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editoriale

Dal territorio alle competenze di David Pambianco

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on o senza lockdown, chiusure di confini, regole differenti tra paese e paese, il campo da gioco sul quale si sfidano aziende e settori industriali è il villaggio globale. La digitalizzazione spinta ha cancellato gli argini. Ma se le opportunità sono esponenzialmente cresciute, anche le difficoltà che ne sono derivate non sono da meno. Lo sanno bene le aziende che da anni esportano nel mondo il made in Italy, che stanno correndo per essere sempre più competitive e ‘giocarsela’, appunto, con i big player del mercato. Gli stessi studi di architettura stanno necessariamente crescendo, come dimensione, ma anche come competenze, che sono sempre più verticali e integrate. La condivisione di best practices e l’adozione di nuovi modelli di business possono aiutare il ‘piccolo’ italiano a crescere. Un esempio? Gli studi di progettazione, che da pochi dipendenti (qualche decina) che avevano soltanto fino a pochi anni fa, oggi tentano il salto dimensionale (anche qualche centinaia), unico modo per ottenere commesse importanti anche in Paesi lontani, ma anche a garanzia della performance per il committente. Se il terreno è favorevole e i giocatori di livello, il processo che si innesta è anche inverso. E’ così che una vera a propria star del diritto a Stelle e Strisce come Boies sceglie Milano quale nuova piazza dove aprire. Oppure Popolous, lo studio di architettura internazionale con sede in Kansas (in corsa per lo stadio di San Siro con Progetto Cmr come sfidante) che ha ora la sua filiale milanese. E prima ancora lo studio francese Willmotte & Associes Architechts. Mentre l’Italia prova ad andare nel mondo, il resto del mondo inizia a puntare sul Belpaese che diventa ‘attrattivo’. Nascono poli di riferimento, distretti che non necessariamente sono ancorati a un luogo in particolare, ma che mescolano e integrano competenze. Solo per citare la più recente operazione, la maggioranza di Interni, tra i leader della distribuzione alto di gamma di design, passerà al gruppo Lifestyle Design, che già ha in pancia Cappellini, Cassina, Ceccotti, Poltrona Frau, Luxury Living, la danese Karakter, DZine, JANUS et Cie, l’americana Luminaire. L’intento è federare, crescere, managerializzare la gestione, rafforzare il brand. Che il contenuto sia poi di qualità è dato per scontato. Perché questo è il made in Italy. Ma non basta più.

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sommario

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Tendenza NFT, futuro o una bolla destinata a durare poco?

Si scrive NFT, si legge non-fungible token. Il successo di questo mercato emergente è clamoroso: il suo valore per il 2020 si è attestato a 20,8 miliardi di dollari. Un vero boom per il mercato dell’arte, e non solo.

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Tendenza Export luce e arredo recuperano posizioni

Il buon momento dell’economia internazionale spinge il comparto del mobile e della luce italiani che recuperano terreno sui mercati esteri di sbocco. Anche nei prossimi due anni le proiezioni sono positive e il saldo commerciale altrettanto.

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Intervista Elia Bonacina, i valore d’impresa

C’è una dote che più di altre si rivela vincente in questi tempi così instabili: l’elasticità necessaria per affrontare i cambiamenti, per sopportare gli urti e per tornare sempre in forma. Per Bonacina1889 la flessibilità è diventata valore d’impresa.

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Mondo Expo, Dubai lancia la sfida per la smart city

I grandi eventi cambiano il volto delle metropoli. Succederà anche negli Emirati Arabi. Come modello è stato scelto Milano che lavora da anni a un polo dell’innovazione unico in Europa sul sito che fu dell’Esposizione del 2015.

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Contract Il contract è ripartito con nuove prospettive

La spinta alla ripresa del canale progettuale arriva dal residenziale. Le novità più rilevanti riguardano gli uffici e l’hotellerie. I progettisti non si sono mai fermati, essendo stati chiamati a individuare soluzioni adeguate al cambiamento. E ora riparte l’arredo.

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Real Estate Anni d’oro per residenziale e logistica

Si ristruttura senza sosta. La domanda, secondo Confindustria Assoimmobiliare e Ance, è in forte aumento per abitazioni innovative e ora sarà la volta del pubblico che – con le risorse del Pnrr – dovrà adeguare il proprio patrimonio.

In copertina: Kazuhide Yamazaki particolare di “House with Fence”, 1983 Monotype on paper 62,9 x 90,2 cm Courtesy of Graves International Art, Saint Augustine, Florida, US

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overview

Il polo della luce Auralis guarda alla Borsa e pensa a m&a all’estero

“Un polo integrato nell’ambito dell’illuminazione”, questo sarà la “holding corporate” Auralis secondo le parole di Andrea Citterio, CEO del nuovo Gruppo che controlla le aziende Penta, Arredoluce e Castaldi. Il progetto di aggregazione, che ha portato oggi a un fatturato consolidato di 20 milioni di euro e quasi 150 dipendenti. Il piano a tre anni per Auralis, che è già stato ammesso in Elite, è la quotazione in Piazza Affari e il raggiungimento di un giro d’affari di 40 milioni, al netto di eventuali future acquisizioni. Una visione sinergica che si rafforzerà entro la fine dell’anno con l’acquisizione di una start-up tecnologica nel mondo dell’IoT che ha sviluppato soluzioni nell’ambito delle smart city e dello smart building. “Per noi, adesso, diventa più interessante il completamento a livello geografico, quindi la prossima acquisizione d’azienda la vedo al di fuori dei confini nazionali, negli Usa o in Germania”, conclude il CEO.

Rbm, a 125 milioni, lancia la divisione ‘More’

Rbm dopo aver registrato un 2020 a 94 milioni di euro di fatturato, ha già raggiunto nell’anno in corso un giro d’affari di 125 milioni, dei quali il 54% grazie all’export. La società, attiva nel settore idrotermico, presente in Italia con quattro stabilimenti, ha infatti anche cinque filiali tra Europa e Stati Uniti, per oltre 250 dipendenti totali. L’azienda bresciana, che negli anni ha investito più di 50 milioni di capitale per software, brevetti, impianti e immobili, punta molto sull’innovazione di prodotto, in cui ha ottenuto numerosi brevetti proprietari, e di processo, destinando il 2% del fatturato alle attività di R&D. Da questi processi di ricerca è nata la nuova unità operativa Rbm More che propone un sistema integrato per la progettazione, l’installazione e la gestione di impianti climatici energeticamente efficienti e compatibili con sistemi di generazione da fonti rinnovabili.

Finstral, la seconda generazione spinge il contract

L’azienda altoatesina Finstral, dopo aver chiuso il 2020 a 192 milioni (erano 200 nel 2019), realizzato per il 60% in Italia e per il 40% all’estero, stima di raggiungere nell’anno in corso i 220 milioni grazie a una strategia che pone al centro investimenti in produzione e commerciale e sarà portata avanti anche dalla seconda generazione della famiglia, entrata ai vertici dell’azienda a conduzione familiare nel giugno 2020. La novità, introdotta tre anni fa, è, infine, il canale contract nato dall’esigenza di dare una risposta specifica e dedicata alle grandi commesse, in ambito hotellerie e residenziale di grandi dimensioni e di medio-alto livello. Intenzione dell’azienda è sviluppare la proposta di finestra modulare, introducendo nuovi materiali e colori.

Elica, nove mesi a 407 milioni (+32%)

L’azienda di cappe aspiranti da cucina Elica ha registrato nove mesi in crescita raggiungendo 406,9 milioni di euro di ricavi, in incremento del 31,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. nello specifico, il terzo trimestre ha segnato un +17% rispetto allo stesso trimestre del 2019. Il segmento

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cooking ha evidenziato una variazione complessiva del +29,6%. Variazione legata soprattutto alla crescita in area Emea e all’aumento delle vendite a marchi propri che ha evidenziato un aumento del +30% (+32,8% a cambi costanti) rispetto allo stesso periodo del 2020.

Pratic punta ai 60 mln e amplia lo stabilimento

Con l’obiettivo di raggiungere i 60 milioni di fatturato nell’anno in corso (+40% rispetto ai 45,8 milioni del 2020), Pratic si avvia a realizzare il suo terzo stabilimento per un investimento di 10 milioni di euro: 7.500 metri quadrati, firmati dallo studio Geza – Gri e Zucchi Architettura di Udine, che consentiranno all’azienda di tende e pergole di design di ampliare gli spazi e i volumi della produzione e di dotarsi di un impianto automatizzato per lo stoccaggio e la gestione intelligente delle materie prime. Il nuovo stabilimento permetterà di contenere 4.600 referenze di profili in alluminio, della lunghezza di 7,2 metri, ma anche di organizzare la chiamata dei materiali in produzione, il loro riordino e tutte le fasi di movimentazione.

Per Boffi|DePadova 2021 vicino ai 100 milioni

Se nel 2019 erano stati 94 i milioni di euro di giro d’affari, nel 2021 l’azienda arriverà vicino ai 100 milioni. Roberto Gavazzi, presidente e AD del gruppo, spiega che “il trend di vendite di tutte le nostre aziende è stato positivo”. Il 2022 per Boffi|DePadova sarà connotato da una “grande flessibilità”. In questo senso, “guardiamo a potenziali alleanze e accordi per continuare a sviluppare il nostro progetto di casa e dare forza e visibilità massima al nostro brand in tutto il mondo. Senza fretta, aspettando le migliori e più strategiche opportunità”.

Platek punta su ricerca e brand awareness

Stima di chiudere l’anno in corso tra i 18 e i 19 milioni di euro Platek, in crescita del 20% rispetto al 2020 e del 12% sul 2019. Una performance positiva che per l’AD Federico Cittadini “è stata trainata dal mercato domestico in incremento di oltre il 25%”. Un trend di ripresa che sta iniziando a registrarsi anche sui mercati internazionali. La strategia pianificata dall’azienda per i prossimi anni vedrà investimenti nelle due macro-aree del marketing e della Ricerca&Sviluppo. Oltre al prosieguo della ristrutturazione della supply chain interna. Il marketing punterà alla promozione della brand awareness attraverso piani di comunicazione integrata che spazieranno dal digitale alla presenza fisica nelle principali fiere internazionali di settore.

La maggioranza di Interni passa a Lifestyle Design

Lifestyle Design ha raggiunto con Progressio un accordo vincolante per acquisire la quota di maggioranza che la società di gestione detiene in Interni. L’acquisizione verrà effettuata attraverso la controllata Poltrona Frau, mentre la nuova arrivata opererà all’interno della Divisione Lifestyle Design aggiungendosi ai marchi già presenti nel portafoglio del gruppo.

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overview

Nardi verso i 70 milioni e investe in produzione

Dodici mesi di crescita, da settembre 2020 ad agosto 2021, hanno portato Nardi, azienda veneta di arredi per l’outdoor, a segnare numeri rilevanti: +53% sul mercato italiano e +40,4% come fatturato complessivo rispetto all’anno precedente. Percentuali che si concretizzano in un anno da record, il 2021, in cui i primi sette mesi hanno portato entrate per 50,7 milioni, cifra equivalente all’intero fatturato del 2019. Per la chiusura d’anno a dicembre le previsioni si aggirano intorno ai 70 milioni. Nei prossimi mesi l’azienda investirà circa 10 milioni in produzione, con cinque nuove presse a iniezione e dieci nuovi silos per riorganizzare la distribuzione dei materiali.

Talenti, +57% nel 2021, diventa Spa

Il 2021 conferma il trend positivo di Talenti che mette a segno un incremento di fatturato del 57% con un +74% di presa d’ordini. Dalle performance promettenti deriva la scelta dell’azienda di effettuare il passaggio del marchio Talenti da Srl a Spa. Il brand della famiglia Cameli, che mantiene il controllo dell’azienda, diventa quindi Società per Azioni in modo da “poter gestire al meglio un boom che è andato ben oltre le più rosee aspettative, frutto di un duro lavoro e di una strategia imprenditoriale di ampio respiro“, si legge nella nota ufficiale. Il 60% del fatturato dell’azienda proviene infatti dai mercati internazionali con in testa Francia, Emirati Arabi, Stati Uniti, Oceania e con tutto il Vecchio Continente in crescita costante.

Nemo Lighting amplia il perimetro e punta sulla contaminazione

Nemo Lighting si appresta a chiudere l’esercizio in corso con un giro d’affari di 22 milioni di euro, un andamento in crescita sia sul 2020 sia sul 2019 intorno al +30%, mentre guarda nuove acquisizioni in Italia e all’estero. “Una crescita importante”, sottolinea il CEO, Federico Palazzari, anticipando però che “il budget più significativo sarà quello del 2022”. Una crescita che deve essere comunque “costante e garbata”: “crediamo sia la ricetta per il nostro mondo, che non è fatto necessariamente di strappi, se non in occasione di grandi progetti”. Molti i dossier aperti, intanto, per valutare un ampliamento del perimetro anche in funzione di un aspetto che per Palazzari è fondamentale: “la contaminazione”.

Terratinta, con l’arredo un total look in&outdoor

L’impegno verso la sostenibilità ambientale, una distribuzione innovativa e lo sviluppo della proposta di interior design, pronta a debuttare ad aprile 2022 anche con l’outdoor, sono al centro delle strategie d’impresa di Terratinta Group SB, realtà di Fiorano Modenese che, nel 2020, ha realizzato un fatturato di oltre 22 milioni di euro, in linea con i due anni precedenti, dei quali il 98% generato dall’export in oltre 50 Paesi ma con l’intenzione di crescere anche sul mercato domestico. Il Gruppo, che, in qualità di editore, progetta, crea e distribuisce prodotti ceramici di design, comprende cinque marchi coordinati da un’unica rete commerciale: Terratinta Ceramiche, Ceramica Magica, Sartoria, Micro. e

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l’ultimo nato in casa Terratinta Atmosfere, il nuovo progetto del Gruppo che celebra la passione per la ceramica attraverso la creazione di nuove proposte per il mondo dell’arredo e del complemento di design con una collezione di tavoli, realizzati in collaborazione con Lucchesedesign Studio.

Varaschin, nel 2021, cresce del 90% a 19 milioni

Stima di chiudere l’anno tra i 18,5 e i 19 milioni di euro di fatturato, con un Ebidta del 13%, l’azienda di arredo outdoor Varaschin, dopo aver sfiorato i 10 milioni nel 2020, in lieve calo per la pandemia, e i 14 milioni nel 2019. “Come ordinato andremo a superare i 20 milioni nell’anno in corso – esordisce orgoglioso Stefano Giust, direttore operativo e responsabile delle strategie commerciali dell’azienda -, con il 40% di vendite sul mercato domestico e il 60% di quota export con prevalenza in Stati Uniti, Spagna, Francia e Belgio”. Il rapporto con gli architetti rappresenta circa il 90% del business per l’azienda, mentre il restante 10% viene riservato all’entry level.

Per Alessi finanziamento da 18 milioni

Alessi ha ricevuto un finanziamento del valore complessivo di 18 milioni di euro da un pool di banche composto da illimity Bank, nel ruolo di capofila, Intesa Sanpaolo e Banco BPM. Il finanziamento, della durata di 6 anni e assistito da Sace “Garanzia Italia”, consentirà all’azienda di accelerare lo sviluppo del nuovo piano, avviato in seguito all’ingresso del fondo di private equity Oakley Capital nella compagine azionaria con una quota di minoranza del 40 per cento. In dettaglio, il nuovo piano prevede: l’accelerazione del percorso di internazionalizzazione; l’espansione del canale digitale; l’introduzione di nuove competenze manageriali.

Pedrali debutta negli Usa con il 1° showroom

Pedrali ha aperto le porte del suo primo showroom statunitense presso lo spazio espositivo The Mart a Chicago. Lo spazio, il cui progetto è stato curato dallo studio di architettura milanese Calvi Brambilla, si sviluppa su una superficie di 280 metri quadrati al 3° piano. L’azienda, per la quale l’export rappresenta l’80% del fatturato, che nel 2019 si era attestato a quasi cento milioni di euro, investe, dunque, sul mercato americano che ad oggi vale il 10% del totale, a circa 10 milioni.

Laminam raddoppia lo stabilimento produttivo di Borgotaro

Forte di un tasso medio annuo (2014/2019) di crescita del 27% che l’ha portata nel 2020, nonostante la pandemia, a un fatturato consolidato di Gruppo pari a 128 milioni di euro (79% export), stabile rispetto al 2019, Laminam punta a chiudere il 2021 in positivo, dopo aver registrato nei primi nove mesi un +43% rispetto allo stesso periodo del 2019. E investe oltre 30 milioni nell’ampliamento dello stabilimento di Borgotaro: 44mila metri quadrati destinati alla produzione di grandi superfici ceramiche (da oltre 1,6 x 3,2 metri) di spessori dai 6 ai 12 cm.

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Mitosis di Mario Klingemann, parte di Natively Digital, collezione di opere d’arte vendute da Sotheby’s con la co-curatela di Robert Alice e la collaborazione di Samsung

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tendenza Di Valentina Dalla Costa

l BOOM degli NFT: investimento per il futuro o bolla destinata a durare poco? Si scrive NFT, si legge non-fungible token. Il successo di questo mercato emergente è clamoroso: il suo valore per il 2020 si è attestato a 20,8 miliardi di dollari. Attrattiva per case d’asta di rilievo come Christie’s e Sothebys, un vero boom per il mercato dell’arte, e non solo.

