Non tu. E’ l’amore che mi fa paura. Quando finisce ti logora dentro fino ad ucciderti.” “Parli per esperienza personale?” Lui scosse la testa. “L’ho visto succedere a moltissime persone attorno a me, i miei migliori amici in primis, sedotti e abbandonati, distrutti per aver amato troppo. Io non mi sono mai innamorato veramente, cerco di tenere il sesso ben separato dall’amore, non voglio farmi del male.” “Immagino che avrai avuto molte donne.” “Sì, parecchie in effetti, ma sono state tutte delle avventure senza complicazioni né legami. Questo fa di me un tipo poco raccomandabile ai tuoi occhi?” “Non direi, sei libero di usare le donne come meglio credi, io non ti giudico per questa tua scelta.” “Altre donne lo fanno, qualcuna mi chiama ‘bastardo’ quando non mi rifaccio vivo dopo una notte passata nel loro letto.”

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“In parte comprendo la tua scelta. L’amore è un legame che può distruggerti se abbassi totalmente le difese. Uscirne non è facile, tutt’altro.” “Ti è capitato? Di soffrire per amore?” Lyanne trasse un sospiro e annuì piano. “Sì, mi è successo. Mi sono innamorata di un uomo speciale, gli ho dato il mio cuore e la mia anima, è stato prima un amico e poi un amante, ho fatto progetti con lui, sognavo il matrimonio e una famiglia… E quando tutto è finito, in un modo imprevedibile e assurdo, mi sono ritrovata sola, con i cocci del mio cuore da rimettere a posto… Non ne sono ancora uscita, purtroppo.” Tristan allungò una mano e le tolse una ciocca di capelli dalla guancia. “Lui chi era?” “Di solito non parlo di lui, evito l’argomento, mi fa sentire meglio fingere che non sia accaduto nulla.” “Okay, niente più domande allora.” Lyanne gli fu grata per non essersi spinto oltre con la sua curiosità. Parlare di Evan era troppo doloroso, non voleva che Tristan sapesse ogni dettaglio del triste segreto che lei si portava appresso come un macigno, era fuggita da Killybegs proprio per non pensare a Evan, e ora che si trovava lì a Creta, lontana dalla sofferenza, non era il caso di aprire l’armadio degli scheletri nascosti e rovinare tutto. Tristan era un uomo bello e affascinante, una via di fuga dalla realtà, uno spiraglio di luce nel mondo buio in cui viveva ogni giorno, e forse, una chance per uscire dall’incubo e lasciarselo alle spalle, anche se lui sembrava riluttante ad abbandonarsi ai sentimenti di cui lei aveva bisogno per salvarsi dall’abisso in cui era precipitata con Evan. “Scusami, non voglio rovinare questa serata con i miei problemi, dimentica quello che ho detto, ti prego.” “Non preoccuparti, abbiamo tutti dei segreti dolorosi di cui preferiamo non parlare, non ti devi scusare, è tutto a posto, davvero.” Le accarezzò un braccio con le dita, un tocco leggero che la fece rabbrividire di piacere. Lo guardò in viso, cogliendo la sua espressione dolce e rassicurante, capace di spazzare via in pochi secondi tutta l’angoscia collegata ad Evan, si lasciò confortare dai suoi occhi che brillavano nel buio e si scrollò di dosso ogni rimasuglio di sofferenza. “Tristan, come pensi che finirà questa notte?” La domanda lo colse impreparato.

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“Non lo so, non ho ancora avuto il tempo di pensarci. Sei una donna che va di fretta.” “Troppo svelta per te?” Lui strinse gli occhi in due fessure maliziose. “No, mi piacciono le donne che non perdono tempo.” “Allora cosa pensi di fare con me?” “Tu cosa vorresti che accadesse?” “Qualunque cosa, purché non finisca tutto su questa spiaggia prima dell’alba.” “Nemmeno io voglio che finisca.” Lyanne lo guardò dritto negli occhi. “Vuoi passare la notte con me?” Era una proposta che Tristan avrebbe colto al volo se si fosse trattato di un’altra donna, ma Lyanne era diversa, e per quanto strano gli sembrasse, aveva l’impressione che avvicinarsi a lei intimamente sarebbe stato pericoloso quanto giocare con il fuoco pensando di non scottarsi. Per questo prese tempo prima di risponderle. “Sarei un bugiardo se dicessi che non lo voglio…” “E cosa stai aspettando? Il mio bungalow è a trenta metri da qui, e il letto è a due piazze. Possiamo fare l’amore fino all’alba e poi rifarlo ancora finché non ne avremo più voglia, per tutto il giorno.” “Hey, sono solo un uomo.” “Sei un irlandese dal sangue celtico, i tuoi avi erano guerrieri che accontentavano più di una donna e facevano l’amore con la stessa foga con cui combattevano, sono certa che hai ereditato i loro geni.” “Non posso negarlo, è solo che…” Lyanne attese in silenzio che finisse la frase. “Tu sei come il fuoco, e il mio sesto senso mi dice che finirò per bruciarmi.” “Con una sola notte di sesso?” Tristan avvicinò il viso al suo e le sfiorò il collo sottile con una mano, attirandola più vicina. “Non mi accontenterò di una sola notte.” Lyanne fremette sentendo il calore del suo respiro contro la bocca e le sue parole la eccitarono. “Allora ti brucerai l’anima davvero.” Lui deglutì, e la sua mano scivolò sul petto di Lyanne soffermandosi sul bordo arricciato della scollatura del prendisole. “E’ probabile… Ma correrò questo rischio.” Lei sbatté le palpebre ripetutamente.

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“Non siamo due ragazzini alle prese con una stupida cotta estiva, siamo entrambi abbastanza adulti da fare in modo di non farci male.” Tristan sentiva che non era davvero così. Lyanne gli aveva già preso il cuore, era una fiamma ardente, amarla significava lasciarsi divorare dal fuoco che era dentro di lei. Eppure, in quel momento, non desiderava nient’altro che lasciarsi andare e bruciare lentamente con lei. La guardò mentre si alzava in piedi e si ripuliva la gonna dalla sabbia, per poi raccogliere i sandali e tenerli in una mano. Era una visione, una sirena d’Irlanda tanto bella da togliere il fiato. Si alzò in piedi a sua volta, e lei gli prese una mano infilando le dita sottili tra le sue in un incastro perfetto. “Andiamo”, disse, invitandolo a seguirla. Tristan strinse la sua mano e si lasciò trascinare via. Si allontanarono dalla battigia tenendosi per mano, i piedi che affondavano ad ogni passo nella soffice e fresca sabbia della spiaggia rischiarata solo dalla luna, e man mano che il Kyknos Hotel si avvicinava con i suoi bungalow in muratura bianca, Tristan sentì i battiti del suo cuore farsi più rapidi e un caldo languore accendersi nell’inguine, mentre una voce nella sua mente gli ripeteva in continuazione la stessa frase: ‘Ti spezzerà il cuore’. E per quanto lui la ignorasse, sapeva che il suo sesto senso non si sbagliava mai. Quella notte, Lyanne si sarebbe presa molto di più di un piccolo posto nella lista-ricordo delle donne con cui era stato a letto, e l’indomani, lei sarebbe stata l’ultima tacca impressa nella cintura delle sue conquiste. Per la prima volta nella sua vita, Tristan Kerrigan si sentiva pronto a volere di più di una semplice avventura di una notte, e l’amore non gli sembrava così spaventoso come l’aveva sempre considerato. Non poteva immaginare quale fosse il segreto che Lyanne gli nascondeva, né sapere che lei non sarebbe stata capace di amarlo completamente finché Evan non avesse abbandonato il suo cuore per sempre.

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L’aroma dolce della vaniglia misto a quello speziato della cannella permeava la stanza da letto del piccolo bungalow di Lyanne. Appena entrati, lei aveva acceso due grandi candele sferiche poggiate sul comodino accanto al letto a due piazze che ora spargevano nell’aria il loro profumo e rischiaravano l’ambiente con una soffusa luce giallo aranciata. In piedi di fronte alla porta-finestra affacciata sulla baia di Malia, Tristan osservava il mare luccicante in lontananza, mentre nel piccolo bagno attiguo Lyanne si rinfrescava il volto con dell’acqua fresca. “Vuoi bere qualcosa?”, gli chiese, quando ricomparve nella stanza. “C’è dell’acqua tonica al lime nel frigo-bar se ne hai voglia”. Tristan si voltò a guardarla. “Veramente non ho molta sete, ma ti faccio compagnia volentieri.” Lei prese l’acqua tonica dal frigo-bar e la stappò, quindi ne bevve un lungo sorso direttamente dalla bottiglia. Poi si mosse verso di lui e gli porse la bottiglia. Tristan ne bevve un sorso a sua volta, sotto lo sguardo attento di Lyanne. Sembrava tranquilla, in quieta attesa di una sua mossa, come se si aspettasse che fosse lui a prendere l’iniziativa. In realtà, Lyanne era tesa come una corda di violino, ma non voleva darlo a vedere, e riusciva a camuffare benissimo il suo nervosismo dietro una facciata di apparente serenità. “Tu non sei il tipo di donna che si getta a capofitto in una notte di sesso sfrenato con un semi sconosciuto, o mi sbaglio?”, osservò lui, ripassandole la bottiglia. “No, di solito non vado a letto con un uomo che ho appena conosciuto, sono più cauta.” “E allora perché con me stai per fare l’esatto contrario?” “Forse perché ne ho voglia… O forse perché mi va di provare qualcosa di diverso dal solito… O semplicemente perché ho fiducia in te.” “Mi conosci appena, come fai a fidarti di me?” “Se fossi un mascalzone mi saresti saltato addosso subito dopo il nostro sirtaki, sbattendomi in un angolo buio della spiaggia per scoparmi contro uno scoglio.” Tristan sorrise divertito. “Non lo farei mai, non è nel mio stile.” “Visto? Ho capito che tipo sei nel giro di poche ore.” “E tu, che tipo di donna sei sotto le lenzuola?”

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Lyanne fece roteare il liquido chiaro all’interno della bottiglia, pensando alla risposta da dare. “Mi piace il sesso fatto bene, con calma, senza troppa fretta. Non amo i preliminari troppo lunghi, non ne ho bisogno per scaldarmi, però mi piace essere accarezzata e baciata. Il sesso orale non fa per me, lo trovo piuttosto imbarazzante, specialmente se sono io a doverlo fare.” “Ti piace stare sopra o sotto?” “Talvolta sopra, altre volte sotto, dipende dal momento, e comunque il contatto visivo è essenziale per me, voglio sempre guardare negli occhi l’uomo con cui faccio l’amore.” Tristan annuì, anche a lui piacevano le stesse cose. “Sai se ci sono dei preservativi nell’armadietto del bagno?”, chiese, mentre lei beveva un altro sorso di acqua tonica al lime. “No, non ci sono, ho già guardato.” “Allora dovrò fare un salto al distributore automatico dell’hotel qui a fianco, sperando che non abbiano solo il tipo medium.” “Perché? Cos’hanno che non va?” “Non mi entrano… Uso sempre quelli large.” Lyanne abbassò lo sguardo su di lui, proprio al di sotto della cintola, chiedendosi cosa nascondesse nei jeans. “Devo spaventarmi…?” Lui rise. “Assolutamente no… Madre natura è stata molto generosa con me, ma non devi preoccuparti.” “Uhm, ora capisco perché collezioni una donna dietro l’altra, le dimensioni contano a quanto pare.” “Fanno la differenza, questo sì.” “Okay, prima che cambi idea, corri a prendere i preservativi al distributore, io ti aspetto qui.” “Ci metto solo un secondo.” “Certo, vai…” Tristan si mosse svelto verso la porta d’uscita e Lyanne lo seguì con lo sguardo. Rimasta sola, corse in bagno e si guardò nello specchio sopra il lavandino. Non riusciva a credere a quello che stava per fare, non era da lei, non era mai successo prima. Era impreparata, non faceva sesso da due anni, non l’aveva più fatto dopo quello che era successo con Evan. Nella sua vita aveva avuto un solo e unico partner sessuale, non aveva mai cercato rifugio o consolazione fra le braccia di altri uomini, non aveva mai desiderato un’avventura di una notte, c’era stato sempre e solo Evan fin dall’inizio, e ora eccola lì, pronta a lasciarsi prendere da un uomo che aveva l’esperienza di un

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playboy navigato e un pene di misura large. Le tremavano le mani e sentiva le gambe molli come burro, il cuore le pulsava in gola e nelle orecchie, un nodo di tensione le stringeva lo stomaco. Era davvero questo ciò che voleva? Vivere un’avventura sessuale con Tristan Kerrigan per l’intera durata della sua vacanza a Creta? Rischiare di innamorarsi di lui per poi doverlo lasciare per tornare a Killybegs e fingere che non fosse mai accaduto nulla tra loro? Poteva davvero fare questo a se stessa, a Tristan, e ad Evan?... Sentì i passi svelti di Tristan sul porticato del bungalow, chiuse gli occhi e respirò a fondo. ‘Certo che lo voglio, ne ho bisogno, il mio corpo ne ha bisogno, la mia anima ne ha bisogno!’ Uscì dal bagno nello stesso istante in cui Tristan rientrava nel bungalow, e quando incontrò il suo sguardo nocciola che vibrava di eccitazione pura, ogni suo dubbio e ogni suo timore si frantumarono nel calore di quello sguardo profondo, e la tensione si sciolse di colpo lasciandola libera di respirare senza sentire l’ansia opprimerle il petto come pochi secondi prima. Non doveva più vivere con la paura di provare nuovamente delle emozioni per un uomo, aveva solo venticinque anni, era troppo giovane per lasciarsi morire dentro, aveva tutto il diritto di ricominciare ad amare e ad essere felice. “Sono un uomo fortunato, li ho trovati”, disse Tristan con aria soddisfatta, sventolando verso di lei una confezione di condom ‘king size’. Lyanne afferrò la scatola e la lanciò sul letto, poi si avvicinò a Tristan e gli gettò le braccia al collo stringendosi contro di lui. “Basta parlare, facciamo l’amore.” disse, sollevandosi in punta di piedi per premere la bocca contro le labbra calde di Tristan. Lui ricambiò il bacio, sorpreso da quello slancio inatteso e appassionato. Sentì le mani di Lyanne affondare tra i folti ricci dei suoi capelli, mentre le loro labbra si cercavano e si mordicchiavano in un gioco stuzzicante. La prese per i fianchi sollevandola da terra, lei gli cinse la vita con le gambe intrecciando le caviglie, le mani di lui scivolarono sotto le sue cosce per sostenerla, e senza interrompere il loro scambio di baci la trasportò lentamente verso il letto al centro della stanza. Si chinò in avanti in modo da farla scivolare sul materasso, la fece distendere, si sdraiò sopra di lei senza schiacciarla con il proprio corpo e affondò le dita tra le ciocche setose dei suoi capelli sciolti. Lyanne si lasciò andare completamente, sospirando contro la sua bocca, gli occhi chiusi che di tanto in tanto si aprivano per guardare il suo viso e incrociare il suo sguardo. Sollevandosi sugli avambracci, Tristan si sistemò meglio contro di lei, poi le prese le mani, intrecciò le dita con le sue e le sollevò le braccia sopra la testa.

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Interruppe il contatto tra le loro labbra per guardarla, gli occhi azzurri di Lyanne erano languidi, le sue guance arrossate, le sue labbra un po’ dischiuse in cerca di altro calore. “Sei stupenda”, disse Tristan, prima di tornare a coprirle la bocca con la propria. Insinuò la lingua nella fessura delle sue labbra cercando la sua e la sentì fremere quando le loro lingue si intrecciarono in un bacio profondo. Poco dopo, le lasciò andare le mani, lei mantenne le braccia sollevate e abbandonate contro il materasso, lui scivolò con le dita aperte a ventaglio sul suo petto e strofinò i palmi contro il tessuto del leggero prendisole sentendo i capezzoli dei suoi seni che si inturgidivano sotto la stoffa e premevano contro i suoi palmi. Scese più in basso, accarezzandole il ventre e la zona dell’inguine, quindi infilò una mano sotto la gonna a balze accarezzandole la pelle sensibile dell’interno coscia, risalì verso i fianchi e quando trovò il tessuto elastico dello slip che indossava si piegò leggermente di lato e con un gesto rapido e sicuro le sfilò gli slip verso il basso. Lyanne tirò indietro prima una gamba e poi l’altra in modo che lui potesse liberarla dagli slip, e quando Tristan li ebbe tra le mani li gettò via facendoli finire a terra. Tornò a distendersi contro di lei accarezzandole le gambe e le cosce con entrambe la mani, Lyanne sospirava ad ogni tocco e non smetteva di succhiargli le labbra e cercare il contatto con la sua lingua. Tristan moriva dalla voglia di strapparle di dosso il prendisole, ma non voleva affrettare le cose, perciò fu con lentezza estrema che raggiunse le spalline intrecciate dietro il suo collo, e con movimenti abili delle dita slacciò lo stretto nodo che le teneva insieme. A quel punto, afferrò il tessuto all’altezza dello scollo rotondo e lo tirò giù scoprendo i seni rotondi e pieni di Lyanne con i capezzoli inturgiditi dal piacere. Lei emise un debole gemito, e quando le mani di Tristan si chiusero a coppa intorno ai suoi seni stringendoli tra le dita, un gemito più forte le sfuggì dalle labbra ancora incollate a quelle di lui. Aprì gli occhi per guardarlo, e il suo viso le apparve a pochi centimetri dal proprio, la fronte umida di sudore, i capelli scarmigliati di cui alcuni boccoli ricadevano sugli zigomi e sugli occhi dalle pupille dilatate dall’eccitazione, la bocca gonfia di troppi baci e morsi rossa come il sangue. Gli accarezzò le guance sentendo la sua pelle liscia che scottava e percorse con le dita il profilo della mandibola ombreggiato dal velo di barba che pungeva leggermente. “Mi piace il tuo viso, sei così maschio e fiero, il ritratto di un valoroso guerriero celtico…”.

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Tristan ricambiò il suo sguardo sorridendole, poi abbassò la testa sul tuo petto nudo e le prese tra le labbra un capezzolo. Lyanne reagì inarcando la schiena e gettando indietro la testa, lui passò a succhiarle l’altro capezzolo strappandole un respiro strozzato, le solleticò lo sterno con la lingua, scendendo giù verso l’ombelico alternando i baci ai colpi di lingua. La pelle di Lyanne era salata, morbida e liscia. Il prendisole era arricciato attorno ai suoi fianchi e gli impediva di proseguire oltre nell’esplorazione del suo corpo. Fu con infinito piacere che terminò di spogliarla sfilandole il vestito per gettarlo a terra accanto agli slip. Completamente nuda, Lyanne trattenne il respiro mentre lui la guardava e poggiava una mano appena al di sopra del pube ricoperto da una leggera peluria quasi ramata. Pensò di non piacergli, visto che le donne avevano preso l’abitudine di depilarsi completamente, mentre lei non lo faceva. Ma quando cercò i suoi occhi per trovare una risposta ai suoi dubbi, vide che la osservava con ardore proprio in quel punto. “Finalmente una vera femmina…”, disse, sfiorandole i teneri riccioli con le dita. “Le donne depilate sembrano tutte delle adolescenti intrappolate in uno stato di eterna pubertà, credono di essere eccitanti, ma in realtà non lo sono, non per me.” Lyanne gli sorrise sollevata, e con un pizzico di malizia aprì le gambe offrendogli la vista della sua intimità. Sapeva che non l’avrebbe baciata perché gli aveva detto poco prima di non amare il sesso orale, e lui rispettò la sua richiesta limitandosi a sfiorarle con i polpastrelli la carne rosea e umida. Lyanne si morse un labbro quando lui premette il pollice sul suo clitoride e fece scivolare due dita fra le pieghe del suo sesso. Il suo tocco gentile la fece inarcare, chiuse gli occhi per assaporare il piacere che lui le stava procurando, lo sentì affondare dentro di lei con le dita e istintivamente i suoi muscoli si contrassero attorno ad esse. Tristan si chinò su di lei senza smettere di darle piacere, le rubò un bacio mentre cercava di respirare senza gemere, e quando fu vicina a raggiungere l’orgasmo, lui si fermò. “Vuoi che continui fino in fondo?”, le chiese. Lyanne stava per dire di sì, ma poi pensò che avrebbe preferito godere assieme a lui. “No… Voglio venire insieme a te, dopo.” Lui annuì con il capo, e sfilò le dita bloccando la sua salita verso il culmine del piacere. Si ridistese su di lei per un breve attimo, stringendola fra le braccia e baciandole la pelle delicata ai lati del collo e sul profilo delle clavicole, quindi si staccò da lei per sedersi sui talloni.

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“Qualcuno è troppo vestito qui dentro”, disse, riferendosi a se stesso. “Hai ragione… Spogliati, voglio vederti nudo.” Tristan le sorrise nel chiarore aranciato della stanza profumata di vaniglia e cannella, si passò le mani tra i capelli scomposti tirando all’indietro i ricci ribelli che gli ricadevano sulla fronte, e con una lentezza eroticamente sexy iniziò a spogliarsi sotto lo sguardo acceso di desiderio di Lyanne. Tristan sfilò dal bordo dei jeans la maglietta bianca aderente che indossava, la sollevò oltre la spalle e se la tolse di dosso gettandola via, rimanendo a torso nudo. Si lasciò ammirare dagli occhi curiosi di Lyanne, e lei, passandosi la lingua sulle labbra gli disse: “Vieni qui, fatti accarezzare.” Tristan si chinò in avanti con le braccia tese affondando nel soffice materasso per sorreggersi, e permettendo così a Lyanne di toccarlo rimanendo distesa. Le mani di lei si posarono immediatamente sui suoi pettorali muscolosi tastandone la solidità. “Hai un petto magnifico…”, mormorò piano, facendo scorrere i palmi e le dita aperte a ventaglio sulla sua pelle liscia, seguendo il profilo delle clavicole per poi risalire sulle spalle ampie. “…Due bellissime spalle…”, aggiunse, scendendo lungo le braccia tornite dove i muscoli si tendevano sotto la pelle dorata dal sole di Creta. “…Braccia forti e robuste…”. Si spostò più in basso, scivolando sull’addome scolpito, seguendo con i polpastrelli il contorno di ogni singolo muscolo. “…E addominali perfetti”, concluse, meravigliandosi di quanto il suo corpo fosse atletico e ben fatto. “Fai palestra?”, chiese, incuriosita. “No, è tutto merito del surf da tavola”, rispose lui, rivelandole come trascorreva il tempo libero quando non cucinava piatti elaborati nelle cucine del ristorante di Cork dove lavorava. “E tu, come hai forgiato questo splendido corpo da modella?”, domandò, sempre sospeso su di lei, favolosa nella sua nudità. “Sono una pigrona, non amo lo sport. Madre natura è stata generosa anche con me.” Tristan le scoccò un’occhiata vogliosa, e lei ne approfittò per allungare le mani sui suoi jeans. Gli slacciò la cintura e il bottone, poi gli abbassò la zip. “Stai giocando con il fuoco, bambina”. “Lasciami fare, tu ti sei già divertito a spogliare me”. “Okay, ma stai attenta, sei su un territorio minato”. Lyanne rise, consapevole di quanto un uomo fosse sensibile in quella zona del corpo. Infilò una mano dentro i jeans aperti e rabbrividì quando sentì la sua erezione premerle contro la mano attraverso il cotone leggero dei boxer aderenti. Strofinò il palmo avanti e indietro

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lentamente, senza esagerare, e si stupì dell’autocontrollo che Tristan riusciva a mantenere. Era evidentemente eccitato, ma il suo viso sfoggiava una sicurezza che suggeriva il suo grado di esperienza in campo sessuale. Non era il genere d’uomo che si lasciava travolgere dalle emozioni, era in grado di dominarle, e di lasciarsi andare al momento giusto. Lyanne smise di accarezzarlo, sfilò la mano dalla patta e con uno strattone audace gli abbassò i jeans sulle cosce. “Aspetta, non riuscirai mai a spogliarmi in questa posizione”. Così dicendo, Tristan rotolò di fianco a lei stendendosi sul letto, e Lyanne si sollevò quel tanto che bastava per togliergli i jeans del tutto tirandoli verso il basso fino a farli cadere a terra. Gli sfiorò le cosce ricoperte da una rada peluria scura e risalì fino all’inguine solleticandogli la pelle con la punta delle dita. Lui sollevò il bacino per consentirle di levargli anche i boxer, e Lyanne esitò un istante prima di farlo. Poi, afferrò i boxer con entrambe le mani e glieli tolse senza guardare in mezzo alle sue gambe. Tristan la vide distogliere lo sguardo e tornare a sdraiarsi con le mani posate in grembo, allora si puntellò su un gomito e le prese il mento fra le dita facendola voltare verso di lui. “Guardami, Lyanne.” “Di solito non lo faccio.” “Perché no? Io ti ho guardata e toccata, dove sta la differenza?” Aveva ragione, non c’era nulla di perverso nel guardare e toccare il sesso di un uomo, doveva imparare ad essere più disinibita. Abbassò gli occhi sul suo ventre e guardò il suo pene eretto e turgido, constatando quanto fosse davvero più grande rispetto alle misure normali. Tristan le prese una mano e la spostò su di lui per farglielo toccare. Lyanne deglutì a vuoto mentre stringeva le dita attorno al suo sesso caldo, lo sentì pulsare nel suo pugno chiuso, e uno spasmo di languore le attraversò il basso ventre. Tornò a guardare Tristan, e vide che i suoi occhi si erano fatti liquidi, pieni di desiderio. Oramai erano entrambi pronti per fare l’amore, mancava solo il preservativo. Si voltò per prendere la confezione e gliela passò, quindi lo osservò mentre ne prendeva uno e strappava l’involucro colorato con i denti. Tirò fuori l’anello in lattice trasparente e con l’abilità di chi era abituato ad usarlo di frequente lo srotolò velocemente sul sesso assicurandosi che fosse ben teso. “Mi piace la sicurezza dei tuoi gesti”, disse, quando lui ebbe finito. “Ho cominciato a fare sesso molto presto, e mai senza preservativo.” “Quanti anni avevi quando hai perso la verginità?” “Quasi quattordici.”

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“Eri un ragazzino…” “Sì, un moccioso piantagrane con i brufoli sulla faccia che faceva sega a scuola per andare a scopare con la figlia del parroco del paese.” Lyanne sgranò gli occhi per la sorpresa. “Con la figlia del parroco?!” Lui rise e si strinse nelle spalle con aria divertita. “Lo so, ero un ragazzaccio, ma lei si lasciava rimorchiare facilmente, e le piaceva sperimentare con il sesso.” Lyanne avrebbe voluto chiedergli altre cose, ma Tristan rotolò senza preavviso sopra di lei e si sistemò fra le sue gambe afferrandola sotto le cosce per sollevarle il bacino e trovare la posizione migliore per penetrarla. “Sei pronta?” Lyanne s’irrigidì fra le sue braccia. “No, aspetta un secondo.” “Perché? Cosa c’è?” Lyanne posò le mani sulle sue spalle e si strinse a lui premendo il seno contro il suo petto. “Sono passati due anni dall’ultima volta che ho fatto l’amore”, confessò, quasi con imbarazzo. “Non andare troppo in fretta, e fai piano… Sei il primo ‘king size’ della mia vita, non farmi male.” Tristan le sfiorò le labbra con un bacio delicato, e le scostò i capelli dalla fronte con dolcezza. “E’ tutto okay, tranquilla… Fidati di me.” “Io mi fido di te.” “Allora non devi aver paura di nulla.” Lyanne annuì con la testa, si rilassò contro i cuscini, e si aggrappò a lui per sentirlo più vicino. “Guardami negli occhi, sempre, dall’inizio fino alla fine”, le sussurrò Tristan contro la bocca. “Voglio vedere l’estasi riflessa nei tuoi occhi, e voglio che tu veda la mia. Ti farò godere, e ti porterò all’orgasmo insieme a me.” “Va bene, non ti toglierò gli occhi di dosso nemmeno per un secondo.” Tristan la strinse con amore fra le sue braccia, e Lyanne capì che tutte le barriere che aveva eretto attorno e dentro di sé negli ultimi due anni stavano per crollare una dopo l’altra, liberandola dalla sofferenza fisica e mentale che si portava addosso da troppo tempo. Si abbandonò completamente alle carezze e ai baci di Tristan, e si perse totalmente nel limbo sicuro dei suoi occhi nocciola che fissavano i suoi con l’intensità di un uomo innamorato.

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Ciò che accadde dopo, fu semplicemente meraviglioso. Tenendola ben stretta per le cosce, Tristan si mosse sopra di lei appoggiando la sua erezione all’apertura calda e morbida della sua femminilità eccitata. Guardandola negli occhi, cominciò ad affondare in lei lentamente, la sentì rilassata e pronta ad accoglierlo, e muovendo i fianchi in avanti si spinse in lei più profondamente. Lyanne trasalì fra le sue braccia mentre lo sentiva farsi strada dentro il suo ventre riempiendo il suo spazio interno con delicatezza, attento a non penetrarla troppo rapidamente per non farle male. Tristan oscillò in avanti di nuovo, e questa volta scivolò dentro di lei completamente, riempiendola tutta. Un’ondata di piacere intenso travolse entrambi nell’attimo in cui si ritrovarono l’uno nell’altra, perfettamente uniti, due corpi fusi in uno, lui duro e pulsante, lei calda e accogliente. Lyanne vide lo sguardo di Tristan farsi ancora più languido, e nelle sue iridi scure scorse il piacere che stava provando in quel momento. Si strinse forte alle sue spalle e mosse il bacino verso l’alto preparandosi ad assecondare ogni suo movimento. Quando Tristan iniziò a spingersi in lei ritmicamente avanti e indietro, dapprima lentamente e poi aumentando il ritmo poco per volta, Lyanne lo seguì in quella danza assecondando ogni sua spinta, sollevando i fianchi per poi riabbassarli, rilassando e contraendo i muscoli interni, in modo naturale, lasciando che il proprio corpo si fondesse con quello di Tristan. Il piacere andava e veniva come un’onda di mare che correva verso la riva e poi rapidamente tornava indietro, risaliva e riscendeva, facendola sospirare e gemere piano. Tristan la guidava in quel ballo, il corpo teso, vibrante in ogni muscolo, il respiro profondo, il viso perso nell’estasi che provava eppure attento a non perdere il controllo. Capì che si stava trattenendo per lei, per far durare il più a lungo possibile il loro amplesso, per farle raggiungere l’apice e regalarle un orgasmo in cui annegare. “Mi piace sentirti dentro di me”, sussurrò, inarcando la schiena e reclinando il collo all’indietro. Tristan le posò le labbra sulla gola offerta e la baciò, poi le prese la bocca in un morso, e Lyanne rispose a quel bacio con le labbra e con la lingua, mentre gli affondi di Tristan divenivano più rapidi e profondi, il ritmo si faceva audace e incalzante, e il suo pube sfregava contro quello di Lyanne eccitandola ancora di più. Fare l’amore con lui era stupendo, sapeva essere dolce e prepotente al contempo, non era brusco nei movimenti e non aveva fretta di raggiungere l’orgasmo, sapeva muoversi dentro di lei accarezzandola con il suo

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sesso, conosceva il corpo delle donne e aveva il dono di farlo eccitare stimolandolo nei punti giusti, e mai, neppure per un attimo, il suo sguardo aveva interrotto il contatto con il proprio, faceva l’amore con il corpo e con gli occhi, ci metteva la passione e il cuore. Lyanne non aveva mai sperimentato un rapporto sessuale così intenso sia fisicamente che spiritualmente, per tutta la vita si era accontentata degli amplessi frettolosi di Evan pensando che ci fosse qualcosa di sbagliato in lei quando non raggiungeva l’apice, e molte volte lui era venuto prima di lei lasciandola insoddisfatta. Aveva sempre creduto che il sesso fosse così, ma si era sbagliata, e Tristan glielo stava dimostrando. Con lui il sesso era bello, appagante, intimo, era l’unione perfetta tra la carne e l’anima. Durante l’amplesso, Tristan rallentò il ritmo un paio di volte per smorzare l’eccitazione e prolungare i tempi del rapporto, e Lyanne fu certa che avessero superato i dieci minuti. Sentiva il proprio corpo invaso dal piacere in ogni sua parte, era accaldata, sudata e affannata, e anche Tristan sembrava ormai perso nel godimento assoluto, lo capiva dai tremiti del suo corpo e dall’espressione torbida con cui la guardava. Quando sentì le sue dita stringerle le cosce premendo forte contro la sua morbida carne, capì che la stava guidando verso la conclusione di quella danza dilatata nel tempo e fu ben felice di seguirlo fino all’apice. Lyanne trattenne il fiato mentre lui la penetrava con affondi brevi, potenti e rapidi. La schiacciò contro il materasso inchiodandola sotto di lui, aumentò ancora di più l’impeto dei suoi slanci, la trafisse con lo sguardo come per dirle di seguirlo e di non rimanere indietro, e Lyanne si abbandonò a quella corsa selvaggia finché non sentì arrivare l’orgasmo, improvviso e intensissimo, un’ondata di piacere profondo che la travolse in pieno incendiandole il sangue e procurandole una vertigine tanto forte da darle l’impressione di svenire. Il suo corpo si tese ad arco e la sua testa si piegò all’indietro, un gemito strozzato le sfuggì dalle labbra dischiuse, e gli spasmi del piacere la invasero da capo a piedi facendola tremare e rabbrividire. Chiuse gli occhi lasciandosi andare all’estasi, ma poi li riaprì, e vide fra le ciglia socchiuse il piacere dell’orgasmo che annebbiava le iridi di Tristan. Lo sentì venire sopra e dentro di lei, il suo corpo tremò più forte di quanto avesse tremato il proprio, e il gemito che gli uscì dalla bocca echeggiò fra le pareti della stanza spezzando il silenzio della notte. La sua testa si piegò all’indietro, mentre le sue spinte cominciarono a perdere potenza e rapidità poco per volta, rallentando e infine fermandosi del tutto, sostituite da un lieve ondeggiare. Emise un profondo

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sospiro, e la testa gli ricadde in avanti, con i riccioli scuri umidi di sudore che gli coprivano la fronte e le guance. Ancora senza fiato, Lyanne cercò i suoi occhi, lui la guardò con tenerezza e le sorrise, mentre il suo petto si alzava e abbassava velocemente respirando affannosamente. Lei gli appoggiò una mano sul cuore e lo sentì palpitare sotto il suo palmo come un tamburello impazzito. Anche il suo cuore batteva frenetico, erano entrambi esausti e appagati, pervasi dal torpore e dalla beatitudine. Rimasero fermi così per alcuni minuti, senza dire nulla, ancora avvinghiati l’uno all’altra, lui dentro di lei, i respiri che lentamente tornavano ad un ritmo normale. “Ti ho vista godere”, bisbigliò Tristan, con espressione compiaciuta. “Eri meravigliosa mentre venivi, totalmente persa nell’estasi.” “Anch’io ti ho visto venire… Ti sei goduto ogni singolo istante di piacere.” “E’ stato bello”, ammise lui. “Oh sì, bellissimo… Non ho mai fatto l’amore in questo modo prima di stanotte… Ci sai proprio fare, Kerrigan.” Lui sorrise, consapevole delle proprie capacità. “E’ solo questione di pratica e allenamento.” “No, non solo quello. Tu ci metti il cuore mentre fai sesso, per te non è solo un atto fisico, è qualcosa di più intimo.” “Sarei un egoista se pensassi solamente a procurarmi piacere lasciando la mia partner insoddisfatta.” “La maggior parte degli uomini lo fa”, disse, e il pensiero la rimandò a Evan, ai suoi modi meccanici e ripetitivi, alla sua mancanza di attenzione per lei, ma subito scacciò via quel ricordo, concentrandosi su Tristan. “Tu sei diverso, ti piace dare piacere, e questo non è da tutti, è un bel pregio.” “Sono felice che per te sia stato bello quanto per me, desideravo regalarti una notte da ricordare per sempre.” “Oh, difficilmente la dimenticherò… Grazie Tristan.” “Prego, il piacere è stato tutto mio.” Si sorrisero reciprocamente, felici di aver condiviso un momento tanto speciale e indimenticabile. Lyanne gli scostò dalla fronte i ricci ribelli cacciandoli indietro con le dita, e lui le prese il viso tra le mani per poi chinarsi e baciarla sulle bocca con un casto bacio. Quel tenero gesto la commosse, sentì uno spasmo al cuore, e prima che se ne rendesse conto, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Sbatté le palpebre, e due stille lucenti scivolarono giù verso il mento rigandole le guance.

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“Hey, che succede?”, fece lui, premuroso, asciugandole le guance con i pollici. “Perché queste lacrime?”. Lei trasse un sospiro, poi un altro ancora. “Non è niente, davvero… E’ solo che nessuno mi trattava con così tanto riguardo da moltissimo, troppo tempo… Sono lacrime di gioia, perché tu mi hai resa felice.” Tristan le accarezzò il viso con il dorso della mano. “Tu meriti di essere felice, Lyanne.” Lei annuì, quindi stese le braccia e si strinse a lui, e Tristan l’abbracciò stretta cullandola per un po’ nel porto sicuro del suo petto. Più tardi, quando l’alba iniziò a sfumare di rosa il cielo azzurro sulla linea confusa dell’orizzonte, Tristan scivolò via dal corpo di Lyanne, si alzò dal letto per andare in bagno e gettare via il preservativo, si rinfrescò il viso con dell’acqua fredda, quindi ritornò nella stanza e soffiò sulle candele ancora accese per spegnerle, poi si ridistese sul letto accanto a Lyanne e lei si raggomitolò addosso a lui in cerca di carezze. Si addormentarono quasi subito, entrambi nudi, spossati dall’intensità del loro amplesso e dalle numerose emozioni di quella lunghissima notte, le mani di lui affondate nella massa setosa dei capelli sciolti di Lyanne, una mano di lei aperta sul suo petto e l’altra dolcemente posata sul suo sesso nudo. Dormirono a lungo, mentre fuori iniziava un nuovo giorno nella vivace e solare città di Malia.

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5

Un piacevole bozzolo di calore avvolgeva il corpo nudo di Lyanne steso sul letto sfatto. Si sentiva bene, il cuore in pace, le membra rilassate. Resistette all’impulso di aprire gli occhi per prolungare quella sensazione di ovattata beatitudine in cui galleggiava. Doveva essere il primo pomeriggio, riusciva a sentire gli schiamazzi e le risate allegre dei ragazzini in vacanza che giocavano a pallone nel grande giardino del Kyknos Hotel. Si mosse fra le lenzuola impregnate del profumo di Tristan e tastò il materasso in cerca del suo corpo. Lui non c’era, doveva essere andato via senza svegliarla, lasciandola dormire. Sorrise al ricordo della notte passata con lui, e le immagini di ciò che avevano condiviso le passarono davanti agli occhi come flashback al rallentatore. Sentiva ancora su di sé il tocco delle sue mani, il calore dei suoi baci, la tenerezza dei suoi sguardi, aveva il suo sapore dolce sulle labbra e l’odore della sua pelle sulla propria. Era stata una notte meravigliosa, non si sarebbe mai pentita di essersi donata a Tristan con tutta l’anima e il corpo, era l’esperienza più elettrizzante che avesse mai vissuto fino a poche ore prima e si augurava di poterla ripetere ancora, molto presto… Il sole cocente di Luglio inondava la stanza e scottava sulla sua pelle nuda. Si schermò il viso con una mano mentre sbatteva più volte le palpebre e si voltava verso la finestra affacciata sul mare. Le leggere tende di cotone bianco erano scostate e svolazzavano al soffio della brezza mediterranea impregnata del profumo di iodio. Si sollevò a sedere e si stiracchiò le braccia sopra la testa, poi scese dal letto e si mosse nella stanza perfettamente in ordine. Tristan aveva raccolto il suo vestito da terra, lo aveva piegato con cura e posato sul mobile basso ai piedi del letto, insieme agli slip di pizzo che le aveva sfilato prima di fare l’amore con lei. Ma c’era anche qualcos’altro, un pezzo di carta strappato forse da un’agendina telefonica, e sopra, scritto a penna, Tristan aveva lasciato un messaggio per lei. Lyanne lo raccolse e lesse le poche righe scritte di fretta. “Voglio rivederti. Questa sera, da ‘Elisabeth & Stablos’. Offro io la cena, ti aspetto per le otto. Non portare nient'altro eccetto te. Tristan.” Deciso e conciso. Tristan Kerrigan sapeva quello che voleva e sapeva come ottenerlo. Ora voleva lei.

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Lyanne rimise a posto il messaggio e subito pensò che non aveva in valigia nessun vestito abbastanza carino per una cena romantica. Doveva uscire e fare un giro in centro, avrebbe sicuramente trovato un bel vestito a poco prezzo. Non aveva molto contante con sé, quando era partita da Killybegs era notte fonda, fuori pioveva a dirotto, lei aveva il cuore pesante e la sensazione di non riuscire a respirare, come se un macigno le opprimesse il petto. Si era svegliata nel mezzo di un incubo, e aveva capito che doveva andarsene, fuggire via per un po’, andare lontano, dove nessuno la conoscesse. Si era vestita in fretta, una maglietta e un paio di jeans pescati a caso dall’armadio, aveva gettato in valigia pochi vestiti e le cose essenziali di cui poteva aver bisogno, non aveva preso le carte di credito per non essere rintracciata, aveva del contante messo da parte in una vecchia scatola di latta, risparmi guadagnati nel corso degli anni lavorando al pub, se li sarebbe fatti bastare. Ricordava di aver chiamato un taxi che la portasse all’aeroporto, non aveva idea di dove sarebbe andata, desiderava solo scappare via senza che nessuno lo sapesse. L’unico volo in partenza immediata era quello per Creta, destinazione Malia, un turista aveva annullato all’ultimo minuto la sua partenza regalandole, senza immaginarlo, l’ultimo biglietto disponibile e una chance di fuga. Lyanne si era fatta registrare sul volo con il nome di Sofia Hudson, così com’era scritto sul passaporto falso che si era fatta fare due mesi prima da un teppistello dei bassifondi della città. Sapeva che un giorno le sarebbe servito, da tempo ormai pensava di fuggire lasciandosi tutto alle spalle. Tutto era filato liscio, dopo il check-in era salita a bordo dell’aereo in classe economica, aveva trattenuto il respiro finché le ruote dell’aereo non si erano staccate dalla pista di partenza e il velivolo aveva preso quota. Solo a quel punto aveva ripreso a respirare, solo allora si era sentita finalmente libera. Mentre l’alba sorgeva su Killybegs, Lyanne volava verso Creta, e nessuno l’avrebbe mai saputo. Nessuno eccetto Kayla, la sua unica amica fin dai tempi d’infanzia. Prima di salire sull’aereo, le aveva inviato un messaggio al cellulare. ‘Vado via per un po’, tu sai il perché... Non preoccuparti per me, starò bene ovunque andrò. Se mi cercano, e tu sai chi mi cercherà, non dire loro che ti ho inviato questo messaggio, dì solo che ti avevo parlato di un possibile viaggio a New York, lascia che pensino che me ne sono andata in America. Non voglio essere trovata, tornerò quando starò meglio. Ammesso che trovi il coraggio per tornare… Ti voglio bene. Un bacio, Lyanne.’

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Erano passati cinque giorni da quella notte. Lyanne non si era pentita di essere fuggita in quel modo. Kayla aveva sicuramente compreso il suo gesto, così come lo aveva di certo fatto la sua famiglia, loro erano le uniche persone che capivano il suo profondo disagio e il bisogno vitale di scappare via da una realtà troppo dura da sopportare. Coloro che invece la stavano sicuramente cercando erano altre persone, e Lyanne si augurava che non riuscissero a scoprire dove si era rifugiata. Scacciò via quei pensieri chiudendo gli occhi e inspirando profondamente. Non si sarebbe rovinata la giornata ripensando alla sua fuga improvvisa, aveva uno splendido presente da vivere giorno per giorno, il destino le stava offrendo un’altra occasione per ritrovare la felicità, e lei non aveva nessuna intenzione di lasciarsela sfuggire di mano, non adesso che Tristan era entrato nella sua vita. Desiderava assaporare ogni singolo istante al suo fianco dimenticando fra le sue braccia chi era Lyanne Greyson, da dove veniva, cosa aveva fatto e chi si era lasciata alle spalle fuggendo da Killybegs. Non aveva idea di quanto sarebbe durata quella ritrovata gioia di vivere, sapeva solo che doveva accoglierla nel proprio cuore come un dono prezioso del fato. Si diresse in bagno, aprì il rubinetto del box doccia e lasciò che ogni cattivo pensiero scivolasse via insieme all’acqua che scorreva fresca sulla sua pelle accaldata. Poco dopo, indossata una t-shirt gialla e una gonna di jeans corta, infilò i sandali ai piedi e uscì nella calura del pomeriggio con pochi soldi in tasca e la mente leggera, in cerca di un bel vestito da indossare quella sera per Tristan. Non vedeva l’ora di ricominciare a perdersi nei suoi occhi di cioccolato fondente, e già pregustava il momento in cui l’avrebbe rivisto.

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Appoggiato al parapetto della terrazza all’aperto del ristorante di cucina tipica cretese ‘Elisabeth & Stablos’ con un Martini rosso in mano, Tristan aspettava l’arrivo di Lyanne. Controllava ogni due minuti l’orologio da polso e teneva d’occhio l’ingresso del ristorante con evidente impazienza. Era sicuro che avesse letto il suo messaggio e non aveva dubbi che si sarebbe presentata

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all’appuntamento, tuttavia l’esperienza gli aveva insegnato quanto potessero essere imprevedibili le donne, specialmente quelle belle e misteriose come Lyanne. Era in ritardo di dieci minuti, ma questo non significava che avesse rifiutato il suo invito a cena, forse le piaceva solamente farsi attendere. Finì di bere l’ultimo sorso del suo Martini e posò il calice sul vassoio di una cameriera che passava a ritirare i bicchieri vuoti proprio in quel momento. Quando rivolse nuovamente lo sguardo alla porta spalancata del ristorante, fu con grande piacere e un pizzico di sollievo che vide Lyanne comparire in tutta la sua raggiante bellezza. Una divina creatura fasciata in un delizioso abitino di chiffon color acquamarina punteggiato di minuscoli fiorellini blu con la gonnellina corta e il corpino stretto senza spalline, un paio di decolleté panna tacco dieci che slanciavano le sue belle gambe affusolate, i capelli raccolti dietro la nuca in un elegante chignon dal quale sfuggiva una sola ciocca pendente sul lato sinistro del viso, un velo di trucco leggero a illuminare il suo sguardo stupendo, una borsetta in tinta con le scarpe stretta in una mano. Mosse alcuni passi incerti all’interno del ristorante affollato, gli occhi di mare che cercavano lui passando in rassegna i tavoli gremiti. Tristan si scostò dal parapetto della terrazza di qualche metro e Lyanne lo vide immediatamente. Un dolcissimo sorriso si dipinse sulle sue labbra accompagnato da un luccichio gioioso nelle sue iridi chiare mentre si avvicinava di gran passo alla zona esterna del ristorante. Lo raggiunse quasi correndo, come se avesse atteso quel momento per tutto il giorno, e Tristan capì che la notte precedente aveva lasciato un segno indelebile dentro di lei. Era bastata una sola notte per conquistarla. Lyanne si fermò a pochi passi dall’uomo che era stato al centro dei suoi pensieri da quando si era risvegliata e lo guardò da capo a piedi senza celare la propria contentezza nel rivederlo. Si era pettinato con cura i ricci ribelli e rasato un po’ la cortissima barba, indossava una camicia bianca con il colletto sbottonato sul petto e le maniche arrotolate fino ai gomiti, un paio di pantaloni di cotone color ghiaccio, scarpe di tela canvas blu scure. Non poteva essere più affascinante ed irresistibile di così, era un uomo capace di toglierle il fiato e lasciarla senza parole come nessuno aveva fatto mai. “Kalispéra”, la salutò lui, accogliendola con un ‘buonasera’ in lingua greca e prendendole entrambe le mani per sollevarle e deporvi un bacio galante. “Kalispéra”, disse lei in risposta, ammaliata dal suo gesto. “Sei una visione, quasi quasi mangio te per cena.”

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“Grazie del complimento, tu non sei da meno.” Lui sorrise, aggiungendo altro fascino su di sé. “Sono felice che tu sia venuta.” “Pensavi che ti avrei dato buca?” “In realtà no, anche se devo ammettere di essere stato sulle spine per dieci minuti.” “Scusami, non volevo farti aspettare.” “Figurati, è un diritto di ogni donna farsi attendere per un po’, soprattutto ad un appuntamento.” “Mi sono svegliata e tu non c’eri, perché non sei rimasto?” “Avevo preso un impegno due giorni fa e non potevo mancare. Un giro in barca con degli amici spagnoli che alloggiano nel mio stesso hotel.” “Ti sei divertito?” “Molto. Prendi una barca a vela e mettici sopra quattro uomini single che parlano di donne per tutto il tempo bevendo birra gelata sotto il sole cocente. E’ il massimo.” “Immagino di sì, è come regalare una carta di credito nuova a un gruppo di donne single e mandarle a fare shopping in un enorme centro commerciale.” “E’ un paragone perfetto… E comunque, anche se mi sono divertito, non ho fatto altro che pensare a te per tutto il tempo. Ho contato le ore che mi separavano da questo momento.” “Davvero? E io che pensavo di essere stata sedotta e abbandonata.” Tristan capì che era una battuta e le scoccò un’occhiata divertita. Poi le strinse una mano nella sua. “Vieni, sediamoci. Ho già ordinato, ho scelto i piatti migliori del ristorante, quelli tipici della cucina cretese.” Lyanne si lasciò condurre verso un tavolo per due posto in un angolo appartato della terrazza coperta da travi di legno dalle quali pendevano antichi lumi ad olio con delle candele all’interno. “E’ carino questo posto, ci sei già stato?” “No, è la prima volta, ma ho sentito dire che qui si mangia molto bene.” “Detto da uno chef è una garanzia. Cos’hai ordinato?” “Vuoi i nomi dei piatti in greco o preferisci la traduzione?” “Mi fido delle tue scelte, e poi sono così affamata che mangerei qualunque cosa in questo momento!” Tristan versò per entrambi del vino rosso di Malia nei bicchieri, quindi sollevò il proprio e Lyanne fece lo stesso. “A cosa brindiamo?”, le chiese, fissandola negli occhi.

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Lyanne rifletté in silenzio per alcuni secondi. “Al destino, che ci ha fatti incontrare, e alla felicità, la cosa più preziosa che ci possa capitare nella vita.” Lui annuì. “Al destino e alla felicità.” Fecero tintinnare i bicchieri uno contro l’altro e bevvero un sorso del vino rosso scuro dal sapore corposo e fruttato. Subito dopo, con un tempismo perfetto, arrivò un cameriere con i piatti che Tristan aveva ordinato. Li aveva disposti su un carrello, tutti coperti perché non si raffreddassero. Lo lasciò accanto al tavolo e se ne andò tornando in cucina, lasciando a Tristan il compito di elencare il menù a Lyanne. Cosa che lui fece con estremo piacere, spiegandole contenuto e nome di ogni portata. “Questo è il gyros, il piatto nazionale di Creta, carne di maiale cotta allo spiedo con salvia e timo tagliata a strisce sottili e condita con salsa allo yogurt. Questo invece è un misto di polipi e molluschi alla griglia insaporiti con spezie ed erbe aromatiche, e insieme ho ordinato anche un trancio di pesce spada grigliato sfumato al vino rosso, vale la pena assaggiarlo. Questa qui è l’insalata cretese, con pomodori, cetrioli, cipolle, peperoni e il myzithra, un formaggio bianco e cremoso che sostituisce la feta greca. Come antipasto c’è il paximadi, una focaccia di pane biscottato ammorbidito con olio d’oliva e condito con origano e graviera, un formaggio molto simile al gruviére svizzero. Per dolce ho ordinato queste focaccine al miele tipiche di Creta, e in queste due caraffe c’è il caffè, lo sketo per me, amaro, e il metrio per te, più dolce. Se vuoi puoi assaggiare il raki, è un distillato di acini d’uva simile alla grappa e più forte dell’ouzo. Si beve ghiacciato a fine pasto.” Lyanne lo guardò ammirata. “Sono impressionata… Conosci benissimo la cucina cretese e parli proprio come uno chef.” “Lo so, è una deformazione professionale. Trascorro metà della mia vita chiuso nella cucina del ristorante di Cork, e quando finalmente arrivano le vacanze estive ovunque io vada non faccio che pensare e comportarmi da chef, mi viene naturale, non posso evitarlo.” “E’ una bella cosa avere una passione così forte, e in ogni caso il cibo sembra tutto ottimo, perciò passami subito qualcosa prima che muoia di fame.” “Giusto, mangiamo, siamo qui per questo.” Per i primi dieci minuti della cena mangiarono in silenzio, assaporando quei deliziosi piatti cucinati alla perfezione, e

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scambiandosi delle occhiatine fugaci tra un boccone e l’altro, poi Tristan le rivolse nuovamente la parola. “Noi due dovremmo conoscerci meglio. Io so poche cose di te e tu quasi niente di me. Ti va di fare un gioco?” “Sentiamo, che genere di gioco?” “Una cosa semplicissima. Io ti faccio una domanda, tu rispondi, io rispondo dopo di te e quindi ti faccio un’altra domanda. Si va avanti così, finché non si ha più nulla da dire. E’ un modo come un altro per scoprire ciò che non si conosce della persona che si ha di fronte.” “E lo fai ad ogni appuntamento? Ogni volta che esci con una donna nuova?” “Di solito no, se è un’avventura di una sola notte non mi interessa conoscere questo tipo di informazioni personali. Ma di te voglio sapere di più, mi piaci e ho intenzione di starti incollato addosso per tutto il tempo che mi concederai, quindi voglio scoprire chi sei e che vita fai.” “Ho capito, è un terzo grado alla C.S.I., hai un paio di manette nascoste nella tasca dei pantaloni per arrestarmi in caso scoprissi che ho commesso un reato?” “Certo che no, e comunque anch’io devo rispondere alle tue domande, quindi è un confronto alla pari.” “Va bene, giochiamo allora, sono pronta.” “Ogni domanda è valida, di qualunque tipo, non ci sono regole, eccetto l’obbligo di rispondere con sincerità.” “Okay, niente bugie.” “Perfetto, comincio io.” Prima che Tristan avesse il tempo di dare inizio al gioco formulando la sua prima domanda, Lyanne sapeva già che non sarebbe stata per nulla sincera con lui. Per quanto le dispiacesse nascondersi dietro le bugie e doverle dire proprio a Tristan, sarebbe stata costretta a mentirgli per proteggere se stessa e il suo segreto. “Allora, vediamo… Quando sei nata?” “Il 5 Dicembre del 1987, fuori nevicava, mia madre ha partorito dopo sette ore di travaglio, mio padre le ha tenuto la mano per tutto il tempo. Il commento di mio nonno è stato ‘Accidenti, una femmina, di sicuro non vorrai mai fare la pescatrice’. Ha cercato in tutti i modi di farmi innamorare del suo mestiere, ma non è riuscito nel suo intento. Comunque mi adorava, ero la sua unica nipote.” “Io sono nato il 28 Aprile dell’84, in un soleggiato giorno di precoce primavera, mia madre aveva solo 15 anni, e mio padre ovviamente non era presente, se l’era svignata appena aveva saputo di aver messo

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incinta mia madre. Lei era troppo giovane per tenermi, perciò mi ha dato in affidamento a una giovane coppia che non poteva avere figli propri. Erano entrambi chef, gestivano un piccolo ristorante di cucina italiana, sono praticamente cresciuto in mezzo a pentole e padelle, era inevitabile che un giorno sarei diventato uno chef come loro. Ogni tanto mia madre veniva a trovarmi, ho sempre saputo di essere stato adottato, ancora oggi ci teniamo in contatto e talvolta pranziamo insieme. Dopo la mia nascita si è sposata e ha avuto altri due figli, i miei fratellastri Aidan e Gregory. Vedo anche loro quando posso, credo sia importante mantenere i legami con le proprie origini.” “Com’è stata la tua infanzia?” “Serena, felice, piena d’amore. E la tua?” “Ero una bambina introversa, felice ma riservata, non avevo molti amici, mi piaceva studiare e stare da sola. Per molti anni i libri sono stati il mio unico interesse, la mia cameretta ne era piena zeppa, non avevo nemmeno una bambola, non ci giocavo.” “Il ricordo più bello di quel periodo?” “Sicuramente il giorno del mio nono compleanno, quando mio padre mi ha regalato il mio primo violoncello. Era enorme, di seconda mano, l’aveva trovato da un rigattiere e aveva pensato che suonare quello strumento mi avrebbe distratta dalla mia ossessione per i libri. Ricordo l’emozione che ho provato quando ho fatto scivolare l’archetto sulle corde e ho sentito le note vibrare intorno a me. E’ stato subito amore. Da quel giorno ho smesso di leggere e ho iniziato a vivere per la musica.” “Io non ho un ricordo più bello legato all’infanzia, a differenza di te ero molto estroverso, quando non stavo in cucina ad osservare mio padre che cucinava ero sempre fuori casa a giocare a pallone con i ragazzini del mio quartiere, mi piacevano il calcio e il basket, ero molto attivo, combinavo guai in continuazione ma non venivo mai punito, non ho mai ricevuto uno schiaffo, solo qualche rimprovero. Tutta la mia infanzia è un bel ricordo… E la tua adolescenza invece com’è stata?” “Complicata. Una parte di me avrebbe voluto essere tale e quale alle altre ragazzine della mia età piene di interessi, le vedevo uscire insieme a fare shopping, a giocare al bowling, a vedere un film dopo l’altro al cinema, si truccavano e si vestivano carine, civettavano con i compagni di scuola e cominciavano a scoprire il sesso, mentre io non facevo nulla di tutto questo perché l’altra parte di me era totalmente presa dalla passione per il violoncello, e quindi sacrificavo la vita

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sociale per esercitarmi in solitudine sugli spartiti di Bach, Beethoven, Paganini e Mozart. La musica mi appagava, ma avrei voluto spassarmela un po’ di più.” “Io non ho bisogno di dirti com’ero da adolescente, ti ho già raccontato ieri notte come passavo il tempo.” “Già, marinando la scuola e correndo dietro alle ragazze, soprattutto alla figlia del parroco… Per caso fumavi di nascosto anche l’erba?” “Certamente! Ho provato a fumare le sigarette, poi sono passato alla marijuana, ho trangugiato ogni tipo di superalcolico e mi sono sbronzato più di una volta. Ero un monello, e ovviamente facevo tutto di nascosto… Hai mai fumato uno spinello?” “Certo che no! Ero una brava ragazza, mai toccato l’erba e nemmeno l’alcool, volevo essere diversa dagli altri, in un certo senso migliore.” “Capisco, volevi distinguerti dalla massa. Ma non ti è mai capitato qualcosa di imbarazzante o spiacevole?” “Oh Dio, sì. Ricordo che l’unica volta in cui ho tentato di essere veramente diversa è stato tremendamente umiliante. Ho accettato di andare ad una festa studentesca e mi sono conciata come una vamp, indossando una minigonna vertiginosa, un top scollatissimo e tacchi a spillo vertiginosi. Ho bevuto birra per tutta la sera, ho ballato sopra un tavolo imitando Britney Spears, e quando un ragazzo mi ha trascinata in bagno ho pensato che volesse baciarmi, invece mi ha spinta a terra in ginocchio e mi ha detto ‘Dai bellezza, adesso succhiamelo’. A quel punto mi sono resa conto di aver sbagliato e sono scappata via a gambe levate nel bel mezzo della festa. E il giorno dopo ero lo zimbello della scuola, tutti sparlavano di me e quello stupido di Daniel McIntyre andava in giro raccontando che gli avevo fatto un pompino da urlo. E’ stato terribile, davvero imbarazzante e difficile da dimenticare.” “Ti capisco. Io una volta sono finito al commissariato. La polizia mi ha beccato con altri due ragazzi mentre giocavamo a poker in una bisca. Eravamo andati lì per racimolare un po’ di soldi facili, non potevamo sapere che proprio quella sera ci sarebbe stato un agente sotto copertura infiltrato tra i giocatori. A fine partita sono arrivati i suoi colleghi e ci hanno arrestati tutti, una ventina di persone sbattute nella stessa cella. Ho dovuto telefonare a mio padre nel cuore della notte e dirgli di venire a tirarmi fuori. Ovviamente l’ha fatto, ha pagato la cauzione e ha spiegato agli agenti che non ero coinvolto in un giro di partite illegali, era stata solo una stupida bravata. Ma quella notte ho deluso mio padre, e dopo quel fatto ho iniziato a mettere la testa a posto e comportarmi da bravo ragazzo.”

