Page 1

IL FOGLIO DELLE MAMME, DEI PAPÀ, DEI BIMBI DELLA

QUESTIONI DI COPPIA ARRIVANO I FIGLI: COPPIA CHE CRESCE, CHE RESISTE O CHE SCOPPIA.

RIPROGETTARE OGNI GIORNO, NIENTE È SCONTATO

Anno XVII n° 25 - aprile 2010

Associazione Casa di Maternità La Via Lattea Via Morgantini 14 - 20148 - Milano - Tel/fax 02.890.77.589 www.casamaternita.it – E-mail: info@casamaternita.it


PERCHÉ L’UOVO?  PERCHÉ  È  UNA  CELLULA  GERMINALE,  PIENA  DI  POTENZIALITÀ. 

2

PERCHÉ

È IL  SIMBOLO  DELLA  FERTILITÀ. 

E QUALCHE 

VOLTA C ’È  DENTRO  UNA 

S O M M A R I O C O P P I E

13

E

F I G L I O L A N Z A

FARE COPPIA Stefania L. 

14

EQUILIBRI DINAMICI Christian 

15

UN AIRBAG TRA NOI Mario e Barbara 

3

DUE, TRE

16

Teresa C.

FAMIGLIA, UN’IMPRESA Sonia M. 

17

PERAMORE Laura V. 

C O P P I E

4

P R I M A

D E I

F I G L I

18

NOI CON LA CLAVA Laura V. 

6

FIGLI, QUESTIONE DI COPPIA O DI VILLAGGIO? Rossana C.

CAREZZE PER L’ANIMA Barbara M. A.

C O S E D E L L ’ A L T R O M O N D O

20

L’OSTETRICA DELL’ALTRO MONDO Marina V. 

C O P P I E

7

A L

P R I M O

F I G L I O

21

MATRIMONI COMBINATI Marina V.

OMNICOMPRENSIVO Linda A. 

8

MELE Giulia A. 

9

COVA SOLITARIA Tiziana M. 

10

TEOREMA DI COPPIA Marta M. 

11

A CIASCUNO IL SUO TEMPO

D A O G G I A N C H ’ I O

C I

S O N O

Cinzia P. 

12

22

FILASTROCCA DEI NUOVI NATI

23

IN RICORDO DI ALDA

ALTRI EQUILIBRI, ALTRI ORARI Andrea D.

PERCHÉ L’UOVO?  PERCHÉ  RICONOSCIAMO  CON  SIMPATIA  NELLE  SUE  FORME  ABBONDANTI  QUELLE  DELLE  NOSTRE  PANCE  GRAVIDE.  PERCHÉ  ASPIRIAMO  AD  OVULARE,COM ’È 


SORPRESA.

PERCHÉ

È UNA  BUONA  IDEA:  SEMPLICE  E  GENIALE  COME  L ’UOVO  DI 

L’UOVO

3

COLOMBO. PERCHÉ  VUOLE  RACCONTARE  STORIE  UN  PO ’  DIVERSE  DALLE  SOLITE; 

DUE, TRE Teresa C. mamma 

Periodico semestrale  della Associazione Casa di Maternità  “La Via Lattea”  Anno XVII Numero 25 ­ aprile 2010  Direttore Responsabile  Giuliana Licini  Redazione  Cristina Balbiano ­ Simona Erotoli  Judith Mangolte ­ Cinzia Paris  Laura Valugani ­ Marina Vaccaro  Supervisione  Lidia Magistrati  Nadia Morello  Paola Olivieri  Grafica e impaginazione  Laura Lobetti Bodoni  Laura Valugani 

L’Uovo Autorizzazione del Tribunale di Milano  N° 314 del 11/05/1996 

Editore/Redazione Associazione Casa di Maternità  “La Via Lattea”  Via Morgantini, 14  20148 MILANO  Tel/fax 02.890.77.589  c.c.p. n° 37347200  www.casamaternita.it  E­mail: info@casamaternita.it  Stampato in proprio   Ogni prestazione in merito ad articoli, foto,  disegni e varie, si intende offerta  alla rivista L’Uovo completamente a titolo gratuito.  Gli autori si assumono la piena responsabilità  civile e penale per le affermazioni contenute  nei loro testi. È vietata ogni riproduzione,  anche parziale, di testi, foto e disegni senza  autorizzazione scritta.

L’arrivo di un bambino nella vita di coppia è una grande  gioia. Tanto desiderato, tanto atteso; e poi il gran giorno.  Così dal due si passa al tre. O forse… nuovamente al due.  Sì, perché nei primi mesi di vita si crea un rapporto così  esclusivo tra mamma e bambino, quasi una simbiosi. Essere  a disposizione per l’allattamento a tutte le ore necessarie del  giorno e della notte: una gioia, ma che fatica!  Rinunciare a tutto ciò che abitualmente riempiva la nostra  giornata: il bambino diventa la priorità.  Così si è stanche e stressate, i nervi scattano al minimo  problema e nonostante qualche aiuto e la comprensione  offerta dai papà le forze sembrano non bastare.  Ma voi ­ sì, voi papà: non sentitevi meno importanti; per  quanto pasticcioni, nei primi tempi siete fondamentali!  Anche noi mamme siamo goffe e impacciate alle prime  esperienze!  Così, insieme, con qualche aiuto in più da parte vostra, con  qualche parola di conforto e affetto, con frasi che vorremmo  sentire più spesso come: “Ti vedo stanca, non  preoccuparti ci penso io”, ritorna l’armonia. Dal due si  ritorna al tre, verso le prime parole, i primi passi e il  cammino insieme. 

GIUSTAMENTE NELLA  NOSTRA  NATURA,  CON  UNA  CERTA  REGOLARITÀ.  PER  ANNUNCIARVI  CON  AUTOIRONIA:  ABBIAMO  FATTO  L’UOVO!  PRENDETELO  COM ’È,  NON  CERCATEVI  IL 


VUOLE ESSERE  L ’UOVO  FUORI  DAL  CESTINO . PERCHÉ  VORREMMO  CHE  FOSSE  PIENO. 

4

PIENO COME  UN  UOVO:  DI  VOCI,  DI  IDEE,  DI  PROPOSTE.  PERCHÉ  RICONOSCIAMO 

Noi con la clava IG LI IMA DEI F R P IE P P CO

Laura V. mamma 

Cosa distingue le mamme della Casa di maternità?  Sono così diverse tra loro, ma qualcosa sembra accomunarle.  Cos’è, vallo a capire. Un indizio però ce l’ho, vi racconto come  l’ho trovato.  Mi hanno regalato una raccolta di strisce di BC (del disegnatore  statunitense Johnny Hart: un amarcord di ragazzini degli anni  ’70 ­ e compatite l’anacronismo).  Come me lo sono trovato in mano, ho detto con slancio: io sono  quella con la clava.  I personaggi femminili sono due: una è la svampita e dolce  biondina, l’altra è la cicciona tosta, che gira impugnando una  clava. Non c’è confronto!  E l’amico che mi ha regalato il fumetto, quasi a scusarsene: ma  dai, non sei né brutta né aggressiva.  Ci mancherebbe altro! Ma ti pare che l’identificazione proceda  attraverso queste caratteristiche negative?  Avrei incluso nella categoria “con la clava” anche la più  attraente delle mie amiche, le mie coraggiose figlie, le mie  studentesse di punta e tutte, dico tutte, le donne della Casa di  maternità. Una metaforica clava: ecco l’indizio.  Guardate la donna con la clava.  La impugna senza sforzo: è forte.  Sorride, non sembra per il  momento intenzionata ad usarla,  ma ha l’aria di chi, se c’è da  buttarsi nella mischia, non si tira  indietro. Certo non sembra una  che cerca protezione, non appare  indifesa. Una con la clava è tipo  che, se le prende, le dà indietro.  Si fa rispettare.  In BC quella corteggiata è la  biondina, la mia preferita non ha successo con gli uomini.  Siamo in un’altra era, sì o no?  Forse che l’alchimia dell’attrazione sessuale richiede la  rappresentazione della dipendenza, un rituale simbolico di  richiesta di protezione? Sarà.  Ma quando si arriva al dunque, al culmine dell’atto riproduttivo,  al glorioso e furibondo momento del parto, potrebbe una donna  non rappresentare, anche suo malgrado, la travolgente forza, la  raggiante potenza?  E può l’uomo che assiste impotente non impallidire al cospetto?  È un imprescindibile aspetto del femminile.  Prendo in giro il mio uomo, che da adolescente fantasticava  intorno alla sua donna ideale: bionda, sottile, delicata. Poi si è  innamorato di una con la clava. Guardo il mio figliolo che si è  fidanzato con una bionda. Sì, “biondina” ci sta, però questa è  della nostra risma, la clava ce l’ha.  Forse l’era di BC è superata? Non so.  Ma almeno qui da noi qualche segno c’è.  PELO.  E  GUSTATEVELO ,  ALLORA! 

Le femmine più corteggiate:  cosa le caratterizza? I l parere delle femmine 

I l p are re dei masch i 

L’aspetto fisico attraente,  sicuramente.  O una grande personalità.  Le ragazze molto corteggiate  sono o si atteggiano a  superficiali, non si addentrano  in discorsi troppo intellettuali o  profondi. In qualche caso  perché sono così di natura, in  altri perché vogliono dare  l’impressione di essere carine e  simpatiche ed evitare il rischio  di sembrare noiose. 

Un bell’aspetto fisico, ma non  solo. Le più corteggiare sono  quelle che sanno porsi nei  confronti del prossimo in  maniera spigliata.  Senza dubbio la bellezza,  sarebbe pura ipocrisia  sostenere il contrario. Poi la  spigliatezza, l’intraprendenza.  Anche lo stare volentieri allo  scherzo: è una caratteristica  che contribuisce a mettere a  proprio agio il corteggiatore e  che rende più scorrevole e  naturale la relazione. 

Sono ragazze belle. Le timide  sono fuori gioco, piacciono le  estroverse. Non le aggressive,  però: ha più successo chi  asseconda l’interlocutore e non  lo contrasta esprimendo idee  diverse.  Un fisico attraente e un  carattere remissivo. 

Le ragazze più corteggiate  hanno un aspetto carino e  curato, non sono  necessariamente belle. È  affascinante chi è intrigante,  gentile, dolce.  Conta l’aspetto e  l’abbigliamento curato, non  hanno importanza pregi  caratteriali particolari. Ha la  meglio chi non ha carattere  forte e dà l’idea di un tipo  semplice e aggraziato.  Un conto è essere ricercate, un  altro essere corteggiate.  Il corteggiamento è esclusivo.  Le ragazze più corteggiate  sono interessanti: hanno forte  personalità e una vita intensa,  rappresentano stabilità e  sicurezza. Tra quelle ricercate,  distinguo due tipi: quelle facili  e quelle coccolabili. 

Il fascino. Ogni maschio è  suscettibile a un fascino  diverso. Dal momento che  possiamo considerare la  bellezza come un fattore  sociale, possono esservi punti  in comune fra vari maschi nel  valutare il fascino.  Vi sono poi i gusti personali,  soprattutto in relazione alla  bellezza del viso, più che a  quella dl corpo.  Ad attirare l'attenzione è  soprattutto la bellezza fisica.  Se poi dimostrano di essere  persone in gamba, simpatiche,  intelligenti, dolci, faranno  certamente colpo. Peraltro,  molti corteggiatori si limitano  alla prima caratteristica.  La bellezza, principalmente. E  l’apparire irraggiungibili. 

È BUONO  E  COSTA  POCO.  PERCHÉ  L’UOVO?  PERCHÉ  È  UNA  CELLULA  GERMINALE,  PIENA  DI  POTENZIALITÀ.  PERCHÉ  È  IL  SIMBOLO  DELLA 


CON SIMPATIA  NELLE  SUE  FORME  ABBONDANTI  QUELLE  DELLE  NOSTRE  PANCE 

5

Forza o debolezza femminile: abbiamo cercato di capire cos’è che attrae di più, al momento della scelta del partner. Così rispondono i ragazzi, femmine e maschi intorno ai vent’anni

GRAVIDE.

PERCHÉ

ASPIRIAMO AD  OVULARE,COM ’È  GIUSTAMENTE  NELLA  NOSTRA 

Femmine leader  in contesti  sessualmente misti:  molto ricercate ma poco  corteggiate. Vero o no?   I l parere delle femmine  I l p are re dei masch i  Meno corteggiate, sì. Un 

Il fatto di essere una  carattere troppo  leader non attrae i  orgoglioso respinge.  corteggiatori. 

Una ragazza molto corteggiata ha  più probabilità di approdare a una  relazione stabile? I l p are re delle fe mmine 

I l p are re dei masch i 

Chi è parecchio corteggiata  avrà più possibilità di  fidanzarsi.  Secondo me ha meno  possibilità. Le ragazze di  quel tipo si compiacciono  dei corteggiamenti e quindi  tendono a evitare le  relazioni stabili. Quelle che  preferiscono una relazione  seria si riconoscono e  spaventano la maggior  parte dei ragazzi, che  quindi non le corteggiano.  I corteggiamenti e la  formazione di coppie stabili  sono due cose diverse.  Quasi modalità alternative.  Le ragazze più corteggiate  sono le prime a fidanzarsi e  le ultime a trovare il  fidanzato giusto e la  relazione seria.  Una ragazza che ha troppi  corteggiatori non riesce a  dedicarsi a una relazione  stabile, una meno  corteggiata si impegna di  più a mantenere salda la  relazione.  Accade che una ragazza  molto corteggiata fatichi a  inquadrare il tipo d’uomo  adatto a lei e che, al  contrario, una ragazza poco  corteggiata abbia meno  incertezze. Ma l’approdare  a relazioni stabili dipende  più che altro dall’idea che  ciascuno dei partner ha del  proprio futuro. 

