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Romanzo breve incluso nel libro

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 42811

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Paola Secondin

Il segreto di

Isabel Romanzo breve

Copyright Š Paola Secondin 2015 3


Titolo: Il segreto di Isabel Autrice: Paola Secondin Copertina a cura dell’Autrice © Tutti i diritti riservati all’Autore Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta senza il previo assenso dell’Autore. © Paola Secondin 2015

Quest’opera è il frutto della fantasia dell’Autore. Qualunque riferimento a luoghi e nomi di persona realmente esistenti o esistiti e a fatti o avvenimenti realmente accaduti è puramente casuale.

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Capitolo 1 Quand’ero bambina, molto prima che i miei genitori lasciassero il Messico per trasferirsi in California e portarmi con loro, abitavamo in un quartiere popolare della periferia di Puebla. La nostra casa era una bassa costruzione dai muri in pietra viva che si affacciava su un cortile sterrato con un vecchio pozzo al centro. Nelle sere d’estate, quando il clima secco non scendeva mai al di sotto dei trenta grandi, le anziane donne che vivevano nelle case erette intorno al cortile si sedevano sui gradini dei portoni d’ingresso con i nipotini in grembo, e sciorinavano una dopo l’altra antiche leggende e storie popolari messicane. Una di loro, la più anziana, era solita portare in cortile una seggiola di legno e paglia per sedersi accanto al pozzo e recitare in silenzio il rosario dai grani di vetro rosso scuro che teneva fra le mani ossute e rugose. Il suo nome era Itzel, e di lei si sapeva molto poco. Era una donna che passava il suo tempo rinchiusa in casa, non parlava mai con nessuno, e sembrava non gradire essere disturbata dalle altre donne, per questo tutti la lasciavano sola limitandosi ad osservarla senza farsi notare troppo. Mia madre, Soledad, mi raccomandava sempre di non parlarle, quasi temesse che potesse dirmi o farmi chissà cosa, ma Itzel m’incuriosiva troppo, ed io, incurante degli ammonimenti di mia madre che ogni sera si appartava con mio padre José nella loro camera da letto dopo avermi spedita in cortile a giocare con gli altri bambini, gironzolavo attorno a Itzel ascoltando il mormorio delle sue preghiere. Lei mi osservava attraverso le palpebre 5


semichiuse, e quando finiva di pregare si rimetteva il rosario nella tasca della gonna – vestiva sempre di nero, come fosse in lutto perenne – e alzava gli occhi al cielo contemplando il manto stellato sopra di lei. Io la imitavo, cercando di capire cosa cercasse in mezzo a tutte quelle stelle, e se talvolta i nostri sguardi s’incrociavano, allora lei mi sorrideva, per un brevissimo istante, per poi tornare seria e armeggiare con le forcine del suo bianco chignon. Una sera, con l’innocente curiosità tipica dei bambini, mi avvicinai e le chiesi: “Cosa cerchi nel cielo?” Itzel abbassò la testa e rispose in un sussurro: “Mio marito.” Io la fissai con stupore. “Tuo marito è una stella?”, domandai. Itzel annuì con un movimento del capo. “E cosa ci fa lassù?... È morto?”, continuai. Itzel annuì di nuovo. “E’ volato in cielo molto, molto tempo fa.” Sollevai la testa fissando le stelle. “E come lo riconosci?” Itzel mi sorrise. “Non lo riconosco, ma so che lui mi guarda.” Continuai a fissare le stelle, stupita da quella rivelazione. Sapevo che i morti salivano in cielo perché mia madre me lo aveva spiegato quando le avevo chiesto dove fossero i miei nonni, ma non mi aveva detto che diventavano delle stelle. “E’ per lui che dici le preghiere con il rosario?” 6


“Certo. Prego perché venga presto a prendermi.” “Ma è diventato una stella, come può tornare sulla terra?” “A volte capita. I morti ritornano in mezzo ai vivi per un breve momento.” La guardai, nuovamente stupita. “E come fanno?” Itzel sollevò una mano dal grembo e mi fece il gesto di avvicinarmi. Senza alcun indugio, la raggiunsi, e lei mi fece sedere sulle sue ginocchia. “Ascoltami bene Isabel, perché quello che sto per dirti è un segreto che pochissime persone conoscono. Quando a volte i morti ritornano, prendono il nome di “spiriti inquieti”. Sono anime tormentate, che si presentano a te ovunque tu sia e in qualunque momento, prima di lasciare questa terra e raggiungere il mondo celeste.” “Sono come gli angeli? Con grandi ali bianche e tanta luce intorno alla testa?” “No, tesoro, non sono angeli. Gli spiriti inquieti sono diversi, sono persone che hanno da poco perso la vita e non possono raggiungere Dio prima di aver risolto certe questioni lasciate irrisolte. Hanno il volto delle persone che ami, sembrano ancora vivi ma in realtà sono già morti, e sanno di esserlo, per questo ritornano dai loro cari un’ultima volta prima di svanire per sempre.” “E tu come sai queste cose? Ne hai visto qualcuno?” Itzel mi accarezzò una guancia con il palmo della mano un po’ ruvido e i suoi occhietti piccoli e neri si fecero lucidi. “Piccola Isabel, molti anni fa, quando ero giovane e bella come tua madre, ho conosciuto un ragazzo meraviglioso di 7


nome Santiago. Era un operaio, lavorava in fabbrica, soprattutto di notte. Mi amava, e io amavo lui. Era un uomo onesto e semplice, proprio come avevo sempre immaginato che dovesse essere il mio futuro marito. Così l’ho sposato, e lui mi ha resa felice per molti anni, anche se non riuscivamo ad avere figli. Santiago riempiva la mia vita di gioia, non mi ha mai fatta piangere, era davvero un brav’uomo. Immaginavo che saremmo diventati vecchi insieme… Ma una notte d’inverno, mentre fuori nevicava e gelava, Santiago mi ha svegliata all’improvviso mentre dormivo profondamente, mi ha abbracciata forte, e con le lacrime agli occhi mi ha detto: “Itzel, amore mio, guardami bene, perché questa è l’ultima volta che mi vedrai. Il mio furgoncino è uscito fuoristrada mentre tornavo a casa dal lavoro, le ruote sono scivolate sul ghiaccio che ricopriva l’asfalto e non ho potuto fare nulla per salvarmi. Sono morto, il canale mi ha inghiottito nelle sue acque gelide. Nessuno era lì per soccorrermi. Domani, quando troveranno il mio furgoncino, verranno a dirti che ti ho lasciato per sempre. Ecco perché sono qui adesso. Per dirti che mi dispiace di essere stato distratto mentre guidavo, per dirti che mi dispiace di doverti lasciare sola, e per dirti che ti ho amato fin dal nostro primo sguardo e che non smetterò mai di amarti. Sei stata l’unico grande amore della mia vita, e ti amerò per sempre. Itzel, ti prego, non addolorarti per me, non piangere la mia morte. Un giorno, quando sarà il momento, tornerò da te, verrò a prenderti, te lo giuro, e allora saremo di nuovo insieme, e saliremo in cielo. Ma 8


fino ad allora, tu dovrai vivere e gioire anche per me. Vivi, Itzel. E se avvertirai la mia mancanza, guarda le stelle nel cielo notturno, io sarò lassù, in mezzo a loro, a guardarti dall’alto, in attesa di tornare da te. Ora riprendi a dormire, io devo andare, questo mondo non mi appartiene più. Addio Itzel, un giorno ci rivedremo. Te lo prometto.” Dopo avermi detto queste parole, mi ha rimboccato le coperte e mi ha dato un bacio. Io l’ho guardato andare via, senza dire nulla, immaginando che fosse solo un sogno, e ho ripreso a dormire tranquilla. Il mattino dopo, quando mi sono svegliata, Santiago era ancora al lavoro e quindi ho creduto davvero di averlo sognato. Ma poco dopo, come lui mi aveva detto in sogno, ho sentito bussare alla porta di casa… E non era Santiago che tornava dal turno di notte, erano due uomini, un poliziotto e il medico del paese. Allora ho capito che era tutto vero, che Santiago era venuto a salutarmi un’ultima volta prima di salire in cielo, e che non l’avrei rivisto mai più… E’ stato il giorno più brutto della mia vita.” Guardai Itzel che si asciugava gli occhi umidi con un lembo di fazzoletto ricamato e dissi: “Che storia triste… Mi dispiace tanto per tuo marito.” Lei mi accarezzò i capelli. “Isabel, tesoro, questa è la vita. Prima o poi, tutti noi siamo destinati a lasciare la terra. Ma tu sei una bambina piccola, hai ancora così tanto, tanto tempo prima che uno spirito inquieto venga a farti visita! Guarda me, sono ancora qui, vecchia e dolorante, eppure viva, e Santiago non è ancora venuto a prendermi.” 9


Pensai ai miei nonni, che non avevo conosciuto, e mi domandai perché non fossero venuti a salutare mia madre e mio padre prima di salire in cielo. “Itzel, tutte le persone che muoiono diventano spiriti inquieti?”. Lei mi rispose subito. “No Isabel, non tutti i morti diventano spiriti inquieti, solamente coloro che non hanno avuto il tempo di farsi perdonare dai loro cari prima di morire.” “Per questo Santiago è venuto da te? Cosa doveva farsi perdonare?” “Penso che si sentisse in colpa per non avermi dato ascolto quando gli avevo detto di non uscire con il furgoncino con la neve e con il ghiaccio. Voleva chiedermi scusa, essere perdonato per aver commesso un grave errore. Se quella notte non fosse andato al lavoro, come tanti altri operai, non avrebbe avuto quell’incidente e non sarebbe morto, lasciandomi qui tutta sola, a vivere la mia vita senza di lui al mio fianco.” “Credo di aver capito… Itzel, tu hai perdonato Santiago?” “Ma certo… Anche se sono stata arrabbiata con lui per un bel po’ di tempo.” “E adesso non lo sei più?” Lei scosse la testa e mi sorrise. Poi si mise la mano nella tasca della gonna e tirò fuori il suo rosario dai grani di vetro rosso scuro. “Ti piace il mio rosario? Se lo vuoi, te lo regalo. Ma ad un patto. Non dovrai dire mai a nessuno quello che ti ho raccontato sugli spiriti inquieti. Dovrà restare un segreto fra me e te. Capito?” 10


Il tono di Itzel era serio, perciò le promisi che non ne avrei fatto parola con nessuno. “Lo giuro. Croce sul cuore.” Itzel mi prese la mano e vi depose il rosario, poi mi fece chiudere le dita a pugno. “Nascondilo. E quando vorrai parlare con Dio, usalo e prega. Lui ti ascolterà.” “Va bene. Grazie Itzel”, dissi, stringendomi il pugno contro il petto. Lei mi fece scendere dalle sue ginocchia e io corsi in casa per rifugiarmi nella mia cameretta e nascondere il rosario dove mia madre non l’avrebbe mai trovato. Dopo quella notte, Itzel riprese le sue abitudini consuete, ovvero sedersi accanto al pozzo, recitare il rosario, e guardare le stelle. Non ci parlammo più, tra noi vi furono solo silenziosi scambi di sorrisi e occhiatine complici. Un anno dopo, poco prima del mio ottavo compleanno, Itzel morì. Se ne andò una notte di primavera all’età di 95 anni, e sentii le anziane donne del vicinato dire tra di loro che il suo cuore si era fermato nel sonno e che il suo viso era sereno, quasi fosse contenta di essersene andata. Io sapevo il perché di quel sorriso sul viso di Itzel. Santiago era venuto a prenderla come le aveva promesso, e Itzel era morta felice, salendo al cielo mano nella mano con l’uomo che aveva amato e perduto prematuramente. Conservai con cura il suo rosario, e lo usai spesso per parlare con Dio nel corso della mia infanzia. Avevo 12 anni quando i miei genitori decisero di lasciare il Messico. Ci trasferimmo in California, a El Verano, nella Napa Valley, dove entrambi furono assunti come lavoranti 11


presso il grande vigneto Viùa Del Sol della ricca famiglia californiana dei fratelli Francisco e Ramòn Suarez. Ero ancora una bambina, ma custodivo dentro di me il grande segreto rivelatomi da Itzel sugli spiriti inquieti, e questo mi faceva sentire piÚ saggia di tutti i miei coetanei.

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Capitolo 2 Viña Del Sol era un luogo stupendo. Un vigneto rigoglioso che si stendeva a perdita d’occhio per più di seicento acri di terra e produceva un pregiato Cabernet Sauvignon custodito in enormi botti di legno ben disposte nelle cantine sotterranee della hacienda della famiglia Suarez. Fin dal primo giorno in cui misi piede a El Verano, nel cuore della Napa Valley, m’innamorai dei colori e dei profumi di quelle terre che maturavano grappoli d’uva succosi sotto il caldo sole della California. Lasciare il Messico era stato un nuovo inizio per i miei genitori; a Puebla mio padre José aveva lavorato come agricoltore saltuario nei polverosi campi coltivati a mais per un compenso insufficiente a mantenere la nostra famiglia, motivo per cui mia madre Soledad era stata costretta a trovarsi un impiego come operaia tessile in una fabbrica che produceva stoffe d’esportazione. Mettendo insieme i loro due salari erano riusciti ad arrivare a fine mese con notevoli sacrifici, senza farmi mai mancare nulla, fino al momento in cui mio padre aveva deciso che valeva la pena di trasferirsi in California e diventare dipendenti di Francisco e Ramòn Suarez. Viña Del Sol offriva lavoro a un centinaio di lavoranti, era un’azienda familiare fondata nel 1800 dal capostipite Felipe Suarez, un contadino di origini messicane che da una piccola radice di vite aveva creato una vigna capace di fruttare fama e denaro nel corso degli anni. Passata in eredità ai figli Pablo, Marcos e Anita, Viña Del Sol aveva continuato a crescere, ed ora il vasto vigneto 13


era diviso in due parti uguali gestite rispettivamente da Francisco e Ramòn, i nipoti di Felipe, e dalle loro mogli Gabriela e Beatriz. Le due famiglie vivevano in una sola grande casa coloniale costruita sul punto più alto della valle in cui si estendeva la vigna e dominava l’intera proprietà terriera con la sua facciata bianca e i balconi tinti di verde. La “finca”, come veniva chiamata la casa padronale, ospitava al pianterreno gli alloggi dei dipendenti, modesti appartamenti con due camere da letto, un piccolo bagno, e una cucina con tinello. Accanto alla finca sorgevano i padiglioni per gli attrezzi e le macchine agricole, le stalle dei cavalli con il loro recinto da pascolo, e le salas de cosecha, ovvero i capanni dove si radunava il raccolto e si svolgeva la vendemmia con la pigiatura dell’uva dentro enormi tinozze, mentre le cantine erano scavate nei sotterranei della finca. Viña Del Sol divenne la mia nuova casa, e i miei genitori iniziarono subito a lavorare come guardiani dei filari di viti, raccoglitori d’uva, e vendemmiatori, con uno stipendio che ci permise di vivere senza sacrifici. La mia infanzia in Messico diventò ben presto un ricordo sbiadito, insieme con il quartiere popolare di Puebla rimpiazzato dalle valli soleggiate e verdeggianti di El Verano. Il giorno del mio quindicesimo compleanno, il 21 Giugno del 1989, ricevetti in dono dai miei genitori un giovane puledro dal manto color miele e il crine nero. Il regalo inaspettato era un gentile omaggio di Francisco e Gabriela Suarez, il patrón e la dueña di Viña Del Sol, che non avendo figlie femmine si erano particolarmente affezionati 14


a me. Sebbene fossi una giovane adolescente messicana dalla pelle ambrata, i capelli castani ricci e ribelli, e gli occhi nocciola dal lieve taglio a mandorla, sia Francisco che Gabriela – di origini franco-spagnole – non avevano mai mostrato alcuna forma di discriminazione nei miei confronti, anzi, molto spesso Gabriela si fermava a parlare con me mentre passeggiavo nel giardino della finca o quando mi sedevo sulle panchine del cortile antistante gli alloggi dei dipendenti per fare i compiti con i quaderni sulle ginocchia. Era una donna raffinata dai lunghi capelli biondi sempre sciolti sulle spalle e gli occhi azzurri elegantemente truccati, i suoi modi di fare erano gentili, e trattava con riguardo tutti i lavoranti della hacienda. Il suo interesse per me era dovuto al fatto che il suo unico figlio, Alejandro, frequentava il college nella città di San Francisco e viveva nel campus studentesco. La sua lontananza da casa la rendeva triste e malinconica, e per questo riversava il suo affetto su di me, facendomi spesso dei regali – un vestito, un profumo, un braccialetto – e invitandomi all’interno della finca per insegnarmi a suonare il pianoforte o il violino, due strumenti che ella stessa suonava abilmente. Le attenzioni di Gabriela verso di me non infastidivano mia madre, anzi, le faceva piacere che ricevessi un’istruzione musicale sommata agli insegnamenti che acquisivo presso la scuola pubblica per immigrati messicani di El Verano. Quel giorno, quando ricevetti in regalo il puledro, la mia gioia fu immensa, e dopo aver ringraziato i miei genitori corsi immediatamente a cercare Gabriela. Con mia sorpresa, la 15


trovai nel soggiorno di casa con il patrón Francisco e un ragazzo alto e magro dai capelli biondi tagliati corti che assomigliava a Gabriela nei tratti del viso e nello sguardo azzurro. Imbarazzata, dissi tutto d’un fiato: “Patrón, dueña… Scusatemi se sono entrata senza bussare. Volevo solo ringraziarvi di cuore per il vostro meraviglioso regalo di compleanno… Il puledro è bellissimo, lo adoro, grazie infinite.” Non aggiunsi altro e scappai via di corsa, tornando al recinto dei cavalli dove mi attendevano i miei genitori. Poco dopo, rimasta sola con il puledro, sentii dei passi alle mie spalle e mi voltai. “Hola, chica… Come ti chiami?” Era il ragazzo che avevo visto insieme a Francisco e Gabriela, e sebbene non l’avessi mai incontrato prima di allora, già sapevo chi era. “Il mio nome è Isabel… Isabel Fernandez.” “Io sono Alejandro. Il figlio dei Suarez.” Lo guardai, mentre lui squadrava me dalla testa ai piedi. “Sei guapa, quanti anni hai?” “Quindici. Li compio oggi.” “Sembri più grande”, osservò lui fissandomi il seno messo in evidenza dalla maglietta aderente che indossavo sopra gli shorts di jeans. “Forse voi ragazze messicane diventate donne più in fretta.” Fissai il mio puledro e ignorai volutamente Alejandro Suarez. Sapevo che aveva diciotto anni, e anche lui sembrava più adulto, ma il suo commento non mi era

