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Quest’opera è protetta dal plagio da un servizio di deposito e protezione. Ai sensi della legge, è vietata la riproduzione integrale o parziale del testo per uso pubblico.

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Copyrighted Book

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Paola Secondin

Atlantis

Š Paola Secondin 2014 3


Titolo: Atlantis Autore: Paola Secondin Copertina a cura dell’Autrice Copyright © Paola Secondin © Tutti i diritti riservati all’Autore

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi, e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’Autore o sono stati usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti, località reali, persone realmente esistenti o esistite è puramente casuale. La riproduzione non autorizzata del testo è severamente vietata e punibile con la legge.

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Capitolo 1 Portogallo, città di Lagos. La telefonata tanto attesa giunse alle 2:00 di notte. Gabriela De Santos, ventitré anni, capelli corti lisci e neri, occhi nocciola e carnagione ambrata, sussultò sulla sedia girevole sulla quale era seduta al suono improvviso del cellulare posato sulla scrivania del suo ufficio di biologa marina. Si riscosse dai propri pensieri e afferrò il telefono per rispondere. “Francisco?” La linea era disturbata, in sottofondo si udiva il rombo cupo del motore della motovedetta dalla quale il suo collega la stava chiamando. “Francisco, mi senti?” “Forte e chiaro, Gabriela. Ci sono delle interferenze, ma riesco a sentire la tua voce.” “Dove siete?” “Stiamo attraversando l’ultimo tratto d’oceano, saremo al laboratorio tra meno di venti minuti.” Gabriela si alzò in piedi e domandò ansiosamente: “L’avete preso?” La risata di Francisco fu un segnale affermativo. “Sì, l’abbiamo catturato finalmente! È tutto merito di Jorge e Tiago.” Gabriela esultò in silenzio agitando in aria una mano stretta a pugno. “Come ci siete riusciti?” “Con la gabbia metallica. Jorge l’ha immersa a tre metri di profondità e Tiago ha avuto la prontezza di chiudere il cancelletto non appena lui è entrato.” “Avete usato l’esca del manichino umano?” “Sì, e ha funzionato! Ricardo ha avuto un’idea geniale.” Gabriela sospirò di puro sollievo. “È incredibile… Non mi sembra vero che l’abbiate catturato… Si è dibattuto quando ha capito di essere bloccato all’interno della gabbia metallica?”

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“Moltissimo. Ha tentato di liberarsi con una furia tale che mi ha fatto temere che potesse scardinare i lucchetti. Jorge ha dovuto sparargli un sonnifero.” Gabriela si accigliò. “Avevamo stabilito di non fargli del male.” “Si agitava troppo, Gabriela. Rischiava di farsi del male da solo, Jorge non ha avuto altra scelta. Non ti preoccupare, si è addormentato senza rendersene conto.” “E adesso dov’è, ancora nella gabbia?” “No, Ricardo e Tiago lo hanno liberato e caricato a bordo. Per precauzione hanno usato delle funi per legarlo, nel caso si risvegliasse durante la traversata, ma per fortuna è ancora assopito.” Gabriela si morse un’unghia nervosamente. “Francisco, gli hai dato un’occhiata?” “Eccome! È una creatura sconvolgente, devi vederla con i tuoi occhi, Gabriela.” La ragazza represse un moto di eccitazione e disse: “Fate presto a tornare, non sto più nella pelle!” Il rombo del motore della motovedetta coprì la voce di Francisco per un breve attimo, e Gabriela riuscì a sentire un ordine impartito da Jorge che stava di certo alla guida del mezzo acquatico. “Gabriela? Jorge mi sta dicendo che devi scendere nel laboratorio e mettere in funzione la vasca. Dev’essere già pronta per quando arriviamo, dobbiamo subito rimetterlo in acqua.” “D’accordo. Dì a Jorge che vado subito a prepararla.” “Okay, Gabriela. Arriveremo a Lagos tra breve. Preparati a credere all’impossibile.” Francisco Martines chiuse la comunicazione e Gabriela De Santos infilò il cellulare nella tasca del suo camice bianco da biologa, quindi uscì di corsa dal piccolo ufficio spegnando le luci al neon e chiudendosi la porta alle spalle. Percorse il corridoio deserto e buio della clinica veterinaria marina “La Tortuga” che serviva da copertura per il laboratorio segreto “Mundo Marinho”. Il biologo Jorge Alvares aveva avuto l’idea di fondare quel luogo di ricerche biologiche assieme ai colleghi e fratelli Francisco e Ricardo Martines,

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Tiago Lopes si era unito all’équipe un anno dopo, e per ultima era arrivata lei, assunta da Jorge dopo aver valutato attentamente il suo curriculum. Gabriela era laureata in biologia marina e ambientale, aveva lavorato per due anni presso lo zoo acquatico di Lisbona, era preparata, professionale e soprattutto interessata al programma di ricerche di Jorge. Un programma segreto che mirava a scoprire l’esistenza di esseri viventi marini rari e studiarne la morfologia e l’etimologia. Il laboratorio era finanziato segretamente dal padre di Jorge, il ricercatore Pedro Alvares, ed era stato creato nei sotterranei della clinica veterinaria “La Tortuga”, presso la città di Lagos, nel sud del Portogallo. Una località di villeggiatura affacciata sull’oceano perfetta per nascondere il laboratorio alla polizia locale e ideale per consentire alla clinica marina di occuparsi di cetacei quali delfini e balene che molto spesso perdevano il senso dell’orientamento e venivano a spiaggiarsi sulle coste di Lagos. Gabriela lavorava lì già da un anno, aveva curato moltissime testuggini ferite e visto nascere i loro piccoli dalle uova deposte sulla spiaggia, si era occupata della guarigione di un delfino morso da uno squalo bianco e aveva salvato un cucciolo di beluga abbandonato dalla madre sulla spiaggia dopo il parto. Da circa un mese, Gabriela e i suoi colleghi stavano lavorando ad un progetto di salvataggio e studio di una nuova specie di anfibio, una creatura che aveva dell’incredibile, avvistata da alcuni pescatori delle Isole Azzorre. Quella notte, dopo due settimane di appostamenti e tre tentativi di cattura dall’esito negativo, Jorge e i ragazzi del laboratorio erano riusciti a cogliere di sorpresa la creatura, e ora la stavano portando lì per esaminarla. Gabriela aprì la porta del ripostiglio degli attrezzi di pulizia della clinica e spostò di lato la scansia metallica dietro la quale si celava l’accesso segreto al laboratorio, una porta a chiusura elettronica. Fece scorrere il pass magnetico nella fenditura della serratura e si introdusse nel laboratorio, preceduto da una scalinata che scendeva nei sotterranei. C’era un secondo accesso, direttamente dalla spiaggia, una grotta naturale scavata nella scogliera dove Jorge ormeggiava la motovedetta. All’interno della grotta, un tunnel roccioso consentiva all’équipe biologica di entrare nel laboratorio senza essere vista da

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nessuno, e Gabriela sapeva che tra non molto i ragazzi sarebbero arrivati con la creatura appena catturata nelle acque delle Azzorre. Giunta nel laboratorio, un salone di sei metri per sei, accese tutte le luci e l’impianto di ventilazione, quindi fece ciò che Francisco le aveva detto al telefono: preparò la vasca che avrebbe accolto la creatura. Aprì la valvola dell’acqua, consentendo all’idrovora collegata con l’esterno di risucchiare l’acqua oceanica dal fondale della grotta, e osservò la vasca in vetro antisfondamento di quattro metri per tre riempirsi rapidamente fino a raggiungere l’orlo superiore. A quel punto azionò il filtro di ricambio a circolo chiuso, il miscelatore di ossigeno, e il termostato, che impostò sui sedici gradi, ricreando la temperatura media delle acque delle Azzorre, dove la creatura viveva prima di essere avvistata dai pescatori dell’isola di Flores. Gabriela osservò la vasca colma d’acqua che era stata costruita e utilizzata per salvare il cucciolo di beluga, e salì sulla scaletta laterale che consentiva di aprire per metà il coperchio di chiusura. I lucchetti scattarono sotto la pressione esercitata dalle sue mani, e il coperchiò fu aperto e puntellato, pronto ad accogliere la creatura per poi essere richiuso. Gabriela non sapeva ancora con esattezza con quale specie di essere vivente avrebbe avuto a che fare, ma di una cosa era certa: era una creatura unica al mondo, e lei non vedeva l’ora di poterla guardare con i propri occhi. Pazientemente, si sedette su una sedia di plastica e attese l’arrivo di Jorge, Francisco, Ricardo e Tiago. Ogni volta che la motovedetta di Jorge imboccava l’apertura della grotta naturale all’interno della scogliera, l’eco del rombo del motore faceva vibrare le pareti del laboratorio. Gabriela si alzò di scatto dalla sedia e corse ad aprire la porta che si affacciava sul tunnel collegato con l’interno della grotta. Nel buio di quel passaggio roccioso, udì le voci distanti dei ragazzi dell’équipe biologica che parlavano tra loro concitatamente, seguite dal rapido fruscio delle loro scarpe antiscivolo sui pioli in ferro della scaletta metallica utilizzata per risalire lungo il tunnel. Francisco guidava il gruppo reggendo una grossa torcia in mano, mentre gli altri indossavano sulla fronte delle

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piccole torce da speleoghi. Tiago e Ricardo reggevano il capo superiore di un sacco di tela cerata nera avvolta da una fune, e Jorge ne sosteneva la parte finale. Gabriela si fece da parte e i quattro uomini entrarono nel laboratorio trasportando il sacco di tela cerata con evidente fatica, segno che la creatura doveva essere piuttosto pesante. “Hey, Gabriela! La vasca è pronta?”, domandò Jorge. “Sì, è tutto a posto, e ho già aperto il coperchio.” “Brava ragazza, ci hai facilitato il compito.” “Vi serve una mano? Posso essere utile?” “La creatura dorme ancora. Tu sta a guardare mentre noi la immergiamo nella vasca.” Gabriela chiuse la porta secondaria del laboratorio e seguì i quattro colleghi fino alla scaletta della vasca, osservandoli in fremente silenzio mentre Tiago saliva i pioli in metallo e afferrava con entrambe le mani il sacco nero spinto verso l’alto da Ricardo e Francisco. “Jorge, spingilo da sotto”, disse Tiago, che stava per immergere il sacco nell’acqua. Con un ultimo sforzo, il sacco scivolò dentro la vasca e Tiago lo trattenne per un’estremità mentre Ricardo si sporgeva fin dentro l’acqua per sciogliere la fune che lo avvolgeva stretto. Gabriela girò intorno alla vasca fermandosi a guardare la facciata anteriore, e quando la fune fu ritirata dall’acqua il sacco di tela cerata si svolse e anch’esso fu estratto dall’acqua. Gabriela vide la creatura sgusciare fuori da quell’involucro e galleggiare nell’acqua per un breve istante prima di depositarsi lentamente sul fondo della vasca. “Meu Deus…”, mormorò sbalordita, alla vista della creatura addormentata che l’équipe aveva catturato nelle acque delle Azzorre. “Non credo ai miei occhi… Sto sognando!” Francisco e gli altri la raggiunsero alle spalle, e le lasciarono il tempo di rendersi conto che miti e leggende di Atlantide avevano preso forma in un corpo umano vero e tangibile fatto di carne ed ossa. “È un maschio! Un essere vivente che respira sott’acqua!”

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Gabriela era esterrefatta. I suoi occhi fissavano il corpo di un giovane uomo di età compresa tra i venti e i venticinque anni di corporatura robusta e altezza non inferiore al metro e ottanta. La sua pelle aveva un colorito opalescente ed era interamente ricoperta da squame di pesce dai riflessi argentati e azzurri. Aveva braccia e gambe umane, le mani e i piedi non erano palmati, la muscolatura era perfetta e tonica sotto le squame, gli organi riproduttivi erano maschili, nessuna traccia di peluria nella zona del basso ventre né in altre parti del corpo. Il suo viso del tutto umano aveva un aspetto androgino, i tratti potevano essere scambiati per quelli di una femmina marcatamente mascolina, e i capelli erano lunghi, folti, di colore quasi albino. Le squame che gli ricoprivano il corpo si fermavano al collo, ne aveva alcune solo al centro della fronte e sugli zigomi. Gli occhi erano chiusi, ma Gabriela immaginava che le sue iridi fossero prive di pigmenti colorati. Girò attorno alla vasca e guardò la sua schiena, dove la pelle presentava delle evidenti scaglie di colore blu, lamelle ossee rigide di forma romboidale interconnesse l’una all’altra che iniziavano dal coccige e salivano lungo la spina dorsale fino alla base del collo, dividendosi in due ramificazioni ricurve che terminavano sulla sommità delle spalle. Quelle scaglie blu formavano una ipsilon “Y” alquanto suggestiva, sembrava quasi il tatuaggio fantasioso di un tatuatore esperto. Ma erano reali, come tutto il resto, e Gabriela ne fu affascinata. “Un uomo ricoperto di squame e scaglie… Non è un pesce perché non presenta branchie, e se respira in acqua con due polmoni umani allora è un anfibio.” “I pescatori dell’isola di Flores ci hanno detto di averlo visto più volte uscire dall’acqua e soffermarsi sugli scogli, quindi è in grado di respirare senza problemi anche fuori dall’ambiente acquatico”, le disse Francisco, seduto alle sue spalle insieme agli altri. “E non è tutto. A sentire loro, quando non è nell’acqua le squame spariscono e la sua pelle assume un colore rosato, soltanto la fila di scaglie blu rimane in evidenza”, aggiunse Ricardo. “Quindi è un mutaforma. Si adatta all’ambiente in cui si trova. Aspetto umano sulla terra e anfibio nell’oceano. E i suoi polmoni

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sono in grado di filtrare l’ossigeno dall’acqua trasformandolo in aria quando è in immersione. Metà uomo e metà pesce. È assolutamente straordinario e incredibile!” Gabriela sorrise ai colleghi di lavoro, quattro uomini portoghesi dalla pelle scura, capelli neri e occhi nocciola fra i venti e i trent’anni. Jorge era il più adulto dell’équipe, Tiago il più giovane. E lei, con i suoi ventitré anni, stava nel mezzo tra Francisco e Ricardo. “Secondo me la creatura è il risultato di un esperimento genetico creato dell’Area 51 degli Stati Uniti. Hanno mescolato il DNA di un pesce con quello umano e ciò che vediamo è il risultato della fusione dei geni di due razze completamente differenti”, disse Tiago, esponendo la sua teoria. “Io mi associo, è un esperimento”, gli fece eco Ricardo. Gabriela posò gli occhi su Francisco e Jorge. “E voi due di che parere siete?” “Io non escludo affatto che possa trattarsi di un esemplare di una razza a noi sconosciuta, un nostro antenato che si è adattato a vivere sia nell’acqua che sulla terraferma. L’esperimento biologico non mi convince”, rispose Francisco. “Jorge?” “La mia teoria resta quella di sempre. Atlantide esiste e lui ne è la prova schiacciante.” “Sono d’accordo con te, Jorge. È troppo perfetto e complesso per essere solo un esperimento creato in laboratorio. Come dice Francisco, forse appartiene ad una razza antica che non si è mai estinta e che probabilmente vive nella leggendaria Atlantide. Io credo in questo.” “Secondo voi sa parlare? O è in grado di comunicare in qualche modo?”, chiese Tiago. “Lo scopriremo”, affermò Jorge. “Ma prima dovremo esaminarlo.” Gabriela pose le mani in avanti. “Aspettate. Nessuno di voi quattro gli farà un solo graffio. Tutto ciò che ci serve è un prelievo del sangue per esaminare il suo emocromo e il suo DNA, un esame dell’apparato respiratorio e cardiaco, e qualche test per capire il suo quoziente intellettivo. Nient’altro.”

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“Nessuno ha ipotizzato di farlo a fettine”, la rassicurò Jorge. “Gli esami che hai proposto vanno benissimo.” “Meno male, pensavo avessi strane idee per la testa. Propongo di approfittare del suo stato dormiente per eseguire gli esami. Non sappiamo come si comporterà da sveglio.” “Quando l’abbiamo preso era furioso, non gli è piaciuto per niente essere catturato”, le fece notare Ricardo. “Segno evidente d’intelligenza umana”, rifletté Gabriela. “Ha capito di essere in pericolo, ha avuto paura, e la sua istintiva reazione è stata quella di liberarsi e scappare.” “Sulla sua intelligenza non c’è dubbio. Il manichino preparato da Ricardo sembrava in evidente stato di annegamento e quando lui l’ha visto ha messo in atto un tentativo di salvataggio. Voleva tirarlo fuori dalla gabbia e portarlo in superficie, ne sono certo. Nessun pesce avrebbe avuto questo comportamento, neppure un delfino”, spiegò Tiago, che aveva partecipato alla sua cattura insieme a Jorge. Gabriela si strofinò i palmi delle mani e disse: “Chi entra nella vasca per eseguire gli esami?” I maschi si guardarono a vicenda, e prima che potessero rispondere, Gabriela decise: “Entro io. Voglio toccarlo.” “E se si svegliasse? Potrebbe attaccarti… No, non entrerai tu nella vasca, ci andrò io”, fu l’immediata risposta di Jorge, da sempre protettivo nei confronti dell’unica donna della sua équipe. “Jorge, ti prego, fammi entrare nella vasca. È ancora addormentato, non si sveglierà.” L’uomo tentennò, ma alla fine cedette. “Va bene, vai tu, Gabriela. Mettiti la muta e prendi una bomboletta d’ossigeno.” “Non ho intenzione di mettermi la muta, l’acqua della vasca non è eccessivamente fredda e io ci metterò pochissimo ad esaminarlo. Ho il costume sotto il camice, è una copertura più che sufficiente.” In pochi secondi si spogliò del camice bianco e delle scarpe da jogging sfoggiando ai maschi presenti il suo fisico da nuotatrice coperto da un bikini giallo.

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“Ecco, sono pronta”, disse, mentre Francisco lanciava un fischio di ammirazione e Tiago allungava una mano per schiaffeggiarle una natica mentre lei prendeva la valigetta del kit medico e la bomboletta di ossigeno. “Ragazzi, calmate i bollori. Non avete mai visto una donna in bikini?” Francisco e Tiago si scambiarono un’occhiata maliziosa, ma Gabriela finse di non notarli. “Mi raccomando, Gabriela, fai presto. Esci subito dopo aver fatto gli esami”, le disse Jorge, accompagnandola alla scaletta della vasca. “Tranquillo, non mi mangerà. A meno che non abbia due file di denti da squalo aguzzi.” “Questo non lo sappiamo, perciò stai attenta.” Gabriela annuì, e giunta sul bordo della vasca immerse prima le gambe nell’acqua fredda e poi si tuffò dentro con il resto del corpo, raggiungendo subito il fondo con la bomboletta d’ossigeno in una mano e la valigetta del kit medico stretta nell’altra. Il suo cuore batteva forte mentre si inginocchiava accanto al corpo della creatura marina, e l’emozione che provava in quell’istante era indescrivibile.

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Capitolo 2 Gabriela prese una lunga boccata d’ossigeno dal boccaglio della bomboletta portatile e la depose a terra. Aprì la valigetta del kit medico, contenente una siringa sterile per il prelievo del sangue, il misuratore di pressione acquatico e lo stetoscopio per auscultare cuore e polmoni. Per prima cosa, sollevò una mano e l’appoggiò delicatamente sul braccio sinistro della creatura. Al tatto, le sue squame erano lisce come quelle dei pesci ma non in rilievo, sembravano ricoperte da uno strato leggerissimo e impercettibile di pelle umana. Al contrario, le scaglie sulla spina dorsale e sulle spalle erano ruvide e spesse come gusci di conchiglia. Gabriela gli scostò i capelli dal viso, sentendo le ciocche chiarissime spesse e setose tra i polpastrelli. Nell’acqua, il suo respiro era udibile come un sibilo leggero dal ritmo calmo e ritmato, e la sua cassa toracica si gonfiava e sgonfiava regolarmente. Gabriela prese una nuova boccata d’ossigeno, quindi strinse la mano attorno al polso della creatura e gli sollevò il braccio ruotandolo verso l’esterno. Cautamente, strinse il laccio emostatico al di sotto della sua spalla, prese la siringa e attese di vedere la vena blu gonfiarsi sotto la pelle opalescente. Le tremava un po’ la mano, ma riuscì a controllarsi centrando la vena con l’ago e aspirando il sangue rosso brillante, che riempì la siringa. Era sangue umano, probabilmente caldo e identico al proprio. Ripose la siringa nella valigetta dopo aver incappucciato l’ago, prese lo stetoscopio e lo indossò. Quando lo appoggiò sul petto della creatura, il palpito del suo cuore le giunse forte e chiaro nelle orecchie. Era un battito molto più veloce rispetto a quello umano, ma il rumore dei ventricoli che si contraevano pompando il sangue era regolare. Il suo cuore era senza dubbio sano e forte. Gabriela passò ad auscultargli i polmoni, prima davanti e poi dietro, ascoltando il suo respiro profondo e cupo, molto simile a quello umano, ma con un fruscio di sottofondo attribuibile al filtraggio dell’ossigeno liquido presente nell’acqua da parte dei polmoni che lo trasformavano in particelle gassose. Gabriela si tolse lo stetoscopio, prese una nuova boccata d’ossigeno e misurò la pressione arteriosa della creatura, che risultò nella norma. Sollevò la

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testa, e con la mano sinistra mimò il segno dell’okay ai ragazzi che la stavano osservando fuori dalla vasca per dire loro che era tutto a posto. A quel punto richiuse la valigetta, e prima di lasciare la vasca volle controllare la dentatura e gli occhi della creatura. Con due dita gli sollevò il labbro superiore della bocca semi dischiusa scoprendo una fila di denti bianchi tali e quali a quelli umani, escludendo così la presenza di una dentatura affilata da squalo, poi con il pollice gli sollevò una palpebra, e scoprì che l’iride era trasparente come il ghiaccio, bordata da un cerchio azzurro. Occhi adatti per scrutare negli abissi marini, ma che alla luce del sole probabilmente si schermavano con una pigmentazione più scura, forse blu scura o quasi nera. Gabriela non aveva altro da esaminare. La creatura che stava osservando era un connubio perfetto tra essere umano e anfibio aquatico, capace di vivere in fondo all’oceano così come sulla terra in pieno sole. Era una scoperta eccezionale, incredibile e quasi inverosimile, eppure era lì, viva, tangibile, e Gabriela sperava che si svegliasse presto per verificare se fosse in grado di interagire con lei e i suoi colleghi. Fu con grande dispiacere che raccolse la valigetta medica e la bomboletta d’ossigeno per spingersi verso il bordo della vasca con un guizzo dei piedi. Jorge le andò incontro salendo sulla scaletta, lei emerse dall’acqua e gli consegnò valigetta e bomboletta, dopodiché si issò sul bordo della basca e uscì del tutto. Francisco le corse incontro porgendole un accappatoio di spugna per coprirsi e un asciugamano con cui tamponarsi i capelli corti e neri. “Ragazzi, è stata un’esperienza elettrizzante! Avevo il cuore in gola per l’emozione, ve lo giuro!” “Sei stata coraggiosa. Io non sarei riuscito a fargli il prelievo, avrei temuto che si svegliasse e mi attaccasse.” “Francisco, ho tremato anch’io, lo ammetto. Ma credo che sia una creatura pacifica, e non ha una dentatura da squalo. È un esemplare unico al mondo, più umano che acquatico. Le rassomiglianze con la nostra specie sono troppe, sono curiosa di scoprire com’è fatto il suo DNA e da cosa è composto il suo sangue.” “Dunque resti dell’idea che appartenga ad una razza umana anfibia?”, domandò Tiago.

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“Senza dubbio. I suoi polmoni sono in grado di respirare l’aria così come fanno con l’acqua, è senz’altro un anfibio di natura umana.” “Ci vorranno almeno tre giorni per avere i risultati del test del DNA. Nel frattempo, diamo un’occhiata al suo sangue”, disse Jorge, aprendo la valigetta medica sul tavolo annesso alla zona del laboratorio con i macchinari necessari a svolgere quegli esami. Gabriela lo raggiunse, seguita dagli altri biologi, mentre nella vasca la creatura seguitava a dormire. Il sonnifero che Jorge gli aveva somministrato era piuttosto forte, avrebbe impiegato ancora un bel po’ di tempo prima di riprendere conoscenza. “Dovremmo dargli un nome… Definirlo creatura o anfibio è poco rispettoso”, osservò Gabriela. “Hai ragione”, disse Tiago. “Chiamiamolo Atlantis, visto che siamo quasi tutti convinti che provenga da Atlantide.” “Atlantis… Mi piace, sai? Nome aggiudicato”, affermò Gabriela, battendo il cinque contro il palmo della mano di Tiago. “Mi chiedo se sia in grado di interagire con noi, di capire i nostri gesti e imparare la nostra lingua.” “Dipende da quanto è intelligente”, asserì Francisco. “Essendo abituato a vivere negli abissi marini di certo avrà imparato a comunicare con i cetacei. Non mi stupirei se anziché parlare si esprimesse con il verso emesso dai delfini o dalle balene.” “Probabilmente hai ragione, ma lui non è un cetaceo, la sua genetica umana è simile alla nostra, quindi sono dell’idea che il suo cervello sia in grado di imparare altri suoni e capire il senso del nostro linguaggio.” “Intelligenza umana… Lo scopriremo quando si sveglierà, e dubito che accada prima dell’alba.” Gabriela si volse a guardare la vasca con sguardo pensieroso. “Qualcuno dovrebbe restare qui di guardia in attesa che riprenda conoscenza. Non possiamo lasciarlo solo, quando aprirà gli occhi si renderà conto di essere chiuso in una vasca, ancora in trappola.” Ricardo annuì. “Certo, dobbiamo controllarlo. Chi si offre come volontario per passare la notte in bianco?”

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“Io passo, se non dormo almeno cinque ore poi non riesco a stare in piedi per l’intera giornata”, disse Tiago, declinando l’ipotesi di trascorrere la notte a sorvegliare la vasca. “Ci pensi tu, Francisco?” “Nemmeno per sogno. Il sonno è sacro per me. Jorge?” “Spiacenti ragazzi, ho guidato la motovedetta fino alle Azzorre e vi ho aiutati a catturare il vostro sirenetto di Atlantide, sono stanco e mi aspetta una sana dormita.” Gabriela si puntò le mani ai fianchi. “Ma che razza di rammolliti siete?... Resterò io di guardia alla vasca, a quanto pare sono l’unica qui dentro che non ha voglia di andare a letto.” I quattro colleghi la guardarono e fecero spallucce. “Come vuoi, Gabriela. Se non sei stanca…” “No che non lo sono. Sono talmente eccitata da tutto ciò che è accaduto questa sera che se anche mi stendessi a letto non riuscirei a chiudere occhio. E poi voglio essere presente quando Atlantis si sveglierà.” “Puoi restare, ma a patto che ci chiami subito se riprende conoscenza”, disse Jorge. “Dormiremo nelle brande della clinica, suona il campanello interno appena inizia a muoversi. E non ti addormentare.” “Jorge, puoi fidarti di me, lo sai.” “Ti ho assunta apposta, tesoro.” Gabriela gli sorrise, e lui la ricambiò con uno sguardo affettuoso prima di tornare ad osservare con il microscopio il campione di sangue che aveva messo su un vetrino. L’analizzatore ematologico era in funzione, i risultati sarebbero stati pronti in pochi minuti. “Jorge, ci puoi dire qualcosa sul suo sangue?”, gli chiese, sedendosi su una sedia libera accanto al tavolo. “Da ciò che vedo, non presenta alcun tipo di infezione batteriologica. La quantità di plasma è in giusta proporzione con l’ematocrito, e i suoi globuli rossi sono perfettamente circolari, non presentano malformazioni. Dire che è sano come un pesce è tanto vero quanto esilarante, dato che è un essere marino. Il suo sangue è di tipo umano, non c’è dubbio.”

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“E l’analizzatore ha già pronti i risultati?” “Fammi controllare… Sì, sono pronti, ora li stampo.” Jorge premette un pulsante del macchinario medico e dalla stampante collegata uscì un foglio con tutti i dati biologici del sangue analizzato. “Vediamo un po’… Accidenti, non ha nulla che sia fuoriposto… Emocromo perfetto, migliore del mio… E come pensavo, i livelli di sali minerali sono equilibrati. Iodio, fosforo, magnesio, calcio, silicio, potassio e zolfo sono perfetti, nitrati e fosfati sono presenti nella norma, il mercurio non è troppo alto, segno che il suo sistema renale lo espelle bene nonostante il tasso elevato di inquinamento delle acque oceaniche, e la vitamina D è appena al di sotto degli standard, ma è normale se non trascorre molto tempo sulla terraferma. Non vorrei ripetermi, ma è sanissimo.” “E il gruppo sanguigno? È riconoscibile?” “È zero positivo.” “Wow… Sembra l’esame ematico di uno qualunque di noi, eccetto il fatto che lui non è carente di sali minerali.” “Ciò dipende dalla sua dieta alimentare. Appare ovvio che si nutre di pesci e crostacei, per questo ha tutti i sali minerali nella norma.” Gabriela prese il foglio stampato per leggere i risultati, sorpresa dall’ennesima dimostrazione di quanta umanità fosse presente in Atlantis. “Peccato che l’esame del DNA non sia immediatamente disponibile, ma scommetto che i suoi geni saranno identici ai nostri, salvo qualche variante in comune con i cetacei o gli anfibi.” “Lo penso anch’io. Fra tre giorni ne avremo la certezza.” “Non vedo l’ora, Jorge… Adesso puoi andare a dormire. Anzi, tutti e quattro potete andare a dormire. Io resterò qui con Atlantis aspettando che si svegli.” “Ci stai cacciando via?” “Avete le palpebre calanti, altri cinque minuti e vi addormentate qui. Coraggio, andate a nanna bambini. E riposate tranquilli.” “Ci devi ancora ringraziare per la faticaccia di aver catturato Atlantis mentre tu te ne stavi qui ad aspettare il nostro ritorno”, le fece notare

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Tiago, chinandosi su di lei per baciarla sulla guancia. “Grazie mille ragazzi!”, esclamò Gabriela di rimando. “Avete fatto un lavoro eccellente, sono orgogliosa di voi.” Jorge le accarezzò una spalla, Francisco le arruffò i capelli ormai asciutti, Ricardo la strinse tra le braccia da dietro. “Buonanotte a tutti, se succede qualcosa vi chiamo.” I quattro uomini lasciarono il salone del laboratorio salendo al piano superiore, dove li aspettavano le brande poste nella stanza da notte della clinica marina, e Gabriela rimase sola. Ancora avvolta nell’accappatoio, si alzò dal tavolo della zona dei macchinari e camminò a piedi nudi sul pavimento raggiungendo la vasca. “Svegliati, Atlantis… Voglio scoprire chi sei”, mormorò, sedendosi su una seggiola proprio di fronte alla vasca. Lo guardò, immobile nel sonno, e attese pazientemente che l’effetto del sonnifero svanisse e i suoi occhi si aprissero. Alle 4:15 del mattino, Gabriela staccò gli occhi dalla rivista che stava leggendo quando udì un tonfo sordo provenire dalla vasca. Sollevando lo sguardo, vide che Atlantis si era mosso dalla posizione quasi fetale in cui si trovava fino a pochi minuti prima e si era drizzato a sedere colpendo con un ginocchio la facciata frontale della vasca. Gabriela lanciò via la rivista mentre il cuore le balzava in gola e istintivamente corse fino alla parete d’uscita del laboratorio dove si trovava il campanello collegato con il piano superiore. Si voltò indietro e vide Atlantis sollevarsi in piedi in tutto il suo metro e ottanta, perfettamente sveglio seppur disorientato. Stava per premere il pulsante del campanello quando una voce dentro di lei la bloccò dal farlo. Cinque persone che fissavano Atlantis erano troppe. Si sarebbe spaventato. Arrabbiato. Meglio una sola persona. Lei. Tentennò una manciata di secondi e alla fine non premette il pulsante. Era in grado di gestire la situazione da sola, non aveva bisogno dell’aiuto degli altri. Con quella convinzione, tornò lentamente di fronte alla vasca. Al suo interno, Atlantis aveva già capito di essere chiuso in una vasca colma d’acqua oceanica e stava spingendo con entrambe le mani contro ogni parete, spostandosi da

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un lato all’altro con rapidi guizzi del corpo. I suoi colpi erano tanto forti da far vibrare le pareti della vasca e Gabriela si affrettò a fare in modo che si calmasse. Raggiunta la facciata della vasca, la colpì a sua volta con le mani per tre volte, attirando l’attenzione di Atlantis. Il suo viso opalescente si girò di scatto fissandola attraverso il vetro con le sue iridi color ghiaccio contornate di azzurro. Come avrebbe fatto qualunque altro animale selvatico intrappolato in una gabbia, la guardò con sospetto, scrutandola intensamente, e si avvicinò alla parete vetrata con il passo circospetto di un giaguaro. Gabriela rimase immobile, distante appena un paio di centimetri da vetro, e lo fissò a sua volta con pari intensità, in un confronto a due dove gli sguardi erano l’unica fonte di contatto. Atlantis si abbassò lentamente piegando le ginocchia, e Gabriela lo vide farsi più vicino, alternando l’espressione intimorita a quella stupita di un essere vivente che si rendeva conto di avere davanti a sé un suo simile. Nel silenzio del laboratorio, Gabriela sollevò lentamente la mano sinistra e appoggiò il palmo e le dita aperte a ventaglio contro il vetro, premendo forte. “Mostrami che sei intelligente come penso”, sussurrò piano muovendo le labbra impercettibilmente. “Appoggia la mano contro la mia.” Attese, senza muoversi, e Atlantis distolse lo sguardo dai suoi occhi per guardare la mano che premeva contro il vetro. Molto lentamente, il suo braccio destro si mosse nell’acqua cristallina e come Gabriela sperava, Atlantis accostò la mano al vetro e la premette contro di esso, facendo combaciare il palmo e le dita con quelli di Gabriela al di fuori della vasca. Lei sorrise, felice che lui avesse dimostrato di capire il significato di quel gesto, e rimase ferma in quella posizione mentre lui tornava a guardarla e nei suoi occhi la paura svaniva, sostituita da una pacifica espressione. “Il primo contatto… La dimostrazione che sei un essere pensante”, sussurrò ancora lei, posando anche l’altra mano contro il vetro. Atlantis non esitò a imitare il suo gesto, facendo aderire al vetro anche la mano sinistra, e Gabriela gli sorrise di nuovo. Le sue iridi trasparenti si soffermarono sulle labbra sorridenti di lei, poi

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tornarono a guardarla negli occhi e anche lui incurvò la bocca in un accenno di sorriso. Gabriela sentì un brivido d’emozione scivolarle lungo il corpo e un pensiero le balenò nella testa. Voleva entrare nella vasca. Con lui. Era certa che non le avrebbe fatto alcun male. I suoi occhi erano docili adesso. Poteva rischiare un contatto ravvicinato, anche se l’idea la spaventava. Senza riflettere troppo a lungo, spinta dal desiderio di far capire ad Atlantis che di lei si poteva fidare, Gabriela staccò le mani dal vetro e sciolse il nodo della cintura dell’accappatoio, facendolo scivolare giù dalle spalle. Atlantis seguì ogni suo movimento, e Gabriela girò piano intorno alla vasca fino a raggiungere la scaletta esterna. Passo dopo passo, con cautela, salì fino in cima, consapevole che lui la stava osservando, aprì il coperchio e lo sollevò fino ad aprirne una metà, quindi prese un bel respiro e si tuffò all’interno della vasca con la testa, scivolando nell’acqua con tutto il corpo. Agitò le braccia per scendere verso il basso, finché i suoi piedi non toccarono il fondo. Il suo cuore batteva a mille, rimbombandole nelle orecchie, ma sapeva di non poter sprecare troppo ossigeno dato che si era immersa in apnea. Non aveva preso la bomboletta d’ossigeno perché si fidava del proprio passato di campionessa di nuoto subacqueo, e non voleva che Atlantis potesse essere spaventato dalla presenza di un oggetto che non conosceva. Ora, in piedi di fronte a lui, sentiva le gambe molli come gelatina, e quando Atlantis si avvicinò, sperò di non aver commesso un errore di valutazione che le sarebbe costato caro. Sollevò una mano come aveva fatto poco prima fuori dalla vasca, e lui parve esitare alcuni secondi prima di alzare la sua e accostare il palmo a quello di Gabriela. Le loro mani si toccarono, e lei tremò da capo a piedi. Poi, premette il palmo contro il suo e piegò le dita fino a intrecciarle con quelle di Atlantis. Lui fece altrettanto, rassicurando Gabriela sulla sua indole pacifica, e lei ripeté lo stesso gesto con l’altra mano, lasciando che le sue dita dalla pelle ambrata si intrecciassero con quelle opalescenti di Atlantis. Lui guardò le loro mani intrecciate con evidente curiosità, probabilmente colpito dal colore più scuro della carnagione di Gabriela, e subito dopo le fissò il corpo coperto solamente dal bikini giallo, intuendo la sua diversità e