Una ragazza molto  corteggiata ha più scelte  per approdare ad una  relazione stabile. Ma poi  tutto dipende dal caso. È  possibile che una cozza  arrivi ad una relazione  stabile molto prima di una  maliarda sirena.  Più una ragazza è  corteggiata più è ampia la  sua scelta, quindi alta la  "tentazione" di evitare una  relazione stabile.  Non voglio dire che le  femmine tendano a evitare  le relazioni stabili, se  possono ­ è un  comportamento più  maschile.  Però, in base al numero di  scelte, è statisticamente più  probabile avere una  relazione stabile se si ha un  solo corteggiatore.  Se si è nella prima fase,  cui si comincia a scoprire  cosa vuol dire stare  assieme a qualcuno…  be’, più corteggiatori  significano maggiore  probabilità di fidanzarsi.  Ma poi? O una è seria e  fedele e non vuole solo  divertirsi ma condividere  qualcosa di vero col suo  compagno, oppure sarà  distratta facilmente dal  broccolaggio di altri esseri  di sesso maschile. 

Non ci ho mai pensato… 

La donna leader attira  Nei confronti di donne  molto l'uomo, ma in fondo  così c’è rispetto. Il  lo spaventa.  rispetto può portare  Secondo me sono meno  corteggiate, sì. Perché con  loro il maschio non si  sente valorizzato come  elemento forte, che dà  protezione. Se si parte dal  presupposto che nella  coppia ci vuole parità, una  donna forte fa subito  pensare a una prevalenza,  perché si distacca dai  modelli di comportamento  comune.  Le femmine leader sono  meno corteggiate dai  ragazzi che cercano  relazioni di semplice  divertimento, che li  soddisfino  momentaneamente.  Invece quelli che vogliono  relazioni vere cercano  proprio quelle: caratteri  forti su cui far conto per  una vita.  La femmina leader è molto  ricercata per relazioni di  amicizia, probabilmente  numerose, ma non con fini  di corteggiamento. Si  cerca in loro un esempio,  un consiglio, un’amicizia  profonda. Ma l’occhio del  corteggiatore non si posa  su di loro, figure troppo  autorevoli,  apparentemente meno  dolci e comprensive.  Il rischio per queste donne  è quello di perdere la loro  femminilità, di essere  considerate alla stregua di  maschi. Gli uomini che le  vedono in questo modo  potrebbero  esserne  spaventati. 

all’attrazione. Non credo  che debbano essere  meno corteggiate, dal  momento che il loro  potere può essere un  elemento di attrazione...  Sono ricercate per  interesse, ma non  corteggiate. Il gioco non  vale la candela. Il  successo nel  corteggiamento non  porta nessun ulteriore  vantaggio nel contesto di  cui la femmina è leader,  il fallimento rischia di  pregiudicare  definitivamente la  posizione del maschio  nel gruppo.  Probabilmente il manuale  del corteggiatore ha fatto  il suo tempo. Le donne  hanno una parte attiva  nel corteggiamento  e  sono diventate più  esplicite di quanto non  fossero nel passato: se  vogliono qualcuno,  stiamo sicuri che lo  fanno capire in più modi.  E se hanno un  particolare ruolo in un  determinato ambiente,  attireranno sicuramente  l'attenzione e ci sarà chi  cercherà di affiancarle in  questa posizione di  leadership, che assicura  anche al partner più  visibilità.  Ma perché dovrebbero  essere poco corteggiate?  La donna potente non ha  il suo fascino? Prendete  la Megghi ad esempio: io  la amo!

FERTILITÀ. E  QUALCHE  VOLTA  C ’È  DENTRO  UNA  SORPRESA. PERCHÉ  È  UNA  BUONA  IDEA:  SEMPLICE  E  GENIALE  COME  L ’UOVO  DI  COLOMBO. PERCHÉ  VUOLE  RACCONTARE  STORIE  UN 


NATURA, CON  UNA  CERTA  REGOLARITÀ. 

PER

ANNUNCIARVI CON  AUTOIRONIA: 

6

ABBIAMO FATTO  L’UOVO!  PRENDETELO  COM ’È,  NON  CERCATEVI  IL 

PELO.

E

Carezze per l’anima IG LI D EI F A M I E PR C O PPI Ho sempre creduto che la gravidanza  sia un momento particolare nella vita  di una donna, dove entra in pieno  contatto con Madre Natura e con le  sue più antiche forze ancestrali.  Fin dalla prima giovinezza ho sempre  desiderato avere dei figli, vuoi per  spirito di emulazione materno, vuoi  perché lo considero un elemento  vitale nell’evoluzione femminile.  Ricordo come fosse ieri il giorno in cui  mi si è annunciata la sua presenza.  Credo di aver provato in un secondo  l’intera gamma delle emozioni umane  perché sapersi incinta lascia senza  fiato. Tutt’ad un tratto: sei madre.  Prendi il volo, per un breve ed intenso  momento lasci alle spalle passato,  presente e futuro. Ti fondi nel  completo abbraccio dell’amore  incondizionato… sì, perché già sei  follemente innamorata della piccola  energia che sta prendendo forma nel  tuo grembo.  Abbiamo cercato questo miracolo per  anni, e quando ho gettato la spugna e  incominciato a prenderla con filosofia  (se così si può definire la mancanza  di uno stato di ansia e aspettativa che  precede un concepimento) ecco  compiersi il prodigio.  Quando ritorni coi piedi per terra,  incontri lo sguardo del tuo compagno  e condividi con lui l’immensa felicità.  Lo abbracci e senti che qualcosa in  voi sta pian piano mutando,  comprendi ora cosa siano le parole  Famiglia e Amore.  Tra pochi mesi saremo genitori.  Voglio dire di quanto è accaduto  dentro di me e nella coppia, di come  si sono evolute certe dinamiche sia  nel sociale che nel privato.  Per prima cosa ho annunciato il lieto  evento alle nostre famiglie, le quali  con sconfinata gioia e commozione si  sono rese sin da subito disponibili per  qualsiasi necessità emotiva e  materiale.  Fin dai primi mesi, i  “promessi nonni” si sono resi parte  attiva di questo evento, dando molto  della loro saggezza per poter fugare i 

Barbara M. A. mamma 

dubbi e le paure che potevamo  incontrare lungo questo percorso di  “promessi genitori”.  Questi mesi sono trascorsi  serenamente, ho avuto la possibilità di  non lavorare e di dedicarmi a tempo  pieno a me stessa e alla bambina.  Tempo utile e necessario per  metabolizzare il cambiamento  interiore e affrontare la realtà che sta  per annunciarsi a breve.  Diventare genitori comporta un’attenta  analisi interiore, guardarsi allo  specchio nudi e mettere di fronte a sé  le paure e i conflitti che da anni ci  portiamo dietro, cercare di liberarsi da  cattive abitudini del passato che  possono influenzare negativamente il  proprio ruolo, incentivare gli aspetti  positivi della personalità, osservare  con occhi diversi la realtà: perché ora  non sei da sola, c’è bisogno di  concentrazione e di volontà per  essere mamma. Almeno questo è  quello che ho sentito di fare, lavorare  sul mio equilibrio sin da subito  affinché sia di sostegno nella vita  della mia bambina.  E durante questi momenti di analisi,  ecco pian piano schiudersi un  orizzonte davanti ai miei occhi,  inesplorato: mi scopro diversa, più  forte e capace di affrontare parti  oscure di me che non avevo mai  preso in considerazione, un io  sensibile e volitivo capace di  addentrarsi nelle più remote pieghe  dell’anima e con tatto terapeutico  prendersi cura a livello profondo.  Credo fermamente che la gravidanza  sia un’occasione senza uguali, dove  la donna può attingere dal famoso  potere femmineo, e iniziare un  percorso di crescita insieme al proprio  figlio ­ per mezzo di suo figlio; perché  noi daremo sì vita ad un bambino, ma  è quest’ultimo che ci rende madre.  Quindi non nasce solo un bambino  ma nasce anche una madre in ogni  parto. E già, l’uovo e la gallina! Chi  nasce da chi?  Mia figlia dal grembo mi ha insegnato

molte cose, dalla pratica della  pazienza alla respirazione  consapevole. Ho scoperto cosa sia  l’aspettare, vedendo mutare pian  piano il mio corpo ed insieme il suo,  ho vissuto ogni singolo momento di  questa gravidanza come un grande  insegnamento di rispetto dei tempi. In  quest’epoca all’insegna della velocità  e del qui e subito, abbiamo  disimparato ad entrare in contatto con  la Natura, dimenticandoci la nostra  realtà sensibile.  In quanto figlia a mia volta, ho cercato  di risaldare il mio legame con mia  madre, purtroppo venuta a mancare  durante la mia adolescenza: è stato  interessante approcciarsi al lutto in un  momento come questo. Ho esaminato  il mio dizionario emotivo cercando di  capire quanto in esso ci fosse la  presenza di mia madre e quanto fosse  farina del mio sacco (!), nella sua  lettura delle esperienze vissute fin  ora... e con meraviglia ho compreso  che parte di loro erano mia madre,  altre erano caratteristiche della mia  personalità. È stato incredibile: ho  visto con chiarezza il perché e per  come, in certe situazioni si svegliava  in me un determinato comportamento  inconscio. Ho lavorato su questa  direzione perché sentivo che non  avevo totalmente risolto la sua  mancanza, e per essere consapevole  della mia emotività.  Quest’approccio al mio interiore, più  dolce e introspettivo mi ha reso  capace di osservare con mente  serena anche gli avvenimenti del mio  passato, negativi o positivi che siano,  e ho realizzato il perché di certe  manifestazioni.  Il rapporto con mio marito ha preso  slanci che non prevedevo, ho visto  molta più complicità e affetto nel suo  comportamento. Si è interessato alla  gravidanza con ricerche e letture, ha  condiviso tanto i miei pensieri e  sogni… e credo fino all’estenuazione.  È stato lui a parlare del Lotus Birth  come tipologia di nascita per nostra

PO ’ DIVERSE  DALLE  SOLITE;  VUOLE  ESSERE  L ’UOVO  FUORI  DAL  CESTINO . PERCHÉ  VORREMMO  CHE  FOSSE  PIENO.  PIENO  COME  UN  UOVO:  DI  VOCI,  DI  IDEE,  DI  PROPOSTE. PERCHÉ 


GUSTATEVELO , ALLORA! 

È BUONO  E  COSTA  POCO. PERCHÉ L’UOVO? PERCHÉ  È 

7

UNA CELLULA  GERMINALE,  PIENA  DI  POTENZIALITÀ.  PERCHÉ  È  IL  SIMBOLO  DELLA 

OMNICOMPRENSIVO Linda A. mamma 

figlia, abbiamo cercato sin dall’inizio di  condividere le nostre visioni per il futuro  della piccola senza cercare di sovrastarci,  né tantomeno opponendoci ai desideri  altrui.  La passione terrena ha lasciato spazio al  dialogo d’amore, che in questi mesi è  stato di carezze e massaggi, e cure per la  nostra anima di futuri genitori. Abbiamo  ritagliato momenti durante la giornata  dove entrare in contatto con noi stessi, e  accarezzare la piccola con i nostri pensieri  d’affetto.  Allo stesso modo la mia routine giornaliera  ha subito un notevole cambiamento, ho  smesso di allenarmi pian piano (pratico e  studio kung fu da circa  diciotto anni),  anche se potevo optare per un training  leggero di tai chi, ho preferito rilassarmi  completamente. L’aumento di peso si  faceva sentire e non volevo forzarmi in  movimenti che potessero ulteriormente  stancarmi.  La mia personalità mondana, fatta di  aperitivi e cene, locali e clubbing, ha  lasciato spazio ad incontri con amici più  intimi e sono diventata sempre più  esigente nella scelta di chi mi gravitava  attorno, tanto da esserne stupita. Ho  voluto intorno a me persone che mi  amassero sinceramente, positive; perché  di altro non sapevo che farmene. Sentivo  il bisogno di avere un dialogo sereno,  d’incontri da tè­tisana. E devo ammettere,  che sono molto felice di poter condividere  con amici “pochi ma buoni “questo  momento speciale.  Mancano circa cinque, sei settimane alla  data presunta del parto, e siamo  emozionati perché finalmente potremmo  conoscere la nostra piccola. Stiamo  trascorrendo questi ultimi momenti,  preparando il “nido” e sistemando ogni  cosa affinché la nostra Mai Anh stia al  meglio, parlando e organizzando la nostra  vita nell’immediato futuro.  Che dire d’altro… be’, ringrazio tanto la  Casa di maternità e le mamme che ho  conosciuto in questi mesi per la loro dolce  presenza e per aver condiviso le  loro esperienze con me.  E naturalmente la mia piccola! 