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n breve chiarimento su cosa sia un NFT è d’obbligo, nonostante se ne senta parlare ormai da tempo. A differenza di un Bitcoin, che può essere scambiato con un altro, un NFT è un pezzo unico, non fungible appunto, ossia un particolare tipo di token crittografico non intercambiabile. Questo sistema viene considerato una sorta di evoluzione del mondo del mercato dell’arte, in cui non si acquista più un’opera in sè, ma si garantisce attraverso l’acquisizione dell’NFT la rivendicazione di un diritto su quell’opera attraverso protocolli informatici che verificano l’esecuzione di un contratto. Per investire in NFT, ci si avvale di una blockchain: tra le più note c’è Ethereum, ma anche Flow Blockchain, TRON, EOS o Binance Smart Chain. Tra le più accessibili invece, la piattaforma OpenSea. SOTHEBY’S SI ADEGUA AL MERCATO E APRE ALLE DIGITAL SALES Non è ancora un vero e proprio dipartimento, ma una nuova categoria chè è stata introdotta all’interno della casa d’aste. “Abbiamo osservato il mercato legato agli NFT per quattro anni consecutivi – dichiara Michael Bouhanna, Co-Head delle Digital Sales in Sotheby’s – e lo scorso aprile abbiamo aperto le prime vendite con un’asta dedicata all’artista Pak, che incapsula a livello digitale i suoi lavori, facendoli diventare crypto art”. La Fungible Collection di Pak ha di fatto segnato l’ingresso di Sotheby’s nel mondo degli NFT: la vendita è avvenuta su Nifty Gateway, raccogliendo 16,8 milioni di dollari. Non si sono certo fermati e Natively Digital, asta organizzata lo scorso giugno, ha ottenuto risultati record con la vendita di 28 opere di crypto-arte di altrettanti artisti digitali. Il dubbio è che questo sia solo un momento favorevole, e che gli NFT siano una bolla destinata a sgonfiarsi con il tempo, per poi vedere i collezionisti ritornare ‘sui loro

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passi’, puntanto ad opere fisiche, legate al classico mercato dell’arte. “Non credo che gli NFT sostituiranno totalmente le opere d’arte reali, ma dobbiamo entrare in un’ottica differente – continua – Sta avvenendo un processo simile a quello che abbiamo vissuto quando la fotografia si è imposta come nuovo media e quando, più tardi, è stata riconosciuta come forma d’arte. Stiamo vivendo una fase crossover, in cui esiste l’arte contemporanea, all’interno della quale vanno tenuti in considerazione anche gli artisti che operano solo nel mondo virtuale”. La potenza degli NFT è quella di eliminare un intermediario, filtro che sta di mezzo tra i possibili compratori e l’artista, ovvero la galleria che li rappresenta. Attraverso le piattaforme digitali, i media artist si mettono direttamente in relazione con gli investitori. “La tecnologia permette di guardare al futuro e al possibile cambiamento del mercato dell’arte, in cui non c’è necessità di barriere tra chi produce arte e chi la compra. Anche il target, ad ogni modo, è un target parallelo, diverso da chi investe in modo tradizionale”. Il profilo tipo di collezionisti di NFT ha meno di 40 anni (per il 70%) ed è un’audience internazionale, con compratori che si concentrano maggiormente in Paesi come Cina, Hong Kong, ma anche Stati Uniti. Hanno poi un background legato alle tecnologie, it o all’universo delle cryptovalute. “Siamo molto soddisfatti di come si sta evolvendo il mercato anche se consapevoli delle migliorie da dover apportare, tra cui l’esposizione di queste opere digitiali, che necessitano di una presentazione accurata come quelle ‘fisiche’, e serve necessariamente investire nei processi tecnologici che stannno dietro alla gestione e alle vendite di opere d’arte di questo tipo”. Ci si chiede se anche il mondo dell’arredo, seguendo la scia e l’esempio dell’artista 3D Andrès Reisinger che ha realizzato il primo arredo digitale, poi prodotto da Moooi, potrebbe avere successo ed esplorare il mondo degli NFT. “Alcuni creativi ci stanno già pensando – conclude Bouhanna - ma penso sia ancora molto presto per poter parlare di mercato consolidato o vendite e numeri come quelli che è in grado di generare il mondo dell’arte”. UNA PIATTAFORMA NFT PER BRAND E AZIENDE Di recente Neosperience, in collaborazione con WizKey, ha annunciato la nascita di NFT-Commerce, piattaforma che permette ai brand di creare e vendere in autonomia e senza intermediari i propri asset intangibili attraverso NFT, basati sulla certificazione attraverso blockchain di beni digitali che possono spaziare dal già citato mondo delle opere d’arte, ma anche videogames, beni di lusso, cartamodelli (come la fortunata asta della collezione Genesi di Dolce&Gabbana per 5,65 milioni di dollari). “La ricerca di unicità e bellezza, da sempre insiti nella natura umana, portano sempre più persone a volersi distinguere anche nel mondo digitale. La nostra tecnologia segna una nuova frontiera per i brand – dichiara Dario Melpignano, CEO di Neosperience – perché permette di monetizzare asset intangibili e creare ricavi ricorrenti valorizzando i marchi e i loro prodotti. La possibilità di gestire e vendere in autonomia i propri asset digitali, senza la necessità di intermediari o marketplace, democratizza questo processo e permette ad ogni brand di essere autonomo e vicino ai propri clienti in un modo completamente nuovo”. “Per un’azienda del mondo del design, che sia capace di coniugare il valore simbolico e aspirazionale alla funzione d’uso, creare asset digitali - sia unici, sia in edizione limitata, associati a funzioni digitali che estendono il prodotto stesso, e venderli online direttamente dal proprio e-commerce, o pubblicarli sui market - è un’evoluzione e un complemento naturale al suo saper fare. “Prodotti iconici, che hanno rappresentato la capacità di combinare il sogno con la forma, con l’utilità, sono i primi elementi su cui far leva per dare vita a una nuova asset class di prodotti digitali in cui la scarsità, permessa dagli NFT, contribuisca a creare valore. 26

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Ritratto di Refik Anadol nel suo studio di Los Angeles, California

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tendenza Di Valentina Dalla Costa

REFIK ANADOL, l’arte all’incrocio tra architettura, new media e AI Refik da anni sta facendo ricerca e insegnando all’intelligenza artificiale a sognare, partendo dalla nostra memoria collettiva. Da quando è entrato nel mercato degli NFT, il valore delle sue opere è cresciuto esponenzialmente.

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efik Anadol, 36 anni, è un artista multimediale, regista e pioniere nella resa estetica e artistica di dati e opere generate dall’intelligenza artificiale. Tutta la sua ricerca è basata sull’interazione creativa tra macchina ed essere umano, dove la macchina è intesa come un essere vivente, pensante, capace di creare quanto la mente dell’uomo. Refik “cattura” i dati che fluiscono attorno a noi e li trasforma in colori e texture per la sua tela, grazie anche all’aiuto di un assistente specifico, ovvero l’intelligenza artificiale. Ne risultano opere multimediali in cui la visualizzazione dei dati diviene opera fluida, che scorre e si trasforma, una sorta di linfa vitale computerizzata e generativa. Come ha iniziato a puntare l’interesse verso questo tipo di linguaggio? Ho avuto il mio primo pc a otto anni, età in cui ho iniziato ad appassionarmi non solo alla tecnologia ma anche alla science fiction. Quando si è così piccoli la mente è innocente, senza barriere: ho interpretato il futuro distopico che vedevo nello schermo in modo positivo, l’architettura e i paesaggi mi sembravano raccontare un mondo possibile. Nello stesso momento, ho iniziato ad appassionarmi ai video games, che non erano solo spazi bidimensionali, ma luoghi vivi nella mente di una macchina, in cui io potevo fare accesso. La mia immaginazione è stata attivata dall’architettura che avevo di fronte, dallo spazio che poteva essere espanso in un’altra dimensione, diverso dalla cameretta dove fisicamente stavo giocando o guardando un film. La mia formazione parte da Visual Communication Design, ho fatto esperienza come progettista, non come artista inizialmente, per poi focalizzarmi sulla fotografia, sulla progettazione video e l’editing, lo sviluppo custom di software. Era il 2008 quando iniziai a utilizzare la luce come un materiale per progettare, trasformando l’architettura in una tela vivente. Non ho

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mai abbandonato l’idea che la media art, la tecnologia e l’architettura debbano essere integrate tra loro, nel mio lavoro: non mi interessano pixel eclettici dalla mera funzione estetica, piuttosto quel che mi attrae è la possibilità, attraverso la tecnologia e l’arte, di vestire di nuova funzione un edificio. Qual è stato il primo lavoro in questo senso? Già un anno più tardi stavo facendo degli esperimenti con quel che io chiamo il “data paiting” attraverso Processing, un software specifico; quando ho imparato ad utilizzare il linguaggio di programmazione del software ero estremamente ispirato: hai la possibilità di creare quello che vuoi, partendo da una scrittura di un codice specifico. Questo ha portato alla realizzazione della mia prima Data Sculpture, realizzata a Instanbul in occasione della Biennale. Con la collaborazione di un architetto, intervenendo sulla facciata del Centro Culturale della città, abbiamo scolpito dati e algoritmi su una superficie di 40 metri per 40 metri, con l’utilizzo di 9 proiettori. Che cos’è la sua “Poetic of Data”? Cosa intende per poetico, e come questo aggettivo può accostarsi a dei dati digitali? Per me i dati non sono solo numeri. Sono una forma di memoria che può prendere mille forme e infinite sembianze. Da quando ho iniziato a vederli da questa prospettiva, non ho mai abbandonato l’idea e la necessità di lavorare con i dati, intesi come qualsiasi cosa possa venire in mente: pattern, temperature, condizioni meteo, qualità dell’aria, wifi, i social media, terremoti, attività cerebrali, pressione del sangue. Tutto può diventare un dato. E ogni dato può essere tramutato in pigmento, che io utilizzo per creare le mie opere e le mie installazioni. Quando il mercato ha iniziato a notare il suo lavoro? Il mio trasferimento a Los Angeles, dapprima per seguire un corso di studi all’interno del dipartimento di Media Art Design alla UCLA (University of California, Los Angeles) e poi per sperimentare e lavorare con veri pionieri di questo settore, ha dato il via a diverse collaborazioni interessanti. All’interno del dipartimento ho imparato a progettare attraverso la Media Art, lavorando con mentori del calibro di Christian Moeller, Jennifer Steinkamp, Victoria Vesna, Peter Weibel, il Ceo di ZKM (Zentrum für Kunst und Medientechnologie di Karlsruhe). Ho aperto il mio studio a Los Angeles nel 2014, il mio primo cliente è stato Frank Gehry, e il suo edificio della LA Philarmonic. Attraverso un software progettato ad hoc, abbiamo ridato forma all’interno della hall d’ingresso dell’edificio di Gehry: il software ha modellato lo spazio mediante gli input che arrivavano dalla musica, trasferendo alla vista un’installazione visiva di grande impatto sensoriale. Poi ho iniziato a lavorare con i grandi nomi della Silicon Valley: IBM, Epson, Google, Facebook, Twitter... Da questo momento ha iniziato a pensare alla tua professione in modo differente, definendosi un artista? Artista, designer, ingegnere, architetto. In realtà non può essere definito solo un lavoro artistico, c’è molto di più da considerare. Sono una serie di componenti specifiche, che messe insieme, generano quello che creiamo in studio. Utilizziamo enormi schermi, quindi serve imparare elementi di ingegneria elettronica per poterli gestire, poi hai a che fare con gli algoritmi, con la scienza, con lo spazio e con le persone che visitano quello spazio specifico. Non si può definire solo arte o solo ingegneria o solo architettura. Sta di fatto che un anno dopo l’apertura dello studio, sono stato invitato da Google a parte30

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Opera immersiva parte della serie Machine Hallucinations, in cui arte, intelligenza artificiale e dati lavorano insieme

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cipare al loro progetto di Google Art come Resident Artist, lavorando con l’intelligenza artificiale. Mi si è aperto un mondo nuovo di possibilità. Ho iniziato a farmi domande come: “può una macchina sognare?”, o ancora “è possibile dipingere con un pennello che può pensare?”. Grazie all’incredibile contributo di Google e il suo progetto legato all’arte, lo studio è cambiato completamente. Da quel momento, creiamo utilizzando i dati e l’intelligenza artificiale insieme. Da qui è nato il progetto Machine Hallucinations, pioniere in termini di utilizzo di dati, informazioni processate dall’intelligenza artificiale e opere d’arte in movimento. Qual è stata l’evoluzione? Ho sempre pensato che una macchina possa imparare e sognare. Abbiamo iniziato a lavorare attorno a questo concetto dal 2016 con Archive Dreaming, in cui sono coinvolte l’intelligenza artificiale, uno spazio immersivo e l’idea di poter rimodellare l’architettura e lo spazio. Lo spettatore ha davanti a sè la visualizzazione reale di come una macchina sia in grado di sognare: abbiamo inserito 1,7 milioni di immagini lavorando ad un algoritmo specifico, che sono state processate, vissute, immagazzinate dall’intelligenza artificiale. In cinque anni abbiamo formato e riempito di informazioni oltre cento modelli di AI, facendo ricerca e dando loro ‘in pasto’ parte della memoria collettiva dell’essere umano, fatta di immagini provenienti dalla natura, dallo spazio, dalle città. Ha visto dei cambiamenti o miglioramenti della ‘macchina’, in questi cinque anni di ricerca con l’intelligenza artificiale? Sì, assolutamente. Per poter allenare l’AI abbiamo lavorato con NVIDIA e i suoi ingegneri e ricercatori, utilizzando i loro super computer a supporto dei processi e delle elaborazioni di dati necessari per la nostra ricerca. NDIVIA è un’azienda tra le più importanti al mondo, produttrice di GPU (unità di elaborazione grafica, ovvero un circuito elettronico progettato per accelerare la creazione di immagini in un frame buffer, ndr) e processori grafici molto potenti. Da dove viene la sua ispirazione? In primis, sono ossessionato da quelli che vengono chiamati Fluid Dynamics, specifici algoritmi che derivano dalla natura. Dall’acqua, in sostanza. I miei lavori hanno sempre un fluido che li muove, che li rende vivi. Dal 2018 ho iniziato a collezionare dati relativi alla natura: dall’acqua al mare, ai laghi, alle foreste, i funghi, le nuvole, la pioggia, le cascate... So bene che stiamo vivendo in un’epoca segnata dal cambiamento climatico e non nascondo sia un problema, ma con il mio lavoro cerco di dare un’immagine positiva, e di far riflettere le persone che osservando le mie opere possono rendersi conto di cosa potrebbero perdere per sempre, se non agiamo all’istante. Cerco di celebrare la natura attraverso l’intelligenza artificiale. Quando ha iniziato a lavorare con gli investitori? Quando le sue creazioni sono diventate oggetti d’arte da collezione? Sono oltre dieci anni in realtà: il mio primo lavoro comprato da un collezionista era una fotografia, era il 2010. Poi dal 2014 al 2018 ho venduto molti data paintings a musei e privati, ma solo nel 2018 le cose sono cambiate e un mio collezionista mi ha detto “vorrei inserire una tua opera nel mio portafoglio digitale”. Ecco, da quel momento è iniziato il mio viaggio all’interno del mondo degli NFT. Murat Pak and Beeple sono miei grandi amici (e artisti le cui opere digitali sono state battute all’asta per milioni di dollari, n.d.R.): abbiamo parlato a lungo di questa nuova opportunità. Il mio primo NFT è stato 32

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venduto letteralmente in un secondo, da quel momento ho iniziato a lavorare su opere d’arte concepite in questo senso. A ottobre 2021, credo abbia raggiunto una quotazione da record con una sua opera, corretto? Esatto. Sotheby’s ha concluso una vendita con un investitore di Hong Kong, Jehan Chu, cedendo ad un singolo privato un’intera collezione di 8 lavori della serie Machine Hallucinations. E’ la prima volta in assoluto che una immersive room è stata venduta come NFT, per 5,2 milioni di dollari. Qual è il punto di forza e la vera rivoluzione, dal suo punto di vista, creata dagli NFT? Quello che è incredibile, prima di tutto, è l’idea di usare la blockchain come una tela. E’ un’idea incredibile, che mi permette di sognare e immaginare mondi paragonabili alla science fiction. Inoltre, il senso di una nuova comunità che si sviluppa digitalmente è un altro punto di forza del mondo degli NFT: questi collezionisti e investitori supportano il futuro, sono estremamente ricettivi, credono nelle nuove idee, sono aperti mentalmente e decidono di utilizzare il loro denaro per valorizzare un’idea, non qualcosa di fisico, ma un valore, un processo e una ricerca, che non possono essere tangibili. Il tradizionale mondo dell’arte generalmente non considera in modo positivo la visual art, ma questa community non fa differenze tra il mondo reale e quello immateriale. Personalmente, i miei lavori hanno acquisito molto più valore da quanto ho iniziato a vendere anche NFT. Come hanno reagito le istituzioni, i musei? Posso parlare di quel che sto progettando da tempo, e che entro fine novembre verrà annunciato a livello internazionale. Sto lavorando con il Design department del Moma, progettando il loro primo NFT. Il MoMa di New York sarà il primo museo al mondo ad avere sperimentato con il mondo dell’arte e gli NFT. MoMa è uno degli archivi più incredibili al mondo, ci sono 138.000 lavori nella loro collezione, che spazia da dipinti a sculture, giochi e oggetti, sedute... Abbiamo creato un’opera d’arte partendo dall’archivio della collezione tra le più preziose e importanti al mondo. Pensa che il design e l’architettura possono diventare parte di questo sistema? Credo che ci voglia sempre un po’ di tempo per potersi abituare e far abituare il pubblico a qualcosa di completamente diverso e nuovo. Ma ripeto, la potenza della blockchain potrebbe essere sfruttata da ogni settore, per quel che penso io. Serve forse attendere ancora qualche tempo, ma aziende visionarie che credono nel futuro capiranno che è certamente una strada da percorrere.

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Nuovi campi da gioco nel villaggio globale Nonostante il mondo si sia mosso secondo modi e tempi differenti, quel che resta di questo momento così difficile da decodificare è che il villaggio è davvero globale. Cambiano i modelli di business, i terreni di gara. Le competenze sempre più verticali si incrociano per dare risposte trasversali. I beni diventano non fungibili, e su di essi si riversano investimenti. Il gaming diventa lo spazio della comunicazione. Il brand anticipa sempre di più il prodotto.

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dossier di Maria Elena Molteni

Export a livelli pre-Covid, LUCE E ARREDO recuperano posizioni Il buon momento dell’economia internazionale spinge il comparto del mobile e della luce italiani che recuperano terreno sui mercati esteri di sbocco. Anche nei prossimi due anni le proiezioni sono positive e il saldo commerciale altrettanto.

L

e imprese esportatrici italiane stanno sfruttando il positivo ciclo economico internazionale, che contribuirà a portare le esportazioni su livelli addirittura superiori a quelli pre Covid già a partire da quest’anno. L’emergenza pandemica ha consentito di abbassare ulteriormente il costo del lavoro e, quindi, i costi di produzione delle aziende italiane, sono tra i più bassi nel confronto europeo. Secondo il Rapporto Coop 2021, “la crescita dell’export sarà intensa anche nel prossimo biennio, ma cresceranno parimenti le importazioni, alimentate dagli investimenti del Next Generation Eu”. Insomma, quel che il rapporto mette in luce è che la ripresa che sta caratterizzando l’economia italiana, almeno nel primo semestre dell’anno, ha a che vedere anche con gli scambi commerciali. La domanda estera ha ritrovato slancio e le imprese ne traggono beneficio, al punto che i livelli di import ed export non solo hanno recuperato le posizioni pre Covid, ma le hanno superate. In generale, nei primi sei mesi dell’anno, il valore delle esportazioni è stato pari a 250 miliardi di euro, superiore non solo ai 201 miliardi del 2020, ma soprattutto rispetto ai 240 miliardi registrati nella prima metà del 2019. Ora, stando al Rapporto, anche la dinamica delle importazioni è stata tale che ha consentito un recupero dei livelli pre-pandemici, soprattutto in considerazione della disponibilità di capitali da destinare agli investimenti e all’accumulazione di scorte, come conseguenza di un clima di fiducia estremamente positivo delle aziende esportatrici e di attese di crescita del fatturato derivante dai mercati esteri. ARREDO E ILLUMINAZIONE +43,2% DI EXPORT Il comparto arredo e luce (+43%) è tra i settori al top della classifica. Il dato che riporta Coop trova riscontro in quelli elaborati da FederlegnoArredo. Nei primi cinque mesi

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del 2021, l’export del macrosistema arredamento e illuminazione risulta essere decisamente in crescita. Il valore delle esportazioni si attesta a 5,4 miliardi di euro, segnando così un incremento del +43,2% rispetto all’analogo periodo dello scorso anno. Ma il segno più c’è anche se si considerano i primi cinque mesi del 2019: allora le esportazioni pesavano 5,1 miliardi di euro. Si evince che la crescita sul 2019 risulta essere del 5,7%. Analizzando le geografie di sbocco, la Francia è la prima con 988,5 milioni di euro, +53,7% rispetto al periodo di gennaio-maggio del 2020 e +15,3% rispetto allo stesso periodo del 2019; gli Stati Uniti valgono 573,5 milioni di euro, +73,7% sui primi cinque mesi del 2020 e +35,2% del 2019; la Germania (555,5 milioni di euro; +32,8%; +8,6%). Questi Paesi con Regno Unito e Svizzera costituiscono i primi cinque sbocchi commerciali. Ma tutti e 25 i mercati di sbocco, evidenzia FederlegnoArredo, mostrano numeri positivi. IMBOTTITI +63,2%, FRANCIA PRIMO MERCATO SBOCCO Entrando nel dettaglio dei singoli comparti, le esportazioni del solo arredamento nei primi cinque mesi del 2021 registrano un buon incremento (3,1 miliardi di euro, +52,2%). Il dato resta positivo anche se raffrontato al 2019, +10,1%. Francia, Stati Uniti e Germania rappresentano i primi tre mercati di sbocco. In forte crescita anche le importazioni (868,9 milioni di euro, +36,5%) con decisi incrementi da parte di tutti i principali Paesi fornitori, in particolare la Cina che resta il primo con un valore di quasi 267 mln di euro. L’export di area living vede una crescita del 68,3% a 266,2 milioni nel periodo; gli imbottiti salgono a 870,2 milioni +63,2% con la Francia che si conferma il primo sbocco commerciale estero con il 25% del totale esportato. Il comparto delle camere da letto mostra un autentico balzo: +80,5% a 287,9 milioni di euro. Gli Stati Uniti costituiscono il primo sbocco commerciale estero di questo comparto con una quota del 27%. Le cucine crescono del 44,4% a 345,4 milioni. Positivi anche i numeri dell’arredobagno, e del sistema ufficio che però non riesce a tornare ai livelli pre pandemia e che rispetto al 2019 perde il 9,9%. Migliorano le importazioni (+44,1%) con la Cina, primo Paese fornitore, che rappresenta oltre un terzo del totale importato dall’Italia, seguita da Germania, Polonia, Paesi Bassi e Spagna. Anche per illuminazione si assiste a un rimbalzo, sia in termini di esportazioni, sia di importazioni. NEI PROSSIMI DUE ANNI Ma cosa accadrà nel prossimo biennio? Stando alla Rapporto Coop, “nonostante il rallentamento della domanda mondiale che presumibilmente si verificherà nel 2022, le esportazioni italiane continueranno a crescere, raggiungendo i 535 miliardi di euro nel 2023, pari a un differenziale di +11% rispetto ai livelli registrati nel 2019. Tale crescita riguarderà non solo i beni ma anche i servizi, in corrispondenza del progressivo superamento delle restrizioni e della conseguente ripresa dei viaggi internazionali che alimenterà il turismo estero in Italia e la relativa spesa”. E per il legno arredo? Più difficile fare previsioni per i singoli comparti. Sappiamo però che il sistema è forte. La produzione complessiva della filiera oggi raggiunge i 39 miliardi di euro, di cui 15 miliardi di euro destinati all’export, oltre 300mila addetti e 71.500 imprese, con un saldo commerciale attivo di 7,6 miliardi di euro. Il macrosistema arredamento vale 21 miliardi di euro di cui 11 miliardi destinati all’export e 10 miliardi al mercato nazionale.