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“Giochi ancora a poker?” “Certo, mi piace, ma solo per gioco con i miei amici. Basta scommesse in denaro, dagli sbagli si impara! Cambiando argomento, sono davvero curioso di sapere perché sei finita a lavorare come barista in un pub quando invece avresti potuto diventare una violoncellista di successo. Cos’è accaduto?” Lyanne bevve un sorso di vino, preparandosi a raccontare la prima bugia della serata. “In realtà non è accaduto nulla. Semplicemente, dopo essermi laureata ho capito che per realizzare il mio sogno ci volevano più soldi di quanti potessi permettermene. All’orchestra filarmonica di Berlino non c’era un posto vacante di violoncellista e quindi avrei dovuto cercare altrove, a Londra per esempio, ma questo significava trasferirsi in Inghilterra e trovare un appartamento in cui vivere, io non avevo dei soldi miei messi da parte, e lo stipendio da pescatore di mio padre era troppo basso per poterlo utilizzare per pagare le mie spese a Londra, quindi ho cominciato a lavorare al Cutty Sark, inizialmente pensando di farlo solo temporaneamente in modo da racimolare una somma sufficiente per affrontare da sola le mie spese di trasferimento, ma con il tempo mi sono affezionata al pub, alla sua clientela, e quando ho capito che potevo esibirmi lì dentro suonando il violoncello due o tre sere a settimana ho pensato che dopotutto potevo accontentarmi… E così sono rimasta a Killybegs e ho messo in un cassetto il sogno di far parte di una grande orchestra.” “Non mi sembri affatto una persona che si accontenta delle briciole quando può avere il pezzo di pane intero, non capisco questa tua scelta, non è da te arrendersi di fronte alle difficoltà, perché non hai lottato per ottenere ciò che desideravi da una vita intera?” “Forse mi sono semplicemente stancata di puntare in alto e ho preferito prendere quello che mi veniva offerto. Non si può lottare per sempre, prima o poi ci si deve arrendere, e io l’ho fatto.” “E non rimpiangi mai di aver preso questa decisione?” “Sì, a volte. Ma è andata così, non si torna indietro, la vita va avanti comunque.” “Se fosse andata diversamente, ora dove saresti?” “Sicuramente a New York. Avrei il mio posto di violoncellista nell’orchestra filarmonica della città e un bell’appartamento nel Greenwich Village.” “Anch’io sogno di trasferirmi a New York. Voglio aprire un ristorante a Soho e cucinare piatti italiani e irlandesi. Ancora quattro o cinque mesi di lavoro come aiuto chef al Blue Sea e poi avrò abbastanza

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denaro per acquistare un piccolo locale da ristrutturare. Lo chiamerò KERRIGAN’S, già m’immagino l’insegna luminosa appesa sopra l’ingresso con il mio nome a caratteri cubitali.” “Sarà un bel traguardo.” “Un’enorme soddisfazione. Non vedo l’ora che si realizzi.” “Non ti mancherà l’Irlanda?” “Da morire. Ma se vuoi avverare un sogno devi pur saper rinunciare a qualcos’altro. E comunque l’Irlanda è parte di me, è la mia terra, la porterò con me a New York.” Gli occhi di Tristan brillavano, era evidente quanto tenesse al suo sogno e quanto si fosse impegnato per portarlo a termine, ammirava la sua determinazione e il suo coraggio, qualità che anche lei aveva avuto prima di perderle entrambe in una sola maledetta notte… Quasi le avesse letto nel pensiero, Tristan le fece una domanda che lei non si aspettava. “La notte scorsa sulla spiaggia hai parlato di un uomo che è stato molto importante per te, un certo Evan, posso chiederti perché è finita tra voi?” Lyanne non diede a vedere il turbamento che la sua domanda le aveva provocato, e per la seconda volta dovette mentirgli per nascondere la verità. “Come in tutte le belle storie d’amore, prima o poi accade qualcosa che spezza l’incanto e all’improvviso tutto va a rotoli e la storia finisce. Evan è stato importante, certo, ma un giorno lui ha smesso di amarmi e io ho smesso di amare lui. Ci siamo lasciati, e ognuno è andato per la sua strada. Tutto qui.” “Risposta piuttosto evasiva… Cosa mi nascondi, Lyanne?” Lei si strinse nelle spalle ed esibì un falso sorriso. “Non ho niente da nascondere. Se pensi che lui mi abbia tradita o che sia stata io a tradire lui sei sulla strada sbagliata, non è questo che ci ha divisi.” “Allora perché è finita? Per semplice noia?” “Avevo 19 anni quando ci siamo innamorati, eravamo due studenti universitari, siamo diventati adulti insieme, abbiamo vissuto sette anni meravigliosi, ma poi ci siamo resi conto che il tempo ci aveva cambiati e che volevamo cose diverse, io la mia libertà e lui una famiglia e dei figli, e quindi è finita. Capita di smettere di amare una persona dopo molti anni, specialmente se questa persona non è più la stessa di cui ti eri innamorato all’inizio. Per noi due è stato così, punto.” “E ora lui dov’è adesso? Lo vedi ancora?”

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“Non lo vedo da due anni, onestamente non so nemmeno se sia ancora a Killybegs, probabilmente ha ottenuto un posto come chirurgo in un’ottima clinica privata di Berlino, e forse si sarà anche sposato, chi lo sa…” “Mi stupisce che non abbiate mantenuto i contatti, potevate almeno rimanere amici.” “Non è andata così. Ci siamo lasciati il passato alle spalle e abbiamo intrapreso due strade differenti. L’amicizia si è spenta insieme all’amore.” Bugie, bugie, bugie… Lyanne si stupì di come fosse diventata abile a mentire su Evan e sulla verità che li riguardava. Detestava farlo, soprattutto con Tristan, ma non aveva scelta, non avrebbe capito se anche avesse saputo come stavano le cose in realtà. Era una situazione complicata, una storia sospesa sul ciglio di un baratro, un amore interrotto bruscamente eppure ancora presente, circostanze che impedivano a Lyanne di smettere di sentirsi in colpa con Evan e che la incatenavano a lui contro il suo volere, decisioni troppo difficili da prendere e scelte azzardate da fare. Lyanne non trovava il coraggio di accettare in prima persona quello che era accaduto, raccontarlo e farlo capire a Tristan sarebbe stato impensabile. Lui non doveva sapere. Punto. La cena era quasi giunta al termine, mancavano solo il caffè e un sorso di raki ghiacciato. Lyanne ritornò al presente e prese in pugno la conversazione. “Continuiamo a giocare. Cosa ne dici di una serie di domande veloci e banali sulle cose che più ci piacciono e sulle nostre abitudini quotidiane?” “Okay, comincia tu.” “La prima cosa che fai al mattino?” “La doccia.” “Anch’io. La tua colazione?” “Caffè amaro e uova strapazzate.” “Cappuccino e biscotti, Oreo se possibile. Il tuo piatto preferito in assoluto?” “Lasagne al forno italiane.” “Pizza napoletana con pomodoro e mozzarella. Che birra bevi, scura o bionda?” “Doppio malto scura.” “Bionda. La tua musica preferita?” “Ascolto di tutto, ma ho un debole per i The Corrs.”

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“Escludendo tutto il repertorio classico, adoro Enya, The Cranberries, Celtic Woman, Hevia. Il tuo film preferito?” “Sicuramente “Braveheart”. Una storia epica.” “Io adoro “Lezioni Di Piano”, intenso e struggente. Attore preferito?” “Al Pacino, senza dubbio. Un grande talento.” “Colin Farrel, perché è sexy. Attrice che ti piace?” “Sandra Bullock, è tosta.” “Julia Roberts, bella e brava. Cosa c’è sul tuo comodino?” “La radiosveglia che mi spacca i timpani ogni mattina alle 7:00 in punto, la detesto.” “Io ho una sveglia con le campanelle d’ottone, è terribile quando suona. Il nome del tuo profumo?” “Bulgari Blu. Ti piace?” “Moltissimo. Il mio è Dior, ma non l’ho messo in valigia.” “Non importa, tu profumi sempre di buono.” “Grazie… Un tuo pregio e un tuo difetto?” “Determinazione come pregio, il difetto non lo so.” “Non ne hai, sei perfetto. Il mio pregio è il talento musicale, il difetto è la pigrizia. L’ultimo pensiero prima di andare a dormire?” “Non penso, mi addormento subito, cucinare stanca.” “Anch’io dormo all’istante, il pub mi sfinisce. Chi è il tuo migliore amico?” “Richard Mallory, un amico d’infanzia. Ci vediamo ogni sera per una birra dopo il lavoro, è un geniale architetto. Mi aiuterà con la ristrutturazione e l’arredamento del mio futuro ristorante. Sarà il mio consigliere di fiducia.” “La mia migliore amica è Kayla Weir, una rossa tutta pepe che lavora con me al pub, ci conosciamo da sempre, è come una sorella per me, le voglio molto bene.” Il pensiero di Kayla le rimbalzò nella mente, ricordandole che avrebbe dovuto contattarla e farle sapere che stava bene, non voleva che si preoccupasse per lei. Tristan interpretò il suo momentaneo silenzio come una carenza di ulteriori domande da porgli e decise che il gioco era durato a sufficienza. “Direi che ci conosciamo molto meglio di prima adesso, però ho un’ultima domanda per te.” “Va bene, sentiamo…” “Se in questo momento potessi esprimere un desiderio, cosa chiederesti di poter avere?” Lyanne chiuse gli occhi per un breve momento e poi li riaprì.

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“Vorrei avere il mio violoncello qui con me e poterlo suonare. Sono abituata a suonarlo tutti i giorni, mi manca la sensazione delle corde che vibrano sotto le dita mentre le pizzico e il dolce suono che mi avvolge quando strofino l’archetto su di esse. Peccato averlo lasciato a casa.” Tristan le accarezzò la mano che teneva posata sul tavolo con la propria e le sorrise. “Tieni molto al tuo violoncello.” “Sì, è così. Non è solo uno strumento, quando lo suono lui da voce alla mia anima, interpreta i miei sentimenti, è una parte di me, non potrei vivere senza di lui.” “Scommettiamo che riuscirò a trovare un violoncello qui sull’isola da farti suonare?” “Oddio, hai intenzione di rubarne uno a un suonatore cretese di un’orchestrina folk come quella che suonava sulla spiaggia la notte scorsa?” “Diciamo che glielo chiederò in prestito per un’ora o due, e se ci riesco, tu suonerai per me.” “Cos’è, una sfida?” “Una richiesta. Voglio sentirti e vederti suonare il violoncello. Ho sempre trovato molto sexy le donne che suonano quello strumento, sono curioso di vedere che effetto mi farai tu.” Lyanne sorrise e gli strinse la mano. “Accetto la proposta. Trovalo e lo suonerò per te.” “Puoi giurarci che lo farò.” Terminarono la cena sorseggiando il fortissimo raki ghiacciato, poi Tristan chiamò il cameriere e si fece portare il conto. Pagò con la carta di credito e disse al cameriere di ringraziare lo chef del ristorante per l’ottimo servizio e il cibo davvero squisito. “Sono solo le dieci, cos’hai voglia di fare?” “Una passeggiata nei dintorni dell’ Old Village. Venendo qui in taxi ho visto che questo antico villaggio cretese ha delle viuzze incantevoli.” “Perfetto, andiamo a sbirciare le antiche case di Malia.” Si alzarono dal tavolo e Tristan la prese per mano conducendola all’esterno del ristorante. L’aria era piacevolmente calda, profumata di mirto selvatico, il cielo ancora limpido che andava scurendosi passando dal lilla al blu profondo. “Grazie per la cena, era tutto molto buono”, disse Lyanne, stringendosi al braccio di Tristan mentre s’incamminavano lungo la

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via principale dell’Old Village. In risposta, lui le posò un bacio sulla tempia in un gesto affettuoso. Una coppietta di anziani che passeggiava sul lato opposto della via li colse in quell’atteggiamento romantico e sorrise loro, di certo scambiandoli per due giovani fidanzati. “Vuoi essere la mia innamorata per questa sera?”, le sussurrò Tristan all’orecchio facendola rabbrividire. “Con piacere”, rispose lei stringendosi a lui ancora di più. Se solo fosse stato vero… Lei e Tristan erano una bella coppia, fisicamente e intellettualmente, amarlo sarebbe stato così facile e farsi amare da lui talmente dolce e appagante… Per quella sera avrebbe finto davvero che lui fosse il suo fidanzato. Sognare ad occhi aperti non era un crimine né un peccato.

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Il taxi giallo si fermò davanti al bungalow numero 18 del Kyknos Hotel. Lyanne scese dal lato posteriore dell’auto e si avviò di corsa verso la porta d’ingresso del bungalow, infilò la chiave nella serratura e fece scattare il lucchetto. Sentì il taxi che ripartiva, e il rumore dei passi affrettati di Tristan alle sue spalle. Scivolò all’interno del bungalow buio, ma prima di riuscire a raggiungere il letto, le mani di Tristan l’afferrarono alla vita sollevandola da terra. Lyanne si ritrovò sospesa tra le sue braccia forti, nella penombra azzurra della luce lunare che pioveva dal rettangolo della finestra. “Baciami”, sussurrò, cercando le labbra di Tristan. Si perse nel suo bacio, mescolando il fiato al suo, assaporando il calore della sua bocca, il suo sapore dolce, la sua umida morbidezza. Tristan si mosse alla cieca nella stanza e intravide la sagoma del cassettone posto a ridosso della parete di fronte al letto. Lo raggiunse e vi fece sedere sopra Lyanne. Lei aprì le gambe e lo attirò contro di sé senza smettere di baciarlo. Le mani di Tristan corsero rapide sulle sue cosce al di sotto della corta gonna del leggero vestito di chiffon, risalirono fino all’inguine e afferrarono il bordo delle sue mutandine di pizzo. Lyanne sollevò il bacino e lui le strappò via le mutandine senza troppi complimenti. Un attimo dopo, le sue dita abbassarono la zip dell’abito dietro la schiena di Lyanne, liberandole il seno e il busto dal tessuto. Chinò la testa sul suo petto nudo e le baciò la pelle calda nell’incavo tra i seni. Lei affondò le mani tra i suoi capelli stringendo i folti ricci tra le dita, mentre lui terminava di svestirla strattonando il vestito verso il basso. “Piano, lo romperai…” , mormorò, ridendo. Ma lui non la stette a sentire e le sfilò l’abito dalle gambe. Lyanne assecondò la sua fretta cominciando a sbottonargli la camicia, e nella foga del momento tirò il tessuto così forte da far saltare via un bottone. “Scusami”, disse, ridendo ancora. “Mi devi una camicia nuova”, scherzò lui, togliendosi i pantaloni e i boxer in un colpo solo. Lyanne non aveva mai fatto l’amore in nessun altro posto eccetto il letto, e adesso stava per farlo sopra un cassettone per la prima volta nella sua vita. Vide Tristan chinarsi a terra e poi rialzarsi con un preservativo in mano.

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“Ce l’avevi in tasca?” “Certo, pronto all’uso.” Strappò l’involucro con le dita e lo indossò con gesti rapidi ed esperti, poi agguantò Lyanne posandole le mani aperte sui glutei e la fece scivolare in avanti verso di lui. Lei ebbe appena il tempo di allacciargli le braccia dietro il collo, e un secondo più tardi lui la prese con un solo colpo di fianchi, penetrandola con dolce violenza. Lyanne gemette forte, sorpresa dal suo gesto repentino, lui la tenne stretta a sé e cominciò a muoversi spingendosi in lei con ritmo incalzante. “Seguimi Lyanne, vieni con me.” Lei lo fece. Accolse ogni sua spinta ondeggiando in avanti con il bacino, scivolando indietro quando lui si ritraeva, dondolando di nuovo in avanti e ancora all’indietro, velocemente, assecondando il suo ritmo frenetico e impaziente, mentre sentiva il piacere montarle dentro con rapidità, a ondate, e ad ogni affondo le sfuggiva un gemito. Avvertì l’orgasmo arrivare con prepotenza e non riuscì a controllarlo, si lasciò andare al piacere tanto intenso e improvviso da toglierle il respiro, e rimase in apnea per alcuni lunghissimi secondi. Tristan la raggiunse quasi subito, spingendosi nel suo ventre con audacia, prendendosi il proprio piacere e godendo con il corpo scosso dagli spasmi. Fu un amplesso breve, carico di urgente desiderio da soddisfare. Si ritrovarono abbracciati, ansanti e appagati, si baciarono con il fiato corto e i cuori che palpitavano forte l’uno contro l’altro attraverso la pelle dei loro corpi allacciati, così vicini da fondersi in uno solo. Lyanne non aveva mai sperimentato la vera passione, l’irrefrenabile voglia di possedere ed essere posseduta in quel modo, e ne rimase affascinata. “Ti è piaciuto?” , le chiese Tristan. “Da impazzire”, ammise Lyanne. “Volevo che durasse di più, ma ti desideravo troppo.” “L’ho notato, per poco non ci rimettevo il vestito.” “Dammi solo un quarto d’ora, riprendo fiato e rifacciamo l’amore con calma, senza fretta.” “Okay… Con calma e molto, molto lentamente.” Si trasferirono sul letto, rimanendo stesi per alcuni minuti, accarezzandosi e baciandosi in attesa che i loro corpi si quietassero e il desiderio ritornasse a pulsare nelle loro carni infiammate. Poco dopo, Tristan fu di nuovo sopra di lei, eccitato e pronto a regalarle un’altra corsa verso l’estasi, questa volta con la lentezza e la dolcezza di un innamorato che fa l’amore per la prima volta con la donna

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amata. E Lyanne assaporò ogni goccia del godimento che lui riusciva a darle, consapevole che tra loro non c’era soltanto una forte attrazione fisica bensì molto di più. Riusciva a percepire il tenero e sottile legame che era nato tra loro e che andava intensificandosi con il passare delle ore, attraverso gli sguardi, le carezze, i baci appassionati, le conversazioni scherzose, gli amplessi infuocati. Era troppo presto per dare un nome a quel legame, non era ancora amore, ma un sentimento profondo che ci andava molto vicino. L’idea di innamorarsi di Tristan non era nei suoi piani, eppure stava accadendo e lei non aveva paura. Forse la vicinanza di Tristan e le sue attenzioni erano esattamente ciò di cui aveva bisogno per sanare la ferita profonda che si portava nel cuore da tempo.

***

Il mattino era sorto da un pezzo. Steso di traverso sul letto con la testa posata sul soffice grembo di Lyanne, Tristan la guardava dormire supina con la testa abbandonata sul cuscino, i capelli sparsi a raggera intorno al viso dalle guance imporporate di rosa, il respiro tranquillo e impercettibile. Sembrava uscita da un libro di fiabe, tanto era bella ed eterea ai suoi occhi. La stava fissando da più di mezz’ora. Un lasso di tempo sufficiente a far scattare dentro di lui quel sensore di pericolo invisibile che gli diceva ‘Stai attento, hai abbassato le difese, ti stai lasciando andare, l’amore è dietro l’angolo’. Normalmente fuggiva quando capiva di aver oltrepassato il labile confine tra sesso e sentimento con una donna, ma con Lyanne non aveva timore di provare delle emozioni che andassero oltre la pura e semplice attrazione fisica. Accanto a lei stava bene, perché combattere il dolce sentimento che stava nascendo dentro di lui quando sentiva di desiderarlo veramente? Voleva viverlo anziché respingerlo, e dimostrare a se stesso che si era sbagliato nel pensare che Lyanne avrebbe potuto spezzargli il cuore e farlo soffrire. Perché mai avrebbe dovuto? Leggeva nei suoi occhi la stessa voglia di innamorarsi, lo desideravano entrambi, resistere sarebbe stata una cosa sciocca.

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Si alzò dal letto facendo attenzione a non svegliarla, si mosse piano nella stanza gialla di sole e sparì in bagno, concedendosi una lunga doccia fredda rigenerante. Tornò in camera per recuperare i suoi vestiti e sorrise nel vedere la camicia con un bottone mancante. Lo trovò sul pavimento in legno, se lo mise in tasca e finì di vestirsi. Aveva fame. Si chiese se Lyanne avesse qualcosa da mangiare nella piccola dispensa del cucinino del bungalow… Aprì i cassetti e trovò ben poco: una scatola di cereali, una confezione di biscotti al cioccolato, delle mele verdi, succhi di frutta alla pesca, un barattolo di caffè istantaneo. Decise di fare un salto al vicino supermarket e fare un po’ di spesa mentre Lyanne continuava a dormire indisturbata. Quando fece ritorno al bungalow, lei dormiva ancora come un angelo. Sgattaiolò nel cucinino reggendo una borsa di plastica e ne svuotò il contenuto sul piccolo tavolo per due. Avrebbe preparato la colazione per sé e per Lyanne. Fu con gioia che si mise ai fornelli, non cucinava da giorni e non era abituato a non farlo. Mise sul fuoco l’acqua per il caffè, scaldò del latte in un pentolino, prese una padella e vi ruppe delle uova all’interno, in un altro tegame sciolse del burro e ruppe altre uova, e in una ciotola mescolò con acqua calda un preparato per gelatina. Immerso nella sua passione per la cottura, non si accorse della presenza di Lyanne finché non scorse con la coda dell’occhio la sua ombra. Si voltò a guardarla, in piedi contro lo stipite della porta, assonnata e incuriosita, una canotta lilla indossata sopra le mutandine di pizzo rosa. “Kaliméra!”, la salutò, maneggiando un piatto. “Buongiorno a te… Cosa stai combinando?” “Cucino.” “Già, lo vedo. Il tuo è proprio un vizio più che una professione.” “Non si vive di solo sesso, e poi avevo fame.” “Sei andato a fare la spesa?” “Sì. Tu dormivi beata, la tua dispensa era semivuota, così ho fatto un salto al supermarket.” “E hai preparato la colazione, a quanto vedo.” “Hai fame? Ho cucinato anche per te.” Lyanne si sedette su una delle due sedie accostate al tavolo. “Però, più che una colazione sembra un pranzo! Tu mangi sempre così tanto al mattino?” “Non ne ho il tempo, mi accontento di un caffè prima di andare al Blue Sea. Però oggi avevo voglia di cucinare.”

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“Sei in vacanza, non dovresti tenere le mani lontane dai fornelli e goderti un sano riposo?” “Ci provo, ma fallisco sempre. E’ il mio punto debole, la cucina è la mia ragione di vita, come per te lo è il violoncello.” “Capisco, sei un ‘pentola-dipendente’. Cos’hai preparato di buono?” “Alcuni piatti italiani di mia conoscenza.” “Immagino che la tua fissazione per la cucina italiana sia dovuta all’influsso dei tuoi genitori.” “In parte. Aggiungici un viaggio-studio di un anno in Italia ai tempi della scuola alberghiera. Ho imparato molti segreti culinari durante quel favoloso soggiorno italico.” Prese posto sull’altra sedia accanto al tavolo e posò una tazza di caffè fumante di fronte a Lyanne. “Ci vuoi il latte o lo zucchero?” “Lo bevo così, grazie.” Sorseggiò il caffè dal sapore fortemente aromatico, intenso e amaro, con un retrogusto dolce. “Uhm, questo sì che è un vero caffè… Perché a me non esce mai così buono?” “Devi usare la moka.” “Grazie chef, prendo nota del consiglio.” Tristan le mise sotto il naso un piatto profumato. “Assaggia queste, sono crepes al miele di fichi.” Lyanne non se lo fece ripetere due volte, era affamata. E il profumino di quel piatto era irresistibile. “Sono ottime, dolcissime…” “Ho cucinato anche delle uova, e non sapendo come le preferisci, le ho fatte in due modi. Queste sono saltate in padella con mozzarella e parmigiano, e queste sono fritte con il caciocavallo, un formaggio molto saporito.” Lyanne assaggiò con gusto una forchettata di entrambi i piatti, deliziandosi il palato. “Sono buone entrambe, non le ho mai mangiate così, davvero squisite.” “Vuoi anche del pane fresco con marmellata di arance?” “Oh sì, passami una fetta, con tanta marmellata, grazie.” Tristan la guardò mangiare divertito e pensò che sembrava una bambina curiosa di assaggiare per la prima volta qualcosa di nuovo. “Mi stupisce che tu ti accontenti di una colazione a base di Oreo e cappuccino, sei una buona forchetta.” Lei fece spallucce.

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“Non ho uno chef che mi prepara gustosi piatti italiani prima di andare al pub, sono costretta a mangiare di corsa quello che trovo nei cassetti del mio appartamento.” Tristan le versò un bicchiere di latte caldo con una goccia di rum, e le mise davanti un altro piatto. “Questa l’ho cucinata solo per te. E’ una gelatina al succo di mirtillo con pezzetti di lamponi all’interno.” “Divina… A te non piace?” “Sono allergico ai frutti di bosco.” “Ohps… Significa che se l’assaggi muori stecchito?” Lui scoppiò a ridere. “No, non muoio, però mi riempio di bolle pruriginose dalla testa ai piedi, e ti assicuro che non è affatto piacevole.” “Io sono allergica alle noci. Da bambina le ho mangiate e mi sono gonfiata come un pallone, è stato orribile.” Fecero colazione rubandosi i bocconi dai piatti, e spazzolarono tutto, briciole comprese. “Complimenti chef, è stata una colazione memorabile.” “Grazie, il mio ego ne è felice. Non preoccuparti per i piatti e le padelle, lavo tutto io.” “Davvero? Accidenti, sei un perfetto uomo di casa! Chiedimi di sposarti e ti dirò di sì.” “Solamente perché cucino bene e lavo i piatti?” Lyanne sorrise maliziosa. “Per questo, perché fai l’amore divinamente, perché mi fai ridere e mi rendi felice, e perché…” Stava per dire ‘Perché ti amo” ma si bloccò in tempo prima di lasciarsi sfuggire quel pensiero azzardato. “Non so dire per cos’altro lo farei, comunque sappi che ti adoro.” E così dicendo si alzò in piedi e si chinò in avanti per stampargli un bacio sulla bocca. “Vado a farmi una doccia, non sparire.” Corse via lasciandolo senza parole, con il sapore dolce della marmellata d’arance sulle labbra. Era una donna straordinaria, più la scopriva e più gli piaceva. Lavò e sciacquò piatti e padelle nel lavello in maiolica mentre lei si concedeva la sua doccia mattutina, asciugò tutto con uno strofinaccio e rimise ogni cosa al suo posto in perfetto ordine. Sentì Lyanne muoversi nella stanza accanto e la raggiunse. Aveva indossato un bikini rosso corallo a triangolo con i laccetti sui fianchi e dietro il collo, e si stava annodando un pareo bianco attorno ai fianchi.

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“Fammi indovinare, oggi è la giornata della tintarella in spiaggia?” “Sì, ho voglia di sole, credo che mi stenderò in riva al mare fingendo di essere una lucertola per tutto il giorno. Tu che programmi hai?” “Ieri sera a cena ti ho lanciato una scommessa, ricordi?” “Ti riferisci al violoncello per caso?” “Esatto. Credo che farò un giro in città, voglio trovare una taverna con un’orchestrina locale disposta a farti suonare il violoncello in pubblico.” “Oddio, ma tu fai sempre tutto sul serio, non dici le cose tanto per dirle, mantieni le promesse davvero.” “Mi hanno insegnato a rendere felici le persone, e in questo caso voglio rendere felice te facendoti suonare il tuo adorato strumento.” “E tu pensi di trovarne uno? Ho visto violini e chitarre tra le mani dei musicisti cretesi, oltre alla fisarmonica e al bouzouki, ma il violoncello no.” “Lasciami tentare… Poi mi ringrazierai.” Si avvicinò per baciarla e lei lo trattenne per la cintola dei pantaloni, prolungando il loro bacio per alcuni minuti. “Non ti ho detto grazie per questa notte. Mi è piaciuto fare l’amore sul cassettone, e ancora di più sul letto.” “Ammettilo, ci so fare.” “Tu fai bene tutto, sei la perfezione fatta uomo.” Gli accarezzò il viso con il dorso di una mano e soffiò via dal suo sguardo malizioso un ricciolo ribelle, poi lo allontanò da sé. “Togliti dai piedi, altrimenti alla spiaggia non ci arrivo.” “Okay, ci vediamo verso sera.” Le fece l’occhiolino, quindi si avviò all’uscita e lasciò il bungalow chiudendosi la porta alle spalle. Lyanne si morse un dito. Santo cielo, quanto adorava Tristan Kerrigan… La stava facendo impazzire di gioia. Decisa a concedersi un giorno di sole e mare, prese la crema solare protettiva, un cappello di paglia intrecciata, gli occhiali da sole scuri, il suo iPod, e un telo di spugna colorato, infilò tutto in una sacca a rete e uscì dal bungalow con il sorriso dipinto sulle labbra. In quel preciso momento, Lyanne Greyson era il ritratto della felicità assoluta.

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7 Erano quasi le sette di sera. Lyanne aveva trascorso tutta la mattinata e gran parte del pomeriggio in spiaggia stesa al sole con le cuffiette dell’ iPod. Era rientrata al bungalow dopo le cinque, si era fatta la doccia per sciacquarsi di dosso i residui di crema solare, sabbia e salsedine, poi aveva massaggiato tutto il corpo con una crema idratante al burro di karité. La sua pelle aveva assunto una deliziosa sfumatura dorata tra il miele e il caramello, annullando il pallore tipico della sua carnagione irlandese. Seduta sul letto, si chiedeva dove fosse finito Tristan. Era veramente così determinato a sentirla suonare da trascorrere l’intera giornata a zonzo per i villaggi di Malia alla ricerca di un violoncello? E se così aveva fatto, era riuscito a trovarlo? Mentre si poneva quelle domande udì un rumore di passi fuori dal bungalow e istintivamente si accostò alla porta. Socchiuse l’uscio per sbirciare fuori e rimase di stucco. Nel piccolo vialetto che conduceva al bungalow, Tristan bisbigliava qualcosa ad un giovane ragazzo dai capelli neri e la pelle scura. Una macchina grigia era parcheggiata a lato del marciapiedi, e il portapacchi posteriore era leggermente aperto. Ne usciva una parte lunga e stretta di quella che non poteva essere nient’altro che una custodia in pelle nera contenente un violoncello. ‘Oh mio Dio, non ci credo’, pensò Lyanne tra sé e sé richiudendo la porta e precipitandosi in bagno. Prese a spazzolarsi i capelli cercando di controllare l’improvvisa agitazione, rendendoli lisci e setosi ad ogni colpo di spazzola, e quando sentì la porta aprirsi e richiudersi depose la spazzola e uscì dal bagno. Tristan era lì, vestito come la sera prima, gli occhi che brillavano e un sorriso luminoso dipinto in volto. “Ciao, bellissima creatura.” Lyanne, in accappatoio di spugna, si toccò i capelli sorridendo. “Ciao… Sono tornata dalla spiaggia due ore fa, ho preso il sole e nuotato tutto il giorno.” “Lo vedo. Ti sei abbronzata per bene.” Le sfiorò la pelle del viso con le dita, lo sguardo ammaliato. “Ce l’hai un vestito da sera, o un abito elegante?” “Perché, andiamo da qualche parte?” Tristan non riuscì a trattenere il proprio entusiasmo.

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“L’ho trovato! Il violoncello!”, esclamò, sfregandosi i palmi delle mani con evidente soddisfazione. Lyanne si finse sorpresa. “Veramente? Come hai fatto a trovarne uno?” “Ho girato tutte le taverne e i locali possibili, e alla fine ho incontrato Niko. E’ uno studente al primo anno della scuola di musica classica e ha un violoncello Stradivari nuovo. Ho dovuto insistere un po’ per convincerlo, ma poi ha ceduto e ha accettato di prestartelo per questa sera. E’ là fuori, è venuto con la sua auto, vuole assicurarsi che il suo strumento venga trattato bene.” Lyanne scosse il capo sorridendo. “Tu sei tutto matto, lo sai? Quel ragazzino sarà gelosissimo del suo violoncello, posso immaginare quanto gli sia costato cedere alla tua richiesta, io non ho mai prestato a nessuno il mio Stradivari, guai a chi me lo tocca.” “Bè, Niko ha detto che vuole sentirti suonare, lui è solo all’inizio degli studi mentre tu sei laureata, è curioso di scoprire quanto me il tuo talento.” “E il vestito da sera cosa c’entra?” “Ecco… Ho pensato di organizzare una serata molto speciale per te.” “Sarebbe a dire?” “Ho chiesto a una compagnia di musicisti folkloristici locali di concederti la piazza dove di solito si esibiscono per i turisti, e ho detto loro di spargere la voce in giro che questa sera alle nove in punto una violoncellista irlandese si esibirà in un piccolo concerto solista al loro posto.” Lyanne sgranò gli occhi e spalancò la bocca. “Cosa? Un concerto? Io da sola davanti a centinaia di turisti nel mezzo di una piazza? Stai scherzando!” “Lyanne, sarà stupendo… Suonerai per un pubblico vero, e la gente ti sommergerà di applausi. Prova ad immaginarlo.” “Oh, Tristan… Non sarà affatto stupendo, morirò di vergogna! Io non ho mai suonato per tanta gente. Quando lo faccio al pub ci saranno solamente una quarantina di persone, e poi non suono mai da sola, ci sono sempre Yann Fergusson con il violino e Jensen Lannister con la chitarra acustica ad accompagnarmi.” “Va bene, ora calmati, niente panico.” Lyanne trasse un profondo respiro e tentò di calmarsi. “Tristan, io non sono sicura di poterlo fare.” “Certo che puoi, e lo farai. Devi solo suonare, e tu lo sai fare, giusto?”

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“Ovvio che sì, sono laureata. Potrei far parte di un’orchestra sinfonica, so suonare eccome!” “Appunto. Dov’è il problema?” Lyanne rifletté un istante. Quante volte aveva sognato un’occasione simile? Tante. E ora poteva cogliere al volo quell’opportunità e divertirsi suonando in pubblico i suoi pezzi preferiti. Era brava. Sapeva di esserlo. La paura di non farcela era solo una conseguenza di quello che era successo due anni prima a lei e a Evan. Aveva perso fiducia e stima in se stessa, ma erano passati due anni, doveva superare la paura e ritrovare la sua sicurezza. Diamine, era una professionista dopotutto! “Hai ragione. Posso farcela”, disse, con convinzione. “Sì, puoi. Ti serve solo un bel vestito.” “In valigia non ne ho molti, però ieri sono uscita a fare shopping e ho speso più del dovuto per un vestito rosso che pensavo di indossare per te, in previsione di una cena al ristorante o di una serata fuori città.” “E’ un abito da sera?” “Sì, è lungo, svasato, allacciato dietro il collo, con una scollatura sul retro pazzesca.” “Mettitelo. Adesso. Subito.” “Sicuro?” “Sì, sbrigati.” “Va bene, ora lo prendo e lo metto.” Con il cuore in tumulto e la mani tremanti, Lyanne corse ad aprire la valigia e tirò fuori il vestito piegato con cura in una busta di cellofane. Si spogliò dell’accappatoio sotto gli occhi compiaciuti di Tristan e indossò l’abito di seta che le stava a pennello, fasciandole il punto vita come una seconda pelle. “Mi dai una mano ad allacciarlo?” “Certo, faccio io.” Con cura, Tristan annodò le due spalline a fascia larga dietro il collo sottile di Lyanne stringendole ben strette e lasciando ricadere i due lembi fra le sue scapole dorate esposte alla vista dall’ampia scollatura rotonda che scendeva fino alla zona lombare. “Fatto. Vista da dietro sei da urlo, voltati e fammi vedere come ti sta sul davanti.” Lei girò su se stessa, mostrandosi in tutto il suo splendore, meravigliosa con quell’abito di seta scarlatta che pareva lucido e si abbinava a perfezione con la sua pelle caramellata dal sole e i capelli bruni in contrasto con gli occhi chiari.

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“Wow, togli il fiato… Sei un incanto. Non potresti stare meglio di così, lo giuro.” “E i capelli? Li devo raccogliere? O lasciarli sciolti?” “No, non li raccogliere, lasciali così. Magari, se ce l’hai, puoi mettere un fermaglio sopra l’orecchio sinistro.” “Ce l’ho, è un fermaglio di strass.” Frugò nella sua trousse e lasciò a Tristan il compito di appuntarle il piccolo fermaglio rettangolare con due file di strass bianchi sopra l’orecchio sinistro, trattenendo i capelli indietro solo da quel lato. “Sei perfetta, non aggiungere altro.” “Mi mancano le scarpe, sciocco!” “Scusa, figurati se io stavo lì a pensare alle scarpe…” Lyanne rise, e infilò i piedi dentro un paio di decolleté rosse tacco dieci acquistate in coordinato con il vestito, corse in bagno con la trousse e si passò un velo di ombretto color tortora sulle palpebre e del rimmel nero sulle ciglia. Per finire, un po’ di lipgloss lucido trasparente sulle labbra già arrossate dal sole. Uscì dal bagnò e roteò sulle punte dei piedi gonfiando la gonna leggera. “Sono a posto?” “Sei una favola, davvero magnifica.” La prese per le mani e la guardò incantato. “Pronta per la tua serata?” Lei trasse un gran respiro e gli strinse forte le mani nelle sue, emozionata e trepidante. “Pronta. Andiamo.” Senza perdere tempo, Tristan le fece strada, aprì la porta e la spinse fuori dolcemente. Il cielo era color amaranto, la temperatura ancora calda, il profumo di salsedine e mirto selvatico così intensi da stordire. Sul vialetto, il giovane Niko li vide arrivare e restò imbambolato nel vedere Lyanne. “Questo è Niko Clamadis. Niko, lei è Lyanne Greyson.” “Kalispéra, Miss”, disse il ragazzo, chinando la testa in segno di rispetto. “Kalispéra Niko. Grazie per aver accettato di lasciarmi suonare il tuo violoncello, lo tratterò come se fosse mio.” “Sarà un piacere ascoltarla suonare, Miss.” Tristan indicò la macchina grigia posteggiata a pochi metri, la raggiunsero e vi salirono a bordo, Niko alla guida, Lyanne seduta dietro con Tristan. Partirono alla volta del centro della città, diretti in piazza Dimokratias.

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*** Il campanile di un’antica chiesetta cretese batté i rintocchi annunciando le otto di sera. Una piccola folla di turisti curiosi si era già appostata nella piazza illuminata da lampioncini gialli in ferro battuto, in attesa di vedere arrivare la violoncellista irlandese di cui avevano sentito parlare nelle ultime due ore. Quando Niko posteggiò l’auto all’imboccatura della piazzetta circolare, Lyanne guardò fuori dal finestrino e vide un signore di mezz’età sicuramente cretese vestito con un completo nero intento a sistemare una sedia da sala concerti con il sedile e lo schienale alto imbottiti e rivestiti di velluto bordeaux sopra una pedana di legno quadrata di circa tre metri per tre al centro della piazza, accanto a una fontanella in bronzo che zampillava allegramente. Sembrava in attesa, e controllava che la gente non si avvicinasse alla pedana. “Chi è quell’uomo?”, chiese Lyanne. “Sebastianos Malakis, il componente più anziano della compagnia di musicisti folkloristici che si esibiscono qui per i turisti. E’ grazie a lui se ho ottenuto il permesso di farti suonare nella piazza questa sera.” “Mi tremano le gambe.” “Poco male, sarai seduta per tutto il tempo, l’importante è che non ti tremino le mani.” “Tremano anche quelle purtroppo.” “Tranquilla, non devi agitarti, è la tua serata.” “Non mi sembra vero…” Attesero pazientemente che la piazza si riempisse poco per volta di turisti e abitanti locali incuriositi dalla notizia di un concerto di violoncello fuori programma, e quando furono le otto e trenta Tristan disse a Niko che poteva preparare il violoncello. Il ragazzo scese dall’auto, aprì il portapacchi sul retro e ne estrasse la grande custodia in pelle nera del suo Stradivari. Si diresse a piedi al centro della piazza, salì sulla pedana e aprì la custodia facendosi aiutare da Sebastianos. Con estrema cura sistemarono il violoncello dalla cassa armonica in legno di abete rosso finemente lucidata sull’apposito piedistallo di sostegno, e Niko poggiò l’archetto sul sedile della sedia. Sebastianos accese un faretto bianco posizionato su un’asta metallica, illuminando quasi a giorno l’intera pedana. Chiusa in macchina, Lyanne guardò il violoncello e provò una stretta al cuore. Adorava quello strumento, l’aveva amato fin dal giorno del

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suo nono compleanno, quando suo padre le aveva regalato il primo Stradivari della sua vita, vecchio e malridotto, eppure ancora in grado di suonare perfettamente tutte le note e capace di farla innamorare per l’eternità del suo caldo suono vibrante, né tanto cupo come quello di un contrabbasso, né troppo acuto come quello di un violino. Per anni Lyanne e il suo violoncello erano stati uniti in una cosa sola, la voce del cuore fusa alla voce delle corde, la melodia dell’anima plasmata alla melodia delle note, poi quel rapporto così intimo e privato si era interrotto bruscamente, precipitando in un abisso silenzioso, e in seguito, lentamente, la donna e lo strumento si erano ritrovati, anche se non completamente, e adesso, lì in quella piazza, sotto il cielo blu oltremare punteggiato di stelle, Lyanne aveva la chance di ritrovare l’antica simbiosi tra carne e legno perdutasi nel tempo, e far risplendere nuovamente quella mistica unione come una fulgida stella sospesa nella notte. “Sarai bellissima là sopra”, le disse Tristan, destandola dai suoi pensieri. Lyanne si girò a guardarlo. “Dimmi perché hai fatto tutto questo per me. Dimmelo, Tristan.” Lui nascose ad arte un lieve ma percettibile imbarazzo. “Ho solo pensato che ti meritavi una serata come questa. Non sei riuscita a realizzare il tuo sogno di ottenere un posto all’orchestra sinfonica di New York, e ci tenevi molto, perciò ho voluto regalarti un momento tutto tuo, per dimostrare a te stessa e al mondo che hai talento e valore, e che non sei e non sarai mai solamente una sfortunata barista di Killybegs che suona solo per dei rozzi bevitori di birra dentro un piccolo pub irlandese.” “Hai idea di quanto significhi questo per me?” “Moltissimo, immagino…” “Molto più di quanto pensi. Mi stai regalando un sogno.” “Ne sono felice.” “Nessuno ha mai fatto tanto per me, solamente tu. Non potrò mai ringraziarti abbastanza per questo dono.” “Non serve che mi ringrazi. L’ho fatto con il cuore.” “Già. Il tuo cuore grande e generoso.” Avrebbe voluto trovare delle parole migliori per fargli capire quanto gli era grata in quel momento e cosa provava per lui, ma si limitò a stringergli forte la mano nella sua guardandolo in silenzio mentre scorrevano i minuti e la piazza si riempiva di gente fino a colmarla tutta. Quando furono le nove in punto, Niko si avvicinò all’auto e aprì lo sportello dal suo lato.

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“Miss?”, le disse, invitandola a scendere. Lyanne deglutì a vuoto, sporse prima un piede e poi l’altro fuori dalla macchina e scese, drizzandosi in piedi e sollevando il mento in un gesto altero. Lisciò la gonna del vestito con le mani e si ravviò i capelli, quindi si avviò verso la pedana illuminata camminando sicura sui suoi tacchi in un morbido svolazzare di lucida seta scarlatta. Un brusio si sollevò tra la folla al suo passaggio, lei salì sulla pedana e prese posto sulla sedia. Sebastianos le passò prima l’archetto e poi il violoncello. Con gioia immensa, Lyanne strinse il manico dello strumento nella mano sinistra, lo posizionò di fronte a lei circondandone la cassa con le gambe e tenendolo fermo fra le cosce, controllò che le quattro corde fossero ben tese sul ponticello e perfettamente accordate. A quel punto, fece un cenno con il capo a Sebastianos. Era pronta. L’uomo batté le mani due volte guardando il pubblico e nell’improvviso silenzio immobile annunciò con voce ferma e in lingua inglese affinché tutti gli stranieri presenti potessero capire: “Ladies and gentlemen, from Ireland, Miss Lyanne Greyson and her cello!” Detto ciò, Sebastianos scese dalla pedana e raggiunse Niko e Tristan in prima fila al centro della piazza affollata. Rimasta sola, Lyanne respirò a fondo, chiuse gli occhi, e posò l’archetto sulle corde dello Stradivari. Come per magia, la piazza sparì. C’erano solo lei, il violoncello stretto al corpo, e la melodia nella mente pronta a trasformarsi in note e musica. ‘Vivaldi, Le Quattro Stagioni’, pensò dentro di sé. Nello stesso istante, la sua mano destra si mosse rapida strofinando l’archetto sulle corde tese del violoncello, le dita della mano sinistra premettero sul manico stuzzicando le giuste note, e la musica sostituì il silenzio colmando di suoni vibranti lo spazio tra cielo e terra. *** Fu un’esibizione degna di una violoncellista professionista. Favolosa nel suo abito di seta rosso scarlatto con i capelli setosi mossi dalla brezza notturna e il viso di bambola concentrato nella tensione e nel virtuosismo della musica, Lyanne incantò il pubblico presente fin dalle prime note delle Quattro Stagioni di Vivaldi, suonate con passione e maestria. I turisti in vacanza e anche i residenti locali le

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scattarono foto e ripresero con cellulari e videocamere il suo piccolo concerto all’aperto, tutti convinti di trovarsi al cospetto di una stella della musica da camera, una violoncellista famosa che ancora non avevano avuto modo di conoscere fino a quel momento. Lyanne diede il meglio di sé, suonando i suoi pezzi preferiti scelti tra un vasto repertorio impresso nella sua memoria dai tempi dell’università. Dopo Vivaldi, che le fece guadagnare il primo di altri applausi scroscianti, Lyanne suonò in successione alcuni brani e composizioni dei mostri sacri della musica classica da orchestra. La Bohème di Puccini, l’Appassionata di Beethoven, la Suite per violoncello di Bach, Rapsodia Ungherese di Liszt, una delle tante Sonate di Mozart, l’Ave Maria di Schubert, il Capriccio per violino adattato al violoncello del virtuoso Paganini, il celebre e conosciuto Valzer di Strauss, il Requiem di Stravinskij, il tema di Romeo e Giulietta di Shakespeare tratto dal film di Federico Fellini, lo struggente Adagio Per Archi di Barber, un pezzo del Parsifal di Wagner, una Suite per violoncello di Brahms, e l’Adagio di Albinoni. Per concludere l’esibizione, Lyanne mise in mostra le sue radici irlandesi suonando le più celebri ballate folk: Lily Of The West, The Factory Girl, A Longford Legend, The Rose Of Tralee, The Spanish Lady, Rose Of Clare, The Girl In The Storm, e come ultimo brano, l’Inno Nazionale Irlandese, The Soldier’s Song. Il pubblico le dedicò un lungo e caloroso applauso finale quando Lyanne si alzò in piedi al termine del concerto, si inchinò varie volte con la mano premuta sul petto ringraziando tutte quelle gentili persone con visibile commozione, sorrise loro con gli occhi lucidi di gioia e pieni di soddisfazione, e infine scese dalla pedana con il volto raggiante portando con sé il prezioso violoncello di Niko. Molti dei presenti la circondarono e le chiesero di posare accanto a loro per una foto ricordo, altri le porsero agendine di ogni tipo chiedendo il suo autografo. Stordita e sorpresa da tutto ciò, Lyanne non si sottrasse, godendosi appieno quel momento di inattesa e a lungo sognata celebrità. Aveva suonato senza interruzione per tre ore di fila, le doleva il polso destro per la foga con cui aveva interpretato i pezzi più frenetici, e i polpastrelli delle mano sinistra erano intorpiditi a forza di pizzicare le corde sul manico ligneo del violoncello. Niko le chiese di autografare con la sua firma il retro della cassa armonica del suo Stradivari con un pennarello indelebile e lei capì di essersi guadagnata il rispetto del giovane studente cretese dimostrando in pieno il suo eccezionale talento. Quasi le dispiacque dovergli restituire il violoncello, tanta era la passione con

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cui amava quello strumento, e un pensiero malinconico volò per un istante al suo Stradivari che giaceva nella sua bella custodia nel suo appartamento di Killybegs. Prima di andarsene via, ringraziò anche Sebastianos per averle permesso di rubare la scena a lui e alla sua compagnia di musicisti folk per quella sera. Stanca e felice, Lyanne si rifugiò tra le braccia di Tristan che l’aveva guardata sognante per l’intera durata della sua esibizione, meravigliato dalla grinta e dall’ardore che aveva sfoderato suonando con evidente talento e maestria. Era stata spettacolare, glielo disse e ripeté più di una volta. Salutati Niko e Sebastianos, presero un taxi per ritornare al bungalow del Kyknos Hotel e durante il tragitto Lyanne si addormentò sulla spalla di Tristan. Giunti a destinazione, lui la sollevò tra le braccia e la portò dentro il bungalow, adagiandola sul letto senza toglierle il vestito di seta per non interrompere il suo sonno beato. Le sfilò solo le scarpe e le tolse il fermaglio di strass dai capelli. Poi, anziché tornare alla sua camera d’albergo presso l’Hotel Bay Beach, rimase lì con lei, si sdraiò al suo fianco e la tenne stretta nel suo abbraccio, affascinato dalla sua bravura, conquistato dal suo temperamento incandescente che usciva fuori solo quando suonava, semplicemente ‘quasi’ innamorato di lei, appassionata creatura che aveva il fuoco nel sangue irlandese e il cuore ardente come una fiamma. La conosceva da soli tre giorni, e già desiderava che lei potesse essere sua per sempre.