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piaciuto, non era quello il modo di presentarsi a una perfetta sconosciuta. “Hey, ti sei offesa?... Ti ho fatto un complimento, non volevo insinuare nient’altro.” “Non mi piace come mi guardi.” “Oh, scusami… E’ solo che sei carina, ho pensato che ti facesse piacere sentirtelo dire. E comunque, buon compleanno.” Mi voltai a guardarlo. Non sembrava affatto uno studente modello di Berkeley un po’ fricchettone come me l’ero immaginato. Era bello, un tipico ragazzo degli stati uniti del Sud in t-shirt e blue-jeans con uno Stetson bianco sulla testa e stivali di cuoio da mandriano ai piedi. Mi ricordò James Dean nel film “Il gigante”, aveva la sua stessa aria da ribelle e lo sguardo da sbruffone combina guai. “Grazie”, mormorai, lisciando la criniera del mio puledro. “Mio padre ha scelto un bel cavallo per te. Gli hai già dato un nome?” “Non ancora.” “Il mio si chiama Apache. E’ un cavallo più grande di questo, e ha il manto più scuro. E’ il figlio di uno stallone selvaggio di razza Mustang che mio padre ha acquistato da un allevatore texano.” “Anche il mio puledro è di razza Mustang?” Alejandro si appoggiò alla staccionata con le braccia piegate e guardò il mio cavallo per un paio di secondi. “Tutti i puledri che nascono qui sono figli di cavalli Mustang, è la razza migliore, sono veloci e resistenti. Gli Indiani d’America li cavalcavano per cacciare i bufali delle 17


Grandi Pianure. Osserva le sue zampe… Vedi come sono slanciate e muscolose? E’ la qualità principale dei cavalli Mustang, sono nati per correre.” Accarezzai il mio puledro e lo immaginai mentre galoppava nelle immense praterie del vecchio west, libero e selvaggio. “Ho deciso, lo chiamerò Cheyenne”, dissi, senza pensarci due volte. Alejandro sorrise. “Ottima scelta. D’ora in poi avremo tre cavalli con nomi indiani qui a Viña Del Sol. Apache, Cheyenne, e Sioux, il cavallo pezzato di mio cugino Esteban.” Esteban Suarez era il figlio di Ramòn e Beatriz, aveva la stessa età di Alejandro e anche lui studiava a Berkeley. L’avevo visto una volta sola, durante la vendemmia dell’anno precedente, mentre aiutava suo padre Ramòn. A differenza di Alejandro, Esteban aveva i capelli e gli occhi castani come la madre Beatriz, e come lui, era un ragazzo molto carino. Non avevo mai avuto l’occasione di parlargli, ma sapevo che lui mi aveva notata. A volte mi chiedevo perché a Viña Del Sol tutti gli occhi fossero puntati su di me. Non ero l’unica messicana che viveva nella vigna, eppure il mio nome era sulla bocca di molti. Mio padre ripeteva spesso a mia madre che la mia bellezza stava sbocciando e che sarei presto diventata una splendida donna capace di far girare la testa agli uomini. Cominciavo a pensare che avesse ragione, anche se ogni volta che mi guardavo allo specchio vedevo solo una ragazzina messicana uguale a tante altre, forse solo un po’ più carina. 18


“Allora, Isabel Fernandez, vuoi provare a montare il tuo Cheyenne?” La voce di Alejandro mi riportò alla realtà. “Non ho mai cavalcato un cavallo, non da sola.” “E dov’è il problema? Ci sono io qui con te.” Prima che potessi replicare, Alejandro aveva già scavalcato la staccionata del recinto e sciolto le redini di Cheyenne. “Coraggio, salta dentro! T’insegno io a montare il tuo puledro.” Esitai. “Non mi farai cadere, vero?” “Nemmeno per sogno, fidati di me.” Fu in quell’istante che per la prima volta nella mia vita riposi la mia fiducia nelle mani di Alejandro Suarez, gettando le basi per quella che sarebbe stata la mia prima acerba storia d’amore.

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Capitolo 3 Le stagioni si susseguivano una dopo l’altra a El Verano mutando l’aspetto e i colori dei vigneti che caratterizzavano il paesaggio della Napa Valley. Allo stesso modo, la mia vita seguiva il suo corso regalandomi momenti di felicità assoluta. Alejandro Suarez divenne il mio punto di riferimento, prima come amico, e poi come innamorato. Dopo il nostro primo incontro, le sue visite a Viña Del Sol si fecero sempre più frequenti. Ogni weekend tornava a El Verano soltanto per stare con me, limitandosi a frequentare il college di San Francisco nei giorni settimanali, e il suo arrivo era sempre preceduto da una sensazione di trepidante attesa che mi faceva capire quanto lo amassi. La passione per i cavalli fu la scintilla che fece scoccare il fuoco del nostro amore. Prendevamo Apache e Cheyenne al sorgere del primo sole e ce ne andavamo via insieme trascorrendo la giornata intera a cavalcare nel cuore delle vallate di El Verano, Sonoma e Napa. Ritornavamo alla hacienda sempre dopo il tramonto, strigliavamo i cavalli prima di riportarli nei loro box all’interno delle stalle, e quando la sera era ormai calata ci salutavamo sul portico della finca con la promessa di rivederci all’alba del giorno seguente. La nostra intima amicizia era sotto gli occhi di tutti e sebbene fossimo entrambi due adolescenti nessuno si oppose mai alle nostre uscite a cavallo solitarie o alle serate che trascorrevamo passeggiando mano nella mano tra i filari di viti carichi di grappoli d’uva raccontandoci segreti, sogni 20


e desideri. Alejandro era un ragazzo gentile e fin troppo educato, e se non fosse stato per me, messicana dal sangue caliente, il nostro primo bacio non sarebbe mai arrivato. Accadde un pomeriggio di fine Agosto, mentre ci trovavamo al piccolo lago compreso nei possedimenti della famiglia Suarez. Apache e Cheyenne pascolavano tranquilli lungo le rive erbose del laghetto, mentre io e Alejandro, in costume da bagno, facevamo a gara a chi riusciva a compiere un tuffo perfetto saltando dal pontile in legno come fosse un trampolino. L’acqua era piacevolmente fresca, e dopo i tuffi rimanemmo in ammollo a nuotare e a schizzarci come due bambini infantili. Non ci accorgemmo nemmeno delle nubi che rapidamente oscurarono il sole sospinte dal vento e in pochi attimi grosse gocce di pioggia iniziarono a scendere dal cielo crivellando la superficie del lago. Sorpresi da quel temporale improvviso, uscimmo dall’acqua di corsa rabbrividendo a causa delle folate di vento e pioggia che ci investivano e raggiungemmo la riva trovando riparo nel piccolo capanno da pesca costruito accanto al pontile. “Abbiamo lasciato i vestiti là fuori!”, esclamai, tremando come una foglia. “Corri a prenderli prima che si inzuppino!” “Lascia perdere i vestiti, copriamoci con questa.” C’era una coperta appesa a una parete del capanno, Alejandro la prese e si affrettò a gettarmela sulle spalle, poi ne afferrò un lembo e si infilò sotto stringendosi a me. “Senti ancora freddo?”, mi chiese, cingendomi la vita con un braccio sotto il ruvido tessuto di lana grezza. 21


Lo fissai negli occhi azzurri come il cielo e pensai che non c’era al mondo un viso più bello del suo. “Alejandro…”, sussurrai, mentre lui mi osservava in silenzio. “Tu mi piaci, mi piaci molto.” “Lo so… L’ho capito da tempo. Anche tu mi piaci, Isabel.” “Allora cosa aspetti a baciarmi?” Lui sorrise. “Aspettavo che tu me lo chiedessi.” Nell’esatto istante in cui un tuono squarciò il silenzio con il suo boato, Alejandro chinò la testa verso di me e io mi sollevai in punta di piedi per incontrare la sua bocca. Un brivido sconosciuto mi percorse il corpo quando le nostre labbra si unirono premendo le une sulle altre. Fu un primo bacio morbido e dolce, che si prolungò finché i nostri denti non si toccarono. Allora mi ritrassi, ma solo per perdermi negli occhi di Alejandro, e subito dopo gli gettai le braccia al collo e premetti nuovamente la mia bocca sulla sua. Ci baciammo di nuovo, e questa volta anche le nostre lingue si sfiorarono. Fuori continuava a piovere e tuonare, e noi due dentro il capanno scoprivamo che baciarci e toccarci era un gioco meraviglioso che non avremmo mai voluto far finire. Dopo quel giorno, ogni occasione divenne il momento ideale per scambiarci baci e carezze. Non aveva importanza dove eravamo. Alejandro mi afferrava alla vita e si impossessava della mia bocca, Succedeva nei box delle stalle, sotto i portici della finca, nel giardino fiorito adiacente al cortile d’ingresso, sui gradini della porta di casa mia, tra i filari di viti, negli scantinati silenziosi dove 22


riposavano le botti colme di vino. Una sera ci rifugiammo nel fienile accanto alle stalle e ci rotolammo sulla paglia arrivando quasi al punto di fare l’amore. Ci interruppe un rumore proveniente dall’esterno. “Hai sentito?”, bisbigliai, irrigidendomi fra le sue braccia. “Tranquilla, sarà stato un gatto randagio.” “A me sembravano dei passi… Forse qualcuno ci stava spiando.” “Non credo. A quest’ora sono tutti dentro casa a cenare.” “Non lo so… Ho avuto la sensazione che non fossimo soli.” Alejandro mi accarezzò le labbra con un lieve bacio, ma io mi scostai. “Fermati, non mi va più…”, gli dissi, scivolando via da lui e sistemandomi la camicetta sbottonata e la gonna sollevata fin sopra le cosce. “Isabel, aspetta, non rivestirti… Ci stavamo divertendo… Dai, riprendiamo da dove ci siamo fermati.” “No, voglio tornare a casa. E poi è troppo presto.” “Troppo presto per cosa?” “Per fare l’amore… Ci siamo andati vicini, e io non mi sento ancora pronta.” “Di cosa hai paura?” “Non ho paura di niente. Solo non voglio che succeda questa sera.” “Allora rimandiamo a domani? Possiamo farlo in camera mia, al sicuro da chiunque.” “Con i tuoi genitori al piano di sotto? Non ci penso proprio!” “Troviamo un altro posto, magari il capanno giù al lago.” 23


Mi voltai a guardarlo, infastidita dalla sua insistenza. “Perché hai tanta fretta di fare l’amore?” “Io non ho fretta, è solo che… Ti desidero da impazzire.” “Tutto qua? E’ solo desiderio che provi per me?” “Certo che no, lo sai che io…” “Tu cosa?... Avanti, dillo.” Alejandro si mise a sedere accanto a me e mi guardò dritta negli occhi reggendomi il mento fra due dita. “Io ti amo, Isabel Fernandez.” Ecco, l’aveva detto finalmente! Erano le parole che aspettavo di sentirgli dire fin dall’inizio. “Anch’io ti amo, Alejandro Suarez.” Lo baciai sulla bocca ancora gonfia di baci e lui mi ricambiò con trasporto. Sapevo che il suo sentimento era sincero, e sentirgli dire che mi amava mi rendeva ancora più sicura. “Dammi ancora un po’ di tempo. Voglio che la nostra prima volta sia speciale, da ricordare per sempre. Okay?” “Va bene, aspetterò. Nessun problema.” Dopo quella promessa, Alejandro mi riaccompagnò a casa e mi salutò con un ultimo bacio prima di scivolare via nell’oscurità della notte. Il mattino seguente, Lunedì, Alejandro ripartì per San Francisco prima che albeggiasse, e al mio risveglio iniziai a contare le ore che mi separavano da lui. Era solo una settimana, ma per una ragazzina innamorata il tempo sembrava non passare mai. Con l’arrivo del mese di Settembre, le uve già mature furono raccolte dal vigneto e il patrón Francisco annunciò che era tempo di prepararsi per la prima vendemmia 24


dell’anno. La “cosecha” era per i viticoltori della Napa Valley un momento di gran festa, e sebbene vivessi a El Verano già da quattro anni, non avevo mai partecipato attivamente alla pigiatura dell’uva nelle tinozze, limitandomi a guardare le altre donne, compresa mia madre Soledad, che saltellavano a piedi nudi sui grappoli d’uva assieme agli uomini in quello che sembrava un momento di divertimento e una sorta di danza rituale. Quell’anno però, Alejandro sarebbe tornato dal college in tempo per partecipare alla cosecha e mi aveva chiesto in anticipo di unirmi a lui. Aspettavo trepidante che giungesse il Venerdì sera per vederlo arrivare alla hacienda a bordo di un taxi giallo, e quando il telefono di casa suonò mentre stavo cenando con i miei genitori andai a rispondere senza sapere che stavo per ricevere una cocente delusione. Era Alejandro. Mi chiamava dal campus del college per dirmi che non sarebbe potuto tornare a El Verano per almeno tre settimane. Doveva sostenere degli esami importanti che aveva rimandato più volte per passare i weekend con me. Il dispiacere nella sua voce era palpabile, purtroppo quegli esami erano determinanti per mantenere alto il livello dei suoi voti scolastici e lasciare San Francisco era impensabile. Con il cuore pesante nel petto accettai il fatto che non l’avrei rivisto prima di ventun giorni e che ci saremmo persi la gioia della prima cosecha dell’anno. Mi consolai con la consapevolezza che la vendemmia si sarebbe svolta anche nel mese di Ottobre e sperai che Alejandro potesse tornare in tempo per partecipare almeno all’ultima cosecha. 25


Quasi fosse uno scherzo del destino, al posto di Alejandro fu suo cugino Esteban a tornare dal college quel Venerdì sera. Era tornato apposta per la cosecha, avvenimento a cui aveva partecipato tutti gli anni da quando vivevo a Viña Del Sol. Non ne aveva mai persa una, e a differenza di Alejandro, Esteban dimostrava un maggiore attaccamento per la sua terra e le tradizioni legate ad essa. Sembrava nato per lavorare il terreno e coltivare la vigna, la passione per la vita agricola scorreva nel suo sangue molto più intensamente rispetto ad Alejandro. L’arrivo di Esteban fu accolto con la solita gioia da parte del padre Ramòn e della madre Beatriz, e prima di entrare nella finca si soffermò sui gradini per lanciarmi uno sguardo di apprezzamento e sollevare una mano sopra la testa in segno di saluto. Lo ignorai volutamente, anche se una parte di me provava un insolito piacere nel sapere che almeno lui sarebbe stato presente alla festa della cosecha. Soffocai quella sensazione sul nascere e trascorsi la notte a fissare il soffitto della mia camera pensando ad Alejandro.