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Export dei settori dell’arredo Gennaio - Maggio 2021 5,4

5,1

Francia

989

3,8

Usa

573

+73,7% +35,2%

+53,7% +15,3%

Germania

555

+32,8% +8,6%

Resto del Mondo

3.284

2019

2020

2021

EXPORT ARREDO-LUCE

MERCATI TOP 3

Valori in miliardi di euro

Valori in milioni di euro

870

Grigio = var. % sul 2020 Bianco = var. % sul 2019

+63,2% +14,9%

695 +38,0% +4,6%

287,9

266

+80,5% +53,0%

+68,3% +21,7%

AREA LIVING

IMBOTTITI

CAMERE DA LETTO

345 +44,4% +6,8%

CUCINE

ARREDO BAGNO

EXPORT DEI SOTTOSETTORI Valori in milioni di euro, variazione % rispetto allo stesso periodo del 2020

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Fonte: FederlegnoArredo

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Scorcio della città di Londra, St Paul’s Cathedral e la City sullo sfondo

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dossier di Maria Elena Molteni

Anche lo studio di ARCHITETTURA diventa MULTICHANNEL. E annulla i confini. Un ‘non problema’ la Brexit, se non una complicazione di natura amministrativa, per gli operatori della progettazione internazionale, già abituati a operare su larga scala e a macinare tematiche transnazionali. E intanto anche Milano cresce e acquisisce nuovi modelli di business.

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ultidisciplinari, sovranazionali, ibridi dal punto di vista dell’operatività, sempre più grandi quanto alla size e dunque alla capacità stessa di investimento e di affrontare progetti di ampio respiro. Gli studi italiani di architettura crescono e, fatta salva la loro naturale competenza, adottano invece, da un punto di vista della gestione e del modello di business, un approccio più anglosassone. Che, in qualche maniera, ha consentito loro di sostanzialmente bypassare Brexit. One Works, che ha sedi a Londra, in diverse città italiane e nel Golfo, si è dotato da sempre di un modello organizzativo di natura non territoriale, piuttosto disciplinare. Leonardo Cavalli, che con Giulio De Carli ha fondato lo studio e ne è managing partner, evidenzia che i diversi uffici sono in grado di portare competenze diverse al tavolo del progetto: Milano è legata alla progettazione architettonico-urbanistica, Venezia alla parte di ingegneria del progetto, Roma al tema della consulenza in ambito aviation, mentre Londra guarda a una scala urbana, allo spazio pubblico. Dubai, infine, è un ufficio di gestione dei progetti. In particolare, lo studio di Londra “non è necessariamente e solo legato alle opportunità locali. Può partecipare a una parte di progetto in Italia, piuttosto che in Arabia Saudita. Esattamente come uno studio in Italia può essere parte di un progetto in Inghilterra”.

COMPETENZE VERTICALI In questo senso, tiene a precisare Cavalli, “abbiamo anticipato il concetto dello smart working. Le sedi hanno sempre funzionato in questo modo e ciò ha reso per noi il tema della Brexit sostanzialmente secondario. Un mercato, quello inglese, che già prima era molto protetto. Semplicemente la Brexit ne ha confermato l’attitudine”. Se, dunque, è “facile vedere un progetto italiano in Francia, uno tedesco in Italia o uno francese in

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Polonia, è sempre molto difficile vedere un progetto italiano in Inghilterra, ad accezione ovviamente di certi studi transnazionale, come quello di Renzo Piano per citarne uno. Ma nel mercato più quotidiano è più difficile, così come è difficile vedere un progetto inglese in Europa, ad eccezione, ancora una volta, di uno firmato Foster o Zaha Adid”. Al netto delle forme e della territorialità o meno dei progetti, di certo One Works con Brexit non ha “percepito una grande differenza: noi funzioniamo – evidenzia Cavalli come un unico studio che semplicemente ha sede in luoghi diversi. Dal punto di vista della disciplina del progetto non ha portato nessuna differenza”. E in Inghilterra One Works ha lavorato, ad esempio, a due progetti recenti: uno nello Yorkshire e un altro nel cosiddetto corridoio Oxford-Cambridge, quest’ultimo con un carattere più strategico, insieme al leader del raggruppamento Mae, “essendo un esercizio progettuale organizzato dal Governo, dal ministero dei Trasporti per la precisione, dove il tema era analizzare la possibilità di utilizzare un vecchio tracciato ferroviario, oggi non in funzione come servizio diretto, ma con una serie di tratte che possono portare a una rimodulazione del servizio e a una capacità insediativa di 2 milioni di abitanti”. L’aspettativa di crescita dell’Inghilterra, del resto, è diversa da quella italiana e vede una forte pressione su Londra. Così “il Governo si è posto il problema di dare strategicamente una risposta” spiega Cavalli. Lo studio di Londra oggi sta lavorando con quello di Milano al masterplan del porto di Livorno, alla trasformazione del porto mediceo, avendo questa dimensione di spazi pubblici. BREXIT TEMA TUTTO INTERNO EUROPEO Se Livorno è un progetto guidato dall’Italia, a guida londinese è invece il grande progetto del boulevard della Mecca: uno spazio pubblico molto grande, pedonale, che collega la nuova stazione di alta velocità realizzata da Norman Foster con la casbah che è l’oggetto del pellegrinaggio del mondo musulmano”. Il lungo boulevard, di 3 km e 700 metri, è una grande infrastruttura che prevede una linea metropolitana, un parcheggio, una linea pedonale e un nuovo quartiere che ne deriverà. “Noi ci occupiamo, all’interno di questo progetto, dello spazio pubblico”. Un progetto, dunque, a guida Uk: “il vantaggio di Londra è che in alcuni mercati è percepita come meno periferica dell’Italia e per alcuni clienti, come quelli del Golfo, resta il luogo di riferimento europeo. Lì Brexit non viene percepita come da noi: è un tema interno europeo”. Del resto, hub internazionale dell’architettura Londra lo è da qualche decennio, “almeno dagli anni Duemila”, ricorda Cavalli, che non manca tuttavia di evidenziare che “Milano è pure molto riconosciuta. Non voglio sottovalutarne il ruolo dell’Italia, ma progetti di più grande scala sono più facilmente associati al mercato anglosassone”. Perché? “Storicamente le relazioni di Inghilterra, Francia e Spagna sono legate alla storia politica delle rispettive nazioni e l’Italia, in questo senso, non ne ha altrettante” chiosa Cavalli. E poi, sicuramente, hanno sviluppato una capacità e una dimensione dei servizi che appaiono più adeguate alla scala, all’investimento necessario per fare un progetto in quel luogo. L’Italia ha un mercato dell’architettura e dell’ingegneria piuttosto frammentato. Non si discute la competenza, ma semplicemente la capacità finanziaria che la dimensione di una società può offrire, quando un cliente richiede un progetto molto grande, a garanzia di una adeguata performance”. SIZE E CAPACITÀ FINANZIARIA SPINGONO LA CONCENTRAZIONE La size, dunque, e la capacità finanziaria. Ma le istituzioni finanziarie inglesi hanno maggiormente contribuito a fare crescere questo ecosistema? Storicamente il mercato inglese, come quello americano, “ha operatori più grandi e dunque anche una concer42

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tazione nel settore dello sviluppo e dell’investimento che ha comportato una crescita della dimensione delle società che operano nel mercato. Ma – avverte Cavalli - anche in Italia sta cambiando. Oggi uno studio di 50-60 persone è la norma. Trenta anni fa non esistevano, perché il mercato, con l’arrivo dell’euro, si è internazionalizzato, gli operatori sono in numero minore, c’è stata una selezione, ma ora sono più grandi, c’è maggiore competenza”. Dunque anche in Italia sta avvenendo “una forma di concentrazione”. E non ha fondamento, a suo avviso, la diatriba su ‘la quantità che sostituisce la qualità’. “Posso assicurare che non è così, però è uno dei due elementi che pesano nella possibilità di sviluppare un business. E l’Inghilterra lo fa da sempre. Ha un mercato internazionale da sempre”. In questo particolare momento storico, insistono poi anche altri temi. La crisi sanitaria su tutto, ma anche le difficoltà nel reperire le materie prime che porta anche con sé un incremento dei prezzi delle stesse. Per Cavalli, “nel 2020 molti lavori si sono bloccati o rallentati e, per la testimonianza che possiamo darne, abbiamo sperimentato un inizio del 2021 molto simile al 2020, ma da metà anno la situazione è cambiata molto e oggi il lavoro sta crescendo, così come le opportunità. C’è un sentiment di vera ripartenza” assicura. Di certo avendo da sempre lavorato in smart working tra le diverse realtà operative, per One Works il passaggio al remote working è stato indubbiamente più semplice. Resta il fatto che “quello che abbiamo notato è che per alcune attività, in particolare quelle di progetto, la prossimità spaziale è molto importante perché permette di essere da un lato più veloci nella discussione a anche più creativi perché lo scambio in prossimità ha quello l’aspetto di informalità che la tecnologia non incoraggia. Ora, il vero tema è trovare un corretto bilanciamento. Spero ci sia un lascito di vantaggi, poiché è stato rotto il tabu dell’incontro virtuale. Prima in Arabia Saudita dovevamo andarci in due per tre giorni, ora possiamo fare un incontro in sei in due ore”. LA GRANDE OCCASIONE DI MILANO Insomma, anche la progettazione diventa multichannel, “in maniera molto naturale. E mi sembra ragionevole come modalità”. E se con Brexit si è sperato che Milano potesse ereditare il ruolo di hub finanziario di Londra, cosa che poi non è accaduta, va comunque detto che l’Italia ha recuperato importanza e credibilità internazionale, per varie ragioni: come lascito di Expo, la guida del Governo di Mario Draghi, i tanti denari che stanno arrivando in Italia e i molti investimenti internazionali. Ma tutto ciò che opportunità rappresenta? “C’era il rischio che Milano potesse perdere il grande traino dell’Expo perché due anni di lockdown e il ridimensionamento delle relazioni internazionali potevano chiudere una stagione, ma ho l’impressione che così non sia. E può essere che questo arrivi a comportare anche una trasformazione della organizzazione professionale. Staremo a vedere. Credo che i prossimi cinque anni siano vero banco di prova perché, se è vero che anche l’Italia sta vivendo una ulteriore riorganizzazione e crescita degli operatori con sempre maggiore competenza, questo non potrà che trascinare gli operatori professionali”. Milano conferma la vocazione internazionale e accoglie anche modelli di business diversi. “Questo non potrà che accrescere la competizione in senso positivo, stimolando e ragionando su come ci si debba organizzare. Ci sono le condizioni affinché un ragionamento venga fatto. E questo grazie alla apertura del mercato italiano verso l’estero. Un’occasione per cogliere opportunità più grandi, ragionare su come ci si organizza e comprendere il funzionamento complesso del mercato internazionale” conclude Cavalli. E intanto, One Works cresce e stima di chiudere l’anno con un giro d’affari di circa 12 milioni di euro, in leggera crescita rispetto allo scorso anno.

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ph. davide lovatti

plinto table design andrea parisio info@meridiani.it - meridiani.it


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Showroom Poliform a Londra in King’s Road

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dossier di Maria Elena Molteni

BREXIT? Si temeva un terremoto, ma è già una nuova NORMALITÀ Nessuna reale conseguenza per le maison del design italiano che hanno investito nella presenza diretta sul mercato inglese. Qualche ‘fatica’ in più, di ordine essenzialmente burocratico, ma Londra resta un mercato altamente performante.

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na tempesta perfetta. Questa sarebbe potuta essere la combinazione di crisi sanitaria e Brexit sul mercato di riferimento per le aziende italiane. Così non è stato. Se gli effetti della pandemia ancora si fanno sentire, la decisione di uscire dall’Ue della Gran Bretagna non ha (quasi) sortito effetti. Le aziende del design italiane, che hanno scelto di essere presenti sulla piazza londinese con un flagship store, al momento non lamentano particolari contraccolpi.

SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITA’ Carlo Oliverio, Meridiani Sales Director, nel tracciare un bilancio sull’andamento del business, chiarisce che “per quanto riguarda lo store Meridiani in South Kensigton, le attività non si sono mai completamente interrotte; certamente si è registrato un rallentamento in coincidenza col lockdown, ma a partire dal secondo trimestre del 2021 la dinamica si è invertita completamente”. In relazione a Brexit, “numeri alla mano, non sembra aver portato per il momento contraccolpi evidenti: Londra è, e a nostro avviso rimarrà, una dei principali hub mondiali nell’ambito della progettazione. La Brexit per il momento sembra occupare più lo spazio del ‘racconto politico’, che rappresentare un concreto e profondo cambiamento delle dinamiche economiche; in ogni caso, naturalmente siamo molto attenti agli sviluppi futuri della situazione”, assicura. Anche per Roberto Gavazzi, CEO Boffi|DePadova, “il business ha tenuto bene nel mercato UK durante entrambi questi momenti importanti di trasformazione, nonostante uno scenario notevolmente più complesso e dinamico per quanto riguarda le problematiche di gestione”. Un tema dunque più di natura burocratica, che non legato alla performance effettiva. Mattia Crippa, Poliform Manager Uk, fa presente che “i lockdown dovuti alla pandemia hanno comporta-

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to un sensibile calo del traffico retail con una conseguente contrazione del fatturato”. Ma rapidamente, “con la riapertura degli esercizi commerciali al pubblico, si è assistito ad un significativo incremento del footfall all’interno degli stessi ed un aumento della domanda, con una diretta e positiva conseguenza su numeri e fatturato”. Lato Trade, evidenzia anche, “durante la fase iniziale si è visto un rallentamento imputabile essenzialmente a due fattori: il primo lockdown e le tempistiche necessarie per la riorganizzazione degli studi A&D in modalità smart working” e, successivamente, “si è verificata una graduale e costante ripresa di tale parte del business, supportata anche dalla possibilità di lavorare su appuntamento”. In merito alla parte contract del business, “la quale opera – tiene a precisare Crippa - su di un orizzonte temporale medio di due anni, non abbiamo avvertito alcuna contrazione; ciò grazie anche al fatto che in UK l’industria delle costruzioni non ha subito alcuna battuta d’arresto durante la pandemia. La campagna vaccinale e le contestuali riaperture hanno dato un forte impulso alla ripresa del business sia lato retail sia trade. Brexit, ad oggi, al di là di un impatto sulle attività di import/export (aumento della burocrazia, dei tempi e costi), ha comportato una complicazione nel reperimento di manodopera in settori quali: hospitality, costruzioni, trasporti”. CENTRALITÀ DI LONDRA NON E’ IN DISCUSSIONE Insomma, numeri alla mano, Londra è e resta hub mondiale per l’architettura e il design. “La centralità di Londra come piazza del design e della architettura non è assolutamente in discussione” chiosa Oliverio, che non manca di fare notare tuttavia alcune criticità: “è vero che si rilevano maggiori difficoltà di carattere normativo, in primis sul tema delle certificazioni di prodotto. La mancanza di uniformità col resto dell’Unione impone sicuramente un’attenzione maggiore rispetto al passato a questi aspetti”. Gavazzi fa notare anche che “Londra rimane l’hub mondiale del design, principalmente in conseguenza dell’elevata concentrazione di studi di architettura importanti che continuano a seguire progetti nel mondo, soprattutto negli Stati Uniti, Medio Oriente e l’Asia. Fondamentalmente non è cambiato nulla in questo senso, a parte una maggiore complessità nella ricerca del personale di qualità”. Nessun dubbio anche per Poliform: secondo Crippa al momento Londra rimane “uno degli hub mondiali del design”. UNA NUOVA NORMALITÀ Detta così, sembrerebbe quasi che Brexit non abbia sortito conseguenza alcuna. Ma le aziende sottolineano fondamentalmente due aspetti: le criticità ci sono, ma il pragmatismo britannico a livello di autorità e naturalmente la capacità delle imprese di surfare sulle onde dell’imprevisto tipico di un mercato sempre più flessibile, hanno permesso di affrontare la situazione nel migliore dei modi. Per Meridiani, ad esempio, “la situazione al momento non è tale da indurre le autorità ad adottare particolari misure. La Brexit ha prodotto, per il momento, una certa complicazione burocratica ma non tale da rendere “impossibile” il business. Le difficoltà ci sono, ma stanno portando a prassi che, una volta consolidate, saranno la nuova normalità”. Anche Gavazzi conferma che “Brexit ha portato una maggiore difficoltà soprattutto burocratica, per quanto riguarda sia la gestione del personale proveniente dall’Ue sia, indubbiamente, ha reso più difficile la ricerca del personale qualificato in loco e di qualità in generale. Anche il settore dei trasporti è un problema che ancora rimane da risolvere e migliorare insieme al governo”. Rispetto alla capacità del Governo britannico di dare risposte al portato di Brexit, Crippa fa notare che “gli ultimi due anni sono stati spesi più nella gestione della pandemia e supporto alla popolazione e imprese locali che a mitigare/gestire l’impatto dell’uscita dall’Unione europea”. Ma questo “è senz’altro un punto importante dell’agenda di governo per il prossimo anno”. 48

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Dall’alto, showroom di Chelsea a Londra Boffi De Padova aperto nel 2021 e showroom di Meridiani a South Kensington

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Nell’attività di tutti i giorni “la difficoltà maggiore, ad oggi, sta nel reperire figure quali: montatori e site manager. Aumentando la domanda, e contraendosi l’offerta, va da se’ che il costo annuo di tali figure sia aumentato”. In definitiva per Meridiani (che ha inaugurato lo store monomarca di Londra nel 2018 in posizione strategica, a South Kensington, di fronte al Victoria & Albert Museum), il mercato di Londra è soprattutto Contract, “ma il carattere di trasversalità della collezione – nota Oliverio - ci consente di essere vincenti sia in ambito Horeca che in quello residenziale”. In questo senso, Meridiani “lavora attivamente con i principali studi di architettura londinesi: la versatilità – tiene a sottolineare - è una delle principali motivazioni del marchio”. La presenza di Boffi/DePadova è di lungo corso: il primo showroom a Londra, Boffi Chelsea, stato aperto nel marzo del 2008 seguito dalle aperture di Boffi Wigmore nel 2011 e il nuovo flagship, Boffi|DePadova Chelsea proprio quest’anno, nel 2021. “Da allora abbiamo integrato le collezioni De Padova, MA/U Studio e ADL alla collezione Boffi, cosa che ci permette di focalizzarci su progetti sempre più completi ed interessanti sia da un punto di vista progettuale che del revenue. Abbiamo collaborato e continuiamo a collaborare con studi di architettura importanti, per menzionare alcuni: Foster & Partners, Zaha Hadid Architects, Squire & Partners e Stanton Williams”. Per Gavazzi, in particolare, lo spazio di Chelsea rappresenta “ lo specchio perfetto del concept progettuale che desideriamo comunicare. L’importanza di Londra nel panorama del design, ha sicuramente favorito la scelta di ampliarci in uno dei quartieri più strategici della città”. NEL FUTURO SEMPRE PIU’ CONTRACT Ma come sta evolvendo e qual è l’orizzonte del mercato inglese in relazione alle potenzialità per i produttori best in class italiani? “Negli ultimi vent’anni il mercato Uk si è andato evolvendo sempre più a favore di un gusto moderno. Questo sia grazie al lavoro svolto dagli studi di architettura e interior, sia agli investimenti realizzati dalle imprese del settore arredo al fine, ad esempio, di avere una presenza diretta nel mercato” sottolinea Crippa di Poliform, facendo anche presente che oggi il consumatore, molto più informato rispetto al passato, ha una maggiore consapevolezza di ciò che desidera per la propria abitazione. “Il rapporto tra architetto/Interior e cliente finale – nota - si è evoluto con quest’ultimo che partecipa in maniera più attiva al processo di scelta/selezione dei prodotti e finiture”. La diretta conseguenza è che anche la figura del ‘venditore’ all’interno del negozio, a sua volta, “è mutata, assumendo più un ruolo di advisor, e questo sia nei confronti del cliente finale sia dell’operatore trade”. Da qui l’importanza, tiene a precisare, “della costante formazione del personale in termini di prodotto ma anche di rapporto con la clientela. Le aziende del settore con presenza diretta sono avvantaggiate rispetto alle altre poiché hanno la possibilità di meglio comprendere il mercato e la clientela potendo così offrire un servizio più efficace al cliente”. Nel mercato UK, Poliform resta “una realtà a forte vocazione retail, ma con una divisione contract in crescita, sia in termini di volumi, sia di organico”. La scelta è stata di “focalizzarsi su progetti di alto livello al fine di rimanere al riparo da ‘guerre/logiche di prezzo’ che inevitabilmente comporterebbero una minor qualità in termini di prodotto e servizio offerti e potrebbero danneggiare il marchio Poliform e la reputazione”. La sfida prossima, dunque, per Poliform in Uk è “crescere all’interno di un mercato molto competitivo, quello contract, rimanendo fedeli ai nostri valori, che sono quelli della qualità, del servizio e della reputazione”.