COPPIE AL PRIM

O FIGLIO

Ho scambiato il mio uomo per un uovo!  Sembra uno scherzo, un gioco di parole, invece…  Quando è nata la nostra Sofia, volevo che Mohammad fosse compagno, amante,  padre, madre, fratello: volevo che fosse omnicomprensivo. Ho caricato questo  uomo di tutte le aspettative del mondo e, quando sono state disattese, la crisi è  stata profonda e il dolore tanto.  Mohammad ed io siamo una coppia in una famiglia grande e particolarmente  complessa: noi due, i suoi due figli provenienti da un precedente matrimonio e, da  quattro mesi, Sofia.  Io sono Linda: prima una compagna, poi "la fidanzata di papà”, ora una mamma.  Ci siamo incontrati quattro anni fa, in uno dei momenti più bui di Mohammad, alle  prese con l'elaborazione di un vissuto di fallimento che coinvolgeva tutte le  dimensioni della sua vita: il fallimento della sua famiglia, della coppia e persino del  lavoro. Insieme abbiamo vissuto molti momenti difficili ed io ho avuto modo di  innamorarmi del suo coraggio nel riaffrontare la vita e nel rimettersi in gioco in  una nuova famiglia insieme a me.  In questi quattro anni abbiamo camminato insieme, affrontando la ricostruzione  (per lui) e la costruzione (per me) di un rapporto con i figli di sette e undici anni,  l’impegno di una famiglia allargata, l’incontro/scontro con l’ex moglie e madre dei  figli di Mohammad. Tutte esperienze molto faticose, ma allo stesso tempo  entusiasmanti e preziose, che ci hanno permesso di vivere la sensazione di essere  vicini e di poterci fidare e affidare l'uno all'altra.  Poi arriva Sofia. È in questo preciso momento che investo Mohammad del ruolo di  uomo­uovo.  Con la piccola in braccio, appena uscita dall’ospedale, senza la presenza di una  madre al mio fianco, lui diventa il mio unico e solo punto di riferimento: ha già  avuto due figli, saprà come fare! E non solo cose pratiche, come cambiare i  pannolini, fare il bagnetto eccetera. Sicuramente potrà anche capire le mie paure  e vedere ciò che io, alla prima esperienza, non so vedere e sentire. Mohammad  per me rappresenta la conoscenza, l'esperienza, la competenza, ma anche la  risposta alla solitudine, al bisogno di sentirmi capita, di sentirmi adeguata. Lui è il  mio uomo­uovo da abbracciare, che protegge me e Sofia da ogni paura, come solo  una madre ideale sa fare.  Ma Mohammad non può essere una madre. Non può leggere il mondo come una  donna e non può leggere me come una madre, non ne ha gli strumenti. Ora  lucidamente lo capisco, ma in quel momento no; ed ecco quindi il mio sconforto,  l’idea di una promessa non mantenuta, una delusione che cresce in me e che  mette in crisi la coppia. Passiamo momenti difficili: distanza, incomprensione,  silenzi carichi di troppe parole represse. Sono così in crisi da mettere molte cose  in discussione e continuo a sentirmi sola senza di lui e sola senza più nessuno.  Non sono in grado di capire quello che mi sta succedendo...  Nadia, l'ostetrica, proprio qui alla Casa di maternità, mi tende una mano: entra  con intelligenza, ascolto, vicinanza e competenza nella mia vita e nel mio rapporto  con Mohammad, dando fiducia e forza a me nei confronti del modo di gestire la  piccola e l'intero periodo che sto vivendo: ecco la madre che cercavo, finalmente!  Libero Mohammad dal ruolo di uomo­uovo, rileggo le mie aspettative come  assolutamente irrealistiche. Solo ora lo riconosco finalmente per quello che è: un  padre di tre figli che cerca di galleggiare con fatica all'arrivo dell'ultimo piccolo  tornado nella sua vita: Sofia.  Credo che ora sia possibile guardare al rapporto con il mio compagno con occhi  nuovi e con la consapevolezza che la coppia meravigliosa ma idealizzata di prima  non c'è più: non c’è più quell’idea di uomo­uovo che faceva cominciare e finire  tutto intorno a Mohammad.  Lascia il posto a qualcosa di più sgangherato e  comune, magari, ma più vero.  Un buon presupposto per una nuova esperienza di intimità nella nostra vita  insieme, accanto a quella di Sofia.

RICONOSCIAMO CON SIMPATIA NELLE  SUE  FORME ABBONDANTI  QUELLE DELLE NOSTRE PANCE GRAVIDE. PERCHÉ  ASPIRIAMO  AD OVULARE,COM ’È GIUSTAMENTE  NELLA NOSTRA NATURA, 


FERTILITÀ. E  QUALCHE  VOLTA  C ’È  DENTRO  UNA  SORPRESA.  PERCHÉ  È  UNA  BUONA 

8

IDEA: SEMPLICE  E  GENIALE  COME  L ’UOVO  DI 

COLOMBO. PERCHÉ 

VUOLE

MELE Giulia A. mamma 

Quando ti ho detto che ero incinta, mi hai abbracciata, le mie  paure contro il tuo torace. Andrà tutto bene, mi hai detto: e  non so cosa mi sia stato più caro, se la tenerezza con la  quale hai cercato di calmarmi o la paura che hai evitato di  nascondere, lasciandola trasparire tra le pieghe delle tue  rassicurazioni.  In quei primi giorni, parlavamo l’uno all’altra, sì, ma anche a  noi stessi. Andrà tutto bene, dicevo io, siamo giovani. Sarà  divertente. Posso fare la mamma, ne sono in grado. Posso  partorire. Posso prendermi cura di un essere umano – di un  essere umano piccolo – per un anno, due, dieci… andrà tutto  bene e anche se ora sono una teen­ager attempata, ho nove  mesi per trasformarmi in ape regina. Nove mesi sono lunghi,  no?  Tu dicevi: ma sì, non siamo messi male. Abbiamo i soldi da  parte. Venderò la moto, tu stai tranquilla e pensa al  pancione, vedi, anche ‘sto mese ho guadagnato bene, vedi,  dobbiamo solo stare tranquilli e andare d’accordo e al resto ci  penso io. Ho venduto la moto.  Con il passare dei mesi il mio sguardo si abbassava, fino a  rimanere puntato all’ombelico. Tu guardavi avanti. Scrutavi il  futuro mentre io, camminando a ritroso, cercavo nel mio  passato il senso di avere una madre, per poterlo diventare;  di avere un padre, per poterlo riconoscere. Cercavo il senso  dell’essere figlia, per poterla trovare. Siamo andati al mare,  in primavera. Sdraiati sullo stesso asciugamano, ci siamo  abbracciati e io ho premuto il viso contro la tua pelle nuda  che sapeva di salsedine e sudore. Un momento bello da non  dimenticare, da riporre al sicuro nel cassetto dei ricordi,  pronto a essere ripescato quando c’è bisogno di sentire  ancora il suono sciabordante del mare. Quando ho chiuso gli  occhi le onde parevano potermi portare via, ma tra le tue  braccia calde sarei potuta essere al sicuro, come su una  placida chiatta fluviale, e ho vissuto per prima quel pacifico  cullare che ora addormenta mia figlia tanto facilmente.  Abbiamo scoperto insieme che si può essere tranquilli pur  essendo pieni di paura verso un futuro talmente improvviso  da inibire qualsiasi senso di aspettativa. La nostra è stata  un’attesa senza nessuna immagine di quello che sarebbe

C O PPI

E AL PRIMO

FIGLIO

stato il dopo, eppure la tua presenza mi ha sempre  mormorato che in quel “dopo” tu ci saresti stato, pieno di  incertezze quanto me, ma certo del pilastro del tuo amore. E  nel caldo estivo, all’ombra dei pioppi albanesi solleticati dal  vento, l’ansia si è sciolta. L’abbiamo lasciata nella terra di un  vecchio santuario, dove il dolore del passato ha preparato il  terreno a una nuova piantina che aveva già iniziato a  muoversi.  Il sole dell’estate ha lasciato il posto alla luce autunnale, le  faggete intorno alla città si sono vestite di un giallo  abbacinante e i raggi ambrati pronunciavano un arrivederci  ogni giorno più palpabile. Un altro saluto si avvicinava, un  benvenuto sudato e temuto. Quando le acque si sono rotte,  hai brandito risoluto lo spazzolone e hai pulito il pavimento  allagato. Mentre io tremavo nella doccia, hai chiamato Nadia  e insieme – non ho bisogno di domandare per saperlo –  avete parlato della mia paura mentre io finivo di mettermi lo  smalto sui piedi. E continuavo a tremare, è stata un’impresa!  Ma avevo bisogno di aggrapparmi a un gesto di ordine: è  questo mio ordine pandemoniaco che ti ha incantato  all’inizio, ti ha preso con sé e ti ha portato anche in quella  sala parto dove non ti avrei mai pensato – e mai pensato di  volerti!  “Va bene, entra anche tu, e stammi vicino, ma senza  scherzare, e non essere ansioso, arriva o no ‘sto cappuccino?  E fai come dice Nadia, e quando la bimba esce non  guardare!”  L’ultima richiesta l’hai ignorata e hai visto nascere tua figlia.  Poi, dopo non so quanto, hanno sollevato dal mio petto  quella cucciola intontita dall’odore pungente e l’hanno data a  te, che l’hai tenuta in braccio con due occhi sfavillanti di  felicità simili a due cuoricioni da fumetto manga… e lì, in  quel momento, ho visto mia figlia, ho capito cosa stava  succedendo e sono scoppiata in un pianto di gioia, furioso  quanto è stato quieto quello del giorno del mio matrimonio.  Ma guarda, sei presente e attore in alcuni dei momenti più  belli della mia vita. Proprio ora che la luce tagliente  dell’inverno lenisce la nostra stanchezza, adesso che le ore si  dilatano e i giorni scappano come i minuti, non posso  dimenticarlo.  Nella tempesta emotiva del puerperio e nelle sfide che  affronto quotidianamente, so chi sei perché ho visto ciò che  sei stato. Siamo pieni di gioia e prede di occasionali ansie,  ma anche con i nostri sbagli ci mostriamo l’uno all’altro per  come siamo fatti. E sotto la coltre della quotidianità, avverto  ancora l’odore di salsedine, il calore della battigia, e capisco  il senso dello stare insieme. Il nostro amore ha dato un  frutto, l’abbiamo fatto noi, e forti di questa conquista  possiamo stendere le mani in avanti verso gli alberi del  futuro, per arrivare a cogliere insieme  le me le argentee d ella luna,  le me le dorate de l sole.

CON UNA  CERTA  REGOLARITÀ. PER  ANNUNCIARVI  CON  AUTOIRONIA: ABBIAMO FATTO L’UOVO! PRENDETELO  COM ’È,  NON  CERCATEVI  IL  PELO. E  GUSTATEVELO,  ALLORA! 

È BUONO 


RACCONTARE STORIE  UN  PO ’  DIVERSE  DALLE  SOLITE;  VUOLE  ESSERE  L ’UOVO  FUORI 

9

DAL CESTINO.  PERCHÉ  VORREMMO  CHE  FOSSE  PIENO.  PIENO  COME  UN  UOVO:  DI 

Cova solitaria Tiziana M. mamma 

O AL PRIM IE P P O C

FIGLIO

Non pensavo che avrei fatto tanta fatica a scrivere di questioni  di coppia.  Non è questione di difficoltà a esternare il mio vissuto, ma è  come se la mia mente avesse archiviato il capitolo. Sono  separata da ormai due anni, ossia sono due anni che io e  Marco non viviamo più insieme. In realtà il nostro  allontanamento è avvenuto molto prima, già dai primi mesi di  gravidanza, una gravidanza capitata un po’ a sorpresa dopo  dodici anni di matrimonio.  Non che non fosse  sperata da parte mia!  Avevo passato da poco i  quaranta e dentro di me si  faceva sempre più strada  il pensiero di un figlio.  Speravo di rimanere  incinta e al tempo stesso  ne avevo paura. Sapevo  che Marco era dubbioso  in proposito, aveva detto  di no, ma era stato anche  possibilista. Be’, la cosa è  successa, in quattro e  quattr’otto. Destino?  Forse. Così come è forse  stato destino che il  rapporto con Marco non  abbia resistito alla forza  dirompente di una nuova  vita, che viene a cambiare  per sempre i vecchi  equilibri.  La mia gravidanza è stata  difficile e io l’ho vissuta  con paura, fra divano,  ospedale e casa dei miei.  La mia attenzione era  tutta rivolta alla “cova” del  prezioso “uovo”. Marco  continuava con la sua  vita, palestra, moto, amici.  Io non me ne davo pensiero. Ero su un altro pianeta.  Nell’unico incontro con i futuri papà a cui abbiamo partecipato  lui era un pesce fuor d’acqua. Cosa ci faceva lì? Futuro papà?  Le altre coppie parlavano delle loro aspettative, avevano  probabilmente cercato il figlio insieme e ora aspettavano  insieme. E noi? Ancora una volta gli ormoni della gravidanza  mi hanno fatto sottovalutare la situazione: ero ottimista, tutto si 

sarebbe sistemato, quando il piccolo sarebbe arrivato nella  nostra vita avremmo ritrovato un nuovo equilibrio a tre. Invece  no, il nostro allontanamento proseguiva inesorabile. Eravamo,  di fatto, già separati.  Una volta nato Mirco, io mi sono immersa nel ruolo di mamma  alle prese con un allattamento ad altissima richiesta. Mirco è  nato a luglio, a settembre Marco mi ha detto di essere in crisi,  una crisi profonda, che è  sfociata in una rottura  definitiva. Tanti i sensi di  colpa e i ripensamenti,  ma poi abbiamo preso la  decisione di andare  avanti per la strada della  separazione. Meglio  prima che dopo,  soffriamo ora noi, ma  Mirco crescerà in una  situazione più sana.  Inizialmente non mi è  stato facile accettare  quello che era successo.  Non volevo che Mirco  crescesse senza una  vera famiglia. Mi sentivo  responsabile ed  incosciente per aver  voluto un figlio, sapendo  che il rapporto con Marco  scricchiolava da sempre  e che in fondo non  eravamo fatti l’uno per  l’altro. Ma il tempo mi ha  fatto accettare lo stato  delle cose ed ho capito  che la nascita di Mirco ha  fatto per noi quello che  forse era bene: ha dato  uno scossone ad un  rapporto che non era  destinato a durare, almeno non felicemente.  Mirco cresce bene e sembra felice. La presenza del papà c’è  ed è fortunatamente costante anche se, come spesso accade  in questi casi, è limitata a ore di gioco e di svago.  Io sono stanca ma serena, mi sono creata un nuovo  equilibrio e amo la mia indipendenza.