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Capitolo 4 Il giorno della vendemmia iniziò all’insegna di un sole splendente che illuminava il vigneto e delle voci allegre delle numerose donne che raccoglievano i grappoli d’uva matura intonando canzoncine spagnole che non conoscevo ma capivo. L’atmosfera era festosa, quasi febbricitante, e soprattutto contagiosa. Alejandro mi mancava, ma non volevo che la sua assenza rovinasse quel giorno gioioso. Uscii di casa in shorts e canotta con i capelli raccolti in una coda bassa e mi diressi al recinto dei cavalli per andare a salutare Cheyenne. Gli stallieri l’avevano già fatto uscire dal suo box e lo trovai accanto allo steccato del recinto in attesa del mio arrivo. “Ciao bello!”, lo salutai, accarezzandogli il muso con le mani. “Dici a me, per caso?” La voce che aveva parlato era quella di Esteban Suarez. Era al centro del recinto, intento a strigliare il manto pezzato del suo Sioux, uno Stetson nero calato sulla testa, il torace nudo abbronzato, blue-jeans sbiaditi e stivali di cuoio con intarsi rossi. “Parlavo con il mio cavallo, non con te”, risposi acidamente. Esteban lasciò cadere a terra la spazzola da strigliatura e raggiunse lo steccato, quindi sollevò la falda scura del cappello per scoprire il volto e gli occhi di un nocciola quasi dorato. “Ciao messicana”, fu il suo saluto sfacciato. 27


“Mi chiamo Isabel, nel caso non lo sapessi.” “So benissimo come ti chiami. Isabel Fernandez, la bellissima messicana di Puebla.” “Smettila di chiamarmi messicana.” “Ti da fastidio? Tu sei una messicana, o sbaglio?” “E allora? Devi per forza ricordarmelo?” “Ti vergogni di quello che sei?” “Certo che no! Sono orgogliosa di essere messicana. Ma non mi piacciono i razzisti come te.” “Non sono un razzista. Tu non sai nulla di me.” Si tolse il cappello dalla testa e si passò una mano fra i capelli folti e mossi di un castano quasi ramato. Aveva un aspetto selvaggio, un po’ rude, sembrava un uomo già fatto. “Non dovresti essere al college come Alejandro?” “Io detesto studiare. Amo la mia terra e voglio fare il viticoltore. Un giorno Viña Del Sol sarà mia.” “Solo per metà. Alejandro avrà la sua parte.” “Ovviamente. Mio cugino gestirà gli affari seduto dietro una bella scrivania di mogano lucidato mentre io mi sporcherò le mani lavorando nella vigna.” “Stai forse insinuando che Alejandro non sarà all’altezza di coltivare il vigneto come farai tu?” “Non ho detto questo. Io e mio cugino siamo diversi.” “E tu credi di essere migliore di lui.” “Può darsi… Il tempo lo dimostrerà.” Accidenti, borioso il ragazzo. “Sei sempre così sicuro di te?” “E’ la mia qualità migliore.” 28


“La peggiore, vorrai dire.” Lui sorrise guardandomi maliziosamente. “Dovresti conoscermi meglio, sai? Non sono così male come credi. Potrei perfino piacerti.” “Non credo proprio. Non sei il mio tipo. E comunque io sto con Alejandro, sono la sua ragazza.” “Sì, lo so. Vi ho visti insieme più di una volta.” Lo guardai stizzita, con la sensazione che avesse violato la nostra privacy senza farsi vedere. “Ti sei divertito a spiarci?” Lui rispose alla mia domanda con un sorriso beffardo. “I miei occhi sono ovunque… Specialmente quando cala la sera.” Il ghigno furbastro che si dipinse sulla sua faccia da schiaffi mi fece sorgere un sospetto. “Aspetta un attimo. C’eri tu al fienile la settimana scorsa? Sei stato tu a fare rumore mentre noi due… Insomma, eri tu che ci guardavi?” Lui si strinse nelle spalle con aria falsamente innocente. “Passavo di lì per caso… Ma non ho visto nulla, non preoccuparti.” L’idea che Esteban ci avesse guardati mentre stavamo quasi per fare l’amore mi fece ribollire il sangue nelle vene. “Ma che razza di pervertito sei?” Lui fece spallucce. “Veramente era Alejandro che voleva scoparti quella sera, non io. Forse è lui il pervertito.” Mi sentii offesa dalle sue parole.

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“Lui mi ama. E quello che facciamo insieme non ti riguarda”, puntualizzai, in difesa di Alejandro. “D’accordo, hai ragione, non sono affari miei. Però lascia che ti dica una cosa… Hai scelto il cugino sbagliato, quello meno divertente.” La sua eccessiva insolenza mi fece perdere le staffe. “Vai al diavolo Esteban.” Mi voltai di scatto abbandonando il recinto, e sentii la sua voce urlarmi alle spalle: “Ci vediamo più tardi, messicana! Ti aspetto alla cosecha! Voglio vederti ballare nella tinozza insieme alle altre donne!” “Sognatelo!”, pensai dentro di me, e andai in cerca di mia madre che stava lavorando tra i filari di viti per aiutarla a raccogliere i grappoli d’uva e non pensare ad Esteban Suarez. Era davvero insopportabile. Dovevo assolutamente stargli alla larga! I miei buoni propositi di evitare qualunque altro contatto con Esteban Suarez per il resto della giornata svanirono completamente nell’attimo in cui varcai la soglia della sala de cosecha. Le tinozze colme di grappoli d’uva erano già state riempite per la pigiatura e le donne si stavano preparando a dare inizio alla danza della cosecha, mentre alcuni uomini seduti su panche di legno imbracciavano le loro chitarre classiche pronti a suonare e cantare per tutto il tempo. Era il tardo pomeriggio, il sole tingeva d’arancio tutte le cose, il profumo d’uva impregnava l’aria mischiandosi all’aroma intenso della terra scaldata dal sole. E al centro di una delle quattro tinozze, Esteban se ne stava in piedi con i jeans arrotolati 30


fin sotto le ginocchia, pronto a dare il via alla pigiatura insieme al padre Ramòn e alla madre Beatriz che si reggeva la gonna con le mani scoprendo le belle gambe. Prima che Esteban mi vedesse, scivolai in un angolo con l’intento di starmene in disparte a guardare la vendemmia che stava iniziando. Ma nell’arco di mezz’ora la musica e i canti riempirono il silenzio dando vita a un clima festoso, e il desiderio di partecipare a quella celebrazione prevalse su tutto il resto. Mia madre saltellava ridendo dentro una tinozza insieme con le altre donne e mio padre la incitava dal basso battendo le mani a tempo di musica. Uscii dall’ombra e mi avvicinai alla tinozza con Ramòn, Beatriz ed Esteban. Lui mi vide subito. Si fermò un istante, quindi allungò un braccio verso di me e disse: “Vieni a ballare, messicana! I tuoi piedi ci servono!” Esitai per un momento, poi mi levai i sandali e sciacquai i piedi in una bacinella di acqua mista a disinfettante. Guardai Esteban, il suo viso ammiccante che mi sorrideva, la sua mano tesa verso di me… e mi gettai alle spalle tutto quello che avevo provato in mattinata per lui. Afferrai la sua mano, lui mi strinse forte le dita nelle sue, mi appoggiai al bordo della tinozza e feci leva sui piedi per darmi slancio. L’istante seguente mi ritrovai a calpestare i grappoli d’uva che scivolavano sotto i miei piedi schiacciandosi e spremendosi. “Oddio, reggimi!”, esclamai, afferrando anche l’altra mano di Esteban. “I miei piedi affondano! Cosa devo fare?” “Muovi le gambe e saltella sui piedi, forza, è come ballare!” “Ma si scivola, sento i chicchi viscidi sotto i piedi!” 31


“Non farci caso, pensa solo a ballare!” Feci esattamente quello che lui mi diceva, imitai i suoi movimenti, e lui mi sorresse per tutto il tempo, finché non capii cosa dovevo fare e allora iniziai davvero a danzare sui grappoli seguendo il ritmo della musica. Era una sensazione indescrivibile, strana ma bellissima. “Allora? Ti stai divertendo?”, mi chiese Esteban, che mi teneva per mano e mi conduceva in cerchio lungo il perimetro della tinozza. “E’ bellissimo!”, risposi, ridendo felice. Guardai Esteban, i suoi capelli ribelli che gli incorniciavano il viso, gli occhi che brillavano come stelle, il suo torace nudo e muscoloso reso lucido dalle gocce del succo degli acini spremuti, e solo allora vidi com’era veramente: un ragazzo che amava la sua terra, nato per coltivarla e per coglierne i frutti, un ragazzo all’apparenza arrogante che in realtà si rivelava semplice e modesto. “Scusami per questa mattina, non volevo mandarti al diavolo. Mi dispiace di essere stata scortese con te”, gli dissi, accostandomi al suo viso per farmi sentire nel caos della musica e dei canti. “Non scusarti Isabel, è tutto dimenticato.” Mi sorrise, e da quel momento il pensiero di Alejandro lontano da me e da Viña Del Sol svanì di colpo sostituito dall’ebbrezza di essere lì a festeggiare la prima cosecha dell’anno. La festa finì quasi all’alba. Al termine della pigiatura, durata almeno un paio d’ore, uomini e donne si erano spostati nel grande cortile della finca dove erano stati disposte in precedenza grandi tavolate traboccanti di 32


ogni sorta di pietanza, dalla carne alla brace al pesce affumicato, verdure grigliate e in insalata, macedonie di frutta e tanto buon vino. La cena comunitaria che seguiva la vendemmia era altrettanto importante, e quella sera ebbi modo di mangiare in compagnia dei miei genitori seduta allo stesso tavolo dei componenti della famiglia Suarez. Era un vero peccato che Alejandro non fosse presente, ma Esteban fece di tutto per non farmi sentire la sua mancanza. Scoprii che era un ragazzo molto simpatico che amava scherzare e raccontare episodi divertenti inventati e realmente accaduti, mi rivelò che aveva intenzione di lasciare il college definitivamente e iniziare a lavorare a Viña Del Sol assieme ai dipendenti del padre Ramòn, mi parlò della sua passione per i rodei texani e del suo sogno di vincerne uno cavalcando un Mustang selvaggio. Quando terminammo di cenare, mi trascinò al centro del cortile e m’insegnò a ballare il two-steps e la line-dance che aveva imparato bazzicando i locali country del Sud degli Stati Uniti. Ballammo anche un lento, ritrovandomi stretta contro il cotone leggero della sua tshirt e premuta contro il suo corpo accaldato. Mi piacque essere al centro della sua attenzione, aveva il potere di farmi sentire a mio agio e mi trattava come una donna, comportandosi da uomo maturo. Esteban era l’opposto di Alejandro; impulsivo, audace, sicuro di se stesso, provocante, malizioso e molto sexy. Quasi mi dispiacque quando la festa giunse al termine e dovetti salutare Esteban sulla soglia di casa. Mi lasciò strappandomi la promessa di una cavalcata insieme fino al lago del vigneto 33


per il giorno seguente, e accettai la sua proposta con piacere. Mi stesi a letto sfinita e con le gambe doloranti, e mi addormentai mentre i primi albori del nuovo giorno tingevano di rosa le pareti della mia stanza.

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Capitolo 5 I giorni volarono, e le tre settimane che separavano Alejandro dal suo ritorno a Viùa Del Sol giunsero al termine. Non mi vergognavo di ammettere che avevo passato quei ventun giorni in compagnia di Esteban tra lunghe cavalcate e divertenti nuotate al lago, caldi pomeriggi trascorsi a parlare con lui distesa al suo fianco sulla paglia del fienile e fresche nottate consumate passeggiando tra i filari del vigneto o ballando il two-steps sotto la pergola dei kiwi al ritmo di canzoncine country che uscivano dalle casse di una radio portatile. Esteban si era dimostrato un perfetto gentiluomo e un amico sincero, rispettando il fatto che fossi sentimentalmente legata ad Alejandro. Aveva avuto mille occasioni per approfittarsi di me, eppure non lo aveva fatto, dimostrando di essere leale nei confronti di suo cugino. Sapevo di poter contare su di lui, e l’amicizia che avevamo stretto era tanto importante quanto il mio amore per Alejandro. Quando giunse il weekend, pensai di telefonare al dormitorio del campus del college di Alejandro per risentire la sua voce e chiedergli se fosse in procinto di lasciare San Francisco. Dopo che ebbi composto il numero della sua stanza, al terzo squillo rispose la voce di una ragazza. Immaginai di aver sbagliato numero, ma lei mi chiese chi fossi e chi stessi cercando. Allora risposi che mi chiamavo Isabel e che volevo parlare con Alejandro. La ragazza, che si chiamava Susan, mi disse:

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“Mi dispiace, in questo momento Alejandro non può venire al telefono, si è appena infilato in bagno per farsi la doccia. Ma se vuoi puoi lasciargli un messaggio.” “Perdonami, ma con chi sto parlando?”, chiesi, insospettita dal fatto che quella ragazza fosse nella stanza di Alejandro. “Te l’ho già detto, mi chiamo Susan.” “Sei un’amica di Alejandro?” Ci fu una risata divertita al di là della cornetta. “Spiacente, non sono affatto una sua amica, sono la sua ragazza. Tu piuttosto, chi cavolo sei? E perché telefoni a quest’ora del mattino? Stavamo dormendo, ci hai svegliati entrambi con la tua chiamata.” Rimasi impietrita e senza parole ma trovai la forza di chiedere: “Tu e Alejandro state insieme? E dormite nella stessa stanza?” “Mi sembra ovvio! E’ il mio ragazzo, dove dovrei dormire se non nel suo letto?” Non potevo crederci. Alejandro aveva una ragazza. Che dormiva con lui, nel suo letto. E con cui di certo faceva l’amore. “Scusami se ho telefonato… Io… Sono solo un’amica di famiglia, non dirgli che ho chiamato”, mormorai, cercando di trattenere le lacrime. “Come vuoi. Nessun messaggio da riferirgli?” “No… Io… Volevo solo sapere se aveva intenzione di tornare a El Verano quest’oggi… Nient’altro.” “Ho capito. Bè, puoi dire a sua madre che forse tornerà la settimana prossima, oggi ce ne andiamo a Los Angeles a 36


prendere il sole e a fare un po’ di surf, perciò non tornerà a casa questo weekend.” “Oh… Va bene… Grazie per l’informazione.” Schiacciai il pulsante d’interruzione di chiamata con un dito e rimasi con la cornetta in mano per alcuni secondi, incapace di reagire. “Che stronzo… Mi ha fatto credere che mi amava… E invece una ragazza ce l’ha già… Bastardo!”. Sbattei la cornetta sul telefono con forza e mi gettai fuori di casa correndo, gli occhi pieni di lacrime che mi offuscavano la vista e il cuore rotto in mille pezzi che mi faceva un male cane. Avrei voluto gridare per sfogare la mia rabbia, ma mi sentivo soffocare, mi mancava il fiato. Raggiunsi la finca e bussai alla porta di Ramòn e Beatriz Suarez. Una domestica ispanica venne ad aprire e con un filo di voce le domandai se Esteban fosse nella sua stanza. Alla sua risposta positiva, entrai in casa e salii di corsa la scalinata che conduceva al piano superiore, poi bussai alla porta della camera da letto di Esteban. Quando lui spalancò la porta, con i capelli umidi e solamente un telo da bagno allacciato in vita, gli gettai le braccia al collo e crollai contro di lui. “Isabel, cosa succede?” “Abbracciami. Ti prego, stringimi forte.” Riuscii a dire solo queste parole, dopodiché scoppiai a piangere fra le sue braccia come una bambina disperata. Più tardi, distesa sul letto sfatto di Esteban con la faccia rivolta al soffitto, cercavo di riprendere a respirare normalmente dopo aver pianto e singhiozzato senza interruzione per una buona mezz’ora. Esteban era sdraiato 37


di pancia accanto a me, puntellato sui gomiti, e giocherellava con una ciocca bruna dei miei capelli sparsi sul suo cuscino. “Tu lo sapevi… E’ così?”. Mi voltai, e incontrai i suoi occhi. “Sapevi che Alejandro si vedeva con un’altra ragazza?” “In realtà pensavo che lui e Susan si fossero lasciati… Ma Alejandro non mi dice sempre tutto, c’è molta rivalità tra noi due, e io cerco sempre di farmi gli affari miei. La sua storia con Susan è iniziata due anni fa e tra loro per quanto ne so è un continuo tira e molla… Si lasciano, si riprendono, litigano, fanno pace… Lei è una tipa tosta e riesce a manovrare Alejandro come vuole. Credo che non si lasceranno mai definitivamente, Susan gli piace troppo.” Sospirai, affranta. “Ha detto che mi amava… Sembrava così sincero, così innamorato di me… E invece mi ha solo presa in giro, e io gli ho creduto come una stupida!” “Non è colpa tua, non potevi sapere che ti stava mentendo.” “Sono stata un’ingenua, come al solito. Avrei dovuto immaginare che un ragazzo come Alejandro non poteva amare sul serio una insignificante messicana come me.” “Hey, guarda che Susan non è nulla di speciale. E’ la classica bionda californiana tutta curve e sorriso da Barbie che attira l’attenzione dei maschi, ma il suo quoziente intellettivo è piuttosto basso. E’ superficiale, s’interessa soltanto di vestiti alla moda, shopping sfrenato e french manicure, onestamente non so perché ad Alejandro piaccia così tanto… Probabilmente è solo per il sesso.” “Che vuoi dire? Che ci sa fare a letto?” 38