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dossier

Scatto Campagna Moroso per Biennale Venezia (foto di Alessandro Paolemi)

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dossier di Maria Elena Molteni

Il brand, PASSAPORTO INTERNAZIONALE. Asset più che mai necessario per competere Il brand prima del prodotto. Dando per scontato che il secondo sia alto di gamma, di qualità assoluta. Per muovere le pedine sulla scacchiera internazionale, essere bravi non basta. Bisogna che questa capacità sia innanzitutto percepita con chiarezza. Come? Dando forza e riconoscibilità al brand.

I

l marchio. Troppo sottovalutato in Italia. Per ragioni che, a guardare bene, ci fanno anche onore. E che hanno a che fare con la qualità assoluta del prodotto di design, come della moda, del food. Insomma, ovunque ci si volti a guardare. Questo è stato a lungo sufficiente, bastevole per imporre il prodotto italiano all’estero. Il famoso made in Italy. Un brand esso stesso. Che però non basta più. La competizione globale cambia le carte in tavola. E richiede, in questo senso, una consapevolezza in più. “Sicuramente il made in Italy è da sempre sinonimo di qualità e valore” evidenzia in premessa Tiziana Campigli, avvocato specializzato in diritto della proprietà intellettuale e con esperienza in house maturata in diverse aziende, tra le quali The Walt Disney Company, Percassi e Magister Art e in in2law, società di Deloitte Legal. Il contesto è favorevole a livello internazionale per valorizzare tutto ciò che proviene dall’Italia: “certamente c’è un effetto Draghi” nota Campigli, al quale si aggiunge un “elevato livello di fiducia, di capacità di leadership, di investimenti effettivi”. Ma, “ci sono poi le nostre piccole e medie imprese che con la loro proverbiale e unica ‘flessibilità’ stanno rispondendo in maniera eccezionale al momento molto complesso. Tant’è che le esportazioni stanno trainando il nostro Pil. E’ un momento storico – chiosa - in cui varrebbe la pena investire sul made in Italy, sui marchi di prodotto e sulle Dop”. Ma come se la cavano, in questo senso, le imprese italiane? Non benissimo, “o quanto meno non siamo tra i migliori. Faccio spesso l’esempio, a livello di Paesi, della Francia, molto più capace di noi a valorizzare le sue bellezze artistiche, i suoi asset nel food, nell’arte, nella cultura, pur avendo solo minima parte del nostro patrimonio”. Invece in Italia le aziende stesse “non attribuiscono la giusta importanza ai propri brand mancano di creatività orientata all’ideazione di un marchio registrabile, faticano a trovare un marchio distintivo e caratterizzante dei propri servizi e

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prodotti, non investono nella comunicazione del marchio” almeno quanto fanno all’estero. Eppure, solo per citare un esempio, mentre l’Italia è patria del food di qualità, secondo la recente ‘Brand Finance Food & Drinks’, le sole Ferrero e Barilla rivestono posizioni rilevanti nella classifica dei più apprezzati trademark alimentari. Cosa manca per scalare la classifica e migliorare il ranking? “Manca – spiega l’esperta - come in tanti altri settori, come la moda, il cosiddetto ‘Campione Nazionale’. In un contesto sempre più globalizzato e sempre più competitivo, la frammentazione, classica caratteristica del tessuto produttivo nostrano, non porta ad altro se non a vedere tante nostre famose piccole aziende essere acquisite dal colosso straniero di turno”. Un pericolo trasversale a molti comparti. La nota positiva è che, a differenza del passato, sembra che anche ai piani alti vi sia consapevolezza di questo tema, che può diventare cruciale. Ecco che, tra l’altro, il Pnrr ha generato il ‘Bando Marchi +’, un intervento agevolativo affidato dal Mes a Unioncamere proprio per sostenere le pmi nella tutela dei marchi all’estero, sia a livello europeo sia internazionale. Ma ancor prima, l’articolo 110 del decreto Agosto (dl 14 agosto 2020, n. 104, convertito nella legge 13 ottobre 2020, n. 126) ha previsto una nuova disciplina di rivalutazione dei beni d’impresa. “L’iniziativa – spiega Campigli - consente alle imprese di rivalutare contabilmente i propri asset, permettendo in concreto, di aumentare la patrimonializzazione. Ma non è tutto. I reali benefici si apprezzano sul piano fiscale: la rivalutazione in positivo dei beni dell’impresa consente di incrementare il valore degli ammortamenti e, di conseguenza, abbattere il carico fiscale. In tal caso, è prevista la corresponsione di un’imposta sostitutiva agevolata. Si è discusso molto dei consistenti vantaggi che la normativa in questione è in grado di produrre e un’attenzione particolare è stata rivolta alla possibilità di rivalutare in bilancio i diritti di proprietà intellettuale”. Ora, la norma di legge parla genericamente dei ‘beni di impresa’, ma “il nostro interesse si rivolge alla categoria relativa ai beni immateriali giuridicamente tutelati, con particolare riguardo a quelli di proprietà industriale ed intellettuale. Questi asset, spesso, risultano iscritti a bilancio per un valore molto inferiore rispetto a quello reale. Tramite il Decreto Agosto, le imprese possono cogliere l’occasione per rettificare detti valori, usufruendo di consistenti incentivi” sottolinea l’avvocato. E gli asset che possono essere oggetto di rivalutazione sono brevetti, design, copyright e segreti commerciali e, appunto, marchi. UN ASSET NEL BILANCIO AZIENDALE Accade spesso che i diritti di proprietà intellettuale siano sottostimati all’interno dei bilanci delle società. Non è raro, ad esempio, vedere marchi anche particolarmente celebri il cui valore risulta iscritto per poche migliaia di euro, corrispondenti ai soli costi sostenuti per la registrazione. Non si tratta tuttavia, di una rappresentazione reale, poiché il valore di un diritto di proprietà intellettuale non corrisponde alla spesa che il titolare ha sostenuto per ottenerlo, bensì al ritorno economico che quel diritto è in grado di produrre. In caso di inferiore valorizzazione, le conseguenze negative sull’impresa sono molteplici. In primo luogo, la società potrebbe esporre un patrimonio netto inferiore a quello effettivo, con conseguente pregiudizio nella propria immagine commerciale e più difficile accesso al credito ed ai finanziamenti. Ma soprattutto, un’inadeguata contabilizzazione in bilancio impedisce alla società di beneficiare di consistenti vantaggi fiscali. Un esempio? “Consideriamo un marchio rivalutato in un importo 1 milione di euro. In tal caso, l’ammortamento annuale corrisponderà a 55.600 euro. Il tutto, per un risparmio di imposte pari a 15.512 euro l’anno, per complessivi 250.000 circa per l’intero processo di ammortamento (già al netto dell’imposta di rivalutazione)”. Insomma, tutto questo “semplicemente attraverso una corretta valutazione del marchio in parola”. Ora, 54

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Illustration: Anna Sutor

Milano dal 1945

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proviamo a immaginare “i risparmi fiscali che una società potrebbe ottenere valorizzando correttamente tutti i propri asset di proprietà intellettuale”. E come questi risparmi potrebbero essere reimpiegati in azienda. MONCLER, UN ESEMPIO DA SEGUIRE Un esempio? Uno su tutti: Moncler. Per citare un campo affine al design. A partire dal 2003, con l’ingresso di Remo Ruffini, “ha inizio un percorso di riposizionamento del marchio attraverso il quale i prodotti Moncler assumono un carattere sempre più unico ed esclusivo. Sotto la sua guida, Moncler persegue una filosofia chiara e, nel contempo, semplice: creare prodotti unici di altissima qualità, versatili e in continua evoluzione ma al contempo sempre fedeli al dna del brand. Il motto ‘nasce in montagna, vive in città’ racconta come il marchio Moncler si sia evoluto da una linea di prodotti a destinazione d’uso prettamente sportivo, a linee versatili che clienti di ogni genere, età, identità e cultura, possono indossare in qualunque occasione e dove il capospalla, pur essendo il capo identificativo del brand, viene gradualmente e naturalmente affiancato da prodotti complementari sempre coerenti con l’unicità del marchio”. Insomma, “tradizione, unicità, qualità, coerenza ed energia, sono da sempre i caratteri distintivi del marchio Moncler che negli anni ha saputo evolversi pur rimanendo coerente alla propria tradizione, in una continua ricerca di un dialogo costante con i propri molteplici consumatori nel mondo. Ed è proprio da questa costante ricerca che nel 2018 nasce un nuovo progetto creativo e comunicativo, Moncler Genius – One House, Different Voices: una nuova casa per menti creative capaci di reinterpretare il brand Moncler sempre coerentemente alla sua storia e al suo dna, adottando un nuovo modo di operare”. Ovvio che un investimento sul brand comporta anche un investimento economico di una certa consistenza. “Non c’è la cultura in tutte le aziende, va creata” chiosa Campigli. “Il messaggio che ho sempre dato all’interno delle aziende in cui ho lavorato è che è importante fare un investimento, essere coerenti nell’utilizzo del marchio con una strategia sottostante e un conseguente e coerente utilizzo. Solo così il consumatore è in grado di percepire la forza”. UNA QUESTIONE CULTURALE “Rispetto alla mia esperienza in azienda, e ci sono sicuramente anche altri motori, emerge la passionalità, l’istintività e meno la strategia che va messa in atto per raggiungere determinati obiettivi. Mancano, rispetto alle multinazionali americane o francesi, ad esempio, passaggi propedeutici per arrivare al risultato. Strategia di registrazione del marchio, di comunicazione, di valorizzazione dell’asset non sono così valorizzate in Italia. Ma se le piccole aziende non hanno a disposizione le risorse, le grosse realtà talvolta, mancano proprio di strategia della brand identity”. Che non è fatta solamente del legale, del creativo, del Cfo e del marketing, ma di tutte queste funzioni “che devono lavorare insieme e coordinarsi, far conoscere il marchio e valorizzare la funzione distintiva di origine dei miei prodotti dalla mia azienda” conclude Campigli. In definitiva, quando parliamo dell’estero ci vengono in mente i campioni nazionali. In Italia ce ne sono pochi come Ferrero e Barilla perché la pmi opera in un settore di eccellenze ma frammentato. Va a finire che si conoscono i marchi esteri meno frammentati. Appunto. La soluzione sta come sempre a mezza via, con la valorizzazione delle piccole e medie imprese, anche grazie a un supporto, a livello di Governo, che finalmente vedo negli ultimi anni”.

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Settanta anni di storia Grazie a tutti coloro che ci hanno dato fiducia e accompagnato in questi 70 anni w w w.alfdafre.it

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INTERVISTA A ELIA BONACINA

La FLESSIBILITÀ è la virtù dei forti di Fiammetta Bonazzi

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Elia Bonacina


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C’

è una dote che più di altre si rivela vincente in questi tempi così instabili: l’elasticità necessaria per affrontare i cambiamenti, per sopportare gli urti e per tornare sempre in forma. Per Bonacina1889 la flessibilità è diventata valore d’impresa, fors’anche perché nella storica azienda di Lurago d’Erba si lavora da sempre con il rattan: le sue lunghe canne levigate ed elastiche, importate dall’Indonesia, è da oltre 130 anni che vengono piegate con l’acqua e con il fuoco per trasformarsi in oggetti del desiderio che arredare le case più eleganti del mondo. Elia Bonacina, trentenne CEO di Bonacina1889 e quarta generazione di una grande famiglia votata alla bellezza, racconta quest’incredibile avventura.

Come si collega la storia di un’azienda comasca con un materiale esotico come il rattan? Da secoli la nostra zona è rinomata per la tradizione dei manufatti in vimini. Giovanni Bonacina, il mio bisnonno, ha saputo trasformare l’antico mestiere di canestraio in un’attività imprenditoriale all’avanguardia per i tempi. È fra i primi brianzoli a studiare a Milano, dove farà amicizia con alcuni giovani olandesi che commerciavano con le colonie in Estremo Oriente. Grazie a loro s’innamora dell’Indonesia, inizia a viaggiare e a importare materia prima di qualità. Nel 1889 fonda la sua azienda e poco alla volta assembla un catalogo di poltrone e salotti che vanno a ruba fra le famiglie dell’aristocrazia e dell’alta borghesia del Nord Italia, ma non solo: alla vigilia del primo conflitto mondiale, Bonacina esportava già il 60% della produzione. Cosa accadde durante la guerra? Le fabbriche hanno continuato a lavorare, anche perché, fra l’altro, i Bonacina erano fornitori dell’esercito italiano: realizzavano i contenitori porta-munizioni per i carri armati e le stuoie per far uscire i mezzi cingolati dal pantano. Negli anni successivi, il timone dell’azienda passa a Vittorio, figlio di Giovanni, che a Milano frequenta l’ambiente del Politecnico ed entra in contatto con creativi del calibro di Franco Albini, Bruno Morassutti, Marco Zanuso… tutti autori che hanno disegnato per Bonacina e ai quali nel tempo si aggiungeranno nomi come quelli di Joe Colombo, Gio Ponti, Franca Helg… In effetti, mentre Pietro, il fratello, si era specializzato in cesteria, sua figlio Pierantonio dopo la seconda guerra mondiale amplierà ulteriormente le collaborazioni con gli architetti e i designer. L’elenco dei vostri clienti spazia dagli Agnelli ai Borromeo passando per i Mondadori, i Rothschild, i Von Thyssen, senza dimenticare couturier come Yves Saint Laurent e Valentino e i reali di Giordania, d’Olanda, di Persia. Qual è il segreto di questo successo planetario? Negli anni Settanta, mio padre Mario decise di rivisitare i pezzi più decorativi degli anni Venti su indicazione di Renzo Mongiardino, che per i suoi progetti straordinari, destinati a una colta committenza internazionale, aveva ripreso svariati arredi storici di Bonacina e li aveva trasformati in oggetti di culto, tuttora in catalogo. Ricordo per esempio un bestseller come la sedia Antica, un modello ripreso dal nostro archivio, che comprende oltre 1200 pezzi, che oggi è disponibile in versione indoor, in giunco e midollino, ma anche outdoor, in alluminio verniciato e una tessitura realizzata in materiale adatto all’esterno. Quindi non c’è solo il rattan. Stiamo utilizzando anche materiali innovativi, che resistono ai raggi UV e alle intemperie, come il Bopifil, il Polycore, il Polypeel, oltre al PaperStone®… una fibra prodotta a NOVEMBRE/DICEMBRE 2021 PAMBIANCO DESIGN

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partire dalla carta riciclata. Sono però più di 130 anni che in Bonacina si lavora il rattan o giunco, che si ricava dalla canna d’India e non va confuso col bambù, che ha il fusto cavo. Il rattan è legno pieno e ci permette di ottenere strutture di eccezionale elasticità, tenuta e resistenza. Per produrre il midollino si usa invece la parte più interna del rattan, che viene suddivisa in listelli di vari diametri. In più, il giunco è un vegetale che cresce rapidamente, ha un altissimo rendimento e garantisce tutte le prestazioni tipiche di un materiale durevole, eco compatibile e riparabile, anche a distanza di anni. Ci arrivano in azienda dei pezzi Bonacina che hanno un secolo di vita, e noi riusciamo ancora a rimetterli a nuovo utilizzando i materiali originali d’epoca, che conserviamo nei nostri magazzini. Cosa è successo alla fine del mandato di Mario Bonacina? Nel 2015 viene acquisito da Vittorio Bonacina il ramo d’impresa di Pierantonio, con la creazione di Bonacina1889 s.r.l.. Le collezioni che appartengono a entrambe le aziende ora sono raccolte in tre cataloghi: Décor, Design Masters e Outdoors. Com’è organizzata la vostra attività? A Lurago d’Erba lavorano sessanta persone, venti negli uffici e quaranta in produzione. Di recente ci siamo spostati, ma di poco, in una fabbrica che risale agli anni Settanta: è uno spazio di 6 mila metri quadrati che ospita l’interno ciclo produttivo, coi reparti dedicati a curvatura, intreccio, cucitura e tappezzeria. Non siamo lontani dallo showroom che accoglie la nostra collezione storica, e che porta la firma di Lorenzo Forges Davanzati, vincitore di un Compasso d’Oro nel 2004 (per la pensilina Boma progettata con Fausto Colombo per Consorzio Arredo Urbano, ndr). Stiamo anche allestendo un museo aziendale: sarà aperto solo ai clienti, che qui potranno scoprire la storia di Bonacina1889 dalle origini fino al presente, con le creazioni più antiche, le icone bestseller come la Gala di Albini, una poltrona disegnata nel 1951 che si trova nella collezione permanente del Moma a New York e alla Triennale di Milano, ma anche i pezzi singolari, come gli allestimenti per la Fiat 500 “Spiaggina”. Per il museo abbiamo stanziato un investimento di 2 milioni di euro e l’idea è di aprire entro il 2022. Qual è, oggi, il significato del made in Italy? Il made in Italy è diventato un valore molto più complesso di un’etichetta incollata sopra un prodotto: è qualcosa che si guarda, si tocca e si respira e ha a che fare contemporaneamente con la storia, con il territorio, con le atmosfere uniche di questo Paese. Per dire: qui non siamo distanti dal lago di Como e quando i clienti internazionali arrivano in Bonacina vivono un’esperienza immersiva che comprende la visita dei dintorni, della fabbrica e dello show room, dove a volte chiamiamo un personal chef per offrire loro la possibilità di gustare dell’autentico italian food. Quello che cambiarei è il modo con cui oggi si comunica l’italianità: si deve trattare di una mission culturale prima ancora che di marketing. A maggior ragione quando ci si interfaccia con l’estero. Da sempre siete molto amati anche fuori dall’Italia… In questo momento gli Stati Uniti generano da soli il 50% del fatturato e rappresentano il nostro più importante mercato estero, su un export pari al 90%. Vorremmo inaugurare in tempi brevi una nostra base a New York, che nel concept dovrebbe assomigliare al museo storico che aprirà a Lurago, e funzionare come driver per portare clientela in Italia. Vi siete posti dei limiti produttivi? Fin dalle origini Bonacina non ha mai lavorato per i venditori quanto piuttosto per gli

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Dall’alto, in senso orario: le iconiche poltrone Eva (Giovanni Travasa, 1965), Continuum (Gio Ponti, 1963)) e Gala (Franco Albini, 1951)

