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Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 42813


Paola Secondin

Cuore di Busker Romanzo biografico

Š Paola Secondin 2015 1


Titolo: Cuore di Busker Autrice: Paola Secondin Copertina a cura dell’Autrice

© Tutti i diritti riservati all’Autore Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta senza il previo consenso dell’Autrice © Paola Secondin 2015

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Nota dell’Autrice Questo libro racconta una storia vera. Nulla di ciò che è stato scritto in questo romanzo biografico è stato inventato. Per ovvie questioni di privacy i nomi dei vari personaggi presenti all’interno del romanzo sono stati sostituiti con dei nomi fittizi. Qualunque riferimento a luoghi realmente esistenti è parte integrante della storia del protagonista, che ho narrato seguendo fedelmente i fatti da egli stesso raccontati in un quaderno scolastico allegato a un diario destinato al book-crossing. Il diario è ritornato al mittente dopo un viaggio di ben quattro anni insieme alla storia qui raccontata. Il nome del protagonista, “Matisse”, è il suo vero nome, mentre i suoi due cognomi sono stati sostituiti per preservare la sua identità.

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Prologo Italia, Venezia. 20 Agosto 2013 Amo la notte. Il suo respiro pacato. L’oscurità che ammanta ogni cosa. E la strada. I suoi rumori ovattati, i suoi colori spenti, i suoi odori. Amo l’aroma secco e polveroso dell’asfalto bruciato dal sole diurno, il profumo intenso della terra umida dopo che ha piovuto. Amo la sensazione di essere al centro di un’altra dimensione, dentro una realtà dove tutto si tinge di blu e nero, e le ombre sfumano i contorni di case e palazzi, vicoli e piazze. Mi piace camminare lungo le strade deserte nel cuore della notte, mentre l’universo tace e io vago solo nella città addormentata. La mia vita è iniziata sulla strada, ho vissuto calpestando le vie del mondo, forse è per questo che adoro la notte, perché fa parte di me, è stata il mio palcoscenico, ha osservato in silenzio ogni mia emozione, si è nutrita delle mie gioie e del mio dolore, ha assorbito le mie lacrime. Io, la notte e la strada siamo un tutt’uno. Quando ripenso al mio passato e mi domando se la mia esistenza avrebbe potuto essere diversa da com’è stata, tutte le volte mi dico che non ha importanza, ho fatto le mie scelte, ne ho pagato le conseguenze, nel bene e nel male, non rimpiango nulla, ogni giorno vissuto mi ha insegnato ad accettare la vita così come viene, ho imparato che sofferenza e felicità si 5


alternano come il sole e la luna, che i sogni e i desideri non sempre si avverano e che la realtà è più crudele di quanto si pensi, la fortuna non mi è stata sempre amica, non c’è una buona stella a proteggermi lassù nel cielo immenso, c’è soltanto Dio, l’unica presenza che non mi ha mai abbandonato, una verità assoluta a cui mi sono aggrappato tante volte per superare le avversità e continuare a sperare in un domani migliore. Ho avuto fede, ho sfidato la sorte uscendone sempre un po’ ammaccato ma comunque vivo, ora voglio proseguire il mio cammino e scoprire dove la strada mi condurrà, vedere cosa mi aspetta dietro l’angolo. Ho vissuto da nomade per molto tempo, vagabondo senza fissa dimora, le tasche quasi sempre vuote, la mia chitarra come unico bagaglio, un vecchio zaino pieno di niente sulla spalla, qualche buco di troppo nella suola delle scarpe, cicatrici sulla pelle e graffi nell’anima. Eppure non sento il bisogno di mettere radici, non è ancora giunto il momento di fermarsi in un qualunque posto che non sentirò mai come casa mia. La mia storia non è stata una favola, ma mi ha reso l’uomo che sono oggi, un busker musicista squattrinato protagonista di una piccola odissea personale. In questa notte del 20 Agosto 2013 mi trovo in Italia e Venezia mi accoglie per la prima volta. È una città curiosa, costruita sull’acqua, fatta di stradine che si intersecano una con l’altra, un labirinto di viuzze e ponti sospesi sui canali, ha un aspetto fiabesco, antico, odora di muffa, di mare e di sale. Cammino nel ventre di questo

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luogo sconosciuto ai miei occhi seguendo le indicazioni scritte su una guida turistica, sono le cinque del mattino e in giro non c’è quasi nessuno, mi sono già perso due volte in questo dedalo di “calle”, stradine strette e lastricate di pietre che si susseguono tra i palazzi storici, i negozi con le serrande abbassate, le case silenziose con i balconi serrati, le piazze deserte dette “campi”. Sto girando a vuoto in questa notte di Agosto calda e umida, ho fame, l’ultimo pasto è stato un trancio di pizza mangiato alla stazione prima di salire sul treno Roma-Venezia. Sono abituato a sopportare la sensazione dello stomaco vuoto, ho patito la fame molte volte e ho imparato a controllarla. Riprendo il cammino, seguo la guida e mi ritrovo a percorrere l’ingresso di Piazza San Marco, un immenso spazio trapezoidale che si estende d’innanzi a me per molti metri, dominato sullo sfondo dalla maestosa Basilica Di San Marco che si erge verso il cielo in tutta la sua meravigliosa imponenza. Resto affascinato da tanta bellezza, e avanzo lentamente inoltrandomi nella piazza deserta illuminata da lampioncini gialli accesi lungo tutto il perimetro degli edifici laterali che abbracciano la piazza, le Procuratie, sorrette da colonne che danno vita a lunghi portici sotto i quali si affacciano bar e negozi. Mi fermo ai piedi del Campanile Di San Marco che svetta più in alto della Basilica. Respiro l’aroma salmastro che impregna l’aria, cammino verso la Basilica con il mio vecchio zaino in spalla e la custodia della mia chitarra a tracolla, sollevo il naso all’insù per fotografare mentalmente la facciata della cattedrale interamente

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illuminata a giorno, tanto bella da togliere il fiato. E’ davvero meravigliosa, le immagini raffigurate sulla mia guida turistica non le rendono giustizia. Viaggiando dall’Europa agli Stati Uniti e viceversa ho imparato che certi luoghi devono essere visti con i propri occhi per assaporarne il fascino, e questa magica piazza veneziana rimarrà impressa per sempre nella mia memoria insieme a tutti gli altri luoghi che ho visitato di persona. Passeggio sotto i portici delle Procuratie guardando le vetrine dei negozi protette dalle serrande a maglia, sbircio oltre i vetri curiosando l’interno di botteghe di souvenir, maschere veneziane dipinte a mano, oggetti in cristallo e vetro. Oltrepasso il Caffè Florian ancora chiuso e m’imbatto in un venditore ambulante di libri e guide turistiche che è già lì con il suo banchetto pieno zeppo di volumi da vendere, un uomo anziano piccolo e magro con le mani ossute. Mi vede arrivare e mi guarda dall’alto al basso con i suoi occhietti azzurri contornati di rughe, forse si sta chiedendo da dove sono sbucato, un ragazzo dai lineamenti androgini che a prima vista sembra una femmina, una sorta di neo hippy con i capelli castani lunghi fino al gomito e gli occhi verdi giada, una t-shirt multicolore effetto batik smanicata, pantaloni di jeans stinti da troppi lavaggi, snickers ai piedi che hanno fatto troppa strada e andrebbero cambiate, uno zaino nero spelacchiato e la custodia di una chitarra tutta graffiata a forza di essere poggiata a terra per raccogliere le offerte della gente. Mi sorride con cortesia, e accenna un saluto con la testa, poi ritorna a sistemare i suoi libri sul

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banchetto coperto da un panno rosso. I miei occhi scivolano sulle copertine lucide dei libri, sono tutti usati, di seconda mano, fatta eccezione per le guide turistiche che sono nuove. Leggo titoli in varie lingue di romanzi classici, gialli e thriller, fantasy e polizieschi, libri di storia dell’arte, di geografia, di religione, edizioni antiche della Bibbia e del Vangelo, libricini di preghiere, favole per bambini, fumetti e manga giapponesi, ricettari di cucina moderna, biografie di pittori, attori, personaggi storici, politici, sportivi. La mia attenzione viene catturata da un libro voluminoso con la copertina in pelle bordeaux foderata di plastica protettiva e il titolo scritto a mano in pennarello nero su un’etichetta adesiva incollata sul frontespizio. S’intitola “Tell me about you”, “Raccontami di te”, e non sembra un libro, piuttosto un diario. Lo prendo fra le mani, la rilegatura è danneggiata, lo apro, i fogli bianchi sono ingialliti ai bordi e hanno delle macchioline marroni qui e là. Sfoglio le pagine e vedo calligrafie diverse scritte con penne di differenti colori, fotografie incollate in alcune pagine, piccoli stickers che decorano gli angoli, disegni colorati fatti a pastello, fiori secchi incollati con il nastro adesivo. Incuriosito, torno alla prima pagina, scritta in Inglese, lingua universale, e leggo il messaggio. “Questo non è un libro come gli altri, non ha un autore, non è in vendita. E’ un diario destinato a viaggiare per il mondo raccogliendo le storie di chi lo prende in mano. Se hai qualcosa da raccontare, un pezzo di vita da condividere, una frase che ti rappresenta, un messaggio per chi legge, prendi la

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penna e riempi queste pagine bianche. Raccontami di te, chiunque tu sia, e poi lascia il libro su una panchina, o sul tavolino di un bar, in modo che possa essere raccolto da qualcun altro, abbandonato e ripreso, finché tutte le pagine non saranno state scritte, dalla prima all’ultima. E se per caso sarai tu che ora leggi queste parole l’ultimo a lasciare il tuo racconto completando il libro, abbi la gentilezza di metterlo in una busta postale e di inviarlo all’indirizzo che trovi scritto all’ultima pagina, cosicché possa tornare a casa con tutte le storie del mondo in esso racchiuse. Grazie.” Colpito dal curioso messaggio, corro alla pagina finale e in basso scorgo l’indirizzo di una cassetta postale e il nome del destinatario, Julia Costantini. E’ la proprietaria del libro, colei che per prima lo ha lasciato in un parco perché venisse raccolto da un passante e viaggiasse di mano in mano, da un paese all’altro, raccogliendo le storie di tanti sconosciuti, e poi tornare nelle sue mani una volta completato. Non ci sono più pagine bianche, solo una facciata vuota, lasciata da chi lo ha tenuto in mano per l’ultima volta ma non ha voluto spedirlo, preferendo lasciare il compito a qualcun altro. Qualcuno che in una facciata può scrivere solo un breve saluto, nulla di più. Chiudo il libro e accarezzo la copertina plastificata piena di graffi, sono anni che questo diario è in viaggio, precisamente dal 10 Ottobre 2009, com’è scritto sulla prima pagina, sopra il messaggio introduttivo. Esattamente quattro anni fa fra due mesi. E io lo sto tenendo fra le mani. Potrei completarlo e inviarlo alla proprietaria. Peccato che le pagine siano finite, avrei

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potuto scrivere anch’io la mia storia, far parte di questa raccolta di esperienze di vita. Posso lasciare solo una dedica, una citazione, il testo di una mia canzone, o un semplice saluto. So solo che voglio tenerlo, finirlo e spedirlo. “Prendo questo”, dico all’uomo della bancarella, e gli mostro il libro che tengo in mano. Lui lo guarda, annuisce, sorride e mi dice che è gratis, non costa nulla, è un libro speciale, non ha prezzo, saluto l’uomo e mi allontano. Pochi passi, mi appoggio a una colonna del portico di fronte al Caffè Florian in attesa che il bar apra per fare colazione, apro il diario e inizio a leggerlo dall’inizio. Dopo il messaggio iniziale di Julia Costantini, la seconda pagina è scritta a mano in calligrafia grande e tondeggiante, la data sul margine a sinistra è il “23 Ottobre 2009, Austria, Vienna”. Una ragazza ha scritto in inglese: “Ciao Julia. Il mio nome è Franziska, ho 25 anni, e questa è la mia storia riassunta in breve…”. Proseguo nella lettura, pagina dopo pagina, mentre le prime luci dell’alba inondano Piazza San Marco colorando l’asfalto d’arancio e rosa. Si fa giorno, continuo a leggere il diario seduto a un tavolino del Caffè Florian inzuppando una brioche in una tazza di caffè caldo macchiato con latte. Più tardi, passeggio sul molo di San Marco pensando già a quello che devo fare. Affitto una stanza in un Bed & Breakfast economico per tre giorni, il tempo necessario per visitare Venezia e partecipare alla prima tappa del “Ferrara Buskers Festival” del 22 Agosto. Mangio un piatto di pasta ai frutti di mare per pranzo, entro in una cartoleria e acquisto un quaderno a righe con la copertina

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azzurra, una penna e una busta postale gialla grande abbastanza per contenere il diario. Il pomeriggio è afoso, mi chiudo nella mia stanza, apro il quaderno a righe e inizio a mettere su carta la storia della mia vita. Nel diario non c’è più posto, ecco perché la scrivo in un quaderno a parte. Ripercorro a ritroso la mia vita piena zeppa di ricordi, sdraiato bocconi sul letto, scrivo fino a sera inoltrata, scendo nella hall dell’hotel per ordinare una bistecca e dell’insalata, mangio in camera, continuando a scrivere. Cala la notte, silenziosa, resto sveglio fino all’alba per finire il racconto della mia vita sgangherata. Quando giungo alla fine del quaderno, concludo scrivendo “Carissima Julia, chiunque tu sia, ti affido la mia storia. Fanne ciò che vuoi. Condividila con il mondo oppure conservala per te. Qualunque decisione prenderai, ricorda che hai tra le mani un pezzetto di me, perciò abbine cura. Vorrei incontrarti e scoprire chi sei... Ma non sono il tipo di persona che si ferma troppo a lungo in un posto, sono un giramondo e vado di fretta, perché la vita è una sola e va vissuta fino all’ultimo istante, senza sprecare nemmeno un secondo del tempo che ci viene donato… “Życie to podróż bez limitów.” - La vita è un viaggio senza limiti - Matisse”. Incollo un plettro rosso sotto la mia firma, nell’ultima pagina, apro il mio zaino e infilo una copia del mio cd in una bustina di plastica, attaccandola con un pezzetto di nastro adesivo sulla copertina posteriore del quaderno. Voglio lasciare a Julia Costantini un bel ricordo di me. Infilo diario e quaderno nella busta postale, la chiudo, e ci scrivo sopra

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l’indirizzo indicato nel diario. Dormo per qualche ora, mi sveglia il suono del motore di un traghetto che attraversa le acque della laguna veneziana carico di turisti stranieri. Mi faccio una doccia prima di uscire nel sole cocente di mezzogiorno, chiedo informazioni a un passante per trovare l’ufficio postale, lo raggiungo a piedi, qui a Venezia i taxi te li puoi sognare. L’impiegata delle poste affranca la busta e la infila in un sacco pronto per essere spedito. Ecco fatto. Ho inviato la busta alla ragazza misteriosa che ha affidato un diario vuoto al mondo sperando di vederlo tornare da lei con tutte le sue pagine piene di storie, racconti e saluti di coloro che l’hanno raccolto e condiviso. Leggerà anche la mia storia, e ascolterà la mia musica. Non saprò mai chi si nasconde dietro il nome di Julia Costantini, ma non mi scorderò di lei, io non dimentico mai le persone che in un modo o nell’altro attraversano la mia vita lasciandovi un segno del loro passaggio.

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1 Mi chiamo Matisse Bociek Carter, ho 26 anni, e sono un busker. Il mio sangue è per metà polacco e per l’altra metà americano. Mia madre era ed è ancora una busker come me. Prima di lei, i suoi genitori erano buskers, e così pure i suoi nonni. Discendo da una stirpe di artisti di strada nomadi che hanno girato il mondo vivendo della loro arte e tramandandola ai propri figli e nipoti come vuole la tradizione. Wiktoria Bociek, mia madre, ha scelto di essere una ballerina di flamenco e danzatrice del ventre all’età di 10 anni. Era ancora una bambina, ma già si esibiva nelle piazze e lungo le strade della Polonia come una professionista. A 16 anni il suo desiderio di libertà l’ha spinta a lasciare la famiglia per unirsi alla compagnia di artisti di strada di Heinrich Osnowski, un musicista folk di Varsavia che aveva messo da parte sufficiente denaro per acquistare un piccolo tendone da circo capace di ospitare un centinaio di persone. La sua compagnia comprendeva dodici buskers provenienti da varie città polacche, tutti riuniti sotto il nome di Osnowski Buskers Cyrk. Mia madre fu la tredicesima artista ad entrare a far parte della compagnia itinerante di Heinrich esibendosi con loro sotto il tendone circolare bianco a strisce rosse con la punta conica. Wiktoria era bella, alta, formosa, bruna, occhi nocciola, con un’indole selvaggia e ribelle. Piaceva agli uomini, ne ha avuti molti, avventure di una 14


notte e relazioni serie, ma non si è mai sposata, non ha mai voluto legarsi per sempre a qualcuno. Era nomade anche nell’anima. Aveva 20 anni quando ha conosciuto mio padre, Sean Carter, un turista newyorkese in vacanza a Varsavia. Castano, occhi verdi, insegnante di musica alla Columbia University. Nove mesi dopo il loro fugace incontro, sono nato io. Wiktoria non aveva previsto di diventare madre, ma era una cristiana cattolica fortemente credente, e quando aveva scoperto di essere incinta aveva escluso a priori l’idea di abortire. Per lei ero un dono del cielo, un miracolo d’amore, e dovevo nascere. La casa di mia madre era una piccola roulotte, tutti i membri della compagnia vivevano in camper o roulotte, e la sera del 30 Agosto 1992, nella città di Rybnik, lei era sola quando le si ruppero le acque. Gli altri buskers della compagnia erano tutti sotto il tendone ad esibirsi nello spettacolo serale, tranne Marya Nowak, la costumista e bigliettaia dell’Osnowski Buskers Cyrk. Sono nato grazie all’aiuto di Marya, che non era una ginecologa e tantomeno un’ostetrica, ma proveniva da una famiglia povera dove tutti i figli erano nati in casa, lei compresa, e aveva assistito la sorella minore nella nascita del suo primo figlio. Mia madre mi raccontava spesso che avevo avuto un gran fretta di venire al mondo, in meno di mezz’ora ero uscito dal suo ventre strillando a pieni polmoni, e dopo che Marya mi aveva sciacquato in una bacinella con acqua tiepida, asciugato e avvolto in un asciugamano, mia madre mi aveva stretto fra le braccia e io mi ero subito attaccato al suo seno. La scelta del nome

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da darmi era stata oggetto di lunghe riflessioni, Wiktoria non voleva che avessi un comune nome polacco e nemmeno un nome americano, ero figlio di una busker e quindi mi spettava un nome degno di un futuro artista. Nella roulotte c’erano due piccole stampe dai colori blu e azzurri di Henri Matisse intitolate “Polynesie, Le Ciel” e “Polynesie, La Mer”, raffiguranti il cielo e il mare della Polinesia visti dagli occhi fauvisti del celebre pittore francese. Per Wiktoria, Matisse era un nome originale, inusuale, da artista, e decise che mi avrebbe chiamato così. Ovviamente Bociek sarebbe stato il mio cognome, a mia madre non importava che in me scorresse anche il sangue di un padre americano dal quale avevo preso i capelli castani e gli occhi verdi, non prese mai in considerazione di chiamarmi Bociek Carter, e per molti anni mi tenne all’oscuro dell’identità di mio padre. La mia infanzia al seguito della compagnia Osnowski fu piuttosto movimentata. Non restavamo mai nella stessa città per più di una settimana o due, ci spostavamo in continuazione girovagando per tutta la Polonia con i nostri camper e le roulotte trainate al seguito, eravamo sempre sulla strada, sempre in viaggio, in un continuo fermarsi e spostarsi, e questo non mi permetteva di frequentare la scuola come un qualunque bambino polacco. Wiktoria non voleva che crescessi senza un’istruzione, quindi si prese l’incombenza di farmi da insegnante durante il giorno, quando la compagnia non si esibiva. Grazie a lei ho imparato a scrivere, a leggere, a contare e a disegnare, mi ha insegnato la matematica e la

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geometria, la letteratura e la poesia, avevo libri di storia, di geografia, di scienze e biologia, di storia dell’arte e di lingue straniere. Era una maestra esigente, mi bacchettava le mani con un mestolo di legno quando non le davo ascolto o mi mostravo svogliato, e mi sottoponeva a delle vere e proprie interrogazioni orali per essere certa che mi stessi istruendo. All’età di 14 anni ero perfettamente acculturato, come se avessi frequentato regolarmente le scuole primarie e secondarie. In aggiunta, sapevo parlare e scrivere in inglese, francese, spagnolo, tedesco e russo. Ma ero un adolescente che si stava velocemente trasformando in uomo, e iniziavo a mostrare i primi segni di ribellione. Wiktoria era consapevole del mio cambiamento in atto, ero cresciuto in altezza, il mio fisico si era irrobustito, la voce si era fatta più roca, iniziavo a dovermi radere la barba sul mento, e soprattutto stavo scoprendo le gioie del sesso solitario passando ore chiuso in bagno a masturbarmi con riviste per adulti come Playboy e Penthouse. Di giorno ero sempre in giro, sulle strade, mi aggregavo ai ragazzi del posto in cui ci trovavamo per giocare a basket o a calcio nei campetti pubblici, oppure uscivo da solo con il mio skateboard e mi divertivo a tentare di rompermi l’osso del collo negli skatepark. Per molti anni avevo vissuto nell’ambiente ristretto della compagnia Osnowski guardando gli spettacoli serali in un angolo del tendone. Avevo visto mia madre ballare il flamenco scalza e a ritmo indiavolato stretta in un abito rosso fuoco con la gonna a balze, i capelli raccolti a

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chignon, e una rosa rossa appuntata sopra l’orecchio, per poi cambiarsi d’abito e tramutarsi in una sexy odalisca ricoperta di veli e ciondoli dorati che agitava i fianchi e il sedere e si dimenava in quella danza sensuale con i capelli sciolti sulle spalle. Mi ero divertito con le magie, le illusioni, le colombe nel cilindro e i giochi di carte di Dominik Wolski, avevo riso di fronte alle pagliacciate del nostro clown Tomasz Wrona, avevo osservato affascinato i volteggi aerei dei trapezisti Kamil Wojcik e Jan Kukla, e trattenuto il fiato di fronte agli esercizi di equilibrismo estremo dei fratelli Pawel, Mikolaj, Josef, e Jerzy Dabrowski. La contorsionista Sofia Wajda mi aveva sempre stupito per come riusciva a flettere il suo corpo fino a stringersi la testa con i piedi, e il giocoliere e mangiafuoco Zenon Kròl era stato il mio idolo da bambino, non tanto per la sua capacità di far roteare in aria cerchi, palline e clave senza mai farne cadere una, ma piuttosto per le sue esibizioni con il fuoco, che inghiottiva senza bruciarsi spegnendo le fiamme nella sua bocca. Insieme alla costumista Marya e al “boss” Heinrich, la compagnia Osnowski era stata la mia famiglia acquisita, avevo avuto una madre, due zie, dieci fratelli maggiori e un surrogato di padre. Fin da piccolo, Heinrich si era sempre dimostrato affettuoso e protettivo con me, aveva tentato di non farmi sentire la mancanza del mio vero padre biologico, ed essendo un musicista mi aveva introdotto alla musica rock, soul, blues, country e folk. Il suo camper era pieno zeppo di vinili che io avevo ascoltato ripetutamente nel corso della mia infanzia e

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pre-adolescenza imparando a distinguere e comprendere le diverse tipologie di musica. Heinrich mi aveva dato il permesso di usare le sue cinque chitarre, una classica, una acustica, una folk, una ritmica e una elettrica, e per il mio undicesimo compleanno mi aveva regalato la prima chitarra classica della mia vita. Su quelle corde avevo strimpellato per ore ed ore, imparando a suonare, e quando avevo chiesto ad Heinrich di poter avere una chitarra folk con cassa armonica, lui non aveva saputo dirmi di no, mi aveva portato in un negozio di strumenti musicali e mi aveva detto “Scegli quella che ti piace di più. Sarà la tua compagna di vita, l’amerai come fosse la tua donna.” Quel giorno ero tornato alla roulotte di mia madre con una Gibson rosso ciliegia chiusa nella sua bella custodia in pelle nera, e avevo deciso che “da grande” sarei stato un musicista folk. Wiktoria si era mostrata felice della mia scelta, era certa che sarei diventato un musicista di strada bravo quanto Heinrich. Ma non si era aspettata che suo figlio crescesse tanto in fretta, e nel momento in cui avevo iniziato a mostrare il mio desiderio di fare quello che volevo, ormai era troppo tardi per fermarmi. Stavo diventando uomo, e presto me ne sarei andato per la mia strada, Wiktoria lo sapeva, glielo diceva il suo cuore di madre. A 18 anni ero già un uomo fatto. Conservavo ancora un alone di fragilità e delicatezza dovute al mio aspetto androgino, assomigliavo a mia madre come una goccia d’acqua, fatta eccezione per gli occhi verdi e i capelli nocciola presi da mio padre. Cominciai a farle domande

