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PEQUOD


Prima edizione: aprile 2005 Š 2005 peQuod, Ancona www.pequodedizioni.it ISBN

88 87418 78 0


Paola Pastacaldi

Khadija

peQuod


a mio nonno Francesco


Elaborazione di una cartina di Stephen Raw, disegnata da Barney Wan (Carol Beckwith e Angela Fisher, African Ark, Collins Harvill, 1990)


KHADIJA


LA MONTAGNA NERA DI ADEN

Pietre sepolcrali esili come obelischi si allungavano a graffiare le nuvole più basse. Il campo riempiva la valle di un timore e di una malinconia fievole e ossuta. Nella sua desolata bellezza, non possedeva la valle, di fronte ai miei occhi, alcunché se non la vastità e la solitudine entro la quale quei sepolcri dormivano un sonno luminoso e oscuro insieme. La morte e la vita si intrecciavano in un ardire che mi dava fremiti di piacere. Me n’ero andato laggiù per decidere come proseguire il mio viaggio. Me n’ero fuggito dalla scura roccia di Aden e avevo lasciato le caserme degli inglesi che crescevano sul vulcano lunare, lunari anch’esse nel loro bianco ordine. Avevo calpestato le stuoie di corda su cui poggiavano a seccare le foglie del tabacco, cacciando via il puzzo di ammoniaca degli escrementi e il ricordo del sangue dei montoni sgozzati nella penombra dei muretti. Mi portavo dentro il sapore del caffè troppo zuccherato servito nei bricchi di rame stagnato. Avevo raggiunto l’acqua delle cisterne antiche e già provavo nostalgia del mercato, del profumo dei narghilé e del rumore che facevano i grani di caffè sui graticci. Come un viandante infelice avevo accarezzato le grotte laviche e le file di pipistrelli dormienti. Gli avvoltoi, picchiettando con le zampe le rocce, avevano scrutato il mio andare, inquiete presenze in quella terra vociante. Il muezzin non mi dava tregua. Avevo abbandonato l’arenile di conchiglie e scheletri di pesci sospinti 9


dal monsone sulla costa, stanco delle mie desolate perlustrazioni e della polvere delle lische che andavo calpestando. Un pugno di capanne serrato da un recinto alto e spinoso custodiva le pietre del cimitero che si erano impadronite della valle e le avevano imposto una beatitudine muta. Il sole cocente disseccava le pietre di quelle tombe e ne carpiva la pazienza e il sonno, spargendoli lontano sulle rocce di Aden e spalmandoli sulla schiuma del mare. Nel grande porto fra Steamer Point e Ma’ala Road, al tramonto, dopo che il sole aveva ceduto la sua forza, le ombre si infittivano e si allungavano perdutamente come steli cresciuti nel fondo di un burrone, ove il buio avesse creato un turbinio di inquietudini precoci e baldanzose. Gli arabi si riposavano e con gesti pigri davano da mangiare ai cammelli inginocchiati le foglie strappate ai ramoscelli. E le loro mascelle trituravano con forza il tempo lasciandolo scivolare in un fruscio crepitante. Ero giunto dal mare come un bianco smarrito nell’inesorabilità del blu e di un delitto quasi subìto. Il sangue del mio amico giaceva nel fondo della mia coscienza senza che riuscissi a cancellarlo o a dargli una misura accettabile. Andavo bramando la pazienza di quella terra. E il sonno che sembrava possederla, appena strappato dalle voci dei ragazzini che correvano dentro il mare spumeggiante, il nero della pelle lucidato dai riflessi del sole. Tra le papaie, gli aranci, i mandarini, i limoni e i melograni. Durante banchetti all’aperto visitati da avvoltoi che piombavano ad arraffare ossa destinate ai cani. Ero approdato nel golfo di Aden dopo un viaggio di una ventina di giorni. Ciurme di somali lucidi e urlanti danzavano attorno agli scafi e si perdevano nella luce, inquiete falene brucianti di sudore. Si arrampicavano sulla nave serrando la cima di una fune fra i denti e agganciando le dita dei piedi agli anelli dell’ancora. Il cratere di Aden aveva ghermito dentro il suo cono spezzato tutta l’oscurità della notte e la tratteneva di fronte ad un sole che avrebbe intimorito qualunque umano eroe. Attendeva la neritudine di quella montagna l’arrivo della notte che sarebbe calata come un uccello rapace a cogliere col suo bec10


co adunco ogni leggerezza. Ma il sole era ancora alto e quel giorno mi tratteneva al respiro docile delle anime del cimitero che avevano sorpreso i miei passi, parlandomi della solitudine e della mostruosità dell’Africa. Un solo uomo avanzava nella piana a passi lunghi come la vita, custode di quelle tombe, le gambe storte magre e nere, la corta veste tesa dietro di lui, appoggiato ad un bastone che lo sovrastava. Nel suo incedere verso il nulla segnava l’andare oscuro della vita. Di Aden mi aveva accolto il sapore magnifico dell’Oriente, miscuglio di burro rancido e pepato e d’incenso. E la durezza di quel tronco di piramide cotto e violaceo, ai cui piedi si agitavano neri, arabi e inglesi azzimati. E da qualche giorno anch’io, abbandonato alle cure di mia sorella Ottavia. Ai fianchi della nave, che mi aveva depositato laggiù, pesci volanti guizzavano sul mare e mi rubavano l’anima nel gioco di iridescenze venate d’argento. Il magmatico pulsare della vita mi traeva lontano, alle voci della mia infanzia quando le sentivo vibrare nella cucina, mentre assorto pensavo o studiavo. La nave si lasciava abbracciare da un mare che aveva sommovimenti stiracchiati di animale intirizzito. Lo sguardo mio scivolava oltre le curve del mare, verso il porto, ove era imminente lo sbarco. Sotto una cascata di sole inesorabile un fiume di montoni si andava srotolando dalle pendici del vulcano, spingendo le grosse teste nere e fulve verso la banchina e agitando con gioia code spezzate e corte. Sotto il molo gli squali giocavano con i forestieri. Le fauci accarezzate da Allah, per insegnare agli stranieri che laggiù nulla era più se stesso in una doppiezza decifrabile solo nelle lunghe notti umide, quando il sonno addomesticava qualunque incubo. Dondolavano i pescicani come gatti al sole le pance all’aria, irridendo la cattiveria della calura. Il giorno del mio arrivo quattro donne, sotto un ombrellino delicatamente disegnato come una miniatura, rifinito da pieghe svolazzanti, le teste accoccolate una all’altra, offrivano sorrisi e pensieri allo stesso vento che aveva accarezzato la piana del cimitero. I capelli raccolti e gonfi sotto quattro cap11


pelli di paglia fioriti ed esuberanti, sazi di Occidente e di bellezza. Le vite esili e il petto strizzato, le gonne ad accarezzare la terra. Mentre due bambine mostravano ginocchia ancora aspre e vistosi colli alla marinara, le signore schiudevano al sole il velo della malizia, sorridendo. Al fotografo per un ricordo, al mare per sedurlo, al cielo perché la loro bellezza si era già smarrita nel mistero della solitudine africana? O per ammiccare a noi forestieri che stavamo attraccando? Il loro vezzoso sostare sul molo si dipinse contro il vulcano a disegnare il distacco da ciò che avevo appena lasciato e da quello che stavo andando a scoprire. Era l’ora in cui la luce diventava rossa per lo sforzo e da fredda si faceva più calda, mettendo in vibrazione l’anima come una tuba impazzita. Avrei saputo più tardi, era l’ora in cui senza scottarsi le dita si potevano raccogliere pezzi di lava e pietruzze piatte dai fossili imprigionati dentro. Era la giornata in Aden una celebrazione sacra alla luce e il suo cratere un’urna precipitata dentro un azzurro senza fine. E le saline che si allargavano ai suoi piedi pareano le vesti dimenticate di una dea scivolata nel mare, indimenticabile nella sua nudità. I sali si cristallizzavano dentro occhi accecati da troppo sole. Il via vai del porto e il brusio della strada, che si infilava tra i due vulcani, bastavano a rimettere in piedi una vita più profana. Le vacche dentro i sambuchi e il fieno sparso. Le botti d’acqua trascinate da cammelli condotti da bambini. Avevo lasciato alle mie spalle il canale di Suez e il mar Rosso. Ma il ricordo del duello e della morte del mio amico mi inseguiva come una realtà vomitata dal cono oscuro dei due vulcani. Davanti al cimitero abbandonato nella piana rivivevo tutto ciò che era accaduto con l’inesorabilità del sole che nasce e muore senza sosta dieci, cento, mille volte fino a che non le potei più contare, a rischio di impazzire.

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ALBA DI SANGUE

La nebbia avvolgeva la base dei monumenti divorandone la materialità. Li teneva sospesi nel loro candore, come se anziché essere radicati a terra, fossero scesi dal cielo. Guardavo la torre e il battistero temendo che potessero sparire, risucchiati da un altro candore. La nebbia e quel duello potevano strappare il filo della vita, non lasciarne più traccia. Le narici dilatate assorbirono l’aria fredda finché mi riportarono il sapore del vino. Bevevamo e parlavamo, un bicchiere dopo l’altro e il tempo se ne andava senza peso, finché nel rumore assordante del locale l’amico mi aveva gridato qualcosa contro l’Africa e i neri di tutto il mondo. Aveva urlato frasi mozzate dal vino, dall’allegria e dal calore che gli rendevano viola il volto e il collo e gli occhi di sangue. Eugenio era il mio compagno di corso, il più brillante: era smilzo, alto, aveva due baffi corti e le labbra sottili. Il naso adunco e gli occhi in fuga. “Li faremo fuori tutti, infilzandoli!”, aveva detto, brandendo la forchetta e puntandola contro di me. A quella frase qualcosa mi ribollì dentro; forse fu il ricordo di mia sorella, persa laggiù, su quelle coste prosciugate dal caldo. Ritornò la nebbia del mattino a offuscarmi il ricordo, cacciando via l’odore del vino. Pensai allo schiaffo che gli avevo dato col guanto pescato dal mantello. Violento e impulsivo, oltre le mie intenzioni. “Me ne darai ragione”, Eugenio ave13


va rovesciato la sedia in uno slancio d’ira. Aveva indossato il mantello ed era volato via. Sotto le mura del camposanto Eugenio mi aspettava. Il cimitero era elegante e prezioso come un cammeo in quella piazza bianca come la vita del mattino. Avevo pensato a mia sorella e l’Africa e l’Arabia misteriose mi erano balenate davanti, come amanti scelte dal destino. Mia sorella era partita un anno prima con il marito. Scriveva da Aden lettere di struggente nostalgia, ma tra le righe lasciava correre lampi di sole e sabbia e spazi mai visti. Di volti e anime che non aveva mai conosciuto. Sembrava aggrappata agli agi come in una tempesta, agi impossibili in un paese dove tutto era primitivo. Ma aveva anche scritto: “Vieni presto a trovarmi, ti farò conoscere una terra che vibra di una musica che non hai mai ascoltato”. Il pensiero di mia sorella mi invase il cuore come un’onda in piena. Ottavia sorella tanto amata, Ottavia piccola che rideva, Ottavia dalle trecce lunghe e nere, Ottavia che faceva girotondo, Ottavia che mi baciava la nuca e mi congiungeva le mani sul petto per farmi stare quieto, Ottavia che si chinava e mi baciava sulla bocca, lasciandomi un profumo di latte e sapone e il prurito dei capelli sugli occhi. Ottavia sposa lontana che scriveva lunghe lettere, Ottavia dalla pelle candida in mezzo a quei neri, Ottavia sotto il sole con i suoi cappellini francesi. Ottavia triste e i bauli per Aden. Ero entrato nell’oscurità del camposanto. Il sole penetrava a fatica dalle arcate alte e affilate, aprendo una ferita di luce nel pavimento, di modo che le statue e le pietre sepolcrali arretrarono nell’ombra, intimorite dal mio avanzare. V’era ancora là dentro la quiete e il freddo della notte. Conoscevo quel posto per esservi entrato altre volte con una curiosità baldanzosa. Ora andavo cercando una sospensione alla mia pena, ché non volevo proseguire verso il luogo del duello. Avevo alzato gli occhi ed ero come scivolato, quasi precipitato dentro il Trionfo della Morte. La roccia, che cresceva per metà del quadro dominando la scena, mi fu davanti come una salita troppo ardua, rotta dal precipizio ai cui piedi si ammucchiavano i cadaveri. Grottesche figurette incollate 14


dal pittore alla fine di quel disegno sceso su un cielo di pergamena, che tutto invocava la morte. Nel quadro del Giudizio universale vidi il Cristo così completamente rivolto ai dannati. Cristo avrebbe avuto pietà? E se, dopo il duello, mi avesse abbandonato a quella zuffa sguaiata fra diavoli e angeli, ghermito da unghie, uncini e rampini, preda della schiera dei dannati? Ma non solo dannati v’erano in quell’affresco di povera vita terrena. Che parte avevano in quel Trionfo della Morte i giovani sulle splendide cavalcature, seguiti da falconieri, paggi e cacciatori, che si allontanavano dagli storpi che invocavano la morte come un privilegio? La morte mi era vicina, mi respirava accanto, paziente. La paura mi aveva ghermito e stretto il braccio fino a farmelo dolere. Seppi allora perché ero entrato dentro il camposanto. Volevo capire se avrei avuto o no la forza di incontrarla. I sepolcri mi avrebbero suggerito la risposta e dato il coraggio. Nell’agitazione del giudizio finale, nei volti imploranti, negli occhi raggelati che altro non vedevano che la Morte, le lastre di marmo si aprirono e lasciarono fuggire effluvi che ammorbarono l’aria. Salive verdi e filanti traboccarono dalle pietre tagliuzzate e ferite. Un tonfo secco e le coperture delle tombe si richiusero pietosamente. Il cimitero tacque e tornò al suo quieto gioco di luci e ombre. Era tempo di andarsene. Percorsi le mura preso dall’ansia di arrivare al luogo dell’appuntamento. Le ombre del mio amico e dei testimoni bucarono la nebbia. I miei passi si fecero più lenti e il corpo pesante. Quella sfida poteva scomparire nella nebbia, risucchiata dal calore del mattino. E mentre ancora non vedevo distintamente il volto dell’amico, ne rividi gli occhi rossi d’ira, ne sentii l’alito carico di vino. E tutto il freddo del mattino mi cadde sulle spalle. Avevo rallentato i miei passi tanto che non mi era sembrato nemmeno di essermi mosso su quel tappeto d’erba bagnata dagli umori del cimitero. Nuovamente avevo sentito il mio corpo farsi vigoroso, ma per pochi secondi, perché subito ero morto nel biancore sospeso di una salma, baluginante sotto i raggi del primissimo sole. Il sangue mio allora aveva ripreso a pulsare veloce e mi aveva spinto verso tutta la 15


vita che la mia mente poteva abbracciare. Mi persi in una terra di sole al pensiero che sarei vissuto e avrei rivisto Ottavia e la gente color ebano. Il volto dell’amico bucava la nebbia con un pallore di cadavere. E fu un tale buio nel mio animo che, solo dopo parecchi mesi, ricordai cosa era accaduto. Avevo alzato il braccio e preso la mira. Il rosso aveva macchiato la nebbia. E l’amico era caduto. Avevo gettato la pistola ed ero corso urlando il suo nome, a cancellare la morte che era arrivata. Il viso di Eugenio aveva le labbra tese sui denti ancora serrati nello sforzo di sparare per primo. Il sangue gli si allargava sulla camicia bianca. Avevo urlato, finché la signora, ancella di quel mattino, non mi aveva preso la voce. Non c’era più sangue nelle mie vene. Fissavo il soffitto della camera e i miei pensieri si erano rattrappiti, impigliati in una girandola ossessiva. Il mio migliore amico era morto. Vedevo davanti a me la macchia rossa sulla camicia e la mia mano ferma sulla pistola. Non ero stato io, mi dicevo. Ero incapace di uccidere. Correva a soccorrermi Ottavia e il suo volto placava in me l’angoscia. Ero come un bambino, con un piede sull’orlo del baratro. Ritrovavo in lei la quiete dove riposare le membra spossate e mi cullavo in quella pace, regalando a Ottavia ogni mia pena. Lei cancellava tutta la paura e persino la verità di quel duello fatto all’alba, a due passi dalle antiche tombe del cimitero di Pisa. Mi lasciavo trasportare nel suo Paese color ocra e piano piano anche il mio corpo freddo rinveniva al calore di quell’abbraccio soltanto immaginato. Ottavia, Ottavia. Cara sorella amatissima. “Ti vestiamo e ti accompagnamo al porto di Livorno. C’è una imbarcazione che parte domattina per Aden”. Aprii le labbra per parlare, ma non un fiato uscì dalla mia bocca. Il volto di Ottavia cancellato dalla frenesia degli amici che mi volevano salvare dal carcere. La realtà che mi imponeva regole e un’organizzazione che non ero mai stato capace di avere. Gli amici mi misero la giacca, mi allacciarono i calzoni. Ancora oggi non ricordo quanti fossero, né chi fossero. Vedevo volti rossi e ansiosi, labbra tese e occhi decisi. Mi danzavano intorno come angeli, come demoni pazienti, in una baraonda 16


di mani che scavavano sul mio corpo per rimettermi in piedi. Salii sulla carrozza e avvertii lo schioccare della frusta, lo scalpiccio degli zoccoli sull’asfalto. La notte fu sporcata da quei rumori violenti, mentre io avrei voluto dormire, abbandonare il capo all’indietro in un sonno, senza dentro più nulla, e gli amici non me lo lasciavano fare e continuavano a colpirmi il volto per tenermi sveglio. Rivedevo come in sogno le loro mani gettare nella mia sacca le foto che avevo sul tavolo. E mi sentii di nuovo scivolare tra le braccia di una pace ritrovata. Aden, Aden! Che avrei fatto in quel deserto di rocce brune? Il sogno di rivedere mia sorella si stava concretizzando con una brutalità che mai avrei immaginato. “Scendi! Scendi! Dobbiamo parlare al capitano”. Salii sulla scaletta della nave incespicando, continuamente sorretto da loro. Il vapore Scilla mi faceva paura. Tutta la sua ferraglia nero blu pesava nella notte come un macigno che non aveva dove stare. I comignoli del vapore fumavano insistenti, ansiosi di partire. Se non fosse stato per i due alberi, che mi ricordavano le vele del porto, mi sarei liberato dalle loro mani rassicuranti e sarei fuggito. Mi sarei gettato in acqua, in quel mare senza luce. L’odore di sale mi risvegliò i polmoni e tossii, mentre le mani sudate correvano sul parapetto scivolando sui minuscoli grani dell’umido salmastro del mare. Nel buio che divorava la mente mia, si illuminarono frasi solitarie, smarrite. “Sì, capisco. Conosco la famiglia. In questa nave ho altri passeggeri che vanno ad Aden per una spedizione…”. Non fui capace di comprendere quelle parole colte nell’aria vagante e fredda che alitava sulla banchina. Aden fece eco nella mia anima confusa e vi aprì un varco di speranza. Oltre l’atroce incubo del duello e di quella morte cui non volevo credere. Oltre l’inferno, Aden mi dischiuse le porte della parola fine. “Aden” scriveva mia sorella in una delle sue prime lettere “giace sopra una penisola vulcanica brutta e arida, una roccia tuffata nel blu che le alte maree dell’oceano Indiano trasformano in un’isola percossa da un sole tropicale che tutto asciuga e tutto abbuia. Di giorno le pietre sono disseccate dal sole e al tramonto diventano talmente umide che, alle volte, penso 17


abbiano risucchiato la vita e gli umori ai corpi degli esseri umani che si agitano sotto il porto. Ebrei, greci, parsi, arabi e neri…”. Ottavia elencava con puntiglio insinuando oltre la monotonia un quadro di esotismo misterioso, fatto di sole e umidità, odorante di corpi salmodianti litanie e voci grevi di muezzin. “Mia sorella mi aspetta”, articolai all’improvviso a quella confraternita di amici che stava cospirando per la mia salvezza. Si voltarono, come se un morto avesse parlato, interrompendo il loro confabulare e mi guardarono attoniti. Avevo disturbato la loro realtà. Il tempo si fermò per pochi secondi abbandonandosi al rullio della nave. Così iniziò il mio viaggio come passeggero aggregato ad una spedizione geografica. Reo di uno dei peggiori delitti, l’uccisione di un amico. Dormii sognando tutta la notte di essere strattonato e passato di mano in mano come un cencio. Quel sogno altro non era che il saluto prolungato, senza fine, degli amici, i cui volti mi rimasero dentro confusi. Nella memoria si erano invece impresse solo le mani, in continua agitazione attorno al mio essere perduto nella fine di qualcosa. Quando bussarono alla cabina mi svegliai di soprassalto. La giacca madida di sudore si era raffreddata e incollata alla mia pelle, dandomi un senso di pesantezza e disagio. “Chi è?”, urlai, traendo dal mio corpo un rimasuglio di forza fisica e ricadendo stremato sul letto. “Filippi, il ragazzo di coperta”. Non risposi, tanto ero prigioniero del materasso che sotto il mio peso aveva formato una fossa. La stessa storia si ripeté dopo non so quanto tempo. “Chi è?”, urlai, questa volta con un briciolo di forza in più. “Besbes, l’interprete”. “L’interprete?”. Lo smarrimento mi riabbatté sul cuscino, il quale mi riprese con tutto il suo freddo. “Parlo italiano, francese e arabo”, attaccò amichevolmente l’uomo. “Tu che vuoi parlare?”. “Non voglio parlare”, pensai. “Io vengo dalla fine del mondo”, rideva Besbes, facendomi così sentire per la prima volta questo modo di dire degli arabi. Voltai la testa verso la luce e l’oblò mi rimandò la fine del mondo incorniciata di ferro e sale. Un cielo blu cobalto dipingeva per metà il finestrino, nell’altra metà onde nere si alzava18


no a ghermire l’aria. “È il Cielo che mostra la strada”. Non so se lo disse Besbes, ma voglio pensare che fu lui a dirmi la frase che mi riportò alla vita. Il cielo mi indicò il mare. Vidi le onde salire alte, compatte, muri d’acqua increspati di bianco a dominare la mia cuccetta. Mi ritrassi spaventato, timoroso di finire abbattuto da quella massa di materia. Poi sentii quanto il vapore stesse rullando vittorioso, infilandosi tra le onde come in una cruna d’ago, tirando il filo della sua ferraglia lungo, lungo dentro il blu. Viaggiavamo senza scomparire tra i flutti. Alti e trionfanti, perfino aggraziati, così decorati dal bianco dei voli dei gabbiani che si addensavano sulla cima, simili a piccole nuvole. “Sono il comandante Morelli!”. A quella parola aprii gli occhi e vidi che era piombata la notte, ma stavolta finalmente l’avevo cacciata da me. Le forze mi erano tornate. Perciò non feci fatica ad alzarmi e ad andare ad aprire. Strinsi con vigore la mano di quell’uomo che mi stava salvando. “Vedo che è tornato tra noi”. Aveva uno sguardo severo, stampigliato su un volto squadrato, dentro il quale si allargavano due occhi nerissimi, che brillavano di curiosità. Mi stava allungando un foglio. Era il mio passaporto. “Le restituisco cosa sua. È bene che lo tenga lei”. Aprii il foglio e dentro il mio passaporto trovai anche quello di mio padre. Le mani presero a tremarmi, mentre leggevo le parole del governo di Livorno e di Sua Altezza, il granduca di Toscana. “In nome di Sua Altezza imperiale e reale Leopoldo II, a Nicola Caterini, 39 anni, negoziante, è concesso il lasciapassare per Londra, gli Stati Sardi, la Francia, il Belgio, la Svizzera e l’Austria”. Mio padre mi ritornò in mente ancora giovane, nella foto che da ragazzino contemplavo, fissando la mia attenzione sulla giacca con le maniche rigonfie e il cilindro alto alto e un bastone tra le mani. “Voglio anch’io quel cappello”, dicevo a mia madre e così mi fu regalato, appena ebbi compiuti i dodici anni, con una magnifica catena d’oro a grossi anelli che mettevo attraverso la bottoniera, rifinendo la mia eleganza con una cravatta a farfalla. Mi lisciavo con orgoglio il tessuto di cachemire, convinto così di essere già cresciuto. 19


FRA GLI ESPLORATORI

Ero dunque imbarcato in quella nave come passeggero abusivo, al seguito di una spedizione, da studente modello ad assassino del mio migliore amico. Per un gioco, per una sfida che non valevano nulla. “Su questa nave viaggia un esimio esploratore. La Società d’Esplorazione Commerciale di Milano gli fornisce mezzi e sostegno morale e psicologico. Con lui ci sono altri avventurosi personaggi. Vanno nella città di Harar: seguiranno la carovaniera degli schiavi e rischieranno la vita. Naturalmente ciò gli fa molto onore”, tacque il capitano Morelli e dalla tasca estrasse la pipa. Io mi rigiravo ancora il passaporto tra le mani. Ero così agitato che non seppi fare altro che mormorare a mezze labbra un “grazie”. “Lei andrà da sua sorella, la signora Ottavia; che sappiamo ben inserita in Aden, moglie del nostro console, laggiù nello Yemen”. Ottavia giovinetta sorrideva in un dipinto di casa appeso sopra il canapé. Aveva la frangia e i capelli neri raccolti, un abito bianco e un ventaglio, una rouche le scendeva monacale dal collo ai piedi e le dipingeva l’orlo di una grazia fanciullesca. Non era vestita così quando era partita. Aveva un abitino aderente al corpo e chiudeva i bagagli con nervosismo. Il capitano riprese a parlare: “Sua sorella è stata avvisata dai suoi amici, via telegrafo. Ci auguriamo che possa venirla a ricevere al porto. Prima che lei lasci la nave farò in modo che gli inglesi di Aden la scortino fino a casa”. Era cresciuta nelle 20


parole del capitano una durezza improvvisa, un urgente bisogno di imporsi, forse per evitare che facessi qualcosa di avventato. Mi sventolarono davanti scherzose le larghe tese di uno dei cappellini preferiti di Ottavia, dove trionfava un uccellino imbalsamato, che non voleva piegarsi dentro il baule come se avesse dovuto finire i suoi giorni in una prigione. Rivedevo gli orli dei vestiti che scappavano da tutte le parti, risentivo ancora il tonfo del coperchio e il legno laccato di verde e le pennellate bianche con la scritta Aden. E la mia gelosia e la paura di perderla. Ottavia piangeva e rideva, dicendo a mia madre: “I gioielli non mi serviranno”. Il giorno del matrimonio era tutta vestita di trine e raso bianco, carico di pizzi. Aveva guanti lunghissimi. Attraverso la trasparenza dei merletti le si intravedevano gli omeri. Il busto la fasciava come una corazza d’acciaio. La gonna somigliava ad una nuvola senza contorni e i merletti ad ogni momento sembravano portati via dal vento. “In Aden mi libererò di sete e pizzi”, diceva pressando il baule, mentre le scarpine le spuntavano dalla gonna svasata. Spingeva con forza anche un grazioso ombrellino che non voleva trovare spazio tra la marea montante di tessuti. “Addio velette, solo cappelli contro il sole e, se proprio non potrò farne a meno, il mio ombrellino da carrozza rosso a quadretti bianchi”, urlava alla cameriera per farsi coraggio e mascherare il suo timore di andarsene. “Serviremo la cena tra un’ora. L’attendo nella sala di prima classe”. Il capitano si inseriva nei miei pensieri come un’accetta e, senza volerlo, arrivava proprio quando se ne stavano andando. “Arrivederci”, e gli strinsi la mano calorosamente. “Caro fratellino, adorato, quanto mi mancano le nostre conversazioni. Qui ho scoperto cos’è la vita al sole, anche se tutto è immerso in una sporcizia intollerabile. Sono finalmente riuscita a gettare i merletti, i guanti lunghi e la tournure, per alzare il di dietro delle gonne. Ora sono senza strascico. Ai cammelli non piacciono le signore dell’alta società”. Scriveva Ottavia lunghe letterine di carta cifrata O.C., zeppe di disegnini di cammelli, di sabbia, mare e conchiglie. “Quando sarà finita la 21


mia bella carta, che farò? Qui c’è solo quella di Alfredo; ma non mi piace. La nostra carrozza è un cammello”. E all’entusiasmo alternava crisi di nostalgia: “Ah, le nostre belle città pulite e l’inverno. I manicotti di pelo. I miei abiti di satin nero che fine hanno fatto? chiedilo a mamma. Non mi mancano affatto i conversari con le amiche. Salutale, tutte”. Mi guardai gli abiti e smisi di farmi trascinare dai ricordi. Presto le avrei parlato e l’avrei abbracciata, avremmo ripreso liti e confidenze. La mia giacca e i calzoni erano tutti spiegazzati, consunti dal sudore della fuga. Mi spogliai e gettai tutto a terra. Aprii la sacca che mi avevano fatto gli amici e mi vestii con la prima cosa che mi capitò tra le mani. Prima di uscire guardai il mare dall’oblò e lo salutai alla maniera dei miei compagni di corso. Due dita sulla fronte e un “a presto”. Sbattei la porta della cabina e fui in coperta con l’aria che mi spazzolava i capelli. Mi strinsi nella giacca e raggiunsi il salone di prima classe. Quando arrivai c’erano il conte Malinverno in piedi e i suoi amici seduti. Capii subito che lui era il capo della spedizione. Aveva nel volto l’espressione di una autorità ereditata dalla nascita e il portamento di una classe superiore. Venivo da una famiglia di commercianti ed ero vissuto come mio padre e mio nonno negli agi. Ma quel qualcosa che distingue i nobili, intriso di sicurezza e discrezione, l’avevano solo i miei amici che vantavano un casato. E lo aveva lei, Vittoria. L’ultima sera che ci eravamo visti indossava l’abito azzurro dal bustino traforato e al collo aveva un vezzo di perle che moriva nel pallore e nella candida morbidezza della carne, le braccia nude dalle spalle al gomito. Guardarla mi lasciava dentro un timore dominato dal desiderio di possederla. “Lei verrà con noi a Harar?”, mi chiese gentilmente il conte Malinverno. Non avendo praticamente mai sentito il nome di quel paese, battei i tacchi come un ufficiale e risposi: “La ringrazio, ma non posso. Mia sorella mi attende ad Aden. Forse più avanti”.

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GLI OCCHI DI FLORENCE

Il comandante Morelli mi presentò la compagnia di viaggio. Viaggiavano con il conte due giovanotti che mi erano coetanei, Roberto Semprini e Carlo Tassinari. Quando il conte me li presentò ebbi l’impressione che fossero fratelli, identico era il loro taglio di capelli, la riga netta e lunga a spartire i pensieri, le basette cortissime e gli straordinariamente simili baffi neri, folti oltre ogni misura tanto da ricordare i bossi più selvaggi della villa di Vittoria, che le numerose potature dei giardinieri non avevano reso più docili ché sempre crescevano in direzioni non volute. Avevano la fronte bassa e coperta da un ciuffo laccato e fermo, sembrava obbedire ad un desiderio di ordine che contrastava con il carattere avventuroso che manifestavano nelle loro conversazioni. Il naso prominente e aquilino cadeva sui baffi, appeso a due sopracciglia e occhi scuri e tondi come la notte. A dispetto di tutti questi tratti decisi e scuri, che facevano pensare a caratteri coriacei, atti al rischio, gli occhi erano ricolmi di una mitezza straordinaria e di fanciullesca innocenza. Avevano uno sguardo che, in contrasto con esplorazioni e rischi già attraversati in una precedente spedizione che li aveva resi famosi, denunciava in loro uno stupore sulle cose del mondo, inatteso e inspiegabile. Ebbi il dubbio che fossero in realtà deboli, incapaci di decisioni repentine, a dispetto di una volitività del fisico che era robusto e muscoloso. Si abbando23


navano ad un lungo conversare intimo tra di loro, ordinati come due scolaretti, ben vestiti nella loro giacca dai rever cortissimi, stretti sotto la gola da una camicia che spuntava bianca e a girocollo, senza la prigionia della cravatta. Portavano sempre un cannocchiale in una busta di pelle appesa alla spalla, abitudine che mi sembrava un vezzo alla moda degli esploratori, più che una reale necessità. Giocando a carte con loro, e sempre riuscivo a farli perdere, scoprii che mancavano di quell’intuito e di quel guizzo che ci si aspetta da chi lascia luoghi sicuri per terre desolate. Tra gli esploratori v’era un inglese fiero nel portamento, salace nelle battute ogni qualvolta si parlava degli europei, ma per il resto schivo nella conversazione. Si chiamava Edward Thurn, tutti lo chiamavano semplicemente l’inglese, e gli arabi, con la loro mania per i nomignoli che graffiassero i connotati fisici di ognuno di noi, lo avevano soprannominato il leone fulvo, perché era rosso di capelli. La barba gli incorniciava un volto riflessivo e cupo. Da parte mia ero incerto se collocarlo fra gli uomini che scelgono di divenire missionari, perché ribelli alle convenzioni e al potere stesso che li aveva consacrati, o fra gli animali indomabili. V’era in lui una selvaggità che mi intrigava e mi riempiva di desiderio di carpirgli i pensieri più segreti, come se soltanto lui, fra tutti coloro che sulla nave viaggiavano, fosse riuscito ad addensare il meraviglioso di quel paese oscuro verso cui andavamo. Edward mi seduceva instancabilmente con il suo motteggiare ironico. Gli strinsi la mano con ardore pieno di curiosità di conoscerlo. Vestiva con camicie scure e a quadretti e gilet a tasconi, sempre abbottonati. Aveva un’autentica ossessione per tutto ciò che fosse orientale. Conosceva venti lingue, oltre all’arabo e all’amarico. Viaggiava inoltre con pochissimi bagagli. Scoprii più tardi che l’unica sua preoccupazione era quella di non avere abbastanza carta per scrivere. Annotava tutti i suoi viaggi in preziosissimi diari da cui traeva articoli per i giornali. Temeva, mi disse, che la memoria affaticata dai disagi del viaggio non lo sostenesse. Dopo il pranzo si sedette vicino a me ed estrasse confiden24


zialmente da un taccuino di coccodrillo usurato una foto che mi disse molto di lui. Su uno sfondo pietroso e arido, di un non so dove, intabarrato in un cappotto di pelle di leone e con uno strano berretto in capo. Non era elegante né bello (aveva delle terribili orecchie a sventola) ma lo sguardo era penetrante e rapace. Qualcuno vi aveva apposto una scritta: “Ritratto dell’esploratore”. Rideva divertito nel farmela vedere. Sentii nel suo esibirsi a un italiano una tale ironia che me lo rese definitivamente amico. E seppi per istinto che non era ammaliato dal diventare famoso o dal portare a termine esplorazioni che avessero interessi economici o diplomatici. Era interessato seriamente a conoscere la gente, sapere chi era e come viveva. Diceva che non dovevamo chiamarli negri, relegandoli così ad un rango inferiore, come avevo spesso sentito dire anche in Italia. Ma dato che amava la provocazione soleva dire ai nostri compagni di viaggio: “L’Abissinia è un paese barbaro governato con il capriccio e la violenza”. Nessuno però raccoglieva la provocazione, nemmeno il conte Malinverno, nonostante avesse altre vedute e anche altri sogni, misti a interessi politici come seppi molto, molto più tardi. A tavola sedeva un oscuro commerciante. Disse soltanto di chiamarsi Erminio Gallieni e che andava a raggiungere il fratello Enrico imprigionato dal governatore di Harar per motivi di tasse e che da più di un anno non dava notizie. Aveva trentasei anni e il fisico da provinciale sanguigno. Era di media statura e un po’ pingue. Se non fosse stato per i baffi, lo si sarebbe potuto scambiare per un curato di campagna. Vestiva una strana giacca di taglio militaresco, chiusa da una rigorosissima fila di bottoni. Non era affatto bonario come il fisico poteva far credere. Si rivelò di un carattere assai cupo e chiuso. Nonostante le diversità, una cosa univa tutti questi personaggi: una sola agognata meta. Ciò mi sembrò straordinario. Avevano un sogno in comune. Volevano raggiungere il paradiso dell’Africa, la terra di Harar, una provincia circondata di mistero e selvaggità. Harar remota provincia, Harar la chiave che avrebbe schiuso all’Italia insperati orizzonti. “L’officina dove si manifestano tutti gli affari di Stato che hanno relazio25


ne con le potenze straniere”, diceva l’inglese. Harar, il crogiuolo delle chiacchiere europee in Africa, Harar come una piazza di paese italiana, Harar la Roma dell’Etiopia. Harar, vicina e lontana, prendeva i vizi del mondo occidentale e ne faceva dei disegni arzigogolati, consegnandoli ad una complessità di significati, nei quali era necessario perdersi per ritrovare se stessi. Il nostro primo pranzo fu consumato senza sapori, presi come eravamo dal fare conoscenza e i miei compagni di viaggio dal bisogno di afferrare l’Africa nelle parole che si spargevano alla luce delle lampade a olio, bruciate anch’esse dal fuoco dell’eccitazione e dal desiderio di quegli uomini di ritrovare se stessi lontano dalla patria, dal sogno di rigenerarsi in una terra creduta selvaggia. Tutto era simbolico e lontano nel loro discorrere animato. Ero io stesso spaesato dal trovarmi fra loro, io che mai avevo nutrito dubbi sul mio essere felice, nelle schermaglie con gli amici, nelle sfide tra i compagni, nel mio benessere tra gente che conoscevo. Ero su quella nave preda di nuove emozioni. Il ricordo di Pisa e Livorno e della casa paterna si dissolveva per lasciare posto ad un altro Paese. Nel silenzio, che solo i luoghi vuoti dall’eccitazione umana sanno sprigionare, fantasticavo di foreste e fiumi e di cuori selvaggi, ne annusavo gli odori e i colori. Edward colse, nell’arruffio del conversare di tutti, delle frasi che cadevano una su l’altra, il mio essere smarrito. Aprì un libro e lesse piano: “Perché preoccuparsi delle lune che periscono e del cielo che gira? Tanto vale misurare migliaia di passi sulla pelle cangiante del mare”. Era una caccia disperata di significati, una spasmodica ricerca dell’Altrove nel quale io ero dapprincipio caduto controvoglia. Ora sentivo la necessità di dare anche un altro senso alla mia fuga. La mia mente, dopo il duello, si stava disgregando in un arabesco avventuroso, cioè nel labirinto del mio cuore. Mi lasciavo prendere da tutte le sensazioni ardenti che quella compagnia sapeva eccitare in me, facendomi vagheggiare l’Africa come l’unica avventura che valesse la pena di essere vissuta. Fui immerso in una Africa, che si disegnava 26


pura e incontaminata, sgombra di tutto e nel silenzio incendiata da una nuova vita che io avrei potuto possedere come una leggenda. Stavo entrando in una impresa cavalleresca, sorpreso dall’aver abbandonato, come al battito d’ali di un gabbiano, tanta sicurezza e dolcezza della mia città. Fu allora che entrò Florence. La tavolata tacque, intimidita dalla sua figura alta e imponente. Nel suo incedere straordinariamente sfoderava movenze da animale schivo e giovane. Ma i capelli lunghi, tesi in un generoso chignon allacciato alla nuca, le davano una severità matura, difficile da conciliare con la sensualità che emanava. Un ordine perfetto regnava sul suo volto, che era aggraziato oltre misura, tanto da stemperare la forza del suo fisico. La scriminatura centrale spartiva severamente la pettinatura, segno di un carattere deciso, che si ingentiliva e si perdeva in due orecchie piccole decorate da un paio di orecchini d’oro. Aveva un volto dolce e sopracciglia lunghe e folte che raccontavano di una forte profondità di pensiero. Una camicia bianca dall’abbottonatura alta le chiudeva un seno generoso. Si sedette a tavola e iniziò a mangiare senza parole. Il leone fulvo le si avvicinò e le sussurrò qualcosa. Da come si parlarono, capii che era la sua compagna. La tavolata riprese il conversare e proseguì con la frutta e un caffè nero, bollente e abbondante che marchiò il nostro incontro. Non smettevo di studiare Florence, il bianco dell’abito e il suo pallore; mi stupiva la sua presenza tra quegli uomini che andavano a rischiare la vita. Era una natura aggraziata, ma non per questo debole, Florence riassumeva la dolcezza delle contadine della mia infanzia e la povertà condita di forme abbondanti e corpi sodi e femminili nel seno e nelle natiche. Il suo ingresso infuse nell’aria un senso di sicurezza e un desiderio di tenerezza. Ebbi nostalgia di mia madre e delle donne che avevano curato la mia infanzia, ma al tempo stesso sentii un fremito di desiderio come se quel pensiero non fosse più solo per mia madre, ma per un senso oscuro della vita. Florence aveva in più una severità che mi intimoriva. Quando voltò il suo capo per chiedere dell’acqua e le fu offerto del 27


vino dal comandante, i suoi occhi caddero su di noi come quelli di una creatura estraniata e perduta nel ricordo di paesaggi deserti ove i suoi vestiti severi di inglese di buona famiglia volavano in alto, perdendosi tra le dune. L’Africa l’aveva già posseduta. Noi avevamo una identità che lei aveva abbandonato, eravamo il mondo che aveva lasciato. Fu lei, più di ogni altro compagno di viaggio, a instillarmi il tremore per quell’avventura di cui avevo appena una vaga consapevolezza. Dopo il pranzo Florence conversò con il comandante in un italiano ricco di inflessioni inglesi. Il leone fulvo si sedette al mio fianco. Non l’ascoltavo, vedevo Florence e il suo profilo. Il suo discorrere, le mani posate in grembo; il volto gentile e severo suggeriva pensieri che correvano avanti, oltre la prua della nave, sulle onde che si incrociavano in fuga, smarrite nella pienezza del mare. Florence era nella mia mente una inspiegabile presenza femminile, in una società fatta di uomini, la sua naturalezza turbava me e tutti gli altri, tanto che non osammo avvicinarla subito. Aleggiava su di noi il fiorire di una sensualità che sapeva di salmastro e carezze notturne. Temevo che mi leggesse dentro, perciò abbassai lo sguardo con pudore, fingendo di ascoltare il mio amico. Per un attimo il passato ritornò a vivere ed Edward mi parlò abbassando la voce. “Quando la incontrai stava in una pessima situazione. La salvai comperandola ad un’asta di schiavi”. Edward mi seduceva con la sua storia su Florence. Quando ebbi il coraggio di posare lo sguardo sulla bella inglese coraggiosa, tutto mi fu chiaro. Aveva gettato la superiorità di donna europea. Il suo sentire era selvaggio, la sua anima era immersa nella negritudine con un piacere e una serenità che le invidiavamo. Anche gli altri avevano avvertito il profumo che Florence emanava e fummo galanti e ossequenti, come se si fosse impadronita delle nostre anime. L’immaginavo sollevare le gonne severe per varcare confini remoti, laghi e fiumi e deserti sassosi. In uno sfarfallio della mia fantasia non smettevo di immaginarla circondata da una folla di garbate attenzioni che tutti gli uomini avrebbero avuto nei suoi confronti, le gambe scoperte, impudenti e ben tornite. E Florence, come una regina, 28


proseguiva il suo cammino lasciandoli nella polvere. Le parole di Edward si perdevano nel rumore della nave a impreziosire l’idea romantica di esploratrice che mi ero fatto di lei e che mai smentì nel corso del viaggio. Avevo davanti a me una dea incoronata dell’Africa. I selvaggi furono in quel momento un mondo fantasmagorico che anch’io volevo incontrare, giacché erano così capaci di plasmare una donna, desideravo che creassero anche in me il mutamento. Inseguii da quel momento Edward, ché volevo assorbire da lui pensieri, progetti. Egli cedeva con amorevolezza alla mia insistenza, usandomi cortesie che non aveva con nessun altro.

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NEI VICOLI DEL CAIRO

Faceva freddo e ci coprimmo con maglie di flanella. L’inglese aveva messo sulla testa un piccolo tarbuch di un rosso così sgargiante che macchiava tutto d’intorno. Mano a mano che ci inoltravamo nel viaggio andava assumendo un aspetto squisitamente orientale. Ci si adattava con movenze lente e garbate che gli appartenevano naturalmente. Passavo le giornate contemplando la catena di monticelli di sabbia, che picchiettavano regolari la costa. Carcasse di cammelli divorati dagli sciacalli, con le budella annerite dal sole e i grugni mummificati e secolari, guardavano al cielo che si era fatto d’oro fuso e lasciava a terra la sabbia del deserto, scura e brillante come l’inchiostro. Prima di entrare nel canale di Suez, decidemmo di visitare il Cairo e vi andammo in barca sul Nilo, perché a cavallo sarebbe stato un viaggio troppo faticoso. C’era l’Oriente nella luce d’argento che pioveva sul mare. Sulle rive la luce disegnava cammelli e arabi che pescavano. Il pensiero correva alle insistenze di mio padre che non parlava altro che di Verdi, il musicista che sapeva incantare le folle. Anche Edward si lasciò andare per la prima volta all’emozione e una sera, con la luna fredda ed eterna alta sui minareti, cantammo le note palpitanti offerte dalla memoria. Eravamo viaggiatori alla scoperta dell’Oriente, trascinati nella luce liquida che parea penetrasse la superfice dell’acqua e insieme 30


esalasse l’inno trionfale del popolo che diceva: “Ritorna vincitor”. Passammo la notte nel sentimento dell’Aida. I nostri animi batterono all’unisono al pensiero di quella trionfante Aida recitata anni prima, nello splendente teatro del Cairo. Una volta al Cairo il pascià ci invitò ad un ricevimento. Il conte disse che poteva prestarmi gli indumenti più indicati e tanto insistette che fui costretto ad accettare. Indossai una prefettizia nera, con panciotto bianco e scarpini di vernice, come se avessi dovuto incontrare il primo ministro. Edward indossava una grande camicia nubiana di cotone bianco, guarnita di fiocchi e il tarbuch, un piccolo berretto rosso col fiocco di seta, che si stagliava contro l’azzurro del cielo come un sole incendiato. Con noi venne un dragomanno che ci fece da guida turistica e da interprete. Si azzuffava con tutti gli arabi che gli rivolgevano la parola, i suoi occhi si accendevano di brace e impallidiva per l’ira, facendoci temere il peggio. Ci fece salire sugli asinelli e passare per strade strettissime, dove ognuno se ne andava trotterellando. Ci si gridava, ci si tirava da parte e ci si urtava, senza che nulla di grave accadesse e infine, come in una giostra, ci si superava. Mentre mi abbandonavo alla cavalcatura, si faceva più intenso il mio udito. Gli sciacalli uggiolavano tra i monticelli di sabbia. Gli sparvieri roteavano sui minareti dalle pietre corrose come lembi di stracci. Entrammo in un cortile fiancheggiato da scuderie e poi in un piccolo giardino di palme e banani. Vari segretari, intendenti e cerimonieri con modi garbatissimi ci introdussero in una anticamera dove comparve il pascià. Era alto e snello, vestito all’europea, col fez sul capo. Ci strinse la mano baciandola e portando la sua alla fronte prima e dopo di toccare la nostra. Ci invitò a salire. Prendemmo una scala diroccata che dava su una finestra arabescata e fummo in una stanza sontuosa, adorna di tappeti e di tende fatte di perle con ampi forzieri alle pareti ricoperti di stoffe che arrivavano a terra. In fondo alla sala potei scorgere un letto d’ambra e di pietre preziose poggiato su quattro zampe di legno di cipresso. Il letto era incorniciato dai veli di una zanzariera di raso rosso chiusa da perle grosse come nocciole. 31


Fummo pregati di accomodarci e sedemmo su divani foderati di damasco giallo. Alcuni servi accesero dei lampioncini, dopo aver avuto cura di porre nella cera granelli d’ambra e briciole di aloe che profumarono la sala. Ci mettemmo a tavola. Altri due servi alla porta scrutavano senza sosta il pascià, pronti a indovinare ogni cenno del padrone. Entrò un servo con un vassoio, altri tre o quattro gli si fecero intorno e presero ognuno una piccola tazza. I servi da un’anfora ci versarono del liquido e ce lo offrirono chinandosi e tenendo la mano sinistra distesa sul petto. Bevemmo un decotto condito con cannella e abbondante pepe. Un servo con una catinella e un’anfora di metallo girò la sala, facendoci lavare le mani. Così iniziarono le nostre libagioni. Su alcuni sgabelli furono deposti vassoi con piatti di semola, latte coagulato, formaggio, olive, caramelle, conserve, dolci e pezzi di pane. Lasciammo la casa con la luna alta sui minareti a incidere le ombre con puntiglio. Era già tardi ed era l’ultima notte al Cairo. Con l’inglese decidemmo di non andare a dormire e perciò conducemmo i nostri asinelli lungo gli edifici bianchi, resi ancor più diafani dalla luna, e procedemmo verso l’esterno della città. La luce notturna cadeva sui tetti a terrazza purificandoli da ogni sporcizia e sbiancandoli. Le mura imprigionavano al pianterreno i cortili a cielo aperto. I vicoli presero ad allargarsi, lasciandoci scivolare dentro la medina, via dalle moschee, dal loro prostrarsi a Dio e dalle preghiere che voci segrete mormoravano senza sosta ad ogni angolo del suq. Il deserto si offriva ai nostri sentimenti prima che alla vista. Sentii nuovamente uggiolare gli sciacalli e dopo un po’ li vidi galoppare, le ombre snelle stagliate contro i monticelli di sabbia, in fuga verso il nulla della notte. Eravamo perduti nel labirinto della medina come nell’utero di una donna che ci avesse presi con ardore. Materia e sogno si fondevano al nostro avanzare sugli asinelli. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare alla vertigine che quel luogo mi procurava. Nel buio intravidi bagliori di occhi femminili dietro inferriate di arabeschi accarezzate da veli scuri. Ballavano dentro di me le note dei valzer di Chopin, delicate farfalle notturne, 32


perdute in giri vivaci e spavaldi, a tratti cerimoniosi nella solennità di quella notte. I valzer che avevo ballato erano ora affilati raggi lunari che mi trafiggevano di nostalgia nell’oscurità divorante del Cairo. La voce del pianoforte guidava le mie emozioni in un cielo aperto che si faceva prendere dalla terra per sprofondare nel labirinto della medina. Era bello perdersi in vicoli che sembravano senza uscita. Il passo sempre più lento degli zoccoli degli asinelli sul selciato delle stradine accese il vicino deserto dei colori della luce. Il loro ticchettio avvampò il giorno, che procedette al suo ingresso nella medina vestito di indaco, di rosa e di azzurro che a poco a poco fu spalmato di rosso fiammante. Il giorno cacciava la notte. E ancora gli sciacalli uggiolarono al cielo un dolore umano. Gli ultimi sparvieri dormienti sui minareti, imbiancati dai loro stessi escrementi, improvvisamente richiamati in volo all’arrivo del sole. L’Oriente cominciava al Cairo e si mostrava stordito dell’essere ogni giorno su quella terra di preghiera e sensualità. Spossati da tanta bellezza, ci riavviammo dentro i vicoli con la lentezza di quel paesaggio che eterno si dispiegava alle nostre spalle. Lasciammo i lembi del deserto e riprendemmo le stradine tortuose e segrete. Fummo nel suq che già ferveva dei primi affari con un brusio ancora lieve e velato da suoni di flauti e tamburi. Una ballerina danzava, i capelli sciolti e fradici. Si accasciò al mio passare come stroncata da un colpo d’ascia. Ad abbatterla fu forse il ricordo di quella danza che certo l’aveva posseduta tutta la notte. Le sue membra furono a terra abbandonate e quasi morte nel riposo che finalmente la dominava. Intorno, il mercato agitava il suo fervore come una fiaccola di speranza.

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LA SCHIAVA NUDA

Cordai, cestai, mercanti di tappeti e gioiellieri disponevano le loro mercanzie, custoditi all’orizzonte più vicino da torrette sporgenti al di sopra del suq, inesausti nel parlare al vento o a chiunque li sfiorasse. Fontane scrosciavano un’acqua che cantava la musica leggera del mattino. Quel fervore di commerci si addensò davanti a noi in un grumo più fitto, folto di veli e di caftani abbondanti e di stoffe cangianti, confuse tra povere cotonate e volti coperti di veli e di kefieh e di bambini seduti tra le braccia di donne avvolte in mantelli sulla polvere della strada, mute in quel lieve e sommesso frusciare di tutto. I loro sguardi si infilavano insistenti nel cuore di quel gruppo rappreso di gente. Non capivo cosa stesse accadendo a quella folla indifferente a tutto se non a se stessa. Finché anch’io non la vidi, in mezzo a loro, come perla dell’alba. Era un sole dalle guance più belle e rosse del melograno. Il suo corpo era esile come un giunco e la parte inferiore un monticello di sabbia. Del crine del pube non v’era più traccia perché le era stato rasato. Tutta la sua pelle aveva un non so che di luminoso e chiaro. Un uomo alto ed elegante dal volto coperto e dagli abiti ricchi le stava dappresso e la sovrastava con la sua altezza, sorreggendola con l’intensità dello sguardo. Solo la sua mano le frugava delicatamente dentro la bocca e le passava le dita sui denti, lentamente ispezionandoli, uno per uno. La schiava era infinitamente docile nelle sue mani e agli occhi che tutti la 34


trafiggevano. Decine di volti curiosi e ansiosi sporgevano dalle spalle dell’uomo. In disparte un vecchio barbuto e mercantesco attendeva l’esito di quell’esame. Si svolgeva quella scena sotto gli archi di un caravanserraglio. Colonne come zampe di grifoni la serravano stretta perché non sfuggisse, portata via dal vento e dagli odori nell’eterno umidore del primo mattino o forse solo ghermita dalla pietà degli infiniti sguardi del popolo del suq. V’era nell’attesa una sacralità che mai avrei potuto concepire per un simile mercanteggiare. Le donne sedute avevano tirato il manto a coprire i loro sguardi e, protette dal velo, scrutavano ogni movimento del mercante. Il corpo della schiava di un pallore magico che ipnotizzava era inerme, segnato solo dal nero dei capelli foltissimi, trattenuti in alto da una fascia intrecciata, e da una collana al collo che la cingeva e altro non era che una corda che la imprigionava al commerciante. In attesa paziente egli sorreggeva insieme alla corda un lembo del bianco caftano all’altezza del cuore, placido nella sua vecchiaia, mentre con la destra si sorreggeva ad un bastone. Aveva il volto segnato da viaggi consumati sotto un sole instancabile. E pareva saggio. Non riuscivo a sentire nel mio cuore la miseria che quel traffico ispirava violento alla mia ragione. Diedi la colpa a quell’uscire e rientrare nella medina, avido corpo di donna, che alla seconda volta ci dispensava la sua violenta arte d’amare intrisa di profumi di rafano, canfora, mirra, zafferano e cardamomo, raddolciti da effluvi di acqua di rose, di gelsomino e fiori d’arancio. Tutto eccitava la mia voluttà fisica e non tardai a sentire il mio luogo ardente ergersi in me, avido di piacere ed ebbro di gioia misteriosa. Un narratore interruppe il fluire degli aromi su di me e l’ispezione del mercante. Eretto tra la folla che cercava di nasconderlo, sfogliò le pagine di un libro e con parole infiammate lesse: “O mercanti, o gente ricca, chi darà inizio all’asta per questa schiava, signora delle lune, la fulgida Zammurud, lo smeraldo, la ricamatrice di tende, desiderio di chi cerca e delizia di chi brama?” 35


Ad un tratto grida selvagge ci attrassero da una porta che il giorno innanzi ci avevano detto chiamarsi “del fabbricante di lettighe”. Laggiù si infilavano le taverne dei cantanti e delle ballerine, di attori, pederasti e lesbiche. Erano alcune di quelle taverne immerse in grandi giardini rinfrescati da cascate di acque limpide e zampillanti, all’ombra di sicomori, pioppi e salici a cui si accompagnavano cipressi, melograni, arance e palme. A terra le stuoie ricamavano le sponde di quelle rade di frescura per i corpi sazi di amori e libertà. Nelle taverne si mangiava capretto arrosto annaffiato da sciroppo di miele ghiacciato. Fui felice di essere nel cuore del suq. Tra gli asinelli malati a cui la gente dava grano e carezze. Nel profumo del primo pane che fuggiva dalle inferriate dei piani bassi. Tra fabbri acciambellati che battevano il ferro, mentre un cammello bendato girava stretto intorno ad un frantoio di olio di sesamo, trascinando una grossa macina di pietra. Un intrecciatore di sandali pregava chino sui lacci, infilandoli nel cuoio con cura, davanti ai merletti bianchi dei palazzi. Un vecchio dagli occhi feriti ci salutò. L’inglese scese dall’asinello per acquistare delle cavallette fritte e abbrustolite. Gliele offrimmo. Il vecchio si portò la mano al petto e alla fronte e agitò una ventata di pepe e garofano. Era accarezzato da ceste di datteri e di fave. Pavoni e capre in un angolo attendevano il loro destino a fianco di zucche e canestri di basilico, di menta e rose tumide. Ah, sparire in un vicolo senza uscita e fermarsi davanti ad un portone di cui si ha la chiave in tasca, entrare nel frescore di una casa e chiudersi la porta alle spalle, divorati dall’oscurità. Recuperare la vista e riconoscere il silenzio ed essere grati al patio della sua protezione dal mondo. Trepidante d’affetto Edward mi raccontò del suo incontro con una vergine: “Era una giovinetta di quindici anni, grande come una donna europea. Le sue fattezze corrispondevano alla beltà in tutto e per tutto, la sua pelle era liscia come quella di una figuretta in cera, la vita stretta come se l’avessero tenuta legata fin nell’infanzia e i capelli inanellati sulla schiena e 36


fitti e minuti i denti sulle labbra rosse. Nulla la copriva se non gli anelli di ferro ai piedi e ai polsi. Mambia, questo era il suo nome, mi trascinò di villaggio in villaggio per farmi vedere alle sue coetanee che tutte mi volevano intrecciare la capigliatura�.