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8 Lyanne si svegliò all’alba. Era Sabato, venti giorni dopo la sua straordinaria esibizione al violoncello in piazza Dimokratias. Venti giorni di cui Lyanne custodiva gelosamente ogni singolo istante, come tante piccole fotografie conservate nell’angolo dei ricordi felici della sua mente. Venti giorni in cui lei e Tristan avevano lasciato cadere ogni barriera e si erano amati dall’alba al tramonto dimenticando chi erano, da dove venivano, quanto tempo ancora avevano a disposizione per far sì che la loro magica unione non finisse troppo presto. Lyanne ripensò ai quei venti giorni mentre il cielo si tingeva di rosa e le pareti della stanza d’albergo del Bay Beach Hotel dove alloggiava Tristan assumevano la stessa sfumatura rosata. Aveva lasciato il suo bungalow del Kyknos Hotel esattamente il giorno dopo la sua esibizione, quando Tristan le aveva detto “Vieni a stare nel mio hotel, voglio averti vicina notte e giorno”. Detto, fatto. La camera era molto spaziosa, con un box doccia per due persone, la vasca da bagno interrata nel pavimento, il servizio in camera per colazione e pranzo. Tristan aveva insistito per pagare anche la sua parte di affitto della camera, senza sapere che per Lyanne era stato un sollievo, dato che il denaro in contanti che si era portata da Killybegs era ormai agli sgoccioli. Dividere quella camera aveva significato svegliarsi ogni mattina fra le braccia di Tristan e giocare fra le lenzuola a farsi il solletico come due bambini dispettosi, fare la doccia insieme insaponandosi a vicenda e fare l’amore nella vasca colma d’acqua e schiuma fino all’orlo, guardare Tristan farsi la barba al risveglio senza raderla mai del tutto e scoprire che gli piaceva canticchiare mentre lo faceva, osservarlo curiosa mentre sceglieva i vestiti da mettersi e divertirsi a spogliarlo subito dopo per trascinarlo nuovamente a letto e mandare a monte ogni progetto per la giornata restando ormeggiati sul letto a fare l’amore fino allo sfinimento. La colazione l’avevano sempre fatta lì, seduti all’indiana sulle lenzuola sfatte, mangiando pane greco cosparso di miele di Malia e bevendo il caffe amaro sketo. Avevano trascorso pigre mattinate sotto il sole stesi sulla sabbia come lucertole, passeggiando sulla battigia raccogliendo conchiglie di cui Lyanne aveva collezionato un sacchetto pieno come ricordo di quella speciale vacanza a Creta. Avevano noleggiato più volte un pedalò per

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spingersi fino al largo e nuotare nelle acque calde e cristalline del Mediterraneo, si erano baciati sott’acqua cronometrando i minuti per battere ogni record di bacio in apnea più lungo, avevano giocato a racchettoni, a bocce, e a un torneo di dama con un gruppo di villeggianti francesi. Molte volte avevano saltato il pranzo in hotel preferendo pasteggiare nei chioschi di gelati serviti in enormi bicchieri di vetro o dentro gusci di noce di cocco scavati, e ogni sera erano andati a cena in un ristorante o in una taverna diversi assaggiando i svariati sapori della cucina cretese. Erano andati a ballare nelle discoteche e nei club notturni confondendosi con la massa di giovani turisti quasi sempre un po’ troppo sbronzi, avevano dormito sulla spiaggia più di una notte per risvegliarsi alle prime luci del giorno e veder sorgere insieme il disco infuocato del sole dalle acque del mare sulla linea confusa dell’orizzonte. Un giorno erano usciti in barca a vela con alcuni turisti austriaci mangiando grossi wurstel e lunghe salsicce cotte al barbecue sorseggiando birra gelata. Ancora, erano andati a visitare le case più antiche dell’entroterra cretese perdendosi tra i filari di un grande uliveto e avevano passato la notte dormendo nel fienile di un contadino assieme ai suoi muli e alle sue capre da latte. Niko li aveva invitati a pranzare a casa della sua famiglia e Lyanne aveva suonato nuovamente il suo violoncello incantando i genitori e le sorelle di Niko con vecchie ballate celtiche imparate da suo padre prima ancora dei classici componimenti da orchestra dell’università. E poi si erano amati, senza farsi promesse, senza dirsi ‘Ti amo’ o frasi simili, si erano semplicemente amati come un uomo e una donna che il destino aveva fatto incontrare per caso, come due metà della stessa mela che combaciavano perfettamente, come due anime inquiete che avevano trovato la pace stando l’una accanto all’altro, come due cuori ribelli che condividevano lo stesso sentimento selvaggio e profondo. Lyanne avrebbe ricordato quei venti giorni come i più belli della sua vita e sapeva che anche per Tristan sarebbe stato così. Si alzò dal letto dove lui dormiva ancora, la bella schiena baciata dall’oro del mattino e i capelli arruffati, ricci ribelli che Lyanne adorava, dove tuffava le mani ogni notte per sentirli soffici e folti tra le sue dita. Indossò una t-shirt verde e un paio di shorts sportivi di cotone blu, si pettinò i capelli, infilò le sue snickers ai piedi e uscì dalla camera senza far rumore. Malia dormiva tranquilla nella quiete delle 4:00 del mattino e l’aria era tiepida mentre passeggiava lungo le strade semi deserte. Entrò in un Internet Point aperto a tutte le ore per i turisti e pagò per

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mezz’ora di navigazione. Prese posto di fronte al pc numero 8, inserì la propria password nel portale di Skype e attese il caricamento della linea. Quando si aprì la videata del suo account, inviò un avviso di chiamata a Foxy26 rimanendo in attesa di risposta. Riprovò altre due volte, finché al terzo tentativo Foxy26 accettò la chiamata e aprì la finestrella della video-chat. Lyanne fu felice di vederla, aveva sentito la sua mancanza. Purtroppo il segnale audio era pessimo, perciò Lyanne utilizzò la tastiera per comunicare con la rossa dagli occhi verdi che le sorrideva al di là dello schermo del pc. Cello25: Ciao Kayla. Foxy26: Ciao Lyanne! Che bello rivederti! Mio Dio, come stai? Cello25: Sto bene, tranquilla. E’ tutto a posto. Foxy26: Meno male! Ho sperato così tanto che mi chiamassi, ma ormai pensavo che non l’avresti più fatto. Cello25: Scusami Kayla, avrei dovuto contattarti prima. Sei stata in pensiero per me? Foxy26: Un po’ sì, ma ora che ti vedo ogni preoccupazione è volata via. Sei in splendida forma! Cello25: Grazie. Hai visto la mia abbronzatura? Foxy26: La vedo eccome, sei stupenda… Dove diavolo sei? Cello25: Sono a Creta. Un’isola meravigliosa. Foxy26: Mare limpido e sabbia dorata, ci scommetto! Ti sei scelta proprio un bel posto in cui rifugiarti. Cello25: In realtà non ho scelto io di venire qui. Era l’unico biglietto aereo disponibile la sera in cui sono partita. L’ho preso al volo. Foxy26: Lasciatelo dire, sei stata proprio fortunata! Cello25: Hai ragione, il destino mi ha portata in paradiso. Foxy26: Ti stai divertendo? Cello25: Molto. Qui è tutto fantastico. Foxy26: E i soldi? Ce ne hai ancora? Cello25: Sono arrivata agli sgoccioli purtroppo! Foxy26: Pensi di tornare a casa? Cello25: Non ancora… Ho conosciuto una persona. Foxy26: Vuoi dire un uomo? Cello25: Un bellissimo irlandese di Cork. Foxy26: Veramente? Cello25: Aspetta, te lo faccio vedere. Si frugò nella tasca degli shorts e tirò fuori una piccola fototessera quadrata di Tristan fatta alcuni giorni prima così per gioco in un box fotografico automatico e la mostrò a Kayla avvicinandola alla webcam.

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Cello25: Lo vedi bene? Foxy26: Sì, lo vedo! E’ dannatamente bello, Lyanne! Cello25: Lo so! Si chiama Tristan, ha 28 anni, professione chef. Foxy26: Il principe azzurro in persona… Come l’hai conosciuto? Cello25: L’ho incontrato per caso cinque giorni dopo il mio arrivo. C’era una festa notturna sulla spiaggia, lui mi ha vista, mi ha presa per mano e abbiamo ballato un sirtaki insieme. E’ stata una serata magica. Lui mi ha conquistata. Foxy26: Ti credo, è un tipo davvero sexy! Lyanne si rimise in tasca la fototessera e tornò a scrivere sulla tastiera del pc. Cello25: Kayla, devo dirti dell’altro… Non c’è stato solo un ballo tra noi due… Io e Tristan abbiamo una relazione. Foxy26: Come?! Una relazione?! Lyanne si era aspettata quella reazione sorpresa. Cello25: Lo so, non era previsto, ma è successo. All’inizio pensavo che sarebbe stata solo un’avventura di una notte, invece mi sono innamorata di lui. Foxy26: Lyanne, stai scherzando? Te ne sei innamorata? Cello25: Sì. Lo amo davvero. E credo che lui ami me. Foxy26: Oh cavoli, è una cosa seria… Cello25: Sì, lo è. Stiamo benissimo insieme, dentro e fuori dal letto. Foxy26: Oh santo cielo… Lui ti rende felice? Cello25: Di più. Mi ha fatto rinascere. In tutti i sensi. Foxy26: Gli hai parlato di Evan? Cello25: Non proprio… Gli ho fatto credere che è una storia finita. Foxy26: Lyanne, questo non va bene per niente… Deve sapere come stanno veramente le cose. Se lo ami devi dirgli la verità. Cello25: Lo so, non avrei dovuto mentirgli, ora me ne pento, ma ho intenzione di raccontargli tutto. Foxy26: Ti conviene farlo presto. Cello25: Lo farò. Aspetto solo il momento giusto. Foxy26: E come pensi che la prenderà? Cello25: Non lo so. Lui è stato sincero su tutto con me, di sicuro non ama le bugie, però è molto comprensivo e spero che mi perdonerà. Foxy26: Te lo auguro Lyanne, davvero. Per il tuo bene. Cello25: Grazie tesoro… Dimmi, come sta Evan? Foxy26: Sempre uguale, stazionario. Cello25: E al pub come va senza di me? Foxy26: Tutto a posto. Riesco a farcela anche senza di te. Cello25: Cosa dice la gente di me?

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Foxy26: Nessuno fa domande, credono tutti che tu sia davvero in vacanza a New York. Però c’è dell’altro. Cattive notizie. Cello25: Lo immaginavo… Non girarci intorno, dimmi cosa succede. Foxy26: Robert Carlyle non si è bevuto la storia della tua vacanza. Ha capito che sei scappata. E’ venuto al pub quasi ogni giorno a darmi il tormento per sapere dove sei, e io ho insistito con la scusa del viaggio a New York, ma lo conosci, è uno squalo, ha fatto controllare la lista passeggeri dei voli in partenza per New York la notte che te ne sei andata e ha scoperto che il tuo nome non è registrato su nessun volo. Cello25: Accidenti a lui… Immaginavo che avrebbe creato problemi. Foxy26: Lyanne, la situazione è molto più seria. Cello25: Mi sta cercando? Foxy26: Peggio. Vuole denunciarti. Cello25: Cosa?! Foxy26: Dice che se non torni a casa ti denuncerà per abbandono del tetto coniugale. Cello25: E’ fuori di testa?! Io ed Evan non viviamo nemmeno nella stessa casa! Foxy26: No, ma siete sposati. Cello25: Oh, andiamo! E’ stata una cerimonia pagana, non ha alcun valore per la chiesa cattolica! Foxy26: Per Robert è un matrimonio a tutti gli effetti. E tu hai abbandonato Evan rifiutandoti di assolvere ai tuoi doveri di moglie. Cello25: Questo è assurdo, non posso crederci! Foxy26: Credimi, fa sul serio. Se non torni ti denuncia. Cello25: Cos’è, un ricatto? Vuole vendicarsi facendomi del male? Foxy26: Farti soffrire è il suo obbiettivo principale, lo sai. Forse dovresti tornare a casa e sistemare la situazione prima che degeneri. Cello25: E se non lo faccio? Se decido di non tornare? Foxy26: Lyanne, non dirai sul serio! Cello25: Perché no? Tra alcuni mesi Tristan aprirà un ristorante a New York. Potrei andarmene via con lui. Non sono obbligata a riprendere in mano la mia vita piena di sofferenza quando potrei iniziarne un’altra accanto ad un uomo che mi renderà felice e soprattutto libera dal passato. Foxy26: Lyanne, hai davvero intenzione di mollare tutto e non tornare mai più a casa? Non mi sembra affatto una buona idea, peggioreresti ogni cosa, e tu non sei una donna insensibile capace di svanire nel nulla lasciando irrisolti i propri problemi. Capisco che tu sia stanca di lottare per la tua libertà, ma la fuga non è la scelta migliore da prendere.

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Come sempre, Kayla aveva ragione e Lyanne sapeva di non possedere sufficiente coraggio per voltare pagina di punto in bianco senza prima rimettere ordine nella propria vita. Cello25: Se fossi crudele quanto lo è Robert nei miei confronti non ci penserei due volte a fuggire via, credimi… Ma purtroppo ho un cuore e una coscienza, e non posso abbandonare Evan a se stesso. E’ colpa mia se la sua vita è andata in pezzi. Foxy26: Allora cosa pensi di fare? Cello25: Non mi sembra di avere molta scelta. Foxy26: Quindi tornerai a Killybegs? Cello25: Vista la situazione, non posso fare diversamente. Foxy26: Mi dispiace tanto, Lyanne… Ti ho rovinato la vacanza. Cello25: Non è colpa tua. Immaginavo che qualcosa sarebbe andato storto, anche se per un attimo mi sono illusa di poter ricominciare ad essere felice e serena… E’ stato solo un bel sogno dal quale dovrò risvegliarmi per tornare alla dura realtà. Foxy26: Se torni a casa Robert si darà una calmata, non credo che arriverà a denunciarti davvero, vuole solo che tu stia con Evan. Cello25: Sono due anni che sacrifico la mia vita per Evan, e non è cambiato nulla. Ho sperato che tutto tornasse a posto, tu lo sai quanto ho pregato e pianto per lui, ma poi ho smesso di aspettare un miracolo che non arriverà mai, e ora voglio che questa storia finisca, dura da troppo tempo. Foxy26: Non ami più Evan, vero? Cello25: Una parte di me lo amerà sempre, sette anni d’amore non si dimenticano tanto in fretta, ma la persona che lui era e che io amavo non c’è più, se n’è andata quella maledetta notte di Ottobre e non ritornerà, io ho solo 25 anni, sono giovane, ho il diritto di rifarmi una vita e tornare ad essere felice! Foxy26: Lo farai con Tristan. Vedrai che tutto si risolverà. Cello25: Lo spero tanto, ammesso che lui mi voglia ancora dopo che gli avrò detto la verità… Accidenti, vorrei avere più tempo! Foxy26: Se davvero ti ama comprenderà la situazione. Cello25: E se non lo facesse?… Dio mio, se perdo anche lui non so proprio cosa farò… Foxy26: Lyanne, tu sei forte, combattiva, ne verrai fuori in un modo o nell’altro… Non abbatterti proprio ora che hai ritrovato un po’ di serenità. Tira fuori quel coraggio che nascondi dentro di te! Kayla aveva ragione, non doveva perdere di nuovo la fiducia in se stessa, avrebbe risolto ogni cosa, e cercato una soluzione per dire addio per sempre a Evan e al loro triste passato.

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Cello25: Perdonami Kayla, ora ti devo salutare, sono in un Internet Point e ho pagato solo per mezz’ora di navigazione… Se Robert dovesse tornare a importunarti al pub, puoi dirgli che la mia vacanza è finita e che sto per tornare da Evan. Foxy26: Va bene, glielo dirò con infinito piacere. Cello25: Okay, allora ci rivediamo a Killybegs tra uno o due giorni. Ti voglio bene Kayla. Ciao. Foxy26: Te ne voglio anch’io. Ciao Lyanne. Si mandarono un bacio a vicenda, poi la connessione si chiuse e lo schermo del pc ridivenne blu. Lyanne si alzò dalla postazione numero 8 e uscì dall’Internet Point. L’alba rosa si era trasformata in un pallido cielo azzurro sfumato di giallo e violetto che preannunciava un’altra splendida giornata. Peccato che dopo la chiacchierata con Kayla il buonumore di Lyanne fosse scivolato nella tristezza mista a preoccupazione. Doveva tornare in Irlanda il prima possibile, la sua fuga dalla realtà era bruscamente giunta al termine. Lyanne tirò fuori dalla tasca degli shorts la fototessera di Tristan e la guardò mentre tornava al Bay Beach Hotel. Lo amava. Non avrebbe dovuto mentirgli su Evan così a lungo. Si chiese come avrebbe reagito quando gli avrebbe confessato il suo segreto e pregò il cielo di non spezzargli il cuore. Non se lo meritava. Non voleva ferirlo. Baciò la foto e se la rimise in tasca. Poi aprì il portafogli e tirò fuori un’altra foto, quella di un giovane irlandese di Dublino con gli occhi azzurri come i suoi e i capelli biondi tagliarti corti. Era Evan, in una foto scattata poco prima che tutto andasse in pezzi. Lo aveva amato da impazzire per sette lunghi anni, nonostante le troppe differenze di carattere, le incomprensioni e i litigi, la scarsa alchimia sessuale, e tante altre piccole cose che tra loro non funzionavano alla perfezione. Lo avrebbe amato sempre, ma solo nei suoi ricordi. Ora c’era Tristan nella sua vita, e Lyanne desiderava un futuro da vivere al suo fianco. Mise via la foto di Evan e salì le scale che portavano al quarto piano dell’hotel, si fermò sulla soglia della camera 32, aprì la porta delicatamente e scivolò all’interno della stanza avvolta dal giallo chiarore del giorno nascente. Si spogliò della maglietta e degli shorts rimanendo con addosso solamente gli slip e si stese sul letto accanto a Tristan. Respirò il suo profumo di bagnoschiuma e gli accarezzò i riccioli scuri mentre continuava a dormire. Al suo risveglio, gli avrebbe raccontato ogni cosa.

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9 Era da poco passato mezzogiorno. Seduto su una sedia di vimini nella terrazza assolata della camera, Tristan trafficava con il suo i-Phone. “Accidenti, non riesco a prendere la linea”, borbottò, corrucciando le labbra in una smorfia scocciata. Lyanne lo raggiunse, aprì l’ombrellone azzurro per creare una zona d’ombra e prese posto su un’altra sedia accanto a lui. “Non c’è campo?” “No, il campo c’è, ma ogni volta che provo a comporre il numero poi la telefonata non parte.” “Chi stai cercando di chiamare?” “Uhm, volevo solo salutare i ragazzi al ristorante, Ronan e Duncan, oggi è Sabato, la giornata più caotica della settimana.” “Saranno indaffarati, perché li vuoi disturbare?” “Perché quei ragazzacci mi mancano, vorrei sapere come se la passano senza di me.” Fece un altro tentativo, e la linea cadde di nuovo. “Niente da fare, questo stupido telefono non vuole proprio funzionare.” Si arrese, posando il cellulare sul tavolino rotondo, e si stiracchiò le braccia sopra la testa. “Sei piuttosto silenziosa oggi���, osservò, scrutandola attentamente negli occhi. “Stai bene?” “Sì, è tutto a posto.” “Non è vero… Ti ho osservata a lungo, sembri in ansia, preoccupata per qualcosa… E’ così?” Lyanne deglutì un nodo di tensione e si guardò le mani. “Non sono preoccupata, pensierosa casomai.” Tristan le accarezzò una spalla con dolcezza. “Se c’è qualcosa che non va puoi dirmelo, lo sai.” Lei si sfregò i palmi nervosamente e trasse un sospiro. “Dobbiamo parlare.” Tristan si fece serio. “Va bene, parliamo.” “In realtà sono io che ho delle cose da dire, tu devi solo ascoltarmi e cercare di capire, se puoi…” “Okay. Sono qui. Ti ascolto.” Lyanne si fece forza e decise di dirgli tutto senza troppi giri di parole. “Si tratta di me. Non sono stata del tutto sincera nei tuoi confronti riguardo la mia storia con Evan. Ti ho detto che era finita, ma non è

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vero. Non ci siamo mai lasciati, non abbiamo avuto né il tempo né l’occasione di farlo. Avrei dovuto parlarti di questo fin dall’inizio e mi dispiace averti mentito, è solo che… Questa storia mi rende fragile e mi addolora ogni volta che ne parlo, quindi cerco di nasconderla e di fingere che non sia mai accaduto nulla. Però è giusto che tu sappia come stanno le cose veramente, ne hai tutto il diritto, spero solo di non ferirti…” Tristan le prese una mano fra le sue e la guardò negli occhi in un modo tanto profondo da farla tremare. “Continua. E dimmi tutto.” Lyanne decise di partire dall’inizio, quando Evan era entrato nella sua vita. “Non ti ho mentito su come e quando ho conosciuto Evan, avevo davvero 19 anni quando ci siamo incontrati, ed eravamo entrambi due studenti universitari. Io seguivo i corsi di violoncello e musica classica, lui studiava medicina generale e chirurgia. Eravamo molto diversi, sia nel carattere che nel modo di vedere le cose, però ci siamo innamorati e fidanzati dopo un anno che uscivamo insieme. Evan ha sempre avuto intenzioni serie con me, difatti la nostra storia è durata sette lunghi anni, tra alti e bassi, litigi e riappacificazioni. Mi amava, e io amavo lui, tutto il resto erano piccolezze. Pochi mesi prima delle nostre lauree, siamo andati a Galway e ci siamo sposati. Evan non era cattolico, perciò il nostro matrimonio è stato celebrato con il rito pagano degli antichi druidi, con tanto di mani allacciate dal nastro rosso a simboleggiare l’unione eterna e lo scambio degli anelli d’argento Claddagh con le due mani che sorreggono un cuore incoronato. Le mani simboleggiano l’amicizia, il cuore rappresenta l’amore, e la corona è la promessa di lealtà reciproca che gli sposi giurano di mantenere nel corso degli anni. Anche se non è stato celebrato con i sacri dogmi della chiesa cristiana, il nostro matrimonio era del tutto valido secondo l’antica tradizione popolare irlandese. Tuttavia, non siamo mai andati a vivere insieme, pensavamo di farlo dopo esserci laureati, trasferendoci in America e acquistando una casa a New York. Tre mesi dopo, io mi sono laureata in violoncello e due mesi più tardi Evan ha ottenuto il dottorato in medicina chirurgica. Ha iniziato subito a lavorare come specializzando all’ospedale di Dublino, mentre io mi preparavo per un’audizione presso l’orchestra filarmonica di Londra, e se fosse andata bene mi avrebbe dato la possibilità di ottenere un posto di violoncellista ovunque avessi desiderato, e ovviamente io puntavo a New York. Poi, la sera del 15 Ottobre, io ed Evan siamo usciti per

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festeggiare il suo compleanno in compagnia dei nostri amici comuni. Ci siamo divertiti, anche se Evan ha esagerato un po’ troppo con l’alcool e a fine serata era praticamente sbronzo. Io non avevo bevuto, avevo un ritardo di due settimane e pensavo di essere incinta. Evan non lo sapeva, volevo essere sicura prima di dirgli che forse aspettavo un bambino. Ad ogni modo, quella notte, tornando a casa, ho guidato io visto che ero sobria. Pioveva forte, e nonostante guidassi piano, la Lotus di Evan tendeva a slittare ad ogni curva sull’asfalto scivoloso. Ad un certo punto è spuntato dal nulla un tir con rimorchio che procedeva verso di noi e io ho pensato che il guidatore fosse ubriaco perché aveva invaso la nostra carreggiata. Ma poi mi sono resa conto che ero io ad aver invaso la careggiata sbagliata e quindi ho sterzato bruscamente per tornare sul lato opposto della strada… Quella manovra azzardata mi ha fatto perdere il controllo della Lotus, appena ho frenato le ruote hanno perso contatto con l’asfalto e la macchina ha iniziato a sbandare. Ho cercato di riprendere il controllo, ma non ci sono riuscita… E la Lotus è andata dritta contro il tir, infilandosi sotto il rimorchio a tutta velocità. Ricordo il rumore assordante delle lamiere che si accartocciavano e del parabrezza che esplodeva in mille schegge di vetro… Poi ho perso conoscenza. Mi sono risvegliata due giorni dopo, all’ospedale di Dublino, con la gamba destra rotta all’altezza del femore e il braccio sinistro fratturato in più punti. Ero piena di lividi, di tagli e contusioni, e avevo un leggero trauma cranico. In più, nell’incidente avevo perso il bambino che aspettavo, un aborto spontaneo causato dallo schiacciamento dell’addome contro il volante accartocciato… Quando ho chiesto di Evan, mi hanno detto che era ricoverato nel reparto di rianimazione e che il suo quadro clinico era molto grave. Era in coma profondo, con entrambe le gambe spezzate, un polmone collassato e fratture multiple alla spina dorsale. Non era in grado di respirare autonomamente, perciò lo tenevano in vita con il polmone artificiale, e il suo encefalogramma era instabile, l’attività cerebrale ridotta al minimo. I medici mi hanno detto che non sarebbe sopravvissuto in quelle condizioni, e che se mai si fosse risvegliato, sicuramente sarebbe stato paralizzato a vita dal collo in giù, e quasi sicuramente mentalmente menomato… E’ stato orribile per me. Quella notte, per colpa mia, Evan ha perso ogni possibilità di tornare a vivere come prima. Mi sentivo terribilmente in colpa, perché c’erano io alla guida, io avevo invaso la carreggiata opposta al senso di marcia, io avevo perso il controllo della Lotus, io avevo mandato in pezzi la vita di Evan e il futuro di entrambi. Il

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senso di colpa mi ha divorata, privandomi di tutto, dalla voglia di vivere alla fiducia in me stessa, e tutti i miei sogni si sono infranti. Rischiavo di non poter più suonare il violoncello con il braccio così malamente fratturato, e stavo per perdere Evan… Tutto questo a causa mia, per una mia distrazione, per un mio errore… Ho vissuto un mese d’inferno, piangendo per Evan, per me stessa, incapace di lottare per ritornare a una vita normale… Ma con il passare dei giorni, e l’affetto della mia famiglia, lentamente mi sono ripresa. Ho affrontato tre mesi di terapia e riabilitazione per riacquistare l’uso della gamba e del braccio, e quando mi hanno dimessa ero di nuovo in grado di camminare. Non avevo ancora la totale sensibilità del braccio e pensavo che non sarei più riuscita a suonare bene come prima, ma i medici mi dissero che se mi fossi esercitata costantemente i tendini avrebbero riacquistato la loro completa funzionalità nell’arco di alcuni mesi, dovevo solo essere paziente. Evan invece non migliorava, il suo quadro clinico non era cambiato, le sue condizioni erano costantemente tra la vita e la morte, a sentire i medici era vivo solo perché aveva un cuore forte e giovane, ma tutte le funzioni cerebrali erano ridotte al minimo e se gli avessero tolto il respiratore sarebbe morto perché non era in grado di respirare da solo. Ho pregato per un miracolo, perché Evan si salvasse e tutto ritornasse come prima… E così è passato un anno, e poi un altro anno ancora. Io ero ritornata a casa dai miei, a Killybegs, e avevo trovato lavoro al Cutty Sark come barista. Avevo ripreso a suonare, ma non lo facevo più con la passione di un tempo, ero demoralizzata, depressa, e divorata dai rimorsi… Ogni fine settimana andavo a Dublino e passavo il weekend con Evan, ancora convinta che potesse svegliarsi, pur sapendo che era impossibile. I medici continuavano a dirmi che dopo due anni era improbabile che si riprendesse, ormai viveva solo grazie ai macchinari, e più di una volta mi hanno chiesto se volevo interrompere l’accanimento terapeutico… Ci pensavo spesso, e alla fine ero giunta alla conclusione che mantenere in vita Evan era inumano, lui non c’era più, era morto la notte dell’incidente, quel corpo immobile steso sul letto del reparto di rianimazione pieno di tubi e circondato da macchinari era solo un involucro vuoto, un vegetale senz’anima, se fosse morto sarebbe stato un sollievo per me e la fine di una lunga agonia per Evan. Perciò ero propensa a firmare i documenti per il consenso all’interruzione dell’accanimento terapeutico e dire addio a Evan per sempre. Era tutto deciso, ma Robert Carlyle, il padre di Evan si è opposto fermamente, e mi ha impedito di concludere la procedura. Robert mi accusava di essere la

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causa della rovina di suo figlio, e mi disse chiaramente che essendo la moglie di Evan avevo il dovere di prendermi cura di lui finché non fosse morto naturalmente. Robert mi ha sempre odiata, fin dal principio, perché ero figlia di una modesta famiglia di pescatori, mentre Evan proveniva da una ricca e rinomata dinastia di chirurghi. Ovviamente non gli piacevo né come fidanzata e tantomeno come moglie, ma Evan mi aveva sposata contro il suo volere e Robert era stato costretto ad accettarmi. Ora però usava suo figlio come arma per impedirmi di rifarmi una vita, e il fatto che fossi stata io la causa dell’incidente lo aveva riempito ancor più di prima di rancore e di odio nei miei confronti. Tutta questa situazione mi ha snervato profondamente, e ho iniziato a pensare di fuggire… Non riuscivo più a dormire, ero stressata, piena di rabbia e frustrazione… Alla fine mi sono arresa e ho detto basta, non ce la facevo più, volevo solo scappare via… E così ho fatto, venticinque giorni fa, prendendo un aereo in piena notte senza sapere dove sarei andata, usando un passaporto falso per non essere trovata, portando con me una manciata di vestiti e quei pochi contanti che ero riuscita a mettere da parte con il mio lavoro. Sono scappata, e sono finta qui a Creta. Solo la mia amica Kayla sa che sono qui, per tutti gli altri sono semplicemente andata in vacanza a New York. So che fuggire è da vigliacchi, ma io mi sentivo in gabbia, avevo bisogno di andarmene via per un po’ e lasciarmi alle spalle due anni di sofferenze e sensi di colpa, per questo ho lasciato Killybegs in un momento di totale esasperazione. E quando sono arrivata qui, dopo appena cinque giorni sei comparso tu… Non avevo messo in conto di incontrare una persona tanto speciale e mai mi sarei immaginata di provare un sentimento d’amore per un uomo che non fosse Evan. Invece è successo, e ora eccomi qua, davanti a te, una donna in fuga, sposata ad un altro, che ti ha mentito per paura di essere rifiutata… E’ questa la vera Lyanne Greyson. Adesso sai tutto di me, non ci sono più segreti, nient’altro da nascondere.” Lyanne mantenne lo sguardo fisso negli occhi nocciola di Tristan, pronta a qualunque sua reazione. Il turbamento e lo sgomento erano evidenti nel suo sguardo, non si era aspettato di sentire nulla di tutto ciò, aveva creduto in lei e alle sue parole pensando che fosse sincera, quando invece gli aveva nascosto un segreto pesante quanto un macigno, difficile da accettare e da capire. Le teneva ancora la mano, e la guardava senza dire nulla, scavando nei suoi occhi azzurri come il mare cercando forse altre bugie non dette. Lyanne non seppe dire per quanto tempo rimasero a fissarsi in quel modo senza proferire

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parola, circondati dal vociare allegro dei turisti che si divertivano nella piscina dell’hotel proprio al di sotto della loro terrazza. Le parve un’eternità, e pregò il cielo affinché lui non fosse troppo deluso, arrabbiato, e ferito dalla sua confessione. “Avresti dovuto parlarmene prima.” Le parole di Tristan risuonarono dure, come un rimprovero. “Segreti come questi possono fare male, molto male.” Lyanne non riuscì a sostenere il suo sguardo e chiuse gli occhi per non doverlo più guardare, ma lui le afferrò il mento tra le dita. “Lyanne, guardami.” “No, non voglio”, disse lei, serrando le palpebre. Temendo per il peggio, si alzò in piedi di scatto e corse via, chiudendosi a chiave nel bagno. Tristan la rincorse e girò il pomolo dorato della porta senza riuscire ad aprirla. “Aprimi, Lyanne.” La sua voce era autoritaria. “Apri la porta, adesso.” “No, lasciami stare, ti prego!” Le veniva da piangere, e temeva di aver rovinato tutto. “Perché stai scappando da me? Non ti interessa sapere cosa ho da dire? E’ così che affronti la vita? Con la fuga?” Lei tacque, non sapendo cosa rispondere. “Lyanne… Apri la porta, non farmelo ripetere ancora.” Silenzio. Nessun rumore. Lacrime silenziose che rigavano il volto affranto di Lyanne riflesso nello specchio del lavabo. “Vuoi restare chiusa in bagno tutto il giorno?” Ancora silenzio. La paura di essere rifiutata e cacciata via da Tristan era più forte del desiderio di aggrapparsi a lui e chiedergli scusa. “Okay, se è quello che vuoi, allora resta lì dentro.” Lo sentì allontanarsi dalla porta del bagno, aprire quella della camera e chiuderla dietro di sé facendola sbattere con forza. Lyanne sussultò, poi si accasciò sul pavimento in ginocchio e scoppiò a piangere a dirotto, singhiozzando forte. Lo aveva deluso, ferito, preso in giro, si meritava la sua rabbia e il suo disprezzo. Questo pensava mentre piangeva, ignara del fatto che Tristan avesse finto di andarsene dalla stanza per stanarla del bagno, e che nel sentirla disperarsi stesse cercando di aprire la porta forzando la serratura con il manico di un cucchiaio d’argento preso dal vassoio della colazione del mattino. Piegata in due sul pavimento, Lyanne non si accorse della porta che si apriva né di Tristan che entrava in bagno e si inginocchiava a terra accanto a lei. “Lyanne, non fare così, non piangere, non piangere…”, le disse, abbracciandola e stringendola forte fra le sue braccia. Lei cercò di

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sfuggirgli e si coprì la faccia con le mani perché lui non la vedesse in quello stato. “Che sciocca che sei, ti fai solo del male così, calmati.” “Vattene… via… lasciami… stare”, mormorò Lyanne tra i singhiozzi. “No, non vado via, non ti lascio qui sola a disperarti.” “Io… non… ti merito”, disse lei piangendo. “Perché dici questo? Tu non hai nulla che non va, sei solo una donna ferita che ha sofferto per troppo tempo, non sei una vigliacca.” “Sono… solo… una bugiarda.” “Non è vero, tutti mentono per proteggersi, l’ho fatto anch’io in passato, non ti devi vergognare, non è così grave… Ti prego, non piangere, mi fa male vederti così.” Cercò di cullarla e di farla smettere accarezzandole i capelli, la tenne stretta contro di sé e le tolse le mani dal viso stringendole i polsi nei pugni. Era zuppa di lacrime, il suo viso una maschera di dolore, tremava tutta e il suo cuore batteva a mille. “Calmati… E’ tutto a posto… Non è successo nulla.” Lyanne sembrò acquietarsi poco per volta, lentamente i suoi singhiozzi si placarono e le sue lacrime cessarono di rigarle il volto arrossato dal pianto. Stretta nell’abbraccio di Tristan, alla fine si calmò del tutto. “Mi dispiace tanto”, disse, raggomitolata contro il suo petto. Tristan le baciò la fronte e le pettinò i capelli con le dita, poi le asciugò il viso con un lembo della sua maglietta. “Va meglio adesso? Ti sei sfogata?” Lei annuì con un cenno del capo, sentendosi sollevata, come se il peso che aveva sul cuore da due anni si fosse sciolto in quel pianto doloroso e liberatorio. “Non volevo mentirti, ho dovuto farlo.” “Di cosa avevi paura? Del mio giudizio?” “Sì… Tutti mi giudicano a Killybegs. Mi accusano di avere distrutto la vita di Evan, per loro sono colpevole.” “E’ stato un incidente, non è colpa tua.” “Guidavo io, Tristan.” “Non ha importanza chi guidava quella notte. Sarebbe successo comunque, certe cose sono scritte nel destino e accadono contro il nostro volere. Santo cielo, hai rischiato di morire anche tu, hai perso il tuo bambino, ti sei spezzata un braccio e una gamba. Come puoi aver colpa di una disgrazia simile? Non avevi neppure bevuto! Non devi più soffrire per quello che è successo, hai pagato a sufficienza.” Lyanne scosse piano la testa.

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“Finché Evan sarà su quel letto d’ospedale io sarò obbligata a stare al suo fianco, non potrò mai essere libera.” “Perché non chiedi il divorzio?” “Robert Carlyle non mi permetterà mai di lasciare Evan.” “E’ così potente?” “Ha le sue conoscenze. I migliori avvocati sono amici suoi, ho le mani legate, non so come uscire da quest’incubo.” “L’unica via d’uscita è l’interruzione dell’accanimento terapeutico, devi riuscire a trovare un buon avvocato che ti aiuti a firmare quelle carte per autorizzare i medici a procedere con il blocco delle terapie.” “Facendo morire Evan…” “No, lasciandolo andare. Lyanne, lui è già morto, tenerlo in vita artificialmente è una crudeltà.” “Non conosco nessuno in grado di aiutarmi, sono sola.” “Ti aiuterò io. Ci sono ottimi avvocati a Cork, li conosco di persona, ne troverò uno in grado di darti una mano.” Lyanne sospirò contro il suo petto. “Voglio che tutto finisca, sono così stanca…” “Finirà presto, e tu potrai ricominciare a vivere.” “Mi porterai con te? Quando sarò libera?” “Certo… Verrai via con me, ce ne andremo a New York insieme, e tornerai ad essere felice.” “Mi aspetterai davvero?” “Sì, ti aspetterò. Sarò paziente, promesso. Ora che ti ho trovata non voglio e non posso perderti, mi appartieni, ormai sei mia.” Lyanne gli strinse le braccia al collo, confortata dalle sue parole, e una fiammella di speranza si accese nel suo cuore combattuto tra il desiderio di vivere una nuova vita e la paura di non riuscire a spezzare le catene che la imprigionavano al passato. “Grazie Tristan”, sussurrò, mentre lui se la stringeva al petto come fosse stata sua da sempre. “Ti amo Lyanne.” Forse non era il momento migliore per dirglielo, ma gli uscì dalle labbra sgorgando dritto dal cuore. E fu felice di averglielo detto, perché l’amava sul serio, e lei aveva bisogno di sentirselo dire. Specialmente in quel momento. Doveva sapere che non era sola e che lui l’amava.

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Fu dannatamente difficile per Tristan guardare Lyanne che preparava la valigia quella sera sapendo che se ne sarebbe andata di lì a poche ore. Dopo la sua confessione di quel mattino riguardante il terribile incidente in cui era stata coinvolta con Evan e tutte le dolorose conseguenze che aveva dovuto affrontare, e dopo il suo pianto disperato nel bagno, Tristan le aveva chiesto cosa intendeva fare. Lyanne gli aveva detto di essere andata all’Internet Point a pochi passi dall’albergo e di aver parlato in chat con la sua amica Kayla, scoprendo che il padre di Evan era a dir poco furioso per la sua improvvisa fuga da Killybegs e che se non fosse ritornata a casa quanto prima lui l’avrebbe denunciata per abbandono del tetto coniugale, rendendo ancora più complicata una situazione già molto difficile. “Devo tornare a Killybegs, non posso prolungare oltre la mia permanenza qui a Creta. Prima me ne vado e meglio sarà, soprattutto per me.” “E cosa farai quando sarai di nuovo a casa?” “Riprenderò la mia vita di prima. Tornerò a lavorare al Cutty Sark. Dovrò fingere di essere stata in vacanza a New York per davvero.” “Mi chiamerai?” “Non lo so… Forse sarebbe meglio evitare di sentirci. Robert mi farà tenere d’occhio, non voglio che scopra dove sono stata realmente e non dovrà sapere che ho una relazione con te, potrebbe pensare che voglio chiedere l’annullamento del matrimonio con Evan per rifarmi una vita altrove con un altro uomo, e questo intralcerebbe i miei piani.” “Hai ragione, sarà meglio evitare ogni tipo di contatto, specialmente le telefonate.” “Non sarà facile, mi mancherai da impazzire.” “Anche tu mi mancherai. Ogni cosa di te mi mancherà.” “Possiamo sopportarlo, giusto?... La lontananza, il fatto di non poterci sentire, di non poterci vedere… Ce la faremo?” “Certo. Sarà difficile ma non impossibile. Riusciremo a stare lontani.” “Ti penserò sempre. Ti immaginerò nella cucina del Blue Sea con la tua divisa bianca da chef mentre prepari piatti elaborati dai sapori deliziosi.”

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“E io immaginerò te dietro il bancone del Cutty Sark intenta a spillare birra per vecchi lupi di mare che ti mangeranno con gli occhi consapevoli di non poterti avere.” “Fingeremo che questa sia solo una separazione momentanea, in attesa di un domani in cui ritrovarci.” “Sì, sarà così. Una breve separazione. E poi ci ritroveremo. Forse ci vorranno alcuni mesi per sistemare le cose, ma sapremo aspettare.” “Sì, faremo così. E’ la decisione più giusta da prendere.” Lyanne aveva continuato a piegare i suoi vestiti con cura riponendoli nella valigia insieme alle sue scarpe, ai suoi effetti personali, ai souvenir che aveva acquistato nei negozietti turistici di Malia, e alle conchiglie raccolte sulla spiaggia ben chiuse in una busta di plastica. Il suo viso aveva un’espressione rassegnata, e Tristan avrebbe voluto fare o dire qualcosa per riportare il sorriso sulle sue labbra, ma la stessa rassegnazione la stava provando anche lui, rendendolo incapace di rallegrare Lyanne. “Tieni, metti anche questa in valigia”, le aveva detto, porgendole una delle sue magliette preferite, quella blu con la scritta ‘New York’ stampata in bianco sul petto, intrisa del suo profumo. “Grazie, la metterò ogni volta che avrò voglia di sentirti vicino, così sentirò meno la tua mancanza.” Lyanne gli aveva dato in cambio il fermaglio di strass che aveva tra i capelli la notte del suo concerto in piazza Dimokratias. “Credo proprio che lo terrò sempre in tasca e me lo porterò ovunque, per guardarlo negli istanti peggiori e ricordarmi di com’eri bella e luminosa quella sera nel tuo abito scarlatto con il violoncello stretto forte a te.” “Abbiamo vissuto dei momenti indimenticabili in questi lunghi giorni di vacanza. Quando sarò sola nel mio appartamento li rivivrò uno ad uno pensando a te e alle emozioni che abbiamo condiviso insieme.” Dopo aver terminato di preparare la valigia in silenzio, Lyanne l’aveva chiusa con i lucchetti e poggiata a terra. “Ecco fatto. Fine del viaggio. Si torna a casa.” Il tono sconfitto della sua voce aveva fatto provare a Tristan una stretta al cuore, detestava vederla così abbattuta. “Vieni qui, siediti accanto a me.” Lyanne lo aveva raggiunto sul letto, lasciandosi abbracciare e stringere fra le sue braccia sicure. “Avrei voluto avere altro tempo da passare con te”, gli aveva detto, accoccolata contro di lui.

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“Il destino ci ha regalato venticinque meravigliosi giorni insieme, uno più bello dell’altro. In futuro ne avremo altri, ci prenderemo tutto il tempo che vogliamo, e nessuno ci dividerà più.” “E se non riuscissi ad ottenere il divorzio?” “Riuscirai ad averlo. Appena arrivi a casa chiama Anthony McFerson e raccontagli tutto. E’ il migliore avvocato che conosco, ti raggiungerà a Killybegs e metterà a posto ogni cosa, fidati, è un uomo che sa il fatto suo. Non si lascerà mettere i piedi in testa da Robert Carlyle.” “Quell’uomo ha reso la mia vita un vero inferno dopo la notte dell’incidente, temo che escogiterà chissà cosa per tenermi legata ad Evan.” “Non preoccuparti, non potrà fare nulla per ostacolarti, le sue minacce crolleranno come castelli di sabbia quando Anthony si metterà al lavoro sul tuo caso. Andrà bene, andrà tutto bene.” Le aveva baciato la fronte, scostandole una ciocca di capelli dal viso per infilarla dietro il suo orecchio. “Devi farmi una promessa, Lyanne.” “Quale?” “Non voglio più vederti piangere come oggi, mi ha fatto troppo male. Promettimi che non succederà di nuovo, e che avrai un bel sorriso per ogni giorno che verrà.” “Va bene, niente più lacrime, solo sorrisi. Promesso.” Si era fatta una croce sul cuore, poi gli aveva sorriso timidamente, incontrando i suoi occhi nocciola densi di emozioni contrastanti. “Ho messo sottosopra la tua vita tranquilla, vero?” Tristan l’aveva guardata negli occhi con dolcezza. “L’hai stravolta. Prima di incontrarti ero un uomo come tanti, intenzionato a non lasciarsi coinvolgere in nessuna relazione amorosa seria, avevo i miei spazi, le mie avventure di una notte, il sesso senza pretese… E poi sei arrivata tu, e ho capito subito che con te sarebbe stato tutto diverso. Mi sono detto ‘Stai attento Tristan, questa donna è come il fuoco, ti brucerai se ti avvicini troppo’, ma mi sono lasciato andare, ho abbassato ogni difesa, e ho pensato che valeva la pena di scottarmi pur di avere da te più di una sola notte. Mi sono messo in un bel pasticcio, ma non rimpiango nulla, ti ho desiderata e adesso sei mia. L’amore non è poi così spaventoso, l’ho capito solo standoti accanto.” “Io credevo che avrei amato Evan per tutta la vita, tu sei l’unico uomo che è riuscito a farmi cambiare idea. Non ho mai pensato di potermi innamorare di qualcun altro, Evan è sempre stato il mio punto fermo, anche se non era perfetto. L’amavo, e ho continuato a volergli bene

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anche dopo l’incidente, pur sapendo che non si sarebbe mai più ripreso. Tu mi hai fatto capire che nella vita si deve guardare avanti e seguire il proprio cuore, e che non sempre il primo amore è quello eterno.” Tristan aveva ripensato alle parole che gli aveva detto quel mattino parlandogli di Evan. “Eri felice con lui?”, le aveva chiesto. “Sì, lo ero. Se non avessimo avuto quell’incidente, probabilmente ora non sarei qui. Di certo sarei madre di un bambino o di una bambina, Evan avrebbe il suo lavoro di chirurgo, vivremmo insieme in una bella casa a New York, e forse io sarei diventata una violoncellista famosa. Era questo il futuro che mi aspettavo di vivere. L’incidente ha mandato all’aria tutto, in pochi secondi.” “Mi dispiace molto per tutto ciò che è successo. Non solo a te, ma anche al tuo bambino e ad Evan. Non meritavate tanto dolore.” “Io ne sono uscita, ammaccata ma salva. Invece Evan è rimasto intrappolato tra due mondi, e questo mi fa male. Preferirei che fosse morto nell’incidente, piuttosto che ridotto a un vegetale. E’ per questo che voglio riuscire ad ottenere l’autorizzazione per porre fine all’accanimento terapeutico, nessun essere umano merita di soffrire per così tanto tempo, Evan ha il diritto di andarsene in pace.” “Sono d’accordo. Anthony ti aiuterà anche in questo.” Lyanne aveva sospirato fra le sue braccia, mentre Tristan le accarezzava i capelli lisci sciolti sulle spalle. “Facciamo l’amore”, gli aveva detto lei in un sussurro. “L’ultima volta prima di salutarci.” Tristan le aveva risposto con un bacio, e subito dopo si erano sdraiati e spogliati lentamente, accarezzandosi e baciandosi per intrappolare nella memoria il ricordo tattile dei loro corpi, avevano fatto l’amore con tenerezza, senza fretta, assaporando ogni minima sensazione, ogni singolo brivido, ogni spasmo di piacere, per rendere unico e indimenticabile quell’ultimo atto d’amore prima della separazione. Poi avevano fatto la doccia insieme, abbracciati sotto l’acqua fresca, si erano rivestiti e avevano deciso di scendere nel salone dell’hotel per cenare prima della partenza di Lyanne. Le ore erano volate. Troppo in fretta. Poco prima delle nove, Tristan aveva chiamato un taxi mentre Lyanne recuperava la sua valigia. “Non vuoi che ti accompagni all’aeroporto?” “Se lo farai non salirò mai sull’aereo, non ci riuscirei.” “Allora dovremo salutarci qui, adesso.” “Sì, è meglio.”

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Avevano aspettato il taxi nel parcheggio dell’hotel, abbracciati stretti, scambiandosi baci e carezze, i cuori cuciti. All’arrivo dell’auto, Lyanne aveva sollevato la valigia da terra. “Ci siamo. Devo andare ora.” “Prenditi cura di te, mi raccomando.” “Tu fai lo stesso. Riguardati.” “Ricorda che sono a Cork se mai avessi bisogno di me, e ci resterò finché non saprò che hai sistemato ogni cosa nella tua vita.” “Okay…Ci rivedremo presto.” “Prestissimo.” Si erano scambiati un ultimo bacio, lungo e struggente, un’ultima carezza, un ultimo sguardo. “Ciao Tristan.” “Ciao Lyanne.” Quel saluto non era un addio, era un arrivederci, la promessa di un domani insieme, in un giorno futuro. Quando lei si era voltata, Tristan l’aveva guardata salire nel taxi e salutarlo con la mano al di là del finestrino, le aveva sorriso, mentre il cuore gli cadeva sui piedi con un tonfo pesante. E infine lei era sparita, inghiottita dal traffico della notte cretese. Tristan ripensava a lei, seduto al bancone del bar dell’hotel, con un bicchiere di raki fra le mani e l’anima stretta in una morsa dolorosa. Era successo tutto in fretta. Incontrarla, conoscerla, frequentarla, amarla, innamorarsi di lei, lasciarla andare via così, in un soffio. Sentiva già la sua mancanza, dopo solo due ore dalla sua partenza. “Hey, giovanotto?” Tristan sollevò la testa dal bicchiere e guardò il barman, un anziano cretese dall’aspetto ben curato. “Non essere triste, la tua donna tornerà. Tornano sempre dagli uomini che amano, basta avere pazienza e saperle aspettare.” “Lo so. Ma fa un male cane, la lontananza.” “Credimi, è un dolore che poi passa. E comunque, vale la pena di provarlo per amore di una donna. Altrimenti, se non facesse tanto male, l’amore sarebbe un sentimento banale, non credi?” Tristan annuì. Il barman aveva ragione. Anche se faceva male da morire, era una dolce sofferenza, un languido tormento, e lui era disposto a provarli per Lyanne. Sapeva con certezza che tra loro nulla era finito. Un giorno lei sarebbe tornata fra le sua braccia. E quel giorno, lui non l’avrebbe più lasciata andare via.

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11 Irlanda, Killybegs, 29 Settembre 2012 Dopo cinque lunghi giorni di pioggia, il sole settembrino era tornato a splendere sulla regione del Donegal. Era Venerdì mattina, il clima di fine Settembre era ancora piacevolmente tiepido, Lyanne passeggiava lungo il viale del grande parco della clinica medica privata Saint Patrick Center con un paio di jeans e un golfino di cotone color panna. Era appena arrivata, e come ogni weekend, si apprestava a trascorrere quelle tre giornate nel reparto di rianimazione dove Evan era ricoverato dall’Ottobre di due anni prima. Si era portata alcuni libri da leggere, un nuovo CD di Loreena McKennitt da ascoltare con l’iPod e un tablet per comunicare con Kayla nei momenti di noia. Lasciarla sola al pub le dispiaceva molto, soprattutto nei giorni intensi del fine settimana, ma non poteva fare altrimenti. La porta a vetri della clinica era aperta, Lyanne entrò nella hall odorosa di cloroformio e prese l’ascensore diretto al sesto piano, l’ultimo dell’edificio. Giunta in reparto, salutò Abigail Stowe e Grace McConnelly, le due infermiere che si occupavano dei pazienti ricoverati, quindi procedette lungo il corridoio e si fermò di fronte alle vetrate della stanza numero 10. Premette il pulsante del distributore automatico di gel disinfettante e si sfregò con cura le mani, poi entrò nella stanza ombreggiata dalle tapparelle abbassate. Il silenzio era interrotto dai rumori sommessi dei macchinari che tenevano in vita Evan, tra cui il ‘bip…bip’ regolare proveniente dal monitor di controllo del cuore, la pompa del respiratore automatico che si alzava e abbassava con ritmo alternato, e il lieve ronzio di un’apparecchiatura che teneva in costante monitoraggio tutte le funzionalità corporee di Evan. Lyanne depose la borsa che aveva a tracolla sulla poltroncina accanto al letto e si avvicinò alla sponda del letto rialzato. “Ciao Evan.” Evan Carlyle, o ciò che restava di lui, giaceva immobile sul letto con le braccia piene di aghi e tubicini delle fleboclisi e il boccaglio del respiratore infilato nella trachea. Lyanne gli posò una mano sul braccio e si chinò a baciargli la fronte quasi fredda. “Come stai? Oggi è una bella giornata, è tornato il sole dopo la tempesta.”

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Sapeva che lui non poteva sentirla, ma non riusciva a guardarlo senza dire nulla. “Vedo che Abigail e Grace ti hanno tagliato i capelli e rasato la barba… Sanno che vengo a trovarti, per questo ti fanno bello ogni weekend.” Si sedette sulla poltroncina e rimase a guardarlo in silenzio per un po’ di tempo, ascoltando il suono del suo cuore che continuava a battere grazie all’aiuto dei macchinari. Un rumore di tacchi femminili nel corridoio seguito dal fruscio della porta che si apriva alle sue spalle la distolsero dai suoi pensieri. Si voltò e sorrise alla donna bionda sulla cinquantina in elegante tailleur di seta lilla che era entrata nella stanza. “Ciao Catlyn.” “Ciao Lyanne.” Catlyn Everly era la moglie di Robert Carlyle e la madre di Evan. A differenza del marito, Catlyn le voleva bene e l’aveva sempre trattata con rispetto e affetto sincero. “Come stai, Lyanne?” “Sto bene, grazie. E tu?” “Benone, nonostante tutto.” Si riferiva ad Evan ovviamente. Come lei, anche Catlyn era stata profondamente segnata dall’incidente, e vedere il suo unico figlio maschio ridotto in quello stato vegetativo era per lei un dolore insopportabile e senza fine. “Vieni qui tutti i weekend?”, le chiese, sedendosi al suo fianco. “Certo, è il mio dovere.” “Sei giovane, perché non vai a divertirti con i tuoi amici di lavoro anziché sprecare il tuo tempo qui? Ci sto io con Evan, se salti un paio di weekend cosa vuoi che cambi?” “Robert non sarebbe d’accordo.” “Oh, lascia perdere mio marito e tutte le sue sciocche minacce, non badare a ciò che dice.” “Non voglio problemi, mi è bastato il polverone che ha sollevato per la mia vacanza a New York.” Catlyn non sapeva della sua fuga a Creta, ma era abbastanza intelligente da capire che ovunque fosse andata lo aveva fatto per fuggire dalla dura realtà in cui si sentiva intrappolata. “Robert non ti avrebbe mai denunciato, io non gli avrei permesso di farti una cosa simile. A volte mi chiedo cosa gli passi per la testa.” Lyanne tacque un istante, poi disse: “Catlyn… Ho assunto un avvocato con l’incarico di avviare le pratiche

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per la richiesta dell’annullamento del mio matrimonio con Evan.” “Lo so cara, ho visto le carte sulla scrivania dello studio di Robert. Hai fatto la cosa giusta, sappi che hai il mio appoggio da questo punto di vista.” “Davvero?” “Lyanne, sono una donna realista. Ad Ottobre saranno passati tre anni dal giorno dell’incidente. Non puoi aspettare in eterno che Evan riprenda conoscenza, sappiamo entrambe che non accadrà mai. Hai tutto il diritto di iniziare una nuova vita, e non potrai farlo finché sarai legalmente legata ad Evan.” “E Robert cosa ne pensa?” “Naturalmente non approva la tua decisione, ma il tuo avvocato è un tipo in gamba, gli sta tenendo testa.” “Me l’ha consigliato un buon amico”, ammise Lyanne, con il pensiero rivolto per un attimo al dolce ricordo di Tristan. “Anthony McFerson pensa che riuscirò ad ottenere l’annullamento subito dopo Ottobre, allo scadere dei tre anni. Se fosse stato un matrimonio cattolico ci sarebbe voluto più tempo, ma essendo stato celebrato con un rito pagano non riconosciuto dalla chiesa ottenere l’annullamento sarà più facile del previsto.” “E’ una buona notizia, sono sollevata per te.” “Grazie Catlyn. Apprezzo molto il tuo sostegno e la tua approvazione. Sei sempre stata come una seconda madre per me.” “E tu la figlia che non ho mai avuto.” Si sorrisero, due donne forti colpite dallo stesso dramma. Catlyn aveva perso l’amore di suo figlio, Lyanne l’amore di un giovane marito. “Ho parlato con il mio avvocato della possibilità di interrompere l’accanimento terapeutico di Evan, ma non ho dato il via a nessun procedimento. Volevo prima parlarne di persona con te.” “Capisco… Bè, come madre è naturale che ogni volta che vengo qui e guardo Evan il mio desiderio sia quello di sperare che si risvegli… Ma poi, la donna realista che c’è in me vede la realtà, ed è evidente che più passa il tempo e meno probabilità ci sono che Evan ritorni a vivere. Guardalo… E’ un vegetale circondato da tubi, aghi, fleboclisi, macchinari… Lui non avrebbe mai voluto tutto questo, era fortemente contrario alle terapie di sostentamento forzato, me lo disse più di una volta parlando di alcuni pazienti che vedeva ogni giorno all’ospedale di Dublino nel suo anno di specializzazione.” “Tu saresti d’accordo se avviassi delle pratiche per l’interruzione dell’accanimento terapeutico?”

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“Immagino serva il consenso scritto dei familiari.” “Sì, dei genitori e della moglie, nel nostro caso.” “Io sarei disposta a firmare, l’avrei fatto già da tempo se Robert non si fosse opposto.” “E’ proprio lui il problema. Se non firma non potremo fare nulla per mettere fine a questa agonia.” Catlyn soppesò con cura le parole di Lyanne, quindi disse: “Forse, se fossi io e non tu a chiedere l’avvio delle procedure di interruzione, Robert mi darebbe ascolto. Ho un forte ascendente su di lui, sono sua moglie, ed Evan è mio figlio. Perché non mi fai parlare con il tuo avvocato?” “Catlyn, sei davvero convinta? Stiamo parlando di interrompere definitivamente la vita di Evan.” “E’ per il suo bene. Credo sia giunta l’ora di dirgli addio.” “Posso darti il numero del mio avvocato se sei veramente sicura di volerlo fare.” “Sì. Dammi il suo numero, lo contatterò personalmente.” Lyanne guardò la donna negli occhi e vide che era determinata a compiere sul serio ciò che lei non aveva avuto il coraggio di effettuare da sola. Aprì la zip della sua borsa e frugò nel portafogli pescando il biglietto da visita di Anthony McFerson. “Questo è il suo numero. Il suo studio legale è a Cork, ma si occupa anche di casi fuori città. La sua parcella non è eccessivamente alta. Puoi trovarlo in ufficio tutte le mattine dalle nove all’una, nel pomeriggio è spesso in tribunale ma puoi comunque lasciare un messaggio alla sua segretaria, è molto discreta.” Catlyn prese il biglietto che Lyanne le porgeva e lo mise al sicuro nella sua borsetta. “Lo chiamerò Lunedì mattina. Gli dirò che ho parlato con te e che voglio avviare le procedure a mio nome, così tu non sarai chiamata in causa in prima persona.” “Ne sei certa? Non si torna indietro.” “Lyanne, dobbiamo fare questa cosa, lo dicono anche i medici, Evan sta solo soffrendo in queste condizioni.” “E se Robert si opponesse al tuo volere?” Catlyn trasse un sospiro e scosse lievemente la testa. “Si opporrà sicuramente, questo è scontato. Ma dovrà accettare le mie richieste e farsene una ragione.” “Se solo sapesse che siamo qui a decidere della vita di suo figlio senza di lui, non so proprio come reagirebbe…” “Lyanne, non ti preoccupare. A mio marito ci penso io.”