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su di lui, volevo sapere chi era, se lei lo aveva amato, se potevo incontrarlo. Wiktoria evitava di rispondermi, io mi arrabbiavo e me ne andavo a zonzo per la città. Frequentavo ragazzi del ghetto, bar malfamati, bevevo birra e alcolici, fumavo tabacco e marjuana. Poi tornavo a casa e ricominciavo a tormentare mia madre fino allo sfinimento. Litigavamo spesso, e il nostro rapporto si stava incrinando. Heinrich le diceva che era il corso della vita, prima o poi ogni figlio recide per sempre il cordone ombelicale che ancora lo tiene legato alla propria madre. Wiktoria temeva di perdermi per sempre, la sua paura più grande era vedermi andare via, prendere la mia strada e allontanarmi da lei, per questo non voleva rivelarmi chi fosse il mio vero padre. In quel periodo burrascoso della mia giovinezza conobbi Lucja Sokòl. Era una studentessa di Lublino al primo anno di liceo, molto carina, capelli ricci biondi e occhi azzurri. Mi aveva visto spesso gironzolare nel parco pubblico adiacente al suo liceo con la mia chitarra rosso ciliegia che avevo chiamato Scarlett, e talvolta si era fermata a guardarmi mentre mi esibivo per i passanti racimolando monetine di Zloty, la valuta polacca, che mettevo da parte per comprarmi le sigarette. Mi sorrideva sempre, e stavo iniziando a pensare di piacerle. Non avevo mai avuto una ragazza, e lei fu la prima. Un pomeriggio, quando uscì dal liceo, mi invitò a casa sua. Era figlia di borghesi benestanti, abitava in una villetta che ai miei occhi sembrava una reggia paragonata con la mia roulotte. Lucja era sveglia, e ci sapeva fare. Mi portò

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dritto nella sua stanza, mi spinse sul letto e si stese sopra di me. Iniziammo a baciarci, cosa che mi piaceva moltissimo perché le sue labbra erano carnose e morbide, poi lei si spogliò completamente di fronte a me e mi disse di toccarla dappertutto. Era soffice, vellutata, i suoi seni erano floridi, i suoi fianchi rotondi. Fu lei a togliermi i vestiti. Sembrava che avesse una gran fretta di fare sesso. Non avevo i preservativi con me, ma Lucja mi disse che potevo stare tranquillo perché ce li aveva lei. Era vero. Me ne diede uno giallo limone e mi guardò mentre me lo mettevo. Poi mi disse che a lei piaceva stare sopra, e io non obbiettai. Quel pomeriggio persi la mia verginità e scoprii che il sesso in coppia era cento volte meglio che masturbarsi da solo. Lucja non capì che ero vergine, non lo diedi a vedere, non mi mostrai intimidito e tantomeno impacciato. Lo facemmo di nuovo, e questa volte pretesi di stare io sopra di lei. Fu bellissimo. Tanto bello che avrei voluto non finisse mai. Poco dopo Lucja mi disse che i suoi genitori sarebbero tornati a momenti, così mi rivestii in tutta fretta, ci salutammo sulla porta di casa con un lungo bacio e me ne andai via di corsa. Il giorno dopo tutto si ripeté, e il giorno dopo ancora, per un’intera settimana. Sei giorni meravigliosi di baci, carezze, e sesso sfrenato. Arrivata la Domenica, dovetti dirle che la mia compagnia di buskers era in partenza per Mielec. Lucja la prese bene, mi disse “Divertiamoci insieme un’ultima volta prima che tu parta”, e così facemmo per l’intero pomeriggio. Lucja era il tipo di ragazza che mia madre reputava “facile”, ed era vero. Ma a me non importava,

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sapevo che non l’avrei mai più rivista e che lei era solo la prima. Piacevo alle ragazze, ne avrei incontrate altre, ero solo alla mia prima esperienza sessuale con una femmina. Il giorno dopo, mentre eravamo in viaggio per Mielec, raccontai tutto a mia madre. Lei rimase in silenzio, realizzando che avevo perso anche l’ultimo frammento di innocenza e che presto avrei spiccato il volo lasciando per sempre il nido d’infanzia. E quella sera stessa, mentre cenavamo, mi disse chi era mio padre. Un giovane insegnante di storia dell’arte neo-laureato che viveva a New York e lavorava alla Columbia University. Un ragazzo alto e sexy con gli occhi verdi e i capelli castani come i miei, un tipo gentile e molto educato, un vero “bravo ragazzo” di famiglia ricca in cerca di un’avventura di una notte con una bella polacca che aveva voglia di divertirsi con un americano. Il suo nome era Sean Carter, non l’aveva più rivisto, non sapeva nulla di lui, non possedeva nessuna foto da mostrarmi. “Ecco chi era tuo padre. Un uomo qualunque. Un turista di passaggio a Varsavia. Uno sconosciuto.” Scoprire la verità non mi diede la sensazione di sollievo che avevo sperato. Ero figlio di un americano. Non di un polacco. Questo significava che non c’era alcuna possibilità di incontrarlo, l’America era troppo lontana, ed io ero solo un giovanissimo artista di strada senza soldi che non avrebbe mai potuto pagarsi un biglietto aereo per New York. Mi resi conto che avrei preferito non sapere chi fosse il mio vero padre. Ero amareggiato e arrabbiato con mia madre per essersi fatta ingravidare proprio da uno

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straniero. Quella notte mi rigirai nel mio letto senza prendere sonno. E quando la rabbia scivolò via, mi misi a piangere, versando le lacrime di un figlio che si sentiva un bastardo senza padre.

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2 Negli anni seguenti accantonai l’utopia di ritrovare mio padre e mi dedicai totalmente alla musica. Iniziai ad esibirmi negli spettacoli serali dell’Osnowski Buskers Cyrk diventando un membro ufficiale della compagnia e non solo il figlio di Wiktoria Bociek. La mia esibizione durava quindici minuti, giusto il tempo di eseguire quattro o cinque pezzi. Non avevo una scaletta predefinita, ogni sera suonavo qualcosa di diverso. Tuttavia, le mie canzoni preferite erano “Hallelujah” di Jeff Buckley, “Wish You Were Here” Dei Pink Floyd, “Knocking On Even’s Door” di Bob Dylan, “Stairway To Eaven” dei Led Zeppelin, “Ruby Tuesday” e “Out Of Time” dei Rolling Stones, “Piece Of My Heart” di Janis Joplin e “Light My Fire” dei Doors. Nel mio repertorio erano incluse anche canzoni popolari polacche, ma il pubblico preferiva ascoltare pezzi stranieri di artisti famosi. Avevo iniziare a comporre delle canzoni mie, testo e musica ispirate alla tradizione folk-rock degli anni ‘70, e talvolta ne infilavo una o due nel mezzo della mia esibizione. Marya, la costumista, aveva preparato per me un costume di scena consistente in un paio di pantaloni di pelle nera aderenti e una camicia di jeans con ricami blu notte in stile western, al quale abbinare un cappello nero con borchie d’argento e stivaletti di cuoio con il tacco e la punta sottile. La prima volta che mi ero 24


guardato allo specchio con quei vestiti addosso e i capelli già lunghi fino alle spalle che uscivano dal cappello non mi ero sentito del tutto a mio agio. Tuttavia, per non ferire i sentimenti di Marya, avevo indossato quella mise per cinque o sei volte, ma poi avevo scelto di essere il vero me stesso, presentandomi nell’arena del tendone in bluejeans tagliuzzati alle ginocchia, una camicia di flanella sbottonata sullo sterno, bracciali di cuoio ai polsi e rosario di perle nere al collo, scarpe sportive, capelli raccolti a coda di cavallo e alcune ciocche ribelli che mi incorniciavano il viso. Wiktoria mi aveva guardato dalle quinte del tendone per l’intera esibizione, per poi abbracciarmi e baciarmi sulle guance dicendomi “Sono così fiera di te, sei stato meraviglioso questa sera!”. Mia madre mi amava immensamente, lo sapevo, anche se non mi diceva mai “ti voglio bene”. Era una donna polacca restia a lasciarsi andare ai sentimenti, ma si sarebbe gettata in un palazzo in fiamme per salvarmi la vita se fosse stato necessario. Esibirmi come membro della compagnia mi piaceva e mi dava motivo di credere in me stesso e nelle mie capacità di musicista. Il pubblico apprezzava le canzoni popolari polacche tanto quelle famose straniere, e accoglieva con entusiasmo i pezzi scritti da me, soprattutto ballate romantiche ispirate a gruppi e cantanti rock degli anni ‘80 e ‘90 come gli Europe, i Bon Jovi, i White Lion, i Guns’n Roses, gli Scorpions, i Def Leppard, gli Aerosmith, Bruce Springsteen, Brian Adams, Eric Clapton, Billy Idol e molti altri artisti di fama mondiale di cui avevo

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collezionato vinili e compact-disc nel corso della mia adolescenza. Scrivevo i miei testi in polacco e poi li adattavo alla musica traducendoli in inglese. Non avevo i soldi per incidere quelle canzoni, ma erano tutte memorizzate nella mia testa e scritte su un quaderno che tenevo ben nascosto. Heinrich mi pagava regolarmente come tutti gli altri buskers della compagnia, e io mettevo da parte la paga in un vecchio barattolo di latta per biscotti. Appena avessi avuto i soldi sufficienti per affittare almeno due ore di tempo in un piccolo studio di registrazione per esordienti, avrei inciso i miei pezzi su un compact-disc. Per il momento, mi accontentavo delle mie esibizioni con la compagnia, godendomi i miei quindici minuti di spettacolo annunciati da Heinrich che mi presentava al pubblico esclamando forte “Ecco a voi il musicista Matisse e la sua focosa Scarlett!”. Il tendone era piccolo, e l’arena circolare lo era ancora di più, ma a me bastava, entravo in scena sorridendo con Scarlett a tracolla e intonavo subito le note del primo pezzo. Era l’inizio della mia vita da busker, e mi piaceva. Alcuni mesi dopo, ci trasferimmo stabilmente a Varsavia. Heinrich voleva guadagnare di più, e in quella grande città i turisti stranieri apprezzavano gli spettacoli degli artisti di strada. Il nostro vecchio tendone fu sostituito da uno più grande che potesse contenere almeno duecento persone, ed Heinrich assunse nuovi artisti per migliorare i nostri spettacoli. Il primo ad aggiungersi all’Osnowski Buskers Cyrk fu Andrej Maczda, un comico e cabarettista trentenne che si inventava degli sketch davvero

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divertenti. Aleksander e Vera Jaderny, sposati, arrivarono per secondi. Erano due pattinatori che utilizzavano i pattini in linea al posto di quelli a lame e si esibivano su una pista costituita da pannelli di Teflon componibili. Heinrich apprezzò subito la loro esibizione di prova e li assunse senza indugi. Damian Baginski si presentò con il suo violino e soprese tutti aggiudicandosi il soprannome di “violinista folle” per il modo concitato con cui suonava il suo strumento. Sembrava un redivivo Paganini, ed era veramente bravo. Heinrich era dell’idea che nella compagnia scarseggiasse la presenza femminile, motivo per cui accolse Klara, Ewa, Anna e Weronika Bolek, quattro sorelle dai 19 ai 25 anni che danzavano in gruppo con due esibizioni differenti, una vestite da ballerine di can-can e l’altra truccate da gheisce giapponesi con tanto di kimoni, parrucche nere adornate di fiori, e cerone bianco in faccia. Nina Sobieski era specializzata nell’acrobazia aerea con i nastri, vederla arrampicarsi e penzolare sopra la pista attorcigliata ai suoi nastri colorati faceva trattenere il fiato. Krystyna Mazur si presentò come ballerina di burlesque, mettendo subito in mostra le sue doti seduttive spogliandosi a ritmo di musica e restando seminuda con addosso solamente un mini perizoma e due nappine incollate ai capezzoli. Krystyna aveva 21 anni, era di origini slovacche, una bellezza unica nel suo genere, un corpo da favola, capelli biondi naturali e occhi chiari. Heinrich sapeva che grazie a lei l’Osnowski Buskers Cyrk avrebbe raddoppiato il numero dei partecipanti agli spettacoli, e nel momento in

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cui l’assunse fece il miglior affare della sua vita. L’ultimo ad unirsi alla compagnia fu Fabian Janas, un ragazzo della mia stessa età timido e riservato dall’aria sognante che si presentò come poeta. Il suo numero era molto semplice, gli bastava un leggio, un libro aperto, e la sua voce. Recitava le poesie che egli stesso scriveva con una intensità capace di commuovere, le sue parole erano profonde, romantiche, strazianti, arrivavano dritte al cuore. Heinrich accettò la sfida di assumerlo, convinto che il pubblico avrebbe amato le sue recitazioni poetiche strappalacrime. I nuovi membri della compagnia, undici in tutto, si sommarono ai quattordici già presenti, formando un gruppo di 25 buskers capaci di offrire uno spettacolo variegato. Quasi tutti i vecchi membri si erano sposati nel corso degli anni, e molti avevano avuto dei figli, quindi Heinrich decise che anche i bambini e le bambine presenti nella compagnia, otto in totale, avrebbero avuto un loro numero, aprendo e chiudendo gli spettacoli ballando la polka e la mazurka abbigliati con i tipici costumi tradizionali della Polonia. Era un nuovo inizio per l’Osnowski Buskers Cyrk, Varsavia rappresentava per la compagnia una fonte di guadagni e quindi una vita migliore. Heinrich aveva ottenuto il permesso di restare a Varsavia per tre mesi, il che significava vivere stabilmente nel piazzale dei pubblici spettacoli che il comune della città ci aveva messo a disposizione per il posteggio di camper e roulotte e per il montaggio del tendone sotto il quale ci esibivamo. Al termine dei tre mesi, avremmo deciso dove spostarci,

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anche se Heinrich sperava di ottenere una proroga per un altro paio di mesi. Per quanto riguardava me, il rinnovamento voluto da Heinrich comportò una svolta dopo l’altra nella mia esistenza, a cominciare da una roulotte di seconda mano che Heinrich prese a noleggio per darmi la possibilità di staccarmi da mia madre e vivere da solo. Quella decisione mi rese felice e indipendente. Vivendo in una roulotte tutta mia potevo fare quello che volevo senza essere controllato da Wiktoria, imparai a cucinare, a lavare i piatti, a fare il bucato a mano, a stirare le mie camice, e soprattutto ebbi l’opportunità di dedicarmi alla musica senza disturbare mia madre e di dormire fino a tardi al mattino e rincasare tardissimo la sera dopo gli spettacoli. Fabian Janas divenne il mio migliore amico. Non avendo frequentato le scuole non avevo avuto modo di farmi delle amicizie vere, ero cresciuto in totale solitudine, potendo contare unicamente sull’appoggio di mia madre e sui consigli degli altri buskers, che consideravo come fratelli maggiori della mia famiglia acquisita. Ma non avevo avuto degli amici della mia stessa età con cui confrontarmi e condividere esperienze ed opinioni, e Fabian fu il primo vero amico con cui strinsi un rapporto di reciproca fiducia e complicità. Sebbene fossimo molto diversi, con lui potevo aprirmi e sfogarmi, Fabian era un ottimo ascoltatore e un buon consigliere. Ogni giorno ci chiudevamo nella mia roulotte per scrivere testi di canzoni e poesie da recitare, ci aiutavamo a vicenda con suggerimenti e critiche costruttive, e la sera, finito lo

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spettacolo, ce ne andavamo a zonzo per le strade di Varsavia tirando tardi fino all’alba. Cercavo di non spendere i pochi soldi che mettevo da parte, e lui faceva lo stesso, perciò ci accontentavamo di acquistare un paio di birre in lattina nei distributori di benzina aperti tutta la notte e poi sceglievamo un posto a caso, molto spesso i giardini pubblici o i parchi dove sederci e parlare tranquillamente delle nostre esperienze di vita e dei nostri sogni da realizzare. Fabian desiderava diventare uno scrittore e pubblicare libri di poesie, io speravo di incidere un demo e trovare un discografico disposto ad investire denaro su di me per lanciarmi come cantautore. Oltre al mio rapporto d’amicizia fraterna con Fabian, al contempo avevo instaurato una relazione di sesso senza complicazioni con Krystyna Mazur e Anna Bolek. Entrambe mi avevano messo gli occhi addosso fin dal giorno del loro arrivo, per giorni mi avevano gironzolato intorno civettando senza pudore, ed io le avevo lasciate fare, godendomi le loro attenzioni. Una mattina presto, mentre dormivo, Krystyna s’intrufolò nella mia roulotte e senza troppi complimenti s’infilò nel mio letto. Mi svegliai ritrovandomi il suo corpo nudo e caldo incollato al mio, e cinque minuti dopo stavamo facendo l’amore rotolandoci nel piccolo letto a una sola piazza. Krystyna era focosa, insaziabile, prendeva lei l’iniziativa, le piaceva comandare, era una ragazza dal buon profumo di fiori con una risata argentina che metteva allegria. Anna era diversa. Era più grande di me, meno spudorata, più romantica. La prima volta che mi chiese di seguirla nel

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suo camper lo fece infilando un biglietto nella tasca dei miei jeans dove aveva scritto “Vorrei tanto fare l’amore con te”. Scoprii così che Anna era l’esatto opposto di Krystyna sotto le lenzuola. Era docile, dominabile, amava i preliminari, i baci e le carezze, era una donna dolcissima, molto sensibile, estremamente romantica, fare l’amore con lei era come sprofondare lentamente in un abisso senza fondo di tenerezza. La sua risata era leggera, i suoi sguardi profondi, la sua pelle vellutata e odorosa di bagnoschiuma alla vaniglia. Mentre Krystyna mi aggrediva come una tigre e mi accendeva il fuoco nel sangue, Anna mi accoglieva come un porto sicuro in cui naufragare dopo una tempesta. La loro diversità mi intrigava, non sapevo se preferivo la passione ardente di Krystyna o la graziosa delicatezza di Anna, ero troppo preso da entrambe, così preso da non dormire più la mattina e nemmeno nel pomeriggio, e ovviamente stavo trascurando la musica e anche Fabian. Fu proprio lui a dirmi che stavo esagerando dopo un mese e mezzo di sesso sfrenato con due donne contemporaneamente. Krystyna era gelosa, e Anna lo era ancora di più, nessuna delle due voleva rinunciare a me nonostante sapessero benissimo che facevo l’amore con entrambe. Io ero giovane, volevo divertirmi, erano loro che mi avevano cercato, non le avevo respinte, e il triangolo amoroso che si era creato fra noi mi eccitava da impazzire. Fabian mi metteva in guardia, dicendomi che prima o poi una delle due avrebbe preso a calci l’altra. Quando questo accadde davvero, mi resi conto che l’idillio era finito. Vedere Anna

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che strappava ciocche di capelli a Krystyna mentre lei si difendeva graffiandola con le unghie fino a farla sanguinare nel bel mezzo dell’arena del tendone, sotto gli occhi di tutti gli altri buskers della compagnia impegnati nelle prove dello spettacolo, mi fece capire che avevo sbagliato. Quel giorno fui costretto a dividerle mentre si azzuffavano come due belve, e quando si furono calmate dissi a tutte e due che era finita. Basta incontri mattutini e pomeridiani, basta con il sesso, non volevo più né Krystyna né Anna, non le amavo, mi ero solo divertito con entrambe. Ci guadagnai un sonoro ceffone da parte di Anna e un pugno dritto sul naso scagliato da Krystyna. Ricordo Fabian che mi tamponava il naso gocciolante sangue nella sua roulotte, e le sue parole sincere: “Sei un povero scemo, ben ti sta che ti abbiano preso a schiaffi e pugni, non si gioca con i sentimenti delle donne, nemmeno quando ti dicono che vogliono solo divertirsi. Non è mai vero, le donne si innamorano sempre, e tu oggi ne hai ferite due. Vergognati, sei un maschio senza onore.” Fabian era saggio, e aveva ragione. Il giorno dopo mi presentai alla porta del camper di Anna e le chiesi scusa. Lei mi perdonò, a patto che rimanessimo soltanto amici. Quando feci la stessa cosa con Krystyna, le mi disse che ero un “bastardo” e che non avrei più dovuto rivolgerle la parola. Non mi perdonò mai, e da lì in poi non mi parlò più. Mi evitava, fingeva di non vedermi, mi ignorava. Fabian mi disse di non prendermela, e così feci. Tornai a concentrarmi sulla musica, scrivendo nuovi

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pezzi e componendo nuove melodie, e ripresi la mia vita di prima, con le uscite notturne con Fabian. Eravamo quasi giunti al termine del terzo mese di permanenza a Varsavia quando una sera Fabian mi prese da parte subito dopo lo spettacolo e mi confessò un segreto di cui non mi aspettavo di venire a conoscenza e che lui non riusciva più a nascondermi. Eravamo troppo amici, troppo legati, non poteva non dirmi che era omosessuale. “Ma preferisco essere chiamato gay, suona meno razzista di “frocio”, “finocchio” o “checca”. La sua confessione non mi sconvolse, anzi, per me non faceva differenza se era eterosessuale o gay, era il mio migliore amico, gli volevo bene così com’era. Gli chiesi solo perché non me l’avesse mai detto prima di allora. E lui mi rispose che aveva avuto paura di dirmelo, che non voleva assolutamente che si venisse a sapere all’interno della compagnia, era terrorizzato all’idea di essere giudicato, additato, emarginato, trattato come un “diverso”. Lo abbracciai, mentre lui piangeva contro la mia spalla, e gli promisi che il suo segreto sarebbe rimasto tale e quale, era una verità che solo io sapevo e che non avrei mai detto ad anima viva. Lo giurai su me stesso. Fabian mi ringraziò per non avergli negato la mia amicizia e mi disse che a parte me non aveva nessun altro al mondo che gli volesse un po’ di bene. I suoi familiari l’avevano cacciato di casa quando aveva detto loro di essere gay, si era ritrovato per strada, senza soldi, e si era rifugiato a casa di un uomo più grande incontrato in un night-club per gay che l’aveva accolto in cambio di nulla. Grazie a lui

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Fabian aveva trovato il coraggio di andare avanti, continuando a scrivere le sue poesie, fino al giorno in cui aveva deciso di presentarsi da Heinrich in cerca di un lavoro. E lui l’aveva assunto come membro della compagnia, offrendogli la possibilità di mantenersi con la propria arte. In quel momento vidi Fabian in tutta la sua fragilità, un lato del suo carattere che teneva ben nascosto, e capii che aveva bisogno di me. Dopo quella sera, la nostra amicizia divenne ancora più forte, come un legame fraterno, e nel mese che seguì, l’ultimo a Varsavia, lasciai che Fabian mi mostrasse il suo mondo, la realtà di cui faceva parte. Fu divertente. La prima volta che mi portò in un gay-club ebbi l’impressione di entrare in un’altra dimensione, un luogo dove allegria e spensieratezza regnavano assoluti. La musica era alta, un misto di disco-music anni ‘70-‘80, dance e pop, le luci multicolori che illuminavano il locale, ragazzi giovani e uomini adulti che ballavano sulla pista con coroncine di fiori hawaiani sul capo, altri vestiti di paiettes luccicanti dalla testa ai piedi, alcuni truccati e travestiti da donna, altri ancora, come Fabian, abbigliati in modo casual. C’era un’atmosfera festosa, un senso di libertà assoluta nell’essere se stessi, una felicità contagiosa riflessa negli occhi e negli sguardi, nei sorrisi e nei gesti del corpo. Alla zona bar venivano serviti cocktail alcolici fruttati, ragazzi soli o in gruppo festeggiavano come fosse Capodanno, nell’area del privé numerose coppie di fidanzati si baciavano sui divanetti di velluto rosso. Fabian mi chiese se mi sentivo a disagio e se volevo andare via, ma gli

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risposi di no, volevo restare, era un luogo affascinante. Ordinammo dei cocktails alla vodka e lime, poi Fabian si gettò nella folla della pista da ballo invitandomi a seguirlo. L’avrei fatto, se solo avessi saputo ballare in modo decente anziché muovermi come un manichino di legno. Lui comprese, ci rise sopra e si mise a ballare insieme agli altri, saltellando come un folle. Io rimasi a guardarlo dal bancone del bar, scambiai quattro chiacchiere con un tipo che aveva il mio stesso problema, non sapeva ballare, e poco dopo mi si avvicinò un ragazzo con l’aspetto da modello che mi fece notare quanto fossi bello e sexy. Si chiamava Stefan, lavorava davvero come modello, e aveva tutta l’aria di volermi abbordare. Gli dissi che ero in compagnia di un amico, lui fece spallucce come se non gli importasse e mi trascinò verso i bagni. Non gli dissi che ero eterosessuale, non sapevo se avrebbe gradito la mia presenza all’interno del club. E così mi ritrovai da solo con lui dentro una cabina della toilette e prima che avessi il tempo di dire o fare qualcosa lui mi aveva già abbassato la zip dei jeans. Lo vidi inginocchiarsi di fronte a me e strappare l’involucro di un condom, e poi mi sorprese, facendomi un blow-job e regalandomi un orgasmo da paura. Quando mi chiese se mi era piaciuto gli risposi di sì, perché era vero. E quando mi domandò se volevo contraccambiare, gli dissi che non potevo perché non ero lì da solo. Allora lui immaginò che fossi accoppiato e mi riportò alla zona bar. “E’ stato un piacere conoscerti, peccato che stai già con qualcuno. Se il tuo ragazzo ti molla, torna a cercarmi.” Mi salutò con una

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pacca sul sedere e sparì tra la folla danzante lasciandomi basito. Più tardi, quando raccontai a Fabian del mio incontro con Stefan sulla via del ritorno, lui si mise a ridere prendendomi in giro. “Non ci credo! Ti sei fatto fare un blow-job da un modello! Perché cavolo non gli hai detto che non eri gay?!”. E io risposi in tutta franchezza “Mi ha colto di sorpresa, non sapevo cosa fare. E poi non volevo essere scortese, infondo era un tipo gentile.” Fabian si piegò in due dalle risate, quindi mi domandò se almeno mi fosse piaciuto. Cavolo, mi era piaciuto eccome! Quel tipo ci sapeva fare! Anche se dopo mi ero sentito leggermente imbarazzato, perché ero tutto fuorché gay. Fu allora che Fabian mi disse una frase che alcuni anni dopo mi sarebbe ritornata in mente in un altro luogo, in un altro momento. “Regola numero uno. Se un uomo che non conosci ti chiede di accompagnarlo in bagno, non lo fa per scambiare due chiacchiere mentre fate pipì insieme, ma perché gli piaci e vuole solo una cosa da te: farti un blow-job oppure fare sesso con te. Ricordatelo, è importante.” Gli promisi che lo avrei tenuto a mente, e ci salutammo con un abbraccio prima di tornare alle nostre rispettive roulotte. Avevo visto con i miei occhi il mondo di Fabian, mi ero divertito, e anche se non lo avevo previsto, avevo sperimentato un assaggio di sesso gay. Prima di quella sera non sapevo un granché sugli omosessuali, nessuno me ne aveva mai parlato esplicitamente, mia madre mi aveva sempre detto che vivevano nel peccato perché si accoppiavano tra loro e ciò era contro natura e malvisto da Dio. Ma Wiktoria era una

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cristiana cattolica praticante profondamente credente, era piena di pregiudizi, non era mentalmente aperta come me. Anch’io pregavo, credevo in Dio e rispettavo i suoi comandamenti, ma non ero bigotto e tantomeno razzista. I ragazzi gay come Fabian e Stefan erano persone normalissime con gli stessi desideri che avevo io: vivere, divertirsi, essere felici, mangiare, dormire, amare e fare l’amore. L’unica differenza era che al posto delle donne preferivano la compagnia e l’amore dei maschi. Questo era peccaminoso? Sbagliato? Mal visto da Dio?... Per me no. Non lo era. E fu con quel pensiero di assoluta normalità che mi addormentai quella notte. Nessuno aveva il diritto di chiamare qualcun altro “diverso” per le sue preferenze sessuali. Eravamo tutti figli dello stesso Dio, senza differenze. E Dio era amore, in tutte le sue forme.