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forse comprendendo che lei era una femmina. Slacciò le dita dalla presa di Gabriela e allungò la mano fino a sfiorarle una spalla con i polpastrelli pallidi e freddi. Lei si lasciò toccare, vedendo dipingersi sul suo volto la sorpresa nel sentire la sua pelle liscia priva di squame. La sua mano le scivolò sulla clavicola, scese sullo sterno, e si posò leggera sulla rotondità del suo seno coperto dal bikini senza malizia, solo con la curiosità di toccare un corpo diverso dal proprio. Gabriela slacciò le dita che ancora stringevano l’altra mano di Atlantis e gli toccò il corpo nello stesso identico modo, sfiorandogli dapprima una spalla, poi la base del collo, lo sterno e il petto. Lui non si ritrasse, si lasciò toccare seguendo il percorso della sua mano, e quando Gabriela gli appoggiò le dita sulla guancia, anche lui lo fece, accarezzandole il volto con la punta dei polpastrelli. Gabriela era tanto vicina da poterlo abbracciare se solo avesse voluto, ma forse il contatto totale del suo corpo contro quello di Atlantis era troppo azzardato, perciò si mosse attorno a lui spostandosi alle sue spalle e con le mani percorse le ruvide scaglie blu che dalle spalle si congiungevano a ipsilon sulla spina dorsale scendendo fino al coccige. Lui si volse, cercando di nuovo le sue mani, ma Gabriela nuotò all’indietro muovendo le braccia e Atlantis le accarezzo le cosce e le gambe. Sembrava particolarmente interessato a scoprire ogni parte del suo corpo, e quando lei prese a nuotare nella vasca, Atlantis si staccò dal fondo e le cinse la vita con un braccio, attirandola contro di sé e nuotando insieme a lei in un gioco innocente fatto di guizzi nell’acqua. La riserva d’ossigeno immagazzinata da Gabriela si stava esaurendo, doveva risalire in superficie e prendere una nuova boccata d’aria, così si spinse verso l’alto ed emerse dalla vasca con la testa, respirando a pieni polmoni. Atlantis le afferrò una caviglia prima che lei avesse terminato di recuperare il fiato e la tirò giù facendole uscire una scia di bollicine d’aria dal naso e dalle labbra. Quando lui la vide tapparsi il naso per non perdere quel poco d’ossigeno che era riuscita a respirare, lasciò la presa sulla sua caviglia e la spinse verso l’alto in un gesto che fece capire a Gabriela quanto lui fosse realmente intelligente. Aveva capito che non era fatta come lui, che non poteva respirare sott’acqua, che aveva bisogno

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d’aria. Per questo l’aveva lasciata andare e aiutata a risalire. Aggrappata al bordo della vasca, Gabriela respirò a pieni polmoni per quasi un minuto, poi si immerse di nuovo, e riprese a nuotare nella vasca lasciando che Atlantis tentasse di acciuffarla per sfuggirgli ogni volta. Quel gioco pareva divertirlo, e a Gabriela piaceva il tocco delle sue mani. L’afferrava con delicatezza, come se temesse di farle del male, ma in realtà era un essere innocuo, e Gabriela moriva dalla voglia di farlo uscire dalla vasca per vedere con i propri occhi ciò che i pescatori di Flores avevano detto a Jorge e agli altri, ovvero che fuori dall’acqua il suo aspetto mutava come quello di un camaleonte assumendo sembianze più umane che anfibie. Quando non ebbe più ossigeno nei polmoni, raggiunse la superficie con un rapido guizzo e uscì dalla vasca lasciando Atlantis di nuovo solo. Scese dalla scaletta gocciolando acqua sul pavimento e si appoggiò alla parete laterale della vasca guardando Atlantis negli occhi e dicendo a voce alta: “Sono qui, non sto andando via.” Probabilmente lui non capì ciò che gli disse, ma la seguì con lo sguardo mentre si avvicinava alla valvola di entrata ed uscita dell’acqua della vasca e azionava il tasto di svuotamento. “Jorge si arrabbierà da morire, me lo sento. Ma non lascerò Atlantis dentro questa vasca un secondo di più, voglio vedere il suo aspetto umano”, si disse, mentre l’acqua iniziava a defluire, risucchiata dall’idrovora. Atlantis capì che la vasca si stava svuotando e Gabriela si avvicinò al vetro frontale per sorridergli, rassicurandolo su quanto stava succedendo. Lui rimase immobile, gli occhi di ghiaccio fissi sul livello dell’acqua che scendeva rapidamente, e poco a poco il suo corpo si ritrovò all’asciutto, prima la testa, poi il busto, quindi le gambe. Quando la vasca fu completamente svuotata, Gabriela rimase ferma a guardare Atlantis, in attesa del mutamento del suo corpo. I suoi capelli lunghi di colore albino furono i primi a cambiare aspetto, facendosi dapprima biondissimi e poi dorati come il grano maturo. Subito dopo, la sua pelle opalescente assunse una colorazione rosea e le squame argentate e azzurre che gli ricoprivano il corpo scomparvero sotto la cute man mano che la carnagione si scuriva, fino a diventare quasi ambrata. Gabriela lo vide mutare sotto i suoi

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occhi e respirare normalmente, come se il passaggio dall’acqua all’aria non fosse affatto un problema per i suoi polmoni, e quando incontrò i suoi occhi notò che la loro pigmentazione si era fatta azzurra, limpida e cristallina. “Stupefacente…”, mormorò Gabriela, di fronte a quello che sembrava un essere umano terrestre dalla testa ai piedi. Era cambiato tanto in fretta da lasciarla senza parole, e senza le squame e il colorito opalescente aveva l’aspetto di un giovane uomo di razza bianca abbronzato dal sole. Era bellissimo, non poteva negarlo, e non aveva nulla di anfibio o di acquatico, eccetto le scaglie sul dorso. Quelle erano rimaste evidenti, perché erano lamelle ossee, ma il blu intenso si era fatto azzurro pallido, e un occhio inesperto avrebbe potuto scambiarle per un tatuaggio in rilievo. Gabriela si riprese dallo shock del suo mutamento e girò attorno alla vasca per risalire sulla scaletta e sporgersi oltre il bordo allungando un braccio verso Atlantis. “Vieni qui… Avanti, vieni”, gli disse, agitando la mano verso di lui. “Non vuoi uscire da questa vasca?” Lui la guardò, chinando il capo di lato, incuriosito dal suono della sua voce. “Allora?... Cosa stai aspettando?... Dai, avvicinati.” Atlantis mosse un passo dopo l’altro verso di lei e sollevò il braccio fino a sfiorare le dita di Gabriela con le proprie. Lei si spose con tutto il busto e gli strinse un polso saldamente, iniziando a tirare il suo braccio verso l’alto. Allora lui capì cosa lei gli stava offrendo: la libertà. Se si fosse aggrappato al suo esile braccio l’avrebbe fatta cadere dentro la vasca, per questo si liberò dalla sua stretta e si chinò sulle proprie gambe per poi balzare verso l’alto e aggrapparsi al bordo della vasca con entrambe le mani, sorprendendo Gabriela. Lo vide sollevarsi con forza sugli avambracci e si spostò dalla scaletta credendo che sarebbe sceso da lì. Invece lui si accucciò sulla scaletta e raggiunse il pavimento con un altro balzo. Il suo corpo e i suoi capelli gocciolavano acqua di mare sul pavimento del laboratorio, e anche lei era zuppa dalla testa ai piedi. Corse rapidamente a raccogliere il proprio accappatoio di spugna che si era levata prima di immergersi nella vasca e si affrettò a indossarlo sotto lo sguardo

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curioso di Atlantis. Si passò le mani tra i capelli corti per eliminare l’acqua in eccesso, poi aprì l’anta di un armadietto metallico e prese un paio di asciugamani. “Sei fradicio. Di certo sei abituato a stare così, ma voglio vedere se mi permetti di asciugarti almeno un po’.” Si accostò ad Atlantis mostrandogli il telo bianco, ne afferrò un lembo tra le dita e lo passò lentamente sul suo petto, sulle spalle e sulle braccia. Lui si lasciò toccare senza muoversi, e Gabriela gli girò attorno strofinando il panno anche sulla sua schiena, passando leggera sopra alle scaglie ossee azzurre che aveva sul dorso. Poi gli tamponò i capelli qual tanto che bastava a renderli meno gocciolanti, gettò via l’asciugamano bagnato e ne prese un altro, che avvolse attorno ai fianchi di Atlantis per coprire le sue parti intime. Lui toccò l’asciugamano come per tastarne la consistenza e Gabriela gli disse: “Devi tenere questo addosso. Non puoi andare in giro completamente nudo.” Atlantis la ignorò, e cercò subito di levarsi di dosso il telo, ma Gabriela gli bloccò le mani con le proprie e lo guardò negli occhi. “No”, disse con voce ferma. “Non lo devi togliere… Hai capito?... Non-si-tocca.” Lui ricambiò lo sguardo, e sembrò interpretare l’inflessione dura della sua voce come un comando. Tolse la mani dal telo e Gabriela mosse la testa su e giù per fargli capire che aveva capito e che andava bene così. Poi gli prese una mano allacciando le dita alle sue e lo tirò verso di sé. “Vieni con me. Seguimi.” Atlantis non oppose resistenza e la seguì guardandosi attorno nel laboratorio illuminato dai neon applicati al soffitto. Lungo le pareti erano disposti numerosi piccoli acquari contenenti varie specie di pesci tropicali in via d’estinzione che Francisco allevava in cattività per poi rilasciarli in mare una volta divenuti adulti. Atlantis si chinò a guardare un acquario dopo l’altro, e Gabriela lo osservò mentre sfiorava le pareti delle vasche con le dita, forse chiedendosi perché quei pesci colorati erano rinchiusi nell’acqua come lo era stato lui fino a pochi attimi prima. In una vasca c’era anche una murena

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gravida, e quando lui toccò il vetro, il serpente acquatico reagì spalancando le fauci ed emettendo il suo tipico verso sibilante di attacco e difesa. Atlantis lo sentì, e dischiuse le labbra riproducendo lo stesso identico sibilo gutturale. Spaventata, la murena indietreggiò all’interno della roccia cava posta nell’acquario, e Atlantis si risollevò in piedi. Gabriela non si era aspettata quella sua reazione, e per un attimo lo guardò affascinata. Era curiosa di scoprire se sapeva parlare e comunicare anche con lei, ma non aveva idea di come approcciarsi… Forse, poteva tentare di insegnargli il proprio nome… Sarebbe stato in grado di pronunciarlo?... Per saperlo, doveva fare un tentativo. “Hey”, disse, scuotendogli la mano. “Vediamo se riesco a strapparti un filo di voce.” Atlantis non la stava affatto ascoltando, era troppo preso a guardarsi attorno con gli occhi attenti di un bambino che scopre un nuovo mondo all’improvviso. “Hey… Sto parlando con te”, ripeté Gabriela, schioccando due dita per attirare la sua attenzione. Atlantis si voltò a fissarla e Gabriela si portò una mano al petto colpendolo ripetutamente con le dita. “Io-sono-Gabriela”, disse, marcando la voce su ciascuna parola. “Gabri-ela. È il mio nome. Gabriela.” L’espressione di Atlantis era attenta, ma lei dubitava che avesse compreso cosa voleva da lui. Allora gli toccò il petto con la mano e disse: “Tu-sei-Atlantis…. A-tlan-tis… Atlantis.” Di nuovo, lui parve non capire, ma Gabriela non si perdette d’animo. “Gabriela”, disse ancora, toccandosi il proprio petto. Poi sfiorò il suo e disse: “Atlantis.” Gli occhi azzurri che la fissavano erano immobili. La comunicazione tra di loro sembrava piuttosto difficile, ma forse bastava insistere. “Okay, riproviamo con calma. Ci vuole pazienza, come con i bambini piccoli quando si insegna loro a dire mamma e papà.” Cocciuta e insistente, Gabriela fece dei ripetuti tentativi di comunicazione pronunciando i due nomi uno di seguito all’altro.

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“Gabriela… Atlantis… Gabriela… Atlantis…” Avrebbe continuato per ore se fosse stato necessario, ma lui la sorprese all’improvviso emettendo un suono vocale cavernoso e incomprensibile che la bloccò all’istante. Scosse la testa per fargli intendere che non aveva capito, e lui ripeté quel verso roco e gutturale. Stava provando a parlare, Gabriela ne era certa, ma articolare i suoni doveva risultargli difficile. “Devi usare la bocca, non la gola”, gli spiegò, toccandosi le labbra e poi il collo. “Parla con la bocca… Fai uscire la voce da qui”, e gli sfiorò le labbra mentre parlava. Atlantis sollevò la mano per toccarsi la bocca a sua volta e Gabriela gli fece segno di “sì” con un cenno del capo. Sapeva che lui era intelligente, doveva solo intuire come gestire la propria voce trasformandola in parole. Quando fece un primo tentativo di parlare, la sua voce risuonò arrochita, segno che non era abituato ad usare le corde vocali, e alla seconda prova il nome di Gabriela uscì dalle sue labbra indistinto e mangiucchiato. “Coraggio, ci stai riuscendo… Dì il mio nome, è facile”, lo spronò Gabriela, scuotendogli la mano ancora intrecciata alla sua. Gli sorrise per incoraggiarlo, e lui mosse le labbra ancora, lasciando uscire una voce meno sporca e più nitida, e poi provò di nuovo, e questa volta il suo timbro vocale risuonò chiaro e il nome di Gabriela quasi esatto. “Ariela” e “Alatis” furono il primo risultato accettabile dei suoi sforzi, e lei cercò di aiutarlo scandendo nuovamente i due nomi. “Ga-bri-ela… A-tlan-tis.” Lui registrò il suono della sua voce con attenzione, e dopo un breve attimo di silenzio allungò una mano fino a toccarle lo sterno e finalmente disse: “Ga…bri…ela.” A lei non parve vero che fosse riuscito a parlare ed esultò con una piccola risata. “Ga…briela”, disse lui di nuovo, toccandola. “Gabriela.” “Sì, è esatto! Ci sei riuscito! Ora dì il tuo nome, forza!” Lui si portò la mano allo sterno e corrucciò le sopracciglia bionde incespicando sulle lettere fino a pronunciarle con esattezza.

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“Atlantis.” “Sì, va bene! Atlantis è il tuo nome. Sei riuscito a parlare, è incredibile.” Gabriela lo tenne stretto per la mano e lo portò in un angolo del laboratorio dove alla parete era appeso uno specchio. “Guarda… Siamo noi due… Gabriela e Atlantis.” Lui si osservò a lungo nello specchio, toccandolo, cercando di capire cosa fosse quell’oggetto riflettente che gli rimandava la propria immagine come la superficie dell’acqua immobile. “Chi è questa persona? Come si chiama?”, domandò lei, puntando il dito sullo specchio contro se stessa. “Gabriela”, rispose lui, senza esitare. “E quest’uomo? Qual è il suo nome?”, chiese ancora, puntando il dito sull’immagine di lui. “Atlantis”, fu la sua risposta. Gabriela sorrise, entusiasmata dalle sue capacità di comprensione altamente sviluppate, e indicò lo specchio con un movimento della mano. “Specchio”, disse, attendendo un riscontro da parte di Atlantis. Lo guardò, e lui posò la mano contro la superficie in vetro riflettente. “Specchio”, ripeté con sicurezza. “Sì. Specchio.” Gabriela fece scorrere la mano su se stessa, dalla testa fino al ventre, e disse: “Donna.” Prontamente, Atlantis la osservò e abbinò la parola che già conosceva con quella appena sentita. “Gabriela. Donna.” Lei allora si voltò a guardarlo e disse: “Uomo”. Non gli aveva dato alcuna indicazione precisa. Voleva appurare se era così intelligente da capire da solo che la parola uomo corrispondeva a se stesso. “Atlantis. Uomo”, disse lui, dimostrandole esattamente ciò che pensava: il suo quoziente intellettivo era molto sviluppato nonostante provenisse dal mondo acquatico. “Sì. Atlantis è un uomo”, gli disse, trascinandolo via dallo specchio.

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Nel laboratorio c’era una stanzetta con una branda in cui potersi riposare e Gabriela faticava a tenere gli occhi aperti. Troppe emozioni in una sola notte sommate alla carenza di sonno. Era stanca, e aveva bisogno di dormire. Non poteva lasciare Atlantis libero di aggirarsi per il laboratorio, e tantomeno costringerlo a rientrare nella grande vasca. Svegliare Jorge e i ragazzi sarebbe stata un’idea pessima, avrebbe dovuto spiegare loro perché non li aveva chiamati quando Atlantis si era risvegliato e raccontare al gruppo tutto ciò che era accaduto da quel momento in poi. L’avrebbero scoperto da soli guardando le registrazioni della videocamera di sorveglianza posta all’ingresso del laboratorio, accesa ventiquattrore su ventiquattro. Lei aveva un gran sonno e decise che avrebbe portato Atlantis con sé all’interno della stanzetta. “Vieni, Atlantis. Gabriela deve riposarsi.” Entrò nella stanzetta contenente la branda e un armadietto metallico e chiuse la porta ruotando il pomolo dorato fino a far scattare il lucchetto. “Io devo dormire, e tu mi farai compagnia.” Atlantis la guardò mentre si muoveva nella piccola stanza, lei aprì l’armadietto e prese il cubo di Rubik con cui Tiago giocherellava ogni volta che schiacciava un pisolino sulla branda. “Atlantis, guarda”, disse all’uomo di Atlantide che stava fermo accanto alla porta, mostrandogli il cubo di Rubik. “Questo è un gioco divertente. Ogni faccia ha un colore diverso, vedi? Bianca, rossa, blu, verde, arancione e gialla. È bello, vero? Ma le facce si muovono… Ruotano e si spostano… Così… Ecco, hai visto? Tutti i colori adesso sono in disordine. Lo do a te. Rimetti a posto le facce. Fallo tornare come prima.” Atlantis aveva osservato Gabriela con curiosa attenzione mentre scomponeva le facce del cubo, e quando lei glielo porse si ritrovò tra le mani quell’oggetto duro e colorato che si muoveva. Lo guardò interdetto, mentre Gabriela si sdraiava sulla branda. “Atlantis, siediti qui accanto a me.” Rispondendo al suo richiamo, lui si chinò a terra vicino alla branda e Gabriela gli sorrise.

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“Resta qui con me. Non ti muovere. Io dormo un po’.” Atlantis rimase fermo a guardarla, con il cubo di Rubik stretto in una mano, e Gabriela soffocò uno sbadiglio. Poi, le sue palpebre si abbassarono sugli occhi nocciola scuri e prima di scivolare nel sonno sentì le dita di Atlantis che le sfioravano i capelli ripetutamente accarezzandole la testa. Il suo sesto senso le disse che lui non si sarebbe mosso da lì finché non si fosse risvegliata. Senza di lei, non sarebbe andato da nessuna parte.

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Capitolo 3 Gabriela si sentì scuotere per un braccio. A fatica sollevò una palpebra e poi l’altra. La visione dapprima sfocata si fece nitida e i suoi occhi misero a fuoco il volto di Atlantis che la fissava a distanza ravvicinata con i suoi occhi azzurri. Era lui che la scuoteva. Gabriela si sollevò a sedere e si stiracchiò le braccia allungandole sopra la testa. Quanto aveva dormito? Un paio d’ore? “Atlantis… Sei ancora qui”, constatò, felice che non si fosse mosso mentre lei dormiva. Lui le porse il cubo di Rubik. Le facciate erano tornate tutte a posto. Gabriela gli sorrise. “Lo sapevo che saresti riuscito a riposizionare i colori, sei davvero stato bravo.” I suoi capelli si erano asciugati, e apparivano lucenti e brillanti come l’oro, ma avevano bisogno di una bella pettinata. E a lei serviva una doccia. Seguita da una colazione abbondante. “Io ho fame, e tu?” Si appoggiò una mano sulla pancia e mimò il gesto di portarsi qualcosa alla bocca e masticarlo. “Fame. Mangiare”, disse ad Atlantis, e lui ripeté il suo stesso gesto toccandosi la pancia e muovendo la mandibola, per poi dire: “Atlantis fame… Atlantis mangiare.” “Favoloso! Cominciamo a comunicare bene noi due! Sarai affamatissimo, chissà quando hai mangiato l’ultima volta prima di essere portato qui.” Alzandosi dalla branda, Gabriela lanciò un’occhiata all’orologio subacqueo che Tiago aveva lasciato sopra il mobiletto metallico della stanza e vide che le lancette segnavano le 10:40 del mattino. “Meu Deus! È così tardi?! Dove sono finiti Jorge e gli altri? Dovrebbero già essere qui… Non staranno ancora dormendo quei quattro pigroni!” Senza perdere tempo, Gabriela ruotò il pomolo della porta per far scattare il lucchetto automatico e uscì dalla stanzetta guardandosi attorno. Il laboratorio era vuoto. A quell’ora del mattino…

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Stranissimo. Atlantis era dietro di lei e la seguiva passo dopo passo. Gabriela controllò il proprio cellulare e vide tre chiamate non risposte che lampeggiavano sul display. Erano di Jorge, doveva richiamarlo subito e scoprire perché né lui né gli altri erano scesi in laboratorio per controllare Atlantis. Compose il suo numero, e mentre attendeva la sua risposta aprì l’anta di un armadietto e prese una bottiglia di Gatorade all’arancia. Svitò il tappo, ne bevve una sorsata, poi mostrò la bottiglia ad Atlantis. “Hai sete? Vuoi bere?” Lui si chinò in avanti per annusare il contenuto della bottiglia e nel frattempo Jorge rispose alla telefonata. “Gabriela, sei tu?” “Sì, sono io. Ho visto solo adesso le tue chiamate, si può sapere dove siete finiti tutti quanti?” Atlantis prese la bottiglia dalla mano di Gabriela e lei gli mimò il gesto di bere. “Abbiamo ricevuto una chiamata urgente alle sette del mattino. C’è stato un problema a Lisbona durante la notte. Una ventina di balene spiaggiate.” “Oh, no! Di nuovo?! È successo due settimane fa!” “Questa volta sono balene azzurre. Un piccolo branco di femmine e cuccioli.” “Oh, accidenti! In che condizioni sono?” “Stanno tutte bene per fortuna, ma le stiamo rimettendo in mare con l’aiuto della guardia costiera.” “Anche i cuccioli stanno bene?” “Sì, anche loro. Ricondurremo il branco al largo dopo che le avremo tutte rimesse in mare.” Gabriela guardò Atlantis, che stava tentando di bere il Gatorade, e sembrava un bambino inesperto alle prese con la sua prima bottiglia. “Jorge, aspetta un attimo in linea”, disse al collega, deponendo il cellulare. Si avvicinò ad Atlantis e tenne sollevata la bottiglia verso l’alto mentre lui beveva l’integratore salino senza versarselo addosso. Gli piaceva, probabilmente perché era salato. Oppure perché aveva una

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gran sete e avrebbe mandato giù qualunque cosa pur di dissetarsi. “Jorge? Scusami, sono di nuovo qui. Quando pensate di rientrare al laboratorio?” “Non prima del tardo pomeriggio. È tutto a posto lì? Come sta Atlantis?” “Oh… Lui sta benissimo… Nuota nella vasca da quando si è risvegliato”, mentì Gabriela, mentre Atlantis per poco non si strozzava con il Gatorade e tossicchiava tra un sorso e l’altro. “Scusami, Gabriela, non ho il tempo di chiederti nulla in questo momento, ma mi fido di te.” “Certo, stai tranquillo, qui va tutto bene. Pensate alle balene e mettetele in salvo prima che si disidratino, okay? Salutami i ragazzi.” “Sarà fatto. Ci vediamo in serata, ciao.” Jorge chiuse la comunicazione e Gabriela rivolse la propria attenzione ad Atlantis. “Cosa stai combinando? Sei un disastro, lo sai?” Gli prese la bottiglia dalle mani e lui si passò la lingua sulle labbra bagnate che sapevano di sale e di zucchero. “Hai bevuto quasi tutta la bottiglia, adesso però basta. Andiamo a mangiare qualcosa di adatto a te.” Si avviò alla porta del laboratorio seguita da Atlantis, e lo sentì aggrapparsi alla sua mano mentre salivano al piano superiore. All’interno della clinica marina, chiusa al pubblico vista l’assenza dei ragazzi, c’era una saletta per il pranzo che utilizzavano loro cinque durante le pause lavorative e il frigorifero era sempre rifornito di vivande. A lei bastavano uno yoghurt maxi, un paio di biscotti, e una mela, ma per Atlantis ci voleva del pesce. “Rimandiamo la doccia a dopo, prima mangiamo”, disse, rovistando nel frigorifero. Cosa poteva dargli da mangiare? Non aveva del pesce fresco appena pescato, c’erano solo scatolette di tonno, vasetti di alici sott’olio, dei filetti di merluzzo in salamoia e una confezione di gamberoni per la paella. Gabriela prese un po’ di tutto, richiuse il frigorifero e si diede da fare per preparare un piatto di pesce misto che potesse andare bene per Atlantis. Aprì una scatoletta di tonno e lo sciacquò sotto il rubinetto per eliminare l’olio di conserva, fece la

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stessa cosa con un vasetto di alici e con il merluzzo a filetti. Prese un piatto liscio dalla credenza, vi dispose sopra le alici e i filetti di merluzzo, spezzettò il tonno con le mani e vi appoggiò attorno i sei gamberoni rosa. “Ecco qua. Pesce! Non è vivo come quello che sei abituato a mangiare nell’oceano però è buono lo stesso, almeno spero che ti piaccia… Non ho altro da darti.” Mise il piatto sul tavolo in formica e Atlantis allungò subito una mano pigliando un gamberone per la coda. Era crudo e freddo, ma lui se lo mangiò in due bocconi. “A quanto pare ti piace…”, osservò Gabriela, sedendosi su una sedia e togliendo il coperchio in plastica del suo yoghurt bianco maxi. Atlantis rimase in piedi, portandosi alla bocca un pezzo di tonno, un filetto di merluzzo, una manciata di alici, un altro gamberone… e via di seguito, con la voracità di chi non mangiava da almeno un giorno intero, succhiandosi anche le dita. “Accidenti… Mangi come un troglodita… D’altra parte, non potrei aspettarmi di meglio da una creatura venuta dal mare”, commentò Gabriela di fronte all’uomo primitivo che aveva di fronte. “E pensare che un tempo eravamo tutti così, mangiavamo con le mani, seduti per terra o arrampicati sugli alberi come le scimmie… Altro che posate e galateo!” Atlantis terminò di mangiare l’intero contenuto del piatto prima che lei finisse il suo yoghurt, e a quel punto Gabriela si alzò in piedi e con un pezzo di carta da cucina gli pulì le dita una dopo l’altra. “Hai ancora fame?” Lui la guardò, e dalla sua bocca uscì la parola: “Fame”. “Va bene, altro pesce allora.” Aprì altre due scatolette di tonno, lo sciacquò e lo spezzettò sul piatto, sperando che fosse abbastanza per riempirgli lo stomaco. Atlantis riprese a mangiare con la stessa voracità di prima, mentre lei finiva lo yoghurt e sgranocchiava i suoi biscotti ai cereali e frutta secca. Giunta alla mela, vide Atlantis posare lo sguardo sul frutto verde e si chiese se gli piacesse la frutta. “Vuoi una mela?”, gli domandò, prendendone un’altra dal cesto della

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frutta. “Guarda, questa è rossa, è più dolce. La vuoi mangiare? Vuoi questa mela?” “Mangiare. Mela”, disse lui, allungando la mano per prendere il frutto. La osservò e la annusò, poi le diede un morso staccandone un bel pezzo e lo tenne nella guancia per un breve istante, per capire se il sapore gli piaceva. Poi la masticò, e ne staccò un altro morso. “Interessante… Ti piacciono le mele. Forse ti cibi di frutta quando vai in escursione sulla terraferma.” Lui si mangiò anche il torsolo, e a quel punto guardò Gabriela e indicò la sua bottiglia di acqua minerale. “Hai sete? Ti accontento subito”, gli disse, prendendo un’altra bottiglia dal ripiano della cucina. “Acqua.” “Acqua”, ripeté lui, afferrando la bottiglia e studiando un possibile modo per aprirla. “Caro mio, il mondo degli umani è complicatissimo. Devi girare il tappo. Così… Gira”, gli disse, mimando il gesto di svitare qualcosa con le dita. Lui capì al volo, e sorrise quando la bottiglia si aprì. Questa volta se la portò alle labbra lentamente, e riuscì a bere l’acqua a piccoli sorsi senza bagnarsi. Era veloce ad imparare le cose nuove, e le memorizzava facilmente. Nel suo DNA doveva essere presente il genoma dell’astuzia fuso con quello dell’ingegno e dell’intelletto. Gabriela ripulì la tavola dalle stoviglie sporche mentre Atlantis si scolava l’intera bottiglia da un litro e mezzo di acqua minerale, e dopo che ebbe lavato e asciugato tutto, lo prese per mano dicendogli: “Andiamo a lavarci, dai. Vediamo se ti mangi anche il sapone e il dentifricio.” Lui posò la bottiglia vuota sul tavolo e la seguì d’appresso, entrando dopo di lei nel bagno della clinica. Gabriela fece scorrere il vetro apribile del box doccia, si spogliò dell’accappatoio e del bikini giallo e mise piede all’interno dell’abitacolo aprendo il rubinetto della doccia. Atlantis guardò stupito l’acqua che scendeva a pioggia dall’alto e Gabriela lo attirò dentro il box sfilandogli via il telo di spugna che aveva ancora legato ai fianchi, e lo spinse sotto il getto dell’acqua. Lui si godette il contatto con l’acqua con evidente piacere, ma il suo

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corpo non mutò d’aspetto perché non era acqua di mare. Gabriela si piazzò alle sue spalle, e con la spugna naturale imbevuta di docciaschiuma al profumo di lavanda si strofinò velocemente il corpo per lavare via il sale marino che le era rimasto addosso in seguito all’entrata nella vasca acquatica insieme ad Atlantis. Si lavò anche i capelli, mentre lui restava immobile sotto il getto d’acqua con gli occhi chiusi e l’espressione beata. Quasi non si mosse quando Gabriela gli strofinò il dorso con la spugna, e neppure quando lei gli girò attorno per lavargli il petto, le braccia e l’addome. Accucciatasi in basso, gli strofinò le gambe, e fingendo di non pensare a lui come ad un uomo riuscì a passare la spugna anche sulle sue parti intime. Gabriela si versò un po’ di shampoo nell’incavo della mano e si sollevò sulle punte dei piedi per lavargli i capelli e districare i nodi presenti tra le ciocche con le dita, prestando attenzione a non fargli finire lo shampoo negli occhi. Terminato lo sciacquo di capelli e corpo, Gabriela prese il suo spazzolino rosso dal bicchiere in ceramica appeso alla parete della doccia passandoci sopra il tubetto del dentifricio e ne diede uno nuovo verde ad Atlantis mettendoci sopra solo un po’ di pasta alla menta. Lui strinse nel pugno l’oggetto di plastica e Gabriela gli fece vedere come si usava, strofinandosi i denti davanti a lui. Atlantis la imitò alla perfezione, e lei rise quando lo vide storcere la bocca e sputare dopo aver ingoiato la pasta al sapore di menta. “Atlantis, non lo devi mangiare!”, gli disse, per fargli capire che non doveva ingoiare il dentifricio. Lui riprese a strofinarsi i denti, ma la sua espressione rimase disgustata e accigliata, e Gabriela gli insegnò a sciacquarsi la bocca per porre fine alla tortura del dentifricio. Uscita dalla doccia, si avvolse in un telo e chiuse il rubinetto. “Acqua!”, esclamò Atlantis, rimato all’asciutto. “No acqua. Basta. Sei pulito.” Lo afferrò per un polso e lui uscì dal box annusandosi le braccia che profumavano di un odore a lui estraneo. Gabriela lo avvolse in un telo e lo asciugò da capo a piedi, quindi prese un pettine dal cassetto del lavabo e lo passò tra le ciocche lunghe e folte dei suoi capelli.

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“Evitiamo di usare il phon, lo spazzolino è stato un trauma sufficiente per oggi. Resta qui, torno subito.” Uscita dal bagno, Gabriela aprì la porta della stanza delle brande e cercò una t-shirt e dei bermuda tra i vestiti di Francisco, che aveva la stessa altezza e struttura corporea di Atlantis, e prese dal proprio cassetto un paio di slip, una maglietta e dei pantaloncini. S’infilò i vestiti in tutta fretta, quindi ritornò in bagno. Atlantis era intento ad aprire e chiudere il rubinetto del lavandino, osservando il flusso d’acqua che ne usciva magicamente. Per lui ogni cosa doveva apparire strana e incomprensibile, e Gabriela provò un moto di tenerezza che le accarezzò il cuore. “Atlantis, guarda cosa ho qui per te… Una bella maglietta rossa e un paio di bermuda multicolori hawaiani… Ora ti insegno a vestirti, va bene?” Lui smise di giocare con il rubinetto e si lasciò spogliare del telo di spugna che aveva sulle spalle. Gabriela gli mostrò i bermuda colorati e la maglietta rossa. “Questi sono vestiti. Ripeti un po’? Ves-ti-ti.” “Vestiti”, rispose lui, memorizzando quell’informazione. “Esatto. Si indossano sopra il corpo. Anch’io ce li ho, vedi? Pantaloncini e maglietta”, disse, toccando gli shorts color aragosta e la t-shirt gialla che aveva addosso. Si abbassò piegando le ginocchia e riuscì a sollevargli un piede dopo l’altro per infilarli nei bermuda, che poi tirò su fino ai suoi fianchi. Aveva evitato di prendere un paio di boxer di Francisco, era meglio fare un passo alla volta considerando che lui era abituato a stare nudo. Atlantis toccò il tessuto dei bermuda e Gabriela sperò che non se li levasse. Probabilmente li trovava scomodi, anche se era piuttosto incuriosito dai colori vivaci dei fiori di ibisco disegnati sulla stoffa. Gabriela arrotolò la maglietta tra le mani e gli prese un braccio per volta facendoli passare entrambi attraverso le maniche corte, quindi sollevò l’indumento sopra la sua testa bionda allargando il foro con le mani per fargliela indossare. Era una t-shirt non troppo aderente, non avrebbe dovuto infastidirlo, eppure lui strinse il tessuto tra le dita un paio di volte tirandolo sul petto come se volesse strapparselo via.

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“Atlantis, non tirare la maglietta, devi tenerla addosso.” “No”, rispose lui. “No vestiti.” “Sì. Vestiti sì”, ribatté lei, cambiando tono di voce. Lui la guardò accigliato e produsse una sorta di sbuffo d’aria dilatando le narici. “Lo so, i vestiti sono fastidiosi e non ti piacciono, ma guai a te se te li togli. Gabriela vestiti, Atlantis vestiti. Capito?” Contrariato, lui non le rispose, limitandosi a sbuffare di nuovo. Si guardò le gambe e il petto, tentennante, e alla fine cedette, smettendo di tentare di levarsi la maglietta di dosso. Gabriela gli prese la mano e lo condusse fuori dal bagno, accostandosi alla porta d’uscita della clinica marina che si affacciava sulla spiaggia. Il sole splendeva sull’oceano riverberando in un milione di luccichii luminosi, e quando Atlantis si avvicinò alla porta vetrata il suo sguardo parve illuminarsi alla vista del suo habitat naturale. Guardò Gabriela negli occhi come se volesse dirle qualcosa, e lei interpretò i suoi pensieri traducendoli in parole semplici. “Oceano. Casa di Atlantis. Giusto?” “Oceano”, ripeté lui, tornando a guardare l’acqua blu. “Atlantis casa.” “Sì, è la tua casa. Ti lascerò libero di nuotare fra le onde, ma non oggi. È troppo presto, scapperesti via per non tornare più indietro, e io non posso lasciarti andare. Ho appena iniziato a conoscerti, riavrai la tua libertà quando avrò scoperto tutto di te. Però non voglio tenerti rinchiuso qui dentro. Facciamo una passeggiata sulla spiaggia.” Gabriela aprì la porta e una folata di brezza marina soffiò sul suo viso e su quello di Atlantis. Lui chiuse gli occhi, respirando l’odore dell’oceano, e Gabriela gli strinse forte la mano nella propria. L’attimo seguente erano fuori, sotto il sole estivo e caldo del Portogallo, con i piedi che affondavano sulla sabbia bollente e la brezza che si insinuava sotto i vestiti e scompigliava i loro capelli. Mano nella mano, erano una donna cresciuta sulla terra e un giovane uomo nato nelle acque azzurre dell’oceano, figlio degli abissi marini, meravigliosa creatura mutante che apparteneva al misterioso mondo acquatico fatto di acqua e sale.