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Per quanto affabile e premurosa, Catlyn era anche una donna risoluta e combattiva, Lyanne l’aveva vista molte volte tener testa al marito e ottenere sempre ciò che voleva anche contro il suo volere. Forse, grazie a lei, le tribolazioni di Evan sarebbero presto finite. “Lyanne, è una stupenda giornata. Perché ora non torni a casa e ti prendi del tempo libero per te?” “No, è meglio se resto qui con Evan.” “Resto io con lui. Ti prego, vai. La tua presenza qui non è necessaria, lascia a me il compito di annoiarmi passando del tempo con Evan.” “Catlyn, io…” “Insisto. Torna a casa e vai a goderti il sole sulla spiaggia, presto farà freddo e giornate come queste saranno sostituite dalla pioggia. Fallo per me.” Lyanne era riluttante, tuttavia lo sguardo materno di Catlyn la convinse. “Va bene, come vuoi. Posso tornare a trovarlo il prossimo weekend.” “Certamente, per questa volta prendo io il tuo posto.” “Sei troppo gentile Catlyn, davvero.” “Oh no, sono solo una donna che un tempo ha avuto venticinque anni, so bene cosa significa essere giovani e desiderare di godersi la vita con gioia, e tu non lo stai facendo. La giovinezza vola via così in fretta, non sprecarla Lyanne, sarebbe un vero peccato.” “Grazie Catlyn.” “Coraggio, vai. E divertiti.” Lyanne si alzò in piedi e Catlyn la imitò per abbracciarla. “Sei una brava ragazza Lyanne.” “E tu una donna meravigliosa.” Prima di andarsene, Lyanne salutò Evan e gli diede un altro bacio sulla fronte come al suo arrivo. “Ti telefonerò dopo che avrò parlato con l’avvocato.” “D’accordo. A presto Catlyn.” “Buon weekend tesoro.” Lyanne lasciò la stanza con il cuore più leggero di quando era arrivata, salutò le infermiere e prese l’ascensore. Una volta raggiunta la hall, uscì fuori dalla clinica respirando l’aria fresca di fine Settembre a pieni polmoni e attraversò il verde parco ombreggiato da alti pioppi neri. Quando varcò il cancello della clinica e salì sulla sua Ford Fiesta rossa, una rinnovata speranza germogliava in lei. Catlyn era al suo fianco. Insieme avrebbero restituito ad Evan la dignità che gli spettava e la libertà di andarsene in pace, lasciando per sempre la terra per volare altrove, in quel luogo luminoso chiamato Paradiso.

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Irlanda, Cork, quello stesso giorno… Quel mattino Tristan si era svegliato presto. Era andato a correre sul litorale della baia di Cork e aveva approfittato della bella giornata di sole e delle onde spumeggianti per fare un po’ di surf da tavola. Verso le undici aveva messo piede al Blue Sea, indossando il suo camice bianco da chef prima di entrare in cucina e scambiare allegre battute con gli amici e colleghi di lavoro Ronan e Duncan, trascorrendo le ore seguenti a darsi da fare sui fornelli in acciaio della grande cucina preparando il pranzo a base di pesce del menù del Venerdì. C’erano ancora parecchi vacanzieri che affollavano le spiagge di Cork nonostante la stagione turistica fosse ormai agli sgoccioli, e come ogni weekend il Blue Sea era pieno di clienti affamati. Nel bel mezzo della preparazione di alcuni piatti di aragoste al forno con contorno di verdure grigliate, il suo capo Masek Finnigan irruppe in cucina invitandolo ad uscire per un momento. “Che succede?” “C’è una telefonata urgente per te. Un tizio dall’accento americano che esige di parlarti subito.” Tristan fu sorpreso. “Ti ha detto il suo nome?” “Simon ‘qualcosa’, non ricordo bene, prendi pure la telefonata nel mio ufficio e poi torna in cucina.” “Okay, grazie Masek.” Tristan si pulì le mani nel grembiule annodato in vita e corse nell’ufficio, sollevò la cornetta del telefono posata sul tavolo in noce laccato evitando di sedersi sulla costosa poltrona in pelle nera del boss. “Pronto?” “Tristan Kerrigan?”, chiese una voce maschile dal timbro scuro e l’accento marcatamente newyorkese. “In persona, con chi parlo?” “Non ci conosciamo. Il mio nome è Simon Gibson.” “Salve, posso sapere il motivo della sua chiamata?” “Ho sentito dire che lei è uno chef.”

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“Sì, lo sono.” “In cosa è specializzato?” “Cucina irlandese, italiana e internazionale.” “E’ qualificato dunque.” “Certo, ho una laurea.” “Bene. La sto chiamando da New York.” Tristan sgranò gli occhi. “New York?”, ripeté. “Esatto. Sono il proprietario di una catena di ristoranti, di cui uno è stato recentemente chiuso.” “Oh, mi dispiace.” “Bè, non è fallito, l’ho messo in vendita.” “Capisco. Come mai?” “Sto per trasferirmi in California per motivi familiari e purtroppo sto cedendo uno dopo l’altro i miei ristoranti per aprirne di nuovi a Los Angeles. Ho saputo da alcune voci del settore che ha presentato domanda presso il comune di New York per l’apertura di un ristorante a suo nome nel quartiere di Soho.” “Sì, è esatto.” “Allora è un uomo fortunato. Il ristorante che ho appena chiuso è proprio a Soho, è un gran bel locale, molto spazioso, con due sale da cento coperti ciascuna, cucina super accessoriata, e giardino estivo all’aperto. Sarebbe intenzionato a rilevarlo? Posso venderle la licenza e procurarle il personale che ho momentaneamente sospeso dal lavoro, camerieri, aiuti chef e lavapiatti.” “Aspetti un secondo… Mi sta proponendo di acquistare il suo ristorante e cedermi la licenza più il personale?” “E’ quello che ho appena detto.” “E a quale prezzo?” “Ragionevole ovviamente, dato che sarebbe il suo primo ristorante. Se le interessa possiamo incontrarci e discutere a quattr’occhi dell’affare.” “Incontrarci a New York?” “Certamente. Potrei mostrarle il ristorante e preparare i documenti per la cessione dell’attività.” “Fantastico… E quando potremmo incontrarci?” “Fra una settimana le andrebbe bene? Ho fretta di vendere.” “Capisco… Fra una settimana andrà bene, credo si possa fare.” “Davvero?” “Certo che sì, devo solo organizzarmi per il volo a New York.” “Benissimo! Allora ascolti, le do il mio numero. Mi chiami appena arriva a New York.”

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“Un momento, prendo nota.” Mentre l’uomo gli dettava il proprio recapito telefonico, Tristan lo annotò su un bloc-notes pescato in tutta fretta dalla caotica scrivania del capo. “Fatto, ho il suo numero.” “Perfetto! Allora ci vediamo a New York la settimana prossima?” “Sicuro, ci sarò! Se non le spiace, porterò un amico, un architetto.” “Va bene, se ha intenzione di apportare delle modifiche al locale un architetto di fiducia le servirà di certo.” “Allora è deciso. Sarò a New York la prossima settimana e la chiamerò non appena arrivato.” “Magnifico! E’ stato un piacere, signor Kerrigan.” “Il piacere è mio, la ringrazio per aver chiamato signor Gibson.” “Si figuri, buona giornata!” Tristan rimase inebetito per alcuni minuti, poi mise giù la cornetta e strappò il foglio con il numero di Simon Gibson dal bloc-notes dove l’aveva appuntato, lo piegò in due e se lo mise in tasca. Uscì dall’ufficio del capo con un sorriso smagliante ed eccitato. “Hey, Kerrigan, chi era?”, gli chiese Masek Finnigan incrociandolo nel corridoio che portava alle cucine. “Il mio futuro. Direttamente da New York.” “Sarebbe a dire?” “Sto per lasciarti, Masek, ho trovato un ristorante in vendita che aspetta soltanto me.” “Oh cavoli, che pessima notizia!” “Per te, ma non per me!”, rise Tristan. “Accidenti, sapevo che mi avresti lasciato prima o poi ma non pensavo così presto!” “La settimana prossima vado a New York per combinare l’affare con l’attuale proprietario del ristorante.” “Come?! La settimana prossima?!” “Proprio così.” “E io dove diavolo lo trovo un altro chef con la tua esperienza e le tue capacità?!” “Tranquillo Masek, non me vado così sue due piedi. Combino l’affare e poi ritorno, due settimane te le concedo prima di tagliare la corda per sempre.” “Ah, davvero? Due misere settimane e poi te ne vai?” “Mi dispiace Masek, questa è la mia occasione, per quanto io sia affezionato a te e a questo ristorante non posso proprio lasciarmela scappare.”

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“Accidenti, ci mancava solo questo! Sparisci dalla mia vista Kerrigan, sei una spina nel culo! Ritorna in cucina e finisci di sbollentare quelle aragoste, lavori ancora per me per le prossime due settimane.” Tristan sorrise divertito e imboccò di corsa l’entrata della cucina per tornare alla sua postazione di lavoro. “Dov’eri finito?”, gli chiese Ronan, che aveva preso il suo posto momentaneamente. “A parlare con un tizio di New York.” “Quale tizio?” “Ti racconto tutto più tardi, adesso finiamo queste portate, i clienti aspettano da un pezzo.” Tristan non riusciva ancora a credere di aver avuto quel colpo di fortuna improvviso. Un ristorante già avviato, proprio a Soho! Stava per lasciare il Blue Sea, e finalmente avrebbe aperto un ristorante tutto suo, come sognava da sempre. Era al settimo cielo. Se solo Lyanne fosse stata lì con lui e l’avesse saputo… Pensò a lei, infilando una mano nella tasca dei pantaloni da lavoro per toccare il fermaglio di strass che teneva sempre con sé. Sperava che stesse bene, che fosse felice, che non sentisse troppo la sua mancanza, e che il destino sorridesse anche a lei.

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Irlanda, Killybegs, quella stessa notte… Dopo una giornata trascorsa in riva al mare a godersi gli ultimi tiepidi raggi del sole di fine estate, Lyanne rincasò tardi e andò a dormire dopo essersi fatta una doccia e aver cenato guardando la tivù. L’indomani era Sabato, senza l’obbligo di dover andare da Evan poteva dedicare un po’ di tempo a se stessa. Decise che si sarebbe esercitata al violoncello, perfezionando la sua tecnica in vista di un’ audizione a Londra. Alcuni giorni prima aveva chiamato la sede della Philharmonic Society di Londra chiedendo di poter ripetere l’audizione alla quale non aveva partecipato due anni prima in seguito all’incidente, e il direttore le aveva concesso un’altra chance prevista per Novembre. Avrebbe dovuto presentarsi alla scuola di

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musica ed eseguire un brano a scelta tra quelli della lista che le avevano inviato via fax. Lyanne era decisa a superare l’audizione per ottenere un passe-partout che le desse la possibilità di occupare un posto di violoncellista presso la New York Philharmonic Orchestra del Lincoln Center, e perciò aveva scelto il pezzo più complicato della lista, la difficilissima Sonata di Zoltàn Kodàly, lunga più di mezz’ora, che prevedeva la scordatura del violoncello, ovvero una diversa accordatura dello strumento con l’abbassamento della corda di La a Sol, creando una particolare risonanza tra le corde che conferivano un timbro più scuro allo strumento accentuando il colore drammatico e malinconico della Suite. Presentare la Sonata Kodàly a un’audizione era una mossa azzardata, ma Lyanne era certa di poterla eseguire alla perfezione, e questo l’avrebbe messa in luce agli occhi attenti dell’esperta giuria musicale. Doveva solo esercitarsi a lungo per non sbagliare nessun passaggio di quella importante e complicata Suite. Prima di infilarsi sotto le coperte, indossò la maglietta blu con la scritta bianca ‘New York’ di Tristan e ne respirò il profumo di cui era intrisa, poi si sdraiò, prese l’agenda per gli appuntamenti da ricordare che teneva sopra il comodino e l’aprì. Giusto nel mezzo, c’era la fototessera di Tristan. Lyanne la prese in mano e guardò il suo volto sorridente. Sentiva molto la sua mancanza, sperava che fosse felice e che tutto filasse liscio nella sua vita. Pensava a lui in continuazione, con dolcezza, pregando di poter correre da lui molto presto. Se tutto fosse andato come sperava, lo avrebbe rivisto entro Dicembre. Baciò la foto e la mise via, riponendo l’agenda sul comodino. Spense l’abat-jour, si strinse nella maglietta di Tristan che profumava di Bulgari Blu, e si addormentò quasi subito pensando a lui.

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Irlanda, Killybegs, 27 Ottobre 2012 Erano trascorse due settimane dal terzo anniversario dell’incidente di Lyanne ed Evan. Quella Domenica mattina il cielo era plumbeo, l’autunno sfoggiava i suoi caldi colori nelle chiome gialle, rosse e arancioni degli alberi, l’aria era pungente, densa di nebbia e dell’odore acre della legna bruciata nelle stufe che usciva dai comignoli neri delle case. Avvolta in un caldo cappotto viola con una sciarpa rosa al collo, Lyanne scese dalla propria auto parcheggiata a pochi passi dal cancello d’ingresso della clinica medica Saint Patrick Center. Lentamente s’incamminò lungo il viale del parco costellato di foglie gialle e ruggine cadute sull’erba umida di pioggia e bruma, andando incontro all’appuntamento più triste e al contempo liberatorio della sua vita. Quel giorno, i medici della clinica avrebbero staccato tutti i macchinari che tenevano in vita Evan. Catlyn era riuscita ad ottenere il consenso da suo marito Robert per il blocco dell’accanimento terapeutico sul corpo del loro figlio. Sia Catlyn che Robert avevano firmato i documenti preparati dall’avvocato Anthony McFerson, e anche Lyanne aveva posto la sua firma sotto le altre due su quell’importante documento che sanciva la fine della vita terrena di Evan. Ora, nel grigiore di quella Domenica di fine Ottobre, era pronta a dare il suo ultimo addio a Evan, assistendo insieme a Catlyn e Robert al distacco dei macchinari da parte dei medici. Solo una settimana prima, grazie ad Anthony, il giudice Gavin Rossdell della contea del Donegal aveva concesso a Lyanne l’annullamento del suo matrimonio con Evan. Era tornata ad essere una donna libera e celibe, non era più sposata, non portava più al dito l’anello celtico che aveva ripreso a indossare al suo ritorno da Creta. Questo significa molto per lei. Era la premessa per un futuro non troppo lontano da dividere al fianco di Tristan, con la possibilità di vivere il suo amore per lui senza sentirsi più legata a nessun vincolo matrimoniale. Sulla soglia dell’entrata della clinica, Catlyn la stava aspettando in un elegante cappotto nero bordato di ermellino sul collo. Robert non c’era, probabilmente era già salito al piano di rianimazione, o addirittura non si era presentato alla clinica per non dover assistere

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ad un evento che per lui era insopportabile da accettare, che aveva autorizzato quasi sotto costrizione da parte di Catlyn, e al quale era sempre stato contrario, convinto che un giorno Evan sarebbe tornato alla vita come due anni prima. Lyanne e Catlyn si abbracciarono strette, entrambe sorridenti ma con gli occhi lucidi. Dire addio era sempre doloroso, in qualunque circostanza, anche se veniva fatto per alleviare le pene di un figlio e di un ex marito che ambedue avevano amato in modi differenti eppure equamente intensi. Salirono al piano di rianimazione tenendosi a braccetto e senza dire nulla, rendendo quel momento sacro quanto una sepoltura. Mentre avanzavano lungo il corridoio silenzioso, Catlyn prese parola. “Robert non è venuto.” “Veramente?” “Non vuole assistere. Ha preferito rimanere a casa.” “Mi dispiace Catlyn.” “Non dispiacerti cara, Robert è fatto così, a volte è difficile comprendere i suoi comportamenti.” Raggiunsero la stanza numero 10 e vi entrarono sempre tenendosi a braccetto. Il dottor Andrew McKenzie, che seguiva Evan fin dal giorno dell’incidente, le stava aspettando. “Buongiorno”, le salutò, con formale distacco. “Salve dottor McKenzie”, disse Lyanne in risposta. Vide che Evan era già stato preparato. Gli avevano tolto tutte le fleboclisi, azzerato il volume del monitor di controllo del battito cardiaco, e sostituito il boccaglio del respiratore con una semplice mascherina per l’ossigeno. L’impianto per il monitoraggio dei parametri vitali era già stato portato via, così come la macchina per la dialisi. Evan era molto pallido, ma la sua espressione tranquilla e il viso rilassato davano l’impressione che stesse dormendo un sonno pacifico, come se sapesse che finalmente sarebbe stato liberato da ogni sua sofferenza fisica. “Volete restare sole con lui per alcuni minuti prima di procedere?”, chiese il dottore. “No, resti pure”, rispose Catlyn. “Siamo pronte a dirgli addio già da molto tempo. Ci lasci solo salutarlo.” Si staccò da Lyanne e si accostò al letto. Depose un bacio su entrambe le guance di Evan e gli accarezzò il volto con gesto materno. “Riposa in pace tesoro mio.” Lyanne si fece vicina, guardò Evan e si chinò su di lui per baciarlo sulla fronte, per poi salutarlo a sua volta.

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“Addio Evan. Fa buon viaggio, ovunque tu sia diretto.” A quel punto, il dottore le guardò ed entrambe annuirono con il capo dandogli il permesso di procedere. Lui si avvicinò al respiratore automatico e premette una serie di pulsanti uno dopo l’altro. Il ronzio del macchinario si affievolì fino a spegnersi del tutto, smettendo di pompare aria nei polmoni di Evan. “Non soffrirà”, disse il medico, “Per lui sarà come addormentarsi.” Tutto si svolse rapidamente. Lyanne osservò sul display luminoso i battiti del cuore di Evan che rallentavano fino a fermarsi completamente. Le pulsazioni lasciarono il posto a una lunga linea verde senza interruzione. “E’ finita?”, chiese Catlyn, asciugandosi gli occhi umidi con un fazzolettino di carta. Il medico auscultò il cuore di Evan per alcuni secondi e poi annuì. “Sì, se n’è andato.” Catlyn sospirò. Lyanne la strinse forte a sé e sentì un nodo sciogliersi dentro il proprio cuore mentre realizzava che tutto era compiuto. Evan era morto. L’agonia in cui era stato intrappolato per tre anni era finita per sempre. Rimasero lì con lui per alcuni minuti, poi lasciarono la stanza e uscirono sulla veranda del piano di rianimazione che si affacciava sul parco sottostante. “Il funerale è domani”, disse Catlyn. “Evan voleva essere cremato, perciò dopo la funzione nella cappella attenderemo la sua cremazione sul retro della clinica.” “Ha lasciato delle disposizioni particolari per le sue ceneri?” “No, niente di particolare. Io e Robert abbiamo deciso che le conserveremo in casa, dentro la teca con tutti i suoi trofei di fioretto e le sue medaglie di nuoto.” “Mi sembra giusto. Evan amava lo sport, era un delfino nell’acqua e una farfalla nel fioretto.” “Sì, lo era. E sarebbe stato un grande chirurgo, come suo nonno Alfred e suo padre Robert. Ora probabilmente diventerà un bellissimo angelo.” Lyanne annuì con la testa e strinse la mano di Catlyn nella propria mentre guardavano entrambe il cielo grigio che andava lentamente schiarendosi, le nubi squarciate da un timido accenno di sole. Il giorno dopo, nella cappella della clinica, si svolse il funerale, intimo, riservato ai soli familiari. Al termine della funzione religiosa, la bara di Evan fu trasportata nel reparto cremazione, e le sue ceneri riposte in un vaso di ceramica ben sigillato. Robert Carlyle ignorò Lyanne per tutto il tempo, al contrario di Catlyn che la volle accanto a

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sé dall’inizio alla fine. Finite le celebrazioni funebri, Catlyn la prese in disparte. “Cosa farai adesso Lyanne?” “Ho grandi progetti.” “Te ne andrai da Killybegs?” “Sì. Ho già lasciato il mio lavoro al pub. Domani partirò per Londra. Mi aspetta un’importante audizione alla Philharmonic Society.” “Ne sono felice. Ti auguro ogni bene, ricomincia a ricostruire il tuo futuro e realizza i tuoi sogni. Quando tornerai a Killybegs, passa a trovarmi. Sarai sempre la benvenuta in casa mia, e mi farà piacere rivederti di tanto in tanto.” “Lo farò sicuramente.” “E dopo l’audizione, cosa farai?” “Se tutto andrà bene come spero e dovessi superare l’audizione, non sprecherò altro tempo e mi trasferirò subito a New York. Voglio un posto di violoncellista nella New York Philharmonic Orchestra.” “Sono certa che l’audizione andrà benissimo, sei sempre stata così talentuosa… Metticela tutta, e conquista il tuo sogno.” “Lo farò. Lo desidero da tanto tempo.” Catlyn le sorrise. “Vieni qui, fatti abbracciare.” Lyanne si avvicinò e Catlyn la strinse in un abbraccio affettuoso e materno, come fosse stata sua figlia. Poi la salutò con un bacio e raggiunse Robert che l’aspettava in macchina nel parcheggio della clinica.

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La mattina seguente, Lyanne chiuse a chiave il suo ex appartamento e consegnò le chiavi al portiere del palazzo incaricandolo di farle avere al proprietario, uscì in strada con due valige e la custodia del suo Stradivari caricata in spalla, e salì sull’auto di Kayla dopo aver caricato tutti i bagagli nel portapacchi della sua stationwagon di seconda mano. “Hai preso tutto? Scordato niente?” “Ho riempito le valige più che ho potuto.” “Ho visto, stanno per scoppiare.” “Tranquilla, reggeranno.”

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“A guardarle si direbbe il contrario.” Mentre raggiungevano l’aeroporto di Donegal, Kayla le fece mille raccomandazioni su Londra e sulle abitudini dei londinesi. “Spero che l’appartamento che hai affittato a Notting Hill non sia troppo decadente.” “Se anche lo fosse non sarà poi un dramma, ci resterò solo per poche settimane.” “Non riesco a credere che stai per lasciarmi. Prima Londra, poi New York… Come farò senza di te? Sei la mia migliore amica dai tempi delle scuole primarie! Morirò di abbandono e solitudine.” “Che esagerata! Hanno inventato Facebook e Skype apposta per quelle come noi, ci sentiremo ogni giorno.” “Sarà ugualmente dura non averti vicina.” “Anche per me sarà difficile, ma è così che va la vita, prima o poi ci si deve separare dalle persone che si amano per inseguire i propri sogni.” “Già. E’ il dramma di diventare adulte. Tutto cambia. Non potevamo restare bambine per sempre?” “Che sciocca che sei…” “Dici? Se potessi, tornerei indietro nel tempo volentieri!” Parlarono e scherzarono per tutto il tragitto come due ragazzine, e quando giunsero a destinazione si abbracciarono e si salutarono. “Hey, mi raccomando, suonalo bene quel violoncello, fai vedere a quei culi secchi di Londra quanto sei brava!” “Contaci. Li lascerò senza parole.” “Chiamami dopo l’audizione, aspetterò di sapere com’è andata.” “E tu tieni in fresco delle bottiglie di champagne pronte da stappare, dovrai offrire da bere a tutta Killybegs.” “Okay. Adesso però vattene via, sali su quell’aereo prima che mi metta a piangere come una scema.” “Ci sentiamo presto Kayla, ti voglio bene.” “Anch’io Greyson. In bocca al lupo!” “Crepi!” Lyanne soffiò un bacio all’amica, quindi corse alla zona d’imbarco e spiccò il volo verso Londra.

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Nello stesso momento, a Cork… Tristan stava preparando due valige aperte sopra il suo letto, mettendo via con cura tutti i suoi vestiti e le sue scarpe, oltre agli effetti personali e tante altre piccole cose che voleva portare via con sé. Era stato a New York insieme all’amico Richard Mallory, e aveva incontrato di persona Simon Gibson. Il ristorante che Gibson aveva messo in vendita era davvero favoloso, non necessitava di molti cambiamenti, giusto una rinfrescata alle pareti che da verde acqua sarebbero state tinteggiate di pesca, un rinnovamento dei tavoli e del mobilio per creare un ambiente rustico che ricordasse al contempo le accoglienti taverne irlandesi e certe tipiche trattorie casalinghe toscane che aveva visto in passato in Italia a Firenze e Siena. La cucina era splendida, praticamente nuova, molto ampia e perfettamente a norma di legge, e il personale era simpatico, composto da cinque cameriere femmine e due camerieri maschi, tre aiuto-chef esperti e preparati, due baristi e due lavapiatti. Li aveva conosciuti tutti, doveva solo imparare a memoria i loro nomi. Come previsto, Simon Gibson gli aveva ceduto la licenza dell’attività, e il nuovo proprietario del ristorante ora era lui, Tristan Kerrigan. C’era molto lavoro da fare per ridimensionare l’aspetto del ristorante, e Richard era rimasto a New York per dirigere e controllare i lavori, compresa l’installazione dell’insegna in plexiglass con la scritta KERRIGAN’S che Tristan voleva porre sopra l’ingresso. Sarebbe stata in neon bianco con le lettere del suo nome in rosso, grande e luminosa. Due giorni prima aveva lasciato il suo impiego al Blue Sea, festeggiato da Masek, stranamente commosso di vederlo andare via, e Ronan e Duncan, alle prese con un nuovo aiuto-chef di nome Islay proveniente da Tralee che aveva molto da imparare prima di raggiungere il loro livello. Tristan era molto emozionato all’idea di partire per New York, aveva trovato un modesto appartamentino ammobiliato in affitto nel quartiere di Soho a pochi passi dal ristorante, in modo da poter essere sempre presente e reperibile sul posto di lavoro e ben lontano dal traffico del centro della grande mela. L’apertura di KERRIGAN’S era prevista per il 15 Dicembre, perciò aveva sufficiente tempo per abituarsi ai ritmi caotici della vita newyorkese e ambientarsi in quella grande e sfavillante città. I primi tempi sarebbero stati impegnativi, ma era certo che i suoi piatti ‘fusion’ dal particolare sapore italoirlandese avrebbero conquistato i palati più svariati della clientela di Soho e New York City.

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Il suo volo era previsto per le undici, e lui era in ritardo. Finì in fretta di preparare le valige, chiuse l’appartamento e lasciò le chiavi nella cassetta della posta del proprietario della palazzina, Irwin O’Malley, che non aveva ancora trovato un nuovo affittuario con cui rimpiazzarlo, poi chiamò un taxi che lo portasse all’aeroporto di Cork. Durante il breve tragitto, compose il numero telefonico dell’avvocato Anthony McFerson e attese trepidante che l’uomo rispondesse. “Studio McFerson, chi parla?” “Salve Anthony, sono Tristan Kerrigan.” “Oh, signor Kerrigan… Mi ha chiamato finalmente!” “Si aspettava che lo facessi?” “Bè, lo immaginavo… Vuole avere notizie della signorina Greyson?” “Se è possibile sì, vorrei sapere come sta.” “Direi che sta bene. Ha ottenuto con successo l’annullamento del suo matrimonio con Evan Carlyle nel mese di Ottobre.” “Capisco... Quindi non è più sposata?” “Esattamente, è di nuovo celibe.” “E il suo ex marito, Evan Carlyle… Ha sue notizie?” “Sì, è stato interrotto l’accanimento terapeutico a cui era sottoposto. Le pratiche sono state avviate dalla madre del signor Carlyle e hanno condotto al risultato sperato.” “Intende dire che non è più in vita?” “Sì, Evan Carlyle è deceduto. Il funerale è avvenuto ieri.” Tristan non poteva certo essere felice per la morte di Evan, ma sapeva che per Lyanne ciò significava aver chiuso definitivamente il doloroso capitolo della sua vita che l’aveva tormentata per quasi tre anni. Si augurava che la scomparsa di Evan non fosse stata troppo dura da affrontare. “Mi scusi Anthony, ha detto che Lyanne Greyson sta bene? Ha avuto modo di incontrarla recentemente?” “In verità no, ma ci siamo sentiti per telefono proprio ieri. Mi ha chiamato per ringraziarmi dell’aiuto che le ho fornito. E dal tono di voce mi è sembrata serena, se è questo che vuole sapere. Se non erro la signorina Greyson è diretta a Londra per sostenere una importante audizione musicale, di più non so dirle.” “La ringrazio moltissimo Anthony, per tutto.” “Non c’è di ché. E’ stato un piacere aiutare la signorina Greyson, è una giovane e splendida creatura. Ora mi scusi, debbo salutarla, ho un nuovo caso di cui occuparmi. Arrivederci signor Kerrigan.”

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La comunicazione fu interrotta e Tristan si rimise in tasca il cellulare riflettendo sulle informazione appena ricevute. Lyanne non era più sposata. Evan era passato a miglior vita. Lyanne stava andando a Londra per un’audizione. E stava bene. Si chiese se e quando l’avrebbe rivista… Sperava presto, possibilmente a New York, ma se così non fosse stato, sarebbe volato di persona a Londra a riprendersela. Ora poteva essere davvero libero di amarla senza più nascondersi, e un futuro insieme a lei era un sogno che stava per concretizzarsi. Salì sull’aereo carico di positività, e per l’intera durata del volo non fece altro che rigirarsi fra le dita il fermacapelli ricoperto di strass di Lyanne.

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13

Londra, 15 Dicembre 2012 Lyanne era tesa come una delle quattro corde del suo violoncello. Stava per entrare nella sala audizioni della Philharmonic Society per esibirsi nel brano che aveva provato e riprovato fino allo sfinimento, la Sonata Kodàly di Zoltàn Kodàly. Per l’occasione, aveva deciso di indossare lo stesso vestito di seta rossa che aveva addosso la notte del suo concerto in piazza Dimokratias a Malia. Con l’unica differenza che si era raccolta i capelli dietro la nuca in un chignon elegante ed elaborato. Era l’ultima a doversi esibire. Prima di lei, altri cinquanta aspiranti violoncellisti si erano susseguiti dentro e fuori dalla sala audizioni. Seduta nel corridoio in parquet tirato a lucido, ascoltava il battito furioso del proprio cuore e ripassava mentalmente ogni passaggio del lungo brano che avrebbe presentato alla giuria. Sobbalzò sulla sedia quando un uomo sulla settantina in completo grigio con tanto di cravattino e occhialini rotondi da intellettuale uscì dalla sala chiamando il suo nome. “Miss Lyanne Greyson?” Lei saltò su in piedi. “Sono io.” “Prego, si accomodi.” Lyanne si mosse svelta verso la porta della sala con l’archetto in una mano e il suo Stradivari stretto per il manico nell’altra mano. Entrò nella grande sala vetrata che subito le ricordò quella del celebre film ‘Flashdance’ dove la protagonista Alex si esibiva nel suo balletto a dir poco spettacolare. “Buongiorno”, disse, salutando la giuria disposta in fila lungo un tavolo. Erano tre uomini e tre donne, tutti anziani e sicuramente esperti in campo musicale. Prese posto sulla sedia posta al centro della sala di fronte al tavolo dei giurati e attese un loro cenno. “Miss Greyson, cosa ci presenta?” “La Sonata Kodàly.” Uno dei giurati la guardò sorpreso. “E’ un pezzo molto difficile”, le fece notare. “Sì, è difficile, ma non impossibile da eseguire”, ribatté Lyanne. “E’ anche molto lungo, intende eseguirlo per intero?”

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“Certamente.” I giurati si guardarono stupiti. Non era da molti presentarsi con quella Suite a un’audizione, con il rischio di commettere qualche errore di esecuzione o saltare qualche passaggio importante, ma Lyanne era certa di potercela fare e voleva dimostrarlo. “Proceda pure Miss Greyson.” “Grazie.” Lyanne sistemò il violoncello dritto davanti a sé e controllò per la centesima volta che le corde fosse ben ‘scordate’, come prevedeva l’esecuzione di quel particolare componimento, quindi si concentrò e trasse alcuni lunghi e profondi respiri. Doveva ricordarsi di non tendere troppo le braccia per non stancarsi, il pezzo durava mezz’ora e lei voleva eseguirlo fino alla fine. ‘Fagli vedere cosa sai fare’, si disse, mentre chiudeva gli occhi. Contò fino a tre, poi diede il via alla sua esibizione e la musica prese vita tra le sue mani come un fiume di note nel quale lei nuotava con perfetta sincronia. Perse la nozione del tempo e dello spazio, e quando mezz’ora dopo l’archetto fece vibrare l’ultima nota della Sonata, lei si fermò e respirò a fondo, tornando alla realtà. Di fronte a lei, le facce dei giurati erano sbigottite. Pregò di non aver commesso nessun errore. “Miss Greyson, vorrei complimentarmi con lei per l’esecuzione di questo meraviglioso pezzo”, disse l’uomo con il cravattino. Lei si alzò in piedi e si protrasse in un inchino. “Grazie a tutti voi per l’attenzione prestatami.” “E’ stato piacevole ascoltarla, può andare ora.” Lyanne fece un altro inchino e abbandonò la sala con il petto ansante per lo sforzo impiegato nell’esecuzione del brano e si ritrovò sola nel corridoio deserto con il suo violoncello. Si sedette, pensierosa. Era andata bene? Li aveva colpiti? Aveva suonato tutto il pezzo con precisione? Non ricordava nulla, ogni volta che suonava si perdeva nella musica come se entrasse in stato di trance. Però di una cosa era certa. L’avrebbero chiamata a casa per farle sapere l’esito della sua audizione. Si preparò per tornare al mini appartamento affittato a Notting Hill, riponendo lo Stradivari nella sua custodia, quindi indossò il cappotto viola sul bell’abito scarlatto e si coprì bene, fuori faceva un freddo cane. Stava per andarsene quando l’uomo con il cravattino le comparve di fronte. “Miss Greyson, le posso parlare?” “Certo”, rispose lei, quasi spaventata dalla sua improvvisa comparsa. “Mi chiamo Albert Berry, e sono il direttore di questa scuola.”

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“Molto piacere, Mister Berry”, disse Lyanne stringendo la mano ossuta dell’uomo. “La sua performance mi ha sbalordito. Mai vista tanta grazia e passione unite assieme alla perfezione esecutiva, lei ha un talento straordinario, lo sa?” “La ringrazio Mister Berry, lei è davvero molto gentile.” “Avrei una proposta da farle.” “Una proposta?” “Esattamente. Credo che lei sarebbe perfetta per la Royal Philharmonic Orchestra di Londra. C’è un posto vacante e lei potrebbe occuparlo se volesse.” Accidenti, questo sì che era bel colpo di fortuna! Peccato che lei volesse New York, non Londra. “Mister Berry, la sua proposta è a dir poco allettante e mi onora il fatto che lei mi abbia offerto questa chance, tuttavia… Io aspiro ad un posto nella New York Philharmonic Orchestra del Lincoln Center.” “Oh… Davvero?” Lyanne si limitò ad annuire con un cenno del capo, mentre l’uomo si massaggiava il mento e sembrava riflettere sulla sua risposta negativa. “Quindi, Miss Greyson, lei sta rifiutando la mia proposta? Non le interessa?” “Sono spiacente Mister Berry, non è Londra la mia ambizione, ma New York.” Mister Berry si sistemò gli occhialini rotondi sul naso. “Bè, è un vero peccato. Un talento come il suo avrebbe brillato qui a Londra.” “Immagino di sì. Mi perdoni per il mio rifiuto, non intendevo certo mancarle di rispetto, e comunque la sua proposta mi ha onorato, davvero.” “Miss Greyson, se posso chiedere, perché si è presentata qui a Londra per l’audizione se aspira al Lincoln Center di New York?” “Sono irlandese, e ho avuto un periodo molto difficile da superare. Per questioni economiche e pratiche ho tentato l’audizione qui a Londra.” “Capisco. Quindi pensa di riproporre lo stesso brano a New York?” “Sì, è quello che farò.” Mister Berry le sorrise. “Lei è una donna risoluta, oltre che talentuosa, o mi sbaglio?” “No, non si sbaglia. Ho delle aspirazioni molto più grandi di Londra, senza nulla togliere all’orchestra filarmonica di questa città.”

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“E se io le facessi un’altra proposta?” Lyanne gli sorrise educatamente. “Dipende dal tipo di proposta.” “Ecco, vede… Ho delle conoscenze presso il Lincoln Center. Potrei mettere una buona parola per lei… O addirittura scriverle una lettera di raccomandazione per il direttore della New York Philharmonic Orchestra…” “Sarebbe molto gentile da parte sua.” “E lei gradirebbe questo tipo di agevolazione?” Lyanne lo osservò attentamente. La stava mettendo alla prova? Cercava forse di dimostrare che era il tipo di donna che si faceva raccomandare per ottenere ciò che voleva? Non capiva il suo atteggiamento ambiguo. “Mister Berry, non so cosa lei voglia insinuare, in ogni caso le ripeto che il mio obbiettivo è New York, e io ci arriverò da sola, con o senza il suo aiuto.” Mister Berry sorrise soddisfatto. “Era proprio la risposta che volevo sentire. Testavo la sua integrità morale, e direi che ha superato il test. Telefonerò al direttore della New York Philharmonic Orchestra oggi stesso e le farò avere il posto di violoncellista che tanto desidera.” Lyanne deglutì a vuoto. “Parla seriamente?” “Miss Greyson, non mi permetterei mai di scherzare su questo argomento. Lei desidera New York? Ebbene, le farò avere New York.” “Mister Berry, lei mi sorprende… Non so cosa dire.” “Non mi ringrazi. Vada a casa e aspetti seduta accanto al telefono. Riceverà una chiamata dal direttore Edward Stain. Quando le chiederà se vuole far parte della New York Philharmonic Orchestra, si limiti a dire ‘Sì, lo voglio’, e vedrà che quel posto vacante sarà suo. Tutto qui, Miss Greyson.” Lyanne si trattenne dal desiderio di saltare e gridare di gioia, limitandosi a sfoderare uno dei suoi migliori sorrisi. “Lei è davvero un grand’uomo Mister Berry.” “Sciocchezze, faccio solo il mio mestiere. Scopro talenti e li indirizzo dove c’è più bisogno di loro. Londra sarebbe stata perfetta per lei, ma New York lo sarà ancora di più.” Le porse nuovamente la mano e Lyanne la strinse con evidente piacere. “Buona giornata, Miss Greyson.” Il signor Berry non le diede il tempo di rispondere, si dileguò nel corridoio tornando da dove era venuto, lasciandola lì a fluttuare su di

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una nuvola rosa. “Oh santo cielo… Sto per avere un posto a New York… Ce l’ho fatta!”, mormorò sottovoce mentre usciva correndo dall’edificio trascinandosi dietro la pesante custodia con il violoncello. Nella testa aveva un solo pensiero che martellava insistente: doveva dirlo a Tristan! Corse a perdifiato sui marciapiedi londinesi e si fermò alla vista della prima Red Box che incontrò sul suo cammino, entrò nella cabina telefonica e inserì una scheda prepagata dopo aver sollevato la cornetta. Conosceva il numero di casa di Tristan a memoria, lo compose e attese tremante che lui rispondesse. Uno squillo, due squilli, tre squilli… Al quarto, partì la segreteria telefonica e il suo cuore ebbe un fremito nel risentire la voce di Tristan dopo cinque lunghi mesi. “Ciao, questa è la segreteria telefonica di Tristan Kerrigan. Purtroppo non sono in casa, anzi, non abito più a Cork. Mi sono trasferito a New York. Se volete parlarmi, cercatemi sull’elenco telefonico di New York City, mi troverete presso il ristorante KERRIGAN’S di Soho. Se passate a New York, venite ad assaggiare la cucina del mio ristorante, bye bye!”. Lyanne ebbe un tuffo al cuore. Tristan aveva lasciato l’Irlanda per trasferirsi a Soho e aprire il suo ristorante. Questo significava una sola cosa: lo avrebbe rivisto a New York! Con le lacrime agli occhi per la felicità, compose il numero del Cutty Sark per parlare con Kayla e quando lei rispose dall’altra parte del telefono, Lyanne esclamò: “Ce l’ho fatta, Kayla! Ho superato l’audizione! Andrò a New York!”

***

Quello stesso giorno, a Soho, New York… Tristan osservava soddisfatto l’insegna luminosa al neon che splendeva sopra l’ingresso del KERRIGAN’S nell’oscurità della notte e brindava con l’amico Richard Mallory mentre all’interno del ristorante era in pieno svolgimento la serata di apertura e inaugurazione. I clienti affollavano numerosi le due sale illuminate dai faretti, divorando i piatti del ricco buffet preparati con cura da Tristan e dal suo staff.

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“Non male come prima serata, vero?”, osservò, tenendo d’occhio i clienti che assaggiavano le sue creazioni culinarie aldilà delle vetrate. “E’ un successo. L’idea di fondere la cucina irlandese con quella italiana è stata geniale. Farai fortuna, è garantito.” Tristan fece tintinnare il flûte di champagne contro quello di Richard e bevve il vino dolce e frizzante rendendosi conto che aveva appena realizzato il sogno della sua vita. Era tutto perfetto. New York, Soho, il suo ristorante, quella serata ancora in corso. C’era solo un tassello mancante per completare il puzzle della sua nuova magnifica vita. Un tassello di nome Lyanne. Non poteva sapere che quella notte stessa, mentre la città di New York si addormentava e Londra si risvegliava, Lyanne avrebbe lasciato Notting Hill e sarebbe partita con un volo diretto a New York, dove l’aspettava un colloquio con il direttore della New York Philharmonic Orchestra e un alloggio di fortuna rimediato all’ultimo minuto nel Greenwich Village. Il destino li aveva fatti incontrare. Poi li aveva separati. Adesso li avrebbe fatti riunire. Era questione di giorni, e finalmente sarebbero stati di nuovo insieme.

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14 New York, 20 Dicembre 2012 Tristan avrebbe riconosciuto Lyanne ovunque, in qualunque luogo, in qualsiasi momento, come accadde quel giorno, mentre camminava tra la folla rumorosa dei marciapiedi di New York nel rigido mattino invernale di quel 20 Dicembre. Faceva molto freddo, il Natale era alle porte, il gelo tagliava la pelle con il suo tocco, bruciava nei polmoni ad ogni respiro, penetrava fino al corpo attraverso i pesanti vestiti. Il cielo era plumbeo, minaccioso di neve, e un vento leggero sferzava la città intirizzita. Lei apparve in lontananza, come una visione irreale e inaspettata, un volto conosciuto fra mille volti anonimi, una figura alta e snella avvolta in un cappotto viola scuro, una sciarpa rossa allacciata stretta attorno al collo, i capelli lunghi e castani sciolti sulle spalle ondeggianti nell'aria ad ogni passo, lo sguardo azzurro perso nei suoi intimi pensieri, quegli occhi di mare orlati di folte ciglia brune pieni di sogni e speranze, la pelle lunare di cui lui ricordava la morbidezza setosa, le guance lievemente arrossate dal freddo, come la punta del naso piccolo e sbarazzino, la sua bocca carnosa, quelle morbide labbra di velluto rosa pallido dalla piega dolcemente sorridente. Era lei, bella come il primo raggio di sole che squarcia l'oscurità della notte morente, delicata come un giglio bianco, incantevole nella sua elegante semplicità, unica nel suo inconfondibile passo da modella, sinuosa come un felino, leggera come una farfalla. L'avrebbe riconosciuta fra mille altre donne, perché nessuna era speciale quanto Lyanne, perché lui l'aveva amata di un amore folle, e l'amava ancora, come il primo giorno, quando lei era entrata nella sua vita solitaria e tutto aveva avuto un senso, e ora che la rivedeva, lontana eppure vicina, sentiva il cuore spaccarsi nel petto, attraversato da un crampo di passione mai sopita, e ogni fibra del suo corpo diventava molle e calda, incendiata dal desiderio represso per troppo tempo. Rallentò il passo fino a smettere di camminare, si fermò nel mezzo dell'onda umana di newyorkesi che procedevano spediti verso le loro mete quotidiane, il suo respiro si fece corto, il sangue prese a pulsare veloce nelle sue vene, il tempo sembrò cristallizzarsi in quell'attimo sospeso nello spazio, e alla fine trattenne il fiato, mentre Lyanne

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sollevava lo sguardo da terra e le sue iridi cristalline incrociavano i suoi occhi incatenandoli in un abbraccio avvolgente… In quello stesso istante… Mancavano solo cinque giorni a Natale e New York sembrava letteralmente impazzita. I marciapiedi della città erano affollati più del solito, la gente andava di fretta, con il bavero del cappotto alzato, berretti di lana calati fin sopra gli occhi, sciarpe colorate avvolte attorno al collo, guanti imbottiti a proteggere le mani infreddolite. Rabbrividendo di freddo, Lyanne sollevò lo sguardo verso il cielo incolore procedendo a passo sostenuto in mezzo alla calca, la testa fra le nuvole, la mente avviluppata nei frammenti di un sogno che non voleva svanire. Aveva sognato Tristan, ancora lui, sempre lui, la sua intima ossessione, il suo dolce tormento, un pezzo di se stessa a cui aveva dovuto rinunciare troppo presto, un frammento del suo cuore che batteva distante da lei, metà della sua anima dispersa in quella caotica città. Continuava a sognarlo, ogni notte, dando vita al bisogno di lui radicato nel profondo del suo essere, ricordando il triste giorno in cui si era separata da lui, rinunciando a un amore che adesso doveva ritrovare. La sua assenza era un vuoto incolmabile, un abisso di solitudine nella sua nuova vita, un dolore silenzioso che le scivolava sottopelle giorno dopo giorno infilandosi nelle pieghe del suo cuore, attorcigliandosi attorno alle sue carni in una morsa spinosa. Senza Tristan si sentiva fredda e sterile come la terra gelata dall'inverno, e sapeva che non sarebbe stata completamente felice finché non lo avesse ritrovato. Il suono del clacson di un taxi interruppe il flusso dei suoi pensieri riportandola bruscamente alla realtà. Si strinse nel cappotto e sollevò lo sguardo guardando dritto d'innanzi a sé, oltre la marea di corpi infagottati che avanzavano lungo il marciapiede. E allora lo vide. Tristan, in lontananza, al centro di quell'oceano umano, l'uomo che era stata costretta a lasciare. Sentì il cuore balzarle in gola, e un fremito di calore liquido la invase da capo a piedi infiammandole il sangue. Lo riconobbe in un battito di ciglia, il tempo di uno sguardo e lui era lì, il suo sogno in carne ed ossa, una realtà attesa a lungo, un desiderio avverato nel gelo di un mattino dicembrino. Senza fiato, al colmo della sorpresa mista a pura gioia, lo guardò.

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Tristan camminava a testa alta, incedendo a passo svelto verso di lei, perso in chissà quali pensieri. I lembi del cappotto nero che indossava si aprivano ad ogni passo, e la sciarpa beige annodata sotto il bavero rialzato svolazzava nell'aria fredda oltre le sue spalle. Come nei suoi sogni, il suo bel viso dalla carnagione chiara era ombreggiato da un velo di barba scura e dal pizzetto ben curato, i capelli ricci, di un castano ravvivato da caldi riflessi ramati erano un po' lunghi, si arricciavano in morbide onde dietro il collo e attorno agli zigomi, e il ciuffo gli ricadeva sulla fronte da un lato del viso. Gli occhi nocciola, intensi e profondi, incorniciati da lunghe ciglia brune, avevano quella languida e dolce espressione che lei aveva amato fin dall'inizio, la bocca grande, le labbra piene e sensuali, le ricordarono la morbidezza dei suoi baci, il mento arrotondato, il naso dritto, le sopracciglia folte e lievemente arcuate conferivano al suo viso una bellezza classica, maschile e audace. Era l'uomo che le aveva fatto perdere la testa nell'arco di una sola notte, per lui aveva provato sentimenti così profondi da solcarle l'anima a vita, l'aveva fatto entrare nel suo mondo incasinato e lui l'aveva riempito d'amore, di passione, di allegria, di tenerezza e dolcezza… Uno spasmo di emozione incontrollabile scosse il corpo di Lyanne nell'istante in cui Tristan la guardò. Gli occhi nocciola di lui vibrarono di luce intensa nel riconoscerla, la sua espressione mutò di colpo rivelando un misto di incredulità, sorpresa, sollievo, e gioia ritrovata, la sua bocca ebbe un tremito, poi le sue labbra si schiusero come per dire qualcosa, e mentre Lyanne avanzava verso di lui accorciando la distanza che li separava, riuscì a leggere il suo nome pronunciato sottovoce. Un secondo più tardi, si ritrovarono faccia a faccia, occhi negli occhi, incapaci di dire o fare qualsiasi cosa. Si erano finalmente ritrovati, dopo cinque mesi di lontananza forzata, e ora non sapevano come comportarsi. Restarono immobili per un tempo incalcolabile, fissandosi senza parlare, il viso di Tristan a pochi centimetri da quello di Lyanne, mentre il mondo scivolava accanto a loro con i suoi rumori, i suoi colori, i suoi odori, i suoi personaggi. Sembrava un sogno sospeso sul ciglio della realtà. Magicamente e meravigliosamente irreale. Fu Tristan a spezzare il fragile limite che li divideva. Si sporse in avanti e le sue braccia circondarono Lyanne attirandola contro di sé, stringendosi attorno alla sua esile schiena in una morsa gentile. E allora lei gli gettò le braccia al collo, aggrappandosi alle sue spalle

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come una naufraga appena tratta in salvo dall'oceano in burrasca, e ogni centimetro del suo corpo di donna delicata aderì perfettamente al suo fisico di uomo robusto. Fu l'abbraccio più intenso che si fossero mai scambiati. L'unione di due anime che si erano lasciate e ritrovate, due cuori divisi dalle circostanze che si ricucivano in un solo grande cuore palpitante.

***

L’appartamento era piccolo, nel cuore di Soho, un caldo nido d’amore nel freddo pungente di quella mattinata invernale. Tristan aprì la porta con la fretta di un uomo innamorato che attendeva quel momento da molto tempo, Lyanne si fermò sul pianerottolo mentre lui spariva all’interno della casa e si affrettava a rimettere ordine laddove aveva lasciato un po’ di confusione prima di uscire. Rimase ad aspettarlo sulla soglia, infreddolita nel suo cappotto viola, il bel viso arrossato di gioia ed emozione. Ebbe un tremito nel petto e un brivido caldo la invase tutta quando Tristan la prese per mano e la trascinò all’interno. Si scambiarono uno sguardo ardente, gli occhi brillarono languidi incatenandosi in un lungo abbraccio sospeso nel tempo, prima dell’ebbrezza del momento più bello, la magia del primo bacio dopo cinque mesi di lontananza. Era stato solo ieri, eppure sembrava passato un secolo. Le loro bocche si cercarono con timidezza, si sfiorarono teneramente, si fusero nel calore di un bacio appassionato dal sapore zuccheroso di caramelle alla menta e miele, i corpi tremanti di freddo si lasciarono avvolgere da una fiammata violenta che scaldava e bruciava, confortava e divorava. La porta si chiuse alle loro spalle lasciando fuori il mondo, scivolarono in soggiorno avvinghiati l’uno all’altra come due rami d’edera intrecciati, spogliandosi con gesti affrettati e impazienti. Tristan le sfilò la sciarpa e il cappotto, Lyanne gli slacciò i pantaloni e gli levò di dosso il maglione, Tristan le sbottonò la blusa e le tolse la gonna, tutti i vestiti finirono a terra scomposti, i corpi nudi premettero l’uno contro l’altro nel tenue grigiore della stanza ovattata, lontana dal chiasso della città in frenetico fermento. Le mani di Tristan fremevano, le guance di Lyanne scottavano, si baciarono, si

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toccarono, si respirarono ricordando i loro profumi di muschio e cannella, fresia e mughetto, che subito si mescolarono sulle loro pelli accaldate. I respiri si fecero sempre più corti, rantoli e gemiti soffocati tra i baci e le carezze, mentre i cuori palpitavano selvaggi e disperati. Tristan si sentì smarrire, perso nel vortice del desiderio, Lyanne si sciolse fra le sue braccia, fragile bambola di burro che anelava ogni suo tocco. Si sdraiarono nudi sul soffice tappeto disteso a terra, lei offerta come una rosa vellutata, lui imponente e selvaggio a sovrastarla con il suo corpo eccitato. Fu un groviglio di braccia e gambe che si intrecciavano, mani che si cercavano, dita sepolte tra ciocche fluenti e ricci ribelli, cocenti carezze e audaci sfioramenti, labbra su labbra, pelle contro pelle, calore dentro calore. E poi tutto divenne vertigine, l’unione di due esuli in un paese straniero, due solitudini che si ritrovavano, si univano e si fondevano l’uno nell’altra, affamati e assetati d’amore, disperatamente innamorati. Avevano così tanto da darsi, bruciarono il tempo prendendosi ogni goccia del ritrovato piacere, sprofondando nell’estasi incandescente con i cuori in tumulto, in un tripudio di desideri soddisfatti, istanti di gioia appagata, smaglianti stille di felicità condivisa che spazzarono via ogni briciola di malinconia rimasta. Si amarono con dolcezza ritrovata, come la prima e l’ultima volta, precipitando nel caldo limbo dei sensi infuocati, ardendo come due fiammelle nello stesso incendio, divenendo l’uno parte dell’altra, perdendosi in quel meraviglioso film intessuto d’amore che apparteneva solo a loro e a nessun’altro, in quella piccola casa al riparo dalla neve, lontani dal gelo dell’inverno, immersi nella luce lattea e irreale del cielo bianco di fiocchi.

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15 Sdraiati insieme sul morbido tappeto e avvolti nel tepore di un plaid, Tristan e Lyanne guardavano la neve che fioccava al di là del vetro appannato della finestra. Il cielo era così basso da nascondere la skyline dei grattacieli di New York e la luce così chiara da riempire la stanza di un etereo candore. Le labbra di Tristan scivolarono lungo il collo di Lyanne tracciando un sentiero di teneri baci, lei passò una mano sul suo viso pungente e fra i suoi capelli scomposti. “Mi sei mancato da impazzire. Ti ho pensato sempre, dal giorno alla notte, aspettando questo momento.” “Pensavo che sarei dovuto venire a cercarti, per rapirti e portarti via con me, e invece ora sei qui, fra le mie braccia, e non mi sembra vero.” “Sono arrivata tre giorni fa. Volevo chiamarti, ma non avevo il tuo numero.” “Non sono ancora sull’elenco, è troppo presto, vivo qui da appena un mese.” “Ti ho trovato lo stesso. Sapevo che eri a Soho, stavo venendo a cercarti.” “Quando ti ho vista ho pensato di sognare, non riuscivo a credere che fossi davvero tu.” “Ti ho sorpreso?” “Eccome! Ti credevo a Londra.” “Ci sono stata. Per tre settimane. Ho fatto un’audizione alla Philharmonic Society e l’ho superata alla grande.” “E poi sei corsa da me.” “Sì. Non potevo più aspettare, dovevo raggiungerti, ero stanca di sognarti e pensarti. Ho affittato una stanza in un ostello per studenti nel Greenwich Village. L’audizione di Londra mi ha fatto ottenere un posto di violoncellista nella New York Philharmonic Orchestra, e il direttore mi ha voluta subito, dopo avermi ascoltata suonare una sola volta. Ho già firmato il contratto.” “Sapevo che ce l’avresti fatta a realizzare il tuo sogno, l’ho capito quella notte a Creta, quando hai suonato sotto il cielo di Malia e le stelle si sono oscurate di fronte alla tua bravura.” “Tu mi hai dato il coraggio di ricominciare a suonare, è merito tuo se adesso sono qui a New York.”