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3 La mia vita proseguì fino all’età di 21 anni al seguito dell’Osnowski Buskers Club. Il nostro tendone itinerante aveva ripreso a spostarsi in lungo e in largo sul territorio polacco dopo i tre mesi di sosta a Varsavia, i guadagni degli spettacoli erano sufficienti per mantenere tutti i membri della compagnia, e io avevo messo da parte parecchio denaro nel corso degli anni. Finalmente potevo permettermi di incidere le mie canzoni su un demo. Ne avevo scritte una trentina, dovevo solo scegliere le migliori in modo da ottenere un massimo di venti canzoni. Sapevo già dove andare ad inciderle, c’era un piccolo studio di registrazione affittabile ad ore nella periferia di Lublino, mi ero già accordato con il proprietario per il giorno in cui recarmi allo studio. Fabian mi avrebbe accompagnato, eravamo diventati inseparabili, ci appoggiavamo l’uno sulla spalla dell’altro. Tutto sembrava perfetto, e il mio piccolo sogno era lì, a portata di mano. Ma la vita è imprevedibile, proprio quando ogni cosa fila liscia, all’improvviso tutto cambia, e i progetti che hai coltivato per anni si frantumano in pochi attimi. Ci trovavamo a Rybnik, dov’ero nato ventun anni prima, era il 13 Settembre del 2009, un Sabato notte uguale a tanti altri. Lo spettacolo si era concluso verso mezzanotte, tutti i buskers dormivano già al sicuro nelle loro roulotte 38


e nei loro camper, il piazzale dove ci eravamo accampati era avvolto dal silenzio e dall’oscurità della notte. Ricordo che ero sdraiato a letto, nella mia roulotte, in uno stato di semi veglia. Prima di coricarmi avevo dato uno sguardo all’orologio da polso posato sul comodino, erano le 3:00 in punto. Stavo per addormentarmi quando un boato improvviso riempì il silenzio con il suo fragore e l’intelaiatura metallica della mia roulotte vibrò rumorosamente facendomi sobbalzare sul letto con il cuore in gola per lo spavento. Era stato uno scoppio violentissimo, tale e quale all’esplosione di una bomba. Scostai la tendina del lunotto sopra il letto e vidi le fiamme, lingue di fuoco altissime gialle e arancioni, e un fumo nero che si sprigionava da esse. Un incendio. Il nostro tendone che andava a fuoco, divorato dalle fiamme. Uscii di corsa dalla roulotte, scalzo, in boxer e canotta, e sentii le grida dei miei compagni. “Acqua! Portate dei secchi d’acqua! Presto!”, “Sta bruciando tutto! Chiamate i vigili del fuoco!”. E poi sentii il pianto disperato dei bambini, spaventati dal botto dall’esplosione, e le urla delle donne della compagnia che invocavano aiuto correndo sul piazzale da un camper all’altro. Impietrito, vidi il nostro tendone che bruciava in un rogo enorme, come un falò di dimensioni spropositate, illuminando a giorno il piazzale, sentivo nell’aria l’odore denso e acre di plastica e legno liquefatti dal calore, mentre nubi di fumo nero si sollevavano verso il cielo stellato. Fabian mi raggiunse, mi afferrò per la canotta e mi urlò nell’orecchio “Vieni via! Sei troppo vicino!”. Mi

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trascinò lontano, verso il fondo del piazzale, dove trovai mia madre in vestaglia da notte che si gettò piangendo fra le mie braccia. La strinsi a me, stordito, e i miei occhi tornarono a fissarsi sul tendone in fiamme che si accasciava su se stesso e rapidamente veniva mangiato dall’incendio, mentre Heinrich e gli uomini più adulti della compagnia cercavano inutilmente di spegnere le fiamme con secchi colmi d’acqua che si passavano di mano in mano. Fu tutto inutile. Quando i vigili del fuoco arrivarono in nostro soccorso spegnendo il fuoco con le pompe idranti, ormai era troppo tardi. L’Osnowski Busker Cyrk non esisteva più. Tutto ciò che avevamo era andato in fumo. La nostra vita e il nostro lavoro erano svaniti, ridotti a un cumulo di macerie fumanti. Anni di sacrifici inceneriti in pochi attimi sotto i nostri occhi. Fu un duro colpo per tutti noi. La polizia ci disse che era certamente un incendio doloso. Avevano trovato resti di taniche di cherosene utilizzate per appiccare il fuoco e alcune bottiglie incendiarie che le fiamme avevano lasciato intatte. Quando chiedemmo chi poteva essere stato a compiere un gesto simile, ci risposero che probabilmente erano stati dei razzisti che ci avevano preso di mira perché eravamo artisti di strada nomadi. Era già capitato lì a Rybnik un anno prima, stesso incendio, stesse modalità, ai danni di un piccolo circo slovacco. La polizia non poteva fare nulla per aiutarci, non sapevano chi fossero quei balordi che si divertivano a distruggere le vite altrui. Si fece giorno, i vigili del fuoco se ne andarono, seguiti a ruota dai poliziotti. Grazie a Dio

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nessuno si era ferito, camper e roulotte erano posteggiate ad alcuni metri di distanza dal tendone. Ma i danni erano ingenti. Insieme al tendone avevamo perso tutto ciò che esso conteneva: le nostre attrezzature da lavoro, i nostri abiti e costumi, le nostre scenografie. Anche il piccolo camion utilizzato per il traporto del tendone era ridotto a un catorcio bruciacchiato. Una vita intera di lavoro se n’era andata in fuliggine e cenere. Ci rimanevano soltanto le nostre case a quattro ruote, i soldi che avevamo messo da parte, e l’incasso dell’ultima settimana di esibizioni. Nient’altro. Quel giorno fu il più brutto della nostra vita. Heinrich ci disse chiaramente che non disponevamo di sufficiente denaro per l’acquisto di un nuovo tendone e di nuove attrezzature per le nostre esibizioni. Lo vidi piangere di fronte a tutti noi mentre ci diceva che l’Osnowski Buskers Cyrk era finito. Dopo 30 anni dalla sua nascita, la compagnia era giunta al suo traguardo finale. “Siete liberi di andarvene ognuno per la vostra strada. Ricominciate da capo, altrove, con altre compagnie, io non posso più gestire le vostre vite. La compagnia è sciolta. E’ stato bello lavorare con voi… Ma questa notte si è conclusa la nostra avventura insieme. Per sempre”. Fu con queste amare parole che Heinrich Osnowski scrisse la parola “fine” sulla nostra avventura di buskers riuniti sotto lo stesso nome. Non eravamo più una grande famiglia di artisti. Era giunto il momento di separarci e badare a noi stessi senza il suo sostegno. Dovevamo essere forti e

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guardare avanti, ricominciare da zero, da soli, ognuno per la propria strada. Nei giorni seguenti, vidi i miei compagni di vita e di lavoro andarsene uno dopo l’altro a bordo dei loro camper e roulotte. Il piazzale si stava svuotando sotto i miei occhi. I puzzle umani che avevano composto da sempre la mia esistenza si stavano staccando l’uno dall’altro scivolando via verso altre mete, alla ricerca di un nuovo presente da vivere e un domani migliore da costruire. Pensai che anch’io dovevo fare come loro. Andare via. Lasciare il nido. Dire addio al passato. Ero maggiorenne, sapevo badare a me stesso da solo. D’un tratto la Polonia mi sembrò un luogo che mi aveva donato tanto per poi strapparmi via tutto in un battito di ciglia. Non desideravo più restare lì, non era più “casa mia”. In quel momento di profonda tristezza e sconforto, il mio pensiero ritornò a Sean Carter, mio padre. Anni prima avevo accantonato l’idea di volare in America per cercarlo e trovarlo, ma ora che non avevo più niente per cui vivere e nessun motivo per rimanere in Polonia, cosa m’impediva di lasciare il paese e tentare la fortuna in terra statunitense? L’America era una grande patria, una terra dove i sogni prendevano forma, molti nessuno come me avevano trovato il successo proprio sul suolo americano. Poteva succedere anche a me. E poi avevo un padre a New York, in caso di bisogno non mi avrebbe rifiutato il suo aiuto, dopotutto ero sangue del suo sangue… Valutai quest’idea per giorni, senza parlarne né con Fabian né con mia madre, e alla fine presi la mia

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decisione. Sarei partito per New York. Il denaro che avevo messo da parte per l’incisione del mio demo mi sarebbe servito per pagare un volo diretto da Varsavia a New York, il prezzo del biglietto aereo era di 2.200 zloty, paragonabili a circa 500 euro europei, mi restavano altri 2.000 zloty da cambiare in dollari americani per pagare l’affitto di una stanza di un motel economico e comprare da mangiare per alcuni giorni. Una volta arrivato a New York avrei cercato un lavoro con cui mantenermi, potevo fare il lavapiatti in qualche ristorante di bassa lega o l’addetto alla pulizia dei bagni di un qualunque bar o club. E se mi fosse andata male, potevo vivere della mia arte, esibendomi con la mia Scarlett lungo i marciapiedi di Time Square o nei viali di Central Park, avrei guadagnato pochi dollari, ma non sarebbe stato per sempre, giusto il tempo di ritrovare mio padre. Ero convinto di potercela fare, non avevo paura di ritrovarmi da solo in un paese straniero e in una grande città popolata da miliardi di persone. “Andrà bene, Matisse, ce la farai”, mi ripetei la notte prima di lasciare per sempre la Polonia. Alle prime luci dell’alba, mentre i pochi amici rimasti dormivano ancora, controllai il borsone da viaggio dentro il quale avevo infilato tutti i miei vestiti, una foto di Fabian e di Wiktoria, il Vangelo e la Bibbia, e altri effetti personali di cui avrei avuto bisogno. Avevo preparato anche uno zaino contenente il mio passaporto e la carta d’identità, il barattolo di latta con tutti i miei risparmi, una cartina stradale degli Stati Uniti, una guida turistica in polacco di New York, i quaderni con le mie

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canzoni. Sapevo di aver bisogno di un visto per entrare negli Stati Uniti, ma potevo farlo alla dogana dell’aeroporto J.F.Kennedy dopo l’atterraggio, mi bastava un visto turistico per alcuni mesi. La sera prima avevo scritto due lettere d’addio, una per Fabian e l’altra per mia madre, spiegando loro dove stavo andando e perché. Posai le lettere sopra il tavolo della dinette, recuperai il borsone, lo zaino e la custodia in pelle con Scarlett all’interno, uscii dalla roulotte e sgattaiolai via nella quiete del mattino. Raggiunsi a piedi la stazione dei treni, pagai un biglietto per Varsavia, salii a bordo e quattro ore dopo arrivai a destinazione. Presi un taxi diretto all’aeroporto e varcai la soglia del Varsavia-Chopin alle 10:30. Il mio volo per New York era previsto per le 11:00. Mi diressi al check-in per acquistare un biglietto aereo di sola andata, pagai l’importo, quindi l’impiegata controllò tutti i miei documenti e un agente aeroportuale si occupò dei miei bagagli. L’impiegata mi ricordò di farmi fare il visto presso l’ufficio doganale di New York, poi mi riconsegnò i documenti. Era tutto in regola, potevo partire tranquillamente. “Dobra wycieczka”, mi disse la donna, augurandomi “Buon viaggio”. Furono le ultime parole in polacco che udii quel giorno. La ringraziai, ripresi i miei bagagli e mi avviai lungo il corridoio d’imbarco. Era il 29 Settembre del 2009, ed io, Matisse Bociek, stavo per volare in America alla ricerca di fortuna e con la certezza di ritrovare quel padre che non avevo mai conosciuto. Mentre salivo sul velivolo con gli altri

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passeggeri pensai che una volta sbarcato in America mi sarei fatto chiamare Matisse Bociek Carter. Anche se mio padre non sapeva della mia esistenza e non aveva potuto riconoscermi come suo figlio naturale, mi aveva trasmesso il suo DNA, perciò era un mio diritto portare il suo cognome. Quando l’aereo si staccò dalla pista di decollo innalzandosi verso il cielo turchese, guardai fuori dal finestrino. Sotto di me, Varsavia divenne sempre più piccola man mano che l’aereo prendeva quota, rimpicciolendosi fino a diventare una macchia, un puntino, e infine sparire del tutto. Sospirai, consapevole di aver appena detto addio alla mia terra natia, alla mia amata madre, al mio unico vero amico, e a ventun anni trascorsi a vivere di musica lavorando come busker. I ricordi mi passarono davanti agli occhi come le scene di un film proiettato al rallentatore, e una lieve nostalgia mi strinse il cuore. Wiktoria un giorno mi aveva detto: “Quando sarai grande te ne andrai via da me, io lo so, lo sento, verrà quel giorno e tu mi lascerai per vivere la tua vita senza di me. Ovunque andrai ricorda sempre chi sei e da dove vieni. Le tue radici sono qui, non scordarlo mai.” Pensai che aveva ragione, e feci tesoro di quelle sagge parole.

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4 Il volo aereo da Varsavia a New York mi sembrò interminabile. Trascorsi nove ore seduto al mio posto con lo sguardo incollato al finestrino a guardare le nuvole bianche che sfilavano a pochi centimetri dal mio naso. Le hostess erano gentili e carine, ci servirono pranzo e cena assicurandosi che fosse di nostro gradimento, e ci fornirono delle cuffie per ascoltare i due film che proiettarono sullo schermo del velivolo. Quando finalmente annunciarono che stavamo per atterrare, mi sentii sollevato e contemplai la vista di New York dall’alto con la bellissima Statua Della Libertà che sembrava accogliere il mio arrivo, i meravigliosi grattacieli costruiti in vetro e acciaio che riflettevano la luce del sole, e l’Empire State Building che svettava verso l’alto dominando l’intera città sottostante. Dopo che fui atterrato all’aeroporto J.F.Kennedy, percorsi il terminal gigantesco e subito recuperai i miei bagagli dal nastro trasportatore, quindi mi presentai al check-in e alla dogana con tutti i miei documenti. Superai senza problemi il controllo dei bagagli, e quando l’agente doganale mi chiese il motivo del mio viaggio a New York gli risposi che ero un musicista in visita ad alcuni parenti. Firmai dei documenti e ottenni un visto turistico per tre mesi. Chiesi di poter cambiare i miei 2.000 zloty in dollari americani e ottenni l’equivalente di circa 1500 46


dollari, indispensabili per pagare l’affitto di una stanza in un motel e il cibo per mangiare. Non era una gran somma, avrei dovuto stare attento a come li spendevo risparmiando il più possibile. A quel punto ero libero di mettere piede a New York, e potevo restarci per tre mesi. Se avessi trovato un lavoro e dimostrato che potevo mantenermi, avrei potuto prolungare il visto per un altro ciclo di mesi, tutto dipendeva da me. Controllai il mio orologio da polso: erano le 8:00 di sera in Polonia, mentre lì a New York erano solo le 3:00 del pomeriggio. Regolai l’orologio sul fuso orario newyorkese e dato che avevo già cenato in volo poco prima dell’atterraggio, non avevo bisogno di mangiare. Tuttavia, approfittai di un distributore automatico per fare scorta di barrette energetiche al cioccolato, snack ipercalorici ripieni di nocciole, cocco e caramello, confezioni tascabili di biscotti Oreo e bottigliette di Gatorade all’arancia. Riempii lo zaino fino al culmine, quindi lasciai l’aeroporto. Non avevo una meta precisa in cui andare, perciò salii a bordo di un bus-navetta che attraversava la città e conduceva i passeggeri nei pressi di Time Square. New York era immensa, maestosa, caotica, rumorosa, e bellissima. Mi misi subito alla ricerca di un motel economico seguendo le indicazioni sulla guida turistica polacca e sulla cartina della città. Vagliai numerosi nomi, scartandoli uno per uno alla ricerca del meno costoso e ne trovai uno nel distretto di Brooklyn che la guida classificava con una sola stellina, segno che non era per nulla lussuoso. Salii sulla metropolitana e giunsi a

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Brooklyn. Il motel era un palazzo grigio a quattro piani che non poteva contenere più di una quarantina di stanze e l’insegna esterna diceva semplicemente “MOTEL”. Entrai nell’ingresso stretto e scarsamente illuminato e vidi un uomo in sovrappeso stempiato seduto alla portineria. Si chiamava Roger Mallory, ed era il proprietario. Gli dissi che mi serviva una stanza a tempo indeterminato, e lui annuì prendendo il registro delle prenotazioni. “Sei fortunato. Mi è rimasta solo una camera libera. Letto a una piazza e bagno con doccia senza box. Sono 40 dollari al giorno con pagamento settimanale. Ti va bene?” “Sì, la prendo.” Pagai subito un anticipo di cauzione e firmai la prenotazione sul registro. Roger mi consegnò la chiave della mia camera, la numero 25, al terzo piano. Lo ringraziai e salii tre rampe di scale. La camera era dipinta di verde pisello, il pavimento in linoleum blu scuro, una sola finestra senza tende, il letto al centro della stanza principale, un comodino con una lampada, un piccolo armadio, un tavolino in formica con una sedia, il bagno di due metri per tre con le piastrelle verdi, un piccolo lavabo con uno specchio rotondo grande quanto un piatto, water e bidet, un foro al centro del pavimento per lo scarico dell’acqua della doccia piantata nella parete, e una finestrella con il vetro smerigliato. “Wow, la mia roulotte era una reggia al confronto!”, pensai, uscendo dal bagno. Posai a terra il mio borsone, lo zaino e la custodia della chitarra, aprii la finestra per far uscire l’odore di aria

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stantia, tastai il materasso che era rigido come una tavola di legno. Cuscino, lenzuola e coperte erano all’interno dell’armadio, preparai il letto per la notte, poi decisi che era preferibile lasciare i miei vestiti e tutti i miei effetti personali dentro il borsone e lo zaino, e quindi tirai fuori solo gli snack e le bottigliette di Gatorade acquistate all’aeroporto, disponendole sopra il tavolino in formica. Avevo bisogno di farmi una doccia, ma in bagno non c’era traccia di sapone. Pazienza, per quel giorno mi sarei accontentato dell’acqua calda. Chiusi la porta con il lucchetto e la catenella, mi spogliai e mi lavai sotto il getto aggressivo della doccia frizionandomi con la spugna ancora incellofanata che avevo trovato sul ripiano portasapone in plastica. Poco dopo, lavato e rasato, mi sedetti sul letto e mangiai una barretta al cocco. Erano le 6:45 del pomeriggio, ma il viaggio in aereo e il cambio di fuso orario mi avevano fiaccato. Scivolai sotto le coperte per dormire, pensando al giorno successivo. Dovevo trovare un lavoro, uno qualunque, e organizzarmi per i pasti. Mi addormentai di botto, e dormii fino alle 9:00 del mattino seguente. Quando mi svegliai, affamato, mi sciacquai il viso e mi preparai per uscire. A New York, strano ma vero, faceva più freddo che in Polonia. Ottobre era alle porte, ma sembrava fosse già Novembre. Cercai una tavola calda o un caffè dove fare colazione, e assaggiai per la prima volta nella mia vita il caffè americano. Lo trovai annacquato e insipido, mentre le uova rivoltate con pancetta fritta erano buone, e così pure i pancake allo sciroppo d’acero e il donuts al

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cioccolato che avevo ordinato. Pagato il conto, mi misi alla ricerca di un supermarket, e quando lo trovai acquistai un flacone di shampoo e uno di docciaschiuma, un paio di saponette, dentifricio e spazzolino, schiuma da barba e deodorante, carta igienica, detersivo liquido per il bucato. Tutto l’indispensabile per la mia igiene personale. Per risparmiare sui pasti e spendere meno denaro potevo mangiare nella mia stanza anziché nelle tavole calde, perciò presi delle confezioni di corn-flakes, biscotti, brioches alla confettura e ciambelle alla crema, latte a lunga scadenza, tonno e carne in scatola, barattoli di fagioli precotti che potevo riscaldare in un pentolino con l’acqua calda del bagno, banane e mele, noccioline tostate, un cartone di birra, lattine di Coca-Cola, SevenUp e succo d’arancia in bottiglia. Trovai il pentolino che cercavo nel reparto casalinghi insieme a un set composto da bicchiere, piatto, posate e scodella di plastica dura. Era per bambini, con l’immagine di Superman stampata sopra, non certo adatto a me, ma perfetto per cenare nella mia stanza. Presi anche una bacinella di plastica dove fare il bucato, evitando così di dover andare nelle lavanderie a gettoni per lavare i miei vestiti. Spinsi il carrello verso una delle cinque casse, pagai il conto e infilai tutto in tre grandi buste di carta. Tornai al motel per sistemare la spesa nella mia stanza, scesi nuovamente in strada e con la cartina del distretto di Brooklyn in mano cominciai a cercare ristoranti, bar, locali, tavole calde e negozi che potessero offrirmi un lavoro temporaneo. Non andò affatto bene. Ottenni solo

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rifiuti e risposte negative. Non c’erano posti vacanti. Nessuno aveva bisogno di un aiutante. Nemmeno di un lavapiatti o di un addetto alle pulizie dei bagni. Non mi persi d’animo e pensai che sarebbe andata meglio il giorno dopo. Era scesa la sera, si era fatto buio, avevo camminato senza sosta per ore e stavo morendo di fame. Entrai in una steak-house chiamata “Blake’s” arredata in stile western dove si mangiavano bistecche alla brace e altri tipi di carne cotta al barbecue. Era un posto carino, affollato ma silenzioso. Ordinai una bistecca grigliata alla salsa piccante con patate arrosto e birra bionda, e quando mi avvicinai alla cassa per pagare il conto mi cadde lo sguardo su un vecchio juke-box anni ‘70 modello Wurlitzer in legno laccato bordato da neon colorati posto in un angolo del salone. “Bello, vero? Peccato che non funzioni più”, disse l’uomo dietro il bancone, altro, ben piazzato e brizzolato. Blake Foster, il proprietario del locale. “Non può farlo riparare?” “Magari potessi! Purtroppo non si trovano più i pezzi di ricambio. Preferisco tenerlo così, come cimelio da collezione. Dà un tocco di colore al locale.” “Però manca la musica qui dentro. E’ triste mangiare senza sottofondo musicale.” Ripensai a ciò che avevo appena detto e mi venne un’idea fulminante: potevo creare io la musica di soffondo, ero cento volte meglio di un juke-box. Senza pensarci due volte, mi lanciai e dissi:

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“Senta, io sono un musicista e sto cercando lavoro, potrei suonare per lei tutte le sere dal vivo, conosco la gran parte del repertorio anni ‘70 e ‘80 di musica folk, blues e rock, e sono anche un cantautore. Non le chiedo di essere assunto e pagato come un suo dipendente, vengo dalla Polonia e sono un busker, i suoi clienti potrebbero pagarmi personalmente con una libera offerta. Cosa ne pensa?” La conversazione iniziata con Blake Foster divenne una vera e propria trattativa di lavoro e si protrasse per una buona mezz’ora. Alla fine, Blake accettò la mia offerta. Potevo suonare nel suo locale, ogni sera, a patto che mi accontentassi delle offerte dei clienti. Non voleva assumermi e pagarmi con un regolare stipendio. A me andava bene, ero certo che i clienti avrebbero riempito la custodia della mia Scarlett con parecchi dollari. Quando strinsi la mano a Blake per sugellare il nostro accordo, mi sentii molto sollevato, perché dopo una giornata andata malissimo alla fine avevo trovato il modo di guadagnare un po’ di dollari grazie alla musica e alla mia arte. Avrei iniziato ad esibirmi da “Blake’s” il giorno seguente, dalle otto di sera fino alle dieci. Due ore di tempo per intrattenere la clientela con canzoni folk adatte all’atmosfera western del locale. Tornai al motel pieno di speranza, fischiettando l’inno nazionale polacco.