“Bè, sì… Insomma, non è pudica come te, Susan è quel genere di ragazza che “ci sta” al primo appuntamento e che sotto le lenzuola fa tutto quello che le chiedi, specialmente “certi lavoretti con la bocca”, non so se mi spiego…” “Oh, che schifo! Non riesco a credere che Alejandro faccia coppia fissa con una desvergonzada del genere! Certe cose io non le farò mai, con nessun uomo, nemmeno con quello che sposerò!” “Dici così perché non hai ancora incontrato il ragazzo giusto per te. Quando t’innamorerai veramente di qualcuno capirai che il sesso è un bel gioco se fatto con amore e passione.” “Nessuno mi amerà, non sono abbastanza bella… E poi sono una frana con il sesso, so a malapena baciare!” Mi coprii la faccia con le mani. Detestavo essere una messicana bruna con la pelle scura, volevo essere anch’io bionda e pallida come una Barbie. Esteban mi prese le mani e mi costrinse a guardarlo. “Isabel, tu sei una chica bellissima, hai un viso stupendo, questi meravigliosi capelli ricci, e un corpo davvero niente male, credimi. Sbagli se pensi di essere insignificante, perché non è vero. E il sesso s’impara a farlo un po’ alla volta, con la pratica. Nasciamo tutti vergini e imbranati.” Pensai al mio primo bacio con Alejandro, a tutte le volte in cui ci eravamo rotolati nel fieno accarezzandoci… La sua bocca era esigente e le sue mani esperte, mentre io non sapevo bene come comportarmi, ero goffa e impacciata. “Forse Alejandro credeva che fossi come Susan, ma poi si è ritrovato con una ragazzina di quindici anni vergine che 39


non sa fare nulla. E quella sera, nel fienile, quando non ho voluto fare l’amore con lui, sicuramente avrà pensato che non valeva la pena di sprecare tempo con me, per questo è tornato da Susan.” “Se ti ha messo da parte solo per questi sciocchi motivi allora è più stupido di quanto credessi e non si merita nemmeno una delle tue lacrime… So che non sono affari miei, ma… perché non hai voluto fare l’amore con lui quella sera?” Mi sollevai a sedere sul letto e mi fissai le punte dei piedi. “Ho avuto paura”, confessai in un sussurro. Esteban si sedette al mio fianco e la sua spalla nuda sfiorò la mia. “Paura di cosa?”, chiese, scostandomi i capelli con le dita per potermi guardare negli occhi. “E’ difficile da spiegare… Alejandro stava andando troppo in fretta, le sue mani mi stavano spogliando e io non volevo che succedesse in quel modo, così velocemente, senza tenerezza… Ho avuto paura che potesse farmi male, che non mi piacesse fare l’amore con lui… Non era il momento giusto, non mi sentivo pronta… Non so perché ho reagito così, sapevo solo che non volevo andare fino in fondo.” Esteban mi strinse una mano nella sua e mi sorrise dolcemente. “La prima volta fa sempre paura. E’ normale, è successo anche a me.” “Davvero? Cos’hai combinato?”

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Lui rise. “E’ andato tutto storto. Ho rotto il preservativo per due volte, mi sono steso sopra la mia ragazza schiacciandola come un hamburger, volevo darle piacere e invece le ho fatto male, e poi ero talmente eccitato che dopo pochi secondi sono… esploso, lasciando lei insoddisfatta… Peggio di così non poteva andare, credimi.” “E come ti sei sentito?” “Avrei voluto sparire dalla faccia della terra, ovvio!” Mi fece ridere, scacciando via la mia tristezza. “Immagino che adesso sia tutto diverso.” “Certamente. All’epoca avevo la tua età, ero un ragazzino inesperto, mentre ora, dopo un po’ di esperienza, ho imparato a fare l’amore e so come farlo bene.” “Hai avuto molte ragazze?” Esteban arricciò le labbra in una smorfia buffa, quasi si vergognasse di rispondere. “Allora? Rispondi, dai.” “Isabel, certe cose non si chiedono… Potresti pensare che sono un ragazzaccio se ti dicessi che ho avuto parecchie, anzi, diciamo molte avventure con tante ragazze diverse… Non sono il tipo che annota il nome delle sue conquiste su un’agendina o che incide una tacca sulla cintura ad ogni esperienza, però ho una buona memoria e posso vantarmi di essermi “dato da fare” con ragazze anche più grandi di me… Ecco, ora sarai sconvolta, ci scommetto, ma se mi guardi bene in faccia si vede benissimo che non sono un angioletto.” “No, non lo sei per niente... La prima volta che ti ho visto ho pensato che avevi proprio una faccia da sberle… Ti avrei 41


mollato un ceffone, davvero. Però adesso che ti conosco meglio ti vedo in modo diverso. E non m’importa se sei un playboy, ho capito subito che tu eri l’opposto di Alejandro, e forse avevi ragione quando mi hai detto che ho scelto il cugino sbagliato. Dovevo innamorarmi di te, non di Alejandro.” Esteban rimase stupito dalle mie parole e non seppe cosa dire. Si limitò a guardarmi negli occhi, muto come un pesce, finché non si riprese e disse: “Sono felice che tu abbia cambiato opinione su di me. Sai, quasi tutti pensano che Alejandro sia il bravo ragazzo della famiglia Suarez e che suo cugino Esteban sia uno scavezzacollo combina guai… Grazie Isabel, era da molto tempo che qualcuno non mi faceva sentire apprezzato… E in ogni caso, visto che Alejandro ti ha delusa e ferita tornando a divertirsi con Susan, se ti fa piacere o se pensi che sia una buona idea, sei libera di innamorarti di me come e quando vuoi.” Le sue parole mi fecero arrossire. Lo spinsi via dal letto con le braccia e lui rotolò giù sul pavimento. Controllai che non si fosse fatto male, ma si stava già rialzando in piedi e sembrava divertito. “Saresti la mia prima e unica ragazza messicana”, disse, sistemandosi il telo da bagno attorno ai fianchi. “Smettila di prendermi in giro, lo so che non ti piaccio.” “E quando mai l’ho detto? Tu mi piaci eccome, sei il mio tipo, adoro le ragazze brune.”

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“Non ti credo. E poi non vado bene per te, sono troppo giovane e inesperta, tu sei abituato a frequentare le ragazze facili.” “Così mi offendi. Credi che non sia in grado di amare una brava ragazza ed esserle fedele per sempre?” “L’hai detto tu che preferisci le avventure.” “Perché ho solo diciott’anni e mi voglio divertire!” “Appunto. Con me non lo puoi fare, perciò non ci provare.” “Non lo farei mai, e lo sai. Sono tre settimane che ti sto incollato addosso e non ti ho mai sfiorato, nemmeno una volta.” “Uhm, hai tenuto le mani a posto solo perché pensavi che Alejandro facesse sul serio con me, ammettilo.” Esteban si sedette sul fondo del letto e allungò una mano per solleticarmi la pianta di un piede. “Adesso però Alejandro è a San Francisco con Susan… Cosa pensi di fare? Aspetterai che torni dal college la prossima settimana e gli farai una scenata? Piangerai, griderai e lo picchierai? Credi che lui cadrà ai tuoi piedi e ti chiederà di perdonarlo? Sei certa che sceglierà te invece di Susan?... Dovresti farti queste domande, Isabel, e decidere cosa è meglio per te. Mezz’ora fa eri disperata e sei corsa a consolarti qui da me, ma non credere che io sia sempre a tua disposizione per incollare i frammenti del tuo cuore fatto a pezzi da Alejandro.” Ritrassi il piede piegando la gamba e riflettei sulle sue parole. Esteban aveva ragione. Alejandro mi aveva fatto credere di essere innamorato di me, poi era tornato al college e con la scusa degli esami da sostenere aveva 43


prolungato la sua permanenza per tre settimane senza mai telefonarmi. Avevo scoperto da sola e per puro caso che nella sua vita c’era una ragazza con cui aveva una storia da due anni, e la delusione era stata enorme. Mentre io piangevo disperata fra le braccia di Esteban, Alejandro era partito per Los Angeles in compagnia di Susan per fare surf e prendere il sole sulla spiaggia, senza nemmeno avermi chiamata inventandosi una qualunque bugia per il suo mancato ritorno a casa. Come se io non contassi più nulla e i tre mesi d’estate che avevamo trascorso insieme non fossero stati altro che un piacevole intermezzo amoroso che gli era servito per colmare una fase critica del suo rapporto con Susan. Sapevo che Alejandro sarebbe tornato a El Verano nel weekend e che io avrei dovuto affrontarlo; mi doveva delle spiegazioni, delle scuse, e soprattutto esigevo un chiarimento. Era intenzionato a stare con me? Mi amava? Oppure mi avrebbe lasciato spiegandomi che non ero importante quanto lo era Susan? E se invece fosse tornato e non mi avesse detto niente di lui e Susan? Se si fosse comportato da perfetto innamorato, cos’avrei fatto? Potevo accettare che nella sua vita oltre a me ci fosse anche Susan?... La risposta a tutte quelle domande era una sola: Alejandro non era stato leale con me, mi aveva nascosto la sua relazione di due anni con Susan, qualunque cosa avesse detto o fatto al suo ritorno, io non sarei stata capace di perdonarlo. Non potevo e non volevo perdonarlo. “Alejandro non mi merita”, dissi, dopo quella silenziosa pausa di riflessione. “Non ho intenzione di perdonarlo, 44


nemmeno se mi dirà che preferisce me a Susan. Non posso accettare di essere una seconda scelta. Doveva parlarmi di Susan prima di illudermi che tra noi ci fosse un sentimento vero e profondo. Mi ha delusa, e io non voglio amare un ragazzo che non è stato sincero con me.” Esteban sbatté le palpebre ripetutamente mentre mi osservava con espressione seria. “Sei sicura che è questo che vuoi?” Lo fissai e annuii con la testa. “Sì. Non lo perdonerò.” “E cosa gli dirai?” “La verità. Che ho scoperto la sua storia con Susan e che non intendo continuare a stare con lui.” “Alejandro vorrà sapere perché non puoi perdonarlo.” “Mi sembra ovvio perché non posso. Non è stato sincero con me. Mi ha presa in giro. E io non lo voglio più accanto a me.” “Credi che questo gli basterà? Alejandro non si arrende tanto facilmente, quando vuole una cosa è disposto a lottare pur di averla.” “Bè, mi dispiace per lui, ma non avrà me… Anzi, non mi dispiace affatto per lui, se l’è cercata!” “Accidenti, come sei dura.” “Mi ha fatto soffrire. E io non perdono chi mi calpesta.” “Quindi finisce così? Storia chiusa per sempre?” “Sì. Fine. Adiòs.” Esteban annuì con il capo. “Okay. Se è quello che vuoi, se sei sicura e non hai dubbi, allora non c’è altro da dire.” 45


Si alzò dal letto e si mosse nella stanza per aprire l’armadio e prendere dei vestiti puliti. Aveva un sacco di t-shirt colorate, camicie ricamate da cowboy e pantaloni di jeans di varie gradazioni di blu. “Che programmi hai per oggi?”, mi chiese, dopo aver scelto una maglietta color senape e dei jeans blu scuri. Anziché rispondere alla sua domanda, saltai giù dal letto e lo raggiunsi, abbracciandolo da dietro. “Grazie per aver asciugato le mie lacrime e placato il mio pianto. Non avrei saputo cosa fare senza di te. Ti voglio bene, Esteban.” Lui sorrise e girò la testa di lato per riuscire a vedermi. “Dammi un bacio, chica. Me lo merito.” Mi sollevai sulle punte e gli scoccai un bacio sulla guancia. “Ti voglio bene anch’io”, e così dicendo si voltò con tutto il corpo e mi strinse contro di sé con il braccio libero mentre posava un lieve bacio sulla punta del mio naso.

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Capitolo 6 Quel giorno saltai la scuola. Mia madre e mio padre erano impegnati nella cura della vigna, per cui nemmeno si accorsero che non presi zaino e libri per andare al liceo. Volevo distrarmi e non pensare ad Alejandro. Così accettai la proposta di Esteban di andare insieme a lui fuori città, giusto per fare un giro. Prendemmo il vecchio pick-up rosso di suo padre posteggiato nel garage della finca, lo spingemmo lungo la strada finché il motore non si accese borbottando, quindi salimmo a bordo e imboccammo la Route 69 in direzione sud, verso l’Arizona. Era una giornata di Settembre calda e secca, tirammo giù i finestrini per far entrare l’aria nell’abitacolo della vettura e accendemmo l’autoradio alzando il volume al massimo. Con la brezza nei capelli e la musica country che quasi ci assordava, percorremmo il nastro d’asfalto nero che sembrava liquirizia liquida sciolta dal calore del sole, e per tutto il tempo Esteban non fece altro che guidare il pick-up a velocità sostenuta cantando le canzoni che trasmetteva la stazione radio di San Diego. Alcune canzoni le conoscevo anch’io, e quindi cantavo insieme a lui, ma ci veniva da ridere in continuazione perché eravamo entrambi stonatissimi. Quel giro in pick-up fu divertentissimo, e la strada infinita della Route 69 ci portò ad attraversare il cuore della Death Valley, che io non avevo mai visto. Scendemmo dal camioncino a Zabriskie Point per ammirare il panorama roccioso e tutto quello che usciva dalla mia bocca era un “wow” dopo l’altro. Ci sedemmo 47


sulla sommità dei picchi rocciosi sotto il sole cocente dividendoci una Seven-Up calda e zuccherosa, e quando ripartimmo io avevo una gran fame e un bisogno impellente di andare in bagno. Allora ci fermammo alla prima stazione di servizio con tavola calda che incontrammo sull’autostrada, e ordinammo due enormi milk-shake al caffè con panna e tortillas messicane buone come quelle che sapeva fare mia madre. A mezzogiorno passato ci rimettemmo in strada ed Esteban mi disse “Ti porto a vedere il Grand Canyon”. L’idea mi piacque, l’avevo visto solo in fotografia sui dépliant turistici, guardarlo dal vivo doveva essere un’emozione enorme. Lo stato dell’Arizona non era lontano, ci arrivammo in poche ore, ma il Grand Canyon era immenso, perciò ci fermammo più volte e in zone diverse per poterlo guardare dall’alto di vari punti. Le rocce avevano forme sinuose che sembravano scolpite da un artista geniale, l’ocra rosso e l’arancio erano i colori predominanti con sfumature rosate, le gole erose dall’acqua erano spaventosamente profonde, sembrava di stare a guardare un altro mondo, un pianeta ultraterreno, un luogo immaginario uscito dalla fantasia di un genio creativo. Fu incredibile, eccitante e da mozzare il fiato. La vista migliore era dall’alto di Hopi Point. Mi appoggiai alla balaustra in ferro e guardai affascinata quel panorama spettacolare che sembrava estendersi oltre l’orizzonte e non finire mai. Esteban vide un turista europeo con una Polaroid e gli chiese se poteva farci delle istantanee. L’uomo acconsentì senza problemi e ci scattò tre foto; nella prima eravamo l’uno accanto 48


all’altra con il Grand Canyon alle spalle, nella seconda Esteban mi abbracciava, e nella terza mi teneva in braccio. Tre foto-ricordo di una giornata indimenticabile in un luogo fantastico con un ragazzo adorabile di nome Esteban Suarez. Ero felice di essere lì con lui, mi sembrava di toccare il cielo con un dito dalla gioia che sentivo dentro. E pensare che quello stesso mattino avevo toccato il fondo della disperazione per colpa di Alejandro… Com’era strana la vita a volte, dolore e felicità si alternavano nello stesso giorno collegate a due persone diverse… Iniziavo a capire di aver riposto la mia fiducia nel ragazzo sbagliato e il mio cuore mi diceva che Esteban era quello giusto per me. Di lui potevo fidarmi, non aveva segreti, era esattamente così come si mostrava, schietto e leale, forse un po’ matto, ma senza lati oscuri da svelare. Quando risalimmo sul pick-up era pomeriggio inoltrato. “Non riusciremo a tornare a El Verano prima del tramonto, credo che dovremo fermarci in un motel qui vicino e prendere delle stanze per la notte. Per te va bene?” “Per me sì. Ma come lo spiego ai miei genitori?” “Appena arriviamo al motel telefona a casa e digli dove sei. La sincerità è importante, soprattutto in famiglia.” “Si chiederanno come mai ho saltato la scuola e perché sono in Arizona con il cugino di Alejandro.” “E tu spiega loro che Esteban Suarez ti ha portata a vedere il Grand Canyon. Che c’è di strano?” “Mio padre penserà che vuoi approfittarti di me e mia madre mi chiederà se va tutto bene con Alejandro.” “Cavoli, è così complicato nascere femmina?” 49