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“So che hai lasciato l’Irlanda per sempre, che non sei più sposata, e che Evan riposa in pace.” “Sono successe tante cose mentre eravamo distanti. La mia vita è cambiata, il passato mi ha abbandonato, ho ripreso a vivere da donna libera.” “Hai fatto tutto senza di me, che donna coraggiosa…” “E tu? Non sei un uomo coraggioso? Non hai ottenuto ciò che volevi?” “Per me è stato più facile, il mio sogno era a portata di mano, dovevo solo allungare il braccio e afferrarlo al volo, senza lottare.” “Ti sei impegnato anche tu per realizzare il tuo sogno, non è stata solo fortuna. Dovrò chiamarti Mister Kerrigan d’ora in poi, o Signor Chef…” “Ho aperto un ristorante, e in cucina adesso comando io, ma per te sarò sempre e solo Tristan, quel pazzo irlandese che hai conosciuto sulla spiaggia di Malia, che ti ha spinta dentro un cerchio di danzatori cretesi e ti ha trascinata in un folle sirtaki.” “Quella notte mi hai conquistata. Ero già tua prima ancora di capirlo.” “E pensare che non volevo innamorarmi di nessuna donna e vivere una vita da Casanova.” “Ti ho preso all’amo.” “Mi sono lasciato prendere, ti volevo solo per me.” “Ti volevo anch’io, e quando ci siamo separati ho pensato che non ce l’avrei fatta a starti lontana.” “Invece ci sei riuscita, sei stata forte.” “Mi sono aggrappata alla tua promessa di un domani insieme, alla speranza di tornare da te.” “Ero serio quando ti ho detto che ti avrei aspettata, sapevo che questo giorno sarebbe arrivato prima o poi.” “Era così che immaginavi questo giorno? Tu ed io in questo appartamento, a fare l’amore sopra un tappeto, qui distesi, nudi e abbracciati, a parlare di noi mentre fuori nevica?” “Veramente no, non credevo che sarebbe andata così. Però è stato bello, inaspettato e sorprendente.” “E’ stato magico, e molto romantico.” “E’ solo l’inizio. Ti regalerò una vita intera di giorni come questo. Verrai a stare qui da me, stasera stessa, ogni mattina ci sveglieremo nello stesso letto, io ti preparerò la colazione prima di andare al lavoro, e tu sarai libera di fare tutto ciò che vuoi, potrai andare a zonzo per la città, dare fondo alla mia carta di credito, venire a

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trovarmi al ristorante e guardarmi cucinare, se vorrai prenderemo un cane, oppure un gatto, ti porterò da Tiffany e ti regalerò un anello con un bellissimo diamante, e quando avrò messo da parte un bel po’ di soldi se vorrai ti comprerò una casa più grande, magari una brownstone affacciata su Central Park, e ti renderò felice, sarai la mia regina.” “Tristan, non ho bisogno di tutte queste cose per essere felice, mi basti tu. Non voglio altro.” “Soltanto me?” “Sì, soltanto te. La mia felicità sei tu.” “E’ bello sentirtelo dire.” “E’ la verità. Cos’altro mi serve eccetto te?” Tristan la guardò, e nei suoi occhi azzurri vide un oceano d’amore così immenso e profondo da annegarci dentro. “Anch’io non voglio nient’altro che te. Sei la mia gioia più grande, il mio paradiso sulla terra.” “Dimmi quelle due paroline magiche che ti ho sentito dire una volta sola a Creta…” Lui sorrise. “Ti amo.” “Dillo ancora una volta.” “Ti amo… Ti amo, ti amo, ti amo!” Lyanne rise, felice, poi tornò seria, gli strinse il volto fra le mani, e lo guardò negli occhi fondenti come il cioccolato. “Ti amo anch’io. Ti amerò fino all’ultimo dei miei giorni.” “E’ una promessa solenne?” “Un giuramento sul cuore.” Gli prese una mano e se la posò tra il seno e lo sterno, laddove il cuore palpitava veloce sotto la pelle. “Lo senti come batte?” “Forte e potente.” “Batte per te, Tristan Kerrigan.” Lui si sciolse come burro, l’abbracciò stretta, tanto stretta da toglierle il fiato. Giurò a se stesso che avrebbe vissuto ogni giorno della sua vita solamente per lei, per far brillare i suoi occhi di pura gioia, per accendere il sorriso sulle sue labbra, per rendere speciale e indimenticabile ogni secondo della sua esistenza. Da quel momento all’eternità. Avrebbe fatto qualunque cosa per renderla felice. E ora che finalmente era di nuovo fra le sue braccia, niente e nessuno gliel’avrebbe portata via. Mai più.

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16 New York, 13 Maggio 2013 Lyanne sospinse dolcemente la porta a vetri del KERRIGAN’S mettendo piede nell’accogliente ristorante che a quell’ora del pomeriggio, le 4:00, non era ancora aperto ai clienti. L’ambiente era fresco, al contrario del calore che avvolgeva la città di New York in un precoce assaggio d’estate nel bel bezzo della primavera. Dal juke-box anni ’50 sistemato nella zona bar del ristorante, uscivano le allegre note blues di una canzone di Clifton Chenier, ‘I’m coming home’. La sala principale era deserta e non c’era nessuno dei ragazzi del personale in circolazione, perciò dedusse che Tristan fosse in ufficio o in cucina da solo. Si mosse svelta fra i tavoli già pronti per il servizio serale, vestita di una maglietta a maniche corte rosa e leggings di jeans aderenti, snickers sportive ai piedi e coda di cavallo a trattenere i lunghi capelli. Era carica di shopper colorate, segno evidente della mattinata trascorsa a Manhattan a fare acquisti, e il buonumore le aleggiava nel cuore. Quando fece capolino nel bell’ufficio di Tristan, lui era chinato sulla scrivania in mogano scuro con la divisa bianca da chef addosso, intento a controllore il registro delle entrate e delle uscite dell’attività del ristorante. “Buon pomeriggio Signor Chef”, lo salutò allegramente, cogliendolo di sorpresa. “Hey bellezza, sei passata a trovarmi?” “Sono venuta a sbirciare cosa stai combinando.” “Controllo i conti.” “Lo fai tutti i giorni, sei ossessionato da quel registro.” “Mi assicuro che gli affari vadano bene, ho un bel po’ di persone da pagare qui dentro ogni fine mese.” “E come vanno i tuoi guadagni?” “Molto meglio di quanto avevo previsto all’apertura di KERRIGAN’S. In soli sei mesi ho recuperato tutte le spese di acquisto della licenza e del locale, con un profitto del cinquanta per cento in più.” “Non male per uno squattrinato playboy irlandese cresciuto nelle campagne di Cork!”

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Si chinò sulla scrivania poggiandovi i gomiti e gli passò una mano tra i folti ricci pettinati all’indietro con un po’ di gel, poi si spinse in avanti e lo baciò sulla bocca distraendolo dai suoi conteggi. “Vedo che hai fatto acquisti”, le disse lui dopo, notando le shopper colorate che aveva poggiato a terra accanto alla porta. “Ho preso i vestiti per stasera.” Tristan si sforzò di ricordare quale evento avessero in programma per la serata, ma era certo che non ci fosse alcuna serata mondana a cui partecipare, almeno così gli sembrava… “Vestiti per stasera?”, chiese, rivolgendo a Lyanne uno sguardo interrogativo. Lei si sollevò in piedi e inarcò un sopracciglio. “Non avrai dimenticato che giorno è oggi… Oppure sì?” Lui guardò il calendario da tavolo accanto al pc. “E’ il 13 Maggio.” “Sì, e dove dobbiamo andare questa sera?” Tristan si grattò la testa con la penna, sicuro di aver scordato qualcosa d’importante. “Non me lo ricordo, scusami”, ammise, aspettandosi un rimprovero dalla donna che era diventata il fulcro delle sue giornate, la regina del loro appartamento, l’amante sensuale che gli rubava il sonno di notte, la femmina ammaliante che illuminava i suoi giorni con il suo sorriso, la virtuosa violoncellista venuta da Killybegs che aveva già incantato i critici musicali dei centri culturali di New York. “Non puoi averlo dimenticato, te l’ho ricordato ieri sera.” “Forse ero distratto… Quel completino di pizzo rosso di Victoria’s Secret era favoloso addosso a te.” “Oh, Tristan, smettila di pensare al sesso, è diventato un chiodo fisso!” “Sei tu che mi giri attorno vestita con quei completini sexy, prima mi tenti e poi ti lamenti perché assecondo le tue voglie. Ti prenderò a sculacciate se lo rifai di nuovo, offuschi la mia creatività culinaria.” “Ah, davvero? Bè, tra due secondi io prenderò te a padellate sulla testa se non chiudi subito quel registro.” “Accidenti, intravedo un istinto omicida nei tuoi occhi… Cosa mi sono dimenticato? Rinfrescami la memoria.” Lyanne incrociò le braccia sul petto e lo fulminò con un’occhiata severa. “Questa sera c’è il Galà di primavera del New York City Ballet, e noi due siamo stati invitati, te lo ricordi adesso?” Tristan cadde letteralmente dalle nuvole.

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“Oh cavoli, hai ragione, il New York City Spring Ballet al Lincoln Center!” “Esatto. Dov’è il tuo smoking di Calvin Klein?” “Non sono andato a ritirarlo al negozio! Faccio ancora in tempo! Ci vado subito, cinque minuti e giuro che sono pronto!” Lyanne fu sorpresa dalla velocità con cui aveva chiuso il registro e riordinato la scrivania e lo guardò divertita mentre il panico faceva traballare la sua sicurezza. “Non devi andare da nessuna parte, tranquillo. Sono passata io a prendere il tuo smoking, ce l’ho qui con me, devi solo levarti di dosso quella divisa da chef e darti una rinfrescata.” Tristan trasse un sospiro di sollievo. “Grazie a Dio esisti tu, cosa farei se non fossi al mio fianco?” “Oh, molto probabilmente finiresti per diventare un pezzo d’arredamento di questo ristorante visto che passi tutto il tuo tempo tra la cucina e la sala, sei sempre sepolto fra piatti e pentole, è già un miracolo che tu torni a casa dopo la chiusura, lavori troppo, lo sai?” “KERRIGAN’S ha solo sei mesi di vita, se batto la fiacca adesso non andrò molto lontano come chef. Comunque non temere, non finirò mai per diventare un drogato di cucina, e tornerò sempre a casa ogni sera dopo la chiusura, tu sei più importante di tutto. Devo solo abituarmi a queste serate mondane a cui mi trascini contro il mio volere.” “Lo so che il teatro, l’opera, il balletto e i concerti non fanno per te, e apprezzo molto il tuo sforzo per rimanere sveglio per l’intera durata di questi eventi.” “Non mi annoio così tanto. Mi sento solo come un pesce fuor d’acqua perché non è il mio ambiente. Tu invece ci sguazzi dentro come una sirena, sei nata per essere una star.” “Okay, okay, vai a cambiarti, il Red Carpet comincia fra due ore. Non voglio arrivare in ritardo.” Lo spinse verso lo spogliatoio, e quando vi fu entrato attese fuori dalla porta che si spogliasse del camice da chef e si rinfrescasse nel piccolo bagno adiacente. Ritornò con addosso solamente i boxer e i calzini, i capelli ben pettinati, profumato dalla testa ai piedi di Bulgari Blu. “Dov’è il mio smoking?” Lyanne gli tese una shopper viola. “E’ qui dentro, vuoi una mano per indossarlo?”

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“No, faccio da solo, ormai ho imparato come si fa, papillon compreso. Tu vai pure a farti bella, non credo che ti presenterai sul Red Carpet vestita così.” “Vuoi scherzare? Ho preso un vestito da sera favoloso.” “Armani o Versace?” “Prada. Aspetta di vedermelo addosso.” Tristan si stava infilando la camicia del suo smoking quando la vide sparire nello spogliatoio con una shopper gialla fra le mani. Sorridendo, si vestì di fronte allo specchio del suo ufficio, abbottonando i pulsanti neri della camicia di seta immacolata con tanto di polsini chiusi da gemelli d’argento, indossò i pantaloni neri che gli cadevano a pennello e poi la giacca scura sfiancata in vita chiusa da un solo bottone centrale con i risvolti in lucido raso e un fazzolettino bianco infilato nel taschino a sinistra. Infilò i piedi nelle scarpe eleganti di vernice nera lucida e si pettinò i capelli per la seconda volta sistemando i ricci in modo che non gli ricadessero sul viso ma non sembrassero nemmeno troppo curati, non voleva avere l’aspetto di un ‘fighetto impomatato’. Per finire, si allacciò al collo il papillon di raso nero sistemandolo per bene sotto il colletto della camicia e dandogli una perfetta forma a farfalla. Quindi si rimirò nello specchio. “Wow, meglio di un divo di Hollywood.” Sembrava un po’ un damerino, ma la barba cortissima e i capelli ricci gli davano un aspetto rude e sexy, bilanciando il tutto. Nel complesso, era davvero affascinante e si piaceva. “Hey tesoro, io sono pronto, e tu?” “Quasi pronta, mancano solo le scarpe!”, rispose Lyanne. Attese che lei uscisse dallo spogliatoio e quando lo fece si mostrò ai suoi occhi in tutto il suo splendore. “Mamma mia, fatti un po’ guardare?” Lei si fermò sulla soglia, fasciata in un abito da sera di pizzo bianco e maglina color carne effetto ‘vedo nudo’ lungo fino ai piedi, stretto in vita e sui fianchi come una seconda pelle, con la scollatura rotonda sopra il seno e le spalle coperte, le maniche aderenti dalle braccia fino ai polsi tutte ricoperte di pizzo alternato al tessuto trasparente, e un corto strascico sul retro del vestito. Era un abito a sirena molto femminile e sensuale che metteva in risalto la sua figura slanciata e le forme generose dei fianchi e del seno. “Come mi sta?” Tristan represse l’istinto di saltarle addosso lì, in quel preciso istante, e farla sua direttamente sulla scrivania.

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“Sei tremendamente sexy… Sembri una diva del cinema, faresti invidia a qualunque attrice. Sicura che non dobbiamo andare alla cerimonia degli Oscar a Los Angeles?” Lei rise, e si guardò nello specchio. “E’ stupendo, non trovi?” “Sei tu che lo rendi favoloso, è solo uno straccetto di pizzo e tulle, addosso a te prende vita e crea la magia che vedi. Mi piaci, sembri nuda in certi punti.” “Bè, non indosso il reggiseno, e gli slip sono color carne e non si vedono.” “Sicuramente non passerai inosservata.” Le baciò il collo scoperto sul lato sinistro, mentre lei si appostava i capelli fluenti sciolti sulla spalla destra. Alcuni pettinini di luccicanti strass brillavano sopra la tempia sinistra sorreggendo i capelli da quel lato. Un orecchino a clip con un lungo pendente a goccia dondolava tra l’orecchio e l’incavo della spalla. Una pochette argentata e scarpe decolleté ricoperte di strass iridescenti completavano il tutto. “Anche tu sei perfetto, davvero irresistibile.” Tristan sollevò lo sguardo e vide la propria immagine riflessa nello specchio accanto a quella di Lyanne. Insieme formavano davvero una bella coppia. “Sembriamo usciti da una rivista di moda, guarda come stiamo bene.” “Siamo fatti l’uno per l’altra, ci invidieranno tutti questa sera. Ho sentito dire che ci saranno parecchi giornalisti presenti all’evento, scommettiamo che finiremo tra le pagine del New York Times?” Tristan annuì. “Probabile. E sul New York Post, e il Daily News…” Lyanne sorrise. “Tristan Kerrigan, giovane chef alla ribalta e Lyanne Greyson, violoncellista della New York Philharmonic Orchestra, insieme al Galà di primavera del New York Ballet presso il Lincoln Center”… Wow, lo sai che a Killybegs c’è un’edicola per i turisti che vende giornali statunitensi?” “Anche a Cork ce n’è qualcuna per i villeggianti stranieri.” “T’immagini le facce dei nostri familiari e amici quando ci vedranno sui giornali?” “Sicuramente saranno contenti di vedere quanto siamo felici insieme e dove siamo arrivati.” “Oh, certo! Che soddisfazione per mio padre, la sua ‘bambina’ ad un evento mondano nel cuore di New York, in compagnia del suo promettente fidanzato chef… Ne sarà entusiasta.”

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“Due Irlandesi alla conquista degli Stati Uniti, partiti dal nulla per arrivare alle stelle… Sembra una favola.” “E noi siamo come due fulgide stelle che brillano nello stesso cielo, splendenti e innamorate, tanto belle da ingelosire la luna.” Tristan baciò le labbra di Lyanne lucide di lipgloss al dolce sapore di ciliegia e si sentì l’uomo più fortunato della terra. Aveva un ristorante che stava decollando e una fidanzata intelligente e talentuosa che lo amava e lo rendeva felice, non poteva desiderare altro. “Forse faremmo meglio ad andare, altrimenti faremo tardi per il Red Carpet. Sei pronta?” “Sì, possiamo andare.” Tristan le fece strada, chiuse la porta del suo ufficio e spense le luci delle due sale del ristorante. “Non avvisi i ragazzi che questa sera non ci sarai per il servizio serale?” “Chiamerò Joseph dal taxi, ci penserà lui a dirigere la cucina e il personale mentre siamo via.” “Se la caveranno senza di te?” “Certo, Joseph è molto sveglio, è bravo a dirigere gli altri mentre io non ci sono, posso stare tranquillo, non credo ci saranno problemi, anche se dovranno sgobbare un bel po’, perché stasera è tutto prenotato.” “Ricordati di dar loro un extra sulla prossima busta paga, se lo meritano.” Uscirono dal KERRIGAN’S, e mentre Lyanne tentava di fermare un taxi, Tristan chiuse a chiave la porta e inserì l’allarme di sicurezza. Erano le 5:00 del pomeriggio, mancava un’ora all’inizio della serata mondana, ma Tristan aveva imparato che in quelle occasioni arrivare in anticipo era sempre meglio che farsi aspettare. Raggiunse Lyanne sul marciapiedi e insieme salirono sul taxi diretto al David H. Koch Theater del Lincoln Center, dove si sarebbe svolto il New York City Spring Ballet, evento annuale di ballo al quale Lyanne era stata invitata e pregata di farsi accompagnare dal suo affascinante fidanzato chef. *** Quella sera, come Lyanne aveva previsto, la maggior parte degli occhi dei presenti furono puntati su di lei e Tristan fin dal loro arrivo.

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Lyanne era già ben conosciuta in quell’ambiente, frequentava regolarmente il Lincoln Center, e si era esibita in numerosi concerti con gli altri membri della New York Philharmonic Orchestra, mettendosi in luce per le sue doti di violoncellista oltre che per la sua notevole bellezza. Tristan l’aveva accompagnata ad altri eventi culturali e mondani simili, e i newyorkesi l’avevano notato subito, sebbene lui passasse tutto il suo tempo al KERRIGAN’S e non fosse un habitué delle serate culturali presso il Lincoln Center. La clientela del KERRIGAN’S era variopinta, e in molti casi alcune celebrità del mondo della moda, della musica e del ballo avevano pranzato o cenato una o più volte nel suo ristorante, facendo la sua conoscenza in quei brevi momenti in cui abbandonava la cucina per aggirarsi fra i tavoli delle due sale in tenuta da chef chiedendo ai clienti se i piatti e i vini erano di loro gradimento. Il suo nome e il suo viso erano conosciuti a Soho ma anche al di fuori, e Tristan ne ebbe la prova quella sera quando mise piede sul Red Carpet del New York City Ballet Spring Galà, mano nella mano con Lyanne, e i giornalisti presenti li fermarono in più occasioni per immortalarli in scatti fotografici che sarebbero finiti certamente sui quotidiani del giorno dopo e sui mensili di cultura come Vogue e Vanity Fair. Sentire il suo nome e cognome pronunciato dai giornalisti assieme a quello di Lyanne per richiamare la loro attenzione verso gli obbiettivi delle macchine fotografiche lo sorprese molto, così come fu lieto di rispondere alle domande di personaggi di spicco appartenenti al mondo del balletto classico, della musica da camera e di altre forme d’arte interessati alla sua cucina ‘fusion’ e al sapore dei suoi piatti italo-irlandesi. La passeggiata sul Red Carpet fu emozionante, l’aperitivo del PréGalà consumato accanto al buffet fu l’occasione per mettersi in mostra, e la festa che si svolse dopo le due ore dello spettacolo di ballo organizzato in occasione del Galà di primavera fu un altro momento saliente della serata, ricco di occasioni per parlare di sé e del KERRIGAN’S al braccio di Lyanne che non lo lasciò solo nemmeno per un istante, orgogliosa di essere la sua donna e felice degli sguardi ammirati che la gente rivolgeva non solo a lei ma anche a Tristan. Quando un noto stilista newyorkese li avvicinò complimentandosi per la loro eleganza, ebbe l’ardire di chiedere: “Ragazzi, quando vi sposate? Sarebbe un enorme piacere per me poter disegnare i vostri abiti per la cerimonia nuziale!”.

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Quella domanda li colse alla sprovvista, e sebbene non avessero ancora parlato di matrimonio, Tristan sorprese Lyanne rispondendo senza esitazione: “Ci sposeremo quest’estate, a Luglio, in una magica città chiamata Malia, sull’isola di Creta.” Lyanne gli rivolse un’occhiata interrogativa. “Scusami, quando l’hai deciso?”. Tristan si strinse nelle spalle. “Adesso, in questo momento.” Lei sorrise. “E’ solo un’idea campata per aria oppure il tuo modo alquanto bizzarro di chiedermi di diventare tua moglie?” “La seconda opzione. Vuoi sposarmi?” Lyanne lo guardò esterrefatta. Tristan Kerrigan le aveva appena fatto la sua proposta di matrimonio. Lasciandola di stucco. “Allora? Mi sposi oppure no?” Lei scosse la testa divertita, e cercando di non commuoversi in pubblico gli rispose: “Certo che sì, non desidero altro!” “Bene. Allora è deciso. Luglio, Creta, Malia, tu ed io, e un favoloso matrimonio notturno sulla spiaggia. Accompagnato da un gruppo di danzatori cretesi e un sirtaki subito dopo la cerimonia. Ballerai con me al centro del cerchio?” “L’ho fatto una volta, ed è stato esaltante. Lo rifarò con immenso piacere, e sono certa che sarà indimenticabile.” “Puoi scommetterci.” Si baciarono di fronte allo stilista e a tutti i presenti, noncuranti degli sguardi puntati su di loro e dell’applauso scaturito in seguito al loro scambio di promesse d’amore eterno. Lasciarono il Lincoln Center dopo la mezzanotte passata da un pezzo, e fecero ritorno al KERRIGAN’S entrando dalla porta principale. I commensali presenti nelle due sale che stavano ancora cenando nonostante l’ora tarda rivolsero su di loro occhiate incuriosite e sguardi d’apprezzamento, riconoscendo sia Tristan, nonostante l’abbigliamento da sera, sia la sua bellissima fidanzata, che lì a Soho tutti conoscevano come ‘la violoncellista d’Irlanda’. Brindarono al loro futuro insieme in cucina, in un angolino appartato, mentre i ragazzi lavoravano in perfetta sintonia, concedendo a Tristan e Lyanne l’occasione per concludere quella serata nel migliore dei modi. Alle 3:00 inoltrate, quando il KERRIGAN’S fu di nuovo vuoto e silenzioso e loro due rimasero soli, Tristan selezionò alcune vecchie canzoni premendo i tasti del juke-box, e nella luce soffusa di un solo

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faretto lasciato acceso prese Lyanne per mano e l’attirò fra le sue braccia per farla ballare stretta-stretta contro di sé sulle note di famose canzoni d’amore come ‘When A Man Loves A Woman’ di Percy Sledge, ‘Unchained Melody’ dei Righteous Brothers, ‘Nothing Compares 2U’ di Sinèad O’Connor, ‘Mandy’ di Barry Manilow, ‘Time To Say Goodbye’ di Andrea Bocelli in duetto con Sarah Brightman, e molte altre ballate romantiche composte apposta per le coppie innamorate come loro due. Ballarono fino all’alba, nei lori bei vestiti da sera, per poi correre a casa e infilarsi a letto a fare l’amore, scambiandosi tenerezze ed effusioni di cui non sarebbero mai stati stanchi. Si addormentarono al sorgere del sole, fra le pareti di quell’appartamento diventato il santuario del loro amore, chiusi nel loro piccolo universo privato, persi l’uno nell’altra, nel fulgore di una vita intessuta di momenti felici e istanti gioiosi. Erano “due fulgide stelle che brillano nello stesso cielo, splendenti e innamorate, tanto belle da ingelosire la luna”, come aveva detto Lyanne guardando la loro immagine riflessa nello specchio. Nessuno al mondo poteva dire il contrario.

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Aurore e Jae-hwa

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1 Il primo amore è sempre l’ultimo. - Tahar Ben Jelloun Nella mia stanza da letto c’è un vecchio diario che giace sul fondo del terzo cassetto della scrivania accanto alla finestra. È lì da quindici anni, dal giorno in cui sono ritornata in Francia al termine dell’estate del mio primo viaggio all’estero, dopo una vacanza che ha cambiato per sempre la mia vita. Non ho mai dimenticato quei tre mesi trascorsi in terra di Corea, e il vivido ricordo di un giovane ragazzo dagli occhi neri grandi e lucenti mi accompagna da allora nei miei sogni notturni senza volermi lasciare andare. Il mio primo amore, il solo e unico. Lui è sempre con me, anche adesso, mentre apro il cassetto e prendo il diario dalla copertina di cartone lucido colorato. L’ultima volta che ho sfogliato le sue pagine bianche un po’ ingiallite dal tempo è stato un anno fa, in occasione del quattordicesimo anniversario di un amore che si è interrotto bruscamente, che non è mai finito, che continua a vivere dentro di me come una piccola fiamma custodita all’interno di un’ampolla magica che le impedisce di spegnersi, un amore che sopravvive allo scorrere degli anni grazie alle ultime parole pronunciate dalla voce del ragazzo a cui ho donato l’anima intera. “Ti ho amato davvero Aurore… Continuerò ad amarti, non smetterò mai di amarti”. L’ha promesso, ha giurato di tornare da me, e se non fosse stato veramente sincero, non sarei ancora qui ad aspettarlo, certa che lui tornerà davvero, un giorno, quando meno me l’aspetto. Il diario è pieno di appunti, brevi resoconti delle mie giornate spensierate, novanta giorni d’amore impressi sulle pagine dalla mia mano di ragazzina innamorata, e una sola fotografia, una polaroid a colori dov’è immortalata l’essenza profonda del sentimento che provavo: io e lui, abbracciati tra le onde del mare, i corpi così vicini da fondersi in un tutt’uno, la sua bocca sulla mia, in un bacio di cui ricordo ancora il sapore di sale, e le sue braccia avvinghiate al mio esile corpo che sembrano dire ‘sei mia, soltanto mia’. Gli appartenevo davvero. Tanto quanto lui apparteneva a me.

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Rileggo con nostalgia alcune note scritte poco prima che l’estate finisse e giungesse il giorno della nostra inevitabile separazione. Eravamo troppo giovani per ribellarci ai nostri destini già scritti, sapevamo fin dall’inizio che avremmo dovuto dirci addio. Eppure, fino all’ultimo giorno, abbiamo condiviso baci, carezze, speranze e promesse, sicuri che il nostro amore fosse così forte da durare in eterno, indistruttibile e inscalfibile come un diamante. E poi c’è lei, una lettera scritta nell’inverno del 1996, a pochi mesi dal mio ritorno a casa, quando lui già mi mancava da impazzire e non avevo idea di dove fosse, se mi stesse pensando, se mi amasse ancora, come aveva giurato di fare. Una lettera che non ho mai spedito perché lui non l’avrebbe ricevuta. La rileggo, riga dopo riga, rivivendo ogni istante nella mia mente che si nutre di questi ricordi indelebili. “Carissimo Jae-hwa, mio bellissimo fiore coreano, ripenso a te e alla nostra magica estate in questo giorno d’inverno freddo e malinconico, chiedendomi dove sei, come stai, se anche tu pensi a me… Ti ricordi come ci siamo innamorati? Ci ripensi mai? Io sì, tutti i giorni… Era il magico momento del sole al tramonto sul mare, su quella spiaggia di sabbia gialla lambita dalla bassa marea, nel calore dell’estate profumata di salsedine, in quell’isola della Corea del Sud chiamata Jeungdo. La sabbia era molle sotto i miei piedi scalzi lungo la riva punteggiata di barche, l’aria fresca della sera mi accarezzava la pelle nuda di gambe e braccia, il mio vestito di cotone bianco svolazzava leggero... Com’erano belli i ragazzi coreani che rientravano dalla pesca con le ceste colme di nere conchiglie sulle spalle, avevano braccia muscolose e gambe abbronzate dal sole, capelli scuri setosi e un’ombra di barba sulle guance. Jae-hwa, tu eri il più bello, il più alto, capelli di seta corvina e occhi d’ebano, ampie spalle color miele e fianchi stretti, il corpo snello di un ragazzo quasi uomo. Mi guardavi da lontano mentre avanzavo leggiadra con i capelli biondi raccolti a treccia sulla schiena, sapevi che ero lì per te, mi aspettavi fingendoti assorto nel tuo lavoro, e poi ti voltavi a fissarmi, gli occhi così grandi che spiccavano sul viso ambrato, due mandorle scure dal taglio obliquo perfetto, quegli occhi asiatici tanto belli e felini, mi sembrava di vedere il mondo riflesso in essi, mi sembrava di vedere quello che vedevi tu. Jae-hwa, giovane fiore coreano di rara bellezza, ricordo le tue mani grandi che sfioravano la mia treccia, le tue dita forti che

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mi stringevano i polsi, la tua risata allegra mentre mi trascinavi via con te correndo incontro al mare turchese, la forza con cui mi tenevi stretta mentre le onde ci travolgevano schizzando d’acqua i nostri visi baciati dal sole morente. Nuotavamo come pesci nell’acqua fredda del Mar Giallo, la marea saliva lenta sommergendo i neri scogli ricoperti di cozze dove ci attardavamo a riposare, ricordo la pressione leggera delle tue dita che stringevano la mia mano ritornando a riva di corsa per sfuggire alle onde al galoppo, il mio vestito fradicio che celava ben poco le forme acerbe del mio giovane corpo, i tuoi sguardi attenti posati là dove il tessuto s’incollava ai seni e ai fianchi. Senza fiato, ci sedevamo sul pontile, fianco a fianco, le gambe penzoloni nel vuoto, guardando in silenzio il tramonto all’orizzonte arancione, la magia del sole infuocato che affondava nelle acque dorate. Rivedo le tue dita che giocavano sulla pelle bagnata delle mie cosce, come un granchietto risalivano lente lungo il mio braccio sfiorandomi l’incavo del gomito, solleticandomi la spalla e il collo. Mi osservavi con quelle iridi scure come perle nere, ammaliato dai miei occhi celesti come l’acqua del mare, dalle mie folte ciglia di cerbiatta, dalla mia pelle lattea di ragazza europea, mi sorridevi malizioso lasciando scivolare la mano sul mio petto, ti sporgevi su di me slacciando i bottoni del vestito uno ad uno, senza timore. Ricordo la tua mano fresca che mi accarezzava il seno, e la tua voce bassa che mi sussurrava all’orecchio “Vieni via con me, vieni a scoprire il mondo con me”. E poi mi baciavi, una mano fra le cosce e l’altra sul petto, i tuoi baci sapevano di sale, le tue labbra erano umide e calde, mi facevano battere il cuore, mi stordivano la testa, mi toglievano il respiro. Jae-hwa, irrequieto figlio d’Asia che sognavi di girare il mondo come un vagabondo, una sola estate è durato il nostro amore, tutti quei giorni di risate e scherzi fra le onde, quelle tue carezze impudenti e quei tuoi baci spudorati, quei tuoi capelli lisci lunghi e scompigliati, e quegli occhi asiatici e felini che ti rendevano così bello. Jae-hwa, mio primo amore, di te ricordo tutto, e al cuore mio manchi dolcemente da quando hai lasciato l’isola di Jeungdo per inseguire i tuoi sogni. Di te non ho saputo più niente, mi restano solo le dolci emozioni dei tuoi sguardi fieri, dei tuoi lunghi baci salati, delle tue carezze profonde, e quel meraviglioso incanto che si prova una sola volta nella vita quando ci s’innamora veramente. Jae-hwa, mio bellissimo fiore coreano, come rimpiango i giorni di quell’estate a Jeungdo, come vorrei rivederti adesso, riabbracciarti, perdermi nei tuoi baci, nelle tue carezze, risentire il tuo respiro sulla mia pelle, il tuo calore

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sul mio corpo… Penso sempre a te, che non sei qui con me, al nostro amore acerbo eppure immenso, me lo porto dentro come una febbre che non guarisce, aspettando il giorno in cui il tuo cammino incrocerà il mio, per unire il mio destino al tuo, come l’estate scorsa, ancora e per sempre. Ricordi la promessa che mi hai fatto? Hai giurato di tornare da me, mi hai detto di aspettarti, di non smettere di amarti… Come potrei? Mi hai rubato il cuore, e ora non mi resta che aspettarti, e sperare che tu la mantenga quella promessa. Jaehwa, ritorna presto da me, io ti aspetterò… Saraniè, la tua Aurore.”

Il suo nome era Han Jae-Hwa. Era nato a Seoul, figlio di un costruttore edile e di una pianista, la sua famiglia era una delle più ricche della città, e il suo futuro sembrava già scritto. Tutti si aspettavano che avrebbe seguito la tradizione familiare prendendo il posto del padre nella ditta di costruzioni dopo essersi laureato in architettura edilizia, o che avrebbe intrapreso la carriera di pianista seguendo le orme della madre, ma Jae-hwa era un ragazzo dall’indole ribelle, un sognatore affamato di vita, un giovane diciottenne che non vedeva l’ora di fare la valigia e trascorrere gli anni migliori della sua gioventù viaggiando da un capo all’altro del continente, imparando nuove lingue, conoscendo diverse culture, sperimentando l’emozione di essere cittadino del mondo intero. La sua famiglia ovviamente non appoggiava questo suo atteggiamento, sia il padre che la madre tentavano di osteggiarlo in tutti modi possibili, ma Jae-hwa era già padrone del suo destino e nessuno lo avrebbe convinto ad abbandonare i suoi progetti, neppure il fratello gemello Jae-jung, tanto simile a lui nell’aspetto esteriore quanto diverso nel carattere. Jae-jung era il suo opposto, era educato, diligente, posato, obbediente alle regole della famiglia, pronto a sostituire il padre nel ruolo di costruttore edile quando fosse giunto il momento del suo pensionamento. Era il figlio perfetto, incarnava tutti i desideri dei suoi genitori, non aveva la spavalderia e la sfrontatezza del fratello, per questo in casa Han non si parlava d’altro che di Jae-jung, come se lui fosse l’unico figlio maschio, il solo erede del buon nome di famiglia, e Jae-hwa non contasse nulla, trattato come l’immagine speculare imperfetta e ribelle del fratello. La prima volta che vidi Jae-hwa fu in occasione del mio arrivo in Corea del Sud, nell’estate del 1996.

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Ero una studentessa francese appena quindicenne che partecipava a un progetto di gemellaggio tra Parigi e Seoul, una ragazzina dai lunghi capelli biondi e gli occhi azzurro mare dall’aspetto acqua e sapone di una lolita parigina a cui era stato offerto un viaggio studio estivo di tre mesi a Seoul per imparare la lingua e i costumi sudcoreani. La famiglia che mi avrebbe ospitato aveva una tradizionale casa handok con il tetto di tegole nere a forma di pagoda, la struttura in muratura esterna con interni in legno, il pavimento riscaldato hondol, e un bellissimo giardino all’esterno. I coniugi Park non avevano figli, erano sulla quarantina, gestivano un ristorante di cucina tipica coreana nel centro di Gangnam, e io ero lì come ospite e come aiuto cameriera dal Lunedì al Venerdì. Il Sabato e la Domenica erano i giorni in cui potevo andarmene a zonzo per la città, approfittando della mia passione fotografica per immortalare le bellezze storiche e culturali di una Seoul che sfoggiava la modernità dei grattacieli in acciaio e vetro, dei negozi alla moda, dei ristoranti e degli hotel di lusso, dei grandi centri commerciali super tecnologici in netto contrasto con l’antichità dei maestosi palazzi della dinastia reale Joseon che aveva guidato il regno coreano per secoli fino alla caduta dell’impero nel 1900. Amavo la fotografia, e stavo valutando la possibilità di trasformare la mia passione in una futura attività lavorativa, sebbene fossi iscritta ad una scuola d’arte dove i miei insegnanti mi incoraggiavano a seguire la mia naturale propensione per la pittura e la scrittura. Ero ancora troppo giovane per sapere che alla fine avrei scelto di diventare una scrittrice, e nel Giugno del 1996 il mio unico obbiettivo era godermi il mio viaggio studio in Corea e tornare a casa a fine Settembre con la capacità di parlare e scrivere il coreano perfettamente. Non immaginavo che avrei incontrato un ragazzo tanto bello e intrigante da farmi innamorare, non avevo messo in conto la possibilità di imbattermi in un amore estivo che avrebbe influito sul corso della mia vita. La Domenica del 10 Giugno mi ero svegliata presto, avevo preso un treno per Mokpo, a sud della penisola, insieme con Mi-rae, una cameriera del ristorante dei Park della mia stessa età con cui avevo stretto una complice amicizia, e in tre ore eravamo arrivate sul posto. L’obbiettivo era andare al mare, all’isola di Jeungdo, a pochi chilometri dalla cittadina peschiera di Sinan. Ci eravamo arrivate in pullman, verso l’ora di pranzo, ed eravamo corse subito in spiaggia armate di bikini, teli di spugna, crema solare e due confezioni di gelato da mangiare sotto il sole. Ricordo quel giorno come fosse oggi, il sole era limpido, il mare turchese, l’aria profumava di sale e iodio.

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Stesa al sole sulla pancia con i gomiti poggiati sulla sabbia e un libro aperto sotto di me, avevo notato le piccole barche colorate che rientravano dal largo con a bordo giovani ragazzi dai capelli neri e la pelle abbronzata. Mi-rae mi aveva detto che erano i figli dei pescatori di Sinan che in estate davano una mano ai genitori uscendo a pesca nei vivai di cozze, e che non era il caso di prestar loro troppa attenzione perché erano rozzi e puzzavano di pesce, e le ragazze benestanti di Seoul non avevano nulla da spartire con quei pescatori senza won. Ma io non ero una ragazza di Seoul, ero una giovane francese cresciuta sulla costa bretone della Francia, la figlia modesta di un allevatore di cavalli e di una maestra di scuola elementare, vivevo a Parigi solo per studiare alla scuola d’arte, non ero una parigina snob con la puzza sotto il naso, i pescatori bretoni mi piacevano, ero abituata a frequentarli quando andavo al mare a Quiberòn. Per questo mi ritrovai a passeggiare lungo la riva quel giorno di Giugno osservando quei ragazzi coreani con gli occhi a mandorla grandi e allungati, così affascinanti nella bellezza dei loro tratti asiatici. Fu così che conobbi Jae-hwa. Il tempo di uno sguardo. Uno sguardo sospeso nel tempo cristallizzato. L’incontro di due anime nel silenzio del tardo pomeriggio. Dieci minuti dopo, il mio nome era già sulle sue labbra, la mia mano era già stretta nella sua, i nostri corpi erano già così vicini da sfiorarsi ad ogni respiro. E quella sera, al calare del sole, Jae-hwa mi portò a mangiare zuppa di pesce in salsa piccante in un chiosco affacciato sulla spiaggia, con Mi-rae che ci teneva compagnia e lo studiava in silenzio, mentre lui mi faceva la corte in modo spudorato e io ridevo declinando ogni suo tentativo di corrompere la mia castità. Ci disse che era ricco, ma che non voleva esserlo, che aveva lasciato la sua casa di Seoul a diciott’anni per venire a lavorare come pescatore lì a Sinan, ci disse che stava mettendo da parte i soldi che guadagnava lavorando e che a fine estate sarebbe partito per l’Estero, ancora non sapeva dove andare, forse in Australia, poi avrebbe girato tutta l’Europa e avrebbe lavorato per avere soldi sufficienti per pagarsi un biglietto aereo per l’America. Voleva visitare tutto il mondo, da solo, e lo avrebbe fatto senza toccare un solo won della sua famiglia. Quando Mi-rae gli chiese perché odiasse così tanto la sua famiglia e il suo status di ricco borghese, lui rispose che non amava i suoi genitori e suo fratello gemello perché il futuro che loro avevano in mente per lui non lo

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avrebbe reso felice, tutt’altro, e che andandosene via da casa aveva dato a Jae-jung campo libero per dimostrare ai suoi genitori quanto era intelligente e capace di diventare il figlio perfetto che loro desideravano. “Io sono la pecora nera di casa Han”, diceva parlando di se stesso, consapevole di essere disprezzato dai genitori per il suo carattere ribelle e il suo atteggiamento anticonformista. Jae-jung gli aveva detto chiaramente in faccia che era stato un bene per la famiglia che lui si fosse tolto di mezzo andando via di casa. Non era degno di rappresentare il loro buon nome, era una testa calda, un attaccabrighe e uno scavezzacollo, mentre Jae-jung era l’esempio perfetto dell’uomo d’affari coreano. Quella sera parlammo a lungo, fino a notte inoltrata, bevendo soju fino a diventare brilli, e quando ci rendemmo conto di aver perso l’ultimo pullman per Seoul non ci rimase altro da fare che dormire sulla spiaggia, avvolti in pesanti coperte per proteggerci dall’umidità, sotto un meraviglioso cielo stellato. Il mattino seguente, vidi l’alba sorgere all’orizzonte sulla linea sfocata del mare fuso con il cielo, e nella luce rosata del primo mattino Jaehwa mi rubò il primo bacio, cogliendomi di sorpresa, regalandomi un brivido che mai dimenticherò. Mi chiese se sarei tornata a trovarlo, e io risposi che l’avrei fatto ogni Sabato e Domenica fino alla fine dell’estate. Mantenni quella promessa. La mia estate coreana fu splendida, durante la settimana lavoravo al ristorante dei Park aspettando che arrivasse il weekend, poi partivo in treno con Mi-rae e prendevamo il bus che ci portava a Sinan. Jaehwa compariva sempre nel primo pomeriggio, la pelle caramellata dal sole, i capelli neri lucidi che sembravano seta sciolti sulle spalle o a volte raccolti in un codino, e quegli occhi luminosi, immensi, così neri e così belli nella loro forma a mandorla allungata, ero pazza di lui, mi piaceva alla follia, e lui lo sapeva, lo sentiva, e sembrava provare le stesse emozioni che provavo io, perché ogni suo bacio era vero e sincero, ogni sua carezza era piena d’amore e dolcezza, tutto in lui emanava amore. Giugno volò via in un soffio, Luglio svanì in un attimo, Agosto finì in un battito di ciglia. Il primo giorno di Settembre, un Venerdì grigio e piovoso, segnò la fine del mio soggiorno in Corea. Salutai i Park e Mi-rae fra le lacrime, un taxi mi accompagnò all’aeroporto di Seoul per il volo di sola andata diretto a Parigi, feci il check-in con il cuore pesante nel petto e attesi il mio volo seduta alla caffetteria affacciata sulla pista di

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atterraggio. Jae-hwa arrivò cinque minuti prima dell’imbarco del mio volo, sorridente come sempre, uno zaino in spalla e due borsoni per ciascuna mano. Partiva per l’Australia, atterraggio a Sidney. Prendemmo un caffè insieme, in un’atmosfera pesante e triste. Ci stavamo separando, sapevamo fin dall’inizio che sarebbe arrivato quel momento, ma immaginarlo era meno doloroso che viverlo. Io non sapevo cosa dire, una parte di me stava andando in pezzi, mi sentivo soffocare da un oceano di sofferenza indescrivibile. Ricordo le ultime parole di Jae-hwa. “Sapevamo che ci saremmo fatti male, e ora eccoci qui, tutti pieni di ferite e cerotti… Io non ti dimenticherò, ti porterò con me in ogni luogo che visiterò… Promettimi che farai lo stesso… E che diventerai una scrittrice, perché ovunque sarò, io leggerò tutti i tuoi libri… Promettilo Aurore.” Lo promisi. Lo giurai sul nostro amore. “Ti ho amato davvero Aurore… Continuerò ad amarti, non smetterò mai di amarti.” Lo disse prima di baciarmi, per l’ultima volta, mentre la partenza del mio volo veniva annunciata dagli altoparlanti e il mio viso si bagnava di lacrime. Jae-hwa non pianse, lui non piangeva mai, era forte come una roccia. L’ultima immagine che ho di lui è quella di un ragazzo in jeans e maglietta che mi sorride e agita le braccia sopra la testa per salutarmi. Era un “ciao”, un “ci rivedremo presto”, un “tornerò da te un giorno”, non era un addio. Sono passati quindici anni da quel giorno all’aeroporto. Ora ho trent’anni. Sono diventata una donna, e una scrittrice famosa. Per anni ho aspettato, sognato e sperato che Jae-hwa un giorno ricomparisse magicamente nella mia vita. Sono tornata in Corea, tre anni fa, per una breve vacanza. Ho ritrovato i Park, anziani ma in salute, ho rivisto Mi-rae, sposata e madre di tre figli, sono stata a Sinan e sull’isola di Jeungdo, ho chiesto di Jae-hwa a un pescatore che usciva in barca con lui, non l’ha più visto né sentito, ho chiesto notizie della famiglia Han a capo dell’impresa edile Han Buildings di Seoul, il padre di Jae-hwa, Mister Tae-jin, è ancora il dirigente dell’impresa, la moglie Son-yeong ha concluso la sua carriera di pianista ritirandosi dalle scene, e Jae-jung è emigrato a New York dopo la laurea in edilizia per aprire una propria società di costruzioni. Nessuno ha notizie di Jae-hwa. C’è solo una cartolina che ha spedito a un vecchio pescatore di Sinan, una cartolina di sei anni fa con l’immagine dei ghiacciai di Punta Arenas, nel punto più

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estremo del Cile, la Terra del Fuoco, e poche righe scritte a penna sul retro: “A Kyung-bok, che diceva che non sarei mai arrivato tanto lontano… Un saluto, Jae-hwa”. E’ l’unica testimonianza del fatto che sia ancora vivo, e io me lo immagino in viaggio verso altre mete, solo con se stesso, un bellissimo uomo coreano di trentatré anni che avrà visto quasi tutto il mondo, e che forse tra qualche anno deciderà di tornare a casa. Quando lo farà, io sarò qui ad aspettarlo, come ho sempre fatto, in nome delle promesse che ci siamo scambiati. Spero di essere la prima persona a cui telefonerà.

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2 Dicembre 2011, Belgio, città di Bruges. Market Square. E’ una gelida mattina invernale a Bruges. Durante la notte ha nevicato, la piazza del mercato è coperta da uno strato di venti centimetri di neve fresca che scricchiola sotto i miei stivali di pelle di daino. Il cielo è di un azzurro limpido, e il sole splende già sulla città al risveglio. Lungo i marciapiedi alcuni ragazzini in vacanza aiutano i negozianti a spalare la neve con il buonumore tipico che si respira quando mancano pochi giorni a Natale, e le canzoncine natalizie che provengono da ogni negozio contribuiscono a rendere allegra l’atmosfera già resa festosa dalle decorazioni che abbelliscono le vetrine. Come ogni giorno, spingo la porta a vetri del Cafè Craenenburg che si apre tintinnando dall’interno. La caffetteria è calda e immersa nell’atmosfera natalizia, con le pareti decorate da festoni luccicanti, angeli bianchi di stoffa, pupazzi di neve di carta, palline di vetro colorate che pendono dal soffitto. Nell’aria aleggia un misto di profumi di cannella, vaniglia, cacao, e caramello. Anche qui, la musica diffusa dalla radio alterna canzoni natalizie tradizionali belghe ai classici motivi senza tempo americani. Mi siedo al mio tavolo preferito, accanto alla grande finestra affacciata su Market Square, mi levo i guanti, la sciarpa, e il piumino imbottito, apro la borsa e tiro fuori il mio portatile con gli appunti del nuovo libro che sto scrivendo, il decimo da quando ho iniziato a scrivere. Una cameriera mi porta un vassoio con una cioccolata calda con panna e un piattino di biscotti di pan di zenzero a forma di omino di neve. Mi riscaldo le mani fredde stringendo la tazza bollente e intanto leggo gli ultimi commenti dei miei lettori sulla pagina ufficiale di Facebook dedicata a me e ai miei libri. Mancano cinque giorni a Natale, e i miei “fans” hanno postato deliziose immagini di abeti decorati e paesaggi innevati seguiti da affettuosi commenti augurali. Mi perdo nella lettura, rispondo alla domanda di una lettrice francese sul mio ultimo romanzo pubblicato, ringrazio un lettore austriaco che mi augura buona fortuna per il nuovo libro, scrivo un messaggio privato alla mia editor, Sophie Julinet, per dirle che sto per iniziare il primo capitolo.

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Un’ora dopo, sono immersa nella stesura del prologo del mio decimo romanzo e ho già ordinato una seconda tazza di cioccolata con panna. All’inizio di ogni libro sono sempre talmente nervosa che mi abbuffo di cibi dolci e metto su uno o due chili di troppo, ma fortunatamente la mia linea non ne risente, sono una delle poche donne fortunate che arrivano ai trent’anni senza aver perso per strada la loro siluette giovanile. La porta della caffetteria tintinna alle mie spalle e con la coda dell’occhio scorgo Elsje, la figlia dei proprietari del Cafè Craenenburg, che entra nel locale reggendo un cesto di vivande e sparisce dietro il bancone, in cucina. Torno al mio lavoro, mordicchiando la testa di un omino di pan di zenzero. “Buongiorno Aurore! E’ arrivata una lettera per te.” Colta alla sprovvista, sollevo il capo dal portatile. “Oh, Elsje, scusami, non ti ho sentito. Cosa hai detto?” “E’ arrivata questa lettera per te”, mi ripete la giovane donna, posando una busta color panna sul mio tavolino. Perplessa, osservo la busta, indirizzata a: Miss Aurore Villon, autrice e scrittrice francese, attualmente residente a Bruges, Belgio, frequentatrice del Cafè Craenenburg, in Market Square. “Di chi sarà mai?”, chiedo, stupita dall’indirizzo alquanto bizzarro. “Non ne ho idea, il mittente non c’è, e onestamente non so come sia potuta arrivare fin qui con quell’indirizzo così strampalato!”. “Quando è arrivata?” “Questa mattina presto, l’ha consegnata il postino a mio marito quando abbiamo aperto la caffetteria.” Prendo la busta un po’ sgualcita fra le mani e osservo il timbro postale stampigliato in alto a destra sopra un francobollo raffigurante il Canada. “E’ stata spedita più di un mese fa, da Iqaluit, Nunavut.” “Accidenti, viene da molto lontano! Forse è un tuo fan, avrà letto su Facebook che ogni mattina vieni a fare colazione qui, e non sapendo dove scriverti, ha mandato la lettera al Cafè.” “Si, probabilmente hai ragione… Però, non pensavo di essere conosciuta perfino nel Nunavut, ci vivono solo eschimesi e inuit in quella regione…”

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Elsje scoppia a ridere divertita. “Fossi in te aprirei subito la busta e leggerei il contenuto, non sei curiosa?” “Eccome se lo sono! Peccato che non abbia messo il mittente, un fan del Nunavut si merita un mio libro autografato!” Mentre Elsje scompare nuovamente dalla mia vista accompagnata dalla sua gaia risata, faccio un po’ di spazio sul tavolino e infilo un pollice dentro il bordo della busta, strappandolo con l’unghia. Sbircio all’interno, vinta dalla curiosità, e vedo una lettera, un singolo foglio piegato in tre parti, e alcune fotografie poste al centro. Sfilo il tutto e per prima cosa guardo le fotografie. Sono quattro, in bianco e nero. Ognuna di esse reca una nota scritta a penna sul retro. La prima foto raffigura un uomo Inuit sulla quarantina che fuma una pipa seduto nel mezzo di un paesaggio innevato. “Questo è Imnek, il generoso capo villaggio Inuit di cui sono ospite. Mi ha insegnato a guidare i cani da slitta, siamo andati a caccia e a pesca insieme, e grazie a lui ho avuto un incontro ravvicinato con un orso polare.” La seconda foto raffigura il volto sorridente di una donna Inuit sulla trentina impellicciata. “Questa è Kaya, la bella e giovane moglie di Imnek. E’ una donna amorevole e materna con ogni membro del villaggio. Il suo stufato di foca è delizioso.” La terza foto è di una ragazzina Inuit con le trecce e il viso paffutello in cui splende un radioso sorriso. “Questa bellissima quindicenne è Shila, la figlia maggiore di Imnek e Kaya. Si è assunta il compito di insegnarmi la lingua Inuit.” Infine, la quarta e ultima foto, ritrae un uomo in giacca a vento imbottita e cappuccio sul capo inginocchiato sulla neve, intento a rifinire l’esterno di un igloo con un coltello.

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“Indovina chi è quest’uomo di spalle? Sono proprio io, e quello che vedi è il mio igloo, costruito con le mie mani!” Un tuffo al cuore mi toglie il respiro leggendo quelle poche righe. Riguardo la foto trattenendo il respiro. Mio Dio… E se fosse… Se fosse lui?... Proprio LUI…? Con il cuore in gola e le mani improvvisamente tremanti, apro la lettera piegata in tre parti e inizio a leggere. “5 Novembre 2011, Canada, Nunavut. Aurore, mia bellissima Aurore, non sono certo che tu riceva questa lettera, forse c’è solo una probabilità su cento che io sia così fortunato da riuscire a raggiungerti senza avere il tuo esatto indirizzo, ma è una vita intera che mi affido al destino e non vedo perché mai questa volta non dovrebbe essere al mio fianco come sempre, perciò eccomi qui a scriverti dopo quindici anni di silenzio, nella folle speranza che tu finisca per ricevere questa lettera. Ho mille cose da dirti, ma non saprei da dove iniziare, quindi ti dirò le cose davvero importanti, quello che tu devi sapere e sentirti dire. Mi manchi, e mi sei mancata ogni singolo giorno dei miei anni trascorsi in viaggio da un capo all’altro del mondo. Dal giorno in cui sono partito, quindici anni fa, non ho fatto altro che pensarti, ho portato nel mio cuore e nella mia mente la tua immagine in ogni singolo luogo in cui ho messo piede, avrei voluto che tu fossi lì con me e vedessi, sentissi, gustassi, provassi tutto ciò che io vedevo, sentivo, gustavo e provavo, avrei desiderato condividere con te tutte le mie emozioni e averti al mio fianco come compagna di viaggio, saperti lontana mi faceva sentire incompleto, come se avessi scordato di mettere in valigia una parte di me. Sei sempre stata presente nella mia vita e ogni giorno t’inviavo i miei pensieri guardando l’alba e il tramonto sperando che questi ti raggiungessero. Ho girato il mondo in lungo e in largo, da nord a sud, da est a ovest, e più il tempo passava più mi rendevo conto che l’unico punto fermo della mia vita eri tu, il porto sicuro dove rifugiarmi, la casa del mio cuore, l’altra metà della mia anima.

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Se ora mi guardo indietro, ripensando a dove sono stato e a tutte le persone che ho incontrato, non rimpiango nulla, nessun luogo visitato, nessuna esperienza vissuta, nessun pericolo scampato, non rimpiango niente di niente perché tutto è stato meraviglioso e indimenticabile come volevo che fosse, come avevo sognato prima di partire, e sono felice di aver vissuto quindici anni della mia vita in questo modo. Il mio unico rimpianto sei tu, Aurore. Di noi due ho conservato tutto, le nostre risate, i nostri sguardi, i caldi abbracci e i baci appassionati, le carezze e i respiri mescolati, le nostre chiacchierate, le promesse che ci siamo fatti, il nostro amore così puro e intenso, tutto è rimasto dentro di me come una dolce e innocua infezione che circola nel mio sangue e non guarirà mai. Eravamo così giovani, era l’amore di un’estate, eppure è durato nel tempo, come un diamante che non si scalfisce, e a distanza di anni io ti amo come il primo giorno che ti ho vista sulla spiaggia di Jeungdo. Non puoi immaginare quante volte mi sono detto che dovevo tornare indietro, venire a cercarti e farti mia per sempre, ma ho sempre sperato che tu mi avresti aspettato, e che la nostra storia aveva un senso anche per te. Così ho continuato a viaggiare, ho riempito centinaia di pagine di diari appuntandovi ogni singola emozione, descrivendo tutto ciò che mi succedeva ogni giorno, l’ho fatto unicamente per te, perché potessi leggerli quando sarei tornato a casa alla fine del mio lungo peregrinare, e ho riempito un borsone intero di souvenir da regalarti, uno per ogni paese, città, stato in cui ho soggiornato. In questo momento mi trovo in Canada, nello stato del Nunavut, ospite di un villaggio Inuit. Qui il ghiaccio e la neve sono gli unici elementi del paesaggio, fa molto freddo, vado a caccia di caribù e renne con il capo villaggio, Imnek, sua moglie Kaya mi ha cucito degli abiti in pelliccia di foca, e la loro unica figlia, Shila, mi sta insegnando la lingua inuit. Dormo in un igloo di neve ghiacciata che ho costruito da solo, ogni notte mi sveglio per guardare la magia dell’aurora boreale, ho un cane husky con gli occhi azzurri e il pelo bianco che ho chiamato Cisco. Rimarrò qui fino a Febbraio, poi userò il denaro che mi è rimasto per andare nel Montana, e a fine Marzo finalmente tornerò a casa. Ho voglia di rivederti, di riabbracciarti, di sentirti dire che mi ami ancora. Sono convinto che tu mi stia aspettando, e mi aggrappo a questo pensiero ora più che mai.