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Capitolo 4 La pescheria “Agua Salgada” era un grande negozio di pesce fresco affacciato sul porticciolo di Lagos che vendeva ai clienti tutto ciò che arrivava direttamente dalle casse scaricate al mattino dai peschereggi attraccati nella baia. Gabriela sedeva su una panchina del lungomare con Atlantis al proprio fianco e lo osservava mentre si godeva il suo secondo pasto della giornata. Il gestore della pescheria era stato così gentile da venderle una vaschetta di alluminio colma di merluzzo e pesce spada affettati a tranci sottili con calamari puliti tagliati a striscioline e polipetti misti a vongole sgusciate. Atlantis stava divorando il contenuto della vaschetta e Gabriela sorrideva divertita nel vederlo così preso a nutrirsi usando le dita al posto delle posate. “È buono il pesce? Ti piace?”, gli chiese, distraendolo per un secondo. “Buono. Sì”, rispose lui, dopo aver deglutito un boccone di calamari. Era impressionante la velocità con cui stava apprendendo la comunicazione a parole, aveva imparato il significato di sì e no, di buono e cattivo, e un’infinità di parole nuove che lei gli aveva insegnato nel corso di quella giornata. La passeggiata sulla spiaggia era stata un’ottima idea, portare Atlantis all’aria aperta gli aveva consentito di vedere con i propri occhi il mondo terrestre abitato dagli umani come lei e Gabriela gli aveva insegnato a dare un nome ad oggetti e colori. I test di intelligenza che avrebbe potuto fargli all’interno del laboratorio con immagini stampate su cartoncini non sarebbero stati tanto efficaci quando eseguirli all’esterno facendogli toccare, annusare e guardare dal vivo tutto quello che per lui era nuovo. Gabriela non si era limitata a lasciarlo camminare sul bagnasciuga immergendo i piedi nell’acqua dell’oceano, si era presa la responsabilità di portarlo a spasso lungo le vie di Lagos, mostrandogli il paese e l’umanità che lo popolava. La meraviglia dipinta sul suo viso mentre calpestava l’asfalto, toccava i muri di pietra delle case, guardava le persone passargli accanto e le automobili sfrecciare nel traffico, era l’identica espressione dei bambini piccoli che imparavano a conoscere il mondo intorno a loro, con la sola differenza che Atlantis era in grado di memorizzare subito

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parole e definizioni collegate con gli elementi che toccava e vedeva. Era curioso, affamato di conoscenza, la vista di altre persone non l’aveva intimorito, e neppure le auto rumorose l’avevano spaventato. La sua mente era come una spugna, assorbiva informazioni su informazioni senza stancarsi, e i suoi occhi vivaci immortalavano ogni cosa creando una sorta di album fotografico nella sua memoria. Nessun test di laboratorio gli avrebbe fatto apprendere così rapidamente tutto quello che aveva imparato in una giornata e mezza di vita all’aria aperta e Gabriela si era calata nel ruolo di insegnante, fornendogli una grande massa di nozioni che lui aveva immagazzinato senza problemi, trascinandolo ovunque sempre mano nella mano, fino al porticciolo di Lagos dove le barche e i peschereggi avevano suscitato il suo stupore. Era stata una giornata bellissima, e Gabriela era felice della decisione che aveva preso quel mattino approfittando dell’assenza di Jorge e dei suoi colleghi. Adesso, mentre Atlantis sedeva sulla panchina del litorale come un qualunque turista in ciabatte infradito, maglietta e bermuda, Gabriela si godeva la brezza oceanica del tardo pomeriggio, consapevole che i ragazzi dovevano essere di ritorno da Lisbona dopo aver messo in salvo le balene azzurre spiaggiate. Spiegare a Jorge tutto ciò che aveva fatto con Atlantis nelle ultime ventiquattr’ore sarebbe stato un bel problema dato che lui era più interessato a studiare il suo lato anfibio e acquatico, al contrario di lei, interessata a tirare fuori la parte umana che emergeva in lui quando non era immerso nell’oceano. Jorge era un uomo dal carattere difficile, e i diverbi tra loro due erano piuttosto frequenti, ma Gabriela sapeva di poter contare sull’appoggio di Francisco e Tiago, più malleabili e mentalmente aperti. Ricardo era il neutrale del gruppo, non si schierava né con Jorge né con lei, e molto spesso metteva fine alle loro accese discussioni in modo diplomatico. Gabriela si augurò che quella sera, al suo ritorno al laboratorio “Mundo Marinho”, Jorge non fosse troppo in collera con lei e Ricardo si calasse nel ruolo di paciere per smorzare un’eventuale litigata. Scacciando via quei pensieri, Gabriela tornò a concentrarsi su Atlantis che aveva terminato di mangiare l’intera porzione abbondante di pesce crudo

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contenuto nella vaschetta di alluminio e si stava pulendo le dita con un fazzoletto di carta, proprio come lei gli aveva insegnato a fare. Lo guardò in silenzio mentre svitava il tappo della bottiglia di acqua minerale che Gabriela gli aveva comprato insieme al pesce e si dissetava senza versarsela addosso. Era la quarta bottiglia d’acqua che ingoiava quel giorno, tutti quei liquidi dovevano di certo servigli a mantenersi idratato internamente in mancanza dell’acqua marina assorbita dalla pelle quando non aveva l’aspetto umano. “Atlantis, adesso dobbiamo tornare a casa”, gli disse, quando ebbe finito di bere. “No casa. Atlantis piace qui.” “Certo. Qui è bellissimo, e io so che ti piace stare vicino all’oceano, all’aria aperta, ma ora dobbiamo andare via. Domani usciremo di nuovo, va bene?” “Domani. Nuovo giorno.” “Sì, nuovo giorno.” “Domani uscire.” Gabriela annuì con la testa, cercò la sua mano e lui allacciò le dita alle sue, quindi percorsero insieme il lungomare che si stendeva lungo la costa bagnata dall’oceano. Atlantis aveva il passo svelto, gli piaceva camminare, e non si stancava affatto. Anche la sua resistenza fisica, come l’intelligenza, era superiore rispetto agli standard medi di un essere umano della sua età e corporatura. Il laboratorio biologico distava circa un chilometro dal punto in cui si trovavano, avrebbero fatto presto a rientrare. Mentre passeggiavano, Atlantis teneva lo sguardo fisso sull’oceano che sul finire del giorno si era fatto piuttosto calmo e di tanto in tanto sollevava lo sguardo al cielo per seguire il volo dei gabbiani. Gabriela era dispiaciuta di riportarlo al laboratorio, ma doveva a Jorge e agli altri una montagna di spiegazioni, non poteva trattenersi oltre fuoricasa. Proprio mentre stava pensando ai suoi colleghi, il cellulare vibrò nella tasca posteriore dei suoi shorts color aragosta. Senza smettere di camminare, lo sfilò dalla tasca e guardò il display. Francisco la stava chiamando. Gabriela rispose subito. “Francisco?”

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“Gabriela… Dove sei?” “Sono fuori, sul lungomare. Sto tornando al laboratorio.” “Sei in giro da sola?” “Certo che no, c’è Atlantis con me.” “Cosa?! Lui è lì con te?! Vuoi dire che state passeggiando insieme sul lungomare?!” “Esatto. Ti sembra una cosa strana?” “Veramente tutto quello che hai fatto oggi è molto strano. Perché lo hai fatto uscire dalla sua vasca?” “Se tu e gli altri date un’occhiata alle registrazioni della videocamera vedrete da soli perché l’ho fatto uscire. Nella vasca si sentiva chiuso in gabbia, privato della sua libertà. Ho preferito farlo uscire.” “Le abbiamo appena guardate le registrazioni.” “Bene. Non hai nessun commento da fare?” “Potrei dirti che sei pazza, e che hai corso un bel rischio entrando nella vasca con lui senza sapere se potesse essere pericoloso. Inoltre non è stato saggio svuotare la vasca e permettergli di allontanarsi dal suo habitat naturale ignorando la sua reale natura.” “Francisco, Atlantis sta benissimo. Non è un pesce, la terraferma gli piace tanto quanto l’oceano.” “Se è un anfibio potrebbe aver bisogno di tornare ad immergersi nell’acqua. Corre il rischio di disidratarsi, ne sei cosciente?” “Le sue condizioni di salute sono ottime. Sta meglio all’aria aperta che non sott’acqua, te lo garantisco.” “E come lo sai? Potrebbe collassare da un momento all’altro senza che tu te ne accorga.” “Oh, non credo proprio che accadrà. Oggi ha fatto due pasti a base di pesce davvero abbondanti e ha bevuto più di quattro litri d’acqua. Se stesse male me ne accorgerei.” “D’accordo, ammettiamo che stia bene. Mi spieghi perché lo hai portato fuori dal laboratorio?” “Ho pensato che stare all’aperto gli facesse bene. L’ho portato in spiaggia a prendere confidenza con il mondo esterno. Poi mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo e gli ho fatto fare un giro in paese. Siamo arrivati fino al porticciolo, e adesso stiamo tornando indietro.”

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“Jorge dice che ti strozza appena metti piede nel laboratorio. Hai esposto Atlantis ad un ambiente che potrebbe essere insano per lui. È una creatura marina, l’aria contiene migliaia di batteri che il suo sistema immunitario non conosce e non è pronto a combattere. Anche se assume un aspetto perfettamente umano non significa che anche il suo corpo lo sia. Potrebbe respirare un qualunque virus patogeno, ammalarsi e addirittura morire. Finché non sappiamo con esattezza com’è fatto il suo DNA non possiamo sapere quale sia l’ambiente migliore per lui.” “Francisco, sono anch’io una biologa marina, queste cose le so benissimo. Ma i pescatori di Flores hanno visto Atlantis aggirarsi sulla costa e questo significa che il suo organismo è già abituato all’esposizione di virus e batteri presenti nell’aria. Se la terra fosse un habitat pericoloso per il suo sistema immunitario non si sarebbe mai azzardato ad uscire dall’oceano. Jorge lo considera un anfibio acquatico senza dare peso al fatto che la sua umanità è pienamente sviluppata. Nessuno di voi ha idea del livello d’intelligenza che possiede, per non parlare delle sue capacità di apprensione. Il suo cervello è straordinario, risponde agli stimoli imparando nomi di oggetti, di colori e parole con una facilità sorprendente. In pochissimo tempo ha imparato a comunicare con me, e il modo in cui interagiamo è stupefacente. È questo suo lato umano che dobbiamo studiare, non quello marino.” “Su questo fatto concordo, ho visto nelle registrazioni che ha stabilito un rapporto di fiducia con te, è possibile che con il tempo impari a parlare, ma…” “Francisco, lui sa già comunicare, gli sto insegnando un sacco di parole e lui le sta imparando in fretta.” “E cos’altro sa fare?” “Riconosce i colori e gli oggetti chiamandoli con il loro nome, capisce il significato di molte parole e comprende il senso di ciò che gli dico.” “Va bene, ti credo, però riportalo qui. Jorge non lo rimetterà nella vasca, vuole solo vederlo con i suoi occhi e assicurarsi che stia bene.” “Dì pure a Jorge che stiamo arrivando. Dieci minuti e saremo lì al laboratorio.”

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“D’accordo. Vi aspettiamo.” Gabriela chiuse la comunicazione e rimise il cellulare nella tasca degli shorts. Il sole stava per tramontare e lei si fermò per mostrare ad Atlantis quello spettacolo della natura che lui non aveva mai visto. “Guarda il sole, Atlantis.” Lui si voltò verso il disco dorato sospeso sopra l’oceano a pochi centimetri dalla linea dell’orizzonte, nel cielo azzurro che si era tinto di sfumature rosse e arancioni. “Adesso vedrai che il sole si tuffa dentro il mare e sparisce… Eccolo… Sta entrando nell’acqua… Sai come si dice quando il sole va giù nel mare?... Tramonto.” Atlantis osservò quella magia con espressione sorpresa. Gabriela gli accarezzò i capelli sciolti sulla schiena e lui la guardò sorridendo. “Tramonto.” Lei ricambiò il suo sorriso. “Dai, andiamo a casa.” All’interno del laboratorio segreto “Mundo Marinho” si era fatta notte. Ricardo si era appisolato su una sedia, Francisco e Tiago sbadigliavano a turno, e Gabriela attendeva che Jorge le concedesse il permesso di portare Atlantis nel suo appartamento collocato proprio sopra la clinica marina “La Tortuga”. Da biologo esperto e pignolo qual era, aveva sottoposto Atlantis a una lunga serie di controlli e test d’intelligenza, e non aveva ancora finito di prendere appunti sulla sua agenda personale. Appena Gabriela era arrivata al laboratorio con Atlantis, Jorge lo aveva subito esaminato dalla testa ai piedi, meravigliato dall’aspetto umano che aveva assunto uscendo dalla vasca d’acqua. Gli aveva controllato i capelli, la pelle, le mani e i piedi, perfino i denti, la bocca, gli occhi e le orecchie, poi lo aveva fatto spogliare dei vestiti per guardare le scaglie a forma di ipsilon che aveva sul dorso e con una lente d’ingrandimento aveva contato le quasi invisibili rigature delle scaglie stesse decretando che Atlantis aveva vent’anni esatti, poiché ogni scaglia presentava venti rigature, ciascuna corrispondente ad ogni anno della sua vita. A quel punto gli aveva misurato la pressione, leggermente più alta fuori che dentro l’acqua, auscultato il battito cardiaco e il respiro polmonare, misurato

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la temperatura corporea, che non superava i 35 gradi, e lo aveva fatto salire su una bilancia elettronica per segnarsi il suo peso, di 80 chilogrammi, in combinazione perfetta con l’altezza di un metro e ottantadue centimetri. Da bravo medico marino, lo aveva palpeggiato un po’ ovunque e si era sorpreso che non avesse nulla di strano eccetto la mancanza di peluria e le scaglie sul dorso, che essendo lamelle ossee non rientravano sotto la cute come le squame con il processo di mutamento. Appurato che era perfettamente sano e in salute, lo aveva definito un mammifero nato da una madre della sua stessa specie data la presenza dell’ombelico, segno di un cordone ombelicale presente allo stato fetale, con l’aggiunta della classificazione di anfibio polmonato mutante. In poche parole era mezzo uomo e mezzo anfibio, derivante sia dall’homo erectus terrestre, per via della struttura ossea umana e della capacità di camminare dritto su piedi non palmati, sia dall’homo sapiens intelligente e pensante probabilmente adattatosi all’ambiente marino per cause ambientali risalenti all’epoca preistorica. Soddisfatto, Jorge lo aveva fatto rivestire, insegnandogli a farlo da solo, quindi lo aveva fatto sedere al tavolo tirando fuori dai cassetti svariate cartellette con raffigurazioni di oggetti, colori, forme e quant’altro, tutti test d’intelligenza ai quali Atlantis aveva saputo rispondere riconoscendo quasi tutto, tranne ciò che Gabriela non aveva avuto modo di insegnargli in una sola giornata. Gli aveva dato perfino il cubo di Rubik scomposto, osservandolo mentre rimetteva a posto le facce colorate nel tempo record di un minuto e mezzo. Non poteva mancare il test d’intelligenza per eccellenza, quello consistente nell’abbinare serie di forme stampate su carta che sembravano insensate ma che in realtà avevano una loro logica. Gabriela aveva fatto quel test all’università ottenendo un risultato di 150 punti, corrispondente ad un’intelligenza superiore alla norma, e quando Atlantis ebbe finito di abbinare tutte le forme seguendo il suo istinto, Jorge aveva calcolato il suo QI ottenendo il risultato di 205 punti, ammettendo che possedeva un’intelligenza molto superiore alla norma, quasi geniale. Non sapeva leggere e scrivere, ma poteva imparare a fare entrambe le cose se gli fosse stato insegnato, e in

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quanto al modo di esprimersi era già sorprendente che fosse passato dal mutismo acquatico alla capacità di rispondere alle domande con semplici parole. Gabriela aveva intenzione di insegnargli tutto, le serviva solo del tempo per farlo. “Mettilo davanti alla televisione e imparerà più cose da solo che non insegnandogliele”, aveva proposto Tiago. “Ho tre nipotini che hanno imparato tantissime cose dai programmi televisivi. Guardano qualunque cosa, dai cartoons alle soap-operas, televendite e film, per non parlare della pubblicità… Dovresti vedere come sono svegli, e tutto grazie alla tivù.” “D’accordo, gli farò guardare la televisione… Ora però ho bisogno di un grosso favore… Tiago, gli puoi insegnare ad usare il wc? Certe cose maschili non sono il mio campo. Voglio dire, tu sei un uomo, quindi puoi fargli capire meglio di me come deve usare i suoi attributi. Me lo fai questo piacere?” Tiago aveva riso divertito. “Okay, Gabriela. Non c’è problema. Lo porto subito in bagno.” “Grazie, Tiago. Mi sollevi da un notevole impaccio.” Mentre Tiago aveva preso Atlantis per un braccio scomparendo insieme a lui nel bagno, Gabriela aveva ripreso a parlare con Jorge, che sembrava intenzionato a lasciarle carta bianca sull’istruzione di Atlantis. “Però voglio vedere come si comporta nell’oceano. Mi piacerebbe portarlo al largo e lasciarlo cacciare, perché sono certo che per procurarsi il pesce da solo utilizzi qualche bastone acuminato. Il suo lato primitivo mi interessa molto, ho bisogno di sapere come viveva prima che lo catturassimo.” “Va bene, mi sembra giusto analizzare questo aspetto. Potremmo organizzare un’uscita in alto mare tra qualche giorno e immergerci assieme a lui con muta e bombole per vedere cosa fa quando si trova nel suo ambiente naturale. Decidi tu quando, non sono io il boss.” “Veramente tra ieri e oggi mi hai scavalcato. Lo hai tirato fuori dalla vasca senza il mio permesso e poi lo hai portato in giro tra la spiaggia e il paese.”

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“Ero curiosa di scoprire il suo lato umano, non ho resistito alla tentazione. Stare all’aperto gli ha fatto bene.” “Sicuramente ha stimolato la sua sete di conoscenza, e trovo davvero incredibile come si sia adattato al nostro mondo in così poche ore. È passato dall’oceano alla terraferma senza effetti collaterali, il suo corpo e la sua mente si plasmano ai due diversi habitat con una facilità che mi lascia sbigottito. È davvero una creatura unica e speciale, e dobbiamo proteggerlo. Nessuno deve sapere della sua esistenza. È una scoperta eccezionale, se il governo sapesse ciò che abbiamo fatto impiegherebbe due secondi a mettersi in contatto con i ricercatori statunitensi per portarci via Atlantis. E anziché studiarlo civilmente come stiamo facendo noi, lo farebbero a pezzi per esaminare il suo corpo, specialmente i polmoni.” “Jorge, ti prego, non farmi nemmeno pensare a cosa potrebbero fargli… Lo tratterebbero come un animale, o peggio ancora, come una cavia… E poi lo ucciderebbero.” “È una fortuna che siamo stati proprio noi a trovarlo prima di chiunque altro. Ho pagato bene quei pescatori di Flores per avere il loro silenzio, e mi auguro che tengano la bocca chiusa.” “Lo spero bene. Sono le uniche persone ad averlo visto mutare da anfibio ad essere umano, speriamo che non lo raccontino a nessuno.” “Non preoccuparti. Se dovesse succedere qualcosa, e mi auguro vivamente di no, lo porteremo al sicuro, anche a costo di rimetterlo in libertà nelle acque della baia di Flores, dove sicuramente ha una grotta o una fossa marina in cui si è nascosto per tutto questo tempo.” “Quella che lui chiama casa… Che sia una fossa o ciò che resta della città di Atlantide non lo sapremo mai… A meno che non ce lo racconti lui di persona.” Jorge aveva sorriso. “Se il suo livello di apprendimento migliora a velocità lampo, non escludo che riesca a dirci se Atlantide esiste o è esistita davvero. Sei tu la sua insegnante, sarai la prima a cui lo dirà.” La loro conversazione era proseguita tranquillamente fino al ritorno di Tiago e di Atlantis, usciti dal bagno dopo una ventina di minuti.

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“Allora? Com’è andata la lezione d’insegnamento sull’uso del wc?”, aveva chiesto Gabriela al collega. “Benissimo! Ha imparato a fare tutto e gli ho prestato un paio dei miei boxer, così ora è capace di mettersi anche le mutande.” “Non gli danno fastidio?” “In effetti penso che le detesti. Ma gli ho fatto capire che un uomo le deve portare per forza.” “Dovremo procurargli dei vestiti nuovi… Chi si offre per acquistare magliette, bermuda e tutto il necessario per vestirlo?” “Ha la mia taglia, lo faccio io domani”, aveva risposto Francisco. “Posso occuparmi anche di comprare il pesce fresco per lui ogni giorno direttamente al porticciolo, devo solo sapere cosa gli piace.” “Qualunque tipo di pesce, mollusco e crostaceo andrà bene. Oggi ha mangiato di tutto, non ha delle preferenze. Ah! Gli piacciono le mele. E il Gatorade all’arancia.” “Farò scorta di frutta e di bottiglie d’integratore salino. Sai se gli piace dell’altro?” “Ancora no. Ma lo scoprirò nei prossimi giorni.” Mentre Atlantis si divertiva a spaventare la murena rinchiusa nel suo acquario come aveva fatto il giorno prima facendo sorridere tutti, Jorge aveva rimesso a posto i suoi appunti e aveva detto a Gabriela che poteva portare Atlantis nel suo appartamento. “Siamo tutti stanchi morti, andiamo a dormire. Domani dovremo riaprire “La Tortuga” e occuparci dei nostri abituali clienti, ci serve un po’ di riposo.” Gabriela fu la prima ad alzarsi dal tavolo. Diede una scrollatina a Ricardo per svegliarlo dal suo pisolino sulla sedia e poi si avvicinò ad Atlantis intento a osservare l’acquario dei pesci pagliaccio. “Atlantis, Gabriela deve dormire, vieni via con me?” Lui la guardò mentre gli mimava il gesto di chiudere gli occhi e poggiare la testa sulle mani come fossero un cuscino. “Dormire. Sì.” “Okay, allora andiamo.” Lui le prese la mano, un gesto ormai abitudinale di affetto e fiducia che Gabriela apprezzava, e salirono insieme nel suo appartamentino

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piccolo e spartano, costruito sopra la clinica. Gabriela evitò di accendere le luci, perché se Atlantis si fosse perso a curiosare in ogni angolo dell’appartamento si sarebbe fatta l’alba, e filò dritta in camera da letto chiudendosi la porta alle spalle. “Eccoci qua. Pronti per andare a letto.” “Letto”, disse lui, indicando il materasso. “Devi toglierti i vestiti prima di metterti a dormire.” Si spogliò di fronte a lui, tenendo addosso solo gli slip, e Atlantis capì che per dormire non servivano indumenti, perciò se li tolse lasciandoli cadere per terra. Gabriela si stese supina sul materasso e Atlantis la raggiunse subito sdraiandosi accanto a lei. Pensò di spegnere la luce, ma poi cambiò idea. L’avrebbe lasciata accesa per vedere se Atlantis si addormentava. “Chiudi gli occhi. Non puoi dormire se fissi il soffitto.” Lui si girò sul fianco, e Gabriela chiuse gli occhi, rimanendo immobile per un paio di minuti. Poi sollevò una palpebra e sbirciò Atlantis. Aveva chiuso gli occhi, ma non era certa che dormisse. Attese ancora un po’, finché non udì il suo respiro farsi più leggero e fu certa che lui si fosse addormentato. Solo allora spense la lampada e si mise comoda, abbandonandosi al sonno.

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Capitolo 5 Era il primo pomeriggio. Gabriela stava sciacquando i piatti in cucina e dall’adiacente salotto le giungeva la voce della conduttrice di un programma educativo per bambini. Atlantis era seduto sul parquet del pavimento a tre metri dal televisore al plasma e seguiva attentamente ciò che accadeva sullo schermo. Di tanto in tanto Gabriela lo sentiva parlare a voce alta, ripetendo le frasi della conduttrice e il nome degli oggetti che venivano mostrati nella trasmissione. Era seduto lì dal mattino, ovvero da quando Gabriela aveva acceso il televisore. Atlantis aveva accolto quella novità con ovvio stupore, analizzando lo schermo ultrapiatto per cercare di capire come potessero esserci delle persone dentro un oggetto tanto grande ma molto sottile. Gabriela gli aveva spiegato che ciò che vedeva non era reale, era una “magia” creata dall’uomo, e lui si era accontentato di quella spiegazione mettendosi seduto ad ascoltare il cronista del telegiornale che commentava le notizie del mattino. Gabriela aveva cercato il canale dedicato ai bambini, pensando che Atlantis potesse imparare molto dagli insegnamenti dei programmi educativi. L’interesse di Atlantis per le informazioni che riceveva dalla conduttrice bionda che parlava sullo schermo era piuttosto alto, e Gabriela immaginava che lui capisse tutto. Quel mattino, quando si era svegliata, Atlantis era sdraiato sul letto accanto a lei immobile ma con gli occhi aperti e la prima cosa che le aveva detto era stata: “Nuovo giorno. Andare fuori.” Si era ricordato della promessa che lei gli aveva fatto la sera prima, e sembrava impaziente di tornare all’aria aperta. Gabriela si era alzata, aveva scostato la tenda della finestra affacciata sul mare e gli aveva detto: “Più tardi possiamo andare in spiaggia. Adesso no. Prima di uscire devi farti la doccia, vestirti, e mangiare.” Lui non aveva detto nulla, limitandosi a fissare il cielo azzurro oltre la finestra, poi aveva seguito Gabriela in bagno e quando lei aveva aperto la doccia si era infilato di corsa sotto il getto freddo dell’acqua con un’espressione di piacere fisico impagabile. Gabriela era rimasta

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ferma a guardarlo mentre prendeva la spugna e apriva il tappo del docciaschiuma. Si era lavato da solo, strofinandosi la spugna ovunque, anche sui capelli, e poi si era sciacquato per un tempo interminabile, mai stanco del contatto dell’acqua sulla pelle. Senza che lei dicesse nulla, aveva chiuso il rubinetto ed era uscito dal box prendendo il telo appeso al gancio della parete vicina. Si era asciugato da cima a fondo, e Gabriela gli aveva passato un pettine. Lui si era pettinato i capelli guardandosi allo specchio, come fosse la cosa più naturale del mondo, quindi aveva preso dal mobiletto dove Gabriela li aveva appoggiati i suoi vestiti del giorno prima, praticamente puliti perché il suo corpo non sudava dovendo trattenere i liquidi per non disidratarsi, e si era vestito sotto lo sguardo attento di lei. “Sei stato davvero bravo, hai fatto tutto da solo.” “Atlantis bravo.” “Esatto. Adesso cosa facciamo?” “Mangiare. Atlantis fame.” “Giusto, ora si mangia. Andiamo a vedere se Francisco ti ha portato il pesce per colazione.” Come promesso, Francisco aveva lasciato due sacchetti di plastica sul pianerottolo esterno dell’appartamento, uno pieno di vestiti, e l’altro colmo di pesce fresco. Gabriela aveva deposto nel lavello il sacchetto con il pesce chiedendo ad Atlantis: “Questo è tonno. Vuoi il tonno?” “Sì. Tonno.” “E poi? Cos’altro?” “Pesce rosso.” “Vuoi dire il granchio.” “Sì, granchio.” Avevano proseguito così, e Gabriela gli aveva affettato in un piatto il trancio di tonno, sgusciato due grossi granchi per lasciargli solo la polpa bianca, tagliato a pezzetti un’anguilla intera e quattro gamberi rosa. Lui si era seduto al tavolo di fronte al piatto traboccante di pesce e Gabriela gli aveva afferrato la mano destra con la propria per insegnarli a mangiare usando la forchetta.

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“Aspetta, non si mangia con le mani. Devi usare questo oggetto. Si chiama forchetta, e si usa così, guarda… Devi tenerla con le dita… Ecco… Stringi forte… E adesso spingi sul pesce… L’hai preso, hai visto?... Ora solleva la mano e mangialo.” Con un movimento impacciato e insicuro, Atlantis si era portato la forchetta verso la bocca e aveva afferrato con i denti il boccone di pesce. “Bravissimo. Adesso rifallo da solo, dai.” Lui aveva ingoiato il boccone di anguilla che stava masticando, e guardando la forchetta che stringeva tra indice e pollice aveva infilzato un pezzo di tonno, portandoselo alla bocca con meno goffaggine rispetto a prima. “Va bene! Continua cosi, usa la forchetta.” “Forchetta”, aveva ripetuto lui, piantandola in un pezzetto di gambero. Mentre Atlantis ripuliva il suo piatto di pesce crudo, Gabriela si era seduta accanto a lui mostrandogli la sua colazione fatta di yoghurt, biscotti ai cereali, e la solita mela verde. Atlantis aveva annusato lo yoghurt storcendo il naso, segno che non gli piaceva, aveva assaggiato un pezzetto di biscotto ma lo aveva definito “Cattivo”, mentre la mela, che già aveva assaggiato, gli piaceva, e Gabriela gliene aveva data una rossa dopo il pesce. A colazione finita, Gabriela gli aveva ricordato che doveva lavarsi i denti, e la sua espressione accigliata l’aveva fatta ridere. Tuttavia, lui non aveva opposto resistenza, e si era lavato i denti nel lavandino insieme a lei con una piccola dose di dentifricio, in modo da rendere meno disgustosa quella pulizia che lui non apprezzava affatto. Gabriela aveva rimandato la propria doccia al momento in cui lui era intento a guardare la televisione, quindi aveva chiamato Jorge al cellulare chiedendogli come procedeva la giornata al piano di sotto e raccontandogli che Atlantis aveva dormito tutta la notte e al risveglio si era fatto la doccia da solo e aveva imparato a mangiare con la forchetta, un bel passo in avanti di cui era felicemente compiaciuta. “Ora sta guardando una trasmissione educativa per bambini, sai, uno di quei programmi in cui la presentatrice ti insegna a parlare, a

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contare, e ti spiega perché d’inverno nevica o come mai le foglie cadono in autunno. Lui ripete le frasi come uno scolaro, credo stia imparando molte cose.” “Imparerà a parlare in fretta se gli fai guardare quel tipo di trasmissioni tutti i giorni.” “Me lo auguro! Così potremo riuscire a conversare con lui intavolando discorsi ai quali saprà rispondere.” Dopo la telefonata, Gabriela aveva dato una pulita al bagno e rassettato la camera da letto, quindi aveva sistemato in un cassetto i vestiti nuovi di Atlantis. Verso mezzogiorno si era preparata una francesinha, un tipico piatto veloce portoghese costituito da un semplice panino con prosciutto e formaggio dove le fette di formaggio erano tre e non una, il prosciutto era affumicato e tagliato molto spesso e al centro del piatto si versava del sugo di carne caldo. Aveva pranzato intingendo del pane bianco nel sugo, e Atlantis non si era mosso dal televisore, neppure quando l’aroma del caffè si era sparso per tutta la casa. La sua dieta alimentare prevedeva due soli pasti abbondanti e molta acqua, non si era interessato al profumo del cibo perché non aveva fame e non l’aveva disturbata mentre pranzava a pochi metri da lui perché la tivù gli interessava di più di ciò che lei si era messa nel piatto. Era stata una mattinata tranquilla, e adesso, con il sole del pomeriggio splendente nel cielo azzurro voleva raggiungere Atlantis e portarlo fuori a respirare un po’ d’aria oceanica. Si sedette sul divano e accarezzò i capelli di Atlantis da dietro, passando le dita tra le sue ciocche bionde, poi spense il televisore e gli disse: “Basta televisione per oggi, usciamo.” Atlantis si alzò in piedi e la seguì nel corridoio, lei aprì la porta dello sgabuzzino e prese la tavola da surf bianca e rosa che usava nel tempo libero. Atlantis guardò la tavola con curiosità. “Questa è mia. Serve per cavalcare le onde dell’oceano. Andiamo, ti faccio vedere quanto sono brava.” Allungò una mano verso Atlantis e lui allacciò le dita alle sue. Gabriela strinse la sua mano e insieme uscirono dall’appartamento e scesero di sotto, nella clinica “La Tortuga” affollata di clienti che

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portavano lì i loro animali acquatici malati o feriti sperando di poterli far guarire. Tiago la vide passare lungo il corridoio insieme ad Atlantis e la raggiunse sulla porta. “Hey, Gabriela? Dove stai andando?” “A te cosa sembra che stia per fare? Oggi le onde sono favolose, voglio fare un po’ di surf.” “Questo l’ho capito, ma ti porti dietro Atlantis?” “Certo! Lo lascio nuotare un po’ mentre io faccio surf. Non preoccuparti, vado alla praia dourada, è poco frequentata, non ci vedrà nessuno.” “Aspetta, Gabriela. Hai chiesto il permesso a Jorge? Se porti Atlantis nell’oceano lo sai cosa gli succede.” “Sì, lo so. È un mutante, tornerà ad essere un anfibio.” “Appunto! Un turista di passaggio potrebbe vederlo. Cosa gli dirai per spiegargli il suo aspetto, le squame e tutto il resto?” “Non c’è mai nessuno alla praia dourada, e comunque terrò gli occhi bene aperti.” “Va bene, fai come vuoi. Io però non ti ho vista e non so niente di questa storia, okay?” “Sicuro. Dì a Jorge che sono andata al porticciolo se ti chiede dove sono, altrimenti stai zitto.” “Non farti scappare Atlantis, mi raccomando.” “Non andrà da nessuna parte senza di me.” Tiago la guardò correre giù per la scogliera seguita da Atlantis e pensò che Gabriela era tutta matta, motivo per cui lui e gli altri l’adoravano da impazzire. Rientrò nella clinica e tornò ad occuparsi dell’iguana del piccolo Pablo che si era ferita una zampetta e aspettava di essere medicata. La spiaggia praia dourada di Lagos era una piccola insenatura scogliera a forma di ferro di cavallo dove l’oceano si insinuava attraverso gli scogli andando a lambire una spiaggetta semicircolare dalla sabbia fine e gialla. Era poco conosciuta, poiché nascosta dalla scogliera, e rappresentava una piccola oasi di pace e tranquillità dove Gabriela si rifugiava quando aveva voglia di stare da sola. Era il luogo

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perfetto per portare Atlantis a nuotare nell’oceano senza che nessuno lo potesse vedere. Quando arrivarono alla spiaggia baciata dal sole caldo del pomeriggio, Gabriela piantò la tavola da surf nella sabbia soffice e si tolse subito maglietta e shorts rimanendo in bikini rosso. “Coraggio, levati i vestiti Atlantis! Andiamo a nuotare.” Lui si spogliò della t-shirt e dei bermuda, e Gabriela si guardò attorno per assicurarsi che non ci fosse anima viva né in mare né sugli scogli circostanti. “Atlantis, ascoltami bene. Qui siamo da soli, tu ed io, però dobbiamo fare attenzione. Nessuno deve vedere che siamo qui, potrebbe essere pericoloso. Ci sono persone cattive che potrebbero farti del male, catturarti e chiuderti in una vasca come i pesci di Francisco. Non vuoi che succeda, vero?” “No”, rispose lui, scuotendo la testa. “No vasca.” “Bene. Allora devi fare quello che ti dico io. Non uscire mai dall’acqua. Capito? Nuota in mezzo alle onde, immergiti nel fondale, rincorri i pesci se vuoi, ma non uscire mai fuori. Resta sempre nell’oceano. Va bene?” “Sì, Atlantis capito.” “Allora andiamo. Dai, corri! Tuffati nell’acqua.” Gabriela afferrò la sua tavola mettendosela sottobraccio e si lanciò verso la battigia seguita da Atlantis che corse al suo fianco fin dentro l’acqua e poi si tuffò di fronte a lei scomparendo sotto la superficie. Gabriela si stese sulla tavola e si spinse verso le onde usando le braccia, e quando fu abbastanza lontana dalla riva si mise in ginocchio sulla tavola e attese l’arrivo di un’onda. La prima che affrontò, modesta e spumeggiante, le permise di cavalcare sulla sua cresta per una decina di metri, e quando vide sopraggiungere la seconda onda, più alta e veloce, vi balzò sopra reggendo la tavola con una mano e l’impeto dell’acqua la spinse in alto facendole compiere una torsione del busto. Atterrò sull’onda che si arricciava su se stessa creando un tunnel e vi scivolò all’interno restando accucciata sulla tavola con le braccia aperte per mantenere l’equilibrio. Sotto di lei, nell’acqua cristallina, scorse un’ombra chiara che le sfrecciava al fianco e riconobbe Atlantis che affrontava l’onda inseguendola pari