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architetti e gli interiori designer. Con questa strategia, abbiamo sempre continuato a espanderci sia per utile che per fatturato, perché non dipendiamo dal punto vendita, che invece va soggetto alla variabilità dei trend di mercato. Oggi il fatturato è di circa 6 milioni di euro e, proprio perché i nostri prodotti sono in gran parte custom made, spesso per averli la committenza è disposta a pagare un po’ di più: di conseguenza, si cresce anche facendo meno sconto. Di questo passo si può immaginare di arrivare a 15-20 milioni, sempre col vincolo di mantenere gli stessi standard di qualità. Che cos’è il lusso per Bonacina? Per Bonacina “lusso” significa continuare a produrre oggetti unici, spesso in edizioni limitate, realizzati grazie a savoir faire, tecniche e macchinari creati da noi che si tramandano da oltre un secolo. Ci muoviamo, insomma, nel medesimo solco dei brand dell’alta gioielleria e della pelletteria deluxe. Del resto, in così tanti anni di attività non abbiamo mai avuto una contestazione da parte dei clienti: prima di uscire dall’azienda, i nostri arredi passano attraverso sei step di controllo qualità, c’è una cura meticolosa su ogni singolo dettaglio. A richiesta forniamo anche un servizio di expertise, simile per certi versi a quelli offerti dalle maison dell’haute couture, come Hermès: possiamo rilasciare gratuitamente un certificato di autenticità, che serve quando il pezzo va all’asta o viene pubblicato per la vendita nei portali specializzati nell’alto di gamma, come per esempio 1stdibs. Come spesso accade nel comparto luxury, più un oggetto è d’epoca e più acquista valore. Come certi orologi o certe borse di marca, anche i nostri mobili s’impreziosiscono col tempo e hanno sempre raggiunto quotazioni elevate da Christie’s e Sotheby’s. Ancora di recente una coppia di Continuum in malacca - una sedia disegnata da Gio Ponti nel 1963 che si trova tuttora in catalogo, nella versione in giunco e midollino, a circa 3600 euro al pezzo - è stata battuta da Piasa a 23 mila euro. Non vi è mai venuta la tentazione di aprire nel sud-est asiatico? Siamo la Rolls Royce del rattan e non abbiamo competitor diretti. Proprio perché siamo convinti che senza radici non c’è futuro, abbiamo deciso di investire in una storia d’impresa legata al passato e all’Italia, in totale controtendenza rispetto alle dinamiche globalizzanti dei mercati contemporanei. Certo, molti ci chiedono come mai non si sposti la produzione in Indonesia, dove i costi del lavoro sarebbero più bassi e dove la lavorazione del rattan appartiene a una tradizione secolare. Rispondo che non ne vale la pena perché noi, qui, abbiamo il design. Ed è la variabile che fa la differenza. Per i prossimi dieci-vent’anni, prevedo anzi che in Italia si potrebbe assistere a un’enorme rivoluzione nel settore dell’arredamento, con il ritorno in auge delle tecniche manuali e della figura del designer-artigiano. La lavorazione del rattan richiede una manodopera specializzata. Dove trovate il personale? Il 30% della produzione di Bonacina1889 è custom made. Per esempio, abbiamo appena consegnato l’arredamento per il nuovo Cala di Volpe di Porto Cervo, di proprietà di un gruppo saudita, per un totale di 400 pezzi esclusivi, tutti personalizzati. Su certi commissionati abbiamo delle waiting list anche di un anno e mezzo, perché ci teniamo che escano dalla fabbrica perfetti. Come si ottiene questo risultato? Prima di tutto creando con chi lavora un rapporto di fiducia. Giovanni Travasa, oggi ultra novantenne, negli anni Sessanta ha progettato Eva e Palla, due poltrone di assoluta contemporaneità, e ancora si ricorda che i miei nonni lo invitavano a pranzo quando passava da Lurago. Questo per dire che in Bonacina si condivide il gusto di fare, e di fare bene, tutti insieme e a tutti i livelli. Oggi invece troppo spesso si procede solo nel nome delle anonime logiche

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industriali e della crescita dei fatturati: gli amministratori delegati cambiano ogni anno e mezzo e arrivano dai settori più disparati, senza conoscere le peculiarità dell’azienda. Con questi turnover compulsivi non si crea fidelizzazione fra management e maestranze, con conseguenze che, alla lunga, incidono negativamente sul grado di soddisfazione di chi lavora e sulla qualità del prodotto. Ci sono ancora i giovani che cercano un impiego in fabbrica? Smettiamo di dire che i ragazzi in Italia non hanno voglia di fare i lavori artigianali. Noi li reclutiamo senza difficoltà tramite annunci o con il passaparola, e anche da ultimo abbiamo incontrato persone di grande valore. Penso per esempio a un giovane di questa zona, che scolpiva il legno e creava installazioni con gli alberi nei boschi, e che durante il primo incontro in fabbrica si è innamorato del nostro processo produttivo e ha deciso di restare da noi, oppure a un suo collega d’origine marocchina che suona il violino: per lui abbiamo creato un locale dove si esercita in pausa e mi ha detto che lavorare il midollino gli ha reso le dita più agili ed elastiche sulle corde dello strumento. Il problema è un altro. Troppo spesso i ragazzi italiani non riescono neppure a immaginare le potenzialità che avrebbero nelle loro mani, anche perché non hanno la fortuna d’incontrare i maestri giusti: proprio come avviene nelle grandi imprese del lusso d’impronta familiare - penso a Patek Philippe o ad Audermas Piguet - in Bonacina affianchiamo i neoassunti ai nostri artigiani più abili, in modo tale che passino loro il mestiere. Si crea così una scuola interna all’azienda, che garantisce la formazione di personale altamente qualificato. E motivato. C’è qualcosa che la preoccupa, per il futuro? Da quando rivesto il ruolo di CEO, ho sempre rifiutato le richieste di acquisizione - non poche - che mi sono arrivate soprattutto dai fondi. Lo schema è sempre il medesimo: ottenere la quotazione in Borsa nell’arco di 5-7 anni, spingendo al massimo la produzione secondo un’ottica industriale che non c’entra nulla con noi. Il rischio di queste operazioni è quello di diluire l’identità aziendale, che è la chiave di volta del nostro sistema di valore. Siamo in una fase in cui è in atto un intenso ricambio generazionale e mi fa paura pensare che i giovani imprenditori italiani, eredi di marchi ricchi di estro e di tradizione, rischino di cedere al richiamo delle produzioni massive, rinunciando di fatto alla loro unicità. Lei però, come il suo bisnonno, avrà anche e di sicuro un sogno… Che arrivi presto una quinta generazione Bonacina. Per intrecciare nuovi capitoli della nostra storia.

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Consolle Menhir, di Giotto Stoppino e Lodovico Acerbis (1963) e cassettiera Storet di Nanda Vigo entrambe riedidate nel 2021 e nel 2020 da Francesco Meda e David Lopez Quincoces, direttori creativi di Acerbis. Credit: Ph. Alberto Strada

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scenario di Fiametta Bonazzi

Made in Italy, IL FUTURO è realtà. E si costruisce valorizzando L’EREDITÀ creativa del passato Non tutte le acquisizioni vengono per nuocere, anzi: a volte i riassetti societari forniscono gli strumenti giusti per rimettere mano agli archivi e rilanciare i brand italiani che hanno scritto la storia del design.

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a globalizzazione, la digitalizzazione dei mercati e gli adeguamenti imposti dalla transizione ecologica hanno rimesso in discussione l’identità del made in Italy. Se è vero che solo fino a 10-15 anni fa tutto ciò che veniva prodotto in Italia era sinonimo di alta qualità, artigianalità, lusso e tradizione, oggi il puro radicamento nel territorio non basta più. Si è avviato un profondo processo di revisione dell’immagine dei nostri brand, che in certi frangenti ha generato nuovi assetti societari, peraltro indispensabili per tutelare e sviluppare l’heritage di aziende che hanno scritto capitoli fondamentali della storia del design. L’approccio non è stato quello tipico della “campagna acquisti” onnivora che spesso caratterizza il modus operandi dei colossi internazionali. Si è invece trattato di iniziative condotte nel pieno rispetto dei protagonisti e dell’impronta che caratterizzano il Dna di ogni singola avventura imprenditoriale: un patrimonio unico, ricco di personaggi e di idee che meritano di essere ricollocati nella giusta luce, in linea con le aspettative di consumatori sempre più nomadi, informati e indipendenti WEDO HOLDING E BUSNELLI: QUANDO LA TRANSIZIONE È MORBIDA “Nel 2020 abbiamo acquisito il marchio Busnelli, che oggi è un fiore all’occhiello del nostro gruppo. Ci mancava in portafoglio un brand d’alta gamma legato all’universo degli imbottiti, gli arredi che ‘fanno casa’ per definizione e che, complice anche la pandemia, nell’ultimo anno e mezzo hanno registrato un’impennata della domanda”, spiega Giuseppe Bincoletto, chief marketing officer di WeDo, la holding veneta che fa capo alla famiglia Doimo e alla quale appartengono i marchi Frezza, Dvo, Mis Medical, Arrital, Doimo Cucine, Copatlife, Punto Ettore e Altamarea. “L’operazione è parte di una più ampia strategia orientata alla diversificazione del prodotto e all’internazionaliz-

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zazione del gruppo, che è ben posizionato sul mercato europeo e si sta allargando verso Cina e Stati Uniti. Con l’arrivo di Busnelli, WeDo si arricchisce di un’eccellenza che funzionerà da leva per entrare in un segmento molto ampio del mondo dell’arredamento, con l’obiettivo di incrementare il fatturato, per la sola soft furniture, di 40 milioni di euro entro i prossimi due anni”. Fondata a Meda alla fine degli anni Cinquanta, l’azienda di Franco Busnelli ha messo la firma su numerosi evergreen di culto: valgano, fra i molti, gli esempi delle poltrone Fiocco (disegnata da Gianni Pareschi nel 1970) e Libro (di Pareschi e Umberto Orsoni, 1970), presenti nella collezione permanente del Moma di New York e al Museo della Triennale di Milano, o del divano Piumotto (di Design Bstudio - Marco Boga), ricercatissimo dagli appassionati di modernariato. Acquisendo Busnelli dalla società Former in liquidazione, che a sua volta lo aveva rilevato nel 2017, WeDo, che ha chiuso il 2020 con un consolidato di gruppo di circa 126 milioni di euro e punta ai 150 nel 2021, si porta a casa i diritti del marchio e tutti i modelli. E a fronte di un investimento (su Busnelli) di oltre 1,5 milioni, ha già predisposto un ambizioso business plan: “Ci occuperemo della modernizzazione e del riposizionamento del brand, ma soprattutto cercheremo di ricostruire un tessuto connettivo di valore legato a un’eredità imprenditoriale straordinaria. Nel 2022 definiremo prodotti e strategie, mentre il debutto ufficiale è già fissato per l’inizio del 2023”. Fiocco, Libro, Piumotto ma anche le sedute Baffo (di Gianni Pareschi ed Ezio Didone, 1969) e Armadillo (di Pareschi, 1969) sono solo alcune delle icone che verranno rimesse in produzione e riaggiornate in collaborazione con un team di giovani designer (di cui non si svelano i nomi) e grazie ad accordi con partner selezionati della filiera brianzola del mobile, in grado di garantire i più elevati standard di efficienza ed eco compatibilità. “Fra il pubblico degli addetti ai lavori, il catalogo di Busnelli vanta un ottimo indice di ricordo, ma non per questo ci si rivolgerà ai soli cultori del vintage. La nostra idea è invece quella di recuperare la verve visionaria che fin dall’origine ha caraterizzato il Dna della produzione Busnelli per declinarla in maniera più contemporanea sia su arredi singoli che su sistemi. Rimettere mano agli archivi significa anche riportare in primo piano la figura di Franco, la sua cultura dell’innovazione, la sua capacità di scommettere sull’industrializzazione senza mai perdere di vista l’approccio artigianale, tipico della manifattura italiana. È stato Franco, del resto, uno dei primi imprenditori a creare dei laboratori di R&D interni all’azienda, a collaborare con le università per lo studio di nuovi materiali e a fondare, negli anni Sessanta, Caleidoscopio, un seme - strale che per un quarto di secolo è stato un vivace tavolo di confronto per il dibattito sull’arte, sull’architettura e sul design”. Con 500 dipendenti e una supply chain agile e dinamica, oggi in WeDo si può lavorare su Busnelli “come se fosse una start up”, conclu - de Bincoletto. “In più, abbiamo la fortuna di poter contare su prodotti senza età, che si prestano a essere customizzati proprio come si fa con un’automobile e che, per estetica e mix appeal, sembrano già pronti per essere veicolati sui canali phygital”. Un ulteriore plus. E non da poco. TISETTANTA ED ELAM: IL FUTURO È IBRIDO Nelle nuove esperienze d’acquisto, le applicazioni digitali si sovrappongono al mondo fisico vissuto e immaginato dai consumatori. E, allo stesso modo, all’interno delle case gli ambienti della quotidianità e del lavoro tendono sempre di più a confondersi in uno spazio unico, libero dai condizionamenti delle pareti e delle destinazioni d’uso. Se “ibridazione” è la parola magica che, insieme all’ecosostenibilità, fungerà da bussola per i prossimi decenni, allora si può tranquillamente affermare che Tisettanta già da tempo avesse un piede dentro al futuro. “La pandemia ha confermato la validità del nostro approccio trasversale al progetto, basato su arredi versatili ed ecologici, già da 68

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tempo privi di formaldeide e che, all’occorrenza, si possono riconvertire alle funzioni più diverse, incluso lo smartworking”, conferma Fabrizio Pedrazzani, sales manager e responsabile export per la divisione contract di Tisettanta, azienda d’impronta familiare con quartier generale a Mariano Comense. Del resto, i divani, i tavoli, i letti e gli intramontabili Sistemi attrezzati di Antonio Citterio, che hanno reso celebre nel mondo Tisettanta, sono il frutto di una visione lungimirante che prende forma nel lontano 1929, quando Carlo Turati, classe 1901, avvia a Giussano, in Brianza, la bottega artigiana che negli anni Sessanta, grazie all’intuizione del figlio Giuseppe (Peppino), diventerà industria. Il marchio Tisettanta nasce nel 1971 dall’incontro fra Peppino e Sergio Turati con il designer Carlo Bartoli, cui viene affidata l’art direction: l’idea è quella di sviluppare mobili che nascono in serie eppure sono di altissima qualità, oggetti accessibili a tutti ma con gli atout del made in Italy. L’ingresso nella società dei Pedrazzani, amici di lunga data dei Turati, porterà a una gestione più flessibile, che culminerà nel 2021 con l’acquisizione completa del marchio. “Alla fine del Millennio, Tisettanta era una realtà industriale sovradimensionata, che non rispondeva più in modo agile alle richieste di customizzazione dei prodotti. Il reset aziendale è iniziato negli anni Novanta: su Tisettanta è stato fatto un capillare lavoro di ridimensionamento, con la cessazione della produzione su larga scala e la selezione rigorosa dei rivenditori, privilegiando gli store che avessero al loro interno uno studio di progetta - zione capace di assicurare un servizio tailor made al consumatore finale. Nel 1999, poi, è stata acquisita Elam, un marchio storico di cucine che, insieme al brand di accessori e complementi Halifax, è diventato parte integrante della squadra”. Dal 1954 Elam proponeva una gamma di prodotti di alta gamma e ha portato in dote - fra i molti - bestseller come la celeberrima cucina a moduli E5, il primo allestimento kitchen “vivibile” ideato da Marco Zanuso nel 1966, poi ripreso e rivisitato dall’équipe del Tisettanta Design Lab, e che in fondo già prelude all’utilizzo della cucina in chiave multitasking sperimentato durante i lockdown. Il matrimonio con Tisettanta non ha fatto che perfezionare la visione della casa intesa come un microcosmo di mobili belli, funzionali e integrabili. E i risultati economici hanno confermato la validità del concept. “Nel 2020 Elam, che ora si chiama Elam Systhem, ha consolidato 5 milioni di fatturato e punta ai 7 nel 2022, con l’obiettivo di stabilizzarsi intorno ai 10 milioni nei prossimi tre anni”, annuncia Fabrizio Pedrazzani, che è anche Company Director di Tisettanta London. “Se, anche grazie alle cucine, gli Stati Uniti oggi sono il nostro primo mercato di riferimento, a seguire arrivano Svizzera e Gran Bretagna. E in Europa come oltreoceano, la carta vincente rimane il custom made, che rappresenta il 90% della nostra produzione”. In Tisettanta ci tengono a sviluppare un rapporto più diretto con l’utente finale, avendo come tramite l’architetto: “È anche per questo che in via Fatebenefratelli a Milano si è deciso di aprire non il classico showroom su strada, ma uno spazio da visitare su appuntamento, con personale Tisettanta che collabora con i progettisti o si mette a disposizione del rivenditore che accompagna il cliente. Nel frattempo, procedono i lavori di ristrutturazione del polo di Shangai e si sta cercando di accelerare l’apertura dell’antenna di Los Angeles che, dopo lo stop dovuto all’emergenza sanitaria, dovrebbe essere inaugurata nel 2022”. MDF ITALIA E ACERBIS: GUARDARE AVANTI, SENZA PAURA Nel 2022 MDF Italia doppierà la boa del trent’anni di attività. “Un traguardo importante, che già molto prima della pandemia ci aveva spinto a studiare la rapida mutazione dei modi dell’abitare e a riflettere su come rispondere al nuovo tipo di domanda che stava emergendo sul mercato, comunicando il nostro prodotto in maniera ancora più in 70

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sintonia con le attese di una clientela colta, cosmopolita, inter generazionale ma soprattutto non ostentativa”, puntualizza Frederik Billiau, CEO di MDF Italia. È proprio sulla base di questo background che, nel 2019, matura l’acquisizione di Acerbis, una delle realtà italiane più longeve nel comparto dell’arredamento. “Dietro a un marchio storico c’è sempre un grande archivio. Ma poi ci sono anche i pensieri, le intuizioni. E ci sono soprattutto le persone. Non a caso si è fortemente voluto che Enrico Acerbis, figlio di Lodovico, quarta generazione della famiglia e già ai vertici dell’azienda prima del reset, entrasse in MDF Italia come ambassador del brand, per creare un trait-d’union fra una storia imprenditoriale iniziata 150 anni fa e la strada che ora c’è da percorrere insieme”. L’avventura degli Acerbis comincia nel 1870 ad Albino, un piccolo paese incastonato fra le montagne bergamasche della Val Seriana, quando il bisnonno Benvenuto Acerbis, falegname, tappezziere e artigiano poliedrico, apre la sua prima “fabbrica di mobiglia a motore elettrico”. Più tardi, dagli anni Sessanta, sarà l’erede Lodovico Acerbis a introdurre, negli stabilimenti di Seriate, una produzione industriale avveniristica per i tempi, traghettando di fatto l’azienda in una posizione di rilievo nel settore dell’arredamento. In questo periodo prenderanno quota le collaborazioni con alcuni dei più innovativi designer italiani del Dopoguerra - da Giotto Stoppino a Vico Magistretti, da Nanda Vigo a Gianfranco Frattini - e stagione dopo stagione arriveranno sideboard, tavolini, librerie e mobili contenitori che sono stati esposti al Moma e il Victoria & Albert Museum di Londra. La recente acquisizione di Acerbis, tuttavia, non ha nulla a che vedere con le operazioni-nostalgia che spesso mascherano il rilancio delle collezioni d’antan. “La scelta di riproporre un pezzo di Magistretti non può essere una semplice scommessa commerciale”, conferma il CEO di MDF Italia, azienda che per il 2021 punta ad arrivare intorno ai 18 milioni di fatturato, consolidati su mercati per l’80% europei. “Abbiamo come obiettivo una crescita importante e da qui il rilancio del marchio Acerbis che, grazie alla nomina dei direttori creativi Francesco Meda e David Lopez Quincoces e alla nuova visione creativa del brand, ha lanciato Remasters, che già nel nome rivela l’intenzione di rimasterizzare alcuni landmark dei maestri presenti nell’archivio”. Con una prima capsule che rivisita pezzi come il tavolo Maestro di Gianfranco Frattini, la cassettiera Storet di Nanda Vigo o la credenza Sheraton di Acerbis - Stoppino, Compasso d’oro nel 1979, laccata ex novo coi colori ispirati dalle Jaguar e Porsche d’epoca, il progetto, interamente realizzato in Italia, ha fatto centro: raddoppiando il volume d’affari nel giro di un anno e puntando a chiudere a 2 milioni il 2021, con un’equa ripartizione dei mercati (50%) fra Europa e overseas. C’è da scommettere che le creazioni della new wave di Acerbis diventeranno ben presto dei nuovi classici del made in Italy. Con qualche distinguo: “Oggi in un oggetto di design si cercano una storia e un valore che vanno al di là del prezzo e dell’etichetta che ne certifica la provenienza”, avverte Billiau. “L’estetica, da sola, non basta più. Oltre che su un disegno contemporaneo, bisogna poter contare su un’anima sostenibile: ne è un esempio la collezione Neil di Jean Marie Massaud per MDF Italia, una famiglia di sedute completamente disassemblabili e riciclabili. Anche se poi, in fondo, un bel mobile che dura nel tempo, magari quarant’anni e oltre, è già sostenibile per definizione”. Il passato, una volta di più, ha ancora molto da insegnare.