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Ho trovato il coraggio di scriverti solo adesso perché sul volo aereo dal Brasile al Canada ho sfogliato una rivista e c’era un articolo dedicato a te. Ho letto che ti sei trasferita a Bruges da un paio d’anni, e che scrivi i tuoi libri sui tavolini del Cafè Craenenburg. E’ a questo indirizzo che ho deciso di inviare la mia lettera, prego perché ti arrivi in tempo per Natale, voglio che sia il regalo più bello che riceverai quest’anno. C’era una tua fotografia nell’articolo della rivista, l’ho ritagliata e portata via con me. Sei diventata una donna splendida, il colore dei tuoi occhi è ancora più intenso di come lo ricordavo, i tuoi capelli hanno il colore del grano maturo, e la tua pelle è così fresca. Sapevo che non saresti cambiata, sei rimasta la ragazza acqua e sapone che ho salutato all’aeroporto di Seoul quindici anni fa, la mia dolce Aurore dalla pelle di latte. Ti guardo ogni sera prima di addormentarmi, e non vedo l’ora di tornare da te. Sei bellissima, sto impazzendo da quanto ti amo e ti desidero di nuovo accanto a me. Sono felice che tu sia diventata una scrittrice di successo, ho letto tutti i tuoi libri, dal primo all’ultimo. Ero in Spagna quando è uscito il tuo primo libro, l’ho visto in una libreria di Madrid e ho provato un senso di orgoglio che non posso descriverti a parole. Me ne andavo in giro per le strade con il tuo libro in mano e lo mostravo ai passanti dicendo “Eso es un libro de mi chica!”, e tutti mi guardavano come fossi matto. Un anno dopo è uscito il tuo secondo libro, mi trovavo in Svezia, avevo finito tutti i soldi e non potevo comprarlo. Mi è bastato dire alla proprietaria della libreria che l’autrice era la mia fidanzata per averlo senza pagare un soldo, forse pensava che sarei tornato da lei con il libro autografato da te. Ho sempre tenuto d’occhio le vetrine delle librerie perché sapevo che prima o poi avrei letto il tuo nome sulla copertina di un nuovo libro e non volevo rischiare di perderne nemmeno uno. Ce li ho tutti e nove, chiusi in valigia, e quando tornerò scriverai una dedica su ognuno di essi. Aurore, amore mio, non lasciare Bruges, ti prego. Aspettami, sarò lì a fine Marzo. Affiderò al destino questa lettera, e se la riceverai, se mi ami ancora e se mi vuoi ancora, sappi che io verrò a cercarti a Bruges e ti troverò. E’ una promessa. Ti Amo, Jae-hwa.” Il tempo si è fermato. Sono incredula, sorpresa, tremo come una foglia. Non mi aspettavo nulla del genere. Ho atteso quindici anni.

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Ho pregato, sperato, sognato che arrivasse un momento come questo. E alla fine è arrivato. E’ qui, fra le mie mani. Una lettera di Jae-hwa. Le parole di Jae-hwa. La conferma che dopo così tanto tempo nulla è cambiato. Mi ama ancora. Mi pensa. Sta per tornare da me. E’ un’emozione troppo grande, troppo forte. I miei occhi si riempiono di lacrime, le sento scendere lungo le guance tracciando calde scie sulla mia pelle, le lascio scorrere, non mi vergogno che qualcuno possa vedermi, sono lacrime di sollievo, di gioia, di liberazione. La lunga attesa è finita, posso smettere di vivere in apnea e ricominciare a respirare. Rileggo la lettera un’altra volta, guardo le foto che Jae-hwa mi ha spedito dal Nunavut, è tutto vero, è reale, non sto fantasticando ad occhi aperti. Sono così felice e agitata, non riesco a smettere di tremare. Chiudo gli occhi, respiro a fondo, sento la tensione che piano piano, poco a poco se ne va. Il tempo riprendere a scorrere, apro gli occhi e vedo il volto di Elsje che mi fissa preoccupata dal bancone. “Aurore, tutto bene? Sei pallida come un cencio!” “Non è niente… Sto bene… Non preoccuparti.” “Sicura? Mi sembri sconvolta.” “No, è tutto okay, tranquilla.” Mi asciugo il viso umido di pianto con il dorso delle mani e ripiego la lettera di Jae-hwa, la bacio prima di riporla nella busta insieme alle fotografie, la metto al sicuro nella borsa e prendo il cellulare. Compongo il numero di Sophie, la mia editor, attendo tre squilli, poi lei risponde, la voce distante e assonnata. “Aurore, sono appena le nove del mattino, non dormi mai?” “Sophie, ti prego, svegliati, ho bisogno di te, ora.” “Sono già sveglia, cosa diavolo vuoi?” “Dimmi il nome di un quotidiano che esce ogni giorno nel Nunavut, in Canada.” “Scusa, come hai detto?! Nunavut?!” “Si, hai capito benissimo, Nunavut, mi serve il nome di un quotidiano locale.” “E perché mai?!” “Perché sì! Trovami quel nome, è importante.” “Va bene, va bene, non urlare. Ti richiamo io fra cinque minuti con il nome che ti serve.” “No, devi cercarlo subito, io aspetto in linea.”

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“Oh, Dio mio… Sei la peggiore autrice che poteva capitarmi, sempre così impaziente e imprevedibile… Non hai la minima pietà per me.” “Sophie, non lamentarti, sbrigati.” “Aspetta un attimo, lasciami il tempo di avviare il mio portatile, abbi un secondo di pazienza… Allora, vediamo… Canada, Nunavut… Quotidiani…” Resto in attesa mordicchiandomi un’unghia, dondolando il piede nervosamente sotto il tavolino. “Eccolo, trovato!” “Davvero?!” “Certo! Il quotidiano che esce ogni mattina nel Nunavut è il Nunavut News North, ha una pagina di cronaca, una economica, una sportiva, degli spazi pubblicitari, il meteo…” “Sophie, non mi interessa quante pagine ha, voglio solo la mia faccia e il mio nome in prima pagina, e un annuncio a caratteri cubitali stampato sotto.” “Come hai detto?!” “Hai capito benissimo. Sophie, si può fare?” “Un attimo, fammi capire. Perché mai la tua faccia e il tuo nome dovrebbero comparire sulla prima pagina del quotidiano del Nunavut letto soltanto da eschimesi e inuit che non sanno nemmeno chi tu sia?” “Perché ho appena ricevuto una lettera di Jae-hwa spedita in Novembre dal Nunavut e lui si trova ancora là, devo fargli sapere che ho ricevuto la sua lettera e che sono qui ad aspettarlo!” Silenzio improvviso aldilà del cellulare. “Pronto, Sophie? Sei ancora li?” “Sì… Scusami, ho avuto un lieve shock.” “Non aggiungere altro, dimmi solo se si può fare.” “Bè, considerando che non conosco nessun giornalista belga residente nel Nunavut, posso solo contattare il direttore del quotidiano e chiedergli di fare ciò che tu mi chiedi, ma non ti posso garantire nulla, potrebbe anche mandarmi a quel paese.” “Oh, andiamo, tu ottieni sempre ciò che vuoi.” “Infatti ho detto che ci proverò.” “Grazie Sophie, sei la mia salvezza, davvero, ti adoro!” “Aurore, ora calmati, farò il possibile, te lo prometto, ma non gioire in anticipo.” “D’accordo, però tu cerca di strappare a quell’uomo la prima pagina, ti supplico.”

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“Faccio immediatamente una ricerca su internet, se trovo il sito web del giornale ci sarà di certo un indirizzo email o un numero telefonico da contattare.” Silenzio, ticchettio di unghie sulla tastiera di un pc, ancora silenzio, il ‘click’ del mouse ripetuto un paio di volte. “Indovina un po’? Ho appena scoperto che il direttore del giornale è una donna, sei davvero fortunata mia cara! Non mi dirà di no, la tua storia è troppo romantica. C’è l’indirizzo email della redazione, posso contattarli subito. Il quotidiano è interamente a colori, provvederò ad inviare una bella fotografia del tuo faccino sorridente allegata alla mail. Cosa vuoi scrivere nel messaggio da abbinare alla foto?” “Accidenti, non lo so, non ci ho ancora pensato!” “Ti concedo due minuti per farlo, adesso, e sii concisa.” Chiudo gli occhi per concentrarmi, e penso a una frase che racchiuda mille parole in meno di cento caratteri. “Okay, scrivi questo messaggio: “Jae-hwa, ho ricevuto la tua lettera. Ti aspetto a Bruges. Ti amo, Aurore”. Ti sembra abbastanza chiaro e conciso?” “Direi che è perfetto. Mi metto subito al lavoro, scrivo alla direttrice del giornale e le spiego l’intera situazione, e se tutto va bene ti mando la bozza della pagina via mail tra mezz’ora.” “Grazie mille Sophie, a dopo.” Chiudo la telefonata e per un attimo resto lì imbambolata a fissare il cellulare con la mente frastornata. Ho bisogno di un caffè. Nero. Forte. Corretto con un goccio di rum. Chiamo la cameriera per l’ordinazione e mentre aspetto Elsje mi chiede chi mi ha scritto dal Nunavut. “Oh, nessuno di particolare, solo un vecchio amico che mi ha fatto gli auguri di Natale e non ricordava il mio indirizzo”, le spiego in tutta fretta, per evitare di doverle dare spiegazioni sulla mia storia con Jae-hwa che a lei non ho mai raccontato. Arriva il mio caffè, lo sorseggio piano e il rum mi brucia la gola ad ogni sorso, ma ne ho bisogno per riprendermi, sono ancora tutta sottosopra. Conto i minuti che passano lenti, aspetto per mezz’ora, tre quarti d’ora… E poi finalmente arriva una mail nella posta del mio portatile. E’ di Sophie, la apro, dice: “Sei in copertina! Da domani mattina fino a Santo Stefano!” Bingo! Cinque giorni in prima pagina! Jae-hwa vedrà sicuramente il mio messaggio. Allegato alla mail c’è il file con la bozza del quotidiano, senza esitare lo apro e sul desktop del portatile compare la prima pagina abbozzata

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del Nunavut News North. Sophie ha fatto un lavoro eccellente! La pagina è stupenda, con la mia foto al centro, e sotto, il messaggio scritto a caratteri cubitali. Quasi riesco a immaginare la faccia di Jaehwa quando gli capiterà fra le mani il quotidiano e leggerà il mio messaggio… Come vorrei poterlo vedere! Mi chiedo se è cambiato, se i suoi capelli sono ancora un po’ lunghi, se il tempo ha forgiato i suoi lineamenti delicati trasformandolo in un uomo maturo. Quante domande senza risposta mi girano per la testa! Ho bisogno di una pausa, di stare sola nel silenzio del mio appartamento nel centro storico di Bruges, a rileggere la lettera di Jae-hwa con calma per metabolizzare gli avvenimenti di questa intensa mattinata. Scrivo una mail a Sophie per ringraziarla di tutto. Chiudo il portatile e lo metto in borsa, pago il conto della mia colazione e saluto Elsje dicendole che ho delle commissioni da fare, infilo il piumino, i guanti e la sciarpa, esco dal Cafè nel gelo della città innevata, soffia un vento leggero e scende qualche fiocco dal cielo che si è riannuvolato. Tornando a casa a piedi mi fermo da Leonidas e acquisto un sacchetto di praline al cioccolato belga. Ho il cuore leggero dentro il petto, non mi sentivo così bene da anni, scombussolata e felice, euforicamente viva. Sto per passare un Natale da favola. Non importa se mi aspettano ancora tre mesi di attesa prima del ritorno di Jaehwa, la vita è talmente inaspettata e sorprendente che niente può guastare questo momento di idilliaca felicità, il momento in cui un uomo e una donna corrono l’una verso l’altra sconfiggendo la barriera del tempo che li separa. Tre mesi, e poi saremo di nuovo insieme.

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3 15 Febbraio 2012 Oggi è arrivata una cartolina postale da parte di Jae-Hwa. Me l’ha data Elsje quando sono andata a fare colazione al Cafè Craenenburg. Jae-hwa l’ha indirizzata nuovamente al Cafè, come la lettera che ho ricevuto in Dicembre. E’ una cartolina piuttosto grande con l’immagine di un panorama del Montana, spedita dalla città di Helena il 2 Febbraio. Elsje non l’ha letta, non avrebbe potuto farlo, Jae-hwa mi ha scritto in coreano, forse perché una cartolina può essere letta da chiunque, e Jae-hwa non vuole condividere con nessuno i suoi messaggi privati indirizzati a me. Non mi aspettavo l’arrivo di questa cartolina, è stata una sorpresa inaspettata. Leggerla è stato ancora più emozionante. “Aurore, volevo dirti che il tuo messaggio in risposta alla mia lettera pubblicato sul quotidiano del Nunavut mi ha lasciato senza fiato! Quando ho visto la tua foto sulla prima pagina del Nunavut News North non credevo ai miei occhi! E le parole che mi hai scritto mi hanno fatto capire che non ti ho persa, che dopo quindici anni non è cambiato nulla fra noi. Grazie per quel “Ti amo”, erano le due parole che aspettavo da te da quando ci siamo separati, sapere che mi ami ancora è meraviglioso, sono un uomo fortunato… Ti scrivo da Helena, nel Montana, sono qui da appena due giorni e ho già trovato lavoro come mandriano in un ranch. Dovresti vedermi, sembro un vero cowboy! Lavorerò al ranch finché non avrò abbastanza denaro per il mio ritorno a Bruges, aspettami, sarò lì presto. Ti Amo, Jae-hwa.”

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E’ incredibile come la vita a volte ci faccia dei regali tanto inaspettati, questo amore sbocciato per caso un’estate di quindici anni fa si è interrotto bruscamente e sembrava destinato a rimanere un ricordo, invece eccolo qui, che ritorna all’improvviso forte e profondo come allora, inalterato dal corso del tempo, dalla lontananza e dal distacco. E’ tutto il giorno che leggo e rileggo la cartolina di Jae-hwa, è ormai sera, la notte è buia sulle strade di Bruges, fuori fa molto freddo, e anche nel mio appartamento la temperatura non sale oltre i 18° gradi. Io però sto bene, il mio cuore è caldo, nella mia mente ho l’immagine di Jae-hwa con addosso dei vecchi jeans sdruciti, una camicia di flanella a quadri, un pesante giubbotto di daino, stivali di cuoio e cappello a tesa larga calato sul viso, lo immagino così, in sella ai puledri pezzati del Montana, mentre raduna il bestiame e lancia il lazo per acciuffare i vitelli che sfuggono dalla mandria, se chiudo gli occhi posso sentire il suo profumo di terra umida, erba appena falciata, fieno secco, e l’odore selvaggio dei cavalli che ho imparato ad amare da bambina, quando aiutavo mio padre a strigliare i puledri del nostro allevamento in Bretagna. E’ questa la felicità: una fiamma che arde dentro il mio cuore e mi riscalda in questa gelida notte di metà Febbraio.

*** 28 Marzo 2012 Jae-hwa mi ha scritto di nuovo! Un’altra maxi cartolina! Quasi la strappo via dalle mani di Elsje che mi guarda stupita e incuriosita, ignara di chi sia “l’ammiratore segreto”, come lo chiama lei, che continua a scrivermi al Cafè Craenenburg inviando cartoline giganti scritte in coreano, lingua che lei non capisce e non può leggere. “E’ solo un vecchio amico, te l’ho detto.” “Certo, solo un amico… Non me la bevo, sai? La tua faccia sembra quella di Giulietta che ha appena ricevuto una missiva dal suo Romeo rifugiato a Mantova.” “Oh Elsje, non esagerare.” “Secondo me ti sei fatta il fidanzato in gran segreto e non me lo vuoi dire… Ho ragione?” “Elsje…”

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“Dai, ammettilo.” “Elsje, dammi la cartolina, per favore…” Lei sorride, trattiene la presa sulla cartolina mentre io tento di portargliela via, alla fine cede e me la consegna. “Dimmi almeno se è un bell’uomo.” “E’ bellissimo, meraviglioso, la fine del mondo.” “Ah! Dunque non mi sono sbagliata, c’è un uomo nella tua vita!” “Presto lo conoscerai di persona, viene a trovarmi.” “Oh! E quando?” “Avrebbe dovuto già essere qui, ma forse ha avuto un ritardo… Sai, è un tipo che viaggia molto.” “Per affari o per piacere?” “Nessuno dei due, direi piuttosto per puro spirito d’avventura.” “Uhm, interessante. E da quanto tempo non lo vedi?” “Se non si sbriga a tornare saranno sedici anni a Giugno.” “Caspita! Sedici anni?! Non è stanco di viaggiare? Avrà girato tutto il mondo ormai!” “Bè, sì, più o meno è così… Scusami, ora vado a leggere la cartolina.” “Vai, vai… Ti preparo la colazione.” “Grazie Elsje, sei un tesoro.” Corro in tutta fretta al mio solito tavolino, mi siedo senza levarmi la giacca di jeans e finalmente guardo la cartolina. L’ha spedita dall’Irlanda il 23 Marzo, cinque giorni fa. Strano, non mi aveva detto che sarebbe andato in Irlanda. Cosa ci sarà mai andato a fare nella verde terra dei celti?... Trepidante e ansiosa, leggo il suo lungo messaggio: “Aurore, in Febbraio avevo detto che sarei stato lì a Bruges a fine Marzo, e così doveva essere, ma dopo la mia partenza dal Montana mi sono ricordato di una cosa importante che avevo lasciato in sospeso qui in Irlanda tre anni fa. Sono a Galway in questo momento, e il motivo che mi ha riportato in questa terra meravigliosa riguarda noi due e il nostro futuro. Non voglio dirti di più, sarà una sorpresa, un regalo che voglio a fare a te, e che penso ti renderà felice. Non mi tratterrò a lungo, non più di due settimane,

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quindi questa è l’ultima volta che ti scrivo, l’ultima cartolina che ricevi. Sono impaziente di rivederti, di riabbracciarti, di toccarti e baciarti. Ho pensato molto a noi due nell’ultimo mese, non siamo più ragazzini, siamo adulti, l’amore che ci lega merita di essere sugellato con una vita da vivere insieme. Aurore, ho intenzione di sposarti, voglio che tu sia mia moglie, la compagna della mia vita, l’unica donna che amerò fino all’ultimo dei miei giorni. Mi sposerai, Aurore Villon? Confido in un ‘Sì’… Ti Amo, Jae-hwa.” Ci sono momenti indimenticabili, che ti capitano una volta sola nella vita e non si ripetono mai più. Ho appena vissuto uno di quei momenti. Ho le mani fredde, mi gira la testa e mi manca l’aria. Jae-hwa mi ha appena chiesto di sposarlo. Di diventare sua moglie. La sua compagna per la vita. La sua unica donna. “Mi sposerai, Aurore Villon?” Ha scritto proprio così. E confida in un ‘Sì’. Dio mio, come potrei dire di no?... ‘Sì Jae-hwa, sì, ti sposo!’ Se fosse qui ora glielo direi a voce, ma lui non c’è, non ancora, quindi posso solo pensarlo, e gridarlo a gran voce dentro di me: ‘SI, TI SPOSO!’. Bacio la cartolina e me la stringo al petto con gli occhi chiusi, per non lasciare svanire troppo in fretta questo momento che non si ripeterà. La felicità è così fuggevole, voglio trattenerla ancora un po’ dentro di me. A Bruges l’inverno è ormai sbiadito e la primavera sta per fiorire con i suoi colori e i suoi profumi, presto i turisti affolleranno le strade e i canali, e il rumore degli zoccoli dei cavalli dei calesse scandirà l’arrivo della bella stagione. Jae-hwa sarà qui fra un paio di settimane, giorno più, giorno meno. Non so ancora cosa gli dirò quando finalmente sarà a pochi passi da me, ma di una cosa sono certa. Il giorno del suo ritorno sarà l’inizio della mia nuova vita. Anzi, della nostra nuova vita.

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4

10 Aprile 2012 E’ una splendida giornata di primavera a Bruges. Il cielo è di un azzurro terso, il sole è piacevolmente caldo sulla pelle, nei parchi e nei giardini pubblici l’erba è di un verde brillante, i tulipani sono già sbocciati nelle aiuole colorandole di rosso, rosa, giallo, arancione e bianco, l’aria profuma di fiori, ovunque si respira l’aroma della natura risvegliata dal torpore invernale. Sono trascorsi 13 giorni dall’ultima cartolina di Jae-hwa. Potrebbe arrivare in qualsiasi momento. Magari comparendo all’improvviso al Cafè Craenenburg. Oppure bussando alla mia porta senza preavviso. Lo sto aspettando con un misto di attesa e agitazione che mi accompagnano giorno e notte. Conto le ore, i minuti, i secondi. Mi aspetto di rivederlo da un momento all’altro. Oggi è Sabato, la sveglia ha suonato alle 07:00, ho fatto colazione in giardino con muffin al cioccolato inzuppati nel cappuccino caldo, mi sono concessa un bagno rigenerante immersa nella vasca colma d’acqua e bagnoschiuma alla rosa canina, ho fatto la pedicure e la manicure. Sophie è in vacanza a Bora Bora con il suo nuovo fidanzato, e ciò significa che mi darà tregua per i prossimi 15 giorni. Il mio decimo romanzo è quasi terminato, e senza Sophie che mi chiama ogni ora per sapere a che punto sono arrivata, posso permettermi un weekend di riposo all’aria aperta. Ho voglia di fare un giro in bicicletta lungo i canali di Bruges, stendermi al sole nel parco, mangiare un gelato alla fragola e panna. Apro l’armadio a muro della mia camera da letto, indosso un paio di jeans comodi con una maglietta color glicine, raccolgo i capelli in una coda alla base della nuca, scendo in cucina per prendere una bottiglia d’acqua minerale e una mela verde. Suonano alla porta. E’ sicuramente il postino, oggi non è ancora passato a consegnarmi le lettere dei miei fans. Vado ad aprire. Un uomo brizzolato vestito con un completo nero da autista mi sorride sull’uscio. “Buongiorno. Sono qui per Miss Aurore Villon.” “Sono io.”

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“Sono venuto a prenderla”, e così dicendo indica una Bentley nera parcheggiata nel vialetto con lo stemma dell’Hotel Krughel sulla portiera anteriore. “Mi scusi, dev’esserci un errore. Io non ho chiamato il servizio auto dell’Hotel Krughel.” “No, lei no. Qualcun’altro ha provveduto a farlo per lei.” “Posso sapere chi?”, chiedo, perplessa. “Mi spiace signorina, ma non sono autorizzato a darle questa informazione. E’ una sorpresa. Se mi segue capirà di cosa si tratta.” Una sorpresa? All’Hotel Krughel? Avverto un fremito percorrermi la spina dorsale. All’Hotel Krughel si svolgono conferenze, incontri di lavoro, ma si organizzano anche matrimoni e banchetti cerimoniali. Sto forse per andare a incontrare Jae-hwa?... E’ lui che mi ha mandato a prendere?... Immobile sulla porta, vedo l’autista porgermi il braccio quasi volesse scortarmi fino all’auto. “Posso prendere la mia borsa?” “Certamente signorina, faccia pure.” Rientro in casa con il cuore a mille, afferro al volo la mia borsa in pelle con il cellulare, il portatile e tutto ciò di cui ho bisogno quando sono fuoricasa, esco di corsa e chiudo la porta a chiave. L’autista mi fa strada e gentilmente mi apre la portiera posteriore. “Grazie.” Salgo a bordo e mi accomodo sul sedile in pelle color panna, l’auto parte e imbocca il viale che attraversa il centro storico di Bruges. “Signorina, c’è una busta per lei sul sedile accanto al suo, non vuole aprirla?” “Oh, certo, non l’avevo vista.” E’ una busta bianca anonima, la prendo, l’apro, sfilo il cartoncino che c’è all’interno. Riconosco all’istante la calligrafia di colui che ha scritto la frase al centro del cartoncino. E’ di Jae-hwa. “Sono tornato. E oggi è il giorno del nostro matrimonio.” E’ un tuffo al cuore. Uno spasmo allo stomaco. Jae-hwa è tornato! E vuole sposarmi! Oggi! Non posso crederci… E’ tornato senza avvisarmi, e ha organizzato il nostro matrimonio… Dio mio, sto per sposarmi!

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‘Calmati Aurore, respira, non svenire, non piangere, non andare in panico, non rovinare tutto!’ L’autista mi guarda nello specchietto retrovisore. “Signorina, va tutto bene?” “Ehm… Sì… Cioè, no… Non lo so, io…” Rido, nervosa e sorpresa. “Sì, va tutto bene, sto benissimo.” “Lei è una donna molto fortunata.” “Sì, lo sono davvero.” Rido ancora, rileggo il cartoncino, non mi sembra vero. Eppure, sta accadendo. Adesso. Pochi minuti dopo, la Bentley entra nel parcheggio dell’Hotel Krughel. Scendiamo, l’autista mi porta nuovamente il braccio e questa volta mi ci aggrappo perché ho le gambe di burro che non mi sorreggono e il fiato corto. ‘Non svenire, non svenire, non svenire…’. Me lo ripeto nella testa come un mantra, cercando di calmarmi. Nella hall dell’Hotel, una signora bruna in tallier color pesca mi viene incontro a braccia aperte. “Signorina Aurore Villon, la stavamo aspettando, è un grande piacere averla qui.” Mi sorride e mi stringe le mani nelle sue. “Il mio nome è Carin, mi segua mia cara, oggi è un giorno speciale per lei, e io farò in modo che tutto sia perfetto.” “La ringrazio Carin. Potrei avere un goccio di Brandy o di Whiskey? Credo di essere sul punto di svenire.” “Oh, suvvia! Faccia un bel respiro profondo, non c’è motivo di essere così nervosa, si rilassi, andrà tutto a meraviglia.” “Beh, sto per sposare un uomo che non vedo da quindici anni, come posso non essere nervosa?” Carin mi da un’occhiata furtiva, schiocca due dita verso la ragazza della reception e le fa un cenno che non capisco, la ragazza si alza in piedi e abbandona la sua postazione di lavoro per avvicinarsi a un minibar, e in un breve attimo me la ritrovo davanti con un bicchierino fra le dita. “Beva questa, l’aiuterà a stendere i nervi.” “Cos’è, Vodka?” “Esatto. Fa miracoli con tutte le spose.” “Grazie mille.” “Di nulla.” Ritorna di corsa alla reception, mentre io trangugio il bicchierino in un solo sorso sotto gli occhi di Carin. “Si sente meglio adesso?”

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“Uhm, posso averne un altro goccetto?” “Nemmeno per sogno! Vuole ubriacarsi? Coraggio, andiamo in un posto tranquillo.” Mi afferra per un polso e mi conduce in una saletta privata con grandi divani e poltrone di pelle, mi leva il bicchiere dalla mano e mi guarda negli occhi sorridente. “Allora, direi che possiamo cominciare.” “Cominciare cosa?” “Non vuole sposarsi in jeans e maglietta, vero?” “Oh… no… certo che no.” Si allontana rapidamente e solleva una scatola enorme posata sopra un tavolino. “Qui dentro c’è il suo vestito da sposa. Vuole aprire lei il coperchio?” “No, lo faccia lei, sono troppo emozionata.” “D’accordo, faccio io.” Si china sulla scatola, solleva piano il coperchio, e scosta un foglio di carta velina. Poi, sotto il mio sguardo incredulo, tira fuori dalla scatola un meraviglioso abito da sposa di seta e satin color perla con ricami di pizzo e pieghe di stoffa ricamate di perline iridescenti. “Oh mio Dio…” Carin mi sorride raggiante e si avvicina mostrandomi l’abito sorretto dalle sue mani perfettamente curate e smaltate. “Non è una meraviglia?” Eccome se lo è! Ha il corpino stretto senza maniche, la gonna ampia scivolata, lo strascico di almeno un metro. “E’ stupendo… Bellissimo…” “Lo ha scelto lui, ovviamente.” Cado dalle nuvole e chiedo: “Lui chi?” “Il suo fidanzato! L’uomo che sta per sposare!” Sono sbigottita. Jae-hwa ha scelto il mio vestito da sposa. E il modello è proprio il genere che avrei scelto io. Come ha fatto? Come può conoscermi così bene? Non mi vede da quindici anni! “Se la sente di provare questo vestito e vedere come le sta?” Annuisco con le lacrime agli occhi. “Sto per piangere.” “No no no, non è il momento delle lacrime! Su, mi segua dietro quel paravento laggiù, l’aiuterò a indossarlo.” Detto, fatto. Dieci minuti dopo, il meraviglioso vestito da sposa che stava rinchiuso nella sua bella scatola è addosso a me. Carin mi ha aiutata a vestirmi e ha stretto i lacci del corpetto dietro la schiena. Sotto, come vuole la tradizione, indosso qualcosa di blu (una

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giarrettiera), qualcosa di usato (il reggiseno e lo slip di pizzo), qualcosa di prestato (una sottoveste di raso gentilmente fornita da Carin), qualcosa di nuovo (le scarpe décolleté che stavano nella scatola insieme all’abito), e qualcosa di vecchio (un braccialetto di perle di Boemia appartenuto a mia madre che tengo nella borsa per sentirla sempre vicina). “Allora, come se lo sente addosso?”, mi chiede Carin, guardandomi con gli occhi che brillano. “E’ perfetto. E’ della mia taglia.” “E le scarpe come sono?” “Comode, mi calzano a pennello.” “Benissimo! Ora sistemiamo i capelli.” Seduta su un divano, mi lascio pettinare dalle mani esperte di Carin che raccoglie i miei lunghi capelli in un morbido chignon trattenuto sulla nuca da una decina di forcine, poi mi lascio truccare il viso con un tocco di fard sulle guance e un velo di ombretto perlato sulle palpebre. “Ha delle ciglia stupende, non le serve il mascara, è bellissima così com’è, al naturale.” Manca solo il tocco finale: un lungo velo di leggerissimo tulle con il bordo ricamato di pizzo bianco che Carin fissa delicatamente allo chignon. “Ecco fatto, abbiamo finito. Ora può guardarsi allo specchio.” Mi alzo in piedi, faccio un profondo respiro, quindi mi avvicino a un enorme specchio a muro fissato a una parete della saletta e guardo la mia immagine riflessa. “Oh mamma mia…” Sembro una principessa uscita da un libro di favole. Il vestito cade morbido e spumeggiante attorno ai miei fianchi, il velo mi cinge le braccia nude e le spalle scivolando leggero fino al pavimento, lo strascico disegna un semicerchio sul retro della gonna. Mi piaccio. Indosso l’abito dei miei sogni di bambina. Mi vedo e mi sento bellissima. “Non ho parole.” “Si piace?” “Moltissimo.” “E’ perfetta, una sposa magnifica. Le manca solo il bouquet.” Prima che abbia il tempo di chiedere dov’è, Carin lo estrae da un piccolo contenitore refrigerato e me lo porge. “Ecco qui il suo bouquet.”

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E’ un mazzetto rotondo di piccole rose rosse da poco sbocciate tenute insieme da un nastro di raso bianco. Lo prendo fra le mani e lo annuso, e senza volerlo conto le rose: sono quindici, una per ogni anno che io e Jae-hwa abbiamo trascorso lontani, separati l’una dall’altro. L’agitazione ha lasciato il posto alla gioia, sto vivendo un sogno, fluttuo a due metri da terra, non sento più il mio cuore ma so che sta battendo all’impazzata dentro il mio petto. “Aurore, si sieda qui, voglio farle una foto ricordo.” C’è un grande pouf imbottito alle mie spalle, mi siedo e sorrido felice. Scattata la prima foto, Carin mi sistema con cura il velo lungo le braccia e ne scatta un’altra. “Molto bene, ora aspettiamo alcuni minuti e vediamo come sono venute queste polaroid. Ne ho fatte due, così una può tenerla per sé e ricordare questo giorno.” “Grazie Carin. Sarà impossibile dimenticarlo. E’ il giorno più bello della mia vita.” “Lo so cara, lo è per tutte le spose.” Quando le polaroid sono pronte, Carin mi consegna quella che è venuta meglio fra le due. “Guardi qui com’è bella! Questo vestito le dona moltissimo, sembra cucito su misura per lei!” Carin ha ragione, Jae-hwa non poteva scegliere un abito più bello, mi ha regalato una favola che ricorderò per sempre. La ragazza della reception fa capolino nella saletta. “E’ pronta la sposa?” “Prontissima!”, esclama Carin, facendomi alzare in piedi. “Bene, �� arrivato il calesse.” Un’altra sorpresa di Jae-hwa: un calesse per condurmi nel luogo dove avverrà il matrimonio! “E’ arrivato il momento di andare, mia cara”, mi sussurra Carin, porgendomi la mano per accompagnarmi fuori. Accetto la stretta gentile delle sue dita, e procedo lungo la hall dell’Hotel Krughel stringendo il bouquet fra le mani sotto gli sguardi ammirati dei dipendenti e dei turisti che alloggiano lì. Carin porta a tracolla la mia borsa e si offre di mandarla nel luogo del matrimonio dopo che avrò scoperto dove si terrà, mi basterà chiamare la reception e farmi inviare la borsa che in questo momento non mi serve e non si addice all’abito che indosso. Dico a Carin che nella borsa c’è il mio portatile con i file del romanzo che sto scrivendo, e lei mi assicura che la metterà al sicuro nella sua cassaforte personale. Poi mi bacia entrambe le guance e mi augura una indimenticabile

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giornata. Ci salutiamo sull’ingresso, esco nel cortile invaso dal sole di mezzogiorno dove mi aspetta uno dei tipici calesse turistici di Bruges nero e bordeaux con una donna alla guida e un cavallo bianco che traina il mezzo. Salgo sul calesse e sistemo il vestito sul sedile imbottito. “Possiamo andare, signorina?”, mi chiede la cocchiera. “Si, andiamo.” Un ultimo sguardo all’Hotel alle mie spalle, dopodiché il calesse abbandona il grande cortile al trotto portandomi all’appuntamento più importante della mia vita e del mio destino.

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Sono le 12:30. Il calesse imbocca il grande arco di mattoni rossi che dà accesso al Kastell ten Berghe, un antico castello medievale costruito su un isolotto circondato dalle acque di un canale. E’ questo il luogo che Jae-hwa ha scelto per celebrare il nostro matrimonio. Un meraviglioso castello con un enorme parco verde, cigni e anitre che nuotano nel fossato del canale, oche selvatiche che beccheggiano tra l’erba, pini silvestri e salici piangenti a fare da cornice a questo romantico maniero in mattoni rossi. Non avrebbe potuto scegliere un posto migliore. A pochi metri dall’arrivo, sul ponte che conduce al cortile antistante il Kastell ten Berghe, come in un sogno, finalmente lo vedo. Jae-hwa. Il mio primo, unico amore. Mi aspetta d’innanzi al portone d’ingresso del Kastell, una figura altera, un uomo alto e fiero che attende il mio arrivo sotto il sole radioso di questo giorno d’inizio primavera. Pensavo che non l’avrei rivisto mai più. Credevo di averlo perso. E invece eccolo lì, il mio Jae-hwa, il ragazzo di Sinan che voleva portarmi con sé alla scoperta del mondo, che mi ha conquistata con i suoi occhi coreani neri come perle, che ha deciso di fare di me l’unica donna del suo domani. Rivederlo dopo tanti anni è un’emozione che non potrò mai raccontare a parole. E’ una gioia immensa, indescrivibile, una fiamma che divampa nell’anima e scorre nelle vene come fuoco liquido. Il calesse si ferma, sono a pochi metri da lui, non scendo, rimango lì seduta stringendo forte il mio bouquet. Voglio guardarlo, e incidere nella mia mente questo istante per farne un ricordo indelebile. E’ bellissimo, un uomo di trentatré anni che sembra essersi fermato alla freschezza dei suoi vent’anni. Non mi sorprende che non sia invecchiato, è tipico degli asiatici restare giovani e belli a lungo, e non mi stupisce nemmeno che non abbia deciso di vestirsi con un completo elegante, Jae-hwa non sarà mai quel tipo d’uomo, in un’occasione unica e speciale come questa, cos’altro poteva indossare se non la sua divisa da guerriero musà coreano, rispettando la sua nobile discendenza da una generazione di valorosi combattenti dell’antica dinastia coreana Joseon? E’ una divisa composta da una lunga tunica di velluto rosso porpora che gli arriva ai polpacci, con le

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maniche lunghe e ampie fino al gomito, strette sui polsi da nastri neri incrociati a “x”, il petto è di colore nero, come alcune fasce sui fianchi e sul retro della tunica, il collo a “v” è abbottonato di lato, e una fascia bordeaux gli stringe la vita. Sotto la tunica porta dei pantaloni neri infilati dentro gli stivali di cuoio, i capelli lunghissimi lucidi come seta corvina sono in parte sciolti sulle spalle e in parte raccolti in una coda legata alta con un doppio nastro di raso rosso porpora. Li ha lasciati crescere fino ai gomiti, sono quasi più lunghi dei miei. Amo la sua divisa da musà, l’ha indossata per me una sola volta, per mostrarmi con orgoglio le sue nobili origini, e oggi l’ha messa di nuovo, per me, perché è una divisa che ogni uomo d’onore coreano può permettersi di sfoggiare nelle cerimonie importanti. E’ stupendo. Regale. Sembra un cavaliere d’altri tempi. Rivedo in lui la bellezza di sua madre, il suo stesso viso ovale dai tratti morbidi e delicati, gli stessi grandi occhi a mandorla dal taglio allungato vagamente felino, la stessa bocca carnosa e seducente. Anche adesso che è un uomo fatto, il suo viso mantiene quella bellezza vagamente femminea che ho amato in lui fin dal primo sguardo. Ci guardiamo reciprocamente negli occhi per un istante così lungo che sembra non voler finire, e la sua espressione mentre mi contempla in silenzio tradisce una commozione che non è da lui. Dov’è finito il diciottenne spavaldo e ribelle che ho conosciuto in Corea? Cosa sono quelle lacrime trattenute a forza nei suoi occhi dolci e malinconici? Nella quiete che ci attornia, Jae-hwa si avvicina a grandi passi al calesse e dopo un breve attimo d’esitazione solleva un braccio e mi porge la mano. Le mie dita scivolano lentamente nelle sue, lui le stringe piano, il suo tocco ha lo stesso calore di tanti anni fa. Scendo a terra nel trionfo di pizzo, tulle, seta e satin del mio abito da sposa, Jae-hwa indietreggia di qualche passo senza lasciare andare la mia mano e mi osserva silenziosamente, poi, dopo avermi regalato un dolce sorriso, finalmente trova il coraggio di rompere il ghiaccio. “Aurore, sei stupenda.” La sua voce è un sussurro fra le labbra, e il suo sguardo è umido di pianto. “Non avrei dovuto lasciarti tornare in Francia quel giorno di Settembre, avrei dovuto portarti con me.” “Ero solo una ragazzina, ti amavo con tutta me stessa, ma non sarei stata pronta a seguirti in capo al mondo.” “E io non ho avuto il coraggio di rinunciare al mio sogno per stare al tuo fianco fin da allora.” “Jae-hwa, non abbiamo gettato via nulla, abbiamo seguito le strade che il destino aveva già scritto per noi, e ora quelle stesse strade che

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ci hanno diviso ci riportano qui, nuovamente insieme. Non rimpiangere il passato, non devi.” “E’ trascorso così tanto tempo, ti ho fatta aspettare per troppi anni. Scusami Aurore, mi dispiace se hai sofferto per causa mia, sono stato egoista… e sciocco.” Scuoto la testa, avvicinandomi a lui. “E’ stato ieri. Per me, è stato ieri. Ora sei qui, il resto non conta più, il passato è già sbiadito.” Una lacrima scivola piano sulla pelle liscia del viso ambrato di Jaehwa, la lascia andare, non l’asciuga. Sorpresa, scruto nella profondità del suo sguardo e vi leggo una fragilità che un tempo non c’era. Jaehwa ha sofferto molto più di me per la nostra separazione, lo comprendo solo adesso, di fronte alla sua anima che affiora nuda nelle sue iridi scure lucide di pianto. “Hey… I guerrieri Joseon non piangono”, dico, sciogliendo le nostre dita intrecciate per accarezzargli la guancia e asciugare quella lacrima con il pollice. “Io ho imparato a farlo, grazie a te.” “E che fine ha fatto il duro e ribelle ragazzo di Sinan che non piangeva mai?” “E’ diventato un uomo, e ha capito che la ribellione non porta da nessuna parte.” “Allora sei cambiato.” “Sì, sono cambiato… E tu?” “Io sono quella di sempre, l’Aurore che vive nei tuoi ricordi.” “Mi ami come allora?” “Di più, molto di più.” Jae-hwa solleva una mano e mi sfiora il viso con delicatezza. “Sei ancora mia?” “Lo sono sempre stata.” Lui sospira di sollievo, chiude gli occhi e li riapre subito. “Posso abbracciarti?” “Sì, ti prego abbracciami, stringimi forte, ne ho bisogno.” Le sue braccia mi avvolgono dolcemente, i nostri corpi si sfiorano, gli getto le braccia al collo e affondo il viso nella sua spalla, lui mi stringe più forte contro il suo corpo, chiudo gli occhi e mi abbandono nella sua stretta. “Mi sei mancata da morire”, sussurra contro il mio collo, prima di posare le labbra sulla mia pelle in un casto bacio. “Anche tu mi sei mancato, ogni singolo giorno fino ad oggi.”

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Respiro il suo profumo, l’aroma della sua pelle. Un tempo profumava di sale e mare, adesso odora di cannella e muschio bianco. Restiamo abbracciati a lungo, per colmare quel vuoto che ci siamo portati dentro il cuore per quindici anni, senza parlare, ascoltando i nostri respiri alternati, godendo del piacevole contatto dei nostri corpi uniti, separati solo dagli strati di seta e di velluto del mio abito e della sua uniforme. Ci siamo ritrovati, siamo di nuovo insieme, la tristezza della separazione si è annullata di colpo, sciolta nel calore del nostro abbraccio. Un lieve colpetto di tosse alle nostre spalle ci riporta alla realtà del presente. “Ragazzi, avete intenzione di sposarvi entro questa sera o devo tornare un altro giorno?” Ci voltiamo, ancora mezzi abbracciati. Sul portone del Kastell ten Berghe c’è un uomo sulla cinquantina in completo grigio che ci osserva impaziente. E’ il giudice di pace, l’uomo che celebrerà il nostro matrimonio. “Forza, entrate, avrete una vita intera per amoreggiare.” La magia del momento lascia il posto alla realtà. Ci aspetta il matrimonio, il rito civile che renderà ancora più concreta la nostra unione. “Sei pronta?” “Sì, sono pronta.” Jae-hwa mi sistema il velo con le mani, poi mi porge il braccio sinistro e io mi ci aggrappo, emozionata e felice. Attraversiamo il cortile a rapidi passi, varchiamo la soglia del Kastell ten Berghe, seguiamo il giudice di pace che ci fa strada lungo un corridoio di marmo con le pareti tappezzate di arazzi fiamminghi e quadri storici. Alla fine del corridoio, si apre una piccola cappella usata in tempo medievale dai sovrani che abitavano nel castello per celebrare incoronazioni e matrimoni combinati. Il luogo è intimo, con un piccolo altare di preghiera, illuminato da un finestrone con i vetri a piombo colorati. Mentre il giudice di pace prende posto dietro un piccolo banchetto con i documenti cerimoniali disposti sopra, Jaehwa ed io ci fermiamo in piedi a pochi passi dall’uomo. Alle nostre spalle, sbucata dal nulla, una ragazza con un violino prende posto su una sedia in un angolo della cappella e inizia a suonare una melodia fiamminga che non conosco, antica e solenne. Il giudice di pace si schiarisce la voce. “Carissimi presenti, sono stato chiamato qui oggi a celebrare la vostra unione secondo il rito civile. Data l’assenza di testimoni, sarò io a garantire la legittimità dello scambio delle vostre promesse

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matrimoniali, e secondo le leggi in vigore in questo stato è mio dovere leggervi gli obblighi che dovrete rispettare nella vita coniugale. Tali obblighi consistono nel dovere reciproco alla fedeltà, all’assistenza e al sostegno morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione pacifica. In veste di coniugi sarete tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale, a contribuire ai bisogni reciproci e della famiglia.” Una breve pausa, quindi l’uomo pronuncia la formula del rito civile. “Han Jae-hwa, intende prendere in moglie la qui presente Aurore Villon?” Jae-hwa mi lancia uno sguardo ammiccante, poi risponde: “Sì. Lo voglio.” “Aurore Villon, intende prendere in marito il qui presente Han Jaehwa?” Sorrido a Jae-hwa, che aspetta di sentire un ‘Sì’ come risposta dal giorno in cui me l’ha chiesto scrivendolo sulla cartolina che mi ha inviato dall’Irlanda, e rispondo: “Si… Si, lo voglio.” Nel breve silenzio che segue, il sospiro di sollievo di Jae-hwa è l’unico rumore ad echeggiare nella cappella. “Bene. Desiderate scambiarvi le fedi nuziali e pronunciare le vostre rispettive promesse matrimoniali?” Annuendo con un cenno del capo, Jae-hwa infila una mano nella tasca interna della divisa e tira fuori una scatolina nera, la apre, all’interno ci sono due anelli in platino, uno dei quali ha un diamante incastonato nel mezzo. Il giudice di pace li prende e li appoggia sul ripiano del banchetto. “Prego, ora scambiatevi gli anelli.” La violinista dietro di noi attacca un pezzo che ben conosco, l’Ave Maria di Schubert, e l’atmosfera si fa davvero romantica. Visibilmente commosso ed emozionato, Jae-hwa prende la fede più piccola, quella con il diamante, si volta verso di me, mi solleva la mano sinistra e guardandomi negli occhi dice: “Aurore, io ti prendo in moglie donandoti questo anello come simbolo del mio amore e della mia fedeltà, giurando di proteggerti e di sostenerti nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore, fino all’ultimo dei miei giorni. Nan dangsin-eul yeong-wonhi saranggeos.” ‘Ti amerò per sempre’, questo mi dice in coreano mettendomi la fede all’anulare. E’ della mia misura, mi sta a perfezione.

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Ora tocca a me. Prendo l’altra fede, lui mi porge la mano sinistra, gli stringo il polso e dico: “Jae-hwa, con questo anello io ti accolgo nella mia vita come marito, giurandoti amore eterno, rispetto e fedeltà, conforto e sostegno, nella buona e nella cattiva sorte, ora e per sempre. Je serai la seule femme dans votre vie.” ‘Sarò la sola donna della tua vita’, gli prometto in francese, infilando la fede al suo anulare. I suoi occhi brillano di gioia, esattamente come i miei, siamo entrambi al culmine della felicità assoluta. Il giudice di pace ci guarda compiaciuto e termina il rito con la formula finale. “A seguito della vostra risposta affermativa, e dello scambio delle fedi con relative promesse, io, ufficiale dello stato civile di Bruges, dichiaro in nome della legge che siete uniti in matrimonio.” Così dicendo, si piega sul banchetto e appone la sua firma su di una pergamena, poi ci invita a firmare nello spazio dedicato agli sposi, prima Jae-hwa, quindi io. “Congratulazioni, siete marito e moglie.” La cerimonia è terminata, l’uomo ci stringe la mano e ci augura un radioso futuro insieme, si scusa per la fretta, ma ha un altro matrimonio da celebrare in città. Lo guardiamo andare via di buon passo, la violinista ci saluta con un inchino e sparisce anch’ella nel corridoio. Rimaniamo noi due soli nella cappella, finalmente sposati, per sempre marito e moglie. Jae-hwa mi prende il viso fra le mani e mi chiede: “Posso baciarti, Signora Han?” “Devi baciarmi, è uno degli obblighi del matrimonio.” Sorridendo, mi afferra dolcemente alla vita e mi attira a sé, il suo viso si avvicina al mio, gli occhi si chiudono, i respiri si mischiano, le nostre labbra si cercano. E’ il primo bacio dopo l’ultimo che ci siamo scambiati all’aeroporto di Seoul, un bacio che aveva il sapore salato delle mie lacrime di dolore. La bocca di Jae-hwa è morbida, calda, le sue labbra accarezzano le mie baciandomi prima con tenerezza, poi con passione crescente, ci abbandoniamo all’ardore che sfocia in vertigine, siamo due anime a lungo disperse nel deserto che placano la loro sete nelle acque del desiderio.

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Più tardi, nel primo pomeriggio, passeggiamo a lungo nel parco del Kastell mentre un cameriere ci scatta delle foto ricordo per il nostro album di nozze, pranziamo da soli nella grande sala delle cerimonie con un buffet di pesce e selvaggina, tagliamo una torta nuziale di pan di spagna e vaniglia brindando con champagne e sidro di mele, balliamo stretti-stretti sulle note di un pianista che ci offre gentilmente un sottofondo musicale, appena si fa buio usciamo in cortile a goderci i fuochi d’artificio organizzati dal gestore del Kastell. A mezzanotte saliamo nella camera matrimoniale che Jaehwa ha prenotato per noi per i prossimi quattro giorni della nostra luna di miele, lui mi solleva in braccio come vuole la tradizione mentre varchiamo la porta, ci rotoliamo nel letto in un groviglio di tulle, seta, velluto, gambe, braccia, capelli neri che s’intrecciano con ciocche bionde, ridiamo e scherziamo come ragazzini innamorati, fino a notte fonda, non importa se è la nostra prima notte di nozze e siamo troppo stanchi per fare l’amore, non abbiamo fretta, faremo l’amore domani, all’alba o al tramonto, quando avremo finito di recuperare gli anni persi parlando di noi e raccontandoci le nostre esperienze. Alla fine la stanchezza ha il sopravvento, il sonno ci coglie ancora vestiti sopra il letto a tre piazze dopo che Jae-hwa mi ha donato un anello di giada verde, quell’anello che ogni donna coreana riceve dal suo sposo nel rito nuziale tradizionale al posto della fede. Lungo il bordo dell’anello, Jae-hwa ha fatto incidere una scritta in hangul : 함께 영원히, “Hamkke Yeong-wonhi”, che in coreano significa ‘per sempre insieme’. E’ la sua promessa d’amore per me, la nota conclusiva di questo giorno indimenticabile. Ci addormentiamo l’uno fra le braccia dell’altra, ubriachi di gioia, cullati dal ritmo rassicurante del battito dei nostri cuori.

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6 Domenica. Attraverso le bianche tende di mussola appese alla finestra della camera matrimoniale, la luce del nuovo giorno filtra leggera insinuandosi fra le mie palpebre ancora chiuse. Un aroma intenso di caffè mi solletica il naso, misto al profumo dolce di pane caldo e biscotti. Apro gli occhi, sbattendo le ciglia rapidamente. Seduto sul letto accanto a me, Jae-hwa mi guarda in silenzio con espressione tenera e un sorriso sulle labbra. “Buongiorno, amore mio”, mi sussurra, chinandosi a baciarmi sulla fronte. “Buongiorno a te… Che ore sono?” “Le due del pomeriggio.” “E’ tardissimo…” Lui mi accarezza una guancia. “Sei in luna di miele, ti è concesso dormire fino a tardi.” Le sue parole mi risvegliano di colpo. “E’ vero… Siamo in luna di miele…” Istintivamente, sollevo la mano sinistra e guardo la fede di platino con il diamante che brilla al mio anulare insieme all’anello di giada verde. “Sono sposata. Sono tua moglie.” “Sì, lo sei.” Si china a baciarmi sulla bocca, con le labbra calde e soffici. “Sai di fragola…”, sussurro tra un bacio e l’altro. “Hanno portato la colazione. Marmellata di fragole con pane caldo, biscotti, caffè e tè alla cannella. Vuoi mangiare?” “Sì, ho fame.” Ci solleviamo entrambi a sedere, Jae-hwa mi passa il vassoio d’argento con la colazione preparata dal Kastell tenendolo fra le mani mentre mi verso una tazza di caffè e prendo una fetta di pane spalmata di marmellata. “Indossi ancora la tua uniforme”, gli faccio notare, mentre sorseggio il caffè tiepido. “Ti sta così bene che dovresti portarla sempre, mi piaci vestito così.” “E tu sei meravigliosa con il tuo vestito da sposa, ma non vedo l’ora di togliertelo di dosso.”

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“Uh, davvero?... E cos’altro vuoi farmi, ragazzaccio?” I suoi occhi s’incupiscono. “Voglio fare l’amore con te, voglio farti mia.” Mando giù un boccone di pane e marmellata e ne strappo un altro pezzo guardando Jae-hwa che pende dalle mie labbra. “Mi desideri?” “Da morire”, risponde lui in un sussurro. “Questo vestito ha un sacco di lacci da sciogliere dietro la schiena, ci metterai un secolo prima di spogliarmi.” “Non ho fretta, li scioglierò uno dopo l’altro, con calma.” “E poi, cosa mi farai?” “Ti sfilerò la biancheria intima e bacerò ogni centimetro della tua pelle nuda.” “E dopo?...” “Immaginalo.” Ci scambiamo uno sguardo complice, carico di desiderio e malizia, entrambi eccitati all’idea di fare l’amore per la prima volta. Jaehwa ha avuto molte donne nel corso degli anni, è un amante esperto e passionale, io al contrario sono inesperta, non ho avuto altri uomini eccetto lui, nessuno con cui volessi condividere il piacere del sesso. “Sei un uomo fortunato, hai sposato una vergine.” Jae-hwa mi guarda sorpreso, gli occhi pieni di stupore. “Hai aspettato me?... Per così tanto tempo?” “Sì… Non volevo appartenere a nessuno tranne te, sei l’unico con cui ho sempre sognato di fare l’amore la prima volta. Ho aspettato per quindici anni.” “Perché proprio io? Fra i tanti uomini che ti hanno corteggiata mentre ero via, perché hai scelto proprio me? Potevi avere chiunque, ma tu hai scelto me… Perché?” “Sei stato il mio primo amore, il primo che mi ha toccata, baciata, amata… Ho deciso che ti avrei aspettato, e che saresti stato tu a prenderti il meglio di me.” “E se non fossi mai tornato?” Guardo la tazza di caffè ormai vuota e la rimetto a posto sul vassoio della colazione, poi alzo gli occhi per incontrare lo sguardo di Jaehwa. “Ero certa che saresti tornato. Credevo nel nostro amore. Sapevo che senza di me non saresti mai stato davvero felice.” “Incompleto”, dice lui. “E’ così che mi sono sempre sentito senza di te, un uomo incompleto.”