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passo. Gabriela cavalcò l’ultimo tratto di tunnel a velocità sostenuta e quando l’onda si placò srotolandosi sull’oceano come un nastro azzurro, staccò i piedi dalla tavola e si tuffò sott’acqua. Nuotò verso il basso con un paio di bracciate, e Atlantis le fu subito accanto, completamente mutato nella sua natura anfibia, con la pelle di nuovo opalescente ricoperta di squame argentate e azzurre, i capelli albini e le iridi trasparenti bordate di blu, le scaglie sul dorso che avevano ripreso il loro colore scuro, quasi blu notte. Gabriela gli sorrise, nuotando vicino a lui, e Atlantis ricambiò il suo sorriso mentre il suo corpo avanzava nell’acqua con l’andamento sinuoso di un delfino. Gabriela aveva preso una boccata d’aria sufficiente per stare sott’acqua almeno per cinque minuti, e mantenendosi in apnea appoggiò una mano alla spalla squamata di Atlantis e gli fece segno di scendere verso il basso. Aggrappata al suo dorso, Gabriela si lasciò trascinare giù sul fondale senza bisogno di nuotare, perché era lui a guidarla nell’acqua con il guizzo delle sue gambe unite. Scesero di un paio di metri sotto la superficie, dove l’acqua si faceva più scura e meno lucente, e a quel punto Gabriela si staccò da lui e proseguì da sola con grandi bracciate, scendendo di un altro metro, fino a sfiorare con le mani le rocce del fondale marino. Atlantis guizzò sopra di lei, si volse di lato e le prese una mano, attirandola verso di sé. Gabriela sentì il proprio corpo strusciare contro il suo petto liscio e opalescente ricoperto di squame, e le loro gambe si intrecciarono, poi le mani di Atlantis le cinsero la vita e i loro visi si sfiorarono guancia a guancia. Era un abbraccio, e Gabriela lo completò allacciando le braccia dietro il suo collo, incontrando le sue iridi trasparenti. Si guardarono, lei sbattendo gli occhi nocciola scuri cigliati, lui aprendo e chiudendo le palpebre che nella mutazione divenivano glabre. I suoi capelli albini fluttuavano nell’acqua leggeri circondandogli il viso, e le sue squame luccicavano come fossero ricoperte di polvere iridescente. Gabriela pensò che Atlantis era una creatura affascinante, plasmata dalla natura con mani d’artista, e lei aveva la fortuna di poterlo toccare, guardare, di nuotare insieme a lui ed essere per una manciata di minuti quasi come lui. Era una sensazione incredibile stare lì sotto in quello che era il suo habitat naturale,

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circondati dalle rocce del fondale, dalle alghe verdi e rosse che vi crescevano sopra, in compagnia di pesci colorati che sfrecciavano intorno a loro per nulla spaventati. Gabriela si godette quel momento magico a lungo, poi sentì l’ossigeno diminuire nei propri polmoni e slacciò la presa dalle spalle di Atlantis per battersi una mano sul petto e fargli capire che aveva bisogno d’aria. Lui la tenne stretta per la vita e muovendo le gambe nell’acqua spinse entrambi verso l’alto, facendo risalire i loro corpi allacciati molto rapidamente. A pochi centimetri dalla superficie, Atlantis la liberò dalla sua stretta e Gabriela riemerse con il busto nel punto esatto in cui la sua tavola da surf galleggiava solitaria. Si appoggiò ad essa con le braccia e riprese fiato lentamente. Atlantis era sotto di lei, le nuotava attorno, scorgeva la sua ombra chiara fluttuare sotto il pelo dell’acqua in attesa. Gabriela vide un’onda che stava per arrivare e si spinse sulla tavola con tutto il corpo, quindi si mise in ginocchio e avanzò di qualche metro aiutandosi con le braccia, poi salì in posizione accucciata sulla tavola e si preparò per cavalcare la cresta spumeggiante che si stava gonfiando e innalzando dietro le sue spalle. Mentre la domava scivolando sulla sua schiuma bianca, Atlantis emerse dall’acqua con uno slancio e tese il proprio corpo ad arco disegnando un cerchio nell’aria. Fu un movimento rapidissimo, improvviso, eppure Gabriela riuscì a coglierlo e fotografarlo nella propria memoria come l’immagine di un delfino bianco dai riflessi argentati e azzurri iridescenti che sotto il sole assumevano sfumature verdi e gialle. Nella frazione di pochi secondi, Atlantis emerse dall’onda e si tuffò in essa, riscomparendo sott’acqua, e Gabriela percorse il tunnel fino alla sua fine, lasciando andare la tavola di nuovo e tuffandosi nell’oceano. Raggiunse il fondale nuotando a delfino come faceva Atlantis, e come poco prima lui le fu accanto e la trascinò sotto, tra le alghe e le rocce. Continuarono così per un paio d’ore, finché Gabriela, abituata a stare nell’acqua fredda senza muta per meno tempo, dovette uscire dall’oceano e correre a riva per sedersi sulla battigia e riscaldare il proprio corpo infreddolito sotto i raggi del sole. Atlantis non emerse dall’acqua, seguendo l’ordine di Gabriela, e lei lo lasciò libero di godersi l’oceano nuotando in

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profondità e facendosi vedere di tanto in tanto guizzando tra le onde come un delfino che giocava tra i flutti spumeggianti. Gabriela aveva piantato la tavola da surf nella sabbia e quando si fu riscaldata completamente si rivestì indossando la maglietta e gli shorts sopra il costume asciugatosi al sole. Rimase lì ad aspettare che Atlantis decidesse di tornare a riva, e quando lo fece il sole si era abbassato sulla linea dell’orizzonte. Gabriela lo vide emergere dall’acqua poco per volta, prima con la testa e poi con il busto, e mano a mano che usciva dall’acqua il suo aspetto acquatico da anfibio polmonato svaniva rapidamente sostituito dai connotati umani. La mutazione del suo corpo era talmente rapida da renderlo simile a un camaleonte, e Gabriela fu felice quando lui raggiunse la riva e si sedette accanto a lei guardandola con i suoi occhi ritornati azzurri. Era felice, si leggeva sul suo viso la contentezza per quelle poche ore trascorse a nuotare nell’oceano. Anche se Lagos non era il suo vero habitat naturale, qualunque fondale oceanico poteva renderlo gioioso come in quel momento, e il suo corpo traeva beneficio dal mutare in anfibio. Rimasero seduti sulla sabbia in silenzio, accarezzati dal sole e con il fruscio delle onde come unico suono che li avvolgeva in quella piccola spiaggia deserta. Poi, quando Atlantis si fu riscaldato e asciugato, si rivestì senza che Gabriela gli suggerisse di farlo, e mentre attendevano il magico momento del tramonto, lei lo strinse con le braccia da dietro e lui si accoccolò sul suo petto osservando il sole che si tuffava nel mare e veniva inghiottito dalle acque dell’orizzonte. Ritornarono a casa mano nella mano, nello splendore luminoso del cielo incendiato d’arancio e rosso. Più tardi, quella sera stessa, Jorge Alvares bussò alla porta dell’appartamento di Gabriela mentre era sdraiata sul divano insieme ad Atlantis e sullo schermo del televisore scorrevano le immagini di un documentario sulla fauna africana. Correndo alla porta, Gabriela gli disse di continuare a guardare la televisione da solo, e quando aprì l’uscio si ritrovò di fronte a Jorge. “Hey… Ciao, boss! Cosa ci fai qui?” “Posso entrare?”

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“Certo, accomodati.” Jorge oltrepassò la soglia e vide Atlantis sdraiato sul divano. “Cosa gli stai facendo vedere?” “Un documentario sulla creazione della terra, dal Big Bang alla nascita delle prime forme di vita, fino ai cambiamenti evolutivi del pianeta, compreso l’attuale progresso.” “Molto istruttivo. Gli piace?” “Credo di sì. Sta imparando com’è fatta la terra e quali animali ci vivono. È molto curioso di scoprire il nostro habitat terrestre, penso che la terraferma lo affascini moltissimo.” “Effettivamente lo vedo molto preso… Comunque sono qui per un altro motivo.” “Avanti, dimmi, cosa c’è?” “Ho il risultato del test del suo DNA”, le rivelò, agitando sotto il suo naso dei fogli di carta stampati. “È già pronto?... Avevi detto che ci volevano tre giorni.” “È oggi il terzo giorno. La mezzanotte è passata da due ore. Devi assolutamente vederlo, l’ho appena stampato.” “Okay, andiamo in cucina, sediamoci.” Jorge prese posto al tavolo e vi dispose sopra tre fogli stampati dove Gabriela riconobbe le immagini di tre diversi tipi di doppia elica di DNA in cui i due filamenti della struttura molecolare si avvolgevano su se stessi come una scala a chiocciola. “Guarda. Questa prima elica rappresenta il DNA di un mammifero marino, questa è l’elica del DNA umano e quest’ultima appartiene ad Atlantis.” “Sono tutte e tre molto simili.” “Infatti. Ora, confrontiamole osservando i genomi. Appare subito chiaro che i genomi di Atlantis sono pressoché identici a quelli umani.” “Lo vedo, le differenze sono minime.” “Piccolissime. Il DNA del mammifero marino presenta molti genomi discordanti, e questo esclude che lui appartenga alla famiglia dei cetacei, ovvero non ha nessuna parentela con delfini e balene. Se invece osserviamo i nostri genomi e i suoi, possiamo vedere che ha

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ereditato tutte le caratteristiche dell’homo erectus e dell’homo sapiens, e questo gli permette di camminare sui piedi in posizione eretta, di comportarsi e di pensare esattamente come facciamo noi.” “Perciò la sua fonte di origine principale è l’essere umano, Atlantis deriva dai nostri stessi antenati.” “Proprio così. È un ominide che ha subito una mutazione genetica, sicuramente dovuta alle condizioni climatiche della terra nell’era preistorica. I suoi antenati erano identici ai nostri, vivevano sulla terraferma, e poi, un cataclisma o qualunque altro tipo di evento li ha costretti a lasciare la terra per trasferirsi nell’acqua, un ambiente al quale si sono perfettamente adattati mutando il loro corpo. Vedi i genomi dell’adattamento? Sono più sviluppati nella sua elica, e questo genoma corrisponde alla sua capacità di mutare forma a seconda dell’ambiente in cui si trova.” “Questo significa che non è un anfibio costretto a vivere sott’acqua, può benissimo farne a meno.” “Esattamente. Ora osserva questo genoma. È doppio, lo vedi? Rappresenta i suoi polmoni. Ne ha quattro, non due. Un paio per filtrare l’ossigeno dall’acqua, un paio per respirare l’aria come noi.” “Quattro polmoni… Allora non ha nessuna parentela con gli anfibi polmonati che hanno solo un paio di polmoni.” “No. Non è un anfibio polmonato. È umano. Dotato di doppi polmoni per vivere anche sott’acqua.” “Incredibile… E il mutamento allora a cosa gli serve? Perché le scaglie, le squame e tutto il resto?” “Sono caratteristiche essenziali che gli servono per vivere nell’ambiente acquatico. Le squame proteggono la cute dalle abrasioni e dai morsi di altri pesci, e ovviamente mantengono la sua temperatura costante sui 35 gradi, affinché possa nuotare in acque gelide senza subire danni agli organi interni. La colorazione opalescente della pelle e dei capelli fungono da mimetismo, per sembrare un pesce e non essere attaccato dalle altre specie marine, e la pigmentazione chiara delle iridi gli permette di avere una visione nitida negli abissi oceanici dove manca del tutto la luce. Le scaglie ossee che ha sul dorso probabilmente un tempo erano maggiormente

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estese, e fungevano da corazza protettiva, come un guscio di tartaruga. In caso di attacco, i suoi antenati si rannicchiavano su se stessi lasciando esposto ai predatori solamente il dorso corazzato.” “Perché si sono ridotte così tanto?” “Probabilmente i suoi antenati hanno cambiato zona oceanica, trasferendosi in un ambiente meno ostile, oppure i loro aggressori acquatici si sono estinti, e quindi le scaglie non servivano più come difesa. Faticano a scomparire perché sono lamelle ossee, ma non escludo che se Atlantis vivesse stabilmente sulla terraferma potrebbero anche scomparire del tutto.” “Jorge, tutto questo ci dimostra che ci siamo sbagliati. Pensavamo che fosse un anfibio polmonato e invece è solo un ominide che si è adattato all’oceano. È un essere umano con delle caratteristiche acquatiche che emergono solo in fase di mutamento.” “Sì. È un nostro parente. Un essere umano più evoluto. Se la terra venisse sommersa dall’acqua all’improvviso, noi moriremmo tutti annegati mentre lui sopravvivrebbe.” “È incredibile, Jorge… Questo spiega anche perché è così intelligente, lui appartiene alla nostra stessa razza.” “Aspetta, c’è dell’altro. Vedi questo piccolo genoma? Inizialmente non riuscivo a identificarlo, ma ho fatto delle ricerche in rete, e ho scoperto che questo è un genoma rarissimo negli essere umani. Esso è la chiave della rigenerazione spontanea delle cellule. Se Atlantis si ferisce, si taglia o se addirittura perde un arto, il suo corpo è in grado di riparare autonomamente il danno subito, sanando le ferite in poco tempo e facendo ricrescere un nuovo arto.” “Santo cielo… Un’evoluzione quasi aliena!” “Puoi dirlo forte. E inoltre, possiede altri due geni straordinari e rari. Questo qui, che è il gene di difesa dalle malattie virali e corporali, e quest’altro… Il gene della scelta. Il suo corpo può decidere di adattarsi ad un solo ambiente eliminando tutte le caratteristiche che gli consentono di vivere nell’ambiente opposto.” “Mi stai dicendo che un gene lo rende immune alle malattie e l’altro può mettere fine al suo mutamento?”

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“Proprio così. Atlantis non corre alcun pericolo di ammalarsi, il che significa che in futuro morirà di vecchiaia, e potrebbe vivere fino a duecento o anche trecento anni. Inoltre, se decidesse di scegliere di vivere solo nell’oceano o solo sulla terra, potrebbe farlo, diventando totalmente anfibio o completamente umano.” Gabriela era stupefatta. Atlantis era un essere umano proveniente dall’era preistorica ma talmente evoluto da essere pronto per vivere nel futuro. Una creatura perfetta, complessa e straordinaria. “Non ho parole, Jorge. Non mi aspettavo una simile scoperta. Va oltre tutto ciò che ho studiato all’università per diventare biologa.” “Non dirlo a me, siamo di fronte ad un essere umano preistorico evoluto a livello futuristico.” “Hai mostrato il risultato ai ragazzi?” “Non ancora. Volevo che fossi tu la prima a vederlo.” Gabriela si fece pensierosa e chiese al collega: “Possiamo escludere l’ipotesi di Tiago che Atlantis sia davvero il frutto di un esperimento dell’Area 51?” Jorge si passò le mani tra i folti capelli bruni. “Non lo so. Chi può immaginare che cosa combinano i biologi e i genetisti in quella zona segreta degli Stati Uniti? A questo punto, tutto è possibile.” “E l’ipotesi dell’esistenza di Atlantide? Anche quella viene messa in discussione?” “Se Atlantide è veramente esistita, era una città abitata da essere umani che in seguito all’inondazione degli oceani o all’eruzione di un vulcano è sprofondata negli abissi, inghiottita dalle fauci della crosta terrestre marina. Se ci sono stati dei superstiti, potrebbero essersi evoluti in modo da sopravvivere nelle fosse oceaniche. La cosa certa è che Atlantis è nato da una femmina terrestre mutante che gli ha lasciato in eredità questo DNA. Se fosse una creatura marina o un esperimento genetico dell’Area 51 non te lo so dire. Solo Atlantis può dirci qualcosa di più sulla sua storia. È per questo che vorrei riportarlo a Flores, dove l’abbiamo catturato. Atlantide, se è esistita, giace negli abissi delle Azzorre, e Atlantis viveva proprio in quelle acque. Potrebbe mostrarci cosa si nasconde nei fondali di quella zona

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acquatica e risolvere i nostri dubbi. Io voglio delle risposte, Gabriela, e lui potrebbe darcele.” “Certo. Ti capisco. Dammi un po’ di tempo, Jorge. Voglio che Atlantis impari a parlare e ad interagire con noi. Dobbiamo essere pazienti. Quando sarà in grado di comunicare correttamente lo riporteremo nelle acque delle Azzorre e lui ci mostrerà dov’è esattamente quella che lui chiama casa nell’oceano.” “Non ho alcuna fretta. Aspetterò che sia tu a dirmi quando lui è sufficientemente umanizzato.” “Grazie per la fiducia, Jorge. Non ti deluderò.” Jorge annuì, raccolse i suoi fogli e si alzò in piedi. “Raggiungo i ragazzi in laboratorio e li metto al corrente di ciò che il test del DNA ci ha rivelato.” “Va bene. Ti ringrazio per avermi mostrato il risultato prima di farlo vedere agli altri.” “Sei tu che hai voluto che noi uomini andassimo dai pescatori di Flores per farci dire dov’era la creatura marina che avevano visto aggirarsi sulla costa. Hai dato il via a tutto, la scoperta di Atlantis è merito tuo.” “Vero. Ho insistito così tanto!” Jorge le sorrise e Gabriela lo accompagnò alla porta. “Buonanotte, Jorge. Salutami i ragazzi.” “Consideralo già fatto. Tu però finisci di guardare il documentario e poi metti a nanna il ragazzone biondo sdraiato sul tuo divano. Sarà stanco, dopo aver nuotato nell’oceano per l’intero pomeriggio mentre tu facevi surf.” Gabriela rimase di stucco. “Come sai che oggi l’ho portato nell’oceano?” “Non rivelare mai a Tiago i tuoi segreti. Non è capace di mantenerli. Comunque sono felice che tu abbia portato Atlantis in mare. Gli fa bene mutare aspetto di tanto in tanto, è nel suo DNA. Però sta attenta a non essere vista.” “Jorge, puoi stare tranquillo. Sono molto prudente.” “Lo so. Hai la testa sulle spalle. Sogni d’oro, Gabriela.” Jorge uscì dalla porta e scese la gradinata che conduceva alla clinica,

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e Gabriela tornò in salotto da Atlantis. “Hey, Atlantis, fammi un po’ di spazio sul divano, voglio vedere la televisione anch’io.” Lui si spostò un po’ sui cuscini e Gabriela si sedette al suo fianco. Atlantis si stese di nuovo e posò la testa sulle sue cosce senza staccare gli occhi dallo schermo. Gabriela gli accarezzò i capelli biondi sparsi sulle sue cosce e sospirò di sollievo. Sapere che il suo DNA era di specie umana smorzava il suo timore che Atlantis se ne andasse per ritornare negli abissi dell’oceano. Avrebbe potuto scegliere di restare per sempre sulla terraferma se lo avesse voluto. E lei sperava che un giorno, in futuro, lo facesse. Si stava affezionando a lui, e si augurava di non dovergli mai dire addio. Nei giorni seguenti si sarebbe dedicata a lui completamente, calandosi nel ruolo di maestra, e gli avrebbe insegnato tutto: prima a parlare correttamente, poi a leggere e scrivere. E gli avrebbe spiegato come si viveva sulla terraferma e come si comportavano gli esseri umani. Lo avrebbe fatto diventare un uomo terrestre, cosicché potesse sentirsi uguale a lei e agli abitanti di Lagos. Considerata la sua estrema intelligenza, immaginava che il processo di umanizzazione di Atlantis sarebbe stato facile e molto rapido. E lei non vedeva l’ora di poter conversare con lui come con qualunque altro essere umano.

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Capitolo 6 Due settimane dopo… L’oceano era in tempesta da tre giorni. Onde altissime sospinte dal vento avevano allagato le coste di Lagos. Il servizio meteorologico locale aveva invitato i paesani a non uscire di casa se non per estrema necessità, il porto era bloccato e i pescatori non lavoravano. L’intera città era in balia del vento e della pioggia, e l’acqua di mare aveva invaso le strade nei pressi delle stazioni balneari. Non si era mai vista una simile burrasca in piena estate. “La Tortuga” era stata chiusa e l’équipe di Jorge era impegnata nel Golfo di Cádiz a respingere verso il largo i branchi di delfini, balene beluga, e narvali che perdevano la rotta a causa del maltempo e si avvicinavano troppo alle spiagge del golfo rischiando di arenarsi. Era un’operazione pericolosa, ma Jorge e i ragazzi erano ben equipaggiati ed esperti nel loro lavoro. Gabriela era in cucina, intenta a preparare una caldeirada de peixe, stufato portoghese a base di diversi tipi di pesce e crostacei, il tutto mescolato con fagioli bianchi, erbe aromatiche e sugo di pomodoro. La pentola bolliva sul fuoco, e Gabriela mescolava il contenuto di tanto in tanto. Atlantis era affacciato alla finestra rigata di pioggia e i suoi occhi azzurri osservavano le onde spaventose dell’oceano in burrasca che da lì si vedevano benissimo. “Sei molto silenzioso oggi… Come mai te ne stai lì senza dire niente? Sei un chiacchierone di solito, c’è qualcosa che non va?”, gli chiese Gabriela, incuriosita dal suo comportamento stranamente tranquillo. “Ascolto la voce dell’oceano”, le rispose lui, senza scollare gli occhi dal vetro. “Davvero? Io non la sento la voce dell’oceano. Sento solo il rumore del vento e della pioggia.” “L’oceano fa rumore quando onde sono così grandi. Io sento la sua voce come suono dentro di me.” “Che tipo di suono?” “Rumore profondo, come ruggito di leone.” “E ti fa paura?”

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“No. Io conosco questo rumore da sempre, non fa paura. L’oceano è vivo, parla come me e te.” Gabriela aggiunse un pizzico di sale alla caldeirada e assaggiò il brodo con il cucchiaio di legno che usava per mescolare lo stufato. “Speriamo che esca presto il sole, questa tempesta va avanti da tre giorni, sono stanca di stare chiusa in casa.” “Hai mia compagnia. Non ti piace stare con me?” Gabriela gli andò vicino e gli posò il mento sulla spalla. “Certo che mi piace stare in tua compagnia. Mi mancano solo la luce e il calore del sole. Io amo l’estate, e questa tempesta è invernale.” “In oceano stagioni non cambiano. L’acqua è sempre fredda e fondo marino è buio come notte.” “E a te piace? O preferisci la terra?” “Io amo l’oceano, è casa mia. Però terra è più bella. In oceano non posso vedere alba e tramonto, non c’è sabbia che scotta i piedi, niente sole caldo sulla pelle, non si vede il cielo, e non volano uccelli e farfalle dentro l’acqua. E non ci sei tu, Gabriela.” Lei rise. “Se potessi vivere nell’oceano lo farei. Ma non sono come te, io non respiro sott’acqua.” “Allora io resto sempre qui sulla terra, vicino a te.” “Non ti manca la tua casa in fondo all’oceano?” Atlantis sembrò pensarci un po’ prima di rispondere. “Sono solo in fondo all’oceano. Solitudine è molto triste. Qui è meglio, io sono più felice.” Gabriela tornò a mescolare la pentola sul fuoco e Atlantis si allontanò dalla finestra per avvicinarsi a lei. Lo stufato emanava un buon profumo ed era ormai pronto. Gabriela coprì la pentola con un coperchio di acciaio, poi si voltò a guardare Atlantis e gli chiese: “Non ti chiedi mai perché sei qui con me?” Lui annuì. “Sì. Io ho tante domande senza risposta.” “Allora perché non mi chiedi delle spiegazioni? Lo sai che con me puoi parlare di tutto… Avanti, fammi una delle tue domande senza risposta.” Si sedette al tavolo della cucina e rimase in attesa che lui le esternasse le proprie curiosità. Atlantis rimase in piedi di fronte a lei,

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l’espressione seria e gli occhi bassi. “Perché Jorge mi ha catturato con gabbia di ferro?” Gabriela non si aspettava quella domanda, non così presto, ma Atlantis si era umanizzato moltissimo nelle ultime due settimane e lei si era preparata in anticipo nell’eventualità che lui le chiedesse informazioni su quell’evento. Adesso che Atlantis era in grado di esprimersi bene, Gabriela poteva dargli delle risposte. “Jorge ti ha catturato perché sono stata io a chiederglielo”, ammise Gabriela. “Ero curiosa di conoscerti, volevo scoprire chi eri… Avevo saputo che alcuni pescatori ti avevano visto tra gli scogli di un’isola. Quegli uomini erano certi che tu fossi una creatura marina, erano molto spaventati, e volevano darti la caccia perché pensavano che tu fossi pericoloso. Quando ho sentito questa notizia, ho chiesto a Jorge di andare a cercarti per salvarti dai pescatori dell’isola. Non volevo che ti facessero del male. Per questo Jorge ti ha catturato, solo per portarti in salvo.” Atlantis sollevò gli occhi azzurri e li posò in quelli nocciola di Gabriela. “I pescatori credono che io sono cattivo?” “Sì… Alcuni pescatori hanno paura delle creature che vivono nell’oceano perché non le conoscono o non le hanno mai viste prima. Ma tu non sei cattivo, e io lo sapevo ancora prima di vederti.” Gli sorrise per rassicurarlo, e Atlantis le prese una mano stringendola nella propria. “Cosa ricordi di quella notte?”, gli domandò Gabriela. “Io ricordo tutto. Nuotavo nell’oceano, vicino a scogli, era buio ma miei occhi vedevano bene. C’era una barca sopra di me, ho pensato fosse barca di pescatori, ma poi ho visto gabbia, e dentro c’era un uomo. Io credevo lui fosse in pericolo, ho cercato di aiutare, e gabbia si è chiusa con me dentro. Ho avuto paura. Volevo uscire, scappare via. Ma gabbia non si apriva. Ho sentito dolore su braccio, e i miei occhi sono diventati pesanti. Ho dormito. Quando ho aperto occhi di nuovo, ero chiuso nella vasca di acqua, ho avuto paura ancora, ma ho visto te e ho capito che tu non volevi fare del male a me.”

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“Mi dispiace tanto per la gabbia e per la vasca. Non volevo che tu provassi paura. Jorge ti ha catturato solo per portarti qui da me. Il dolore al braccio che hai sentito è stata una puntura di sonnifero, una medicina per farti dormire. Jorge era preoccupato che tu ti facessi male dentro la gabbia, per questo ti ha addormentato.” “Lui mi ha preso come se io fossi un pesce… Perché?” “Jorge non sapeva che cos’eri. Nemmeno io lo sapevo. Pensavamo che tu fossi una creatura marina. Volevamo studiare il tuo corpo e capire com’eri fatto.” “Io non sono come te e Jorge?” “No, non sei come noi. Tu sei diverso, Atlantis. Noi non possiamo respirare e vivere nell’acqua, tu invece puoi farlo. Sei nato nel mare, sei figlio dell’oceano.” “Ma io sono uguale a voi adesso. Io respiro e cammino su terra come te e Jorge.” “È vero, ora sei uguale a noi. Ma quando entri nell’oceano il tuo corpo cambia colore e aspetto, diventi un’altra cosa. Noi volevamo capire perché ti succede tutto questo, e per farlo abbiamo dovuto prenderti con la gabbia e portarti via dall’oceano.” “Cosa succede a mio corpo quando sono dentro oceano? Mi puoi spiegare?” Gabriela aprì un cassetto posto sotto la tavola e frugò in una cartellina di appunti che teneva lì per segnare i progressi quotidiani di Atlantis, e tirò fuori una foto istantanea che Ricardo aveva scattato la notte della cattura di Atlantis prima che gli altri lo avvolgessero nel sacco di tela cerata nera. Appoggiò la foto sul tavolo spingendola verso Atlantis e disse: “Guarda. Questo sei tu. Hai questo aspetto quando sei nell’oceano. Sei molto diverso da come sei adesso, lo vedi? I tuoi colori cambiano, diventi simile a un pesce.” Lui si chinò in avanti e guardò la foto per un lungo momento, sorpreso, forse incapace di credere che l’acqua lo facesse diventare così come era stato fotografato. “Perché acqua di oceano mi fa questo?”, domandò, non capendo il motivo di quel cambiamento di aspetto.

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“Il tuo corpo cambia per adattarsi all’ambiente marino, che è diverso dalla terra. Il colore pallido della tua pelle impedisce agli squali di attaccarti, e queste squame azzurre ti servono per proteggerti dal freddo dell’oceano. Questa creatura sei proprio tu… Ora non puoi vederle, ma le squame di pesce sono sotto la tua pelle, scompaiono quando esci dall’acqua. Ogni volta che andiamo a nuotare sulla nostra spiaggia segreta, tu diventi così dentro l’acqua. È una cosa normale, e il tuo corpo è straordinario.” “Io non sapevo di diventare così quando entro in acqua… Tu non cambi, Gabriela. Tu sei sempre uguale.” “Certo. Io sono una donna umana, sono nata e cresciuta sulla terra, il mio corpo non ha bisogno di cambiare aspetto perché posso vivere solo alla luce del sole, e se mi tuffo in mare posso starci solo per poco tempo, perché non è il mio ambiante. Tu invece sei nato nell’oceano e il tuo corpo è fatto apposta per vivere sott’acqua. Ma c’è una parte di te che ti permette di camminare sulla terra e respirare l’aria proprio come me. Sei anche tu umano, ma hai delle caratteristiche anfibie, delle qualità speciali che ti fanno assomigliare ad un pesce, anche se non sei affatto un pesce. Tu puoi essere diverso da me o uguale a me, dipende dall’ambiente in cui ti trovi. Adesso la tua pelle è uguale alla mia perché sei qui, sulla terra, lontano dall’acqua. Sei una persona meravigliosa, Atlantis, sei unico al mondo.” “Una persona umana che diventa pesce? È strano.” “È un dono dell’oceano, Atlantis. Un regalo prezioso.” “Perché dici che è regalo?” “Perché se tu non avessi queste squame e questi colori diversi, non potresti vivere e respirare nell’oceano. Senza questo aspetto, tu moriresti dentro l’acqua. Ecco perché dico che è un regalo. Tu puoi vedere gli abissi dell’oceano grazie a questo mutamento. Solo tu puoi farlo, nessun altro al mondo.” “Tu pensi che è una cosa bella?” “Sì. È un dono bellissimo. Se non fosse vero, te lo direi. Io sono sempre sincera con te, lo sai.” Atlantis emise un sospiro e toccò la foto con un dito. “Questo è Atlantis. Uomo che diventa pesce.”

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“Succede solo nell’acqua. Sulla terra sei così come ti vedi nello specchio. Atlantis ha due facce. Una per l’oceano, l’altra per la terraferma. E a me piacciono tutte e due.” Gabriela gli cercò gli occhi e quando lui la guardò, gli sorrise per fargli capire che non aveva nulla di cui aver timore. Fu sufficiente per tranquillizzarlo, e la domanda seguente che le pose dimostrò che aveva accettato e compreso la propria diversità. “Perché solo io ho questo dono?” Gabriela spostò di lato la foto istantanea e cercò di dargli una valida spiegazione. “Non ne sono sicura, ma io penso che tu provenga da un altro mondo, una civiltà antica andata perduta.” “Un’altra terra con cielo e sole?” “No, una terra ricoperta dall’acqua… Ora ti racconto una piccola storia… Nell’oceano dove tu nuotavi quando Jorge e gli altri ragazzi sono venuti a prenderti con la gabbia ci sono delle isole molto antiche chiamate Azzorre, e si racconta che proprio al di sotto di quelle isole esiste una grande città sepolta in fondo all’oceano dove vivono creature marine uguali a te. Quella città si chiamava Atlantide, non esiste più da moltissimi anni, ma io e Jorge pensiamo che un tempo fosse una città viva e che sia sprofondata negli abissi dell’oceano. Nessun uomo può raggiungerla per scoprire se esiste davvero, è troppo profonda, forse nascosta tra le rocce del fondale oceanico, ma è una città misteriosa e irraggiungibile dove potrebbe esserci un popolo che ha imparato a vivere sott’acqua esattamente come te.” “E tu pensi che io sono abitante di quella città?” “Sì. Potresti essere un abitante di Atlantide, ma non ne ho la certezza. Solo tu sai cosa c’è in fondo all’oceano delle isole Azzorre. Io e Jorge pensiamo che tu puoi dirci se Atlantide esiste davvero o se è solo una leggenda.” “Io ero solo in fondo all’oceano. Non ci sono altri abitanti uguali a me. Non c’è nessuno come me.” “Sei sicuro? Non ci sono altre creature che ti somigliano?” Lui scosse il capo, facendo ondeggiare i suoi capelli biondi.

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“Sei sempre stato da solo? Non hai avuto una mamma quand’eri piccolo?” “Una mamma?... No, io sono cresciuto da solo, insieme con delfini e altri pesci.” “E non c’è nessuna città di case nel fondo dell’oceano?” “No, c’è solo acqua e roccia, nessuna città. Sono sicuro, conosco bene oceano, è mio mondo.” Gabriela sospirò. Il mito di Atlantide stava svanendo, così come la possibile presenza di altre creature simili ad Atlantis, compresa una madre che l’avesse messo al mondo… Cambiò argomento e gli chiese: “Prima che Jorge venisse a prenderti, cosa facevi nell’oceano?” “Io nuotavo tutto il tempo. Da solo, o insieme ai delfini. Andavo a caccia di pesce, per mangiare. Quando avevo voglia uscivo dall’acqua e prendevo conchiglie dagli scogli. Guardavo le barche di pescatori e di notte andavo su terra per cercare frutta. Io vivevo così.” “Dici sempre che la tua casa è nell’oceano. Ma com’è fatta la tua casa? Puoi descrivermela?” Lui cercò le giuste parole per dare una forma in parole al suo rifugio negli abissi oceanici e disse: “È piccola grotta di roccia, molto stretta. Pesci grossi non entrano, solo pesci piccoli. Io dormo sul fondo, ci sono alghe e stelle marine, anche grosse conchiglie.” “E dormi nella grotta da solo? Non c’è nessuno con te?” “No, nessuno.” “E come fai a cacciare i pesci?” “Con bastone appuntito.” “Un giorno mi mostrerai la tua casa nell’oceano?” Lui sorrise. “Sì, se tu vuoi vederla. È profonda, non c’è luce e acqua sembra nera.” “Va bene, io non ho paura del buio. Mi farai da guida tu. E poi caccerai un bel pesce per me.” Lui sorrise ancora. “Non c’è fuoco dentro oceano per cucinare il pesce.” “Non importa, lo mangerò crudo. Con le spine e senza la forchetta. Sarà il nostro pranzo nell’oceano.”

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Lui annuì. “Cercherò una conchiglia per te e ti darò la perla che c’è dentro. Piccolo regalo mio.” “Sarò felicissima di avere una perla come regalo. Ne farò una collana da portare al collo.” Sorrise ad Atlantis e si alzò dalla sedia, rimettendo la sua foto nella cartellina dei suoi appunti e chiudendo il cassetto. La loro conversazione era stata importante. Atlantis aveva scoperto la sua natura acquatica e lei aveva capito che non poteva essere un abitante di Atlantide. Quella mitologica città non esisteva, era solo una leggenda… Oppure era collocata in un altro luogo, non sotto le acque delle Azzorre. Le restava solo un dubbio: chi era la madre di Atlantis? Una creatura identica a lui che lo aveva partorito nell’oceano e abbandonato a se stesso dopo pochi anni? Oppure era morta prima che lui potesse essere abbastanza grande da ricordare la sua esistenza?... Domande a cui non avrebbe mai potuto dare una risposta, visto che lui sosteneva di essere sempre stato da solo. Eppure, un grembo materno gli aveva dato la vita, ma per il momento restava un mistero. Lanciò uno sguardo alla finestra e vide che la pioggia non cessava di cadere e l’oceano si rivoltava ancora su se stesso con violenza. Il sole era ben lontano dal tornare a occupare il suo posto nel cielo azzurro. “A me è venuta fame. Mangiamo?”, chiese, prendendo due piatti dal lavello. “Sì, mangiamo.” Mentre Gabriela riscaldava la sua caldeirada de peixe, Atlantis aprì il frigorifero e prese il contenitore di vetro con tappo ermetico dove lei aveva riposto il pesce affettato la sera prima. “Merluzzo e pesce spada”, disse, dopo aver aperto il coperchio. “Niente tonno?” “Purtroppo oggi no. Con questo brutto tempo i pescatori non possono uscire in mare. Vuoi del tonno in scatola? Lo sciacquo sotto l’acqua per levargli l’olio di condimento.” “Sì. Grazie, Gabriela.” “Te lo preparo subito, intanto siediti e inizia a mangiare.” “Aspetto te. Mangiamo insieme.”

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“Va bene. Arrivo subito.” Aprì una scatoletta di tonno e lo sciacquò nel lavello, quindi lo mise nel piatto di Atlantis e lui lo fece a pezzi usando la forchetta che ormai maneggiava benissimo. Attese che Gabriela si fosse versata il suo stufato nel piatto e solo quando lei si fu seduta a tavola iniziò a mangiare il proprio pesce. Come capitava da ormai una settimana, lui ad un certo punto le chiese: “Posso mangiare quello che mangi tu?” “Certo, ti prendo un piatto piccolo, così assaggi il mio stufato.” Si alzò per riempire una scodella da colazione con due mestoli e gliela mise davanti con un cucchiaio. “Stai attento, scotta.” Lui prese il cucchiaio e lo affondò nella scodella, quindi vi soffiò sopra come lei gli aveva insegnato a fare quando aveva voluto assaggiare la paella. “Ha un buon sapore lo stufato? C’è il pesce dentro.” Atlantis annuì. “È buono. Mi piace il cibo di terra.” Gabriela l’aveva notato. Prima la paella, poi un pezzo di bistecca di manzo, il giorno prima una fetta di formaggio di capra dolce e adesso lo stufato. Stava iniziando ad apprezzare la cucina portoghese, molto più gustosa del solito pesce freddo e crudo. E al mattino le rubava i biscotti al burro oltre a mangiarsi la sua mela. Gabriela assecondava con gioia la sua voglia di mangiare del cibo diverso, facendogli scoprire nuovi gusti e sapori. La sua umanizzazione proseguiva anche nel campo alimentare.