“Quando hai quindici anni è tutto proibito, soprattutto dormire in un motel con un tipo bizzarro come te che ha diciott’anni e la fama dello sciupafemmine.” “Ah, dunque il problema sono io, come al solito.” “Ma no, dai, scherzavo! I miei genitori sanno che sei un bravo ragazzo, e poi hanno fiducia in me. Non faranno storie.” “Allora non rischio la prigione per sequestro di minorenne e tentate molestie sessuali, giusto?” “Che sciocco, cerco che no!” Esteban fece finta di levarsi il sudore dalla fronte con la mano in un classico gesto di sollievo e scampato pericolo, e io scoppiai a ridere mentre il pick-up procedeva lungo la strada di ritorno alla ricerca di un motel in cui cenare e poi dormire. “El Tovar Hotel & Lodge” fu la scelta di Esteban. Al pianterreno c’era un ristorante arredato in stile “old wild west”, e al piano superiore si potevano affittare le camere per la notte. Parcheggiammo il pick-up ed entrammo nella hall. Esteban disse alla receptionist che volevamo pranzare e pernottare, e lei gli rispose che potevamo trovare un tavolo libero nel salone del ristorante mentre le camere andavano prenotate subito. “Hey, muchacha, prendiamo una camera singola o una doppia?”, mi chiese, mentre la receptionist attendeva dietro il bancone. “Qual è la differenza?” “Un letto matrimoniale o due letti singoli.” “Oh, giusto… Va bene la singola, mi fido di te.” 50


“Sicura? Non mi farai dormire sul pavimento perché hai paura che allunghi le mani mentre dormi, vero?” “Ho detto che mi fido, tranquillo!” E così Esteban prenotò una camera singola e pagò la somma del servizio ristorante e del pernottamento sfilando dalla tasca posteriore dei jeans una carda di credito Visa. La receptionist gliela restituì subito dopo insieme alla chiave della camera numero 25. “Ecco fatto, ora possiamo andare a mangiare.” “Dov’è il telefono? Prima voglio chiamare i miei genitori.” “C’è una cabina telefonica appena fuori dall’entrata, ma se vuoi puoi chiamarli dal telefono della reception, basta chiedere.” “No, preferisco la cabina, ho un paio di gettoni in tasca.” “Okay. Vengo con te.” “No, li chiamo da sola, tu intanto cerca un tavolo, ho fame.” “Va bene. Se passa il cameriere ordino anche per te?” “Sì. Bistecca alla griglia e patate fritte, oppure insalata di pollo, fai tu, e non scordare il dolce, grazie!” Uscii dalla hall dell’hotel e mi chiusi all’interno della cabina telefonica. Composi il numero di casa mentre inserivo i gettoni e mi rispose mia madre quasi subito. Le spiegai dov’ero, con chi e perché, e lei non sembrò affatto preoccupata, mi raccomandò solamente di non fare nulla di cui potessi pentirmi, che tradotto in lingua materna significava “non fare sesso irresponsabile con un ragazzo che conosci appena”. Le dissi di stare tranquilla e che sarei tornata a El Verano il giorno seguente, quindi la salutai 51


lasciandole il compito di spiegare tutto a mio padre. Sollevata e serena, entrai nel ristorante e raggiunsi Esteban che mi aspettava seduto a un tavolo per due.

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Capitolo 7 La camera singola che avevamo prenotato era davvero graziosa. Comprendeva televisore e frigo-bar, e aveva grandi finestre con vista sul Grand Canyon in lontananza. Oramai era scesa la sera, e il cielo si stava tingendo di blu oltremare. “Io ho bisogno di una doccia!”, esclamò Esteban dopo essersi guardato intorno. “E tu? Mi fai compagnia?” In piedi accanto alla finestra, mi voltai a guardarlo e vidi che mi stava sorridendo con la sua solita espressione maliziosamente scherzosa. “Attento, sono una minorenne, non puoi farmi avances.” “Veramente il mio era solo un invito per una innocente doccia a due.” Esteban si stava già spogliando, levandosi maglietta e jeans rapidamente. Anch’io non vedevo l’ora di farmi la doccia, mi sentivo addosso il calore e il sudore di quella lunga giornata passata sulla strada a bordo del pick-up. La tentazione di accettare l’invito di Esteban era forte, ma significava spogliarmi e farmi vedere da lui completamente nuda, e il pensiero che lui mi guardasse senza nulla addosso mi imbarazzava. “Allora… Vieni in bagno con me… o rimani qui ad aspettare il tuo turno?” “Non ho mai fatto la doccia insieme a un ragazzo, credo che non mi sentirei a mio agio.” “Perché mai? So bene come sei fatta, ti ho vista in bikini tutte le volte che siamo andati al lago.” 53


“Appunto, indossavo il costume, non ero nuda.” “Non mi dire che ti vergogni… O forse sì?” Mi strinsi nelle spalle. “Sono un po’ timida… e pudica, come hai detto tu… Nessun ragazzo mi ha mai guardata completamente nuda.” “Prima o poi dovrà succedere, non credi?” Esteban mi stava stuzzicando e io non sapevo cosa fare. Dire di sì o dire di no? Accettare o rifiutare? “Accidenti, vorrei non essere così timida”, ammisi, sedendomi sul fondo del letto. “Non capisco perché non sono capace di comportarmi come tutte le adolescenti disinibite, che rabbia!” “Sei fatta così, è il tuo carattere. Resta qui a guardare un po’ di televisione, prometto che faccio la doccia in un lampo così dopo la puoi fare anche tu, va bene?” Lo vidi sparire in bagno e sentii l’acqua della doccia che iniziava a scrosciare all’interno del box. E allora decisi che non volevo restare lì ad aspettare. Volevo divertirmi, e fare la doccia con Esteban sarebbe stato sicuramente divertente. Senza pensarci due volte mi alzi dal letto e corsi in bagno. “Aspettami, ho cambiato idea!”, esclamai, sorprendendolo mentre si levava i boxer restando nudo di fronte a me. “Tanto prima o poi deve succedere, giusto? Quindi sarai tu il primo ragazzo della terra a vedermi nuda, e non m’importa se mi vergogno da morire, sono stanca di comportarmi da ragazzina, voglio essere una donna.” Mentre parlavo mi ero levata gli shorts e la canotta, e con un ultimo grande sforzo per superare l’imbarazzo riuscii a 54


spogliarmi del reggiseno e delle mutandine. Esteban mi lanciò un’occhiatina fugace, cosa che feci anch’io con il suo corpo nudo a pochi passi da me, quindi mi prese per mano e mi trascinò sotto il getto della doccia. “Va bene così l’acqua? O la vuoi più fredda?”, domandò, mentre il getto fresco ci inondava dalla testa ai piedi bagnandoci la pelle accaldata. “No, così è perfetta.” Ci sciacquammo i capelli e il viso, poi Esteban prese il flacone del docciaschiuma versandone una dose abbondante sull’unica spugna presente nel box. “Credo che dovremmo usarla a turno. Oppure, se non è un problema, la usiamo insieme… Io lavo te e tu lavi me.” “Okay, comincio io.” Ammetto che fu divertente. Ce ne stavamo sotto l’acqua scrosciante, uno di fronte all’altra, insaponandoci il corpo a vicenda. Esteban mi sfiorava delicatamente con la spugna, ora sulle spalle, poi scendendo sul petto e sul seno, e mi guardava, ma io non sentivo più imbarazzo, e il suo tocco leggero mi piaceva, non c’era malizia nei suoi gesti, solo tanta tenerezza. Anche la mia mano si muoveva leggera sul suo corpo, era piacevole scivolare sulla sua ampia schiena e sul torace asciutto e muscoloso, i miei occhi erano curiosi, e non riuscivo ad evitare di guardargli il sesso, pensando che era buffo e carino al contempo. Quando venne il momento di usare lo shampoo, ci divertimmo a lavarci i capelli a vicenda, lui massaggiandomi la testa con i polpastrelli e districando le ciocche ribelli dei miei riccioli bruni, mentre io giocai con 55


il suo ciuffo usando la schiuma per acconciarlo come una cresta da punk. E a quel punto ci sciacquammo via tutto, dallo shampoo al docciaschiuma, e non potemmo evitare di schizzarci l’un l’altra con il getto della doccia alternando le sue risate ai miei gridolini, esattamente come due bambini che si facevano i dispetti. Poco dopo, avvolti in due teli da bagno di spugna verde, uscimmo dal bagno con i capelli strizzati e asciugati a colpi di phon e ci sedemmo sul letto. “Ti senti ancora timida e pudica?” “No, non più. Sono contenta di essermi tolta questo peso.” “Era ora che lo facessi. Sei bellissima, hai un corpo stupendo, non ti devi vergognare di nulla.” “Grazie. Anche tu non sei male, sai?” “Lo so, me lo dicono tutte che sono muy bonito.” Gli diedi uno spintone e lui rise divertito. “Questa giornata è stata la più bella della mia vita, e il merito è tutto tuo, ti ringrazio per avermi portato fin qui, avevo bisogno di fare un po’ di pazzie”, gli dissi, ripensando agli eventi vissuti al suo fianco. “Ti sei divertita?” “Oh sì, moltissimo. E tu mi hai fatto capire che devo essere più sicura di me stessa e non aver paura di fare nuove esperienze.” Mi avvicinai a lui e gli pettinai il ciuffo all’indietro con le mani. “Qui ci vorrebbe un bel po’ di gel… I tuoi capelli sono indomabili.” “Rispecchiano il mio carattere.” 56


“Io non direi… Sai, più ti sto vicino e più mi rendo conto di quanto in realtà tu sia gentile. Tu fingi di essere un bullo, è solo una facciata che usi per dimostrare al mondo che sei forte, ma non ne hai bisogno. In queste tre settimane passate in tua compagnia ho scoperto come sei veramente. Credo anche di aver capito perché quando sto con te mi sento a mio agio mentre con Alejandro non riesco ad essere me stessa. Lui a prima vista sembra perfetto, un bravo ragazzo, educato e gentiluomo, ma in certi momenti diventa freddo, quasi distante, e questo suo lato nascosto mi ha sempre frenata dal comportarmi liberamente. Con te invece è tutto più semplice, naturale, io sento una complicità e un’alchimia tra noi che con Alejandro non ho mai provato, nemmeno nei momenti di intimità. Lui in un certo senso mi blocca, mentre tu mi dai la forza di spingermi oltre i miei limiti. Ti avevo giudicato diversamente, troppo in fretta, creandomi un’idea di te completamente sbagliata. Credevo che Alejandro fosse migliore di te, ma ora mi rendo conto che è l’esatto contrario. Sei tu il migliore tra voi due, e sei giusto per me.” Esteban mi guardò da sotto il ciuffo ribelle che gli ricadeva sugli occhi e colsi nel suo sguardo una certa soddisfazione. “Esteban, tu mi piaci… Lo so che sembra una sciocchezza dirlo proprio oggi, nel giorno in cui ho capito che Alejandro sta giocando sporco con me, e non voglio che tu pensi che ti considero un ripiego o solo una spalla su cui piangere e consolarmi… Ci sono stati altri giorni in cui avrei voluto dirtelo, ho avuto tre settimane a disposizione 57


per comprendere che insieme a te sto bene, però solo adesso riesco a parlarti a cuore aperto, e spero che tu possa capire che ciò che provo per te è reale.” Gli sfiorai una spalla con un dito, mentre lui mi fissava negli occhi e non parlava. Pensai che forse avevo scelto il momento sbagliato per confessargli ciò che sentivo e mi affrettai a rimediare al danno ormai fatto. “Okay, scusami, sto parlando a vanvera, sarà colpa della birra che ho bevuto a cena, fai finta di non aver sentito nulla.” Appena mi mossi nel tentativo di alzarmi dal letto, Esteban mi afferrò per un polso e mi trattenne. “Aspetta, dove scappi? Resta seduta qui.” “Volevo dirti delle cose importanti ma credo di aver pasticciato con le parole ed essermi espressa male.” “Ho capito benissimo cosa intendevi dirmi.” “Allora perché sei rimasto muto come un pesce?” “Per il semplice motivo che sono qui da solo con te, seduto su un letto, tu sei meravigliosa, quasi nuda, profumi di buono e io sto cercando di capire come mi devo comportare. Ho il terrore di dire la parola sbagliata o fare qualcosa che ti possa spaventare, e l’ultima cosa che voglio è rovinare questa splendida giornata.” Fece una pausa, lasciando andare la presa sul mio polso e catturando una ciocca dei miei capelli per arrotolarsela attorno a un dito, quindi aggiunse: “Isabel, voglio che sia tu a decidere ciò che vuoi sentirti dire e quello che desideri che io faccia. Scegli tu per me.”

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Lo guardai e compresi i suoi timori. Non doveva essere facile per lui avere a che fare con una ragazza che gli piaceva e che poteva fuggire via a gambe levate se avesse agito nel modo errato. Io dovevo scegliere come si sarebbe conclusa quella giornata. Spettava a me guidarlo sulla strada che ci avrebbe portato ad avvicinarci in modo fisicamente intimo, se lo desideravo, oppure lasciare che tra noi due l’amicizia prevalesse sui sentimenti più profondi. Era giusto che prendessi io quella decisione. “Esteban… Baciami… E insegnami a fare l’amore.” Le mie parole risuonarono leggere nel silenzio della stanza. Lui prese tempo, quasi volesse assicurarsi che non cambiassi idea. “Sei sicura di volerlo fare qui, questa notte, con me?” Ecco un’altra cosa che mi piaceva di lui: quel misto di delicatezza e riguardo che lo rendeva diverso da Alejandro. “Sì”, risposi senza esitare. “E’ il momento giusto. Mi sento pronta. E voglio che sia tu a fare l’amore con me.” Ancora silenzio, e poi la sua voce vellutata. “E come vuoi che sia la tua prima volta?” Non avevo bisogno di immaginarmela, sapevo benissimo come volevo che fosse. “Dolce, delicata, e molto, molto lenta, senza fretta.” Esteban trasse un sospiro profondo. “Allora farò in modo che sia esattamente così.” Era la promessa più bella che potesse farmi in quel momento. Lentamente, mi attirò a sé. Avvicinò il viso al mio e avvertii il calore del suo respiro mentre mi sfiorava le labbra una volta, poi un’altra, prima di baciarmi sul 59


serio. Affondò le mani nei miei capelli e mi baciò con tutto se stesso: quello che era e quello che stavo per conoscere intimamente. Mi cinse il corpo con le braccia e mi fece sdraiare sul letto sistemandosi accanto a me, sempre baciandomi. Schiusi leggermente la bocca per permettere alle nostre lingue di incontrarsi, e in quell’attimo ebbi la certezza che Esteban era il ragazzo giusto per me, che ciò che stava accadendo era giusto per entrambi. Mi sfiorò le guance e il collo con le labbra, poi tornò a baciarmi sulla bocca. Poco dopo, le sue mani slacciarono il telo che mi avvolgeva il corpo e mi accarezzò la pelle del petto scivolando sopra i seni e giù sul ventre come se stesse toccando qualcosa di prezioso. Aprii gli occhi per guardarlo mentre le sue dita mi sfioravano il pube e scivolavano fra le mie cosce per raggiungere il mio sesso e toccarmi dolcemente in profondità, strappandomi un gemito e procurandomi un intenso piacere. Gli circondai le spalle con le braccia e lo spogliai del telo che m’impediva di toccare la sua pelle liscia e calda. Le nostre mani si muovevano adagio esplorando ogni parte dei nostri rispettivi corpi nudi ed eccitati, e ogni bacio diventava sempre più profondo ed esigente. Ci baciammo e ci accarezzammo a lungo, poi Esteban si sporse oltre il bordo del letto, aprì il cassetto del comodino e pescò un preservativo. Pensai che era proprio come nei film: nei comodini dei motel, accanto alla Bibbia, i preservativi non mancavano mai. Guardai Esteban che strappava l’involucro del preservativo e sorrisi quando vidi che era blu. Con gesti esperti, lui se lo mise addosso, poi tornò ad 60


abbracciarmi e a baciarmi, mentre scivolava piano fra le mie gambe e io lo accoglievo piegando le ginocchia. Il suo ventre aderì alla mia pancia, e il suo pube strusciò contro il mio. Sostenendosi con le braccia tese e le mani affondate nel materasso, si mosse piano sopra di me, e nell’attimo in cui lo sentii penetrare in me chiusi gli occhi e respirai profondamente. Non mi fece male, provai solo la sensazione di una parte di lui dura e pulsante che mi riempiva il basso ventre. E quando subito dopo iniziò a muoversi avanti e indietro, su e giù, dentro e fuori, ripetutamente e lentamente, il mio corpo fremette di un piacere nuovo tanto intenso quanto inebriante. Facemmo l’amore senza fretta, seguendo il ritmo naturale dettato dai nostri corpi, e fu bellissimo, soprattutto quando Esteban riuscì a portarmi all’orgasmo facendomi gemere dall’intensità del piacere che provai, e dopo lo strinsi forte contro di me e lo sentii gemere e sospirare forte a sua volta, mentre tremava fra le mie braccia, il corpo scosso dagli spasmi dell’orgasmo. Lo baciai sul collo, dove il cuore pulsava forte sotto la pelle sottile, e cercai di nuovo le sue labbra. Restammo sdraiati l’uno sopra l’altra recuperando il fiato, e il suo peso non mi dispiacque, riuscivo a sentire ogni muscolo del suo petto che si muoveva contro la mia pelle e il battito accelerato del suo cuore che pulsava contro il mio seno. Dopo, quando Esteban si ritrasse per togliersi il preservativo e sdraiarsi al mio fianco, lo guardai negli occhi e lui mi sorrise. Allora gli sfiorai il viso seguendo il profilo della sua guancia con un dito, e lui mi prese la mano e mi baciò le dita una ad una. Una forte 61


emozione mi salì dal petto fino alla gola come un’onda improvvisa e senza volerlo i miei occhi si colmarono di lacrime. Esteban si chinò a baciarmi le palpebre socchiuse, io lo abbracciai tanto forte da fargli quasi male e le parole mi sgorgarono dritte dal cuore, vere e sincere. “Ti amo, Esteban. Amo te, non Alejandro.” Lui mi scostò i capelli dalla fronte, e con l’espressione più seria che gli avessi mai visto sul volto mi disse: “Te quiero, dulce amor mío. Ahora eres sólo mía. Eres mi chica.” Mi addormentai rannicchiata sul suo petto con quelle parole incise nella mente: “Ti amo, dolce amore mio. Adesso sei solo mia. Sei la mia ragazza.” Ero felicissima. E sì, ora gli appartenevo.