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5 La mia prima serata da “Blake’s” fu indimenticabile. Per l’occasione mi ero permesso di acquistare un paio di jeans nuovi, una camicia texana nera con le frange bianche sul petto, stivali da cowboy in cuoio brunito con intarsi rossi, un cappello Stetson color panna a falde larghe, e un giaccone in pelle scamosciata. Blake Foster aveva spostato il vecchio juke-box per creare un piccolo spazio adatto ad accogliermi e aveva appeso un cartello sulla vetrata principale del locale con su scritto “Serata di musica live con Matisse Bociek Carter, cantautore folk”. Al mio arrivo la steak-house era già piena al completo, duecento posti a sedere tutti occupati. Le persone presenti mi osservavano curiose, ma io non ero emozionato, anni e anni di spettacoli sotto il tendone di Heinrich mi avevano insegnato ad essere professionale e sicuro di me stesso. Mi ero preparato una scaletta mentale di canzoni da suonare, e dopo essermi presentato avevo dato inizio alla mia esibizione con una canzone famosissima dei The Animals in seguito rifatta da molti altri artisti, “House Of The Rising Sun”. Man mano che mi esibivo eseguendo una dopo l’altra le hit di celebri cantautori americani ed europei, chi finiva di cenare si alzava in piedi e gettava biglietti da un dollaro nella custodia aperta della mia chitarra. Al termine delle due ore, ringraziai i commensali che erano ancora presenti in 53


sala e ricevetti in cambio un breve applauso. Quando raccolsi le banconote contenute nella custodia e terminai di contarle, fui sorpreso di aver guadagnato 150 dollari. Era molto più di quanto mi aspettassi, e ne fui orgoglioso. La sera successiva andò ancora meglio, con 200 dollari di guadagno, e mentre io continuavo ad esibirmi da “Blake’s” sera dopo sera, il passaparola della gente fece sì che la clientela del locale aumentasse. Molte persone entravano nel locale solo per ascoltarmi suonare, ordinavano una birra e se ne stavano in piedi a godersi lo spettacolo. Blake Foster si convinse che era stato un buon affare permettermi di esibirmi nella sua steak-house, nel giro di una settimana aveva raddoppiato il numero dei clienti e incrementato i suoi guadagni. Diventammo amici, e dopo due settimane mi disse di presentarmi al locale un’ora prima, in modo che potessi cenare gratis con le sue bistecche burrose e le croccanti coscette di pollo impanate. Ottobre volò via in un soffio, e ai primi di Novembre cominciai a pensare che era arrivato il momento di cercare mio padre. Era il vero motivo per cui ero venuto a New York, ritrovare mio padre e conoscerlo di persona. Una mattina, dopo colazione, mi recai alla Columbia University con una sensazione di ansia crescente nel petto, entrai nell’atrio che pullulava di studenti e cercai l’ufficio della segreteria. Una gentile signora bruna con gli occhiali seduta dietro il bancone mi accolse con un sorriso smagliante. Le dissi che stavo cercando il

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professore di musica Sean Carter, e il suo sorriso svanì di colpo. “Sono spiacente, ma il professor Sean Carter non insegna più in questa università”, mi disse, facendo spallucce. La notizia mi lasciò spiazzato. Mio padre aveva smesso di insegnare lì. Forse aveva solo cambiato università, ce n’erano altre a New York. “Mi sa dire dove insegna adesso? Avrei bisogno di parlargli personalmente.” “Capisco. In realtà temo di non poterla aiutare, il professor Carter ha lasciato New York dieci anni fa.” “Come, scusi? Non è più residente in questa città?” “Purtroppo no. Si è trasferito in Massachusetts, per insegnare alla Boston University.” Diamine, che sfortuna. Mio padre era a Boston da dieci anni. Se volevo incontrarlo, avrei dovuto recarmi in Massachusetts. “Mi scusi, non ha un recapito telefonico, oppure un indirizzo per rintracciarlo?” “No, mi dispiace. Il professor Carter ci ha solo detto che si trasferiva a Boston e non ha lasciato alcun recapito.” Ringraziai la donna per le informazioni che mi aveva fornito e uscii dal complesso universitario nel gelido mattino di Novembre. Ero deluso, ma non rassegnato a trovarlo. Boston non era lontana, potevo prendere il treno o un autobus e raggiungere la città in poche ore. Quella sera ne parlai con Blake subito dopo il mio spettacolo, gli dissi che mi servivano un giorno o due per andare a Boston, e lui acconsentì a rinunciare alla mia

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preziosa presenza per due serate. Il giorno dopo andai alla stazione e salii sul treno diretto a Boston. Cartina alla mano, trovai la Boston University e mi inoltrai nel campus universitario sperando che mio padre insegnasse ancora lì. Dieci anni erano tanti, poteva essersi trasferito di nuovo, altrove, ma sperai che non fosse così. L’ufficio della segreteria era gestito da un uomo. Non appena gli feci il nome di Sean Carter lui annuì con il capo. “Il professor Carter è stato con noi fino a tre anni fa, poi ci ha lasciati per accettare una prestigiosa cattedra all’UCLA, l’università della California.” Non potevo crederci. Si era trasferito tre anni prima in California, sulla costa ovest degli Stati Uniti, a 2.400 miglia di distanza dalla costa est dove mi trovavo io. Pensai che la sfortuna mi stava prendendo per i fondelli. “Mi scusi, per caso sa dirmi dove si è trasferito, o se ha lasciato dei recapiti?” “Certamente. Ha preso una bella casa a Santa Ana, vicinissima a Los Angeles, dove ha sede l’UCLA. Credo di avere il suo indirizzo nella mia agenda personale, aspetti solo un secondo, ora controllo…” Sospirai, sollevato. Perlomeno avevo il suo indirizzo, anche se la California era davvero molto lontana. “Ecco qui il suo biglietto da visita. Non c’è il numero di telefono perché si era appena trasferito, ma l’indirizzo di casa è giusto. Lo tenga, le sarà utile.” Accettai il biglietto da visita che l’uomo mi offriva e lessi l’indirizzo: “Prof. Sean Carter, 64 Cypress Avenue, 92705 Santa Ana, California”. Ecco dove abitava mio padre.

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Finalmente avevo un indirizzo. Ringraziai l’uomo e lo salutai cortesemente, lasciando la Boston University. Continuavo a leggere e rileggere quell’indirizzo stampato sul biglietto da visita, non mi pareva vero di avere fra le mani una traccia tangibile dell’esistenza di mio padre. Tornato a New York, mi resi conto che se volevo incontrarlo dovevo lasciare la città e recarmi a Santa Ana. Questo significava sospendere le mie esibizioni da “Blake’s” per almeno una settimana nel caso avessi preso la decisione di acquistare un biglietto aereo fino a Los Angeles e mi fossi intrattenuto a casa di mio padre. Controllai i miei risparmi e calcolai che un viaggio aereo fino in California mi sarebbe costato almeno 600 dollari. Avevo da parte 1500 dollari, dei quali 280 erano impegnati per pagare l’affitto del motel. Tolti i 600 dollari per il volo aereo me ne rimanevano 620, dei quali 500 li avevo messi da parte per la registrazione del mio demo. Con soli 120 dollari in tasca non potevo permettermi di andare in California. C’era sempre e comunque il rischio che mio padre non fosse interessato né a conoscermi, né ad accogliermi in casa, e se ciò fosse accaduto cos’avrei fatto senza soldi in una città che non aveva un bel niente da offrirmi?... Potevo rinunciare alla registrazione del demo e utilizzare quel denaro per mantenermi a Los Angeles, oppure potevo aspettare di guadagnare un altro po’ con le serate live da “Blake’s” e rimandare l’incontro con mio padre a Gennaio. Era una scelta difficile, e da solo non sapevo come venirne a capo. Andai da Blake e gli

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esposi il problema chiedendogli un consiglio. Parlammo a lungo, a alla fine fu lui a decidere per me. “Penso che tuo padre sia più importante di un demo. Sei giovane, hai molti anni davanti a te per tentare la fortuna come musicista. Usa quei soldi per assicurarti un tetto sopra la testa a Los Angeles, prendi il primo volo disponibile e vai da tuo padre. E’ giusto che lui ti conosca, e che tu conosca lui. La musica può aspettare, non credi?” Blake aveva ragione. Dovevo andare in California e conoscere mio padre, non potevo rimandare ancora, avevo aspettato abbastanza. Chiesi a Blake se al mio ritorno, se mai fossi ritornato a New York, avrei potuto continuare ad esibirmi nella sua steak-house. Mi rispose di sì, sarei sempre stato il benvenuto nel suo locale. Mi augurò buona fortuna e ci salutammo con un abbraccio. Quella sera stessa ripulii la mia stanza dal cibo che sarebbe andato a male se lo avessi lasciato lì, pagai a Roger l’affitto che gli dovevo per l’intera settimana e gli dissi che non sapevo se sarei tornato a New York, per cui poteva affittare la stanza ad altri clienti in mia assenza. Non sapevo cosa mi aspettava in California, perciò decisi che avrei portato con me la mia chitarra, il borsone e lo zaino. Preferivo avere a disposizione tutte le mie cose piuttosto che lasciarle in custodia a Blake. Lasciai Brooklyn nel pomeriggio e presi un taxi fino all’aeroporto. Il J.F.Kennedy mi accolse per la seconda volta dopo un mese e mezzo dal mio arrivo, solo che questa volta ero in partenza per un’altra destinazione. Affrontai tutte le procedure necessarie per l’imbarco, e

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chiesi di poter rinnovare il visto per altri tre mesi visto il cambio di destinazione. Mi chiesero il motivo del mio trasferimento, e spiegai loro che stavo andando a trovare mio padre a Los Angeles. Acconsentirono a rinnovare il mio visto, ma una volta scaduto il termine avrei dovuto dimostrare che avevo trovato un lavoro se desideravo rimanere negli Stati Uniti. Poco dopo salii sul volo delle 5:00 diretto al LAX, l’aeroporto internazionale di Los Angeles. Avevo con me 620 dollari, l’indirizzo di mio padre, e un carico di speranza a cui mi aggrappavo saldamente. Salutai New York dal finestrino del velivolo e mi rilassai sul sedile in previsione delle cinque ore e mezza di volo che mi aspettavano. L’atterraggio era previsto per le 2:00 del pomeriggio, ora californiana.

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6 La prima impressione che ebbi di Los Angeles fu di una città dove il sole splendeva 365 giorni all’anno e l’estate non finiva mai. Ero passato dal rigido e grigio inverno newyorkese con cinque gradi sottozero al caldo e secco clima losangeliano con venticinque gradi sopra lo zero. Faceva caldo, e appena sceso dall’aereo mi chiusi in bagno per cambiarmi, passando dal maglione di lana alla maglietta di cotone smanicata. Tutto filò liscio al check-in e alla dogana, compreso il controllo dei cani antidroga. Acquistai una guida della città e un paio di occhiali da sole in un negozio del terminal, il mio stomaco brontolava perché si era abituato al fuso orario newyorkese e non avevo mangiato durante il volo. Entrai in una gelateria e ordinai un maxi frullato al cioccolato e panna. Quando uscii all’aperto, mi soffermai sotto il sole cocente godendomi il suo delizioso calore, controllai la cartina che avevo in mano e fermai un taxi dicendogli di portarmi a Downtown Los Angeles, dove si trovavano i motel più economici. Quello che avevo trovato sulla guida era un motel con due stelline della catena Super Eight, costava 60 dollari a notte e offriva una stanza con letto singolo, bagno, televisore e colazione compresa nel prezzo. Mi piacque. Era senza troppe pretese, adatto per passarci qualche notte. Prenotai la stanza per tre giorni, ma lasciai intendere alla receptionist che avrei potuto 60


soggiornare per più tempo. Mi sistemai nella mia camera che era spaziosa e pulita, ben tenuta, certamente migliore del motel di New York in cui avevo vissuto per quasi due mesi. Mi feci una doccia e impiegai il pomeriggio per visitare la città, uscendo in maglietta, bermuda e snickers, proprio come un comune turista. Visitai il centro di Los Angeles, la zona di Hollywood, il bellissimo quartiere di Beverly Hills, scesi a piedi fino alla spiaggia di Santa Monica e passeggiai sulla sabbia guardando i ragazzi che facevano surf tra le onde dell’oceano. Non avevo mai visto il mare dal vivo nei miei ventidue anni di vita da buskers, era la prima volta, ne rimasi affascinato, mi riempii i polmoni dell’odore di sale impregnato nell’aria, mi rifeci gli occhi guardando le ragazze in bikini colorati che giocavano a beach-volley sulla spiaggia, e pensai che Los Angeles era più bella di New York. Avevo vissuto troppo a lungo in Polonia, c’era un mondo intero da scoprire, altri paesi, altre nazioni, città meravigliose che avevo visto solo nei film o sui libri di geografia e che adesso volevo vedere con i miei occhi e visitare camminando nel centro del loro cuore pulsante. Completai il mio giro turistico passeggiando sulla Walk Of Fame tappezzata dalle stelle delle celebrità del mondo della musica e del cinema, attraversando il Sunset Strip con i suoi club notturni festaioli. Era un mondo luccicante, inebriante, mi piacque a prima vista. Tornai al motel a piedi, mangiando un tacos piccantissimo mentre camminavo, finii di bere la mia birra e salii nella mia camera. Guardai un po’ di tv

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facendo zapping da un canale all’altro, poi mi addormentai sul letto comodo con la finestra aperta. Il mattino dopo, il mio primo pensiero fu rivolto a mio padre. Era vicinissimo. E stavo per incontrarlo. Finalmente. Mi vestii bene, indossando una camicia bianca leggera con le maniche arrotolate fino ai gomiti, il miglior paio di jeans che possedevo, stivali di cuoio e Stetson sul capo. Consumai la colazione nella hall del motel, quindi presi un taxi e dissi al conducente di portarmi a Santa Ana, al 64 di Cypress Avenue. Durante il tragitto iniziai a innervosirmi, mi prese l’ansia, e quando il tassista si fermò di fronte ad una villetta bassa in mattoni beige con la veranda, il giardino ben rasato pieno di aiuole fiorite, il vialetto d’ingresso in cemento e due auto parcheggiate nello spiazzo antistante il garage, mi feci coraggio e scesi. Guardai l’orologio da polso, segnava le 10:30 del mattino, era Domenica, il 7 Novembre 2009. Percorsi il vialetto lentamente, sostai sull’ingresso e dopo alcuni minuti mi decisi a suonare il campanello. Silenzio. E poi sentii una voce femminile proveniente dall’interno che diceva “Vado io, mamma!”. Mi batteva forte il cuore, ero teso come una corda di violino. Quando la porta dipinta di verde si aprì, mi ritrovai faccia a faccia con una ragazza dai lunghi capelli castani e gli occhi verdi che mi assomigliava terribilmente. Mi guardò e disse: “Salve.” Mi levai lo Stetson e lo tenni fra le mani. “Salve”, replicai, sorridendo. “Disturbo?” “No, non disturbi. Posso sapere chi sei?”

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Ero di fronte alla mia sorellastra, che non doveva avere più di 19 o 20 anni. Esitai, poi risposi: “Mi chiamo Matisse Bociek e vengo da New York. Sto cercando il professore Sean Carter, avrei bisogno di parlargli.” La ragazza mi guardò in silenzio per un lungo momento, in piedi sulla soglia di casa. “Come hai avuto questo indirizzo?”, mi chiese. “Ho chiesto informazioni alla Boston University. Mi hanno riferito che il professore si è trasferito qui a Santa Ana tre anni fa e mi hanno dato l’indirizzo.” “E tu come conosci mio padre? Eri un suo studente a New York, o a Boston?” Non potevo dirle chi ero, non così su due piedi, quindi inventai una bugia per giustificare la mia presenza lì. “Aspiravo a seguire il suo corso di musica a Boston… Sono un musicista.” “Quindi non l’hai mai conosciuto?” “No, non ho avuto questo piacere.” La ragazza annuì, poi uscì sul portico e si chiuse la porta alle spalle. “Forse ho sbagliato a venire… Non avrei dovuto disturbarvi, specialmente di Domenica mattina”, dissi, passandomi una mano fra i capelli con un gesto che tradiva il mio disagio. “Oh no, figurati, hai fatto bene a passare.” Mi sorrise, ma sembrava a disagio pure lei. “Il professore non è in casa?”, domandai.

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“No, non c’è… Mio padre… Ecco, sai, mio padre ci ha lasciati l’anno scorso, improvvisamente.” Ascoltai le sue parole ma non ne capii subito il senso. “Vuoi dire che si è trasferito ancora?”, azzardai. Lei scosse il capo. “No. Intendevo dire che mio padre non c’è più… Ha avuto un brutto incidente d’auto e non ce l’ha fatta… E’ morto.” La fissai negli occhi verdi come i miei, una vertigine mi fece barcollare all’indietro, dovetti posare una mano sul balcone in legno per sorreggermi. Non era possibile. Non stava capitando a me. Non potevo essere così sfortunato. “Ti senti bene?”, mi chiese la mia giovane sorellastra. Non le risposi, non sapevo cosa dire. Mio padre era morto. Deceduto. Scomparso per sempre. Ero arrivato troppo tardi. Non lo avrei mai incontrato, mai conosciuto, mai abbracciato. E lui non avrebbe mai saputo di me. “Scusami. Mi dispiace per tuo padre. Veramente. Ora devo andare, devo proprio andare…”, dissi, voltandomi per scendere il vialetto. “Hey! Aspetta un attimo!” La ragazza mi corse dietro, mi afferrò per un polso e mi guardò dritto negli occhi. “Non andare via. Ti sembrerà assurdo, ma… Sei tale e quale a mio padre da giovane… Gli somigli così tanto… Hai il suo stesso aspetto del periodo in cui frequentava l’università.” “Dev’esse un caso, una coincidenza.” “No, io non credo… Come hai detto che ti chiami?” “Matisse Bociek. Sono polacco.”

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“Mio padre ha trascorso l’estate in Europa nel 1991, poco prima di cominciare ad insegnare, ed è stato in Polonia, me lo ricordo bene. Diceva che le ragazze polacche erano bellissime, e che una gli era rimasta impressa nella mente. Ho sempre pensato che avesse avuto una relazione con quella donna di Varsavia, e adesso spunti tu, un giovane polacco che assomiglia a mio padre e lo sta cercando… Chi sei veramente? E perché volevi vederlo?” “Non ha più importanza ormai.” “Perché? Perché non ha più importanza?” “Perché tuo padre è morto.” Bastò quella frase a farle capire tutto. “Sei suo figlio… E’ così?” “No, ti sbagli, non sono nessuno. E tu non mi hai mai visto.” Sottrassi il polso alla sua stretta e tentai di andarmene, ma lei si aggrappò al mio braccio. “Non mi è rimasto più nulla di lui, se sei suo figlio devi dirmelo, ho il diritto di saperlo!” “Ti prego, lasciami andare.” “Rispondimi! Sei suo figlio? Sei il mio fratellastro?” Mi arresi alla sua insistenza e con gli occhi lucidi di lacrime le dissi: “Desideravo conoscerlo da ventidue anni, fargli sapere che esistevo, scoprire se era simile a me, ma sono arrivato tardi, ho aspettato troppo.” “Allora è vero… Sei suo figlio!” “Lui non lo sapeva. Non lo saprà mai.” “Oh Dio… Sei mio fratello… Un fratello maschio.”

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Mi abbracciò, stringendosi contro di me. Sembrava felice che io fossi lì, felice di conoscermi, di sapere che esistevo. Mentre mi stringeva, la porta di casa si aprì e sulla soglia comparvero una ragazzina sui 16 anni e una bambina sui 12 o 13, tutte e due con gli occhi verdi e i capelli lisci e castani, e dietro di loro una donna bionda che poteva avere l’età di mia madre. E in quel momento compresi che avevo tre sorellastre e una matrigna.