E COSTA  POCO. PERCHÉ  L’UOVO? PERCHÉ  È  UNA  CELLULA  GERMINALE,  PIENA  DI  POTENZIALITÀ.   PERCHÉ  È  IL  SIMBOLO  DELLA  FERTILITÀ.  E  QUALCHE  VOLTA  C ’È  DENTRO  UNA 


VOCI, DI  IDEE,  DI  PROPOSTE. 

PERCHÉ

RICONOSCIAMO CON  SIMPATIA  NELLE  SUE 

10

FORME ABBONDANTI  QUELLE  DELLE  NOSTRE  PANCE  GRAVIDE.  PERCHÉ  ASPIRIAMO 

TEOREMA DI COPPIA Marta M. mamma

Teorema di coppia, ovvero considerazioni sull’energia  dei suoi appartenenti, nel superamento delle regole  convenzionali di calcolo.  Difficile trattare questo argomento senza trasformare le  prossime righe nel momento in cui “dal vaso di  Pandora uscirono tutti mali del mondo”. Chi ha avuto  modo di frequentare qualche incontro mamma­  bambino insieme a me può ricordare che delle volte  ero così stanca da avere parole abbastanza impietose  verso Ivan, la nostra piccola Micol e nei confronti della  nostra vita in genere…  Insomma, ci sono momenti in cui, ancora adesso, farei  volare loro due e loro cose fuori dalla finestra per avere  un po’ di pace ­ metaforicamente è chiaro! ­ e prego  perdonerete l’immagine perché ne avevo pensate  anche di più forti e violente, che bene possono  descrivere l’impeto dei miei sentimenti.  La verità è che la coppia, intesa come 1+1=2 o 1x1=1²  non esiste più o è una realtà che fatica a presentarsi  perché, con la nascita della nostra bimba, 1+1 darà  sempre come risultato 3.  Voglio dire che la relazione cambia, per fortuna o  purtroppo… meglio dire inevitabilmente, con tutte le  accezioni belle e meno belle che ha tale avverbio ­ ciò  che è inevitabile non per forza deve essere negativo.  Forse la giusta formula per affrontare la nuova vita di  coppia sta nel riuscire ad adattarsi all’evoluzione che la  coppia subisce. Facile a dirsi, molto meno a farsi,  soprattutto per una come me…  Nella nostra vita di coppia tutto ruota sulla diversità di  caratteri, ruoli, opinioni e chiavi di lettura che esiste tra  me e Ivan. Che poi gli ingranaggi della nostra vita  incontrino qualche ostacolo questo è, appunto,  inevitabile: tutto sta nel considerare l’ostacolo nella  prospettiva di un masso o di un sassolino. Se avessi  un manuale d’istruzioni per un ottimale funzionamento  della nostra coppia, ­ chissà come mai, quando serve  davvero non si trova mai ­ ci sarebbe scritto: superare  la prospettiva del “bicchiere mezzo vuoto” e del  “bicchiere mezzo pieno”, in favore del sistema dei vasi  intercomunicanti in cui, se uno manca d’acqua, l’altro lo  riempie o, se uno sta per trasbordare, l’altro lo riporta  nei suoi limiti. 

IGLIO PRIMO F L A IE P CO P

Dare fiducia alla nostra coppia: sarebbe il presupposto  per affrontare le nostre sfide quotidiane. Tuttavia,  ancora una volta, facile a dirsi e molto meno a  realizzarsi. Accettare i diversi ruoli, assumerli in modo  proporzionato, non significa sempre conseguire  un’equa distribuzione dei compiti e delle responsabilità.  Nella pratica quotidiana, sono portata ad affrontare il  ruolo di compagna con gli stessi strumenti del ruolo di  mamma e spesso a confondere l’uno con l’altro. Penso  che ciò accada perché l’organizzazione del mio tempo  è troppo frenetica per scindere sempre la mamma dalla  compagna, per cui può accadere che tratti Ivan come  una sorta di bambinone, chiedendogli il resoconto  quotidiano della gestione della sua persona ­ “Hai  mangiato, sì ma che cosa? Lavati! Cambia il pigiama!  Ti serve qualcosa?” ­ e l’elenco potrebbe continuare  ancora e ancora; mentre quando Micol è un po’ noiosa  per la stanchezza o, semplicemente, ha voglia di stare  in braccio alla sua mamma o dormire insieme a lei, mi  chiedo come mai non riesca a capire che non sono  sempre e solo a sua disposizione…  Ma alla fine, nonostante ci siano questi momenti in cui  voglio trovare il bambino tontolone in Ivan e la  compagna comprensiva in Micol, tutto magicamente  appare armonioso. Proprio lei, che è la più piccola, è  serena e molto fiera di sé, guarda suo padre come  fosse il migliore che ci sia, si appaga dei semplici  momenti di assoluto niente in cui ci strappa un bacino  sulla boccuccia una volta da me e una volta da lui per  svariate volte, allora sono felice di dire a me stessa che  sì, ci completiamo, ci compensiamo, ci integriamo.  Ed in tutto questo la mia parte ha lo stesso peso di  quella di Ivan.  Siamo una coppia che scoppia o forse è già scoppiata?  Sì, ma d’amore, che delle volte vuol dire felicità e delle  volte contrasto. L’importante è che lo scoppio non sia  implosione ma esplosione. Bisogna evitare di rivolgere  lo sguardo sempre e solo a se stessi e usare la propria  sensibilità insieme a quella dell’altro. Affrontando in  questo modo la vita di coppia, può accadere che 1+1  non sia più solo uguale a 2, ma anche a 3, 4, 5,  6… e così sin tanto che lo scoppio della coppia  sia di moltiplicazione generatrice.

SORPRESA. PERCHÉ  È  UNA  BUONA  IDEA:  SEMPLICE  E  GENIALE  COME  L ’UOVO  DI  COLOMBO.  PERCHÉ  VUOLE  RACCONTARE  STORIE  UN  PO ’  DIVERSE  DALLE  SOLITE;  VUOLE  ESSERE 


AD OVULARE,COM ’È  GIUSTAMENTE  NELLA  NOSTRA  NATURA,  CON  UNA  CERTA 

11

REGOLARITÀ.

PER ANNUNCIARVI  CON  AUTOIRONIA:  ABBIAMO  FATTO  L’UOVO! 

A ciascuno

il suo tempo Cinzia P. mamma Quando ho scoperto di essere incinta,  una marea di emozioni e sentimenti  inondavano il mio cuore.  Paura, felicità, tristezza... ero sorpresa  ed incredula, come se questa assenza  di mestruazioni, il dolore al seno e alla  pancia non mi appartenessero.  L’ho detto a mio marito. Anche lui era  felice ed incredulo, non pensavamo  che il nostro “angelo” ci avesse già  scelto.  Che fatica all’inizio essere incinta,  sentirsi incinta. Non volevo rinunciare  al mio lavoro a causa di questo stato  fisico, ma ero costretta. Essendo  un lavoro classificato come a rischio,  dovevo per forza di cose allontanarmi  da quello che al momento mi dava  maggior soddisfazione e gioia.  Poi il sentirsi quasi malata…  Ti confronti con le compagne di  sventura e mille esami, mille controlli,  non fare questo, non fare quello.  Tutti mi facevano sentire una malata,  impossibilitata a svolgere la mia vita  di sempre. A tutto questo  ero impreparata e non lo  accettavo.  In questo periodo il mio  uomo era quasi assente,  non fisicamente o  affettivamente, ma dal  punto di vista delle  rassicurazioni, o almeno,  anche se c’era, io non lo  percepivo. Mi sentivo sola  e spaventata con l’idea,  difficile da accettare, che  dentro di me stesse  crescendo una nuova vita.  Poi una persona che stimo  molto, a cui affiderei mio  figlio senza timori, mi ha  detto: “prova ad andare in  Casa di maternità, anche  solo per un colloquio”.  Mi sono fidata. Ed è stato  il più bel regalo che avessi  potuto ricevere per la mia  maternità: conoscere la  Casa! 

Ho fissato l’appuntamento.  Ovviamente ho trascinato il mio  compagno. Abbiamo parlato con Lidia,  la colonna portante: un colloquio  tranquillo, come tanti.  Dopo un mese ho iniziato il corso in  gravidanza, ero al quarto mese.  Inizialmente titubante, in punta di  piedi ho deciso di entrare veramente  nella vita della Casa. Mi sono lasciata  coinvolgere da quell’atmosfera calda  e rassicurante, in una parola:  materna!  Mio marito non era contrario, ma  nemmeno mi spronava in questa  nuova avventura. Aveva capito ­ e me  l’ha fatto bene intendere! ­ che la  decisione era tutta mia, nella buona e  nella cattiva sorte. Da bravo padre in  attesa, partecipava agli incontri di  coppia, ma la mia sensazione era di  una sua estraneità, come se si fosse  costruito una corazza per non far  intendere i suoi sentimenti, non farsi  coinvolgere. Insomma, un Ponzio  Pilato. 

COPPIE

AL PRIM O

FIGLIO

Le settimane passavano, la pancia  aumentava, il nostro “angelo” iniziava  a farsi sentire...  Al settimo mese sono passata di grado,  entrando nel corso pre­parto.  Ero diversa, i mesi precedenti mi  avevano fatto crescere, maturare.  Da ragazzina spaventata e timida,  mi sono riconosciuta come una donna  in attesa, che si stava preparando a  vivere un miracolo.  Io ero sempre più eccitata ed  entusiasta di frequentare quel luogo  per me sacro.  Pian piano, in ascesa, stavo vivendo  non solo un cambiamento fisico ma  anche interiore, spirituale. Vivevo la  mia condizione di gravida come  qualcosa di speciale, di magico, di  unico.  Anche il mio uomo era diverso. Lo  sentivo più vicino, più convinto di  partecipare alle attività della Casa di  maternità.  Quando eravamo entrati la prima  volta lui non era per niente d’accordo  con il frequentare questo  posto e tantomeno  pensava ad  un parto solo con  ostetriche, non in  ospedale.  Poi, sempre più uniti nel  medesimo pensiero, ci  siamo realmente sentiti  una cosa sola nel decidere  come affrontare il parto.  Anche grazie alle  preziose ostetriche,  il nostro rapporto di  coppia era migliorato.  Ora non mi sentivo più  sola ad essere incinta,  ma era la nostra coppia  ad esserlo. Insieme  abbiamo messo al mondo  il nostro piccolo grande  amore.  È stata la notte più  bella della nostra  vita!

L’UOVO FUORI  DAL  CESTINO.  PERCHÉ  VORREMMO  CHE  FOSSE  PIENO.  PIENO  COME  UN  UOVO:  DI  VOCI,  DI  IDEE,  DI  PROPOSTE.  PERCHÉ  RICONOSCIAMO  CON  SIMPATIA  NELLE  SUE 


PRENDETELO COM ’È,  NON  CERCATEVI  IL  PELO. E  GUSTATEVELO,  ALLORA!  È  BUONO 

12

E COSTA  POCO. PERCHÉ L’UOVO? PERCHÉ  È  UNA  CELLULA  GERMINALE,  PIENA  DI 

Altri equilibri, altri orari Andrea D. papà 

FIGLIO L PRIMO A IE P P CO Coppia? Ma quale coppia?  La coppia di una volta non ci sarà mai più!  No tranquilli, non sono un categorico pessimista, intendo  dire che volente o no tutto si trasforma alla ricerca dei  nuovi equilibri che vedranno nascere la nuova famiglia,  innegabilmente diversa dalla precedente, come ritmi, spazi,  abitudini, modi di vedere la vita.  Subito dopo i primissimi giorni, quando l’adrenalina della  dirompente novità va via via scemando, l’obbiettivo  principale diviene la sopravvivenza. In quel periodo, il  nostro, era un rapporto di mutuo soccorso, in cui la  solidarietà cameratesca tra compagni della stessa  avventura vinceva facile sulla romantica sintonia che da  sempre ci contraddistingueva.  Le prime settimane assistono all’ascesa al trono  dell’Imperatore Leonardo Francesco I.  Suo il potere di dettare i tempi ed i diversi compiti dei suoi  sudditi, di monopolizzarne l’attenzione, di scandirne la vita.  Valentina allatta tuttora a richiesta, che in parole povere  significa che, soprattutto nei primissimi mesi,  fortunatamente estivi, passava tutto il giorno con le tette al  vento ovunque ed in qualsiasi situazione, che di notte si  dormiva in base alle poppate, in genere almeno quattro, e  che bisognava essere più lesti di Lupin per rubare attimi di  intimità, sempre attenti  che non si svegliasse,  altro che le  superprestazioni di una  volta… è un autosequestro  di persona!  …  però quando ti sorride!  Subito ci si rende conto  che in quanto senza tette  il papà non conta niente,  quindi a me niente onori,  cosa per altro compensata  da una mole di oneri  infinitesima rispetto a  quelli che toccano alla  madre.  Quindi senza tette niente  onori… e niente tette,  ormai proprietà esclusiva  imperiale, requisite fino a  data da destinarsi.  Con il passare dei mesi il  sonno più profondo e  duraturo di Leonardo  permette assalti meno  sporadici e meno inibiti.  Perdura la piacevole  sensazione di furtività,  quel brividino che riporta 

agli entusiasmi delle prime nascoste esperienze giovanili.  Col passare dei mesi il ruolo del padre viene rivalutato e  nonostante resti di secondo piano, passa da semplice  comparsa ad intrattenitore, compagno di spericolate  acrobazie aeree, collega di gattonamento sportivo, appiglio  supplementare in arrampicata libera… insomma, il ruolo di  socio.  Anche il rapporto di coppia con il passare del tempo trova  nuovi equilibri e soprattutto nuovi orari. Leonardo predilige  le ore serali per i suoi fantastici show, fagocitando anche il  solo ricordo delle nostre abituali sessioni serali di abbracci  sonnacchiosi sul divano al suono di Montecarlo Night. Ora  solo a letto a tarda ora riusciamo a concederci chiacchierate  sottovoce spesso troncate dal mio prematuro collasso.  Proprio la stanchezza costante, unica nota stonata, è il  motivo fondamentale delle difficoltà di dialogo sereno.  Già non è facile conciliare i due vissuti contrapposti, farlo da  stanchi poi implica un lavoro su se stessi non indifferente.  Per l’uomo non è immediato capire a fondo la frustrazione  di chi ha momentaneamente azzerato la propria libertà  individuale, la neomamma sottovaluta invece che se dopo  dieci o dodici ore fuori di casa il marito accenna al fatto di  essere un pelino stanco è probabile che non lo faccia solo  per pigrizia…  Fondamentali sono anche le  prime scelte comuni: la  scelta del pediatra, le  vaccinazioni, il dormire nel  lettino, il modo di  relazionarsi al patatino, la  conversione della casa in  parco giochi, il rapporto coi  nonni, come quando e  quanto tornare a lavorare.  Questo è stato per noi il  vero stabilizzatore di  coppia, perché fin dall’inizio  del nostro rapporto la cosa  più importante è stata  quella di rispettarci  profondamente e di essere  sempre gioiosamente  d’accordo sulle cose  importanti.  Ci sarebbe poi da parlare  del fatto che, con  l’esperienza, noi maschietti  diventiamo degli esperti  sfruttatori dell’aumentata  pazienza sviluppata dalle  mamme…  ma questa è  un’altra storia. 