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Scorcio di Nordhavn, zona portuale che negli anni si è trasformata in hub sostenibile. Immagine di Adam Moerk

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mondo Di Valentina Dalla Costa

Il “MODELLO COPENHAGEN” attrae, ma potrebbe non essere “sostenibile” Capitale dell’architettura per il 2023, Copenhagen è stata riconosciuta per la sua innovativa pianificazione urbana: architettura sostenibile, efficienza energetica e fermento culturale. L’obiettivo posto è quello di arrivare, entro il 2025, a zero emissioni.

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egolarmente Copenhagen, da anni ormai, compare ai primi posti negli indici di felicità e di qualità urbana. Spesso quando si considerano modelli di questo tipo, non vengono però prese in analisi le periferie, le aree ancora legate all’uso dell’automobile, le aree industriali e produttive. O ancora, l’aver puntato l’attenzione su una determinata città, come Copenhagen, potrebbe aver scaturito una serie di reazioni a catena sfociate in una corsa agli investimenti da parte di builders e imprese, che hanno conseguentemente fatto schizzare i prezzi delle case alle stelle. Da un lato la sostenibilità del “modello Copenhagen”, lo stile di vita, la scena gastronomica in crescita, la città del design e del progetto, dall’altro invece l’insostenibilità di rincari e mancanza di alloggi per una fetta di cittadini. Discussioni aperte anche a livello politico, come dimostrano le dichiarazioni della Prima Ministra Mette Frederiksen. UNO SGUARDO DALL’ITALIA SU UNA METROPOLI IN FERMENTO Frequenta la Danimarca da anni, la connessione col Paese è legata anche al fatto di aver portato, ed esser stato il primo a farlo, Friz Hansen in Italia. Giulio Cappellini rappresenta un punto d’osservazione privilegiato sulla città, che pone lo sguardo su un Paese e una città cresciuti nel tempo. “In occasione di 3daysofdesign ho ritrovato una capitale in grande fermento – commenta – Pur mantenedo sempre il suo dna legato alla connotazione nordica, Copenhagen si sta internazionalizzando notevolmente, divenendo un polo di estremo interesse internazionale. Nello specifico, ho riscontrato una situazione molto positiva per il settore design. Vorrei azzardare dicendo che dopo la settimana del design di Milano, Copenhagen potrebbe essere la seconda capitale europea con una rassegna davvero interessante, nonostante non ci sia una fiera alle spalle della manifestazione, che nasce e vive di

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soli eventi in città”. Si registra da tempo un interesse sempre maggiore, al di là delle produzioni locali e delle aziende nate sul territorio, da parte di brand e realtà internazionali. “Le aziende italiane – continua – hanno cominciato ad investire in modo consistente sulla città, e questo deve far riflettere. La nuova showroom di B&B, Flos e Poulsen è una dichiarazione d’intenti marcata dell’industria italiana: si dimostra che anche un piccolo Paese come la Danimarca può rappresentare un grande interesse commerciale e strategico, divenendo così l’agorà e il punto di riferimento per tutto il mercato del nord Europa, togliendo per certi versi alcuni primati che fino ad ora erano nelle mani di Stoccolma”. Il fermento riscontrato da Cappellini si percepisce anche dalle trasformazioni in atto e le riqualificazioni più distanti dal centro cittadino: “tra i più grandi e importanti attori nel mondo dell’architettura c’è lo studio BIG – puntualizza – Questa non è una novità, ma di certo raggiungere dal centro il loro headquarter, nell’area di Valby, mi ha fatto notare quanto in realtà Copenhagen sia estesa. In venti minuti si arriva in un’area estremamente interessante, puntellata dalla presenza di grandi industrie internazionali e nuovi building. E’ una città in espansione, a tutti gli effetti, nonostante il numero degli abitanti non sia così alto”. SPAZIO ALLA RIQUALIFICAZIONE EDILIZIA. Il più grande e ambizioso progetto di sviluppo urbano della Scandinavia fino ad oggi coinvolge l’area portuale di Nordhavn. Gli edifici industriali e i terreni sono stati trasformati in un nuovo distretto urbano sostenibile, con infrastrutture pedonali e una ciclabile. Concepita per soddisfare il crescente bisogno di alloggi di Copenhagen, quest’area industriale ha visto l’apertura del suo cantiere nel 2009 con l’intento di diventare una sorta di “hub green del futuro”. Edifici residenziali come The Silo, Kanonhuset, Havnehuset e Frihavnstårnet si mescolano a riqualificazioni di magazzini in cui aziende del panorama del design internazionale hanno deciso di aprire nuovi showroom: è il caso di Vitra e Muuto, per citarne alcune. Inoltre, il modello virtuoso di cui si parla da tempo, ovvero la città del quindici minuti, qui viene accorciato a “città dei cinque minuti”, con servizi, alloggi, uffici, assistenza diurna ai cittadini, trasporti e attività ricreative concentrate in poco spazio, accessibili a tutti. “Da presenza rilevante per scambi commerciali – commenta ancora Cappellini – il porto è ora nuovo epicentro del business per le aziende del settore design. La rivalutazione e rivitalizzazione di aree distanti dal centro è un dato importante, capace di dimostrare l’enorme potenzialità delle periferie, e la riqualificazione dell’esistente pone ancora una volta l’attenzione verso l’heritage e la memoria urbana”. Con l’attuale boom del mercato immobiliare danese, anche le aziende che si occupano di arredo e home appliances ne beneficiano, come dimostra e racconta Christoffer Poulsen, Vice President dell’area Product Management all’interno di Bang&Olufsen, brand nato in Danimarca e ben radicato nel territorio oltre che nota a livello internazionale: “al rapido sviluppo immobiliare, specialmente della fascia alta e medio alta, segue la richiesta di soluzioni audio e video di alta qualità. Ciò sta ovviamente beneficiando la nostra azienda, poiché siamo in grado di fornire prodotti adatti a questo genere di target, dal singolo altoparlante a un progetto audio domestico integrato. La tendenza ad investire nella casa e nell’immobiliare in generale, cercando soluzioni durevoli nel tempo, ci rende orgogliosi della continua crescita del brand a Copenhagen così come nel resto del territorio locale”. In una città in espansione, anche l’ospitalità occupa un posto centrale nel processo di rinnovamento. “C’è una grande richiesta di ottimizzazione ed espansione degli hotel già presenti – afferma Pernille Arlien-Søborg Henriksen, fondatrice di Co.Designstudio, architetti danesi al momento molto coinvolti nella riqualificazione e progettazione di hotel in città – Il fatto che grandi investitori del mondo dell’hotellerie, come NH Group e Midstar, stiano puntando al centro cittadino regala una spinta notevole ai processi di cambiamento. 76

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L’aspetto positivo è che nessuno di questi edifici sta perdendo la sua identità originaria per trasformarsi in hotel anonimi. Per quella che è la mia esperienza, un progetto di alta qualità che rappresenta davvero il territorio vince a mani basse contro gli standard generalizzati di un building internazionalizzante. La responsabilità degli investitori, della città e dei professionisti come me è quella di garantire che Copenhagen non diventi una nuova Venezia o Barcellona”. L’ALTRO LATO DELLA MEDAGLIA: L’INSOSTENIBILITÀ DELLA CRESCITA E’ un vero e proprio boom quello registrato in termini di richiesta di alloggi in città: secondo i dati Eurostat, nel secondo quadrimestre del 2021 è cresciuta di 139.17 punti rispetto al primo quadrimestre in cui era a 136.45. Questo fenomeno ha portato ad un aumento incontrollato dei prezzi delle case, e un conseguente problema di mancanza di appartamenti più economici per giovani e famiglie meno abbienti. Questione portata in Parlamento dalla Prima Ministra Mette Frederiksen: il governo prevede di aumentare la quantità di alloggi sovvenzionati per far fronte al problema, triplicandone così la presenza nella città di Copenhagen, così come Aarhus, Aalborg e Odense. L’altra faccia della medaglia di un mercato in espansione, una capitale ambita da investitori e developers, è rappresentata da chi invece punta alla “casa per tutti”, come Justine Bell, partner dello studio Djernes&Bell. “Sembrerò fuori dal coro, ma sono una ferma sostenitrice della necessità, urgente, di attuare un sistematico cambiamento nella struttura economica del Paese – afferma – Non sono interessata alla crescita, e non penso che la direzione attualmente presa dallo sviluppo urbano possa consentire la transazione ambientale necessaria per prevenire condizioni di vita altrimenti insostenibili per le future generazioni”. La pratica dello studio Djernes&Bell segue un approccio contestuale basato sulla visione umanistica del progetto e dello spazio, con l’obiettivo di creare architetture strettamente connesse al costruito esistente. “Quel che serve a Copenhagen è un sistema di finanziamento alternativo rispetto alle solite speculazioni a breve termine – continua – che spesso dettano legge sull’assetto urbanistico e sulla qualità dell’architettura. A me interessa riflettere sulla proprietà collettiva (in Danimarca chiamata Andel, ovvero l’acquisto di un immobile in comune con altri proprietari, n.d.A.) che è parte della cultura di questo Paese, vero volano per un cambiamento necessario. Realdania, associazione privata danese che sostiene progetti di architettura e pianificazione, così come altre istituzioni filantropiche, stanno cercando di guidare il cambiamento attraverso la ricerca e l’analisi di casi studio virtuosi, per poter individuare forme di investimento puntuali ed effettive”.

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mondo di Michele Chicco

L’EXPO la città dei sogni: DUBAI ha lanciato la sfida per la sua SMART CITY I grandi eventi cambiano il volto delle metropoli. Succederà anche negli Emirati Arabi. Come modello è stato scelto Milano che lavora da anni a un polo dell’innovazione unico in Europa sul sito che fu dell’Esposizione del 2015.

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ppena fuori il centro abitato di Dubai, ma non troppo distante dal mare né dagli aeroporti internazionali della metropoli. Oggi ospita i padiglioni di Expo, dal primo aprile 2022 tornerà a essere un cantiere: chiusa la manifestazione si partirà subito con i lavori per realizzare District 2020, la città del futuro che sarà l’eredità della prima Esposizione universale organizzata dagli Emirati Arabi Uniti. L’idea è quella di far nascere una smart city sostenibile, focalizzata sui bisogni della comunità locale e in grado di bilanciare i bisogni della vita quotidiana. District 2020 avrà al suo interno un ecosistema di aziende orientate all’innovazione, avvicinando in un unico luogo talenti e tecnologie. Nel nome della sostenibilità, verrà riutilizzato l’80% delle costruzioni realizzate per l’Esposizione, mantenendo intatta la vocazione del luogo: attrarre imprese e persone per lavorare, vivere ed esplorare.

ESSERE UMANO AL CENTRO Il volto di questa transizione verso il futuro è Reem Al Hashimi, una quarantenne rampante con un curriculum universitario negli Stati Uniti d’America e con alle spalle anni di impegno negli Emirati Arabi Uniti per l’empowerment femminile. Oggi è ministro per la Cooperazione internazionale, direttore generale di Expo 2020 e custode della sua eredità. “Quando avremo chiuso i battenti - spiega parlando con la stampa locale - il sito si trasformerà in un progetto incentrato sull’essere umano. District 2020 rafforzerà l’industria e la crescita tecnologica del Paese con strutture di livello mondiale dedicate all’istruzione, alla cultura e all’intrattenimento per sostenere il progresso degli Emirati Arabi Uniti verso un’economia guidata dall’innovazione”. Per rendere attraente l’area, come da tradizione emiratina, non si è badato a spese: sono stati investiti 8 miliardi di dollari per

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fare di quella buona parte di deserto il luogo dei sogni per almeno sei mesi. Ma l’obiettivo, aggiunge Al Hashimi in un colloquio con la Cnn, non era (solo) avere un’Esposizione indimenticabile “bensì creare le condizioni per dar vita alla città del futuro, in un sito di 480 ettari che fosse davvero ben collegato con il resto del territorio e connesso con il 5G. Sarà il posto perfetto per mostrare al mondo come le nuove tecnologie possono creare valore per l’economia”, ha promesso. Da anni i dossier che vengono presentati al Bureau International des Exposition (Bie) per ottenere i sei mesi di kermesse propongono un piano per il post edizione. La postilla serve ad evitare lo spreco di risorse, dopo il cocente flop di qualche kermesse che negli anni Novanta ha bruciato sogni e risorse. A Milano, sul terreno che fu teatro di Expo 2015, i cantieri di Mind - Milano Innovation District ormai viaggiano a pieno ritmo e all’orizzonte si vede il traguardo: è uno dei più grandi progetti di rigenerazione urbana d’Europa e ha la missione di tenere vivo il ricordo del semestre milanese. “L’Expo ha avuto un successo enorme e ha creato una crescita per la città e per quello che le ruota attorno. Un ambiente favorevole che ha attirato operatori nazionali e internazionali diventati parte del progetto di sviluppo dell’area”, spiega il presidente di Mind, Giovanni Azzone. L’ingrediente del successo, racconta, “è stata la coesione tra le istituzioni che hanno voluto remare tutte nella stessa direzione. C’è stata la volontà di collaborare tutti perché il sito di Expo non fosse un luogo disabitato destinato a deperire nel tempo, ma diventasse un volano per la creazione di valore condiviso su tutto il territorio”. Quattro i pilastri dell’intero progetto: il centro di ricerca dello Human Technopole, l’università Statale di Milano che sull’area trasferirà le sue facoltà scientifiche, l’ospedale Galeazzi con un suo centro di eccellenza e fondazione Triulza, protagonista milanese del terzo settore. Al colosso globale del real estate Lendlease è stata affidata la realizzazione della parte residenziale privata. “Qui - aggiunge il presidente di Mind - stiamo progettando una città che a pieno regime sarà frequentata da 60-70 mila persone al giorno e se fosse un comune italiano a sé sarebbe tra i primi 200 in Italia. Una città - evidenzia Azzone - che progettiamo da zero, utilizzando tutte le tecnologie di frontiera che fanno di questo luogo il punto nevralgico della sperimentazione, dove si può toccare con mano cosa l’innovazione può fare per darci un futuro migliore. La chiamano ‘smart city’ all’estero, ma per noi la tecnologia non è mai fine a se stessa ma uno strumento per migliorare la qualità della vita. E Mind è un ‘test case’ visibile a tutti”. MILANO IN PRIMA LINEA PER RIGENERAZIONE URBANA Quello che sta per essere realizzato a Milano ha decisamente ispirato Dubai, che non per niente vuole mettere a punto una città tutta nuova, tecnologica e sostenibile. “Fa molto piacere essere considerati un modello vincente, spesso in Italia cerchiamo spunti all’estero ma ogni tanto è anche bello essere d’ispirazione”, sottolinea Azzone. “Anzi - dice - forse non è casuale che questo modello sia nato proprio in Italia: noi abbiamo la tecnologia, l’inventiva e le persone adatte per realizzare progetti complessi tenendo ben presente la necessità di avere le persone al centro: abbiamo l’umanesimo nel Dna e, se pure siamo meno bravi nell’innovazione iper-sofidisticata, siamo imbattibili nel creare soluzioni funzionali per la vita delle persone”. Con Mind oggi Milano si pone “in prima linea per i progetti di rigenerazione urbana”, aprendo un nuovo corso per tutte le Esposizioni universali che saranno organizzate da qui in poi: “Le Expo - sottolinea Azzone - creano un momento di apertura sociale in un momento in cui la globalizzazione vive un periodo di profonda crisi e questo è un bene. Ma diventano anche l’occasione per creare valore futuro: rigenerare delle aree cittadine è uno dei suoi compiti più importanti”. L’edizione choc per una Esposizione, l’incubo da non rivivere mai più, è stata quella del 82

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Duemila: Hannover. Non fu - solo - un problema di scarsa affluenza, ma anche di inadeguata organizzazione: il sito della fiera, anni dopo la kermesse, venne descritto dalla stampa come “una città fantasma”, in “uno scenario alla Blade Runner”. Insomma, una volta smantellati i padiglioni non è rimasto niente di bello nella cittadina della Sassonia a riprova del fatto che non basta conquistare la bandierina dell’Expo per avere ricadute positive sul territorio. “La città ha avuto la manifestazione, ma senza generare grandi entusiasmi”, nota Mario Breglia, presidente di Scenari immobiliari. “I veri ritorni di un grande evento non sono sempre economici, ma più di immagine e comunicazione. Ci sono tante città che vogliono le Expo o le Olimpiadi, anche se sono quasi sempre in perdita: è una pura questione di prestigio. La maggior parte degli europei non sapeva dove fosse Matera, ma dopo essere stata scelta come Capitale della cultura la città ha vissuto un boom turistico con una bolla immobiliare non indifferente. Con l’Expo di Siviglia e le Olimpiadi di Barcellona negli anni Novanta per la Spagna è iniziato un ciclo positivo impressionante; anche Shanghai ha saputo sfruttare il suo evento nel 2010 per cambiare il volto della città. Nel 2015 l’Expo ha interessato una parte piccola di Milano, ma è servito a darne un’immagine internazionale molto forte con l’Italia che a fatica usciva dalla crisi del 2010-2011”. OBIETTIVO È L’IMMAGINE, PIÙ DEL RITORNO ECONOMICO Portare un’Esposizione a casa aiuta quindi un paese “ad affermare la sua immagina”, nota Breglia. Un mezzo per ribadire la propria forza o per costruirla dal nulla, partendo dalla sabbia del deserto. “Per molti paesi è necessario esserci, far parte di un sistema e confrontarsi con gli altri stati per motivi di prestigio”. Il Medio Oriente su questo fa scuola: se gli Emirati Arabi Uniti hanno ottenuto la loro Expo, il vicino - e per niente amico - Qatar ha puntato forte sullo sport portando una serie di competizioni nella piccola penisola, compresa la Coppa del mondo di calcio del 2022 che è la più importante tra tutte. “Non esiste un rapporto causa-effetto tra la crescita di una città e l’organizzazione di un grande evento. C’è chi ne ha beneficiato, ma il ritorno fondamentale è l’immagine che poi traina anche gli investitori internazionali”, sottolinea il presidente di Scenari Immobiliari. Di certo, a Shanghai e Milano come a Dubai, un’Esposizione porta con sé degli investimenti infrastrutturali che altrimenti non sarebbero caduti sul territorio: “Sono molto più importanti dei sei mesi di fiera, mettono le condizioni a un territorio per poter far crescere il suo mercato immobiliare e tutto ciò che ruota attorno. Certo, per Dubai è difficile trovare delle logiche economiche”, vista la facilità con cui si possono trovare i finanziamenti, ma “costruire una città in mezzo al deserto resta una grande scommessa e ha un ritorno economico certo: terreni che valevano zero oggi pesano qualcosa. Per gli sceicchi - evidenzia l’esperto - avere l’Expo serve a mantenere vivo l’interesse sul marchio-Dubai. Se tutto funziona, diventa una formidabile politica di marketing che permette a un territorio di essere sempre presente con cose nuove per proporre grattacieli firmati da archistar e infrastrutture eccezionali in grado di conquistare premi internazionali”. Con l’Esposizione di Shanghai del 2010 la Cina si è mostrata furba e lungimirante. E del resto aveva seguito lo stesso schema con un altro grande evento globale come le Olimpiadi di Pechino del 2008. “L’obiettivo di tutta l’organizzazione non sono stati i mesi di fiera, ma dare alla città una proiezione mondiale che non avrebbe mai avuto: a Shanghai - chiosa Breglia - è stata smantellata e ricostruita la vecchia area portuale; a Pechino con i Giochi gli enormi investimenti pubblici hanno permesso di realizzare aeroporti e stadi che hanno contribuito a creare l’immagine della Cina moderna, protagonista del ventunesimo secolo”.