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Capitolo 8 La stazione radio di San Diego trasmetteva “Hotel California” degli Eagles mentre il pick-up percorreva la Route 69 in direzione di El Verano. Il sole di mezzogiorno era alto nel cielo azzurro screziato di nubi bianche simili a strisce di zucchero filato, l’aria era calda come il giorno precedente, e l’atmosfera nell’abitacolo del camioncino era distesa e rilassata. Esteban guidava a velocità sostenuta con un paio di Ray-Ban fumé a proteggergli gli occhi, e io al suo fianco indossavo degli occhiali da sole vintage a forma di cuore con le lenti rosa. Li avevo acquistati al distributore di benzina di Zabriskie Point mentre Esteban faceva il pieno, insieme a delle gomme da masticare Big Bubble al sapore di fragola. Mi divertivo a gonfiare palloncini enormi che puntualmente Esteban faceva esplodere punzecchiandoli con un dito. “Quando arriveremo a Viña Del Sol avrò i capelli impiastricciati di chewing-gum”, dissi, ridendo felice. “Benissimo. Così tutti penseranno che ti ho portato a Disneyworld, anziché in un hotel dell’Arizona dove ho approfittato della tua innocenza per rubarti la tua preziosa castità.” “Non me l’hai rubata, te l’ho donata consapevolmente.” “Questo lo sappiamo noi due. Ma per la legge americana sono un depravato che ha irretito una minorenne innocente.” “Oh, che strazio queste leggi americane!”, sentenziai, sporgendomi verso Esteban per baciarlo sulla bocca. 63


“Hey, così mi distrai dalla guida”, mormorò lui, ricambiando il mio bacio mentre teneva d’occhio la strada. “E’ la Route 69, vai sempre dritto e non ci succederà nulla.” Lui rise divertito. “Sei pazzerella, lo sai?” “Mi sembra giusto, anche tu sei un po’ pazzo, vuoi che la tua ragazza non lo sia?” Esteban rise di nuovo, poi mi osservò silenziosamente mentre ritornavo a sedermi al mio posto e sporgevo un braccio fuori dal finestrino per sentire l’aria accarezzarmi la pelle. “Isabel, sei felice?”, mi chiese, già sapendo la risposta. “Certo che lo sono! Ho un ragazzo meraviglioso, sono innamorata, e sto tornando a Viña Del Sol. Non potrei desiderare altro.” “Hai ragione. Basta così poco per essere felici.” Già. E noi due lo eravamo. Soprattutto dopo la notte meravigliosa trascorsa insieme a fare l’amore. Adesso ci aspettava il ritorno alla vita semplice di El Verano, ma eravamo entrambi diversi, io più donna, lui più uomo. Quel mattino, al mio risveglio, mi aveva giurato che non avrebbe guardato nessun’altra ragazza eccetto me, e che da quel momento si sarebbe impegnato per rendermi felice e appagata ogni santo giorno. Sapevo che faceva sul serio, e questo mi rendeva euforica. Non mi intimoriva il pensiero di dover spiegare ai miei genitori che tra me e Alejandro era tutto finito e che avevo scelto Esteban come il ragazzo a cui donare il mio cuore e il mio amore, e non mi preoccupava neppure l’idea di dover affrontare Alejandro 64


per dirgli che poteva tenersi Susan e scordarsi di me. Esteban mi trasmetteva sicurezza e forza interiore, era il ragazzo giusto per me, ed era con lui che volevo crescere e vivere il resto della mia vita. Proseguimmo il viaggio verso casa canticchiando le canzoni che uscivano dall’autoradio, e quando intravidi l’ingresso principale di Viña Del Sol il mio cuore saltellò nel petto. Amavo quel luogo, pur essendo una messicana nata a Puebla oramai sentivo di appartenere a El Verano, e il vigneto era “casa mia”, il solo e unico luogo al mondo in cui volevo abitare e vivere. Il vecchio pick-up risalì a fatica la strada sterrata che s’inerpicava fino alla collina dove sorgeva la finca dei Suarez, e alle 2.00 del pomeriggio Esteban parcheggiò il camioncino all’interno del garage. Scesi a terra per prima, stiracchiandomi le braccia sopra la testa, seguita a ruota da Esteban che mi raggiunse cingendomi la vita con il braccio. Ci eravamo appena tolti gli occhiali da sole e stavamo per uscire dal garage quando sul portone comparve una figura con le braccia conserte. “Papà?”, domandò Esteban, non riconoscendo subito colui che ci aspettava al varco. Con grande sorpresa di entrambi, non era Ramòn Suarez la figura in penombra sul portone aperto. Era Alejandro. E la sua faccia tradiva una rabbia furente. Sentii la puzza di guai in arrivo ancor prima che Alejandro aprisse la bocca per parlare. “Isabel, dove diavolo sei stata?”. La sua voce dura e aggressiva mi stupì. Non si era mai rivolto a me con un tono simile. 65


“Alejandro… Cosa ci fai qui? Perché sei tornato?”, gli domandai, certa che fosse a Los Angeles con Susan. “Che razza di domanda è questa?! Ti sei scordata che io vivo qui? È casa mia, oggi è Sabato, e tu mi chiedi perché sono tornato?!” Esteban si fece avanti, come a proteggermi da Alejandro. “Hey, datti una calmata. Si può sapere che ti prende?” In risposta, Alejandro si scagliò contro di lui e gli sferrò un pugno dritto sotto il mento. Colto alla sprovvista, Esteban perse l’equilibrio crollando all’indietro e finendo a terra tramortito. “Alejandro!”, esclamai, inginocchiandomi accanto a Esteban. “Sei impazzito?! Cos’hai fatto?!” Controllai che Esteban stesse bene, e per fortuna era solo stordito. Lo aiutai a rialzarsi in piedi, mentre Alejandro si massaggiava la mano con cui lo aveva colpito. “A cosa devo l’onore di essere preso a pugni in faccia? Hai per caso qualche problema con me?” “Sei tu il mio problema, Esteban! Da quando sei nato non hai fatto altro che infilarti tra me e le persone che amo! Prima Ellen, e adesso Isabel. Sei un bastardo!” Stava per sferrare un altro pugno contro Esteban, ma lui riuscì a scansare il colpo per un pelo. “Alejandro, smettila!”, gli gridai contro. Lui mi agguantò per un braccio e mi strinse tanto forte da farmi male. “Dove sei stata? Perché non eri qui ad aspettarmi? Dimmelo!” “Io non ti devo nessuna spiegazione!” 66


“Cosa?! Tu sei la mia ragazza! Che ci facevi insieme ad Esteban?” “Mi ha portata a vedere il Grand Canyon, in Arizona! Qual è il problema? Sei geloso? E perché poi? Proprio tu che mi hai nascosto di avere un’altra storia con una certa Susan!” La sua faccia impallidì per un breve istante, ma subito dopo tornò ad arrossarsi e mi scrollò come fossi una bambola di pezza. “Io amo te, stupida! Susan non conta niente, l’ho lasciata tre mesi fa!” “Bugiardo! Ieri mattina ti ho chiamato al campus e mi ha risposto proprio lei, Susan, mentre tu eri sotto la doccia! Era nella tua stanza, ha dormito con te, e mi ha detto che state insieme! Con quale coraggio vieni a dirmi che l’hai lasciata?!” “Ti giuro che è vero, con Susan è finita!” “Non ti credo! Sei andato con lei a Los Angeles a fare surf, e non dovevi tornare qui prima del prossimo weekend! Credi che sia stupida? Io non credo più alle tue bugie!” Mi divincolai per liberare il braccio dalla morsa della sua mano, ma lui strinse le dita ancora più forte. “Susan è solo un’amica, niente di più! Io amo te, lo sai!” “Lasciami andare, mi fai male! E comunque con me hai chiuso, non ti voglio più, non sei il ragazzo giusto per me!” “Stai scherzando?! Tu sei mia, hai capito? Mia!” “NO! Non sono mai stata tua! Non lo sarò mai!” Sollevai la mano libera e lo colpii con un ceffone in pieno viso. Lo schiaffeggiai così forte che mi lasciò andare il

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braccio e io ne approfittai per correre al sicuro accanto a Esteban. “Brutta stronza!”, ruggì lui con cattiveria. “Sei tu che mi hai tradito! Non è così?! Ti si legge in faccia che sei stata a letto con Esteban!” “E se anche fosse vero? Tu non mi sei stato vicino, eri troppo preso dai tuoi finti esami, e quando eri qui con me non facevi altro che cercare il momento migliore per riuscire a scoparmi! Non mi hai mai amata davvero! Cos’ero per te, un divertimento? Un passatempo? Mi hai lasciata sola per tre settimane, potevi telefonarmi ma non l’hai fatto, e io ho avuto il tempo di capire che per te non provo più niente! E’ così, Alejandro, io non ti amo più! Torna pure dalla tua Susan!” Arrabbiato e pieno di rancore, Alejandro tentò di avvicinarsi, forse per schiaffeggiarmi a sua volta, ma Esteban mi fece scudo con il suo corpo e lo spinse via con entrambe le mani. “Adesso basta! Piantala, Alejandro! Non ti avvicinare a Isabel, e non osare toccarla nemmeno con un dito!” “Esteban, sei stato tu a mettermela contro, ammettilo! Tu le hai raccontato di me e di Susan! Le hai fatto credere che stiamo ancora insieme! E mentre non c’ero ti sei approfittato di lei e me l’hai portata via!” “Io non ti ho portato via proprio niente! Isabel ha scelto da sola, e non ho avuto bisogno di raggirarla come hai fatto tu, ha scelto me perché le ho dimostrato di tenere a lei davvero!” Alejandro strabuzzò gli occhi e scosse la testa. 68


“Non posso crederci, l’hai fatto di nuovo! Ti sei fatto la mia ragazza! L’hai portata in Arizona apposta per questo, altro che Grand Canyon, volevi solo portartela a letto prima di me! E non dire che non è vero! Hai fatto la stessa identica cosa con Ellen, tu aspetti sempre che io non ci sia e ti prendi ciò che è mio! Che tu sia maledetto!” Sconvolta da quanto stava accadendo, afferrai la mano di Esteban e lo supplicai di porre fine a quella litigata senza senso. “Esteban, ti prego, andiamo via di qui, non voglio più sentirvi gridare, non voglio guardarvi mentre vi prendete a pugni e litigate in questo modo!” “Tranquilla, è tutto a posto, ora entriamo in casa e Alejandro si da una calmata.” “Hey, hey, un momento! Nessuno esce da qui finché ogni cosa non sarà chiarita!” “Basta, Alejandro! Isabel si sta spaventando, cosa vuoi chiarire?” “Te la sei scopata? Voglio saperlo!” “Sì, abbiamo fatto l’amore, contento?” “Scommetto che ti sei divertito… Come con Ellen!” “Non rivangare il passato, Alejandro! Ellen è una faccenda che abbiamo risolto anni fa, perché non la smetti di tirare in ballo quella vecchia storia?” “Perché io l’amavo! E tu me l’hai portata via! Non dimenticherò mai quello che mi hai fatto!” “Allora che cosa vuoi fare? Ammazzarmi di botte? Vuoi picchiarmi a sangue? Siamo cugini, l’hai dimenticato?”

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“Tu hai smesso di essere mio cugino molto tempo fa. Io ti odio, Esteban. E odio anche te, stupida messicana!” Ci guardò con gli occhi sgranati di un pazzo e la bocca piegata in una smorfia disgustata. Era stravolto, paonazzo per le grida e l’agitazione che aveva in corpo. “Hai finito? Ora ti senti meglio?”, gli chiese Esteban, che voleva porre fine a quella accesa discussione. “Tra noi non sarà mai finita, lo sai. Hai un conto in sospeso con me, non dimenticarlo.” “Bè, allora forse dovremmo chiuderlo quel conto in sospeso.” “Esteban, mi stai sfidando? È così?... Bene, come vuoi tu. Ti aspetto a Sacramento, sai benissimo dove trovarmi e a quale ora presentarti. Vieni da solo. E non dire niente a nessuno. Chiudiamo il conto una volta per tutte.” “Se è questo che vuoi, puoi star certo che ci sarò.” Alejandro gli puntò un dito contro, come fosse una minaccia, poi indietreggiò guardandoci con disprezzo e alla fine corse fuori dal garage. Un attimo dopo, lo vedemmo sfrecciare via a bordo della Lamborghini coupé nera di suo padre Francisco, sollevando una nube di polvere dietro di sé. “Esteban, cosa sta succedendo?... Cos’è questa storia di Ellen e del conto in sospeso?... Perché devi andare a Sacramento?... Ti prego, spiegami.” Lui mi guardò negli occhi e mi accarezzò una guancia con la mano. “E’ una storia lunga e complicata. Riguarda solo me e Alejandro.” 70


“Significa che non mi dirai niente?” “E’ meglio che tu non sappia nulla, credimi.” “No, io voglio sapere perché andrai a Sacramento e cosa succederà fra te e Alejandro, ho il diritto di saperlo, hai promesso di essere sempre sincero con me.” Esteban mi strinse fra le braccia cullandomi, poi mi baciò sulla bocca con dolcezza. “Isabel, se hai fiducia in me, ora vai a casa e non farmi altre domande.” “Ma… Esteban, non puoi…” “Shhhh… Vai a casa Isabel. È tutto a posto, tranquilla.” “Esteban, giurami che tornerai da Sacramento tutto intero e senza nemmeno un graffio, ti prego.” “Te lo giuro. Non mi accadrà nulla di male.” “Okay, come vuoi.” Mi allontanai lentamente, fissandolo negli occhi, con la terribile sensazione che stesse per succedergli qualcosa di brutto. E quando fui all’aperto, fuori dal garage, lui mi disse: “Vai dal mio amico Marcos. Lui ti spiegherà ogni cosa.” Detto questo, aprì lo sportello del pick-up e salì a bordo, mise in moto il motore, uscì dal garage in retromarcia e imboccò il viale che conduceva fuori dai confini di Viña Del Sol. Non avevo la minima idea di cosa stesse per succedere, ma dovevo fidarmi di Esteban.