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7 Quando ero patito da New York per incontrare mio padre ed ero arrivato a Los Angeles, mi sarei aspettato di tutto tranne che scoprire che Sean Carter era morto un anno prima in un incidente stradale causato da un pirata della strada ubriaco che era fuggito senza prestargli soccorso ed era stato preso dalla polizia due mesi dopo subendo un processo e una condanna per omicidio colposo e omissione di soccorso. Tutto ciò che mio padre mi aveva lasciato in eredità erano Grace, Emily ed Allyson Carter, le mie bellissime sorellastre, e Lauren Green Carter, sua moglie. Furono loro ad accogliermi nella loro casa di Santa Ana permettendomi di scoprire attraverso i loro ricordi e racconti chi fosse mio padre e che tipo d’uomo fosse stato. Un brillante insegnante di musica con un carattere socievole e affabile, un padre affettuoso e premuroso che aveva sempre sognato di generare un figlio maschio e invece si era ritrovato ad allevare tre figlie femmine, un uomo onesto e semplice dedito alla famiglia e al lavoro che in passato aveva viaggiato in tutta Europa soffermandosi in Polonia dove mia madre Wiktoria lo aveva stregato a passo di flamenco e danza del ventre. La Polonia gli era rimasta nel cuore, e il ricordo della notte fugace trascorsa fra le braccia di mia madre non era mai svanito dalla sua mente. Se avesse saputo che da quell’incontro focoso era nato un figlio 67


maschio tale e quale a lui negli anni di gioventù, non mi avrebbe escluso dalla sua vita, anzi, sarebbe venuto a cercarmi per dare anche a me lo stesso amore di cui avevano goduto le sue figlie. Il destino non ci aveva permesso di incontrarci, le nostre vite si erano schivate di un solo anno, ma le mie sorellastre erano il dono più grande che lui mi aveva lasciato. Grace era la primogenita, 19 anni, studentessa al primo anno di pianoforte all’UCLA, Emily aveva 16 anni, studiava danza moderna e praticava nuoto agonistico, Allyson, la più piccola, 12 anni, era già campionessa di pattinaggio su rotelle nella categoria juniores. Tutte e tre mi somigliavano, fisicamente e caratterialmente, e dopo il nostro primo inaspettato incontro insistettero per ospitarmi in casa loro nella stanza riservata agli ospiti. Desideravano conoscermi, passare del tempo con me, scoprire cosa significasse avere un fratello più grande. Non potevo rifiutare la loro offerta, per questo lasciai il motel di Downtown Los Angeles e mi traferii al 64 di Cypress Avenue con le mie poche cose. Mi chiesero di rimanere fino a Natale, e di passarlo con loro, perché quello sarebbe stato il primo Natale festeggiato senza la presenza rassicurante di Sean. Accettai, ma a patto di non dipendere da loro economicamente. Lauren gestiva un’agenzia di catering, e grazie alle sue conoscenze mi fece ottenere un posto temporaneo come cameriere da sala presso le ville di Beverly Hills dove si tenevano feste private e serate mondane. Fu il primo vero lavoro della mia vita, con tanto di livrea bianca

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immacolata, scarpe tirate a lucido e capelli raccolti a coda dietro la nuca. Lauren m’insegnò a camminare dritto come un damerino reggendo vassoi colmi di calici di cristallo, stendere tovaglie e tovaglioli, apparecchiare piatti e bicchieri, ordinare le posate in base al loro utilizzo. Imparai alla svelta e misi da parte la mia vita da musicista busker per calarmi nei panni del cameriere, lavorando tutti i giorni e guadagnando a sufficienza per contribuire alle spese di casa Carter. Durante il giorno, mentre le ragazze erano impegnate con gli studi, andavo in spiaggia a Santa Monica o a Venice Beach, noleggiavo muta e tavola da surf, e sebbene a fine Novembre l’acqua oceanica fosse gelida e alcune giornate piovose, mi aggregavo ai surfisti locali e imparavo giorno dopo giorno a stare in piedi sulla tavola e a cavalcare le onde senza cadere. Il surf mi piaceva, era emozionante sfidare il mare e lasciarsi sospingere dalla sua forza inarrestabile. Strinsi numerose amicizie con i ragazzi di Los Angeles, ed evitai di tuffarmi fra le braccia delle ragazze californiane che mostravano un chiaro interesse per me. Preferivo passare il mio tempo con i ragazzi sulla spiaggia o a spasso per le strade di Los Angeles, godendomi quei due mesi di libertà e vita nuova. Fu una bellissima esperienza. I momenti più belli erano il risveglio mattutino con Allyson che entrava di corsa nella mia camera e saltellava sul letto per svegliarmi, la colazione in cucina con Emily che mi riempiva il piatto di pancakes dicendomi “Sei sottile come un grissino, devi mangiare di più, altrimenti non ti verranno mai i

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sixpack sulla pancia!”, e il pranzo e la cena in salone, quand’eravamo tutti riuniti insieme e le ragazze raccontavano quello che era accaduto a scuola o all’università. E poi c’erano i momenti in cui Grace si esercitava al pianoforte e io tiravo fuori la mia Scarlett accompagnandola con accordi di chitarra, i dispetti di Allyson che mi faceva il solletico mentre guardavo la tv, Emily che si divertiva a giocare con i miei capelli facendomi tante piccole treccine, e ancora Grace che si svegliava di notte e mi chiamava in salotto per guardare i vecchi filmini di Sean che giocava con le sue bambine da piccole, le nostre chiacchierate sulla vita, sull’amore, sul futuro, Allyson che voleva giocare a basket nel cortile sul retro della casa prima di andare a scuola, gli abbracci di Emily e i suoi “Ti voglio bene, Matisse” sussurrati all’orecchio, gli sguardi divertiti di Lauren quando sorprendevo le ragazze con dei piccoli trucchi d’illusionismo imparati da Dominik Wolski, e le domeniche mattina in chiesa a seguire la messa e subito dopo le visite alla tomba di Sean dove lasciavamo fiori freschi sulla sua lapide in granito. Quando arrivò Natale, toccò a me portare la famiglia Carter a scegliere l’abete più bello da mettere in casa, fui io a decorarlo di luci colorate e a mettere l’angelo di cristallo sulla punta al posto di Sean. Non avevo mai festeggiato il Natale “all’americana”, ero abituato alla semplicità del 25 Dicembre festeggiato con mia madre nella nostra roulotte, con una piccola statuina in gesso di Gesù Bambino nella mangiatoia di legno e ovatta

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poggiata sul tavolo dove mangiavamo pollo alle spezie e dolcetti alla mandorla comprati per quel giorno speciale e poi recitavamo insieme il rosario invocando la benedizione della Vergine Maria. Non c’erano luci colorate, nemmeno un piccolo albero sintetico a cui appendere palline di plastica, e non c’erano regali da scambiarsi e da scartare. Ma lì a Santa Monica fu diverso, un vero Natale fastoso, pieno di gioia e d’amore, con la messa in chiesa a mezzanotte la sera della vigilia, pacchetti da scartare sotto l’abete prima di colazione, canzoncine natalizie allegre che uscivano dallo stereo, un pranzo degno di tale nome con tacchino ripieno, patate dolci, e un sacco di altre delizie da mangiare, e il resto della giornata passato insieme giocando a monopoli e guardando vecchi film natalizi alla tv fino a tardi sgranocchiando popcorn al burro. Con i soldi guadagnati dal mio lavoro di cameriere avevo acquistato dei regali per ciascuna di loro: quattro collanine d’argento uguali con un ciondolo a forma di cuore che si apriva in due parti dove potevano incollare una mia piccolissima fotografia. “E’ solo un pensiero, per ricordarvi di me quando sarò andato via”. Le feci commuovere, e in cambio ricevetti dei regali davvero importanti: l’orologio appartenuto a Sean da parte di Lauren, una delle maglie dei Red Sox indossata da Sean al liceo quando giocava a baseball da parte di Grace, un portafoto a due scomparti con le foto di Sean e la sua famiglia da un lato ed io insieme a loro quattro dal lato opposto donatomi da Emily, e una sciarpa fatta a maglia da Allyson con il mio

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nome ricamato sopra. Fu un bel Natale, sia per me che per loro, indimenticabile. Passate le festività, cominciai a pensare che era arrivato il momento di partire. Non potevo restare lì per sempre, e loro lo sapevano. Ma promisi che le avrei chiamate, di tanto in tanto, per sapere come stavano. Quando Grace mi chiese dove fossi diretto, le risposi che volevo visitare gli Stati Uniti percorrendo la Route 66 da Los Angeles a New York, e poi avrei deciso cosa fare della mia vita. Grace volle farmi un regalo prima che me ne andassi. Mi portò sulla Sunset Boulevard, da un suo amico, Dylan Wood, che aveva un piccolo studio di registrazione privato e gli chiese il favore di farmi incidere gratis il mio demo. Fui sorpreso dal gesto di Grace. Aveva capito quanto fosse importante per me la mia musica. Dylan accettò, e così riuscii finalmente ad incidere i miei pezzi su un demo, 30 tracce in tutto. Fece stampare 100 copie originali del compact-disc con due dischi da 15 tracce ciascuno, e preparò la copertina con una foto di me seduto sul molo di Santa Monica intento a suonare Scarlett e il titolo “Matisse Bociek Carter - Busker’s Heart” stampato sopra. Era stata Grace a scattarmi quella foto, ma non avevo idea di quello che stava escogitando a mia insaputa. “Non saprò mai come ringraziarti”, le dissi mentre tornavamo a casa con i miei cd chiusi in una scatola. “Non mi devi ringraziare. Era il tuo sogno, non potevi andartene da Los Angeles senza averlo realizzato. E poi sei l’unico fratello che ho, e ti voglio bene”.

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“Ti voglio bene anch’io, Grace. Come ne voglio a Emily e a Allyson. Siete le mie sorelle, sangue del mio sangue, sono felice di avervi conosciute.” Il mattino in cui me ne andai, il 12 Gennaio, salutai Lauren e le mie sorelle con baci e abbracci, e la promessa che un giorno sarei tornato a trovarle. Mi salutarono con i lacrimoni agli occhi mentre il taxi mi portava via, e sentii che un pezzetto del mio cuore era rimasto lì con loro, nella casa di mio padre. Chiesi al tassista di fermarsi al cimitero e andai a salutare Sean inginocchiandomi d’innanzi alla sua tomba. Pregai per lui, presi un plettro rosso dal mio zaino e lo seppellii nel terreno sotto i sassolini del rettangolo di pietra del giardinetto tombale. Poi mi chinai a baciare la sua fotografia incastonata nel granito della lapide e sussurrai “Ciao papà. Ti voglio bene.” Risalii nel taxi e mi feci portare a Santa Monica.

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8 Jackson Campbell aveva 24 anni, era un surfista muscoloso, abbronzato, bruno di capelli e di occhi, più alto di me di una spanna, originario di Chicago, che guidava un fuoristrada Range Rover. Eravamo diventati amici sulla spiaggia di Venice Beach, e proprio lui mi aveva chiesto se volevo visitare gli Stati Uniti attraversando in auto la mitica Route 66. Mi era sembrato un viaggio “on the road” eccitante, perciò ci eravamo accordati per affrontare il tragitto insieme. Quando quel giorno il tassista mi scaricò sul Pier di Santa Monica, Jackson mi stava aspettando per partire. Caricai nel portapacchi tutti i miei bagagli e salii sul sedile passeggero. Avrebbe guidato lui, perché io non avevo la patente e non conoscevo nemmeno il tragitto. Jackson invece aveva già percorso la Route 66 da Chicago a Los Angeles per venire a surfare a Santa Monica sei mesi prima, in piena estate, e ora doveva tornare in Illinois per sostenere gli ultimi esami della facoltà di ingegneria che studiava alla University of Chicago. Figlio di un imprenditore e di una manager, aveva tre Visa nel portafogli, il che voleva dire che non avrei dovuto spendere nemmeno un dollaro durante quel viaggio. Offriva sempre lui, e se gli chiedevo perché lo faceva mi rispondeva “Perché sono ricco!” ridendoci sopra. Era un tipo divertente, un po’ sbruffone ma simpatico. 74


Percorrere la Route 66 in macchina significava passare dal sole caldo della California al freddo e alle nebbie dei grandi laghi del nord, per un tragitto di 2.400 miglia, ovvero 4.000 chilometri, percorribili in 15 giorni guidando in media 12 ore al giorno. Calcolammo che saremmo arrivati a Chicago il 27 Gennaio, giorno più o giorno meno, e partimmo da Los Angeles inserendoci sulla highway che avrebbe dovuto portarci dritti a Flagstaff, in Arizona, ma decidemmo che valeva la pena di fare una deviazione verso nord entrando in Nevada e trascorrendo la nostra prima serata e nottata a Las Vegas. Una città spettacolare, che mi lasciò senza fiato, luminosa e piena di attrazioni come un gigantesco luna-park. Non potevamo non fare un salto al Casinò, divertendoci come pazzi alle slot-machine, sui tavoli da poker, e sfidando la roulette. Jackson perse due volte la somma che aveva puntato, ma poi si rifece vincendo la stessa somma con due tiri di dadi consecutivi. Tappa obbligatoria prima di andare a dormire fu uno dei numerosi strip-club, straripante di belle ragazze che si attorcigliavano sui pali in acciaio della passerella da ballo offrendo uno spettacolo di lap-dance piccante e rovente. Dalla comodità lussuosa dell’albergo in cui avevamo pernottato a Las Vegas, ci trasferimmo sui sedili della Range Rover sfrecciando verso Flagstaff, in Arizona. Vedere il Gran Canyon dall’alto di Hopi Point e poi scendere nel cuore della Monument Valley e toccare con mano quelle rocce dal colore arancione fu un’esperienza indimenticabile, quasi surreale, che mi segnò nell’anima

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profondamente. Pernottammo in uno di quei fatiscenti motel che si vedevano nei film, e a colazione ci concedemmo l’assaggio della famosa crostata di ciliegie che veniva servita in quasi tutte le tavole calde del sud degli Stati Uniti. Proseguimmo per Albuquerque e Santa Fe, entrambe in New Mexico, visitando la Historic Old Town, il Museo del Popolo Indiano, mangiando cibi messicani di cui non rammento più i nomi in un ristorante tipico e finendo la giornata con una sana dormita al Four Seasons Resort Rancho Encantado. La tappa di Amarillo, in Texas, ci accolse con il suo Painted Desert, costituito da una fila di auto variopinte piantate in verticale nel terreno, e una visita immancabile al Rodeo di Houston e ai numerosi ranche dove venivano addestrati i cavalli più selvaggi e indomabili. Oklahoma City, in Oklahoma, ci offrì la visione dal vivo di un modesto tornado che fortunatamente non provocò troppo danni, ma per sicurezza facemmo sosta in un motel della città per tre giorni di seguito, finché lo stato di pericolo non fu revocato. Proseguimmo verso Tulsa, con la radio altissima in auto che ci riempiva le orecchie di canzoni country e western, e giusto per divertirci un po’ deviammo in Tennessee alla volta di Memphis e Nashville, dove Jackson mi trascinò a ballare nei bar affollati da stupende femmine che mi insegnarono il passo a due e la line-dance di gruppo. Le bistecche di Nashville erano succulente e burrose tanto quanto quelle del Texas, e la birra era assolutamente deliziosa.

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A forza di bere, mangiare, ballare e assistere a serate di musica country dal vivo, la nostra tabella di marcia rallentò di tre giorni, ma recuperammo le miglia perdute dirigendoci a Saint Louis, in Missouri, dove ammirammo il Gateway Arch, un gigantesco arco alto quasi duecento metri sospeso sul fiume Missouri. Nella tappa di Springfield, in Illinois, rendemmo omaggio alla tomba di Abraham Lincoln, visitammo la Libreria e il Museo Presidenziali e il Campidoglio, quindi ci rimettemmo in viaggio verso Chicago, la città ventosa, così chiamata per via delle correnti fresche che soffiavano sulla città dai grandi laghi del nord. Il nostro viaggio lungo la Route 66 era terminato con cinque giorni d’anticipo, era il 22 Gennaio e Jackson mi fece da guida turistica mostrandomi la sua città natale, con i grandi palazzi vetrati svettanti verso il cielo e le sculture a forma di uovo e di fagiolo disseminate nel centro cittadino. Cenammo insieme in un ristorante affacciato sul Lago Michigan che offriva un menù esclusivamente a base di pesce, brindammo con vero champagne al nostro spassoso viaggio e alla nostra amicizia. Jackson abitava in un appartamento lussuoso al decimo piano di un ricco palazzo residenziale, mi ospitò per la notte e gli dissi che il giorno seguente sarei ripartito per New York. La mia vecchia vita mi aspettava, ero ansioso di rivedere Blake e raccontargli di mio padre, delle mie sorellastre, della California, e del fantastico viaggio lungo la Route 66. Avevo voglia di riprendere a suonare alla steak-house, indossando nuovamente i

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panni del busker, perchĂŠ infondo era questo che ero veramente, un artista di strada, e sentivo la mancanza delle mie esibizioni con Scarlett. Mia madre mi diceva sempre che ero “nato nomadeâ€? e che nomade sarei rimasto per sempre. Considerai che era vero. Mi piaceva girare il mondo, spostarmi da un posto all’altro, vivere alla giornata, senza mettere radici. Mi addormentai con quei pensieri, preparandomi ad intraprendere una nuova tappa della mia avventura come cittadino del mondo e figlio dell’universo.

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9 Fui felice di rimettere piede a New York. Ripresi subito ad esibirmi da “Blake’s”, tornando ad essere il busker di sempre. Trovai un monolocale nelle vicinanze della steakhouse con un affitto molto basso e la mia vita assunse un aspetto abitudinario. Colazione mattutina nelle tavole calde o nei bar, qualche ora spesa a zonzo tra Manhattan e Central Park, un hot-dog o un cheeseburger a pranzo, l’attesa che si facesse sera, cena gratuita offerta da Blake e poi due ore di esibizione per i clienti del locale. Il mio repertorio musicale era cambiato, non suonavo più i soliti classici che tutti conoscevano, proponevo le mie canzoni, i pezzi che avevo scritto e composto da me, e alla gente piacevano, anche quelli in polacco. Le 100 copie del mio demo stampate a Los Angeles furono acquistate tutte nell’arco di due serate al prezzo di 10 dollari, così ne feci stampare altre 200 copie in un negozio di elettronica che offriva servizi di masterizzazione a basso costo. Suonavo, ricavavo denaro, vendevo i miei cd, ne facevo masterizzare degli altri. Divenne un ciclo continuo, soddisfacente e appagante. Il rigido inverno newyorkese con le sue nevicate copiose lasciò ben presto il posto ad una gradevole primavera mite e soleggiata seguita da una torrida e afosa estate con temperature da record e l’allarme di siccità, ma poi comparve l’autunno, portando con sé giornate umide e 79


piovose che annunciavano l’arrivo di un nuovo freddo inverno. Trascorse un anno senza che me ne rendessi conto, e proprio quando iniziavo a sentirmi “quasi” newyorkese, la mia indomabile indole nomade cominciò a rendermi inquieto. Sentivo che era tempo di partire di nuovo, cambiare aria, vedere altri posti, migrare verso nuovi orizzonti. Poco prima di Natale, una sera un uomo alto dall’aspetto curato, capelli biondi tagliati corti, occhi azzurri e barba con pizzetto disse a Blake che desiderava parlarmi. Si chiamava Maxwell Bennett, era il proprietario di una piccola etichetta discografica indipendente di Manhattan, aveva sentito parlare di me ed era venuto a vedermi di persona. Mi fece i complimenti per la mia esibizione e per i pezzi del mio demo, e mi propose un incontro a pranzo per il giorno successivo al ristorante “Bella Vita” di Manhattan. Voleva propormi un contratto, e discutere di ciò mangiando della buona cucina italiana. Sembrava un tipo onesto, seriamente interessato alla mia musica, e intravidi nella sua proposta la possibilità di realizzare il mio sogno di diventare un cantautore affermato. Il giorno dopo mi presentai al “Bella Vita” a mezzogiorno in punto, come stabilito, e Maxwell Bennett scese da un taxi nello stesso momento. Aveva prenotato un tavolo appartato, lontano dal brusio della sala principale, prendemmo posto sulle poltroncine di velluto blu e ordinammo il pranzo dal menù. Pasticcio al ragù di carne, scaloppina al limone con contorno di insalata mista, tiramisù al caffè e gelato alla vaniglia con sciroppo di cacao. Durante il pasto

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Maxwell mi disse che i suoi collaboratori avevano ascoltato il mio demo ed erano interessati a farmelo incidere di nuovo apportando alcune migliorie al suono, in modo da perfezionare i singoli pezzi. Fatto questo, il contratto iniziale di un anno prevedeva la pubblicazione del mio album in vinile e in compact-disc a livello nazionale con la sponsorizzazione presso le stazioni radiofoniche più note, una serie di concerti live nei club più in voga del paese e la possibilità di girare anche un videoclip con il singolo di lancio scelto da me. Era un’offerta che nessuno avrebbe rifiutato, specialmente un giovane musicista che desiderava sfondare nel circuito musicale statunitense, eppure al termine del pranzo mi chiesi quale prezzo avrei dovuto pagare per ottenere tutto quello che Maxwell mi stava promettendo. La mia musica era un genere di nicchia, non ero un artista pop che poteva garantire un successo assicurato, mi sembrava difficile che Maxwell e i suoi collaboratori potessero veramente portarmi al successo. Non ero sicuro di voler accettare la sua proposta, anche se mi allettava parecchio. Avevo il presentimento che Maxwell volesse qualcosa in cambio, ma non avevo idea di cosa mi nascondesse. Al termine del pranzo, quando mi chiese se ero intenzionato ad accettare la sua proposta, gli risposi che preferivo pensarci sopra attentamente. Lui mi guardò stupito. Non si aspettava quella risposta dubbiosa. Era convinto che avrei accettato al volo. Allora mi domandò: “Qual è il problema? Cos’è che non ti convince?” “Mi stai offrendo troppo. Io non valgo così tanto.”

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“Tu ti sottovaluti, Matisse. Hai del talento, una bella voce, sei estremamente bello… Hai tutte le carte in regola per avere successo, credimi.” “E a quale prezzo?” Maxwell fece spallucce. “Non mi sembra di averti chiesto nulla, ti sto offrendo tutto questo gratis.” “Appunto. Nessuno mi ha mai regalato niente senza volere qualcosa in cambio, tu che cosa vuoi da me?” Lui rise. “Cosa voglio io da te?” Lo sfidai con lo sguardo per capire fino a che punto voleva seguitare a prendermi per i fondelli, e lui mi fissò in silenzio per un lungo attimo. Poi disse: “Hai ragione. Tutto ha un prezzo. Anche la mia offerta. Se non vuoi accettarla, alzati subito e sparisci dalla mia vista. Ma se non vuoi gettare al vento la possibilità reale di diventare qualcuno, allora resta seduto e paga il piccolo prezzo che ti chiedo per regalarti il sogno che desideri da una vita.” “E’ un compromesso?” “Matisse, la vita è piena di compromessi. Non andrai mai da nessuna parte se non imparerai ad accettare che quando vuoi qualcosa puoi ottenerlo solo pagando il dovuto prezzo. Lo fanno tutti prima o poi, per uscire dalla nullità e diventare qualcuno di importante…” Mi sentii messo alle strette. Maxwell mi stava offrendo quello che desideravo da sempre e il mio orgoglio desiderava accettare la sua offerta, ma la ragione mi diceva che non potevo farlo su richiesta di un compromesso.

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“Allora? Te ne vai o rimani?”, m’incalzò Maxwell. “Dimmi cosa vuoi da me, quale prezzo devo pagare.” Maxwell si schiarì la gola e si sporse verso di me. “Accompagnami in bagno e lo scoprirai.” Quando sentii quella frase, mi tornarono in mente le parole pronunciate da Fabian due anni prima: “Se un uomo che non conosci ti chiede di accompagnarlo in bagno, non lo fa per scambiare due chiacchiere mentre fate pipì insieme, ma perché gli piaci e vuole solo una cosa da te: farti un blow-job oppure fare sesso con te”. Allora capii cosa voleva Maxwell da me. Una prestazione sessuale gratuita in cambio di un contratto discografico. Significava vendere il mio corpo per realizzare un sogno, calpestare la mia dignità per ottenere la fama. Ammesso che il successo fosse arrivato davvero. Non avevo garanzie. Poteva anche essere un flop totale. Fu per questo che risposi: “Mi dispiace, Maxwell, non posso accettare. E’ un prezzo troppo alto, un compromesso inammissibile. Tieniti pure la tua offerta, non mi interessa più.” Mi alzai dalla poltroncina, presi il mio parka imbottito e mi allontanai dal tavolo senza voltarmi indietro. “Sei un perdente, Matisse! Resterai per sempre un misero busker squattrinato e senza futuro!”, esclamò Maxwell alle mie spalle. Non replicai. Potevo essere povero, un busker senza futuro destinato a vivere sulla strada elemosinando il denaro degli altri, ma non avrei rinunciato alla mia dignità e tantomeno ai valori in cui credevo. Uscii dal

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ristorante a passo spedito con la consapevolezza che il mio sogno di sfondare e diventare un musicista vero era sfumata in pochi secondi, ma non rimpiansi mai la decisione che avevo preso quel giorno. In seguito scoprii che Maxwell Bennett era un ambiguo personaggio che in molti a Manhattan conoscevano per essere un discografico fallito dedito al reclutaggio di giovani artisti in cerca di fama che lui circuiva con false promesse al solo scopo di rimpolpare il suo giro di prostituzione illegale. Un vero topo di fogna al quale ero sfuggito lasciandolo a bocca asciutta. Ringraziai Dio per avermi protetto da quella che poteva essere la strada della perdizione anzichÊ la via per il successo, e promisi a me stesso che avrei continuato ad essere il busker di strada Matisse Bociek Carter, nient’altro di piÚ.

