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bisogna averne i mezzi», spiega Simone Santellani, sindaco di Tregnago. «L'olivo è una pianta secolare di grandissima importanza, ed è un crimine farla morire. Tutti fanno domanda per togliere gli uliveti e mettere vigne, con un guadagno assicurato; io, invece, non toglierei mai una pianta d'olivo per una vigna, piuttosto farei il contrario», racconta Claudio Corradi, 44 anni, di Illasi, olivicoltore per passione. «Gli ulivi si coltivano solo dove c'è una cultura culinaria importante come la nostra ma vedo che li stanno togliendo per coltivazioni più redditizie: non è la mia intenzione imitarli. L'infanzia e l'adolescenza l'ho trascorsa a Marcellise, dove ha sede la mia azienda, e ricordo come in primavera tutto fosse coperto di bianco, grazie ai ciliegi, ora spariti. L'altro anno, in Israele, ho visitato l'orto del Getsemani, dove la secolarità dei suoi olivi è testamento della nostra storia religiosa», spiega Claudio Cinquetti, cinquantaquattrenne di San Martino Buon Albergo, che coltiva vigneti e un uliveto di trecento piante, alcune di ottant'anni di età.

La triste storia degli olivi avvelenati con il gasolio La vicenda degli olivi avvelenati dell'insegnante e musicista tregnaghese Emanuele Zanfretta, lo scorso marzo, ai piedi del monte Gardon, ha scatenato un ampio dibattito sulla tematica ambientale e una riflessione sul tipo di coltivazioni della Val d'Illasi, che sta diventando una monocoltura di vigneti. Il gesto terribile compiuto da ignoti che hanno avvelenato quattro piante, utilizzando il diesel, denota una mancanza di rispetto dell'ambiente e, soprattutto, di piante secolari come gli olivi, testimoni silenziosi di una continuità storica che ci collega alle tradizioni del nostro passato. È un danno ambientale, avvenuto durante la settimana del rispetto per la natura, con eventi importanti che hanno coinvolto le comunità locali come Tregnago con un flash mob, o come la classe di alunni di San Mauro di Saline dell'insegnante che si è impegnata in gesti quotidiani per ridurre gli sprechi e il riscaldamento globale. Il vile gesto è diventato motivo di sensibilizzazione della comunità, portando gli olivicoltori locali e le amministrazioni a un confronto per concepire nuove regole così da difendere questa importante coltivazione.

HA DESTATO SCANDALO, inoltre, la truffa dell'olio di soia e girasole, con un costo di produzione di 1 euro e 20 centesimi al litro, spacciato per extravergine di oliva pugliese, addizionato con clorofilla e altre sostanze, e rivenduto anche a 10 euro. «Assurdo credere che un litro di olio d'oliva italiano in vendita al supermercato possa costare circa 3 euro. La produzione media per un quintale di oliva va dal 6 al 20% circa, quindi il frantoio percepisce 20 euro, a quintale, per la spremitura, che viene a incidere sul costo dell'olio di circa due euro al litro, considerando una resa media del 10 per cento. Poi spese, imbottigliamento, se si è fortunati niente trattamenti antiparassitari, ma in caso di mosca olearia o altre malattie, bisogna farli per tempo, altrimenti il raccolto è a rischio o addirittura perso. Poi ancora, concimazione, potatura, raccolta, che vanno ad incidere sui prezzi di vendita, quindi a meno di 10 euro al litro è impossibile venderlo, chi lo commercia a meno, bleffa», spiega Renato Sommacampagna, pasticciere in pensione con la passione dell'olivicoltura. Alcuni agricoltori, per guadagnare qualcosa in più oltre all'olio, stanno cercando di integrare più colture, per esempio coltivando piante spontanee ad uso alimentare, come ad esempio l'asparago selvatico (Asparagus acutifolius). Inoltre, per ridurre i costi di manodopera e dei diserbanti, introducono ovini o equini che apportano letame, per concimare l'oliveto, rendendo così l'agricoltura più sostenibile. Il proprio olio, gli antichi sapori, la tradizione, la storia, la cultura contadina, le piccole aziende e i paesaggi italiani vanno promossi, sfidando la globalizzazione, i cambiamenti climatici e le monocolture.■ 45

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