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Allungo una mano sul letto e intreccio le sue dita alle mie, stringendole forte. “Ora non lo sei più. Sei parte di me, e io sono parte di te. Siamo le due perfette metà della stessa mela, il sole e la luna, il cielo e la terra, il giorno e la notte. Ci completiamo a vicenda.” Lui mi guarda, consapevole della verità delle mie parole, e mi dice: “Facciamo l’amore. Voglio sentirti mia. Adesso.” Lascio andare la sua mano, scendo dal letto trascinandomi dietro la gonna vaporosa e il lungo strascico, mi volto di spalle e lo invito a raggiungermi con uno sguardo malizioso, giocherellando con le pieghe della gonna del mio abito. “Vieni a sciogliere i lacci del mio corsetto.” Lui coglie al volo il mio invito, mi abbraccia da dietro, mi bacia il collo nell’incavo della spalla, dietro l’orecchio, alla base della nuca. Mi sposta i capelli sciolti sulla schiena adagiandoli su una spalla, io li trattengo con una mano. Lentamente, sento le sue mani allentare i lacci uno dopo l’altro, con pazienza, fino all’ultimo, tira giù la zip al centro della schiena, fino alla base dei fianchi, e con un lieve fruscio il vestito scivola a terra fermandosi attorno alle mie caviglie. Lo scavalco con un piede, poi con l’altro, mi giro verso Jae-hwa offrendogli la vista del mio corpo celato dalla sottoveste di raso. Lui l’afferra al bordo e me la sfila dalla testa, si sofferma a guardarmi, coperta solo dal reggiseno e dagli slip di pizzo. “Coraggio, levami tutto Jae-hwa.” Le sue mani scorrono lungo i lati del mio busto per raggiungere la chiusura del reggiseno, con un gesto abile e veloce lo sgancia e me lo toglie. “Sei così bella…”, sussurra piano, sfiorandomi i seni sodi e colmi con i polpastrelli delle dita, per poi racchiuderli tra le mani grandi chiuse a coppa sul mio petto. Le sue mani scivolano sulla mia pelle lattea in lente carezze, scendono sui fianchi e si fermano sugli slip. Infila le dita nel bordo di pizzo, e spinge verso il basso finché anche loro cadono a terra. Nuda d’innanzi a lui, mi lascio guardare, osservando i suoi occhi farsi languidi. “Mi correggo, sei meravigliosamente bella.” Accetto il suo complimento con gioia e mi faccio più vicina. “Ora tocca a me”, bisbiglio, cominciando ad armeggiare con i lacci e i bottoni della sua divisa di velluto rosso porpora. Lui si lascia spogliare, guarda le mie mani aprire i due lembi della divisa per farli scivolare oltre le sue spalle ampie, mettendo a nudo il suo torace dalla pelle ambrata, i pettorali e l’addome scolpito, le braccia

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muscolose e tornite. Gli accarezzo il petto con le mani aperte a ventaglio, la sua pelle è liscia, morbida sotto i miei palmi. Scendo in basso per slacciare la fascia rossa che gli stringe la vita, la divisa si apre e la spingo via lasciandola cadere sul pavimento. “Amo il tuo corpo, mi è sempre piaciuto guardarti mentre tornavi dalla pesca con addosso solo i jeans, sei sempre stato stupendo.” Le mie dita scendono sul bordo dei pantaloni neri che mi rimangono da togliere, c’è un nodo da sciogliere, niente zip all’epoca dei guerrieri Joseon. In un attimo Jae-hwa è di fronte a me in boxer, lo guardo negli occhi, lui mi cattura le labbra in un bacio che sa di zucchero e caffè, e mentre ci baciamo infilo una mano nei suoi boxer. Lui sussulta, sorpreso dal mio tocco. “Sei diventata una donna spudorata.” In risposta al suo commento, gli sfilo via i boxer lasciandolo completamente nudo. Riprendiamo a baciarci, con trasporto e passione, e intanto le nostre mani frugano ovunque, tracciano scie sulla pelle, stringono la carne calda, accarezzano i sessi eccitati, graffiano e stringono nel reciproco desiderio di dare e ricevere piacere. Quando le labbra ci fanno male per i troppi baci, Jae-hwa mi solleva da terra e insieme ci stendiamo sul letto, io sotto di lui, lui sopra di me. Mi sento piccola e fragile sotto il peso del suo corpo contro il mio, le mie forme minute, delicate e rotonde sono in netto contrasto con la robustezza delle sue braccia, delle sue gambe, delle sue spalle e della schiena. Tutto in lui esprime forza e mascolinità, io al contrario sono il ritratto della grazia e della femminilità. Jaehwa si puntella con i gomiti sul materasso e si accoccola fra le mie gambe dischiuse. Ci guardiamo negli occhi, mentre lui muove il bacino fra le mie cosce, e con dolcezza, senza fretta, inizia a penetrarmi. Le mie mani si aggrappano ai suoi fianchi, inarco la schiena e sollevo il bacino per incontrare il suo. Senza interrompere il contatto dei nostri sguardi allacciati, con un colpo di reni Jae-hwa sprofonda in me strappandomi un gemito, poi affonda di nuovo con un’altra spinta, e il suo sesso mi riempie adattandosi perfettamente al mio spazio interno. Un brivido di piacere mi scuote il corpo dalla testa ai piedi, e un altro gemito mi sfugge dalle labbra. Jae-hwa inizia a muoversi dentro di me, prima con un ritmo lento, poi aumentando la velocità delle spinte. Ad ogni affondo il mio respiro si accorcia, gli occhi di Jae-hwa sono fissi nei mei, leggo nel suo sguardo il piacere che prova misto ad una tenerezza immensa. Fare l’amore è come danzare, uno guida i passi e l’altra li segue, basta trovare il giusto ritmo e seguirlo. Nella stanza illuminata dal sole caldo del

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pomeriggio, i nostri corpi avvinghiati danzano insieme, spinta dopo spinta, su e giù, avanti e indietro, e i respiri s’intrecciano, i sospiri si fondono, i gemiti si alternano, tutto è calore, unione, delizia dei sensi, desiderio appagato. “E’ così bello fare l’amore con te… Ho sognato per anni questo momento”, sussurro estasiata contro le labbra di Jae-hwa. Lui sorride, mi ruba un bacio, affonda la testa sul mio petto, mi bacia il collo, lo sterno, succhia i miei capezzoli turgidi, poi ritorna a guardarmi, mi bacia di nuovo sulla bocca, sfiorandomi le labbra con la lingua. Ogni affondo mi regala un brivido e uno spasmo, sento il piacere crescere dentro di me, l’orgasmo è vicino, sta per arrivare. “Vieni con me Aurore, vieni con me”, mi dice lui, aumentando il ritmo sempre di più. Io lo seguo, corro con lui verso l’apice, le sue spinte si fanno rapide, profonde, e poi, all’improvviso, come un’onda che sale, cresce, si gonfia e si rovescia nel mare, così l’orgasmo travolge me e Jae-hwa regalandoci l’estasi finale, un’esplosione di piacere che invade i nostri corpi facendoci tremare, strappando un gemito dalle nostre gole. Jaehwa continua a muoversi, prolungando gli spasmi di piacere che contraggono il mio ventre, i suoi occhi si chiudono per un istante e la sua testa si rovescia all’indietro, lo sento pulsare dentro di me mentre gode una seconda volta. “Aurore, saraniè…”. Sussurra ‘ti amo’ in coreano sulle mie labbra, tremante e con il fiato corto. “Ti amo anch’io”, rispondo, accarezzandogli le spalle accaldate, mentre rallenta le sue spinte fino a fermarsi. Ci guardiamo, i miei occhi sono lucidi di lacrime, e anche i suoi lo sono. “E’ stato bello, bellissimo”, dico, sospirando felice. “Molto più bello di come immaginavo nei miei sogni.” Lentamente la tensione dell’amplesso abbandona i nostri corpi, lasciandoci un senso di totale appagamento. Nella grande camera si sentono solo i nostri respiri ansanti. Appoggio il palmo di una mano sul torace di Jae-hwa per sentire il battito del suo cuore. E’ affrettato come il mio, batte all’impazzata. Lui mi guarda, il ciuffo che gli ricade sulla fronte e gli ombreggia gli occhi. Gli scosto i capelli dalle guance imperlate di sudore e mi sollevo un po’ per baciargli la punta del naso. Lui sorride, felice, scivola via da me lasciandomi un senso di vuoto, ma è solo una sensazione momentanea. Si stende al mio fianco recuperando fiato, poi appoggia la testa sul mio petto ed io gli accarezzo i capelli setosi. “Jae-hwa, sarà sempre così d’ora in poi?”

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“Così come?” “Una corsa dopo l’altra sulle montagne russe.” Lui ride. “Sì, sarà sempre così. E’ il mio modo di fare l’amore.” “Wow… Allora sarà divertente.” Ridiamo entrambi, insieme, e restiamo sdraiati così, vicini, uno accanto all’altra, nel silenzio della stanza interrotto a tratti dal canto dei cigni in amore sulle acque del canale fuori dalla finestra. La nostra luna di miele è appena cominciata. *** E’ sera. Jae-hwa ed io siamo ancora chiusi in camera. Abbiamo fatto l’amore di nuovo, per due volte, ora abbiamo fame, e decidiamo di scendere a cenare nel salone del Kastell. Prima però, abbiamo entrambi bisogno di un bel bagno, e c’è una grande vasca Jacuzzi a idromassaggio che ci aspetta. Seduti nella vasca colma d’acqua che ci massaggia con le sue bolle d’aria, ci godiamo il relax del momento. “Dopo cena voglio sbirciare nelle tue valige e scoprire cosa c’è dentro.” “Vuoi leggere i miei diari di viaggio?” “Sì, dal primo all’ultimo. Voglio sapere dove sei stato, cosa hai fatto, cosa hai visto, sono curiosa di scoprire come hai vissuto negli ultimi quindici anni.” “Ne avrai da leggere, ho scritto un sacco di note.” “Potrei scriverci un libro.” “Pensi che a qualcuno interesserebbe leggerlo?” “Certo. Ho un sacco di fans, leggono tutti i miei libri.” “Non stavi scrivendo il decimo?” “L’ho finito, devo solo ricontrollarlo prima di darlo alle stampe.” “Posso leggerlo in anteprima?” “Certamente. E’ nel mio portatile. Domani chiamerò l’Hotel Krughel e chiederò a Carin di mandarmi qui la mia borsa. Devo telefonare a Sophie, la mia editor, voglio farle sapere che sei arrivato e che ci siamo sposati.” “E la tua famiglia?” “Mio padre e mia madre? Non sanno nulla di te, dovrò trovare il modo giusto per raccontare loro ogni cosa, saranno sorpresi quando scopriranno che ti ho aspettato per tutto questo tempo, sono convinti

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che nella mia vita non ci sia mai stato nessun uomo e che invecchierò sola e zitella in mezzo ai miei libri.” “Invece invecchierai con me.” “Già… Sarà bellissimo quando diventeremo due vecchietti sordi e ingobbiti circondati da nipotini chiassosi.” “Siamo sposati da appena un giorno e pensi già ai nipoti che avremo?” “Non ti piacciono i bambini?” “Certo che mi piacciono. Quanti figli vuoi avere?” “Due. Un maschio e una femmina.” “Sarai una mamma dolcissima.” “E tu un papà premuroso.” “Potremmo avere dei gemelli, ci hai pensato?” “Hai ragione… Dei gemelli come te e Jae-Jung.” “Ti piacerebbe?” “Sarebbe stupendo. La tua famiglia sa che sei qui, con me?” “No. Io non esisto più per loro.” “Perché non li chiami? Non ti mancano? Non pensi che possano essere preoccupati per te? Non hanno tue notizie dal 1996, quindici anni sono tantissimo tempo, non credi?” “Mio padre mi ha diseredato il giorno stesso in cui ho lasciato Seoul per trasferirmi a Sinan. Per lui sono stato solo una delusione, un fallito che ha rinnegato le sue radici. Mia madre la pensava come lui, era una donna debole che accettava ogni decisione dell’uomo che aveva sposato. E Jae-Jung mi detestava. Probabilmente ora sarà felice di essere l’unico figlio della famiglia.” “Tutto questo è molto triste.” “Ai tuoi occhi può sembrare così, ma credimi, quando nasci in una famiglia ricca e potente e ti opponi al volere dei tuoi genitori, loro ti voltano le spalle, ti cancellano. Funziona così nella società coreana, se non sei perfetto come tutti pretendono che tu sia, vieni messo all’angolo, tagliato fuori.” “Quindi nessuno dei tuoi parenti sa che tipo di vita hai fatto fino ad oggi?” “Nessuno, tranne mio cugino Hye-sung, figlio della sorella di mia madre. Lui è l’unico con cui ho mantenuto un contatto costante. Ci siamo sempre sentiti al telefono, gli ho scritto lettere, cartoline, gli ho parlato anche di te. E’ lui che mi ha spedito la mia uniforme dalla Corea, è il mio unico contatto con la mia famiglia.” “Quindi sa che sei qui?”

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“Sì, e sa che ci siamo sposati. Ma è un segreto che non condivide con nessuno, se nomina il mio nome rischia di essere messo all’angolo come me.” “E Jae-jung? E’ tuo fratello gemello, dovrebbe esserci un forte legame tra di voi.” “Se ci fosse un legame lo sentirei. Evidentemente mi detesta al punto di aver spezzato ogni possibile contatto con me. So che ha vissuto a New York per tre anni, e che un anno fa è tornato in Corea per assumere il comando della Han Buildings. Mio padre è fiero di lui, gli ha offerto il suo posto e si è fatto da parte. Hye-sung mi ha detto che si è sposato e ha avuto un figlio maschio da pochi mesi. Come vedi, non c’è posto per me in quella famiglia.” “E questo ti fa soffrire?” “No. Ho fatto le mie scelte, ho preso una strada diversa, sono diventato uomo da solo, senza l’appoggio di nessuno, e non rimpiango nulla del mio passato. Sei tu la mia famiglia adesso. Il mio futuro è con te.” “Farò del mio meglio per renderti felice. Te lo prometto.” “Grazie. E’ bello sapere che almeno tu mi ami.” “Oh, vieni qui, fatti abbracciare.” Jae-hwa scivola fra le mie braccia e io lo riempio di baci mentre lo tengo stretto a me. Restiamo così per un po’, in silenzio, immersi nella Jacuzzi colma d’acqua che ribolle. “Sto morendo di fame, che ne dici di scendere di sotto?” “Stavo per dirlo io, ho i crampi allo stomaco e una voglia pazzesca di mangiare!” “Allora usciamo di qui, principessa, e andiamo a vedere cosa ci offre il menù del ristorante.” Usciamo dalla vasca tutti gocciolanti, ci avvolgiamo in un morbido telo di spugna e corriamo in camera a vestirci. Poco dopo, seduti al tavolo più grande della sala ristorante del Kastell, ceniamo a lume di candela bevendo vino rosso francese e mangiando pasta all’italiana con pomodoro e basilico, seguita da bistecche di manzo alla brace con patate al forno, budino al cioccolato e macedonia di frutta, caffè al rum e un goccio di Porto. La vita è bella, e noi due ce la stiamo godendo. ***

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Lunedì. E’ il secondo giorno della nostra luna di miele. Mi sveglio alle prime luci dell’alba. Jae-hwa dorme al mio fianco, il bel viso rilassato nel sonno e i capelli sparsi sul cuscino. Gli scosto una ciocca corvina dalla guancia, mi alzo senza fare troppo rumore per non svegliarlo, indosso la sua maglietta i suoi boxer, e inizio la mia giornata mentre lui continua a dormire come un angelo caduto dal cielo. Ho molte cose da fare. Chiamo l’Hotel Krughel nella stanza da bagno per farmi mandare la mia borsa. Dieci minuti dopo, un cameriere del Kastell bussa alla porta della camera. Carin mi ha inviato la mia borsa e la grande scatola che conteneva l’abito da sposa. Il cameriere mi consegna anche la colazione, che consumo rannicchiata sulla poltrona accanto alla finestra affacciata sul canale e sul parco. Sorseggiando una spremuta d’arancia, invio un lunghissimo messaggio mms a Sophie, raccontandole del ritorno improvviso di Jae-hwa e del nostro matrimonio a sorpresa. Scatto una foto con il cellulare a Jae-hwa che dorme beato fra le lenzuola e le invio anche quella, orgogliosa di mostrarle il mio bellissimo neo-marito. Seduta sul tappeto persiano ai piedi del letto con il portatile sulle gambe incrociate all’indiana, controllo la mia pagina di Facebook e non resisto all’impulso di postare un messaggio per i miei fans: “Il decimo libro uscirà con un lieve ritardo, mi sono appena sposata!”. Presa dall’entusiasmo, decido di mandare una mail ai miei genitori dicendo loro che sono felice, che ho incontrato una persona speciale di cui mi sono innamorata, e che ci siamo sposati Sabato mattina. “Verrò a trovarvi presto, voglio farvi conoscere mio marito. Vi voglio bene, un bacio, Aurore.” Mando una mail anche a Elsje, scrivendole “Il misterioso ammiratore che inviava lettere e cartoline al Cafè era il mio fidanzato in incognito, ora è qui con me, ci siamo sposati e siamo in luna di miele.” Chiuso il portatile, metto un po’ d’ordine nella camera, cominciando dal mio vestito da sposa appeso a una gruccia dentro l’armadio. Lo piego delicatamente, lo ripongo nella sua scatola insieme al velo e alle scarpe, poi raccolgo l’uniforme di Jae-hwa appoggiata alla spalliera di un divanetto e la piego con cura, mettendola nella scatola insieme al mio vestito. Salgo sul letto, mi spoglio, mi sdraio accanto all’uomo che amo e lo sveglio tempestandolo di baci. Facciamo l’amore, lui sotto e io sopra, giocando alla femme fatal che seduce la sua preda. Dopo il sesso ci rifugiamo nella Jacuzzi per una buona mezz’ora, strofinandoci a vicenda con un morbido panno di spugna insaponato.

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Mentre Jae-hwa fa colazione, io riprendo a leggere i suoi diari di viaggio che ho iniziato la notte precedente, poi lui mi raggiunge sul letto e si sdraia accanto a me con il mio portatile per leggere il mio decimo libro in anteprima. A mezzogiorno scendiamo per pranzare. Il menù del giorno comprende zuppa di ceci con crostini di pane, roastbeef di tacchino selvatico con funghi champignon, una fetta di sacher torte e gelato alla crema. Un pranzo delizioso. Fuori c’è il sole, usciamo a passeggiare nel parco tenendoci per mano come due adolescenti, baciandoci all’ombra delle fronde dei salici piangenti e rincorrendoci fra i tronchi secolari dei pini. Al nostro rientro nella hall, incontriamo il cameriere che ci ha scattato le foto il giorno del matrimonio su richiesta di Jae-hwa. Le ha fatte sviluppare, e ce le consegna insieme ad un album fotografico. Ritorniamo in camera e passiamo il pomeriggio intero a scegliere come disporre le fotografie nell’album, incollandole una dopo l’altra sulle pagine bianche protette da fogli di carta velina. Alle otto ci facciamo portare la cena in camera, mangiamo pane bianco spalmato di formaggio brie e fagottini di salmone affumicato con ripieno di crema ai gamberetti. Guardiamo un po’ di televisione facendo zapping tra ‘Orgoglio e Pregiudizio’ e ‘Becoming Jane’, poi andiamo a dormire ascoltando le grida dei pavoni in amore. *** Martedì. Dormiamo fino a tardi, facendo l’amore e raccontandoci intimi segreti, saltiamo la colazione e decidiamo di fare un giro in città. Un taxi ci porta dritti in Market Square, entriamo al Cafè Craenenburg e ordiniamo cioccolata calda con panna e biscotti allo zenzero. Elsje non c’è, è fuori città per alcune commissioni. Le lascio un biglietto per dirle che sono passata a salutarla, e la cameriera ci scatta una foto promettendo di mostrarla ad Elsje al suo ritorno. Ci fermiamo da Leonidas per comprare un sacchetto di cioccolatini alle nocciole e pistacchi, camminiamo lungo le stradine affollate di turisti e sui ponti dei canali. Jae-hwa mi riprende con la sua videocamera digitale, io ballo, rido, corro da una stradina all’altra mentre lui immortala ogni mia risata, ogni mio sguardo, la mia camminata sexy che gli piace tanto. Lo porto nel quartiere dove c’è il mio appartamento, lui vuole vedere come l’ho arredato, così entriamo e lo lascio libero di

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esaminare ogni stanza. E’ curioso, sbircia nei miei cassetti, nel mio armadio, perfino in bagno, legge i titoli dei libri raccolti nella mia libreria, fruga nella mia collezione di cd e dvd, si spruzza il mio profumo sul dorso di una mano, si sdraia sul mio letto singolo, guarda nei cassetti della cucina e dentro il frigorifero. Divertita, gli chiedo se sta cercando qualcosa in particolare e lui mi risponde che vuole solo immaginare come ho vissuto senza di lui. Andiamo a mangiare al Veneziano, un delizioso ristorante italiano con la terrazza affacciata su un canale dove cucinano il pesce più buono di tutta Bruges, ordiniamo fettuccine alle vongole, frittura mista di gamberi e polpo, granchio bollito con insalata, sorbetto al limone e menta. Riprendiamo il nostro giro infilandoci nei negozietti di antiquariato, lui mi regala un carillon con la boccia di vetro e un unicorno bianco che ruota all’interno, io compro per lui una colonia al muschio bianco. Il cielo si tinge di arancio, abbiamo camminato tutto il giorno e ci è venuta fame. Entriamo in una tipica osteria fiamminga dove un complesso suona musica folk e la gente balla in mezzo ai tavoli. Beviamo birra olandese e mangiamo grossi wurstel cotti alla brace con salsa di senape. Restiamo lì fino a tardi, è notte fonda quando un taxi ci riporta al castello. Facciamo l’amore nella Jacuzzi, e ci addormentiamo abbracciati sul letto con addosso gli accappatoi di spugna che profumano di legno di sandalo.

*** Mercoledì. Ultimo giorno della nostra luna di miele. “Andiamo a Ostenda, voglio vedere il mare.” Jae-hwa mi dice di sì. Chiama un taxi che ci porta fino alla stazione dei treni, in poco meno di venti minuti arriviamo nella città di Ostenda. Fa ancora freddo per mettersi a prendere il sole in costume, così passeggiamo lungo la riva a piedi nudi con l’acqua fredda che ci lambisce i piedi. Raccolgo conchiglie sulla battigia cercando quelle più belle a forma di ventaglio, Jae-hwa cammina davanti a me con i capelli sciolti mossi dalla brezza marina, una maglietta smanicata e i jeans arrotolati sui polpacci.

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Seduti sulla sabbia intiepidita dal sole, guardiamo il mare con le sue onde tranquille che schiumano fino a riva, dove i granchietti si rincorrono sulla sabbia bagnata. Passiamo la giornata così, sulla spiaggia, mangiando panini al formaggio e prosciutto comprati in un chiosco affacciato sul litorale, godendoci il sole caldo sulla pelle e respirando il profumo di sale sprigionato dall’acqua. Verso sera ritorniamo a Bruges. Mentre Jae-hwa rimette ordine fra le sue cose e prepara le valige, io comincio a chiedermi dove andremo a vivere. Non ne abbiamo parlato in questi quattro giorni, eravamo troppo presi dall’euforia del matrimonio, quindi immagino che da domani il mio appartamento diventerà la nostra casa. Invece, Jaehwa mi sorprende ancora una volta. “Aurore, vieni qui, devo farti vedere una cosa.” Lo raggiungo sul letto, dove lui sta armeggiando con il mio portatile. “Guarda nello schermo e dimmi cosa vedi.” “Vedo un delizioso cottage in stile irlandese con un grande giardino intorno e una scogliera alle spalle che digrada sulla spiaggia sottostante.” “Vuoi sapere dov’è questo cottage?” “In Irlanda?” “Sì, a Galway, poco lontano dal porto.” “E cosa centra con noi due?” “L’ho comprato. Sarà la nostra casa.” Gli rivolgo un’occhiata incredula. “Stai scherzando?!” “Per niente. Questo cottage è nostro. Ho già le chiavi, possiamo andare a viverci quando vogliamo.” “Oddio, dici sul serio? Hai comprato un cottage in Irlanda?!” “Sì. L’ho preso per te. Dicevi sempre che sognavi di andare a vivere in Irlanda, così ho pensato che dopo sposati sarebbe stato bello trasferirci a vivere nella terra dei celti.” “Non posso crederci… Un cottage sulla scogliera con la spiaggia e il mare a pochi metri… A Galway…” “Ti piace?” “Certo che mi piace! E’ un sogno!” “Sapevo che ti sarebbe piaciuto, tu ami il mare, e ami l’Irlanda. Questo cottage è già arredato, ma potrai cambiare il colore delle pareti se non ti piace, o i mobili. C’è un piccolo studio dove potrai metterti a scrivere, e una stanza che può diventare una camera oscura se avrai voglia di riprendere la tua vecchia passione per la fotografia.”

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“Hai pensato a tutto… Grazie amore, è stupendo!” “E’ il mio regalo di nozze per te, la sorpresa di cui ti ho parlato nella cartolina che ti ho spedito dall’Irlanda.” “Ecco perché sei andato a Galway… Per questo!” “Beh, non solo per questo. Ho un amico a Galway, un irlandese che ho conosciuto per caso a Madrid. Ha ereditato dalla famiglia un grande capannone per la costruzione di barche da pesca e cercava un socio con cui mettersi in affari. Ci siamo accordati per riaprire il capannone e costruire barche insieme. Sarà questo il mio nuovo lavoro.” “Costruirai barche? Seriamente?” “Sì, ho imparato a costruire barche da pesca a Sinan, mi piaceva, e ora che ho smesso di girare il mondo voglio tornare a dedicarmi alle barche e alla pesca.” “Non ci credo, è tutto così… così perfetto!” “E’ il nostro futuro. E inizia da domani. Ho due biglietti aerei per Galway prenotati a nostro nome, possiamo partire quando vuoi, senza fretta. Se hai bisogno di tempo per vendere il tuo appartamento, a me sta bene.” “Posso affittarlo. Elsje ha una sorella più giovane, lei potrebbe essere interessata.” “Non preferisci venderlo?” “Ci sono affezionata, se lo affittassi avremmo una camera per gli ospiti in cui tornare se avessi nostalgia di Bruges.” “Beh, non devi decidere adesso, pensaci su.” Rifletto per un breve momento. Amo Bruges, è il luogo dove ho trovato l’ispirazione per i miei libri, mi sento a mio agio in questa città. Ma sto per iniziare una nuova vita con Jae-hwa, forse è giunto il momento di dare una svolta alla mia esistenza e lasciarmi alle spalle il mio passato senza di lui. “Okay, ho già deciso. Venderò il mio appartamento. Ilke ne ha bisogno, sta per avere un figlio e non c’è abbastanza posto in casa di Elsje. Sarà felice di avere un appartamento tutta suo.” “Sei sicura?” “Sì, è meglio così. Bruges è stato il mio rifugio per anni, questa città mi ha fatto andare avanti mentre vivevo senza di te, ma adesso tu ci sei, ci aspetta un futuro insieme, è come scrivere un libro nuovo, si parte sempre da una pagina bianca.” “Allora è deciso? Partiamo domani sera con il volo delle nove?”

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“Sì, facciamolo. Ho solo bisogno di un paio d’ore per mettere in valigia i miei vestiti e i miei libri, tutto il resto può restare nell’appartamento.” “Come vuoi. Basta che tu sia felice, per me non conta altro.” “Sei tu la mia felicità, non ho bisogno di niente se ho te al mio fianco.” Lo bacio sulla bocca con trasporto, lui scosta il portatile e mi attira a sé, mi siedo a cavalcioni su di lui, continuo a baciarlo con le mani allacciate dietro le sue spalle, lui mi sfila la maglietta, il reggiseno, poi mi rovescia sul letto e mi spoglia di tutto il resto mentre io spoglio lui, e per l’ennesima volta facciamo l’amore fra le lenzuola sgualcite dell’enorme letto che ormai profuma di noi. Saltiamo la cena, ma non ha importanza. Siamo affamati d’amore. Viviamo di estasi e piacere. E non potremmo concludere in modo migliore la nostra indimenticabile luna di miele. *** Il mattino dopo lasciamo il Kastell ten Berghe salutati affettuosamente dai camerieri e dal proprietario che ci hanno accolti per quattro giorni fra le mura del castello, il taxi ci porta direttamente a casa mia, Jae-hwa mi aiuta a piegare i miei vestiti e a raccogliere i miei libri, riempiamo due valige con lo stretto necessario di cui ho bisogno, all’ora di pranzo andiamo al Cafè Craenenburg dove Elsje ci accoglie a braccia aperte, mangiandosi con gli occhi il mio Jae-hwa, si dispiace quando le dico che parto per l’Irlanda, ma poi esulta di gioia quando le consegno le chiavi del mio appartamento per Ilke, le lascio istruzioni sull’agenzia immobiliare che deve chiamare per firmare il contratto di vendita, ci salutiamo con un lungo abbraccio scambiandoci la promessa di tenerci in contatto costante via mail. Alle otto e trenta siamo al check-in dell’aeroporto, e alle nove precise il nostro volo decolla. Stiamo andando a vivere in Irlanda. A Galway. Avrò uno studio affacciato sul mare per scrivere i miei romanzi, e una camera oscura dove sviluppare le foto che sicuramente avrò modo di scattare immortalando i panorami mozzafiato della verde, bellissima patria dei celti. Appena arrivata dovrò chiamare i miei genitori e Sophie per avvisarli del mio inaspettato trasferimento, non ho avuto il tempo di farlo prima del volo.

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Nell’arco di sei giorni la mia vita ha subito uno scossone, è tutto cambiato, tutto diverso, e la prospettiva di un nuovo inizio mi mette addosso una frenesia mai provata prima. Finalmente mi sento davvero realizzata, una donna completa, piena di nuovi progetti da iniziare. E non sono più sola, c’è Jae-hwa con me. Non posso chiedere di più.

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7 30 Giugno 2012 Galway, Irlanda. E’ una calda giornata estiva a Galway. Sono seduta nel mio piccolo studio di fronte alla finestra affacciata sul mare e sulla spiaggia, un bicchiere di tè freddo sulla scrivania, il portatile acceso davanti a me. Dalla finestra spalancata entra una leggera brezza che sale dal mare e profuma di sale, sento il rumore delle onde che s’infrangono contro gli scogli neri della baia, e lo stridio dei gabbiani e delle rondini di mare che si librano nel cielo dipinto di azzurro chiaro. Sono trascorsi due mesi e mezzo dal mio matrimonio con Jae-hwa. La nostra vita insieme procede a meraviglia, come in una bolla di assoluta perfezione. Il cottage dove ci siamo sistemati è davvero grazioso. L’ho amato fin dal primo istante, quando siamo arrivati qui e ho messo piede sul giardino antistante la casa circondato da una massicciata di pietre che corre tutta intorno. Le mura sono di pietra antica tinteggiata di bianco, il tetto di tegole è ricoperto da uno spesso strato di torba, le finestre hanno tutte gli infissi in legno dipinti di turchese, e anche la porta d’ingresso è dello stesso colore. All’interno, il pavimento di tutte le stanze è in cotto. Appena entrati, il soggiorno si apre in un ambiente spazioso dominato da un camino in pietra posto sulla parete ad est, al centro della stanza c’è un tavolo circolare per quattro persone con sedie antiche dalla spalliera alta, dietro di lui c’è un divano a tre posti in tessuto scozzese, il mobilio circostante è in legno di noce, quadri marittimi rallegrano le pareti tinteggiate di beige. La cucina è sul lato ovest, piccola e accogliente, con un tavolo per due poggiato alla parete, il lavello in maiolica incastonato nel mobilio rustico con cassetti pensili laccati di giallo ocra, tendine di pizzo bianco appese alla finestra che si apre sul giardino offrendo la vista del vialetto sterrato che scende in paese e conduce al porto. Uno stretto corridoio dà accesso alle altre tre stanze del cottage. Il bagno è a sinistra, tutto dipinto di verde acqua, con la vasca in porcellana con i piedini in ottone, una specchiera circolare appesa sopra il lavabo, un armadietto a due ante accanto ai sanitari. Il mio studio è a nord, sul fondo del corridoio, una stanzetta quadrata con una libreria a parete che ha accolto tutti i miei libri, una comoda

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poltrona accanto alla finestra, e la scrivania dove sono seduta ora posizionata proprio di fronte alla vista sul mare. Il ripostiglio originario è diventato la mia camera oscura, stretta ma perfetta per il suo uso. E infine c’è la camera da letto, con vista sulla scogliera, tende di mussola leggera, un armadio in ciliegio a quattro ante, una cassettiera antica, una toeletta con specchiera, e il letto a due piazze al centro della stanza con la spalliera in ottone. Le pareti erano bianche, io preferivo che richiamassero i colori della spiaggia e del mare, così il soffitto è diventato verde acqua e le pareti sfumate di panna e sabbia. Volevo rendere questa stanza speciale, darle un tocco marino e fiabesco, per questo ho passato un giorno intero sulla spiaggia a raccogliere conchiglie per poi forarle e infilarle in sottili cordini impreziositi da perline iridescenti che ora pendono dal soffitto fino a sfiorare il pavimento, come tendine protettive che circondano il letto. Jae-hwa mi ha procurato anche dei pezzi di vetro colorati a forma di rettangoli, quadrati, cerchi, esagoni, e delle gocce di cristallo trovate da un rigattiere provenienti da un antico lampadario. Li abbiamo appesi con del filo da pesca in mezzo alle conchiglie, creando un effetto un po’ bohèmien, e il risultato è stato splendido, la luce si riflette sui vetri punteggiando le pareti di riflessi rossi, gialli, verdi, blu, viola, e i cristalli luccicano di bagliori iridescenti. Quando la brezza soffia dal mare, la camera si riempie del delicato tintinnio dei vetri che si toccano e delle conchiglie che cozzano dolcemente una contro l’altra. Questa “stanza dei cristalli” è il nostro nido d’amore, è qui che ogni notte ci riempiamo di coccole e ci amiamo senza mai stancarci, con ardore e passione. Sono felice di essere qui a Galway. Il clima irlandese è mite, non fa mai troppo caldo né troppo freddo, c’è sempre un alito di vento che a volte porta burrasca e altre volte spazza via le nubi, può piovere per giorni e poi schiarirsi all’improvviso, facendo splendere il sole per settimane, e ogni giorno la brezza marina riempie tutta la casa dell’odore del mare. Le mie giornate scorrono felici, senza il rimpianto di aver lasciato Bruges. Ogni mattina Jae-hwa si alza all’alba, prepara la colazione per entrambi, mi saluta con un bacio e scende al porto a lavorare. Connor MacKillney, il suo socio in affari, lo aspetta nel capannone che hanno aperto insieme. E’ una grande costruzione in cemento con ampie vetrate che anni prima veniva utilizzata come rimessa per le barche da pesca, loro due l’hanno ripulita, attrezzata con macchinari per il taglio, la piegatura, e la levigazione del legno, ci sono scaffali colmi di barattoli di vernice, attrezzi di ogni foggia di cui non conosco bene il nome, tavoli su cui

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poggiare il legname da lavorare, e sostegni in ferro per le barche che vanno rimesse a nuovo, riverniciate, aggiustate, o costruite da zero. Il lavoro sta andando bene, Galway è una città peschiera, non mancano mai delle barche da sistemare, Jae-hwa e Connor lavorano al capannone tutto il giorno e per il momento non hanno bisogno di aiutanti. Quando scende la sera, lui ritorna a casa per la cena, si fa la doccia, poi mangiamo quello che io gli cucino in giornata nell’intimità della cucina o nel soggiorno spazioso, a volte gli preparo il pranzo da portarsi al lavoro il giorno dopo, anche se per lui è più comodo andare a mangiare un boccone con Connor al pub del porto frequentato da marinai e pescatori locali. Una volta a settimana, spesso il Sabato, esce a pescare con Ewan Dallary, uno dei suoi numerosi nuovi amici, e rincasa sempre verso il tardo pomeriggio, giusto il tempo di darsi una ripulita e portarmi in città per una cena al ristorante e una passeggiata romantica lungo le pittoresche viuzze del lungomare. Quanto a me, vado a correre ogni mattina sulla spiaggia dopo che lui è uscito per andare al lavoro, faccio colazione in giardino, poi mi metto a scrivere. Il mio decimo libro è uscito il mese scorso, sta vendendo bene, le recensioni sono positive, e i miei lettori lo apprezzano. Ora sto tentando di scrivere l’undicesimo romanzo, ma ho troppe idee per la testa e non ho ancora trovato la trama giusta da sviluppare. Ho sempre raccontato storie a sfondo rosa per un pubblico femminile, vorrei cambiare genere e scrivere del materiale nuovo. Sophie mi telefona ogni giorno, mi consiglia e mi sprona, è una editor fantastica e i suoi suggerimenti mi sono sempre utili. Anche Elsje mi scrive spesso, nelle sue mail mi racconta tutto ciò che accade a Bruges, mi parla di Ilke che ormai sta per diventare mamma e di come sia contenta di abitare nel mio ex-appartamento. Quando non lavoro al computer o non sono in spiaggia a prendere il sole e a nuotare, scendo in città a fare acquisti. Mi sono fatta delle nuove amiche, Brianna e Jenna. Vivono entrambe in paese, a dieci minuti di macchina dal mio cottage, sono sposate e madri. Brianna è casalinga, ha tre piccole pesti a cui pensare, due femmine e un maschietto, suo marito Jensen è pecoraio, ha un allevamento in campagna di duecento capi di pecore da lana. Jenna invece gestisce con suo marito Dunkan il “Celtic Tavern”, un tipico pub irlandese dove io e Jae-hwa passiamo le Domeniche a bere birra scura ridendo e scherzando con gli abitanti della zona che frequentano il locale assiduamente, mentre le sue due figlie di tredici e quindici anni si guadagnano la paghetta servendo ai tavoli nei weekend. Con

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Brianna vado a spesso a fare la spesa al supermercato, è un’ottima scusa per fare due chiacchiere e magari fermarsi a bere un caffè o una cioccolata nei dintorni. Jenna non lascia mai il pub, quindi quando ho voglia di spettegolare un po’ la raggiungo al “Celtic Tavern” e parliamo per ore senza accorgerci del tempo che passa. Qui a Galway le persone sono gentili e ospitali, mi chiamano tutti ‘mademoiselle Aurore’ perché sanno che sono Francese, e Jae-hwa ha uno stormo di ragazzine figlie di pescatori che gli corrono dietro, affascinate dai suoi tratti asiatici. I ragazzi locali hanno la pelle molto chiara, gli occhi azzurri e i capelli rossicci, lui è un soggetto che non passa certo inosservato con la sua carnagione ambrata, gli occhi neri e i capelli corvini. Da quando siamo qui ha preso l’abitudine di portarli raccolti in una coda, ma quando siamo al pub le ragazze più civettuole si divertono a scioglierglieli sulle spalle per fargli la treccia. Lui le lascia fare, ma poi mi chiede se mi dà fastidio, e io gli rispondo di no, perché non sono gelosa. Ogni tanto si guarda allo specchio e dice che vorrebbe tagliarli, avere i capelli corti come tutti gli uomini di Galway, ma io gli faccio sempre cambiare idea, rammentandogli le sue radici guerriere ereditate dai sui avi della stirpe Joseon che sfoggiavano i capelli lunghi in segno di regalità. A fine estate andremo in Francia per alcuni giorni, i miei genitori sono ansiosi di conoscere l’uomo che ho sposato e di rivedermi dopo tanto tempo. Ho inviato via mail a mia madre tutte le foto del nostro matrimonio, e lei si è innamorata di Jae-hwa, lo trova bellissimo, dice che siamo una bella coppia e che avremo dei figli dai tratti stupendi. Vorrei tornare anche in Corea, a Sinan, sull’isola di Jeungdo, dove la nostra storia ha avuto inizio, ma Jae-hwa dice che non vuole farsi vedere da quelli parti, non vuole che la sua famiglia sappia che lui è tornato, in casa Han la situazione è sempre uguale, con suo padre che comanda su tutto e tutti, e suo fratello Jae-jung che obbedisce ai suoi comandi da bravo figlio sottomesso, mentre sua madre sta a guardare senza dire nulla. Si tiene informato telefonicamente, mi è capitato di sentirlo parlare con il cugino Hyesung mentre lavavo i piatti della cena una sera di due settimane fa, e il suo tono non era felice. Forse dovrò aspettare alcuni anni prima di tornare in Corea con lui, la sua situazione familiare non è delle migliori, capisco e accetto la sua decisione di non voler tornare, non ancora. Qualche volta parliamo di avere un figlio, ne vorremmo uno adesso, ma sembra che per il momento il mio corpo non voglia collaborare. Sono andata da un ginecologo per un controllo, e secondo lui è tutto a posto, forse sono come mia madre, che ha

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dovuto aspettare cinque anni prima di concepire me. Diceva sempre che il suo utero era ‘ostile’ alla gravidanza, forse anche il mio lo è. Jae-hwa ci ride sopra e sdrammatizza, infondo siamo appena sposati, che fretta c’è? Prima o poi un figlio arriverà. La presenza di una camera oscura nel cottage ha risvegliato in me l’antico amore per la fotografia, e nelle giornate belle come quella di oggi prendo la mia Canon digitale e vado a zonzo per la costa fotografando il mare, gli scogli, i gabbiani, ogni particolare interessante di questo posto ricco di bellezza. A volte scatto le mie foto anche in città, immortalando le barche, le case, i negozi, le persone, tutto ciò che mi attira. Le foto già sviluppate sono così tante che potrei metterle insieme e farci un libro fotografico. Ne ho parlato con Sophie, e lei dice che quando sarò ‘vecchia e incapace di scrivere’ potrò dedicarmi ai libri fotografici, adesso devo pensare al nuovo libro e ‘distrarmi di meno’ con la fotografia. In realtà, le mie uniche distrazioni sono i diari di viaggio di Jae-hwa, li sto leggendo un po’ per volta, sono una cinquantina, i suoi racconti mi affascinano, riesco a vedere attraverso le sue parole tutto quello che ha visto lui, provo le sue stesse emozioni, scopro cose che non sapevo, soprattutto riguardo alle sue avventure di una notte con donne di paesi e culture differenti, mi intenerisco ogni volta che capito su una pagina dove parla di me, scrivendo che gli manco, che mi vorrebbe lì al suo fianco, che mi rivede in ogni bella donna bionda con gli occhi chiari che incontra sul suo cammino. I suoi diari sono bellissimi, varrebbe la pena di pubblicarli, ma sono troppo personali, troppo intimi, renderli pubblici sarebbe inopportuno, preferisco che rimangano chiusi nella valigia in cui li custodisce, saranno un dono prezioso per i figli che avremo un domani. Si sono già fatte le cinque passate. Questa mattina sono andata al porto a comprare del pesce fresco. Brianna mi ha insegnato la ricetta di una gustosa zuppa di sgombro e salmone al curry, ho intenzione di cucinarla per Jae-hwa. Chiudo il portatile e finisco di bere il mio tè freddo, vado in cucina e inizio a preparare gli ingredienti e le pentole di cui ho bisogno. Tra due ore lui sarà a casa, voglio fargli trovare una cena deliziosa. Mentre cucino ascolto un po’ di musica, ho una collezione di cd nuovi con melodie celtiche e canzoni folk irlandesi che mi piacciono molto, qui ogni cosa ha un sapore antico, storico, e medievale, mi sto innamorando sempre di più della verde Irlanda, dei suoi paesaggi, dei suoi castelli e della sua storia. Due ore dopo, seduta sulla massicciata di pietre che delimita il giardino, aspetto il ritorno dell’uomo che amo. Quando vedo il suo

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pick-up rosso imboccare il vialetto che sale al nostro cottage, il mio cuore si colma di calore liquido. Non posso evitare di corrergli incontro e saltargli al collo appena scende dal camioncino. E’ cosÏ ogni sera. Amo questo fiore coreano piÚ della mia stessa vita.

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8 10 Agosto 2012. Ho appena ricevuto un mazzo di fiori. Un enorme bouquet di rose rosse e bianche avvolte in carta crespa dorata. Stavo finendo di preparare la cena quando hanno suonato alla porta. Ho aperto, e un fattorino mi ha consegnato questo regalo floreale inaspettato. In piedi sulla soglia del cottage, leggo il bigliettino che spunta dal centro del mazzo. “Per la mia principessa, in ricordo di una giornata speciale.” Anche se non è firmato, riconosco la calligrafia di Jae-hwa. E’ la prima volta che mi regala dei fiori, sono molto sorpresa. Mi chiedo cosa intenda dire con “in ricordo di una giornata speciale”, rientro in casa e metto le rose in un vaso con dell’acqua. Sono le sette e mezza passate e lui non è ancora tornato dal lavoro. Ho provato a chiamarlo sul cellulare, ma la linea non prende. Forse ha il telefono scarico, si scorda sempre di ricaricarlo. Attendo paziente sbirciando ogni due minuti fuori dalla finestra della cucina, e intanto tengo al caldo la teglia di melanzane alla parmigiana che ho cucinato seguendo una ricetta scaricata da un sito di cucina italiana. Alle otto non è ancora arrivato. Alle nove inizio a preoccuparmi e provo a chiamarlo di nuovo senza ottenere risposta. Alle dieci, quando ormai si è fatto buio, sento la porta d’ingresso che si apre. Non faccio in tempo a voltarmi per andargli incontro che lui mi raggiunge in cucina cogliendomi di sorpresa con un abbraccio da dietro. “Dove sei stato fino a quest’ora?” “Shhhh… Non fare domande, è una sorpresa.” “Una sorpresa?” Lui mi tiene stretta e non risponde. “Ti sono piaciuti i fiori?” “Sì, moltissimo.” “Ti ricordi che giorno è oggi?”

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“E’ il 10 Agosto. Perché?” “E’ un giorno importante.” “Ah sì? Cosa festeggiamo?” “Non ti ricorda nulla?” “Dovrebbe?” “Sì, dovrebbe.” “Uhm, lasciami pensare…”. Mentre rifletto sulle sue parole, Jae-hwa mi sussurra piano all’orecchio: “Chiudi gli occhi.” Obbediente, abbasso le palpebre e i miei occhi si chiudono. “Non aprirli, tienili chiusi.” “Okay, come vuoi.” “Ora ti porto in un posto. Prometti di non sbirciare.” “Va bene, niente sbirciatine.” Scioglie l’abbraccio in cui mi teneva prigioniera, mi prende per le spalle e mi spinge fuori casa. “Attenta a dove metti i piedi.” “Guidami tu, e non farmi cadere.” Attraversiamo il giardino, scendiamo lungo il vialetto, ci fermiamo e sento il cigolio della portiera del pick-up. “Sali sul furgoncino e non aprire gli occhi.” Senza chiedere nulla, mi accomodo sul sedile, lui chiude la portiera, sale a bordo dall’altro lato e mette in moto. “Non vuoi darmi qualche indizio?” “No, devi arrivarci da sola.” Il pick-up comincia a scendere il vialetto, poi imbocca la strada che porta in paese. “Oggi non è il mio compleanno, e non è nemmeno il tuo.” “Festeggiamo qualcos’altro.” Nel silenzio della notte, il pick-up corre sull’asfalto verso una meta che non riconosco, non è la strada che conduce al porto, stiamo andando da qualche altra parte. Jae-hwa accende l’autoradio e riconosco una vecchia canzone coreana che ascoltavo spesso durante la mia vacanza studio in Corea nell’estate del 1996. S’intitola ‘Wihae’, ‘Per Te’, cantata da Im Jae-Bum. “E’ la mia canzone preferita, dove l’hai trovata?” “Ho conservato il nastro per anni, mi ricordava te.” “Veramente eri tu che la canticchiavi sempre.” “Perché parlava d’amore, e io ero innamorato di te.” Guidiamo per una ventina di minuti, poi il pick-up rallenta e si ferma. Jae-hwa fa il giro del furgoncino e mi aiuta a scendere. Non

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ho la minima idea di dove siamo, ma appena poggio i piedi a terra sento la ghiaia scricchiolare sotto la suola dei miei sandali. Subito dopo, riconosco il rumore delle onde del mare che s’infrangono contro gli scogli, e l’odore di iodio misto a salsedine è così intenso da inebriarmi. Jae-hwa mi abbraccia da dietro nuovamente e mi accarezza le spalle con le sue mani calde. E poi sussurra dolcemente contro il mio viso parole intrise di ricordi passati. “Era il 10 Agosto, tu indossavi un prendisole giallo e le ciabatte infradito. Eri seduta sul pontile, tutta sola, e aspettavi me. Avevo promesso di portarti in un posto speciale, ma ero in ritardo di due ore. Pensavo che al mio arrivo ti avrei trovata furente, invece tu te ne stavi tranquilla a guardare il cielo con il naso all’insù, in attesa di cogliere al volo una stella cadente. Per scusarmi del ritardo ti avevo portato dei fiori…” “Ora sì mi ricordo… Erano fiori di ibisco, li avevi presi dal giardino della casa dei Lee. Indossavi quei jeans strappati sulle cosce che mi piacevano tanto e una maglietta con la stampa di James Dean.” “Ricordi cosa abbiamo fatto quella notte?” “Abbiamo guardato le stelle cadenti insieme.” “E poi?” “Abbiamo parlato di sogni e progetti.” “E dopo?” “Tu mi hai detto per la prima volta “Ti amo”, e io mi sono messa a piangere. Allora mi hai presa in braccio e mi hai portata al faro sugli scogli di Jeungdo. Volevamo entrare e fare l’amore, ma il portone del faro era chiuso da un catenaccio e tu non sei riuscito ad aprirlo.” “Ti ricordi cosa ti ho detto?” “Mi hai promesso che saremmo tornati lì un’altra notte, e che avremmo fatto l’amore per la prima volta in quel faro.” “Non ho mantenuto quella promessa.” Sorrido, ripensando a quella notte di tanti anni fa. “Sai, ho pensato che eri uguale a tutti gli altri ragazzi, che promettevi delle cose e poi non le mantenevi.” “Posso rimediare adesso, anche se sono passati molti anni e non sarà questa la nostra prima volta.” Così dicendo, Jae-hwa mi volta di lato e mi dice: “Apri gli occhi.” Sbatto le palpebre, e la prima immagine che vedo è quella del mare a pochi metri da noi che si insinua fra le rocce di una scogliera nera, sollevo lo sguardo e i miei occhi si posano sulla mole imponente di un faro bianco ritto d’innanzi a noi. “Oh!… Il faro di Mutton Island!”

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“E’ tutto nostro. Vieni con me.” Mi afferra per un polso e mi trascina di corsa verso la porta del faro, la spinge con la mano e scivoliamo all’interno. Accende una torcia che aveva nella tasca dei jeans e la punta verso l’alto, illuminando la scala a chiocciola che sale a spirale verso l’alto. “E’ stupendo… Da togliere il fiato.” “Dai, saliamo.” Mi guida lentamente su per gli scalini della scala a chiocciola, saliamo verso la cima senza guardare verso il basso per evitare la vertigine del vuoto sottostante, e finalmente arriviamo all’ultimo gradino. La grossa lanterna che illumina il mare è spenta questa notte, il mare è agitato e le barche non sono uscite al largo. Jae-hwa apre la porta a vetri del terrazzino circolare, e ci affacciamo alla balaustra in ferro. “Oddio, guarda che vista!” “Bellissimo panorama, vero?” “Oh sì, meraviglioso.” Da lì sopra si vede l’intera costa di Galway illuminata di luci gialle e arancioni nell’oscurità della notte, sotto di noi il mare si gonfia e spumeggia dando l’impressione di voler inghiottire la scogliera e il corpo stesso del faro, soffia un vento salato che ci scompiglia i capelli, e il cielo stellato sopra le nostre teste sembra vicinissimo. “Che emozione!” “Sembra di stare a due passi dalle stelle.” “Sì, sembra quasi di poterle toccare.” Rimango imbambolata a fissare la volta celeste in attesa di una stella cadente, passano i minuti e d’un tratto ecco un guizzo di luce velocissimo attraversare il cielo e svanire nell’oscurità. “Ho visto una stella cadente!” “Hai espresso un desiderio?” “Sì, ma non te lo dirò, altrimenti non si avvera.” Restiamo lì per un po’, avvistando altre stelle cadenti, esprimendo un desiderio per ciascuna di esse. “Ti va di scendere?” “Sì, possiamo tornare giù, anche se rimarrei qui sopra in eterno.” Jae-hwa mi prende per mano, scendiamo piano gli scalini fiancheggiando la ruvida parete in cemento del faro, e quando raggiungiamo il pianterreno lui mi sorride. “Aurore, vuoi fare l’amore con me?” “Qui dentro?... Adesso?” “Ho una vecchia promessa da mantenere, ricordi?”

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Senza darmi il tempo di rispondere, mi solleva fra le braccia sostenendomi per le cosce, ci addentriamo in una piccola stanzetta ricavata nell’androne del faro e lì, sopra una branda in ferro battuto coperta da un materasso, le nostre labbra si fondono in un bacio ardente, le mie mani sfilano la maglietta di Jae-hwa e abbassano la zip dei suoi jeans, lui mi slaccia il vestito estivo di cotone leggero annodato dietro il collo, ci spogliamo a vicenda e ci stringiamo l’una contro l’altro nella foga del desiderio. Facciamo l’amore in modo selvaggio, con dolce irruenza, e l’orgasmo arriva presto, intensissimo, come un’onda che ci sommerge. “Riprendi fiato… E poi rifacciamolo”, sussurro contro la morbida e calda bocca di Jae-hwa. La seconda volta è più lenta, l’amplesso dura più a lungo, ci perdiamo in carezze e baci per non godere troppo in fretta, e quando raggiungiamo l’estasi ci abbandoniamo al piacere senza curarci dei nostri gemiti che riecheggiano nello spazio vuoto del faro. Mentre recuperiamo la lucidità che perdiamo ogni volta che facciamo l’amore, ripenso a quella notte lontana nel tempo sull’isola di Jeungdo, quando ho capito che Jae-hwa sarebbe stato il mio unico amore, e lui ha scoperto di amarmi e di non poter vivere senza di me. Eravamo giovani, ma il nostro amore era così forte da fare quasi paura. E ora che siamo sposati, il sentimento è sempre uguale, il nostro è un amore che spaventa, che ci sorprende, che ci leva il fiato. E’ bello amarsi così intensamente, l’amore non è amore se non ti divora come una fiamma. E noi siamo due fiammelle che danzano insieme nel fuoco.

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31 Ottobre, Festa di Halloween. Galway è un tripudio di colori. L’Autunno ha dipinto il paesaggio di arancio, ruggine, ocra gialla, rosso, marrone e verde scuro, ovunque si guardi si gode della vista fiabesca delle colline tinteggiante di questa tavolozza di colori caldi che spianano la strada all’arrivo dell’Inverno. Oggi è la festa di Halloween, che in Irlanda è meglio conosciuta con il nome di ‘La Notte di Jack O’Lantern’. Passeggio lungo le strade del paese fra i banchi del mercato all’aperto, in cerca di dolcetti e caramelle da regalare ai bambini che questa notte verranno a bussare alla mia porta mascherati da fantasmi e mostri cattivi pronunciando la classica domanda “dolcetto o scherzetto?”. Ieri sera Jae-hwa ha intagliato una grossa zucca arancione dandole un aspetto piuttosto malefico e l’ha posta fuori dalla porta del cottage. Quando farà buio accenderemo il lumino posto all’interno della zucca vuota e aspetteremo che i bambini vengano a trovarci. Brianna è venuta con me, si è fermata al negozio di alimentari a comprare latte fresco, formaggio di capra e pane al sesamo. Io cammino fra la gente con la mia Canon appesa al collo, ogni tanto mi fermo e scatto qualche foto. I ragazzi del paese sono già tutti mascherati, è pomeriggio e la scuola è finita da un paio d’ore, mi diverto a guardare i costumi che indossano e il trucco che dipinge i loro visi. Un gruppetto di ragazze abbigliate da streghe con lunghi cappelli neri a cono e vestiti viola con pizzi e strascico mi passano di fianco, veloce afferro la Canon e scatto loro alcune foto. Alcuni metri più avanti, incontro un trio di cavalieri celtici in kilt scozzese e barbe posticce, alcune dame medievali in aristocratici abiti di seta con tanto di corona sul capo, un affascinante vampiro con i denti aguzzi e il volto pallido in cui spiccano gli occhi cerchiati di nero, una ragazza con le ali da fata che sembrano vere, un gruppo di zombie con i vestiti sporchi stracciati e i corpi sanguinanti, e poi ancora streghe, altre fate, fantasmi e vampiri. Brianna tarda ad arrivare, così io continuo il mio giro fra i banchi del mercato che in questo giorno straripano di zucche lampeggianti e decorazioni di ogni tipo da appendere in casa. Ad un tratto, mi

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imbatto in una giovane donna dai lunghi capelli rossi che avanza nella mia direzione con lo sguardo assorto in chissà quali pensieri. Indossa un lungo abito rosso con le spalline sottili e le braccia nude, sembra non avere freddo nonostante la temperatura frizzante di questo pomeriggio di fine Ottobre. Al suo passaggio la gente la osserva, sembra che tutti la conoscano, eppure nessuno la saluta, e le loro occhiate sono sfuggenti, quasi avessero paura di incontrare il suo sguardo, e perfino i ragazzini si scostano per lasciarla passare. La sua bellezza mi colpisce, le scatto una foto proprio nell’istante in cui si volta verso di me, puntandomi addosso due profondi occhi verdi. Subito dopo, come se nulla fosse accaduto, lei ritorna sui suoi passi e mi scivola accanto, ma viene raggiunta e fermata da una ragazzina mascherata da principessa. “Aubrey! Mi leggi la mano per favore?” La donna di ferma, prende fra le sue la mano che la ragazzina le porge, le chiede cosa vuole sapere, lei risponde che in serata andrà ad una festa e incontrerà un ragazzo che le piace, le chiede se tra di loro succederà qualcosa, se lui la guarderà o la bacerà. La donna chiude gli occhi mentre accarezza il palmo disteso della ragazzina, poi riapre gli occhi e risponde: “Sì, lui ti bacerà.” “Oh, davvero? Ne sei certa?” “Sì, l’ho visto, accadrà questa sera.” “Grazie Aubrey, grazie mille!” La ragazzina corre via raggiante nel suo abito principesco, ed io rimango lì a bocca aperta, stupita da ciò che ho appena sentito. Un colpetto improvviso sulla spalla mi fa sobbalzare di spavento. Mi volto, è Brianna carica di borse della spesa. “Quella è Aubrey Laramye, la strega del paese”, mi sussurra. “Perché la chiami strega?” “Perché lo è. Legge i tarocchi, guarda nella sfera di cristallo, ti predice il futuro toccandoti la mano. Anche sua madre e sua nonna erano come lei, streghe che è meglio evitare.” “Non mi sembra affatto una strega maligna.” “Attenta, potrebbe farti il malocchio.” “Ma è solo una giovane donna, non dirmi che credi a certe sciocchezze… Non esistono le streghe.” “E che ne sai tu, miss France? L’Irlanda è piena di streghe, e lei è una di loro, stalle lontana.” Perplessa dalle parole di Brianna, mi giro a guardare la donna che ora sta leggendo la mano ad una bambina vestita da angelo con tanto

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di ali piumate e aureola sul capo. Mi avvicino di qualche passo e subito Brianna mi tira un lembo della mantella che indosso. “Aurore, dove vai?” “Sono curiosa, voglio farmi leggere la mano.” “No, non farlo, lascia perdere. Ogni volta che Aubrey legge la mano a qualcuno si scopre che sta per succedere una disgrazia, andiamo via, dai.” “Io non ho paura di queste cose, aspettami qui.” “Ma… Aurore, siamo in ritardo!” Senza ascoltare le lagne di Brianna, mi avvicino alla donna e le sorrido nell’istante in cui lei mi guarda dritta negli occhi. “Ciao, io mi chiamo Aurore Villon, sono nuova di qui, non ci conosciamo.” Lei mi porge la mano e dice: “Piacere, Aubrey Laramye, la strega del paese.” Le stringo la mano e sorrido alle sue parole. “Ho sentito che ti chiamano strega, ma io non credo nella stregoneria, e in quanto alla magia so che esiste il culto wicca, un tipo di magia a fin di bene, per cui non penso affatto che tu sia una persona cattiva.” “Sei gentile, benvenuta in questa terra di superstiziosi che temono la chiaroveggenza.” “Leggi davvero la mano delle persone?” “In realtà nella mano non c’è scritto nulla, ma attraverso il tocco io riesco a percepire il futuro. Sento il flusso vitale della gente, e ho delle visioni che li riguardano. Con i diffidenti e i timorosi è difficile percepire qualcosa, il loro flusso è bloccato dalle loro stesse paure, ma con le persone che credono nel mio dono le visioni sono molto più chiare.” “Quindi sei una sensitiva.” “I sensitivi sono molto più potenti di me, hanno delle percezioni legate ai cinque sensi. Io ho bisogno del tatto, e le mie visioni sono meno chiare, per questo preferisco definirmi una chiaroveggente. Vedo quello che le persone si portano dentro, e riesco a prevedere le azioni di coloro che sono a stretto contatto con loro. E’ uno scambio di flussi energetici tra persone che hanno un legame molto stretto.” “E’ affascinante… Vuoi toccare la mia mano?” “Tu vuoi che lo faccia?” “Sì, perché no?”