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LE DELIZIE DELL’HAMMAM

Vagammo finché il labirinto della medina ci condusse al paradiso terrestre. L’hammam ci chiamava. Non era l’ora destinata alle donne, che cadeva tra la preghiera del mezzogiorno e la prima della sera. Nel fitto intreccio di angoli e strade e vicoli e finestre un portale di legno di ebano, intarsiato di avorio ornato da lamine d’oro, spuntò davanti a noi e ci sbarrò il passo con la sua grazia, candido giglio nello sparso campo ove crescevano mille erbe. Un soave profumo di quattro essenze, di fiori di rosa, mirto e di piselli odorosi e violaciocche, riempiva l’aria d’intorno. Fermammo gli asinelli e scendemmo, tenendoli alla cavezza, ma quelli già fissavano la terra impietriti nel bisogno del riposo. Il pascià ci aveva tanto raccomandato di chiudere la nostra notte dei piaceri con le abluzioni. Ci aveva spiegato: “…Ci sono cinque delizie. Delizia per un attimo è il coito, delizia per un giorno il bagno, delizia per una settimana l’applicazione della nura, la pasta con cui ci si depila, delizia per un anno il matrimonio con una vergine, delizia senza fine in questo mondo l’intrattenersi con gli amici”. Battemmo dei colpetti leggeri al portone. L’hammam, il luogo ove ci si libera delle impurità, sorrideva ai nostri desideri e chiudeva il labirinto dei vicoli. Lasciavamo la sensualità del suq pervaso di odori femminili. Era tempo di purificarci. Entrammo negli spogliatoi. Al centro v’era una vasca rivestita 38


di marmo e circondata da colonne. L’acqua si specchiava dentro una cupola a lucernaio, cosicché le acque mandavano barbagli alla cupola e la cupola cedeva la sua luce all’ambiente, intingendo le sue dita nei colori di marmo del pavimento. Le pareti intonacate a righe fasciavano l’acquosità del luogo, avvolgendo la stanza in un amorevole abbraccio. Ci soffermammo nella prima sala, nella seconda e nella terza di modo che i nostri arti si distesero, i pori si dilatarono e liberammo la pelle da ogni traccia di dolore e fatica. Infine ci sedemmo su un sedile morbido e imbottito, coperto di cuscini e ricchi tappeti, strofinandoci con un asciugamano di lino. Sopraffatti dal calore e con il corpo completamente riscaldato ci insaponammo per bene e ci versammo sulla testa acqua moderatamente calda, indi ci spalmammo degli unguenti e ci pulimmo con infusi. Infine ci sedemmo avvolgendo i fianchi in un asciugamano di lino profumato di ambra. Edward volle leggermi passi del suo diario, che sempre aveva con sé. Parlava di un villaggio remoto nel tempo e nello spazio: “Un giorno restai occupato a ricevere le donne del capo di un villaggio. Feci a tutte dei piccoli regali di cui si dimostrarono assai contente e mi dissero molte che dai miei regali si distingueva l’uomo senza avarizia. “Era sopraggiunta la notte e alcune donne venute per prime non si curavano di ripartire, altre erano tornate portandomi da mangiare. Non mi mancavano né il sonno né la fame, ma finché mi circondavano non potevo soddisfarli. Perciò mi decisi a salire nella mia capanna e a lasciarle sedute a terra. Mi distesero una pelle di antilope per farmi dormire, il mio sonno fu sostenuto da canti e strumenti che mi circondavano, così passai la notte”. Bevemmo succo di mela profumato di muschio. E poi ci sdraiammo osservando le immagini dipinte, i mosaici, gli affreschi e le statue. Le figure erano di bellezza e leggiadria eccezionali, raffiguravano coppie nelle posizioni più diverse in modo che ciascuno nel vedere come si baciavano e si abbracciavano fosse colto dal desiderio. “Occhi babilonesi, sopracciglia come due archi tesi, una figura diritta come la lettera alif, odor d’ambra 39


e piccole labbra zuccherine, fronti così belle e radiose che il sole avrebbe potuto esserne geloso”. Una fanciulla alata, angelo delle acque coperta di veli, un guitar tra le braccia, mi sovrastava in un sorriso eterno. Una figuretta esile dai seni acerbi e lo sguardo che cadeva sul suo pube dentro l’asciugamano posato sui fianchi e tenuto allentato appena sotto l’ombelico da mani curiose e avide, i riccioli ancora vaganti a coprirle le spalle dopo il bagno. Un gruppo di donne avvolte in sete rigate, i piedi infilati in altissimi zoccoli a due tacchi. Si perdeva la mia vista in una fuga di fanciulle dipinte, le guance come anemoni, le labbra rosse come l’oro, denti come perle, un petto simile ad una fontana con due zampilli gemelli. Recitavano le scritte le essenze amorose dei corpi abbandonati ai sentimenti dell’amore con delicatezza di dettagli che scavavano nel corpo femminile senza esitazione: “…Avevano il ventre con l’incavo dell’ombelico in cui si sarebbe riusciti a porre mezza misura di unguento di noce moscata. E il punto, per il quale ogni uomo sospira, era come il musino grazioso di un coniglietto senza orecchie”. I miei occhi assorbirono quelle immagini e se ne inebriarono: mi abbandonai ad un completo e incontenibile godimento e i loro disegni furono davanti a me come reali figure evocate dal desiderio. Ne ebbi i sensi tanto scossi che non pensai neppure a lavarmi il capo e vagheggiai tutto il tempo.

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LE MILLE E UNA NOTTE

Port Said era all’imboccatura di un canale lungo centosessantuno chilometri e largo mille metri, a destra avevamo l’Africa fatta di laghi e paludi e a sinistra un deserto senza colori. L’avvicinamento a Port Said fu segnalato da una serie di boe disposte lungo due miglia: era un corridoio dentro il quale avevamo l’obbligo di metterci per entrare in contatto con il Port Control, dichiarare la nostra nazionalità e sbrigare le pratiche. Andammo a velocità ridotta: le navi sembravano tastare ogni onda, prima di infilarcisi sopra, sfilando coste di desolate colline sabbiose e greggi solitari. Una colonna ci seguiva disciplinata. Il comandante passava il giorno studiando il portolano per prepararsi al mar Rosso. Attendemmo con ansia l’arrivo dell’ufficiale dell’immigrazione, che doveva controllare la nave e gli ufficiali della dogana. Ci dissero l’orario d’arrivo del pilota che ci avrebbe scortati. Ero sul ponte, quando verso mezzogiorno il conte mi indicò un punto nel cielo. Il punto si andò allargando in forme diverse. Quando fu sopra di noi, si stese come un telo dipinto di bianco e segnato da pennellate scure: centinaia di cicogne dai becchi rossi e le zampe allungate come fusoliere passarono a volo battuto mandando larghe grida. Suez da bordo era un ammasso di case bianche e uno di neri bastimenti che stavano schierati contro la cupola azzurra del cielo e l’orizzonte infuocato. Il tramonto faceva rossa la 41


sabbia e metallica la superficie dell’acqua. Pesci volanti strappavano il telo blu del mare. I nidi di torre dei falchi pescatori alti quasi un metro si ergevano sugli isolotti bianchi di sabbia simili a fumaioli tesi a scomporre la linea che l’orizzonte disegnava tra cielo e mare. Vicino alla penisola del monte Sinai, cioè a metà del golfo, potemmo contemplare altre migrazioni di stormi di uccelli che dall’Africa risalivano verso Oriente. Di notte non sapevo addormentarmi senza prima essermi immerso nei colori del mare. Sedevo con il conte ascoltando lo sciabordio della nave, facendomi dondolare dal silenzio musicale di quella natura. Una notte rimasi solo e mi addormentai, finché nel mio sonno non si infilarono i secchi suoni di una tromba. Quando nell’oscurità, che ancora non si era riavvolta nel nero, si disegnò sopra la nave uno stormo di uccelli allargato nel segno della vittoria. Le loro grida e il battito delle ali scomposero la quiete della notte come vele in fuga. Gli uccelli seguirono il mio viaggiare lungo tutto il mar Rosso. Vicino a zone umide le grandi migrazioni si fecero vedere a molte ore del giorno. Quell’andare degli uccelli per parecchie miglia sopra il mare, a rischio della vita, sfidando qualunque tempo, mi indicava una strada; lasciare la propria terra e andare, andare e tornare. Come se la vita altro non fosse che una migrazione continua. Erano notti di stelle che coprivano la volta del cielo a tappeto, un tappeto infinito senza frange né confini. Ero avvolto e perduto in uno spazio sconosciuto. Immaginavo di vagare come una stella del firmamento. Ricordai le notti di San Lorenzo e desiderai ardentemente che quelle stelle cadessero sulla barca e scintillassero su di me, pioggia di celestiali particelle dalle quali sarei emerso come un navigatore antico. Sentivo avvicinarsi le stelle del cielo che avrei incontrato andando verso l’equatore e vagheggiai il chiarore di una luna come il latte, cucita a una notte che sarebbe scesa veloce come una ghigliottina, per trascinare tutto nel mistero. Una volta entrati nel mar Rosso, trascorsi molte ore ad osservare i marinai. Si muovevano sul ponte della nave e nella sala macchine rassettando, lavando, lucidando ogni angolo e 42


salendo sui pennoni degli alberi. Erano, quei marinai, orchestrati come il meccanismo di un orologio che scandisce minuti e secondi e, nello srotolarsi di quei minuti e secondi, brucia un’ora dopo l’altra senza darlo a vedere e il giorno si consuma come acqua che troppo bolle. A tarda sera, sul ponte, la loro umanità prostrata dalla fatica fisica, si ripiegava su se stessa prendendo la forma di uno struggimento lacerante. Gli arabi laccarono quelle notti con il caldo sapore del miele e immersero nella poetica dell’amore profano le nostre anime. Si insinuarono nei nostri cuori con canti mesti e parole intense che affioravano dalla profondità di un tempo così lontano che mai nessuno di loro seppe, se pur vagamente, dirci. Era la nostalgia per l’amore che li macerava in un liquido aspro e pungente come l’aceto, zuccherato da ricordi di donne lasciate, amate, perdute, inseguite e vagheggiate senza fine. Riempirono di canti quelle veglie, che più non seppi distinguere l’una dall’altra, tanto ciascuna era dolcezza a sé, e lo fecero narrando tutto ciò che Le mille e una notte, che io mai avevo prima letto, conteneva come uno scrigno e solo a occhi discreti e cuori intensi avrebbero potuto regalare. In centinaia di versetti il loro libro di storie narrava di ciò che unisce uomini e donne. Sotto la luna, astro felice dei nostri sogni segreti, ascoltammo la storia eterna del godimento senza fine. L’intero paradiso fu evocato rubandolo ai versi più antichi di rimatori, poeti e imam. I marinai si passavan l’un l’altro i versetti, scorrendoli come grani di un rosario stretti ad una cordicella del colore della passione, che sentivo in loro vibrare come un fiume sotterraneo che scavava nella profondità delle viscere. Mentre quelli di Livorno tacevano. Vi era chi assopito si cullava come un bambino al suono delle onde e delle melodie delle storie e chi, stupito, divorava a occhi aperti ogni parola ritrovando le immagini sfuocate delle donne amate e lasciate a terra. Sapevano modulare la voce in modo da non intaccare i versetti con sentimenti non condivisi. Giacevano in noi quelle parole tutta la notte, parole che se ascoltate altrove, lontano da una barca cullata dal mar Rosso e da un cielo profondo e da una terra sabbiosa e desolata, avrebbero insinuato il seme della paura o 43


della vergogna per tanta schiettezza o peggio dell’eccitazione puerile nello scorrere erotico e sensuale delle descrizioni. Il paradiso, come luogo perfetto e meraviglioso della passione e dell’orgasmo, venne a riempire il vuoto del nostro errare per mare, certi di un piacere che ci sarebbe sempre appartenuto, perché così voleva Allah. “Le vostre donne sono come un campo per voi, venite dunque al vostro campo a vostro piacere”. In una notte profonda le corde della cetra languidamente fecero il miracolo e l’erotismo si fece lunare. I marinai italiani erano addormentati, i loro corpi lascivamente abbandonati a sogni che si intuivano dai sorrisi abbozzati sui volti raddolciti dalla dolcezza della morte breve che assaggiamo in vita. Io e il conte non sapevamo cedere al sonno di fronte allo schiudersi senza fine di quel mondo che giace dentro la parola Islam. Tante erano le stelle, tanti furono gli attributi elencati dal cantore nel descrivere l’organo dispensatore di piacere. Si intrecciarono uno dopo l’altro i salaci attributi con decoro e raffinatezza senza ipocrisia alcuna, né malizia. Quei nomi si ersero intangibili nella loro incommensurabile ricchezza incisi sul telo della notte. Alzando il libro al cielo Besbes declamò: “El kamera, el hamama, el teunnana, el nàasse, el besiss, el bekkaï, el lezzaz, el hezzaz, el fattache, el hakkak, el mourekhi, el mokcheuf”. La lingua araba mi svelò i suoi misteri e compresi che Besbes stava cantando con i suoi nomignoli: “Il pene, il piccione, il campanellino, il dormiente, l’impudente, il piangente, quello che si agita, quello che vuole essere uno, il cercatore, lo strofinatore, il flaccido, lo scopritore”. E v’era nella fantasia oscura dell’immaginario di quei marinai tutto ciò che la mente maschile poteva immaginare nello svolgersi dell’atto che chiamiamo amore. Lo sciaquio, che la nave portava con sé, fu canna d’organo al pio elencare degli attributi del piacere, dell’insaziabilità dell’amore. Alle sue bellezze stravaganti e fantasiose nell’esplicitarsi tra gli umani. Affinché nulla fosse lasciato alla fantasia, che ormai galoppava nei marosi dei cuori rendendo vivi e materiali i più inconfessabili pensieri, Besbes riprese il filo delle sue letture. 44


“La donna è come un frutto che non concede la sua dolcezza, finché non la strofinate tra le mani. Guardate il basilico. Se non lo scaldate, strofinandolo tra le dita non emette alcun aroma. Non sapete che l’ambra, se non è manipolata e scaldata tiene nascosto nei suoi pori il profumo in essa contenuto?”. Nostalgia e desiderio furono, nella notte senza ombre, consistenti come la materia. Le ceneri accumulate in una vita facile e leggera intrisa solo di risate e sicurezze si dispersero nel deserto della notte e la carne mia più vecchia morì, scendendo lentamente in quelle acque, inghiottita dal blu. Ascoltavamo sotto il velo spettrale della luna, la sua luce fredda ingentilita dal calore di mille e una stella. L’erotismo e la speranza si intrecciarono come un vitigno nella sua maturità. Mille e una e più parole raccontarono la bellezza della donna. Erano gli occhi dei marinai in ascolto enormi e brillanti come pietre preziose. La loro espressione era meditabonda e fiera. Ma prima che Besbes liberasse la sua ampolla di nomi esplosero in risa gorgheggianti, la testa all’indietro, presi da una frenetica gioiosità. La voce di Besbes riempì il riposo notturno della barca con nomi a me sconosciuti. “El feurdj, el keuss, el kelmoune, el ass, abou khochime, el gueunfond, el sakouti, el taleb, el molki, el harrab, el mozeur, el âddad, el meussass, el zeunbur, el ladid”. Giunse le mani dopo avere deposto il suo libro, ripetendo per noi: “La fessura, la vulva, la voluttuosa, la primitiva, quella col naso all’insù, l’istrice, la silenziosa, la bramosa, la duellante, la fuggitiva, la profonda, quella che morde, quella che succhia, la vespa, la deliziosa”. Il più assorto e pio tra di loro riempì la fine dell’elenco che aveva certo assorbito tutti i profumi del suq. “Sia lode a Dio che ci ha mandato il piacere di mordere le labbra e di succhiarle, petto su petto, coscia su coscia, e di posare la nostra borsa sulla soglia della misericordia”. Besbes interruppe il vibrare delle corde del kissar. Tacque lasciando scivolare l’eco ultima delle sue parole in mare. Fu una lunga pausa in cui sentimmo lo scalpitare dell’indescrivibile furore con cui gli uomini sapevano dedicarsi all’amore. Ma in fondo alla ricerca del piacere giaceva una pena strug45


gente, il sogno di una speranza senza risposta. Nell’aria fattasi pungente per il freddo crebbe in me una infelice bramosia per qualcos’altro. Un marinaio mi staccò dai pensieri: “Lodato sia Iddio che ha posto il piacere dell’uomo nelle parti naturali della donna e ha destinato le parti naturali dell’uomo a dare alla donna lo stesso godimento. Io, servo di Dio, lo ringrazio che nessuno possa evitare di innamorarsi delle belle donne né di sfuggire al desiderio di possederle, né con il mutamento, né con la fuga né con la separazione”. Danzarono a pochi passi da me tutte le donne su cui avevo posato gli occhi, fui rapito e sollevato oltre il ponte, oltre gli alberi delle vele e su su fino alle stelle. Tutto intorno a me cantava la melodia e l’armonia di una musica intrisa di un sentimento del proibito che mi stava schiudendo le sue porte non più sprangate dal chiavistello dell’inconsapevolezza. “Dio ha donato alla donna occhi che ispirano amore e ciglia simili a lame lucenti, l’ha fornita di un ventre rotondo, un bell’ombelico, maestose natiche e tutte queste meraviglie sono sostenute dalle cosce. È tra queste che Dio ha posto l’arena del combattimento che è chiamata vulva. Dio ha dato loro una lingua e due labbra. Essa è come l’orma dello zoccolo della gazzella sulla sabbia del deserto”. Di quell’orma andavamo erranti cercando la figura per ritrovare una unità perduta che ancora dopo secoli faceva piangere gli uomini le lacrime dell’insoddisfazione e dell’incompiutezza.

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IL PRIGIONIERO DELL’EMIRO

Alla fine del golfo di Suez vi è un tratto di mare compreso tra Hurghada e Sharm el Sheikh che si chiama stretto di Jubal. È quello il tratto più temuto da tutte le navi che dal Canale scendono il mar Rosso. I banchi di corallo in questo braccio di mare descrivono una geografia appena intuita sotto lo specchio riflettente delle acque, continuamente cancellato dai riflessi del sole o dalle onde formate dal vento. Forme bizzarre si offrono solo per pochi attimi all’occhio incredulo del viaggiatore e del marinaio, che non è mai sicuro di ciò che ha visto, di quanto quelle forme appena sotto il velo dell’acqua si ingigantiscano, diventando pericolose e taglienti barriere. Banchi corallini a pochi centimetri dalla superficie erano pronti a carpire le chiglie delle navi, capaci di inciderle a stregua di denti di pescecani che affondano in carni molli, strappando e lasciando ferite irreparabili. E quei corpi mastodontici in un batter d’occhio avrebbero rischiato di diventare fragili come vascelli di carta. E il sale del mare avrebbe infine risucchiato l’imbarcazione stessa, portandola negli abissi. Quella notte fu dominata da luci di stelle. Alcune brillavano palpitando; altre fisse come avessero bucato per l’eternità il telo sacro del riposo. Contemplavo dal ponte quel nero del cielo, cucito al mare da un filo esilissimo. Non ci sarebbe stata differenza tra cielo e mare, se non fosse stato per un vago ac47


cenno di lieve mobilità di tutto lo specchio acqueo, che era spettinato in superficie dalla chiglia del vapore. Quel nero nella mia fantasia si stava già illuminando delle luci accecanti che avrei visto nel mar Rosso e giù giù fino allo stretto di Bab el Mandeb, la porta delle lacrime, e all’oceano Indiano. Attendevo di vedere il mare Erythreum che in greco significa rosso e che gli egiziani chiamavano Wady Wr, la grande distesa verde, per il suo colore smeraldo. La notte nella mia cuccetta, schiacciato contro la parete della cabina, sognai un oblò denso di mucillaggine bruno rossastra, che penetrava dalle fessure e si riversava su di me. Ad un certo punto si trasformò in rosso sangue, divenne la camicia bianca del mio caro amico. Mi svegliai angosciato e vicino alle lacrime ma, guardando l’oblò, vidi che eravamo in mare aperto. Cacciai le lacrime e mi vestii. Salii sul ponte. Stavamo costeggiando Safaga. A pelo d’acqua intravedevo pinnacoli madreporici e poco lontano Ras Abu Soma, un promontorio di sabbia bianchissima che si allungava verso il mare aperto. Il comandante ci aveva avvisati che avrebbe condotto l’imbarcazione più vicina possibile alla costa: potei vedere nuvole di pesci corallini, famiglie di pesci pagliaccio, una foresta di gorgonie e alcionarie rosse, viola e rosa. Il giorno dopo mi svegliai all’alba e in coperta vidi in lontananza due strisce di terra ergersi al centro del mare. Erano le isole Brothers, o El Akawein, i fratelli, due ciclopiche distese di calcare, due balene pronte ad inabissarsi. Un faro antico sulla più grande sbuffava la sua luce a pelo d’acqua. Colonie di starne si levarono in volo e migliaia di granchi si precipitarono in acqua lasciandomi dentro tutto il sentimento di presagio che solo la natura può regalare. Erminio Gallieni non parlò per tutta la prima parte del viaggio, solo dopo il canale di Suez la sua lingua si sciolse. Il suo cuore si aprì. Non lo fece raccontandoci i fatti, ma semplicemente confidandoci il contenuto delle lettere del fratello prigioniero dell’emiro che per un anno intero gli aveva scritto, facendole consegnare con vari sotterfugi. Lasciandolo poi senza notizie. Di qui la decisione di partire e di avventurarsi in 48


quella terra stessa nonostante fosse la più “infida”, come lui la apostrofò. Gallieni attendeva la cena come una cerimonia di liberazione, come un rituale. Egli si faceva sacerdote di una celebrazione a cui noi assistemmo quasi sentendoci colpevoli. Perché quell’uomo ci accusava di non avere ben compreso la natura barbara di quel Paese. La prima lettera che ci lesse portava la data del 16 luglio 1886 ed era arrivata ad Aden il 20 agosto. Il tono della lettera era infiammato e allarmante e la lettura non tardò a conquistare tutta la tavola, che guardava l’ospite con sguardo curioso e insospettito, non avendo avuto nessuno di noi modo di conoscere più a fondo quell’uomo durante quei giorni di viaggio. Ché Gallieni si riuniva a noi solo con la scusa del pranzo e della cena, rimanendo il resto della giornata in solitudine. La voce di Gallieni recitò nella sala da pranzo della nave che si cullava alle onde del mare l’angoscia inafferrabile che la paura regala a chi teme di perdere la vita. Al permesso accordatogli di leggere, la sua voce si levava dalle carte ingiallite con la brillantezza delle note di un violino. “L’emiro non ci lascia partire; teme che venuti alla costa informiamo i nostri governi delle sue precise forze e li induciamo a impadronirsi del suo Paese. Se non saremo liberati con la forza, non lo saremo in alcun altro modo e dovremo morire qui d’inedia e di rabbia. Se vengono delle truppe saremo rispettati. Se però morissi, ti raccomando in particolar modo di vendicarmi dei dolori procuratimi dall’emiro e da Abu-Baker, il lungo, e dal Kadì”. Le parole imploranti del Gallieni lontano, sperduto tra le mura di una città musulmana, furono lette dal fratello al bagliore tremolante delle lampade ad olio. Più del solito sprigionarono incerti rigagnoli di fumo, facendoci bruciare gli occhi e mettendo in noi l’incertezza di quei luoghi sconosciuti. I nostri cuori si rattristarono fortemente ed avemmo compassione per quell’uomo che laggiù viveva solo la sua epopea di esploratore e commerciante. “A sentire il servo Farag, l’emiro ci lascerebbe partire a ramadan terminato. Intanto farà con49


sultare i suoi famosi libri, che dicono sempre quello che lui vuole, per vedere se ci devono prendere tutto quanto abbiamo di merci, denaro, proprietà e stabili”. Gallieni estraeva le sue lettere dalla borsa e le stendeva come un telo sull’altare della celebrazione che stava facendo, in nome della salvezza. Le sue dita toccavano ogni riga in silenzio con incertezza e palpitando, con questo gesto vedemmo quanto amava il fratello. Di fronte ai nostri sguardi, che si facevano via via più ammutoliti nel sentire tante tristezze sulla terra che alcuni di noi si apprestavano a scoprire, iniziava una lettura che ci sembrò, mano a mano che i giorni passavano, senza speranza. “Se non partiamo subito dopo il ramadan, non partiremo più. Temiamo che ci lascino partire disarmati, il che renderebbe assai pericoloso attraversare il paese dei somali. …Domani, questa mia partirà a mezzogiorno. Ps: per il messaggero. A lui pagherai dieci talleri, se lo farai ritornare, istruiscilo bene perché l’entrare è più difficile che il sortire”. Non sapevo se intristirmi il cuore o se considerarlo un pover’uomo. Le lettere del fratello riempirono molte nostre serate di cupi presagi sul futuro degli italiani che andavano laggiù. Harar divenne il luogo del tutto, capace di oltrepassare desideri, sogni, paure e bramosie d’avventura e quanto altro cresce nel cuore di chi viaggia e vi si addensa con intensità temporalesche, scatenando una tensione indicibile tra terre patrie abbandonate, sogni e promesse. “Avevo quasi terminato la presente e stavo pensando a quale corriere affidarla, quando mi giunse la tua del 18 giugno. Non puoi immaginare quanto restai addolorato comprendendo dalla tua che ancora nulla è stato deciso riguardo a una spedizione. Dovrò finire i miei giorni qui, se il governo italiano non riuscirà a liberarmi”. Erminio Gallieni continuò la lettura sino a notte fonda, ignorando il fatto che la nostra attenzione si era infiacchita. Mentre egli manteneva una tensione che non cedeva a nulla, nemmeno al sonno. Ad una cert’ora, quando ancora i suoi occhi si impadronivano di ogni parola come di un presagio che si fosse cristallizzato nella notte, arrivarono i marinai e stettero con noi ad ascoltare. “Tutto ci fa credere che in otto50


bre arriverà Menelik per marciare su Harar. L’emiro voleva andare a dare battaglia al generale scioano, ma in questi giorni è arrivata la notizia che a Zeila erano sbarcati molti soldati italiani e fu sospesa la spedizione. Codesta novella mise nella costernazione l’emiro ed i suoi pochi amici. Le tribù oromo e somali dichiararono che contro gli scioani sarebbero andate in guerra ma contro gli europei non andrebbero, perché i loro sforzi sarebbero inutili”. Un barlume di speranza sembrò passare rapido sulla fronte di Gallieni. Sollevò gli occhi per posarli sulle nostre teste chine, immerse ancora nell’eco delle sue parole e subito ritornò alla lettura, che rigettò i nostri cuori in un mare procelloso e scuro. “L’emiro è quasi pazzo, non sa quel che fa. Ha paura di tutto e di tutti, spesso cambia casa, ora abita l’antica prigione di Gibril, e non mangia che dura abbrustolita. L’emiro mi fece prendere tutte le cotonate ed altre merci che mi restavano. Ormai non mi rimane che un po’ di caffè e di pellami che non mi lascia spedire e che forse mi prenderà. Il grano a causa del cattivo raccolto potrei venderlo bene, ma egli me lo vieta. Forse pensa di rubarmi anche questo. Sarebbe lungo dirti come passo la vita. Agli indigeni è proibito di venire a casa mia sotto grave pena. Spesso sono condotto dal kadì, da gente che non conosco nemmeno, e che mi domanda denaro che mi si fa pagare. Ieri mi hanno detto che il servo Bagdadi pretende sei mesi di paga. Non la finirei più se volessi dirti tutte le ingiustizie che mi si fanno; solo rammentati di farla pagare cara (se non lo potrò io) a questi infami e quanti altri ti indicheranno i nostri servi e Yussuf Kussi. Questi fu imprigionato perché veniva a casa mia. Se scrivi, bada bene di consegnare lo scritto a mani più che sicure. È difficilissimo che entri un somali senza che sia preso e perquisito. Ti raccomando poi di scrivere in cifre perché v’è chi sa leggere l’italiano”. Né il conte né l’inglese né io stesso avevamo il coraggio di porgli delle domande. Non ci chiedemmo se quelle fossero le parole di un pazzo, o di un velleitario o solo di un uomo caduto in disgrazia. Da quelle lettere trassi invece il sentimento del timore che incute qualcuno di cui si considerano imprevedi51


bili le mosse perché determinate solo da una mente bizzarra, assolutamente lontano da ogni razionalità. Tale era l’emiro. Dopo quella lettera nessun’altra ne giunse dal suo disgraziato fratello. Si ebbero solo notizie indirettamente venute da Harar, anzi da un corriere da lui inviato, che fu arrestato e gli furono tolte le lettere e non riuscì a portarne che un frammento. Il corriere diede a Gallieni notizie rattristanti. “Mio fratello è diventato come uno scheletro; egli è perseguitato e vessato in ogni modo e minacciato continuamente di morte”. Erminio Gallieni si chiuse nel suo silenzio, sprangando il suo rancore dentro le spalle ricurve e non lesse più. La sera il comandante ci invitò a cena. Dopo aver giocato a carte, raggiungemmo la saletta. Era di buonumore e continuava a fumare la sua pipa. Quando arrivò il primo piatto, cominciò a raccontare: “All’alba costeggeremo Zabaryad, che in arabo significa pietra verde. Si credeva anticamente che l’isola fosse ricca degli smeraldi, erano invece pietre olivine. Ai tempi di Diodoro Siculo, l’isola era detta Ophides, perché era infestata da serpenti e nessuno vi poteva sbarcare, finché il re di Alessandria non li fece uccidere tutti dai suoi soldati. Da allora chi metteva piede nell’isola veniva condannato a morte, i soldati avevano scoperto le miniere e guardie armate le sorvegliavano. Nessuna imbarcazione poteva sostare a lungo”. Il comandante, che sempre era arcigno, si faceva narratore pieno di garbo e intensa tenerezza verso questi luoghi che sembrava amare davvero. Non dormii quella notte. Il mare sotto i riflessi della luna era un telo blu venato di metallo. Salii piano in coperta, posando i piedi nudi sul legno della nave incurante del sale e del grasso di petrolio. Non smettevo di sentirmi eccitato come il primo giorno che ero partito. Era una vischiosità che mi inebriava. Ero finalmente su una nave. Non c’era sotto i miei piedi il verde delle mie alzate mattutine, quando la rugiada inumidiva i campi e con gli amici di corso correvamo liberi sui giardini dell’università, gridando alla libertà. Ora la libertà era quella colla sotto le palme dei piedi. Il chiarore del cielo mi strappò un sorriso di sorpresa che esalò nell’aria carica di 52


umori. Il mare era di un bianco avorio luminescente. Spargeva una luce così fredda e potente che mi dette i brividi. Mi sedetti al centro del ponte sentendomi immerso in quel nero di lacca che come una voragine si apriva sotto il pozzo chiaro dell’astro. Non so quanto tempo fosse passato, ma fui risvegliato dall’aria che mi pungeva il torace nudo. Il mondo buio dentro il quale mi ero addormentato si era aperto in uno scenario di chiarore di lapislazzuli, acque marine, blu d’oriente e delicate venature bianche e rosa, mescolate a cristalli di tormaline. Zabaryad e le sue rocce di rossi indiani che viravano in ocra chiari fino al diritto rigo della sabbia di terracotta, che le acque si divoravano, giaceva davanti ad un mare turchese che in contemplazione religiosa lambiva le rocce scure. Cedeva quel mare a pochi metri dalla riva il blu, per tingersi di verde scuro. Le coste arabe si perdevano nella sabbia. Le dune si ergevano in luci d’ambra accese da quell’inizio di giorno che assomigliava alla nascita di un mondo velato di rosa e bianco iridescente. Fu nel silenzio di quelle notti che coltivai l’idea dell’Africa verso cui andavo con un un rispetto religioso. Io che non sapevo pregare, che mai mettevo piede in chiesa, che ai preti solevo lanciare battute feroci, compresi lo stupore reverenziale di un’adorazione. Adoravo quel silenzio. La sua materia riassumeva tutta la fisicità che io avevo conosciuto sino ad allora. Quell’idea di amore penetrò nella mia anima e vi rimase accoccolata come se da sempre l’avessi attesa. Quel mondo lasciava sprigionare i colori più preziosi. Quel mondo che sembrava privo di suoni, se non quelli del mare e degli uccelli, sapeva arpeggiare una scala di note sconosciute. Quel mondo mi riportò accanto a mia sorella Ottavia: quel silenzio era a lei che assomigliava, come un colore, come una nota che sempre avessi saputo che esisteva ma che mai avevo percepito pienamente. Ottavia stanca dei giochi si rigirava le lunghe trecce tra le mani e taceva fissando vaga il giardino. Pronta a cambiare umore al primo soffio di vento. Le sedevo accanto e tacevo e mi lasciavo andare a quel non far nulla, solo guardan53


dola di tanto in tanto di nascosto, per scoprire se il suo umore fosse cambiato. Nelle notti più buie, una sola stella a trascinare la nave e i miei pensieri nell’altrove, soleva Besbes riunire i suoi marinai e cantare a loro le sue storie. Apriva il suo libro umido e spiegazzato e leccandosi le dita con lentezza girava le pagine calmo come un vento che riposa sulla terra prima di soffiare. Infine sceglieva una pagina e cominciava a leggere. Mi trattenevo lì sul ponte in modo da poter cogliere come un assetato i suoni cantilenati della sua lingua. Una sera di cielo stellato i marinai si addormentarono sul cordame e Besbes sussurrò al cielo le sue storie, tradotte per noi da un servo mosso a pietà. Le pagine de Le mille e una notte danzavano sotto la luna con la voce scura di Besbes che sapeva sedurre l’oscurità come una sirena e io precipitavo negli abissi dell’anima mia incantata. Era uomo innamorato Besbes e quella notte me lo fece capire, cantando le antiche canzoni delle fanciulle di Harar. “Ti dico questo solo: il tuo viso è come la seta, Aisca: te lo ripeto e non dico altro. Tu sei snella come l’asta di una lancia. La tua figura è come una lampada accesa, Aisca; io ti amo. Quando tu stai al fianco d’Abrahim, tu lo abbracci con la luce della tua bellezza. Domani ti vedrò, Aisca”. La cetra mi consegnò al padre dolcissimo che è il sonno. L’indomani, fu a fine giornata di un lungo conversare che il conte Malinverno mi chiese: “Se vuole viaggiare un tratto con me, l’aspetterò e le farò da scorta”. Ne fui così onorato, che mi tremò la voce nel rispondergli. La notte poi si mangiò i nostri discorsi e di nuovo il nero di lacca ci avvolse. E mai nero fu più nero. Si agitavano nell’oscurità i suoni del mare, cupi borbottii, poi silenzi risuonanti note anch’essi, amichevoli sciacquii del contatto con l’imbarcazione e poi non so che voci marine di un mondo non visibile a occhi umani. Una insenatura incastrata nel deserto accoglieva Suakin dentro un mare costellato di bastioni corallini, picchiati da un vento che odorava di pietre cotte e sale. L’indomani arrivammo in prossimità del “porto della buona sorte”. Era un potente caravanserraglio, ricovero di mi54


gliaia di cammelli. Dentro i portici dei magazzini venivano depositate le derrate alimentari, l’avorio, le gomme arabiche, il caffè, le piume di struzzo, le sete, i cotoni, i pellami che rifornivano i mercati del Cairo, di Costantinopoli e dell’Arabia. Navigammo fra secche insidiose ed estesissime. Uno dei marinai stava sul pennone dell’albero di prua e dava ordini perché il timone fosse girato a destra o a sinistra. Nonostante queste attenzioni, dopo una mezz’ora un forte urto ci fece uscire dalle cabine dove ci eravamo rifugiati per il troppo caldo. Eravamo finiti in una secca, il bastimento si era alzato a prua impennandosi e poi abbassato, alzando la poppa. Dopo tre o quattro ondulazioni piuttosto forti, ci adagiammo su un fianco e fu dato ordine al macchinista di fermare i motori. Nonostante il panico e la confusione che regnavano sulla barca, la nave si disincagliò. Mentre ce ne andavamo il vento sollevò un velo di sabbia a cancellare i muri della città fatta di corallo. Proseguimmo nella rotta con minore velocità e maggiore precauzione. Pericoli non v’erano, il mare era calmo e le scialuppe attrezzate. Appena Suakin si perse nella polvere, Besbes ci parlò delle sette vergini che dormirono una notte nell’isola degli spiriti, evocando magie che minacciavano la sicurezza della nave e che avevano tentato di rapirla. Inspiegabilmente rabbrividimmo all’ultimo sole del giorno. La navigazione lungo le coste si era fatta uggiosa, quando comparvero le Dahlak, le oltre duecento isole erano anelli di sabbia rosa cipriato sospese in un mare di acqua marina, di turchese e di cobalto e di densi blu scuri. Lievi promontori si alzavano sulle isole e segnavano di bianco abbagliante il blu ceruleo che si stendeva in alto. Ero immerso in un incanto, quando scese un vento forte e insistente. Era in arrivo una tempesta. La sabbia si levò a coprire tutto come un manto spesso; non vedevamo più la costa, né il mare. Ci rifugiammo in cabina. Aprii a stento la porta tanta era la sabbia che si era depositata a formare una barriera. Era entrata ovunque, niente aveva potuto fermarla, lievissima e impalpabile. 55


Quando la tempesta finì, il mare era come sfibrato e un pulviscolo riempiva ancora l’aria rovente. I motori tacevano e mi sembrò di essere imbarcato su un vascello fantasma. Un colore giallo, via via stemperato in arancione e rosso purpureo ricopriva le colline. L’acqua trattenne gli ultimi raggi di luce e il reef fu vibrante di trasparenze. Uno stormo di gabbiani raggiunse un’isola e vi si posò facendola sparire. Due indigeni su una piccola imbarcazione a pelo d’acqua con una vela latina forata dalle dita del tempo si avvicinarono all’isola facendo fuggire i gabbiani come allo schiocco di un paio di mani. Con un secchio raccolsero della terra. E poi se ne andarono, scivolando sul velo del mare.

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TRA LE BRACCIA DI OTTAVIA

A cento miglia dallo stretto di Bab el Mandeb, il vulcano estinto di Aden si alzava per milleottocento piedi, dominando la costa araba. La roccia satura di sole spuntava dal mare color indaco. Le tonalità dei bruni colavano dalla cima del vulcano sino alla sabbia, spoglia di qualsiasi verde, fatta eccezione per il giglio di Aden, che cresce negli anfratti più nascosti della roccia. La moderna città fatta dagli inglesi, Steamer Point, era legata all’antica da una stretta strada chiamata Ma’ala Road, lunga cinque miglia. Nel cratere giaceva ben protetta la vecchia città. Da un orlo frantumato e seghettato come un coccio usurato si poteva contemplare la baia. Guardavo la folla di curiosi che nel porto attendeva la nave. Barche come caravelle, accostate una all’altra, trascinarono la nostra fantasia nel tempo della storia, là dove non eravamo mai stati, ma dove il nostro cuore sembrava essere vissuto. Vele latine, irrefrenabilmente sospinte dal vento, spargevano il rosso mattone liso e slavato contro l’azzurro del cielo e il nero dei piroscafi. Gli indigeni in piedi alzavano al cielo la loro mercanzia con urla di selvaggia ripetitività, in mezzo a sacchi di tela rigonfi, pentolini di metallo, ceste di spezie e piume di struzzo. Tutti gli arabi della costa, mercanti improvvisati, si erano dati appuntamento sul molo e volgevano i volti bruni al cielo, le mani supplicanti e gli sguardi lacrimosi, tesi a raggiungere le fiancate 57


delle barche. Lo facevano con nenie lunghe che si spingevano sino alle balaustre delle navi da cui a grappoli fioriti si affacciavano i passeggeri. Due cani randagi, figli del dio Anubis, le grandi orecchie appuntite, il muso affilato e la coda lunga e folta, abbaiavano contro il mare. Carrettelle fragili, guidate da cocchieri dondolanti. Veloci dromedari carichi di indigeni scapigliati. Asinelli trascinavano trotterellando fascine voluminose come chiatte. Bianchi dromedari carichi di botti d’acqua. Era un volteggiare di turbanti e teli fascianti le anche e lunghe tuniche spettinate dal vento. Tutti sembravano accapigliarsi contro nemici invisibili. Poche donne in nero misteriose e sfuggenti scivolavano tra la folla, intoccabili ed eteree. L’informe brillio di vesti e volti e pelli nere si aprì in un varco come l’onda nel mare. Al centro di quell’onda c’era Ottavia, le vesti al vento, il cappello grande su una spalla. In quell’istante la nave attraccò e i sambuchi si strinsero intorno a noi. Quando la scaletta della nave fu a terra, barcollando per l’emozione scesi e Ottavia mi gettò le braccia la collo. Mentre la stringevo e la alzavo come fosse tornata piccina, le sue vesti finirono avvinghiate dal vento del porto attorno alle mie gambe e le fecero prigioniere. In una frenesia di ricordi tornammo bambini e volli trattenerla tra le mie braccia perché non crescesse. Il vento si prese gioco di noi e sollevò bassi mulinelli di sabbia che ci fecero festa intorno. Appena la deposi sulla banchina il cappello cadde a terra e mi chinai a raccoglierlo per nascondere la mia commozione. Ottavia piangeva e quasi singhiozzava, radiosa come una camelia. Mi stupii del suo volto bianco latte in quel catino di mondo color bruno. Il mio sguardo incontrò il bagliore dei grandi pugnali, tempestati di pietre e argenti che gli yemeniti reggevano alla cinta. Catturarono le lame l’ultima luce del giorno, rimandando al mio cuore sofisticati ed enigmatici bagliori. “Stai bene?”. “Sì”. “Finalmente sei arrivato. Alfredo ci aspetta”. Risalimmo sulla carrozzella e con uno schiocco leggero il conduttore incitò il cammello, che dapprima lanciò un urlo furioso, poi umilmente dondolando si incamminò a grandi passi in mezzo alla gente. Il mio bagaglio era già stato caricato 58


e col conte eravamo rimasti d’accordo di vederci il giorno dopo e anche con l’inglese. Mi voltai e vidi i marinai che mi salutavano e Besbes al centro che agitava il suo libro. Le mille e una notte mi riconsegnava all’avventura, lasciandomi preda di tante, troppe fantasie che avrei smaltito col tempo. La carrozza prese a correre in uno scenario che andava dissanguandosi di luce. Sulla cima della montagna nuvole di nibbi lanciavano al cielo grida querule. La strada si andava infilando in un arco che feriva la roccia a metà tra un costone e una vecchia fortificazione che gli arabi dicevano fosse la tomba di Abele, il primo uomo ucciso da un uomo. Lasciammo il cuore del cratere. I serbatoi di Aden che raccoglievano l’acqua piovana erano incassati nella gola del cratere, abbarbicati alle rocce scure. Le antiche vasche scivolavano, una dopo l’altra a gradoni, come piscine nate dal nulla. Ognuna prendeva l’acqua da quella sopra e a sua volta la cedeva a quella sotto, in un rituale sacro da cui sgorgava la vita. Cadeva l’ora del muezzin e l’eco della preghiera sul vulcano mi riconsegnò alla barca, quando era nel mare solo un punto nero contro il giallo del sole, che si rubava il silenzio del deserto per farlo morire nello sciaquio delle onde. In quelle notti la cetra e le voci che la inseguivano, romanzando storie d’amore, mi lasciavano dentro una nostalgia e un languore tormentoso. La sera si stava depositando su Aden. I due vulcani al tramonto finirono divorati dalla notte e anche noi divenimmo solo scure figure smarrite nella città antica, annullate da un sole che se ne andava e che ci stava portando lontano dalla realtà come un pulviscolo sabbioso. Una preghiera corse lunghissima a celebrare il nostro ingresso nel mondo delle ombre. La voce del muezzin terminò la sua corsa, poi riprese a suonare forte e fu un bizzarro urlo di lupo che correva senza sosta. Ci infilammo tra le due montagne e la strada si riempì degli indiani di cavalleria, armati di lancia, spada e carabina. Trottavano su piccoli cavalli arabi scortati da dromedari veloci ed eleganti che mangiavano la strada in una danza. Sotto la cresta irregolare del vulcano Ash Shams, il sole, si alzavano al 59


cielo le torri del silenzio che offrivano i loro cadaveri all’universo azzurro. Sulla sommità decine di aquile vocianti si lasciavano andare alle correnti calde. Il canto del muezzin risuonò alle nostre spalle e fu un vento in fuga carico di “bismillah, allahu akbar”. E le voci dei fedeli che ripetevano “ashadu anna la ilaha illa’llah wa anna Muhammadan rasulu llah” si persero dentro il cratere. “Dio è grande”, mi disse Ottavia, rimettendosi a posto ancora una volta il cappello. “…E anche l’uomo!”. E scoppiò in una risata. Sulla striscia che chiamavano Ma’ala Road incontrammo arabi erranti su docili cammelli, magri e lunghi, avvolti nelle tuniche bianche, armoniosi al passo con l’animale, mettevano in mostra sulla cinta i meravigliosi pugnali e ciotole di ferro che risuonavano nell’aria il loro canto. Ottavia ruppe il silenzo: “Non mi dici nulla del viaggio?”. “Ho incontrato un esploratore che raggiungerà Zeila per formare una carovana”. “Ah, Zeila”, disse Ottavia. “Da lì partono le carovane per Harar”. Gli indigeni dormivano sulla terra, distesi tra un albero rinsecchito e l’altro, simili a radici affioranti. Prendevano in quell’ora di luci incerte le grigie sembianze di esseri sbocciati dalle crepe di una terra riarsa che a sera lasciasse affiorare i suoi umori. Harar era ancora lontana. Viveva nei miei pensieri avvolta da un’aureola di luce diafana e quieta. Nei racconti degli esploratori si ergeva civettuola a cavaliere di un colle. Ai suoi piedi i verdi più teneri e gli azzurri trasparenti di laghi abitati da gru erte come fuscelli. Veli colorati di donne cariche di cesti attraversavano la pianura che la lambiva, camminavano ignare e sospinte dal vento verso le porte di Harar, seguite da ragazzini che sorreggevano mazzi di canne verdi in un tenero abbraccio. Il rosso fiammeggiante delle case punteggiato dal biancore di tre minareti che come spade ferivano il cielo e Harar rimaneva sospesa nel tempo e anch’essa nel silenzio. Harar, potente signora di una regione vastissima. Il conte sempre vagheggiava di una terra dai colori trasparenti tanto da sembrare un sogno evaporato dai calori soffocanti del deserto e dalle terre rinsecchite del resto dell’Etiopia, tenuta in vita dalle continue preghiere di Allah. 60


A quelle ombre della sera e alle fantasie della notte incombente il piacere dell’essere arrivato e l’affetto per mia sorella si andavano struggendo e, per non so quale alchimia della pace ritrovata, che pace non è più, si era insinuato in me un ostinato bisogno di ripartire. Quella pace stava dando vigore all’anima mia che riscopriva la pena e lo struggimento per un’altra fuga. Avevo imparato cosa significava rompere con la mia storia e ora rinasceva dentro di me la voglia di andare. Attratto da altre scoperte, sospinto verso un altrove che si chiamava Harar e che sapevo essere anche la terra del pericolo. Ottavia certo sapeva cosa significava raggiungere Harar, ciò nonostante mi disse: “Se vuoi partire, Alfredo ti aiuterà”. Cara sorella, non mi ostacolava, anzi lanciava la sfida e mi incitava, anima libera che sapeva quanto valesse un sogno. Il nostro breve viaggio verso la casa non era ancora finito e lei volle condividere con me un segreto. Faticai a sentire le sue parole, spezzate dal canto del muezzin. Parlava come se avesse già iniziato quel discorso e quello che mi stava dicendo non fosse che il proseguimento di qualcosa che noi due sapevamo. “Quando mi guardo allo specchio del bagno di Aden sono felice di riconoscermi diversa da come ero in Italia. Qualcosa in me muta, plasmato dalla città del vulcano. Al mercato ho comperato delle garze lunghe lunghe, bordate d’oro. Mi ci avvolgo e quei tessuti sottili evaporano sul mio corpo, cantano con garbo sulla mia pelle. La fantesca mi insegna a vestirmi di garze. È un segreto fra me e lei. Nello specchio vedo riflessa un’altra Ottavia, carica di linfa sanguigna e di bramosia e di struggimento…”, tacque intimidita dalla sua stessa foga, da ciò che mi stava svelando. La mia relazione con le donne era agli albori. Il corpo di Vittoria si era adagiato sulla mia possanza solo nei sogni che facevo quando avevo troppo bevuto. Mia sorella Ottavia, appena più grande di me, era sposata: lei sapeva cosa era l’amore. Aveva acceso la sua brace e la consumava con Alfredo. La guardavo con rispetto misto a invidia e pudore per questa sua maturità che ancora non avevo. “Alfredo non sa. Alfredo non potrebbe capire. Per lui sono solo neri inferiori rozzi e poveri. 61


Lui li vuole salvare. Io no! Io ne sono attratta. Mi ha spaventata all’inizio questa seduzione forzata che il Paese e la sua gente esercitavano su di me. “Appena arrivata, sentii una improvvisa repulsione per gli odori che non mi spiegavo; furono per primi i cibi esposti al mercato a ripugnarmi, provavo un tale disgusto per i piatti speziati che cucinava la cuoca e che Alfredo divorava entusiasta. Quando dovevo uscire, ero così contrariata dai cammellieri che venivano a prendermi la sera, non sopportavo che nemmeno mi sfiorassero e correvo subito a lavarmi. Avevo avversione per le viuzze rotte e sassose dove l’acqua stagnava, che non volli più uscire. Gli assembramenti di capre e buoi mandavano un fetore acre di selvatico che mi dava allo stomaco. Al tramonto ovunque si spargevano gli effluvi delle carni putride e dei grassi rancidi. Pungevano con violenza le mie narici. Sentivo gli escrementi dei cammelli e dei cavalli, degli asini e delle capre e dei buoi ovunque. Divennero per me un’ossessione. Spargevo cannella e chiodi di garofano per la casa, sotto gli abiti e la biancheria, bruciavo incenso ad ogni ora. Sognavo l’aria pura delle montagne innevate, l’aria sottile, priva di colorazioni odorose, carica di ossigeno da respirare. L’aria che dava baldanza fisica. L’aria di questa città mi indeboliva tanto che presto mi vennero delle febbri fortissime. Mi misi a letto senza forze né voglia di reagire. La mamma non sa, ti prego, è un segreto. “Fu la fantesca a guarirmi. Un giorno arrivò con delle ceste cariche di stoffe. Ma prima di farmele vedere mi disse: ‘Ho un medicamento per la signora. È olio di mirra’. Me ne dette alcune gocce in una ciotola di legno, dove aveva versato del sidro. Bevvi nauseata, più per amore verso di lei che per fiducia nei medicamenti. È la persona più cara che ho in questa terra desolata dopo Alfredo. Poi allargandosi le sottane come una corolla di fiore svaporato, la fantesca si sedette a fianco del mio letto e srotolò le garze con pazienza. Erano infinitamente lunghe o tali mi sembrarono per il mio stato. Lievi, trasparenti bianchissime. Avevano un bordo di ricami dai colori sgargianti e dorati, brillavano come pietruzze di vetro al 62


sole. Subito ne fui attratta e mi riprese un non so che di ardore e voglia di qualcosa. Lei intanto tirava e tirava dalle ceste e le garze andavano riempiendo la mia camera, i bordi del letto, il tappeto, il pavimento. Le garze si gonfiavano come schiuma, come cavalloni marini quando il maltempo li scompiglia. E l’acqua gioiosa ride increspandosi in spruzzi e forme strane, alte verso il cielo che poi subito ricadono scomparendo nel grande arruffio del mare. ‘Questa garza è l’abito delle somale e io ti insegno come avvolgere la tua pelle bianca e tu tornerai felice come prima’. La guardavo e pendevo dalle sue labbra. “Quello che la fantesca diceva servì seriamente a guarirmi. Le febbri se ne andarono e io ripresi vigore. Mi piacque tanto vestirmi alla maniera delle somale che dopo chiesi varie volte alla fantesca di farlo con me, quando Alfredo andava via. Ci chiudevamo in camera e cacciavamo con una scusa il servo che sventolava il pancal per farci aria contro l’afa opprimente. Per essere certe che non tornasse, lo spedivamo in missioni impossibili in città. ‘Sta arrivando un postale da Massaua, non tornare senza le lettere che porta’, gli dicevamo. Mi potevo spogliare della biancheria e del corsetto e sul corpo lucente di nudità lei con premura e prudenza mi avvolgeva di garze, girandomi intorno varie volte, in rispettoso silenzio, alla stregua di una falena che danza attratta dalla luce. Tirava la stoffa diritta e alta e mi imprigionava la vita e i fianchi e il busto, lasciandomi scoperta solo una spalla. Ridevamo insieme a questo gioco. Poi lei si inginocchiava e mi ungeva i piedi di grasso. “Solo quando aveva terminato di infilare pazientemente le sue dita unte tra le dita dei miei piedi, si alzava e mi toccava gli angoli degli occhi con un bastoncino di vetro sporcato di una polvere grigia e brillante. Tutte le lacrime della mia fanciullezza sgorgarono in un solo attimo senza un perché bagnando le mie guance. Piangevo, ma non soffrivo. Non erano lacrime dell’anima, non appartenevano alla sofferenza dello spirito. Erano gocce stillate dal mio corpo che gemeva al sentimento nuovo e indistinto di un piacere che apparteneva solo a me. Godevo di quel tessuto sulla pelle, di quel grasso tra le dita. Ridevo immaginando la semplicità del mio corpo che si 63


faceva seducente, ora casto, ora impudico. Non è questo che mi ha insegnato la mamma”. Fui intimidito dal suo racconto e non lo potei intendere fino in fondo. Temetti per un attimo di amare mia sorella, ma seppi subito che non ero attratto da lei. Ottavia aveva conquistato un’altra soglia della fratellanza con soavità e voluttuosità. Mi voltai e dalla scollatura vidi il suo piccolo seno ansimare. Era turbata dalle sue parole. Non mi piaceva il suo corpo, ma amavo la sua anima, perché mi sottraeva alla solitudine. Avevo accarezzato Vittoria sull’erba, durante un picnic, infilando le mie mani sotto le gonne troppo ricche con ardimento tutto maschile, pensando di essere rifiutato. Ma lei non si era ritirata. Vittoria si abbandonava a occhi chiusi, il busto appena sorretto dai gomiti appoggiati sul verde. Mi ritrassi per baciare le sue labbra che la testa, spinta all’indietro, offriva al sole appena socchiuse, in un cenno di godimento venato di ritegno. Quell’incontro fu interrotto dai suoi genitori che stavano arrivando a cavallo. Come leggendomi nel pensiero, mia sorella disse: “Scrivi a Vittoria, avrà sofferto molto per la tua partenza”. Non sapevo se l’amavo. Ero smarrito nell’intensità di un mondo barbaro carico di bellezza. “Amiamo solo ciò che non ha nome e ci tormenta con il mistero. Amiamo la natura che si fa presagio dell’ignoto e ci insegna a vedere la morte”, Ottavia recitava qualche poeta lontano. Le carovaniere tagliavano il traffico di schiavi, bagnato dal sangue di esploratori intrepidi o forse solo disattenti. L’inaccessibile Harar, rovente nei sogni dei miei amici imbarcati sul vapore. Harar che minacciava gli infedeli, prigioniera dei minareti e degli interessi degli europei, li sfidava con le sue superstizioni.