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Capitolo 9 Marcos Navarra era il ragazzo di origini portoghesi che si occupava di Sioux quando non era Esteban a farlo. Di pochi anni più grande di Esteban, Marcos non era soltanto uno stalliere di Viña Del Sol, era anche un amico d’infanzia di Esteban e un esperto di cavalli e di rodei. Quando alle cinque del pomeriggio varcai la soglia delle stalle chiedendo di lui, uno degli altri stallieri, Antonio, m’indicò il capanno degli attrezzi dove venivano radunate le selle dei cavalli e tutti gli oggetti necessari alla loro cura. Marcos era lì dentro, intento a rimettere a nuovo una sella di cuoio. “Ciao bellissima Isabel, cosa ci fai qui? Problemi con Cheyenne?”, mi accolse il ragazzo, con la sua immancabile allegria. “No, il mio cavallo sta bene, ho appena finito di strigliarlo. Sono qui per un altro motivo.” “Uhm, sentiamo. In cosa posso esserti utile?” “Esteban mi ha detto di venire a cercarti. Ho bisogno di farti delle domande su una certa faccenda.” Marcos mi guardò incuriosito e io mi sedetti su uno sgabello accanto al suo tavolo da lavoro. “Sono preoccupata. Esteban e Alejandro sono andati a Sacramento. Devono incontrarsi da qualche parte per saldare un conto rimasto in sospeso tra loro. Esteban non ha voluto raccontarmi nulla, ma mi ha detto di venire da te. A quanto pare tu sai tutto su una vecchia storia che riguarda Esteban, Alejandro e una certa Ellen.” 72


Marcos depose l’attrezzo di metallo che stava usando per levigare il cuoio della sella, prese un altro sgabello e si sedette di fronte a me. “E’ vero, io so tutto di quella storia. E posso dirti perché Esteban e Alejandro sono andati a Sacramento.” “Sono tutta orecchi, dimmi di cosa si tratta.” “E’ una brutta faccenda. Vecchia e dolorosa per Alejandro.” “Cosa centra Sacramento? E chi è Ellen?” “Aspetta, con calma, una cosa alla volta.” Si tolse i guanti che indossava e incrociò le braccia sul petto. “Come tu sai la famiglia Suarez ha sempre avuto una evidente passione per i cavalli. Ebbene, a Sacramento c’è un posto chiamato “El Rancho” dove i ragazzini accompagnati dai loro padri possono imparare a cavalcare i puledri e soprattutto a gareggiare montando esemplari selvaggi destinati alle gare da rodeo. Tutti sanno che Ramòn e Francisco Suarez portavano Esteban e Alejandro in quel posto perché imparassero a stare in sella ai puledri selvaggi. Hanno iniziato da piccoli, quando avevano 11 o 12 anni, e hanno continuato a frequentarlo fino a tre anni fa. Poi hanno smesso di andarci, all’improvviso, e io ho saputo da Esteban il perché. Purtroppo in quel piccolo ippodromo si organizzano di nascosto rodei clandestini con puledri molto spesso drogati, e quindi assai pericolosi per chi li cavalca. Questi rodei clandestini si svolgono sempre a notte fonda, per evitare che la polizia scopra il giro di scommesse proibite che vengono organizzate. C’è 73


un pubblico ristretto che può assistere alle gare e puntare denaro sui cavalli dati per vincenti, capisci? E’ tutto illegale, non in regola, ma è così che i ragazzi si fanno le ossa per poi partecipare ai veri rodei del Texas. Esteban e Alejandro hanno iniziato ad essere rivali proprio frequentando “El Rancho”. Entrambi volevano vincere, e uno voleva essere migliore dell’altro. In sella ai puledri selvaggi Esteban era il più bravo, riusciva a cavalcarli per quasi un minuto prima di essere disarcionato, mentre Alejandro dopo pochi secondi cadeva giù. Per Esteban era soltanto un gioco, una sfida amichevole contro suo cugino, ma Alejandro, abituato ad essere il pupillo di casa Suarez, non ha mai accettato il fatto che Esteban fosse migliore di lui. Rodeo dopo rodeo, il loro rapporto si è guastato, e solo perché Alejandro voleva primeggiare ma non ci riusciva, e ogni sconfitta era per lui un affronto subito da Esteban. La situazione è peggiorata quando Alejandro ha conosciuto Ellen. Era una ragazzina che come loro partecipava ai rodei, suo padre era un texano e possedeva un vero ranch giù a Houston, perciò portava lì la figlia perché si esercitasse con dei veri puledri anziché con un cavallo meccanico. Alejandro si prese una cotta per lei, e un paio di volte uscirono insieme. Ma Ellen era una ragazzina sveglia, e quando ha messo gli occhi su Esteban, Alejandro ha iniziato ad essere geloso. Esteban era un vincente, e a lei piaceva molto più di Alejandro. Non ci ha messo molto a farsi notare da Esteban, e lui non ha dato troppo peso al fatto che Alejandro si fosse preso una cotta per Ellen, perciò quando la ragazzina gli ha chiesto di uscire con lei, 74


Esteban non si è rifiutato. E’ stato allora che Alejandro ha perso il controllo. Non ha accettato di essere stato rifiutato da Ellen, e non ha mai digerito il fatto che lei gli avesse preferito proprio suo cugino. Li ho visti litigare e prendersi a pugni per Ellen più di una volta. Era sempre Alejandro a dare inizio ai litigi. Accusava Esteban di avergli portato via Ellen, la rivoleva indietro, ma a lei non interessava più, voleva stare con Esteban. A qual punto si è messo in mezzo in padre della ragazza, che ha proposto a Esteban e Alejandro di sfidarsi in un rodeo. Il vincitore avrebbe avuto il permesso di frequentare Ellen e il perdente si sarebbe fatto da parte. All’inizio Esteban non voleva partecipare a quella sfida, sapeva di essere più bravo e non voleva umiliare Alejandro. Ma il padre di Ellen ha insistito, e così si sono sfidati in un rodeo dove entrambi i puledri erano stati drogati con degli eccitanti. Io ero presente, perché a volte partecipavo a qualche rodeo, e quella sera i puledri erano davvero imbizzarriti. Non so come Esteban sia riuscito a stare in sella al suo puledro per più di trenta secondi, è stato davvero bravo! Alejandro invece è stato sbattuto a terra dopo solo dieci secondi, e la sconfitta lo ha mandato in bestia. Aveva perso la sfida, era stato battuto, e soprattutto si era giocato Ellen. Quella sconfitta l’ha segnato dentro. Da allora ha covato un odio profondo per Esteban, e qualunque cosa gli andasse storta nella vita dava sempre la colpa al cugino. Tutta questa storia si è conclusa con quell’ultimo rodeo vinto da Esteban. Alejandro ha smesso di frequentare “El Rancho” e non ha più voluto parlare con Esteban. Per recuperare il rapporto 75


con il cugino, Esteban ha perfino lasciato Ellen, a cui teneva molto, ma Alejandro non ha nemmeno provato a riconquistarla, non la voleva più, e non ha mai perdonato Esteban. Anzi, gli ha lanciato una sfida, giurando che alla prima occasione buona lo avrebbe battuto in un altro rodeo. Se oggi quei due sono entrambi a Sacramento, vuol dire che questa sera si sfideranno in un rodeo a “El Rancho”. E’ questo il conto in sospeso tra loro. Alejandro vuole a tutti i costi la sua rivincita, e probabilmente questa sera riuscirà ad ottenerla. Conosco Esteban da una vita, e sono certo che pur di mettere fine a tutto il rancore e all’odio che Alejandro prova per lui, non esiterà a salire sul suo puledro per farsi disarcionare volutamente dopo pochi secondi, in modo da regalare la vittoria ad Alejandro e cercare di recuperare il rapporto con lui. Se Alejandro vuole la vittoria a tutti i costi, Esteban gliela servirà su un piatto d’argento. A lui non importa essere il migliore, vuole solo fare pace con suo cugino e chiudere per sempre questa faccenda.” Marcos si batté le mani sulle cosce e si rimise in piedi. “Non essere preoccupata, Isabel. Esteban è un bravo ragazzo, sa quello che fa, questa sera farà in modo che Alejandro vinca la sfida, e forse li vedremo tornare a casa insieme riappacificati.” “Ma hai detto che quei rodei sono pericolosi e che i cavalli vengono drogati, come posso stare tranquilla?” “Esteban è un campione, non gli succederà nulla.” “E se invece si facesse male? Se cadendo dalla sella si rompesse un braccio o una gamba?” 76


“Non succederà. Esteban è allenato, io e lui andiamo ancora a “El Rancho” qualche volta, non per i rodei illegali, ma per quelli organizzati di giorno, e lui vince sempre. Dovresti vederlo cavalcare uno di quei puledri selvaggi, riesce a dominarli con una bravura eccezionale, è un vero cowboy!” “Quindi secondo te andrà tutto bene?” “Ma certo! Tornerà a casa tutto intero e senza nemmeno un graffio, vedrai! E’ solo un rodeo, stai pure tranquilla.” “E Alejandro? Anche lui è allenato?” “Di sicuro non cavalca un puledro selvaggio da parecchio tempo, e dubito che frequentando il college assiduamente abbia avuto il tempo di allenarsi con un cavallo meccanico. Non ha mai avuto la stoffa per i rodei, per questo ti dico che questa sera se vincerà sarà solo per merito di Esteban.” “Alejandro non è stupido, capirà che è stato preso in giro e non accetterà una falsa vittoria.” “Certo, è orgoglioso e intelligente, ma Esteban è più furbo. Lui sa come fingere una falsa caduta e farla sembrare reale, riuscirà a convincere Alejandro di non essere riuscito a dominare il puledro, e quando la vittoria sarà assegnata ad Alejandro, lui sarà talmente elettrizzato da non rendersi nemmeno conto di essere stato fregato.” “E secondo te funzionerà. Basterà questa messinscena per far tornare la pace tra Esteban e Alejandro.” “Mi auguro di sì. Così i cugini Suarez torneranno a parlarsi come facevano da ragazzini, e la faccenda dei rodei e di Ellen finalmente verrà sepolta per sempre.”

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Mi alzai in piedi e infilai le mani nelle tasche posteriori degli shorts di jeans. “Io temo che invece non faranno pace. Purtroppo adesso tra di loro ci sono di mezzo io. Oggi hanno litigato per colpa mia, è successa la stessa cosa capitata con Ellen. Sono stata troppo precipitosa, prima mi sono presa una cotta per Alejandro e ora ho scoperto di amare Esteban. Continueranno a bisticciare a causa mia anche se Alejandro vincerà il suo rodeo.” “Ma Alejandro ce l’ha già una ragazza, una certa Susan mi pare, e fanno coppia fissa da un paio d’anni. Tu non centri nulla.” “Alejandro sostiene che tra lui e Susan è tutto finito e dice di amare me, ma io so che è una bugia, e non capisco perché voglia intromettersi tra me ed Esteban.” “Perché lui è fatto così. Vuole tutto per sé, è convinto di meritarsi ogni cosa, anche ciò che appartiene ad Esteban.” “Bè, a me non importa della sua gelosia, io sto con Esteban e Alejandro ha Susan, perciò dovrà smetterla di comportarsi come un ragazzino viziato!” “Hai perfettamente ragione, Isabel. Sono d’accordo con te.” Sospirai, e posai lo sguardo sulla sella che Marcos stava riparando poco prima. “Vedo che hai da fare, perciò ora ti lascio tornare al tuo lavoro. Ti ringrazio per avermi raccontato tutto, anche se sapere come stanno le cose non mi ha resa più serena.” “Fossi in te non mi preoccuperei troppo. E comunque il rodeo non si svolgerà prima di mezzanotte, per cui ti 78


consiglio di trovarti qualcosa da fare per ingannare il tempo e non pensare a questa storia.” “Seguirò il tuo suggerimento. Grazie ancora Marcos.” “Di nulla, Isabel. Sono sempre a tua disposizione per qualunque problema.” Lo salutai e uscii dal capanno percorrendo le stalle con i cavalli al loro posto nei box, strigliati e rifocillati. Apache, Sioux e Cheyenne erano tranquilli, mi soffermai ad accarezzarli uno per uno, poi lasciai le stalle e imboccai il sentiero che saliva al cortile della finca. Da lontano vidi Gabriela che parlava con Beatriz e immaginai che si stessero chiedendo dove fossero finiti i loro rispettivi figli. Di certo erano ignare del loro incontro segreto a Sacramento e non volevo essere proprio io a dover spiegar loro dov’erano andati e per quale motivo, perciò mi affrettai a sparire tra i filari della vigna e non feci altro che passeggiare con le mani in tasca aspettando che si facesse tardi e scendesse la sera.

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Capitolo 10 Quella notte la luna piena sorse presto, gravida e splendente, occupando il suo posto nel cielo stellato come una regina adagiata sul suo trono. Era mezzanotte passata da un pezzo, non riuscivo a prendere sonno, perciò uscii di casa in punta di piedi con addosso un prendisole bianco di cotone leggero e i sandali ai piedi. Era troppo presto perchÊ Esteban e Alejandro tornassero da Sacramento, probabilmente il rodeo era ancora in corso o da poco finito, ma io ero incapace di starmene a letto con il pensiero del mio ragazzo che stava in sella a un puledro selvaggio rischiando di cadere e farsi male solo per colpa del rancore di Alejandro verso di lui. Sebbene Marcos mi avesse rassicurato che Esteban sarebbe tornato a casa tutto intero, il mio cuore non si dava pace e un misto di apprensione e timore mi attanagliavano lo stomaco. Avevo la netta sensazione che qualcosa sarebbe andato storto, e un cattivo presentimento mi aleggiava intorno come un pesante mantello. La luce della luna era tanto intensa da permettermi di aggirarmi nei pressi della finca senza il bisogno di una torcia, e i miei passi frusciavano leggeri sulle pietre del cortile e sui sentieri acciottolati che si snodavano nel cuore del giardino. Avanzavo lentamente, senza una meta precisa, controllando l’orologio da polso con le lancette fluorescenti al passare di ogni quarto d’ora, in febbrile attesa di udire in lontananza il rumore del motore del pick-up di Esteban che faceva ritorno alla vigna, seguito dal ruggito dell’auto sportiva di Alejandro. 80


Ero pronta ad attendere il sorgere dell’alba pur di riabbracciare Esteban e cancellare tutte le mie paure con un solo scambio di sguardi. Quando le lancette segnarono le tre e mezza del mattino, sentii un lieve rumore risuonare alle mie spalle mentre sedevo sulla panchina del giardino che si affacciava sulla vallata del vigneto e d’istinto scattai in piedi e cercai con gli occhi la presenza di qualcuno. Vidi il sentiero principale deserto e pensai che l’ansia mi avesse giocato uno scherzo, ma pochi attimi dopo sentii nuovamente lo stesso rumore e aguzzando la vista scorsi una sagoma scura che avanzava verso di me. “Esteban… Sei tu?”, bisbigliai, muovendo un piede davanti all’altro. La figura non rispose, e quando uscì dalla zona d’ombra proiettata sul terreno dalla chioma di una sequoia, il chiarore della luna mi consentì di vedere chi fosse. “Alejandro…”, mormorai, riconoscendolo subito. Non era Esteban , era Alejandro. Riuscivo a vedere il suo viso, i suoi capelli biondi tagliati corti, la camicia da rodeo verde smeraldo di seta che indossava sopra i pantaloni di jeans neri, gli stivali da cowboy in cuoio brunito e il suo Stetson bianco stretto fra le mani. La sua espressione era seria, il suo volto livido, e sembrava che tutto il suo corpo emanasse un pallido alone di luce… Indietreggiai, spaventata, e dagli abissi della mia memoria emerse l’antico ricordo di una notte lontana, intrappolata negli anni della mia infanzia, quando un’anziana donna messicana di nome Itzel mi aveva svelato il segreto degli 81


“spiriti inquieti”, anime di persone morte che si presentavano ai vivi prima di raggiungere l’altro mondo oltre la vita terrena… Il ricordo di Itzel divenne nitido, quasi che appartenesse al presente anziché al passato, e le sue parole mi echeggiarono nella testa forti e reali. Guardai Alejandro che distava pochi metri da me e un brivido mi attraversò il corpo mentre realizzavo che la sua presenza era tanto reale quanto innaturale al contempo. “Isabel.” La sua voce mi giunse all’orecchio come un’eco distante, e con il cuore in gola realizzai che Alejandro era lì, di fronte a me, ma non era vivo, era morto… E quello che vedevo era il suo spirito inquieto venuto a cercarmi. Angosciata, incrociai le mani sul petto, quasi volessi proteggermi da lui, e non riuscii ad emettere alcun suono. “Isabel, sono io, Alejandro…” Lo fissai, pietrificata, e cercai la forza di dire qualcosa, qualunque cosa che avesse un senso in quel momento di totale irrealtà. “Alejandro… Sei… Sei proprio tu?” Lui annuì con la testa, ma i suoi occhi erano vitrei e fissavano il nulla. “Mi stavi aspettando, Isabel?” “Sì… Aspettavo che tu ed Esteban tornaste a casa.” “Forse speravi di vedere Esteban al posto mio?” “Io… No, vi aspettavo entrambi.” “Lui sta tornando… Sta venendo da te… Ma io dovevo vederti subito, prima che il mio tempo finisse.” “Il tuo tempo?... Cosa vuoi dire?” 82


“Guardami Isabel… Sono qui per te.” “Ti vedo, Alejandro… Perché sei qui da solo?” “Per dirti addio.” Deglutii a vuoto e cercai di respirare normalmente. “Perché vuoi dirmi addio?” “Perché sono morto… E tu lo sai.” “No, tu non sei morto, sei qui, davanti a me.” “Ti sbagli, Isabel. La mia vita è finita… Il mio tempo è scaduto.” “Cosa ti è successo?” “Non lo so, in realtà. E’ tutto confuso, sai? Non ricordo cosa mi sia accaduto… Ma sapevo che dovevo tornare da te, solo per un momento, per vederti un’ultima volta… Mi dispiace, Isabel.” “Ti dispiace?... Per cosa?” “Ho commesso degli errori con te. Dovevo dirti di Susan. Lei è la mia ragazza. Non ho avuto il coraggio di confessartelo… Io ti volevo, Isabel, per questo ho mentito. Volevo te e anche Susan… Ma ho sbagliato, ti ho mentito, ti ho fatta soffrire… E ora non posso più tornare indietro per rimettere le cose a posto.” “Non ha importanza. Non devi sistemare nulla.” “Credevo fossi arrabbiata con me.” “Mi hai delusa, è vero… Ma ora non conta più, è tutto dimenticato.” “Questo significa che puoi perdonarmi? Accetti le mie scuse?” “Sì, Alejandro, certo… Sei perdonato. Accetto le tue scuse.”