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Aubrey mi guarda con i suoi occhi da gatta, mi afferra per entrambi i polsi e li solleva verso di lei. I suoi pollici ruotano al centro dei miei palmi, le altre dita mi accarezzano il dorso delle mani. “Il tuo flusso energetico è molto potente, non sei bloccata dalle tue paure, hai fiducia nel destino… Cosa vuoi sapere?” “Dimmi cosa vedi, senza una domanda precisa.” “Va bene, come preferisci. Ti dirò cosa mi trasmette la tua energia. Rilassati, così le mie visioni saranno più nitide.” Seguo il consiglio di Aubrey e lascio andare ogni tensione. Il suo viso assume un’espressione concentrata, assorta, una piccola ruga compare fra le sue sopracciglia. Tiene gli occhi abbassati, semichiusi. “Sei una donna felice, appagata… Avverto la tua serenità, stai vivendo una fase di completezza e armonia interiore… Sei innamorata, molto innamorata, e desideri un bambino… Credi di non poterne avere, ma non è così… Presto avrai il figlio che tu e tuo marito desiderate tanto.” “Davvero? Ne sei sicura?”, chiedo con stupore, interrompendo per un breve istante la sua concentrazione. “Sì… Vedo l’arrivo di una nuova vita… Sarà una femmina, avrai una figlia fra un anno, è una visione molto limpida.” “Oddio, avrò una bambina!”, esulto, felice di questa notizia che nessun ginecologo ha potuto prevedere. “Cos’altro vedi?” Aubrey chiude gli occhi, la sua espressione è quella di chi si sta concentrando profondamente. “Sento il flusso di una persona collegata a te… Un uomo, un uomo che ami molto, e di cui ti fidi cecamente… E’ tuo marito. Il suo flusso energetico è meno forte del tuo, è bloccato da qualcosa che teme… La visione è sfocata, non è chiara…” “Mio marito ha viaggiato per il mondo per molti anni, ci siamo ritrovati da pochi mesi, forse le sue paure sono radicate nel suo passato.” “Sì… La visione dei viaggi è molto nitida, ma poi si interrompe… C’è qualcosa di non detto… Un segreto… Qualcosa che tu non sai, che lui ha promesso di non rivelarti mai…” “Non ci sono segreti fra di noi, lui mi dice tutto, è sincero con me, è un uomo leale.” Aubrey aumenta la stretta intorno ai miei polsi, è come se volesse tentare di vedere qualcosa che si nasconde al suo dono. “Sì, è leale, e ti ama moltissimo… Eppure vedo chiaramente una bugia… Lui ti sta nascondendo un segreto, ha giurato a qualcuno di non dirtelo… Ha paura di farlo, non vuole ferirti.”

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“Un segreto? Quale segreto?” “Aspetta, non riesco a capire… Tre persone, vedo tre persone… La prima è lui… La seconda è un uomo che gli somiglia molto, un fratello, ha il suo stesso sangue… E anche la terza persona…” “Certo, mio marito ha un fratello gemello, forse è lui che vedi. Ma chi è la terza persona?” “Un momento… Non sono due, sono tre… Tre fratelli.” “Ti sbagli, mio marito ha un solo gemello, non due.” Aubrey scuote la testa, mi stringe i polsi così forte da farmi quasi male, il suo respiro è agitato. “Tuo marito non è colui che dice di essere.” “Cosa? Che vuoi dire?” “I diari… La verità è nascosta nei diari… Lui non è l’uomo che tu credi che sia, ne sono sicura, non è l’uomo che dice di essere.” Spaventata, abbasso i polsi bruscamente e Aubrey perde il contatto con le mie mani. Apre gli occhi e mi guarda intensamente. “Io non sbaglio mai, quello che vedo è reale. Tuo marito ti nasconde una segreto importante, un dolore che lo ha colpito in prima persona ma che riguarda anche te, è tutto scritto nei diari, la verità è fra quelle pagine. Credimi, non mi sto inventando nulla, non ferisco le persone raccontando menzogne, quello che ho visto è vero, è sepolto nel passato, è una promessa che lui ha mantenuto.” “Aubrey, tu mi stai dicendo delle cose che non hanno senso, mio marito non mi mentirebbe mai, non c’è nessun segreto nascosto, nessuna bugia. Ho letto i suoi diari è non c’è scritto nulla di strano fra quelle pagine.” Lei mi guarda dritta negli occhi e mi dice: “Rileggili. Ti sei persa qualcosa, ti è sfuggito un particolare, lui non ti ha detto tutta la verità.” “Ma quale verità, su che cosa mi ha mentito?” “Te l’ho detto, lui non è la persona che tu credi che sia.” “Non ha senso, conosco bene mio marito, non ha nulla da nascondermi, me ne accorgerei se mi mentisse, non sono stupida.” “E’ stato lontano da te per molti anni, tu non puoi sapere tutto quello che ha fatto mentre era in viaggio, io lo vedo chiaramente, è successo qualcosa mentre tu non eri al suo fianco, devi credermi.” La guardo sconcertata, confusa e stordita, incapace di pensare. Jaehwa non può avermi mentito, mi ama, non è un bugiardo, non ha segreti per me. “Cerca nei suoi diari. Troverai la risposta alle mie visioni.”

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E’ l’ultima cosa che mi dice. Senza aggiungere altro, se ne va via quasi di corsa sparendo tra la folla, lasciandomi lì in preda a un profondo turbamento. Non la inseguo, non sono lucida, ho la testa altrove. Cerco Brianna con gli occhi e la vedo poco lontana mentre acquista delle zucche lampeggianti per i suoi figli. La raggiungo e le scuoto un braccio. “Aurore, hai terminato la lettura della tua mano? Che ti ha detto la strega? Stai per morire?” “Non mi ha detto niente, abbiamo solo parlato. Andiamo a casa? Sono stanca, e poi devo preparare la cena.” “Okay, andiamo, ormai è quasi buio.” M’incammino con lei verso il parcheggio, salgo sulla sua stationwagon fingendomi serena, ma in realtà non lo sono per niente. Le parole di Aubrey mi rimbombano nella testa, e ho la netta sensazione che fosse sincera. Non mi conosce, non mi aveva mai vista prima di oggi, lei non poteva sapere nulla dei diari di Jae-hwa, nessuno è a conoscenza dell’esistenza di quegli scritti, solo io e Sophie lo sappiamo. Quale verità devo cercare fra quelle pagine? Perché Jae-hwa dovrebbe nascondermi un segreto? Su cosa mi ha mentito? Quale promessa ha mantenuto, e a chi l’ha fatta? Chi è la terza persone che Aubrey ha scambiato per un terzo fratello gemello? E cosa significa “lui non è colui che dice di essere”? Devo assolutamente rileggere i suoi diari. Voglio scoprire quale segreto si cela in essi. *** Quella sera, quando Jae-hwa ritorna dal lavoro, io non gli dico niente. Mi fingo allegra come sempre, lo abbraccio e lo bacio, lui va a farsi la doccia, io finisco di scaldare la zuppa di pesce. Mangiamo in cucina parlando del più e del meno come ogni sera, non gli racconto di Aubrey e delle sue rivelazioni, lui è radioso, ha terminato una barca a vela che ha costruito per noi due, l’ha chiamata ‘Aurore Belle’, in mio onore, e non vede l’ora di portarmi fuori per un giro in barca lungo le coste della contea di Galway.

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Dopocena passiamo la serata ad accogliere i numerosi bambini mascherati che vengono a suonare alla nostra porta, li riempio di dolciumi e biscotti alla zucca che ho preparato io in mattinata, e dopo mezzanotte, quando non arriva più nessuno, mi faccio un bagno caldo e mi preparo un tè prima di andare a letto. Jae-hwa dorme già, scivolo sotto il piumone e mi stringo contro di lui. Resto sveglia per un pezzo, accarezzandogli i capelli con le dita e guardando la sua espressione tranquilla mentre dorme. Sembra un angelo, lo amo da impazzire, eppure devo scoprire se mi nasconde qualcosa, se mi ha raccontato delle bugie per proteggere se stesso o per proteggere me, sono certa che se mi ha mentito lo ha fatto per un valido motivo. Domani guarderò con cura i suoi diari, avrò tutto il giorno a disposizione mentre lui è al lavoro. Spero di trovare ciò che cerco prima che ritorni a casa.

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10

Il giorno dopo. Il cottage è silenzioso nelle prime ore del mattino. Jae-hwa è uscito da appena dieci minuti, nell’aria aleggia ancora l’aroma intenso del caffè che ha bevuto a colazione. Scendo dal letto e indosso una vestaglia di caldo pile sopra la maglietta e gli shorts che indosso per dormire. Apro l’armadio a quattro ante dove Jae-hwa ha riposto la vecchia valigia contenente i suoi diari, l’afferro per il manico e la tiro fuori. E’ pesante, così la trascino sul pavimento fino alla sala da pranzo. Ho bisogno di spazio, il tavolo del soggiorno andrà bene. Apro la valigia, prendo i diari disponendoli sul tavolo uno accanto all’altro, mettendoli in ordine, dal più vecchio al più recente. Comincio ad esaminarli partendo dal numero uno, quello che Jaehwa ha iniziato a scrivere il 3 Settembre 1996 a Sidney, in Australia, dopo essere atterrato all’aeroporto partito da Seoul. Sfoglio le pagine controllando le date dei suoi appunti di viaggio, i nomi delle città in cui scrive di essere stato, cerco i segni di un possibile sospetto, qualcosa che non corrisponde, anche se in realtà non so affatto cosa cercare. Passo al secondo diario, controllo le stesse identiche cose di prima, tutto mi sembra regolare, non c’è nulla di strano. Afferro il terzo diario, poi il quarto, il quinto, il sesto… Continuo così per due ore, mentre fuori il cielo si rannuvola e verso le dieci inizia a piovere a dirotto contro i vetri. Chiudo tutte le finestre di casa, bevo una tazza di caffè ancora tiepido rimasto nella moka, ritorno in salotto e proseguo nella lettura dei diari. Ne ho esaminati solamente una metà, inizio a innervosirmi mentre rileggo per la seconda volta gli appunti già letti di Jae-hwa, se Aubrey mi avesse detto esattamente cosa cercare sarebbe tutto più facile e mi sentirei meno sciocca. Un’ora dopo sono ancora lì, mi mancano solo cinque diari da esaminare, non ho trovato nulla che possa indurmi a pensare che Jae-hwa sta mentendo o nascondendo qualcosa fra le pagine scritte di suo pugno. A mezzogiorno mi preparo due toast con formaggio e prosciutto, non ho molta fame, la tensione mi toglie l’appetito, ma devo mangiare qualcosa per evitare che mi vengano i crampi allo stomaco. Fuori sta ancora piovendo, il cielo è grigio, il mare è in burrasca. Questa pioggia improvvisa non ci voleva, con quel mare

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agitato i pescatori saranno già tutti rientrati al porto, spero che Jaehwa non torni a casa prima del solito, non voglio che mi sorprenda a spiare nei suoi diari, non saprei che scusa inventarmi visto che li ho già letti tutti. Forse è al pub del porto con Connor e Ewan, o forse è chiuso nel capannone a verniciare la nostra barca a vela. Inizio a leggere l’ultimo diario, scritto agli inizi di Settembre del 2011, mi soffermo su qualche pagina, cerco indizi di una bugia che non esiste. Alle due del pomeriggio ho finito di leggerlo e non ho trovato nulla di insolito. Mi sento sollevata e in colpa al contempo, non avrei dovuto dubitare di Jae-hwa, forse Aubrey ha interpretato male le sue visioni, o forse è una bugiarda come tutti dicono che lei sia in realtà. Mi affretto a rimettere i diari in ordine dentro la loro valigia, sto per chiudere la doppia zip quando i miei occhi notano un rigonfiamento su uno dei due lati, una leggera convessità al di sotto del tessuto blu scuro. Incuriosita, ci passo una mano sopra e sento sotto le dita la presenza di qualcosa inserito tra il tessuto esterno e il rivestimento in stoffa nera dell’interno. Riapro la valigia e controllo le cuciture dei bordi. Sul lato sinistro si nota appena che la cucitura è stata aperta e poi richiusa con ago e filo alla bell’e meglio. Prendo una forbice dal cassetto della cucina e con la punta taglio il filo nero lungo il bordo creando un’apertura abbastanza grande per infilarci dentro la mano. Quando lo faccio, sento sotto i polpastrelli quella che sembra una busta di carta. Senza esitare troppo, afferro un lembo della busta tra indice e pollice e la tiro fuori dall’apertura. E’ una busta gialla, anonima, non è nemmeno chiusa. Trattengo il respiro mentre sollevo il lembo triangolare della busta. Dentro ci sono dei fogli e quella che sembra una vecchia foto sbiadita dal passare del tempo. Seduta per terra accanto al tavolo del soggiorno, estraggo la foto e la guardo. “Oh mio Dio…” L’immagine a colori raffigura tre neonati adagiati uno accanto all’altro nella culla di un ospedale. Sono tre neonati gemelli, tre fratelli identici. Ruoto la foto e leggo i loro nomi scritti a mano sul retro in hangul, la scrittura coreana. 한 재 화, 한 재 현, 한재정 Han Jae-Hwa, Han Jae-Hyun, Han Jae-Jung La data posta sotto i loro nomi è del 26 Dicembre 1979. Il giorno della loro nascita. Il compleanno di Jae-hwa.

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Comprendo immediatamente ciò che vedono i miei occhi. Ho tra le mani una foto di Jae-hwa neonato assieme ai suoi due fratelli gemelli Jae-hyun e Jae-jung. TRE. Non sono mai stati solo in due. Erano in TRE. Aubrey non mi ha preso in giro, Jae-hwa ha un terzo fratello gemello di cui non mi ha mai parlato… Perché? All’interno della busta ci sono alcuni fogli piegati. Il primo è un certificato di nascita, che attesta la venuta al mondo dei tre fratelli gemelli Han figli di Han Tae-Jin e Lee Son-yeong il 26 Dicembre 1979 all’ospedale di Seoul. Il secondo foglio è un certificato di adozione. Secondo quanto scritto, Han Jae-hyun è stato adottato il 29 Dicembre 1979, tre giorni dopo la nascita, dalla famiglia Ho di Sinan. Dunque è così che sono andate le cose, il terzo fratello gemello di Jae-hwa è stato dato in adozione… Mi chiedo perché, e cosa ne sia stato di lui. Jae-hwa lo sa, questo certificato era nella sua valigia, perché non me ne ha mai parlato? C’è un terzo foglio, piegato in quattro parti, lo apro, è una lettera scritta a mano su una pagina di quaderno a righe strappata da un lato. La calligrafia sembra quella di Jae-hwa, è la stessa con cui ha scritto i diari, eppure c’è un ché di lievemente diverso dal suo attuale modo di scrivere, come se in realtà i diari non li avesse scritti lui, ma qualcun altro. Chi può averlo fatto, se non lui?... Forse non è mai stato veramente da solo durante il suo lungo viaggio intorno al mondo... Chi c’era insieme a lui?... Chi l’ha accompagnato per tutti quegli anni da un capo all’altro della terra?... Possibile che fosse in compagnia del suo terzo fratello gemello? Con il cuore che pulsa forte in gola, inizio a leggere la lettera dall’inizio. “Golden, Alaska, 22 Ottobre 2011 A mio fratello Jae-hyun. Forse mi odierai per quello che sto per scrivere, ma sarei un illuso a credere di potermela cavare anche questa volta. Sono debole e stanco, sento che le forze mi stanno abbandonando giorno dopo giorno. A quanto pare la mia caduta dal ghiacciaio del Meares è stata più grave di quanto pensassimo, la ferita alla gamba sta peggiorando, e i medici dicono che l’infezione sta contaminando il mio sangue. Parlano di setticemia, una parola che non promette nulla di buono. Non credo di riuscire a sopravvivere fino al tuo

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ritorno, probabilmente morirò su questo letto prima di rivederti. E’ per questo che ti scrivo, nel caso io non ce la faccia. Girare il mondo con te è stata l’esperienza più esaltante di tutta la mia vita, sei stato un compagno di viaggio ammirevole, il migliore che potessi avere, abbiamo condiviso insieme questa lunga avventura divertendoci come pazzi, e non ho nulla da rimpiangere. Grazie per aver accettato di lasciare Seoul e partire con me, grazie per essere stato al mio fianco per tutto questo tempo. Tu sei sempre stato il migliore di noi due, il più sincero e il più onesto. Sei un vincente, un uomo che non si abbatte, che non si spezza, che non si lascia corrompere. So bene che pensi che avremmo potuto essere in tre e non in due in questo viaggio perfetto, e so che sei convinto che Jae-jung sia la parte migliore di noi solo perché è diventato il figlio esemplare di casa Han. Bè, credimi, non ha importanza se Jae-jung non ha voluto condividere i nostri ideali, lui è nato debole, e lo sarà sempre. Tu invece sei forte, cento volte migliore di lui e di me, e sono certo che una volta tornato a casa saprai continuare a vivere con lo stesso entusiasmo di adesso, anche se io non ci sarò più. Ma non è di questo che volevo parlarti, non ho certo bisogno di insegnarti a cavartela, lo sai già fare benissimo. Voglio chiederti un favore, e devi promettermi che farai ciò che ti chiedo… Riguarda Aurore, la nostra amata Aurore. Devi giurarmi che porterai a termine questo viaggio e poi ritornerai da lei. Giurami che la renderai felice al posto mio, che l’amerai come l’amerei io, che vivrai per lei, e ti spaccherai in due per farla sorridere come sorrideva a Jeungdo. Io mi faccio da parte, ti affido il suo cuore, infondo è sempre stata tua, fin dall’inizio, ha sempre preferito te a me, giurami che la proteggerai fino all’ultimo dei tuoi giorni. Ti prego, sposala, e metti al mondo dei figli che abbiano i suoi occhi di cielo, i suoi capelli di sole, il suo sorriso di Venere. Fallo per me, in nome del nostro legame di sangue. L’abbiamo amata entrambi, ci siamo azzuffati come sciocchi per uscirci insieme, e poi l’abbiamo persa entrambi come due perfetti idioti, ma lei non è svanita, trovala e falla tua, perché è l’ultimo favore che ti chiedo, una promessa che devi mantenere, un giuramento sul cuore che non puoi rifiutarmi, non adesso che te lo chiedo sul mio letto di morte. Jae-hyun, resta fedele a te stesso, non seguire le orme di nostro padre, non tentare di redimere quel debole di Jae-jung, non tornare più in quella casa piena di falsità e pregiudizi. E per favore, seppelliscimi qui in Alaska, non riportare in Corea le mie ceneri, non lo sopporterei, mi conosci troppo bene per non saperlo.

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Ti prego, mantieni la promessa. Non dire mai ad Aurore la verità. Fa in modo che resti un segreto, il nostro segreto. Ti voglio bene, Jae-hyun, non dimenticarmi. Tuo fratello, Jae-hwa.” “Aurore… Che stai facendo?” Sobbalzo spaventata nell’udire la voce di mio marito che spezza il silenzio, è la voce dell’uomo che amo, un uomo che ora non so più come chiamare. Non ho sentito il pick-up arrivare, né la porta che si è aperta alle mie spalle. Sono inginocchiata sul pavimento, in vestaglia, la valigia con i diari aperta di fronte a me, il contenuto della busta sparso intorno, la lettera di ‘non so di preciso chi’ ancora fra le mie mani. Sollevo gli occhi da terra e guardo l’uomo che ho sposato che mi fissa immobile nella penombra della sera che avanza. “Chi sei tu in realtà?” E’ tutto ciò che riesco a chiedere, non ho altre parole. “Ti prego, spiegami il significato di tutto questo.” Lui mi guarda con l’espressione ferita di un cucciolo preso a bastonate, mi sfila la lettera dalle mani, raccoglie la foto e gli altri fogli che ho trovato nella busta. “Immaginavo che prima o poi avresti scoperto la verità, ma non pensavo che sarebbe accaduto così in fretta.” “Io… ho bisogno di capire, di sapere…” Lui si china su di me e mi solleva fra le braccia. E’ umido di pioggia, si è bagnato risalendo il vialetto di casa. “Ti racconto tutto, non voglio segreti fra di noi.” Mi porta sul divano, si siede accanto a me, mi avvolge un plaid attorno alle spalle. E poi inizia a parlare…

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11 “Il mio vero nome non è Jae-hwa. Il mio nome è Jae-hyun. Sono il terzo fratello gemello di Jae-hwa e Jae-jung. Siamo nati tutti e tre la notte del 26 Dicembre 1979, all’ospedale di Seoul. All’epoca della nostra nascita, mio padre Tae-jin era solo un giovane apprendista muratore che lavorava in un cantiere edile per pagarsi gli studi alla facoltà di Architettura. Mi madre studiava ancora, le mancava un anno per laurearsi in pianoforte. La gravidanza non era stata programmata, arrivò per sbaglio, entrambi i miei genitori provenivano da famiglie povere, perciò il loro matrimonio riparatore fu celebrato con rito buddista dal monaco di un tempio di Seoul che accettò come pagamento una misera somma di denaro. Non potendo permettersi una casa propria, dopo sposati andarono ad abitare nella casa di Sinan della sorella di mia madre, mia zia Hyun-ha, che aveva sposato anni prima un agricoltore della zona e lavorava in un ristorante come cuoca, e poteva ospitarli senza dover chiedere loro di pagare l’affitto. Quando mia madre partorì, e i medici le dissero che aveva avuto tre gemelli, sia lei che mio padre non furono per niente felici. Nella loro situazione economica non erano in grado di sfamare e crescere tre figli, quindi presero la decisione che allora sembrò più giusta, tenendo due bambini e dandone in adozione uno. Scelsero di tenere Jae-hwa e Jae-jung, perché erano due neonati forti e sani, e diedero in adozione me, perché ero il più gracile, e durante il parto avevo sofferto di asfissia a causa del cordone ombelicale che mi stringeva il collo. Pensavano che i miei polmoni fossero stati danneggiati, ma in realtà non era affatto così, ero sano come lo erano i miei due fratelli. La famiglia che mi adottò era di Sinan, i coniugi Ho, entrambi pescatori, e da quel momento io cessai di esistere per i miei genitori. Per loro non ero mai nato, avevano avuto solamente due gemelli, non tre. Due anni dopo, quando mio padre prese la laurea e fu assunto in una ditta di costruzioni come architetto, riuscì a comprare una casa a Seoul e tutta la famiglia si trasferì nel quartiere di Gangnam. L’anno successivo anche mia madre si laureò, e cominciò ad esibirsi come pianista, prima in un’orchestra e in seguito come solista. Io sono cresciuto a Sinan, i coniugi Ho erano modeste persone con sani principi, non mi hanno mai fatto mancare nulla, mi hanno cresciuto con affetto insegnandomi ad amare il mare e la pesca. Sapevo di non essere figlio loro, a sei anni ero abbastanza

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grande da sapere e capire perché ero stato adottato, e quando mi dissero che avevo due fratelli gemelli pensai che un giorno avrei potuto conoscerli. Dentro di me sentivo di avere un legame con loro, una sorta di cordone ombelicale invisibile che avvertivo inconsciamente e mi faceva sempre pensare a loro. Non fui sorpreso quando l’estate dei miei dodici anni Jae-hwa venne a bussare alla porta di casa mia. Aveva preso il treno da solo, senza avvertire mio padre e mia madre, ed era venuto dritto a casa Ho solamente seguendo il suo istinto. Sentiva la mia presenza, sapeva che abitavo lì e che ero suo fratello, anche se in famiglia nessuno gli aveva mai parlato della mia esistenza. Quando si è gemelli può capitare che si sviluppi questo tipo di legame inconscio che per la scienza rimane un mistero inspiegabile, io sentivo lui e lui sentiva me, è sempre stato così tra noi due. Ovviamente la fuga di Jae-hwa fu scoperta il giorno stesso, e in un paio d’ore mio padre venne a riprenderlo per riportarlo a Seoul. Ma Jae-hwa era troppo furbo e troppo ribelle per accettare le dure regole di casa Han, e le sue fughe si ripetevano costantemente, veniva a Sinan per stare con me e puntualmente mio padre lo riportava a casa e lo puniva chiudendolo a chiave in camera sua lasciandolo senza cibo per un giorno intero. Andò avanti così fino a quindici anni, poi decisi che era arrivato il momento di andare a Seoul e presentarmi a casa Han per incontrare anche Jae-jung. Il mio arrivo fu uno shock per mia madre. Mi aveva dato in adozione sperando di non rivedermi mai più, e invece io bussai alla sua porta con lo zaino in spalla dichiarando che essendo figlio loro avevo tutto il diritto di passare del tempo con i miei fratelli. Lei non seppe come reagire, io ero diventato grande, assomigliavo a Jae-hwa in modo impressionante, eravamo alti uguali, identici, impossibili da distinguere l’uno dall’altro. In realtà una differenza c’era, un minuscolo neo dietro l’orecchio che io avevo e che a Jae-hwa mancava, ma per il resto eravamo due gocce d’acqua. Jae-jung era differente, aveva i nostri tratti, ma gli occhi erano lievemente più piccoli, e la bocca più sottile. Era l’unico che mia madre riusciva a distinguere. Mi ospitarono in casa Han per alcune settimane, un periodo di tempo più che sufficiente per capire che non ero nato per far parte di quella famiglia. I miei genitori erano due persone fredde, incapaci di dimostrare amore, così rigidi nel loro ruolo di perfetti educatori. In casa c’erano un sacco di regole. Non si doveva alzare la voce, non si poteva ridere troppo, a tavola si mangiava con i gomiti accostati ai fianchi, era proibito parlare durante il pasto, alle otto in punto si andava a letto, non potevamo giocare a pallone in cortile, la

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televisione era consentita per sole due ore al giorno, se uscivamo in centro per fare un giro non dovevamo rivolgere la parola a nessuno, specialmente ai ragazzini della nostra stessa età figli di famiglie meno ricche di noi. Tutto questo era ridicolo ai miei occhi, casa Han era un riformatorio minorile, un collegio punitivo, una lussuosa gabbia dorata dove all’interno s’imparava a crescere nella convinzione che il resto del mondo era feccia e che la perfezione era l’unico obbiettivo da raggiungere e sfoggiare. Jae-hwa la pensava come me, si ribellava a nostro padre e disobbediva a nostra madre, e loro lo detestavano. Al contrario, Jae-jung era una fragile marionetta che seguiva ogni loro ordine, non sentivamo alcun legame con lui, era come se non fosse nemmeno nostro gemello. Era freddo come Taejin e rigido come Son-yeong, era il figlio perfetto che volevano. Quando tornai a Sinan, dai miei genitori adottivi, sapevo già che non avrei mai più rimesso piede in casa Han, e così fu. Jae-hwa veniva a trovarmi ogni fine settimana, e a volte restava qualche giorno in più, pur sapendo che a Seoul le avrebbe prese da Tae-jin. E quando compì diciott’anni, fece le valige e si trasferì stabilmente a casa mia. Nostra madre tentò in tutti i modi di farlo tornare a casa, ma Tae-jin la convinse che Jae-jung era l’unico figlio degno di portare il nome Han, e la obbligò a dimenticarsi di Jae-hwa così come si era dimenticata di me subito dopo l’adozione. Lei lo fece. Era una donna debole, succube di suo marito, una madre di ghiaccio. Jae-hwa ed io prendemmo un appartamento in cui andare a vivere insieme, eravamo abbastanza adulti da cavarcela senza l’aiuto degli Ho. Io lavoravo al porto già da un anno, come aiuto pescatore, Jae-hwa si trovò un lavoro di cameriere in un ristorante sulla costa, e Jeungdo divenne l’isola in cui andavamo a bighellonare dopo il lavoro e a fare il filo alle ragazze del paese. Eravamo piuttosto popolari, piacevamo molto alle ragazze perché eravamo identici, non capivano mai con chi dei due avevano a che fare, e spesso ci scambiavamo i nomi fingendo di essere l’uno al posto dell’altro, per gioco, per uscire con le stesse ragazze senza che loro notassero la differenza. Funzionava sempre, ed era divertente. Poi sei arrivata tu. Jae-hwa fu il primo a vederti. Mi disse “Hey, è arrivata una francese bella come Venere, se non ti piace lasciala a me, altrimenti dividiamocela.” Quando ti ho vista io, ho pensato che eri speciale, che ti volevo tutta per me, ma Jae-hwa ti aveva già messo gli occhi addosso, e quando gli dissi che mi piacevi e che non volevo dividerti con lui, litigammo per la prima volta nella nostra vita. Ti volevamo entrambi, così alla fine facemmo un patto. Lui sarebbe uscito con te

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tutti i Sabati, io mi sarei accontentato delle Domeniche. Eravamo certi che tu non avresti notato la differenza fra noi due, e per il nome decidemmo di usare Jae-hwa, perché era lui che ti aveva vista per primo. Il patto prevedeva che questo gioco sarebbe terminato quando uno di noi due sarebbe riuscito a fare l’amore con te. Il primo che ci riusciva sarebbe diventato il tuo ragazzo e l’altro si sarebbe fatto da parte. Immagino che tu ora stia pensando a quanto siamo stati idioti e irrispettosi nei tuoi confronti, e in parte è vero, non abbiamo scuse. Però eravamo veramente presi da te, ti amavamo entrambi, anche se Jae-hwa ti considerava un’avventura estiva, mentre io più ti stavo accanto e più sentivo che mi stavo innamorando di te. Il primo bacio te l’ho dato io, quando ci siamo parlati per la prima volta, quella Domenica del 10 Giugno sulla spiaggia di Jeungdo. Ci siamo addormentati sulla spiaggia e al sorgere dell’alba io ti ha baciata. La Domenica successiva sono stato io ad accarezzarti il seno sul pontile, e quella dopo sono stato io a portarti fuori in barca dormendo con te nuda al mio fianco sotto il cielo stellato e la barca ormeggiata al largo. Io ti ho portata a ballare al club la prima volta, io ti ho invitato fuori a cena al ristorante giapponese per il tuo primo assaggio di sushi, e io ti ho regalato la collanina con la perla nera che hai portato al collo per tutta l’estate. I momenti migliori li ho avuti sempre io. Anche la notte di San Lorenzo in cui ti ho portato al faro e ti ho detto “Ti amo” per la prima volta ero io, non era Jae-hwa, lui non riusciva mai a combinare niente di importante con te, non aveva il mio modo di corteggiarti, non sapeva cogliere i momenti in cui tu facevi capire cosa desideravi che accadesse fra noi, una volta mi disse che sapeva che ti avrebbe persa e che alla fine saresti stata mia. Il giorno in cui sei partita per tornare in Francia, sono venuto io a salutarti all’aeroporto. Jae-hwa aveva capito che ti amavo di più, che eri perfetta per me, e mi disse che dovevo essere io ad abbracciarti e baciarti per l’ultima volta. Così è stato. Poi il destino ci ha divisi, tu di ritorno in Francia, io e Jae-hwa a bordo dello stesso volo diretto a Sidney, in Australia. Quel viaggio in tutto il mondo lo avevamo progettato insieme, era il nostro sogno, la nostra avventura… Noi due soli a scoprire nuove terre e nuove culture come vagabondi con lo zaino in spalla e i soldi contati nelle tasche… Abbiamo condiviso ogni attimo di un’esperienza durata ben quindici anni, è stato indimenticabile, se potessi tornare indietro rifarei tutto daccapo. L’idea di scrivere dei diari di viaggio l’ho avuta io, pensavo che un giorno li avrei fatti leggere a te, però non ero molto bravo a descrivere a parole le mie sensazioni, a Sinan avevo frequentato una

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scuola pubblica che non era paragonabile a quella privata dove aveva studiato Jae-hwa, così i diari li ha scritti tutti lui, pensando a te che non eri lì con noi. La fase conclusiva del nostro viaggio prevedeva una tappa in Alaska e una nella regione del Nunavut, in Canada. Eravamo stanchi e soddisfatti, volevamo tornare a casa e venire a cercarti, e il primo che ti avesse trovata ti avrebbe chiesto di sposarlo. Al nostro arrivo in Alaska, Jae-hwa ha pensato che potevamo separarci. Lui voleva andare a scalare il ghiacciaio di Meares, a Golden, io volevo andare a Juneau, a pescare salmoni giganti nel fiume Kenai. Non era la prima volta che ci dividevamo per fare esperienze diverse, perciò abbiamo fatto così. Mentre mi trovavo a Juneau, dopo aver pescato un salmone di sedici chili nelle acque del Kenai, ho ricevuto una chiamata dall’ospedale di Golden. Jae-hwa aveva avuto un incidente mentre scalava il ghiacciaio Meares. Il ghiaccio era franato sotto i suoi piedi all’improvviso, e lui era caduto da un’altezza di dieci metri. Si era fratturato l’anca, spezzato il femore e il braccio sinistro. I dottori lo avevano operato e ingessato, ma la ferita al femore si stava infettando, e l’infezione poteva contaminargli il sangue. Non era in buone condizioni, e i medici volevano vedermi per discutere di un’eventuale possibilità di amputargli la gamba se l’infezione fosse peggiorata, per scongiurare il rischio che il suo corpo fosse attaccato dalla setticemia. Ho lasciato subito Juneau pregando che tutto si risolvesse nel miglior modo possibile, ma quando sono arrivato a Golden era già successo il peggio. L’infezione aveva contaminato il sangue così rapidamente da non poter essere fermata, e purtroppo Jae-hwa non ce l’aveva fatta… E’ morto di setticemia. Solo, senza di me. Non mi perdonerò mai per avergli permesso di scalare quel maledetto ghiacciaio, ci avevano messi in guardia, il clima aveva reso fragile il ghiaccio, il pericolo di frane era elevato. Eppure io non l’ho dissuaso, come se nella mia testa pensassi che lui era immortale, e che mai gli sarebbe accaduto qualcosa di brutto. La sua morte è stata anche la mia morte. Quel legame che sentivo dentro di me fin da bambino non c’era più, era come se all’improvviso si fosse spenta quella voce che mi ronzava nelle orecchie, sentivo solo silenzio, un vuoto incolmabile, e un gran gelo nel cuore. Lui sapeva che stava per morire. Mi ha lasciato questa lettera, questa specie di testamento, e quando l’ho letta ho capito che avevo il dovere di mantenere la promessa che mi chiedeva di esaudire. L’ospedale ha provveduto a cremare il suo corpo, e due giorni dopo ho versato le sue ceneri nel lago Sitka, assecondando la sua volontà di non essere riportato in

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Corea. Sono rimasto in Alaska per una settimana, per riprendermi dal dolore che provavo e decidere cosa fare. Poi sono partito per il Canada e ho raggiunto il Nunavut. Mentre ero là, ospite di Imnek e Kaya, ho trovato il coraggio di scriverti la prima lettera che ti ho inviato. Sapevo che dovevo ricominciare a vivere senza Jae-hwa, e che potevo farlo con te al mio fianco. Una parte di me desiderava ritrovarti e recuperare il nostro rapporto lasciato in sospeso anni prima, e l’altra parte voleva mantenere la promessa fatta a Jae-hwa mentre versavo le sue ceneri nel Sitka. Ero a corto di soldi, perciò mi sono organizzato per trovare lavoro nel Montana. E quando potevo finalmente tornare da te a Bruges ho pensato che non era il caso di piombare nella tua vita a mani vuote senza nulla da offrirti, e così sono volato qui in Irlanda, e ho scelto questo cottage per farne il nostro rifugio d’amore, ho parlato con Ewan del suo progetto di aprire un capannone per la costruzione di barche, e prima di partire ho organizzato il nostro matrimonio in ogni suo piccolo dettaglio. Volevo regalarti una favola, renderti felice, cancellare in un solo giorno tutto il vuoto della mia assenza. E’ così che è andata. Ora sai tutta la storia, non ci sono altri segreti nascosti, nessuna bugia, nient’altro da sapere. Ti avrei raccontato tutto molto presto, aspettavo il momento più adatto. Tu sei stata più veloce di me, mi hai preceduto, e mi dispiace che la verità sia venuta fuori in questo modo. Se vuoi arrabbiarti con me, fallo pure, ti capirò. Ma non dubitare mai del mio amore per te, è sempre stato sincero, fin dall’inizio, non importa qual’è il mio vero nome, sono il ragazzo che hai conosciuto a Sinan e di cui ti sei innamorata, sono l’uomo che ti ha sposata, tutto il resto non conta più ormai, è svanito per sempre.” Il silenzio cala all’improvviso fra di noi e riempie tutta la stanza, si ode solo il vento che soffia fuori dal cottage, il ticchettio della pioggia sui vetri e sul tetto, il rombo lontano del mare in burrasca. “Perdonami Aurore… Non volevo mentirti.” La sua voce trema, incrinata dall’emozione del momento. Senza dire nulla, spinta dall’istinto e dall’amore, stendo le braccia verso l’uomo che ho di fronte e lo stringo a me dolcemente. Lui mi abbraccia a sua volta e affonda il suo viso nell’incavo della mia spalla. “Mi dispiace da morire per l’inganno che io e Jae-hwa ti abbiamo fatto, eravamo due ragazzini stupidi, non avevamo il diritto di prenderci gioco di te e dei tuoi sentimenti, è stato uno scherzo di cui adesso mi vergogno e mi pento.” “Va tutto bene, amore, è tutto okay...” Lui mi abbraccia più stretta, nascondendosi nel mio petto.

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“Ti chiedo scusa, e anche Jae-hwa lo farebbe se fosse ancora vivo. Potrai mai perdonarci per averti ingannata?” “Non c’è nulla da perdonare, è successo quindici anni fa, eravamo tutti e tre così giovani… E’ stato solo un gioco innocente, niente di più di questo.” Jae-hwa sospira forte contro la mia spalla, lasciando scivolare via un misto di rimorso e angoscia, un peso che si è portato nell’anima fino ad oggi. “Non sei arrabbiata con me?” “No, amore, non sono arrabbiata.” “Nemmeno delusa?” “No… Va tutto bene, stai tranquillo.” Mi scosto un po’ e prendo il suo viso fra le mie mani. “Mi dispiace così tanto per Jae-hwa… Senza saperlo, ho amato anche lui, e sapere che ora non c’è più… Oh, amore mio, la sua morte mi rattrista molto.” “Non dire così, lui non vorrebbe che tu fossi triste.” “Ma tu lo sei… Non è così?” I suoi occhi neri si fanno lucidi di pianto, colmi di tristezza. “Il mio cuore è andato in pezzi il giorno in cui lui è morto, ho sofferto terribilmente per giorni. Ora sto ricucendo la ferita che mi ha lasciato nell’anima, e il dolore svanisce un po’ per giorno, lentamente.” “Come posso aiutarti a guarire?” “Amandomi, come hai fatto finora. Amami e basta.” “Oh, tesoro…” Lo bacio sulla fronte, su una guancia, sull’altra, e poi sulla bocca, una, due, tre, quattro volte. Lo bacio con la stessa tenerezza con cui si baciano gli adolescenti innamorati, a fior di labbra. “Jae-hyun.” Pronuncio il suo vero nome guardandolo negli occhi intensamente. “Mi piace come suona, ti sta bene. Dovrò abituarmi a chiamarti così d’ora in poi.” “Puoi continuare a chiamarmi Jae-hwa se preferisci, per me non fa alcuna differenza. Veramente. Non ha importanza come mi chiami.” “No, è giusto che io ti chiami con il tuo vero nome ora che conosco la verità su di te e sul tuo passato.” Lui azzarda un timido sorriso, io gli sfioro le labbra calde con un pollice. “Ti amo Jae-hyun, ti amo tanto… E ringrazio Dio per averti creato, non potrei avere un marito migliore di te.” Lui mi abbraccia forte, stringendomi contro di sé, affondando le mani tra i miei capelli sciolti. Restiamo avvinti così per un lungo

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momento, senza parlare, perché non abbiamo bisogno di dire altro, è tutto chiarito, tutto risolto, il passato è un luogo distante, ora viviamo nel presente, noi due soltanto. Aubrey Laramye aveva ragione, le sue visioni mi hanno aiutato a scoprire fino in fondo la storia dell’uomo che ho sposato, adesso posso chiamare mio marito con il nome che gli appartiene, e vivere al suo fianco senza dubitare di nulla. Non gli dirò che è stata lei a suggerirmi di cercare la verità dove lui l’aveva nascosta, non gli dirò nemmeno che fra un anno avremo una figlia, sarà una sorpresa, un regalo divino. “Jae-hyun, mettiamo via i diari e tutto il resto, ti va?” “Lo faccio io, non preoccuparti.” “Allora ti preparo la cena.” “Va bene, vai.” Gli do ancora un bacio, poi scendo dal divano, piego il plaid che avevo addosso e mi avvio verso la cucina. “Aurore?” Mi blocco sulla porta, e mi volto verso mio marito. “Sì?... Cosa c’è?” Lui scuote la testa. “Niente. Volevo solo guardarti.” Gli regalo un sorriso rassicurante, poi sparisco in cucina. Quella sera mangiamo a lume di candela, perché l’elettricità è saltata in tutta Galway per colpa della tempesta che imperversa fuori. Nell’intima atmosfera della piccola cucina illuminata dalle tremule fiammelle dei ceri alla vaniglia, ripercorriamo a ritroso nel tempo l’estate del 1996, ricordando l’inizio del nostro amore e brindando al ricordo di Jae-hwa, in sua memoria e in suo onore, consapevoli che sarà sempre una vivida presenza in ogni giorno della nostra vita.

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Il mese di Novembre ha portato nella nostra vita dei notevoli cambiamenti. Jae-hyun ha deciso che era tempo di tornare in Corea per incontrare la sua famiglia a Seoul e informarli della morte di Jaehwa e del nostro matrimonio. Non gli ho chiesto di portarmi con sé, l’ho accompagnato all’aeroporto e ho lasciato che partisse da solo. Il suo soggiorno a Seoul è durato una settimana, giusto il tempo di rimettere piede in casa Han e fare un salto a Sinan per salutare la sua famiglia adottiva. Mi ha scritto una mail tre giorni dopo la sua partenza per dirmi che aveva incontrato i suoi genitori e suo fratello Jae-jung. La notizia della morte di Jae-hwa è stata un duro colpo per Tae-jin e Son-yeong, hanno pianto di fronte a lui, lasciando cadere per un breve istante la loro gelida corazza di genitori autoritari e rigidi. Anche Jae-jung si è dimostrato addolorato, nonostante non avesse mai amato il fratello in passato. Jae-hyun mi ha scritto che l’Han Buildings è ora gestita dal fratello, Tae-jin si è ritirato in pensione lasciando a lui il comando totale della ditta di costruzioni, e Son-yeong insegna pianoforte in una scuola privata di Seoul. Sono stati tutti piuttosto sorpresi di sapere del nostro matrimonio, poiché sposare una ragazza bianca europea non rientra nella tradizione coreana che predilige che il maschio prenda in sposa una donna della sua stessa razza, e Tae-jin non ha saputo evitare di commentare la notizia con una battuta sui nostri figli che nasceranno meticci. “Come vedi, il passare del tempo non ha cambiato la chiusura mentale dei miei genitori”, mi ha scritto Jae-hyun concludendo la sua mail. Al suo ritorno a Galway, sono andata a prenderlo all’aeroporto e quando è sceso dall’aereo mi ha sorpreso presentandosi con i capelli tagliati corti. “Oh mio Dio… Jae-hyun!” “Ti prego, non dirmi che non ti piaccio più.” “Stai scherzando? Io ti amo, e mi piaci da morire, lo sai!” “Uh, che sollievo! Ho avuto il terrore di commettere un errore rinunciando ai miei capelli lunghi, temevo di deluderti.” “Oh, che sciocco, stai benissimo!” “Davvero? E’ un bel cambiamento rispetto a prima.” “Sono solo stupita, dove hai trovato il coraggio di tagliarli?”

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“Sentivo il bisogno di un cambiamento, di un taglio netto con il passato. E un paio di bicchierini di soju mi hanno aiutato a mettere piede in un beauty-saloon.” “Hai fatto bene, mi piaci così, sei molto affascinante.” E’ davvero bellissimo. Il taglio corto mette in risalto il suo viso, e soprattutto i suoi meravigliosi occhi coreani. Mi sono divertita a scattargli un sacco di foto, e la più bella è quella che ho incorniciato e posto sulla scrivania del mio studio. Il 15 Novembre siamo partiti per un lungo giro in barca a vela sulla nostra ‘Aurore Belle’, visitando ogni porto e ogni cittadina peschiera della costa d’Irlanda. Ci siamo fermati un paio di giorni a Donegal, splendida città ricca di antiche leggende celtiche su fate ed elfi dei boschi, sirene marine, gnomi benefici e folletti dispettosi. Tornati a casa, ho iniziato a scrivere il mio undicesimo libro, un nuovo romanzo rosa ambientato in Irlanda che Sophie ha decretato come “il migliore dei tuoi capolavori” dopo la lettura delle prime bozze. Pochi giorni prima dell’inizio di Dicembre, ho incontrato Aubrey Laramye all’emporio del paese mentre acquistava delle candele per i suoi riti di magia wicca. Sono stata felice di rivederla, l’ho ringraziata per avermi aiutata a portare a galla il peso che Jae-hyun si teneva dentro grazie alle sue visioni, e mi sono scusata per non averle creduto in un primo momento. Nel salutarmi, Aubrey mi ha detto: “Sarà una bambina bellissima, nascerà in Settembre.” Ho sorriso, pensando alla figlia che io e Jae-hyun avremmo concepito molto presto. Per comodità e per evitare di dover spiegare a tutti un passato che appartiene solamente a noi due, Jae-hyun ha iniziato a farsi chiamare semplicemente ‘Jae’, e sebbene il suo nome intero mi piaccia molto, ben presto ho preso anch’io l’abitudine di chiamarlo solo Jae. Dicembre è arrivato presto, portando con sé la magia del periodo natalizio con le prime nevicate. Jae ha trascorso un’intera giornata nel nostro giardino innevato a modellare un pupazzo di neve grande quanto lui con un cappello di lana sul capo, una vecchia sciarpa colorata attorno al collo, una radice d’albero al posto del naso, dieci bottoni neri a formare il sorriso sulla sua faccia di neve, e due pezzi di legno intagliati a forma di ellisse per gli occhi. Quando i bambini di Brianna l’hanno visto, gli hanno subito chiesto: “Perché ha gli occhi così allungati?” “Perché è un pupazzo di neve coreano!” “E quindi è come te?”

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“Certo, ha gli occhi come i miei. Vedete?” I bambini hanno riso, mentre lui abbracciava il pupazzo di neve e sgranava gli occhi dal taglio orientale. Alle soglie del Natale abbiamo decorato il cottage con una fila di luci colorate intermittenti appese lungo tutto il perimetro del tetto, una ghirlanda di rami di pino intrecciati appesa alla porta, rametti di agrifoglio su ogni davanzale e lanterne di vetro con lumini rossi all’interno appese ad ogni finestra, e un piccolo alberello sintetico addobbato di lucine multicolori posto al centro del giardino. Una Domenica mattina siamo andati insieme alla rivendita di abeti in città a scegliere in nostro albero di Natale da mettere in soggiorno, e Jae ha scelto un bestione di due metri che una volta a casa ci siamo divertiti a decorare con palline d’argento e d’oro, fiocchi rossi e luci a goccia colorate. Sulla punta ho messo io stessa un bellissimo angelo di cristallo con le ali spiegate, e ai piedi del vaso ho allestito una piccola capanna con le statuine della Sacra Famiglia intagliate nel legno. Quella notte, colti dal romanticismo dell’atmosfera natalizia e inebriati dal profumo intenso degli aghi di pino, abbiamo fatto l’amore sul divano, illuminati dalle luci accese dell’albero, mentre lo stereo diffondeva attorno a noi le note di “Silent Night”, “Silver Bells”, e “Have Yourself A Merry Little Christmas”, e fuori dal cottage fioccavano cristalli di neve seppellendo la città sotto un metro di candore. Il giorno di Natale è stato emozionante. Abbiamo invitato a pranzo Brianna e Jensen con i bambini, Jenna e Dunkan con le figlie, Ewan e Connor con le loro fidanzate Martha e Brigit. Ho cucinato il primo tacchino della mia vita senza esagerare con il ripieno di mirtilli e senza cuocerlo troppo, Brianna ha portato una teglia di selvaggina arrosto, Jenna le verdure cotte al forno, Martha e Brigit un dolce candito alla frutta e una cheesecake ai lamponi, e i maschi hanno provveduto al vino rosso, bianco, e ai liquori. E’ stato un pranzo allegro, abbiamo riso e scherzato, ci siamo scambiati i regali e poi le ragazze mi hanno dato una mano a sparecchiare e lavare piatti, pentole e vettovaglie. Rimasti soli, io e Jae ci siamo scambiati i nostri regali più preziosi ai piedi dell’albero. Lui mi ha regalato una deliziosa collana d’oro a forma di cuore tempestato di rubini rossi, io gli ho preso un grosso libro che lui ha scartato con curiosità e poi con stupore. “Il ”Manuale del padre perfetto”… Che significa?” “Ho un ritardo. Di tre settimane”, ho annunciato radiosa. “Sei sicura?”

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“Sicurissima. Sono stata dal ginecologo.” “E sei incinta?” “Sì, sono incinta! Avremo un bambino!” “Oddio, diventerò papà!” “Credo proprio di sì, per questo ti ho preso il manuale, hai un sacco di cose da imparare.” “Non saranno gemelli, vero?” “Uhm… Non credo… Il mio istinto mi dice che sarà una femmina.” “Aurore, è una notizia meravigliosa… Sono felice, non vedo l’ora che nasca!” “Ti aspettano nove lunghi mesi di attesa. Resisterai?” “Ci proverò. E tu, ti ci vedi con il pancione?” “Spero di non diventare una mongolfiera.” “Ti amerò lo stesso, anche con le dimensioni di una balena.” “Come sei gentile!” “Scusami, scherzavo! Sarai bellissima.” Ci siamo abbracciati, augurandoci: “Buon Natale papà Jae.” “Buon Natale mammina.” La mia gravidanza gli ha messo addosso un’euforia che non mi aspettavo, nei giorni successivi al Capodanno si è messo a costruire una piccola dépendance accanto al cottage dove trasferire il mio studio e la mia camera oscura, e con l’aiuto di Ewan ha buttato giù la parete che divideva le due stanze creando un’unica grande camera. L’abbiamo dipinta insieme di rosa confetto, e decorata con fiori e farfalle colorate. “Se sarà un maschietto dovrò ridipingerla di azzurro.” “Fidati, sarà una bambina.” La mia pancia ha cominciato a crescere a vista d’occhio, e in contemporanea la cameretta si è riempita giorno per giorno di oggetti per il nascituro. Prima il lettino con la giostra di farfalle colorate appesa sopra e un carillon dalla dolce melodia, poi il fasciatoio per cambiarla, la carrozzina, il box dove farla giocare, il passeggino, e tanti giocattoli in gomma per neonati. Il mio undicesimo libro è uscito in Marzo, per la gioia di Sophie e dei miei lettori, e il mese successivo ho pubblicato un libro fotografico contenente i miei scatti migliori. Il lavoro di Jae alla rimessa di barche ha incrementato i suoi clienti, tanto da fargli assumere in Aprile un giovane apprendista di nome Kieran che oltre a dare una mano a lui e a Connor ha introdotto anche la fabbricazione di tavole da surf per i ragazzi di Galway e per i numerosi turisti appassionati di surf che affollano la

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zona costiera nelle bella stagione. In Maggio siamo tornati a Bruges per una settimana di vacanza, soggiornando al Kastell ten Berghe per festeggiare il nostro primo anniversario di matrimonio. Ho rivisto con gioia Elsje e Ilke con il suo bambino di pochi mesi, e mi sono rilassata al sole nel grande parco del castello fotografando i cigni e le anitre nel canale. Il mio pancione di sei mesi non ci ha permesso di esagerare con il sesso, ma ci siamo amati ugualmente, teneramente e dolcemente. Tornati a Galway, una mattina di fine Giugno, abbiamo ricevuto una visita inattesa. Quando hanno suonato alla porta e sono andata ad aprire, mi sono trovata di fronte ad un ragazzo alto e magro con zaino in spalla e borsone da viaggio a tracolla, un adolescente asiatico dai capelli neri e gli occhi a mandorla allungati, la pelle ambrata, e una pazzesca somiglianza con Jae-hyun. Ricordo quel giorno con tanta emozione. “Ciao… Posso esserti utile?”, chiedo sul pianerottolo, stupita e sorpresa al contempo. “Salve signora. Sto cercando Han Jae-hwa.” “Ehm… Sì, aspetta solo un secondo.” Rientro in casa trepidante tenendomi il pancione con le mani. “Amore? Puoi venire qui un momento? E’ importante!” Lui mi raggiunge subito, fresco di doccia, con i capelli ancora umidi. “Eccomi. Cosa succede?” “Nulla, sto bene, ma abbiamo visite.” Apro la porta e Jae fissa il ragazzo senza emettere un suono. “Salve, è lei Han Jae-hwa?” “No, non sono io. Il mio nome è Jae-hyun, io sono il fratello gemello di Jae-hwa.” “Oh, mi scusi, non sapevo che avesse un gemello. Un tizio giù al porto mi ha detto di venire qui.” “Sì, bè, non tutti al porto sanno che ho un fratello gemello. Anzi, avevo un fratello gemello, purtroppo Jae-hwa è deceduto un anno fa.” “Come?!... E’ morto?!” Il viso del ragazzo si rattrista di colpo, mentre Jae annuisce con il capo per confermare la spiacevole notizia. “Mio fratello Jae-hwa ha perso la vita in un brutto incidente.” “Accidenti, mi dispiace, io… Io non lo sapevo.” “Qui nessuno lo sa… Ma tu chi sei?” “Mi chiamo Song Jae-min, sono nato a Sinan, in Corea del Sud. Sono venuto qui perché Han Jae-hwa è… era… mio padre.”

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Restiamo entrambi di stucco nell’udire quella rivelazione. “Come hai detto? Tuo padre?!”, esclama Jae sorpreso. “Non lo sapevate?... Mia madre Song Yu-jin era la fidanzata di Han Jae-hwa nel 1996. Credo che lui non abbia mai saputo della mia nascita, mia madre mi