FORME ABBONDANTI  QUELLE  DELLE  NOSTRE  PANCE  GRAVIDE. PERCHÉ  ASPIRIAMO  AD  OVULARE,  COM ’È  GIUSTAMENTE  NELLA  NOSTRA  NATURA,  CON  UNA  CERTA  REGOLARITÀ. PER 


POTENZIALITÀ.

PERCHÉ 

È IL  SIMBOLO  DELLA  FERTILITÀ. 

E QUALCHE 

FARE

VOLTA C ’È 

13

DENTRO UNA  SORPRESA. PERCHÉ  È  UNA  BUONA  IDEA:  SEMPLICE  E  GENIALE  COME 

COPPIA Stefania L. mamma 

COPPIE

E FIG L IO

LANZA

Siamo stati una coppia di  fidanzati, poi una coppia di  sposi e, a un certo punto,  l’equazione è cambiata: siamo  diventati una famiglia. Con il  primo figlio è stato necessario  scoprire che razza di genitori  potevamo essere. Diventare  genitore è un po’ come  riscoprire chi sei e da dove  provieni. Il metro di giudizio per  decidere la linea educativa di  un figlio spesso prende la  misura attraverso le  esperienze del proprio vissuto  familiare e quindi, sebbene  pensasse di avere delle solide  radici in condivisione, la coppia  scopre che ci sono delle  derivazioni nel sottosuolo che  a volte non combaciano. Così  nasce il confronto, talvolta lo  scontro, e la discussione. Per  nostra fortuna ci siamo limitati  a rimanere a livello di “tua  madre ti metteva sempre la  maglietta di lana, si vede che  sei debolino” oppure “non hai mai  imparato cosa sia l’ordine; come farai  ad insegnarlo a tuo figlio?”. È stato un  bene riuscire a tenere l’universo  familiare d’origine molto distante,  all’inizio, così i fronti che si sono  scontrati sono stati solo quello della  mamma e del papà, senza la  partecipazione di nonni e zii a  complicare le cose.  Col tempo abbiamo imparato ad essere  famiglia riuscendo addirittura ad  integrare, ma senza esagerare, anche  le famiglie di origine: ma cosa rimane  della coppia? Davide ed io abbiamo  difeso con i denti il nostro essere  coppia fin dall’inizio. Giacomo aveva  pochi mesi quando assoldammo la  prima baby sitter serale, una giovane  umanista chiacchierona. Uscivamo  qualche ora, il più delle volte rimanendo  vicino a casa; una birra, una pizza e, 

gli amici, andiamo avanti. E la  coppia cresce e si arricchisce.  Il nostro rapporto è cambiato. 

ingrediente principale, la possibilità di  parlare, soprattutto di quello che ci  stava succedendo. Io divoravo libri su  come si diventa genitori (Honneger  Fresco, Montessori, ...) e li riversavo su  Davide, per condividerli e spesso  capirli. Perché, ho scoperto con il  tempo, non c’è niente di meglio di una  chiacchierata con la persona che ami  per capire cosa hai in testa. Davide mi  ascoltava, mi raccontava del suo lavoro  e della sua vita, tutto il giorno lontano  da casa. Una volta alla settimana, da  cinque anni, noi usciamo. Nel frattempo  è arrivato Elia e anche con lui abbiamo  continuato ad uscire, senza pretese ma  con regolarità. Ogni tanto qualche  amico super organizzato ci chiede  come mai non andiamo al cinema o a  teatro. Noi, un po’ per mancanza di  tempo, un po’ perché non c’è niente di  meglio per noi che una buona cena e  una buona chiacchierata a due o con 

Oramai sono dodici anni che  siamo insieme, ma non è solo  il cambiamento del nucleo  familiare che ha modificato il  nostro rapporto. Avere dei figli  ha arricchito anche la  conoscenza che abbiamo uno  dell’altro. Abbiamo scoperto le  radici nascoste con le quali  siamo cresciuti, riuscendo a  condividerle, ma abbiamo  scoperto anche che essere  coppia vuol dire poter  procreare e che un rapporto  sessuale, quando pensi che  forse stai generando un figlio,  è una cosa unica e speciale.  Davide ha visto il mio corpo  cambiare, partecipando ad  ogni istante di questo  cambiamento, fino al  dischiudersi della mia  femminilità e alla nascita dei  nostri bambini. Io ho imparato a  conoscere il mio corpo. Ero un frutto  acerbo che aveva solo le buffe  conoscenze teoriche dell’adolescenza  ed ho imparato a capire i cambiamenti  del mio corpo di donna. Ho compreso  che esistono le pelvi e il perineo e,  grazie ad una sapiente ostetrica, ora so  che ci sono degli esercizi per  riconoscere e governare ogni singolo  muscolo. Ho imparato, con il  diaframma, che la contraccezione può  anche essere un esperienza di  scoperta del proprio corpo o che si può  inquinare di meno con una coppetta  mestruale. E, chi lo avrebbe mai detto,  tutte queste conoscenze, alcune delle  quali credo non avrei mai raggiunto  senza diventare madre, hanno fatto  crescere anche il nostro rapporto  sessuale. Essere madre e padre  comporta anche questo: è stata  una piacevole scoperta.

ANNUNCIARVI CON  AUTOIRONIA:  ABBIAMO  FATTO  L’UOVO!    PRENDETELO  COM ’È,  NON  CERCATEVI  IL  PELO.  E  GUSTATEVELO,  ALLORA!  È  BUONO  E  COSTA  POCO.  PERCHÉ


L’UOVO DI  COLOMBO. PERCHÉ  VUOLE  RACCONTARE  STORIE  UN  PO ’  DIVERSE  DALLE 

14

SOLITE; VUOLE  ESSERE  L ’UOVO  FUORI  DAL  CESTINO. 

PERCHÉ

VORREMMO CHE 

EQUILIBRI DINAMICI Christian, papà 

COPPIE Equilibrio: di coppia, di gruppo… forse non sono la persona più  indicata per trattare questo tema. Anche se da dieci anni è  sorta in me l’idea della ricerca, ancora mi sembra lunga la  strada da percorrere, per raggiungere un buon equilibrio! Sarà  anche perché non è facile rimanere saldi affrontando i  cambiamenti, e in questi ultimi anni ne sono cambiate di  cose…  Prima dei vent’anni questa parola mi era sconosciuta. Poi ho  affrontato la ricerca di una stabilità personale con il viaggio:  movimento e stabilità, sembrano due termini contrapposti!  Ho viaggiato per diversi anni in India e mi sono fermato per  lunghi periodi in un villaggio himalayano, per colmare un  vuoto. Sentivo di non  avere o aver perso  certezze che potessero  sorreggermi: il rapporto  con Dio e la natura.  Grazie a quei luoghi  splendidi, che suscitano  ricordi primordiali, e alle  persone del luogo, con la  loro semplicità, fedeltà e  armonia, si è rianimato  dentro di me qualcosa che  prima era silenzioso e mi  ha ricondotto alla bellezza  della vita. Sono potuto  allora partire alla ricerca  di una felicità che solo una  mente equilibrata, e non  disordinata, può dare. Ed  ho associato l’equilibrio  mentale ad una pace  spirituale, che mi ha  aiutato e continua a  sostenermi nelle difficoltà.  Dopo qualche anno, ecco  arrivare per me un grosso  cambiamento.  Ho incontrato Michela e mi  sono innamorato. Ci sono  voluti tre anni per capire  che l’amavo o forse per  accettare di rompere degli equilibri che lentamente stavo  costruendo. E ci sono voluti anni ancora per comprendere che  rimanere stabili non significa essere rigidi, bensì accettare gli  eventi, belli e brutti, in maniera pacifica e altruistica,  ricordando che non siamo noi il centro dell’universo, ma solo  una piccola parte di esso. Ogni cosa, positiva o negativa,  termina per poi rincominciare: il nostro stato mentale può  allungare o accorciare i tempi.  Abbiamo scelto di sposarci: senza lavoro, ancora si viaggiava, 

E FIG LIO L

ANZA

e senza casa. L’abbiamo scelto perche ci volevamo bene e  questa per noi era una certezza più importante delle altre.  E per questo, ancora senza casa e un lavoro fisso, abbiamo  ringraziato a cuore aperto l’arrivo della nostra prima figlia  Gioia.  C’è stato poi un susseguirsi di cambiamenti e di difficoltà.  Certe volte viene da chiedersi come si faccia a trovare un po’  di pace. Abbiamo cercato una vita più sostenibile in campagna,  più vicino alla natura e alla terra. Ma non è sempre tutto rose  e fiori, e a sostenerci non basta la semplice idea che sia bello.  Un nostro sogno era condividere le nostre scelte con altri: ecco  Daniele, che ha incrociato  il nostro percorso. Con lui  viviamo da quattro anni,  ci siamo aiutati nelle  difficoltà e abbiamo  condiviso bellissimi  momenti. Stiamo  crescendo come famiglia e  come gruppo: è stato  bellissimo ricevere l’altro  nostro figlio, Giovanni,  mentre il nostro grande  fratello di vita si prendeva  cura di Gioia. Tutti noi  abbiamo ospitato questo  nuovo arrivo a cuore  aperto. L’amore è più  grande di ogni altra  difficoltà, economica o che  altro: se c’è, tutte le  incertezze spariscono.  Da poco, nel piccolo borgo  dove abitiamo, si sono  avvicinate altre due  coppie: Gabri e Luisa con  la loro bimba di quattro  anni, la stessa età di  Gioia, e Chiara e Mathieu.  Siamo in procinto di  affrontare un altro  cambiamento, di pensare  a un'altra organizzazione!  Così quell’equilibrio tanto ricercato sembra sempre distante, e  forse lo è. Credo che la vita sia sempre in movimento, se  ci si  irrigidisce è troppo facile cadere. Così, specialmente nelle  difficoltà, cerco di tornare all’idea, che forte mi si era  presentata: la pace è in noi. Se c’è, le condizioni esterne,  positive o negative, non turberanno il nostro equilibrio.  È la nostra stabilità a renderci elastici, capaci di  affrontare le diverse situazioni. 

L’UOVO? PERCHÉ  È  UNA  CELLULA  GERMINALE,  PIENA  DI  POTENZIALITÀ. PERCHÉ  È  IL  SIMBOLO  DELLA  FERTILITÀ. E  QUALCHE  VOLTA  C ’È  DENTRO  UNA  SORPRESA.  PERCHÉ  È  UNA 


FOSSE PIENO.  PIENO  COME  UN  UOVO:  DI  VOCI,  DI  IDEE,  DI  PROPOSTE. 

Un

PERCHÉ

15

RICONOSCIAMO CON  SIMPATIA  NELLE  SUE  FORME  ABBONDANTI  QUELLE  DELLE 

airbag tra noi Mario e Barbara, papà e mamma 

COPPIE E FIG LIOLANZA Cosa c’è in mezzo alla coppia? Bella domanda. Mi  viene da rispondere: di fatto, un altro piccolo ostacolo.  Sì perché tra me e mio marito vedo che la distanza  aumenta: due figli ed un altro in arrivo.  Sono trascorsi otto mesi e come per le altre due  gravidanze anche in questa si sono verificati  cambiamenti importanti: il mio corpo che aumenta di  volume insieme alla pancia, tanta stanchezza e  irritabilità, confusione. Per quanto riguarda lui, vale la  solita battuta: è regredito, cerca novità ed alternative  per fuggire. Nuove passioni come concerti, sport,  uscite con amici, mentre a me interessa solo andare a  letto dopo una giornata piena di impegni e trascorsa  con i bimbi (anche lui del resto ha avuto una giornata  intensa e piena di lavoro).  Ho più volte pensato: cerca alibi per fuggire, o  semplicemente cerca anche lui di entrare in contatto  con se stesso. Per lui chiaramente è diverso, mentre  per me è più facile perché mi sdraio, tocco la pancia ed  inizio ad immaginare, a sentire, guidata dall’evento  che, come uno stato di grazia, permette un profondo  contatto con il proprio essere, facendo intuire e  scoprire un mondo pieno di risorse e potenziali. 

rende le donne più consapevoli di se stesse.  E per un momento questa percezione mi dà stima e  sicurezza, ma anche senso di potenza, quasi da farmi  avvertire la distanza tra me ed il mio compagno. Mi è  venuto da chiedergli un giorno: cosa c’è tra noi? La  sua risposta: un airbag e due figli; sono felice della  nostra famiglia, ma trovo più pratico svuotar cantine  che fare figli.  Non c’è proprio nulla da fare, mio marito è l’inguaribile  romantico della praticità, per lui è una questione di  ruoli; nella coppia ci deve essere cooperazione, lui  pensa alla capanna e a non far mancare nulla a  nessuno, io a creare l’uovo.  In un momento di grande confusione dove la  percezione della realtà è alterata dall’ormone, ammetto  che è rassicurante il senso pratico di mio marito, è una  certezza!  Mi viene un’immagine: lui sulla terraferma, io in mare  vicino alla riva dove il movimento delle piccole onde è  un po’ dolce e un po’ agitato. Lì, avvolta dall’acqua,  perdo la percezione dei miei confini corporei e  mentali… ora è così. 