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LA CENA DELL’ADDIO

Il giorno prima di partire ci fu una cena con tutti i passeggeri della nave. Erminio Gallieni era particolarmente nervoso. Attribuimmo la sua palpitante agitazione al fatto che si stava avvicinando al luogo della prigionia del fratello, a quando avrebbe scoperto la verità sulla sua sorte. A fine cena volle raccogliere la nostra attenzione festosa, lanciando grandi occhiate al conte come se volesse scrutare il suo stato d’animo. Il conte, lungi dall’essere in qualunque maniera disturbato dai suoi sguardi, era eccitato e celebrava con dovizia di dettagli la sua spedizione, parlando sempre con orgoglio venato di ottimismo sugli esiti di un incarico che sapevamo dei più rischiosi. Non lessi durezza nel comportamento di Gallieni, ma solo una tensione vibrante come una lama. Si capiva che quello che stava per dirci lo aveva torturato in modo sottile. La decisione di parlarci non era esattamente quella che più lo rasserenava, ma evidentemente non poteva fare diversamente. “Un corriere mi ha consegnato una vecchia lettera di mio fratello. Vorrei leggervene il contenuto perché riguarda persone qui presenti”. Senza preamboli, mentre la gioia della serata sfumava spinta lontano dai colpi ripetuti senza fine del pancal nell’aria infuocata, Gallieni disse: “Scrive mio fratello: ‘È stata annunciata la spedizione di un conte di Milano. Già mi dispongo a liquidare e partire. Ma questa venuta mi fa paura. Se viene fatta 65


una spedizione militare, gli assassinati con Giulietti e Bianchi saranno dodici. L’emiro ricevette da un turco notizie che la spedizione porterebbe trecento fucili Wetterli e non so quante migliaia di talleri, che avrebbero armato gente appena in Gildessa e sarebbero venuti a impadronirsi di Harar. L’emiro rispose che avrebbe consultato i libri sacri e secondo lo scritto avrebbe operato. Il giorno 11 è partito per Gildessa e fu durante la sua assenza che ci voleva fare musulmani…’ “Il resto non lo leggerò essendo cosa privata. Desideravo avvertire solo il conte che di lui si parla, almeno così sospetto. E a lui ho pensato svelando il contenuto”. Il conte taceva, certo sorpreso e anche preoccupato di questa nuova. Era in quei giorni riuscito a fugare ogni idea di pericolo mortale con la sicurezza dei suoi mezzi e delle promesse di Abu-Baker che gli aveva fatto sapere, attraverso il consolato, che a Zeila avrebbe trovato i duecento cammelli che gli servivano. Nessuno parlava, mia sorella sventolava freneticamente il suo fazzoletto e per la prima volta le vidi la fronte e il collo imperlarsi di sudore. L’inglese taceva ma il suo modo di non agitarsi faceva intendere che lui invece si aspettava qualche novità poco simpatica perché così erano quei territori e non v’erano mezzi a salvare totalmente gli europei che vi si avventuravano. Nel silenzio il pancal, che solo si muoveva, spargeva come una lacca pesante e dura nella stanza dei nostri festeggiamenti. Non lo scricchiolio di una sedia o il tintinnio di un bicchiere vennero a screpolare la paura che era scesa sui volti dei commensali. Perché tutti sapevano che andare a Harar era un viaggio verso l’ignoto. Mio cognato cercò di ravvivare la conversazione, offrendo da bere altro champagne a tutti, ma senza riuscirci. E mia sorella si congedò con la scusa di un’improvvisa emicrania.

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I CANTI DEI MARINAI

Prima di partire incontrai Ottavia da solo. Era nella sua camera avvolta nella garza delle somale. Era addolorata e l’unico segno era quella veste araba e il segreto che conteneva. “Sul sambuco c’è latte di cammella”. Con tenerezza mi elencava le provviste e sui suoi occhi scuri spuntò un velo ad appannarle lo sguardo. Allora si portò la mano al petto e alla fronte e fece tintinnare alcuni bracciali. Non ebbi la forza di gettarmi tra le sue braccia, sarebbe stato troppo doloroso staccarmene. Avevo la certezza che in quella terra dalle luci incandescenti e dalle notti di petrolio l’avrei incontrata nel volto delle donne che avevano il ventre che sapeva di terra. La barca ci aspettava al porto ormeggiata tra i vapori. Era un sambuco e si chiamava Sheikh Mansur. Alfredo aveva preso tutti gli accordi e al mattino era corso al porto per controllare l’equipaggio. A quell’ora gli arabi pregavano lungo la spiaggia, chini sulla sabbia. Sheikh Mansur era un legno di quaranta metri macchiati da escrementi di uccelli rinsecchiti dal sole e dall’acqua. Provai una vertigine al vedere quella prua bassa che guardava il mare con animosità e sulla quale sarei salito per un altrove tanto agognato. Dalla poppa l’ombra della regina di Saba scivolò via, carica di perle preziose. Nella mia immaginazione la vidi allargare le braccia e una cascata di madreperla rutilante scivolò in mare come se vi appartenesse. Tre vele latine di dura canapa lasciate 67


libere cedevano alle provocazioni del vento appena trattenute dagli alberi. Il mio secondo viaggio era pronto. La poppa del sambuco puntava diritta al cielo, senza rifiniture, non un chiodo ad inciderne la bellezza, né a decretarne il destino infelice che l’avrebbe condannato a finire contro le rocce di una montagna. Una bandiera segnata dalla mezzaluna, da stelle e da una preghiera ad Allah spargeva il suo verde al cielo incessantemente. Il vento la faceva suonare e il suo canto si univa a quello degli uccelli che si ammassavano sulle navi in sosta. I marinai si agitavano intorno a Sheikh Mansur, come fosse una creatura appena sbocciata. A piedi nudi si arrampicavano sulle corde tese e sugli alberi. Una larga tela si legava ai loro fianchi e ne serrava gli omeri. Come le vele sembrava volersene fuggire lontano. I loro volti, con i denti d’avorio, scoperti su labbra carnose, e i busti eretti mi parlavano di un viaggio senza tempo né timori e mi placarono facendomi tornare uomo. Quando alle spalle mi arrivò una voce dura: “Se il tempo si farà cattivo, ancoreremo la barca finché Allah non avrà cambiato le sue intenzioni”. Era il comandante Ahmed. “È Allah che si prende cura del futuro”, non sorrise nel dirmi questo, ma mi mise in guardia dal non creare problemi. I marinai stavano montando una tenda che ci avrebbe protetti di notte e fatto ombra di giorno. Mi imbarcai e salutai Alfredo, abbracciandolo con le lacrime agli occhi. Alfredo mi batté sulla spalla, mi voltai verso la barca e non volli più guardare il nero di quel vulcano che nascondeva la città dove mia sorella aveva trovato, come in un anfratto della pelle, un nuovo modo di essere. Sheikh Mansur, carico di mercanzia, affondava nel mare pigramente. Ce ne andammo in mare aperto scivolando tra i vapori e un postale che, ancora pesanti, attendevano di essere svuotati per riprendere il largo. Sheikh Mansur faceva acqua e i marinai dovettero scendere numerose volte di sotto e, facendo una catena umana, passarsi vasi di latta e otri di pelle gonfi d’acqua per scaricarli fuoribordo. I marinai dai muscoli forti e i corpi snelli, appena coperti alle anche dalle cotonate leggere, si da68


vano un gran daffare. C’era Allah a renderli confidenti. Era, mi dissero, il giorno più favorevole alle partenze. Il sesto di Safar, il giorno nel quale, diceva il profeta, l’Islam era uscito dalle nuvole. Il tempo della fede. Tra le mani di Allah i miei amici arabi misero anche il loro corpo e si spogliarono. Gettarono a terra casacche e teli e turbanti e tennero solo un lieve perizoma che ancor più fece risaltare la loro pelle di cuoio. La sera arrivò con Sheikh Mansur che docile scivolava sulla scia chiara e luminosa del mare. Udivo levarsi dalle onde l’antico canto delle sirene che aveva sedotto i viaggiatori arabi. Abbandonato il porto di Aden e le sue rocce, divenni un viaggiatore biblico, sospeso tra il nulla e il tutto del mio sapere civile, incerto a quale sentimento abbandonarmi. Il comandante dominava la barca statuario come una Nike. Ahmed conosceva il mare e non usava strumenti per navigare. Faceva compasso con le dita su una cartina logora e sberciata. Ahmed si lavava con acqua di mare e pregava rivolto alla Mecca cinque volte al giorno come prescrive Il Corano. Al tramonto si concedeva una piccola sosta e si riempiva la bocca di tabacco bagnato nell’arrack, un alcol di cocco e riso, e talvolta lo speziava con le ceneri. Mangiava con moderazione la sua razione e non rivolgeva grandi parole ai marinai. I suoi erano ordini che aveva già dato e che quei giovani avevano appreso e mai più dimenticato. Così il mare viaggiava per loro, sembrando intimidito dal loro procedere, quieto come stormo di gabbiani che volano nel cielo condotti alla meta dalla gioia del viaggio e dalle correnti felici. Lo skipper era un giovane di trent’anni. Il suo orizzonte spaziava da Gedda a Berbera, come fossero l’universo intero ed ebbi modo di capire che sapeva quello che serviva sapere e nulla lo turbava. Indossava un corto sarong, stretto in vita da una fascia. Sopra aveva un gilet gonfio di carte, lettere e conti. In altri anfratti delle vesti, che a strati lo coprivano e con il fiorire della sera si raddoppiavano a proteggerlo dal freddo, nascondeva piccoli fogli strappati nelle notti solitarie di condottiero di barche. Ne abbracciava le poetiche fra69


si con la dolcezza con cui si bacia una sposa lungamente attesa e desiderata e alfine posseduta nel letto matrimoniale. Cantò per noi lo struggimento dell’anima che come una donna percorre l’angusto sentiero che conduce all’amato. “Eva era alta e bella come Adamo, aveva settecento trecce ornate di crisoliti, e profumate di muschio. La sua pelle era più delicata e trasparente di quella di Adamo, la voce più armoniosa. Per te ho concentrato le mie grazie nella mia serva Eva e non esiste grazia, Adamo, migliore di una sposa devota”. Così Allah aveva deciso. Così Dio insegnava a placare le ansie scatenate dall’eterno desiderio di una costola perduta. Trascorsi l’intera giornata sotto la tenda. Barbagli di sole impedivano alla vista di catturare le coste. La luce accecante le frantumava e le immergeva in dettagli che si imponevano al cuore come frammenti di vetro scomposti e ricomposti in un caleidoscopio incalzante. E meno ne disegnava la forma completa, più le coste brillavano in una purezza carica di significati. La luce bruciante plasmava e riplasmava la realtà veloce, eterea. Le coste, abbandonate in una eternità luminosa, baciavano i suoi occhi con modulazioni che assomigliavano al corpo di una donna, un corpo velato dalla giovinezza, che ancora non sapeva far correre il suo odoroso umidore, né caricarlo dell’empietà della carne. Se non fosse stato per il rigo nero, che il troppo sole rifletteva su ogni parte della natura, perché altro che natura non v’era in quel luogo che attirava l’attenzione, niente altro che la natura imponeva la sua presenza ed esigeva di essere la sola baciata dagli occhi, solo quel rigo nero dava alle coste un limite all’espandersi infinitamente, fino al delirio. Quelle coste, che si delineavano come un corpo secco e asciutto, si riflettevano con riverberi e bagliori da notte di stelle e come un cielo carico di temporali e saette e tuoni e mi regalavano lo struggimento per il corpo femminile. Il mio sguardo si posò sul mare che, titillato dai raggi del sole, mandò tintinnii di cristalli trepidanti. Formavano una pioggia d’oro che non si decideva a posarsi sull’acqua per timore di morire in un vaporio gioioso e cantilenante e conti70


nuava a farsi inseguire dagli spruzzi del mare. Avevo accarezzato i seni di Vittoria come un’onda della sera fa risacca sulla sabbia. Passavo le dita e il palmo della mano sulla pelle. Il corsetto di pizzo le schiudeva il seno che pareva un bocciolo che avesse iniziato a offrire i suoi petali al mondo. Ne avevo assaggiato le rotondità stupefatto e accecato dall’emozione. Vittoria fu davanti a me appoggiata alla spalliera del canapé. La sua mano saliva a slacciare il primo bottone che imprigionava il suo piacere. Le mie labbra si erano adagiate su quel candore per assaggiarne come un bambino brancolante ogni più piccola parte sino a raggiungere il suo ventre. Non avevo osato sollevare le sue gonne. Le labbra arrossate non ebbero il coraggio di avanzare vincitrici e persi quella battaglia al pensiero delle mie visite notturne alle donne di piacere di via dei Fossi. Non v’ero andato molte volte, ma era lì che avevo riconosciuto quanto il mio corpo sapesse modulare il piacere. Conoscevo solo l’imperativo brutale e forzato che ardeva in me di fronte ad un corpo la cui anima mi sarebbe rimasta sconosciuta. Ora non potevo fare come un animale che fiuta la tempesta, come un lupo saggia nell’aria tutto ciò che gli sta per accadere. Vittoria era stata per me un altro piacere e ora non sapevo più da dove trarlo. Giaceva la mia anima tra quel ricordo di amori densi procaci, che avevano la velocità del lampo che si scarica in un cielo livido di pioggia. La ritrovata dolcezza mi illanguidiva di piacere e scendeva dentro di me riportandomi all’infanzia e ad una consapevolezza di tutto il mio essere che mi stordiva. Adagiato sul ponte del sambuco riaprii gli occhi alla realtà. I corpi di due marinai dalla pelle tesa sfidavano la gravità e si arrampicavano con eleganza su un pennone di legno. Luccicava la loro pelle di marocco e respingeva gli spruzzi d’acqua, che si coagulavano in tonde bollicine in attesa di essere rapite dal vento. Il mare cantava una poesia che di notte sempre uno di loro, preso da nostalgia, andava a trarre da Le mille e una notte e se ne faceva cantore per gli altri. Il mare era la loro terra. E la terra era solo l’approdo da cui ripartire, per riscoprire la poe71


sia del mare. Ridevano e cantavano, cantavano di guerre e amori, cantavano di vendette e uccisioni, di leggende e magie e si toccavano l’un l’altro con gioia e confidenza. La loro nudità, la gioia del corpo ritrovata, e di un contatto con aria, sole e acqua danzavano davanti a me come un canto di sirena. Ecco ciò che imparai dai marinai arabi che senza strumenti se non quelli della conoscenza che portavano con loro, non avendo né studiato né fatto altre esperienze, vivevano sul mare. In una notte ammantata di stelle con un mare che come specchio si era divorato la luna e ne spargeva la bellezza sulla superficie di cristallo, qualcuno cantò al suono del kissar di diciotto corde, figlio di una gazzella, la storia di Bilqis, la regina di Saba, che superava in bellezza le vergini del Paradiso. O Bilqis, o Bilqis, sottile nel pensare e robusta nell’agire, figlia di un genio diabolico e di una donna, la tua vigoria ebbe lo sguardo di un pavone. L’upupa lasciò cadere sul tuo letto di perle profumate come il mare la lettera di Salomone, il re profeta che conosceva il linguaggio degli uccelli. E quale ardore desti a Salomone quando, sedotta e ingannata dalla lucentezza del pavimento di cristallo del suo palazzo, ti sollevasti le vesti, mostrando gambe e fattezze di donna di tale straordinaria bellezza che mai prima ne furono viste su questa terra. “O Bilqis, di fronte all’amore tutto fu per te mucchio di cenere e la luna luminosa una nera pignatta”. “L’amore è un oceano dove i cieli altro non sono che schiuma”, scriveva Vittoria nei bigliettini che prima di partire mi consegnò. Le lettere di Ottavia avevano l’inchiostro sbavato e le parole cancellate dalle lacrime. Presa da nostalgia era incapace di comunicare e allora strappava brani dal Corano. “La conchiglia è in fondo al mare e solo alla nuvola va la sua speranza. Il corpo è qui, mentre il cuore è presso di voi. Separati da voi i miei occhi piangono lacrime di sangue”. Al dolore per le lettere che non arrivavano, annotava pensieri. “Non un messaggero né un viandante né un cammelliere, non una notizia né un sogno…”. E io piangevo per lei. Giungemmo in vista di Zeila alle prime ore del mattino. Una grande massa scura sparsa di chiazze bianche si profilò 72


all’orizzonte. Mano a mano che ci avvicinammo, quelle chiazze si sgretolarono in poveri tetti di case di pietra e di moltissime zeribe. Il capitano mi aveva parlato della difficoltà di approdo a Zeila, la città dove facevano scalo dall’India navi cariche di incenso, provenienti da Dufar, di pepe e panni diretti a Cafila, di perle e di denti di elefante. Navi straripanti di merce umana e di tutti quegli schiavi che i mori catturavano per smerciarli in Persia. Zeila, la bella città del re moro, che discendeva da David, apparve come un filo che si perde nell’orizzonte, incerto se infilarsi nell’azzurro del cielo o nell’opalino del mare. Bianca e lucente al chiarore del mattino, ricamata di striature grigie e sottili lingue di fuoco create da un forte sole in arrivo, Zeila dormiva su una distesa di sabbia così bassa che si perdeva nel mare. Una banchina, lunga un chilometro, come un tentacolo accarezzava le onde per aiutare le navi nelle operazioni di sbarco e imbarco. L’acqua l’abbracciava da tutti i lati, mentre una sottile lingua di sabbia le faceva da cordone ombelicale, tenendola sospesa tra terra, mare e cielo, in attesa di farla rinascere con la bassa marea. Allora l’Inginna, così chiamavano gli indigeni quel filo che li legava alla terra, veniva inghiottita e Zeila felice si perdeva nelle onde. Quando le maree erano forti, le acque salivano fino ad un metro e mezzo, ma al comparire del primo sole fuggivano per quasi un chilometro, scoprendo una costa arida, appena macchiata dal giallo di poche mimose. Zeila fu davanti a me con le merlature delle case del Residente e della dogana. Gettammo l’ancora nella rada e sulla banchina alcuni sambuchi issarono le loro vele per dirigersi verso di noi. A terra si affollò una turba nera di indigeni e di mercanti greci che alzarono le braccia in segno di saluto. I facchini somali erano seduti pigramente a fianco delle sedie a lettiga in attesa di caricare i passeggeri sulle spalle per aiutarli a lasciare le imbarcazioni e attraversare la distesa di sabbia. Da una nave alcuni colpi di cannone salirono al cielo privo di nubi e si sparsero sulla città. Mezzo paese già attendeva i nuovi arrivi. 73


Appena fui sulla banchina, fui strattonato da ogni lato. Per pochi backscis c’era chi mi tirava la giacca, chi mi voleva pulire le scarpe, mentre i bambini al grido di “ferengi, papa, babo, ferengi, ferengi”, usavano le parole come se io fossi un pallottoliere e mi toccavano tra le gambe e le braccia, non sapendo più a cosa aggrapparsi. Estrassi dalle tasche i miei talleri di Maria Teresa in pezzi piccoli e li distribuii alle prime mani che mi vennero incontro. Tra la folla distinsi i volti del conte, dell’inglese e di alcuni marinai. Erano venuti anche loro a curiosare tra le navi. Il conte per primo, facendosi largo tra la gente, mi raggiunse e mi strinse la mano come in una morsa, con gli occhi che brillavano. L’inglese mi sorrise in modo complice e i marinai presero a battermi le mani sulle spalle. Seppi che ancora non avevano organizzato tutta la carovana e che Abu-Baker Pascià, il governatore eccellente di Zeila e sovrano del traffico di armi, li aveva tenuti lungamente in attesa e aveva fatto sapere proprio quel giorno che li avrebbe ricevuti l’indomani. Perciò ci salutammo con l’accordo di rivederci di buon mattino. Avevo fretta di organizzare la mia carovana per Harar. Un amico esploratore mi aveva consigliato un buon aban che conducesse la carovana. Si chiamava Mohamed-el-Bar, detto Giammah. Non fui io, ma lui a scovare me, fra la gente del mercato. Camminavo in mezzo alle donne che si recavano ai pozzi con i cammelli e gli asini carichi di otri enormi. I ragazzetti somali dai capelli corti e intrecciati avevano tutti un coltello infilato nella veste. Altri forbivano la lancia seduti. Alcuni avevano volti e corpi segnati da pustole e ferite rimarginate malamente. Era un gran mercato dove trionfavano carne, olio di zerzelino, caffè, piume di struzzo, avorio, gomma, burro, madreperla, riso, grano. Assaggiai qualche dattero di Bassora. Un piccolo uomo dalla testa tonda e i capelli corti e ricci, la fronte lucida come una biglia, mi guardava senza espressione. Era infilato in un mantello di tela bianca come in un sacco. “Io sono Sultan Mohamed-el-Bar, Giammah per gli amici”, disse mentre la tensione si allentava. “Tu vuoi una carovana, 74


vieni con me”. L’aban mi condusse lontano dall’abitato, camminando svelto. “Io sono un servo oromo, io ho conosciuto tutti e so fare commercio con somali e case di Aden”. Tacque e subito riprese: “Cavalieri oromo tirano la lancia e la raccolgono da cavallo cacciano elefanti, leoni, leopardi, struzzi, antilopi. Sono coraggiosi e forti”. C’era Aden e la sua frenesia commerciale dietro le sue parole. Doveva essere davvero abile. “Aban è come tuo padre e tu sei suo figlio. Così dicono i somali. Io penso al tuo cammino e tu, straniero, mi dai fiducia”. Dopo una pausa si voltò e spiegò: “…E se vieni assassinato io ti vendicherò”. Guardandomi fermo negli occhi, aggiunse: “E se io non riesco, la mia famiglia e la mia tribù”. Ma non era finita la sua pantomima, mentre mi stavo convincendo della serietà del suo discorso, provvide a smontarmelo con una battuta. Si rigirò e, con un sorriso infantile e divertito, mi spiegò: “Io sono servo e non ho famiglia”. E prese a ridacchiare come un fantoccio scosso dall’interno. Davvero il marchio indelebile della vergogna si sarebbe abbattuto su di loro se io fossi stato ferito o ucciso? Se la preghiera fosse salita in alto verso quel cielo trasparente, la protezione avrebbe funzionato. E poco contava che io credessi o no a quel Dio. Era il benvenuto, purché mi aiutasse a portare a Harar la pelle. Fummo davanti ad una mandria di cammelli giovani, non ancora domati: stavano su un campo, prigionieri di una corda serrata alla mandibola, in mezzo ad una gran confusione di sacchi casse e ceste, mentre i cammellieri si davano un daffare inverosimile. Tra insulti e grida si strappavano la corda uno con l’altro. I cammelli più agitati si davano alla fuga dal gruppo, subito rincorsi e legati ad una delle cosce per evitare una seconda fuga. Continuavano a saltellare caparbi sulle tre gambe rimaste libere, tirando il collo come un bastone che picchia l’aria a vuoto, assumendo forme bizzarre e grottesche. I loro salti segnavano il cielo di scudisciate smarrite nell’aria infuocata del pomeriggio. L’aban scelse quattro cammelli e mi disse di proseguire. Ripercorremmo la strada a ritroso e fummo in mezzo al mer75


cato tra le donne che tornavano con gli otri carichi d’acqua. L’aban ne fermò alcune, contrattò il prezzo e prese sei ghirbe per l’acqua, un sacco di riso per i cammellieri e del burro che mi consegnò. Il fogliettino che mi stilò fu un capolavoro di ghirigori. Fra le righe compresi un totale di centosei rupie, che gli diedi felice del lavoro che aveva svolto. “Cinque talleri per me e nove per il noleggio del mulo e un asinello che si chiama Farah”. Verso il tramonto con quel mulo pagato nove talleri mi feci largo tra la siepe di ragazzini nudi che vociavano e uscii dalla città seguito dai cammelli e dai servi per un lungo giro di prova. Persi i muri delle case dietro le spalle e fui divorato all’orizzonte da un rossore che incendiava la strada verso Harar, finché sentii solo lo scalpiccio delle mie bestie e lo sbatacchiare delle catenelle che legavano i bagagli. I cammelli grugnivano e i muletti cadenzavano di buona lena la marcia. Il mattino dopo ero pronto per l’incontro con Abu-Baker, il despota di Zeila che manovrava a suo capriccio il traffico di armi e schiavi. Sentii spandersi dietro la folla del mercato un suono di tamburi, coronato dalle note dondolanti di mandolino. Accompagnato dai suoni della città, Abu-Baker Pascià venne a riceverci vestito nella sua ricca uniforme, in contrasto con la sua faccia nera e le movenze rozze. L’interprete tradusse le sue parole al capitano della nave. Si stava scusando per non avere ricevuto come si conviene la prima delegazione italiana. Era un vecchio dankalo, non molto alto, furbo e magro. Aveva un naso severo e delle labbra sottili, i capelli rasati sulla fronte. Una barbetta grigia e corta gli incorniciava uno sguardo fuggente. Quando il mattino dopo ci condusse al suo palazzo non indossava più la falsa uniforme, ma un gandourah arabo, un tempo di color bianco. Sulla destra teneva il berretto musulmano e nella sinistra si rigirava un bastoncino di legno dalla punta sfilacciata in tante fibre che si passava sui denti come uno spazzolino. Ad ogni giro lasciava sfuggire un leggero sbuffare d’aria. Nonostante avesse un’ottima dentatura per la sua età, un getto di saliva se ne andava fuori dalle labbra, prendendo le direzioni più impreviste. 76


Quell’anno, egiziani e inglesi avevano firmato una convenzione: il governo si era impegnato ad arrestare tutti i trafficanti di schiavi che operavano sul suolo egiziano e ai confini verso il centro dell’Africa. Il governo di Londra aveva ottenuto il diritto di visita su tutte le navi egizie e nel mar Rosso e nel golfo di Aden, lungo la costa araba e quella africana e nelle acque dell’Egitto. Ma il traffico di schiavi era ugualmente fiorente. Fu un lungo discorrere per mettere insieme la carovana del mio amico che si concluse solo alcuni giorni dopo.

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PARTE LA CAROVANA

Al mattino un orizzonte di malva, serpeggiante ai bordi di un deserto color canapa, riempì i nostri cuori di presagi, lasciandoci emaciati in volto e un cuore pieno di angosce. Abu-Baker fece risentire la sua mano di capo e chiamò a sé i componenti della carovana per il calam. Sedettero tutti su un monte pietroso: nell’aria fredda e nel silenzio del giorno ancora assonnato pareano figure evocate dai nostri stessi sogni ormai prossimi allo svolgersi della storia su quella terra che più non poteva restare sospesa nella notte luminosa dei desideri. Le loro voci furono prima un incomprensibile brusio, poi un concerto pungente il silenzio, simili a cicale tremanti e ferventi. Uscivano dal cielo nuvole gonfie e gigantesche come carovane, spazzate via da un vento che invadeva ogni cosa e un’aria secca che ci fece piangere occhi e cuore. Alla destra del calam sedeva il console e alla sinistra gli esploratori. Le facce nere dei somali, come tenaglia, li chiudevano a semicerchio, imprigionandoli nel futuro di un viaggio che in quel momento consegnava ogni sicurezza alla parola degli indigeni. Preghiera nella preghiera. Nell’aria che iniziava a farsi crepitante per il calore, il capo, coperto da un mantello di spesso cotone, raccomandò a tutti l’ubbidienza e la sottomissione dettandone la solennità con grandi mani volte al cielo. Il cuore dei bianchi esultava preso dall’afflato dell’iniziazione. Perché tale era quel viaggio per tutti noi. Un piccolo e prezioso 78


scacciamosche dal manico di ebano segnava la melodia di quel momento sospeso nel vuoto di una promessa, che non sapevamo se sarebbe stata mantenuta. Nella spianata del mercato si agitavano ciechi, ragazzini e asini raglianti in concerti strappati da bastoni pervicaci, polli sanguinanti un filo di sangue rosso scuro, sospesi alle mani di contadini robusti. I primi cantastorie buttavano fuori parole e passione assorbiti da un sole infervorato dalla sua eterna rinascita. Era la musica mutevole del giorno che si spandeva ancora assonnata in arabeschi disordinati. Erano voci di coltelli logori che urlavano sommesse preghiere, grida di cammelli con museruole rosse che sbuffavano e ringhiavano e giravano la testa con violenza da tutte le parti e languidi mugugni di piccoli che vicino alla madre si piegavano sulle ginocchia dolcemente, mentre il gioco dei prezzi del mercato lavato dal primo viavai saliva al cielo sfinendolo, già prima che si tingesse di un colore deciso. Ci eravamo infilati nello scompiglio di quel lembo di mondo e aspettavamo, gli occhi fissi sulla sabbia dorata e piagata dal sangue secco del mercato del giorno prima. La carne lasciava sempre la sua traccia ed era scura e densa e dall’odore nauseabondo. Coperti da un mantello che ci difendeva dal freddo che l’ansia di quella prima e unica partenza ci provocava, avevamo chiuso mentalmente con il viaggio che ci aveva condotti sino a lì. Il mare non era stato per noi un vero peregrinare. Semmai aveva accompagnato, in armonia con i nostri pensieri, il preludio del nostro viaggio, che ora prendeva finalmente inizio. Un inizio gravido di mistero, affidato alle promesse di quel calam sulle pietre. I cammelli aspettavano di ricevere sul dorso le oltre duecento casse foderate e verniciate perché resistessero agli urti del viaggio; le loro gambe sembravano conficcate come chiodi nella massa di cesti di carbone e legna, tendoni e attrezzi da campo, tra le sessanta balle di cotonate bianche comperate ad Aden. Aspettavano con dignità sacerdotale che qualcosa avvenisse, né erano impazienti. Cosicché il carico mi sembrò un capretto pronto al sacrificio che nell’attesa si purifica di ogni pesantezza per offrire il collo alla spada e darsi infine al Signore. Era il nostro bagaglio impo79


nente: cento balle di riso e di datteri, otto di tabacco, dieci di cordami, dodici di conterie, cinquanta sacchetti di piombo. Nulla facevano ancora i sessanta caricatori, più i capi dei cammellieri, i guardiani dei cammelli e dei muli, vari servi e i due dragomanni. La massa ieratica dei cammelli magnifici e solenni d’un tratto si scompose arruffata da una prepotente folata d’aria e tutta si agitò riscaldata dai raggi del sole e incendiata da un calore che le diede un fremito. E perse ogni controllo. Ma solo per pochi secondi, perché gli animali furono subito domati e caricati, avvolti in una nuvola di imprecazioni, di balzi e strattonamenti, bastonate e fughe e zampe riprese saldamente da funi rodenti e casse che volavano oltre la linea dell’orizzonte per finire sulla polvere. Lasciammo la città quando tutto fu in ordine e i cammelli ripresero per magia la loro solennità di sacerdoti del deserto, quieti e ammansiti da un sole che battezzava con forza l’inizio del giorno e del nostro viaggio. Celebrammo la partenza brindando all’Italia e alla nostra salute, con l’ultima bottiglia di champagne regalataci ad Aden. L’inglese chiuse la fila dei muli, volle essere ultimo. Andava sussurrando alle nostre spalle: “La ilaha illa’llah. Non v’è altro dio che Dio. La ilaha illa’llah”. La sua voce, mentre ci allontanavamo da Zeila, cresceva di tonalità sino a farsi grido alto in quel deserto che ci aspettava. Non vi è altro dio che Dio: fu una ingiunzione alla nostra superbia, fu un urlo di dolore per ciò che quel viaggiare andava a distruggere. Inconsapevoli portavamo la nostra morte e l’inglese lo sapeva, anche lui attratto da un andare che si sarebbe fatto distruzione, ma ad Allah, Dio di quella terra cieca, chiedeva perdono, perdono e misericordia a Dio misericordioso. Non capimmo il suo dire e lo lasciammo fare. Le sue stranezze ci sarebbero divenute comprensibili solo molto tempo dopo, quando di quella esplorazione avremmo consumato tutto. Lasciammo il console e lo stesso figlio di Abu-Baker a Tocoscia, perché vollero accompagnarci sino alla foresta di tamarischi. Stanchi per l’emozione, li abbracciammo fraternamente. 80


UNA DONNA NELLA NOTTE

Tocoscia mi rimase impressa nel cuore per la sua vegetazione di asclepias obesa, di salvadora persica, di acacie e di ficus, i cui rami si intrecciavano con le viti in un abbraccio evangelico, e per la miriade di uccelli che vi nidificavano, francolini e pernici del deserto. Camminavo sciolto e allegro. E guardavo la terra scorrere sotto le zampe del mio animale, che la imprigionavano, lasciando enormi impronte fumanti. Poi fu solo sabbia, niente altro che sabbia. Radi cespugli presto vinti dalla sabbia. Opaco paesaggio giallastro e bianco, carico di ombre e di miraggi, dilaniato e appiattito in visioni fluttuanti. E il riarso odore del deserto si sparse intorno a noi. Sentimmo nel pomeriggio l’effetto del vento caldissimo che sollevava una sabbia infuocata e turbinii che ricadevano lungo le dune. Quel vento faceva morire ogni piccolo ramo di cespuglio in tremuli ricami fiammeggianti. Il deserto si accendeva nel racconto del soprannaturale. E persino il tempo pareva bruciare nella calura, lasciandoci senza piÚ nulla. Quel cielo mi sovrastava come una falce, mentre sulla strada gli scheletri degli animali, uccisi dalla spossatezza e dal sole, avevano vinto la morte e rubato nuova vita alle viscere di quella terra capace di reinventare le ossa dei viaggiatori che osavano amarla. La fila di duecento cammelli si infilava nel paesaggio per oltre un chilometro, disegnando una fessura nella compattez81


za della terra. Il procedere lento degli animali abbatteva il tempo; il passo dei cammelli diveniva il mio respiro e ne cadenzava pensieri e sentimenti. Entrai nel ritmo della carovana col dondolio del mio mulo e fu come se madre natura mi stesse portando lontano. Persi cognizione del caldo e del disagio. Il porto di Livorno compariva e scompariva. Mi perdevo nella nave, nel mare, nei saluti e nelle onde che si chiudevano dietro il battello. La sabbia e la lunga fila di cammelli presero la forma di una visione. Reale era Livorno. Quella carovana veniva dai miei sogni. E io me ne andavo dentro i miei sogni con lei. Della mia focosità e del mio essere inquieto non era rimasto più nulla. La carovana mi stava portando dentro le crepe di quella terra. I cammelli erano diventati disciplinati e gli ultimi di loro a chiudere la lunga carovana segnavano un filo esilissimo appena scosso dal dondolio delle bestie. Le mie gambe non strinsero più la pancia del muletto e col passare delle ore caddero anche loro nel pozzo sconosciuto di quel viaggio, acquistando un’armonia lieve con l’andatura del mio animale. La mia cavalcatura spesso incespicava nei sassi e nei ciottoli di pietra, facendomi svegliare di soprassalto e privandomi del sopore in cui ero caduto e dentro il quale reinventavo la mia giornata. Immaginavo dune sfumanti nel caldo, nella nebbia lunare dai riflessi iridati. L’unico rumore che spaccava l’aria calda veniva dai cammellieri che con ostinazione frustavano le bestie. Lo schioccare di quelle fruste sulla pelle mi arrivava come un ordine. “Avanti! Avanti!”. Era una nenia che penetrava la mia spossatezza con arroganza. Non sentii altro che il caldo e quel sibilo sulla pelle degli animali, finché non arrivò la notte. E fu scura e fitta e strana. Non una brezza, non un alito di zeffiro, in una immobilità plumbea e accasciante. Avanzavo nella notte dei sogni appena rotta dai canti dei servi. Quando i cammellieri cominciarono a correre, non so come indaffarati a disporre alla testa della colonna mucchi di fieno secco. Si infilavano con le loro palandrane bianche nel buio. Sparivano e ricomparivano, incendiando la paglia. Una 82


lingua di fuoco bruciò la strada e avvampò la pista che correva verso le colline. Fui preso da un’allegria sfrenata e cacciai con energia i piedi sulla pancia del muletto, correndo sulla scia di quella pista incandescente. Ma le fiamme bruciarono in fretta la realtà intorno a noi e la notte presto si riprese nuovamente tutto. Perciò accampammo le tende e i cammellieri fecero fuoco e vi si sedettero attorno. Si cibavano del loro riso, facendone delle piccole pallottoline che subito gettavano con destrezza dentro la bocca aperta. Bevvero abbondante birra e allegri si disposero per un ballo che i somali chiamano fantasia. Le donne arrivarono vicino al fuoco e, come se fossero state comandate, si misero in ginocchio, in fila ordinata e sorridenti. Di fronte a loro si sedettero gli uomini. E fu il ballo tra di loro. Io e i miei amici ci sedemmo attorno al fuoco per guardare. Le donne avevano aggiunto grandi bracciali larghi e li scuotevano. Gli uomini avevano messo giù le armi. Appena seduti levarono una canzone, cadenzata da grida gutturali. Poi si levarono in piedi e con mosse frenetiche del pube chiedevano alle donne l’amplesso. Le donne risposero alzandosi e scuotendosi con veemenza irosa, mentre i loro bracciali cantavano un grido d’amore irrefrenabile. Infiammarono anche me e i miei amici, che di tanto in tanto ci guardavamo sognanti. I corpi di quelle donne erano così snelli e agili da far pensare allo scorrere di un torrentello festoso di montagna, che con il passare dei minuti si trasformò in un rivo pieno d’acqua che corre a valle inarrestabile. Contemplavo i loro corpi ipnotizzato. Le braccia ben tornite, le vite snelle, i piccoli seni come pesche, pieni come coppe di champagne. Il nero di quella pelle le rendeva più lucenti del bianco. Non avrei mai pensato che le pelli nere potessero essere così di velluto e di muschio. Immaginavo di immergere le mie mani nella selva oscura di quelle femmine e fremetti nel vederle ballare e sospirai e fu come se il respiro mi rendesse più consapevole dell’eccitazione. La mia fantesca in un angolo aveva smarrito i suoi occhi, nel nero arrossato dai fuochi. Di giorno, carica della ghirba, ondeggiava coperta dal mantello. Le anche rotonde e piene di 83


voluttuose morbidezze. La pelle di velluto e i suoi sguardi abbatterono in me ogni resistenza. Occhi ignoti di nero profondo, scintillanti, languidi e appassionati, che mi misero i brividi addosso e mi immersero in un pozzo di piacere. Fu allora che si alzò e camminando mi passò alle spalle, lentamente. Sentii il profumo dei suoi oli resinosi e del burro rancido che aveva sui capelli. Fui assalito da un furioso desiderio cui non ero avvezzo. Mi alzai prima che la fantasia finisse e salutai i miei amici e la seguii. Quando fui vicino alla mia tenda, lei si girò e vi si infilò guardandomi senza sorridere. Allungai il passo e le presi la mano e fummo insieme nella tenda. Mentre godevo della sua pelle e delle carezze infinite che mi diede, fui dondolato dalla voce di Giammah che fuori, davanti al fuoco, cantava solenne: “Sono un uomo, forte come un leone, mite come un leprotto, resistente come un albero e debole così da spezzarmi come ricino. Impenetrabile e chiuso come il cupo profondo del mare misterioso e oscuro, sono semplice come guazzo d’acqua tranquilla. I nemici mi temono al pari di un grosso bastone, di uno scudo, di un arco, eppure io sono inoffensivo come un’alata farfalla… meschinello io son, un umile portatore di frecce…”. Non un respiro disturbò quel canto alla luna. Il mio far l’amore sembrò l’accoglienza di quelle parole. La mia fantesca se ne andò mentre dormivo, lasciando dentro la tenda l’odore del burro. Fu dopo quella notte che mi divenne così familiare come se ne fossi stato svezzato da bambino. Anche di giorno, quando lo sentivo nelle donne avvolte nel tob, era capace di provocarmi ondate di piacere fino allora a me sconosciute.

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LA PISTA SOTTO LA LUNA

Di buon mattino venne il conte a svegliarmi: “Andiamo al torrente prima di partire”, mi disse. Mi alzai e mi vestii. Facemmo un bagno lungo e ristoratore dentro un piccolo fiume. Quando tornai, l’accampamento era ancora deserto. I cammelli erano al pascolo e i cammellieri in cerca di latte. Solo il mio servo Giammah, che aveva trascorso la notte cantando e novellando, ancora dormiva, raggomitolato sotto una magra acacia, tutto avvolto nel suo tob bianco. Fin da quell’ora si poteva capire dall’immobilità dell’aria e dalla inalterata serenità del cielo che sarebbe stata una di quelle giornate torride nelle quali il sole avrebbe trasformato tutto in un incendio e mi avrebbe fatto provare il desiderio di gettare via la pelle pur di avere un po’ di fresco. Erano le sei e il termometro segnava ventotto gradi. Dopo tre ore era aumentato di tredici gradi e segnò quarantuno, rimanendo stazionario su questa temperatura fino alle quattro del pomeriggio. Un’afa metallo fuso e una immobilità infuocata mi impedirono di fare qualunque gesto. Solo alle sei del pomeriggio la brezza fece scendere il termometro a trentacinque gradi. Passammo l’intero giorno in una siesta obbligata. Decidemmo di levare il campo dopo la mezzanotte e alle due e un quarto abbandonammo i pozzi di Mehl. Ma l’afa ancora opprimente ci inseguì, dando alla carovana un andare molle. La piana su cui ci inoltravamo era pietrosa e il suolo 85


smosso e coperto da detriti vulcanici. Le acacie rompevano la monotonia della cornice di piccoli colli. Incontrammo due carovane, le cui donne guidavano i cammelli e gli asini, carichi di ghirbe. Andavano ai pozzi a fare acqua. Quando le ebbi vicine vidi le loro sopracciglia tinte di antimonio e risentii i profumi resinosi che usavano per la pelle. Anche noi ci rifornimmo d’acqua e facemmo un paio di escursioni. Al ritorno scoprimmo che le nostre ghirbe erano state calpestate e rotte dai cammelli. Perdemmo tutta la giornata per procurarcene altre, sicché non fu possibile la partenza prima di mezzanotte. La luna versava fasci di luce argentea sulla pista, mostrando tutte le asperità del terreno. In uno di questi avvallamenti trovammo sparse molte tombe composte di pietre e ciottoli ammucchiati, di forme quadrate o ottogonali, cinte da una fitta siepe. Erano giornate torride, i somali cantavano tutto il giorno. Ascoltavo e mendicavo una qualche spiegazione dagli amici che conoscevano qualche parola di italiano. I grembi voluminosi delle fantesche, deliziose e obbedienti, ci concedevano la certezza che saremmo ricaduti tra le loro braccia non appena la carovana si fosse fermata. Nelle ore prescritte i servi quieti si avviavano a fare le loro abluzioni con la poca acqua che avevano a disposizione. Tre volte le mani, tre volte il viso, tre volte ciascun avambraccio, tre volte ciascun piede. Succhiavano l’acqua anche per schiarirsi la bocca, la spiravano dal naso e infine si strofinavano la testa passando le mani tra i capelli. Recitavano senza fermarsi: “Bismi Allahi ar-rahmani ar-rahimi”. Quella preghiera era il loro respiro ogni volta che entravano in una tenda, ogni volta che mangiavano o facevano qualunque altra cosa. “Con il nome di Dio, il Tutto-Misericordioso, il Misericordiosissimo”, l’invocazione era come un brusio che aleggiava nell’aria. Camminavamo sotto gallerie di acacie giganti, tra mimose, aloe ed euforbie. Bivaccammo ad Harod Beden per far riposare i cammelli. A causa del caldo ne erano morti altri quattro. Eravamo vicini a Biocaboba, che in somalo vuol dire acqua fresca, la località dove le carovane si fermavano perché vi si in86


crociavano tutte le vie per Harar. Era la stazione pi첫 agognata da tutti i viaggiatori, quella di cui sempre si parlava quando nei bivacchi notturni si studiava la cartina, ben sapendo che solo i cammellieri, come rabdomanti ciechi, sapevano trovare la via, tastando incerti il terreno metro su metro, granello di sabbia su granello.

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L’ASSALTO DEI PREDONI

Dopo avere incontrato il torrente Mehdo e averlo passato e ripassato in diversi punti, sostammo. Erano le cinque del mattino. La scorta si raccolse lontano dall’accampamento e passò l’intera giornata in lunghi calam con altri somali. Il servo Abdallah, molto alto, molto mangiatore, molto stupido, mi preparò la cena. Silenzioso mangiai, osservando i cammellieri e i servi come prendevano tutti insieme in santa pace il riso dallo stesso tegame, seduti a terra. Mi addormentai al sommesso querimonio delle iene. Il giorno cominciò con le urla di una lite fra un egiziano e un somalo. Il nostro aban, che aveva un fratello tra i servi, chiese di parlarmi in segreto nella mia tenda prima che partissimo. Lo ricevetti leggermente infastidito. Non volevo avere nulla a che fare con quelle loro dispute di cui non comprendevo bene le cause. Il loro modo di pensare era per me ancora incomprensibile. “Padrone, mio fratello dice che alcuni somali pensano che le vostre casse, così pesanti, contengono molti talleri per pagare gli uomini. Loro hanno visto te tirare fuori i soldi per pagare e pensano che le casse contengono tesoro, tante casse, tanti tesori. I somali vogliono uccidere voi mentre dormite, per portarvi via tutto”. Le casse contenevano solo cartucce. Ringraziai l’aban, gli chiesi di stare ancora all’erta e lo licenziai, promettendogli una ricompensa. Uscii poi dalla ten88


da e senza nemmeno finire di vestirmi raggiunsi il conte. “I somali vogliono rubarci le casse e ucciderci”. Il mio amico, che si stava vestendo, si voltò di scatto e capì che non scherzavo. Mi disse: “Corriamo ad avvisare gli ascari che li prendano e li frustino”. Lo vidi andare verso l’assembramento di servi e parlottare con gli ascari che stavano facendo la guardia. Non passarono che pochi minuti e il colpevole fu preso e bastonato a dovere. Rientrai nella mia tenda, mentre la fantesca stava caricando le mie cose in groppa al mulo, quando un vociare forsennato mi richiamò ancora fuori. I somali si erano ammutinati e davano fiato a grida di guerra, si capiva che minacciavano un assalto. Due ascari a cavallo si precipitarono sul gruppo e cominciarono a correre sparando in aria e sollevando un turbinio di polvere. Non avevamo avuto il tempo di sellare i cavalli né di salire sui muletti, ma avevamo con noi le pistole e, imitando gli ascari, sparammo in alto, facendo attenzione a non colpire i rivoltosi. Fu un pandemonio di colpi e sabbia e polvere e urla che volarono alti sopra l’accampamento, mentre i servi timorosi si tenevano a distanza. All’improvviso non sentii più sparare. La polvere, addensatasi ad altezza uomo in una nebbia che confondeva tutto, si accasciò a terra. Gli ascari stavano trattando con i somali, che erano ancora piuttosto bellicosi trattenuti dai nostri fucili. Si arrivò ad un accordo e se ne dovettero andare. Durante la notte ci accampammo vicino ad un fiume e le scorte furono intensificate, perché temevamo un altro assalto. Il sonno fu ricucito dalle grida delle guardie ritmate e ossessive: “Uaket. Etrin. Taeta. Arba. Camsa”. “Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque”. La notte scorreva dentro la lentezza di quelle voci. E i brandelli di silenzio che avanzavano tra una pausa e l’altra erano bagnati da un’ondata di stelle generose. La nenia dei numeri cantava la nostra sicurezza e la rinserrava come un chiavistello nel nostro cuore dietro una porta che si schiudeva oltre il cielo stellato. Presto le voci ricamarono sul mio corpo assopito la filigrana del vecchio rosario che recitava la nonna, quando nella cap89


pella di Livorno sgranava le parole della sua fede. Nella chiesa profumata d’incenso, seduto sulla panca, ancora piccolo, ricevevo quelle parole nel mio animo inconsapevole, fremendo nell’attesa che mi fosse restituita la libertà. I servi dormivano serrati nei loro mantelli. Chi vegliava aveva occhi dilatati che appena bucavano la cotonata e brillavano come lucciole. Indagavano la notte senza sentimento alcuno, non potevo attribuire loro né un volto né un pensiero. Leggevo nella profondità di quegli sguardi il procedere del tempo. Nel loro essere inerti v’era racchiusa la chiave del mio peregrinare. Ero partito per fuggire ad un destino che mi avrebbe portato in galera. Proseguivo per scoprire cosa c’era oltre. Dormii inquieto, svegliandomi spesso e aprendo gli occhi per scrutare l’oscurità. Davanti a me, accesi dalle fiamme del falò, i corpi dei servi a terra distesi, avvolti nei mantelli e girati su un fianco, come avessero messo radici dentro la sabbia. Avvampavano i fuochi a dare forza al grido delle sentinelle sospinto verso la luna dal crepitio delle fiamme. Non so quanto dormii né se quello fu solo un mio incubo, ma fui risvegliato da un grido d’allarme: “Camsa! Camsa! Camsa!” Un ascaro a cavallo piombò sull’accampamento avvisando la carovana che cinquanta soldati dall’Harar andavano a Zeila e li avremmo incontrati l’indomani. Ma l’indomani, alla stazione trovammo solo un ascaro, i soldati erano già partiti e il messo non era arrivato. Strada facendo, si stava molto in guardia. Quando uno dei servi che sorvegliavano i monti urlò: “Camsa! Camsa!”. Guardai verso le colline. Vidi un gruppo di somali che stava fuggendo con un asino carico di bagagli. “Alt, alt!” gridai sparando in aria, seguito dal mio amico e dai servi. Ci mettemmo all’inseguimento pronti alla battaglia, eccitati da una notte insonne. Avremmo preferito un corpo a corpo piuttosto di una morte nella notte, trafitti dalle lame di quei predoni. Spaventati dalle nostre armi, i razziatori abbandonarono l’asino e le mercanzie sulla strada, dileguandosi sulla collina. Rientrammo senza parlare. Il conte poi mi disse che sarebbe stato così sino al paese degli oromo, quando oltre Biocaboba avremmo trovato i pozzi d’acqua fresca e gente più pacifi90


ca. Anche quella notte non dormimmo un granché, svegliati dal grido: “Camsa! Camsa!”. Eravamo vicini alla terra dei pozzi, quando le cime dei monti si popolarono di guerrieri. A centinaia ci spiavano, lance e pugnali ben in vista. La carovana continuò ad avanzare. Alcuni cammellieri guidati dal conte iniziarono a sparare in alto. I guerrieri non si mossero. Gli spari cessarono e nemmeno il grido di un uccello si intromise più al nostro passare. L’indomani avemmo con il conte un lungo colloquio che sembrò un calam. Venne anche l’inglese. “Dopo l’ultimo attacco la nostra carovana sarà ancora più lenta e guardinga. Sarebbe opportuno che lei, Giuseppe, proseguisse senza di noi. Lei potrà raggiungere Harar più agile e senza dare troppo nell’occhio. Pensiamo che sia bene che lei domani parta”, concluse il conte senza darmi la possibilità di replicare. Annuii, perché la decisione mi sembrò saggia. In fondo al mio cuore bruciava un ardente desiderio di affrontare da solo la terra della mia salvezza. Ripresi possesso dei quattro cammelli noleggiati a Zeila, di sei ghirbe per l’acqua, di un sacco di riso per i servi e il cammelliere e dei miei talleri. Portai anche in una scatola il sestante, il termometro, la bussola, un telescopio e del chinino. Vennero con me l’aban Giammah, l’interprete, quattro cammellieri, una ragazza per la legna e per l’acqua e un giovanetto incaricato della custodia del mulo. Abbracciai il conte che mi disse con gli occhi umidi: “Ci rivedremo tra le mura merlate della città dei santi, ai piedi di un minareto. A presto!”. L’inglese invece non mi disse nulla, come se tutto fosse già stato detto e mi sorrise stringendomi la mano. L’indomani la mia piccola carovana abbracciò la bruciante sabbia della carovaniera. Ardevo del desiderio di cimentarmi con il pericolo, in una foga giovanile che non teneva conto che rischiavo anche la vita. Le colline intorno a me inghiottite da una foschia leggera che dalla terra montava verso il cielo, mi sembrarono così vicine che pensai di poterle toccare come morbide curve di una crosta terrestre che si sveglia al primo bacio del sole del tempo. Dietro di me la grande carovana fu risucchiata dentro la terra, poi ricomparve vacillante e soffe91


rente tra i sassi. Il primo giorno rispettammo l’ordine di marcia e fummo ai pozzi di Ambos. Erano scavati a forma di cono rovesciato, una serie di gradini si spingevano dentro le viscere della terra per permettere ai viandanti di rifornirsi d’acqua. Così facemmo anche noi. Camminammo ancora finché arrivammo ad un pozzo situato in un burrone. Erano le tre del pomeriggio e il termometro segnava quarantacinque gradi. Volli riapprovvigionarmi ancora d’acqua, ma i somali mi spiegarono che quell’acqua produceva ritenzione di urina e avrebbe fatto morire i cammelli. Al mattino il mio risveglio fu allietato da frotte di gazzelle che prendevano il largo, fuggendo su per le collinette. Una folla di uccelli appiattiti cinguettava rumorosa dietro i cespugli: riuscii a ucciderne alcuni. Mi sdraiai sotto le acacie in attesa che il pranzo fosse pronto. Era quella una regione infestata da lupi di straordinaria grandezza e piena di fiumi asciutti, adagiati su un terreno argilloso e vulcanico. Aspettai invano di incontrarli. Arrivammo infine nella valle dell’Ellan, ricca di boscaglie di acacie e mimose come non ne avevo mai incontrate prima. Cantavano i cammellieri la notte e il giorno e sembravano filosofi rassegnati a tessere il filo perduto di una matassa. Si avvolgeva quella matassa tra una preoccupazione e l’altra del nostro avanzare che mai lasciava il posto ad uno scorrere liscio del tempo. Seppi in quell’andare solitario che la notte aveva anche una voce. In quelle tenebre squarciate da fugaci bagliori e da lampi che mi sembravano di temporale imminente ma che mai venne a posarsi su di noi, un concerto spettrale e inospitale prese a risuonare nell’aria fischi lunghi e acuti e sottili e persistenti. Incitai la cavalcatura verso l’aban. E lui mi spiegò. Le acacie avevano spine forate, mangiate dai vermi. Quando il vento riempiva quei vuoti, densi sibili si perdevano nel deserto, accompagnati dal fruscio dei rami secchi che sbattevano contro il tronco. Avanzavamo a fatica tra macigni, detriti e avvallamenti. Avevamo abbandonato sicurezza e speditezza. La mia cavalcatura incespicava nei ciottoli e i carichi dei muli dondo92


lavano sospesi nel vuoto. La polvere mi possedeva come un mantello. L’aridità del terreno, che aspro sfumava sulle dune, mi divorava. Di notte una nebbia luminosa e dai riflessi iridati si dissolveva lungo l’orizzonte come un monito oscuro. Le graminacee essiccate dall’arsura e le sfaldature del terreno e i cespugli di spine ci ferivano ad ogni passo. Entrammo in un vallone, lasciandoci alle spalle torrentelli sitibondi. Parea che la terra aprisse le sue viscere ai nostri sguardi e volesse muoverci a pietà. La notte, avvolto nel suo tob, il mio servo cantava e non alla luna, che pure splendeva alta e bella, ma alla terra ché solo a quella guardavano i suoi occhi, alle crepe di quelle viscere cui anche il colore della sua pelle di bitume apparteneva. “L’uomo che per caso incontra un rinoceronte, se non s’affretta a lasciargli le proprie vestimenta sarà preso dall’animale che gli farà sortire le intestina. Chi è investito dall’elefante, è perduto pei suoi parenti, strettamente avvinghiato dalla proboscide, lo sventurato avrà il corpo schiacciato contro un grosso albero”. Chiamavano quei canti la paura come una sfida e ambivano a cacciarla lontano nel timore che la terra stessa ci inghiottisse d’un tratto senza voce proferire. Dopo un lungo sonno ristoratore, approfittando del fresco la carovana faticosamente ripartì. Camminammo per dodici ore storditi, muti e desolati quando un profumo acuto e resinoso aleggiò nell’aria e avvolse la nostra piccola colonna. Avanzammo restii dentro quell’odore come si trattasse di una boscaglia anziché di un regalo che la natura ci avesse elargito senza ragione. Mi danzavano i profumi intorno, lusingando la mia pelle stanca e solleticando i sensi addormentati dalla fatica. Frotte di uccelli dai colori sgargianti si rincorrevano in una fuga insistente nell’oscurità della selva di acacie, di tamarischi giganti, di mimose fronzute e ombrellifere che flessuose disegnavano ragnatele nell’aria calda del giorno che moriva. Intrecci sottili e fitti di liane e viti selvatiche impreziosivano il verde. La natura faceva risentire la sua voce. Gli uccelli gorgheggiavano e cinguettavano così intensamente che la foresta dentro cui si erano infilati e che sembrava tenerli in un 93


amorevole abbraccio prese a cantare essa stessa una gaia melodia. Sollevai il capo, abbandonando la mia stanchezza alla strada che si consumava dietro di me. Eravamo nella fresca oasi di Gildessa. Il sole era tramontato dietro le montagne cosĂŹ rapido che gli occhi stentavano ad abituarsi ai bruni delle terre di Siena, ai rossi di Marte che si stendevano sotto gli zoccoli dei cammelli e si stemperavano nei gialli ocra della sabbia.