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10 Una settimana dopo, a pochi giorni dalle festività natalizie, lasciai New York in compagnia di una rock & folk band che si faceva chiamare No Homeland, “Senza Patria”. Erano un gruppo di buskers che avevo visto esibirsi più di una volta a Manhattan, non li conoscevo bene, ma da quel poco che avevo ascoltato passeggiando lungo i viali di Central Park, potevo dire che la loro musica era orecchiabile e piacevole. Ricordavano le sonorità degli U2, dei Green Day, e dei Bon Jovi mescolati insieme. Erano in cinque membri: cantante, chitarrista solista, bassista, batterista e violinista. Cercavano un sesto membro munito di chitarra acustica che rendesse completo l’assetto musicale della loro band. Dopo l’episodio spiacevole accaduto con Maxwell Bennett avevo deciso di andarmene per sempre da New York, e sebbene fossi abituato a vivere da solo e a suonare come cantautore, colsi al volo l’opportunità di unirmi ai No Homeland come chitarrista di accompagnamento. Ebbi modo di conoscerli e di parlare con loro seduto al tavolo di un McDonald. Il fondatore della band, Alex Neeson, capelli da punk neri e blu, era originario di Boston e aveva il ruolo di cantante e songwriter. Noha e Samuel Roberts erano fratelli gemelli, entrambi biondi e capelloni, nati in New Jersey, rispettivamente chitarrista solista e bassista. Luke Sullivan, batterista, testa rasata da 85


marine, proveniva da Washington. E Logan Delany, violinista, pettinato da emo con ciuffo nero e rosso scarlatto spiovente sugli occhi bordati di eyeliner arrivava dai sobborghi di Filadelfia. Erano tutti buskers, età compresa fra i 22 e i 24 anni, avevano inciso anche loro un demo, si spostavano di continuo in giro per il mondo, e dopo sei mesi trascorsi a New York si apprestavano a volare a Londra, dove il movimento dei buskers era piuttosto attivo. Mi dissero che andavo bene per la loro band e che essendo un cantautore avrei potuto mantenere quel ruolo all’interno del gruppo esibendomi come solista con un paio di canzoni. A me interessava solo andarmene da New York e loro erano la giusta scusante per farlo. Fin dall’inizio mi trovai bene con ciascuno di loro. Erano ragazzi cresciuti sulla strada e in mezzo ai buskers come me, erano persone semplici, amanti della musica, senza radici come mi sentivo io. Alex era il più folle, un vero punk, pieno di tatuaggi e piercing, spericolato skater, Noha e Samuel erano più tranquilli, due tipi da bar, birra e salatini, Luke aveva una passione smodata per le belle ragazze e le serate in discoteca, Logan era il più introverso, taciturno e solitario, molto simile a me nel suo desiderio di avere un spazio tutto per sé. Sbarcammo a Londra dopo un volo aereo di sette ore, nevicava e il Natale era nell’aria, nelle vetrine addobbate dei negozi, nelle luminarie appese sopra le strade. Alex aveva un’agenda piena zeppa di contatti in vari paesi del mondo, e lì a Londra poteva contare sull’aiuto di un amico che possedeva un bilocale sopra un negozio di

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antiquariato nella zona di Carnaby Street. Era un appartamentino ammobiliato con cucinino, salottino, due camere da letto e un bagno con doccia. Essendo in sei, potevamo scegliere di dormire in tre per stanza oppure a coppie di due. Scegliemmo questa soluzione. Alex e Luke in una stanza, Noha e Samuel nell’altra, Logan ed io sistemati sul divano-letto del salottino. Festeggiammo il giorno di Natale insieme, decorando la stanza con luci colorate appese al soffitto, mangiando uova fritte con bacon, salsiccia e pane tostato per colazione, pasticcio di manzo in crosta e pesce di mare impanato con patate fritte per pranzo, un misto di formaggi Cheddar, Stilton e Cornish Yarg annaffiati con birra scura per cena, il tutto acquistato con poche sterline in un take-away a due passi dall’appartamento. La neve cadde copiosamente anche a Capodanno, rendendo impraticabili le strade, perciò approfittammo delle condizioni meteorologiche proibitive per restare tappati in casa a provare i nostri reciproci repertori musicali in previsione delle future esibizioni all’aperto che ci aspettavano di lì a pochi giorni. Passate le feste e ottenuta la “Busking Licence”, una licenza obbligatoria per esibirsi a Londra come buskers, cominciammo a suonare nei parchi pubblici londinesi, dall’immenso Hyde Park al St. James’s Park, passando per Holland Park, Richmond Park, Regent’s Park e Bushy Park. Suonavamo anche a Covent Garden, lungo le strade di Notting Hill e nel quartiere di Soho, a Camden e a Brixton, e nei giorni di pioggia o di freddo intenso trovavamo un angolino riparato all’interno della London

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Underground. I londinesi andavano meno di fretta dei newyorkesi, apprezzavano molto le nostre esibizioni ed erano più generosi con le offerte di sterline. A fine giornata dividevamo il guadagno in sei parti uguali e il giorno dopo si ricominciava da capo. Con l’arrivo della bella stagione e dei numerosi turisti stranieri i guadagni aumentarono, e certe sere, dopo quello che per noi era “lavoro”, uscivamo a far baldoria nei pub. Quando Luke proponeva delle serate in discoteca per rimorchiare ragazze carine da portare a casa per la notte, Logan era sempre quello che si rifiutava di seguirci e preferiva restare a casa da solo. I ragazzi non insistevano più di tanto, ma a me dispiaceva che rimanesse da solo e non capivo il motivo del suo desiderio di emarginarsi dal resto del gruppo. Quando gli chiesi perché non venisse con noi a ballare e a rimorchiare ragazze, lui mi rispose senza problemi dicendomi “Non mi piacciono le donne”. Così come era stato con Fabian, mi ritrovai per la seconda volta ad avere un amico gay. Alex e gli altri ragazzi erano a conoscenza della sua omosessualità, solo io non ne sapevo nulla. Fino a quando non me lo disse lui. Gli dissi che il fatto che fosse gay non era affatto un problema per me e gli proposi di andare insieme nei gay-club, dove si sarebbe potuto sentire più a suo agio, ma Logan non viveva per niente bene la sua omosessualità, non era come Fabian, Logan si vergognava di essere ciò che era e faticava ad accettarsi. Cominciai a passare più tempo con lui, per non farlo sentire solo e “diverso”, gli raccontai di Fabian e della mia

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esperienza con il modello Stefan a Varsavia. Logan ci rise sopra e lentamente iniziò ad aprirsi, a contare su di me, ad uscire in mia compagnia. Riuscii a trascinarlo in discoteca, perché sapeva che non ero come Luke, che tentava sempre di fargli piacere le donne pur sapendo che era gay. Il nostro rapporto amichevole e confidenziale divenne qualcosa di più profondo. Logan mi guardava con occhi diversi, e di notte, mentre dormivamo, cercava la mia mano per stringerla nella sua, oppure mi abbracciava con la scusa che sentiva freddo. Sapevo che in realtà provava dell’altro per me e spesso mi chiedevo se fosse sbagliato dargli troppa corda. In realtà, Logan era un ragazzo davvero bello, molto più androgino di me, poteva essere scambiato per una ragazza mascolina, e proprio quel suo aspetto in bilico tra maschio e femmina mi stuzzicava e mi incuriosiva, lo trovavo attraente ed eccitante, e il fatto che Logan mi abbracciasse di notte o cercasse la mia mano non mi dava fastidio. Spesso m’incantavo a guardarlo mentre si esibiva nei suoi assoli di violino sulle strade di Londra e mi prendeva una strana e inspiegabile eccitazione, il desiderio di baciare le sue labbra carnose da ragazza o il suo collo lungo e sottile come quello di un cigno. Rimorchiavo regolarmente delle belle inglesine disposte a fare sesso senza impegno, mi divertivo con loro e sfogavo il mio appetito sessuale tra le loro cosce candide, eppure il pensiero di Logan e della sua bellezza ambigua mi scombussolava gli ormoni ogni volta che posavo gli occhi su di lui. Non riuscivo a spiegarmi il perché di quella voglia di essere intimo con lui, era la

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prima volta che mi capitava di sentirmi attratto da un maschio e non ero certo di ciò che provavo. Non era amore, anche se gli volevo bene, era proprio una questione di desiderio fisico verso un essere umano che aveva in sé un mix perfetto di tratti femminili e maschili che lo rendevano particolarmente irresistibile. Nel pieno dell’estate, un Sabato sera io e Logan ci ritrovammo da soli nell’appartamento. Alex e gli altri erano usciti come al solito per rimorchiare ragazze facili, faceva caldo, un’afa tremenda, e io stavo componendo il testo di un nuovo pezzo, per questo avevo rinunciato ad uscire di casa. Alla radio stava passando una canzone di Anderson East intitolata “Say Anything”, una ballad romantica sull’amore. Confesso che ero un po’ brillo di birra ma non ubriaco, ero lucido quando presi Logan per mano e gli dissi “Vieni qui, balliamo un po’ insieme”, e lui mi si strinse addosso contro il torace sudato. Mi guardava negli occhi, diventati improvvisamente languidi, e io gli sorridevo. Non riuscimmo a ballare l’intera canzone. Ci accasciammo sul divano-letto e Logan mi prese la bocca in un bacio timido e dolce. Risposi al suo bacio con altrettanta tenerezza, mentre lui mi accarezzava il petto e le braccia, affondava le mani nei miei capelli, si sdraiava su di me. Eravamo consapevoli di ciò che facevamo, lui lo desiderava moltissimo, io ero curioso di sperimentare un tipo d’amore che ancora non conoscevo. Quello che accadde dopo fu naturale come se Logan fosse una donna, ma in realtà non lo era, era un ragazzo come me, fatto come me, eppure le sue carezze e i suoi baci mi piacevano

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e mi eccitavano. Gli lasciai fare, perché non sapevo come comportarmi, mentre lui aveva le idee ben chiare su ciò che desiderava. Fu strano, all’inizio, perché non avevo mai fatto sesso con un maschio, ero abituato ai morbidi corpi femminili, ero certo di essere eterosessuale e di preferire le donne, però Logan sapeva come darmi piacere, e io sapevo come darne a lui. Ci rotolammo sul divano-letto sperimentando un tipo di rapporto sessuale che per me era nuovo, Logan era un gay passivo ed io non ebbi problemi a calarmi nel ruolo del maschio attivo. Logan non pretese di invertire i nostri ruoli, sapeva bene che non avrei accettato di essere io la preda e lui il cacciatore, l’attrazione che ci aveva spinti l’uno tra le braccia dell’altro era una questione puramente chimica, un bisogno fisico di dare sfogo ai nostri ormoni impazziti. Alla fine, quando ci ritrovammo sdraiati vicini nel silenzio immobile della notte, Logan mi disse “Lo so che non sei gay e che non mi ami, però ammettilo, ti è piaciuto scoparmi”. Dovetti confessargli che era vero. Mi era piaciuto fare sesso con Logan, ne avevo sentito il bisogno, anche se ciò che provavo per lui non era amore, era solo attrazione fisica amplificata dalla nostra profonda amicizia. E non mi importava che lui fosse un maschio, quell’alchimia strana che ci aveva spinti fino al sesso era la stessa che provavo per le donne con cui facevo l’amore ogni fine settimana, era la semplice fusione di due corpi molto eccitati. Mi addormentai fra le braccia di Logan nel caldo appiccicoso di quella notte d’Agosto senz’alito di vento e quando i ragazzi della band

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rientrarono poco dopo, mezzi ubriachi e carichi di adrenalina, ci svegliarono con le loro risate chiassose e ci guardarono alquanto sorpresi nel trovarci a letto assieme completamente nudi e accaldati dal sesso consumato poco prima. “Ragazzi, cos’è successo tra voi due mentre noi eravamo via? C’è odore di sesso qui dentro”, disse Alex ridendo. Logan si alzò dal letto scocciato e senza dire una parola s’infilo in bagno. “Hey, Logan, non volevo farmi gli affari tuoi, dicevo tanto per dire… Non ti offendere, okay?” Mi alzai in piedi a mia volta e Alex mi domandò: “Sei gay anche tu? Tanto per sapere…” “Lo sai che non lo sono.” “Però ti sei fatto Logan, ti si legge in faccia.” “E allora? Il sesso è sesso, donna o uomo è uguale.” “Lo pensi davvero? Caspita, dovrò provare anch’io a scoparmi qualcuno uno di questi giorni.” “Perché no? Potrebbe anche piacerti.” Alex mi diede una pacca sulla spalla sogghignando e io raggiunsi Logan in bagno sotto il getto rinfrescante della doccia. “Logan, è tutto okay?”, gli chiesi. “Ci stanno prendendo in giro?” “No, perché dovrebbero farlo? Alex è un po’ ubriaco, stava solo scherzando, sai com’è fatto.” “Però hanno capito tutti che abbiamo fatto sesso.” “E dov’è il problema? Ti vergogni di quello che fai?”

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“Non m’interessa cosa pensano di me, non voglio che per colpa mia si divertano a stuzzicare te.” “Non lo faranno, né con me, né con te. Sono nostri amici, Logan. Perché sei così prevenuto?” Lo abbracciai, e lui mi strinse forse contro il suo petto. “Scusa, sono uno scemo.” “Appunto. Stai tranquillo, e vivi la vita così come viene.” “Come fai tu?... Va bene, ci proverò.” “Promesso?” “Sì, promesso.” “Bravo. Tira fuori le palle, ce le hai anche se sei gay.” Lo feci ridere, e pensai che Logan era la persona più fragile e insicura che avessi mai conosciuto. Anche per questo mi sentivo quasi in dovere di proteggerlo e di renderlo felice. Finita la doccia, ritornammo in soggiorno e Logan rifece il letto stendendo delle lenzuola pulite. I ragazzi della band erano andati a dormire chiudendosi nelle loro stanze, ma Alex aveva lasciato un biglietto sul cuscino di Logan. “Scusami per prima. Ti voglio bene, Alex”. Lui sorrise, apprezzando il gesto del nostro pazzo compagno di ventura. Mi sdraiai sul letto e Logan mi raggiunse, cercando la mia mano per stringersela contro il petto. Pensai che l’amore doveva essere così. Un sentimento vero, puro, incondizionato, intoccabile e ingiudicabile.

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11 Trascorsi i due anni successivi della mia vita al seguito dei No Homeland, e il legame nato ad Agosto con Logan diventò qualcosa di più forte di una semplice amicizia. Logan mi amava, mi considerava il suo compagno, e io contraccambiavo quel sentimento che nasceva spontaneo dal mio cuore. Il nostro rapporto inizialmente molto fisico e intimo con il passare dei mesi divenne più sentimentale, basato sulla complicità, sulla fiducia reciproca, sul bisogno comune ad entrambi di donare amore e riceverne altrettanto in cambio, sulla necessità di avere una persona al fianco capace di offrire tenerezza e dolcezza, anche con un semplice sguardo, una carezza o un bacio. I ragazzi della band si abituarono al fatto di vederci sempre insieme, non facevano caso ai nostri abbracci sotto le coperte, ai nostri baci scambiati in pubblico, all’evidenza di un’amicizia che si era spinta ben oltre. Continuavo a rimorchiare ragazze stupende con cui facevo l’amore nei luoghi più disparati, dalle toilette dei night-club alle panchine dei parchi pubblici, talvolta dentro i vagoni deserti della metropolitana, altre volte nei vicoli semibui sul retro delle discoteche. Logan sapeva che scopavo con le donne, e questo lo infastidiva parecchio, ma era innamorato di me e comprendeva il fatto che fossi un eterosessuale costantemente arrapato. Non mi disse mai che gli appartenevo o che dovevo 94


smetterla di fare sesso con le donne, gli bastava sapere che nel mio cuore c’era un posticino per lui, si accontentava dell’affetto che potevo dargli con un bacio, una carezza, un abbraccio sotto le coperte. A volte mi svegliava nel cuore della notte, infilava una mano dentro i miei boxer e mi sussurrava all’orecchio “Scopami, prendimi adesso, ti voglio”, e io lo assecondavo, prendendomi il mio piacere mentre ne donavo a lui la stessa identica dose. Tra noi funzionava così, ed io non mi facevo problemi a vivere una vita in cui oltre alle donne c’era spazio anche per Logan. Per me era una situazione normale, che mi faceva stare bene, ero nel fiore dei miei anni migliori e coglievo tutto ciò che la vita mi offriva senza gettare via nulla. Nel frattempo, la nostra attività come busker band musicale proseguiva senza problemi. Alex aveva stilato una serie di tappe in giro per l’Europa affidandosi al sostegno dei suoi fidati contatti sparsi in numerose città straniere, e dopo la nostra esperienza londinese durata un anno decidemmo di spostarci in Olanda, precisamente ad Amsterdam, agli inizi di Marzo del 2011. Atterrati nella terra dei mulini a vento, dei tulipani, dei canali d’acqua e della marjuana legalizzata, affittammo un furgone usato giallo limone che ci sarebbe servito come mezzo di trasporto dei nostri strumenti. Lo dipingemmo di colore nero opaco utilizzando delle bombolette spray e Samuel, esperto in graffiti, provvide a decorare le fiancante scrivendo il nome No Homeland in fucsia brillante contornato di bianco. Per renderlo più comodo, Luke e

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Alex recuperarono dei sedili dalle vetture abbandonate in un cimitero di automobili e li fissarono all’interno del furgone con viti e bulloni. L’aggiunta di un lettore cd al posto dell’autoradio non più funzionante collegato a due piccole casse stereo completò l’arredamento del veicolo. Quel furgone che non era di certo a norma di legge e tantomeno sicuro divenne il nostro “tour-bus” da buskers improvvisato, dove più di una volta ci ritrovammo anche a passare le notti, visto che l’amico olandese di Alex non era stato in grado di trovarci un appartamento con un affitto adeguato ai nostri guadagni. Amsterdam divenne il nostro “palco di strada” dalla primavera all’estate, e il 30 Agosto, giorno del mio 24’esimo compleanno, ci esibimmo per l’ultima volta prima di metterci in viaggio per la tappa successiva: Berlino. La Germania ci accolse con un autunno piuttosto freddo e piovoso seguito da un inverno rigido e nevoso. Il contatto di Alex ci rimediò una vecchia tappezzeria in disuso dove dormire. Era piena zeppa di divani incellofanati lasciati lì dopo il fallimento dell’azienda, senz’altro un posto comodo, ma dovevamo stare attenti a non farci scoprire dalla polizia tedesca, perché se ci avessero beccato saremmo finiti in centrale con l’accusa di occupazione abusiva di proprietà privata. Fortunatamente ciò non accadde mai, e il nostro soggiorno berlinese filò via liscio. I primi tempi furono magri a causa del freddo e del maltempo che ci impediva di uscire per suonare all’aperto, ma con l’arrivo della primavera la situazione migliorò protraendosi fino all’estate. I luoghi dove

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potevamo esibirci a Berlino erano numerosi, prima fra tutte la Porta Di Brandeburgo, anche se un po’ troppo frequentata da altri buskers che creavano confusione offuscando le sonorità dei nostri pezzi. Al contrario, sotto i ponti di Eberswalderstrasse era possibile suonare in maggiore tranquillità, incontrando altre busker band funky e pop-rock con cui scambiare quattro chiacchiere, mentre tutte le Domeniche avevamo il nostro posto fisso in Mauer Park, dove i berlinesi si portavano le sedie da casa pur di rilassarsi in quell’oasi di verde all’aria aperta. Anche in Alexanderplatz trovavamo il modo di farci notare e conquistare l’attenzione dei passanti. Ma il posto più bello e interessante per noi buskers a Berlino era la zona compresa tra la Warschauer Strasse e l’Oberbaumbruecke. I luoghi più quotati erano proprio davanti alla stazione della U-bahn e sotto l’arcata di Calatrava, dove scorreva la Sprea. La gente si fermava ad ascoltarci, incantata ed eccitata, alcuni ballavano, altri si sedevano sul marciapiede e finivano lì la loro birra. Le notti berlinesi erano lunghissime, non finivano quasi mai prima dell’alba, e questo era per noi un vantaggio, perché più tempo avevamo a disposizione per suonare la nostra musica e più alte erano le possibilità di guadagnare soldi e vendere copie dei nostri cd che regolarmente masterizzavamo da soli con un computer portatile di seconda mano che Noha aveva acquistato in Olanda. Con l’arrivo dell’autunno e dei primi freddi caricammo i nostri bagagli e strumenti sul furgone lasciando la Germania. Il nostro bus di fortuna ci condusse a Vienna,

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in Austria, dove rimanemmo fino all’Ottobre del 2012. All’interno del Wiener Prater, il parco pubblico più grande e famoso della città che ospitava il Wurstelprater, celebre parco giochi con giostre e la ruota panoramica Riesenrad, trovammo numerosi spazi adatti alle nostre esibizioni, in particolare la Hauptallee, un viale immenso che attraversava tutto il parco. I frequentatori del parco giochi e i turisti in particolare erano i nostri migliori ascoltatori, un pubblico interessato ai pezzi punk-rock composti da Alex, alle esibizioni soliste di Logan che sapeva incantare il pubblico con le sonate per violino di Bach, Beethoven e Strauss, e alle mie ballate folk che ricordavano le canzoni e lo stile di Eric Clapton e Bob Dylan, anche se il pezzo “Hallelujah” di Jeff Buckley costituiva il mio cavallo di battaglia preferito e lo eseguivo talmente bene che il pubblico si emozionava e sborsava sempre delle banconote in più dopo averlo ascoltato. Adoravo quella canzone, era il pezzo d’autore che non mancava mai in nessuna delle mie esibizioni. Al contrario di Berlino, lì a Vienna avevamo trovato un ostello per studenti che ospitava anche artisti di strada, e sebbene le camere libere fossero soltanto due per sei persone, ci trovammo bene e vivemmo otto mesi di assoluta felicità e serenità. Avevo 25 anni, amavo la mia vita da busker, mi sentivo libero, la strada, la musica, le belle donne e l’affetto di Logan mi rendevano felice, non avevo bisogno di altro e non facevo progetti per il futuro. Il presente mi bastava.

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Dopo l’Austria ci rimettemmo in strada per raggiungere la Francia. A Parigi ci attendeva un appartamento a Montmartre già abitato da altri tre buskers, ovviamente amici di Alex. Erano Avril Lemaire, ballerina di salsa e merengue, il suo ragazzo e compagno di mestiere Philippe Girard, e il trombettista jazz André Roux, che ci aspettavano e non vedevano l’ora di conoscerci. Partimmo da Vienna al mattino subito dopo colazione e raggiungemmo Zurigo nel pomeriggio, in Svizzera. Facemmo sosta in un autogrill della statale per pranzare e rifornire il nostro bus di gasolio, quindi ripartimmo e oltrepassammo Digione, a nord della Borgogna francese, verso sera inoltrata. Luke diede il cambio ad Alex alla guida e nonostante fosse scesa la notte e avesse iniziato a piovere decidemmo di proseguire diretti a Troyes e infine a Parigi. Lo stereo era acceso, Luke e Alex cantavano le canzoni di un cd dei Green Day per mantenersi belli svegli, Noha e Samuel dormicchiavano sui loro sedili, Logan si stava appisolando fra le mie braccia. La pioggia scrosciava sul parabrezza violentemente e la strada si era fatta scivolosa, ma Luke non aveva intenzione di fermarsi, era abituato a guidare con la pioggia. Ciò che nessuno di noi sapeva era che i freni del nostro furgone non erano ben messi e non potevamo immaginare che uno stupido cervo stava per tagliarci la strada nel bel mezzo della statale. Quando Luke se lo vide spuntare all’improvviso davanti al muso del furgone reagì d’impulso piantando di colpo i piedi sui freni. Contrariamente a quanto si aspettava, i freni non

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risposero ai suoi tentativi di rallentare la corsa e Luke, preso alla sprovvista, sterzò bruscamente a destra per evitare di investire il cervo. Le ruote slittarono sull’asfalto inondato d’acqua, il furgone roteò su se stesso per due o tre volte, quindi invase la carreggiata opposta dell’autostrada, perse stabilità e si ribaltò sul fianco sinistro scivolando sull’asfalto per un centinaio di metri fino a raggiungere il margine della corsia, e lì, trovando il vuoto del fosso sottostante, si ribaltò sottosopra e rotolò su se stesso quattro o cinque volte per poi fermarsi in posizione capovolta. Accadde tutto talmente rapidamente che non ebbi il tempo di rendermene conto. L’impatto mi sollevò dal sedile proiettandomi contro il soffitto del furgone, bagagli e scatoloni contenenti gli strumenti della band mi caddero addosso schiacciandomi con il loro peso, fui sbalzato contro il portellone del retro e poi ricaddi sul pavimento, e infine ruotai sottosopra sbattendo la testa, le gambe e le braccia da un fianco all’altro dell’abitacolo. Mi ritrovai premuto contro il soffitto del furgone ribaltato, dolorante e stordito, con la sensazione che qualcosa mi avesse trafitto il fianco togliendomi il respiro. Tentai di parlare, ma il sangue mi colò in gola direttamente dall’interno del naso, e dopo pochi attimi mi sentii svenire e chiusi gli occhi. Il mio ultimo pensiero fu che stavo morendo e avevo sprecato la mia vita senza combinare nulla di buono. Sentendomi colpevole di aver buttato all’aria il dono più grande che mi era stato fatto, la mia stessa vita, nella mia mente implorai che Dio mi perdonasse e mi salvasse.

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Quando si è giovani si pensa ingenuamente di essere immortali, di avere il diritto supremo di arrivare alla vecchiaia, ma non è cosÏ che funziona. A volte si muore prima di veder spuntare la prima ruga sul viso o il primo capello bianco. A volte la vita finisce nel fiore della sua giovinezza, come un bocciolo di rosa reciso prima che sia sbocciato.