Nel corso della gravidanza provo di frequente un senso  di gratitudine verso questa opportunità di vita, perché 

BUONA IDEA:  SEMPLICE  E  GENIALE  COME  L ’UOVO  DI  C OLOMBO.  PERCHÉ  VUOLE  RACCONTARE  STORIE  UN  PO ’  DIVERSE  DALLE  SOLITE;  VUOLE  ESSERE  L ’UOVO  FUORI  DAL  CESTINO . 


NOSTRE PANCE  GRAVIDE.  PERCHÉ  ASPIRIAMO  AD  OVULARE ,  COM ’È  GIUSTAMENTE 

16

NELLA NOSTRA  NATURA,  CON  UNA  CERTA  REGOLARITÀ. 

PER

ANNUNCIARVI CON 

Famiglia, un’impresa Sonia M. mamma 

Eccoci qua, siamo una famiglia allargata, con cinque figli in  due, e di problemi di coppia siamo abbastanza esperti.  Quando ci siamo conosciuti io e il mio attuale marito, lui  aveva due figli di sette e tre anni e io una di due e mezzo. Il  rapporto di coppia, strettamente inteso, andava alla grande,  nel senso che io e lui da soli ci divertivamo un sacco,  stavamo benissimo insieme e devo dire che, nonostante i  tre figli, la situazione ci permetteva di ritagliarci molti spazi  per noi: i suoi due figli erano super mammoni, quindi  stavano più volentieri con la madre senza patire troppo la  sua assenza (cui erano peraltro già abituati, non essendo  mai stato lui un padre presente e felice di essere in casa),  mentre mia figlia, dato che io ero praticamente una ragazza­  madre, era abituata a stare un po’ con tutti, soprattutto con i  giovani nonni paterni.  I figli però c’erano e quando eravamo tutti insieme i problemi  spuntavano come funghi. E giù litigi, abbandoni, pianti. La  situazione a volte mi sembrava assolutamente  irrecuperabile. Così abbiamo fatto un po’ di terapia di  coppia, che ci è servita moltissimo; anche perché noi  volevamo fortemente mantenere il nostro rapporto di  coppia… e d’amore.  Quando nel 2003 è nato il nostro piccolo Andrea io ero al  settimo cielo (mio marito era forse più preoccupato che  felice) e, nonostante sia sempre stato un bambino molto  irrequieto, la condizione della nostra coppia era più che  soddisfacente. Però già si intravedevano le prime difficoltà  del marito trascurato e abbandonato a sé stesso. Poi, con la  nascita della nostra ultima figlia, il mio fiorellino Viola, nel  2008, le cose si sono complicate: il rapporto di coppia è  diventato ormai quasi un lontano ricordo.  La mia figlia grande è in piena adolescenza e, a modo suo,  richiede attenzioni. Non posso lasciare che si gestisca  totalmente da sola perché ha solo sedici anni e, avendo  avuto un’infanzia diciamo un po’ instabile, voglio farle  sentire che ci sono, seguirla, prima che magari si cacci in  qualche situazione pericolosa.  Andrea non ha mai smesso di essere vivace e ha sofferto  più di quanto mi aspettassi la nascita della sorellina, quindi  ha bisogno che io gli faccia sentire che lui è sempre il  principino di casa. Viola è un amore di cozza, sempre  appiccicata. Tesoro, è piccolina…  In più lavoro, a tempo  pieno (o quasi) perché il part­time non si trova.  Secondo voi quanto tempo mi avanza per il mio compagno  di vita? Alle dieci di sera crollo sul letto come narcotizzata e  alle sei del mattino ho già l’occhio sbarrato pensando alla  tabella di marcia della giornata. Il sesso, ma anche  semplicemente una serata davanti alla TV, sono ormai un  sogno.  In sostanza, quello che ho capito nel corso degli anni è che 

L E FIG LIO COPPIE

ANZA

se non riesco a trovare un momento, uno spazio in cui  svestirmi di tutti i miei ruoli, che mi fanno marciare da mane  a sera, se mi manca il tempo per stabilire un contatto  intimo, anche solo mentale, con mio marito, il rapporto di  coppia si incrina parecchio. Danilo, mio marito, si sente  solo, si ripiega su sé stesso e ci si allontana.  Ho constatato che è una cosa che succede alla maggior  parte degli uomini abituati ad essere “accuditi” dalle donne.  Capisco anche il loro stato d’animo: effettivamente, trovarsi  “soli” da un giorno all’altro li spiazza un po’, e voglio anche  provare a capire che proprio non fa parte della loro natura  accantonare sé stessi per privilegiare i bisogni di un altro  essere umano totalmente dipendente. Però un piccolo  sforzo me lo aspetterei!  Invece la responsabilità e la gestione della famiglia restano  comunque una prerogativa femminile. Dove e quando  portare i figli dal dottore, di quali vestiti hanno bisogno,  quale scuola fargli frequentare, quale sport, quanti soldi  entrano ed escono, cosa deve fare la donna delle pulizie,  cosa comprare al Super, cosa si mangia… e poi l’archivio  di bollette/multe/spese/dichiarazioni redditi/documenti (Sai  dov’è il contratto del mutuo?), lavare e stirare (Ma, dov’è la  mia camicia azzurra? Eh, non ho più mutande. Non trovo  l’interno del mio giubbotto invernale); devo continuare?  Così io, figlia di una fiera donna separata, cresciuta negli  anni ’70 in una famiglia di sole donne, convinta che noi  donne possiamo farcela come e meglio degli uomini, a  volte mi trovo ad invidiare quelle tranquille casalinghe degli  anni ’60, che potevano occuparsi serenamente della  gestione della casa (che più si è e più somiglia ad un  albergo) e della crescita e l’educazione dei figli (hai detto  niente!), senza l’ansiogena sensazione di trovarsi sempre  nel posto sbagliato: a casa quando ti aspettano in ufficio e  in ufficio quando a casa i piccolini avrebbero bisogno di te.  Quindi, dopo anni di convinto femminismo penso che, visto  che tanto la divisione dei ruoli è inevitabile, perché non  svolgere il ruolo per cui mi sento più portata? Quello di  “angelo del focolare” (moderno, eh!)? In fondo gestire la  famiglia è come gestire una piccola azienda no? È un  ragionamento vomitevolmente antiquato?  Per mio marito è quasi impossibile fare le mie veci in  famiglia. Non ne è capace e nemmeno gli interessa  imparare a lavare, stirare, cucinare. Lui è più portato per  altre cose. Probabilmente esistono coppie in cui i compiti  atavicamente femminili vengono svolti anche dall’uomo con  abilità e soddisfazione, però trovo utopistico pensare che i  ruoli all’interno della coppia possano essere  sempre assolutamente intercambiabili.  L’importante è che nessuno dei due ruoli venga  considerato inferiore rispetto all’altro. O no? 

PERCHÉ VORREMMO  CHE  FOSSE  PIENO.  PIENO  COME  UN  UOVO: DI  VOCI, DI  IDEE, DI  PROPOSTE. PERCHÉ  RICONOSCIAMO  CON  SIMPATIA  NELLE  SUE  FORME  ABBONDANTI  QUELLE  DELLE 


AUTOIRONIA: ABBIAMO  FATTO L’UOVO! PRENDETELO  COM ’È,  NON  CERCATEVI  IL 

PELO .  E  GUSTATEVELO ,  ALLORA!  È  BUONO  E  COSTA  POCO.  PERCHÉ  L’UOVO? 

PERAMORE

C O PPI

EEF IG LIO

17

L A NZ

A

Laura V. mamma 

Ti colpisce. Lo si sa da sempre: Eros ha arco e frecce.  Incontri uno e ti colpisce. Chissà poi perché proprio quello lì.  Somiglia a qualcuna delle tue fantasie; sì, dev’essere così.  Non l’hai mai visto prima, eppure ti ricorda qualcosa o  qualcuno, è come se lo riconoscessi. Magari è tutto diverso da  quello che pensavi essere l’uomo ideale. Ma t’accorgi d’un  botto che fino a lì ti eri sbagliata.  Cercare di capire il perché non ha senso: non è che puoi  procedere attraverso logica e razionalità, è una cosa che ti  capita, in cui ti muovi trasognata. Ma ti viene da pensare: di  chi mi sono innamorata? Di quello lì davanti o di quello  sfuggente riflesso, di quell’immagine che va a spasso dentro  la mia testa? Innamorarsi è un po’ realtà e un po’ illusione.  Ma in fondo non importa: né di chi, né perché.  Innamorate ci si sente ricolme di forza e di vita, capaci di  qualunque sfida, sostenute in qualsiasi fatica, pronte ad  abbassare le difese e a mettersi in gioco, a cambiare se  stesse e a cambiare il mondo.  Sarebbe bello procedere così nell’innamoramento, come in  surf sulle onde, spinte in alto e avanti da forze potenti, da  cavalcare così come vengono, senza porsi nemmeno il  problema di governarle…  No, non dura. Un innamoramento non dura: a un certo punto  l’onda si sgonfia. Forse è perché si fiuta il pericolo di perdere  contatto con la realtà. Si sente il bisogno di accertare, si vuole  sapere, si è costrette a prendere atto che quello lì e l’altro in  testa non sono la stessa cosa. Che bisogna rifare i conti,  perché se quei due hanno qualcosa in comune,  qualcos’altro  invece no, e la cosa non quadra. Di frequente è un momento  di delusione.  Il desiderio di restare in coppia, l’avere progetti in comune ­  magari proprio un progetto riproduttivo ­ a volte è un potente  motore, capace di spingere un amore oltre la zona di  turbolenza,  alla ricerca di un altro e più profondo contatto,  che comporta una corrispondenza più intima, ma anche il  riconoscimento e il rispetto dell’alterità, quel tanto di mistero  che resta per l’uno il sentire dell’altro.  C’è un requisito irrinunciabile, io lo chiamo generosità.  Non so definirlo meglio.  Pensare, decidere di fare figli alimenta un amore? Direi di sì,  perché mette in gioco, mette in moto la generosità, il  desiderio di destinare risorse ed energie a qualcuno  gratuitamente, senza attendere contropartita. Due genitori in  questo stato di grazia, sostenuti da questo slancio di  generosità,  possono compiere assieme e spontaneamente  anche quello sforzo di riconoscimento e di accettazione  reciproca, che li aiuta a rimanere insieme, a maturare  assieme un sentimento amoroso diverso, più consapevole dei  pregi e dei difetti, dei punti di forza e di debolezza di  ciascuno, più tollerante e ironico.  Perché allora tante coppie non reggono, perché l’arrivo dei  figli costituisce un banco di prova così duro da farne saltare  un buon numero?  L’altro giorno cercavo di spiegare a un giovane amico, alle 

prese con problemi di coppia, la decisiva importanza della  generosità. E lui, di rimando: guarda, c’è un’altra parola  chiave, altrettanto importante: reciprocità. Se il concedere  dell’uno viene inteso dall’altro come segno di debolezza; se il  recedere da una posizione viene avvertito come resa; se la  gratuità viene scambiata con la sottomissione; se anziché  una gara di generosità si mette in scena una trattativa; se  ogni occasione è buona per misurarsi in una prova di forza…  Ecco, in queste condizioni viene meno la reciprocità. Allora la  generosità unilaterale non solo è inutile, ma  controproducente. Dice lui.  Avrà ragione? Allora devo essere grata al destino di avere  sperimentato la mia storia d’amore in una condizione di  reciprocità. Abbiamo stretto un patto, il mio uomo ed io, e  risolutamente: essere l’uno per l’altro, fare della famiglia il  perno della nostra vita affettiva, farne un luogo accogliente  per i figli e anche per tutti quegli altri che, pur esterni al  nucleo, stanno a cuore a noi e a loro.  Quello che è seguito ­ le esperienze condivise di gioia e  dolore ­ hanno rafforzato la nostra coesione. Lo stare  assieme attenendoci a quel patto continua ad alimentare  l’amore. Forti di questo terreno comune, noi due abbiamo  finito col conoscere e dialogare l’uno con i pensieri dell’altro  senza quasi più bisogno di formulare parole.  Basta che mi guardi per capire cosa penso, basta che lo  guardi: so che ha le sue zone d’ombra e le rispetto ­ e lui le  mie. Basta che mi tocchi perché io capisca quello che prova  in quel momento, basta che lo tocchi e lui capisce.  Certe volte il desiderio si assopisce, certe volte di nuovo si  risveglia. È il suo a volte a chiamare il mio, altre volte è il  contrario. Capita pure che l’uno chiami e l’altro non ascolti,  bisogna avere pazienza. Capita anche che l’uno avverta che il  desiderio dell’altro si sta volgendo altrove, e allora bisogna  nuotare controcorrente: che fatica! Ma, almeno fino ad ora,  abbiamo sempre poi ritrovato l’intesa e la gioia  primitiva del sesso ­ e anche questa è una  bellissima cosa, che ci aiuta a stare uniti.  Mi piace pensare che invecchieremo assieme. 