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UN DIARIO DAL MISTERO

Due giorni sostammo a Gildessa. La sera fu un via vai animato di donne, ragazzi e cammelli e asini e pecore che turbinavano affrettati e disordinati tra capanne e zeribe. Sgorgava da loro una musica indistinta, simile al ronzio di un alveare interrotto da strida e richiami lunghi e prolungati. Era un rincorrere asini fuggiti, era un discutere, caricare e scaricare cammelli, un azzuffarsi per una pecora, un giocare con le monetine, un cantare perduto dentro il cielo. Le donne si distinguevano per i profili ben disegnati, gli occhi grandi, le bocche caucasiche. Brune e leggiadre somale, giovinette formose e procaci avvolte negli sciamma, vecchie flaccide e avvizzite curve sotto carichi di legna che le sovrastavano come i tetti di una casa e di cui loro fossero solo fragili colonnine. V’erano giovinette dal capo impreziosito da cesti di masserizie e sempre da loro veniva una gentilezza di modi, una diversità dell’essere sulla strada alle prese con il vivere quotidiano che mi avvinghiava. Entrammo in quel via vai di sciamma bianchi e rossi come in una voragine vertiginosa e rutilante. Carovane arrivavano e partivano senza che ne potessi cogliere il senso. Ero stordito dal nuovo rumore a cui non ero abituato dopo giornate consumate nel silenzio, quando il servo mi disse che una tribÚ voleva avere da noi informazioni su uno di loro imprigionato a Zeila dagli italiani. Io non ne sapevo nulla, ma il 95


mio aban mi spiegò che il motivo era un altro: si erano accordati per fare un assalto alla nostra carovana. Volevano catturarci nella notte e tenerci in ostaggio. Decidemmo subito di reagire e in mezzo alla folla alzammo i nostri moschetti e sparammo in alto come fossimo predoni. L’intenso alveare si agitò in un frenetico fuggi fuggi. Seppi subito dopo che anche i nostri nemici se ne erano andati. La notte trascorse divorata a brandelli dalle grida delle iene e degli sciacalli che vagavano intorno alla capanna, innervositi dagli odori delle interiora dei capretti e dei montoni del mercato. Altre voci inzuppavano la notte di inquietudine e visioni e fantasmi, perciò uscii dalla capanna per trovare sollievo. Nella notte nera di vite il mondo si era riavvolto nella sacca dell’umido. Avvertivo gli odori dei traffici del mercato, delle merci di dura, degli escrementi, dell’urina e non me ne potevo liberare tanto erano intensi. Le colline di Gildessa brulicavano infestate da un magma inquieto di scimmie. Sotto la luce della luna, che ghiacciava la dolcezza del paesaggio mutandolo in visione fosca, ombre di scimmioni come plotoni di guerrieri invadevano la strada, borbottando la loro bestialità al silenzio vuoto di presenze umane, per poi fuggire scodinzolando. Le loro grida scuotevano il buio come una cassa vuota già forata dai miagolii dei cuccioli delle iene. Al mattino trovai davanti alla capanna ad attendermi un vecchio. Sorrideva, il volto inondato di piacere. Poi si alzò da terra e mi porse un sacchettino di cuoio che teneva appeso alla cintola. Lo aprì e un effluvio di erba bruciata, pepe e odori di cammelli in cammino mi investì. Il vecchio rideva come una scimmia, mentre lo apriva e ne arraffava il contenuto. Caddero a terra sottili foglietti scritti in arabo. Per tutto il giorno mi seguì, nascondendosi ogni qualvolta mi giravo con occhi interrogativi. La sera venne e Giammah si fece interprete delle sue parole. “Dice, o signore, che ha conosciuto uno come te. Ha conservato di lui alcune cose”. Come Giammah concluse la sua frase, il vecchio che pure non comprendeva la nostra lingua 96


spalancò il mantello e, come stesse forzando la serratura di uno scrigno, ne estrasse un sacchetto di vecchia tela. Vi rovistò dentro e rovesciò a terra un termometro, una bussola, un boccettino di chinino. Allungai la mano verso gli oggetti, ma il vecchio mi fece capire che avrei fatto meglio ad aspettare, sempre sorridendo estasiato con sguardi che coccolavano me e Giammah come presenze lungamente attese e confacenti alle sue aspettative. Con gesti densi di teatralità sapiente, da sotto le pieghe del mantello, estrasse un libro di pelle ricucita con filo grosso, carico di fogli. Mi porse l’oggetto allungandosi nella sua magrezza come un arbusto che va a raggiungere la sua fonte e si appresta a prendere nutrimento in quel modo spontaneo e soave come solo la natura sa fare. Anch’io allungai la mano, timoroso di spezzare quel filo che ci univa. Corsero le mie dita verso quella reliquia, appartenuta ad un mio simile. Afferrai la pelle, che era forte e ruvida come quella degli scudi e fu come se qualcosa di sanguigno mi trasmettesse calore. Presi il piccolo libro tra le mani e lo aprii. Una grafia elegante, sbavata dall’umidità, con capilettera dalle grandi volute a ricci barocchi, si disegnò davanti al mio occhio curioso. Le date campeggiavano in testa e mi riportavano ad un passato di bambino. “Sono estremamente debole eppure trovo l’energia di agire”, 20 aprile 1873. La frase scritta solo qualche giorno dopo non lasciava spazio a grandi speranze. “Provato a salire su un bue, ma obbligato a stendermi. Ritornato al villaggio sfinito”, 27 aprile. Feci scivolare tra le mie mani alcune pagine ingiallite e di grana grossa, finché mi imbattei in un foglio vuoto, dove l’ignoto amico aveva avuto la forza di trascrivere solo una data: “28 aprile” e nessuna altra parola era riuscito ad apporre sul suo diario. Il vuoto di quella pagina dell’anonimo diario sprigionò entro la capanna un susseguirsi di marosi di paure e angosce e la morte svaporò i suoi miasmi sul nostro cammino.Volli tornare alle prime pagine per scoprire la verità. “La vita dell’esploratore è veloce. Il tempo vola via. Ogni minuto deve essere 97


utilizzato per prepararsi al viaggio, per comperare vari tipi di tessuto, vetrame, filo di ferro. Ho fatto male a portare gli stivali d’ordinanza della mia misura, qui servono più grandi per evitare le piaghe”. Lasciando scivolare le pagine nuovamente fra le dita, un altro foglio mi rigettò tra le braccia della memoria di quell’uomo. “Venire sino a qui da solo è stata una follia. Se dovessi rifarlo, porterei con me non meno di duecento fucili. Scrivo queste righe convinto che nessun uomo bianco avrà mai modo di leggerle. Comunque, continuo il viaggio, continuo a scrivere e affido la mia sorte alle mani della Provvidenza”. Sollevai lo sguardo e incrociai le pupille febbricitanti del vecchio, era intensamente felice preso dalla gioia nel vedermi leggere. Ma non più riuscendo a trattenere l’emozione, prese a parlare cantando con voce roca e bocca sdentata. Non capivo che andava dicendo parole solo a se stesso. Perciò urlai a Giammah un “traduci!” freddo come una lama di coltello, perché temevo di perdere l’unico tramite con la realtà di quel mio simile. “Bufalo che dal canneto spunta, il bosco…”. E senza preavviso allungò la mano e mi strappò il diario. “È un cantore ambulante, signore, per vivere suona il tamburello e chiede l’elemosina”. Ci guardava orgoglioso tenendo stretto al petto il diario e con agire dispettoso e fanciullesco sembrava volerci provocare e farci sapere che era interamente suo. Soltanto lui ne possedeva la chiave per una comprensione completa. Fremevo al desiderio di strapparglielo dalle mani, ma ero consapevole che se avessi tentato di farlo avrei scatenato la follia che teneva appena sopita sotto il mantello di quel fare burlesco da cantore. Se lo avessi privato del diario, ero certo che sarebbe stato preso da una furia selvaggia. “L’Angelo Azrail non torna a vuoto da dove Dio lo ha mandato”, cantò. “Parla dell’angelo della morte, o signore”, mi disse Giammah che era diventato più premuroso verso il vecchio del quale forse temeva la divinazione. L’uomo si era girato verso l’uscita. Ma prima mi prese per mano e mi condusse fuori. Camminammo fino ai piedi di un sicomoro, dove era stata posta una piccola croce fatta di legni 98


e circondata di pietre cuneiformi. Mi lasciò la mano e giunse le sue coprendosi il viso. Recitava una preghiera, borbottando parole e segnandosi il petto. “Grande è il suo dolore per l’amico bianco morto. Dice che l’albero di henné gli farà luminoso il volto e abbellirà il suo corpo. E poi implora l’amico morto con dolcezza, come fosse vivo: ‘Perché ti lamenti? Perché ti turbi?’, gli dice”. Mentre così cantava e pregava, il diario gli scivolò dalle mani e cadde vicino alla croce. L’uomo non se ne accorse, tanto era preso delle sue ispirate canzoni antiche e dalle preghiere. Perciò lo raccolsi da terra e nuovamente lo aprii, senza che egli mi vedesse. Nelle pagine vi erano dei disegni con delle annotazioni geografiche che indicavano la località di tombe e villaggi, con misurazioni e spiegazioni sulle strade. In un acquerello aveva ritratto una grande scimmia imprigionata ad una zampa. “Mostrerò il selvaggio così com’è…”, annotava l’amico bianco. E ancora: “…Quel che sia il valore delle scoperte da me fatte fino ad oggi, quella che considero più preziosa è l’aver accertato come sia grande il numero di persone ottime che c’è sulla terra… Rendo grazie all’essere supremo che ha vegliato su di noi e disposto in mio favore l’animo dei neri come quello dei bianchi”. Né ricerca di gloria né di notorietà v’era in quell’uomo. Non so per quale motivo, ma ne fui sorpreso e andavo cercando tra le sue frammentarie parole altri pensieri, come se fossi strenuamente alla ricerca di conferme che tutto in lui era così come andava scoprendosi. Un uomo certo stravagante che viaggiava solitario e coraggioso. Un viaggio duro che gli era costato la vita. Bramavo di vederlo e già lo immaginavo iroso e folle tra i bianchi, ritrovare la pace quaggiù, tra popoli sconosciuti. D’un tratto, mentre sopra pensiero sfogliavo il diario, rapito dall’animo che quelle parole svelavano, vidi un altro piccolo e minuzioso dipinto, un acquerello, che ritraeva senza commenti la figura di un uomo bianco, dal volto scuro e accigliato e dalla barba folta e nera, vestito di una tunica anch’essa bianca e un altrettanto lungo e nero cappotto. Come un pellegrino arabo, portava con onore il capo stretto da un fazzoletto e una 99


sottile lancia dalla punta affilatissima, coricata sulla spalla e tesa al cielo. Nella pagina di fianco con minuzia da pittore aveva disegnato una collina dolcemente erta del colore delle olive toscane. Sulla cima un punteggiare di piccoli tetti e le punte di alcuni minareti indicavano la presenza di un villaggio. Ai piedi della collina un precipitare di chiome alberate e di gradoni di roccia rossa che cadevano sulla via che saliva a raggiungere la città. Una sola scritta a compitare la pagina: la città proibita. Harar. Feci scorrere precipitoso le pagine all’indietro, come fossero una macchina del tempo che potesse riconsegnarmi spezzoni di vita che non mi appartenevano, ma che tanto bramavo di conoscere. Lesse con me Giammah nelle ultime pagine: “Ho dato ordine che, in caso di mio malessere, i miei diari vengano consegnati al primo bianco…”. Lo richiusi e cercai una firma, un segno qualsiasi, ma dell’identità di quell’uomo tutto era andato perduto. Rimanevano soltanto le parole di quel vecchio delirante che devotamente pregava per lui e quel disegno, la città proibita e vagheggiata. Tutto di quell’uomo era andato davvero perduto? Sembrava proprio così. Ne fui addolorato come di un amico perduto. Ma la voce del vecchio, che pregava e lo ricordava, mi diede la certezza che quel diario ormai appartenesse al cantore e all’amicizia che egli sapeva conservare. Perciò richiusi le pagine del diario e glielo ridiedi. Egli mi ricambiò nuovamente con un sorriso quieto e luminoso e con un mutamento di umore repentino smise di pregare e di guardarmi con sorpresa per fare dei grandi salti di gioia. Se ne andò brandendo il diario e lasciandoci soli davanti alla croce. Ripartimmo di buon mattino e proseguimmo imboccando il vallone che si apriva davanti al villaggio di Gildessa. Era una strada che spaccava da cima a fondo la vallata lussureggiante, piena di boscosi baluardi, di sinuosità erte, di picchi serpeggianti di bianchi di zinco freddo e d’argento e di caldo titanio. Chiaroscuri bizzarri e sorprendenti si allungavano in ombre che si perdevano nelle gole e nei burroni profondi e cupi. Il paesaggio mutava e dominava le nostre coscienze sen100


za spiegazioni. Lievitarono dentro di noi incubi surreali e demoniaci con punte gotiche che fiammavano al cielo le nostre paure più inconfessate e infine si riversavano sulla sabbia dove speravo di vederle scomparire, inghiottite dalle profondità. In un’ora arrivammo a Sceik-Serbej, dove la popolazione viveva sugli argini del torrente Cat, che era aspro di macigni e si inerpicava fra rocce e rupi abbandonate dalla natura a scaglie puntute, che si accavallavano in una fuga senza meta. I cammelli procedevano con grande fatica e parevano entrare in un mondo di storia geologica. A ogni passo, lenti, aprivano le pagine di un atlante che arretrava meticoloso nel tempo. Le loro sottili gambe e le grosse dita graffiavano la sabbia, così marciavano sul ciglio estremo del torrentello, scivolando ogni tanto nell’acqua che vena sottile si faceva strada, a fatica, arrancando tra i macigni e i sassi. Arrivammo al forte dell’emiro Abdullahi, nella località di Bellaua. Da lassù i nostri sguardi contemplarono i verdi campi di dura, le foreste di euforbie, gli olivi selvatici, le felci a ombrello e i sicomori. Passammo la notte nel fortino dalle mura ammassate con piccole ed esili pietre che lungo tutta la notte risuonarono ai colpi del vento, martellando la nostra stanchezza. La strada per Harar prese una forma regolare e iniziò a infilarsi tra sansevierie e agavi. Mi trascinavo stanco sul muletto, procedendo di buon mattino verso la meta, triste e cupo. Avevo ancora negli occhi gli alberi in fiamme che i pastori accendevano per avere più pascolo e che come bracieri ardenti avevano accompagnato i miei pensieri, disseminandoli ai piedi delle colline. Lo spirito mio era sospeso e mai la meta mi era sembrata così lontana. Mi ritornavano alla mente i cieli stellati e il candore della luna e i suoni notturni delle acacie mosse dal vento, il tambureggiare della sabbia sulle nostre vesti e il brusio degli insetti dentro le foreste di euforbie. Ero preda di quella malinconia che afferra l’anima dinanzi ai grandi spettacoli della natura. E lo spirito mio provava inquietudine come se temesse di non poter godere completamente di ciò che si stava pre101


parando. Non sapevo placarmi e pensavo che avrei voluto al mio fianco non gli indigeni e la fantesca che pure sempre mi sorrideva con occhi infinitamente dolci. Costoro ora mi erano estranei più che mai. Desideravo ardentemente al mio fianco Ottavia e Vittoria, e i miei amici che tanto in quel momento mi mancavano. La tristezza mi trascinò indietro nel tempo e ripercorsi il lungo viaggio che avevo appena fatto. V’erano gli ocra e le terre di Siena della sabbia che sempre si figgeva davanti a me, sulla carovaniera, come lama lucente di coltello sotto i raggi del sole. Ero inghiottito da una ebbrezza che sapevo causata dalla grande spossatezza del viaggio e dall’eccitazione del trovarmi vicino alla terra sconosciuta dove avevo deciso di posare il piede. Rivedevo attorno a me i blu e i neri del mare della mia infanzia. Ne sentivo l’odore durante le basse maree, mentre ombre di nubi graffiavano la volta del cielo e le onde tentavano disperatamente di sollevarsi oltre la terra per catturare i gialli del sole. Come in un affresco il mare si tingeva di un verde intenso e di azzurri metallici. Fuggiva il mio ricordo dentro mari segnati da solchi simili a quelli dei campi, quando l’erba viene recisa. Mari che sotto cieli bavosi di tempesta si facevano gialli liquefatti e verdastri come olio, mari di carta da zucchero, spaccati dal riflesso del cielo. Il sole vi tramontava tra strisce di nubi dorate. Il silenzio si imponeva e muto lavorava dentro di me lo stravolgimento dell’anima mia. La reminiscenza del mare cancellava quella terra sofferente, la ghermiva trascinandola lontano per rassicurarmi che mai sarei caduto nelle sue ferite riarse e appena ricucite dalle radici delle acacie sibilanti sotto il vento secco e caldo. E io stesso venivo trascinato via da quelle rimembranze, né mi stancavo di contemplare immobile la furia delle onde, il ritorno incessante della schiuma e delle pietre rotolanti che avevano scaldato la mia giovinezza nella mia terra lontana. Livorno tornava alla luce teneramente sotto un cielo che era come un mantello al freddo di quelle nottate che cacciavano senza pietà le calure del giorno. I canti dei servi fedeli segnavano il passo della marcia con 102


leggende nostalgiche. “Quando sarò morto tornerai al paese e dirai a tutti del mio tukul e dei tukul vicini che, prima che la iena e lo sciacallo mi mangiassero, ho ucciso cento e mille nemici. Il mio paese è in una valle fiorita, lo sai, e si chiama Maarabà”. “Anche il mio paese è in una valle fiorita”, gli rispondeva un altro, “e si chiama Maarabà. So che tuo padre è il più coraggioso di tutti gli uomini e tua moglie è la più virtuosa di tutte le donne. E così sia dei nostri figli e delle nostre figlie”. Sotto pleniluni straordinari, strisce di nubi rosse e dorate si riflettevano nel mare cupo dei miei ricordi e la nostalgia a quei canti iniziava a farsi sentire. Pisa e Livorno crescevano entro la calura dentro la quale svaporava il sentiero della carovaniera. Si adergevano sontuose illusioni cariche di monumenti a pochi passi da me, incerte nel color sabbia che presto le assorbiva, facendole svanire e ricomparire come miraggi. Mi accoccolavo allora, curvandomi sul muletto, dentro nubi adamantine dai bordi brillanti e argentati in mezzo a cieli bluastri che col mal tempo si facevano color della sabbia. Ero incantato dal ricordo prepotente del mare che assorbiva e mi rimandava tutti i toni del viaggio che andavo facendo. Il mare era la terra e l’acqua e il cielo. Accarezzava il dolore della lontananza che sempre più andava assomigliando ad una sorta di paura. Temevo l’arrivo nella terra di Erer, temevo le foreste di mimose che si intrecciavano in liane e ghirlande e festoni come se volessero rapirmi in un antro. Reggevo tra le mani un ramoscello di chata edulis, l’erba che gli indigeni masticavano tutto il giorno. Avevo ammirato varie volte le soste durante le quali i cammellieri leggevano versetti del Corano, mischiate a lodi ad Allah e al suo Profeta. Distribuivano ramoscelli di ciat e ciascuno ne prendeva un pugno e lo masticava dando segni di beatitudine. Iniziava così una sosta quasi apatica fatta di conversazioni e silenzi, durante i quali bevevano abbondante latte o acqua. Altre lodi ad Allah, altro ciat, fino all’ora della partenza. Mi disse Giammah: “Celebriamo il Profeta perché questa è l’erba dei santi e ci permette di vegliare nell’adorazione del Signore”. Salivano sui 103


cammelli o vi camminavano a fianco con passi dondolanti, le figure fatte molli come erbe al vento, reggevano l’equilibrio come se il corpo fluttuasse nell’aria privo di consistenza. Avvicinandoci a Harar fui punto dalla curiosità e volli anch’io provare. Ne avevo avuto da Giammah in segreto alcuni ramoscelli. Staccai le foglioline mentre il mio servo mi narrava la leggenda di Sceik Abadir, il cui fuoco religioso divampava in molti musulmani. Il corpo di Sceik era sepolto a Harar. “Colui che non ha ciat, candela ed incenso non entri nella casa di Sceik Abadir, né si arresti alla porta ma la oltrepassi di fretta. Nessuno possa o ardisca giurare per Sceik Abadir mentendo. Un uomo che abita a Harar venera Sceik Abadir quando vuole e crede, ma se per caso restasse un anno senza adorarlo, costui sarebbe irrimediabilmente maledetto. Ogni uomo può offrire a Sceik Abadir quello che vuole ma non dimentichi mai il ciat”. Il ciat eccitava il sistema nervoso, ma al tempo stesso ne consacrava l’anima alla staticità e alla preghiera. Era un segno pubblico di adesione all’Islam, perciò feci il mio esperimento in segreto, cercando di non indurre i compagni di viaggio in convincimenti errati sulla mia religiosità. Reggevo tra le mani l’adorante e sacra chiave dello spirito di preghiera. Su un paio di cammelli stretti da una cotonata dondolavano gli arbusti del ciat strappati prima della partenza. I cammellieri ne avevano sempre qualche ramoscello che spuntava dalle mani, mentre stringevano la corda a cui era legato l’animale. Ne spiluccavano le foglie in silenzio assorti nel nostro lungo peregrinare sulla via per Harar, ne assaporavano le foglie sorridendo e tingendo di verde i loro denti e di beatitudine le labbra. Masticavo anch’io le foglie dal sapore dolciastro e stringevo in una mano la borraccia del tè. Giammah mi allungò un piccolo otre di latte ed io ne bevvi grandi sorsate. Non tardai a sentirne l’effetto. Mi abbandonai al ritmo dell’asino e affidai la corda al servo Giammah ché volevo assopirmi dentro l’onda dei pensieri di sabbia e nuvole che mi invasero la mente. Iniziai la mia preghiera alla terra di Al-Harar, la città che brillava di Santi. Intanto la strada cominciò ad affollarsi di gente 104


armata. Indossavano lunghi mantelli neri e grandi cappelli di feltro e battevano le gambe contro le pance di muletti addobbati con eleganti sonagliere. Ci stavamo avvicinando a una delle province più importanti di tutto l’impero. Era un via vai intenso, appena delimitato da una vegetazione spinosa e da una strada macchiata di ampie pozzanghere difficili da evitare. Un forte profumo di ginepro avvolse l’aria: eravamo vicini al colle di Anfago. Infilammo un sentiero fitto di euforbie a filari e incontrammo molti indigeni che ci salutarono al grido di “Mab Maridé”. Dopo quattro ore di marcia sostenuta su un terreno argilloso e cosparso qua e là di blocchi di quarzo, approdammo alle rive del lago Aramaja, alle sue sponde basse e brulle, coltivate a dura e sparse di capanne protette da arbusti di gelsomino e da euforbie. Il lago era secco e coperto di alghe e uccelli acquatici. Gli si assiepava intorno una folla di bovini, muletti e asinelli. Bambini quieti raccoglievano le alghe e le stendevano al sole con gesti lenti. Donne sedute vendevano la focaccia. La temperatura mitissima induceva alla mollezza. Mi tolsi il mantello e mentre mi spogliavo libero dall’effetto del ciat e avendo ricacciato lontano il ricordo intenso del mare, ad una svolta della via vidi slanciarsi verso il cielo due minareti come lame fendenti la collina rocciosa. Ai suoi piedi un lussureggiare di banani, agrumi, caffè e melograni. La via che saliva alla città era rossa e ben incisa nel granito.

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HARAR, LA CITTÀ SANTA

Una muraglia bassa e irregolare serpeggiava sul monte, snodandosi dolcemente come un corso d’acqua a cingere la bella città di Al-Harar. L’hararge degli oromo si perdeva nel blu cobalto e parea sospesa tra cielo e terra, rapita dalle ventosità di quella regione e appena trattenuta dalle numerose torrette difensive che la agganciavano con dolcezza alla terra d’ombra che le camminava ai piedi, esuberante di messi. Harar si dipinse avanti a noi come un tappeto di preghiere e di ringraziamenti, adagiata su una piana paludosa e gentile dove il Signore aveva profuso i più delicati colori d’acqua, i verdi dei prati piccoli come fazzoletti, gli ocra rossi e i bruni delle terre più generose, i gialli di zolfo e zafferano delle erbe rinsecchite. La via qua e là macchiata da specchi d’acqua azzurrati nascosti tra mucchi di canne basse, dai quali incessantemente si levavano in volo bianchi aironi e cicogne che picchiavano il cielo con le loro quiete ali. Lo sguardo potea vagare in quel paradiso consegnando tremori e fatiche ché lo spazio gli concedeva il beneficio della libertà del cuore e la natura il suo ardore vitale e sanguigno. Nuovamente ogni cosa aveva perso di senso e significato riconsegnandomi ad un tempo mitico. V’era il silenzio della natura che sola soffiava un lieve venticello come il respiro di ciò che giace con meraviglia a questo mondo. Ma lo spirito mio di fronte a tanta novità si agitò nuovamente e instancabili 106


demoni nemici della bellezza e dell’armonia di quella visione mi chiesero che ero andato a fare in quel posto. Non era il genio del ciat a parlare, ché quello giaceva assopito da tempo nelle mie vene di uomo che andava indagando la realtà. Fu allora che la mia guida levò un canto all’emiro Nur ibn Muhagid, la cui venerata tomba sorgeva vicina alla porta Fandala, il mercato delle granaglie, da cui saremmo presto entrati in città. “Colui che andò per la via del Profeta, il santo Nur, o Dio siigli misericorde! Colui che innalzò la religione del Profeta, il santo Nur, o Dio siigli misericorde! Colui che abbassò la religione degli infedeli, il santo Nur, o Dio siigli misericorde!”. Stavo per essere inghiottito dall’antica Adal, l’emirato musulmano dell’Ifat per i cui re, assisi su troni di ferro tempestati di pietre, si suonavano trombe di corna di antilopi e flauti di canna fatti con corna di vacca. Lo straniamento che mi prese a quel canto fu benefico per quello stato di abbandono che precede lo stupore che ci coglie di fronte a ciò che mai abbiamo contemplato, mi riconsegnò come una guarigione all’infanzia più tenera. La melodia di una soave ninna nanna mi accarezzò il cuore con le parole che più mi avevano cullato, pescate dalla voce della madre mia e dalle note del pianoforte. Un aquilone e un falco, appesi ad un filo esilissimo che mi cuciva il cuore allo smarrimento più dolce di essere tornato bambino, si librarono nell’aria. Il falcone ed il sole si tuffarono nel mare della mia immaginazione tra le mura di Harar che ai miei occhi si eran mutate in rocce pungenti tra i flutti. In quel cielo si stava preparando per me una nuova tenzone. Al ricordo di quelle aquile selvagge che battagliavano in cielo intimorendo il cuore di un bambino ma che una madre subito aveva chetato, oltrepassai una di quelle porte che avevo visto da lontano. E misi piede e anima dentro la città fulgente di santi e di moschee e bianchi e abbaglianti minareti. Mura alte non più di quattro metri si aprivano su una porta decorata da torrioni e merlature tagliate senza finezza ma forti nella loro storia. “Fandala”, “Fandala”, mormoravano i servi ammirati e contenti facendo gesti con le mani verso la mia persona per spie107


garmi cosa significava. Mi gridavano “bab al-Futuh”, la porta. Fandala, la porta del cucchiaio di legno, ci accolse con le sue pietre sberciate e un vociare disordinato e ammassato. Dentro le pietre fitte e corrose con noi si andò infilando una densa ciurmaglia di somali, oromo e dankali vocianti come api instancabili nel farsi strada e nel trascinare ogni genere di mercanzia, dalle caprette agli asini, ai cammelli, alle ceste, al vasellame, alle cotonate e ai fasci di ramoscelli di ciat. Come fui risucchiato dentro la città, rimasi intrappolato in una folla di donne simili a samaritane che procedevano con vasi d’acqua sulla testa, di gruppi di musulmani accoccolati in piena luce. Uomini di carnagione calda, altri nerofumo con camicie bianco avorio o rosso lacca, con mantelli color cinabro, gialli di zolfo e zafferano, rossi purpurei, gonfiarono la via che diritta diritta si incanalava verso la piazza. Il sole calava ombre azzurre e brumose dai toni dorati confondendo tutto e proiettando figure smisurate sul selciato ciottoloso. Nella piazza la folla si disciolse prendendo altre vie che erano non più larghe di un metro e che si intersecavano a labirinto verso l’interno, strette come cunicoli, inerpicandosi lievemente in alto. La gente più vicina prese a scrutarmi appresso, posando sguardi pieni di curiosità sulla cavalcatura e sul mio abbigliamento. Si accostavano all’asinello, abbracciando anch’esso che muto tutto accettava. Avevo oltrepassato con la porta del cucchiaio di legno anche la linea del mio passato, lasciando fuori la mia memoria, essendo approdato nell’altrove, dove potevo intingere le emozioni mie nell’inesplorato e nel proibito. Gli indigeni mi toccavano mani e piedi e guance ché sul muletto non potevo muovermi paralizzato dalla piccola folla che si era assiepata come un muro di cinta. Non mi intimorì quel curioso sfiorare, a volte lieve, a volte frenetico di mani che si ritraevano come fossi fiamma bruciante. Le porte si sarebbero presto richiuse alle nostre spalle. La salvezza era dentro le mura sino all’alba del giorno dopo, una terribile carestia affliggeva con la fame molti di loro portandoli alla morte per febbri, vaiolo e colera. I miei servi ridevano imbarazzati nel vedermi in quelle condizioni. 108


Le donne mi guardavano, sollevando appena lo sguardo. Avevano visi tondi e occhi nei quali la rassegnazione femminile apriva porte indomite alla bellezza dello scoprirsi. E della loro estrema povertà non vidi nulla, perché la bellezza dell’anima loro e di quei corpi non segnati, se non da vicende aspre e naturali, vi splendeva sopra coprendola come potrebbe fare un drappo di seta su un oggetto sberciato dal tempo. Altri poveri avvolti in sciamma terrosi cercavano di allungare anch’essi le mani verso di me, mani aperte che chiedevano qualche moneta. Ero prigioniero di quella gente, quando l’aban mi chiamò “Signore! Signore!”. Il tempo non aveva più un inizio o una fine. Fui incatenato a quella gente e la mia memoria, che troppo aveva trattenuto, si guastò e fui preso da afasia e non volli ricordare più nulla del mio passato. Mi cullavo a quel nero della città delle cinque porte, che mi voleva conoscere. E mi ritrovai immerso nel sentimento ardente che il mio corpo rubava a quella gente e che quelle donne mi regalavano toccandomi. Mi porgevano la loro innocenza, facendo rinascere in me il senso della meraviglia. Ero entrato nelle acque incontaminate dove si muovono le onde oscure del desiderio. Le loro anime brillavano negli occhi e nel volto con tale purezza e sentimento che andavo muovendo il mio sguardo su di loro rapito da tanta diversità e bellezza, scoprendo i segreti del sentimento come mai avevo avuto possibilità di fare. Ero entrato in un’Africa creata dalla mia mente e dipinta dal risveglio della mia carne. Non sentivo la mia identità come una barriera. E agognavo al piacere. La pelle disseccata dal viaggiare, spaccata dal sole, sporcata dalla polvere, alle carezze di quegli uomini si sarebbe scordata della sua infelicità. Il sapere mio rigettato lontano nelle città e nei luoghi dove avevo imparato che gli esseri sono diversi e mai uguali, mai vicini. Calma e voluttà si assopirono sulla mia pelle come le dune che avevo attraversato, accarezzandole con il mio passo. Ero entrato nel tempo del tutto e dell’attesa del nulla. Ero entrato nel tempo che racchiude tutti i tempi. Donne sedute immote come pietre che si avvolgevano nel109


le pieghe dei parei scolpiti su corpi dalla pelle nera come bitume su cui trionfavano labbra violacee senza parole. Erano sedute, le gambe raccolte e le braccia abbandonate. Gli occhi svelavano un sentimento che le traeva fuori dall’eternità dell’esser mute che mi parlavano di tutto ciò che dovevano subire per vivere. Erano sguardi incorniciati da trecce e da fazzoletti stretti intorno alla nuca. Racchiuso nel loro corpo silenzioso v’era tutto il sentimento del dolore. Nulla dunque le avrebbe fatte alzare da quella terra polverosa ove esse erano abbandonate. Un ragazzino coperto sino al collo da un mantello, come se la sua infanzia chiedesse pudore. Il sorriso di una vecchia, il capo avvolto dentro un grande telo bianco di cui reggeva un lembo per coprirsi le labbra e il naso e per nascondere tutto il suo sentire. Muti i suoi occhi ridevano e mi guardavano. Quelle donne furono il sigillo della mia attesa. Erano lontane da Ottavia e dal suo rapido agire, erano lontane dalla dolcezza trattenuta e sapiente di Vittoria. Talune avevano volti così sottili che parean nobili, avevano nasi piccoli su labbra sempre procaci e orecchie che sigillavano infinite treccioline sulla nuca. Sulle spalle reggevano sacche ricamate da conchiglie e fanciulli dagli occhi neri, che spargevano d’intorno la fragranza del loro entrare nel mondo senza nulla sapere. Una donna dai capelli rossi e i seni penduli e i capelli rasati, la pelle nera traslucida per il sudore pestava in un frantoio la sua dura, altre giovinette vestite di tuniche monacali mangiate dallo sporco reggevano sulle reni, curve come bestie, ampie anfore di idromele. Presto il cielo si sarebbe impolverato di stelle. Questo pensiero mi fece paura. Prese il mio corpo a farsi febbricitante. I miei denti uno sull’altro suonarono la musica dell’uomo solo, rattrappito nell’ansia del nulla e dello sfilacciamento del troppo sentire. Giammah allontanò da me gridando le mani che chiedevano di possedermi inconsapevoli di avere già avuto troppo. E riprendemmo la via al passo lento dei muli. Camminammo tra i vicoli giungendo presto alla tomba dell’emiro Nur ibn Muhagid, che si trovava tra la porta Fan110


dala, dove si teneva il mercato delle granaglie, e il ghebì di ras Makonnen. Giungemmo di fronte ad una qubba bassa e disadorna, circondata da ruderi di case. Un suono di tamburelli mi fece levare il capo che tenevo basso sull’acciottolato. Un cantore avanzava brandendo una cetra. Le sue parole mi accecarono il passo. Fu Giammah ad accostarsi e come al solito a farsi traduttore. “Il martedì all’ora di asr, nel pomeriggio, nel mese del ramadan, quindici giorni dopo l’inizio del digiuno, dell’anno millediciassette, al tempo dell’imam Umar-din-al-Madayti, avvenne nel detto anno un grande terremoto nella città dell’Aussa, nel giorno di giovedì all’ora del mattino dell’11 del mese e ancora la notte del venerdì 12 del mese di ragab all’ora di mezzanotte ed apparve un gran fuoco come il tuono alla fine della preghiera dell’asr del venerdì e durò sino al martedì successivo. Durò il terremoto per circa sei mesi”. Il cantore sorrideva felice che quel sommovimento avesse distrutto la terra in un tempo a lui lontano. Al suono della cetra ne evocava la malvagità rigettandola perché mai lui avesse a conoscerla. Le lotte tra abissini e musulmani lasciarono fumi di sabbia sollevati da cavalli e colpi di lance brillarono d’intorno e si abbatterono sui corpi dei vinti, recidendone le membra senza pietà. “Il principe dei credenti morì a causa della peste il giorno di venerdì nel mese di rabì. E per la sua morte molti piansero e si afflissero le genti vicine e lontane. Era pio, religioso, rispettoso dei beni altrui, soccorritore del suo popolo e di molta risolutezza. Egli fu l’uccisore del re di Abissinia”. Continuava il cantore a recitare la storia di Harar e la sua voce si perse nei vicoli che lasciammo dietro di noi per ritrovarci davanti alle mura. Arrivammo alla casa del console Moreno Valentich, una fattoria dove si coltivava il caffè. Valentich era uno strano tipo di uomo dinoccolato e magro. Aveva una barba sottile e a punta, chiusa da bei baffi ben curati, e un naso affilato. Indossava calzoni bianchissimi da marinaio su stivali al polpaccio e una alta fascia in vita. Si copriva con una giacca dai bottoni d’oro e un cappello a larghe falde sceso sulle ventitré. Mi ven111


ne incontro e, prima che scendessi dal mulo, mi abbracciò con una energia tale che quasi mi trascinò giù. “Ben arrivato!”. Con forza afferrai quelle sue larghe spalle sorpreso dalla gioia di rivedere un mio simile, di risentire l’odore della sua pelle bianca, di vedere i suoi modi. V’erano con lui altri personaggi. Uno di loro vestiva di bianco, con una camicia larga e lunga su ampi calzoni. Era magrissimo e aveva gote scavate da una sofferenza interiore, la fronte alta, i capelli cortissimi e baffi sottili e rasi. Mi osservava, le braccia conserte e lo sguardo cupo. Gli occhi incavati dentro le orbite su un volto affilato come da una malattia sottile. Moreno Valentich mi disse: “È il nostro poeta, è abile e coraggioso. Fa il mercante e l’esploratore. Ha appena condotto una carovana per Menelik dallo Scioa alla costa. Noi lo ammiriamo molto, anche se da quando è qui non scrive più”. Capii allora quell’atteggiamento duro e chiuso in se stesso dell’uomo abituato alle attraversate solitarie, alle discussioni con gli indigeni, alle estenuanti trattative su ogni piccola cosa, ai cambiamenti repentini dei servi della carovana, alle fughe, ai furti. E quello sguardo inquieto, dominato da una curiosità umana sfregiata dalla diffidenza, perché sapeva che a ogni passo qualcuno avrebbe potuto togliergli la vita. Non allungò la mano verso di me, ma mi chiese, senza interporre cortesie di ben arrivato: “Ci ha portato qualcosa dall’Europa?”. Annuii con il capo e i nostri occhi si squadrarono come quelli di due bestie ai bordi di una foresta. Anch’io, nonostante non mi fossi ancora ripreso dall’ingresso entro le mura di Harar, mi risentivo facilmente di fronte a chi mi aggrediva. E velocemente ritornavo lo studente di Pisa, il giovanotto di Livorno. Perciò non gli risposi. “Venga, venga che brindiamo! Mi scuso per non esserle venuto incontro. Ma mi era arrivato un messaggio che diceva dell’arrivo della grande carovana fra una settimana”. Moreno Valentich era uomo cordiale e di buonumore e aveva colto l’imbarazzo in cui ero caduto. Mi allontanai senza staccare gli occhi da quello strano essere che non sapeva con chi prendersela. Strinsi la mano a tutti calorosamente. Bevvi 112


per riscaldare il mio cuore e mi ambientai nella casa del console. Mentre ero lasciato quieto in disparte, afferrai brandelli di conversazione. Due uomini parlavano con il poeta: “La carovana ha trasportato mille fucili e altre apparecchiature. I dankali l’hanno trattenuta per un anno. Un’altra carovana, che sbarcò le merci a Tagiura con le mie, non si è ancora messa in marcia. I mille Remington riposano da quindici mesi sotto le palme di un villaggio”. Uno di loro prese a parlare ad alta voce: “Per viaggiare fra gli oromo la rapidità è il primo requisito; bisogna passare loro innanzi come meteore, perché se hanno il tempo di ponderare, la nostra vita è spacciata”. Aveva una barba che si imponeva su tutto e sprizzava d’intorno il suo pelo fitto e nero come i rami di una siepe. Occhi vivi e fulminanti, mai fermi, e mille rughe segnate dal sole e dall’aria, appena dominate da sopracciglia sollevate alle estremità, in una bizza di cattiveria malcelata. Il volto aveva strani guizzi diabolici e imprevedibili. “Il signor Enrico Gallieni è un abilissimo commerciante, come noi ha rischiato la vita, quando qui comandava l’emiro e con la sua arroganza non voleva che nessuno intorno a lui facesse affari”. Mi accostai a quell’uomo per stringergli la mano sorpresissimo di trovarlo vivo. Non mi spiegavo come mai il fratello non avesse ricevuto altre lettere, ma solo quelle in cui chiedeva aiuto disperatamente. Balbettando per la sorpresa, subito volli raccontargli delle missive che avevano angosciato il fratello e tutta la nostra compagnia durante il viaggio per mare e verso Aden. “Suo fratello non sa che lei ora è uomo libero. Che lei sta bene. Ma presto sarà in Harar”. Gallieni più sorpreso di noi volle sapere come stava suo fratello. Poi mi spiegò: “L’emiro è stato spazzato via a Ciallanco dallo stesso Menelik. Ma viviamo ancora quasi isolati. La posta che ho spedito non è arrivata”. Per cacciare via la tristezza che stava prendendo Gallieni per non essere riuscito a comunicare con il fratello, Moreno Valentich disse: “E ora il signor Gallieni andrà a battagliare con le fiere nell’Ogaden e con tribù più ostili di loro”. 113


“Parto domani, non potrò vedere mio fratello. Ma lei vorrà a nome mio appena arriva esporgli la mia gioia nel sapere che sarà qui e che ci vedremo appena tornerò”, disse. “Questa spedizione nell’Ogaden è importante. Abbiamo vanamente tentato di aprire una strada al tempo della dominazione egiziana. Una escursione durissima. Segnata in passato da più di un massacro”. Il poeta, rapido e secco nelle movenze tanto che mi ricordò una faina notturna, mi si avvicinò e mi rivolse aggressivo altre domande. “Lei lo sa come è l’esistenza qui? Glielo dirò io. È penosa e soffocata dalla noia; si lavora, si viaggia, si vorrebbe fare qualcosa di utile, ma con quali risultati? Non lo sappiamo. Qui si commercia con il caffè, l’avorio, le pelli…” Stirò le labbra come un telo e digrignò i denti per sputarmi in faccia l’ultima merce: “…e gli schiavi”. Gli risposero dei sorrisi imbarazzati. Tacque per poco. “Il clima è malsano e la posta impiega otto giorni ad arrivare da Zeila; da Aden per l’Europa parte una volta alla settimana e arriva dopo quindici giorni. È impossibile scrivere direttamente a Harar, perché oltre Zeila, che è sotto gli inglesi, il deserto è abitato da tribù erranti che non riconoscono nessun governo e lei può immaginare cosa significa. Ora ci sono anche le piogge ed è molto triste. Viviamo senza speranza di divenire milionari. Servono sempre le armi. Ma se riesce a farne a meno, sarà meglio per la sua salute. Io sto aspettando da mia madre un apparecchio fotografico”. Concluse senza alcun afflato del volto che rimase statico come di maschera mortuaria. Così segnato e scavato come era ci ripensò e volle aggiungere: “È la posta la nostra unica salvezza. Si faccia scrivere. Le auguro anche uno stomaco meno intorcinato del mio e un’occupazione meno noiosa”. Percepii il suo risentimento contro il mondo come un sasso gettato contro un muro. Aveva ora occhi febbricitanti e pensai nuovamente fosse malato. “Caro, non dia retta al poeta che non sta bene. Ha certo ragione di lamentarsi, ma lei è appena arrivato. Domani le racconterò dei commerci. Ora è bene che vada a riposarsi perché a Harar non si gira di notte”. Mi con114


segnò ad un servo che teneva tra le mani una lanterna, perché mi conducesse alla dimora concessami da Moreno Valentich. Pioveva. Le strade si erano trasformate in canali e l’acqua ci arrivava al ginocchio. Nel pozzo di quella notte carica d’acqua il servo ammise la sua incapacità di vincere l’oscurità dei vicoli e ci fece segno di invertire la marcia: non riuscimmo a trovare nel dedalo intricato di viuzze quella giusta. La pioggia cadeva facendosi strada tra i sassi e scavando nel terriccio scoli profondi e fangosi dentro i quali continuammo a scivolare sinché non ritornammo fradici alla fattoria da cui eravamo partiti. L’indomani Valentich, con un toscano tra le labbra e uno spiritoso cappello sulle ventitré, mi svegliò con una tazza di caffè nero. “È il moka, lo assaggi! È la migliore qualità in commercio. Nel pomeriggio la condurrò al mercato e poi andremo in visita da Makonnen. Tiene molto ai saluti degli stranieri, ma sarebbe meglio dire riverenze; vuole essere sempre al corrente sui commerci che si faranno in città”. Appena alzato mi infilai nei vicoli come se avessi imboccato una strada nel cielo o avessi dato vela ad un sambuco nel golfo. I piedi calcavano la terra con leggerezza, marciavano agili sui gradini imbrattati dall’urina, dove la calce non era che un pallido ricordo. Mi ritrovai a girare intorno alle case, vicino ai vicoli dei sarti e dei fabbri. Scansai la marea di mercanzie che tenevano a terra e che come un tappeto coprivano il fango. Fui presto vicino al cimitero. Scrutai intorno, finché non vidi le prime piante e non fui in mezzo ad un giardino di moka. Ne strappai un chicco, lo passai sul palato e tra i denti cercandone il sapore. Attorno ogni muretto, ogni casa aveva un giardino di moka. I limoni facevano compagnia agli alberi del caffè. Fu allora che mi accorsi del vecchio, seduto vicino alla porta, rannicchiato in un angolo dell’ingresso. Mi guardava, chiuso nel mantello che gli faceva corolla intorno ai piedi dalle dita e dalle unghie segnate di nero, con occhi che mi sembrarono uno specchio del cielo quando la pioggia sta per arrivare. Non poteva vedere, ma i sensi lavoravano al posto degli occhi. “Dio 115


sia con te!”, gli dissi. Sollevò il capo, mi sorrise e parlò. “Il caffè moka piace molto agli stranieri”, e le parole fiorirono su una raggiera di denti spezzati e macchiati. “Tu sei italiano?”. “Sì”. “Io sono un amico degli italiani e ho studiato italiano”. Poi riprese: “Io sono un sensale. Un tempo portavo il caffè con i cammelli. Un lungo viaggio verso la costa. Harar, Gildessa, Zeila, otto giorni al passo dei cammelli, due bicchieri di riso per servi, e gli aban uno dopo l’altro che si passano le merci da una tribù all’altra. E poi il mare e i sambuchi verso Aden”, alzò un braccio come per indicare un luogo molto lontano. Il chicco che avevo sulla lingua si consumò rapidamente alla vista delle carovane di cammelli. I mercati di Londra, nella loro arruffata ansia di fare affari, si dipinsero lungo la costa del golfo di Aden spettinandone i colori e la negritudine e infilando le dita nelle frasle sature di chicchi. Il caffè era salito all’astronomica cifra di novantaquattro scellini e poteva salire ancora e ancora. Mi risvegliai dalle fantasticherie sugli affari e guardai il vecchio. Lo sciamma era tornato a richiudersi sul volto come se non avesse mai parlato, come se i miei pensieri sporchi di denaro lo avessero risospinto nel suo isolamento. Il vecchio aveva ripreso il suo lungo riposo a fianco della casa che lo ospitava. Ridiscesi la collina contemplando la città che stava cedendo la nebbiolina del mattino al caldo vociare del mercato.

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LE MURA DELL’ORRORE

Nel pomeriggio Moreno Valentich venne a prendermi. Ci infilammo nei vicoli della città come aghi in una cruna. I vicoli erano talmente uguali che da solo mi sarei perduto. Il console cacciava i ciottoli con grinta, spandendo nell’aria effluvi di urina e sporcizia. Una nausea che non avevo mai provato rovistò dentro le mie viscere. Prima che mi scontrassi con la tragicità della carestia che aveva colpito la città, il console mi disse poche parole per aiutarmi a capire. “Ci sono lungo le mura i corpi dei morenti. È uno scenario medievale, lacerante nella sua crudezza. A tutto ciò lei dovrà abituarsi. A nulla servirà tentare di cambiare la sorte di questi uomini. Questa terra li ha segnati, senza speranza. Questo solo deve capire come occidentale. Non se ne scordi”. Non ebbi il tempo di replicare. Appena girato l’ultimo vicolo, ci trovammo davanti le lunghe mura hararine. Corpi nudi e abbandonati senza vita crescevano ai piedi delle pietre. Da quelle tele stracce, avvolte su miseri corpi senza più carne, uscivano lamenti cavati da tale profondità che parea fosse la terra stessa a risuonare cupamente. Un giovane squarciato all’addome da una ferita che lo attraversava da un fianco all’altro, sulla quale teneva le mani a contenere le viscere, scuoteva debolmente la testa. “Ogni mattina ammucchiano cadaveri sotto le mura. A quei corpi sono già state rubate le vesti. Iene e avvoltoi strapperanno 117


loro l’ultimo filo della vita”. Il console mi prese per il braccio trascinandomi lontano. “Non lo aiutiamo?”, gli dissi resistendo alla sua mano forte che mi stringeva il braccio. “Qui a Harar avrà a che fare con la morte ogni secondo, ad ogni angolo di questi vicoli baciati dal cielo più azzurro che abbia mai visto. Non può fare nulla. Lei deve accettare questa verità e coltivare nel suo cuore il giardino della rassegnazione. Quell’uomo morirà stanotte. E se lei lo salva, lo uccideranno i vicini…” Non poté concludere il pensiero che un formicaio di indigeni ci risucchiò verso il mercato. Un kissar nuovamente suonò per me le note del passato. Mi lasciai andare al suono tratto dalle corde tese tra le corna di gazzella e al senso tragico di quelle storie. Moreno Valentich, che meglio di me capiva quella lingua, si voltò e iniziò a raccontare: “Harar ha una venerazione per Nur, il principe dei credenti. Egli combatté il re di Abissinia e lo uccise. Gli tagliò la testa e la portò in trionfo nel paese. Gli indigeni si tramandano da secoli la tragedia che ne seguì. Cantori consegnano al vento l’orrore della fame dei tempi di Nur. “Ho visto io stesso con i miei occhi la testa del re, che la maledizione di Dio sia su di lui. Ci fu dopo il suo ritorno da questa spedizione contro il re una grande carestia. Il prezzo della dura e del sale salirono. Gli oromo predavano tutte le contrade. Ma Dio diede pazienza alla gente. E pazientò anche l’emiro Nur ed accrebbe la sua fede. Era un giorno seduto nel tribunale del nostro capo sayk Gamal ad-din, ed ecco un uomo legato che portava sul suo dorso qualcosa e restò in piedi innanzi al nostro sayk. Disse allora quello che lo aveva condotto: ‘Quest’uomo ha ucciso sua moglie e ne ha tagliato le membra per mangiarle’. Depose ciò che rimaneva di una donna di cui erano state tagliate le membra come si fa di una pecora macellata. Inorridì il nostro sayk ed ordinò la sepoltura di quelle membra. Avvenne una cosa simile a questa un altro giorno e altri giorni ancora”. Oromo, amhara e somali giungevano dai dintorni portando la vita, indifferenti alla morte che caricava le sue vittime 118


sulle spalle per abbandonarle ai piedi della città fortificata. Si confondevano tra mantelli terrosi cestelli di peperoni e schiave del ghebì che portavano sulla testa grandi otri di idromele, turati da un cencio rosso. Altri indigeni reggevano enormi regimi di banane verdi e pacchi di pelli essiccate dalle code tese come ancora in loro dominasse la vita. Moreno Valentich allungò la mano nei cesti delle donne e mi offrì dell’engera. Masticando deciso, mi elargì altri assaggi della sua filosofia. “Questo paese è ai confini del mondo e vive una sua bellezza evangelica, sommersa a momenti da una disperazione apocalittica. Di questo gli europei non capiscono granché. Qui assistiamo allo svolgersi di una storia antica, eterna”. Tacque e poi riprese. “So che lei non è venuto qui con pendenze governative; è un uomo libero. Le devo dire che il possesso di Harar assicurerebbe in nostre mani il commercio e la via fino alla costa, ci aprirebbe i ricchi mercati interni degli oromo, e la stessa Abissinia si vedrebbe ridotta a dipendere in qualche modo da noi. Ma la politica coloniale non è politica da quarto d’ora, è politica da lontane scadenze, nelle quali l’orizzonte deve essere assai largo. Non arriva alla meta, chi non guarda oltre il decennio, se non oltre il secolo!” Harar selvaggia e indecifrabile mi stava trascinando oltre il tempo, consegnandomi al prossimo secolo senza che io vi fossi preparato. Abbandonati gli studi, abbandonata la famiglia, non sapendo più che orizzonti avere oltre quelle cinque mura merlate e misteriose, di notte illuminate solo da tremule candele e dalle preghiere dei pii accovacciati sotto la luna. Non potevo immaginare cosa sarebbe accaduto, cosa avrebbe significato oltrepassare quella linea di confine, quel verdiano trionfo di spiriti liberi che nella mia patria combattevano, mentre io me n’ero andato lontano, perduto in una terra di sogno. Per che cosa tutto ciò doveva avvenire?, mi chiedevo, vedendo il sole tramontare sulle mura di Harar che come un’urna riceveva i corpi di quei moribondi. Non sognavo certo la gloria, né di fare scoperte scientifiche né volevo apparire negli album degli uomini che hanno aperto strade nuove alla civiltà e al progresso. Espressi al console i miei pensieri, certo che mi 119


avrebbe capito. Mi rispose: “Ciò è bene per lei. Non sarà illuso dai miraggi che gli europei hanno creato quaggiù. Ma qualcosa dovrà pur fare per vivere e qui si può molto, e non alludo alla caccia di elefanti o a quella di animali feroci da impagliare per i musei”. Le piante del caffè crescevano rigogliose come giardini su quelle terrazze degradanti. La strada per Harar era una preghiera al caffè. Dal monte Hakim l’acqua vi precipitava da tutte le parti e si raccoglieva in ruscelli e torrenti impetuosi che se ne andavano brontolando a sparire nelle aridità del deserto. Luccicavano quella acque liete perdendosi in inestricabili masse di verdure e foreste di mimose, dove profumavano le gaggie e l’aria era satura di gelsomini. I monti lambivano la città murata e scendevano in piccole valli piene di greggi di montoni e di cavalli, di cammelli dinoccolati strappati alla cavezza e di oromo con le lance sulle spalle, i mantelli spinti dal vento, con le candele di sego in mano per illuminare le feste del ramadan. “Non sogni, caro ragazzo, c’è molto altro da sapere prima di poter lavorare qui. Avorio, oro e zibetto sono monopolio reale. Una frasla di avorio, un sacco di sedici chili, viene quasi cento talleri, è sottoposta ad un dazio di otto all’ingresso e sei all’uscita, e così tutto l’avorio finisce sulla via per Berbera lontano da qui. Quando il caffè cala, sulla piazza si apre il mercato delle pelli. Le mercantesse arrivano dallo Scioa alla costa con decine di cammelli carichi di pelli. La dura viene trebbiata coi bastoni a marzo e gettata nelle fosse scavate nel terreno e ricoperte di terra. Lo zibetto, un mammifero dalle cui ghiandole si ricava un profumo, è assai ricercato; come il wars, un arbusto le cui bacche essiccate danno una polvere rosso bruna, che viene usata per tingere i tessuti”. Ma per tutto questo c’era da pagare un prezzo. Bisognava sopportare solitudine e noia. E saper accettare di non poter combattere il dolore pietrificato di quei moribondi scaricati e rigettati contro le mura, i morti che ogni sera venivano trasportati dai superstiti su barelle improvvisate e gettati in una fossa scavata nel cimitero, dietro la moschea. E per altri una 120


fine anche peggiore, strappati a questa vita dalle bocche affamate di iene e avvoltoi. Fuori oltre le mura, cresceva rigoglioso il tesoro di Harar, il prezioso moka long berry, la qualità più ricercata sui mercati, come mi aveva spiegato Moreno Valentich con gli occhi che gli brillavano. Un tremulo clangore smosse la nostra conversazione. Un mehlat, una tromba lunga come una tuba egizia, spandeva la sua sonorità guerresca trattenuta in alto dalle braccia di uno sciancato. Staccava la lancia dalle labbra per lasciar uscire dalla sua bocca grande e tumida la storia dell’invasione musulmana e lo faceva con voce sonante che mai avrei immaginato il suo corpo potesse avere. “È un asmarì, un trovatore, abbandonato qui da un signore abissino, chiede la carità e vende i suoi racconti”. Il suono emesso dalla tromba soffiava in alto, in alto, sino alle nuvole terse e vaganti del cielo hararino, gli avvenimenti del 1532, all’epoca dell’imam Ahmed ibn Ibrahim. Lo sciancato, ignaro del peso dei fatti che andava raccontando, strappava il passato dal buio dei secoli per riportarlo entro le mura. Quando la cristianità fu messa in mortale pericolo da Gragn, il Mancino, cioè il Sahib al-fath, il conquistatore, l’audacissimo condottiero. Lo sciancato depose la sua tromba lunga lunga a terra, si asciugò la fronte mentre ancora sui merli della città si arrotolavano le gesta gloriose di Gragn, vittorioso sulla cristianità, e le grida e le violenze perpetrate contro i monaci di Dabra Libanos tingevano di rosso le mura. Lasciammo la città e le sue cinque porte. Sotto il sole che bruciava e lanciava raggi potenti sulle verdi colline, gli occhi neri di Ottavia cancellarono il paesaggio e suonarono alla mia memoria con queste parole: “Contro il malocchio i musulmani stendono le cinque dita della mano e dicono ‘cinque sul tuo occhio’. Ricorda, per l’Islam tutto è cinque, cinque il numero delle ore della preghiera, dei beni per la decima, degli elementi del pellegrinaggio, dei tipi di digiuno, delle abluzioni, cinque le vendette tribali. Cinque. Cinque come le dita di una mano. Il cinque è un incantesimo e cinque saranno le porte che dovrai varcare. Nella città murata sarai prigioniero del 121


tuo mondo interiore; quando cercherai di varcarlo gli animali della notte saranno pronti a divorarti. Le iene di Harar si nutrono di carogne e sono capaci di frantumare gli ossi più duri”. Ottavia piangeva mentre mi raccontava le storie che la sua fantesca le aveva insegnato. L’ascoltavo e non comprendevo. Nessun guardiano custodiva quelle porte se non i soldati di Makonnen. Ma le loro armi erano sufficienti a ricacciare le forze malvagie che la terra sapeva esalare? Le iene varcavano le cinque ferite lasciate alle mura di Harar accanto alle aperture fatte per gli uomini, entravano e uscivano portatrici di un mondo oscuro e sconosciuto illuminato dai loro occhi che ardevo dal desiderio di vedere. In quei primi giorni cominciai a comprendere la saggezza di mia sorella. Estrassi dalla mia sacca la borraccia di idromele, bevvi un sorso di quel liquido fermentato e masticai delle foglioline di ciat. Così le mura non mi fecero più paura e nemmeno la prossima visita a Makonnen nella valle di Camboldgia. Cavalcammo veloci e ben presto fummo vicino ad una tomba screpolata, abbracciata saldamente ad un albero che su di lei si era curvato per scavarvi le sue ramificazioni. Pietra e legno erano allacciati in un sodalizio nuziale incantevole, tanto che mi fermai per ammirarne la potenza. Il legno scuro e rugoso compariva e scompariva nella vecchia pietra calcarea dal tetto tondeggiante. Le viscere della terra attraverso le radici di quell’albero manifestavano il loro dominio sulla tomba di uno dei tanti santi là sepolti e tentavano di carpirlo dal mondo per trascinarlo sottoterra senza riuscirvi, in una lotta che durava da qualche secolo. La morte non aveva avuto né vincitori né vinti. Il cielo continuava a regalare la sua luce alle ceneri dell’emiro. “Ai piedi di questa tomba decine di iene nelle notti più buie si rappacificano con gli abitanti di Harar e vengono ad incontrare il contadino Yussuf, solo per ascoltarne la voce”. Moreno Valentich mi si era avvicinato, sempre pronto a farsi narratore della storia di quel paese. Riprendemmo il cammino con la promessa di tornare la sera dopo, per poter vedere le iene ammansite da Yussuf. 122


VISITA A RAS MAKONNEN

Aveva il ras Makonnen impiantato le sue tende lontano dalla carestia e dalle sue vittime che certo lo turbavano, perché non v’era soluzione per la povera gente. Quanto a loro, gli abissini scioani, erano occupati nelle razzie e non vivevano male, dato che depredavano villaggi e capanne con la protezione del governo. Sulla strada incontrammo uno stuolo di uomini piccoli e scuri avvolti nei tob come bozzoli. Le teste spuntavano nere e rasate, le lance svettanti sulle spalle. Accompagnavano il vicegovernatore di Harar da Makonnen. Eran tutti a piedi nudi. Il nostro servo li ossequiò e spiegò che anche noi eravamo diretti dal grande ras. L’accampamento di Makonnen era in una vallata verde dominata dalla dura e dai voli di migliaia di quaglie che vi cantavano le loro delizie amorose. La piana era occupata da una moltitudine di tende che tremavano al vento come vele gonfie sul mare, dando l’impressione di potersi sradicare da terra per volare via. Gruppi di soldati armati stavano accovacciati al sole in molle riposo e abbandonata ogni velleità guerresca. I servi passavano tra i soldati senza disturbarne l’imperturbabilità, trasportando fasci di legna e erba. Lunghe file di donne ondeggiavano sotto il peso dei vasi di tegg chiuso in grandi zucche o dei cesti di engera. Makonnen ci ricevette nella sua tenda foderata di stoffa di cotone a fiorami. Entrammo e nel buio stentai a metterlo a 123


fuoco. Era seduto su un mucchio di fieno ricoperto da un tappeto persiano con un cuscino su cui appoggiare il braccio. Elegantemente addobbato da una veste lunga sino ai polpacci, dalle maniche aderenti ai polsi, stretta al collo da una varietà di medaglie che occupavano il suo petto senza renderlo autoritario. Dominava in lui una morbidezza arrendevole che conquistava. Una stretta e alta cintura gli segnava la vita in modo cerimonioso e insieme sosteneva una pelle di leopardo, mentre in una mano teneva stretto un fucile. Sul volto dagli zigomi sporgenti e dalle labbra carnose e volitive madre natura aveva infisso con ardore due occhi scuri come pozzi, mobilissimi e penetranti. Era altero e dignitoso, ma stemperava ogni durezza in un dolce e attraente sorriso illuminato da una candida filiera di denti. Lievi baffi e una barbetta nera e brizzolata, spartita in due, rinserravano la sensualità delle labbra, quasi a tenerle prigioniere, perché non atte al compito gravoso che su quell’uomo Dio aveva posto. Così mi sembrò scaltro e insieme mansueto. Ero incapace di definirne un solo carattere, allorché mi accorsi che con indifferenza allungava uno dei piedi per farsi grattare da un giovane seduto a terra e sorridente come adempisse ad uno dei compiti più lieti che gli potessero essere affidati. Stese la mano, invitandoci a sedere su due seggiole alla sua sinistra. Mi parlò attendendo sempre con garbo che l’interprete ato Micael, il signor Micael, magrissimo e anche lui avvolto in un lungo mantello nero, le mani conserte in grembo, mi traducesse ogni questione. Tanto mi avevano parlato della sua pietà religiosa e del suo amore per i testi sacri, che andai immaginando chissà quali umanità, né riuscivo a pensarlo impegnato nelle razzie che invece sapevo i suoi soldati fare usualmente. Parlò con garbo e conquistandomi, usando modi gentili e insinuanti. Mi chiese come mai ero arrivato a Harar e quanto mi sarei fermato. Saputo che avevo intenzione di dedicarmi ai traffici commerciali, lasciò il suo pensiero in sospeso e mi rispose chinando il capo, ma senza allargare le sue belle labbra 124


in un sorriso. Ne dedussi che era incerto se gradire la mia presenza in città . Moreno Valentich corresse la mia frase e gli disse che non avevo ancora le idee chiare, ma che lo avrei tenuto al corrente delle mie mosse. Mi suggerÏ di andarlo a trovare nel ghebÏ di Harar. Mi avrebbe ricevuto con piacere, dato che sarebbe rientrato in città per presiedere il tribunale e la giustizia, e mi consigliò di non allontanarmi troppo dalle mura, perchÊ avrei rischiato la vita. Ci congedò porgendoci una mano priva di peso, perchÊ nessun dubbio avessi su chi comandava a Harar.