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Capitolo 7 Il giorno seguente, Gabriela emerse dal sonno al suono di una voce femminile proveniente dal soggiorno. Notò subito che Atlantis non era sdraiato al suo fianco e allora capì che si era già alzato e piazzato di fronte alla tivù. I programmi educativi per bambini venivano trasmessi nelle prime ore della mattinata e grazie a loro Atlantis aveva migliorato il suo linguaggio e iniziato a scrivere correttamente. La voce della conduttrice del programma stava spiegando la coniugazione dei verbi, e Atlantis doveva essere tutto preso dall’ascolto. Gabriela volse la testa di lato e vide un timido raggio si sole che accarezzava il vetro della finestra. Finalmente la tempesta era finita, e quel giorno ci sarebbe stato un gran daffare per lei e i suoi colleghi. Le spiagge del litorale di Lagos dovevano essere un disastro, la mareggiata aveva di certo portato a riva tutta la spazzatura che l’oceano purtroppo conteneva a causa dell’inquinamento. Gabriela si alzò dal letto stiracchiandosi e uscì dalla camera da letto mettendo piede in salotto. “Buongiorno”, disse ad Atlantis, seduto sul pavimento. “Buongiorno Gabriela. La tempesta è finita, hai visto? Oggi l’oceano è calmo”, rispose lui, distogliendo lo sguardo dal televisore per un breve attimo. “Vuol dire che dopo colazione possiamo uscire. Vuoi venire con me, Jorge e i ragazzi a pulire la spiaggia?” “Sì, vengo. È divertente pulire spiaggia?” “Non proprio… Però bisogna farlo. L’oceano in tempesta lascia sulla spiaggia tanti oggetti, come cartacce, bottiglie rotte, tronchi d’albero, anche pesci morti. E noi dobbiamo fare gli spazzini e raccogliere tutto per pulire la sabbia.” “Sarà divertente”, considerò Atlantis, che amava fare qualunque cosa che fosse nuova e si svolgesse all’aperto. Gabriela sorrise mentre entrava in bagno per farsi la doccia, e quando ebbe terminato di rivestirsi andò dritta in cucina per prepararsi qualcosa di caldo. La temperatura si era abbassata di una decina di gradi a causa della tempesta e lei aveva voglia di latte e

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biscotti per colazione. Controllò nel frigorifero cos’era rimasto del pesce acquistato il giorno prima, e per fortuna c’era ancora un bel trancio di merluzzo, che però era insufficiente per placare l’appetito di Atlantis. “Oggi c’è poco pesce, solo merluzzo. Vuoi mangiare qualcos’altro?” Lui la raggiunse subito in cucina. “Tu cosa mangi?” “Latte caldo e biscotti. Vuoi un po’ di frutta? Ci sono le mele, le albicocche, le pesche, le banane… E il melone.” “Frutta va bene con pesce. Mi dai tuoi biscotti?” “Certo. Ti preparo una macedonia di frutta mista e ti faccio assaggiare i miei biscotti al cioccolato. Sono dolci, ti piaceranno.” Atlantis annuì e le mostrò un foglio da quaderno che teneva in mano. “Ho scritto questo. Vuoi leggere?” Gabriela prese il foglio e gli diede una sbirciatina. Scritto con la calligrafia un po’ incerta di un bambino al primo anno di scuola e con la grammatica non ancora corretta, Atlantis aveva riempito il foglio intero con quello che sembrava un tema scolastico. “Che cosa hai scritto?” “La mia storia.” Gabriela lesse l’inizio. “Io sono Atlantis. Uomo venuto da oceano per vivere sulla terra. Io sono nato nell’acqua scura degli abissi in piccola fossa di rocce, la mia casa dentro oceano, mio nascondiglio segreto.” Il testo continuava riassumendo tutto quello di cui avevano parlato il giorno prima, ed era sorprendente che Atlantis fosse stato in grado di mettere su carta le stesse informazioni che aveva riferito a lei in parole. “Hai raccontato tutto di te… Che bravo! Finisco di preparare la colazione e mentre mangio leggo la tua storia, va bene? E poi la faccio leggere a Jorge.” “Sì. Jorge può leggerla. C’è anche lui in mia storia. Adesso faccio doccia e poi vengo a mangiare.” Prima che Gabriela avesse il tempo di replicare, lui era già sparito in bagno, ansioso di infilarsi sotto il getto dell’acqua fredda. Lei appoggiò il foglio sulla tavola, si versò il latte caldo in una scodella, e

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mentre vi inzuppava i biscotti al cioccolato lesse dall’inizio alla fine il racconto di Atlantis, che terminava con la frase “La terra è mia seconda casa, io voglio vivere con piedi che calpestano sabbia che scotta sotto il cielo blu dove uccelli volano vicino al sole giallo.” Era un racconto bellissimo, Jorge doveva assolutamente leggerlo. Gabriela si affrettò a tagliare a fette una mela, due albicocche, due pesche e una banana in una scodella, affettò il trancio di merluzzo in un altro piatto e vi mise accanto il sacchetto di biscotti al cioccolato insieme a una bottiglia d’acqua minerale e una di Gatorade all’arancia. Ansiosa di correre da Jorge, infilò la testa nel bagno. Atlantis era appena uscito dalla doccia e si stava asciugando. “Ho preparato la tua colazione e l’ho lasciata sulla tavola insieme al sacchetto dei biscotti. Non li mangiare tutti, o ti verrà mal di pancia. Posso lasciarti da solo? Devo andare da Jorge.” “Va bene. Dopo torni?” “Sì, andiamo in spiaggia insieme a raccogliere la spazzatura. Faccio presto, tu intanto mangia.” Gabriela raccolse il foglio con la storia di Atlantis e uscì dalla porta di casa scendendo prima nella clinica ancora chiusa al pubblico e poi giù in laboratorio. “Ciao ragazzi! Siete tornati tutti interi?”, salutò i suoi colleghi, che erano rientrati dal Golfo di Cádiz dopo la mezzanotte e sembravano ancora tutti stanchi sebbene avessero dormito fino alle sette del mattino. Ricardo e Francisco l’abbracciarono a turno, Tiago le stampò un bacio sulla guancia e Jorge le accarezzò una spalla in un gesto affettuoso. “Allora, com’è andata nel Golfo di Cádiz? Situazione tranquilla o movimentata?” “C’è stato un bel po’ di movimento tra delfini disorientati e narvali che volevano spiaggiarsi, però ce la siamo cavata anche senza di te. Siamo un po’ raffreddati, con tutta quella pioggia e quel vento gelido era impossibile non buscarsi un malanno.” “Avete preso delle aspirine?” “Aspirina, spray per il mal di gola, sciroppo per la tosse… Ci mancano

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solo gli antibiotici.” “Oh, coraggio maschioni! Oggi dobbiamo fare gli spazzini. Viene anche Atlantis, pensa che sarà divertente pulire la spiaggia dalla sporcizia.” “C’è ancora molto vento fuori, e fa piuttosto freddo.” “Lui non lo sente il freddo, l’hai scordato?” “Hai ragione. È abituato alle temperature oceaniche. Però fagli mettere una felpa.” Gabriela annuì, e subito raccontò a tutti la conversazione che aveva avuto il giorno prima con Atlantis, precisando che non aveva avuto nessuna difficoltà nell’accettare il suo aspetto da mutante e che dalle sue risposte sembrava che lui non fosse collegato con Atlantide. “È biologicamente impossibile che non abbia avuto una madre. Dev’essere morta nell’oceano quando lui era molto piccolo, per questo non ha ricordi di lei”, disse Jorge, fermamente convinto che fosse nato da due esemplari della sua stessa specie. “Se è rimasto orfano ed è cresciuto con i delfini è possibile che si sia spostato dal suo luogo di nascita e abbia trovato rifugio in una piccola fossa che per lui è la sua casa. Resto dell’idea che lui è un figlio di Atlantide, sono convinto che quella città è esistita ed è ancora in fondo all’oceano.” “Lui però non la conosce, e non sa dirci dove sia.” “Come ha fatto a crescere da solo?... Qualcuno deve averlo accudito insegnandogli anche a cacciare i pesci.” “Potrebbe averlo imparato da solo. È astuto, proprio come lo erano i primi abitanti della terra. Figli delle scimmie che hanno imparato ad accendere il fuoco sfregando due pietre una contro l’altra. Non sottovalutare il suo ingegno, Jorge.” “Sì, può aver imparato da solo a badare a se stesso, ma resta il fatto che ha un ombelico sull’addome e questo significa che è stato concepito e messo al mondo da un esemplare femminile. Mi chiedo solo che fine abbia fatto quella madre identica a lui.” “Non abbiamo modo di scoprirlo se lui non ricorda di essere stato allevato da una madre. È logico che sia esistita. Però potrebbe averlo abbandonato, oppure è stata attaccata e uccisa da uno squalo, o può

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essere morta per cause naturali.” Jorge annuì, e si versò il terzo caffè di quella giornata. Gabriela ne approfittò per fargli vedere il foglio di quaderno che teneva in mano. “Atlantis questa mattina ha scritto la sua storia mentre io dormivo. Devi leggerla, Jorge. Sembra un tema scolastico. Ha descritto se stesso nell’oceano e ha riportato tutti gli eventi che gli sono successi, dalla cattura da parte nostra fino al suo stato attuale di abitante sulla terra.” “L’ha scritto di sua iniziativa? Senza che tu gli dicessi di farlo? Fammi leggere.” Gabriela gli consegnò il foglio e Jorge lo lesse da cima a fondo rimanendo senza parole. “Incredibile… Più lo conosco e più mi sorprende.” “Hey, voglio leggerlo anch’io!”, esclamò Tiago, sfilando il foglio dalle mani di Jorge. “Aspetta, leggilo a voce alta, così sentiamo tutti cos’ha scritto”, disse Ricardo, avvicinandosi a Tiago insieme a Francisco. “Vi lascio il foglio e torno di sopra da Atlantis, l’ho lasciato da solo con un sacchetto intero di biscotti. Non vorrei che se li mangiasse tutti quanti.” “Adesso mangia anche i biscotti?”, domandò Jorge. “Non solo quelli. Ha voluto assaggiare la paella, la carne di manzo, il formaggio di capra e lo stufato di pesce e verdure. Gli è rimasto poco pesce a causa del maltempo, così poco fa gli ho fatto una macedonia di frutta e gli ho dato i miei biscotti al cioccolato.” “Lo farai ingrassare se si abitua a mangiare i nostri cibi.” “Ne dubito, Jorge. Fa solo due pasti al giorno e il suo metabolismo è più veloce del nostro. Non sgualcite il foglio, mi raccomando, voglio ridarlo ad Atlantis dopo che l’avrete letto. Ci vediamo tra poco giù in spiaggia.” Mentre i ragazzi leggevano il racconto scritto da Atlantis sorprendendosi per l’accuratezza con cui aveva descritto il suo mondo marino e quello terrestre che conosceva da appena un mese, Gabriela ritornò nell’appartamento e trovò Atlantis in cucina che sciacquava nel lavello i piatti sporchi.

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“Cosa stai facendo? Lavi i piatti?” “Non è difficile. Ho imparato da te come si fa.” “Lo vedo… Però devi mettere meno detersivo nella spugnetta, troppa schiuma non va bene.” “Okay. Poco sapone prossima volta.” Lei rise, poi chiuse il sacchetto dei biscotti con una molletta da cucina. “Ti sono piaciuti i biscotti al cioccolato?” “Sì. Cioccolato è buonissimo.” “Non li hai mangiati tutti, vero?” “No, solo cinque. Biscotti sono tuoi.” “Puoi mangiarli anche tu, non sono solo miei.” Ripose il sacchetto nella credenza e attese che lui finisse di sciacquare i piatti dalla schiuma che quasi strabordava dal lavello. “Ho fatto un pasticcio, scusa Gabriela.” “È solo un po’ di schiuma, non ti preoccupare. Si scioglie da sola, è fatta di tante bollicine di sapone che scoppiano da sole. Hai lavato bene i piatti, sei stato bravo.” Lui sorrise, soddisfatto di se stesso, e Gabriela ripose piatto e scodella nell’asciugatoio. “Jorge ha letto la tua storia, e gli è piaciuta tanto. Ho lasciato il foglio a Francisco, Ricardo e Tiago, poi te lo ridanno. Adesso invece dobbiamo cambiarci i vestiti per andare in spiaggia. Fuori c’è vento e fa freddo, maglietta e bermuda non sono adatti. Andiamo a metterci qualcosa di più pesante.” Francisco era stato previdente quando aveva acquistato i vestiti per Atlantis, comprando anche dei pantaloni lunghi sportivi e una felpa con cappuccio. Erano della taglia giusta, e Atlantis stava bene con il nero e il rosso. Lei si vestì uguale, in nero e rosa, e a quel punto furono pronti per raggiungere gli altri nel laboratorio. Tiago era già armato di sacchi neri della spazzatura e bastoni muniti di pinze per la raccolta di cartacce e altri residui sparsi sulla spiaggia. “Ciao Atlantis! Oggi ci dai una mano?”, gli chiese appena lo vide entrare. “Sì. Puliamo spiaggia insieme. Lavoro divertente.”

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“Divertente? Io lo trovo noioso, ma per te è la prima volta, ti piacerà. Tieni, bastone e sacco. Tutto quello che non è sabbia va preso e messo qui dentro, anche i pesci morti. Se fai un buon lavoro, questa sera ci mangiamo tutti una bella pizza e per te faccio preparare una pizza speciale con il pesce.” “Non conosco pizza. È cibo buono come cioccolato?” “La devi assaggiare, è più buona del cioccolato!” Atlantis sorrise e Tiago gli diede una pacca sulla spalla, gesto che lui ricambiò colpendolo di rimando. “Hey, è solo una pacca, non un pugno. È un gesto che si fa tra amici, stai più leggero la prossima volta.” Gabriela si avvicinò ad Atlantis e gli sollevò il cappuccio sopra la testa. “Ecco fatto. Ora sei pronto. Andiamo a pulire la spiaggia.” Lui la seguì in silenzio all’esterno del laboratorio, e quando misero piede sulla sabbia inzuppata d’acqua Atlantis sollevò lo sguardo al cielo tornato azzurro dopo tre giorni di burrasca e sorrise felice. “Bella giornata”, disse, nonostante il vento freddo che soffiava sul suo viso. E seguì Gabriela, che gli mostrò come raccogliere la sporcizia disseminata sulla sabbia. Quella sera, dopo un’intera giornata trascorsa sulla spiaggia sferzata dal vento a raccogliere bottiglie, tronchi, pesci morti, sacchetti di plastica e cartacce per ripulire la sabbia, l’équipe di Jorge insieme a Gabriela e Atlantis rientrarono nel laboratorio sotterraneo soddisfatti di aver portato a termine il loro lavoro ecologico e si concessero una pausa mangiando pizza calda di forno ordinata via telefono da Tiago. Come promesso, fece preparare una pizza priva di pomodoro e mozzarella, sostituiti da pasta di acciughe spalmata su tutta la base e condita con una quantità abbondante di gamberetti, capesante, vongole e cozze sgusciate, seppioline e polipetti, tonno spezzettato, sardine, alici, e bastoncini di granchio. All’arrivo della pizza, battezzata con il nome di pizza Atlantis, Tiago si sedette al tavolo del laboratorio in mezzo a Gabriela e Atlantis e aprì il coperchio della scatola in cartone lasciando che il profumo del pesce appena scottato

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si spargesse nell’aria. Atlantis accolse quella novità alimentare con curiosità, e assaggiò subito uno dei dieci spicchi della pizza già tagliata. Il suo palato riconobbe subito il sapore dei pesci a lui familiari, mentre per abituarsi al gusto della pasta gli ci volle un secondo spicchio. Alla fine non lasciò nulla nel cartone, e disse a Tiago che la pizza era più buona del cioccolato. Gabriela gli chiese se aveva ancora fame, ma lui rispose di no, e si dissetò bevendo due bottiglie d’acqua minerale. Era stata una giornata bellissima per lui, si era impegnato ad aiutare gli altri a ripulire la sabbia raccogliendo ogni sorta di sporcizia divertendosi, poi, quando il lavoro era ormai giunto al termine, si era avvicinato alla riva dell’oceano levandosi gli stivali di gomma e sollevandosi i pantaloni per entrare in acqua fino al polpaccio. Gabriela lo aveva raggiunto, chiedendogli cosa stava facendo, e lui le aveva risposto che voleva vedere l’altra faccia di se stesso. In pochi minuti, la pelle di piedi, caviglie e polpacci aveva mutato colore divenendo opalescente e ricoprendosi di squame azzurre e argentate. Atlantis era rimasto a fissarsi le gambe e i piedi, stupito dal mutamento del suo corpo. “Allora è vero. Io divento simile a pesce dentro acqua di oceano.” “Sì, è così che il tuo corpo cambia. Non ci credevi?”, gli aveva chiesto Gabriela. “Credevo alle tue parole, ma volevo vedere con i miei occhi. Ora so che è vero, io sono uomo che diventa pesce.” “È nella tua natura. Tu sei fatto così.” “Io preferisco me stesso quando sono uguale a te.” “Sì, questo l’ho capito. Però non devi essere dispiaciuto se l’acqua dell’oceano ti fa cambiare aspetto, è come un travestimento, sei sempre tu, sempre Atlantis.” “A te non fa paura che io divento così diverso?” “Perché dovrebbe farmi paura? Ti ricordi quando sono entrata nella vasca con te, al laboratorio? Io ti ho toccato, tu hai toccato me, e poi abbiamo giocato insieme nell’acqua. È stato bello, e io non avevo paura, mi piaceva stare con te. Anche quando siamo andati alla piccola spiaggia segreta a cavalcare le onde tu avevi questo aspetto. È

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successo tre volte, ci siamo divertiti tanto, e io ero felice di nuotare con te nell’acqua.” “Non ti importa se io sono diverso da te?” “No, Atlantis. Non ha importanza come sei. Io so com’è fatto il tuo corpo e mi piaci così come sei.” “I pescatori non hanno capito. Hanno avuto paura di me.” “Lo so. Ma tu non devi pensare a loro, sono persone che non possono capire il cambiamento che avviene in te. Io lo capisco perché ho studiato il mare e le sue creature.” “Allora non devo mostrare me stesso a persone che non amano il mondo nell’oceano. Devo nascondermi da persone che non capiscono che io non faccio paura.” “Esatto. Quelle persone non devono vederti quando hai le squame, avrebbero paura. Solo io e i ragazzi sappiamo come sei fatto e non abbiamo paura di guardarti. Devi stare attento agli estranei, non mostrare mai il tuo cambiamento a chi non ti conosce.” “Ho capito. È un mio segreto.” “Sì. Un segreto prezioso che devi custodire per sempre.” “Se io decido di restare qui sulla terra, non devo mostrare mio segreto a nessuno. Mai.” “È così. Non devi mai mostrarti diverso quando sei sulla terra. Ma quando ti immergi nell’oceano da solo, il segreto non è più importante, sei libero di essere simile ad un pesce, perché nell’acqua nessuno può vederti.” “Sì, ho capito. Ora è tutto chiaro.” “Bene. Esci dall’acqua, torniamo al laboratorio.” Atlantis aveva raggiunto la riva insieme a Gabriela e si era fermato sulla sabbia umida ad osservare la sua pelle cambiare aspetto di nuovo, assumendo i colori e le sembianze umane di poco prima, e aveva sorriso, felice di essere di nuovo uguale a lei. Era palese che preferiva avere un aspetto da essere umano, ma aveva capito che nell’acqua il suo corpo mutava e che non poteva impedire che ciò avvenisse. Adesso, mentre ascoltava i discorsi dei ragazzi che parlavano di belle donne, serate in discoteca, automobili sportive e motociclette, a Gabriela sembrava un giovane ventenne qualunque in

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felpa sportiva e sapeva che per lui c’era la possibilità di una vita futura da essere umano sulla terra se lui l’avesse desiderato. Quel gene particolare presente nel suo DNA che gli consentiva di scegliere di imporre al proprio corpo di mantenere un solo aspetto e non mutare più nell’altro era la chiave per la sua felicità, e solo lui aveva il potere di attivarlo, decidendo chi e cosa essere. Per il momento, il suo principale interesse era vivere accanto a lei come un umano, e Gabriela non aveva nessuna intenzione di spingerlo a cambiare idea. La scelta definitiva spettava solamente a lui.

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Capitolo 8 Tre giorni dopo… Il suono improvviso del proprio cellulare interruppe Gabriela, che stava leggendo un libro insieme ad Atlantis. Seduti sul divano, lei gli leggeva una frase e lui la ripeteva subito dopo collegando i suoni delle lettere alle parole che vedeva stampate sulla carta. “Aspetta un secondo, rispondo al telefono”, gli disse, lasciandogli il libro fra le mani. “Pronto?” “Gabriela, scendi subito in laboratorio, devo parlarti”, le disse Jorge con tono serio e autoritario. “Cosa succede? È quasi l’una di notte.” “Gabriela, lo so che è tardi, ma per favore raggiungimi, è molto importante.” “D’accordo, ora arrivo.” Depose il cellulare sul divano e si rivolse ad Atlantis. “Scusami, devo andare da Jorge, sembra che abbia un urgente bisogno di me.” “Leggo da solo. Sono capace.” “Sì? Riesci a capire le parole senza il mio aiuto?” “Ci provo. Se non riesco guardo televisione.” “Va bene. Allora vado da Jorge. Torno appena posso.” Gabriela non aveva la minima idea di cosa potesse essere successo. Poche ore prima aveva lasciato Jorge da solo in laboratorio per salire a cenare con Atlantis e ricordava che lui era impegnato a navigare in rete per fare delle ricerche su Atlantide. Forse aveva scoperto qualcosa che collegava la leggendaria città sommersa con il passato di Atlantis? Scese le scale di corsa ed entrò nel laboratorio. Jorge era ancora collegato al computer, non si era scollato da lì neppure per mangiare il suo sandwich di carne che giaceva intatto sul tavolo. “Eccomi, sono qui. Cose c’è di tanto urgente?” “Gabriela, mi sono introdotto in un sito privato.” “Cosa vuoi dire? Ti sei messo a fare l’hacker?” “Esatto. Ho violato il codice di sicurezza del sito di un noto ricercatore biologico americano, Augustus Madison. Non so

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nemmeno come ci sono riuscito, ma ora sono dentro il sito e ci sono così tante informazioni…” “Aspetta un momento, frena. Chi è questo Augustus Madison? Io non l’ho mai sentito nominare.” “È un uomo anziano ormai, avrà ottant’anni, ma ha lavorato per trent’anni nel reparto di ricerche biologiche dell’Area 51 del New Mexico.” “Jorge, sei pazzo? Il suo sito sarà controllato dal governo, vuoi che ti becchino? Sconnettiti subito!” “Non credo che il governo lo controlli ancora, è in pensione da dieci anni.” “Io non ne sarei così certa… Ad ogni modo, che tipo di informazioni hai trovato?” “Intere ricerche su Atlantide e sulle creature marine che vi abitavano. Appunti personali del dottor Madison che parlano di una missione segreta svoltasi circa vent’anni fa nelle acque delle Azzorre. Guarda, ci sono pagine e pagine che raccontano i dettagli di quella missione, e addirittura delle fotografie scattate negli abissi dell’oceano. Come questa qui… Un tempio con colonne doriche di fattura greca affondato e distrutto. E questa… Statue in gesso di donne e uomini greci di cui è rimasto ben poco… Sono immagini che ritraggono Atlantide! O quello che ne è rimasto… E poi ho scovato questa foto… Guardala, è un esemplare femminile di anfibio polmonato identica ad Atlantis!” “Meu Deus! È tale e quale a lui! Appartiene alla stessa specie! Ed è una femmina… Pensi che possa essere la madre di Atlantis?!” “Io non lo escluderei affatto. La foto risale a vent’anni fa!” “Se è stata fotografata significa che l’hanno catturata. Santo cielo, è finita nelle mani del ricercatori dell’Area 51, cosa le avranno fatto?!” “Non oso immaginarlo. Una simile creatura in balia degli scienziati folli che lavorano in quella zona top-secret… L’avranno sottoposta a chissà quali crudeli test biologici per capire com’era fatta.” “Non c’è un articolo che parla di lei? Una relazione, o degli appunti che la nominano?” “Ci sono un sacco di pagine scritte e compare spesso il nome di Leyla.

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Non so se il dottor Morgan l’avesse chiamata così. Forse è stato proprio lui ad esaminarla, non possiamo escludere nulla.” “Dovremmo stampare tutte queste informazioni e leggerle con molta calma.” “Sono troppe, intere cartelle di appunti, non si può stampare tutto, è impossibile.” “Allora cosa facciamo?” Jorge guardò Gabriela negli occhi. “Contattiamo personalmente il dottor Augustus Morgan e chiediamo direttamente a lui le informazioni che ci servono.” “Contattarlo?! E come, scusa?” “All’interno del suo sito c’è un recapito telefonico. Proviamo a chiamarlo.” “No. È troppo pericoloso. Il suo telefono potrebbe essere controllato. Risaliranno a noi. Ci metteremo nei guai con gli Stati Uniti.” “Io voglio tentare. Sei con me?” Gabriela si morse il labbro inferiore, indecisa su ciò che era meglio fare o non fare. “Allora? Ci stai oppure no?” “E va bene! Contattiamolo”, cedette lei, troppo avida di conoscere il passato oscuro di Atlantis. “Dovrebbe essere giorno negli Stati Uniti. Il dottor Morgan si è trasferito a New York dopo il pensionamento. Sei o sette ore di differenza di fuso orario.” “Se qui è notte, a New York è pomeriggio.” “Ho un vecchio cellulare prepagato che non è intestato a nessuno, usiamo quello per contattarlo”, disse Jorge, rovistando tra i cassetti del tavolo. “Dov’è il numero di telefono?” “Me lo sono segnato su quel post-it giallo, dammelo.” Gabriela gli passò il foglietto e lui compose il numero sulla tastiera di un vecchio Nokia ancora funzionante. “Spero di riuscire a prendere la linea, qui sotto c’è poco campo… Vediamo… Che fortuna! Sta squillando! Il mio inglese è un po’ arrugginito, aiutami se non mi vengono le parole.”

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Gabriela attese impaziente, e quando si udì il “click” della telefonata che veniva accettata, Jorge pigiò il tasto del vivavoce. “Pronto?”, mormorò la voce gracile di un uomo anziano. “Dottor Augustus Morgan?” “Sì, sono io. Chi parla?” “Mi perdoni per il disturbo, dottor Morgan. Mi chiamo Rodrigo Salinas, sono un ricercatore spagnolo”, disse Jorge, inventandosi un nome fittizio e una nazionalità diversa per sviare eventuali controlli da parte del governo americano. “Come ha avuto il mio numero?” “Tramite uno studente universitario del mio corso di biologia marina. Sono un insegnante a tempo perso, ma il mio vero lavoro è quello di biologo oceanico. Credo che il mio studente abbia violato il suo sito internet personale per scoprire delle informazioni sulla mitologica Atlantide da utilizzare per la sua tesi di laurea.” “Capisco. I giovani di oggi conoscono mille trucchetti per introdursi nei siti internet, e il mio numero di telefono è presente nei miei appunti… Mi dica, signor Salinas, è questo il motivo della sua chiamata?” “In realtà no, dottor Morgan. L’ho chiamata per una questione personale che riguarda il mio lavoro di biologo. Recentemente mi sono immerso nelle acque delle Azzorre e ho intravisto una creatura marina con sembianze umane e aspetto cutaneo dotato di squame e scaglie. Il mio studente sostiene di aver visto la foto di un essere simile sul suo sito, ma di sesso femminile. Vorrei solo sapere se la creatura che ho visto con i miei occhi è la stessa che lei ha fotografato e postato sul suo sito.” “Perché le interessa saperlo, signor Salinas?” “A puro scopo biologico. Sono un ricercatore come lei, le creature marine di specie insolita e la città di Atlantide mi hanno sempre incuriosito molto.” “Certo, la capisco… Posso rispondere alle sue domande se sono maggiormente precise.” “La ringrazio dottor Morgan, lei è molto gentile. Nel suo sito ci sono delle relazioni riguardanti una missione segreta negli abissi oceanici

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delle Azzorre risalente a vent’anni fa. Lei ha partecipato a quella missione?” “Certamente. Facevo parte dell’équipe inviata là sotto.” “Che cos’ha visto, dottor Morgan?” “Vuole sapere se Atlantide è esistita?... Ebbene, la risposta è sì. L’ho vista con i miei occhi. Un’intera città inghiottita dalla fauci dell’oceano. Non era rimasto molto di Atlantide, solamente pochi ruderi distrutti e delle suppellettili appartenute ai suoi abitanti. Una civiltà umana di origine greca o romana che ha visto la sua fine in seguito all’eruzione vulcanica più intensa che la terra abbia mai sperimentato. Le placche oceaniche si sono aperte e Atlantide è sprofondata dentro di esse. In pochi minuti, un’intera città è stata spazzata via dalla furia del vulcano. Atlantide è morta con tutti i suoi abitanti, e la spedizione in cui sono stato coinvolto era destinata ad eliminare i suoi resti per distruggerla per sempre.” “Quindi Atlantide è stata rasa al suolo per opera del governo americano?” “Ciò che ne restava. Abbiamo piazzato dell’esplosivo per eliminarla completamente. Il governo ci ha incaricati di salvare solamente alcuni reperti e cancellare per sempre tutto il resto.” “E la creatura marina femminile che ha fotografato? È collegata ad Atlantide?” “L’abbiamo trovata nascosta tra i ruderi di Atlantide e l’abbiamo catturata. Era un esemplare unico al mondo, un essere umano mutato in anfibio polmonato.” “Cosa ne è stato di lei?” “Non lo immagina? È stata sottoposta a svariati esami, rivoltata come un calzino, esaminata dentro e fuori. Aveva un DNA quasi umano, fatta eccezione per alcuni genomi straordinari. Era certamente una sopravvissuta al crollo di Atlantide, una terrestre che ha avuto la capacità di mutare geneticamente per adattarsi alla vita subacquea. Aveva quattro polmoni, lo sa? Due polmoni per filtrare l’ossigeno dall’acqua e altri due per respirare sulla terraferma. E la sua intelligenza era stupefacente.” “Posso chiederle qual’è stato il suo destino?”

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“Mi occupavo io di lei. Era quasi sempre rinchiusa in una vasca, ma talvolta la facevo uscire per studiare la sua morfologia umana. Le avevo dato un nome, Leyla, e ho fatto tutto il possibile per tenerla in vita. Ma lei si è lasciata morire poco a poco, smettendo di nutrirsi, finché il suo cuore non ha ceduto. Credo che non sopportasse di stare chiusa in una vasca. Ha preferito spegnarsi, cercando nella morte fisica la libertà che le era stata strappata.” “Era l’unico esemplare di superstite umano di Atlantide?” “L’unico che abbiamo trovato prima di distruggere i resti della città. Ma non escludo che ne esistessero degli altri, magari di sesso maschile, che si sono salvati e rifugiati altrove. Sicuramente Leyla aveva concepito un figlio, perché quando abbiamo eseguito l’autopsia sul suo cadavere, il suo utero mostrava i segni di una recente gravidanza portata a termine. Il suo piccolo deve essere rimasto da solo, dopo che Leyla è stata catturata.” “Dottor Morgan, se Leyla ha avuto un figlio ed esso fosse ancora vivo, potrebbe essere la creatura marina che ho visto durante le mie ricerche subacquee nelle acque delle Azzorre?” “Ha detto che assomigliava a Leyla?” “Era identico, di sesso maschile, con la pelle opalescente ricoperta di squame azzurre e argentate, i capelli albini, gli occhi trasparenti, e delle scaglie di colore blu intenso sul dorso che disegnavano una ipsilon.” “Signor Salinas, lei mi ha appena descritto Leyla. Se la creatura che ha visto negli oceani era piuttosto giovane, allora potrebbe trattarsi del piccolo generato dal grembo di Leyla. Quando è stata catturata doveva averlo partorito da pochi mesi, non lo abbiamo trovato, perciò deve essersi salvato dalla distruzione di Atlantide.” “Lei pensa che il figlio di Leyla sia potuto sopravvivere da solo nell’oceano senza essere accudito dalla propria madre?” “Non ne ho idea, signor Salinas. Ma spero tanto di sì. Sarebbe meraviglioso se almeno il piccolo di Leyla fosse sopravvissuto.” “Io sono certo di averlo visto, dottor Morgan. Credo si sia salvato e sia cresciuto da solo.” “Se davvero pensa di averlo visto, lo lasci in pace signor Salinas. Non

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vada a cercarlo, e non tenti di strapparlo alla sua libertà. Si lascerebbe morire come ha fatto sua madre.” “Ma se è una creatura capace di respirare nell’ambiente terrestre, potrebbe vivere sulla terraferma?” “Fisicamente sì. Ammesso che fosse lasciato libero. Chiuso in gabbia morirebbe anche sulla terra. Leyla era selvatica, aveva bisogno di vivere in assoluta libertà.” “Dottor Morgan, la ringrazio infinitamente per le sue rivelazioni. Non ne farò parola con nessuno, ha la mia parola di uomo di scienza.” “Dimentichi Atlantide, signor Salinas. È andata perduta, è meglio che la gente continui a pensare che è solo una leggenda. E dimentichi anche la creatura che ha visto. Se si sapesse della sua esistenza, farebbe la stessa fine di sua madre. Finga di non averlo mai visto, e preservi la continuità della sua specie.” “E se fosse l’ultimo esemplare rimasto in vita? Con lui si estinguerebbe l’intera civiltà di Atlantide.” “Confido nell’esistenza di qualche altro esemplare femminile con cui possa accoppiarsi per generare un nuovo cucciolo. Gli abissi oceanici sono pieni di misteri, forse se si è salvato lui anche altri esemplari sono sopravvissuti e migrati in altre zone dell’oceano.” “La ringrazio nuovamente, Dottor Morgan. Le prometto che custodirò il segreto sull’esistenza della creatura che ho visto. In nome della scienza e per rispetto della vita marina di qualunque specie e forma.” “Buona giornata, signor Salinas. È stato piacevole ricordare il passato assieme a lei.” “Dottor Morgan, è stato un onore per me poterle parlare. Le auguro una serena giornata.” “La ringrazio. Addio, signor Salinas.” L’anziano biologo mise fine alla lunga telefonata e Jorge rimase a fissare il telefonino che aveva tra le mani. Accanto a lui, Gabriela tacque per un lungo momento, finché lui non la guardò negli occhi. “Atlantide è esistita. Ora ne abbiamo la certezza.” Gabriela sospirò. “E il suo ultimo superstite è nel mio appartamento con un libro tra le mani… Avevi ragione, Jorge. Atlantis ha avuto una

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madre, e lui è un abitante di Atlantide, forse l’ultimo rimasto.” “Dobbiamo proteggerlo, Gabriela. Nessuno deve sapere della sua esistenza.” “Lo stiamo già proteggendo. E sta diventando sempre più umano, giorno dopo giorno. Penso che potrebbe anche decidere di non tornare mai più nell’oceano.” “Sarà lui a decidere cosa diventare.” “Ti riferisci al genoma della scelta? Quello che potrebbe renderlo solamente umano bloccando la sua mutazione?” “Esatto. Se scegliesse di abbandonare l’oceano, la civiltà di Atlantide continuerebbe a vivere nei suoi eredi.” “Parli di bambini concepiti con una donna terrestre?” “Sì. Se trovasse una compagna umana, potrebbe avere dei figli, e Atlantide continuerebbe a vivere in essi.” “Ci vorrà del tempo perché si integri completamente con la nostra civiltà. Ha appena iniziato, è solo al principio della sua umanizzazione.” “E noi gli daremo tutto il tempo di cui ha bisogno. Lo istruiremo, lo faremo diventare uno di noi. Non lo riporterò negli abissi delle Azzorre, sarebbe in pericolo, potrebbe essere catturato da persone che non vogliono il suo bene come lo vogliamo noi.” “Lo terremo con noi, Jorge. Finché lui vorrà restare.” “Spero che non si stanchi della terra e non avverta mai il richiamo dell’oceano.” “Lo spero anch’io, Jorge.” Si abbracciarono, felici di condividere un segreto tanto grande e importante. “Pensi di dire anche agli altri quello che abbiamo scoperto?” “No. Teniamolo solo per noi due. Sarà il nostro segreto.” “D’accordo.” Siglarono il patto con una stretta di mano. Un muto giuramento tra amici e colleghi custodi di una rivelazione che non avrebbero condiviso con nessuno al mondo.