Vedi quando ci penso  penso  se te ne andrai  ti troverò…   Vedi  quando ci penso  penso  se me ne andrò  mi troverai…   in te

NOSTRE PANCE  GRAVIDE. PERCHÉ  ASPIRIAMO  AD  OVULARE,  COM ’È  GIUSTAMENTE  NELLA  NOSTRA  NATURA,  CON  UNA  CERTA  REGOLARITÀ. PER  ANNUNCIARVI  CON  AUTOIRONIA: 


PERCHÉ È  UNA  CELLULA  GERMINALE,  PIENA  DI  POTENZIALITÀ. PERCHÉ  È  IL  SIMBOLO 

18

DELLA FERTILITÀ. E  QUALCHE  VOLTA  C ’È  DENTRO  UNA  SORPRESA. PERCHÉ  È  UNA 

Figli, questione di coppia o di

villaggio? Rossana C. psicologa 

C O PPI

EEF IG LIO

LANZ

A

Avere un bambino e accompagnarlo nella sua crescita,  assistendo alle sue innumerevoli conquiste, è una delle cose  più entusiasmanti per due genitori. Fare il genitore richiede  però anche equilibrio, sensibilità, energie fisiche e una buona  dose di pazienza. Eh già, la pazienza.  Sin dai primi giorni, soprattutto la mamma si trova impegnata  assiduamente in vari gesti di cura offerti al proprio figlioletto  che sembrano, nel corso della giornata, non finire mai:  allattarlo, pulirlo, cullarlo; azioni che vanno poi ad aggiungersi  a quelle che riguardano già la normale routine legata alla cura  della casa e al lavoro.  La vita tutta d’un tratto si complica e sembra che non sia più  possibile riuscire a stare dietro a tutto.  La mamma, in particolare, si trova a dover rinunciare a  quell’immagine di bambino ideale sognato e tanto fantasticato  durante tutta la gravidanza, per lasciare posto ad un bambino  in carne ed ossa che reclama per ogni bisogno.  Prende forma cosi quell’amore materno, naturalmente  ipersensibile ad ogni richiesta o movimento del bambino, un  amore fatto di generoso altruismo, di gratuità ­ perché si dà  tutto senza avere niente in cambio, almeno nell’immediato.  Un amore fatto di rinunce e di sacrificio.  Soprattutto nei primi anni di vita, l’amore per il proprio  bambino è davvero sacrificio del proprio tempo e dei propri  spazi. Si pensi alle ore di sonno che si perdono in media per  notte, al fatto che fare un bagno caldo o cenare in santa pace  diventa un vero e proprio miraggio, perché le urla o i rigurgiti  del nostro pargoletto ci richiamano costantemente all’appello.  E il corpo, quello soprattutto delle madri, sembra esporre in  tutta la sua evidenza i segni di questa oblatività: appesantito,  trascurato e con i segni della stanchezza sul volto.  Si pensi poi, qualche mese più avanti, quando il piccolo  comincia a sgambettare e a parlottare, quando “faccio io!” e  “no, non voglio!” sembrano essere il grido di guerra di quella  fase evolutiva del bambino che gli psicologi chiamano  elegantemente “individuazione”. In questo caso ai genitori  vengono richieste non solo energie fisiche, ma anche mentali.  Ci si trova infatti impegnati in una nuova fatica: quella di dover  fare i conti con un esserino separato, dotato di una propria 

intenzionalità, che ha bisogno di essere riconosciuta e  valorizzata. Chi di voi non si è mai trovato a che fare con un  bambino urlante e recalcitrante che decide di non voler più  camminare e pretende di essere preso in braccio, lui insieme  a sacchetti della spesa che ingombrano già le vostre braccia?  Qui il vostro equilibrio psichico e la vostra pazienza sono  messi a dura prova.  È proprio in queste circostanze, quando la fatica comincia a  farsi sentire, quando la sintonia comincia a vacillare per i più  svariati motivi, l’affetto per il proprio bambino può essere  assalito, contagiato da sentimenti fastidiosi, irritanti e rabbiosi.  Ma l’amore materno non è cosi sacro, così devoto, così  univoco? Pare di no.  Chi non si e mai trovato ad alzare la voce con il proprio  bambino, compiere un gesto di cura un po’ frettoloso, usare  addirittura uno scappellotto più o meno tenero per arginare la  sua cocciutaggine?  O immaginare di poterlo… “Ninna nanna ninna oh, questo  bimbo a chi lo do ­ lo darò all’uomo nero…”  Già, poter almeno per un istante immaginare di farlo  scomparire dalla propria vista? Le nostre bisnonne, allora,  avevano trovato proprio un bell’espediente per tenere a bada  le proprie ire: cantando coralmente e tramandandosi i saperi  condivisi su questa delicata questione.  Oggi sembra più difficile affrontare questa ambivalenza dei  sentimenti, che insorge dalle inevitabili turbolenze che  accompagnano la crescita di un bambino. La cultura del baby  his majesty da una parte e quella di un esasperato  efficientismo richiesto alle mamme (si pensi alla miriade di  prodotti e prodottini per la cura del bambino messi a loro  disposizione), ma anche la solitudine in cui si trovano sempre  più spesso le famiglie, possono far sentire i genitori, e in  particolare le mamme, sempre più imperfette, sopraffatte dai  sensi di colpa e addirittura cattive.  La storia, la mitologia, le fiabe popolari, con le loro matrigne e  streghe cattive, da sempre ci parlano dei mille volti dell’amore  materno. Oggi invece ci pensano i fatti di cronaca a far  trasalire chiunque si occupi di un bambino. 

ABBIAMO FATTO L’UOVO! PRENDETELO  COM ’È,  NON  CERCATEVI  IL  PELO. E  GUSTATEVELO,  ALLORA!  È  BUONO  E  COSTA  POCO. PERCHÉ  L’UOVO?  PERCHÉ  È  UNA  CELLULA 


BUONA IDEA:  SEMPLICE  E  GENIALE  COME  L ’UOVO  DI 

C OLOMBO. PERCHÉ 

VUOLE

Cosa possiamo fare noi mamme quando sembra che stia  prendendo il sopravvento dentro di noi la strega di  Biancaneve o la matrigna di Cenerentola? I manuali degli  esperti, suggeriscono diverse cose, ed io mi unisco  coralmente.  Ascoltiamoci, prendiamo fiato e contiamo fino a dieci quando  siamo assaliti dalla rabbia o dalla voglia di dire un no  prepotente al bambino. Se non ce l’abbiamo fatta, pensiamo  a quello che diceva lo psicoanalista infantile Winnicott: per  crescere un bambino basta essere una madre  sufficientemente buona, perché un certo grado di  frustrazione è  necessario al  bambino per  crescere.  Oppure pensiamo  al fatto che il  conflitto serve a  creare confini,  serve a far sì che il  bambino si senta  un essere  separato. Gli errori  possono essere  riparati ed essere  un occasione di  rinnovamento,  anche perché fare i  genitori è un  mestiere che si  impara con il  tempo.  Il monito è allora  quello di accettare  di essere imperfetti,  che non tutto possa  filare sempre liscio,  compreso il fatto  che la casa non sia  sempre in perfetto  ordine.  Insomma: diamo  valore più alla  sostanza che alla  forma delle cose;  usiamo l’umorismo  e l’ironia, perché ci  permettono di  scaricare le  tensioni e assaporare l’aspetto divertente che c’è in ogni  cosa; cerchiamo sempre un vantaggio reciproco quando c’è  un conflitto; ricordiamoci che i capricci dei bambini a volte  sono solo il modo per essere riconosciuto nel loro esistere…  e allora ascoltiamoli, riconosciamo le loro intenzioni: spesso  poi i bambini diventano più malleabili. 

19

RACCONTARE STORIE  UN  PO ’  DIVERSE  DALLE  SOLITE;  VUOLE  ESSERE  L ’UOVO  FUORI 

Si potrebbero individuare tanti altri piccoli stratagemmi per  avere una vita più serena con i nostri bambini. Ogni genitore  in questo è un vero esperto.  Forse il segreto della ricetta giusta, che racchiude tutte le  possibili soluzioni per affrontare la complessità dei sentimenti  che attraversano l’amore materno, è riposto proprio nelle  origini di quella filastrocca popolare citata più sopra. Questo  vuole essere un appello alla società intera: una volta c’era  l’aia che riuniva le donne e le loro famiglie, oggi c’è una  famiglia isolata in una città affollata. C’è bisogno di una  coppia affiatata, di un marito che accudisca e vegli la propria  moglie, che ha  messo a  disposizione tutta se  stessa nel cura del  bambino. Una madre  che a volte può  vacillare, perché  dalle remote stanze  della sua infanzia  arriva la voce una  bambina ferita, che  reclama di essere  ascoltata.  Ci deve essere una  rete di affetti, di  amicizie, di spazi  condivisibili (i tempi  per le famiglie, come  sono preziosi!) con  cui condividere le  gioie e le fatiche di  crescere un  bambino. Perché,  come dice un  proverbio africano,  per crescere un  bambino ci vuole  davvero un intero  villaggio.  Allora sì che la gioia  può essere restituita  agli occhi della  madre, occhi che  possono tornare a  guardare il proprio  bambino con aria  festante. Perché il  bambino è e deve  essere la luce dei  suoi occhi, che sono il primo e prezioso specchio dove il  bambino può riconoscere di esistere.  E i cattivi pensieri della madre possono così albergare  in un luogo sicuro e rimanere tali proprio perché  ascoltati, condivisi e custoditi da un’intera comunità.

GERMINALE , PIENA  DI  POTENZIALITÀ. PERCHÉ  È  IL  SIMBOLO  DELLA  FERTILITÀ. E  QUALCHE  VOLTA  C ’È  DENTRO  UNA  SORPRESA. PERCHÉ  È  UNA  BUONA  IDEA:  SEMPLICE  E  GENIALE  COME 


COSE DELL’ALTRO MONDO

DAL CESTINO.  PERCHÉ  VORREMMO  CHE  FOSSE  PIENO.  PIENO  COME  UN  UOVO:  DI 

20

VOCI, DI  IDEE,  DI  PROPOSTE.  PERCHÉ  RICONOSCIAMO  CON  SIMPATIA  NELLE  SUE 

L’ostetrica dell’altro

mondo Marina V.

Io ostetrica? Chi l’avrebbe mai detto. Eppure  mi sono resa conto che se passi gli anni a  domandarti cosa farai da grande, a mandare  questa domanda nell’universo aspettando  che la risposta arrivi, ad un certo punto la  risposta arriva. E sai che è la risposta giusta  e sai che è la strada giusta. Sai che le  distanze linguistiche e chilometriche  smettono di esistere, che c’è una forza che  fa in modo che tutto trovi il suo posto, che  tutto si aggiusti al posto giusto.  Perché la risposta è nel cuore. Lì da sempre,  solo che la vita a volte è assordante e non ci  lascia abbastanza silenzio per ascoltarla.  Sono una mamma della Casa di maternità.  Le appartengo. Appartengo alle sue  ostetriche, alle sue educatrici, all’Uovo e alle  mamme che ho conosciuto e con cui ho  condiviso lì dei pezzi della mia e della loro  vita. Il desiderio di diventare ostetrica mi  ricordo di averlo espresso una volta a Nadia  e lei mi ha rassicurata, mi ha incoraggiata,  nonostante sarei stata un po’ più matura  delle mie coetanee. Ma poi, il tempo si  dilata, vi sono stati i figli uno dopo l’altro e  poi il trasferimento qui ad Auckland in  Nuova Zelanda. Quel desiderio lì ha lasciato  spazio alla loro richiesta di attenzione, al  loro bisogno di presenza. Sono prima di  tutto una mamma e poi tutto il resto.  Ho ricominciato a lavorare, part time. Ho  fatto tanti lavori diversi e ad un certo punto,  però, mentre stanchissima tornavo da un  lavoro che non mi soddisfaceva, ho di nuovo  posto quella domanda fatidica: cosa farò da  grande? E nel silenzio della macchina, la  risposta è arrivata: devi fare l’ostetrica.  Eccola lì la risposta che non ascoltavo. Lo  sapevo, ho pensato. Lo sapevo già! Sono  tornata a casa, mio marito per poco cade  dalla sedia. Durante il fine settimana cerco  informazioni su internet. L’università che  offre ad Auckland il corso di ostetricia è a

dieci minuti di macchina da casa, quindici  minuti in autobus! Il lunedì vado ad  informarmi e mi danno tutti i moduli da  compilare. Esprimo i miei dubbi alla persona  che mi porge i moduli, segretaria della  facoltà. Sono troppo vecchia? E lei, che ha  un cognome italiano, sorridendo mi  risponde: “L’età media delle studentesse di  ostetricia è trentacinque anni, non le  prendiamo troppo giovani, non hanno  esperienza della vita.”  Sono straniera? Risposta: ”In Nuova  Zelanda è importante avere ostetriche di  culture diverse, avranno a che fare con  tantissime culture e per questo saranno  empatiche con le altre donne.”  Ho tre figli? Risposta: ”Avere dei figli è solo  un punto a favore nella selezione. Vuol dire  che saprai capire cosa provano le donne in  gravidanza e nei primi mesi con i loro  bambini. “  Che dire... sono io!  Quando ho iniziato la trafila della selezione  sapevo che non sarebbe stato facile entrare.  Le domande sono quattrocento e i posti  ottanta, qui ad Auckland. La commissione  guarda i curricula, chiede delle referenze,  poi vi è un esamino scritto e un’intervista. E  quella forza di cui parlavo prima ha fatto in  modo che tutto si aggiustasse al posto  giusto, ed eccomi qui. Tra sei giorni  comincio la mia grande avventura.  In  questo spazio, sull’Uovo, vorrei aprire una  finestra sul mondo delle mamme  neozelandesi, su quello dell’università, sul  diverso modo di guardare alla maternità e,  perché no, anche su di me: mamma della  Casa di maternità che si sta trasformando  giorno dopo giorno, mese dopo mese.  Sto tenendo anche un diario online che  trovate in  http://  ostetricadellaltromondo.blogspot.com. 