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12 Il 15 Ottobre 2012 aprii gli occhi e mi resi conto di essere sopravvissuto. Respiravo ancora, sentivo il cuore pulsarmi forte nelle tempie, e vedevo il soffitto bianco di una stanza d’ospedale sopra di me. Non ero morto. Grazie a Dio ero ancora vivo. “Bon jour… Comment vous sentez-vous?” La voce di una donna mi giunse all’orecchio facendomi voltare di lato. Era una dottoressa vestita con il camice bianco, una donna matura con i capelli ramati raccolti in un chignon. Mi stava guardando, in attesa di risposta. Sapevo parlare il francese, ma in quel momento non riuscivo a mettere in piedi una frase sensata. Lei mi ripeté la domanda in inglese, e allora capii. Mi aveva chiesto come mi sentivo. Le risposi dicendole che provavo dolore dappertutto. Gentilmente, la donna si sedette sulla sedia al mio fianco e mi spiegò dov’ero e perché. “Sei ricoverato all’ospedale di Romilly, a pochi chilometri da Troyes. Due giorni fa hai avuto un brutto incidente sull’autostrada, ne hai memoria?” Annuii con la testa per dire di sì. Certo che ricordavo l’incidente. Era stato spaventoso e orribile. “Sei arrivato qui con un trauma cranico piuttosto serio e un’emorragia al fianco sinistro. Sei stato sedato e operato d’urgenza. Un tubo metallico ti ha perforato l’addome ma l’intervento ha fermato l’emorragia in corso. Nessun 102


organo interno è stato danneggiato. Hai trenta punti di sutura sul fianco. Rimarrà una cicatrice, ma con il tempo si farà meno evidente. Il trauma cranico si è riassorbito completamente, non hai subito nessun tipo di danno cerebrale. Hai parecchie contusioni ed escoriazioni su tutto il corpo e dei lividi sul viso, ma spariranno in alcune settimane. Sei stato sottoposto a tutti gli esami di routine e i risultati sono a posto. Stai bene, non corri alcun pericolo, il peggio è passato. Dovrai rimanere qui per almeno una settimana, poi potrai tornare a casa. Se hai qualche domanda da farmi, sono qui per risponderti.” La guardai negli occhi, dolci e premurosi, e subito le chiesi dov’erano i miei amici e come stavano. “Mi dispiace, ma non ce l’hanno fatta. I loro traumi erano molto più gravi, non siamo riusciti a salvarli. Due di loro erano già morti all’arrivo dei soccorsi e gli altri tre sono morti qui prima che potessimo intervenire. E’ un miracolo che tu sia sopravvissuto all’incidente, sei stato molto fortunato.” Chiusi gli occhi e mi sentii morire dentro. Alex, Luke, Noha, Samuel… e Logan… Erano morti. Tutti e cinque. Mi ero salvato solo io. Perché non ero morto con loro? Perché non si era salvato almeno Logan? “Comprendo il tuo dolore. E mi dispiace molto per i tuoi amici. Se ti può consolare, nessuno di loro ha sofferto. I due ragazzi alla guida del furgone sono morti sul colpo, non si sono resi conto di nulla. E i tre che sedevano sul retro con te sono arrivati qui in coma, non erano coscienti.”

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Pensai a Logan. Dormiva fra le mie braccia al momento dell’incidente. Se mi ero salvato io, perché lui era morto? Non l’avevo protetto abbastanza con il mio corpo? Perché io ce l’avevo fatta e lui no? “Nel furgone la polizia ha trovato i vostri documenti. Sappiamo che eravate musicisti di nazionalità americana e polacca. Le famiglie dei tuoi amici sono state contattate e i loro familiari hanno già avviato le pratiche per il rimpatrio delle salme. Non abbiamo trovato alcun indirizzo fra i tuoi documenti, perciò non ci è stato possibile avvisare i tuoi familiari dell’incidente in cui sei rimasto coinvolto. Possiamo chiamare qualcuno che venga qui per esserti d’aiuto?” Scossi la testa e le dissi che non volevo che nessuno fosse avvisato di ciò che mi era successo. “Posso fare qualcos’altro per te?” Ci pensai a lungo, quindi le chiesi dove fossero i miei bagagli e la mia Scarlett. “La polizia ha provveduto a recuperare i tuoi bagagli e ce li ha consegnati. Sono nell’armadio di questa stanza. E’ tutto intatto, non manca nulla.” Allora le domandai dove fossero i bagagli e gli effetti personali di Logan Delany. “Sono già stati inviati alla sua famiglia. I suoi genitori sono stati i primi a rispondere alla nostre chiamate. Anche la sua salma è già partita per gli Stati Uniti. Quelle degli altri tuoi amici partiranno tra oggi e domani.” Le spiegai che Logan era il mio ragazzo, le dissi proprio così, e che avrei voluto tenere qualcosa di suo come

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ricordo, anche una stupida maglietta sarebbe bastata a placare il senso di perdita che mi colmava l’anima in quel momento. “Mi dispiace molto per il tuo ragazzo. Purtroppo come ti ho già detto i suoi effetti personali e la sua salma sono già in viaggio. Non posso esaudire la tua richiesta.” Le dissi che non aveva importanza. Poi le chiesi di poter restare da solo. La dottoressa non aggiunse altro e uscì dalla mia stanza chiudendosi la porta alle spalle. E allora piansi, lasciando uscire tutte le lacrime che avevo trattenuto fino ad allora, sfogando la mia rabbia e la mia sofferenza, il senso di vuoto e di disperazione che mi affliggeva. In un colpo solo avevo perso tutto: Logan, i miei amici più cari, la nostra vita da buskers, il nostro sogno di vivere per sempre sulle piazze e sui parchi del mondo suonando le nostre canzoni. Ero di nuovo solo, senza amici, senza amore, senza soldi. Abbandonato a me stesso. Ancora una volta. Rimasi a letto per due giorni, attaccato alle flebo, crogiolandomi nel mio dolore e chiedendomi perché Dio aveva voluto salvare proprio me. Il terzo giorno la dottoressa Marguerite Veròn, così si chiamava, venne a visitarmi. Controllò la mia cartella clinica, si assicurò che la ferita sul fianco si stesse rimarginando, mi fece alcuni test per appurare che le mie funzionalità cerebrali fossero tutte a posto, quindi mi disse che mi stavo riprendendo bene e che se ne avevo la forza potevo alzarmi dal letto. Ordinò all’infermiera di turno di togliermi le flebo e portarmi da mangiare. I pasti dell’ospedale avevano un

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sapore metallico, erano insipidi e poco zuccherati. Scesi dal letto e mi chiusi in bagno. Mi guardai allo specchio e vidi i lividi violacei sugli zigomi, il labbro inferiore spaccato e gonfio da un lato, un graffio sulla fronte. Mi levai il camice ospedaliero e contai tutti gli altri lividi e le escoriazioni sparse su braccia e gambe, sul petto, sulla schiena. Sembrava che una banda di teppisti mi avessero picchiato a sprangate. Staccai il cerotto che mi copriva quasi tutto il fianco e guardai la ferita. Era orribile, una cicatrice che dall’inguine saliva verso le costole in diagonale, la pelle cucita con il filo chirurgico nero. Sperai davvero che sarebbe sparita con il tempo, non riuscivo a guardarla senza disgustarmi. Non potevo farmi la doccia per via dei punti, e tutte le escoriazioni erano cosparse di polvere cicatrizzante, così mi sciacquai solo la faccia e mi lavai i denti. Mi rimisi il camice, tornai in camera e aprii l’armadio. Osservai il mio borsone, lo zaino, e la custodia di Scarlett. Sembravano a posto. Volevo radermi, perciò aprii lo zaino e cercai il rasoio. In mezzo a tutte le altre cose trovai il mio cellulare. Lo accesi per vedere se funzionava. Sul display luminoso comparve il simbolo di una letterina gialla. Un messaggio in arrivo non ancora letto. Cliccai sul tasto “leggi” e comparve il testo del messaggio scritto in francese: “Alex, quand viendras-tu avec les garçons à Paris? Nous vous attendons! Baisers, Avril”. Era un messaggio da parte di Avril Lemaire, l’amica di Alex, che diceva “Alex, quando arrivate tu e i ragazzi a Parigi? Vi aspettiamo! Baci, Avril”. Mi ricordai che mentre eravamo ancora a Vienna Alex mi aveva

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chiesto di usare il mio cellulare per chiamare i suoi amici a Parigi e avvisarli che eravamo in partenza. Dopo cinque giorni, Avril doveva essersi preoccupata non vedendoci arrivare. Mi sedetti sul letto, cliccai sul numero che compariva nel messaggio e avviai la chiamata. Ascoltai gli squilli, poi la voce sottile e allegra di una ragazza mi rispose. Era Avril. Le parlai in francese, le dissi chi ero, dove mi trovavo e le raccontai dell’incidente. Lei pianse al telefono quando comprese ciò che era capitato ad Alex e a tutti noi. Mi disse che non dovevo preoccuparmi, promettendomi che lei e Philippe, il suo compagno, sarebbero venuti a prendermi e mi avrebbero portato a Parigi. La ringraziai, poi misi fine alla chiamata e spensi il cellulare. Lo rimisi nello zaino, presi il rasoio e tornai in bagno per lavarmi la barba che mi era spuntata sul viso. Quando tornai in camera non avevo nessuna voglia di rimettermi a letto, perciò indossai la vestaglia che trovai appesa dietro la porta della mia stanza e uscii nel corridoio dell’ospedale gironzolando in pantofole nel corridoio del reparto di traumatologia. Presi l’ascensore e scesi al piano inferiore. Mi ritrovai in ginecologia e pediatria. Di fronte a me c’era la nursery, mi avvicinai alla vetrata e guardai i neonati tutti sistemati nelle loro culle in plastica trasparente. Bambini e bambine venuti al mondo da poco, piccoli esserini rosa con i visetti grinzosi che facevano mille smorfie e agitavano le gambette e i pugnetti chiusi in tutte le direzioni. Erano teneri, innocenti, indifesi. Mentre li guardavo mi resi conto di quanto fosse bella e speciale la vita umana. Era un

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miracolo, un dono prezioso. E allora compresi che non dovevo essere arrabbiato con Dio perché mi aveva donato la vita venticinque anni prima e non me l’aveva tolta nell’incidente. Mi aveva lasciato vivere. Non sapevo perché, ma una ragione doveva esserci. E io dovevo ringraziarlo. Cercai le indicazioni dei vari reparti dell’ospedale e scesi al piano terra, dove si trovava la cappella. Entrai nella piccola chiesetta a cupola e mi feci il segno della croce dopo aver bagnato le dita nell’acquasantiera. Camminai fino al piccolo altare, dominato a sinistra da una statua della Madonna e a destra da un Cristo Risorto con la mano destra sollevata nell’atto di benedire. Mi sedetti su una panca di legno e congiunsi le mani. Chiusi gli occhi e recitai il rosario come avevo fatto tante volte insieme a mia madre, contando mentalmente le Ave Maria e i Padre Nostro. Quando ebbi finito, mi alzai in piedi, presi un bastoncino di legno e lo attizzai nella fiamma di un cero votivo, quindi accesi cinque candele infilate nel candeliere in metallo posto ai piedi dell’altare. Chiesi a Dio di avere misericordia delle anime di Logan, Alex, Luke, Noha e Samuel, pregai per la loro salvezza e resurrezione. Se esisteva un Paradiso, era là che dovevano essere accolti. Lasciai la cappella sentendomi sollevato e alleggerito dal peso dello sconforto, e ritornai nella mia stanza con il proposito di andarmene via il prima possibile e ricominciare a vivere, onorando la volontà di Dio. Al termine del settimo giorno di ricovero ottenni il certificato di dimissione firmato da Marguerite Veròn.

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Un’infermiera dai capelli bruni tagliati corti si occupò di levarmi i punti dalla cicatrice sul fianco e mi raccomandò di tenerla coperta con il cerotto per un’altra settimana e di stenderci sopra una crema cicatrizzante per tre volte al giorno. La sera prima mi ero fatto la doccia, lavando via l’odore di disinfettante che impregnava la mia pelle e i residui di sangue che avevo tra i capelli e sul corpo. I lividi sul viso stavano sbiadendo e le escoriazioni erano in via di guarigione. Mi sentivo ancora un po’ ammaccato, ma ero pronto a rimettere piede nel mondo civile. Avril Lemaire e Philippe Girard, lei castana e lui biondo, vennero a prendermi nel pomeriggio come promesso. Lasciai l’ospedale e salii sulla loro automobile, e in tre ore di viaggio raggiungemmo Parigi. Era sera quando misi piede nel quartiere di Montmartre. André Roux ci stava aspettando nell’appartamento. Mi accolse con un sorriso gentile sul viso dai tratti ispanico-francesi, e mi mostrò la mia stanza. Mi sistemai con tutte le mie cose, poi Avril mi chiamò dalla cucina per la cena. Era strano trovarmi lì da solo, senza la mano di Logan stretta nella mia, le risate di Alex e Luke, gli sguardi silenziosi di Noha e Samuel. Mi mancavano tutti e cinque. Terribilmente. Non avevo avuto il tempo di dire a ciascuno di loro quanto li avevo amati, come amici e compagni di vita. Se n’erano andati in un soffio, senza permettermi di dire loro addio, portandosi via due anni di ricordi impressi a fuoco nella mia memoria e nel mio cuore. Avril intravide la malinconia aleggiare nei miei occhi e mi accarezzò una spalla. "Courage Matisse, la vie continue", mi disse per

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confortarmi. Convenni che aveva ragione. La mia vita doveva andare avanti, anche senza di loro.

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13 Parigi era una città meravigliosa. La visitai tutta, giorno dopo giorno, con calma, senza tralasciare nessun luogo, comportandomi come un turista in vacanza. Dormivo fino a tardi, facevo colazione con Avril, Philippe e André, uscivo a piedi gironzolando tra i quartieri, mi soffermavo lunga la Senna a guardare i traghetti che solcavano le acque, rientravo per il pranzo, guardavo la televisione sdraiato sul divano oppure leggevo uno dei tanti libri di Philippe, lasciavo che le ore mi scivolassero addosso e quando veniva sera scendevo in strada a guardare i balli latino-americani di Avril e Philippe seguiti dalle esibizioni musicali di André con la sua tromba che intonava pezzi jazz. Bevevamo insieme un drink in qualche bistrot, cenavamo a notte fonda e andavamo a dormire sempre dopo le tre del mattino. I segni dell’incidente sparirono tutti, la cicatrice sul fianco divenne prima un solco rosso e poi un segno rosato appena visibile sulla pelle rimarginata. Passò l’inverno, sbocciò la primavera, esplose l’estate. A distanza di otto mesi dall’incidente, mi sentivo ancora un rottame, con il cuore spezzato e poca voglia di tornare a vivere, e il mio rapporto con la musica era pessimo. Non riuscivo a prendere in mano Scarlett per suonare i miei pezzi. Aprivo la custodia, guardavo la mia chitarra e poi la rimettevo via. Era ancora troppo presto per ricominciare 111


a vestire i panni del busker. Avevo bisogno di altro tempo. André mi propose di andare in Spagna a divertirmi e a prendere il sole. “Non ho soldi, come faccio?”. E lui mi disse “Ti pago io il viaggio. Vai a Malaga, sulla Costa Del Sol, è un posto bellissimo, pieno di belle donne, musica dal mattino alla sera, il mare azzurro, le spiagge dorate… ti divertirai!”. Alla fine mi convinse. Mi pagò il biglietto aereo di sola andata per Malaga, mi diede dei soldi che aveva da parte per pagarmi una pensione e mi disse “Ci sono tanti bar che cercano lavoranti stagionali, l’ho fatto anch’io l’estate scorsa per guadagnare di più, ho lavorato come cameriere, chiedi e vedrai che un lavoro te lo danno, hanno troppi turisti laggiù, c’è sempre bisogno di un aiutante”. Seguii il suo consiglio e mi ritrovai a Malaga, nel cuore dell’estate. Affittai una stanza alla pensione “Esmeralda” e mi diedi da fare per trovare un lavoro. Alla discoteca “Sabor Latino” cercavano un barman. Io non avevo esperienza con i drink, ma il proprietario Miguel Ramirez mi disse che Alejandro Morales poteva insegnarmi il mestiere durante il giorno, quando la discoteca era chiusa. Alejandro era un trentenne nato lì a Malaga, pelle abbronzatissima, occhi neri e capelli bruni, un bel tipo, il classico “chico latino” che piaceva alle ragazze europee. M’insegnò a preparare i numerosi drink alcolici che venivano serviti con ghiaccio e succhi di frutta, non pretendeva che roteassi le bottiglie in aria come faceva lui, quella era la sua specialità, dovevo solo essere in grado di servire i drink in base alle richieste dei clienti, con velocità e

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precisione. Imparai alla svelta, e dopo tre giorni di insegnamento fui messo alla prova all’apertura della discoteca, che iniziava ad accogliere i turisti dalle 9:00 fino alle 4:00 del mattino. La prima serata non andò male, entrai in confusione due o tre volte e servii un paio di drink sbagliati, la sera dopo andò meglio, e quella successiva fu perfetta. Mi pagavano 10,00 euro a serata, mettevo i soldi da parte e usavo quelli di André per pagare la pensione. Le mie giornate assunsero una piega rilassata e vacanziera. Al mattino me ne stavo in spiaggia a prendere il sole o a fare surf, a pranzo mangiavo paella di pesce con cozze e gamberoni servita nei chioschi in riva al mare o un piatto di gazpacho, una zuppa fredda di verdure a base di pomodoro, al pomeriggio schiacciavo un pisolino in camera, poi cenavo con tortillas di patate e cipolle o una scodella di cocido, uno stufato di carne, verdure e ceci, quindi raggiungevo Alejandro alla discoteca e lavoravo per tutta la notte al ritmo della musica dance remixata con sonorità latino-americane sparata a volume altissimo. La gente beveva, ballava, cantava, si divertiva, e la notte aveva il sapore della gioia e dell’eccitazione spinte all’estremo. Le ragazze europee mi guardavano, civettavano con me, anche in spiaggia avevo un seguito di ragazzine adolescenti e donne più mature che mi davano il tormento mentre prendevo il sole steso sulla sabbia bollente. Era una situazione divertente, ma il mio unico interesse lì a Malaga era riposarmi, lavorare al “Sabor Latino” e lasciarmi alle spalle il ricordo di Logan, Alex, Luke, Noha e Samuel. Ci

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stavo riuscendo, grazie al clima festoso e vitale della Costa Del Sol, con le sue notti selvagge piene di energia contagiosa. Ero lì da un mese e già mi sentivo più felice e sereno. Alla fine dell’estate avrei recuperato del tutto la fiducia in me stesso e la voglia di guardare al domani con speranza per ricominciare da zero. Una sera Alejandro mi invitò a cenare a casa sua prima dell’apertura della discoteca. Viveva con la sorella minore, Luz, una stupenda ragazza spagnola vent’enne con il fisico da modella, la pelle ambrata, occhi neri maliziosi e lunghissimi capelli scuri. Durante la cena mi fece mille domande, era curiosa di conoscermi, volle sapere com’era la Polonia e soprattutto cosa significasse essere un busker. Le raccontai di me, della mia infanzia, dell’Osnowski Buskers Cyrk, della mia vita nomade vissuta girovagando da uno stato all’altro dell’America e dell’Europa. Quando mi chiese perché mi trovassi lì a lavorare come barman le spiegai che avevo bisogno di guadagnare un po’ di soldi perché la musica da sola non bastava a riempirmi le tasche. Mentre Alejandro preparava il caffè in cucina, Luz mi prese per mano e mi trascinò fuori sulla veranda. Mi chiese se potevamo vederci il giorno dopo, nel pomeriggio, per parlare ancora un po’ dei luoghi che avevo visitato, e io le dissi di sì. Quando bussò alla porta della mia camera alla pensione “Esmeralda” alle 3:00 del giorno seguente, stavo sonnecchiando sul letto. La feci entrare e lei mi disse subito che non era venuta solo per parlare, voleva sentirmi suonare. Erano mesi che non prendevo in mano

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Scarlett, ma lei insistette così tanto che alla fine cedetti. Mi sedetti sul letto imbracciando Scarlett e provai la strana sensazione di tenere fra le braccia una parte di me che mi era terribilmente mancata. Me ne resi conto solo in quel momento, mentre sfioravo le corde di Scarlett con le dita e stringevo il manico intarsiato nel pugno della mano sinistra, avevo lasciato la mia bambina chiusa nella sua custodia per troppo tempo. Luz si sedette accanto a me e mi disse “Suona qualcosa per me, cantami una canzone”. Le confessai che ultimamente avevo trascurato la musica perché avevo avuto paura di provare dolore, e lei mi chiese perché. Allora le raccontai dell’incidente, di come avevo perso i miei amici, della sofferenza e del senso di colpa per essere sopravvissuto. Poi strimpellai qualche accordo per scaldarmi le dita e quando ripresi confidenza con la mia Scarlett intonai le note della prima canzone che avevo composto a New York, “Busker’s Heart”. Quella canzone mi rappresentava, parlava di me, del mio amore per la musica, del mio essere solitario, vagabondo senza meta sulle strade del mondo. A Luz piacque moltissimo, mi disse che le parole erano profonde e che la mia voce era come una carezza gentile. La guardai, bellissima nel suo prendisole giallo, e sentii il bisogno fisico di stringermi a lei. La conoscevo da appena un giorno, per cui non sapevo come farle capire quello che desideravo in quel momento senza offenderla o metterla in imbarazzo. Luz mi domandò perché di colpo i miei occhi si erano fatti lucidi, e io colsi al volo quell’opportunità di soffocare il mio dolore tra le sue

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braccia, dicendole “Ho un disperato bisogno di essere amato da qualcuno. Il mio cuore è andato a pezzi, ho cercato di ricucirlo ma non è tornato come prima. Continua a rompersi ogni volta che ripenso ai miei amici a cui ho voluto bene in modo speciale, e credo che non riuscirò a rimetterlo a posto finché non scaccerò via il loro ricordo che mi tormenta l’anima. Puoi aiutarmi a cancellare per sempre quel doloroso ricordo?”. Luz mi sorrise dolcemente e mi disse “Nessun ragazzo mi ha mai chiesto di fare l’amore con lui come hai fatto tu adesso. Voglio aiutarti ad aggiustare il tuo cuore infranto”. Pensai che Luz era la soluzione più dolce per dimenticare Logan e i ragazzi della band tuffandomi in una relazione sessuale che sarebbe durata il tempo di una vacanza. Non sapevo se avrebbe funzionato, ma dovevo tentare, e Luz era lì, a portata di mano, disponibile e consapevole di ciò che le stavo chiedendo. Quel pomeriggio feci l’amore con Luz lasciandomi avvolgere dal calore del suo corpo profumato, riscoprendo il piacere del sesso fine a se stesso. Fu l’inizio di una serie d’incontri clandestini di cui Alejandro non venne mai a conoscenza. Luz divenne la mia medicina quotidiana, il vaccino che mi avrebbe guarito, il rimedio per porre fine alla mia silenziosa agonia e ricucire lo strappo he avevo nell’anima. L’estate gocciolò via più in fretta di quanto immaginassi. Luz sapeva che mi stavo preparando ad andarmene, lo leggeva nel mio sguardo ogni volta che mi guardava. Quando un mattino di fine Settembre si svegliò nel mio letto e mi vide intento a preparare i bagagli sistemandoli

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accanto alla porta, capì subito che me ne stavo andando. “Il tuo cuore è guarito?”, mi domandò, scendendo dal letto. Io l’abbracciai stretta, la baciai sulle labbra calde, le accarezzai i capelli setosi con le dita. “Lo hai aggiustato tu. Non potrò mai ringraziarti abbastanza per avermi aiutato”. Luz mi guardò negli occhi e mi sfiorò il petto con una mano. “Abbi cura del tuo cuore. Non romperlo più”. Mi salutò con quelle parole, lasciandomi andare via senza spargere una lacrima, perché fin dall’inizio le era stato chiaro che la nostra storia non sarebbe durata. La mia vacanza a Malaga era finita. Ero pronto a rimettermi in cammino. Salutai la Costa Del Sol, e dopo una sosta di due settimane tra Madrid e Barcellona lasciai la Spagna con i soldi che avevo messo da parte lavorando al “Sabor Latino” e salii su un taxi diretto all’aeroporto El Prat de Llobregat di Barcellona. Non avevo ancora ben chiaro nella mia testa come sarebbe stato il mio futuro, ma sapevo con certezza che prima di prendere qualunque decisione desideravo vedere con i miei occhi altri luoghi e altre città del mondo.