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Capitolo 9 Quattro mesi dopo… Era una giornata tranquilla alla clinica veterinaria marina “La Tortuga”. Gabriela era seduta nel suo ufficio, intenta a compilare la lista della spesa per sé e per Atlantis, in attesa che si facesse mezzogiorno e potesse recarsi al supermercato del paese. Nelle altre stanze, Jorge e Ricardo stavano curando una testuggine raccolta sulla spiaggia che presentava una lesione profonda sulla corazza, Francisco era in compagnia di un collezionista di salamandre acquatiche che desiderava far accoppiare il suo esemplare maschio con una femmina, Ricardo si stava occupando della schiusa di alcune uova di iguana, e Tiago era in compagnia di Atlantis. Entrambi appostati davanti al computer, Tiago negoziava l’acquisto di una decina di phelsuma madagascariensis, un particolare gecko del Madagascar che Francisco voleva far riprodurre in laboratorio per poi liberare i cuccioli nella flora di Lagos, e Atlantis osservava lo scambio di email con il biologo australiano che possedeva un piccolo allevamento di quel tipo di gecko. Quel mattino, come succedeva già da due mesi, Atlantis si era alzato alle sette insieme a Gabriela e dopo colazione erano scesi nella clinica raggiungendo gli altri. Gabriela aveva ripreso a lavorare regolarmente come biologa, dato che Atlantis aveva raggiunto un livello di istruzione e di umanizzazione che gli consentivano di stare in mezzo agli umani conversando e interagendo con loro senza alcun problema. Aveva imparato a parlare correttamente, a leggere e scrivere senza commettere errori, sapeva usare il computer ed era indipendente, in grado di badare a se stesso. Gabriela faticava a tenere a mente le sua vera origine, perché Atlantis era diventato in breve tempo un essere umano completo, non aveva più bisogno di essere preso per mano, stava vivendo la sua vita terrestre in modo autonomo. Anche le sue abitudini quotidiane era cambiate, a cominciare dalla dieta, che non prevedeva più solo pesce crudo. Mangiava quello che Gabriela cucinava per se stessa, dalle zuppe alla carne, dalla pasta alle verdure, era goloso di dolci, di frutta

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e di pizza. Aveva mantenuto abbondante l’idratazione idrica bevendo molta acqua durante tutto il giorno, ma al mattino apriva il frigorifero e si versava un bicchiere di latte. Gabriela non doveva più acquistare il pesce fresco tutti i giorni, una volta a settimana era sufficiente, il pesce acquistato al supermercato veniva congelato nel freezer e razionato in piccole dosi che Atlantis consumava insieme ai piatti tipici della cucina portoghese. La sua salute non aveva subito cambiamenti in seguito al nuovo tipo di alimentazione, Jorge lo teneva costantemente sotto controllo e i suoi valori ematici erano stabilmente nella norma. Atlantis si era perfettamente adattato alla vita da umano e si comportava come tale. Con l’arrivo dell’autunno, Gabriela aveva smesso di andare a fare surf e Atlantis non si immergeva nell’oceano da due mesi filati senza accusare nessun tipo di malessere fisico per il mancato contatto con l’acqua marina salata. Il suo corpo non mutava aspetto da sessanta giorni e lui non chiedeva mai di poter andare a nuotare, come se la vita oceanica fosse passata in secondo piano. Non sentiva la mancanza della sua casa nell’oceano, non l’aveva più nominata, era totalmente assorbito dal presente, da tutte le cose nuove che aveva imparato e sapeva fare. Jorge era convinto che fosse giusto lasciarlo libero di vivere la vita che più gli piaceva, e Gabriela si fidava del parere del collega e passava giorni e notti in compagnia di Atlantis, che continuava a dormire al suo fianco nel suo letto, guardava la televisione assieme a lei, l’aiutava a preparare da mangiare, l’accompagnava a fare la spesa, la teneva per mano quando andavano a passeggiare sulla spiaggia o sul lungomare. Ogni mattina Atlantis indossava il camice bianco da biologo e dava una mano a tutti all’interno della clinica, e i clienti lo consideravano un aiutante recentemente assunto. Lagos era diventato il suo nuovo habitat naturale e Gabriela rappresentava la figura umana che lui aveva scelto come punto fermo della propria esistenza, e costituiva insieme a Jorge, Francisco, Ricardo e Tiago, la sua famiglia. “Andiamo, signor Winchester… Ti sto offrendo una bella sommetta, accetta la mia offerta”, disse Tiago, tamburellando le dita sul tavolo in attesa dell’email di risposta del biologo australiano. Pochi secondi

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dopo, il signor Winchester rispose, accettando di vendergli i dieci esemplari di gecko phelsuma madagascariensis che lui gli aveva proposto di acquistare. La trattativa era andata a buon fine, e Tiago sospirò di sollievo. “Sì! I piccoli gecko sono nostri!”, esclamò soddisfatto. “Arriveranno tra due settimane, dovremo preparare almeno tre nuovi terrari con piantine e un po’ d’acqua sul fondo per ospitare questi adorabili rettili anfibi.” “Che cosa mangiano i gecki?”, chiese Atlantis guardando le immagini dei rettili color verde brillante che il biologo aveva inviato a Tiago insieme all’email. “Piccoli insetti, come mosche e moscerini, lombrichi e vermi. Abbiamo i barattoli del cibo per loro giù in laboratorio.” “Posso aiutarti a preparare i terrari?” “Sicuro! Appena avremo acquistato le vasche nuove, tu mi darai una mano a trasformarli in piccoli habitat naturali per i gecki.” Tiago chiuse la posta e lanciò un’occhiatina ad Atlantis. “Facciamo un giretto in rete? Ci guardiamo qualcosa di interessante?” “Stiamo ancora lavorando, non è la pausa pranzo”, gli fece notare Atlantis, che aveva imparato da Jorge che sul lavoro non erano ammesse distrazioni. “Io per oggi ho finito, dovevo solo acquistare questi esemplari di gecko dal signor Winchester. La pausa pranzo è tra quindici minuti, possiamo anticiparla.” Mentre parlava era già entrato in Firefox e stava navigando tra alcuni siti web per adulti. “Gabriela ti ha parlato di come gli uomini e le donne si accoppiano?” Atlantis si strinse nelle spalle. “No.” “Non ti ha spiegato ancora nulla del sesso tra maschi e femmine?” Atlantis scosse il capo. “No.” “Capisco… Bè, ci penso io a insegnarti tutto, non ti preoccupare. Ora ci guardiamo un paio di video davvero educativi. Capirai tutto del sesso solamente guardando cosa succede in questi video, credimi.” Atlantis si avvicinò a Tiago, curioso di scoprire cosa fosse il sesso tra uomini e donne, e mentre le immagini molto esplicite scorrevano

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sullo schermo del computer, la sua attenzione fu totalmente catturata da ciò che vedeva, e capì perfettamente come uomini e donne si accoppiavano e si davano piacere, senza il bisogno di ricevere spiegazioni vocali. Al termine del primo video, Tiago lo guardò e gli chiese: “È tutto chiaro adesso? Ti sei fatto un’idea di cos’è il sesso e di come si fa a farlo?” Atlantis staccò gli occhi dallo schermo e annuì. “Sì, ho capito come funziona.” “Bene! Ora sai cosa significa fare l’amore con una donna. È molto bello, sai? Ed è così che si fanno i bambini, facendo l’amore. Ci guardiamo un altro video, giusto per ripassare la lezione e capire bene tutto quanto?” “Okay, guardiamone un altro.” Ridendo divertito, Tiago cercò un altro video erotico di breve durata ma piuttosto esplicito, e Atlantis lo guardò assieme a lui capendo ancora meglio cos’era il sesso e come uomini e donne si accoppiavano per darsi piacere o per fare figli. Il video era appena terminato quando la porta dell’ufficio di Tiago si aprì all’improvviso e lui spense il computer staccando direttamente la spina. Gabriela entrò levandosi il camice bianco e chiese: “Com’è andato l’acquisto dei gecki del Madagascar?” “Oh, benissimo… Sì, ho concluso la trattativa. I gecki arrivano tra due settimane”, rispose Tiago, fingendo di non aver guardato video erotici fino a quel momento. “È l’ora della pausa pranzo, cosa ci fate ancora qui? Non mangiate nulla oggi?” “Sì, certo… Il computer si era impallato… Così ho dovuto staccare la spina. Ora lo faccio ripartire e poi mi prendo la mia pausa.” “Atlantis, io devo fare la spesa al supermercato. Vieni con me o resti qui con Tiago?” Lui si alzò dalla sedia e si tolse il camice. “Vengo con te. Mangio il mio sandwich in macchina.” “Okay, allora andiamo. Ciao Tiago, a dopo.”

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Gabriela sorrise al collega e Atlantis prese dalla scrivania di Tiago il sacchetto di carta con il suo sandwich al tonno e lattuga. Chinandosi in avanti, bisbigliò a Tiago “Grazie”, e lui gli fece l’occhiolino. Rialzatosi in piedi, si sciolse la coda bassa che gli tratteneva i capelli biondi e uscì dall’ufficio insieme a Gabriela. Il supermercato del centro di Lagos era affollato come ogni Venerdì pomeriggio. Gabriela spingeva il carrello lungo le corsie del reparto alimentare prestando attenzione a non investire i bambini piccoli che le loro rispettive madri lasciavano liberi di scorrazzare avanti e indietro intralciando il passaggio delle persone. Lista alla mano, leggeva uno dopo l’altro gli alimenti da acquistare e Atlantis si occupava di prenderli dagli scaffali e di riporli nel carrello. Era diventato un esperto ormai, fare la pesa gli piaceva, e al banco del pesce sceglieva personalmente il suo menù settimanale. Si muoveva in mezzo alla gente con naturalezza, osservando le persone attentamente, attratto dai loro vestiti, dai loro modi di fare, e gli piacevano i bambini, forse perché anche lui dentro di sé aveva la loro stessa innocenza e vivacità. Terminata la spesa e usciti dal supermercato, caricarono le borse in macchina e Gabriela avviò il motore della sua auto. Le strade erano trafficate e rimasero in coda per dieci minuti prima di riuscire a imboccare la via che portava alla scogliera. Salirono nell’appartamento con la spesa e riempirono cassetti e frigorifero con i generi alimentari acquistati. “Ecco fatto. Ora possiamo tornare al lavoro.” “Aspetta, Gabriela. Ti posso chiedere una cosa?” “Certo, dimmi. Cosa c’è?” Lui si sedette al tavolo della cucina. “Siediti anche tu.” “Va bene… Ecco, sono seduta.” Atlantis la guardò negli occhi e le chiese: “Perché non mi hai insegnato nulla del sesso tra uomini e donne? Te ne sei dimenticata?” Gabriela rimase in silenzio per un breve istante, presa in contropiede, quindi rispose tranquillamente alla sua domanda.

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“Non me ne sono dimenticata. Ho solo pensato che non fosse ancora il momento di parlarti del sesso.” “Perché? Mi hai insegnato tutto dei rapporti tra esseri umani, ma hai saltato la parte più importante.” “Scusami. Non credevo che fosse un argomento di tuo interesse, per questo l’ho tralasciato. Ho sbagliato?” “Sì. È importante che io sappia come si fanno i bambini e cosa succede quando un uomo e una donna fanno sesso.” “Okay… Non c’è problema, posso spiegarti questo argomento questa sera stessa, dopo il lavoro.” “Non serve. Mi ha già insegnato tutto Tiago.” Gabriela inarcò un sopracciglio. “E quando l’ha fatto? Oggi?” “Sì. Mi ha mostrato dei video al computer. Molto espliciti.” Gabriela scosse il capo. “Atlantis, Tiago non avrebbe dovuto mostrarti quei video erotici per maschi repressi, non sono adatti per spiegare bene cos’è il sesso.” “Perché no? Sono istruttivi, ho imparato tutto guardandone solo due” “Oh, lo immagino… In quei video si vede praticamente tutto… Se volevi sapere qualcosa sul sesso dovevi chiedere a me, non a Tiago.” “Non l’ho chiesto io. È stato lui a domandarmi se tu me ne avevi parlato, e quando gli ho detto di no si è offerto di spiegarmi cos’è il sesso tra uomini e donne.” “E ti ha spiegato anche il senso di ciò che hai visto nei video?” “Ho capito tutto da solo, non sono stupido.” “E dell’amore cosa ti detto Tiago?” “Non ha parlato di amore, mi ha mostrato e fatto capire come si fa a fare sesso.” “Ovvio, è un maschio, figuriamoci se ti diceva perché un uomo e una donna decidono di spogliarsi e fare l’amore.” “Dimmelo tu. Perché lo fanno?” Gabriela sospirò. Quell’argomento non era facile da affrontare, ecco perché l’aveva tenuto da parte. Tuttavia, ormai Tiago aveva composto il puzzle, meglio sistemare per bene tutte le tessere mettendole al loro posto.

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“Il sesso è quello che hai visto nei video, un atto fisico che procura piacere. L’amore è un’altra cosa, è più complicata da spiegare perché è un sentimento. Quando un uomo e una donna si piacciono, ovvero quando si guardano negli occhi e sentono il desiderio di abbracciarsi, di toccarsi e di baciarsi, vuol dire che tra di loro c’è del sentimento, una voglia di stare insieme e di fare delle cose insieme. Di solito iniziano andando a cena in un ristorante per conoscersi meglio, oppure vanno a ballare insieme, o a vedere un film al cinema. Non fanno subito sesso, quello viene dopo. Prima l’uomo sta insieme alla donna che gli piace, la porta a passeggiare, le regala dei fiori, le dice delle belle frasi… E quando entrambi sentono di stare bene uno vicino all’altra, capita che si bacino. Il bacio è il modo più semplice e bello che un uomo e una donna utilizzano per dirsi che si piacciono e si vogliono bene, e volersi bene è il primo passo per arrivare all’amore. L’amore è sentire il bisogno di essere sempre vicino a una persona, se sei innamorato di una donna e lei non è al tuo fianco tu ti senti solo, stai male e sei triste. Amarsi è questo. Essere due persone che quando sono insieme si sentono una persona sola. Ti faccio un esempio… Se prendi una mela e la tagli a metà, hai due parti uguali ma divise. Una parte è l’uomo, l’altra parte è la donna. Quando le avvicini, formano di nuovo una mela intera. Amarsi è così. Essere due parti della stessa mela che devono tornare unite per formare il frutto, altrimenti da sole non sono niente. È chiamo come esempio?” “Chiarissimo, ho capito.” “Bene. L’uomo e la donna fanno l’amore, ovvero il sesso con il sentimento, quando sono sicuri di voler diventare una mela intera. In questo modo il sesso non è solo un atto fisico che da piacere, ma diventa qualcosa di più importante, un mezzo che tutti e due usano per dimostrarsi amore e desiderio di diventare una sola persona. Il sesso è come una colla che unisce le due parti di mela separate e le ricompone in un solo frutto. Grazie alla colla, la mela non può più dividersi, resta unita per sempre. E quindi si dice fare l’amore e non fare sesso perché l’uomo e la donna sono innamorati e sognano di vivere nella stessa casa, di fare dei bambini, e di formare una famiglia.”

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“Ho capito la differenza. L’amore è più importante del sesso da solo.” “Esatto. E il piacere che si prova quando si fa l’amore da innamorati è più bello, ti regala tanta felicità, tanta gioia, e dopo che l’hai fatto hai solo voglia di stringere forte la persona che ami e non lasciarla più andare via.” Atlantis sorrise, e chiese: “Come fai a capire che ami una persona?” “Da tante cose. Ti piace il suo odore, la sua voce, il colore dei suoi occhi, il modo in cui ti guarda, ti piace come ti tocca e come ti parla, quando ti bacia ti batte forte il cuore e senti una sensazione strana nella pancia, come se avessi delle farfalle che ti volano dentro.” “Dev’essere bello essere innamorati.” “Sì, è bellissimo. Ma succede solo quando incontri la persona giusta per te.” “L’altra metà della mela?” “Sì, l’altra metà della mela. Ogni persona è una mela divisa in due che cerca la sua metà.” “E perché si fanno i bambini se si sta bene in due?” “Perché i bambini sono i frutti dell’amore. Quando l’uomo e la donna diventano una sola mela, desiderano che il loro amore cresca, e a quel punto si trasformano in un albero che fa spuntare delle piccole mele. Quelle mele sono i loro bambini. Insieme, sono una famiglia.” “Dovevi insegnarmele prima queste cose importanti.” “Scusami, Atlantis. Ho sbagliato a non spiegarti il significato dell’amore e del sesso. Ora però sai tutto.” “Ho un’altra domanda. Qual è la differenza tra dire “Ti voglio bene” e “Ti amo” alle persone?” “Sono due frasi che si usano per esprimere due sentimenti diversi. “Ti voglio bene” lo puoi dire agli amici, lo dicono i bambini ai loro genitori, e significa provare affetto per le persone a cui lo dici. “Ti amo” ha un significato più grande e lo dicono solo le persone che si amano, le coppie innamorate.” “Quindi a te dovrei dire “Ti voglio bene”, e anche a Jorge, Tiago, Ricardo e Francisco.”

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“Se provi affetto per noi, è la frase giusta da dire. Anche gli abbracci e le carezze sono un modo per dire alle persone che provi affetto per loro, e sempre agli amici puoi dare un bacio sulla guancia.” Atlantis annuì, e Gabriela gli sorrise. “È tutto chiaro adesso? O hai altre domande?” “No, ho capito tutto. Grazie, Gabriela.” “Mi devi un abbraccio e un bacio come ricompensa.” Atlantis si alzò dal tavolo, e quando Gabriela fu in piedi le si avvicinò e l’abbracciò forte. “Ti voglio bene, Gabriela”, le disse contro l’orecchio. “Anch’io ti voglio bene, Atlantis.” Lo abbracciò a sua volta, sentendo sotto i palmi delle mani le dure scaglie che aveva sul dorso, nascoste dal maglioncino leggero. Lui si scostò un poco e la baciò sulla guancia per tre volte di seguito, facendola ridere, e lei lo ricambiò baciandolo a sua volta sulla guancia liscia. “Adesso torniamo a lavorare, la nostra pausa pranzo è finita da un bel pezzo.” Atlantis la sciolse dal suo abbraccio, e lei gli accarezzò i capelli sciolti che gli incorniciavano il viso. “Hey, ricorda sempre che io ti voglio tanto bene, in un modo speciale”, gli disse guardandolo negli occhi. “Tu sei molto importante per me, sei un pezzo del mio cuore, una fettina di mela tutta mia.” “Lo so che mi vuoi bene. Sei tanto dolce con me. Tu mi fai sentire felice. Sei il mio oceano sulla terra, Gabriela.” Lei rimase ammutolita, sorpresa di sentirsi dire che era per lui “il suo oceano sulla terra”. Era per questo motivo che non desiderava più tornare ad immergersi nell’acqua dell’oceano? Aveva trovato in lei il motivo per cui restare sulla terraferma?... Gabriela non aveva mai preso in considerazione quell’ ipotesi, ma in quel momento lo fece, e il cuore le tremò nel petto, perché Atlantis le aveva appena detto di amarla a modo suo. E la consapevolezza di rappresentare per lui il suo oceano sulla terra la rese inquieta per il resto della giornata.

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Capitolo 10 Nei giorni seguenti, in occasione del weekend, “La Tortuga” fu chiusa al pubblico e Gabriela approfittò del Sabato e della Domenica liberi per passare il suo tempo con Atlantis. Il cielo plumbeo e la fredda temperatura novembrina le fecero venire voglia di poltrire a letto fino a tardi, cosa che fece Sabato mattina restando sotto le coperte con Atlantis fino a mezzogiorno. Anziché sonnecchiare, Gabriela si divertì a fargli il solletico scoprendo che le squame azzurre sul suo dorso erano sensibilissime al tocco delle sue dita. Lui stette al gioco stuzzicandola intorno ai fianchi, nell’incavo del collo e sulla pancia, e la camera da letto si riempì di risate. Quando finalmente si alzarono, affamati, Gabriela scostò la tenda della finestra e vide che fuori stava iniziando a nevicare. “Atlantis, nevica! Vieni a vedere!” Lui si affacciò alla finestra e guardò con l’espressione sorpresa di un bambino i fiocchi bianchi che cadevano dal cielo depositandosi a terra. “Hai mai visto la neve prima?” “No, è la prima volta… Sono cristalli di ghiaccio, giusto?” “Sì, ogni fiocco di neve è composto da tanti cristalli di ghiaccio che si uniscono assieme. Vedrai che tra un po’ la spiaggia sarà diventata tutta bianca.” “Possiamo uscire dopo aver mangiato?” “Certo! È bello camminare sulla neve appena caduta, è così soffice sotto le scarpe!” Eccitata all’idea di portare Atlantis in spiaggia per fargli toccare la neve, Gabriela corse in cucina per mettere sul fuoco un pentolino di latte e vi unì il cacao in polvere per preparare la cioccolata calda per tutti e due. Mentre Atlantis sgranocchiava bastoncini di granchio e farciva due sandwich con filetti di merluzzo e tonno spezzettato, Gabriela versò la cioccolata fumante in due tazze e iniziò a berla inzuppandovi i frollini al burro. Atlantis attese che si raffreddasse un po’ prima di berla e dopo anche lui vi inzuppò un paio di biscotti, alternando un morso ai suoi panini con un sorso di cioccolata.

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“Cioccolata e pesce. Che abbinamento assurdo di sapori!”, commentò Gabriela, ridendo divertita. “A me piace così, non prendermi in giro.” “Scherzavo… Lo so che per te è tutto buono.” Dopo colazione, saltarono la doccia, che avrebbero fatto dopo, e Gabriela scese in laboratorio per prendere due paia di stivaloni di gomma gialli. Indossati maglioncini di lana e giacche a vento imbottite, uscirono di casa e Atlantis si godette lo spettacolo della spiaggia tutta imbiancata, lasciando le sue impronte sui dieci centimetri di neve che si erano già accumulati sulla sabbia. Poi sollevò la testa verso l’alto, lasciando che i fiocchi gli cadessero sul viso, e ne prese qualcuno con le mani guardandolo sciogliersi in acqua al contatto con il calore della sua pelle. Mentre la neve continuava a fioccare, Gabriela si mise a correre lungo la spiaggia facendosi inseguire da Atlantis, poi raccolse un po’ di neve e ne fece una palla con le mani. Quando la lanciò contro Atlantis colpendolo sul petto, lui le rivolse uno sguardo interrogativo e lei scoppio a ridere divertita. “Non fare quella faccia, Atlantis! La neve è tanto divertente perché si può giocare alla battaglia delle palle di neve. Dai, colpiscimi!” Lui non se lo fece ripetere due volte. Raccolse la neve dandole la forma di una sfera e mentre Gabriela già scappava via per non essere colpita, lui scagliò la palla che andò a frantumarsi sulla schiena di lei. “Ti ho presa!” “Allora vuoi la guerra!”, esclamò lei, tirandogli addosso un’altra palla. “Mancato!” “Adesso ci riprovo, e questa volta ti prendo!” Giocarono a lanciarsi palle di neve a vicenda correndo a zigzag sulla spiaggia, sporcandosi i capelli e gelandosi le mani, poi Gabriela saltò in groppa ad Atlantis e lui se la portò sulle spalle minacciando di gettarla nell’acqua gelata dell’oceano, facendola gridare e ridere. Quando la rimise a terra, Gabriela lo spinse in avanti facendogli perdere l’equilibrio e lui cadde sulla schiena come un sacco di patate. Lei gli saltò sopra, e insieme si rotolarono sulla neve sporcandosi le giacche e i pantaloni.

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“Facciamo un pupazzo di neve”, disse lei, sfuggendogli via dalle braccia. Atlantis la raggiunse pochi metri più avanti e lei gli mostrò come ammassare la neve per creare il corpo del pupazzo. Gabriela non si sentiva più le dita da quanto erano fredde, ma il bello della neve era proprio divertirsi inzuppandosi da capo a piedi e gelandosi le mani. Il pupazzo di neve, composto da tre grosse sfere sovrapposte, prese forma poco a poco, e Gabriela corse fino ai piedi della scogliera per spezzare alcuni rami di arbusti selvatici e raccogliere dei sassi scuri. “Adesso gli mettiamo le braccia”, disse, infilando due rami ai lati del pupazzo. “E con questi sassi creiamo la sua faccia. Vuoi farlo tu?” Atlantis le prese i sassi dalle mani, ne piantò due per fare gli occhi, uno per il naso, e con i sassolini più piccoli gli disegnò una bocca sorridente. “È venuto bene”, disse, guardando il risultato finale. “Sì, è simpatico. Siamo stati bravi.” “Peccato che la neve lo coprirà tutto. Non smette di scendere, guarda quanti fiocchi, sempre più grossi.” Effettivamente stava fioccando intensamente, e si stava alzando anche il vento. Gabriela si sfregò le mani e vi soffiò sopra nel tentativo di scaldarle. “Io mi sono congelata, ho bisogno di una doccia bollente. Torni in casa con me o resti qui a goderti la neve?” “Posso fare la doccia insieme a te? Ti lavo la schiena.” “Okay, andiamo.” Risalirono la scogliera affondando con gli stivali fino alla caviglia e furono accolti dal calduccio dell’appartamento riscaldato. Si spogliarono delle giacche e dei pantaloni inzuppati e corsero in bagno levandosi via tutti i vestiti. Gabriela aprì il rubinetto dell’acqua calda e sorrise quando fu investita dal getto dapprima tiepido e poi sempre più caldo. “Che meraviglia la doccia dopo il freddo della neve!”, esclamò, riacquistando la sensibilità delle dita delle mani. Atlantis era abituato a farsi la doccia con l’acqua fredda, ma la raggiunse volentieri sotto il

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getto rigenerante nonostante l’acqua fosse un po’ troppo calda per lui, abituato alle docce al di sotto dei venti gradi. “Senti meno freddo adesso?”, le chiese, accarezzandole il collo con una mano e scendendo lungo la curvatura della schiena. Gabriela rispose “Sì, ora va meglio”, e avvertì la dolcezza del suo tocco e immaginò che per lui fosse diverso fare la doccia insieme a lei ora che aveva scoperto che tra uomo e donna esisteva un’intimità fisica. Si voltò a guardarlo ruotando anche il busto, e vide che lui la stava guardando con occhi diversi. Avrebbe dovuto sentirsi imbarazzata, ma non fu affatto così. “Cosa stai guardando?”, gli domandò, sorridendo. “Guardo te”, rispose lui. “Mi piace come sei fatta.” “Non è la prima volta che mi vedi nuda, abbiamo fatto ancora la doccia insieme.” “Sì, ma le prime volte non capivo niente, era tutto così strano per me… Adesso è diverso. So che sei una donna, e il tuo corpo mi incuriosisce perché non è come il mio.” Lei rise, poi prese il flacone del docciaschiuma. “Vuoi usare le tue mani per lavarmi?” “Senza la spugna?” “Sì, insaponami con le mani, dappertutto.” “Va bene. Ti tocco piano però, non voglio farti male.” “Non mi farai male, hai le mani delicate.” Gli passò il flacone e lui si versò il docciaschiuma nell’incavo della mano. Poi unì le mani insaponandole e cominciò ad accarezzare il corpo di Gabriela partendo dalle braccia, risalendo fino alle spalle e scivolando sul petto, sui seni, sull’addome e sui fianchi. “Va bene così?”, le domandò, massaggiandole le natiche. “Sei bravissimo. Leggero come una farfalla.” Gabriela chiuse gli occhi e si godette il tocco delle sue mani insaponate che scivolavano sulla sua pelle e le accarezzavano il corpo dall’alto al basso, indugiando sulle sue forme con palese piacere. Gabriela si lasciò accarezzare ancora un po’, lasciandogli il tempo di togliersi la curiosità sulla diversità del suo corpo di donna. Dopo,

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prese il flacone del docciaschiuma e versò il sapone direttamente sul suo petto, dicendogli: “Adesso tocca a me.” Atlantis si lasciò toccare seguendo il tragitto delle mani di Gabriela, scoprendo che essere accarezzato gli procurava delle piacevoli sensazioni. Quando la doccia giunse al termine, Gabriela gli fece una carezza sulla guancia. Poi si sollevò in punta di piedi e lo baciò sulle labbra cogliendolo di sorpresa e lasciandolo perplesso. “Perché mi hai baciato?” Lei si strinse nelle spalle. “Perché desideravo farlo. E perché ti voglio bene.” Lui si toccò le labbra con le dita, come se il bacio di Gabriela fosse rimasto incollato alla sua bocca. “Dai, pesciolino, esci da qui e datti una bella asciugata.” Lo schiaffeggiò su una natica e lui uscì dal box indossando un accappatoio di spugna. Gabriela chiuse il rubinetto e raggiunse Atlantis indossando a sua volta un accappatoio di spugna sul corpo caldissimo, quindi socchiuse il vetro della finestra per far uscire il vapore che aleggiava nel bagno. Mentre Atlantis si strizzava i capelli nel lavandino per poi pettinarli con cura, Gabriela si guardò allo specchio. Era felice, e la ragione della sua gioia era lì al suo fianco. Atlantis era diventato parte della sua vita, e lei gli voleva più che bene. Lo amava. Così com’era. Con le sue scaglie azzurre che disegnavano una ipsilon sul suo dorso. Bellissimo nella sua ibrida natura. L’oceano non era più la sua casa. Ora, era diventata lei la sua nuova casa. Il pomeriggio trascorse tranquillo. Sdraiati sul divano mentre fuori seguitava a nevicare, Gabriela e Atlantis si guardarono tre film diversi uno di seguito all’altro. Si fece sera, e Gabriela preparò per entrambi pasta al sugo e polpette di carne. A pranzo avevano mangiato una zuppa di verdure miste e fagioli bianchi con crostini di pane e patate cotte al forno, e Atlantis aveva aggiunto alla sua porzione di zuppa dei filetti di merluzzo e di salmone tagliati a striscioline. A cena, lei gli rosolò in padella un trancio di pesce spada

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condito con burro e lui lo mangiò insieme alle polpette di carne. Lavati i piatti, Gabriela mise nello stereo del salotto un cd di musica soul, e Atlantis la prese tra le sue braccia facendola ballare come lei gli aveva insegnato alcuni giorni prima. Andarono a dormire presto, sepolti sotto le coperte con addosso solamente la biancheria intima, e si scambiarono carezze e sguardi pieni di affetto reciproco, fino ad addormentarsi abbracciati l’uno all’altra. Il mattino dopo, una Domenica fredda e nevosa come il giorno prima, iniziarono la giornata con la consueta colazione abbondante, poi indossarono le giacche a vento e gli stivaloni di gomma e andarono a passeggiare lungo le strade innevate del centro di Lagos, facendo sosta al porticciolo per guardare le barche e i peschereggi attraccati. Pranzarono al ristorante “Camarão Vermelho”, ricordando il giorno in cui Gabriela aveva portato Atlantis a conoscere la terraferma per la prima volta e lei gli aveva comprato il pesce crudo alla pescheria “Agua Salgada” e si erano seduti su una panchina del porticciolo con il sole estivo che scottava sulla pelle e la brezza oceanica che soffiava sui loro visi. Ritornarono verso casa percorrendo il lungomare, e Atlantis osservò a lungo l’oceano dal colore blu scuro e grigio piombo senza esprimere nessun rimpianto per il mondo acquatico al quale aveva rinunciato per vivere sulla terra insieme a Gabriela, Jorge e gli altri ragazzi della clinica marina. A due passi da casa, entrarono da “Miguel’s Pizza” e ordinarono una pizza maxi per due persone divisa in due metà, una farcita di frutti di mare e gamberetti, l’altra con prosciutto, funghi e carciofini. La mangiarono lì, calda di forno a legna, e ordinarono anche delle patatine fritte con la senape e il ketchup. Quando uscirono dalla pizzeria, il cielo sopra di loro era limpido e stellato, e Gabriela indicò ad Atlantis le costellazioni di Orione, dei Gemelli, e l’Orsa Maggiore. Raggiunto l’appartamento, Gabriela aprì la porta di casa e quando la richiuse vide una grande busta gialla posata sul pavimento, sicuramente falla scivolare sotto la fessura dell’ingresso. La raccolse, leggendo a voce alta la scritta in pennarello nero che campeggiava al centro della busta. “Da Jorge, per Atlantis.” Lui si levò la giacca a vento e si avvicinò per vedere.

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“Che cos’è, una busta per me?” Gabriela annuì. “Sì. Jorge è passato di qui mentre eravamo fuori casa e ti ha lasciato una sorpresa.” Aprì la linguetta posteriore della busta e vi infilò una mano dentro. “Scopriamo che cosa contiene… Sembrano dei fogli… Eh sì, sono proprio dei fogli stampati al computer.” Li guardò, sapendo esattamente cos’erano. “Storia di Atlantis - Figlio di Atlantide” era il titolo del primo foglio bianco che una graffetta di metallo teneva unito ad altri cinque fogli. “Credo che Jorge li abbia scritti e stampati apposta per te. Sono il risultato di una sua ricerca importante, contengono delle informazioni che riguardano il tuo passato. Io so già che tipo di informazioni sono perché le ho scoperte insieme a Jorge un po’ di tempo fa. Devi leggere questa piccola ricerca, qui c’è scritta la tua storia.” Atlantis prese i fogli tra le mani e guardò Gabriela. “Voglio leggerla insieme a te.” “Va bene, andiamo a sederci sul divano.” Mentre Atlantis raggiungeva il salotto Gabriela si spogliò della giacca a vento e l’appese al gancio del corridoio, quindi andò a sedersi accanto a lui sul divano. “Hai già iniziato a leggere?” “Sì… Sono alla decima riga.” Gabriela attese in silenzio che lui assimilasse le informazioni che lei e Jorge avevano scoperto prima da soli e poi ottenuto dal Dottor Augustus Madison. Voltato il primo foglio, Atlantis si trovò di fronte alla stampa di un’elica colorata. “Questo è il tuo DNA. L’abbiamo estratto dal tuo sangue. È come una mappa, e in esso sono raccolte tutte le caratteristiche del tuo corpo. Esaminando questa mappa io e Jorge abbiamo capito chi sei.” “Qui c’è scritto che sono un essere umano mutante dotato di quattro polmoni.” “Esatto. Il tuo DNA ci ha mostrato che sei come noi, che appartieni alla razza degli umani, ma di una civiltà molto antica che adesso non esiste più. Il tuo corpo ha la capacità di mutare aspetto in base

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all’ambiente in cui ti trovi, e hai due polmoni in più rispetto a noi che ti servono per respirare sott’acqua.” Atlantis riprese a leggere velocemente giungendo fino al fondo della pagina. “Non ho nessuna parentela con la famiglia degli anfibi polmonati… Significa che non sono un pesce.” “No, non le sei. All’inizio io e Jorge pensavamo di sì, ma poi abbiamo capito che sei solo un mutante.” Atlantis iniziò a leggere il terzo foglio e la sua espressione si fece sorpresa quando le parole scritte da Jorge gli rivelarono chi gli aveva donato la vita. “Ho avuto una madre… Sono nato da una creatura mutante di sesso femminile con le mie identiche caratteristiche fisiche.” Gabriela gli posò una mano sulla spalla. “Tua madre si chiamava Leyla. È stata catturata vent’anni fa nelle acque oceaniche delle isole Azzorre. Chi l’ha presa voleva studiarla e scoprire com’era fatta e come poteva vivere sott’acqua. Tu sei sfuggito alla cattura perché eri nato da poco e probabilmente tua madre ti aveva nascosto in un luogo sicuro, forse dentro una fossa. Nessuno ti ha trovato, e sei rimasto da solo. Jorge pensa che sei riuscito a sopravvivere perché hai seguito un branco di delfini e hai imparato a nutrirti grazie a loro. Tua madre invece si è lasciata morire perché non sopportava di vivere lontana dall’oceano e rinchiusa in una vasca. Gli uomini che l’hanno catturata non si sono presi cura di lei come io e Jorge abbiamo fatto con te. Lei voleva tornare libera, e di certo sentiva la tua mancanza. Nel prossimo foglio c’è una sua fotografia.” Atlantis girò il foglio, e nella quarta pagina vide la foto stampata di se stesso in versione femminile. “Mia madre…”, mormorò, osservando l’immagine con attenzione. “Era identica a me.” “Sì. Aveva la pelle opalescente ricoperta di squame azzurre e argentate, i capelli albini e gli occhi trasparenti, e scaglie ossee di colore blu disposte a ipsilon come le tue. Quand’era nell’oceano era davvero uguale a te. Purtroppo Jorge non è riuscito a trovare una sua

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immagine in versione umana, ma penso che avesse gli occhi azzurri e i capelli biondi come i tuoi.” “Non posso credere di aver avuto una madre. Ho sempre pensato di essere solo… Non ho avuto nemmeno il tempo di conoscerla.” “Mi dispiace che sia stata catturata e che sia morta. Certi esseri umani sanno essere molto crudeli.” Atlantis sfiorò la foto con i polpastrelli e i suoi occhi si inumidirono di pianto. Senza che avesse il tempo di rendersene conto, due grosse lacrime rotolarono giù tracciando due scie luccicanti sulla sua pelle. Si toccò il viso, e vide che le dita erano bagnate. “Sono solo lacrime”, lo rassicurò Gabriela. “Ti sei commosso guardando tua madre.” Era la prima volta che piangeva, e quella novità lo lasciò perplesso. Gabriela gli passò i pollici sotto gli occhi asciugandogli la pelle umida. Una lacrima gli era finita nell’angolo della bocca e il suo sapore lo sorprese. “Le lacrime sono salate…” “Sì, hanno il sapore del sale.” Ripresosi da quel momento di commozione, lesse l’ultima colonna stampata sul foglio accanto alla foto di Leyla e poi guardò il quinto e ultimo foglio, con le immagini di quella che era stata la città di Atlantide. “Questa era la mia vera casa?... Una città sommersa dall’acqua e distrutta da un vulcano?” Gabriela annuì. “Si chiamava Atlantide. Prima di essere inghiottita dall’oceano era una città terrestre, popolata da esseri umani che vivevano sotto il sole e respiravano aria. Ma l’eruzione del vulcano l’ha distrutta, e non è rimasto nulla eccetto questi ruderi che vedi. Adesso, non esistono più neppure questi resti. Atlantide è scomparsa del tutto.” “Quindi io sono nato qui, quando la città era già affondata nell’oceano… Atlantide… La mia vera casa.” “Sei l’ultimo abitante sopravvissuto di questa città scomparsa. Ti abbiamo chiamato Atlantis proprio perché pensavamo che tu fossi

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nato qui. Tiago ti ha dato questo nome. In lingua inglese significa Atlantide.” “Tiago mi ha chiamato come la città da cui provengo?” “Pensava fosse il nome adatto a te. Ma tu puoi cambiarlo se vuoi, e scegliere di farti chiamare in un altro modo.” “No. Io sono Atlantis. Voglio tenere questo nome.” Gabriela ne fu felice. Era un nome unico, perfetto per lui. Sul fondo del foglio con le immagini di Atlantide, Jago aveva scritto: “Questa è la storia del tuo passato. Sono informazioni che appartengono solamente a te. Non condividerle con nessuno, mai. Custodiscile come un segreto importante e pericoloso per la tua sopravvivenza. Atlantide oggi non esiste più, è solo una leggenda, e anche se tu sai che un tempo è esistita, non farne parola con nessuno. Mantieni segrete le verità che ti ho appena rivelato. Per sempre. E ricorda: nel tuo DNA c’è un genoma che può permetterti di scegliere chi vuoi essere. Solo tu puoi decidere se restare come sei o mutare in una sola delle due nature che convivono in te. Io non so dirti come funziona quel genoma, ma credo che tu lo saprai usare se deciderai di restare qui sulla terra o tornare nell’oceano. La scelta spetta solo a te.” Atlantis terminò di leggere e guardò Gabriela. “Posso davvero decidere chi voglio essere?” “Dipende da te. Ora sei un essere umano ibrido, hai ancora la capacità di mutare aspetto e di tornare a vivere nell’oceano in qualunque momento tu voglia. Nessuno ti costringere a restare qui se non è ciò che desideri. Nel tuo DNA c’è un genoma, una piccola cellula, che ti permette di bloccare la mutazione del tuo corpo rinunciando a una parte di te stesso. Grazie a quel genoma, potresti diventare completamente umano. Ma noi non possiamo dirti come funziona. Solo tu sai come usarlo.” Atlantis rifletté sulle parole di Gabriela per un lungo momento, e lei trattenne il fiato in attesa di sapere quali fossero i suoi pensieri. “Gabriela, io non voglio andarmene da qui. Mi piace essere umano. Mi piace questa vita. Non tornerò nella solitudine dell’oceano. Io voglio restare qui.” Lei gli strinse una mano nella propria.