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C’è un negozio bellissimo vicino a te! AGRIGENTO: Bartolomeo Arreda 2.0 (Raffadali, San Leone); ALESSANDRIA: Borasi Officina (Tortona); ANCONA: Arredamenti Camilletti (Ancona, Sassoferrato); BERGAMO: Bonomelli Arredamenti (Trescore Balneario), Carminati e Sonzogni (Zogno); BOLOGNA: Baldazzi Idea Casa (Osteria Grande); BRESCIA: Arredamenti Lanzini (Pisogne), Soliani Arredamenti (Gavardo); CAGLIARI: Guttuso Mobili (Selargius), Interni by Guttuso (Selargius); CATANIA: Borgonovo Mobili (Bronte); CESENA: Zamagna Arreda (Calabrina di Cesena); COMO: Erreci Abita (Figino Serenza); CREMONA: Bini e Attolini Arredamenti (Gussola); CUNEO: ElioSereno Home (Cuneo), Sereno (Centallo), Ruatasio Home by Gruppo Sereno (Alba); FIRENZE: Interiors Gallery (Firenze, Dicomano), Cieffe Arredamenti (Castelfiorentino); FOGGIA: Mobilificio Europa (Cerignola); FROSINONE: Fava Arreda (Sora); GROSSETO: Mariotti Casa - Experience Store (Vallerona), Kitchenstore (Grosseto); LECCO: Corti & Co. (Vercurago, Ballabio); MESSINA: D’Angelo Arredamenti; MILANO: Erreci Abita; MODENA: Dallari Arredamenti (Carpi); NOVARA: Novarredo (Boca); OLBIA: Stilmobil; PADOVA: Genesin La Casa Moderna (Rustega); PALERMO: Sunseri Mobili (Caccamo); PARMA: B & A; PAVIA: Start Up Arredamenti; PERUGIA: Fantauzzi Arredamenti (Trevi); PISA: Mobili Melani (Pontasserchio); RAVENNA: La Viola Mobili (Sant’Agata sul Santerno); ROMA: Fattorini, Fava Arreda; SASSARI: Stilmobil (Muros); SIENA: Euromobili (Bettolle); SIRACUSA: Brafa e Ruggeri (Rosolini), Mobel Arredamenti (Modica); TORINO: Bussolino Arredo, Griva Casa (Pinerolo), Santi (Poirino); TRAPANI: Lombardo Arredamenti (Marsala); TRENTO: Tramontin Arredamenti (Lavis); VERCELLI: Rita Spina Design (San Germano Vercellese); VICENZA: Mobilificio Rossi (Thiene).

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Spazio Visionnaire, Jumeirah Beach Road, Dubai

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mondo di Michele Chicco

La “TERRA PROMESSA” da 30 miliardi, per le imprese italiane successo in M.O. Nel 2021 tornano a crescere gli scambi commerciali, complice Expo 2020 e non solo. La pandemia non ha fermato l’ambizione degli imprenditori che hanno scommesso sul Middle East: la strategia Visionnaire, Scavolini e Paolo Castelli non cambia.

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li esperti di mercati esteri la chiamano la “terra promessa” delle imprese italiane. È l’area Mena, quella che dalle coste del Nord Africa arriva fino ai Paesi del Medio Oriente. Nel pre-Covid, chi ha esportato in questa porzione di mondo ha vinto la sua scommessa. Il valore dell’export italiano, dal 2014, si è sempre aggirato intorno ai 30 miliardi di euro, con gli Emirati Arabi Uniti nel ruolo di top spender: arriva da loro il 16,5 per cento degli acquisti di beni Made in Italy; subito dopo, con percentuali sopra il 10 per cento, ci sono l’Egitto, l’Arabia Saudita e Israele. Nel 2020, la prima vera battuta d’arresto. Le conseguenze della pandemia frenano gli affari: le esportazioni, secondo l’Osservatorio economico sul commercio internazionale del ministero degli Esteri, diminuiscono del 12 per cento. Non così tanto come ci si sarebbe potuti aspettare. Tanto che, nei primi sette mesi del 2021, l’export italiano in Medio Oriente e Nord Africa ha ripreso la volata, crescendo del 20,6 per cento a 16,6 miliardi. L’interscambio totale è schizzato a 36 miliardi di euro, un balzo del 36 per cento. A fine anno, secondo le previsioni, può essere raggiunto e superato il valore dell’export pre-Covid, cioè circa 29 miliardi nel 2019, complici anche l’Expo 2020 Dubai e la Dubai Design week. Nel 2022, l’organizzazione dei Mondiali di calcio in Qatar darà altro slancio agli scambi commerciali delle pmi attratte da questa regione. C’è più di un motivo per ritenere l’area Mena interessante, non solo per il mercato dei beni di lusso, dagli anni Novanta in crescita a tassi elevati negli Emirati Arabi. Il Medio Oriente e i paesi del Nord Africa sono strategici perché sono geograficamente vicini; sono eterogenei, alcuni ricchi di risorse e altri di lavoro; sono affamati di infrastrutture e macchinari, principali prodotti esportati anche nel 2021. Gioielleria, pietre preziose lavorate e mobili arrivano dopo, ma contribuiscono ad accrescere il valore delle espor-

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tazioni in quest’area: vendendo petrolio e gas naturale, è riuscita ad assicurarsi una disponibilità di risorse e una capacità di spesa tra le più alte al mondo, con un saldo della bilancia commerciale pari a oltre 200 miliardi di euro. Il mito dell’Italian Style ha trovato terreno fertile negli Emirati e i consumatori arabi sono tra i più affascinati dagli oggetti di design e dall’architettura italiana. Senza contare che il bacino di ricchi e super ricchi, che sono disposti a spendere milioni di euro per articoli d’alta gamma, è in costante crescita. A DUBAI LA EMBASSY DI VISIONNAIRE Chi lavora con i mercati internazionali ne è consapevole e non intende lasciare la presa. Per l’arredamento di Visionnaire, luxury brand del Made in Italy fondato nel 1959, le esportazioni rappresentano il 90% delle vendite. Una parte di queste, il 10%, è diretta in Medio Oriente. “Con la pandemia il rapporto con i nostri clienti si è fatto sempre più stretto e fiduciario. Il Medio Oriente è un mercato dove l’acquisto di prodotti di design e arredamento di altissima gamma come il nostro ha un acquirente molto maturo. Siamo un ‘su misura’ dell’interior design e riceviamo sempre più richieste di realizzazione non solo di pezzi singoli, ma anche di collezioni esclusive, per il residenziale come per la nautica”, spiega Leopoldo Cavalli, CEO di Visionnaire. L’investimento nell’area continua: a novembre, la società ha aperto uno spazio diretto a Dubai, al 908 di Jumeirah Beach Road, che insieme al nuovo spazio di Londra e al corner di Bruxelles fa parte della strategia di “opening internazionali e di acquisizione di spazi a proprietà diretta per raggiungere sempre più porzioni di mercato”. La nuova Embassy di Dubai, una villa accanto alla spiaggia, nel cuore pulsante del business e della vita sociale di Jumeirah, “si occuperà, attraverso il nostro staff di architetti, interior designer e sales manager, di seguire direttamente lo sviluppo dei mercati di Medio Oriente, Africa e India”. La contaminazione con l’arte, la creazione di pezzi ‘unici’ e di collezioni differenziate è una delle ragioni del successo del marchio, in area Mena e non solo. “Le nostre collezioni, seppur riproducibili, si contraddistinguono per un tratto originale, sia che si tratti di stile, innovazione che di lavorazione sartoriale. Per la nostra filosofia, differenziare è fondamentale, fa parte del nostro Dna ed è anche il motivo per cui riusciamo ad essere riconosciuti e presenti in cinquantacinque Paesi nel mondo”, sottolinea Cavalli. L’immagine del lusso Made in Italy è fatta di “ambienti fortemente emotivi dove vivere, esteticamente connotati e funzionali, realizzati artigianalmente su misura. Soluzioni diverse per puntare a un benessere psico fisico, seguendo la sostenibilità dei prodotti”. PUBBLICO SOFISTICATO E COSMOPOLITA Quello del Medio Oriente è senza dubbio un “pubblico sofisticato e sempre più cosmopolita” per Scavolini, che da anni presidia la regione attraverso una fitta rete di negozi, la maggior parte monomarca. Spesso, racconta l’amministratore delegato, Fabiana Scavolini, si tratta di “proprietari di residenze di grandi dimensioni per le quali si predilige un gusto tradizionale sempre più orientato al design contemporaneo”. Oggi, “questo mercato estremamente dinamico chiede progetti intelligenti e coordinati, trend che Scavolini ha anticipato, ampliando la propria offerta a soluzioni dedicate non solo alla cucina ma anche all’ambiente bagno, alla zona living e non ultimo alla cabina armadio”. La strategia ha funzionato sia a livello residenziale che in ambito contract, tanto che Scavolini, anche in epoca Covid19, ha deciso di rafforzare la sua presenza nell’area del Golfo. “Abbiamo aperto un negozio monobrand di 400 metri quadri a Dubai; siamo presenti in Arabia Saudita, in Qatar, in Kuwait, in Oman e a breve prevediamo di inaugurare uno showroom anche in Bahrein. Presidiamo anche Libano e Giordania e, nei mesi 88

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mondo

della pandemia, abbiamo aperto un secondo showroom in Israele”. Qualità italiana, soluzioni all’insegna dell’home total look e una certa autorevolezza come bagaglio da portare in Medio Oriente può aiutare, soprattutto se, come nel caso di Scavolini, si hanno sessant’anni di attività alle spalle e una rete distributiva di 300 punti vendita nel mondo. “Anche in quest’area fondiamo i nostri rapporti sulla serietà, sulla qualità dei prodotti, su un’efficiente organizzazione e su un servizio puntuale. Non ci sono particolari differenze di approccio, ma come sempre c’è un’estrema cura nel creare relazioni solide e durature. Altro fattore importante nel dialogo con questo mercato è il poter vantare un heritage importante e sotto quest’aspetto la nostra azienda è un caso emblematico”. MERCATO PER AZIENDE MATURE È stato invece il progetto per un’ambasciata il trait d’union tra il Medio Oriente e Paolo Castelli, amministratore delegato dell’omonima azienda dell’arredo di lusso e di fascia alta. Nel 2015, il gruppo, con oltre 130 anni di storia alle spalle, ha realizzato l’ambasciata degli Emirati Arabi a Roma. “È il progetto che ci ha lanciato, perché quegli spazi sono stati molto visitati: da lì, abbiamo vissuto un’escalation quotidiana. Da una parte, era legata al fatto che stavamo crescendo, dall’altra al passaparola degli ambasciatori che vi hanno gravitato e hanno apprezzato il nostro stile”, racconta il CEO. Il 2015 è stato l’anno dei grandi appalti per l’azienda di Bologna: dagli interni del Padiglione Italia a Expo agli arredi del Mandarin Oriental Hotel di Milano, passando dagli allestimenti delle tre nuove funivie del Monte Bianco. L’eredità dell’Expo 2015 di Milano, in parte, è stata anche questa. “L’Esposizione Universale ha contributo a far conoscere aziende come le nostre al resto del mondo”. Quest’anno, a fronte di un export che ormai pesa per il 90% dei ricavi, il Medio Oriente rappresenterà per la Paolo Castelli circa il 25% del fatturato, considerando gli Emirati Arabi e non solo. “Gli Emirati Arabi e il loro Governo sono nostri grandissimi clienti e, per quanto ci riguarda, abbiamo sempre visto da parte loro una grandissima attenzione alla qualità e al servizio. Stiamo lavorando molto bene anche in Qatar, dove abbiamo un punto vendita ‘Paolo Castelli’ importante, che ci sta dando molte soddisfazioni. E ancora, stiamo aspettando una risposta per un progetto molto importante in Arabia Saudita, a Jeddah, e per un altro ancora nell’area del Golfo”. Cosa piace? “Sicuramente lo stile italiano e l’alto di gamma”. Con alcune particolarità che nel resto del mondo è difficile trovare. Ad esempio, la capacità di cambiare radicalmente gli arredi della propria casa nel giro di pochissimo tempo. Soprattutto se si parla di emiri e sceicchi, “quello del Medio Oriente – racconta Castelli - è un mercato dove i clienti hanno talmente tanta disponibilità di risorse che, a volte per combattere la noia, fanno le case anche senza averle mai viste prime. Mi è capitato che un cliente rinnovasse l’arredo della casa per poi tornare da noi e rifare tutto da capo nel giro di due o tre anni. Tutto questo per una residenza dove ha abitato in tutto solo pochi mesi. E si tratta di cifre investite molto importanti”. I clienti di questo tipo prediligono interni extra lusso, hanno la necessità di apparire, e per questo sono più motivati a spendere. Un altro aspetto da non sottovalutare, secondo Castelli, è la predisposizione al viaggio e l’attenzione al fashion. “Sono clienti che vanno spesso all’estero, e la loro attenzione alla moda e al trend del momento li porta ad acquisire delle capacità di analisi dell’arredamento, ad esempio sul fronte del colore, che non sono così comuni”. L’area Mena, però, non è tra quelle che Castelli suggerirebbe a una giovane azienda che sta compiendo i suoi primi passi verso l’internazionalizzazione. “Per il Medio Oriente spesso ci vogliono gli sponsor, è un mercato costoso e adatto alle aziende mature. Per farsi conoscere, meglio cominciare da Londra e Parigi, dove ci sono progettisti che lavorano per la regione”. I Paesi arabi del Mediterraneo non sono mai stati così vicini.

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scenario

La collezione di arredi Pensieri Panteschi progettata da Elena Salmistraro per Lithea, azienda che lavora pietra e marmo a Patti (Messina) Sotto, le sedie A Signurina, disegnate da Antonio Aricò per MyOp, editore di arredi e complementi che mette in rete realtà artigianali siciliane. A destra, il centrotavola funzionale Triplex, un progetto di Andrea Branciforti per il brand Orografie, realizzato da un ceramista di Caltagirone

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scenario di Antonella Galli

Arredi e complementi MADE IN SICILIA: nuovi brand tra design, industria e artigianato Sull’isola nascono esperienze imprenditoriali nell’ambito dell’interior che percorrono strade inedite, unendo la tradizione manifatturiera al progetto contemporaneo e alla produzione industriale.

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icilia, terra di esperimenti per una produzione che esce dal filone consolidato dell’arredo di design (industriale e di stile internazionale) e attinge nuova linfa da radici locali: manifattura, eccellenze artigianali, ricerca estetica. Un percorso sposato dal mondo del design, rappresentato dai creativi di ultima e penultima generazione, tra cui Elena Salmistraro, Antonio Aricò, Ferruccio Laviani, Martinelli Venezia, Lanzavecchia+Wai. Un’impostazione promettente, per più di una ragione: l’innovazione estetica e tipologica degli arredi, il recupero della tradizione manifatturiera e delle realtà che la esprimono, l’innesto di energie imprenditoriali su un territorio lontano dal bacino consolidato dei distretti italiani. I protagonisti di queste nuove imprese raccontano le motivazioni e le prospettive di una scelta controcorrente.

NOT.O, ARREDI CONTEMPORANEI CHE ATTINGONO ALLA TRADIZIONE ARTIGIANALE Felice Rizzotti, insieme alla sorella Adele, rappresenta la quarta generazione di una famiglia di noti rivenditori di arredamento di Catania. La loro è una realtà commerciale che sfiora quasi il secolo di vita. Il progetto di arredo è nel dna di questa famiglia, che ha deciso di compiere un passo in avanti sul terreno della produzione. Nasce così Not.O, avventura imprenditoriale che ha trovato piena consonanza nella visione dell’architetto Ferruccio Laviani, che Rizzotti ha incaricato dell’art direction. La scintilla si è accesa nel 2018, con un incontro casuale tra i due e una cena in cui Felice e Ferruccio hanno condiviso idee e visioni. Il debutto della collezione è avvenuto nell’ottobre scorso nelle magnifiche sale di Palazzo Biscari a Catania, dove sono state presentate le prime quattro linee di mobili contenitori Not.O: Avola, Caltagirone, Enna, Ribera. Alla base c’è un’idea di produzione che mixa sapientemente realtà artigianali e modalità industriali; il tutto

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targato Sicilia, con grande evidenza sia negli esiti estetici, sia nei preziosi contributi di manifattura che caratterizzano le quattro linee. Avola, ad esempio, con le sue greche che definiscono le superfici in vetro dei contenitori, ricorre alla tecnica della serigrafia, ispirata alla tradizione del ‘verre paint’, risalente al XVI secolo e diffusa nella cultura popolare isolana. Caltagirone, famiglia di contenitori in mdf laccato, ha le aperture anteriori in formelle di pietra lavica dell’Etna, decorate e smaltate a mano in ceramica realizzata, per l’appunto, a Caltagirone. Ma la ceramica, in questo caso, si allontana dalla tradizione decorativa per avvicinarsi a un’espressività materica che richiama Lucio Fontana o Fausto Melotti. Per Felice Rizzotti Not.O - nome che, oltre a richiamare la celebre località del siracusano, è acronimo di Not Ordinary - rappresenta una sfida alle consuete modalità di produzione: “ Il mondo siciliano nasconde maestrie e tecniche che è un peccato perdere; se non si valorizzano, rischiano di rimanere banalizzate all’oggetto del buon ricordo. La nostra idea è quella di poter fare dei pezzi iconici che si staccano dall’offerta esistente. È un nuovo progetto che punta a differenziarsi da tutto il resto” aggiunge l’imprenditore, “crea un’identità forte e nuova risalendo alle radici della storia manifatturiera locale. C’è un grande riscontro da parte di chi vede dietro questi pezzi la storia dell’isola e le sue potenzialità.” NELLE COLLEZIONI DI LITHEA LA PIETRA ESPLORA SUGGESTIONI MEDITERRANEE La Sicilia è il crocevia del Mediterraneo e nelle sue vene scorrono culture millenarie che sull’isola si sono incontrate e mescolate: da questa considerazione ha preso vita l’iniziativa di Patrizia Furnari e Fabio Fazio, coppia di architetti nella vita e nella professione, che sono partiti dall’esperienza dell’impresa di famiglia, la MGM Furnari Marmi e Pietre di Patti, in provincia di Messina, per costruire il brand Lithea, dedicato all’espolorazione del mondo litico a partire dal progetto contemporaneo. Le collezioni di Lithea esplorano la tradizione mediterranea e rivitalizzano antiche tecniche di lavorazione del marmo e della pietra. “La passione da cui nasce Lithea ci ha uniti fin dall’università”, confidano, “volevamo fare design con un approccio diverso e costruire negli anni un racconto del Mediterraneo. La Sicilia è al centro dal punto di vista culturale, è essa stessa un susseguirsi di invasioni di varie provenienze. Nelle nostre collezioni di rivestimenti e arredi in pietra e marmo partiamo dalle tradizioni manifatturiere dell’isola, dagli innesti di altre culture stratificate – normanna, araba barocca – e le facciamo raccontare da designer a cui affidiamo un tema. Utilizziamo materiali locali siciliani, ma anche altri che provengono dall’area del Mediterraneo, per avvicinare i colori dei vari Paesi che condividono una natura comune.” Lithea ha recentemente presentato alla manifestazione Edit Napoli un nuovo progetto in pietra e marmo di Elena Salmistraro dedicato a Pantelleria: si chiama Pensieri Panteschi e prende la piccola isola siciliana come ispirazione per il grande tavolo Specchio di Venere, completato dagli sgabelli Sibà, oltre a una serie di vasi e lo spettacolare pannello a parete Gadir. I decori dei pannelli e del tavolo sono astratti e scenografici, realizzati con tecniche miste di scultura, intarsio e innesto, in cui le strutture e le texture raffinate in marmi policromi (Bianco Fenice, Bardiglio Imperiale, Pietra Pece, Rosalia, Forrest Green e Rame) sono ottenute attraverso l’impiego di macchine a controllo numerico abbinate a lavorazioni interamente manuali, che gli addetti dell’azienda realizzano internamente. Oltre alla Salmistraro, le affascinanti collezioni di Lithea portano la firma di designer come Marco Piva, Michele De Lucchi, Martinelli Venezia, Philippe Nigro. I fondatori dell’azienda seguono pesonalmente la lavorazione e cercano di formare giovani a cui trasmettere la sapienza artigianale necessaria: “Trovare ragazzi che intraprendono questa professione non è semplice e la formazione richiede molto tempo. Abbiamo avuto in questo anno segnali di crescita: l’interesse per questi 94