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LA CENA DELLE IENE

Sulla via del ritorno ci colse la notte, ma eravamo fortunatamente prossimi alle mura. Anzi in lontananza vedemmo l’antica tomba dell’emiro abbracciata all’acacia. “Yussuf si starà preparando a dare da mangiare alle iene. Vorrebbe vederle?”. Colto nel pieno del mio desiderio, non potei trattenere l’entusiasmo. “Ne sarei davvero felice”. “Apra bene gli occhi, ché siamo fortunati: attorno alla tomba vedo un gruppo di bambini e la solita vecchia che dorme ai piedi delle ossa dell’emiro, convinta di catturarne la santità”. La vecchia era distesa su una panca di pietra che girava intorno alla tomba; credo fosse stata da poco spazzolata di calce tanto il biancore brillava nella notte fitta di Harar. In lontananza il luccicare delle candele accese dai poveri che pregavano ai piedi delle mura serpeggiava d’intorno alla città. Scendemmo da cavallo e lo legammo ad un albero. I bambini erano seduti a terra e guardavano in un punto della notte, come si svolgesse uno spettacolo. La vecchina dormiva con il braccio sotto la testa e la tomba sembrava accoglierla come un dono del Signore. I miei occhi si abituarono al buio e finalmente mi resi conto che era meno vuoto di quello che apparisse. Yussuf seduto a terra davanti ad una cesta di carne rossa, parlava in direzione del buio, che buio non era. I miei occhi finalmente avvezzi all’oscurità poterono vede126


re. V’era in quel buio una vita straordinaria. Mobilissime luci tonde e gialle brillavano, incidendo la notte come una ferita priva di contorni. Erano occhi tondi e luccicanti che si muovevano avanti e indietro, protetti dalla barriera dell’oscurità che ci teneva a ragionevole distanza. Fiorivano nel buio come scintille di un falò. Furono spente da una candela che aprì un triangolo di luce. Cuccioli di iena dalle pelli brune striate, occhi acquosi e neri, colli lunghi e musi stretti da predatori della notte e zampe corte che scavavano nel terreno tanto insistevano nell’agitarsi di fronte alla carne. La voce di Yussuf vibrava con frasi a ghirigoro: “Chilin, chilin, chilin, chilin, clin, clin, lin, lin, ln, ln, nnn…”. Rimbalzando nel buio l’enigmatica frase mozzata di Yussuf accese gli occhi di decine di iene, che fiammarono come lucciole. Instancabili si spostavano descrivendo sempre la stessa linea retta e tessendo davanti a noi un filo invisibile. “Chilin, chilin, chilin, chilin, clin, clin, lin, lin, ln, ln, nnn…”. Yussuf brandiva la carne e la faceva vedere alta alle iene adulte che erano prese dalla frenesia di divorare. Una di loro si fece coraggio e avanzò, mentre altre lanciavano risate al cielo stellato. Yussuf mise la carne nella sua bocca e la offrì alla iena che si sollevò a raggiungere la preda. Si chinò sul cesto per gettare altra carne. Nuovamente occhi gialli e rossi punteggiarono il telo della notte e mi parvero anime inquiete che spolveravano l’oscurità di stranezza indecifrabile. La loro confidenza momentanea fu per me presagio di qualcosa che mi intimoriva. Il console, che era rimasto accanto a me in silenzio, si mosse e mi fece cenno di seguirlo. Improvvisamente agitato, mi disse: “Le porte. Le porte si saranno chiuse. Dobbiamo andare”. Harar mi sembrò richiudersi su se stessa e respingerci. La città viveva senza di noi. Come pellegrini dovevamo implorare la sua misericordia; temetti per la mia vita e immaginai le iene abbassare le fauci non più sui corpi infiacchiti dalla fame dei poveri abbandonati a terra, ma sulle mie giovani carni vigorose. Immaginai Harar protetta da animali maligni, esseri mostruosi come i diabolici geni, armati di denti e unghie ra127


paci, esseri che ci ricacciavano lontano negli abissi del fuori, nei dintorni della città, sperduti nella terra di Errer, dove nessuna luce, nemmeno gli occhi delle iene, avrebbe potuto concederci una tregua nell’agghiacciante lotta contro le forze del male. Un soldato amhara riconobbe Moreno Valentich e aprì la porta cigolante sull’onda a risacca delle risa delle iene, l’uomo si mosse di malavoglia borbottando qualcosa. Per entrare mi curvai, come la porta fosse un labirinto o un passaggio iniziatico, che si stringeva su di me per mettermi alla prova. Mi lasciavo le tenebre alle spalle e per un attimo ebbi le lacrime per la gioia.

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KHADIJA, GIOIA DEGLI OCCHI

Il giorno dopo, accompagnato dal servo di Moreno Valentich, presi possesso della mia casa. Una graziosa dimora hararina che una fantesca aveva addobbato con cesti ovunque e ampie pentole e piccoli piatti. Un tappeto giallo chiudeva la zona per le conversazioni, una sorta di divanetto di pietra contro il muro era coperto di cuscini ricamati. Le pareti erano verdi e i cesti intrecciati le macchiavano di tutti i colori. La mia fantesca era dalla testa ai piedi un arcobaleno esultante di rossi e gialli e verdi. Quando aveva da fare, la sua multiforme figura dalle anche generose si faceva dondolante come una mareggiata. E prima di uscire di casa issava sul capo un cesto arrotolato in un foulard con le ciocche puntate al cielo. Prima di depositare il fardello sul capo si avvolgeva elegantemente in uno scialle che le ricadeva sulle spalle. Al braccio le suonavano file interminabili di braccialetti d’argento e di perline, dalle orecchie le scendevano lunghi orecchini e i giorni di festa si addobbava anche di più, caricandosi con altre chincaglierie di metallo e ottone e rame. Nei giorni caldi era invece un velo rosso a scenderle dal capo sul petto, mentre sulla testa si portava come fosse un granello di sabbia un largo vassoio di paglia da lei intrecciato, dentro il quale depositava i viveri per la sua famiglia. Erano per me ore di scoperte continue. Né potevo capire le parole del poeta che ancora mi ronzavano nella testa: “Nessuno si annoia più di me; la mia esistenza è penosa, distrutta da una noia fatale”. 129


Venne Giammah e mi disse: “Signore c’è una donna per lei, dalle famiglie dei Darot. È arrivata Khadija, letizia degli occhi”. Mi spiegò esitante: “È un omaggio che non si può rifiutare”. Ebbi un lieve imbarazzo e liquidai Giammah. “Vai!”, gli dissi. Giammah se ne andò trascinando la gamba che si era ferita durante le sue scorribande notturne. Lo sentii confabulare in adaré e poi lo vidi spingere avanti a sé una giovinetta esile e fiammante nel nero di Siena della sua pelle. Fece qualche passo, cedendo a tutte le sue membra la vita che conteneva e la sua figura slanciata fu davanti a me. Le sue tempie erano come la luna nuova del mese di shaabàn, le sue sopracciglia due curve allungate, il naso come il filo di una spada, le sue guance come convalli di agrifoglio e la bocca era il sigillo di Salomone. Era bella come un giglio imprigionata nella lieve futa, un seme della terra avvolto dalla brina. Alzò su di me due occhi neri di gazzella lampeggianti di ardore che mi suscitarono dentro un tremore sconosciuto. “Solare e lunare, simile a ramoscello, la durezza e la ritrosia non sono nel suo carattere. La sua grazia la invita a concedere e la civetteria a ricusare”, disse Giammah, ma non sapeva quanto si sbagliava nel descriverla. Il velo che aveva sulla testa le scivolò, lento, sugli omeri. E fu come una nuvola che passa su un cielo in tempesta: un’ondata di capelli neri e lunghi avvolti ai due lati del capo in un pizzo luccicò sotto la liscia mano del velo bianco e intorno a me si dipinse il blu della notte più scura. I capelli le incorniciavano un ovale armonioso nelle proporzioni, che si stagliò come un cammeo prezioso nella mia stanza. Ne fui folgorato. “È come la luna piena che sorge, come la gazzella che pascola, che svergogna il sole e la luna”. Seguivo incantato le parole di Giammah che si disegnavano su di lei. Aveva la pelle trasparente, il fiato fragrante, quasi fosse stata creata di luce e formata di buona terra. Leggendomi nel pensiero Giammah si fece mezzano come la notte e disse: “La sua vita è più sottile del corpo di un amante estenuato dalla passione, mentre i suoi lombi sono grevi di due lune. Se arriva, seduce con la bellezza delle sue forme. Se parte, uccide col 130


dolore della separazione”. “Stai recitando Le mille e una notte”, gli dissi per interrompere le sue parole che invece mi incantavano e ne andavo cercando la verità sul corpo di Khadija. Un piccolo neo sulla sua guancia stornò il mio sguardo quietandolo altrove, altrimenti mi sarei irrimediabilmente perduto nella dolcezza dell’armonia di quelle forme femminili. Le feci segno di sedersi. E la impaurii. Le labbra si fecero tremanti e prossime ad accogliere le lacrime come in un bacile carico di sangue e di vino appena spremuto da acini gonfi. Qualora fosse avvenuto, il loro scorrere come acqua di fonte avrebbe schiarito la scurezza degli occhi rendendoli più pallidi nel sentimento della paura. Mi sembrò d’un tratto una bambina. Con il cuore gonfio di tenerezza allungai la mano per frenare quel sentimento. Giammah la spinse avanti verso di me. La mia mano rimase sospesa per pochi secondi, perduta nell’aria che la sera stava raffreddando. Ma i suoi occhi si empirono di lacrime che nell’imminente oscurità accesero bagliori di stelle. Smosse il suo mantello e lasciò scivolare una delicata mano dalle unghie d’avorio che timidamente cercò di raggiungermi. Ma subito ci ripensò e corse nuovamente sotto la futa, nella prigione delle vesti. In me si agitavano altri timori. Non potevo accettare in regalo una schiava. E per di più bambina. “Chi è?”, chiesi. “È il regalo di una potente famiglia oromo, commercianti di caffè”. Non era una schiava. La guardai nuovamente. Le vesti erano sottili su di lei e capii che non si trattava affatto di una bambina. Immobile, come un obelisco da cui spuntavano le curve dei suoi fianchi che ricordavano le canne più flessuose, aspettava. La guardai nuovamente. Aveva smesso di piangere e mi lanciava vampate di sguardi, intrisi di pensieri e giudizi che non riuscivo a comprendere. Presi a camminare su e giù per la stanza. Avrei dovuto farne la mia concubina. Mi giravo e la guardavo per vedere se accennasse a qualche volontà. Ma la pazienza con cui posava le pantofole sul pavimento mi dissuase dall’aspettarmi qualunque sua decisione. Decisi di prendere tempo e perciò uscii. 131


Quando tornai, corsi nella stanza dove l’avevo lasciata. Nell’angolo più buio la vidi rannicchiata contro il muro, abbandonata dentro la sua cotonata. Al vedermi sorrise appena e fra le labbra le scintillò un bagliore più rischioso dei lampi improvvisi. Quegli occhi orgogliosi e felici furono su di me come un destino. E fui infelice di vederla in un angolo, come un animale che è stato ferito, e di sapere che non potevo parlarle, perché non conoscevo la sua lingua. Mi chinai avvicinando il mio volto al suo e lasciai correre le parole che avevo nel cuore: “Sei libera di andare”. Ripetei a mezze labbra: “Sei libera!” E le mie mani corsero a scuoterla, perché vedevo che non reagiva. Fu il contatto con la sua pelle a ricordarmi qualcosa che avevo lasciato. La pelle candida di Vittoria, morbida come velluto, lavata con il latte e profumata con le essenze più ricercate. Le sue movenze al ballo, l’ultimo ballo da civile ricco, tra i nobili del mio corso di laurea nella bella Pisa. Vittoria con una scollatura che le segnava il piccolo seno e la vita sottile che le stringevo e le labbra a cui mi ero avvicinato, felice e trepidante. Il suo abito volteggiava, segnando le note del valzer, il diadema e il sorriso brillavano, dicendomi che le piacevo. Ma io sentivo di non appartenere a quella società. Avevo lasciato quel bacio sospeso in un vorticoso giro di passi, nel tatto delle sue braccia guantate e nello sfavillio luminescente dei gioielli che la rendevano ancora più bella. Mi umettai le labbra al sapore di quel bacio. E fui nuovamente nella stanza zeppa di cuscini e cesti intrecciati, perché l’odore di Khadija era più persistente. “Sei libera”, mi ero avvicinato per farmi capire e tanto mi avvicinai che le mie labbra toccarono le sue, che si schiusero come una rosa e il suo volto risplendette come la luna e assorbii il suo respiro che sapeva di muschio. Quando si staccò mi lanciò uno sguardo pieno di ardore, con occhi simili ai fiori del deserto. Ancora posai le mie labbra sulle sue imperlate di zucchero. E un frastuono di marosi si mischiò alla polvere del deserto, le colline verdi di Livorno si riempirono di euforbie a candelabro e di eucalipti. Il sapore salmastro della mia città odorò di cammel132


li e legno bruciato. Pietà, pensai, per chi naviga sul mare del vivo amore, oceano grande e spoglio. Fuggii da lei sentendo il mio cuore fradicio di desiderio. Khadija scivolò lontana da me contro la parete, coprendosi le labbra con il velo nero dei capelli. Io scattai in piedi come un soldato colto in flagrante. Le offrii la mano per alzarsi. Da sotto il velo, i suoi occhi mi scrutavano spaventati. Corsi fuori a cercare Giammah. “Riportala a casa!”. “Signore, non si può!”. “E allora dalle da mangiare!”. Giammah, interdetto per la confusione che gli avevano creato le mie parole, mi fissò a lungo mentre me ne uscivo dal cancello. Camminai lungo i vicoli del perdono della città murata, inquieto come un animale. Ero ossessionato da un pensiero ragionevole che più danzava dentro di me e più mi sembrava irragionevole. Prima o poi avrei dovuto decidermi, prendere una donna che mi tenesse compagnia o mi scaldasse il letto, quando le notti di Harar si facevano così cariche di stelle da traghettarmi alla nostalgia di Livorno. Una donna per me ancora non c’era. Anche se il console insisteva nel presentarmi ragazze incantevoli di bellezza. Ma ancora non mi sentivo di scegliere. La mia fantesca era sempre attenta a ogni mio desiderio e sarebbe stata felice di non farmi sentire solo. Così, nell’incapacità di decidere, tenni Khadija con me, fingendo di ignorarla ma in realtà studiando ogni suo più piccolo movimento. Khadija se ne stava tutto il giorno distesa sul divano di pietra coperto di cuscini gialli e rossi di sete e taffetas che avevo scelto per la mia casa, oltre ai tappeti persiani blu e rossi. Avevo creato una sorta di alcova orientale per il mio corpo che soffriva della solitudine. Racchiudeva quel sofà la molteplicità di colori che la permanenza in quel paese aveva acceso nei miei sensi. Khadija si allungava, stirandosi su un fianco, con le braccia lunghe a serrare il corpo in un confine invalicabile; allentava così la tensione dell’attesa, ché eravamo entrambi incerti sul futuro. I suoi piccoli e delicati piedi dalle unghie rosa sbucavano appena dalle vesti lunghe e bianche di garza. Il volto manifestava il piacere dell’attimo felice di quella 133


mossa che riusciva a sprigionare in lei una bellezza strana, mista ad impeto vivissimo smorzato da un riserbo senza pari, che andava diritta a perdersi sulle labbra tumide e socchiuse di rosso melograno, sulle quali si posava una lingua violacea come un frutto di mare. Era un fiore candido come la florescenza delle piantine del caffè. La sua futa, come i fiorellini delle piante del nero aroma, imprigionava il chicco scuro e intenso con soavità vaporosa. La sua bellezza nera, che andavo a scrutare ogni qualvolta per caso passavo vicino a lei, mi straniava e attirava irresistibilmente. Il vederla quieta e abbandonata nella mia casa aveva racchiuso il mio cuore in uno scrigno segreto che mi riempiva di contentezza e tremore dai quali non potevo né volevo fuggire. V’era in lei la soavità dei fiori quando sono al colmo della maturazione e la lievità dei petali che cedono al vento le loro fragranze. Le pieghe della sua pelle emanavano il profumo acre e intenso della frutta dalla polpa più carnosa. Ero sopraffatto dall’intensità e dall’animosità che i suoi occhi sprigionavano. Di tanto in tanto li sollevava verso di me e fu in quei momenti che fui frustato dall’energia che il suo piccolo corpo aveva racchiusa dentro. Occhi di gazzella si posarono su di me ed imprudentemente osai affrontarli. Come gli abissi esercitano su chi vi si trova immerso un fascino irresistibile misto a paura di perdersi nella massa d’acqua e nelle sconosciute profondità, così quegli occhi non mi lasciarono più quieto, perché agitarono in me tanta e tale oscurità di sentimenti che il desiderio di tuffarvisi mi prese alla gola. Presi perciò una decisione. Scrissi ad Aden e chiesi una grammatica tradotta in francese o inglese. Avrei imparato a parlare con lei. Desideravo scoprire cosa v’era nel mare dei suoi occhi. Solo dopo molti giorni, Khadija srotolò dal suo corpo la sciarpa dentro la quale come una coperta si era serrata e protetta dagli sguardi. Pareva avvolta in uno scudo ché quel biancore si faceva su di lei pelle di animale tesa e sapientemente stretta alle sue forme che così brillavano ancor più nell’oscurità della stanza non più ravvivata dal sole. Eran forme che mi facevano sognare, 134


ché erano cariche di ombre e plasticità ancor più che se l’avessi vista con il sole allo zenith. Ne avevo contemplato, mentre dormiva, il volto sereno e aggraziato e il corpo sottile e le curve appena accennate sotto le garze, perché v’era nella sua bellezza l’armonia delle forme gentili e per niente procaci, v’era in lei la bellezza dell’adolescenza. Ogni tratto del suo volto finiva per curvarsi verso un dettaglio, il naso, le labbra, le guance e vi moriva dentro racchiudendosi in un equilibrio soave. Mentre le orecchie, piccole conchiglie smarrite dalle onde su una sabbia finissima quale era la sua pelle, andavano a raggomitolarsi su se stesse per cedere la tenerezza altrove, verso la nera capigliatura sempre raccolta dietro la nuca in due graziosi nodi coperti di velo nero, sicché il suo volto libero pareva splendente e misterioso come la luna. Le labbra sapevano mitigare la freddezza di quella perfezione aprendosi in un sole che faceva ardere tutto il volto con una fila smagliante di denti color avorio. Le mani che di tanto in tanto passava su tutto il corpo per rassettarsi o scacciare le mosche che a nugoli cercavano di posarsi su di lei, segnavano con grazia il carattere e la fermezza del suo spirito. Così agitò in me un desiderio animoso. Ardevo di combattere con lei. Era una guerra che già mi sconvolgeva dentro, prima che l’avessi iniziata, ché sapevo non essere questa una donna da preda come avrebbero pensato i miei amici, né una donna cui i miei pensieri mi spingessero per il mio piacere. Con lei avrei combattuto quella sottile tenzone che tutti gli esseri umani devono fare per uccidere falsità e debolezza. Con lei, donna della terra nei colori e nell’animo, non avrei potuto mentire. Mi istigava alla parte più alta di me in un periglioso sortire da me stesso.

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LA DANZA DEGLI SPIRITI

Giammah era sempre quieto come sua abitudine, ma molto meno concentrato sulle faccende domestiche; non lo rimproverai perché sapevo che si avvicinava il mese del digiuno e che vi si stava preparando. Dello scorrere del calendario islamico non avevo grande conoscenza: sapevo che l’inizio del digiuno sarebbe stato deciso dall’apparire della luna. I mesi portavano nomi che ogniqualvolta sentivo pronunciare agitavano in me paure e presagi apocalittici o ancora paradisi senza fine carichi degli angeli di Allah “dilaganti nel cielo senza intervalli”. Nel calendario v’erano i mesi della separazione, del calore intenso e delle cammelle: il Shaaban, il ramadan e il Shaùùal e il mio immaginario si perdeva in fantasie. Giammah era molto sensibile, percepiva ogni battito di cuore e di ciglia del suo padrone, perciò seppe quando far funzionare la sua lingua a proposito della fede. Una sera mi si avvicinò e mi disse: “Signore, non c’è dio se non Dio. Maometto è l’inviato di Dio. Tu vuoi pronunciare ‘ashhadu anna là ilàha illa’llah wa anna Muhammadan rasùlu’llah’? Se tu vuoi pronunciare che ‘non c’è altro dio se non Dio e Maometto è il suo profeta’ davanti a testimoni…”, piegò il capo e abbassò gli occhi e mi sembrò quasi corressero al divano della stanza accanto, dove Khadija attendeva lo svolgersi del suo destino. Era ammiccante quanto serviva. Mi stava proponendo la professione di fede, la shahàda. Ne fui sorpreso e insieme av136


vertii crescere in me il sentimento dell’orgoglio. Dunque mi riteneva degno di quella fede? Preferii non rispondergli. Nei giorni successivi Giammah pregava come al solito. Feci più attenzione a tutto ciò che egli faceva. Mi incuriosivano i suoi rituali di purificazione. Quel portare l’acqua alla bocca e quell’aspirarla con il naso, quel lavarsi i piedi. Una volta lo vidi anche mettere le mani sulla sabbia e accarezzarsi il viso dalla fronte al mento e, toccando ogni volta la terra, compiere gli stessi gesti che aveva fatto con l’acqua. Se ne venne dentro casa, il volto segnato dalla polvere. Poi scalzo, su una stuoia, rivolto alla Mecca cercare la protezione da Satana. Portandosi le mani alle orecchie, diceva sommesso “Allahu akbar, Dio è grandissimo”, si inchinava, si rialzava, s’inginocchiava, si prosternava e di nuovo si inginocchiava e si prosternava per inginocchiarsi di nuovo. Così dal declinare del sole alle tenebre della notte fonda e all’alba, né a voce alta né a voce bassa. Dio, anima del mondo, aleggiava nella nostra casa con i suoi novantanove nomi, in tutta la sua dolcezza e tenerezza, non v’era piega delle mie mura dove non si fossero depositati. Al Nùr, la luce, mi sorrideva. E frotte di angeli, creature di luce, puri, perfetti, impeccabili e alati messaggeri di Dio, mi volteggiavano intorno; premurosi annotavano ogni mia azione, custodi della mia verità. Né ero immune dai demoni. Da quando ero arrivato a Harar sentivo la loro presenza vibrare fortissima fuori dalle mura, come se la città ne tenesse lontani l’oscurità e il velo immondo. A volte di notte vedevo aleggiare nel buio strane coloriture diafane e filiformi che danzavano davanti al letto. Erano creature evanescenti soffiate in superficie da un genio del male che dal centro della terra aveva deciso di respingerle. Non appena mi assopivo nel tentativo di ricacciarle, ecco che riapparivano con la densità del fumo. Vagavano inquiete nella mia casa e prendevano contorni sì strani, densi e palpabili, da farmi desiderare di perdermici dentro, fino a quando il pietoso demone del sonno mi imprigionava nella sua ragnatela. Giammah mi chiese due giorni di libertà. “Vado a Sheikh Hussein”, mi disse, come se sapessi cosa fosse. La notte, solo 137


in casa con Khadija, dormii in una cameretta alta vicina al terrazzo. L’aria che mi arrivava profumata di muschio dalla finestrella senza vetri mi portò dentro un sogno tutto speciale. Dopo un confuso via vai di nuvole terse su un cielo azzurro e felice, fui condotto in un cimitero e laggiù potei vedere che viveva un genio. Quell’essere usciva per brevi viaggi nell’aria. Poi d’un tratto vidi me stesso nel cimitero. Piangevo su una tomba rammentando i giorni passati a Pisa e Livorno, incapace di decidere dove dirigermi, ove rifugiarmi. E così appoggiai il capo sulla pietra e colà mi addormentai, finché la notte non mi avvolse con la sua ombra. Al mio risveglio, sempre dentro il sogno, trovai il genio a braccia conserte che mi contemplava e scuotendo la testa mi diceva: “Oh, creatura plasmata dall’altissimo, la tua bellezza appartiene alla famiglia delle donne alate del Paradiso, le uri, certo Dio ti ha foggiato per le seduzioni dei mondi”. Mi contemplò per lungo tempo e io non sapevo che dire, poi si librò in alto e salì verso la volta celeste per ridiscendere poco dopo accompagnato da una folla di geni e tutti dicevano: “Mai visto una creatura più bella!” Uno di loro si fece avanti, si infilò sotto di me e mi portò via. Lo spirito dell’aria non smise di volare fino a che le onde luminose dell’aurora non ruppero gli argini e dilagarono sulla terra. Vari angeli apparvero e lanciarono una moltitudine di frecce di fiamme sul genio che per sfuggire al pericolo ridiscese verso la terra e si fermò nei pressi di una porta. Fu allora, quando la luce piovve in ogni dove, che mi accorsi di non avere più le brache. Il genio, ignorando il fatto, mi depose a terra. Come fui disteso sulla polvere, varia gente accorse attorno a me e si lasciò andare a riflessioni e pensieri, contemplando il mio ventre, l’ombelico, le cosce e le gambe. Meravigliati mi adulavano e insieme rimproveravano: “Le mie congratulazioni a colei che stanotte ha condiviso il suo giaciglio, ma avrebbe potuto aspettare che si rivestisse, prima di metterlo alla porta!”. “Per Dio”, stavo per rispondere a quella brava gente infervorato dalla vergogna e dall’imbarazzo, quando qualcuno in mezzo a loro gridò: “È un pazzo”. 138


E tutti urlarono “al pazzo” e iniziarono a rincorrermi. Saltai in piedi e mi diedi alla fuga verso viuzze così strette che quasi facevano le veci delle brache che avevo perso, non sapendo né dove né come. I vicoli si stringevano e stringevano su di me, tanto che li dovevo respingere con le mani per poter scappare dalla folla inferocita. Ma le mie mani si fecero così molli e i muri duri come il ferro che mi svegliai per la fatica, sudato e così angosciato da quella strana nudità che volli accertarmi subito se il sogno fosse vero. Mi calmai, ma la pace durò poco, perché la mia mente, fervida di guerreggiare con la realtà, mi riportò nel sogno. Dentro il mio sogno, ahimè, non v’era nessun Malàika, nessun angelo buono, ma solo un angelo ribelle che mi diceva: “Io sono migliore di Adamo. Dio mi ha creato dal fuoco, l’uomo è stato creato dalla polvere”. Nel giorno in cui qualcuno avrebbe soffiato dentro la tromba del giudizio universale, che ne sarebbe stato di me? Anch’io ero polvere e nemmeno la presenza di Khadija mi toglieva questa angoscia, anzi l’aumentava. Che ne sarebbe stato della mia carne, se non potevo sedurre alcuna donna? Se non avessi fatto l’amore? Tale era per me Harar, la castità che avevo scelto consapevolmente? Avevo timore di quella donna? L’ultima domanda non mi piacque, perciò corsi da Moreno Valentich per sapere cosa fosse Sheikh Hussein, che sapevo essere nell’alto bacino dell’Uebi, nel territorio del governo di Harar. Moreno Valentich era uscito con il suo cavallo per una passeggiata. Lo attesi ansioso. “Che fa qui, ragazzo? Vuole un caffè?”. “Certo, ma ho bisogno che mi spieghi qualcosa di Sheikh Hussein”. “La Mecca dei musulmani oromo. Una tomba antichissima e sperduta, frequentata dai fanatici dell’Islam”. “Ci è andato il mio servo Giammah, è partito ieri”. “Riesce ad immaginare lei Giammah che attraversa il mare e se ne va alla Mecca vera? Si fermerebbe prima, per sposarsi o morire di fame. Non ha scelta poveretto, doveva nascere dall’altra parte del mare per essere un musulmano. Laggiù è sepolto il santo Sheikh Hussein, laggiù ci sono i luoghi che ha frequentato. È un posto da vedere, ma non quando ci vanno loro”. 139


Mentre preparava il caffè, fui preso nuovamente dal ricordo del mio genio e da un pensiero ossessivo. Me ne dovevo liberare, anche andando a Sheikh Hussein. Il genio del sogno certo mi voleva portare laggiù. Giammah che pregava e Khadija che mi stava rubando il cuore e quel pellegrinaggio sospeso in un sogno notturno, fatto di erotismo. Mi ero scordato delle scorribande amorose. Le mie donne erano lontane. Avrei dovuto affrontare Khadija, ma prima dovevo saperne di più di quella terra di Allah. Avrei preso tempo e lasciato Khadija alla protezione della mia casa. Sarei andato a vedere Sheikh Hussein. “Non ci può andare. Non è salutare, ora ci saranno migliaia di pellegrini da tutta l’Etiopia e da più lontano. Con i piedi piagati e sanguinanti, armati di ombrelli contro il sole e kissar contro le notti insonni, staranno invadendo la vallata dell’Uebi. Mangiano ciat e pregano e cantano. Sarà pieno di santoni, pii e scheck”. “Debbo andare, perché non mi accompagna? Lei non l’ha mai visto quel posto?” Moreno Valentich era uomo saggio, ma avevo toccato il tasto della conoscenza. Gli feci quella domanda con una certa astuzia, perché desideravo ardentemente che mi aiutasse. “Da solo è meglio non vada. La accompagnerò, ma se ci saranno troppi ostacoli, torneremo indietro”. Mi offrì il solito moka bollente. Lo bevvi immergendo i pensieri nelle spire del fumo che la tazza esalava e fui come preda di una visione. Se fossi andato a Sheikh Hussein avrei scoperto chi era Khadija. Il suo pregare sommesso, le sue vesti strette al corpo. “Caro ragazzo, cosa non farei per lei! Lei ha preso nel mio cuore il posto che aveva il poeta quando è arrivato. Ora si è rinchiuso in se stesso e vaga infelice e incompreso. Credo si sia avventurato ad esplorare l’Ogaden, altro posto poco salutare da visitare. Naturalmente è andato da solo. Attendo con ansia che ritorni. In fondo gli voglio bene, anche se è un folle incattivito col mondo. Lei mi sembra diverso e farò in modo che questo posto non la imbarbarisca. Partiremo nel pomeriggio”. Corsi a casa per infagottare due stracci. Khadija fu affidata alle cure della mia fantesca che, come al solito, si profuse in “sissignore, sissignore!” 140


PELLEGRINAGGIO A SHEIKH HUSSEIN

Fu un lungo peregrinare solitario, finché non entrammo in una vallata di un intenso ocra, ferita da rami e alberi rinsecchiti, qua e là vivacemente segnata da fichi d’india coriacei nella loro legnosità. Quando all’improvviso fummo investiti da uno sciamare di drappelli di fedeli sparsi che si trasformò in una fiumana imponente e biblica, inesorabile nel suo andare. Il console taceva. Ad ogni pellegrino che vedevo spuntare dalla sabbia temevo mi chiedesse di rientrare. Era anch’egli sedotto da quell’andare verso la tomba di Sheikh Hussein. La fiumana di gente si andava gonfiando a dismisura: scomparimmo in un magma di pelli nere, polverose e sudate, di fragili asinelli appesantiti da mercanzie, stoffe strette da cordami sfilacciati, su cui si inalberavano grandi secchi di latta rovesciati, il cui argento brillava in combutta col sole. Dietro di loro donne a piedi nudi, cui la pietà religiosa avrebbe regalato l’aureola della santità, tanto erano anch’esse cariche di mercanzie e figli e quant’altro la vita quotidiana necessita per adattarsi allo svolgersi dei giorni e non morire. I volti erano incorniciati da veli bianchi e neri, che scendevano eleganti sulle spalle, da cui sbucavano bimbetti graziosi e dondolanti, protetti da ombrellini bucati, che reggevano d’intorno piccoli otri di zucche vuote come giocattoli. Uomini armati di frustini e bastoni a cavalcioni di asinelli piccoli come pugni, abbracciati a ragazzini ignari. Eran tutti 141


taciturni e quieti come se quell’andare fosse l’unico scopo della loro vita. Era un migrare sereno e rassegnato. Su quel fiume di uomini e donne aleggiava protettivo un fitto tetto di ombrelli da pioggia, consunti dal sole. Il velo nero forato dai lunghi bastoni biforcuti e spellati, che segnavano quella strana congerie di pellegrini, e che seppi poi trattarsi di riconoscimento per coloro che andavano a quella tomba. La fiumana andò così empiendosi di umanità che fui separato da Moreno Valentich e sospinto avanti. La tomba era vicina e l’energia dei pellegrini andava aumentando con una forza che non mi permise di opporre resistenza. Ero quasi trasportato di peso, legato a loro senza possibilità di scampo. Cercai Valentich con lo sguardo, ne intravidi per un attimo gli occhi e poi anch’essi scomparvero, risucchiati da un formicolare di volti e mani. Altro non potei fare che seguire il fiume di oranti. La tomba era una pennellata di calce contro l’azzurro del cielo. Si ergeva bianchissima, svettante di pinnacoli che pungevano l’aria, elaborati da un gocciolare come di sabbia finissima. La cupola coperta da un velo del color della terracotta. Sul frontale ampie volute di scrittura araba raccontavano l’amore e la tenerezza per Dio misericordioso. Sotto una fila di finestrelle anguste come fori praticati nella sabbia da un bastone, una stella dell’Islam si sdraiava con la leggerezza di un ricamo. Le porte erano basse e strette, come ferite aperte su un labirinto, bocche socchiuse che andavano aprendosi ampie, per farsi subito minime verso l’interno. La luce vi annegava in un buio pietoso e nella contemplazione dei resti del santo. Stavo entrando a Sheikh Hussein. La folla mi trascinò di peso dentro una di quelle aperture strettissime. Fui risucchiato nell’edificio antico come un filo penetra la cruna di un ago e passai attraverso il soffocato ingresso. Fui avvolto da una oscurità odorante d’incenso. Il genio diabolico del sogno aveva perduto. Mi augurai che il mio angelo mi fosse accanto. “O mio Dio, tieni lontano da me Satana”, pregai. Un tramestio di piedi mi fece compagnia, mentre una nuvola di polvere mi fece starnutire. Dalle finestrelle si riversava nell’antro un biancore accecante e un raggio di luce luminescente come oro da 142


una apertura nel tetto dava vita al pavimento coperto di stuoie e le accarezzava. Decine di cellette, una dentro l’altra, si aprivano nelle viscere della tomba di Sheikh Hussein. Il raggio di luce andava a disegnare al termine della sua corsa un grumo di cotone bianco che mi parea senza vita, se non fosse stato per un tremolio impercettibile ritmato da un brusio esilissimo. Solo allora vidi le pagine, sorrette da mani nerissime e grandi. Un volto dominava un libro di preghiere che aveva l’imponenza di un altare. Alle sue spalle una nicchia si apriva all’esterno, tagliando le spessissime mura della tomba. La luce filtrava centellinata dal giorno che avaro non voleva morire in quel luogo di preghiera assoluta. Dalle celle di Sheikh Hussein si levava un’unica e sommessa litania, come un corso d’acqua che risparmia le sue note per poter scendere a valle. Scorrevano inarrestabili dentro la tomba parole a me sconosciute, entro le quali a malapena riconoscevo talvolta un Allah, allahu akbar. Stretti cunicoli aperti nella moschea introducevano ad altre stanze, ma non volli camminare ancora carponi. Mi fermai e pregai. Vennero a illuminarmi per incanto le nenie della mia infanzia. Si librarono in cielo le aquile selvagge che avevano dominato le mie fantasie di bimbo cullato dalle braccia sicure di una madre. I pellegrini, assorti in preghiera, avevano il volto di maschera nero imbiancato dalla sabbia che si erano passati sulle guance e sulla fronte. E tutto ciò che di terreno avevano, abiti e mantelle a stento trattenevano l’intensità della loro emozione religiosa che empiva di calore le stanze. Le pietre luccicavano consunte dalle carezze e dalla pietà di mani adoranti e amorose: attraverso quelle carezze a Dio misericordioso andavano consegnando tutta la loro sofferenza. Postulanti appoggiati alle pareti, gli occhi chiusi, le labbra di gesso aperte e mute, emettevano un farfugliare confuso di preghiera e un sommesso fiato che spargeva d’intorno il profumo dello spirito liberato dalle incombenze della carne. Col passare delle ore, quei volti andavano somigliando a 143


maschere tragiche, terribilmente sospese tra vita e morte, a creature riplasmate da un essere supremo e invisibile, cui l’anima fosse stata nascosta e soltanto la sonorità tintinnante delle multiformi collane e dei braccialetti ancora li legasse alla vita terrena. Fuggii a quell’intensità di anime e raggiunsi l’uscita, perché avevo necessità di ritrovare aria e libertà. Finii risucchiato da altra folla seduta sotto il cielo aperto, abbandonata ai canti risuonanti suppliche e per niente preoccupata di mangiare o bere o altra funzione materiale. A carponi, lentamente, senza troppo farmi notare, raggiunsi la sabbia color ocra e mi diedi alla fuga tra le acacie spinose. Camminai a lungo ferendomi le piante dei piedi finché riuscii a ritrovare il mio cavallo. Moreno Valentich, poco lontano, sotto la magnifica ombra di una monumentale euforbia, seduto aspettava. Non appena mi vide, si alzò e si tolse la polvere di dosso, dicendomi: “Sono molto felice di vederla. Torniamo tra le nostre mura, sono pur sempre le più sicure”.

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LE PAROLE DI DIO

La voce del muezzin sempre cadeva nei vicoli intorno alla mia casa chiudendo i cancelli alla luce del giorno. Un disagio mi coglieva all’ora della preghiera, quando vedevo i fedeli fermarsi e concentrarsi per recitare la Fatiha, la prima sura del Corano. Si piegavano verso la Mecca alla stregua di alberi che cercassero adoranti il sole calante e rosso in un gesto naturale e gioioso. Erano sereni e aggraziati quei loro corpi, quando si chinavano sulla terra per baciarla. Cantavano la lode a Dio, signore dei mondi, e mi sentivo smarrito nella densità del loro credere, che mai avevo avuto per il mio Dio. Allora la paura del male mi avviluppava in una ragnatela dalla quale mi districavo solo quando la voce del muezzin si spegneva. Una sera, assorto in pensieri cupi perché le novità dei miei giri fuori dalle mura andavano spegnendosi e la noia stava per darmi il primo morso, mentre la voce di Giammah in preghiera, rientrato dal pellegrinaggio, si affievoliva in un lunghissimo “Allahi ar-rahman ar-rahim rabb al-hamdu-lillahi, rabbi al-’alamin. Malik-yawn ad-din, ’a hada (Padre, Signore, padrone, lode a Dio, Signore dei mondi, re del giorno del giudizio)”, un’altra voce andava sommessa riempiendo la casa con parole a me sconosciute. “Waqajoko, Waqumaketi toko, Dagnumaketi Abbas, Ilmas, Menfas-Qeddusis kan gedani, Saditauke nan amana…” Ad ogni mio tentativo di comprendere, la voce inconsape145


volmente mi offriva altre parole, altri avvolgenti misteri e supplicante e dolce continuava la sua orazione. “Ja Qeddest Saditau,Waqa toko, na ararami!”. La melodia di quelle parole accarezzava l’anima mia afflitta dalla solitudine. E assorbiva l’amarezza che il muezzin mi aveva scavato dentro. “Kan hunduma dendau, Wagni nu aararamu, cubukena mo hiketi, Genneta nu agalcu”. Smisi di cercare, ché capii che nessuna di quelle parole mi era mai appartenuta, ma la loro forza era inesorabile nel prendermi. La voce di Khadija sussurrava una lingua intinta in un soffio di natura che alita al mondo i suoi vapori odorosi, rubando alla musica tutte le sue note. Mi avvicinai alla sua stanza. Era a terra, le braccia aperte e il corpo ancora avvolto nel velo bianco, solo le trecce nere e tondeggianti alle orecchie davano alla figura, crocefissa nel gesto di una preghiera adorante, una leggerezza infantile. Mormorai ripescandola dalle domeniche della mia fanciullezza pigre e annoiate una preghiera che non sapevo appartenermi ancora. Così bussai alla sua porta senza alcuno sforzo, le braccia mie lungo i fianchi come stessi percorrendo il cammino di sempre. “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome e venga il tuo regno e sia fatta la tua volontà”. La memoria non mi sovvenne più nel medesimo istante in cui la mia voce la colpì come una frusta. Si levò in piedi, appoggiando mani e ginocchia al tappeto e subito si riavvolse stretta la garza ai fianchi, ma più che proteggersi dalla mia vista, voleva nascondervi le sue parole, proteggere da orecchie estranee il suo Dio e, mentre lo faceva, sussurrava quasi piangente “Sagada…”. “Ganama fi Galgala…”. E mi guardava. Poi si calmò e si sedette composta come se nulla fosse accaduto. Alzò gli occhi più neri e pungenti che avessi mai visto e per pochi secondi mi fissò per interrogarmi. “È il tuo Padre nostro?”, le chiesi. “Sagada”, ripeté. “Anch’io sapevo pregare”. “Sagada”. Congiunsi le mani e ancora le poche preghiere della mia fanciullezza riemersero. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. 146


Khadija aveva capito che io stavo tentando di pregare per parlare con lei. Il suo sguardo si aprì in un sorriso tenerissimo che mi mozzò le parole e di nuovo persi la memoria e tacqui. E non potendo più comunicare, l’imbarazzo cadde su di me, frantumando le mie emozioni.

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GLI UOMINI LUPO

Scivolai, come in fuga, nel cortile e poi nei vicoli del perdono. Era scesa una notte scura, che anziché esaltare la pace ritrovata del silenzio, dava voce ai lamenti dei moribondi abbandonati lungo le mura dai portantini del governo. Le iene avrebbero evitato che diventassero carne infetta. Mi immersi in quel corpo di dolore che era la notte hararina. Nei vicoli stretti la luna apriva squarci di luce fredda e straordinaria che in fretta si spegneva, abbandonando il passo all’incertezza e ai timori. Mi diressi verso la porta di Al-hakim o del Buda, la porta del lupo mannaro. Udivo dietro di me soltanto i miei passi. Mi chinai a raccogliere un bastone su cui stavo per inciampare. Altri lamenti cadenzavano una nenia che si esauriva in se stessa, cucita dall’assenza di sentimento che sopravviene quando i corpi sono vicini alla fine. Divoravo veloce la via e facevo correre lontano i ciottoli che ingombravano la strada, quando alle spalle percepii un ansimare animalesco, un fiato grosso, agitato. Mi voltai e un bagliore di occhi rossi e di denti digrignanti bucò il nero. Brandendo alto il bastone cominciai a sciabolarlo intorno a me. Altre raggiere di denti lampeggiarono nella notte, accompagnate da suoni graffianti. Dita e mani affilate come artigli di belva scivolavano sulle pietre del muro facendo risuonare di metallo il vicolo. Il loro ansimare si intensificò. Preso da spa148


vento battei con forza il bastone a terra, finché non resse la violenza dei miei colpi e si spezzò. Mi ricordai di avere nella tasca della giacca una pistola, la estrassi e sparai in aria un colpo. Fu un ruzzolare precipitoso di pietre, che in pochi attimi ridiede alla notte tutto il suo mistero. Gli strani esseri furono inghiottiti dal buio. Il cuore mi picchiava forte. Gettai il bastone a terra e brancolando come un cieco ritornai sui miei passi. Raggiunsi la mia casa. Una candela illuminava l’ingresso, posta da Giammah per il mio ritorno. Le stelle alte erano piene di magnificenza, tanto che mi fermai a guardarle, e la natura mi ridette la pace interiore. Aprii la porta e fu di nuovo buio, appena interrotto dal chiarore che penetrava nelle stanze dalle finestre. Mi fermai nel silenzio sicuro della casa, ove riuscivo a sentire lontani i pericoli. Un gemito lungo e dolente si insinuò nella pace calda di quelle mura. Un gemito dolce e lacerante. Khadija piangeva seduta sulla sua panca; aveva i capelli sciolti sulle spalle e un viso di bambina, gli occhi nascosti da lunghe ciocche. Si era tolta la mantella di cotone e indossava una veste leggera, le sue spalle erano scoperte, tonde, armoniose. La sua figuretta, il busto eretto, chiedevano amore e tenerezza. La dolcezza pervase il mio cuore. Avanzai con passo leggero. Quando le fui davanti, fu colta di sorpresa e si lasciò sfuggire un grido appena trattenuto dalle mani che subito corsero ad afferrare qualcosa che teneva al seno. Mi guardò come per fermarmi. Non aveva paura, né io l’avevo di lei. Stemmo incerti e fermi a studiarci, poi lei ruppe l’aria immota distendendosi sul divano per dormire e allungando i piedi. Rapidissima si coprì sino alla fronte con le vesti e più non vidi il suo volto. Un soffio lieve di noce moscata e zenzero profumò l’aria agitata dalla futa che Khadija aveva sollevato per nascondersi. Si affievolì in un sapore pungente di cardamomo e di zibetto che certo aveva spalmato sulle ciglia e sui capelli. Da quel giorno non la disturbai più. Ogniqualvolta entravo in casa, evitavo di farmi notare, ma mi fremeva sempre il desiderio di studiarla. V’era in Khadija un ordine che mi spin149


geva ai recessi più severi di me stesso. Né serviva che io mi raddolcissi nel suo volto, tutto il suo essere sprigionava forza e tale io dovevo essere quando le ero di fronte. Nulla avevano i suoi seni delle forme procaci delle donne della mia razza. Sorgevano quei seni improvvisi dalla sua pelle, accarezzando l’attaccatura delle ascelle come dune, entro cui i capezzoli si figgevano con intensità, assediati dalla palude di un’areola scura e allargata: erano chicchi di caffè intinti nel petrolio e l’areola pareva una nuvola che ombreggiasse la collina di quelle coppe. Eran seni eretti come zolle di terra appena rivoltate dall’aratro, che sorgevano poco distante dalla collina del ventre che immaginavo deciso e pieno levarsi a nascondere il pube. Le donne di Harar profumavano la pelle che circonda l’ombelico con gli aromi. Nel muoversi ventoso delle sue vesti, mi arrivò violento il profumo dello zibetto estratto dalle corna dello zebù, misto a mirra e muschio. Il desiderio principiò in un attimo. Khadija sollevò gli occhi, ma non si mosse per nascondere il seno né abbassò lo sguardo. Era orgogliosa e non avrebbe alcunché ceduto all’europeo che io ero. Sostenne nuovamente lo sguardo e mi fronteggiò. Mi sentii perduto, perciò fuggii consapevole di avere già messo il mio cuore nelle profondità di quell’abisso. Ero abituato a vincere e l’idea di non dominare mi terrorizzava. Decisi nuovamente di farla accompagnare alla sua casa. Ma non ne ebbi il tempo, perché lei stessa quella notte fuggì con il cavallo sul quale era venuta. “Signore, è tornata dalla sua famiglia”, disse Giammah con un volto mesto di funerale. Khadija se n’era andata. Il divano vuoto e i cuscini che ancora portavano le pieghe del suo corpo. Girai disorientato varie volte perlustrando la stanza. Chiesi a Giammah: “Sta bene?”. “Sì, signore”, mi rispose. Temeva Giammah la mia ira. Ma sapeva anche quanto ero indeciso. Che potevo fare di lei? Un’amante o una schiava? Col tempo avrei ceduto. Khadija apparteneva alla famiglia dei darot, una stirpe nobile degli oromo. Passai giorni e notti alla scoperta della città, volevo distrarmi da quella perdita e da ciò che cominciavo a sentire. Quan150


do un giorno sotto un cuscino trovai una piccola croce copta in filigrana. La tenni stretta per un attimo fra le mani e la figura di Khadija invase i miei pensieri come un fiume in piena e portò acqua, sassi e detriti. Fu un tutt’uno di emozioni e desiderio e paura; gettai la croce sui cuscini e ve la lasciai per parecchi giorni abbandonata. Giammah non replicava, adattandosi ad ogni mio capriccio e guardandomi con occhi pazienti, finché un giorno mi disse: “Khadija è vicina”, mi voltai di scatto, come se quella confidenza mi avesse derubato di un segreto. Mi mancava e capii che dovevo agire. Viveva Khadija in una nobile casa a castelletto, vicino alla moschea grande. Era un edificio a due piani di legno, con ampie verande e terrazze. Aveva finestre dai vetri colorati ed era circondato da vari casamenti e da stalle zeppe di asini e cammelli per i bisogni della casa. I darot non esibivano la loro ricchezza, ma tutti sapevano quanto la loro vita fosse diversa da tutti gli altri. Erano proprietari di centinaia di capi di bestiame, che tenevano fuori dalle mura. Passai e ripassai davanti al palazzetto, che mi fu indicato da Giammah in un giorno di complotto servo padrone, studiandolo da fuori, perché nella mia totale inesperienza avevo intenzione di presentarmi, ma non sapevo come. Ora che Khadija era ritornata a casa, temevo che la famiglia non fosse più disposta a farmela incontrare. Per qualche giorno le mie visite di fronte alla casa di una delle famiglie più potenti di Harar non furono casuali, ma nessuno lo seppe, tranne i bambini che giocavano con il pallone di pezza davanti all’ingresso e che sempre mi circondavano come se fossi stato l’ultima magia evaporata dalle colline di ciat. Ne approfittavo per andare a visitare il cimitero cristiano. Era curato come un giardino, con le pietre tombali cariche di iscrizioni. Leggevo quelle scritte nella mia lingua e ne ricavavo un piacere confortante. Guardavo quelle parole come uno straniero che rivede spuntare gli alberi del suo giardino dopo un’assenza troppo lunga. Che fosse popolato di morti poco mi importava. Urgeva allora la nostalgia di mia sorella. Ancora non avevo ricevuto le sue lettere e ne ero preoccupato, ma come aveva detto il poeta, poco altro c’era da fare, 151


se non aspettare. Allora Khadija diventava l’unica ragione delle mie giornate, mi levavo con il pensiero dei suoi occhi, con la sensazione del suo mantello tra le mie mani. E Khadija diventava un’ossessione alla quale non sapevo sottrarmi. Desideravo rivederla. Pensai di chiedere l’aiuto di Moreno Valentich, ma non fu entusiasta di questa storia. “Prima dobbiamo incontrare Makonnen”, mi disse, “la prego aspetti, poi vedremo di recuperare questa giovane che le interessa”. “Ma perché non si prende una schiava?”, mi ripeteva alla fine di ogni discorso. Non riuscivo a spiegargli che ero preso da altra passione. Nel paese degli aromi, al ricordo dei canti dei marinai, delle storie de Le mille e una notte, vagavo inquieto girando come una falena intorno al mio stesso desiderio. Non mi accontentavo più delle sensualità passate, del fare l’amore che avevo conosciuto a Pisa e a Livorno. Dentro la misteriosa Harar, carica di morte e di sogni di affari, mi perdevo entro veli trasparenti, ricoperti di mantelle di cotone, dentro cui potevo disegnare occhi segnati dall’inchiostro e sguardi che non davano tregua. Il silenzio di quelle donne mi raccontava ogni genere di erotismo. E sapevo che nessun bianco mi poteva capire. “Chi è colei che avanza dal deserto, come colonna di fumo circonfusa dai vapori di mirra e incenso e di tutti gli aromi del mercato?”, leggevo nel Cantico dei cantici. E la notte le parole di Giammah innamorato della mia fantesca suonavano anche per me: “Ho ascoltato la tua voce e non posso più udire alcuna altra musica. Ho respirato il tuo profumo e da allora non posso più chinarmi sulle rose”. Passeggiavo nelle ore vicine al tramonto, quando la chiusura delle porte era imminente come fosse il mio lungomare di Livorno, sognavo di stringere con i miei stivali le mura della torre. Riuscivo per pochi attimi a dimenticare i colori che mi circondavano, che pur belli, quando sentivo la nostalgia delle pietre candide delle mie città di origine, di fronte alle mura e alla sabbia il mio cuore piangeva desolato. Così un giorno mi ritrovai al palazzo dei darot. Non bussai e aprii la porta di ferro. Vi era un silenzio diseguale, appena mosso dalle voci dei servi in preghiera, e nessuna figura a riem152


pire quello spazio quando, da una delle terrazzette, comparve come un raggio di luna che con forza ineguagliabile ferisce la vita terrena e nulla dà alla terra perché la sua luce è alta e preziosa per il cielo stesso. Quel raggio di luna mi sorrise perché mi riconobbe, ma subito mi voltò le spalle e sparì all’interno della veranda, i cui vetri immensamente colorati e toccati dalla luce del tramonto si erano fatti arcobaleno luminoso, quasi a segnare la scomparsa di quella creatura divina. Passarono alcuni secondi lunghissimi in cui mi chiedevo come fare per rivedere la luce dei miei occhi. Dato che nulla accadeva aprii la porta di una stalla e vidi una mula slegata, pronta per la cavalcatura. Vi salii in groppa e la feci uscire sbattendo le gambe sulla sua enorme pancia. Spingendo con forza e freneticamente le ginocchia su di lei, la feci spostare, ma solo di pochi passi. Tanto ero impegnato in quell’operazione che tenevo la testa bassa e tutta la mia energia sospesa sul dorso della muletta che non mi avvidi di lei. Sollevai d’un tratto il capo. Khadija mi stava davanti in tutta la sua bellezza e rideva tenendosi il grembo. Mi sentii ridicolo e avvertii la grossezza dell’addome della mula, cercai di sistemarmi per avere più dignità e cominciai a scivolare incapace di tenere l’equilibrio e fui a terra. Le risate di Khadija mi coprirono tintinnanti come vetrini preziosi e monetine d’oro sonanti cadute dal cielo, come acqua zampillante di pura fonte. Cominciai a ridere anch’io, finito come ero nella polvere, ai piedi della piccola donna che mi aveva rubato l’anima e di una muletta dalle tette gonfie che ora dondolavano all’altezza dei miei occhi. “Labàn, labàn, latte, latte!”. Ripeteva lei puntando la sua mano sulla mula. E capii vedendo le tette gonfie della bestia che forse rideva perché ero salito su una mula da latte e tutto ciò era buffo e io avevo perso tutta la mia forza e mi sentivo atterrato, ma ciò non mi tolse l’ilarità ché ero troppo felice di averla rivista. Così feci la pace con Khadija.