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“Atlantis, non devi decidere adesso. Hai tutto il tempo che vuoi per riflettere su questa scelta.” Lui scosse il capo, guardandola negli occhi. “Non ho bisogno di tempo, io ho già deciso. La mia casa è sulla terraferma, qui o ovunque ci sei tu.” Gabriela sentì una stretta al cuore e una forte emozione attraversarle il petto. “Rinunceresti alla tua vita nell’oceano per stare con me?” Atlantis rispose alla sua domanda senza esitazione. “Sì. Io sono felice vicino a te. Non voglio vivere senza di te. Sento di non appartenere più all’oceano. Quella parte di me che amava tanto nuotare negli abissi freddi e bui non esiste più, proprio come Atlantide.” Lei scosse il capo. “Non è vero. Quella parte di te esiste ancora, e tu lo sai. Se rimetti piede nell’oceano il tuo corpo muta aspetto.” Atlantis guardò i fogli che Jorge aveva stampato per lui e trasse un profondo respiro. “Allora cercherò di capire come posso impedire al mio corpo di mutare. Troverò la risposta dentro di me.” Gabriela intrecciò le dita con le sue e gli chiese: “Perché vuoi rinunciare all’oceano? È una parte di te. Come puoi abbandonare la vita subacquea per sempre?” Ancora una volta, lui le rispose senza esitare e dandole una spiegazione chiara. “Perché voglio essere una cosa sola, non un ibrido. Voglio poter tuffarmi nell’oceano senza cambiare aspetto. Voglio essere uguale a te anche dentro l’acqua, non solo sulla terraferma. Voglio restare per sempre così, come sono ora, e vivere in mezzo alla gente senza aver paura che qualcuno scopra il mio segreto e mi rinchiuda in una vasca per studiarmi e togliermi la libertà, come hanno fatto con mia madre.” Gabriela comprese che Atlantis desiderava tutto questo davvero e che aveva già spezzato il suo legame con l’oceano. La sua duplice natura era diventata un limite per lui e per la sua libertà.

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“Io ti capisco”, gli disse, stringendo forte la sua mano. “Se fossi al tuo posto, vorrei anch’io essere una cosa sola.” Lui sbatté le palpebre. “Non puoi aiutarmi. Vero?” Lei scosse il capo. “No. Non questa volta.” Atlantis le sorrise. “Non importa. Capirò da solo cosa devo fare.” Lei slacciò le dita dalle sue e sollevò entrambe le braccia per abbracciarlo e stringersi contro di lui. Atlantis l’abbracciò con eguale trasporto e restarono uniti così per un paio di minuti, lei sollevata per la scelta che aveva già preso, lui felice di sapere che aveva una possibilità di diventare completamente umano.

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Capitolo 11 Il Lunedì era il giorno della settimana più tranquillo alla clinica “La Tortuga”. Pochissimi clienti, un numero minore di animaletti acquatici da curare, più tempo libero per tutti. Mentre Jorge e i ragazzi se ne stavano di sotto nel laboratorio a ciondolare senza fare quasi nulla, Gabriela era seduta al banco di accettazione della clinica e rispondeva al telefono che di tanto in tanto squillava con richieste informative da parte dei proprietari di pesci tropicali, rettili anfibi e tartarughine d’acqua. Domande su come alimentare i loro animali domestici, quando pulire le loro vasche, cosa fare per mantenere gli acquari a temperatura stabile, e altri dubbi di vario tipo a cui Gabriela forniva una risposta competente e rassicurante. Nel frattempo, svolgeva una ricerca in rete sui rilevamenti più recenti di specie marine a rischio di estinzione, catalogando gli esemplari di pesci e anfibi che Francisco avrebbe potuto far riprodurre in laboratorio per aumentare la salvaguardia della specie. Di tanto in tanto sollevava lo sguardo dal computer e guardava fuori dalla finestra affacciata sulla spiaggia. Atlantis passeggiava da solo avanti e indietro lungo la riva fin dalle prime ore del mattino. La neve che aveva imbiancato la sabbia per due giorni di seguito si stava sciogliendo rapidamente sotto i raggi del sole che splendeva tiepido in quella giornata di fine Novembre. L’oceano era calmo, una distesa d’acqua blu sconfinata, e i gabbiani lo sorvolavano bassi andando a caccia di pesci. Atlantis si era svegliato all’alba dopo una notte di sonno piuttosto inquieto, a colazione aveva mangiato meno del solito, era silenzioso e perso nei suoi pensieri. Gabriela non era preoccupata per lui, perché sapeva che la sua inquietudine era collegata alle informazioni che aveva scoperto la sera prima leggendo la breve relazione su Atlantide scritta da Jorge. Prima di uscire da solo sulla spiaggia, era sceso in laboratorio per ringraziare Jorge di quel regalo per lui importantissimo, poi aveva rimandato ad un altro giorno il lavoro di preparazione dei terrari per i gecki in arrivo dall’Australia propostogli da Tiago, e quando Gabriela gli aveva chiesto se stava bene, lui le aveva detto “Ho bisogno di stare da solo.

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Devo pensare.” Gabriela non gli aveva fatto altre domande, e lui si era infilato la giacca a vento ed era uscito sulla spiaggia. Ora, dopo tre ore, era ancora là, le mani affondate nelle tasche, i capelli raccolti a coda dietro la nuca, lo sguardo basso fisso sulle impronte lasciate sulla sabbia dalle suole dei suoi stivali di gomma. Passeggiava da destra a sinistra e viceversa come un’anima in pena, e Gabriela faticava a stare seduta dietro il banco dell’accettazione quando avrebbe voluto correre da lui e chiedergli cosa poteva fare per aiutarlo. Vederlo così pensieroso e combattuto la faceva stare male, ma Jorge l’aveva rassicurata dicendole che aveva bisogno di stare da solo per capire cosa doveva fare per imporre al proprio corpo di smettere di mutare quando entrava in contatto con l’acqua dell’oceano. Gabriela non riusciva a mantenere la stessa tranquillità di Jorge, era in pensiero, nervosa e dispiaciuta. Atlantis si era chiuso in se stesso nell’arco di poche ore, e lei non era abituata a vederlo così taciturno e rabbuiato. Il trillo squillante del telefono la riportò al suo lavoro distogliendola per alcuni minuti dal pensiero ossessivo di Atlantis, e quando depose la cornetta vide Francisco entrare nella saletta di accettazione. “Come sta Atlantis?”, domandò, sbirciando oltre il vetro della porta chiusa. “Non ne ho proprio idea. È ancora là sulla spiaggia, non fa altro che camminare su e giù senza sosta. E io non posso fare niente per risolvere i suoi problemi.” Francisco le accarezzò una spalla. “Hai sentito Jorge, non c’è motivo di preoccuparsi.” “Lo so… Ma vederlo così inquieto mi rende nervosa. Sono abituata alla sua vivacità, e invece oggi è talmente spento. Non sembra nemmeno la stessa persona.” Francisco si sedette accanto a lei. “Quand’ero all’ultimo anno dell’università mi sono imbattuto in una ricerca su un tipo di anfibio che alcuni ricercatori hanno scoperto per caso durante un’immersione subacquea in Colombia. Era una specie rarissima di salamandra gigante priva di arti, di coda e di occhi, e i ricercatori l’hanno studiata per un mese intero. Non capivano perché

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non rispondesse agli stimoli esterni, era in uno stato di sonno profondo, come se fosse in letargo. Alcuni di loro hanno supposto che stesse compiendo una metamorfosi corporea. In pratica era come una crisalide, e si stava trasformando in una specie di salamandra più evoluta. L’hanno tenuta in osservazione costante, convinti che la metamorfosi si sarebbe compiuta a breve, e un bel giorno la sua pelle grigia si è squarciata sul dorso e dall’involucro di crisalide è uscita una salamandra pezzata dalla livrea gialla con zampe anteriori e posteriori, occhi e coda. Non solo ha mutato aspetto e forma corporea, ma da salamandra gigante è passata allo stato di salamandra comune, evoluta e terrestre. Ha completamente cambiato specie, ti rendi conto?” “Con questo esempio cosa stai tentando di dirmi, Francisco? Che Atlantis potrebbe subire la stessa metamorfosi?” “Non lo so. È solo un’idea che mi è passata per la testa parlando con Jorge. Il gene presente nel DNA di Atlantis potrebbe attivarsi con una metamorfosi simile.” “E come può passare dallo stato umano a quello di crisalide?” “Jorge ha pensato che Atlantis potrebbe immergersi nella vasca del laboratorio e cadere in uno stato di sonno metamorfico.” “Non credo che sia capace di farlo da solo. Non è nella sua natura entrare in letargo.” “Certo che no. Ma se lo tenessimo costantemente addormentato, la metamorfosi potrebbe avviarsi da sola e lui diventerebbe una crisalide. A quel punto dovremmo solo aspettare che il processo di evoluzione da ibrido anfibio ad essere umano terrestre si completi.” “E Jorge pensa che potrebbe funzionare?” “Lui non esclude nessuna ipotesi. Sai com’è fatto, gli esperimenti sono la sua specialità. E io credo che la sua idea non sia affatto sbagliata.” Gabriela rifletté su quanto Francisco le aveva appena detto e volse lo sguardo alla finestra. Atlantis si era stancato di passeggiare e stava in piedi di fronte all’oceano guardando la distesa d’acqua blu che riluceva di mille riflessi sotto i raggi del sole.

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“Francisco, puoi restare tu qui a ricevere le telefonate dei clienti? Io esco, vado a parlare con Atlantis.” “Okay, prendo il tuo posto, non ho nulla da fare al momento.” “Grazie.” Gabriela indossò la giacca a vento e gli stivali di gomma, quindi uscì dalla clinica e raggiunse Atlantis fermo sulla riva. Lui la sentì arrivare e si volse a guardarla. “Non sei stanco di stare qui tutto da solo?” “È una bella giornata. Si sta bene.” “Hai ancora bisogno di pensare?” “Non credo che troverò una risposta alla domanda che mi tormenta. Forse non sono pronto per smettere di essere un mutante.” Gabriela gli circondò la vita con un braccio e si appoggiò alla sua spalla. “Jorge ha avuto un’idea. Ti va di entrare e di sentire la sua opinione?” “Ha trovato una soluzione al mio problema?” “Forse. Non ne è sicuro. Ma potrebbe funzionare, e anche Francisco crede che sia una buona idea.” “E tu? Cosa ne pensi?” “Credo che dovresti dare ascolto a Jorge. Di solito le sue idee sono sempre esatte. Potrebbe davvero risolvere il tuo problema. Però prima di decidere devi parlare con lui.” Atlantis spinse in acqua un granchietto giallo con la punta dello stivale e sospirò. “Mi fido di Jorge. Voglio sentire che idea ha avuto.” “Allora entriamo dentro.” Lui annuì, e Gabriela lo tenne stretto a sé mentre si incamminavano insieme verso la clinica. All’interno del laboratorio illuminato dalle luci al neon, Gabriela stringeva la mano di Atlantis e lo guardava con evidente apprensione. Aveva appena accettato di immergersi nella vasca per essere addormentato e monitorato costantemente da Jorge e dagli altri ragazzi mentre il suo corpo, in base alla teoria di Jorge, entrava in fase letargica e poi passava allo stato di crisalide. Gabriela tremava al

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solo pensiero che quell’idea fosse sbagliata e che qualcosa potesse andare diversamente da come Jorge immaginava. “Atlantis, sei sicuro di volerlo fare? Non sappiamo se il tuo corpo sia in grado di mutare definitivamente. Jorge potrebbe sbagliarsi, non voglio che tu corra dei rischi inutili. Questo esperimento di metamorfosi indotta potrebbe non funzionare o essere addirittura pericoloso.” “E se invece funzionasse? Se fosse il modo giusto per rendermi del tutto umano e uccidere la parte anfibia che c’è dentro di me? Devo tentare, Gabriela.” Lei sospirò. “La decisione è tua. Io non posso impedirti di fare ciò che desideri. Spero solo che tutto vada bene.” Jorge si accostò a Gabriela e la rassicurò. “Non gli succederà nulla, stai tranquilla. So bene quello che faccio, e credo nel mio istinto. Andrà tutto bene, e Atlantis diventerà ciò che ha scelto di essere. Un essere umano come noi.” “Io mi fido di te, Jorge. Ma non posso non preoccuparmi. Non abbiamo nessuna certezza in mano, nessun altro caso simile che si sia risolto bene.” “La salamandra gigante della Colombia è il nostro caso d’esempio. Ha subito una metamorfosi cellulare evolutiva e gode di un’ottima salute. Ho controllato al computer. Ha raggiunto i dieci anni di vita e scorrazza liberamente nel parco nazionale colombiano.” “Atlantis non è una salamandra, Jorge.” “Lo so. Ma una parte di lui è anfibia, quindi ha qualcosa in comune con quella salamandra colombiana.” “Okay, non voglio mettere in discussione la tua ipotesi. Ti chiedo solo di non uccidere Atlantis.” “Non ci penso proprio. Se qualcosa andrà storto lo tireremo fuori dalla vasca immediatamente. Hai la mia parola. Lo terremo costantemente monitorato.” Gabriela annuì, e Jorge si piegò in avanti per applicare sul petto nudo di Atlantis i sensori adesivi per il monitoraggio del battito cardiaco e della respirazione collegati tramite dei cavi impermeabili con i macchinari già predisposti accanto alla vasca. Affinché non si

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staccassero al contatto con l’acqua, Jorge vi avvolse sopra una garza medica fasciandola attorno al torace di Atlantis. Nel frattempo, Francisco stava riempiendo la vasca d’acqua oceanica risucchiata dall’idrovora collegata con la grotta scavata nella scogliera, Ricardo regolava il termostato sulla temperatura di 16 gradi e azionava il filtro per il ricambio costante dell’ossigeno. A Gabriela tornò in mente la notte di Luglio in cui aveva preparato lei stessa la vasca per l’arrivo di Atlantis che era stato appena catturato, e le parve di fare un salto indietro nel tempo. Cercò di non farsi prendere dall’ansia, e sorrise ad Atlantis che la guardava negli occhi come per imprimersi nella mente l’immagine del suo viso. “Qui è tutto pronto, Jorge”, disse Francisco, chiudendo la valvola dell’idrovora. “Anche qui è tutto a posto”, aggiunse Ricardo, premendo il pulsante di avvio dei macchinari per il monitoraggio del cuore e dei polmoni. Tiago osservava in silenzio i preparativi, e aspettava di doversi immergere nella vasca insieme ad Atlantis per iniettargli una dose di Propofol sufficiente per farlo addormentare profondamente per un paio d’ore, in modo che il suo corpo avesse modo di entrare in stato letargico. “Sei pronto?”, chiese Jorge ad Atlantis. “Sì. Sono pronto”, disse lui, alzandosi in piedi. Gabriela gli lasciò andare la mano e lo seguì mentre si avvicinava alla vasca privo di vestiti eccetto uno slip da nuoto nero e con i capelli raccolti a coda affinché nell’acqua non gli coprissero il volto. “Io ti aspetto qui fuori. Ti controllerò per tutto il tempo, e dormirò sulla branda per starti sempre vicina”, gli disse, sfiorando le scaglie azzurre sul suo dorso che forse, con la metamorfosi, sarebbero scomparse del tutto. Atlantis salì i pioli della scaletta appoggiata alla vasca mentre Ricardo reggeva tra le mani i lunghi cavi dei sensori di monitoraggio, e quando arrivò sul bordo immerse le gambe nell’acqua e poi scivolò dentro con tutto il corpo. Gabriela girò attorno alla vasca e si posizionò di fronte alla vetrata frontale, guardando Atlantis che si sedeva sul fondo e piegava le ginocchia attirandole contro il petto e

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stringendole con le braccia per assumere una posizione raccolta. Il mutamento del suo corpo fu immediato. La pelle si fece subito opalescente, ricoperta di squame argentate e azzurre spuntate dalla cute, i capelli divennero albini e gli occhi azzurri assunsero il colore trasparente del ghiaccio, e le scaglie sul suo dorso ritornarono di colore blu. Gabriela gli sorrise e appoggiò il palmo della mano destra sul vetro, come aveva fatto cinque mesi prima. Dall’interno, Atlantis sollevò la mano sinistra e la premette contro il vetro facendola aderire a quella di Gabriela. “Ti voglio bene”, gli mimò lei con le labbra. “Torna da me.” “Aspettami”, disse lui muovendo la bocca nell’acqua. Tiago era entrato nella vasca e stava aprendo un astuccio di plastica contenente la siringa con il potente sonnifero. Gabriela non staccò né la mano dal vetro, né gli occhi da quelli di Atlantis, mentre lui si rimise in posizione raccolta e Tiago piantò l’ago tra le squame del suo braccio iniettandogli il Propofol lentamente. “Atlantis… Torna da me”, gli mimò ancora lei, prima che le sue palpebre si abbassassero, fino a serrarsi del tutto. Il sonnifero era già entrato in circolo, e Atlantis stava precipitando in un sonno profondo. Vide la sua testa chinarsi verso le ginocchia fino ad appoggiarsi su di esse, e a quel punto Tiago le mostrò il pollice per farle capire che non era più cosciente. Gabriela staccò la mano dal vetro e sentì Francisco che l’abbracciava da dietro. “Non preoccuparti, si farà una bella dormita e poi il suo corpo entrerà in fase di letargia.” “Spero che tutto vada bene.” “Jorge è certo di sì. Lui non si sbaglia mai.” “Per quanto tempo Atlantis rimarrà nella vasca?” “Non lo sappiamo. Potrebbero volerci pochi giorni, una settimana, o forse di più. Dipende dai ritmi del suo corpo. Ad ogni modo capiremo dal suo battito cardiaco quando entrerà nello stato di crisalide e quando inizierà a risvegliarsi. Ora sta solo dormendo profondamente, la letargia dovrebbe sopraggiungere in serata, finito l’effetto del Propofol.”

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“Io non mi muoverò da qui sotto finché non si risveglierà. Dormirò sulla branda della stanzetta, mangerò e mi farò la doccia qui. Non voglio lasciarlo da solo.” “Jorge ti darà il cambio, ha deciso che anche lui resterà qui per controllare la situazione in modo regolare.” Gabriela ricambiò l’abbraccio di Francisco, poi prese una seggiola e si sedette di fronte alla vasca. “Sei pronta a diventare un fossile?”, le chiese Tiago, emerso dalla vasca e avvolto in un telo di spugna. “Più o meno”, rispose lei. “Mi sposterò da qui solo per mangiare, dormire e andare in bagno.” “Allora speriamo che Atlantis non resti crisalide per un mese intero, altrimenti dovrò portarti qui sotto le decorazioni natalizie!” Gabriela sorrise alla battuta di Tiago, e per il resto del giorno rimase seduta su quella seggiola ascoltando il ritmo regolare delle pulsazioni cardiache e del respiro profondo di Atlantis.

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Capitolo 12 Come Jorge aveva previsto, Atlantis passò dal sonno profondo indotto dal sonnifero alla fase di letargia corporea entro la tarda serata del primo giorno di immersione nella vasca del laboratorio. Il suo battito cardiaco scese rapidamente da novanta a trenta pulsazioni al minuto, e il suo respiro calò da venti inspirazioni a solo dieci per ogni sessanta secondi. Parametri bilanciati che rimasero stabili per tutta la notte, segno che il processo di metamorfosi del suo corpo era iniziato proprio come Jorge aveva immaginato. Gabriela si mosse dalla seggiola soltanto per salire nel suo appartamento e prendere i vestiti di ricambio che le servivano, pranzò mangiando due sandwich al formaggio e prosciutto, lesse un libro per l’intero pomeriggio e all’ora di cena Tiago ordinò pizza per tutti. Rimase sveglia fino alle due di notte, poi Jorge le diede il cambio e lei si stese sulla branda addormentandosi subito. Il giorno dopo, Martedì, si svegliò presto, si fece una rapida doccia e prese il posto di Jorge cedendogli la branda mentre lei faceva colazione con caffè caldo e biscotti. Nel pomeriggio, verso le tre, il corpo di Atlantis uscì dalla fase di letargia ed entrò in quella di crisalide nell’arco di pochi minuti. Lei e Jorge lo capirono dalle pulsazioni cardiache scese a soli cinque battiti al minuto e tre ispirazioni. “Avevo ragione. Ora è in stato di metamorfosi. Il suo corpo ha appena iniziato a cambiare”, disse Jorge, soddisfatto di non essersi sbagliato sulla tua ipotesi. “Vuoi dire che adesso è come la pupa di una farfalla?” “Esatto. È ancora ibrido, ma il gene mutante del suo DNA si sta evolvendo, indebolendo la sua parte anfibia. Rimarrà in questo stato per alcuni giorni, poi diventerà crisalide e avrà inizio il processo di metamorfosi in essere umano privo di genomi anfibi.” “Pensi che ci vorrà molto tempo?” “Lo stato di crisalide è più lungo rispetto a quello di pupa se prendiamo come esempio le farfalle. Atlantis è un essere umano con caratteristiche anfibie, non ti so dire quanto ci vorrà. Forse un paio di settimane.”

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“Un’attesa snervante… Spero ci metta meno tempo.” Nei giorni di Mercoledì e Giovedì i parametri vitali di Atlantis non subirono alcuna modifica, e Gabriela trascorse il tempo rileggendosi l’intera saga dei libri di Harry Potter. Nella giornata di Venerdì, alle cinque del pomeriggio, Gabriela notò che la pelle di Atlantis stava perdendo la sua opalescenza e le squame di braccia e gambe si stavano sbiadendo. Il Sabato mattina, al suo risveglio, Gabriela guardò la vasca e vide che l’acqua si era fatta torbida. Azionando la valvola per il ricambio dell’acqua, la vasca si ripulì e il corpo di Atlantis comparve totalmente privo di squame e la sua pelle di un colore grigio perla. “Jorge, le squame si sono staccate! Non sono rientrate sotto la cute come succedeva quando mutava, si sono proprio staccate!”, esclamò, svegliandolo dal pisolino che si stava concedendo sulla seggiola. “La vasca era torbida, ho pensato che fosse a causa di una perdita di fluidi corporei e invece erano solo le sue squame che galleggiavano nell’acqua.” “Interessante… Se ha perso le squame significa che la metamorfosi è a buon punto e che il genoma umano ha avuto il sopravvento su quello anfibio. Ma non è stato represso del tutto perché respira ancora senza problemi.” “Pensi che avrà bisogno di ossigeno se i suoi polmoni acquatici smetteranno di funzionare?” “Vedremo. Se dovesse succedere, Tiago entrerà nella vasca e gli applicherà un respiratore nasale.” “Non devo preoccuparmi allora?” “Per il momento no, è tutto nella norma.” La giornata sembrò interminabile, e Gabriela rimase in uno stato di ansia costante fino a quando non crollò sulla branda spossata dalla tensione eccessiva. Il giorno dopo, Domenica, mancava poco all’ora di pranzo quando la respirazione di Atlantis si fece di colpo faticosa, segno che i suoi polmoni acquatici stavano collassando. Tiago s’immerse subito nella vasca sollevando la testa di Atlantis per applicargli due tubicini nasali collegati ad una bombola di ossigeno a rilascio bilanciato che andava sostituita ogni tre ore. Il suo respiro

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tornò subito regolare, e si sentì chiaramente che i suoi polmoni umani stavano respirando bene mentre quelli anfibi emettevano un rantolo appena percettibile. “La sua natura anfibia sta morendo. Quando i polmoni si atrofizzeranno del tutto, il suo stato di crisalide potrebbe finire molto rapidamente”, osservò Jorge, mentre Tiago, all’interno della vasca, controllava le pupille di Atlantis sollevandogli le palpebre. Emerse dalla vasca sorridente, annunciando: “Ragazzi! Le sue iridi sono azzurre! Sta tornando umano!” E quella sera stessa, dopo le dieci, la sua pelle assunse una colorazione rosata, i capelli albini divennero biondi chiari e le scaglie sul dorso si fecero bianche e meno sporgenti, come se stessero scomparendo sotto la cute. “Il processo di metamorfosi è quasi giunto alla fine, potrebbe svegliarsi questa notte o domani. Resteremo tutti svegli e ci daremo il cambio a turno. Queste ore sono cruciali, dobbiamo tenerlo d’occhio”, disse Jorge, emozionato per quanto stava per succedere. Gabriela era agitatissima, e non vedeva l’ora che Atlantis si svegliasse. Durante la notte, le sue pulsazioni cardiache si rialzarono a novanta e il respiro tornò a venti ispirazioni per minuto. Ora dopo ora, la sua pelle si fece sempre più scura, fino a divenire color caramello, e i suoi capelli tornarono color biondo grano. Delle squame rimaneva ben poco, solo dei bozzi sottocutanei che nelle prime ore del mattino di Lunedì svanirono del tutto, riassorbite dalla spina dorsale e dalle ossa scapolari. “Ormai ci siamo, ragazzi. Atlantis deve solo risvegliarsi. Appena apre gli occhi, dobbiamo subito tirarlo fuori dalla vasca e riscaldarlo con le coperte termiche. Non è più adatto a sopportare la temperatura fredda dell’acqua oceanica senza una protezione, sentirà freddo, proprio come tutti noi.” Francisco e Ricardo erano in allerta, pronti ad entrare nella vasca al promo accenno di risveglio, e Tiago aveva già preparato le coperte termiche con cui avvolgerlo. Gabriela, in piedi di fronte alla vasca, contava i minuti che sembravano passare inesorabilmente lenti, con il cuore in gola e le mani tremanti per l’agitazione. Poco prima di

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mezzogiorno, fu proprio lei a scorgere un piccolo movimento del corpo di Atlantis, come un brivido che lo scosse da capo a piedi. “Si è mosso! Il suo corpo ha avuto uno spasmo!”, esclamò, accostandosi al vetro. Francisco e Ricardo salirono sulla scaletta e rimasero fermi sul bordo superiore della vasca, in attesa di un altro accenno di movimento. Gabriela picchiettò con le nocche contro il vetro, e il rumore sembrò giungere alle orecchie di Atlantis, che di colpo staccò le braccia dalle gambe e sollevò la testa dalle ginocchia. “Apri gli occhi, forza! Svegliati, Atlantis!” Picchiò ancora contro il vetro, ripetutamente, e finalmente le palpebre di Atlantis si sollevarono e sbatterono un paio di volte prima di aprirsi del tutto e mostrare le iridi azzurre dei suoi occhi. Subito dopo, una bolla d’aria gli uscì dalla bocca, e Jorge fece segno a Francisco e Ricardo di immergersi nella vasca. I due uomini scesero sul fondo e afferrarono Atlantis sotto le braccia sollevandolo di peso per portarlo all’esterno. Tiago, appostato sul bordo, li aiutò a tirarlo fuori, e Atlantis uscì dall’acqua tossendo. Gabriela corse incontro ai colleghi con le coperte termiche e Jorge appoggiò a terra un materassino gonfiabile rettangolare. Atlantis fu steso sopra di esso e Jorge si inginocchiò a terra per levargli i tubicini nasali dell’ossigeno e la fasciatura a garza che aveva tenuto fermi i sensori per otto giorni. Gabriela avvolse Atlantis in una coperta con l’aiuto di Tiago, e Francisco le passò un asciugamano per tamponargli i capelli gocciolanti e il viso bagnato. “Atlantis… Mi senti?”, gli domandò, accarezzandogli le guance. “Sono io, Gabriela… Hey… Rispondimi.” Mentre cinque persone gli stavano attorno e lo fissavano, Atlantis tossicchiò un paio di volte. “Fred…do… Ho… Freddo”, balbettò, scosso dai tremiti. “Ora ti riscaldiamo, stai tranquillo. È tutto a posto.” Lui guardò la donna dai corti capelli bruni e gli occhi nocciola scuri che gli stava parlando e la riconobbe. “Ga… Gabriela.” Lei sorrise di pura gioia. “Sono qui. Sono sempre stata qui. Ben tornato, Atlantis.”

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“Sono… sveglio?” “Sì, ti sei appena risvegliato. È andato tutto bene.” “Ha funzionato?... Sono… umano?” “Ora sì. Completamente. Sei uguale a noi.” Atlantis sorrise, e Gabriela lo abbracciò. “Sei tornato. Sei tornato da me.” Lo strinse forte a sé, e non poté impedire che una piccola lacrima le scivolasse sulla guancia. Era troppo felice e sollevata. Atlantis era di nuovo con lei. Riscaldato per bene e asciugato con cura, Atlantis era seduto su una seggiola di plastica del laboratorio in attesa che Gabriela scendesse dall’appartamento per portargli dei vestiti con cui coprirsi. Era lucido, nessun segno di stanchezza nel suo sguardo o nel suo corpo, e i suoi parametri vitali erano nella norma. Jorge lo aveva subito visitato, auscultandogli il cuore e i polmoni, misurandogli la pressione e verificando le sue capacità di reazione agli stimoli visivi, tattili e sensoriali. Gli aveva prelevato una nuova fiala di sangue, e il risultato dell’esame ematico era stato positivo. Tutto in regola, nessuna alterazione del plasma e dei globuli rossi e bianchi. Jorge avrebbe utilizzato una parte del suo sangue per rifare un nuovo test del DNA e verificare se i suoi genomi avevano subito delle modifiche con la metamorfosi crisalidea. Il risultato del test sarebbe stato pronto in tre giorni, e Jorge era certo che si sarebbe trovato di fronte ad una struttura cromosomica identica a quella di un qualunque essere umano. Atlantis si era guardato allo specchio dopo che Gabriela aveva finito di asciugarlo e lui aveva sorriso nel constatare che le scaglie ossee a forma di ipsilon erano scomparse dal suo dorso e dalle spalle. Jorge lo aveva rassicurato dicendogli che non sarebbero rispuntate, e che lui non era più uguale a prima. “Ora che sei totalmente umano, sentirai freddo come tutti noi, dovrai coprirti per stare caldo, e non sarà più piacevole farti la doccia gelata come prima. Potrai immergerti nell’oceano senza subire alcuna mutazione, ma dovrai indossare la muta e le bombole per l’ossigeno. I tuoi occhi non sono più in grado di vedere nel buio, perciò ti

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abituerai ad accendere le luci per sportarti nell’appartamento di notte. Penso che anche la tua alimentazione cambierà. Avrai bisogno di mangiare più spesso per avere calorie sufficienti per mantenere costante la temperatura del tuo corpo, non dovrai più mangiare pesce crudo e l’idratazione non sarà più abbondante come prima. Mangerai come tutti noi, cucinando anche il pesce. Inoltre, credo che con la metamorfosi tu abbia perso il gene che consentiva al tuo corpo di rigenerarsi da solo, quindi dovrai stare attento a non ferirti perché i tagli e le lacerazioni cutanee non si rimargineranno più da sole, ed essendo un essere umano potrà capitarti di ammalarti, hai sicuramente perso il genoma che ti rendeva immune dai malanni. Per certi aspetti, ora sei più vulnerabile, più fragile, ed è necessario che tu ti prenda cura di te stesso.” “Ci penserò io a prendermi cura di lui, Jorge”, disse Gabriela, sopraggiunta con i vestiti. “Cominciamo subito con l’indossare jeans e maglione, non mi sembra il caso di iniziare la tua vita da umano con un bel raffreddore. Prima però, una bella doccia calda per lavare via la salsedine che hai sulla pelle e tra i capelli.” “Gabriela ha ragione, ti serve una doccia calda per darti una ripulita. E subito dopo devi mangiare, il tuo corpo è stato a digiuno per sette giorni, sei debole.” Atlantis non ricordava nulla del suo periodo in stato di crisalide, aveva solo la sensazione di aver dormito per moltissimo tempo. Ma era affamato, e non desiderava affatto del pesce fresco. “Posso avere una zuppa di pasta e verdure fumante e una grossa bistecca di manzo con patate rosolate in padella?”, domandò, toccandosi lo stomaco che rumoreggiava. Francisco si offrì di cucinare ciò che lui aveva chiesto, e salì di sopra, nella cucina della clinica, mentre Atlantis seguiva Gabriela nel piccolo bagno del laboratorio. “Jorge ha detto che sto bene, che il mio sangue è a posto”, le disse, mentre entrava nel box doccia e apriva il getto dell’acqua calda. “Oh… Che sensazione piacevole… Prima l’acqua calda mi dava quasi fastidio, ma ora… Mi piace tutto questo calore sulla pelle, che bello…”

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Gabriela sorrise, e lo stette a guardare appoggiata con un fianco al lavandino mentre lui si strofinava ovunque con la spugna insaponata. “Sei contento di non avere più le scaglie sul dorso?” “Sì, se ne sono andate via. Le detestavo.” “A me piacevano invece. Sembravano un tatuaggio, erano belle, ti rendevano unico.” “Fin troppo unico. Adesso sono simile a qualunque altro uomo, ed è ciò che volevo.” “Credo che in pochi giorni ti spunteranno i peli sulle braccia, sulle gambe, sotto le ascelle, e anche lì sotto. Si noteranno poco perché sei biondo. E ti crescerà la barba, dovrai raderti tutte le mattine per il resto della tua vita.” “Chiederò a Tiago di insegnarmi come si fa. Non voglio tagliarmi con il rasoio.” “Meglio evitare il rasoio a mano, ha le lamette molto affilate. Ti comprerò un rasoio elettrico, è più comodo da usare e sarà sufficiente per radere la tua barba chiara.” Atlantis chiuse gli occhi e lasciò che l’acqua gli scorresse sul viso e sulla testa, portandosi via la schiuma dello shampoo e del docciaschiuma, poi chiuse il rubinetto e Gabriela gli porse un telo di spugna in cui lui si avvolse da capo a piedi. Lei gli strizzò i capelli zuppi d’acqua e iniziò ad asciugarli tamponandoli con un asciugamano. “Cos’hai fatto mentre io ero addormentato nella vasca?”, volle sapere Atlantis, stringendosi nel telo di spugna. “Ho aspettato che tu ti risvegliassi. Ho dormito male e pochissimo, ho mangiato solo panini e tranci di pizza, ho bevuto troppi caffè, ho letto tanti libri, e mi sono rosicchiata le unghie dall’ansia. Sono stati gli otto giorni più lunghi della mia vita, ma non ti ho lasciato solo neppure per un momento, ero sempre lì, davanti alla vasca, e ti ho tenuto d’occhio dal primo istante fino all’ultimo.” “Hai avuto paura che morissi?” “Questo no, ma ero preoccupata che qualcosa potesse andare male, o che l’idea di Jorge fosse sbagliata. Sono stata costantemente in stato

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ansioso, ma ora sono felice che tutto sia finito e che tu sia di nuovo qui con me.” “Anch’io sono felice di essere di nuovo accanto a te. Potremo andare a nuotare nell’oceano senza più nasconderci alla vista della gente. Faremo surf insieme, e anche le immersioni subacquee.” “Ti comprerò una tavola da surf resistente e colorata, e avrai una muta da sub tutta nuova attrezzata di bombole, pinne, e mascherina con boccaglio. Sarà divertente fare surf insieme e perlustrare il fondale marino a caccia di conchiglie. Mi ha promesso di regalarmi una perla, ti ricordi? E di mostrarmi la fossa dove vivevi.” “Credo di non ricordare più dove sia la mia fossa. Jorge mi ha detto che il mio DNA è cambiato e che ho perso il senso dell’orientamento acquatico che possedevo prima.” “Giusto… Bè, non fa niente, mi regalerai solo la perla, le conchiglie si trovavo dappertutto.” “Raccoglierò così tante ostriche da avere un numero di perle sufficienti per creare una collana.” “Una collana di perle… Che bel regalo! Voglio anche una perla nera però, non solo quelle bianche.” “Penso di ricordare dove crescono le conchiglie che contengono le perle nere. Non ho scordato proprio tutto.” “Allora per Natale io avrò una collana di perle bianche e nere, e tu il completo da sub e la tavola da surf.” “Sono curioso di viverlo questo mio primo Natale. È una cosa nuova per me, come la neve.” “Il Natale è bellissimo. Luci colorate appese in tutta la casa e lungo le strade del paese, il pino silvestre decorato di palline di vetro appese ai suoi rami, il profumo dei biscotti allo zenzero cotti in forno, e i pacchetti infiocchettati da strappare… È una festività gioiosa, ti piacerà. Di solito la passo a casa dei miei genitori, che vivono a Lisbona, ma quest’anno dirò loro che passerò le feste qui a Lagos, così festeggerò il Natale soltanto con te.” “Ai tuoi genitori dispiacerà non vederti tornare a casa.” “Oh, per una volta possono stare anche senza di me. Non sono figlia unica, ho tre fratelli maschi sposati con tre donne molto carine e otto

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nipotini, tutti piccoli. Mia madre non sentirà la mia mancanza, e mio padre sarà troppo occupato a fare il nonno.” “Non sapevo che avessi una famiglia così numerosa. Dev’essere bello avere dei fratelli e dei nipoti.” “Un giorno te li farò conoscere tutti. Prima ti serve del tempo per integrarti nella società come essere umano, e da oggi lo puoi fare, giorno dopo giorno, senza avere più paura di niente, perché non hai nulla da nascondere.” “Non ho un passato però. Cosa racconterò a chi mi chiederà dove sono nato e dov’è la mia famiglia?” “Non preoccuparti di questo. Troveremo il modo di farti avere un certificato di nascita fasullo. Non è legale, ma si può fare. Avrai la tua carta di identità con la tua foto, il tuo nome e cognome, e risulterai nato qui a Lagos. Potrai dire di non avere una famiglia, e di essere cresciuto in un orfanotrofio, una grande casa dove vivono i bambini che hanno perso i loro genitori o sono stati abbandonati da madri troppo giovani. So che può sembrare un passato triste da raccontare, ma il tuo vero passato, la tua reale storia, devono rimanere un segreto. Nessuno dovrà mai sapere che sei l’unico esemplare rimasto in vita della civiltà di Atlantide.” “Lo so, è un segreto pericoloso. Ma come farò ad avere un documento d’identità? Non ho nemmeno un cognome.” Gabriela gli sorrise e fece spallucce. “Basta trovarne uno che ti piaccia e che stia bene con Atlantis… Come Dimas, per esempio. O Mendes. Sono i cognomi delle mie nonne. Ti piace Atlantis Mendes?” Lui provò a pronunciarlo per sentire come suonava. “Atlantis Mendes… Sì, mi piace.” “Perfetto, abbiamo già trovato un bel cognome. Hai solo bisogno di un certificato di nascita privo di nome materno, come succede a molti bambini dati in adozione, e di un documento d’identità a nome di Atlantis Mendes. Sai, Tiago è cresciuto in un quartiere molto povero di Lagos e conosce delle persone che sono in grado di creare documenti falsi. Sarà facile averli, Tiago sa come fare.”