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14 L’Australia fu la mia prima scelta. Atterrai nella terra selvaggia dei koala e dei canguri con l’intenzione di vivere come un qualunque turista finché avessi avuto soldi a sufficienza per mangiare e dormire. Mi spostavo da una città all’altra facendo l’autostop. I camionisti erano sempre i primi a fermarsi per offrirmi un passaggio, uomini abituati a trascorrere metà della loro vita sulla strada, solitari come lo ero io, eppure gentili e cordiali, che spesso e volentieri mi offrivano una birra fresca e un pasto caldo negli autogrill senza chiedere nulla in cambio. Visitai prima Melbourne e poi Sidney, incontrando immigrati americani, inglesi, francesi e italiani. Dormivo dove capitava, quasi sempre ospite di altri turisti, cercando di spendere meno denaro possibile. Quando giunsi a Brisbane, sulla Gold Coast, mi aggregai ad un gruppo di surfers americani che giravano a bordo di un vero e proprio autobus nel quale dormivano ogni notte dopo intere giornate spese in mare a destreggiarsi con le onde altissime dell’Oceano Pacifico. Trascorsi due mesi con loro, in un clima perennemente festaiolo basato su gare di surf e falò notturni sulla spiaggia con musica e tanta, troppa birra. Avrei voluto visitare il Giappone, ma il paese era ancora provato dall’orribile tsunami dell’anno precedente, perciò volai in Cina, prima ad Hong Kong, poi a Shangai e a Pechino, la “città proibita”. Mi ritrovai a 118


misurarmi con una cultura differente, mangiando piatti a base di riso, pesce e carne dal sapore piccante e agrodolce, spaghetti di soia conditi con verdure e salse speziate, zuppe di alghe in brodo di pollo, ravioli di maiale al vapore e cibi assurdi come il pene di toro arrosto, il serpente bollito e le cavallette fritte infilate su spiedini di legno. Visitai la parte antica di Beijing, con i suoi templi buddisti e i palazzi reali della dinastia Ming. Misi piede nella storica Piazza Tienanmen e percorsi a piedi un tratto della maestosa Muraglia Cinese. Passeggiare lungo i camminamenti percorsi dagli antichi guerrieri cinesi e osservare il panorama che si apriva ai miei occhi dalla sua sommità fu stupefacente, un’emozione che mi rimarrà impressa nell’anima per tutta la vita, paragonabile solo alla vista mozzafiato dell’immensità del Gran Canyon dall’alto di Hopi Point. Era il mese di Marzo e non avevo più molto denaro, potevo pagarmi solo un volo aereo low-cost diretto a Mosca. Al mio arrivo all’aeroporto Domodedovo, le autorità doganali mi sottoposero ad un terzo grado, spiegai loro che ero un busker e che potevo mantenermi con la mia arte di strada, ma essendo sprovvisto di un visto lavorativo si rifiutarono di lasciarmi entrare nella capitale russa. Passai la notte all’interno del terminal cercando una soluzione. La Polonia era vicina, potevo raggiungerla in autostop, ma non mi sentivo ancora pronto a tornare a casa. Non avevo sufficiente denaro per un altro volo aereo e non potevo chiamare nessuno per tirarmi fuori da quell’intoppo. Ero seduto su una seggiola

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di platica della sala arrivi e partenze e non avevo idea di cosa fare. Guardavo i passeggeri dei voli stranieri che atterravano e facevano il check-in di controllo, e intanto mi strizzavo le meningi per trovare una soluzione. Come spesso mi era capitato negli ultimi tempi, l’aiuto insperato arrivò direttamente dal cielo. Un giovane prete sbarcato a Mosca da un volo partito dall’India si sedette accanto a me per controllare i propri documenti prima del check-in. Era un prete missionario italiano che aveva prestato servizio volontario a Calcutta e ora stava tornando in Vaticano, a Roma. Gli dissi che ero bloccato lì, che non potevo entrare a Mosca e tantomeno ripartire verso un altro paese perché non avevo più soldi. Mi chiese se ero un senzatetto, e io gli risposi “No, sono un busker, un musicista di strada. Suono e canto per vivere. Può darmi una mano a lasciare questo posto?”. Il giovane prete, Padre Gioele, dimostrò di essere un servo di Dio caritatevole e generoso offrendosi di pagarmi un biglietto aereo per Roma. Accettai senza indugi. Non ero mai stato in Italia, Roma andava benissimo, non potevo chiedere di meglio. Qualunque posto al mondo sarebbe stato perfetto pur di continuare il mio viaggio. Raccolsi i miei bagagli e Padre Gioele pagò un biglietto aereo per Roma di tasca propria anche per me. Quando fummo entrambi imbarcati sul velivolo, gli chiesi come potevo sdebitarmi del favore, ma Padre Gioele mi rispose che quando si era fatto prete aveva giurato di prendersi cura di tutte le pecorelle smarrite che avrebbe incontrato sul suo cammino. Allora gli dissi che ero un cristiano cattolico

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credente e praticante e che avrei ringraziato Dio personalmente con le mie preghiere per avermi inviato un suo servo in soccorso. Una promessa che mantenni quando i miei piedi varcarono la Basilica di San Pietro a Roma, e m’inginocchiai su una panca di legno della navata centrale della maestosa cattedrale per pregare con il rosario fra le mani. Era la prima volta in vita mia che mi ritrovavo completamente senza soldi, non potevo mantenermi, e quindi accettai la proposta di Padre Gioele di soggiornare presso un centro di pronta accoglienza per uomini e donne senza fissa dimora con servizio di pernottamento, lavanderia, e mensa comprendente colazione, pranzo e cena. Tre giorni dopo riuscii ad ottenere un lavoro come lavapiatti in una trattoria della periferia romana, e il mese successivo lasciai il centro di accoglienza per trasferirmi in un ostello nei pressi della Stazione Termini che offriva moltissime comodità a un minimo prezzo. Nell’arco di tre mesi imparai a parlare e scrivere l’italiano, anche se il mio accento straniero era piuttosto marcato, tipicamente newyorkese, e i ragazzi che avevo conosciuto all’ostello, tra cui molti studenti, si divertivano a imitare la mia parlata. Fu grazie a loro che scoprii che da anni veniva organizzato un grande festival per buskers nella città di Ferrara. Il “Ferrara Buskers Festival” del 2013 si sarebbe svolto dal 22 agosto al 1 settembre toccando le città di Venezia, Comacchio, Lugo e Ferrara, ospitando gruppi di artisti stranieri ai quali si sarebbero aggiunti oltre duecento artisti provenienti da varie parti del mondo, tra cui musicisti, pittori, acrobati,

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cartomanti, danzatori, clown, giocolieri, teatranti, burattinai e madonnari. Era l’occasione giusta per liberare Scarlett dalla sua custodia e riprendere a suonare e cantare i miei pezzi. Dovevo tornare ad essere un busker, un musicista di strada, recuperando le mie radici e la mia vera natura. Mi iscrissi alla lunghissima lista di partecipanti del festival ferrarese, continuai a lavorare alla trattoria mettendo da parte i guadagni per il futuro, e poco prima della fine di Luglio ricominciai a suonare, ripassando le musiche e i testi dei miei pezzi. Mi sentivo finalmente pronto a tornare ad essere me stesso, la musica non mi procurava più dolore, il passato era svanito portandosi via tutte le sue cicatrici, volevo ricominciare da zero. E così ho fatto. Ho lasciato Roma e sono salito su un treno per Venezia. Sono venuto qui con due giorni di anticipo sulla data d’inizio del “Ferrara Buskers Festival” per prenotare una stanza al Bed & Breakfast in cui mi trovo adesso e visitare Venezia prima dell’arrivo di tutti gli altri buskers che riempiranno la città lagunare di suoni e colori. Appena sbarcato in questa meravigliosa città il destino ha messo sulla mia strada una bancarella di libri usati e un diario speciale. Ho pensato che fosse giusto restituire il diario alla sua proprietaria, è stato in viaggio per quattro anni, raccogliendo sulle sue pagine tante storie diverse dalla mia eppure tutte affascinanti, è giunto il momento di rispedire a casa propria questo diario un po’ nomade come me. Non immaginavo che avrei sentito il bisogno di raccontare tutta la mia storia scrivendola

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sulle pagine di un anonimo quaderno, ho sempre pensato che il mio passato appartenesse solamente a me, che dovesse essere custodito e protetto. Invece eccomi qui, a riempire l’ultima pagina bianca di questo quaderno che ora contiene tutti i miei segreti. Imprimere sulla carta gli avvenimenti che hanno costellato la mia esistenza mi è servito per ricordare e rivivere antiche emozioni sepolte fra le pieghe del tempo, ho riportato alla luce nomi e volti di persone incontrate sul mio cammino, ho rivisto i luoghi dove si sono svolte le vicende del mio ieri, e ho capito che ovunque andrò e qualunque cosa farò in futuro, sarò per sempre un busker. Il mio cuore nomade non smetterà mai di desiderare di essere in viaggio costante. Ci sono altre mete da raggiungere, altri luoghi da esplorare, città in cui lasciare il segno del mio passaggio. Penso al Brasile, all’Argentina, al Messico, al Canada… Ma prima di avventurarmi in questi continenti lontani, devo tornare a casa mia, laddove sono nato, nella mia amata Polonia. Voglio recuperare quattro anni di lontananza dai miei affetti più cari, riabbracciare mia madre Wiktoria, rivedere Fabian ed Heinrich, raccontare loro dove sono stato e cosa ho vissuto, e poi devo trovare il tempo per rimettere piede in California, dove mi aspettano Grace, Emily, Allyson e Lauren, la mia seconda famiglia. Riuscirò a fare tutto, un passo per volta, con la mano di Dio protesa verso di me a farmi da guida e a sostenermi. Lui è sempre stato con me, dal giorno in cui sono nato fino ad oggi, è la mia salvezza, l’ombra che mi

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segue ad ogni passo, l’unico Padre che ho, il solo che mi ama incondizionatamente. E qui si conclude il breve racconto della mia vita. Carissima Julia, chiunque tu sia, ti affido la mia storia. Fanne ciò che vuoi. Condividila con il mondo oppure conservala per te. Qualunque decisione prenderai, ricorda che hai tra le mani un pezzetto di me, perciò abbine cura. Vorrei incontrarti e scoprire chi sei... Ma non sono il tipo di persona che si ferma troppo a lungo in un posto, ho ripreso ad essere un giramondo e vado di fretta, perché la vita è una sola e va vissuta fino all’ultimo istante, senza sprecare nemmeno un secondo del tempo che ci viene donato. Życie to podróż bez limitów. La vita è un viaggio senza limiti. Matisse

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Epilogo Immaginate un giorno qualunque, uguale a tanti altri, la solita routine quotidiana, alzarsi presto la mattina, fare colazione, concedersi una doccia fresca, rassettare la casa, e poi via, uscire nella calura di un torrido Agosto. Un salto dal panettiere e dal fruttivendolo, un giro a piedi nel centro della città, gli occhi che sbirciano le vetrine dei negozi, una sosta in libreria a spulciare tra gli scaffali in cerca di un nuovo libro da leggere, il cellulare che suona nella borsa mentre stai per risalire in bicicletta e tornare a casa. Mamma al telefono che dice “Hanno chiamato le Poste, devi andare a ritirare un plico arrivato oggi”. Inversione di marcia, cambio di zona, entri all’ufficio postale che come al solito è affollatissimo, ti fai dare la chiave della tua cassetta postale che non usi più da anni ma continui a rinnovare, perché non si sa mai, può servire ancora, e infatti è arrivato un plico, e chissà cosa contiene, da dove viene, chi te lo manda… Mi rivedo, quel 24 Agosto 2013, mentre infilo la chiave nella mia cassetta postale di metallo e apro lo sportello. All’interno del vano rettangolare c’è una busta. Una grossa busta gialla, gonfia e voluminosa. La prendo in mano, è pesante. Leggo la scritta in pennarello nero che campeggia al centro della busta, sopra l’indirizzo. “Per Julia Costantini”. Controllo l’affrancatura sui francobolli, è stata spedita il 21 Agosto 2013 da Venezia. Strappo la 125


linguetta posteriore adesiva, scosto i lembi della busta e sbircio all’interno. C’è un libro. Un libro che riconosco all’istante. E’ il diario in pelle bordeaux che io stessa ho infilato per prima in una busta postale affinché venisse raccolto e spedito in giro per il mondo, un diario dalle pagine vuote da riempire di storie e racconti. Dopo quattro anni è tornato da me. Qualcuno ha seguito le istruzioni e me l’ha spedito. Incredula e sorpresa, infilo la mano nella busta e lo estraggo. E’ proprio lui, un po’ malconcio, la copertina plasticata rovinata in più punti, la rilegatura che si sta scollando dal dorso. Ha un aspetto vissuto, porta i segni dei numerosi passaggi da una persona all’altra, delle spedizioni e dei viaggi che ha affrontato. Lo apro, sfoglio le pagine lievemente ingiallite, odora di mani che lo hanno toccato. Tutte le pagine sono state scritte, ci sono anche dei disegni, vignette e fumetti, delle fotografie incollate alle pagine, adesivi colorati, fiorellini essiccati, quadrifogli portafortuna, francobolli stranieri, un biglietto ferroviario, la piuma di un pavone. E’ incredibile, tengo fra le mani tanti frammenti di mondo riuniti in un piccolo universo di carta. Non avrei mai pensato che un giorno lo avrei rivisto, è una sorpresa inaspettata. Leggo velocemente le tappe dei suoi viaggi: Austria, Svizzera, Germania, Belgio, Svezia, Giappone, Sud Corea, Cina, Australia, Inghilterra, Francia, Spagna, Islanda, Canada, Brasile, Argentina, Stati Uniti, Irlanda, Italia. La prima persona che l’ha raccolto è stata una ragazza austriaca, Franziska, l’ultimo a lasciare il suo saluto un irlandese di nome Patrick, e sull’ultima facciata

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un breve messaggio dice: “Ho trovato questo diario sulla bancarella di un venditore di libri usati in Piazza San Marco, a Venezia. Sono l’ultima persona che ha l’onore di tenere in mano questa raccolta di storie, spetta a me riconsegnartelo ora che è completo. Purtroppo non c’è spazio per accogliere la mia storia, perciò ti racconterò di me su un quaderno a parte e lo metterò nella busta insieme al diario. Ciao Julia… Matisse.” Chiudo il diario, riprendo in mano la busta e al suo interno trovo un quaderno scolastico con la copertina azzurra e le pagine a righe. E’ stato riempito fino in fondo, scritto a penna nera con una bella calligrafia inclinata a destra, l’ultima pagina firmata con il nome di Matisse Bociek Carter. Un nome francese, un cognome polacco e uno americano. E’ lui che mi ha rispedito il diario. Uno sconosciuto che mi ha lasciato un regalo incollato sotto la sua firma: un plettro rosso per chitarra. Volto la pagina e sulla copertina posteriore del diario c’è qualcos’altro: una bustina di plastica trasparente, e al suo interno, un cd masterizzato verde mela. Leggo il titolo scritto sopra a mano, “Matisse Bociek Carter - Busker’s Heart”. Dunque è un musicista. Ha avuto la gentilezza di rispedirmi il diario, ha scritto la sua storia per me in un quaderno a parte, mi ha lasciato in dono un cd con la sua musica e un plettro rosso. Che sorpresa inattesa! Ed è così che certe persone entrano nella tua vita. In punta di piedi, con grazia, lasciandoti qualcosa di se stessi. Matisse mi ha donato la sua vita scritta su carta. Mi ha parlato di sé, della sua storia, dei suoi affetti, delle

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sue passioni, delle sue avventure e disavventure. Mi ha fatto commuovere mentre leggevo il suo diario, mi ha coinvolto nel suo mondo fatto di musica e strade percorse a piedi e in autostop, di incontri casuali e di amicizie fortuite, di tante donne affascinanti che hanno riscaldato le sue notti, di un padre mai conosciuto che gli ha lasciato in eredità tre sorellastre, e poi ancora musica, viaggi, l’incontro con una band di buskers, quattro amici come fratelli e un “amore particolare”, due anni felici spezzati da un evento sfortunato che lo ha segnato nell’anima, un’esistenza complicata, difficile, che lui ha affrontato con coraggio e passione, senza mollare mai, sempre pronto a ricominciare da capo. Mi sono affezionata al Matisse che ho conosciuto sulla carta, ho ascoltato mille volte il suo cd, ho imparato le parole delle sue canzoni, mi sono immedesimata in lui, ho tentato di immaginare il suo viso basandomi sui racconti del suo quaderno, mi sono ritrovata a pensare a lui e a chiedermi più volte “chissà dove sei, come stai, con chi sei, cosa stai facendo adesso, mentre io ti penso…”, e poi, all’improvviso, inaspettatamente, Matisse è comparso nella mia vita in carne ed ossa. È successo un Sabato mattina di fine Ottobre, giorno di mercato, la temperatura stranamente ancora troppo mite per la stagione, il sole esageratamente caldo, le foglie degli alberi che non accennano a imbrunirsi e a cadere tappezzando i marciapiedi della città. Una giornata d’autunno umido e dolce, una sorta di fine estate prolungata all’estremo. Le strade del centro cittadino

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sono affollate, mi faccio strada evitando persone cariche di borse della spesa che chiacchierano in circolo ostruendo il passaggio e gruppi di studenti che ridono e scherzano mangiando patatine fritte con ketchup e panini al kebab. Le campane del Duomo battono i dodici rintocchi che segnano il mezzogiorno, imbocco la galleria coperta che sbocca nella mia piazza preferita dove mi rifugio a leggere e a scrivere appunti per i miei romanzi. E’ inondata dal sole, gremita da giovani mamme con neonati in carrozzina e bambini piccoli che giocano a rincorrersi sotto i loro sguardi attenti. Le panchine sono tutte occupate, anche quella dove nascono le idee per i miei libri, c’è un chiosco che prepara crepes alla Nutella e il solito venditore di caldarroste che con questo caldo ancora non fanno voglia. Mi guardo attorno nel caos della piazza rumorosa e scorgo un capannello di persone riunite in cerchio accanto al monumento “Porta della luce”. Mi torna in mente che la città ha organizzato per l’indomani una giornata dedicata agli artisti di strada, ma a quanto pare qualcuno di loro è già arrivato e si sta esibendo. Sono lontana, non lo posso vedere, ma gli accordi di una canzone che conosco bene mi giunge all’orecchio e mi fa scattare qualcosa dentro. Sono le note di “Busker’s Heart”, non posso sbagliarmi, è la prima traccia del cd di Matisse. Riconosco le parole, il ritornello, gli accordi dolci della sua chitarra acustica… E mi arriva la sua voce, inconfondibile, che ho ascoltato centinaia di volte, che riconoscerei fra mille altre voci. Inizia a battermi forte il cuore, non mi sembra vero, mi avvicino

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affrettando il passo, voglio vedere con i miei occhi, scoprire se può essere davvero lui. E’ possibile?... O è solo una coincidenza?... Non lo so cosa sia, ma ogni dubbio svanisce quando finalmente riesco ad aprirmi un varco tra i presenti e guardare da vicino. E’ lui. E’ Matisse. Il giovane busker che ho conosciuto sulla carta ora è di fronte a me e suona la sua chitarra acustica rosso ciliegia con il manico brunito. E’ la sua voce bassa e calda ben intonata quella che sento, sono i suoi capelli lunghi e lisci dai riflessi nocciola che si accendono di sfumature ambrate sotto i raggi del sole quelli che vedo, indossa un giubbino di jeans blu scuro e una maglietta bianca con il simbolo della pace nei colori dell’arcobaleno, pantaloni di jeans stinti sulle cosce e un paio di snickers dall’aspetto vissuto. Lo guardo, ed è molto meglio di come me l’ero immaginato. Ha un viso androgino dai tratti efebici, occhi verdi giada e pelle chiara, mani grandi belle e curate, braccialetti di cuoio e pelle nera ai polsi, è magro e alto, sicuramente sul metro e ottanta. Sembra più giovane dei suoi 26 anni, ma il suo sguardo intenso tradisce la sua maturità, s’intuisce al volo che ha vissuto sulla propria pelle molte più esperienze di quelle che si potrebbero immaginare. È davvero un bel ragazzo, affascinante e carismatico. Per un breve istante i suoi occhi verdi giada si posano su di me, ma lui non sa chi sono io, non può nemmeno immaginarlo, per lui sono soltanto un nome e un cognome scritto su una busta postale, non conosce il mio viso, non sa nulla di me. Ascolto in silenzio la sua esibizione, emozionata e sorpresa, osservo le sue mani

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che pizzicano le corde sul manico della Gibson, il plettro che stringe fra le dita è rosso. Come quello che ha incollato sull’ultima pagina del suo quaderno. Quando la canzone finisce, ne intona subito un’altra, la riconosco all’istante, è “Broken Inside”, e io so bene per chi l’ha scritta e quando si è sentito spezzato dentro. Resto lì ad osservarlo, incredula che sia davvero lui, mentre un ragazzo accanto a me si china sulla custodia aperta della sua chitarra e prende in mano uno dei compact-disc che contengono il demo di Matisse masterizzato con le sue canzoni folk, in copertina c’è lui, seduto sul molo di Santa Monica, è la foto che gli ha scattato Grace, la sua sorellastra. Il ragazzo apre la custodia in plastica del cd, al suo interno c’è lo stesso cd verde mela che Matisse mi ha lasciato in dono insieme al quaderno, un’ulteriore conferma che il busker che ho di fronte è proprio lui. Il ragazzo depone una banconota rossa da dieci euro sul mucchio di pezzi da dieci e cinque euro che già colmano la custodia di Scarlett insieme a tante monete da uno o due euro. Matisse sorride al ragazzo per ringraziarlo e scopro che ha un sorriso bellissimo, reso ancora più speciale dalle fossette che si formano sulle sue guance mentre ride. Una folata di vento improvvisa gli scompiglia i capelli e una ciocca nocciola ondeggia per un attimo davanti al suo bel viso dove gli occhi verdi brillano illuminati dal sole di mezzogiorno passato, se la sistema con le dita dietro l’orecchio e finisce di suonare il pezzo. Riceve un applauso dai presenti, si china leggermente in avanti per ringraziare, poi chiede “Qualcuno vuole sentire

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una canzone a richiesta?”. Il suo italiano è ottimo, l’ha imparato in fretta, ma non ha ancora perso il forte accento americano, così bello a sentirsi. Sono la prima a parlare e a chiedere “Puoi suonare “Hallelujah” di Jeff Buckley?”. E’ il suo pezzo preferito, il suo cavallo di battaglia. Matisse mi osserva, ignaro di chi sono, ma incuriosito dal fatto che gli abbia chiesto proprio quella canzone. E inizia a suonarla, a cantarla, senza sbagliare nulla, perché la conosce come le sue tasche e la sua voce assomiglia un po’ a quella di Jeff Buckley. Me la godo quella canzone, dall’inizio alla fine, e mentre tutti applaudono e lui si distrae per un momento per bere un sorso d’acqua da una bottiglietta di plastica posata ai suoi piedi, io pesco dalla borsa un block-notes e una penna e scrivo in tutta fretta un messaggio che dice brevemente “Ciao Matisse. Ti ringrazio per avermi spedito il mio diario da Venezia. È arrivato insieme alla tua storia. L’ho letta, e ho ascoltato la tua musica. Sono sorpresa che tu sia qui e felice di incontrarti di persona. Io sono Julia Costantini”. Strappo il foglietto di carta e lo allungo verso di lui mentre rovista nella tasca dei jeans in cerca di un altro plettro, lui lo prende fra le dita della mano libera e lo guarda, lo legge. Ho scritto il messaggio in inglese, per essere certa che capisse ogni singola parola. Lo sguardo stupito che mi rivolge dopo aver letto il messaggio non potrò mai dimenticarlo, come non scorderò quello che mi chiede dopo pochi attimi con il sorriso sulle labbra “Julia Costantini? Sei la ragazza del diario? Sei Julia?”

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Il resto non lo posso raccontare. E’ personale, privato, riguarda soltanto me e Matisse. Questo giovane fiore di strada è entrato nella mia vita senza chiedere permesso, prima mi ha donato un prezioso regalo, se stesso raccontato in un centinaio di pagine, e poi mi ha rubato il cuore incrociando il suo cammino con il mio, nella mia città, per puro caso, o perché doveva accadere. Certe persone sono davvero uniche e speciali e Matisse è una di queste rare persone. Il tempo che abbiamo trascorso insieme è strato breve, intenso, indimenticabile. Quando Matisse è ripartito, la sua prima destinazione era la Polonia, un doveroso ritorno nella sua terra natia per riabbracciare la madre e i suoi amici polacchi. E poi lo attendevano altri viaggi, altre mete, altre avventure. In questo momento non so esattamente dove sia, ma di certo è da qualche parte con la sua Scarlett a tracolla, a spasso sulle strade del mondo. La sua vita è nomade, lo è stata fin dall’inizio, e non si è ancora stancato di viaggiare, forse non metterà mai radici in nessun luogo, perché chi nasce libero come lui ha bisogno di essere sempre in costante spostamento, come gli uccelli che migrano da un continente all’altro e ogni volta rifanno il nido, anche se per poco tempo. Matisse è come loro, non lo puoi privare del suo bisogno di vivere come se avesse un paio d’ali. Prima di lasciare l’Italia mi ha promesso di tornare per il Ferrara Buskers Festival 2014. Mi ha detto “Verrò a trovarti, aspettami”. Manca solo un mese, e io sono qui, lo aspetto. A presto Matisse, cuore di busker…

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© Paola Secondin 2015 © Tutti i diritti riservati all’Autore

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Questo breve romanzo biografico ispirato ad una storia vera racconta la vita di un giovane busker, un musicista di strada nato e cresciuto tra i buskers. Matisse narra in prima persona le sue esperienze, dall'infanzia vissuta al seguito degli artisti di strada, all'adolescenza inquieta dominata dal desiderio di trovare il padre mai conosciuto, fino all'età adulta fatta di viaggi solitari sulle strade del mondo. La passione per la musica e per le belle donne, l'amicizia con altri buskers e i viaggi tra Europa, America e Asia fanno da sfondo alle parole di Matisse, regalando al lettore un piccolo affresco di vita vera vissuta giorno per giorno senza regole e in piena libertà. Matisse è nomade nell'anima, ha un cuore di busker, ma un incontro inaspettato pone le basi per l'inizio di una nuova vita per lui e per la sua inseparabile chitarra, compagna di avventure e disavventure. Un romanzo breve, attuale, una storia semplice scritta su un quaderno e affidata al mondo per lasciare una traccia di sÊ ai lettori.


CUORE DI BUSKER - Paola Secondin - Romanzo