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IL MASSACRO DELLA CAROVANA

A Faras Magalla era sempre un grande frastuono, un ragliare di asini, un belare di pecore e un muggire di buoi. Gli oromo si mescolavano a quella animalità con le loro pettinature raccolte a elmetto nelle quali infilavano spilloni di legno lunghi e acuminati, così facevano anche le loro donne dal petto nudo e di seta, le vedevo incedere nella confusione con tale grazia che mi dimenticavo della loro miseria, e subito mi perdevo negli abiti delle hararine e nel bailamme dei traffici che si facevano ridda affabulante di dialetti e grida e voci sommesse e insistenti che mi giungevano come un sussurrio indistinto e confuso, mentre la folla si annodava e snodava in un ondulato e sincrono movimento che mi richiamava alla mente l’incedere di una serpe ignara del mondo in una strada solitaria. Molti se ne stavano seduti sulle punte dei piedi, coi gomiti appoggiati alle cosce, immoti come creature della natura. In attesa del nulla. Era un alveare nel quale mi immergevo sempre con piacere prima di tornare a casa; era per me un bagno salutare, un ondeggiare nell’umanità simile ad una baia dove le onde mi percuotevano tranquille, molli e flessuose, mi scaldavo qualche minuto al tepore dell’ultimo sole, prima che le porte venissero rinserrate su di noi in attesa che la città prendesse un altro volto. Col calare delle ombre le iene avrebbero raspato dentro le aperture antiche, accanto alle porte, e avrebbero cam154


minato nei vicoli, felpate e guardinghe, pronte ad abbassare le loro fauci sui corpi prossimi al trapasso, avide nello strappare la carne per soddisfare la loro fame. Compito che la città considerava con timore misto a gratitudine ché di tutti i cadaveri che la carestia portava con sé non avrebbe saputo che farne. Ero così con lo sguardo immerso nel formicaio di Faras Magalla quando una nuvola di polvere cancellò quasi la porta infilandosi nella piazza, poi il vento la lacerò in un attimo e ne disperse le volute verso l’alto e comparve un uomo gesticolante e abbracciato ad un cammello seguito da una piccola folla appiedata, violenta e furiosa che cercava di fermarlo. Gli puntavano contro lance e coltelli, ma l’uomo non sembrava temere più nulla, simile ad uno che avesse perso il senno. Come fu nella piazza il cammello si arrestò per sua sola intelligenza e l’uomo cadde pesantemente a terra, dove rimase finalmente quieto. Mi avvicinai facendomi largo tra la folla della piazza che al suo ingresso aveva aperto le sue ali lasciandogli lo spazio della sorpresa. Della veste che lo aveva ricoperto erano rimasti pochi brandelli, strappati e sporchi. Aveva piedi e mani ferite con il sangue rappreso che lo macchiava lasciandogli sulla pelle grandi coaguli come bubboni. Un taglio netto gli segnava la fronte aperto come se volesse sbocciare. Si risollevò aggrappandosi al cammello ché sembrava temere di perderlo e poi si guardò intorno e iniziò a brancolare voltandosi sugli astanti e toccando tutti gli stracci degli indigeni che gli erano a portata di mano. Teneva le labbra aperte come se i suoni non volessero uscire: la sua bocca così assumeva il significato di un pozzo vuoto che avesse risucchiato qualcosa e che volesse rigettarlo. Cominciò allora a emettere suoni disarticolati di dolore, gesticolando in preda ad una frenesia che non aveva dove posarsi. Le sue braccia compivano grandi evoluzioni come sciabolate. Si alzavano e poi ricadevano sui fianchi come morte e descrivevano nell’aria terribili avvenimenti, fatti tragici e incontrollabili. Corsi a chiamare Giammah che mi aiutasse a capire. In 155


pochi minuti ritornai: l’uomo arringava d’intorno con parole incomprensibili, disarticolate come le sue braccia. Era leggermente ricurvo nella persona, come prostrato da fatti più grandi di lui; aveva gli occhi spiritati infissi nella folla che lo guardava, ma che certo lui non vedeva perché il suo sguardo vagava altrove, fuori dalle mura, in un tempo già consumato. “‘Un genio, l’ho visto era grande ché i suoi piedi calpestavano la terra e il suo capo si perdeva tra le nuvole’, così dice signore, ma non credo alle sue parole”, spiegava Giammah. “Continua”, gli dissi ché temevo di perdere anche solo una sillaba di quella strana arringa confessione. Giammah riprese a riferire le parole del folle: “‘Inalberava la testa simile ad un lupo, i suoi canini che si potevano prendere per rostri ornavano una bocca grande come una caverna, nella quale gli altri denti si potevano paragonare ad una sorta di macine, sopra si aprivano due narici come proboscidi scolpite in corna incorniciate da orecchie larghe come scudi di cuoio, il collo che sosteneva quell’edificio aveva la larghezza di una strada e due occhi scintillanti come luci di una lampada. Appena lo vidi fui preso da un tremito e la saliva mi si asciugò in bocca. Ma non feci in tempo a battere i denti che egli stracciò a tutti i miei compagni le vesti e li sottopose alle peggiori torture. Tagliò a tutti le mani facendole volare via, essi entrarono in agonia davanti ai miei occhi e allora svenni’”. A queste parole l’uomo cadde a terra e subito le mani dei vicini corsero a risollevarlo e quello a fatica con il corpo che non voleva prendere la sua sostanza per stare in piedi si appoggiò al cammello e risollevò il suo sguardo. Vidi come era mutato, non dardeggiava più come prima sulla folla per conquistarne l’attenzione, ma si era perduto nella memoria. Stava rivivendo qualcosa e mi sembrò avesse perso il senno. “‘In nome di Allah, in nome di Allah’”, egli supplicava. “‘Parla, parla’, gli urla la gente”, mi spiegava Giammah. E gli indigeni gli andavano strappando le poche vesti che lo ricoprivano presi da un angoscioso bisogno di sapere. “‘In nome di Allah, in nome di Allah’”, rispondeva quello tenendosi stretti i lembi della povera veste; sembrava finalmente tornato in sé 156


e la voglia di dire la verità fosse così grande da non dargli le parole. “Dice, signore: ‘Avrei preferito non essere mai nato piuttosto che assistere alla loro morte e temere anche per la mia’”. “La gente ora lo assale e gli urla con cattiveria ‘parla, parla disgraziato!’”. E lui facendosi improvvisamente calmo e abbassando le braccia stanche sui fianchi iniziò il suo racconto. “‘Non mi ricordo del giorno che siamo partiti da Zeila, non so far conti, non tengo a memoria date. Siamo partiti tutti assieme, otto europei e un dragomanno abissino, tre servi, e noi dieci di scorta, ventidue persone; eravamo armati di fucili…’” La sua voce si perse in una tempesta di sabbia che mi graffiò il petto e squarciò con furia la mente mia e vi impose incancellabile la verità. La carovana del conte, il seguito, i servi, i cammellieri, la scorta. “‘…Otto europei e l’interprete. Tre servi non avevano fucili. Di noi eravamo dieci: quattro della tribù dei Gadabursi, tre arabi di Zeila, tre sudanesi. Il nostro capo si chiamava Salem Effendi…’” Non potevo avere più dubbi, dentro la piazza di Faras Magalla quell’uomo senza più senno, portato da una ventata di sabbia, parlava della carovana dei miei amici. Scrutai il suo volto per cercare di riconoscerlo e come un assetato caddi nel suo racconto. Vi precipitai come se anch’io stessi per essere ucciso, sospeso in un’altalena tra verità e menzogna. Speravo che non fossero loro e che quell’uomo si stesse sbagliando o stesse raccontando solo la sua follia. Il servo non si agitava più ed era anzi impietrito nei chiari e scuri che la luce del tramonto andava gettando ai suoi piedi. Cominciò a parlare in modo freddo e distaccato, le braccia lungo i fianchi come morte. Le mani a cercare di cacciare il dolore lisciavano la veste per trovare conforto. E ciò che accadde alla mia carovana lo rivissi tutto minuto per minuto con al fianco Giammah che traduceva le parole del servo come se quel racconto fosse stata la più accorata preghiera della sera in risposta al richiamo serale del muezzin. “‘Da Zeila a Boussa andò tutto bene; facemmo il viaggio adagio, a causa dei cammelli carichi; impiegammo quattordici giorni. A Boussa abbiamo inteso da un indigeno somalo 157


che i soldati di Gildessa erano stati tutti legati e che erano stati presi i fucili dal governatore. Abbiamo comunicato questa notizia agli italiani, dicendo loro che era rischioso continuare, ma il capo degli italiani disse: – Io non ritorno continuiamo –. Dopo siamo andati tutti in un luogo ove c’è acqua. Si chiama Artù ed è spopolato. Abbiamo scaricato i cammelli: era forse un’ora pomeridiana, quando vedemmo arrivare quindici uomini, tutta gente di Zeila che erano a cavallo ed avevano fucili. Noi dieci della scorta abbiamo detto a questi quindici: – Restate lontani non avvicinatevi a noi –. Ma uno dei due giovani italiani che erano già stati ad Harar disse: – Andrò io a vedere cosa vogliono –. Parlamentò con loro, i quali dissero: – Tarik aman, non abbiate paura; la strada vi è aperta è buona –. Venne l’italiano coi quindici da noi e ci riferì la conversazione. Eravamo amici e non vi era paura. Noi gli abbiamo detto di non fidarsi. V’era qualcosa di non chiaro; dovevano fare attenzione’”. L’uomo si fermò e sembrò cadere a terra, ma le mani della gente non lo lasciarono svenire e corsero a sostenerlo con vigore. “‘Io Arie Gheli, somalo di scorta’”, li supplicava lui, strappandosi le poche vesti che gli restavano perché non voleva continuare. Dondolava il capo e porgeva le braccia sue a tutti voltandosi d’intorno, implorandoli di avere pietà e lasciandosi andare. Ma le mani lo rimettevano in piedi e le voci gli urlavano “‘continua, continua, Arie Gheli’” e lo minacciavano con bastoni e coltelli e lance e gli tiravano calci e pugni. Mentre seguivo con gli occhi quel pover’uomo, anch’io mi sentii mancare al pensiero che stavo per conoscere la verità. Avrei saputo che fine avevano fatto i miei cari amici, che in quei giorni avevo immaginato percorrere la carovaniera al canto dei servi. Ogni parola che Arie Gheli pronunciò fu per me come una freccia avvelenata alla quale mi piegavo vinto nel fisico e nella mente. Ero solo in quella terra e gli amici della carovaniera erano diventati la mia famiglia africana. Non potevo sopportare il pensiero che non li avrei più rivisti. Perché questo temevo. Arie Gheli riprese a raccontare. “‘Ma gli italiani risposero: 158


– Noi non siamo venuti per fare del male a nessuno, né per fare la guerra; per cui se essi vogliono farci del male, lasciate che ce ne facciano –. Dopo ciò i quindici uomini bevvero il caffè con noi e restammo tutti insieme. La notte essi dormirono presso di noi. All’alba abbiamo visto una quantità di gente. Noi abbiamo imposto loro di non avvicinarsi e abbiamo detto agli italiani: – Badate che questi quindici uomini ci hanno tradito, lasciate che li cacciamo –. Ma gli italiani non permisero, dicendo che non erano venuti per guerreggiare. Intanto seicento uomini a cavallo e a piedi con fucili e molte lance ci venivano incontro. Arrivati al campo la prima cosa che fecero fu di prendere noi dieci della scorta; ci legarono le mani dietro la schiena, privandoci dei fucili e dicendoci: – Non abbiate paura caricate le vostre merci sui cammelli e venite con noi ad Harar –. Fu caricata la roba su cammelli e gli italiani montarono a cavallo, mentre noi eravamo legati e camminavamo tutti insieme. Uscimmo da Artù per circa mezz’ora. Gli uomini del governatore cominciarono a parlare tra loro una lingua che non conoscevamo. Il risultato del loro parlare fu una scarica contro gli italiani e l’interprete’”. L’uomo tacque e la gente si scostò da lui, che subito riprese: “‘Spogliarono i morti portando via anche i loro vestiti e lasciando i cadaveri insepolti. Dopo aver ucciso gli italiani, legarono i tre abissini e ci ordinarono a tutti e tredici di camminare sino a Gildessa. Fecero caricare le robe degli italiani sopra trentacinque cammelli e nove somari e mandarono questa roba al governatore con una scorta di trenta soldati. Gli issa nella confusione tagliarono col loro coltello le nostre corde e ci liberarono tutti. Siamo scappati. Io, con altri quattro, continuai la strada e da solo sono arrivato in tre giorni. Io solo, solo, solo. Io Arie Gheli, servo somalo’”. Gli erano ritornati gli occhi spiritati e rossi e tremava come avesse la febbre. Si accasciò tra la folla e quella non lo toccò più. Arie Gheli rimase a terra, povero mucchietto di ossa abbandonate. I corpi del conte e degli altri si sfuocarono svaporati dal troppo sole, abbandonati ai sassi e agli avvoltoi. Ne vidi i corpi seviziati dai coltelli dei predoni. Addio compagni 159


di viaggio, addio sognatori che con me avevano condiviso tanto ardore. Addio amici sfortunati non giunti alla meta, che solo a me è stata concessa, dell’ingresso in Harar. Giammah aveva tradotto tutto senza battere ciglio. Lo guardai e vidi che si era serrato il manto alto sino al collo a coprire la bocca. Non voleva più parlare. Che anche lui certo stava ricordando gli amici del lungo peregrinare che ci avevano accompagnati nel viaggio di sogno verso la città murata. “Andiamo da Valentich!”, dissi asciugandomi in fretta col palmo della mano gli occhi umidi. “Sì, signore”.

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VOCI DALL’ITALIA

I giorni e le settimane che seguirono furono un lento e inesorabile stillicidio di messaggeri e di chiacchiere che trovavano la strada per entrare dentro le mura di Harar senza che io ne potessi immaginare il cammino tanto era veloce. Dispacci da Aden, visite ufficiali a Zeila. Giammah, rientrando dal mercato, mi raccontava storie inverosimili: “Una barca indigena è arrivata da Zeila a Roma con la notizia che è stato il sultano a far uccidere tutti gli europei, è stato lui che vicino a Gildessa ha fatto assalire la spedizione con duecento uomini, ma prima ha fatto prigioniero il presidio inglese”. Giammah mi riferiva rimanendo impassibile come sua abitudine. Ma più tardi lo sentii allungare le sue preghiere, soprattutto quelle della notte. Moreno Valentich mi confermò: un ordine telegrafico chiedeva al console l’invio di una persona a Zeila per raccogliere notizie più esatte. Uno degli agenti inglesi a Harar venne infine a riferirci che un dispaccio proveniente da Aden recava la notizia dell’eccidio di tutta la spedizione presso Gildessa. Da Aden, Zeila e anche dal Cairo fu uno scambio frenetico di telegrammi. Giammah mi informò che Arie Gheli era finito in prigione accusato dagli italiani di aver partecipato all’eccidio. La sua deposizione presa dal console mi fu consegnata il giorno dopo. Rimasi qualche giorno solo e non desiderai nemmeno vedere Khadija perché in me stava lievitando un risentimento 161


sordo e infelice contro quella terra. Mio padre mi scrisse e la sua lettera arrivò con un postale a Zeila e poi fu data a un corriere. Una tempesta aveva bloccato le navi ad Aden, perciò arrivò solo la lettera di mio padre. La notizia della morte dei miei amici sembrava avere messo le ali ai piedi. Il corriere aveva percorso la strada in soli cinque giorni e all’arrivo, non trovando le porte aperte, dovette passare dai pertugi che c’erano a fianco delle porte. Dal momento in cui mio padre aveva scritto la lettera alla consegna nelle mie mani erano passati meno di venti giorni. Palpitava la paura dentro le sue poche parole, il timore per la mia incolumità. Immaginavo le sue lacrime e sentii sulla carta tutta l’angoscia che aveva tenuto per sé; sapevo che il suo amore non gli avrebbe mai permesso di comunicarmi i suoi sentimenti perché temeva così facendo di impedirmi di essere libero. Mi riferì le parole dell’ufficialità. Sapevo che non amava quella retorica, ma che desiderava sempre leggere dentro le cose e perciò voleva consegnarmi i fatti come erano perché avrei potuti capirli con il mio solo intelletto, reso più fine dalla lontananza e dalle difficoltà. “Caro, carissimo figlio, ho assistito alla cerimonia per la spedizione trucidata. L’onorevole, a nome della società geografica, ha presenziato al rito funebre. Egli ha detto: ‘L’audacia dell’impresa e la grandezza della sciagura meritano calde manifestazioni di ammirazione e lacrime di madri e spose e vogliono il conforto della simpatia per l’ardimento dei valorosi. Ma d’altra parte stimo che gli spiriti degli estinti poca gioia abbiano dagli sterili rimpianti ed esultino più per un passo fatto innanzi da un esploratore italiano sul suolo d’Africa che per qualsiasi eloquente discorso. La Patria li piange, ma non rimane scoraggiata dall’immane disastro e si prepara a nuovi sacrifici. La grandezza dell’Italia ha i suoi martiri di un ideale che si crede non si possa raggiungere e che sembra debbano rimanere invendicati. Ma giorno verrà per le ossa presaghe di questi uomini, giorno verrà in cui Roma stenderà un’altra volta la sua ala possente sul continente africano e allora a Gildessa sorgerà un monumento al quale i posteri andranno peregrinando…’. Le bare vuote sono 162


state deposte nella cappella mortuaria, provvisoriamente in un colombario in attesa del ricordo di marmo. Abbi cura di te e fammi sapere”. Chiusi la lettera. Faticavo a tollerare quelle parole che tutte annegavano la sete di conoscenza che in me era entrata. Non v’era posto per coloro che volevano dominare quella terra. Essa aveva già la sua storia. Passai alcuni pomeriggi in compagnia di Valentich. Non parlava d’altro, comunicandomi di continuo le novità. “Legga, legga. C’è chi ha il coraggio di fare la satira”, mi diceva porgendomi fogli stracciati e ingialliti dal viaggio. “Alcuni giornali tedeschi hanno anche scritto che è una specialità degli italiani lasciarsi trucidare in questi paraggi. Ma quel che peggio, è che ora è in gioco la nostra credibilità”. Bevve un caffè fumante e si calmò. “La sua giovane hararina la vede ogni tanto?”. Mugugnai una risposta che non era tale. “Lei non vuole capire che qui le schiave non sono un capriccio”, mi ripeté scuotendo il capo. Poi i suoi pensieri tornarono alla spedizione. “L’annientamento di questa spedizione è stato accolto con troppa indifferenza dal mondo, come si vede dai giornali. Tutti annunciano freddamente il fatto senza aggiungere parole di rammarico per l’eroismo e pel sacrificio senza profitto di quei martiri dell’amore per l’esplorazione. L’Harar è qualcosa che si può afferrare, che si può raggiungere e non già un deserto di nomadi irrequieti che si aggirano qua e là. La strada è perfettamente nota, si sa dove sono i nemici. Ha ragione la «Kölnische Zeitung» quando scrive che ora si dimostrerà se l’Italia saprà cogliere a tempo l’ultima occasione di un impero coloniale”. Avvertivo le parole di Moreno Valentich come un brusio d’api, un fastidioso divagare da ciò che mi circondava. Sentivo più che mai viva quella terra; ero dilaniato dalla sofferenza e dal dispiacere di avere perso i miei amici, ma mi sentivo più che mai entro le mura di Harar e non volevo perderle, né mi potevano coinvolgere le questioni internazionali che sempre più assomigliavano ad una confusa e triste speculazione sulla pelle di questa gente che stavo imparando ad amare. Perciò me ne andai. 163


Venne Valentich a cercarmi. “Sappiamo dove è avvenuto l’eccidio e un servo ci può accompagnare con la scorta, vuole venire con me?”. Annuii, anche se temevo quel momento. Cavalcammo per parecchie ore. Incontrammo un nugolo di cavallette che oscurò il sole per pochi secondi. Imponenti sansevierie e agavi dominavano la strada e nessun profumo di mimosa ne raddolciva la severità, attraversammo campi di steli di dura mietuti e rinsecchiti, rivolti al cielo come tesi in un grido disperante. Gli ascari che Moreno Valentich aveva portato di scorta non levarono i loro soliti canti. Cercando una risposta alla drammaticità di quello che stavo vivendo, la mente mia andava perdendosi ossessiva nel disegnare la mappa degli aromi uno per uno, come fossi uno scolaretto, ma in realtà per staccarmi dalla durezza del sangue che macchiava quella terra. Incenso, mirra, cardamomo, zibetto. Ambra. I profumi lenivano il dolore e raddolcivano la mia paura. Passammo un paio di villaggi. I bambini restavano impalati a guardarci e poi con un brusco dietrofront fuggivano a gambe levate come avessero visto avanzare il maltempo. Sfilarono avanti a noi, come una preghiera, decine di portatrici di legna. Non ci guardarono perché il peso le schiacciava a terra e appena resistevano all’esserne sopraffatte e nulla più poteva distrarle da quella intollerabile fatica. Grosse pietre irregolari appese ad uno spago e legate a un bastone suonarono per noi note secche e lontane. Mercantesse di latte ci superarono con i cammelli filando verso i mercati. Un baobab distese a cupola i suoi rami su ogni cosa e cancellò i miei pensieri. Il tramonto si stava facendo strada sulla terra. Toni brillanti di cromo e lacca e ombre azzurre freddissime mi fecero scordare la bianchezza abbagliante del mattino. Tutti dicevano di conoscere l’Africa, seppi in quel momento che nessuno poteva possederla, se non morendo con essa. Memore d’un tratto del dolce volto di mia sorella Ottavia, mi illanguidii al suo ricordo e vi lasciai scivolare il mio malessere. D’intorno il terreno era arido e pietroso. Moreno Valentich cavalcava lontano da me, quando gli 164


ascari, che muti e quieti eran stati sino a lì, presero a gesticolare indicando un punto di quella terra, che certo Dio aveva maledetto, tanto era secca e i miei occhi non se ne facevano una ragione, dopo aver abbandonato il verde di Harar. Piccole acacie senza alcun ordine spuntavano quà e là. Secchi alberelli risucchiati dal vento giacevano abbandonati in forme scompigliate in quello spazio che sapeva di vuoto, un vuoto profondo. Le radici affondavano in una terra riarsa dal sole e disseccata dal vento, si erano fatte strada tra sassi e ciottoli con ostinazione. Non v’era la bellezza né la pace che alle volte gli alberi sanno dare. La natura vi aveva distribuito le sue creature più con follia che con ragione. E sprigionava quel luogo al primo sguardo una pena immotivata e feroce. Entro un semicerchio di polvere si disegnò lunga e grigia una croce, fatta di pietre tonde ordinate e incassate nel terriccio, perché gli animali della notte non avessero a dissotterrarle. Era una grande croce cristiana che in quel luogo aveva la forza di una cattedrale e allontanava tutta la sete di quel posto per nutrirlo di un afflato di vita soprannaturale insperato. Scendemmo tutti da cavallo e lasciando le briglie a terra ci avvicinammo a passi lenti. Solo gli ascari restarono a una buona distanza, in silenzio. Il console si avvicinò alle pietre. Si fece il segno della croce e parlò quasi a se stesso: “Artù, la terra delle acque calde e delle chiare sorgenti ha accolto il sangue dei nostri connazionali. Qui sono stati trucidati, derubati…”. Fece una pausa e per amore di verità aggiunse: “…ed evirati ancor prima di esalare l’ultimo respiro. Pace all’anima loro”. Risalimmo a cavallo. Del nostro rientro non ricordo nulla se non i grandi alberi di baobab, muti e desolati anch’essi. Sola voce al nostro camminare il ticchettio degli zoccoli degli animali, che secco si spargeva d’intorno a segnalare la nostra presenza. I cavalli a testa china ritmavano con precisione ogni metro verso la città murata. I loro zoccoli si figgevano nella sabbia come per restarne conficcati a guisa di bastoni che dopo avere ucciso volessero chiedere perdono. Il loro passo era una precisione silenziosa che definiva geometricamente la distanza dal luogo dell’eccidio, concedendoci la speranza. Anche se 165


portavamo quel luogo davanti a noi come un sudario, un affresco dove gli amati colori della terra etiopica erano intrisi di sangue. Moreno Valentich guidava la piccola carovana, seguito da due servi e i tre ascari di scorta. Chiudevo la carovana e quell’essere ultimo mi faceva sentire più smarrito, come se loro avessero potuto scordarsi di me e abbandonarmi laggiù e i morti volessero riprendermi e tenermi con loro. Avevo del ciat nella tasca della giacca, ne misi in bocca alcune foglie. Il mio morale si era smarrito su quella strada, anch’esso rinsecchito come la valletta che accoglieva la memoria del conte e dei suoi amici. Mi persi sulla via del ritorno, ferito da troppo dolore. Quando le mura si ersero lontane sulla collina verdeggiante la mia mente prese d’un colpo a costruire fantasie per sfuggire la realtà. Le orecchie mi ronzarono terribilmente, tanto che con la mano cercai di abbattere il rumore, senza riuscirvi. Sollevai allora la testa, e come nuvole in una giornata ventosa che graffia il cielo con le sue farneticazioni aeree, vidi tre Furie sporgenti dai merli delle torri, le vesti color ebano, ergersi diritte nell’aria tersa hararina: tenevano le mani avvinghiate ai capelli del conte e degli altri due giovani amici, le braccia tutte protese all’infuori come aste di bandiera. Inorridii e scacciai la visione con le mani, passandole sul volto come se una ragnatela vi avesse deposto i suoi fili intricati e invisibili. La visione non se ne andò e le Furie continuarono ad agitare le teste, tenendole appese ai capelli lunghi lunghi del conte come fossero potenti lacci di corda. E le teste non si staccavano per volare via. Di nuovo con violenza la mia mano tentò di strappare dal volto la visione, come se qualche essere diabolico ve l’avesse incollata contro la mia volontà. E subito se ne affacciò un’altra. Un angelo apriva le porte della città, battendo ali azzurre su un volto soffuso di luce che irradiava intorno a lui, illuminando le mura di Harar di un diafano pallore, così la città mai l’avevo vista, ché i suoi colori sempre erano densi e forti. Ma ecco che imprigionati in sepolcri ardenti vidi gli altri componenti la carovana. Tutte le porte della città aprirono lo 166


sguardo sulla valle e si sgretolarono per farsi voragine a cono che si ficcava dentro la terra squarciandola. Tutti i miei amici soffrivano in un fiume di sangue ribollente, altri giacevano nello sterco immersi sino al collo. Gli uccisori, di cui non vedevo il volto, erano piegati e oppressi da una cappa di piombo e tormentati da serpenti. Sollevarono d’un tratto il capo e i loro occhi caddero su di me. Avevano occhi spenti perché le palpebre loro erano state cucite con il fil di ferro da una mano vendicatrice. Di nuovo tremante graffiai il volto per staccare da me quelle orride immagini. E mi macchiai le unghie di sangue. Alla maniera di Dante mi apparve Maometto squartato dalla gola all’ano. Fermai il cavallo bloccando la piccola carovana e facendomi urtare dai servi e dagli ascari che stavano dietro e che quasi caddero. Fu in quel mentre che una voce severa venne a chiedermi: “Dove è finita la Fede tua, figlio mio?”. Era mio padre. Mi voltai come se colui che aveva parlato fosse dietro di me e fui accecato dal sole e costretto a rivoltarmi. Ma quel richiamo alla fede bastò a chetarmi l’angoscia. Quando riposai lo sguardo su Harar, la città aveva ripreso le sue sembianze e le mura erano aperte e sberciate dai secoli. Moreno Valentich mi stava vicino e mi parlò: “Se è vero che un giorno di Dio è di mille anni, anche noi, oggi, abbiamo avuto un giorno di Dio”. Ci lasciammo sulla piazza di Faras Magalla. Ma la mia giornata ancora non era finita.

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KHADIJA, L’ESTASI

Giammah mi venne incontro e mi disse: “C’è una visita per lei, signore”. E i suoi occhi brillavano. Fuori nel cortile una mula grigia aspettava quieta: aveva le orecchie come canne esili cui avessero tagliato le punte, le zampe erano colonnine saldamente piantate a terra. Sul dorso teneva un tappeto di seta e un cuscino morbido. Aleggiava nell’aria un residuo di profumo di aloe verde e ambra grigia e zafferano e canfora e caffè cotto con speziato cardamomo. Khadija, seduta sulla panchetta dove aveva trascorso alcuni giorni nella mia casa in attesa di ciò che il destino andava maturando, a braccia conserte sul grembo nuovamente aspettava. Mi fermai incerto. Desideravo fuggire perché un affanno mi era preso per quell’incontro e la morte dei miei amici mi teneva sospeso, in bilico tra essere ancora nella mia terra o accettare quel presente che si manifestava così oscuro. Khadija stava diventando per me l’altrove assoluto, senza ritorno. Era l’ultimo passo verso il viaggio che avevo intrapreso. Negli occhi avevo ancora le tre Furie e le teste sanguinanti dei miei cari amici sospese nel cielo di Harar. Non volevo incontrarla in quel giorno di Dio, troppo lungo. Khadija mi sentì arrivare e si alzò subito in piedi. Mi sorrise nuovamente e la luna certo la invidiò. Ebbi d’un colpo la certezza di avere davanti gli straordinari occhi delle antiche egiziane, ampi e lunghi, battenti ciglia che come spade mi potevano ferire. Le mani 168


e le braccia ricadevano sul corpo con tale mollezza che fui annientato nella meraviglia del guardarla. Indossava uno scialle di seta ricamato d’oro con lunghe frange anch’esse d’oro; sollevò il velo dal volto e scoprì due occhi neri oblunghi e acquosi tra la frangia delle lunghe ciglia che ombreggiavano le palpebre. Ancora il profumo dell’ambra grigia violento mi riempì di ardore. E sulla sua gola perle e stelle vidi brillare e sul petto affascinato cadde il mio sguardo ferito dal deserto intenso della pelle nera delle colline del suo seno. Le mie lacrime si sgranarono estasiate all’eccitante pienezza delle sue membra. Tanto era bella che il suo fulgore non aveva eguale. Immaginai le vergini del paradiso dalla pelle nera e dagli occhi scuri, astri del cielo dal seno tornito. Il volto terra di Siena di Khadija e gli occhi neri di carbone si fissarono su di me ad imprigionarmi. In un gesto lento e solenne si sciolse i capelli che teneva stretti ai lati delle orecchie. Da tondi che erano e avvolti stretti, si gonfiarono e scivolarono come acqua di sorgente lungo le spalle e il petto adagiandosi nella loro negritudine giù sino ai fianchi flessuosi. Mi lanciò allora uno sguardo che subito operò l’incanto. Le Furie simili ai fiori appassiti vennero risucchiate dall’arsura della terra. E di nuovo fra le sue labbra, quando sorrise, scintillò un bagliore più rischioso dei lampi improvvisi di un cielo in tempesta. Vagai smarrito fra cielo e terra e temetti che se ne andasse, dopo avermi soggiogato il cuore e rapito in estasi l’anima. Un vento leggero accarezzava la stanza e sollevava lievemente le vesti che ancora la ricoprivano e sembrò per un attimo staccare da lei come petali di rosa i veli della mantella e lasciarli cadere mollemente ai suoi piedi. Lentamente dalle spalle le cadde anche la veste. A quella visione le lacrime mi si sciolsero come rugiada e rigarono l’aiuola dell’anima mia e si versarono come in un acquamanile d’oro nelle sue mani a coppa. Il mio cuore fradicio della rugiada dell’amore, del desiderio e della passione precipitò ai piedi di Khadija. Caddi nel cielo luminoso del mio piacere e fui in ginocchio. Abbracciai singhiozzando le ginocchia della sua giovinezza, bagnando il 169


velo della sua veste investito da un fiotto di odori salmastri e di vele bianche sospinte dal vento. Livorno mia era ritornata a far scorrere le sue acque nelle mie vene, e rompendo gli argini della lontananza si faceva sentire più viva che mai. Il sale che si adagiò sulla mia lingua fu ricacciato in gola dagli aromi di legno bruciato e di ambra che salivano dalla scura selva preziosa ove tenevo appoggiato il volto umido. E quando le mani di Khadija si posarono sui miei capelli, infilando le dita come per scavare dentro di me e godere della setosità, allora persi il lume della ragione e immersi profondamente il volto mio tra le gambe di quella giovane donna. Varcai la soglia di ogni navigazione e la carovaniera si spense nel luogo ultimo del suo approdo. Spezie e sudore di cammelli e di capelli lucenti di burro e di henné e di dura tritata e spalmata su piastre incandescenti mi trasportarono dentro di lei. Il volto mio umido andò pescando l’umido suo più segreto. E sollevando con furia le vesti le fui più vicino possibile che la mia bocca potesse bere ogni suo odore e baciare quel nero che non avevo mai conosciuto. Si schiusero per me le labbra più segrete. Khadija sommersa dall’ondata del mio piacere che andavo strappandole con la foga della giovinezza e della disperazione dell’aver toccato luoghi inesplorati e proibiti si riversò sul mio capo tutta. Io stesso appartenni tutto intero al sentimento che mi invadeva. E Khadija fu su di me abbandonata e il mio capo la sorreggeva con forza. Livorno ventosa e salmastra si appannò, avvolta in veli di terra di Siena e colori caldi e giallastri, avori, rossi di lacca e arancioni, e Khadija ebbe il mio spirito tra le sue braccia. L’indomani, quando mi svegliai, scivolai fuori casa per respirare l’aria di Harar e ridar un senso alle cose. Giammah come il fulmine notturno mi raggiunse e subito mi volle comunicare scherzando il suo pensiero che si arrotolò in una favoletta: “La lunga strada da Sheikh Hussein è stata bagnata dai canti e dalle storie”. Chiuse con un sorriso folgorante di santità che gli riempì il 170


volto di pieghe ancora sporcate dalla calce della tomba. “La volpe, la bella volpe”, proseguì ridendo, “ha viaggiato comoda sulle groppe dei cammelli. Piangeva per le ossa rotte muovendo a pietà i cammellieri. Non resiste la volpe all’odore del miele e quando sa che cammelli ne trasportano otri pieni, piange e piange fingendosi zoppa. Gli aban caritatevoli la fanno salire sui cammelli. La volpe continua a piangere e ancora gli aban la fanno salire su un altro cammello, la volpe mangia altro miele, tutto il miele della carovana, un cammello dopo l’altro, senza che l’aban lo sappia. E riempie dei suoi escrementi le sacche degli aban che pietosi l’han raccolta dalla strada”. Rise e io sorrisi pure al pensiero della volpe caricata sul cammello con i baffi inzuccherati e me ne andai.

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L’ARRIVO DI FLORENCE

Aspettavo con ansia le lettere di mia sorella. Speravo nei corrieri Issa che sotto il sole torrido tra gli sterpi e la sabbia, sugli infuocati detriti delle rocce vulcaniche, correvano senza che nessuno potesse superarli e in cinque, sei giorni coprivano la distanza tra Zeila e Harar. Sedevo nella piazza di Faras Magalla fumando un toscano e vedevo scivolare il giorno tra le spire del tabacco che imprigionavano per me i raggi della luce, aggrovigliandoli in volute ora generose ora serrate. Mentre filtravo la mia giornata nell’assenza di fatti, ascoltavo i rumori che mi facevano compagnia. Cantavano alcuni servi in attesa che gli affari prendessero una buona piega: “Per il Sole e la sua luce al mattino! Per la Luna quando lo segue! Per il Giorno che chiaro lo mostra. Per la notte, quando lo avvolge d’un velo! E per il cielo e chi l’innalzò, per la Terra e chi la spianò, per l’Anima e chi la plasmò e pietà e empietà le ispirò!… Questa è la cammella di Dio e qui deve bere”. Canti gentili uscivano dalle loro labbra, mentre dondolavano il capo e alzavano gli occhi al sole, ché temevano la vendetta di Dio. Tacevano, masticando le foglie di ciat ed estraendole dalla bocca ne facevano un grumo verde scuro e lo passavano al vicino. E riprendevano la preghiera. Nella confusione di Faras Magalla era difficile distinguere una forma dall’altra. A quell’ora del giorno, sotto il sole cocente, gli occhi tacevano abbagliati da un colore unico, fatto 172


di tanti colori. Sapeva parlare con voce suadente al posto della vista la straboccante pienezza degli aromi, che mi dava la gradevole sensazione di poter passeggiare tra la folla catturandone le forme solo attraverso le messi che giacevano raccolte nei cesti. Su tutti dominava l’amaro del caffè, così penetrante che andavo ponendolo vicino all’odore del mare della mia infanzia e più non sapevo, nel gioco in cui mi dilettavo sotto il sole, se ero in Harar o altrove. Acute grida e scompiglio agitarono la folla del mercato e aprirono su di essa una ferita. Mi alzai in piedi e naturalmente diressi lo sguardo verso la porta sempre foriera di novità. Sotto un sole che tagliava le pietre con forza varcò la soglia una splendida cammella bianca affaticata da un lungo peregrinare: essa trasportava una donna bianca dal capo riverso sul petto, i capelli sciolti che le facevano da scialle; la stanchezza o chissà cos’altro la accasciavano sulla bestia come un fascio di ramoscelli spezzati. La sua pelle fu per me il ricordo di un biancore che ben conoscevo, ma con cui avevo perso dimestichezza. Fu il cammello nel suo pallore simile alla donna a catturarne la diversità e a portarla sulla sua pelle rosata, permettendole di adagiarsi come su un altare, entro le mura ove tutta la gente era color bronzo. A piedi, stretto al fianco del cammello, eretto come una lancia, brillava un individuo magrissimo, la cui altezza sovrastava la pancia dell’animale e con la sua lunghezza ne piegava la possanza, divenendo lui più grande, nonostante non fosse così. Era armato di lancia e di scudo e un cencio gli dondolava ai fianchi e un altro gli faceva da mantella sulle spalle magrissime e puntute ma aperte sul mondo. Una piccola ghirba d’acqua, un sacco di dura e pane gli pendevano dai fianchi graffiandoli. Era un corriere: lo riconobbi dal piccolo pacco sporco delle lettere cucite nella tela. La testa nuda feriva il sole con la sua lucentezza e i piedi sollevavano la sabbia, lunghi anch’essi e armati di forme sagaci e dure come di corazza. Il cammello docile lo seguiva e una certa andatura rallentata dava il segno di quanti chilometri avesse percorso. La folla si fermò stupita ché mai un corriere aveva portato qualcosa di diverso dalla posta. 173


Mi feci largo tra la folla per raggiungere la giovane donna. Le porsi il mio braccio per farla scendere. Riconobbi il volto di Florence, la compagna del mio amico inglese. Stremata da un lungo cammino sotto il sole, aveva la pelle secca, segnata da polvere e arsura, le labbra piagate e gli occhi gonfi. Era dunque fuggita all’eccidio. Indossava un elmetto e lunghe vesti a strati che le ricoprivano le belle gambe che ancora ricordavo. Il fodero di un coltello le spuntava dalla cintura e tra le mani reggeva un fucile. Non lo lasciò nemmeno quando la strinsi a me per farle appoggiare i piedi a terra. Fui talmente felice che fosse scampata all’eccidio che non mi trattenni e la abbracciai. Aprì allora gli occhi e mi sorrise debolmente. La condussi, sorreggendola fortemente, alla casa di Moreno Valentich, mentre le sue vesti la accompagnavano nel passo. Mi chiedevo che fine avesse fatto il mio amico inglese. “Edward è nell’Ogaden”, mi disse subito Florence. Certo non sapeva dell’eccidio. Arrivai a casa di Moreno Valentich e vidi che i servi erano agitati: il poeta era rientrato. Prostrato dal viaggio, le vesti stracciate, parlava fumando nervoso: “Era una spedizione parallela alla nostra. Sono stati uccisi da una tribù dell’Hammaden, vicino all’Wabi, a duecentocinquanta chilometri da Harar. È scoppiata una lite tra gli aban, il commerciante aveva imposto alle sue guide abiti occidentali, li faceva mangiare della carne e si aggrovigliava attorno ad un sestante, non ascoltando quello che i capicarovana gli suggerivano”. Il poeta, che si vestiva come un musulmano e leggeva Il Corano forse più di ogni altro, disprezzava questo genere di comportamento. E potevo capirlo. Ma ora ero preso da Florence che non stava bene e aveva una forte febbre. Le somministrammo del chinino, mettendola a riposare. Non si riprese prima di due tre giorni. Quando si svegliò, fu Moreno Valentich a parlarle dell’eccidio. Florence versò mute lacrime e non commentò con alcuna parola il fatto.

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IL VECCHIO DEI LEONI

Giravo per Harar preda della mia passione amorosa per Khadija, ché i nuovi avvenimenti non riuscivano a cancellarla dal mio cuore. Ero al tempo stesso straniato dal nuovo arrivo che mi ricongiungeva alla carovana e mi riportava al passato del viaggio. Uscii nel pomeriggio. Sapevo che a quell’ora avrei trovato agli angoli dei vicoli i poveri corpi cui la fame non aveva dato tregua tanto da farne delle ombre nella notte imminente, la loro magrezza così grande da sembrare irreale. Giacevano a terra tra i sassi e la polvere, grumi di ossa svuotate dalla carne, raggrinziti su se stessi, abbracciati al loro dolore, esausti nella lotta contro la morte, ché perduta la speranza di farcela avevano smesso di lottare per ricacciarla là da dove era venuta. Solo gli occhi, quando alzavano la testa, spargevano d’intorno uno splendore strano e incandescente come di tizzoni ardenti, erano quegli occhi nel loro vagare inquieto, senza cercare nulla, pietre preziose incastonate nella durezza del trapasso che non giungeva. Gli stracci non li coprivano più, ma esaltavano la morte imminente. Giacevano le cotonate su ossa puntute che parean tronchi di alberi senza linfa, uccisi da una pioggia che si era scordata di cadere per nutrirli. Sicché le braccia non eran più braccia ma tronchi spezzati dal vento, perché troppo deboli per restare attaccati all’albero. Aspettavano la morte per bocca delle iene che sarebbero arrivate non appena il sole si fosse nascosto dietro le montagne. 175


Le iene avrebbero divorato anche questi poveri infelici e tante ne entravano dai varchi, che si aprivano sulle mura, ché la gente temeva di uscire e si chiudeva nei cortili e nelle case prima che l’oscurità avesse ghermito le forme. Ma dopo una settimana decisi di sfidare la sorte armato di un bastone. Ancora non conoscevo bene la città perciò temevo più che le iene i predatori che sempre compaiono nei momenti di sciagura per farsi sciacalli più delle stesse creature che popolavano il territorio fuori dalle mura. Una strana nebbiolina grigia e densa si fece avanti in quel deserto. Si spandeva con lentezza misteriosa e avvolgente. Nei pochi minuti che mi servirono per percorrere il lungo vicolo, la nebbiolina mi si era avvicinata, ingrandendosi e coprendo la via con la sua materia volatile. La luce si oscurò e anch’io presto ne fui assorbito e quasi annullato. Cominciai a tossire ché quel fumo mi irritava la gola e mi lasciava sul palato un sapore di bruciato e una lieve consistenza di materia finissima. Camminavo nei vicoli condotto dalla memoria. Sapevo che la tomba dell’emiro Nur era sulla mia destra, una distratta porticina su un muro alto poco più di un metro, imbiancato a calce. Doveva essere vicina, ma la nebbiolina che si era fatta sempre più divorante non mi permetteva di vedere con gli occhi. Procedevo come un cieco assaggiando dei muri le asperità, ma non riconobbi alcun ingresso, alcun cancelletto. Il fumo si era infittito e copriva ora anche la volta del cielo che anch’esso si andava scurendo, cancellando la poca luce che si infilava nei vicoli. “Ohi, ohi, arriva, arriva, padre Leone, padre Leone: eccoti servito! Che tu vada a sbattere la tua grossa testa contro il muro, che tu possa picchiare contro le pareti di legno, che tu non sappia più dove posi le zampe e mentre cerchi e ti abbatti noi ti salutiamo felici di avere evitato la tua bocca”. “Ahi! Ahi, padre Leone! Padre Leone sta arrivando, ma non porterà nulla con sé e il fumo se lo mangerà!” La voce roca di un vecchio urlava con tutta la forza che aveva in corpo e tagliava la fitta nebbiolina giungendo sino a me. Sempre ripeteva la voce quella frase che andava perden176


dosi nel vicolo. La voce ora era vicina e insieme a lei si disegnò dentro la nebbia un’ombra dondolante, le gambe protese sulla pancia di un muletto che avanzava ansimante nella foschia. Un vecchio accasciato a gambe larghe su due grossi sacchi che pendevano dal mulo. Ad ogni colpo che l’uomo dava con i piedi, nuvole di cenere si spargevano nell’aria spingendosi in alto, oltre le mura del vicolo, ma prima di raggiungerne la sommità si spampanavano d’intorno allungandosi come acqua che vola e cancellando prima l’alto e poi il basso, andando a depositarsi lentamente sulle pietre della via. Ma ad ogni passo del muletto la polvere lievitava nuovamente verso l’alto, coprendo le zampe del mulo e poi su su, sino alla pancia, facendo emergere le due figure come una visione tagliata a metà. La polvere dietro di loro divorava ogni cosa e il vecchio non smetteva di sbattere le sue gambe magre e corte contro i sacchi vuoti, grattando l’aria con le sue grida di vendetta. Il muletto sofferente e rassegnato teneva chiusi gli occhi per proteggersi dalla polvere, stanco di un compito così ingrato e forse timoroso di dover, proprio lui, cacciare via le fauci del leone.

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UN BACIO TRA LE TOMBE

Al pomeriggio riposavo nella mia stanza. Erano una pausa e un silenzio pieni dell’attesa di rivedere Khadija. Ma lei non venne, lasciando la mia passione mortificata. Temevo di entrare nel cortile dei darot, perciò finivo sempre la giornata nella casa di Moreno Valentich e così fu finché Florence non si riprese. Moreno Valentich, felice di avere questa donna in casa, decise di offrirci una gita speciale. “Se vi farà piacere andremo a Ciallanco, a vedere dove Menelik ha sconfitto l’emiro”. Ci anticipò in breve la storia. “L’emiro Abdullahi Abd EscScakrùr voleva diventare il capo delle tribù musulmane di Harar. Scrisse a Menelik rivendicando la frontiera dell’Awash e gli intimò di convertirsi all’Islam. Furono mandati degli abissini con i cannoni ma furono battuti. Allora lo stesso Menelik si era messo in marcia con trentamila guerrieri. La battaglia durò appena un quarto d’ora, la truppa dell’emiro dovette combattere all’arma bianca. Non avevano che qualche centinaio di Remington. I testicoli di tutti i traditori di Harar che avevano combattuto con il nemico furono consegnati ai soldati scioani in segno di vittoria”. Il poeta disse: “Solo una vittima della fatalità può abitare in questo paese”. Pensai in quel momento che odiasse i neri, dopo aver tentato tutti i mestieri, da assistente edile a scaricatore di porto, contrabbandiere e trafficante, era diventato mi178


santropo e mordace e non andava d’accordo con nessuno. Ero triste e me ne andai. Quando tornai da Moreno Valentich per partire, trovai il poeta vicino alle mura con un quaderno tra le mani. E pensai che forse solo le pagine che egli riempiva si sarebbero salvate dalla rovina che sembrava divorarlo come un male. Appena mi vide, esclamò: “I sette flagelli biblici, le vacche magre di Faraone, le ineffabili angosce di Giobbe sono nulla a dispetto delle atroci sofferenze delle miserie continue grandi e piccine che affliggono queste popolazioni stremate e impotenti a scuotere un giogo obbrobrioso. Le locuste passano ma i guerrieri di Menelik restano”. Salì a cavallo e se ne andò riponendo il quaderno tra le pieghe dei calzoni che indossava ormai solo bianchi e larghi come gli indigeni. Con Florence e il console decidemmo di aspettare che tornasse perché venisse con noi a Ciallanco. Venne di malavoglia. Lo convincemmo chiedendogli durante il viaggio di raccontarci dell’Ogaden. Non voleva saperne ma alla fine cedette perché la solitudine gli pesava. Portammo con noi due bottiglie di tegg, alle quali il poeta aggiunse una di cognac. Uscimmo dalla porta di Bab-el-Turk piegando verso Occidente, lasciando a destra il monte Abu Beker e valicando il torrente Amaresa. Il terreno era accidentato e coperto di macigni di granito. Attraversammo la valle di Otulle al termine della quale si stendevano messi rigogliose di dura, orzo, fave, tra le quali si slanciavano sicomori, banani e olivi. Correvano a perdita d’occhio filiere di caffè e giardini di limoni e aranci. Cominciò a piovere una pioggerellina sottile che a poco a poco si trasformò in rovescio. Voci ci giungevano attraverso il velo dell’acqua e cantavano: “Io ti amo più della mia lancia, del mio scudo, del mio cavallo”. I muli sprofondavano nel terreno fangoso sino alle ginocchia, mentre brune antilopi aggraziate e alte come un bue, il collo erto e gli occhi mobili e dilatati, scuotevano le corna e agitavano il corpo in brividi convulsi. Sotto un cielo uniformemente livido e metallico si aprì davanti a noi una ubertosa vallata, densa di alberi ad om179


brello. Alberi nani e giganteschi spezzavano il paesaggio come monumenti. Dopo un’ora di cammino incontrammo decine di zeribe sgretolate e sconnesse. “Ciallanco”, pronunciò Moreno Valentich. E subito Florence che non aveva mai parlato durante il viaggio scese da cavallo come se si fosse risvegliata. Un abissino con gli occhi lampeggianti di orgoglio selvaggio le corse dietro urlante: “Qui abbiamo sconfitto i soldati dell’emiro di Harar”. Florence si chinò e raccolse qualcosa, sollevando la gonna a grembiule come fosse un sacco. Orde di abissini passarono alla lancia oromo e hararini e nel sangue ancora fumante strapparono braccia e testicoli per stringerli con ardore fra i denti o portarli appesi come trofeo al collo. L’emiro, dopo quaranta giorni di digiuno, si era messo in festa e banchettava sulla vetta dei monti, quando apparve Menelik e tutti sorsero in piedi come un sol uomo. Corsero ad indossare il fiammante abito da battaglia che avevano deposto e a prendere armi, scudi e fucili. Fu un clangore immediato, secco e veloce come il lampo di un fulmine, come il tuono quando bussa nel cielo più sereno. Furono grida e squarci che la furia assalitrice lanciò sulla terra. Biancheggiavano tra le mani di Florence come statue teschi e ossami che l’occhio dell’amica mia aveva visto prima di tutti brillare tra il verde e ora andava raccogliendo pescandoli nel folto fogliame. Rabbrividii nel sentirmi così vicino a quei guerrieri che avevano assaggiato la selvaggità dell’attacco. Scese allora da cavallo anche il poeta e raggiunse Florence e, quando fu a lei vicino, si chinò allungando anch’egli le mani nel folto del verde, preso da una smania di possedere la storia e strapparla forse alle mani della bella Florence. Ma le mani sotto l’erba, laddove gli occhi loro non arrivavano, si toccarono, lei convinta di strappare al passato guerresco un cimelio da portare in patria, lui di poter effettuare un rito funebre per i suoi indigeni, sottraendolo alle mani dei bianchi. Quando si accorsero di avere soltanto stretto le loro dita e di aver ritrovato qualcosa di se stessi, si ritrassero spaventati. Perché non di morte si trattava, bensì di desiderio. Il 180


poeta erse gli occhi su Florence come se lei lo avesse derubato, il volto di Florence fu su di lui stupito. Per un attimo, solo pochi secondi, si amarono come due anime solitarie che spezzano la maledizione della loro sofferenza. Indifferenti alla nostra presenza, le loro labbra si congiunsero. Grosse scimmie saltellavano sugli alberi. Fu uno spettacolo macabro che si sovrappose al bacio con violenza, perché le scimmie lottavano fra loro per la conquista di un teschio e di altre ossa di cui il prato si era fatto urna verdeggiante e muta. La pioggia scrosciava su di noi e sul tappeto verde e sugli alberi, in un crepitio di rami e frasche. Le foglie sembravano trasalire di piacere. Mentre le scimmie facevano volare all’altezza dei rami le loro conquiste umane, la fantasia mia si era immersa tra squartamenti di capretti e grosse fumate di carne arrostita e il rumoreggiare della ciurmaglia scioana. Contemplavo Florence e i suoi teschi nel grembiule e la immaginavo sacerdotessa prigioniera di quel rito funebre che il cielo le aveva inaspettatamente consegnato. Smise di piovere e il canto dell’usignolo si levò come lo splendore delle stelle attraverso gli alberi. Note vivaci e piene di energia si disseminarono in modo ineguale nella vallata. Il sole del mattino dava agli alberi una bellezza speciale. Florence si alzò e sempre sorreggendo i suoi teschi si incamminò verso il mulo e disse con forza: “Torno a casa”. Il poeta, che forse nella vita sua ultima aveva solo desiderato le nere pelli delle hararine, avendo disprezzo per quelle bianche, aveva lo sguardo disorientato di chi vede una donna di pelle chiara per la prima volta. Era rimasto imprigionato dallo splendore che emanava. Abbandonammo la vallata con Moreno Valentich che ci raccontava come gli abissini avessero lasciato là i loro morti, sepolti sotto tumuli di sassi, per evitare che sciacalli, iene e avvoltoi vi facessero razzia. Ma ormai poco ci importava di qualunque storia sulla battaglia, dopo avere visto quelle ossa volare alte nelle mani della natura, i nostri cuori erano invasi dallo spettacolo dell’assurdo che veniva rappresentato in quella terra, dove il confronto tra vita e morte aveva la rapidità del frullare del vento. 181


Sulla strada del ritorno fui vicino al poeta. Fu lui a rivolgermi la parola tanto un fiume di pensieri gli riempiva il cuore. “Non so che farmene delle idee e dell’eterno”, esordì come se le ossa di Ciallanco avessero messo noi bianchi di fronte alla fede. “La verità è che sia il pensiero che l’eterno sono alla mia portata e li posso toccare con mano”, rise gesticolando le braccia verso il cielo. “Allude ai teschi e alle scimmie?”, gli chiesi perché il suo discorrere mi risultava oscuro. “Io non ho nulla del conquistatore; nemmeno lei e il console che ci segue. In noi urge una voglia immensa di vivere e di consumarci senza risparmio in tutte le esperienze. Di discendere a tutti gli inferni, di salire a tutti i paradisi, di bere a tutti i calici. La nostra vita è una battaglia, una rivolta, una rivoluzione. Al termine di tutto non vi è che la morte”. Fuggivo dalla cupezza delle fosse anonime e della terra rivoltata dagli sciacalli di Ciallanco, dove le ossa venivano dissotterrate e depredate. La vita finiva per me in un cimitero di tombe quiete, tra fiori curati e discreti nella loro bellezza, accarezzato dalle sommesse preghiere dei vivi. “Quando sono partito, gli amici temevano per la mia arte. Dissi loro ‘non crediate che per amare l’azione abbia dovuto disimparare a pensare’”. Annuii e allora proseguì, facendosi più confidenziale. “Lo sa quando si diventa un uomo?” Tacqui che in quell’attimo erano ritornati in me pensieri e sensazioni legati a mia sorella, a Vittoria. E ultima icona del mio cuore, lei, Khadija che tanto temevo. “Viene il momento in cui bisogna scegliere tra contemplazione e azione. Ciò si chiama diventare un uomo”. Frustò il cavallo, lasciandomi solo. Era duro il marciare sotto l’acqua. Florence a capo chino, abbandonata al passo del mulo, seguiva Moreno Valentich. Non aveva più parlato né guardato alcuno di noi, fissando volto e busto sulla strada. Mi chiedevo cosa sarebbe stato per me più bruciante, la vergogna di aver abbandonato la terra mia per non finire in prigione o diventare un conquistatore? Perduto in questi pensieri camminavo sul mulo silenzioso e persi il mio sguardo intorno, che sempre la natura ha la forza di possedere l’uomo e trascinarlo verso di essa e ridargli 182


quella pace che solo le cose definite dall’alto sanno dare. Eravamo ancora nel pianoro di Ciallanco. Incontrammo molti viandanti che portavano sulla spalla nuda tronchi d’albero, avvolti in una cotonina ai fianchi, esile come una foglia. Avevano membra proporzionate e armoniose, colli forti e testa grossa, spalle larghe e ben distese e un torace ampio e gambe vigorose. Indefinibili eroi ellenici strappati ai musei della mia memoria, le cui figure rosso bruno come il rame ora si stagliavano contro il verde. Come una ventata primaverile quel velo di eternità se ne fuggì lontano nella vallata e quei corpi antichi ritornarono ad essere solo miseri oromo abbandonati dal destino alla fame della piana di Ciallanco. Molti di loro erano impegnati a pulire la dentatura con spine di acacia che una volta terminata l’operazione venivano cacciate tra i capelli unti di calce e grasso aggrovigliati come cespugli. I corpi, coperti di burro rancido ripresero a brillare di valori eterni quando i raggi del sole li sferzarono e le pelli mi sembrarono resistenti come quelle dei montoni. Provai invidia per loro. Mi avvicinai al poeta e, come se avessimo appena interrotto il nostro parlare, egli riprese la conversazione: “I conquistatori parlano spesso di vincere o di superare. Ma è superarsi che essi intendono. Sempre. Ogni uomo prima o poi si sente pari ad un dio”. “È accaduto anche a lei?”, mi chiese puntandomi uno sguardo raggrinzito dagli zigomi appuntiti come lance feroci sui quali la pelle cedeva a rughe infinite di magrezza e sofferenza. “Non amo le dottrine, ma ancora non mi sono sentito vicino a Dio: in nessun modo”, gli risposi. Pensai in quel momento che stavo mentendo a me stesso perché mi ricordai di quando ero caduto ai piedi di Khadija. Tutto era avvenuto per caso, ma in quel momento ero sicuro di essere precipitato da qualche scranno e ne avevo provato grande vergogna. Il sorriso di Khadija mi aveva liberato da quel male che si chiama orgoglio. “Abbiamo alle volte pietà di noi stessi. È la sola compassione accettabile”, disse il poeta. Quella frase mi sembrò essere esattamente il sigillo del mio incontro con Khadija. Guardai Florence e poi il poeta. E fui tormentato dal pen183


siero di come quella donna, in pochi attimi, fosse riuscita a scavare nell’intimità di quell’uomo, quando noi avevamo tante volte fallito. “È un sentimento che voi non comprendete, perché vi sembra poco virile. Eppure sono i più audaci fra noi che lo provano”. Rinasceva in lui il disprezzo e non potei più fermarlo e ne fui addolorato. La sera da Moreno Valentich fu Florence a parlare con noi, mentre il poeta seduto in un angolo, chiuso in se stesso, lo sguardo affogato in un bicchiere che reggeva fra le mani con forza, come fosse un essere da dominare. Florence si sciolse nella conversazione sull’Africa. “L’africano è per me un uomo, un fratello”. Ci guardammo sospettosi di trovarci di fronte al sermone di una donna. Ma non fu così. Che anzi ci trovammo ad ascoltarla con grande interesse. Moreno Valentich tentò un attacco che fu subito smorzato. “Non ci parlerà dell’uomo a immagine di Dio, dei missionari e della loro idea che l’Africa è il male? Non credo a nessuna di queste teorie. Tantomeno che l’africano sia stupido. È diverso dall’europeo, è l’unica distinzione che accetto”. Florence proseguì. “Non credo esista un sangue di colore diverso. L’intelletto africano non è materiale come quello dei bianchi. Tutto ciò che accade di male, per loro origina dalla malevolenza degli spiriti. Sono esseri molto religiosi”. “Tanto quanto noi siamo materiali. Tecnicamente capaci di aggiustare tutto e di distruggere tutto”, disse il poeta con straordinaria gentilezza che non gli era usuale. Moreno Valentich incoraggiò Florence. “Lei è una donna che viaggia sola e noi la ammiriamo, sappiamo che possiede un revolver ma mai lo ha usato. Troppi amanti dell’Africa l’hanno trasformata in uno zoo dei loro sogni proibiti. Lei non è tra questi”. La cena si concluse su queste parole del padrone di casa. Ce ne andammo, lasciando il poeta al suo malumore e Florence a fargli da custode.