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La sua espressione sembrò mutare, farsi meno tesa, e i suoi occhi vitrei si serrarono. “Grazie Isabel, ora sono libero… Posso andarmene, adesso.” “Alejandro… Io ti ho amato. Ricordalo.” “Lo so, Isabel… Ti ho amato anch’io.” Una folata di vento caldo si sollevò improvvisamente da terra scompigliandomi i capelli, e le fronde degli alberi stormirono per un breve istante. “Devo andare, Isabel… Addio.” La sua voce mi arrivò flebile, come un sussurro disperso nello spazio circostante, e il suo corpo parve prima vibrare di luce e poi scomporsi come una statua di sabbia iridescente. Lo spirito inquieto di Alejandro si dissolse in un effluvio di vapore, e così com’era comparso d’innanzi ai miei occhi, egli scomparve nell’oscurità del giardino ombreggiato dalle chiome degli alberi. Rimasi immobile dov’ero, incredula e scioccata, incapace di credere di aver parlato con il suo spirito inquieto, le braccia ancora strette sul petto e il corpo teso come una corda di violino. Il battito furioso del mio cuore mi riempì le orecchie rendendomi sorda a qualsiasi altro rumore, le mie gambe si fecero molli come gelatina, e una forte vertigine mi tolse il respiro facendomi cadere a terra. Scivolai sul prato umido di rugiada notturna e persi completamente i sensi.

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Capitolo 11 Fu il cinguettio insistente dei cardellini a svegliarmi di colpo. Spalancai gli occhi e la luce abbagliante del sole nascente mi colpì come uno schiaffo in pieno viso. “Alejandro”, mormorai, drizzandomi a sedere sull’erba rasata del giardino della finca. Mi guardai attorno stordita e mi ricordai di essere svenuta la notte precedente dopo aver visto lo spirito inquieto di Alejandro. Non era stato un sogno e neppure un’allucinazione causata dalla tensione o dalla mancanza di sonno. Alejandro era stato lì davvero. Era venuto da me per dirmi addio ed essere perdonato. Esattamente come Santiago aveva fatto con Itzel la notte stessa della sua morte. Io l’avevo visto, gli avevo parlato, ricordavo ogni sua parola… Così come ebbi la certezza di non essermi sognata tutto, con altrettanta sicurezza realizzai che Alejandro era morto. “Oh mio Dio, no…”, gemetti, soffocando il pianto tra le mani chiuse a coppa contro il mio viso. Cos’era successo durante il rodeo? Com’era potuto succedere che la sua vita si fosse spezzata in una sciocca sfida tra cavalli selvaggi? Mi alzai in piedi barcollando sulle gambe instabili, e nella luce rosata dell’alba attraversai di corsa l’enorme giardino zigzagando tra i fusti degli alberi e le aiuole fiorite. Quando giunsi nel cortile mi fermai ansante, e mentre riprendevo fiato sentii distintamente il borbottio del motore del pick-up di Esteban che risaliva il viale d’accesso di Viña Del Sol. Ripresi a correre in direzione del garage e provai un tuffo 85


al cuore quando vidi Esteban scendere dal pick-up rosso e richiudere lo sportello con rabbia e violenza. “Esteban!”, esclamai, ferma sull’ingresso del garage. Lui mi rivolse uno sguardo addolorato, come se la vita gli avesse trafitto il cuore con una spada affilata, e capii che tutto quello di cui aveva bisogno in quel preciso momento era sprofondare tra le mie braccia e piangere sulla mia spalla. Mi precipitai verso di lui a braccia spalancate ed Esteban si rannicchiò contro il mio petto senza dire una sola parola. Lo abbracciai stretto, avvolgendolo più che potevo, e lui si lasciò andare al pianto singhiozzando forte, mentre io gli tenevo la testa contro la mia spalla e le labbra premute sulla sua guancia. Quel giorno stesso, poche ore dopo il suo ritorno, Esteban si chiuse nella sua camera insieme a me. Fui io a spogliarlo della camicia da rodeo in raso rosso porpora e dei pantaloni neri trattenuti in vita da una cinta con tanto di borchia dorata a forma di stella, e fui sempre io a spingerlo nella doccia strofinandogli il corpo sotto il getto caldo dell’acqua per poi aiutarlo ad infilarsi a letto e restare lì a guardarlo mentre si addormentava e sprofondava in un sonno profondo. Rimasi con lui tutto il tempo, fino a quando i suoi occhi non si riaprirono e con voce affranta mi raccontò spontaneamente cos’era successo a Sacramento. Il rodeo era andato male. I cavalli preparati per la sfidata erano stati drogati con sostanze eccitanti per aumentare la loro aggressività. Era stato proprio Alejandro a chiedere che fossero dopati in previsione della sfida. Al momento 86


della scelta del cavallo, Alejandro aveva preteso di salire in sella al Mustang che scalciava e nitriva molto di più rispetto al destriero sfidante. Voleva dimostrare di essere un “grande”, di non aver paura di domare quella bestia imbizzarrita. Esteban si era opposto, pregando Alejandro di lasciare che fosse lui a montare quel cavallo pericoloso, ma il cugino non aveva voluto dargli ascolto e la sfida era iniziata. Esteban era salito in sella per primo, totalizzando solo venti secondi di resistenza prima di lasciarsi atterrare dal cavallo. Avrebbe potuto restare in sella più tempo, ma aveva mollato la presa sul pomello della sella in anticipo, per essere cero che Alejandro riuscisse a vincere la sfida. Quando il cugino era salito in groppa al Mustang furioso, l’animale si era scatenato scalciando e impennandosi sulle zampe con una velocità paurosa, e dopo soli cinque secondi aveva disarcionato Alejandro facendolo finire a terra. La caduta era stata violenta, ma non era stato l’impatto col terreno a stroncare la sua vita. Senza che nessuno potesse prevederlo, il Mustang si era sollevato sulle zampe posteriori, e prima che Alejandro potesse uscire dall’arena l’animale lo aveva colpito senza pietà con entrambi gli zoccoli spezzandogli la schiena all’istante. Esteban si era gettato nell’arena per soccorrere Alejandro, mentre il cavallo infliggeva altri colpi sul corpo steso a terra del cugino. Quando finalmente il cavallo era stato imbrigliato, Esteban era riuscito a raggiungere Alejandro, ma nel momento stesso in cui lo aveva preso fra le braccia si era reso conto che Alejandro aveva smesso di respirare e che il suo cuore si era fermato sotto i colpi inferti dal 87


cavallo. I tentativi di rianimazione da parte dello staff medico presente nell’arena non erano serviti a nulla. Alejandro se n’era andato così, in un battito di ciglia, ucciso dalla potenza degli zoccoli del Mustang. Era stata una morte assurda, di cui Esteban si sentiva colpevole e responsabile. Cercai di consolarlo, ma era troppo sconvolto per capire che non era colpa sua, e troppo addolorato per elaborare la perdita del cugino in così poco tempo. Lo lasciai solo nella sua stanza, e gli dissi che quando il suo cuore avesse smesso di sanguinare, avrebbe saputo dove trovarmi. Quella notte rovistai nella scatola di latta con i ricordi della mia infanzia finché non trovai il sacchettino di velluto nero dove avevo riposto il rosario di grani di vetro rosso scuro appartenuto a Itzel. Lo presi fra le mani, uscii sui gradini della porta di casa mia e pregai esattamente come faceva Itzel, guardando il cielo stellato. Pregai per Alejandro, affinché il suo spirito inquieto trovasse pace e conforto nell’altro mondo. Pregai per Esteban, affinché il suo profondo dolore svanisse presto. E pregai per me, affinché la gioia tornasse a risplendere nella mia vita il prima possibile. E dopo che ebbi terminato di pregare, ringraziai Itzel per aver condiviso con me il segreto degli spiriti inquieti.

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Capitolo 12 Le settimane seguenti alla morte di Alejandro furono un momento di lutto per l’intera comunità di Viña Del Sol. Ottobre era alle porte e si stava avvicinando il momento della seconda cosecha dell’anno. Il lavoro di raccolta delle uve mature ebbe inizio in rispettoso silenzio, mentre all’interno della finca entrambe le famiglie Suarez cercavano di trovare la forza per ricominciare a vivere. La prematura scomparsa di Alejandro era stata uno shock per Ramòn e Beatriz, che avevano perso in un modo inaccettabile il loro unico figlio maschio nonché futuro erede dell’attività famigliare. In quei giorni anche Francisco e Gabriela Suarez affrontarono la dolorosa perdita di Alejandro stringendosi attorno al fratello e alla cognata, ed Esteban si chiuse in se stesso elaborando il lutto giorno dopo giorno nella solitudine della sua stanza, e ogni contatto tra di noi rimase sospeso nel tempo, come se il nostro amore fosse in una fase di forzato stand-by. Sapevo che per Esteban era un momento difficile e che solo il passare dei giorni avrebbe trasformato il sentimento lacerante della perdita del cugino in una sensazione di vuoto sopportabile e infine accettabile. Gli concessi tutto il tempo necessario a sanare la ferita che si era aperta nella sua anima e mi dedicai al lavoro nella vigna alternato alle cure di Cheyenne, Apache, e Sioux. Misi da parte anche la scuola, saltando le lezioni con il benestare dei miei genitori, e valutai l’idea di frequentare un corso di studi serali nei mesi invernali giusto per concludere l’anno 89


scolastico. Il mio desiderio era quello di diventare una lavorante di Viña Del Sol come i miei genitori, perciò fui grata a mio padre José quando accettò senza alcuna protesta la mia volontà di gettare le basi per un futuro da viticultrice. Tre settimane dopo giunse il giorno della vendemmia, e nella grande sala de cosecha furono preparate le tinozze per la pigiatura dell’uva. Tutto si svolse senza i consueti festeggiamenti per rispetto nei confronti dei Suarez, e anche la cena che fece seguito alla cosecha si tenne in rigorosa tranquillità con i tavoli apparecchiati nei piccoli cortili antistanti agli alloggi dei lavoranti anziché nel grande cortile della finca. La sera odorava di mosto e vino nuovo, il cielo era color malva, le tavolate illuminate da grosse candele poste all’interno di barattoli di vetro. Mentre aiutavo mia madre Soledad a servire il dolce di pan di spagna alla frutta preparato dalle donne più anziane della comunità, d’un tratto lei mi disse che se ne sarebbe occupata da sola e l’occhiata ammiccante che mi rivolse prima di allontanarsi con le fette già predisposte sui piatti di plastica colorata mi fece capire che Esteban era venuto a cercarmi. Senza nemmeno voltarmi, seppi che lui era lì, e quando sentii le sue mani posarsi leggere sui miei fianchi chiusi gli occhi e ringraziai Dio per averlo finalmente riportato da me. “Mi sei mancata”, bisbigliò vicinissimo al mio viso, respirando il profumo della mia pelle. Per un attimo rimanemmo entrambi immobili, in quell’istante di muto ricongiungimento che valeva più di 90


mille parole. “Anche tu mi sei mancato”, ammisi subito dopo, sospirando sollevata. Esteban mi attirò dolcemente contro il suo petto ed io mi abbandonai completamente alla sua stretta. Le sue mani mi accarezzarono i capelli sciolti sulle spalle e ritrovai con piacere il suo tocco tenero e gentile. Volsi la testa di lato e incontrai il suo sguardo nocciola tempestato di pagliuzze dorate. “Sei ancora mia?”, chiese, facendo scivolare una mano sul mio basso ventre, premendovi le dita aperte a ventaglio. “Sì, se tu mi vuoi”, risposi, perdendomi nei suoi occhi languidi. Esteban mi sorrise, poi mi fece voltare e avvicinò il volto al mio. Le nostre labbra si cercarono e s’incontrarono dopo una separazione forzata trascorsa lenta e pesante, e il bacio che ci scambiammo fu denso di desiderio e affamato d’amore. Gli cinsi le spalle e lo abbracciai, lasciandomi travolgere dall’intensità di quel momento. Quando riaprii gli occhi, lui era lì di fronte a me, e il suo sguardo brillava di una luce nuova. “Mi sono perso la cosecha”, disse contro le mie labbra. “Daniél e gli altri dicono che ce ne sarà un’altra. Quest’anno le viti hanno fruttato più del previsto.” “Allora questo significa che avrò un’altra occasione per guardarti danzare sull’uva come la prima volta, poi potremo brindare insieme fino a diventare brilli, e infine ti porterò nel fienile per fare l’amore con te fino al sorgere del nuovo sole.” “Sarà una cosecha meravigliosa”, commentai, toccandogli 91


le guance con entrambe le mani e sentendo un velo di barba ruvida scorrere sotto i miei palmi. Esteban era guarito, il suo dolore si era placato, relegato in quell’angolo dell’anima dove trovano pace tutte le brutte esperienze della nostra vita. Mentre mi teneva stretta nel suo caldo abbraccio, mi sentii amata e desiderata, e quando mi sollevò da terra per tenermi sospesa fra le sue braccia ebbi la certezza di essere destinata ad essere sua per tutta la vita. “Vieni, messicana, andiamo a casa.” Mi portò via con sé, nella notte che profumava d’uva e terra umida, lasciandomi immaginare come avremmo trascorso le ore a seguire. Quella notte fu magica, il proseguimento di ciò che avevamo iniziato in Arizona tre settimane prima e l’inizio di un futuro insieme lì a Viña Del Sol. Un giorno Esteban avrebbe ereditato l’intera proprietà e Isabel Fernandez sarebbe diventata la Signora Suarez. Il mio destino era già scritto, dovevo soltanto iniziare a viverlo. Negli anni a seguire mi ritrovai spesso a ripensare ad Alejandro, ma non rivelai mai ad Esteban di aver parlato con il suo spirito inquieto la notte stessa della sua morte. Il segreto degli spiriti inquieti rimase chiuso a lungo nella mia vecchia scatola di latta insieme al rosario appartenuto a Itzel, finché non decisi di condividere ciò che sapevo con mia figlia Blanca. Avevo sette anni quando quel segreto mi era stato rivelato da Itzel, era giusto che anche mia figlia ne fosse a conoscenza. In questo modo, il segreto non sarebbe mai andato perduto nel tempo, e l’antico rosario 92


di Itzel sarebbe passato di mano in mano, di figlia in figlia, rendendo immortale la veritĂ  sugli “spiriti inquietiâ€?.

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Isabel Fernandez è un’adolescente messicana nata e cresciuta a Puebla che si ritrova a vivere in California, a El Verano, quando i suoi genitori lasciano il Messico per lavorare nell’azienda viticultrice Viña Del Sol della ricca famiglia dei Suarez. Isabel viene corteggiata dai giovani cugini Suarez, prima da Alejandro, del quale si innamora per poi rimanere delusa, e poi da Esteban, che in poco tempo le fa scoprire cosa sia il vero amore. Ma Alejandro non accetta che Esteban si sia preso il cuore di Isabel e tra i due cugini si accende un’aspra rivalità che ha radici profonde nel loro passato. Una violenta lite tra i due ragazzi avrà delle conseguenze imprevedibili, e Isabel scoprirà la verità sul segreto che una donna anziana di Puebla, Itzel, le ha rivelato quand’era solo una bambina, strappandole la promessa di non dirlo mai a nessuno.

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IL SEGRETO DI ISABEL - Paola Secondin - Romanzo breve