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“Mi hai insegnato che non si deve mai mentire e che la legge va rispettata. Tiago non lo farà per aiutarmi.” “Hai ragione. Ma certe volte è necessario mentire. Si deve farlo per proteggere quei segreti che non possono essere svelati, come le tue vere origini.” “Tiago non passerà dei guai, vero?” “No, non preoccuparti. Ci sono crimini peggiori della creazione di un paio di documenti falsi, nessuno scoprirà che non sono veri. I bambini che crescono negli orfanotrofi hanno quasi sempre documenti falsi perché non si sa da dove arrivano. Alla polizia non importa.” Atlantis annuì, e si lasciò pettinare i capelli ormai asciutti da Gabriela. Poi, indossò i boxer, la canotta, i jeans e il maglione verde che lei aveva preso dal suo guardaroba. “Ecco fatto. Lavato, profumato, asciutto e vestito. Sei a posto. Atlantis Mendes, andiamo a mangiare.” “Francisco è bravo come te in cucina?” “Bravissimo. Ha fatto un corso di cuoco.” “Meno male, ho una voragine nello stomaco.” Gabriela gli accarezzò le guance morbide e lisce che presto sarebbero diventate ruvide e ricoperte di un velo di barba bionda e gli depose un bacio sulle labbra calde. “Grazie per essere tornato da me”, gli disse, ricevendo in cambio un abbraccio colmo d’affetto. Uscirono dal bagno e videro che Francisco stava scendendo le scale reggendo una pentola colma di zuppa e due cartocci di carta stagnola contenenti la bistecca di manzo e le patate bollite e poi rosolate in padella. “C’è abbastanza zuppa anche per te, Gabriela”, le disse Francisco posando sul tavolo la pentola e i piatti. “Ho portato anche il pane al rosmarino, biscotti e arance.” “Grazie, Francisco. E voi altri non mangiate?” “Abbiamo ordinato delle pizze, stanno per arrivare.” Atlantis si sedette al tavolo e ringraziò Francisco per aver cucinato per lui. Stava morendo di fame, ma attese che le pizze ordinate

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fossero consegnate. Solo allora, quando tutti furono seduti e pronti a sfamarsi, anche lui iniziò a mangiare la sua zuppa con il pane spezzettato dentro, seguita dalla bistecca ben cotta con le patate rosolate, i biscotti e le arance. Gabriela lo osservò per tutto il tempo, consapevole che quel suo primo pasto dopo la metamorfosi era solo l’inizio della sua nuova vita da essere umano lì a Lagos.

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Capitolo 13 Gabriela aveva immaginato che Atlantis sarebbe cambiato in seguito alla metamorfosi del suo corpo e dei suoi cromosomi, ma non si aspettava di assistere ad un cambiamento radicale del suo modo di agire e pensare. Nell’arco di poche settimane Atlantis perse quell’alone di innocenza e fragilità che lo avevano contraddistinto fin dal principio, il suo carattere divenne ogni giorno sempre più forte e indipendente e Gabriela lo sentì staccarsi da lei per camminare sulle proprie gambe senza il bisogno di doversi affidare al suo sostegno rassicurante. Tiago e gli altri ragazzi divennero i suoi nuovi punti di riferimento, le persone alle quali si rivolgeva per un consiglio poiché erano figure maschili in cui lui si riconosceva. Gabriela lo vide diventare uomo in tutti i sensi, e sebbene vivesse, dormisse, e trascorresse le giornate con lei esattamente come prima, la sua autonomia e indipendenza si fecero marcate. Ogni mattina si alzava prima di lei, si faceva la doccia e si radeva la barba, poi preparava la colazione per entrambi e subito dopo scendeva in laboratorio a lavorare con Francisco o a dare una mano a chiunque ne avesse bisogno. Il lavoro di biologo gli piaceva, e sebbene non avesse studiato nulla di quel mestiere, aveva imparato le nozioni più elementari della biologia marina e costituiva un valido aiutante sia in clinica che in laboratorio. Jorge era il suo mentore, gli insegnava tutto, lo istruiva sui concetti basilari della biologia marina e Atlantis apprendeva in fretta, prendendo confidenza e familiarità con le varie specie acquatiche e anfibie che venivano curate in clinica o fatte riprodurre nel laboratorio quotidianamente. Rispondeva anche alle chiamate delle reception, e accoglieva i clienti che arrivavo in clinica con i loro animaletti ammalati portandoli da Ricardo o da Francisco. Tiago gli fece avere in brevissimo tempo i documenti necessari per poter essere iscritto all’anagrafe di Lagos come cittadino portoghese e residente del paese. Divenne così Atlantis Mendes, nato a Lagos e cresciuto nell’istituito per bambini orfani “Filhos de Deus”, ebbe la sua carta d’identità e ottenne la cittadinanza portoghese. Pochi giorni prima di Natale, Jorge lo portò al largo nelle acque delle Azzorre con

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la motovedetta dell’équipe e insieme si immersero nelle profondità marine dell’oceano con muta e bombole d’ossigeno per esplorarne i fondali e la fauna che li popolava, e al suo ritorno Gabriela seppe da Jorge che aveva raccolto una cesta di ostriche. Lei sorrise, intuendo che le avrebbe preparato la collana di perle che lei aveva chiesto come regalo, e le ostriche finirono per essere cucinate in una zuppa di pesce sufficiente per sfamare tutti quanti. Gabriela si prese un pomeriggio libero dal lavoro per recarsi al porticciolo ed acquistare un’attrezzatura da sub nuova e completa di tutto della misura di Atlantis, e al negozio di articoli sportivi scelse per lui una tavola da surf robusta ma veloce di colore bianco con sfumature rosse e gialle. L’atmosfera natalizia enfatizzata dalle luminarie appese lungo le strade e dalle luci colorate che abbellivano i negozi piacque molto ad Atlantis, che visse il suo primo Natale con l’entusiasmo di un ragazzino. I ragazzi dell’équipe tornarono dalle proprie famiglie per passare con loro quella santa festività, e Gabriela fu contenta di riavere Atlantis tutto per sé. Scelsero insieme la punta di pino silvestre dal vivaio, la posizionarono in salotto e la decorarono di palline di vetro dipinte a mano e una fila di lucine colorate. Il giorno di Natale, Gabriela cucinò l’anitra all’arancia al forno insieme ai dolci tipici della tradizione portoghese, e quel giorno Atlantis si dedicò solo a lei, dal risveglio fino a notte fonda. La collana di perle che lui le aveva impacchettato in una scatola incartata di rosso con tanto di nastri e fiocco dorati era semplicemente stupenda, composta da quaranta perle bianche di cui dieci erano nere, tutte bucate a mano e infilate in un cordoncino argentato allacciabile dietro il collo. Le piacque molto, perché le perle naturali non lavorate avevano forme diverse e riflessi iridescenti o color crema, e quelle nere presentavano venature verdi o blu. Una collana artigianale che nessun’altra donna al mondo avrebbe potuto sfoggiare, unica e preziosa. Gabriela aveva nascosto la tavola da surf e l’attrezzatura da sub nello sgabuzzino dell’appartamento, ma al momento dello scambio dei regali Atlantis fu ben felice di ricevere una muta da sub nuova di zecca e la tavola da surf gli piacque moltissimo, sia per la forma che per i colori. Fu un bel Natale, molto intimo e dolce, seguito da un Capodanno trascorso

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prima al ristorante “Porto Velho”, dove mangiarono aragosta bollita e altri piatti portoghesi a base di pesce, e dopo alla discoteca “Clube 101” dove a mezzanotte brindarono sotto una pioggia di nastri filanti argentati e dorati. Il giorno di Santo Stefano, nonostante il clima invernale fosse freddo, Atlantis volle inaugurare la muta e la tavola da surf ricevute in regalo, perciò uscirono nell’oceano davvero gelido sfidando le onde spumeggianti che d’inverno erano sempre molto agitate. Atlantis non ebbe bisogno di imparare come si dominavano le onde stando accucciato sulla tavola, perché aveva conservato la sua agilità acquatica e la capacità di muoversi nell’acqua come fosse ancora il suo habitat naturale, e ricordava bene come si affrontavano le onde, avendolo fatto per vent’anni guizzando in mezzo alle creste e ai tunnel insieme ai delfini dell’oceano. Gabriela si divertì tantissimo, e quel giorno si concluse con una passeggiata in centro mano nella mano. Terminate le feste, i ragazzi tornarono a Lagos e la clinica e il laboratorio riaprirono i battenti. Atlantis si allontanò nuovamente da Gabriela immergendosi nel lavoro, e iniziò ad uscire con Tiago e Francisco dopo il lavoro lasciandola a casa da sola. Rientrava piuttosto tardi, e lei lo aspettava ogni volta sul divano guardando la televisione avvolta in un plaid. Lui le raccontava di essere stato in questo o in quel locale, di aver giocato a biliardo, a carte, o a bowling. Gabriela lo vedeva felice e gli concedeva la massima libertà, e non gli faceva notare che sentiva molto la sua mancanza. Lentamente si abituò alle sue uscite serali con i ragazzi, e in seguito accettò anche il fatto che ogni domenica mattina fosse impegnato a giocare a calcio nella squadra amatoriale di Ricardo, e che nel pomeriggio dello stesso giorno andasse a vedere le partite di basket con Jorge. Gabriela era una pantofolaia, non amava né il calcio né il basket, così passava le Domeniche a casa da sola oppure usciva in compagnia di Adele, un’amica di vecchia data, per andare al cinema o a fare shopping nei centri commerciali. Con il passare dei mesi, Atlantis si fece insegnare da Tiago a guidare la macchina, e a fine Marzo si iscrisse al corso di guida. La sua intelligenza superiore alla norma gli fece superare l’esame orale a pieni voti e alla prova su strada dimostrò di saper guidare una vettura in modo corretto, e

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ovviamente gli fu consegnata la patente. Gabriela pensò che guidare la sua auto gli bastasse, ma Tiago lo contagiò con la sua passione per le moto da strada, e Atlantis fece il corso per ottenere il patentino da motociclista. Jorge e tutti gli altri organizzarono una colletta per raccogliere la somma sufficiente per l’acquisto di una Kawasaki gialla e nera che gli regalarono a sorpresa agli inizi di Maggio. Gabriela non fu affatto contenta di vederlo trasformato in un motociclista, e ogni volta che prendeva la moto annunciando di andare a fare un giro, lei diventava ansiosa e preoccupata da morire. Era consapevole di non potergli vietare di vivere la sua nuova vita da umano in totale libertà, ma al contempo rimpiangeva quei mesi ormai lontani in cui Atlantis aveva bisogno di lei per fare tutto, si affidava a lei per qualsiasi tipo di problema da risolvere o decisione da prendere, e passava tutto il suo tempo accanto a lei guardando film in dvd sdraiati sul divano o scambiandosi tenerezze sotto le coperte prima di dormire. Gabriela sentiva che quel legame molto intimo che si era creato tra di loro era passato in secondo piano, Atlantis era preso da mille altri pensieri, non era più lei il suo punto di riferimento. Questa realtà le mise addosso una tristezza che nascondeva bene dietro finti sorrisi felici, e quelle poche ore che Atlantis trascorreva con lei a colazione e a pranzo non le bastavano più. Di notte, mentre lui dormiva al suo fianco, cercava le sue mani e si stringeva a lui, e sebbene Atlantis la abbracciasse e le accarezzasse i capelli con affetto, Gabriela sapeva che in un certo senso lo aveva perso, non era più il suo spaesato e innocente figlio dell’oceano bisognoso di essere tenuto per mano, il mondo umano lo aveva completamente assorbito, ed era come se lei di colpo fosse diventata trasparente, una presenza che lui dava per scontata e di cui non aveva più bisogno adesso che era un uomo completo e sapeva muoversi tra la gente come un qualunque giovane portoghese bello e sicuro di sé. Con l’arrivo dell’estate e delle belle giornate, Atlantis si dileguò ancora di più, passando interi pomeriggi a surfare tra le onde da solo, sfrecciando sul lungomare costiero a bordo della sua Kawasaki, e uscendo dopo cena con Tiago per bazzicare negli open-bar dove incontrava turisti stranieri in vacanza in Portogallo e familiarizzava con le ragazze di Lagos attratte dal suo

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aspetto nordico. Gabriela divenne gelosa, e quando un giorno di fine Giugno una brunetta tutta curve si presentò alla clinica in bikini e tavola da surf sottobraccio chiedendo dove fosse Atlantis, lei la cacciò via in malo modo e subito dopo scese nel laboratorio dove Atlantis e Jorge stavano lavorando insieme. Era arrabbiata e sconfortata, e voleva che Atlantis lo sapesse, dato che non se ne accorgeva da solo. “Jorge, perché non sali di sopra per cinque o dieci minuti e vai a dare una mano a Ricardo con quel cucciolo di delfino abbandonato che si rifiuta di mangiare? Ho bisogno di parlare con Atlantis, adesso, da sola, esordì, cogliendo il collega di sorpresa. Jorge tolse le mani dal terrario in cui stava cercando di far accoppiare due salamandre di specie diverse e la guardò con aria interrogativa. “Sto lavorando, Gabriela. Ricardo non ha bisogno del mio aiuto, quel cucciolo di delfino prima o poi si alimenterà, ci vuole solo pazienza.” “Non mi interessa se stai lavorando. Togliti dai piedi, accidenti! Voglio restare sola con Atlantis, subito!” Jorge fu sorpreso dalla sua inaspettata aggressività e guardò Atlantis in faccia bisbigliandogli: “È arrabbiata. Cosa le hai fatto?” “Io niente. Forse è solo nervosa.” “Non credo… Ce l’ha proprio con te.” Atlantis si domandò cosa poteva aver fatto di sbagliato al punto di far arrabbiare Gabriela, ma non riuscì a darsi una risposta, e nel frattempo Jorge si tolse i guanti in lattice e si avviò verso le scale. “Vado a farmi un giro. Torno tra un quarto d’ora.” “Grazie Jorge. E scusami se ho interrotto il tuo lavoro.” Rimasta sola con Atlantis, Gabriela si avvicinò al tavolo, lui si tolse i guanti e la guardò negli occhi. “Cosa c’è, Gabriela?” “Noi due abbiamo un problema, ma forse non te ne sei reso conto.” “Che genere di problema?” “Di comunicazione e interazione reciproca. Ci siamo allontanati l’uno dall’altra. Siamo tanto vicini quanto distanti. E tu sei cambiato

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moltissimo, io non ti riconosco più. Sei diventato una persona completamente diversa da ciò che eri quando sei arrivato qui.” “Gabriela, io sto solo vivendo la mia nuova vita.” “Certo. L’ho notato. Da quando sei diventato umano non fai altro che lavorare, uscire con i ragazzi e andare a divertirti. Hai voluto la macchina, poi la moto, e adesso frequenti i locali notturni e le ragazze vengono a cercarti qui alla clinica. Cosa ne è stato dell’Atlantis che ho conosciuto un anno fa? Dov’è finita quella meravigliosa creatura venuta dall’oceano che aveva bisogno di me? Sono stata al tuo fianco fin dall’inizio, ti ho preso per mano e ti ho fatto conoscere il mondo, ti ho insegnato a parlare, a leggere, a scrivere, a ragionare con la tua testa, ero il tuo punto di riferimento costante e non andavi da nessuna parte senza di me.” “Quella parte di me non esiste più, Gabriela. Sono un uomo come tutti gli altri adesso, è normale che io mi comporti come loro.” “Io non sto dicendo che non puoi fare quello che vuoi, ma ti sei chiesto almeno una volta se io sono felice della tua nuova vita? Sei sempre fuori casa, appena smetti di lavorare prendi la tavola da surf e vai a surfare da solo, oppure sali sulla tua moto e te ne vai chissà dove per ore. Ogni sera vai nei club e negli open-bar a socializzare insieme a Tiago e Francisco, stai fuori fino a tardi e io non so mai dove sei, tutte le Domeniche vai a giocare a calcio con Ricardo e poi alle partite di basket con Jorge, e io nel frattempo sono a casa da sola che mi annoio davanti alla tivù. Non hai più un minuto di tempo libero da dedicare a me, è già tanto se mi parli a colazione e a pranzo, perfino qui alla clinica mi parli a malapena. Io mi sento messa in un angolo, abbandonata, il legame che avevamo sembra andato in pezzi… Credevo di essere importante per te, pensavo che mi volessi bene… Ma ultimamente per te io non conto più niente.” Atlantis le sfiorò un braccio e scosse la testa. “Gabriela, non è vero… Io ti voglio bene come sempre, tu sei molto importante per me, e non ho dimenticato tutto quello che hai fatto quand’ero diverso.” “Bè, mi dispiace ma io non mi sento affatto apprezzata. Non sei capace di dimostrarmi che mi vuoi bene, prima che tu diventassi

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umano eravamo così uniti… Inseparabili, sempre insieme. Tu eri solo mio, mi appartenevi, e io ero il tuo oceano sulla terra. Adesso invece sei tutto preso dalla tua nuova vita e non ti accorgi che io sto male e soffro a stare senza di te.” Atlantis si fece serio e dispiaciuto. “Da quanto tempo pensi queste cose?... Perché non me l’hai detto prima che ti sentivi sola?” Gabriela si strinse nelle spalle. “Non ho detto nulla perché sono una donna, e le donne sono stupide. Prima si innamorano e poi si lasciano abbandonare. Soffrono in silenzio, e sorridono anche quando hanno voglia di piangere.” Atlantis rimase in silenzio, colpito dalle sue parole, mentre Gabriela si asciugava una lacrima spuntata all’angolo dell’occhio sinistro. “Mi dispiace, Gabriela. Io non avevo capito che…” Lei gli premette due dita sulle labbra. “Lascia stare, ti prego. Non dire niente. Sono solo una sciocca… Ti ho dato tutto il mio cuore senza pensare che avrei potuto essere respinta. Ho sbagliato, è colpa mia. Avrei dovuto essere più fredda, invece ho commesso l’errore di provare dei sentimenti per te… Vivi la tua vita, ne hai tutto il diritto. Io vivrò la mia da sola, e questo momento di crisi mi passerà… Però non puoi più vivere nel mio appartamento, è giusto che tu ti trovi un altro posto in cui stare. Tiago sarà felice di ospitarti a casa sua, chiedigli se puoi trasferirti da lui, non ti dirà di no… E per quanto riguarda le ragazze, stai molto attento. Non sono tutte dolci e carine come sembrano, vogliono solo divertirsi e fare sesso. Non metterci il cuore quando vai a letto con loro, te lo spezzeranno senza alcuna pietà. Loro non sono come me, non ti conoscono quanto ti conosco io… Non avrei mai dovuto pensare che il nostro legame potesse durare in eterno, è bastato così poco tempo per separarci… Ti ho perso, e la mia vita senza di te è vuota e insopportabile… Dovevo immaginare che sarebbe andata a finire in questo modo… Non è colpa tua, la stupida sono io… Scusami, ora torno di sopra e tu e Jorge potete riprendere a lavorare.”

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Senza dire altro, girò sui tacchi e salì di corsa la scala che portava alla clinica, lasciando Atlantis da solo con la bocca spalancata e la mente confusa. Gabriela gli aveva appena detto di andarsene di casa e di trasferirsi da Tiago. Non lo voleva più accanto a sé. Era ferita, si sentiva inutile e trascurata. Atlantis pensò che aveva ragione: da quando era diventato umano aveva smesso di passare il suo tempo con lei, preferendo la compagnia dei maschi. Senza rendersene conto, aveva pensato solamente a se stesso, a tutto ciò che poteva e voleva fare essendo uguale a qualsiasi altro uomo, e aveva messo in un angolo Gabriela, dimenticandosi che era lei la vera ragione per cui aveva desiderato di restare per sempre sulla terraferma. Aveva rinunciato all’oceano per lei, perché nel suo cuore sapeva che Gabriela era il suo oceano sulla terra e voleva restare per sempre accanto a lei. E invece, come uno stupido, aveva calpestato i suoi sentimenti. Lei gli aveva appena fatto capire che lo amava e che non si sentiva ricambiata… “Ti ho perso, e la mia vita senza di te è vuota e insopportabile.” Questa frase gli stava echeggiando nella mente facendogli capire quanto lei stava soffrendo, e la causa del suo dolore era lui, con il suo comportamento cambiato troppo in fretta. “Non ho detto nulla perché sono una donna, e le donne sono stupide. Prima si innamorano e poi si lasciano abbandonare. Soffrono in silenzio, e sorridono anche quando hanno voglia di piangere.” Anche queste parole lo avevano colpito, perché Gabriela aveva ammesso di fronte a lui di essersi innamorata… E chi poteva amare se non lui? “Idiota”, si rimproverò, realizzando di averle fatto del male. “Sono solo uno stupido idiota. Volevo diventare umano per essere come lei e stare insieme a lei, come ho fatto a non accorgermi da solo che invece mi stavo allontanando lasciandola sola?” Vide Jorge scendere nel laboratorio e subito gli disse: “Hai ragione, Gabriela è arrabbiata con me. Ho combinato un gran casino, Jorge. L’ho fatta piangere.” “E cosa ci fai ancora qui? Vai da lei, e chiedile scusa subito. Sei o non sei un uomo?” “Certo che lo sono.”

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“Allora comportati come tale e rimetti le cose a posto. Se hai sbagliato, rimedia ai tuoi errori e fai sparire le lacrime dai suoi occhi. Far soffrire una donna è la cosa peggiore che un uomo possa fare. Gabriela è più fragile di quanto non sembri, è una donna delicata.” “L’ho capito solo adesso. Insieme a tante altre cose.” “Corri da lei, Atlantis. Adesso.” “Sì, vado a cercarla.” Atlantis uscì dal laboratorio di corsa per salire di sopra e cercare Gabriela, intenzionato a chiarirsi con lei. Quando vide che non era nel suo ufficio, chiese a Francisco se sapesse dove fosse andata. “Hai visto Gabriela? Non è nel suo ufficio.” “È uscita due minuti fa. Ha detto che aveva bisogno di prendere un po’ d’aria e stare da sola. Credo che oggi non sia una buona giornata per lei, mi è sembrata scossa.” “Lo so, sta male. E la colpa è solo mia.” “Colpa tua? Perché?” “Non posso spiegarti, Francisco. Devo trovarla e parlare con lei.” Uscì dalla clinica con il camice bianco sopra i jeans e la maglietta e scese la scogliera guardandosi attorno. La spiaggia era affollata di persone che prendevano il sole stese sulla sabbia e nuotavano nell’oceano, di certo non poteva essere lì in mezzo se voleva stare da sola. Provò ad immaginare dove potesse essersi rifugiata, e l’unico posto tranquillo e solitario che gli venne in mente fu praia dourada, la spiaggetta nascosta tra gli scogli dov’erano andati tante volte per fare surf e nuotare insieme nell’oceano. La raggiunse dopo dieci minuti di corsa sostenuta sotto il sole di Giugno, e scese il piccolo sentiero scavato tra le rocce della scogliera ritrovandosi a camminare sulla sabbia dorata e fine. Gabriela era lì, seduta sul bagnasciuga con i piedi immersi nell’acqua della riva, in maglietta azzurra e shorts blu. Nel vederla, provò un immediato sollievo e si levò le scarpe raggiungendola a piedi nudi sulla sabbia calda. “Gabriela?” Lei sussultò al suono della sua voce, e si voltò a guardarlo con gli occhi arrossati dal pianto.

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“Cosa ci fai qui? Ho voglia di stare da sola, vattene via.” Atlantis si levò il camice lasciandolo cadere sulla sabbia e si sedette accanto a lei sfiorandole i capelli bruni. “Non mandarmi via. Sono venuto qui per parlare con te.” “Di cosa vuoi parlare?” “Di quanto sono stato idiota, per esempio.” “Come tutti gli uomini… Non ne ho mai incontrato uno che non fosse almeno un pochino idiota.” “Hai ragione. I maschi sono tutti stupidi. Me compreso.” “Un tempo non lo eri. Avevi le squame e le scaglie addosso e sembravi un pesce, ma la tua anima era pura, incontaminata.” “Lo so, ero diverso. Mi dispiace per essermi comportato male. Ho sbagliato, Gabriela. Ti chiedo scusa.” “Dovevi portarmi un mazzo di fiori. Non si chiede scusa a una donna a mani vuote.” “Posso fare di meglio, i fiori non mi servono.” Gabriela sentì la sua mano calda posarsi dietro il collo e istintivamente ruotò il viso verso di lui. Atlantis non perse tempo e chinò la testa in avanti, baciandola sulla bocca. Sorpresa, Gabriela ebbe un tremito, ma lui le tenne la mano contro la nuca e premette le labbra sulle sue aspettando che lei rispondesse al bacio. Gabriela si lasciò andare quasi subito schiudendo le labbra e Atlantis poté baciarla come desiderava, anche se quella era la prima volta che baciava una donna e la sua bocca era goffa e impacciata come quella di un adolescente. Gabriela si scostò da lui e lo guardò negli occhi. “Non sai baciare.” “Scusa… Devi insegnarmelo tu.” Lei sospirò. “Non posso... Mi hai fatto soffrire, sono arrabbiata, e il mio cuore è rotto in due pezzi.” “Posso aggiustarlo, se tu me lo permetti.” “Si aggiusterà da solo, anche senza di te.” “Non mi vuoi più bene? Mi detesti?” Gabriela sentì una morsa stringerle lo stomaco. “Scemo… Io ti amo. Non l’hai ancora capito?”

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Atlantis le accarezzò le labbra con il pollice e poi la baciò di nuovo, e questa volta Gabriela gli prese il volto con una mano e gli offrì la bocca, mentre lui cercava di baciarla meglio di prima, accarezzandole le labbra con le proprie e lambendole la lingua con la sua. Gli piacque sentire il suo calore e il suo sapore, e non smise di baciarla finché non fu lei a scollarsi dalla sua bocca. “Non dicevo sul serio prima. Non voglio che tu te ne vada dal mio appartamento. Dimmi che resterai.” “Certo che resto. La mia casa è dove vivi tu. Non posso andare via, mi mancheresti troppo.” “Atlantis… Tu mi ami?” Lui annuì. “Credo di sì. Ho sentito un forte dolore dentro il petto quando mi hai lasciato da solo in laboratorio e ho capito che tu stavi rompendo il legame che c’è fra di noi. Non mi hai perso, Gabriela. Sono sempre stato accanto a te, mi sono solo distratto un po’ troppo.” “Chiedimi scusa per tutte le volte che mi hai lasciata da sola preferendo la tua moto a me.” “Scusami, Gabriela.” “Chiedimi scusa anche per tutte le Domeniche passate a giocare a calcio e a guardare le partite di basket, per tutte le serate in cui sei rientrato tardi dopo essere stato in giro con Tiago e Francisco, e per avermi fatta sentire inutile, abbandonata e non amata.” “Ti chiedo scusa per tutto. Mi dispiace tanto, non mi sono reso conto che ti stavo facendo soffrire.” “Lo farai ancora?” “No. Non ti farò più piangere. Te lo prometto.” “Voglio che tu faccia surf insieme a me, e voglio sedere dietro sulla tua moto ogni volta che vai a correre sulla strada costiera.” “Okay, ti prometto che non farò più surf da solo e ti porterò a correre sulla mia moto.” “E come risolviamo la questione del calcio e del basket?” “Una Domenica al mese mi basterà, tutte le altre le passerò con te, dove vuoi tu.” “Mi porterai al cinema?” “Sì, lo farò.”

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“E smetterai di andare negli open-bar e nei club tutte le sere con Francisco e Tiago?” “Ci andrò solo se tu mi accompagnerai.” “Va bene, ma solo dal Giovedì al Sabato. Dal Lunedì al Mercoledì resteremo a casa a guardare i film in dvd sdraiati sul divano e ci faremo le coccole come una volta.” “Okay. Qualche altra promessa da fare?” “Non guardare più le altre ragazze di Lagos, e neppure le ragazze straniere. Sono gelosa, ti voglio solo per me.” “Sono le ragazze che guardano me, io le saluto e basta. Non ne ho mai baciata nessuna.” Gabriela gli accarezzò la guancia, e lui le sorrise. “Gabriela, tu sei la donna che ho scelto come mia compagna quando non ero ancora umano. Voglio amare solo te, nessun’altra. Tu sei l’altra metà della mia mela.” “E tu sei la mia.” “Insieme possiamo essere una mela completa.” Gabriela sorrise. “Sì, possiamo essere una mela intera.” Atlantis la strinse fra le braccia, e le baciò i capelli bruni con dolcezza. Lei gli cerco di nuovo la bocca e lui la baciò a lungo, nella solitudine della praia dourada inondata dal sole del tardo pomeriggio. Dopo, quando il sole si abbassò sull’orizzonte, guardarono insieme il tramonto tingere di rosa, rosso e arancio il cielo all’orizzonte. “Torniamo a casa, Gabriela… Voglio fare l’amore con te.” “Uhm… Pensi di esserne capace?” “Certo, so come si fa. Ho solo bisogno di fare pratica. Non te l’ho mai detto, ma ho sempre pensato che saresti stata tu la prima donna con cui avrei fatto l’amore.” “È per questo che hai voluto diventare umano? Per poter stare insieme con me?” “Quale altro motivo avrebbe potuto spingermi a rinunciare alla mia vita nell’oceano eccetto il desiderio di essere fisicamente uguale a te per poter essere il tuo uomo e tu la mia donna? Mi sei sempre piaciuta, ti ho voluto bene fin dall’inizio.”

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“Perché non me l’hai mai detto?” “Perché ero diverso da te. Pensavo di non poterti amare essendo un ibrido… Volevo essere umano, uguale a te.” “Che sciocco. Io ti avrei amato per ciò che eri, adoravo le tue scaglie blu, è un peccato che se ne siano andate via.” “Posso farmele tatuare, se vuoi.” “Non importa, sei bellissimo lo stesso.” Lo baciò sulla bocca giocherellando un po’ con le sue labbra, mentre Atlantis infilava una mano sotto la sua maglietta e le accarezzava i seni prima con le dita e poi stringendoli nel colmo delle mani. Gabriela sospirò, apprezzando il suo tocco leggero e delicato, e gli disse: “Sei bravo con le mani. Voglio che mi accarezzi tutta prima di fare l’amore con me.” “Non vedo l’ora di farlo.” “Allora andiamo subito a casa. Il letto è più comodo della sabbia per fare l’amore.” “Saltiamo la cena?” “Sì, mangeremo dopo. E poi faremo l’amore ancora, tutta la notte, finché non saremo troppo stanchi per rifarlo.” Atlantis le diede un ultimo bacio prima di alzarsi in piedi e tenderle una mano. Lei intrecciò le dita alle sue e si lasciò sollevare dalla sabbia. Quando gli fu accanto, guardò le loro mani intrecciate come un tempo e insieme si incamminarono verso casa sotto il cielo viola e blu. Entrarono nella clinica per salire al piano di sopra e videro che Jorge e gli altri ragazzi erano già andati via. Corsero mano nella mano verso l’ingresso dell’appartamento di Gabriela che ormai era diventato la casa di Atlantis, aprirono la porta e se la chiusero alle spalle in tutta fretta, raggiunsero la camera da letto e si spogliarono di tutto per iniziare a toccarsi, baciarsi e infine sdraiarsi sul letto. Fu una notte lunga e calda, così bella che entrambi l’avrebbero ricordata per sempre come l’inizio di una relazione unica e speciale dove oceano e terra si erano incontrati e fusi insieme in un solo universo.

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Un racconto fantasy ispirato al mito di Atlantide, una storia ambientata in Portogallo, dove un’équipe di biologi cattura una creatura marina avvistata nelle acque oceaniche delle isole Azzorre. La creatura, esaminata dai biologi, si rivela essere un essere umano anfibio mutante capace di vivere sulla terra cambiando aspetto, assumendo sembianze umane. La biologa Gabriela De Santos instaura con la creatura un rapporto di fiducia, scoprendo quanto sia facile sviluppare il suo lato umano. Atlantis, così come viene chiamata la creatura, rivela un’intelligenza straordinaria e Gabriela inizia un esperimento di umanizzazione che avrà delle conseguenze inaspettate.

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ATLANTIS - Paola Secondin - Romanzo