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IL POETA NELLA NOTTE DEL DESTINO

Ciò che accadde quella notte mi fu raccontato da Florence, ma mai fummo certi di ciò che si svolse veramente. Dietro le scene le più familiari talvolta si nasconde un che di estraneo che non possiamo arrivare a comprendere e che ci rende, ahimè, irrimediabilmente consapevoli dell’essere soli in questa vita. Il poeta che quel giorno, a Ciallanco, aveva baciato Florence e con lei la sua stessa voglia di vivere, si era trovato di fronte al volto di una donna come accade al condannato a morte che scopre l’assurdità di vivere e perciò raggiunge il patibolo con gioia sommessa. E, nella sua desolante nudità, credo avesse avvertito che una luce lo stava illuminando, ma quella luce gli era risultata così penosa da desiderare più intensamente di andare oltre la vita e oltre il possesso di qualunque cosa e dell’Africa stessa. La stanza possedeva ormai la quiete delle notti hararine, trafitte solo da miagolii strani e dagli ululati delle iene che ripossedevano la città. E se è vero che un uomo può essere definito altrettanto dalle sue commedie quanto dalle sue azioni più sincere, quella sera il poeta incontrò se stesso e il commediante di se stesso e fu per lui una tale assurdità che vi scivolò dentro come in un pozzo nero, incapace di sorreggersi a qualunque corda gli fosse stata offerta per salvarsi. Florence, seduta su una poltroncina, le gonne lunghe sino agli stivaletti, fissava il pavimento sul quale un servo aveva 185


deposto alcune candele per illuminare la stanza. L’odore del sego e dello stoppino bruciato urgeva nel calore lasciato dagli altri ospiti. Certamente il poeta le appariva come un’ombra di se stesso, ingiallito dalla sua disperazione, avvolto in un alone di luce diafana simile ad uno spettro che attendesse di essere portato via. Ma su quella figura lampeggiavano occhi vivissimi. Le emozioni inaccessibili del suo cuore trovarono una sottile fessura per fuggire alla prigionia del corpo e lanciarono bagliori di intensa vita consumata dalla stanchezza, di stupore per un coraggio che si andava scolorendo in un grumo di desolata inquietudine. Come in una fiammata alta di cera che non vuole liquefarsi, la carne si ribellò alla morte che dilagava in lui e che aveva preso la forza di una epidemia vorace e si accingeva felinamente a divorarlo. Si alzò guardando Florence. Florence richiamata da quello spirito, dove la bellezza aveva preso tratti inumani, sollevò gli occhi inquieta e li posò su di lui. Poi, come sospesa nel tempo, appoggiò una gamba al bracciolo della poltrona e con la mano raccolse le pieghe. Lentamente, dosando ogni secondo di quel gesto, trascinò la gonna lontano dagli stivaletti, sempre più lontano, sino a raggiungere le ginocchia ove la lasciò raggrumata, abbandonandola alla setosità della pelle. Indi scivolò con le reni sulla poltrona e allargò le cosce con la naturalezza di una cascata che si apre alle rapide e sa di dover precipitare spaccata in mille rivoli. Il poeta, che non si era mosso di un passo, immoto in piedi la contemplava, anch’egli posseduto da un tempo senza più afflati materiali. Soltanto guardava Florence. Un triangolo spinoso nero e folto spennellava il rosaceo pallore dell’interno delle cosce, facendosi largo con viva forza sulla pelle delicata. Scivolò ancora Florence sulla poltrona, questa volta abbassando gli occhi e, in questo ultimo atto di abbandono, volle offrire allo sguardo del poeta la ferita che teneva nascosta tra le gambe. E quella morbidamente si aprì alla luce come per sbocciare. Teneva Florence un piede sul pavimento, fisso con prepotenza, sostenuto dal ginocchio deciso e aperto. L’altro suo piccolo piede, abbandonato al peso della caviglia, era so186


speso al bracciolo, così la ferita sostenuta dalle gambe poté aprirsi ed esporre il bocciuolo della carne sua come un germoglio, come la lingua rossastra di un’ostrica che, non appena il guscio le viene aperto, esplode di gonfiore e pienezza tanto da raddoppiare la sua grandezza e facendosi sì turgida, quasi a indurirsi come pigna del deserto. Il poeta dilatò le pupille e si morse le labbra così intensamente che un dolore lo trafisse dalla bocca sino ai genitali. Florence, non cedendo mai alle emozioni e sempre trattenendo su di sé il tempo, riuscendo a fermarlo proprio là dove il fiotto del suo sangue rigava il suo essere donna, fece comparire tra le labbra la lingua e le umettò. Nella luce torbida della stanza gli occhi di Florence conservarono nel buio ogni tramestio dell’anima. Sicché il poeta si perse in quell’immagine di seduzione che si andava srotolando per lui o forse solo per Florence. Lei portò una mano alla bocca e passando la lingua bagnò le dita, una per una, come avrebbe fatto un animale sul dorso di un altro animale. Con ardore e tenerezza e amore. Le unghie lunghe e rosate brillarono alla luce della candela nella stanza che si stava colorando dei toni oscuri del sangue ferito. Scivolarono i rosa delle unghie ad accarezzare l’interno delle cosce che si fece ancor più turgido, rosso recipiente di umore che chiedeva di essere soddisfatto. Ripeté il gesto con lentezza inesorabile che alla fine trafisse il poeta di un dolore e di una dolcezza che quasi gli diedero la nausea. E le sue labbra e il corpo tutto suo scattante corsero a imprigionare quella selva oscura in un sol gesto e a depositarvi la loro infinita spossatezza colorata di stupore. In ginocchio, su quella poltrona, riconobbe se stesso, preda del piacere che affondava nelle carni di una straniera, perché tale era per lui Florence. La straniera del suo cuore. Egli si era detto che avrebbe riconosciuto come simili solo loro, gli indigeni. Nel denso e irriducibile gioco della lingua su quel pistillo carico di linfa scivolò l’essere suo e le grida di Florence, appena trattenute dalle vesti che si era infilata tra i denti per non strappare il velo della notte, il poeta non seppe più distin187


guere il vero dal falso. E sul corpo di Florence la sua fu una acrobazia nello squarciarle le vesti e vedersi precipitare tra le mani i grandi seni rosati dalle areole pallide, a recinto raggrinzite sul ramoscello che il poeta morse con voluttà infinita. Fu la nausea del possesso a fermarlo. Florence era scivolata sul tappeto sul quale stava la poltrona. Ma il poeta non riusciva ad abbandonare la selva spinosa e quella lingua che ora era allungata e trionfava oltre il nero. Volle quasi risucchiarla e divorarla e inghiottirla e per un richiamo antico e irremovibile posò la sua verga entro di lei e mordendosi le labbra a sangue le riversò l’anima sua. Straziato dall’intensità, cadde esausto sul tappeto e corse a cercare la mano di Florence come un naufrago cui l’acqua sale a riempirgli la gola e sta per soffocarlo. Toccò per la seconda volta le dita forti di quella mano tastandone le rotondità, come già aveva fatto la sua lingua altrove. Si rassicurò e ritornò a respirare. Ma la pace durò pochi, troppo brevi attimi. Che un furore lo prese e dovette alzarsi e correre fuori che ancora la notte non era fuggita. Un pensiero lo invadeva. “Le fiamme della terra valgono bene i profumi del cielo”. Il pensiero creava labirinti nel suo cervello e inanellandosi alla mente e imprigionandola. Esausto come era, gli si parò davanti un piccolo schermo dipinto, come lo scenario di un teatro che un prete avesse sorretto davanti a lui, come si fa per i condannati a morte prima dell’abbandono di ogni illusione. “Le fiamme della terra valgono bene i profumi del cielo”. Quella litania non accennava a smorzarsi, anzi si infiammava dentro di lui. “Vivo in un mondo assurdo e senza Dio, popolato di uomini senza speranza”, pensò. La speranza si coagulò in quel momento nel sangue delle sue labbra e in quello immaginario che la ferita di Florence aveva certamente perduto. Camminava nei vicoli, trascinando le gambe come parti avulse dal corpo. “La coscienza mi ha preso in trappola”. Nell’avanzare veloce di quella notte era bastato uno sguardo fugace e lei, la coscienza, lo aveva preso, colto nel pieno della sua recita. Il gioco intenso e disperato di essere indigeno 188


tra gli indigeni, sangue nero dentro un sangue bianco, non funzionava più. A questo pensiero si sentì così debole che la caviglia cedette e non lo sorresse. Cadde e si ferì. Si rialzò e zoppicando raggiunse le mura e, con le mani tastando ogni ruvidezza della pietra, vi camminò a filo. Perdeva molto sangue. Ora poteva anche morire, conservando sulla lingua il sapore di Florence e della verità. Era stanco e non riusciva più a camminare. La porta era chiusa. Ma c’era l’apertura per le iene. Era stata coperta con rami di acacia. Li spostò e si lasciò andare in ginocchio in modo da poter uscire carponi. Fuori dalle mura la notte brillò per lui con stelle troppo grandi e troppo vicine. Si coricò sulla nuda terra. Quell’angolo di Harar, solo e abbandonato a se stesso, fu per lui il Monte degli Ulivi dove la volontà di spiegare e risolvere le passioni future bussava alla sua porta e chiedeva di non assopirsi. Spinse le spalle contro il muro, imitando la posizione dei moribondi, reclinò il capo su una spalla e, prima di chiudere gli occhi, li perse nel cielo stellato come un sudario pietosamente adagiato sul suo corpo. Incandescenti occhi rossi, a decine come le stelle, rifinirono verso terra l’orlo del sudario. Erano arrivate le iene. Le stelle lucenti caddero sulla sabbia e vennero divorate dagli occhi di bragia degli spazzini della notte. Il poeta non aveva mai avuto paura, ma questa volta scelse prima di andarsene di perdere i sensi in un ultimo atto di ribellione contro la sua coscienza infelice. Al mattino me ne andai verso Faras Magalla con l’intenzione di raggiungere il cimitero e pregare sulle tombe che portavano alte lastre scritte nella mia lingua. Gli amici della spedizione avrebbero raccolto, oltre alle lacrime, anche le mie parole di pietà, perdonandomi il fatto che non sapevo pregare né da dove avrei cominciato. Dirottai i miei passi verso la porta Fallana o del cucchiaio, quando un cantore mi sedusse con le sue letture. Dal Corano strappava versi e li gridava alti, come se qualcosa di drammatico avesse sporcato la città. Era la sura della Notte e mi sem189


brò che quelle parole abbuiassero i forti raggi del sole che andavano scavando brutalmente ogni centimetro delle pietre ferite dei torrioni. “Per la Notte che vela le cose! Per il Giorno che lucido appare! Per Colui che creò il maschio e la femmina! In verità il vostro zelo è disperso… A colui che è avaro e non sente bisogno di Dio – e non ha fede nella Cosa Migliore – a lui spianeremo la via verso l’Angoscia”. E l’inquietudine mi mise nuovamente addosso le sue parole e allontanò da me la voglia di pregare, perciò la porta fu la sola direzione che potei prendere. Fandala si ergeva come una via di fuga aperta e gioiosa. Il canto però mi volle inseguire con un’eco: “…E non gli gioverà la sua ricchezza quando cadrà a capofitto!”. Varcai la porta veloce, a passi lunghi, sperando di seppellire sotto terra quelle dure parole. Un gruppo di soldati confabulava a crocchio, poco lontano. Si sciolsero poi repentinamente e iniziarono a puntarsi le lance e a gridare così fortemente che non potei fare a meno di avvicinarmi. Ma nulla capivo del loro linguaggio e allora decisi di ritornare sui miei passi. Appena varcai la porta ritrovai la voce del cantore che inesausto diceva: “Ché, in vero, con l’avversità viene la gioia. Sì, con l’avversità viene la gioia”. Ma di quale gioia stesse parlando, non potei capire, né me ne diedi cruccio più di tanto, perché dentro di me si annidava un timore che non sapevo spiegare. Da Moreno Valentich tutto era quieto, ancora nessuno sapeva. Il corpo del poeta fu ritrovato nel pomeriggio. Seppi così che quel crocchio di soldati aveva litigato perché aveva scoperto di buon mattino il corpo straziato del caro amico mio, ma la soldataglia non sapeva che farsene perché temeva di essere accusata da Makonnen di averlo ucciso. Il poeta era ben noto a Harar e il suo amore per Il Corano lo aveva reso popolare tra molti hararini. Avevano allora deciso di farlo sparire, gettandolo nella fossa comune, vicino al lebbrosario. La morte di un uomo dalla pelle bianca li aveva intimoriti oltre misura. Il panico li aveva spinti a quella decisione presa appena fuori dalle mura sotto gli occhi di tutti, senza valutarne le conseguenze. Il cantore della sura della Notte li aveva 190


spiati e inseguiti; aveva così scoperto dove avevano gettato il corpo del poeta ed era perciò corso a dirlo al console. Il console si coprì il volto con entrambe le mani a palme aperte e ve le lasciò per lunghi secondi come volesse cancellare quella verità. Lo guardavamo tutti incapaci di esprimere il tumulto doloroso che avevamo dentro. “Arriva Florence. Lo dirà lei alla signora inglese. Troverà lei le parole”. Mi passai le mani tra i capelli, lisciandoli all’indietro come colui che deve affrontare una impresa e non desidera scoprire che ne ha paura, ma cerca di imprigionare tutta la forza che il suo corpo gli può regalare. Io che, dopo la peregrinazione a Ciallanco, avevo per la prima volta ascoltato le confidenze del poeta. Io che non avevo dimestichezza con la morte, io che ancora non avevo assaggiato la mano forte della vita, avrei parlato a quella donna che mi affascinava per la sua forza e la delicatezza, per la sua segretezza nel parlare; avrei trovato il modo meno duro di raccontarle quello che era accaduto. Un presentimento mi batté le ali sul capo. Appena Florence candida nel suo abito bianco varcò la soglia, intuii che il mio compito sarebbe stato più intenso e che ne sarei stato travolto. Non appena fui di fronte al suo bel volto, non seppi più come smorzare la verità e andai diritto al suo cuore. “Se n’è andato”, le dissi. “Chi?”, mi chiese. “Il poeta”. “Dove?”. “Lontano, ma non tornerà”. “Prima o poi tornerà!”. “Non tornerà!”. “Più?”. “Più!”. “Dove è andato?”. “A morire!”, ebbi finalmente il coraggio di dire. “È morto”, aggiunsi. “Morto?”, si voltò verso di me e, impallidita d’un tratto, si strinse le braccia al petto come se quella verità le avesse fatto violenza, ma non con sorpresa perché sempre aveva sentito alitare su quell’uomo il sapore della morte. Tacque e si sedette, appoggiando i gomiti alle ginocchia e sorreggendo il volto con le mani e lasciando scivolare i capelli sulle ginocchia. Tacemmo per un tempo che non potei contare. Era il nostro silenzio una preghiera. Fu spezzata da Florence. Aveva ripreso coraggio e le mani ora accarezzavano le ginocchia, ferme. 191


“Dove è andato?”, chiese come se parlassimo di un viaggio. “Dove lui avrebbe amato essere polvere nella polvere. Scomparire inghiottito da questa terra”. “…le iene, fuori dalle mura…”, disse Florence. E si fece immobile e distante. “Aveva troppa voglia di vivere, una voglia immensa. Era fortemente attratto dal male, come una mutilazione. Per questo, per questo…”, disse singhiozzando quasi a salvarlo. “…per questo il suo pallidissimo fiore non è mai sbocciato”. Il pallore del suo volto trascolorava nel giallo della morte. Era presa da un tormento interiore che le solidificava i tratti in una morsa di marmo. Stetti a guardarla immoto, vedendo passare su quel volto tutta la precarietà della vita. Poi le guance di Florence ripresero colore e avvamparono al ricordo di qualcosa che io ancora non conoscevo. Quel ricordo aveva sciolto il suo dolore. Mi chiese di sedermi accanto a lei. Volle raccontarmi per filo e per segno di quella ultima notte, senza timore né imbarazzo. Alla fine il ricordo del corpo di lui le attanagliò i sensi di nostalgia e come un fiume proruppe in alte parole d’amore per colui che se n’era andato per sempre: “Oh, anima mia che aspiravi alla vita immortale! Era, il tuo, un gioco inumano”. Pianse a lungo Florence mentre io le tenevo le mani, cercando di toglierle il freddo che le agghiacciava l’anima. Moreno Valentich aveva dato ordini per il recupero del corpo e aveva spedito due servi alla grande fossa. I due servi avevano subito trovato il corpo del poeta che era stato adagiato sopra la grande massa di cadaveri. Quella notte non era morto nessun altro, perciò egli riposava sotto la volta del cielo, stranamente a braccia conserte, come se avesse voluto proteggersi, gli occhi e il volto aperti e sfidanti rivolti verso coloro che avrebbero deposto con misericordia lo sguardo dentro la fossa della morte. Temevamo nella stessa misura le infezioni e le iene. Non potei vedere il suo corpo dall’addome squarciato perché fu lavato, profumato e rivestito con le sue tuniche bianche e i larghi calzoni da una indigena che era vissuta con lui e che volle cospargergli il corpo di rosso e burroso henné perché lo 192


avrebbe protetto dai malefici della notte. La donna a conclusione della sua amorevole vestizione gli infilò un ramoscello di ciat tra le mani e gli accarezzò il volto. Andammo al cimitero per seppellirlo. Portavamo con noi un grande lenzuolo bianco. Lo stendemmo sulla terra che si andava raffreddando per la notte imminente, due servi di Moreno Valentich lo presero per le mani e per i piedi e lo adagiarono sul telo. Solo allora dalle sue vesti scivolò Il Corano. Lo raccogliemmo pensando fosse il suo diario. L’indigena aveva preso la decisione di non lasciarlo solo nel viaggio verso i defunti. Sfogliai il piccolo libro e lo richiusi, prima che il telo lo imprigionasse per sempre e la terra lo accogliesse. Lo posai sul suo ventre a pagine aperte ché scorressero su di lui le parole che disperatamente aveva cercato di possedere. Quando i cancelli del cimitero si richiusero alle mie spalle, tutto ciò che sapevo essere accaduto prese d’improvviso consistenza e realtà e mi sentii in pericolo. Corsi nell’ultima sconcia locanda di quella città e sotto gli sguardi degli indigeni mi sedetti ad un tavolo e chiesi un bicchiere di idromele. Lo bevvi e vomitai sul tavolo. Nessuno si avvicinò. Mi accasciai sul legno: ero tutt’uno con l’aspro sapore dolce e amaro di quel liquido, giallo come il pus delle ferite. Vomitai nuovamente. E bevvi ancora. Finché fui ubriaco. Passarono le ore. Quando alzai lo sguardo dalla mia miseria mi trovai davanti Giammah che cercava di prendermi un braccio ma non volli muovermi e lo cacciai in malo modo. “Vattene via”, gli urlai. Non se ne andò, ma mi recitò Il Corano. “C’è la rovina per l’uomo. Eccetto per coloro che credono e si consigliano la verità e a vicenda si consigliano la pazienza”. “Non mi importa, io non ho fede. Vattene!”. Vennero altri nel bar e ne sentii la presenza senza mai alzare il capo. Un cantore si divertì a recitare la fiaba dell’Aden. “Pofà, Pofà, il grande coccodrillo mostruoso, traghetta l’uomo al di là, dall’altra parte del fiume nero e buio. Sul dorso di Pofà! Pofà ha gli occhi fiammanti ma con la frusta lo domini. Pofà, Pofà, Pofà, dove sei?”. I neri oleosi e densi dell’inferno si di193


pinsero sul mio bicchiere e vi caddi dentro come fossero l’Acheronte. Finché qualcuno senza parlare mi trascinò fuori e poi sulla strada e oltre le mura giungemmo sotto un sicomoro, gigantesco, che pareva spuntare dai gorghi della terra tanto era imponente e ramificato nel cielo terreo della sera, potente nella sua energia, chiesa solitaria nel deserto di sabbia. Una piccola folla chiassosa seduta e sorridente attendeva. “Udite, udite, udite”, disse un uomo dal mantello nero e dal bastone aguzzo. E bambini a frotte accorsero intorno alla folla a stringerla con le loro grida gioiose, altri si sedettero armati di ossa di bue su cui andavano scrivendo geroglifici, confabulando l’un l’altro, mostrandosi orgogliosi di ciò che andava comparendo sulla pietra. “Nel nome di Dio clemente e misericordioso! In verità lo rivelammo nella Notte del Destino. – Cos’è mai la Notte del Destino? – La Notte del Destino è la più bella di mille mesi. – Vi scendono gli angeli e lo Spirito, col permesso di Dio, a fissare ogni cosa. – Notte di pace sino allo spuntar dell’aurora”. Era dunque la mia notte del destino. Mi alzai barcollando e raggiunsi le mura che nuovamente mi accolsero. Questo avevo compreso. E la dolcezza mi ripossedette. La mia notte del destino, cantavano quelle parole e danzavano nella mia mente come un serpente senza lasciarmi. Cercavo intanto, tra i fumi dell’idromele, di ritrovare la strada per casa come un eremita. La mia notte del destino aveva il nome di ciò che accadeva e che nulla poteva mutare. Non desideravo incidervi la mia volontà. La mia notte del destino si concluse nella mia casa e Giammah che al solito pregava dalla sura dell’Uomo. “In verità noi creammo l’uomo da una goccia di sperma e di umori mischiati, per provarlo, e l’abbiamo fatto ascoltante e veggente”. Stanco mi distesi sul divano e colsi per la prima volta la croce di Khadija con gioia e la strinsi tra le mani. E ancora la voce di Giammah mi giungeva forte come se avesse deciso di farmi partecipare alle sue preghiere. “O tu che t’avvolgi nel manto! Veglia la notte tutta salvo un poco! Metà, oppur togline un poco, – o aggiungine, e recita cantando Il Corano… In 194


verità il principiar della notte è tempo di marchio più forte e di parola più limpida…”. E la notte misericordiosa mi chiuse le palpebre e caddi tra le braccia del sonno.

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IL RITORNO DI EDWARD

L’inglese comparve un giorno come un inviato che Dio avesse rilasciato perché ci consegnasse altri accadimenti feroci di quella Terra. Aveva i capelli così ricci che sembrava un africano, ma si erano fatti fini e slavati come la stoppa e i raggi del sole li rendevano evanescenti come la nebbiolina del primo mattino. Parea un fantasma liberato dalle nuvole. La gente di Harar corse ad avvisare Florence. Forse uno dei cantori girovaghi, che ben ci conosceva e a cui davamo sempre dei bakscis per le intrepide storie che riusciva a evocare con il suo strumento. Edward aveva preso membra di ferro che trionfavano con avidità su uno sguardo malato cercando di cancellarlo senza riuscirvi. Florence si incamminò di corsa tra i vicoli, nella speranza di incontrarlo prima che il suo uomo si perdesse nelle vie strette della città. Era di buon mattino e l’aria pungente resisteva al sole che la voleva abbracciare. Il pallore di Florence la faceva scomparire nel bianco dello scialle. Camminava decisa, poi rallentò il passo, sentendo che la paura di rivederlo la dominava. Allora si fermò e venne di corsa a chiamarmi. Scesi felice di poter rivedere il mio amico. Bastarono pochi passi risuonanti nel labirinto hararino e comparve. Cavalcava un cavallino somalo e aveva l’aspetto bizzarro di un uomo non più abituato a parlare con i suoi simili ma che piuttosto avesse fatto una guerra serrata con i suoi stessi pen196


sieri, prendendoli per realtà. Dardeggiava con lo sguardo attorno come un guerriero. La fierezza lo sosteneva, ma era uscito di senno. Florence si fermò e mi prese per una spalla e si voltò interrogandomi con gli occhi. Mi voltai verso di lui e pronunciai alto il suo nome, sopraffatto da un’emozione mista a paura. “Edward! Edward!”, ripetei quel nome fino a che le pietre dei vicoli non risuonarono come casse vuote, lo ripetei cercando di riconoscere io stesso quell’uomo. Edward continuava il suo marciare sul cavallo come un uomo folle che nulla vede o sente, come se i ciottoli di Harar fossero una ampia strada per un altrove glorioso, lo sguardo sempre baluginante lontano. Mi chinai e raccolsi un sasso e lo gettai contro il cavallo che subito si arrestò nitrendo. Edward si voltò di scatto sorpreso verso le mura e poi le sue mani corsero rapide ai fianchi ed estrassero un coltello e lo brandirono come una sciabola a colpire nell’aria una schiera di nemici fluttuanti. Urlai allora il suo nome con tutto il fiato che avevo in gola, e poi urlai con la forza del muezzin il nome di Allah. Il coltello finalmente gli cadde e ci guardò. Ampie lacrime presero a scivolargli sul volto nero e solo allora riconoscemmo gli occhi suoi lavati dalla follia. “Edward”, lo chiamò Florence per la prima volta, camminando verso di lui. Non appena egli la riconobbe si accasciò su se stesso e sul dorso del cavallo lentamente scivolando verso terra quasi a raggiungere le braccia della sua donna che alte erano corse verso di lui. Mi precipitai a sorreggerli, perché l’amico mio stava svenendo. Traballammo e finimmo sull’acciottolato, insieme aggrovigliati. Il sole aveva vinto la sua schermaglia e avvolgeva l’aria fredda in un tenero abbraccio. Un tepore confortevole invadeva i vicoli asciugando l’umidità della notte. Edward dormì per tre giorni, sudando e delirando. Florence gli asciugava la fronte e gli bagnava le labbra con una spugna, che poi gli passava e ripassava sul petto. Cercava di pettinarlo, posando i denti di legno del pettine sulla cute in un gesto amoroso e pio. Non voleva essere toccato da nessun altro né 197


vedere la luce. Una notte urlò come posseduto dal demonio. Un lamento strappato alla gola, serrata dall’angoscia, ci svegliò nel pieno della notte. Aggrappato alle coperte, Edward offriva la gola vuota al muro e il volto gli si era modellato sulle ossa scarne, le gote divorate, risucchiate da quell’antro dal quale cavava la sua infelicità. Florence lo chiamò dolcemente e lui riprese con più forza come un bambino che non vuole essere svegliato dal suo dolore del quale si compiace. E l’urlo divenne recita dell’urlo stesso e si fece lamentoso e sempre più debole, finché tacque. Edward cadde sul cuscino, occhi e bocca ancora aperti. Florence tremante si avvicinò e sedette sulla branda; allungò le mani alla bocca per chiuderla. Lo fece posando le sue dita sulle labbra come per una carezza. “Nell’Ogaden, cosa è successo?”, gli sussurrò. “O… ga… den”, rispose Edward, come se non l’avesse mai sentita, quella parola. Al mattino del quarto giorno lo trovammo seduto che si guardava i piedi e le mani rigirandole come esseri estranei. Era magro come un albero secco. Gli demmo da mangiare e lo lavammo e lo riadagiammo a letto. Stette altri due giorni dormendo e mangiando. Poi sorrise e il sole entrò nella stanza e nei nostri cuori. E ritornammo a vivere. Lo lasciammo riposare e ci riunimmo come una vera famiglia intorno al tavolo della cena stanchi e provati da quella lunga attesa che non sapevamo come si sarebbe conclusa. Ognuno di noi temeva che un’altra morte ci stesse guardando. Moreno Valentich riprese il suo vagabondare pensieroso, con noi che l’ascoltavamo. “Il governo egiziano aveva in passato posto un divieto per gli europei di spingersi al di là delle mura. Ma la nostra penetrazione nell’Africa è segnata dal commercio. Aprire nuove strade, aprire nuovi mercati. Non è stata la curiosità geografica a spingere i bianchi a superare il limite e ad andare oltre nella ricerca di nuovi territori”. I bianchi come un’orda di avidi commercianti che cercavano con tutti i mezzi di allargare la loro sfera d’azione. Le parole di Moreno Valentich erano chiare, nessun bianco era puro, lontano dagli interessi. Nella luce pallida delle candele dell’attesa 198


amorosa che Edward tornasse a vivere, pensammo tutti per un attimo e nello stesso istante al poeta. Fu lui a trafiggere con intensità il velo delle nostre tristezze. E lo vedemmo com’era, un commerciante diverso dagli altri, un eroe confuso nei suoi sogni e nei suoi vagabondaggi verso gli indigeni. Alla ricerca di qualche cosa che lo potesse salvare. Gli perdonammo tutti i dubbi che lo avevano divorato e allontanato da noi e ne sentimmo forte la mancanza. Ne vedemmo lo sguardo cupo e gli occhi severi e le braccia serrate, pronto a giudicarci. Ora che eravamo rimasti soli. Nella terra che gli aveva chiesto di rinascere.

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LA FOLLIA DELL’OGADEN

Ci parlò Moreno Valentich di quella terra. Un immenso tavolato stepposo ondulato da modeste colline e corsi d’acqua, ricoperto di boscaglie spinose e di muschio, dove pascolavano cavalli e mandrie di giovenche fino all’Argobba, un territorio costellato di tombe formate da lunghe pietre. Parlò finché non ci addormentammo tutti con le braccia appoggiate al tavolo come bambini sospesi che respiravano i fumi dell’immaginazione. L’indomani, Edward barcollante raggiunse la cucina e volle una tazza di caffè. E ci chiese di mangiare. Lo guardammo nutrirsi e sorpresi dalla cura con la quale lo faceva, addentando ogni boccone con sapienza e gusto. Arrotondava ogni morso dentro le guance e si beava sorridendo di quell’azione. Deglutendo e infine emettendo un rumoroso rantolo di digestione, che fu per lui un gesto dissacratorio contro la morte, raccontò ai nostri occhi, che avidi da tempo lo scrutavano in attesa di sapere, dell’Ogaden che gli passò sulla fronte come un sogno dipinto. “Ho visto lunghe file di cammelli mangiare la sabbia a grandi passi, imponenti come statue impresse tra cielo e terra; a centinaia sfioravano l’orizzonte, lo cancellavano e sparivano per far sì che la terra riprendesse la sua precipitosa rotondità. Ma non finiva nel nulla la lunga colonna, perché i cammelli trascinavano un allegro svolazzare di nuvole nere di struzzi selvatici. I colli sottili e lunghissimi, l’addome vaporo200


so accarezzato dal vento, stretti ai cammelli da un esile filo. Le loro cosce sforbiciavano l’aria ad ampie volute, sicché erano rapidi nell’inseguire la carovana, ma lievi nel movimento come piume sparse al vento. Ogadini coperti di mantelle colorate pattugliavano gli armenti a cavallo, preziosi nel loro turbante di mussola, serrato alle insidie del vento da un filo dorato. Nella sacerdotale nudità dell’altopiano ogadino la natura è preghiera e il loro unico dio è Allah. Sulla spalla portano la sigada, il tappetino per pregare, sull’anca una sciabola e una borraccia per le abluzioni e in mano un bastone e una piccola lancia. La loro vita scorre tra il sorgere del sole e le razzie della notte. La natura ha donato loro gazzelle, antilopi, giraffe, rinoceronti, ippopotami e coccodrilli, buoi con la gobba e cammelle da latte. In ogni villaggio vi sono struzzi protetti dal vociare intenso di bambini e da mani che li accarezzano pieni di meraviglia. Graffiano la polvere e trafiggono il cielo con i loro lunghi colli in attesa di morire”. L’Ogaden si dipingeva ai nostri occhi come un paradiso, ma rimase solo pochi secondi ancora sospeso tra una preghiera e un assassinio; sembrò d’un tratto che un ricordo avesse colpito Edward così fortemente da farlo impallidire. Riprese a parlare e la voce gli si mutò, ché più non era affabile, ma dura e metallica, e senza spiegare iniziò un altro discorso emerso da chissà quale contrada della sua mente: “…Aveva il vizio di pavoneggiarsi della sua veste europea e di avanzare in mezzo alle genti baldanzoso. Offendeva le loro usanze a ogni passo. Le guide somale erano costrette a vestirsi all’europea. E quando era stanco, si lasciava trasportare dalla violenza e ciò accadeva spesso, perché era vittima del bere oltre la sete…” “Di chi sta parlando?”, chiese il console. “…di Gallieni!”, replicò Edward fissando il vuoto della stanza e non i nostri occhi. Edward aveva ripreso con quella risposta secca il suo tono di inglese che non ammette repliche. “Marciava attraverso l’Ogaden come se andasse alla conquista del paese da solo, ostentava i suoi mezzi, le sue scienze e i suoi sestanti. La 201


voce della sua presenza aveva raggiunto tutti i villaggi come l’eco di una meraviglia e la gente si metteva in viaggio per giorni pur di vedere l’uomo bianco più potente del cielo. Ma le tribù dell’Ogaden legano la loro anima alla giustizia. Il mio peregrinare era fitto di timore e attenzioni. Non osavo sfidare le tribù e finsi di essere un pellegrino, mi comportai come uno dei tanti seguaci del profeta. Tenevo tra le mani Il Corano. E mentivo sul mio nome, facendomi chiamare Adj-Abdallah”. “E Gallieni?”, chiesi io ripensando alle lettere terribili che il fratello ci aveva letto. “È morto”. “Io…”, disse ergendosi sulla sedia. “…Ho assistito… alla sua morte”. Lo disse con voce carica d’orgoglio, come un uomo che ha retto la prova della sua vita. La pietà era in quel momento lontana dal suo cuore. Vi era al suo posto una grande comprensione per le genti offese, oltraggiate dal popolo europeo. Un brivido come di spossatezza mi strappò alla dolcezza ritrovata dell’avere Edward vicino, ancora in vita. Un’altra morte si era posata su di noi. Tacemmo e l’unico sommesso movimento che agitò l’aria fu un respiro teso, appena trattenuto. Ebbi l’impressione che tutti fossimo aggrappati alla nostra vita, pronti a cacciare la nuova morte dalla nostra casa. “Nella località di Bir el-Fut…”. La voce di Edward si fece rabbiosa e gli occhi quasi acquosi per la tensione delle parole gravi che stava pronunciando. “È morto per sua unica colpa, massacrato con i servi dagli indigeni che lui disprezzava. Gli indigeni temevano che fosse una spia degli egiziani e perciò lo hanno ucciso sotto i monti Goggiar a un giorno di marcia dallo Wabi, Uebi Scebeli, il fiume che avrebbe voluto esplorare e che ormai gli era tanto vicino”. Le mani gli tremarono perché la memoria senza indugio lo condusse al cuore del racconto. “…La sua testa pendeva dalle mani del capo della tribù dei Rer Ugas Koscen. La teneva alta su di noi, brandendola per i capelli, che grondavano sangue. Gallieni aveva urlato pieno di rabbia contro la spada del capo. Ma quella spada è caduta su di lui rapida come un fulmine a tranciargli ogni verbo”. Poi la voce gli si fece scura, densa di pietà. “Prima che la 202


spada cadesse sul suo collo aveva le pupille spalancate. Ma non era stupore. Anche se sono certo che nella sua vita non aveva mai visto così da vicino la morte. Il capo l’aveva fatto inginocchiare, cacciandogli la testa sulla sabbia. Non capimmo che cosa avesse in mente. Finché non vedemmo alle sue spalle brillare la lama della spada e abbatterla con foga sul collo, tagliandone le radici. Indi la raccolse stringendola forte per i capelli, mentre quella, ribellandosi alla morte, andava imbrattando la terra di rivoli rossi. E andava urlando nella sua lingua e non smise di urlare per lunghi minuti contro di noi”. Un respiro unico esalò dalle nostre anime. La compassione e l’orrore per ciò che stavamo per sentire. “La sua testa aveva occhi fieri come non fosse stato consapevole di ciò che era accaduto e le sopracciglia sollevate, profonde rughe si incanalavano attorno agli occhi e la lingua che gli si era gonfiata a dismisura gli spuntava tra le labbra che incorniciavano la bocca aperta sul volto livido”. Un secondo respiro più corto bagnò le parole di Edward che aveva occhi dolenti che strappavano il pianto. E Florence appena trattenne il dolore con le mani sul volto. “Rimase la sua testa a lungo nelle mani del capo e una minaccia oscura pesò su di noi, finché la pelle non scolorì e non si irrigidì nella morte che tardava ad accarezzare le sue vene. La testa nell’aria sospesa palpitò a lungo, perché troppo veloce ne era stato il distacco”.

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UN POPOLO CHE MUORE

Il villaggio di Ejarsa Gora era unito a Harar da un sentiero lungo cinquanta chilometri, dove la terra aveva il colore del sangue secco e i villaggi erano protetti da recinti di euforbie a candelabro. Su quella terra crescevano il caffè selvatico, i fichi, le olive e l’aloe e il profumo dei fiori era inebriante. Sull’altopiano pascolavano piccoli e nervosi cavalli somali. Lassù a Ejarsa Gora l’aria era ancora più pura che a Harar e Makonnen vi aveva stabilito una delle sua case. Era quella la dimora che gli permetteva di distogliere il suo sguardo dalle epidemie e dalla fame che stavano divorando il Paese. La gente moriva e cadeva per via o nei boschi, intorno ai recinti delle moschee e nelle chiese di Addis Abeba. Ma la sepoltura fu per i morti un lusso. I bovini erano quasi scomparsi e nonostante il divieto della legge islamica la gente si cibava di carne impura. “Di che cosa l’un l’altro si domandano? – Dell’Annuncio Massimo – sopra il quale discordano. – No! Che presto sapranno! Non abbiamo fatto della terra un’amaca – e dei monti pioli alti – e voi creammo a coppie? E riposo v’abbiam fatto del sonno – e della notte veste che vi copre – e fonte di vita del giorno. – E sopra a voi costruimmo sette saldissimi cieli – e v’abbiam posto face fiammeggiante – e acqua copiosa abbiam versato giù da spremute nuvole con cui far germinare grani ed erbe e giardini folti. – In verità il giorno della Decisione è fissato”. 204


I miei pensieri corsero a Khadija, ma non trovai in quei giorni il sentimento e la forza per cercarla. Fu lei a venire un giorno, messaggera di dolore e pietà. Il lutto nel quale viveva l’Etiopia, dopo i due morti che avemmo nella nostra comunità, era scivolato come un velo sacrificale anche su di noi europei. Sentivamo la carestia come una presenza capace di gettare una colata di pece nera sul nostro vivere che fino ad allora era stato pieno di ardimento. Sentivamo per la prima volta l’inutilità di tutto il nostro sapere a fronte di quella miseria che non potevamo intaccare nemmeno infiggendovi con forza le nostre unghie. Nessuno più parlava del futuro. Né Moreno Valentich mi parlava più dei commerci, nè io riuscivo a pensare a qualcosa che avrei potuto fare. Rientrando dalle mie peregrinazioni per la città, uno di questi tristi giorni mi ritrovai nuovamente di fronte Khadija. Nel cortile con mestizia mi attendeva. E fu un angelo per incanto apparso dalle viscere della terra col bel corpo avviluppato dalla spirale candida del mantello bianco. Poggiava i sandali tra i sassi e la sabbia, e la sua figura era affusolata e prigioniera delle volute del velo, fattosi rosa al taglio della luce del pomeriggio. Teneva stretto per mano un giovinetto che quieto stava al suo fianco. Erano due figure cariche di pietà, sbalzate nel chiarore delle vesti che davano lucentezza vibrante e consistenza carnosa ai colori del mio cortile e li esaltavano al loro passare. Una sciarpa color glicine le stringeva i capelli neri, trattenendoli in una immobilità dolente e nell’auspicio di una visione prodigiosa e veemente che veniva ad annunciare tristi novelle, se non fosse stato per il lembo di un broccato aranciato che sfuggiva ai legacci del mantello e squillava su quella figura sublime. Scuoteva il colore la tristezza di quel dolente e pietoso sodalizio di donna e bambino, che si era appena fatto adolescente. Ai colpi del vento i loro manti si erano incrociati e stretti insieme in un abbraccio compassionevole. I loro corpi sembrarono unirsi in un trasporto castissimo di cui anch’io fui partecipe. Era lui un adolescente e insieme un maestoso giovinetto, 205


coperto da un mantello nero sul quale correvano preziosi ricami. La veste setosa e lucida gli copriva le spalle piccole e il corpo mingherlino. Su quegli omeri minuti la natura aveva sbozzato una testa eccessiva, vicina ad essere mostruosa e orecchie troppo grandi che, se non fosse stato per il potere che sprigionava il volto, lo avrebbero pietosamente segnato come uno storpio. Sicché prendevano ancora più brillantezza due occhi grandi e dolcissimi che scivolavano sul volto al termine di una fronte capace di suggerire una purezza incontenibile, simile ai più trasparenti cieli di primavera. L’autorità che sprigionava dalla sua figura lo accarezzava con benignità e seduzione, nonostante l’età. Si portava a fianco di Khadija come contenesse un segreto e lui ne fosse il custode irremovibile. Khadija mi guardava supplicante, ferita e ansiosa di parlarmi. Le labbra le tremavano fortemente e gli occhi luccicavano di lacrime trattenute e sprigionavano raggi simili ai bagliori di una lanterna nell’oscurità di una stanza. Eccitato dall’ammirazione chiamai Giammah ché mi traducesse le parole che tanto le urgevano dentro. Non potei fare a meno di smarrirmi nella sua visione, prima ancora che le parole scorressero tra noi. “La mia, la nostra gente sta morendo”. Ebbero quelle poche parole la voce maestosa dei corni che spezzano le quiete verdure del bosco per cospargervi l’inquietudine dell’inizio della caccia. Risuonò quella notizia come un richiamo, una supplica alle forze benefiche della natura. Ma un lesto essere diabolico corse a gettare all’aria ogni ordine portato dalle celestiali figure della donna che amavo e del bambino che non conoscevo. “Gli uomini si mangian l’un l’altro”, sussurrò piano per proteggere il bambino adolescente che mite attendeva. Khadija aveva preso la voce di una profetessa ispirata dagli dei. Le sue parole, scritte su foglie consegnate al vento perché giungessero nei lontani cuori dei bianchi, volavano su di me. “I contadini abbandonano i campi. Le locuste, i bruchi e i topi divorano ogni erba che cresce sola, senza più l’aiuto dell’uomo”. La testa d’aquila di un genio alato e adorante, inginocchiato di fronte a me, fu augure dell’apoteosi della sera che infelice arrivava a nascondere al 206


mondo le nefandezze dell’uomo carpito dalla fame. “Una donna dell’Uollo ha mangiato sua figlia”. Quel genio sorreggeva un’anforetta, quasi un’urna, padrone di vita e morte, entro la quale l’umanità avrebbe trovato rifugio in un tempo sconosciuto a ognuno di noi. E una falange di angeli armati, dagli scudi e dai mantelli rossi e i calzari rosa, i capelli biondi torti su un diadema dorato come l’aureola, calpestò le dense fluttuazioni fumose delle nuvole dei cieli dell’Etiopia. Brandiva la folta schiera di angeli una lancia e d’un tratto la punta della lancia spinse verso il cielo una veste dorata e tempestata di pietre preziose e oro così enfiata dal vento da sembrare piena, quando invece niun corpo le dava consistenza. Seppi più tardi che un genio malefico aveva indossato quelle vesti dorate e meravigliose per cibarsi della carne palpitante dei suoi sudditi. Si spense la visione e lo squillare precipitoso degli ori si sciolse in una fila di lacrime trasparenti che andavano perdendosi sopra gli scudi sbalzati di rosso. E il diavolo nuovamente fu tra noi. Avido della sua saliva, egli andava divorando il suo io, stretto nella ritenutezza di un fasciame robusto. Andava consumando le sue membra con lodoleschi trilli e gli occhi di una vipera, guizzanti in una raffinatezza sgangherata. Da lontano gli occhi degli angeli fattisi oblunghi a raggiungere le tempie, profondi occhi piangenti, le labbra piccole e strette nella mestizia del dolore, gli scudi abbandonati sulla terra, assistevano alla messinscena dei geni del male. “Leoni, leopardi e iene non possono fare altro che divorare gli uomini. Per farlo si ergono sulle zampe posteriori, come creature umane. I loro occhi scrutano gli occhi degli uomini privi della pudicizia che il Signore ha regalato alle due specie”. Suonò un citaredo la soave musica della natura e un flauto fece cadere le sue note a goccia sugli eucalipti e le euforbie, facendo scorrere la melodia tra gli alberi. Andava quella melodia affascinando le bestie feroci che venivano per ascoltare e così cadevano nella rete tesa dagli uomini. E la malvagità regnò sovrana senza che niuno potesse scalfirla. Khadija continuava sommessa a svelarmi il suo verbo. 207


“Menelik per salvare la sua gente ha aperto i granai imperiali e ha confiscato i cereali che i proprietari avevano nascosto in cisterne sotterranee. Egli stesso è corso a zappare la terra e a liberarla dagli sterpi”. Tacevo. Incerto se colei che mi stava davanti nella sua sacerdotale profezia non fosse in realtà che una medusa ambigua, malvagia dalla duplice natura, umana e ferina. Tacevo e meditavo. Giunsi nell’agitazione del momento le mani una all’altra. Al silenzio di Khadija, Giammah pietoso replicò con le parole del Corano, dalla sura del Terremoto, lasciandomi sgomento sul significato di quella visita. “Quando sarà scossa di scossa grande la terra – quando rigetterà i suoi pesi morti la terra, – e dirà l’uomo: ‘Che cos’ha mai?’ – In quel giorno la Terra racconterà la sua storia, – ché gliela rivelerà il Signore. – In quel giorno gli uomini a frotte staccate verranno a mostrare le opere loro. – E chi ha fatto un grano di bene lo vedrà. – E chi ha fatto un grano di male lo vedrà”. Le parole dei Vangeli in me dimenticate tentarono di trovare una risposta. E la trovarono nelle parole di san Paolo. “Se parlo le lingue degli uomini e quelle degli angeli, ma non ho carità, sono un bronzo che risuona e un cembalo che tinnisce”, così recitavano i sacerdoti che avevo udito nella mia infanzia nelle chiese odoranti di incensi che a volute salivano agli archi dei soffitti affrescati e carichi di ori, sparsi dai chierichetti con gesti rituali che a volte invidiavo e altre detestavo, sino a provarne nausea. E un piccolo tamburello di cartapesta decorato da sonagli, battuto da nocche e palme di mani candidissime, si agitò allegro e festaiolo, e andava nella mia immaginazione emettendo un suono che si intensificò sino a perforarmi le orecchie tanto che dovetti coprirle con le mani. Un cembalo tinnì per me solo, emettendo un suono incessante, un suono che si fece ossessivo e angosciante. Che significava? Che la mia infelicità suonava vuota come il cembalo di san Paolo? Proseguivano le sue parole nelle lettere: “…e se ho la profezia e conosco tutti i misteri e tutta la scienza e se ho intera la fede da spostare le montagne, ma non ho la carità, 208


nulla io sono”. Nulla io ero. Il tamburello aveva ripreso i suoi trilli brevi e squillanti, sino a quando i volti dei miei amici d’Africa apparvero come maschere. Risa alte esplosero dentro la casa. Se n’erano andati da quella terra e dalla gente color bronzo, che impenetrabile amava e uccideva. Che cosa erano venuti a fare? E lei, Khadija? Non sapevo più se mi fosse amica o nemica o che io facessi colà. Ora la donna di bronzo, la donna la cui bellezza aveva saputo entrare nel mio cuore più di chiunque altro al mondo, era venuta per parlarmi della fame come di una profezia. Mi distendeva davanti ciò che sino ad allora avevo evitato di guardare. Ma che cosa voleva da me? Io non possedevo la carità. “…Le profezie si dissolveranno, le lingue si cheteranno, la conoscenza si dissolverà, poiché la nostra conoscenza è parziale e parziale è la nostra profezia”. Il verbo di quella donna annunciava il mistero di ciò che accadeva. Era, la sua, una parola ispirata. Ed essa la andava ripetendo. “Una donna ha mangiato sua figlia. Ecco ciò che rimane di questa madre. Suo marito l’ha uccisa come si fa con un capretto per cibarsene. E per la fame le bestie feroci alzano le loro zampe sulle spalle degli uomini e li guardano negli occhi, come non avrebbero dovuto mai fare”. Khadija ripeteva come una cetra, come un liuto quelle parole fino a farle tinnire, dense, orrifiche, fino a svuotarle e scarnificarle. Fame e carestia danzarono avanti a me la danza macabra e vuota della morte che di tutto può fare festino folle e iroso. “La fame lei la vedrà ogni giorno, dovrà imparare ad accettarla se vuole rimanere”, Moreno Valentich ribatteva la sua verità e se ne faceva profeta. La bellezza di Khadija che mi aveva sedotto si era incarnata in quella fame, era dentro quella verità. Avevano recitato i sacerdoti della mia infanzia parole vuote che ora diventavano straordinariamente chiare. “…Ma più grande di tutte e tre è la carità”. Seppi in quel momento che cosa fosse la carità, qualcosa che non avevo mai conosciuto, qualcosa che forse avevo sempre mal compreso. La sterilità del mio intelletto si era arresa e aveva aperto porte infinite ai significati della vita. 209


Mi chinai e le presi le mani che dolcemente teneva ai fianchi, lasciato il ragazzo alla sua solitudine, e gliele sfiorai con le labbra. Le lasciò tra le mie poi di colpo le ritrasse, nascondendole sotto la futa e riprendendo la mano al piccolo. Era di nuovo l’ora del muezzin e Khadija corse via come una puledra, trascinandosi il giovinetto e il suo mantello nero che rimase sospeso nell’aria del cortile, con la grande testa rivolta all’indietro e gli occhi pungenti, fissi a scrutarmi. “Per le puledre veloci, correnti, anelanti – scalpitanti scintille – gareggianti a corsa di primo mattino – suscitando polvere a nembi – nel pieno della turba nemica! In verità l’uomo è ingrato verso il suo Signore, – ed egli stesso ne è testimone, – feroce d’amore dei beni terreni. – Ma non sa che quando saranno sconvolti i morti nei sepolcri, – quando sarà portato alla luce quel ch’è fondo nei cuori, – che quel giorno il Signore saprà tutto di loro?”