L’UOVO DI  COLOMBO. PERCHÉ  VUOLE RACCONTARE  STORIE  UN PO ’ DIVERSE DALLE  SOLITE;  VUOLE  ESSERE  L ’UOVO FUORI DAL CESTINO. PERCHÉ  VORREMMO CHE  FOSSE PIENO . PIENO 


FORME ABBONDANTI  QUELLE  DELLE  NOSTRE  PANCE  GRAVIDE. PERCHÉ  ASPIRIAMO  AD 

21

OVULARE, COM ’È  GIUSTAMENTE  NELLA  NOSTRA  NATURA,  CON  UNA  CERTA 

diario neozelandese di una futura ostetrica (italiana!)

MATRIMONI COMBINATI Marina V.  Ho pensato di intervistare le mamme che  conosco, che provengono da culture molto  diverse dalla nostra.  A proposito dei rapporti di coppia – tema di  questo numero – ho intervistato Indi.  Indi viene dallo Sri Lanka, è una delle  maestre dell’asilo della mia piccola.  È emigrata in Nuova Zelanda con suo marito  e la sua unica bambina Ishra quando le Tigri  Tamil hanno cominciato a dare fuoco a  villaggi e case delle famiglie benestanti.  Lei e suo marito si sono sposati con un  matrimonio combinato dalle due famiglie. Fa  parte della cultura, dice lei. Non ci si può  opporre. È così, soprattutto in un certo ceto  sociale. Ma lei questa cosa non l’ha vissuta  bene, nonostante io conosca il marito e lui  mi sembri proprio innamorato. Lei non  riusciva ad accettarlo, non riusciva a fare  l’amore con lui. In lei non è scattata la  scintilla. Ora, mi dice, è diverso, ma all’inizio  è stato difficile. Non riesco a tirarle fuori  molto altro oltre un conciso difficult: è l’unica  parola con cui mi descrive il suo stato  d’animo. Non poteva parlarne con nessuno  perché tutti sono soggetti allo stesso  trattamento e nessuno si oppone. Si sentiva  molto sola: se ti opponi vieni disconosciuto  dalla tua famiglia e questa è una cosa che  nessuno vuole. Con gli anni, anche se la  sua pelle e il suo sorriso sembrano senza  tempo, ha imparato ad amare l’uomo che le  è stato scelto, sono anche riusciti ad avere 

una bambina. Poi, mi dice, un giorno lui ha  deciso che voleva un’educazione migliore, e  che voleva emigrare in Nuova Zelanda. Lei in  Sri Lanka aveva la sua famiglia a cui è molto  legata, delle persone che le pulivano la casa,  che l’aiutavano con la bambina, di colpo è  arrivata qui ed era sola. Ancora la parola  difficult riemerge con un tono di solitudine che  conosco. È come se, quando dici che è  difficile, non vuoi dire di più, per pudore o  vergogna, ma speri, guardando negli occhi chi  ti sta di fronte, che l’emozione venga capita  senza altre parole. Che chi ti ascolta capisca  quanto si è soli quando si ricomincia una  nuova vita. E Indi aveva un marito che  conosceva poco, una lingua che ha dovuto  imparare, una bambina da accudire e una vita  da ricominciare: quanta forza! Quando le  chiedo di quanto lei e suo marito si siano divisi  i compiti quotidiani, lei mi dice che lui ha  sempre cercato di aiutarla, ma prima andava  all’università e doveva studiare e poi ha  cominciato a lavorare. Quando la piccola ha  incominciato la scuola, lei si è messa a  lavorare part time in un asilo. Aveva così  tempo per andare a prendere la sua bambina  a scuola e per stare con lei nel pomeriggio. Li  ho visti insieme, Indi e suo marito: sembrano  una bellissima coppia, affiatata e in sintonia.  Che la scintilla sia scattata con gli anni?  Questo lei non me l’ha confermato, mi  ha solo detto che ora va meglio, molto  meglio. 

COME UN  UOVO:  DI  VOCI,  DI  IDEE,  DI  PROPOSTE. PERCHÉ  RICONOSCIAMO  CON  SIMPATIA  NELLE  SUE  FORME  ABBONDANTI  QUELLE  DELLE  NOSTRE  PANCE  GRAVIDE. PERCHÉ  ASPIRIAMO 


PER

ANNUNCIARVI CON  AUTOIRONIA: 

DA OGGI CI SONO ANCH’IO

REGOLARITÀ.

ABBIAMO FATTO  L’UOVO! 

22 P

RENDETELO COM ’È,  NON  CERCATEVI  IL  PELO. E  GUSTATEVELO,  ALLORA! 

È BUONO 

FILASTROCCA DEI NUOVI NATI Qui ricomincia la filastrocca  riprende slancio e sotto a chi tocca!  Chi a casa propria, chi in Morgantini  sbocciano i fiori dei nuovi bambini  Sceglie la mamma e spesso decide:  “Resti il funicolo, non si recide!”.  Pulsante e fragile come uno stelo  avvince il bimbo al suo mistero.  Sarà tardiva, placida e lenta,  la divisione dalla placenta. 

È febbraio, il sedici, e in via Morgantini  giungon d’appresso due nuovi bambini.  Il primo è Matias: tra le contrazioni  vanno giù i battiti e su le apprensioni.  Il centodiciotto è chiamato d’urgenza,  presenzia alla nascita con riverenza.  Volge la sera, ma il giorno è lo stesso,  ecco, Alessandro vuol nascere adesso.  Giorni di prodromi, avvio esitante,  ma ora si lancia e si affaccia festante. 

Da dieci giorni è oltre scadenza,  sembra esaurita la sua pazienza:  la mamma accusa la sorte rea  con la parlata partenopea  e si lamenta: “Son fasteriata!”  Poi il cinque novembre Miriam è nata.  Il ventiquattro, da velocista,  alle ore piccole Bianca entra in pista  è in Morgantini mezz’ora all’arrivo  lesto è il travaglio e l’espulsivo. 

La primavera si annuncia fiorita:  diciassette marzo, a nascere è Anita.  Il sacco che affiora, pur tra le doglie,  la mamma regge e di sua mano accoglie.  Tocca e accompagna la sua bambina,  la prende da sola, la stringe vicina.  Spontaneo è il gesto, ispirato e felice:  non interviene la levatrice,  lascia che agisca l’innata sapienza.  E dire che è moda corrente far senza... 

Declina rapido il duemilanove  senza che s’abbiano nascite nuove.  La nuova annata sia ricca e felice  di nuovi parti propiziatrice!  La casa è in ordine oltre misura  come approntata all’evento con cura.  Carponi sul letto la mamma si erge  e, nel travaglio, d’acqua l’asperge.  Tutto è perfetto per l’occasione:  il tre gennaio nasce Leone. 

In forte anticipo sulla sua data,  Chiara al traguardo s’è presentata.  Ventiquattro di marzo, è il suo momento,  ben quattro i gatti presenti all’evento.  Ad accudire la mamma si appresta,  la gatta grande, partecipe e lesta.  Con questo pubblico empatico e vivo  il clima è calmo e positivo.  Nasce la bimba, sorge la luna,  la gatta grande è il suo portafortuna. 

Gennaio, il quindici, il sacco s’è rotto  e dalle dodici alle diciotto  aleggia un senso di delusione:  non c’è alcun’ombra di contrazione!  La mamma avverte la prima doglia  quando l’ostetrica varca la soglia.  Come aspettasse un segnale preciso,  inizia il travaglio: parte deciso,  procede avanti senza impedimenti  e Chiara nasce poco oltre le venti. 

Aprile di marzo calca l’impronta  ecco che Anna avverte ch’è pronta:  piroettando con agile mossa  ha con profitto sfruttato la moxa;  tardivamente in posizione,  se l’è in finale cavata benone.  Per non rischiare una figuraccia  verso il  tramonto anche il sole s’affaccia.  È il primo aprile, scende la sera,  c’è una promessa di primavera. 

Pure tentata dal parto in casa  all’accompagnamento è persuasa:  perché la mamma cambia opinione  quando oramai prende corso l’azione?  Ventun gennaio, Paola è in fermento,  è il primo parto che assiste da tempo.  Giunge ­ e la mamma ne è rinfrancata,  ché al primo parto l’ha già accompagnata:  per quanto incerta sino alla vigilia  è quindi in casa che accoglie Cecilia.

Forte è il suo impegno in redazione,  per questa uscita è d’eccezione:  non ha prodotto né scritto né rima,  Simona ha fatto una bambina!  Travaglio lento e cadenzato  da qualche pausa intervallato.  Nawal s’impegna e pian piano discende  notte di vento e tempesta l’attende.  Ora è mattina, si calma il vento:  l’undici aprile è il lieto evento. 

AD OVULARE,COM ’È  GIUSTAMENTE  NELLA  NOSTRA  NATURA,  CON  UNA  CERTA  REGOLARITÀ. PER  ANNUNCIARVI  CON  AUTOIRONIA:  ABBIAMO  FATTO L’UOVO! PRENDETELO  COM ’È,


E COSTA  POCO. PERCHÉ’ L’UOVO? PERCHÉ  È  UNA  CELLULA  GERMINALE,  PIENA  DI 

Il dodici giunge una nuova chiamata,  è notte fonda e la mamma è arrabbiata:  è un falso allarme, davvero? Ma va!  Neanche tre ore e Leonardo è già qua.  Con il suo arrivo, tra vigne e colline,  precede al risveglio le sorelline.  Merita particolare riguardo  la nascita, il tredici, d’altro Leonardo  La mamma, di Lecce, da Nadia è ospitata:  Nadia ha assistito quando lei è nata! 

23

POTENZIALITÀ.

PERCHÉ

È IL  SIMBOLO  DELLA  FERTILITÀ. 

E QUALCHE 

VOLTA C ’È 

La filastrocca, per tutti quanti,  intreccia rime beneauguranti,  delinea storie di parti normali  pur se lontani dagli ospedali,  racconta nascite in allegria  senza ricorso all’anestesia.  Se su evidenze oggettive si basa  fa venir voglia di nascere a casa!  Anche stavolta si va a conclusione  con meritata soddisfazione.

In ricordo di Alda Il 1 novembre 2009 è morta la poetessa Alda Merini.  Una voce inquieta ed inquietante, capace di dire ciò che le donne  normalmente non dicono: la violenza dei desideri, l’ambivalenza dei  sentimenti, il dolore intrecciato alla gioia della vita.  Una vita complicata, la sua; una contrastata esperienza di maternità:  “Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so  neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela,  Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire  che sono figlie della  poetessa Alda Merini.  Quella pazza.  Gli inguini  Rispondono che io  sono la loro mamma  e basta, che non si  Gli inguini sono la forza dell'anima,  vergognano di me.  tacita, oscura,  Mi commuovono”.  In chiusura di questo  numero e in tema  con esso,  lasciamo che  risuonino i suoi versi,  ad evocare la forza  misteriosa che unisce  uomini e donne, e li  spinge a generare  altri uomini, altre  donne...

NON CERCATEVI  IL  PELO. E  GUSTATEVELO,  ALLORA! 

un germoglio di foglie  da cui esce il seme del vivere.  Gli inguini sono tormento,  sono poesia e paranoia,  delirio di uomini. 

P erdersi nella giungla dei sensi,  asfaltare l'anima di veleno,  ma dagli inguini può germogliare Dio  e sant' A gostino e A belardo,  allora il miscuglio delle voci  scenderà fino alle nostre carni  a strapparci il gemito oscuro  delle nascite ultraterrestri. 

È BUONO  E  COSTA  POCO. PERCHÉ L’UOVO? PERCHÉ  RICONOSCIAMO  CON  SIMPATIA  NELLE  SUE  FORME  ABBONDANTI  QUELLE 


DENTRO UNA  SORPRESA.  PERCHÉ  È  UNA  BUONA  IDEA:  SEMPLICE  E  GENIALE  COME 

24

L’UOVO DI  COLOMBO. PERCHÉ  VUOLE  RACCONTARE  STORIE  UN  PO ’  DIVERSE  DALLE 

Il tema del prossimo numero:

QUESTO BIMBO A CHI LO DO? A chi affidare il piccolo? In particolare, alla ripresa del lavoro, la scelta è obbligata o vi sono alternative?

Nido, nonni, tata; ansie preoccupazioni, aspettative E poi con i bimbi grandi o addirittura adolescenti: protezione e controllo, qual è la giusta misura? Contribuisci anche tu alla realizzazione dell’UOVO 26 ­ Sarà in stampa ad ottobre 2010

GRAZIE A TUTTI QUELLI CHE DECIDONO DI DESTINARE ALLA

CASA DI MATERNITÀ IL LORO

5 PER MILLE Il codice della Casa di maternità, da indicare sulla denuncia dei redditi è il seguente

03853190969 Le operatrici

Risparmiare sulle spese  di spedizione  per uscire ogni sei mesi 

ANCHE IL PROSSIMO  NUMERO 

verrà spedito  via e­mail 

prossimamente sarà scaricabile dal sito  DISPONIBILE  IN FORMATO CARTACEO  solo 

IN CASA DI MATERNITÀ 

DELLE NOSTRE  PANCE  GRAVIDE. PERCHÉ  ASPIRIAMO  AD  OVULARE,COM ’È  GIUSTAMENTE  NELLA  NOSTRA  NATURA,  CON  UNA  CERTA  REGOLARITÀ. PER  ANNUNCIARVI  CON  AUTOIRONIA: 

Profile for Paola  Olivieri

L'UOVO N°25 "Questioni di coppia"  

"Questioni di coppia"

L'UOVO N°25 "Questioni di coppia"  

"Questioni di coppia"

Advertisement