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I DUE PRINCIPI

Ligg Jasu, l’erede al trono, estrasse un pezzo di carne cruda che aveva nascosto tra le pieghe del mantello e lo addentò vorace, quindi lo nascose nuovamente sotto gli abiti, per non farsi scorgere dall’abuna. Nella fretta, sul mento gli rimase un rigo di sangue. Riprese a pregare con il medesimo ardore con cui aveva morso il brandello di carne. Era il periodo del digiuno, uno dei tanti che la chiesa etiopica esigeva dai suoi fedeli. Per Ligg Jasu violare la proibizione era diventata un’abitudine che lo riempiva di godimento e lo faceva anche durante la danza rituale. La sua carne giovane, ogniqualvolta si nascondeva, si faceva palpitante di piacere. Né lo intimorivano le domande dell’imperatore, nemmeno quel giorno, quando finita la cerimonia, gli aveva chiesto il perché avesse quella ferita rossa sottile sul mento ed egli, guardandolo mestamente negli occhi, aveva recitato la menzogna e detto di avere un forte mal di denti. Vi erano due piccoli principi alla corte di Addis Abeba, stavano crescendo in fretta e già in loro l’anima dava segni delle diverse predilezioni che andavano rafforzandosi in direzioni completamente opposte, nonostante entrambi fossero cristiani. La terra aveva concentrato su di loro tutte le sue energie creatrici e distruttrici, separandole però l’una dall’altra con una ferita così netta che la storia del Paese ne fu segnata ine211


sorabilmente e totalmente, sia nel Bene che nel Male. “Io mi rifugio presso il Signore dell’Alba – dai mali del creato, – e dal male di una notte buia quando s’addensa…”. Del principe ragazzo Ligg Jasu, segnato da sfrenati appetiti sessuali, dalla crudeltà e dall’arroganza, ci parlò a lungo Moreno Valentich, perché dopo la morte di Enrico Gallieni narrata da Edward era incontenibile in lui il bisogno di scavare nella storia del Paese che ci ospitava e ce ne faceva partecipi. Ligg Jasu, il principe arrogante, viveva alla corte nascondendo la sua vera anima. “Era apparso un giorno al suono dei corni a una nota in cima ad una collina il grande esercito, una ciurmaglia di soldati eccitati, che aveva accolto con grida di guerra e colpi di fucile in aria il fitaurari Hapta Giorgis. Al suo fianco su un cavallino arabo scalpitante l’esile figuretta del piccolo erede al trono splendette funesta sul futuro dell’Etiopia. Il principe arrogante indossava calzoni bianchi e camicia e cappello viola e un mantello rosso e oro. Ed aveva appena sedici anni”. Ligg Jasu era di una bellezza ineffabile, né v’erano parole per descrivere quel volto armonioso, le guance tonde di fanciullo cresciuto bene e quieto che racchiudevano due occhi neri, grandi come il sole e due labbra gioiose di essere al mondo pronte a baciarlo e osannarlo. Tutto in lui dichiarava la benignità di Dio. Il suo fisico trionfava dentro un abbigliamento imperiale che lo faceva assomigliare ad un idolo sacro che incute timore e rispetto, capace di dispensare doni e punizioni. In una preziosa foto, che Moreno Valentich ci faceva vedere quasi ogni sera, come un rituale, contemplavamo il giovinetto sontuosamente addobbato di ori, sete e broccati che dalle spalle gli ricadevano abbondanti a terra. Sul capo aveva una tiara cilindrica, alta e vescovile nell’aspetto, tempestata di gemme e possente nelle forme. Non un graffio incideva la sua fulgente bellezza, che era tale da suscitare invidia a qualunque creatura avesse occhi per guardare. Nulla faceva intuire ciò che covava dentro l’animo e ciò che il destino andava dipanando. Un solo infinitesimo detta212


glio poteva aprire la strada alla verità e indurre a sacrosanti timori sulla santità di quella figura, destinata all’incarico supremo di imperatore. Le vesti che indossava pesavano con eleganza sulle sue pur ampie spalle, ma a guardare bene le spalle cedevano impercettibilmente al peso dello sfarzo. E a insistere nello scavare nella figura che il dipinto aveva fissato in un tempo fatto di eternità, le vesti nella loro ampiezza pareva quasi tentassero di cancellare il giovane al mondo, imponendogli il peso di una fastosità sontuosa e magnificente che scarnifica e inghiottisce. Quella pompa alla fine manifestava i veleni dell’alterigia e della vanagloria e il seme maledetto dei vizi più atroci sconosciuti ai più. Quel manto sul principe adolescente sembrava volesse carpirselo per portarlo nell’artifizio che si fa inganno e frode. In mezzo a tanta velata atrocità, non appena si poteva distogliere lo sguardo da questo svelamento, il volto si imponeva a chi lo guardava per negare tutto, in una generosità naturale e schietta. Lo sguardo suo, imperialmente soffuso di straordinaria e ragionevole equità. I racconti di Moreno Valentich si fecero stringenti e occuparono tutte le nostre serate, empiendo la nostra fantasia di curiosità e dubbi e malesseri e timori. Talvolta sopraffatto dalla magnificenza dei racconti ricompariva ai miei occhi il mare collerico e selvaggio di Livorno, la mia Livorno aspra e diletta, così sospesa tra le due coste. E rivedevo il porto, dove sempre ristagnava e ribolliva l’onda degli immigrati a cui guardavo con animo indifferente. Non sapevo che, in un modo o nell’altro, anch’io ne avrei fatto parte. Livorno mi giocava dentro arruffata e il mare spumava colpi di maestrale che mi portavano il profumo delle tamerici che macchiavano la costa. Livorno come Harar, entrambe sospese; l’una con l’anima presa dai verdi scuri delle coste più rigogliose e dai blu profondi del mare; l’altra lacerata dalle contese tra bianchi e neri, terra di conquista ai margini del mondo civile. Era un pietoso peregrinare alla terra mia, un bussare di velluto alle porte della nostalgia. Allora al cuore mio oppresso dai racconti di Moreno Valentich accorreva Pisa spaziosa e chiara, felice del sapore di 213


mare, di verde e di frescura che il vento le portava dalle pinete. Pisa sospesa tra la vita sotterranea delle acque e quella alta dei cieli marini. Ritornavano a frusciare le fronde dei platani che nelle giornate calde soffiavano un venticello intriso di geni insonni e animosi. Con esse il vento mi portò anche il dimenticato Trionfo della Morte, perché sino a quel momento mi ero scordato dell’affresco del camposanto gotico, del duello e dell’amico che avevo ucciso. Lontano, nell’incipiente profezia della fame che stava divorando Harar e le sue cinque porte e i suoi pinnacoli di fede, precipitavo nuovamente nel fatto che una morte mi aveva condotto sino a lì. La morte segnava la mia permanenza. La morte e la vita mia, bramata e salvata dal dondolio dei flutti franti da una barca che mi aveva portato lontano dalla prigionia. Ancora la morte sul mio cammino, perché la profezia di Khadija di questo parlava e lei ne era la muta sacerdotessa, venuta a supplicarmi. “Per la Stella, quando declina! Il vostro compagno non erra, non s’inganna – e di suo impulso parla. – No, chè rivelazione rivelata, – appresagli da un Potente di Forze – sagace, librantesi – alto sul sublime orizzonte! Poi discese pendulo nell’aria – s’avvicinò a due archi e meno ancora – e rivelò al servo Suo quel che rivelò. – E non smentì la mente quel che vide. – Volete voi dunque discuter quel che vede? – Sì, ei già lo vide ancora presso il loto”. Il loto coperto di fioritura miracolosa d’angeli. Il giuggiolo senza spine coperto dei suoi fiori e dei suoi frutti. Amaro e rosato insieme. L’albero della profezia. Ricevetti in quei giorni alcune lettere di mia sorella. Arrivarono in un grande pacco tutte insieme. Solo la morte, pensai, era corsa veloce e il suo annuncio, quello dell’eccidio della scorta, arrivato dentro le mura di Harar con i corrieri più veloci di Mercurio. Nelle lettere, che tenevo tutte sparse sul divano del soggiorno per averle sempre sotto i miei occhi, Ottavia aveva nascosto un fiore secco. Imprigionato tra due foglie di palma, aveva messo un giglio. “Ti regalo il fiore della purezza, che solo qui posso amare. In mezzo a queste rocce nere ha per me una purezza ancora più estrema, amo il suo bianco. Non splende come nei nostri campi spontaneo, pro214


fumato, puro e immacolato, il giglio simbolo di Cristo. Qui è raro, introvabile; questo, che ti mando, è stato un dono della mia fantesca. Un giorno me lo consegnò nascosto tra le garze che aveva lavato e asciugato per me. I gigli ornavano il tempio di re Salomone. Il suo languore mistico mi riporta dentro le nostre chiese. Mancano a te, come a me? Quando torneremo a pregare tra i nostri fiori? Scrivi, presto. Le tue lettere mi faranno soffrire prima di arrivare”. Nella pagina che racchiudeva il giglio, una freccia mi spinse a proseguire. “Post scriptum. Appena trascorsa la stagione delle piogge, diventerai zio. Aspetto un bambino. E non so, non sono sicura, ma non mi dispiacerà se nasce ai piedi delle rocce scure che imprigionano il giglio di Aden. Scrivi! Presto”.

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L’ASSEDIO DELLA FAME

V’era un tesoro nei sotterranei dell’elfin, il palazzo di Menelik ad Addis Abeba, carico di lingotti d’oro. Ma nessuno sapeva dire dove fosse. Era la stagione delle piogge e non vi erano ponti sui fiumi che dividevano l’accampamento del ghebì, fitto di capanne per i cortigiani e per l’imperatore. La città si trasformava in un lago acquitrinoso, freddo e malsano, da cui la popolazione, sotto la pioggia sferzante e a dorso di mulo, fuggiva. Restavano a dominare la terra che si imbeveva d’acqua come un assetato le iene spazzine, le cui razzie erano avvolte dagli acri fumi dei fuochi che bruciavano la legna degli eucalipti. La sera che ci avevano colpito, tristi ancora per le morti ci riunivamo, Florence, Edward e Valentich; la carestia aveva steso su di noi una opacità che ci impediva di correre alla scoperta della terra che intorno ci circondava con i suoi misteri e le sue bellezze. Vivevamo rinserrati entro le mura, imprigionati dalla ragnatela dei racconti di Moreno Valentich, che andava recitando la storia di quei giorni come fosse la sua stessa storia. Catturava la nostra attenzione e la trasferiva sulla tela del grande affresco che andava facendo del potere che avrebbe graffiato l’Etiopia e reso più difficile per gli italiani costruire le bramate colonie. “I ras depredano le campagne come locuste. Walda Giorgis ha trasferito dall’Uollo cinquantamila capi di bestia216


me e non si è preoccupato che due terzi di essi morissero. Ha permesso che tutti gli animali che non erano in grado di compiere il viaggio potessero essere mangiati sul posto. I suoi soldati hanno azzoppato e tagliato i garretti e trinciato porzioni calde della loro prediletta carne palpitante”. La pietà scivolò dentro i rivoli di sangue che correvano lungo la strada macchiata dagli umori usciti dai garretti recisi delle bestie e si mescolò alla fame dei più poveri. Il bambino, che muto aveva accompagnato Khadija alla mia porta, era nato nella vallata fertile di Ejarsa Gora, in una casa di fango e canne. Una grande vetrata accoglieva le arie buone della valle che cacciavano l’afa e le febbri che malversavano la città murata fattasi urna di troppi morti. Sotto quella veranda il padre, il governatore di Harar, ras Makonnen, riceveva lamentele e tributi dai suoi cittadini e al fresco della sera si concedeva il tej sacro. Le loro chiacchiere erano consacrate dal volo di corvi e avvoltoi. Il giorno in cui era nato il figlio la pioggia aveva dato il suo augurio con lampi e tuoni e scrosci torrenziali. Gli erano state unte le labbra con il burro e i festeggiamenti erano stati grandiosi, con canti e carni crude per due notti. Due mesi dopo il bimbo fu condotto a Harar per il battesimo, con un solenne corteo che affondò i piedi nei sentieri maciulenti di fango rosso. Il piccolo viaggiava su una lettiga coperta da un baldacchino d’argento, protetto dagli sguardi dei fedeli del ras, pavoneggianti la loro bellezza in camicie colorate e pelli di leone e leopardo, gettate con felinità sulle spalle, e fucili che sparavano senza fermarsi. Le donne gridavano la festosità con grida gutturali, che ottenevano impastando la lingua contro il palato in un arrotolamento che era un precipitare dentro le viscere della terra. Per pochissimi attimi, tra un brontolio e l’altro, la valle aveva smesso di fremere al maltempo e assisteva incantata alle voci che salivano alte dalle rosse gole. Come un rimboccare di nuvole sbattute da una sontuosa tempesta che a palme aperte giocava a far vedere la sua inarrestabile energia. Il bambinello rosso per gli schizzi 217


della terra fu preso tra le braccia alle porte della città murata, che ancora giaceva infelice nelle spire della fame e delle malattie, da un padre che stentava a restare prigioniero della sua abituale cerimoniosità. Il ras aveva ringraziato Iddio nella chiesa di Maria e i suoi occhi di amhara, sempre densi di quell’insopprimibile malinconia che distingueva il suo popolo, per la prima volta brillarono, sfidando il sole. Nessuno poteva immaginare quanto quel bambinello avrebbe superato il padre in equilibrio e saggezza. Quanto i suoi nervi sarebbero diventati freddi e inerti come l’acciaio di fronte alle congiure dell’impero. Il bambino nato a Ejarsa Gora era cresciuto prendendo dal padre un portamento dignitoso e sacerdotale inspiegabile per la sua età. Ne aveva rapito il volto intriso di fede e mistero, la fissità delle labbra e degli occhi che sembravano assistere a ogni attimo ad avvenimenti straordinari per i quali aveva ereditato sin dalla nascita una consapevolezza che emanava dal suo fisico e che solo le età più mature solitamente possedevano. Ligg Jasu, al contrario, era pieno di capricci e ossessioni, che la corte coltivava come un sacro rituale. Di notte, armeni, greci, turchi e abissini lo incoraggiavano alle orge e, di giorno, lo conducevano alle peggiori razzie. Il giovinetto era avido di cacciare schiavi che rivendeva ai dancali e ai somali. La sifilide, che aveva preso dalle donne che la regina Taitù gli aveva fornito, stava lentamente ledendo i suoi organi interni. Ed egli nulla faceva per curarsi dal mal del coito. Ogni sua giornata iniziava con delle fustigazioni cui assisteva come un drogato. Le dancale più belle le faceva tenere in serbo per i suoi bisogni sessuali che erano in lui fortissimi e precoci. A Ligg Jasu piaceva vedere scorrere il sangue. Un giorno una ragazza, vedendolo dondolare il fratellino per i piedi e poi fracassargli la testa contro le rocce, gli affondò le unghie sulle guance. Egli si infuriò e la fece legare a terra e frustare alle natiche, poi rimase su di lei, mentre i suoi uomini la violavano. Non fu sazio della vendetta e con la spada le fece volare via i seni e la lasciò dissanguata sotto il sole. Fu un soldato della scorta che uccise la giovinetta mosso da pietà. “È vicina 218


l’Ora: si è spaccata la Luna! Nel nome di Dio, clemente e misericordioso!… e stritolati saranno i monti”. La città di Addis aveva l’aspetto di una devastante anticamera della morte. Ma tra gli abitanti, coloro che riuscivano a sfuggire al morbo del vaiolo ne avevano per contrasto esaltata la bellezza. Lontano dalla fossa che accoglieva i resti dei moribondi era uno sbocciare di donne dai profili ben disegnati, di grandi ed espressivi occhi, di bocche caucasiche. Coloro che il morbo non faceva ammalare parevano ancor più belli nella morte incipiente che divorava la città. Era come se qualcuno avesse voluto preservarli, donando loro la salute e con essa una avvenenza ancora più fulgida data forse dalla consapevolezza che il caso aveva assegnato loro il destino di sopravvissuti, anziché di segnati dal morbo. Un mantello di seta nera con bordi d’oro sotto una profusione di tela bianca che avrebbe fatto l’invidia delle dame di corte più viziose, stivaletti appuntiti, un cappello da quacchero e un fazzoletto di seta annodato dietro la nuca distraevano da uno sguardo fiero e sicuro di sé e da un volto tondo che sapeva godere dei benefici della vita: l’imperatore Menelik beveva il suo tej a sorsate da una coppa di corno e ognuno dei suoi servi reggeva una caraffa coperta da un drappo di seta. A sua disposizione aveva cesti di engera fumante e abbondante wat, la spezia rossa piccante. Ma prima che egli affondasse le labbra e serrasse i denti sul cibo, un cortigiano svolgeva le mansioni di assaggiatore ufficiale e si chinava sul pasto e serrava le sue mascelle deciso, masticava intensamente il boccone e attendeva il suo destino, quieto e rassegnato. Un veleno avrebbe potuto falciargli la vita. La sua, al posto di quella dell’imperatore. Stentorei squilli di oboi fuori dal palazzo cercavano di frangere la rumorosità della corte che banchettava. La passione irrefrenabile per la carne cruda era causa di vermi per Menelik, per la regina Taitù e tutta la corte. Le cure continue di kusso, la radice medicinale di un albero che faceva le veci di un potente vermifugo, non bastavano a sanarli. Durante i festeggiamenti le tende del ghebì e i muri del palazzo imperiale esalavano un odore disgustante, tanto che si po219


teva pensare che avessero scavato e riempito un gigantesco pozzo nero e che stesse per traboccare. Per le strade di Harar fame e carestia avevano scatenato la furia dei ladri. E la giustizia era stata abbandonata nelle mani di esili liabascià, gli adolescenti a cui il popolo attribuiva poteri insondabili, intontiti da misture di droghe, giravano come rabdomanti. A loro spettava il compito di condannare e accusare. Era in città un vagare di ragazzetti magri dalle teste allampanate e i tratti scavati dal bisogno, le gambette secche come rami di alberelli sul finir della vita. Era così la casualità a decidere, se lo sguardo perso dei liabascià si incontrava con gli occhi di qualche passante distratto o furtivo, questi finiva in catene nelle mani della polizia. Le notti erano divorate dall’ansimare feroce delle bestie. Nell’oscurità non si poteva sapere a chi potessero appartenere quelle forme inquiete che scavavano le strade e dipingevano ombre sotto la luna. La voce delle iene correva arrotolata a quella di cani vaganti, rabbiosi, la pelle incollata alle ossa da una miseria che non aveva più dove posarsi. La fame li segnava come creature maledette, per questo circondavano le capanne e il ghebì. Fuori della città, appena la sterpaglia si rinvigoriva, lontano dal passo degli umani, grovigli di serpenti facevano brulicare la terra, come se le forze oscure degli inferi che sempre dormono sotto i nostri piedi avessero deciso di risvegliarsi. Cani e serpenti non avevano più rispetto dei limiti imposti da Dio tra loro e gli esseri umani e si agitavano inquieti come creature diaboliche, incarnazioni terrene delle Erinni, le dee vendicatrici, crude osservatrici dei consorzi umani quando accade che scivolino lontano dalla ragione, e dominavano Addis Abeba.

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IL TESTAMENTO DEL POETA

Moreno Valentich trascorreva il tempo in ozio nella sua casa, perché i troppi morti lungo le mura gli avevano reso odioso uscire. Evitava dunque le occasioni di poterli vedere, in attesa che le cose mutassero. All’ora di cena aveva iniziato a raccontarci tutto ciò che sapeva di Harar e di Addis, dove era vissuto a lungo. Aveva sguardi pieni di preoccupazione per noi. Il suo comportamento, le storie che riversava su di noi come unguento contro la nostra angoscia, mi lasciavano in verità ancora più ansioso, disperatamente appeso ai ricordi della mia famiglia lontana, dentro i quali compariva Khadija, non per la sua fulgente bellezza ma piuttosto come un raggio divino. Era essa stessa una divina creatrice, dea dei moti dell’animo più nascosti. Una sera Moreno Valentich si sedette con l’atteggiamento misterioso di chi ha qualcosa da confidare. Non appena si fu seduto, disse: “Ho trovato tra le cose da restituire e spedire in Italia il diario di Enrico Gallieni. Ieri sera l’ho sfogliato e vorrei leggervene alcuni passi”. “Non lo faccia”, gli disse subito Florence, alzandosi inquieta. “Non è il momento”. “Lo farò”, le ribatté Moreno Valentich e si sedette, facendo cenno anche a noi di sedergli vicino. Edward stava fumando la pipa e prendendo appunti per un suo libro. Alzò lo sguardo e comandò a Florence: “Siedi!”. L’inquietudine di Florence fu placata dalle energiche parole 221


del suo compagno. Moreno Valentich iniziò a leggere: “Verso la fine del diario, egli scrive, quasi si confida: ‘…Non è miserabile, questa esistenza senza famiglia, sperduto in mezzo agli africani, obbligato a parlare i loro balbettamenti, a mangiare i loro luridi cibi, a subire le mille noie della loro accidia, del loro tradimento e della loro stupidità? I neri d’Africa? Una razza maledetta’”. Ne rivedemmo la testa mozzata, ne sentimmo le grida e ne immaginammo la paura sprofondata nelle pupille dilatate che inutilmente cercavano di fuggire alla morte. Edward corse oltre i nostri incubi e accusò: “È la nostra Europa civile, armata di ferro e di verità, d’arroganza e di cultura, detentrice della saggezza e della giustizia, fervidamente e sinceramente convinta di essere stata prescelta da Dio per dominare il mondo, per diffondere il bene e la luce. E naturalmente a portare gli infedeli e i selvaggi sulla via della redenzione”. “Carissimo Edward”, esordì Moreno Valentich “non siamo noi a uccidere. La rapacità dei conquistatori che si è abbattuta su questa terra come una nube di cavallette ha distrutto il poco benessere creato dagli egiziani e dall’emiro; ogni risorsa come per incanto si è inaridita. I sette flagelli biblici sono gli scioani, gli etiopici, semmai. Menelik riceve armi e promette agli italiani ratifiche di trattati e invii di carovane per la strada per Assab. Tutti noi pensiamo agli africani come selvaggi incapaci di organizzarsi e di svilupparsi da soli, irrecuperabili alla civiltà e al progresso. Il poeta nell’ultimo anno era precocemente invecchiato, e si era fatto più violento. Ma era capace di una sincerità glaciale e di una franchezza spietata. La sua superiorità intellettuale lo tormentava e gli procurava guai. Anche di lui conservo gli scritti che manderò ai suoi in Francia. Eccoli”. Posò un quaderno sulla tavola, in modo che tutti potessimo vederlo. Nessuno ebbe il coraggio di metterci le mani sopra. Non capivo dove volesse arrivare con quel gesto. Ma d’un tratto, con uno scarto impulsivo del cuore, quell’impulso che sa avvicinarsi alla verità e farci talvolta intuire i fatti prima che accadano, seppi che ancora una volta voleva arrivare alle no222


stre menti attraverso il cuore. “In questi fogli, che ho letto ieri sera, lui ha lasciato il suo testamento. Desidero condividerlo con voi ora che conoscete, attraverso le mie parole, un po’ di più questa insana e meravigliosa terra di Erer”. Moreno Valentich, stremato, sembrò cavare dalle profondità della terra il fiato appena necessario per farsi udire. Eppure, nonostante fossero fievoli, quelle parole scatenarono la reazione di Florence. Si levò dalla seggiola dove aveva ascoltato, costretta da Edward, e sollevando uno sguardo serrato su Moreno Valentich, gli urlò: “Lei non può fare questo. Mi dia quei fogli!” Edward sollevò il capo dai suoi scritti e osservò incuriosito il fervore improvviso della sua donna come uno spettacolo inatteso. Moreno Valentich, ignorando le parole di Florence, con calma prese gli occhiali e iniziò a leggere. Fu allora che la mano di Florence volò rapida sui fogli e glieli strappò. Stringendoli al petto. Moreno Valentich stette impassibile e disse, come se nulla avesse fatto: “Interessano anche lei, venga Florence! Li leggerà per noi, le lascio questa poltroncina che è più comoda”. Fu come se Moreno Valentich avesse chetato un bambino con una semplice carezza. La rabbia di Florence sfumò come neve al sole. Si rialzò per sedersi dove le aveva indicato il console e si dispose a leggere. Con voce tremante, emozionata, dando un senso quasi figurato al sentimento che provava, di amore e tenerezza, lesse: “…Sento che ci si abbruttisce a poco a poco, isolati come si è qui e lontani da qualsiasi società intellettuale. Ahimè! A che servono questi andirivieni e queste avventure presso popoli estranei a questi linguaggi di cui mi sono riempito la memoria e queste pene senza nome, se un giorno dopo qualche anno non posso riposarmi in un luogo che mi piace un po’ e trovare una famiglia? Quanto dureranno i miei giorni in mezzo a queste sabbie? Potrei scomparire in mezzo a queste genti e nessuno se ne accorgerebbe”. Moreno Valentich interruppe la lettura e mesto disse: “Non ha saputo costruire alcuna di queste cose”. Florence ora si torceva le mani, angosciata da parole che 223


certo non si aspettava. “Anch’egli come noi voleva esplorare. Ma era un ingenuo e un illuso”, disse Edward. “No!”, gli urlò Florence. “Tu non l’hai conosciuto. Il suo sogno si è infranto sulla pietà. Quando ha visto la pietà in faccia è caduto… Aveva pietà per questa gente e per se stesso, prima di tutto”. Moreno Valentich riprese il diario dalle mani di Florence e lesse, calmando ogni nostro sacro fuoco di interpretazioni, riportandoci alla realtà e alla sua eterna ambiguità. Sicché non sapemmo più chi fosse stato ognuno di quei morti. “…Il cattivo cibo, le case malsane, gli abiti troppo leggeri, il sospetto su ogni cosa, il timore per la vita, la noia, le discussioni continue per delle sciocchezze, tutto agisce profondamente sul morale e la salute, corrodendoli in fretta. Un anno qui vale cinque anni altrove. Si invecchia presto, sognando di andarsene”. L’indomani, a colazione, Moreno Valentich ci fece vedere un sostanzioso pacco di giornali arrivato da Aden. Ci buttammo su quelle pagine avidi come se ci fossimo risvegliati da un lungo sonno. “L’Italia ha puntato gli occhi su Harar come una futura conquista. L’annessione di Harar è un elemento fondamentale del programma coloniale elaborato dal ministro”. Ci guardammo orgogliosi di essere là dove la storia coloniale si stava dipanando. Fu Edward a riprenderci con una delle sue caustiche spiegazioni: “In questi ultimi decenni le potenze d’Europa si sono spartite gli Imperi africani. Francesi, inglesi, belgi, tedeschi hanno avuto le loro schermaglie e i loro impedimenti e i morti eroici e tutto il resto”. Mentre Edward parlava, avevo iniziato ad aprire i giornali e il mio sguardo era caduto su un articolo. Con un grido interruppi il vagabondare filosofico di Edward: “Leggete, leggete qui! ‘…La missione trucidata aveva avuto dal ministro della Guerra il compito di studiare le condizioni della strada Zeila Gildessa, in vista di una spedizione militare alla quale il Governo pensava seriamente in quei giorni’”. Fu per me una doccia fredda. Ogni dichiarazione di disinteresse da parte degli italiani, ogni presunzione di essere solo esploratori, pacifici e innocui nell’essere approdati alla terra africana cadde ai miei piedi come una pietra che fosse stata gettata 224


contro gente ignara dei nostri complotti, che ci aveva aiutati, che aveva condiviso con noi i pericoli di una spedizione e infine aperto le porte della città murata come fossimo amici. Un tradimento di questo genere che punizione meritava? Avevamo ingannato quella gente nel peggiore dei modi, per il peggiore degli scopi. Appropriarci di ciò che non ci apparteneva. Me ne vergognai a tal punto che fui costretto a sedermi, perché mi sentii prigioniero di un miserabile complotto. Ero stato complice di un altro delitto, avevo tradito la fiducia di chi nulla possedeva, se non la sua terra. Ritornò in me quell’impulso che subitaneo mi aveva scaraventato contro l’amico e ci aveva condotti al duello e alla morte. Le mie mani furono prese da un fremito. Quei morti avrebbero avuto ora altro significato, altri onori e altro dolore nel mio cuore. I miei amici lessero e discussero animatamente e io mi isolai abbattuto da quella notizia e non sentii più alcuna parola.

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NEL MIELE DI KHADIJA

Una voce lamentosa aveva preso a parlare al mio animo afflitto. Khadija, cuore mio, come avrei potuto farmi perdonare? Il solo pensiero della sua figura fu capace di rimettermi nelle mani del desiderio che, sciolti i dubbi, volò incontro a lei come una colomba candida di fulgido argento. Un’aura di zefiro, dalla dimora di lei spirò verso di me fragrante, che a odorarla avrebbe risanato qualunque animo ferito. Sostai presso le vestigia già cancellate a chiedere pietà, ma alle lacrime facevano eco solo le rovine. “O soffio di brezza ti scongiuro, per Allah, dimmi: il benessere di questa mia dimora farà mai ritorno? In che modo io potrò godere di una gazzella che inclinò verso di me la tenera persona e i cui languidi occhi mi consunsero con il loro ardore?”. Sulle griglie del cancello dondolava una mezza luna sormontata da una stella. Eleganti timpani di pietra bianca correvano lungo le mura. Mi precipitai dentro e li persi alle spalle. Il giardino si era fatto rigoglioso e sul terrazzo faceva da sfondo un drappo di broccato rosso trapunto di ricami. Vagai inquieto con lo sguardo, sinché a uno degli ingressi laccato di un verde squillante, da cui un vecchio e imponente fico cercava di espandersi, comparve la sua figura esile. Scivolò il mio sguardo come assetato su quella luna splendente e piena, come nella notte del quattordici di ogni mese. Cadde la mia anima sul suo viso: aveva sopracciglia arcuate e 226


labbra come un sigillo di Salomone. Mi sorrise con denti simili a gemme. La sua venustà e la bellezza, la sua statura e l’armonia di forme rapirono il mio spirito. Ne ebbi la mente annebbiata. E l’animo si accese di fuoco. Il giardino era pieno di gelsomini, garofani, viole, rose e aranci e ogni altro profumato fiore. Gli alberi aveva tutti adorni di frutti, mentre l’acqua fluiva da due padiglioni posti uno di fronte all’altro, incisi da alcune frasi. “O dimora, possa mai penetrare in te l’ambascia, né mai il tempo ingannare il tuo padrone. Quant’è soave quella casa che dà ricetto a ogni ospite, ove egli venga a trovarsi in angustia. Splenda su di te, o magione, il velo della buona fortuna finché sui rami del verziere cinguetteranno gli uccelli. Perdurino in te olezzanti profumi e in te si realizzino per ogni amante i suoi sogni. La tua gente viva in onore e fasto fino a che risplenda nel cielo una errante stella”. Di nuovo su di lei posai i miei occhi e come la luna risplendette all’ombra dei rami del giardino. Ed ella mi apparve quale astro fra i fiori del mirto, le rose muschiate e le violette i cui olezzi esalarono d’intorno soavi. La passione risplendette sbalordita nel cuore mio per la bellezza di lei e l’amoroso affanno mi fece versare profuse lacrime. Ah, passione e mio dolore! Il mio cuore stava tutto dietro al suo sguardo. “Perché?”, ella mi chiese con gli occhi suoi, proferendo parole oromo a me sconosciute ma il cui senso mi fu concesso. “Una creatura umana mi ha rapito la mente con la sua figura”, le risposi poetando. Ancora sorrideva la creatura avvicinandosi a me e anch’io muovevo passi incerti verso di lei. E le sue vesti sprigionavano profumi di muschio, zibetto e ambra. Sul mio cuore spirò un vento di passione e il mio passo si fece tremante e allora temetti che il mio tesoro si allontanasse. Crebbe in me lo spasimo e dalle palpebre traboccarono altre copiose lacrime. “Che le notti della lontananza abbiano fine dopo tanto perdurare e possa io essere sanato da quanto si sta insediando nel mio cuore”, le dissi. I rami del salice scomparivano di fronte al suo flessuoso incedere e con gli sguardi suoi mi investiva. Una luna rifulgeva 227


nelle tenebre dei suoi capelli e splendeva il sole nella scura massa delle sue chiome. Ella si muoveva lenta e la sua fragranza esalava uno zeffiro che spirava oltre il cancello, sulle pianure e le colline della città murata. Un pensiero come una catena si allacciò ai polsi dell’anima. Ogni anello di quella catena erano i suoi quattordici anni. Le mie lacrime per lei furon simili a sangue di drago che bruciò ogni mio patema. Mi fermai, esitante e prigioniero delle sue grazie, e le sorrisi. E il mio sorriso si congiunse al suo e fui preso da immenso giubilo e mi rallegrai ed ebbi il desiderio di custodirmela nel cuore. Col lacerarsi dei veli del sentimento apparve la passione come nettare e il sole risplendette nelle mani delle Lune. Ed ebbi la certezza che nella notte e in sull’aurora avremmo bevuto insieme il nettare mattutino. E la mia passione s’accrebbe quando la baciai, come se essa celasse gemme che andarono a profumare di muschio il collo e i polsi che erano corsi a sorreggerle il volto. Essa si inflesse, al pari di ramo di salice, e ancora la baciai, nera gazzella. E nell’amore mi ritrovai senza risorse. Le accarezzai le sopracciglia di alif e le lisciai con ardore le chiome avvolte nei cordoni dei capelli incrostati di perle e pietre di un colore pari alla notte. Sulle guance le ardevano rose simili a fiamma. Nelle sue palpebre vi era una lama e nel suo sguardo vi eran frecce. Nelle sue labbra trovai nettare e la sua saliva fu limpida come acqua dolce, ogni goccia fu come vezzo di perle raccolte in filo. “Non posso più dormire. Il mio udito, la mia vista, la mia vita, il mio mangiare, il mio bere sono prigionieri”. Mentre la accarezzavo in piedi nel giardino andava ripetendo: “Io sono cristiana. Io amo il mio popolo”. “Anch’io”, le risposi. Le sue mani corsero ai capelli e ne sciolsero i nodi e il velo che li teneva lontani dal volto, le braccia scivolarono sulle mie spalle ad abbracciarmi. “Il vostro viso è il mio giardino e nell’amore da ricco divenni povero”, le dissi. Slanciata era nella statura, si ergeva tutta a raggiungermi e i lombi suoi non indugiavano e li sentii ardenti come il disco d’oro di un tempio. Il paradiso terrestre stava sotto il seno della sua veste. “Ho preso una cotta per un capriolo che veste panni”, le sussurrai 228


premendo le labbra ai lobi delle orecchie. Seni come rilevate colline mi accarezzarono il petto. Il promontorio che si alzava sotto il ventre tutto si schiacciò contro di me e su di me cadde anche il suo petto come di marmo. E furono baci simili a succo d’uva e generoso nettare, mentre i fianchi possenti serravo con le mani mie, delizia dell’essere umano. Lacrime sulle sue guance vermiglie scorrevano, a guisa di pioggia. “Ganama fi galgala. Besma Ab, we Wold, we Menfas-Qeddus, ahdu Amlak”, uscivano a fiotti parole dolci di preghiera dalla sua bocca. E giungeva le mani di fronte ai miei baci e ancora proferiva altre parole. “Mi hai ridotto al pari di un fuscello”, sospirai. Il ricordo di lei correva come l’aura in ogni mia vena. Ci baciammo ancora a lungo e abbracciammo. E in quel delirio d’amore, quando non le imprigionavo le labbra con le mie labbra, lei correva più in là con i pensieri fatti musica dalla sua lingua. “Due sole son le cose per le quali i miei occhi han pianto lacrime di sangue tali da farli quasi scomparire, la mia gente e l’amore per voi”. Ero forse un innamorato capace di trascurare l’anima mia, tale da rimanere senza prostrarmi e genuflettermi? Mi ero messo in moto col passo del vile che vede due leoncelli scesi a bere. La mia spada era l’umiltà e il mio cuore era appassionato e timido per paura di occhi ostili. Né valeva ad allontanarmi il ricordo soave del mio mondo, delle mie donne, di Ottavia e di Vittoria. Che la loro leggiadria, il pallore lacerante del giorno che esse ormai rappresentavano nel mio cuore africano, come su un velo dipinto, mentre baciavo la mia donna, giocava a chiari e scuri contro l’intensità della notte dell’Africa di Khadija. Ma la soave bianchezza rivestiva le cose di divinità? E soprannaturalità? Il pallore marmoreo, la sua indefinitezza mi pugnalarono alle spalle col pensiero del nulla. Ero bianco, l’assenza di ogni colore e la fusione di tutti i colori. Nella vacuità muta di quel colore e delle belle spalle scoperte di Vittoria percepii l’ateismo del bianco. E contemplai sventurato miscredente i volti delle mie donne più care, Ottavia e Vittoria. E Khadija fu più nera. Pensai allora che il mondo bianco nelle sue sfere invisibili era stato creato per la paura. Avevo paura della canizie e dei 229


lenzuoli funebri. Soffiò un vento duro e insistente sulle euforbie e i baobab della carovaniera che mi aveva condotto a Harar e dovetti stringermi nella giacca per non farmi trascinare lontano da quei baci ardenti. La terribilità dell’Africa non era nel suo colore nero, ma nella sua solitudine. Nelle forme mostruose che vi poteva assumere la natura, nei silenzi profondi e paurosi della terra. Negli alberi smarriti nel silenzio del deserto e degli altipiani. Agghiacciante e sinistro soffiò su di me, proveniente dall’oscurità delle mie viscere, un vento e agitò imperioso i miei istinti più profondi, gettando nella polvere i miei pensieri. E l’Africa fu la mia razionalità, totalmente domata, risucchiata nel precipizio della passione. Le mie donne, tutte e tre, vibrarono dentro il mio ombelico, supreme e libere bellezze. Le amavo, nell’eterna tragedia di dolore e morte che è la vita umana. Era tempo che liberassi il mio canto ancestrale. Caddi nei suoi occhi dotati di fulgori e il mio colore divenne quello delle tenebre. Come destatasi da un sonno agitato e profondo, una sola parola emerse come fiotto vomitato dal cuore, mentre scivolavo lentamente sulla terra rossa che ci accoglieva, figure lievi nella spossatezza infinita di quel Paese. “Perdono, perdono, perdono!”, principiai a mormorare come un peccatore. E fui ai suoi piedi, a bagnarle la veste di lacrime. Le chiedevo perdono per ciò che le era stato fatto. Le chiedevo perdono per la menzogna, per non aver avuto pietà e per aver pensato di poter vivere a due passi dai moribondi delle mura, senza curarmi di loro. Le chiedevo perdono di essere ricco, le chiedevo perdono dei miei desideri che, se non fossero stati soddisfatti, mi avrebbero condotto alla morte. Non sarei diventato un bianco nero tra i neri, come sognava il poeta mercante, non sarei diventato un coloniale, né un esploratore, mordace e avventuroso. Sarei stato un uomo che soffre d’amore invaghito di occhi d’onice, del nero delle notti più profonde, del nero della morte di cui volevo imparare a non avere paura. Mi apparve la luce della luna nuova, che di fronte a lei per poco non si svergognò, simile ad un ritaglio reciso dell’unghia. 230


L’anarchia dei miei sentimenti si ricompose sotto la pressione della soda, pingue e carnosa realtà dei lombi di Khadija. Nel nero d’inchiostro con cui si scrive la parola Dio, nel nero dell’occhio suo che lanciava saette al mio corpo vibrante di passione, nell’intensità della soave seduzione della sua lingua che come musica mi frustava e incitava. Abbandonai allora i pensieri che come uno zeffiro avevano spazzolato la mente mia. Ah, che dolcezza d’amore fu quella. Ah, collo di gazzella venusta nella sua perfezione. Essa ha il colore dei granelli di polvere. “Sotto le mie vesti c’è un corpo consunto. Non ho più forza di sopportare tutto questo”. La presi per mano e condussi fuori oltre il cancello. Percorremmo la distanza dalla mia casa con le ali ai piedi. Sul monte dei miei cuscini che, assaporando l’Oriente, avevo ammassato in un tripudio di colori che mi inebriava in solitudine i sensi, trascorsi con lei una notte che superò ogni altra notte. Sul ventre aveva una piega profumata di soavi aromi e sotto la peluria di seta una cosa nella quale culminarono le mie brame. E con lei pregai fino al mattino.

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GLOSSARIO

ABAN: servo, guida ADARÉ idioma di Harar ALIF: prima lettera alfabeto arabo AL NUR: la luce AMHARICO: etnia dominante, abissino ARRACK: liquore ASH SHAMS, il sole ASMARÌ: trovatore ASR: ora nel calendario musulmano BAB AL FUTH: porta del cucchiaio di legno BAKSCIS: mancia CAFTANO: mantello CALAM: riunione CIAT: arbusto le cui foglie hanno effetto di droga DRAGOMANNO: interprete DURA: cibo, erba graminacea ENGERA: pane etiopico 233


FATIHA: la prima sura del Corano (letteralmente Aprente) FERENGI: straniero, europeo FEZ: cappello senza tese FITAURARI: alto grado militare FUTA: tessuto, abito HAMMAM: bagno, terme GANDOURAH: veste GHEBÌ: recinto dove abita un ras o il negus GUITAR: strumento musicale IMAM: chi guida la preghiera musulmana KEFIEH: copricapo KISSAR: strumento musicale KUSSO: vermifugo LABAN: latte LIABASCIÀ: giovanetto invasato MALÀIKA: angelo musulmano MEDINA: città araba MEHLAT: tromba MUEZZIN: chi chiama alla preghiera NURA: pasta da depilare OROMO: etnia etiopica PANCAL: ventaglio QUBBA: tomba di un santo musulmano RABÌ: mese musulmano RAGAB: mese musulmano RAMADAN: mese sacro 234


RAS: principe SAFAR: mese musulmano SAYK O SCEIK: capo, termine onorifico SCIAMMA: abito e mantello SHAABÀN: mese del calendario musulmano SHAHADA: professione di fede musulmana SHAÙÙAL: mese musulmano SIGADA: tappettino per la preghiera SUQ: mercato SURA: capitolo (o canto) del Corano TARBUCH: berretto con fiocco TEGG: bevanda etiopica TOB: abito TUKUL: capanna rotonda URÌ: giovane donna del paradiso musulmano WADY-WR: distesa verde, il mar Rosso WAT: una spezia WARS: un arbusto ZERIBA: recinto spinoso che circonda capanne

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NOTA DELL’AUTRICE


Ho iniziato questo viaggio dentro l’Africa sulla spinta di un esotismo familiare. Un nonno che si perdeva nell’Africa di fine secolo, la cui storia si intrecciava con l’inizio delle colonie e i primi viaggi di esplorazione in un Paese antico, l’Etiopia, regno di Aksum e della regina di Saba, e una nonna di una tribù oromo, di nome Khadija Ahmed Youssouf. Oltre la seconda metà dell’Ottocento, anzi al suo volger alla fine, l’aspirazione al possesso di una colonia si stava concretizzando in operazioni diplomatiche e in tentativi di sviluppare contatti con i ras, per sapere che cosa stavano tramando in quello che era, allora, un impero medievale, misterioso e violento. Mio nonno, Giuseppe Pastacaldi, citato varie volte nei documenti diplomatici dell’epoca e, tra gli altri, dal ministro Ferdinando Martini “Nell’Affrica Italiana. Impressioni e ricordi” del 1895, si occupò di fondare un’agenzia commerciale e di trasmettere informazioni al governo italiano dalla città di Harar, dove visse e morì nel 1921. La meta di questo mio viaggio era la scoperta di Harar, dove si spingevano viaggiatori, politici, trafficanti e avventurieri d’Europa. Attraversare il promontorio degli aromi significava allora rischiare la vita. Molti esploratori finirono trucidati, come accadde nel 1888 al conte Gian Pietro Porro di Milano, presidente della Società di Esplorazione Geografica e Commerciale in Africa, che ha ispirato uno dei personaggi del romanzo. 239


Prima di iniziare il mio viaggio dentro la scrittura, ho fatto una lunga ricerca su documenti dell’epoca per capire quale fosse l’atmosfera nella quale si erano mossi i viaggiatori che andavano alla scoperta di un altro mondo, preda dell’esotismo. E dentro i libri, i diari, i saggi e gli articoli ho trovato conferma al mio viaggio letterario. Nonostante il tempo trascorso, le cronache erano intense, ancorché inquiete, e palpitanti, degne di tornare in qualche modo alla luce, in onore di quegli uomini che, oltre un secolo fa, sono partiti rischiando la vita per un solo scopo, come scrisse l’esploratore inglese Richard Francis Burton: mettere se stessi e il loro mondo borghese di fronte alle magnificenze del resto del mondo e, in qualche modo, ritrovare se stessi nella fisicità, nella fatica e nella coralità di essere uomini, anche a rischio della vita. Ma Harar è una metafora di altri viaggi, interiori. Nell’esotismo, innanzitutto, cioè nella conquista di sé attraverso l’altro, l’indigeno, e dentro le razze, essendo un coagulo di etnie. Nella religione, essendo Harar la quarta città sacra dell’Islam. Nella selvaggità, essendo collocata ai confini dell’impero, lungo la tratta degli schiavi. E regno delle jene. Nella storia, essendo l’Etiopia paese sacro e antico e patria dei resti della prima ominide, Dinkenesh, che in amarico significa “tu sei bellissima”. Nella sensualità, per sua naturale propensione legata a quella terra. Nell’erotismo, grazie a ciò che l’esotismo porta con sé, come sogno di conquista della donna. In Harar stessa, infine, che nei secoli ha conservato ritmi e respiri sociali antichi, tanto che l’Unesco ha dichiarato questa città stato patrimonio dell’umanità. Ho camminato in tempi recenti sulle strade di Harar, la terra che diede i natali a mia nonna e a mio padre, e ho fotografato decine di volti di donne. In quei tratti fisici v’era Khadija, simbolo di una bellezza che attraversava i continenti. Khadija racconta, infatti, di una donna che ha una sacralità carnale diversa dall’indigena di Tempo di uccidere, il romanzo di Ennio Flaiano. In questo romanzo l’esotismo non porta alla conquista dell’altro e nemmeno alla sua morte. Non muore Khadija per mano dell’esploratore, perché non è la paura a 240


muovere l’esploratore alla vera scoperta di una terra nuova, ma l’amore. Questa donna assomma in sé lo spirito della terra che è l’Etiopia e la sua intelligenza. E su di lei, che vive in una terra musulmana, ma è copta, si esprime e si scioglie anche la complessità del nodo religioso. Khadija è un modo di essere donna, cui si arriva dopo la descrizione di altre tre donne che rappresentano tre passaggi intimi: Ottavia, la sorella di Giuseppe, che incarna la sofferenza del distacco dalla propria terra e il ritrovarsi attraverso la sensualità del corpo, Vittoria, la fidanzata di Giuseppe, che è un’ombra del passato e il legame con la tradizione, e Florence, l’esploratrice, la cui libertà di viaggiare e di amare è conchiusa in un modo segreto di essere. Giuseppe è uomo immerso in un moderno intimismo, appartiene al sentimento del Novecento, nonostante la storia sia coralmente ambientata in un’aura ottocentesca. E per questo, per ritrovarsi, finirà per abbracciare tutto intero il Paese delle Furie, l’Africa della selvaggità morale e umana, mettendo così anima e corpo nella modernità. Quella descritta e filmata da Pier Paolo Pasolini nel video Appunti per una Orestiade africana, un documentario sul futuro dell’Africa, la sua natura gigantesca e spaventosa, la sua anima primitiva. È in questa atmosfera che si conclude l’incontro tra Giuseppe e Khadija. L’amore di Giuseppe, ancorché erotico e sentimentale, è un incontro con l’Africa, cioè con quella parte di sé che sempre racchiude il sentire fisico dell’essere primitivo. Quel sentire di cui ora sembra deprivato l’uomo del nuovo secolo.

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NOTA BIBLIOGRAFICA


Le mie fonti sono state la Biblioteca del Risorgimento e la Braidense di Milano, l’Istituto Italo Africano di Roma e la Biblioteca Centrale di Oxford. Tra questi e anche i “Bollettini” della Società Geografica di Roma e della Società d’Esplorazione Commerciale in Africa di Milano, oltre agli articoli del «Corriere della Sera», tra i quali l’inserto “Harar – Viaggio di Eduardo Scarfoglio” (dicembre 1891) e le cronache degli eccidi (aprile 1886). Ho letto un portolano del mar Rosso del Museo navale di Imperia. Ho studiato e ripreso il linguaggio de Le mille e una notte per descrivere la bellezza dei corpi nel sentimento dell’erotismo, nello stesso modo, cioè poeticamente, sono ricorsa ad alcune sure del Corano, nella traduzione dell’islamista Alessandro Bausani. Ho descritto il passaporto del 1851 che apparteneva ad un avo di Giuseppe Pastacaldi e così alcune delle sue pagine riprese dal diario realizzato in Harar, ai primi del Novecento. I libri che più mi hanno accompagnata nel ricostruire questo viaggio nell’esotismo sono stati: First Footsteps in East Africa or an Exploration in Harar (1856) di Richard Francis Burton, che fu il primo europeo a entrare e uscire da Harar, Nell’Harrar (1896) dell’esploratore Robecchi Bricchetti di Pavia, dove ha sede il Museo etnografico a lui intitolato, vari saggi di Enrico Cerulli, studioso orientalista e ambasciatore d’Italia, che scrisse moltissimo su Harar e l’Etiopia, sulle lingue e sulla cultura 245


musulmana in Africa, All’Harar nel 1885 di Ferdinando Fernè e Umberto Romagnoli, Una gita all’Hararar del capitano E. A. D’Albertis (1906). Le lettere da Harar del poeta Arthur Rimbaud (1888) mi hanno aiutata a ricostruire la vita quotidiana in quella città e a quell’epoca. Sulla società hararina ho letto le ricostruzioni dello storico Carlo Zaghi contenute in Rimbaud in Africa (1993). Nei numeri de «L’Esploratore Commerciale» ho ritrovato buona parte delle cronache degli eccidi di alcuni esploratori, tra i quali oltre al conte Porro anche Giuseppe Maria Giulietti, che nel 1881 tentò, senza riuscirci, di aprire una via diretta di penetrazione verso l’interno dell’Etiopia. I diari della spedizione del conte Raimondo Franchetti Nella Dancàlia Etiopica, anche se del Novecento, hanno fornito materiale su usi e costumi dell’Etiopia più selvaggia. Per la preghiera di Khadija ho avuto la fortuna di recuperare il libro Katekismos in latino e lingua oromo. La coppia inglese Edward e Florence è il ritratto di due veri esploratori inglesi, Samuel Baker e la sua donna. Tornano nella storia fatti e accadimenti legati alle vite di due degli esploratori italiani, Giovanni Miani e Orazio Antinori. Ho letto gli articoli sulle spedizioni degli italiani firmati nel 1884 dall’esploratore austriaco Philipp Paulitschke. Ed è su una cartina geografica dello stesso Paulitschke che ho rivissuto i viaggi. Oltre a quella della Guida all’Africa Orientale Italiana (1936), ereditata dal nonno materno Francesco, che visse in Eritrea per dieci anni, a partire dal 1935. Le descrizioni dell’amore e della sensualità nella cultura araba vengono dalla lettura di un moderno saggio intitolato Dietro il velo di Erdmute Heller e Hassouna Moshabi. Ho recuperato vecchi articoli del «National Geographic Magazine» su Aden e sulla navigazione dei sambuchi, le antiche barche a vela latina che ancora oggi si trovano nel mar Rosso, che ho potuto vedere nei disegni recuperati al Museo Navale di Imperia. Così per gli abiti di Ottavia e di Vittoria ho studiato le descrizioni di romanzi dell’Ottocento. Per il duello iniziale mi è stata utile la lettura di Eugenio Oneghin di Puskin e I duellanti di Joseph Conrad. Le emozioni di Giu246


seppe hanno seguito, anche se in modi ed epoche diverse, la falsariga delle atmosfere letterarie che ho ritrovato soprattutto in Viaggio in Oriente di Gustave Flaubert, parzialmente in Justine di Lawrence Durrell e in Aden di Paul Nizan. È stata la pittura ad aiutarmi a rendere più materica e sensuale la scrittura, soprattutto i quadri del Caravaggio che si possono vedere nelle chiese e nei musei di Roma, e in particolare il Davide e Golia che mi ha aiutata a descrivere lo stato del decollamento dell’esploratore Gallieni, come le espressioni di dolore immaginate verso il finale appartengono ai volti degli angeli di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, il senso di un Bene guerresco e trionfante viene invece dagli Angeli armati di Guariento, la tenerezza finale di Khadija che tiene per la mano il giovanetto che è Hailè Selassiè riproduce la dolcezza dell’abbraccio che si può vedere nella Visitazione di Carpaccio. Alla Società Geografica Italiana, una delle numerose nate al seguito degli ardori coloniali dell’Ottocento, che ancora oggi ha sede a villa Celimontana a Roma, ho potuto confrontare le informazioni dei viaggiatori con decine di foto e dagherrotipi, realizzati da viaggiatori dell’epoca. Vi ho ritrovato una Etiopia scevra da letture datate e appesantite da una visione troppo nostrana, come accadeva sovente nei diari degli italiani. Ciò ha dato materiale alla scrittura e ai particolari di molte descrizioni. La prima pagina del libro non è frutto solo di una emozione letteraria, ma è il racconto di una intensa fotografia, in cui un vecchio spinto dal vento attraversa un cimitero di pietre infisse nella terra. Così è stato per la descrizione fisica di Menelik, della regina Taitù, di ras Makonnen; il volto dipinto di Ligg Jasu è stato da me fotografato al museo di Harar qualche anno fa. È stato grazie alle documentazioni fotografiche, a vecchie cartoline e soprattutto ai molti disegni che gli esploratori hanno messo nei loro diari se le descrizioni sono divenute più reali, pur trasposte poi in un tempo diverso da quello storico, come è per il piccolo Hailè Selassiè che compare ragazzino a fianco di Khadija in un’epoca anticipata di una ventina d’anni. 247


Ho potuto vedere in fotografia anche la località di Artù, dove avvenne il massacro della spedizione italiana del conte Porro, e le caserme inglesi di Aden. Altri luoghi del romanzo e persone di questa storia, benché reinventati dall’emozione narrativa, sono descrizioni vive di luoghi geografici di cui è rimasta traccia nelle cronache e nelle fotografie. La voluta, sovrabbondante ricchezza dei colori è il risultato di consigli di pittori e della lettura del Diario di Eugene Delacroix e di pensieri di Wassily Kandinsky. Nello stesso modo, cioè con una ricerca, sono stati scelti i cognomi e i nomi comuni dei personaggi e la profusione di aromi che caratterizza alcuni momenti narrativi. L’incontro con l’Africa di Giuseppe è ampliato da melodie del mondo classico. L’ingresso a Harar avviene sulle note di una Ninna nanna, un lied di Peter Ciaikovski, da cui ho ripreso anche parte delle parole. Nelle notti al Cairo risuonano le note di Chopin. Proprio al Cairo, dove Verdi aveva inaugurato la sua Aida mentre aleggiava in Europa il sentimento romantico di Brahms, che si sarebbe presto affacciato sulla scena musicale europea. Sono stata nel cimitero di Harar per fare visita alla tomba di mio nonno e l’ho trovato devastato dalle razzie, le ossa sparse. Khadija disse molto tempo fa a mia madre: “Nei lunghi anni trascorsi insieme, ogni volta che Giuseppe partiva per l’Italia, in silenzio mi chiedevo se l’avrei rivisto. È sempre ritornato”. Sino alla morte.

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Si ringraziano per le ricerche bibliografiche: Claudio Cerreti, della Società Geografica Italiana, Giovanni Zaffignani, vicedirettore della Biblioteca Civica Bonetta Archivio di Pavia – Le Carte di Luigi Robecchi Bricchetti, Flavio Serafini, direttore Museo Navale di Imperia, Farah Butera (per la traduzione dall’inglese), Irma Taddia, docente di Storia moderna e contemporanea dell’Africa all’università degli studi di Bologna e Teresa Ferrari. Un ringraziamento speciale a Bruno Rossi, Matteo Collura e Ferruccio Parazzoli, che con sensibilità mi hanno guidata e consigliata.

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INDICE


LA MONTAGNA NERA DI ADEN

9

ALBA DI SANGUE

13

FRA GLI ESPLORATORI

20

GLI OCCHI DI FLORENCE

23

NEI VICOLI DEL CAIRO

30

LA SCHIAVA NUDA

34

LE DELIZIE DELL’HAMMAM

38

LE MILLE E UNA NOTTE

41

IL PRIGIONIERO DELL’EMIRO

47

TRA LE BRACCIA DI OTTAVIA

57

LA CENA DELL’ADDIO

65

I CANTI DEI MARINAI

67


PARTE LA CAROVANA

78

UNA DONNA NELLA NOTTE

81

LA PISTA SOTTO LA LUNA

85

L’ASSALTO DEI PREDONI

88

UN DIARIO DAL MISTERO

95

HARAR, LA CITTÀ SANTA

106

LE MURA DELL’ORRORE

117

VISITA A RAS MAKONNEN

123

LA CENA DELLE IENE

126

KHADIJA, GIOIA DEGLI OCCHI

129

LA DANZA DEGLI SPIRITI

136

PELLEGRINAGGIO A SHEIKH HUSSEIN

141

LE PAROLE DI DIO

145

GLI UOMINI LUPO

148

IL MASSACRO DELLA CAROVANA

154

VOCI DALL’ITALIA

161

KHADIJA, L’ESTASI

168

L’ARRIVO DI FLORENCE

172

IL VECCHIO DEI LEONI

175


UN BACIO TRA LE TOMBE

178

IL POETA NELLA NOTTE DEL DESTINO

185

IL RITORNO DI EDWARD

196

LA FOLLIA DELL’OGADEN

200

UN POPOLO CHE MUORE

204

I DUE PRINCIPI

211

L’ASSEDIO DELLA FAME

216

IL TESTAMENTO DEL POETA

221

NEL MIELE DI KHADIJA

226

Glossario

233

Nota dell’autrice

239

Nota Bibliografica

245


Stampa Grafiche del Liri Isola del Liri (Fr), aprile 2005

Khadija  

Un libro di Paola Pastacaldi

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