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prodotti viene principalmente dall’estero, da Paesi più diversi, dal Nord Europa all’India, dagli Stati Uniti alla Russia. Ad aprile 2022, durante il Salone del Mobile, presentermo la collezione completa di Pantelleria, di cui fanno parte gli arredi firmati da Elena Salmistraro”. MYOP METTE IN RETE LE POTENZIALITÀ PRODUTTIVE SICILIANE Riccardo Scibetta è un architetto e fotografo palermitano che da alcuni anni sostiene un progetto chiamato MyOp, acronimo di Make Your Own Path, ‘crea il tuo percorso’. MyOp è un brand editoriale di arredi e complementi che nascono dal territorio e dalla storia della Sicilia. Ed è la storia dello stesso Scibetta: “Sono un architetto e provengo da una realtà artigiana di famiglia che lavora l’acciaio” racconta. “ Per contrastare la crisi delle piccole imprese artigiane locali ho ideato il progetto MyOp: lo scopo è quello di esaltare le capacità artigianali di queste aziende e conquistare un pubblico internazionale, uscendo dal mercato locale. Sono andato a trovare aziende che già conoscevo; quindi, in un percorso che ha attraversato la Sicilia, ho esplorato le loro officine ed esaminato i macchinari. L’incontro con il design è avvenuto partendo da un dato di fatto: quello che loro sapevano fare bene. In questi ultimi anni abbiamo trovato molto consenso, soprattutto sul fronte della critica e della stampa, ma è difficile imporsi alla una scena internazionale del lusso.” In catalogo sono entrati recentemente il tavolo U Signurinu e le sedie A Signurina, nate dalla collaborazione tra il designer Antonio Aricò e la rete di artigiani coinvolti da MyOp. Un progetto dal carattere forte, che ricorda gli arredi delle case rurali, rivisti e reinterpretati dalla mano originalissima di Aricò. OROGRAFIE E DESINE, NUOVE IMPRESE CON LO SGUARDO AL FUTURO Una figura fortemente impegnata nella promozione del sistema produttivo siciliano è Vincenzo Castellana, architetto e designer, professore di design strategico presso l’accademia Abadir di Catania. C’è lui dietro la nascita di Desine, spin off dell’azienda Dallegno, realtà imprenditoriale di Grammichele, cittadina in provincia di Catania vocata alla lavorazione del legno. Desine è dedicata a una produzione che esplora nuove vie, come afferma lo stesso Castellana: “L’idea portante è stata quella di realizzare arredi in grado di coniugare una forte personalità e un netto legame con le storie locali, insieme a una visione più ampia e contemporanea del progetto. Nasce così, insieme a diversi autori locali e internazionali, il progetto Desine.” Tavolini, specchi, servimuti, contenitori, cassettiere in legno, che nascono da una nuova idea dell’oggetto, ma in cui è attentamente progettato anche il rapporto con l’utente. Oltre a Desine, che ha meritato la Menzione d’onore del Compasso d’Oro nel 2020, Castellana ha recentemente fondato con Giorgia Bartolini il brand Orografie, un nuovo progetto editoriale che coinvolge giovani designer, progettisti affermati e anche creativi siciliani. In catalogo ci sono arredi che ipotizzano nuovi comportamenti, dalle sedute componibili che sorregono il corpo in posture libere ai vasi che supportano il cellulare, ai tavoli da giardino con tenda protettiva incorporata. Nella realizzazione dei vari pezzi sono state coinvolte manifatture e realtà produttive siciliane. Il progetto, presentato all’ultimo FuoriSalone di Milano, guarda al mondo e al futuro, a partire dalla Sicilia e dalle sue capacità realizzative.

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Progetto Restyling del Fanocenter a Fano, L22retail (Lombardini22)

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contract di Andrea Guolo

Il CONTRACT è ripartito. Ma le soluzioni e la domanda hanno già cambiato pelle La spinta alla ripresa del canale progettuale arriva dal residenziale. Le novità più rilevanti riguardano gli uffici e l’hotellerie. I progettisti non si sono mai fermati, essendo stati chiamati a individuare soluzioni adeguate al cambiamento. E ora riparte l’arredo.

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segnali di una ripartenza del canale contract sono evidenti a tutti i livelli. Li osservano i progettisti, che peraltro non avevano mai subito un rallentamento dell’attività, essendo stati chiamati dai committenti a sviluppare soluzioni adeguate per gestire la vita ai tempi dell’isolamento sociale. Li notano i contractor, impegnati a seguire mega-progetti in ambito residenziale e tutti i lavori di ristrutturazione, particolarmente in ambito turistico-ricettivo. Li riscontrano le aziende, perché ora i progetti entrano in fase di esecuzione e i benefici si avvertono anche per le forniture di arredi. Il ritorno ai livelli del 2019 non è ancora stato completato, ma la via è ormai tracciata.

BOOM NEL PRIMO SEMESTRE Il “colpo” pandemico è stato certamente pesante, perché i due filoni principali del contract europeo sono stati i più colpiti dalla crisi. Secondo i dati Csil (Centro studi industria leggera) basati sul fatturato del 2019, hotellerie e ristorazione (chiusi per lockdown) valevano poco meno del 30% del business complessivo e precedevano nella classifica il comparto ufficio (25%), dove a regnare è stato il lavoro da remoto. A seguire compaiono retail (20%), residenziale (7-8% circa) e poi le specializzazioni legate al settore pubblico (scuole, sanità, edifici pubblici), il navale e l’intrattenimento (cinema, teatri etc). Mauro Spinelli, partner di Csil, racconta: “Nel 2020, in Europa, il contract per ufficio ha perso il 15% del giro d’affari, ma retail e hospitality hanno fatto anche peggio. Nel frattempo, le commesse legate agli ospedali e alle scuole hanno preso il volo, mentre il comparto aeroportuale si è pressoché fermato. La situazione è cambiata totalmente nei primi sei mesi dell’anno in corso, in forte ripresa rispetto al 2020. Tuttavia, per arrivare a un recupero totale delle perdite e ai livelli di fatturato del 2019, dovremo atten-

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dere fino al 2022 o al 2023 in base alle singole specializzazioni”. In particolare, Spinelli stima tempi più lunghi per la ripresa completa del comparto office. “Tutto ruota attorno alla mobilità delle persone nei luoghi pubblici, perché questo è fondamentalmente il significato del contract. E negli uffici, dove comunque la progettualità non si è mai fermata, i numeri delle presenze stentano a recuperare, protraendo i tempi della ripartenza dei progetti già in fase di realizzazione e poi stoppati dalla pandemia”. Antonio Catalani, docente di Sda Bocconi e Iulm, precisa: “Alla situazione pandemica, ogni ambito della progettazione ha reagito in maniera diversa e comunque, essendo quello del contract un processo lungo, chi vi opera non è mai stato fermo. Il fatto nuovo è che lo sblocco dei cantieri ha dato impulso all’attività e che ci sono segmenti usciti rafforzati dalla pandemia”. Gli esempi di Catalani sono le case di riposo di alto livello, le cliniche ospedaliere e le scuole. Ora il docente si aspetta un rimbalzo forte dall’hotellerie (“Solo in Riviera romagnola ci sono 3-400 alberghi in vendita”) e dal residenziale a seguito del lavoro ibrido, perché Catalani afferma: “Lo smart working continuerà e nel nostro Paese dovrà essere normato. Alle aziende conviene il lavoro ibrido, perché costa meno e riduce gli investimenti in superfici d’ufficio. Le famiglie, di conseguenza, andranno alla ricerca di case più grandi, contribuendo al rilancio delle periferie”. RETAIL ESPERIENZIALE Tra gli specialisti della progettazione, c’è la chiara percezione della ripresa in atto e la cartina di tornasole è rappresentata dall’incremento delle commesse. “Il ritorno ai livelli del 2019 potrebbe concretizzarsi abbastanza velocemente, perché noto una crescita impetuosa partendo dalla parte residenziale, e che si sta riversando su tutte le altre specializzazioni” afferma Franco Guidi, partner e CEO di Lombardini22, gruppo leader nell’ambito del progetto e dell’architettura, con circa 300 professionisti coinvolti. La casa è stato il punto di partenza di questo rimbalzo perché, precisa Guidi: “Sono cambiate le regole del gioco e le esigenze dei clienti finali. Si cerca di risparmiare tempo, limitando la parte ‘hobbistica’ delle scelte di arredo, e il contract si presta molto bene perché mette a disposizione soluzioni già coordinate e disponibili a prezzi più attraenti. Inoltre, oggi la casa è diventata anche luogo di attività professionale, con conseguenze favorevoli per le vendite di arredi. Ma poi ci sono tutti gli altri ambiti in fare di ripartenza: dall’hotellerie, che ha utilizzato la pausa per avviare importanti progetti di ristrutturazione, alla ristorazione e al retail. Negli uffici, poi, sta accadendo qualcosa di assolutamente fantastico, con la trasformazione dei luoghi di lavoro in spazi destinati a favorire l’incontro tra persone e la creatività. È in piena diminuzione la richiesta di uffici destinati al lavoro di routine, che potranno essere svolti da remoto: la pandemia ha segnato un punto di svolta e indietro non si torna”. Tra i progetti realizzati da Lombardini22 in chiave “new normal” spiccano la nuova sede EY di Roma, gestita attraverso il brand Degw, dove è presente un wavespace definito come “laboratorio di intelligenza collettiva”, e la Innovation Factory di Electrolux a Porcia (Pordenone), impostata sull’idea di condividere e accelerare l’innovazione attraverso alleanze aperte tra tutti i player che collaborano con la multinazionale degli elettrodomestici. Inoltre, passando al retail, sono state inaugurate di recente la food hall della stazione di Napoli Centrale, progetto di L22 Retail per Grandi Stazioni Retail, e il restyling di Valmontone Outlet con l’inserimento di una forte componente di servizi al cittadino (assistenza medica, certificati comunali e altro). “La risposta alla crisi del retail parte dalla progettazione, che deve poter rafforzare la componente leisure legata alla visita del centro commerciale da parte delle famiglie. Questi luoghi diventeranno sempre più esperienziali e multichannel, superando la contrapposizione tra acquisto fisico e online” precisa Guidi. In conclusione, secondo il CEO di Lombardini22, la 98

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crescita è ormai realtà. “Il contract non solo seguirà l’andamento generale, ma è destinato a svilupparsi a velocità superiore rispetto a quella del mercato. E questo avverrà ancor più se continuerà l’effetto benefico del governo Draghi per il sistema-Paese e se l’Italia sarà in grado di portare avanti tutti i progetti messi in campo, utilizzando al meglio le risorse disponibili con il Pnrr”. HOTELLERIE, SVOLTA EPOCALE “La parte di progettazione non ha avuto blocchi, semmai è stata accelerata dalla pandemia” afferma Federico Spagnulo, fondatore dello studio di architettura Spagnulo & Partners, basato a Milano e specializzato in progetti per l’hospitality (tra i clienti compaiono il gruppo Baglioni Hotels e Four Seasons) e il residenziale. Tra gli hotel, in particolare, le chiusure e le limitazioni all’accesso iniziate nel 2020 hanno spinto le proprietà a rinnovare gli spazi e i concept. “Per noi è stato un periodo di forte attività, continuata quando poi gli hotel hanno riaperto le porte con un numero di presenze superiori alle aspettative: ora ci chiedono costantemente preventivi per coinvolgerci in nuovi progetti. È un momento di grande fermento” precisa Spagnulo. I cambiamenti avvenuti post covid? “Sta avvenendo una svolta epocale nell’hotellerie. L’albergo non è più soltanto un luogo dove si svolgono determinate funzioni, come dormire e a mangiare, ma un elemento collegato alla città e che cerca di animarsi di contenuti più profondi”. Spagnulo fa l’esempio di Palazzo Portinari Salviati a Firenze, luogo importante per la storia della città del Giglio, convertito in dimora storica con appartamenti, spa e ristorante stellato: ogni camera è dedicata a un personaggio della famiglia che lo abitò e presenta dei rimandi che inducono l’ospite a ripercorrere la storia della città. “L’albergo quindi diventa il luogo dove vivere un’esperienza culturale, un hub che interagisce in rete con altri mondi. È quel che l’ospite oggi si aspetta da un hotel ed è quel che dà un senso a strutture simili”. Un altro esempio arriva dalla recente realizzazione del Baglioni Resort Sardinia, per il quale Spagnulo ha trasformato un limite – la difficoltà, durante i lockdown, di gestire i lavori coinvolgendo fornitori e personale qualificato proveniente dai distretti italiani del mobile, essendo peraltro il progetto basato in un’isola come la Sardegna – in opportunità per conferire al complesso e alle suite un dna fondato sul genius loci, coinvolgendo maestri locali della tradizione come Mariatonia Urru (tessuti e tappeti in lana), Walter Usai (ceramiche) e Cerasarda (cotto artigianale). LA SPINTA DALLA PROVINCIA MilanoCrea è una newco nata come contractor per il mondo residenziale e dell’hotellerie. Fondata da Gianluca Colombo (25 anni di esperienza come manager nell’arredo) e Giuseppe Sacchetti, ha immediatamente ottenuto commesse di rilievo per la realizzazione di circa 60 appartamenti su Milano e una quarantina in provincia di Varese; ora sta trattando altri contratti legati a ristrutturazioni di alberghi 5 stelle lusso a Portofino, Milano e Roma. “La ripartenza è consistente. Stiamo assistendo a investimenti ingenti da parte dei fondi di investimento in ambito residenziale e all’ingresso di catene internazionali di hotel in Italia” racconta Colombo. “In questa fase, stanno prendendo il via progetti destinati all’apertura nel biennio 2022-23 e il fermento è molto alto soprattutto sul target di fascia alta e lusso”. I referenti di MilanoCrea sono il committente finale e/o l’investitore. Il modello di business ideato da Colombo e Sacchetti si basa sulla elasticità del modello di business, capace di adattare la propria offerta per soddisfare le necessità dei clienti relative a budget, tempi e condizioni di intervento, integrando le richieste di prodotti da catalogo con la gestione diretta di soluzioni custom. Nell’ambito residenziale, la società milanese opera con partner esclusivi come Marazzi per ceramiche, Zucchetti per 100

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la rubinetteria, Duravit per i sanitari e l’arredo bagno, Kaldewei per i piatti doccia e le vasche in acciaio, Woodco per le pavimentazioni in legno. MilanoCrea non opera attraverso showroom ma ha scelto la modalità delle “station” situate in prossimità dei cantieri di riferimento e che diventano una sorta di sales center esperienziali per gli acquirenti potenziali, che vi si appoggiano per costruire il proprio personale capitolato. “Abbiamo avviato la station one in provincia di Varese per gestire i progetti acquisiti in zona e nei prossimi sei mesi prevediamo altre tre aperture” precisa Colombo. Nel contract residenziale, Milano sta trainando il mercato con un impatto positivo anche per la provincia, perché avviene uno spostamento verso l’esterno dettato dalla ricerca di maggiori spazi, di un prezzo più accessibile e di collegamenti rapidi (laddove presenti) con il centro città. “Si assiste a una rivalutazione del patrimonio immobiliare presente in provincia e a una nuova maturità da parte dei costruttori presenti in zona. Anche in provincia, ormai, inizia a imporsi il modello del contract, un tempo sostanzialmente assente”. Quanto all’hospitality, Colombo sostiene: “Siamo già nel pieno nella ripartenza. I progetti devono essere consegnati entro il 2023 e di conseguenza, per il comparto, si può parlare di piena fase di rilancio”. UFFICIO IN TRASFORMAZIONE Le trasformazioni più rilevanti? Secondo Mauro Spinelli riguarderanno l’ufficio. “Il lavoro in modalità ibrida – racconta il partner di Csil – porterà a una maggiore alternanza tra la presenza nelle sedi di lavoro e in casa, a una riduzione delle postazioni fisse e di conseguenza all’aumento esponenziale dei consumi di sedute ergonomiche per uso domestico. L’incremento della domanda è già stato evidenziato dai dati del 2019, con il +40% di export per le sedute made in China verso l’Europa. Sono poi in atto operazioni di forte concentrazione tra i leader del mobile legato agli ambienti di lavoro: basti pensare alla fusione tra Herman Miller e Knoll, che ha dato vita al primo gruppo mondiale nell’arredo per uffici, e al leader svedese nell’arredo dei supermercati, Itav, che ha acquisito l’imolese Cefla”. I big del settore si stanno quindi attrezzando, con le m&a, per affrontare la nuova situazione e stanno investendo in tecnologia per arrivare a una migliore gestione degli uffici, che si presenteranno sempre più come luoghi sottoposti a rotazione. Si va dai software per la prenotazione dei posti fino al potenziamento della produzione di scrivanie regolabili in altezza e in grado di riconoscere l’utente: “In Germania, scrivanie di questo tipo costituiscono già ora la metà del mercato complessivo e adesso si stanno diffondendo nel nostro Paese” precisa Spinelli. Si aggiunge poi il filone della sostenibilità, che spinge i committenti a ordinare prodotti da ufficio di lunga durata, con la richiesta di servizi quali riparazioni e la realizzazione di “pezzi di ricambio” che possano determinare il superamento della visione “usa e getta”. Il contributo della tecnologia è destinato a trasformare anche gli ambiti del retail e dell’hospitality. Negli hotel, per esempio, check in, check out e relativi pagamenti sono destinati a passare su smartphone, determinando di conseguenza la riduzione degli spazi di reception e l’aumento delle aree di condivisione all’interno delle strutture alberghiere. E tutte queste trasformazioni, destinate a ridurre i tempi morti semplificando la vita all’utilizzatore, avranno un impatto inevitabile sull’impostazione degli spazi interni e sugli arredi degli stessi.

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contract di Andrea Guolo

Le aziende e il progetto. ANCORA UN ANNO per tornare ai fatturati del 2019 La crescita del contract è percepita in maniera unanime, ma ci sono specializzazioni già oltre i valori pre-pandemici (nautica) e altre in fase di recupero non ultimato (retail e ufficio, con prospettive di decollo a medio termine). Forti movimenti in atto nell’hospitality.

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isto dall’osservatorio delle aziende, il contract appare come un segmento di business destinato a crescere ma ancora non del tutto fuori dalle secche della pandemia. Ed è normale che sia così, perché le forniture di arredo arrivano per ultime: prima si sbloccano i progetti (fase architetturale), poi si realizzano (e qui entrano in scena le ditte di costruzione e di impianti) e infine si arredano. In sostanza, il periodo di vero ritorno alla normalità dovrebbe iniziare nella seconda parte del prossimo anno. Anche se, a proposito di secche, sono proprio le imbarcazioni a non aver problemi di incagliamento, perché mai nella storia c’è stato un fermento simile nella nautica da diporto. Per tutti gli altri ambiti, il rimbalzo delle commesse è solo questione di tempo: c’è chi ci arriverà prima (l’hotellerie), chi teme il ritorno delle restrizioni (teatri e sale congressi), chi si appresta ad affrontare trasformazioni epocali con conseguenti nuovi investimenti in progettazione e attese di un consistente rimbalzo degli ordini (ufficio e retail).

PANDEMIA PERMETTENDO I segnali per il canale contract sono positivi ma Nicola Coropulis, prudentemente, avverte: “Occorrerà fare i conti con l’evoluzione della pandemia. Questo perché quando si parla di spazi aperti al pubblico, a differenza del residenziale, eventuali lockdown determinano ulteriori blocchi e rinvii di progetti già in corso d’opera e, di conseguenza, anche delle nuove opportunità di business. Questo è successo lo scorso anno. Anche se, oggi, il dinamismo del canale è sotto gli occhi di tutti”. Per Poltrona Frau, di cui Coropulis è CEO, la metà degli introiti legati al contract dipende dall’ambito teatri, auditorium e spazi per conferenze, il 20% dal mondo marine (in forte crescita), il 15% dal retail e

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il restante 15% da hospitality e office. Nel suo business di maggioranza quasi assoluta, il blocco delle attività (spettacoli, meeting e attività culturali) protrattosi anche post lockdown ha causato un momento di stasi e al tempo stesso la possibilità di dedicarsi in tempi rapidi a progetti di prestigio, come il rifacimento delle sedute al Maxxi di Roma, ultimato in meno di tre mesi, e l’intervento di restauro del Teatro Lirico di Milano. Riguardo gli altri ambiti, Coropulis afferma: “La ripartenza riguarda sia l’hospitality sia l’ambito aeroportuale. Un’area che non ha mai subito rallentamenti, semmai accelerazioni che continuano, è quella dei marine interiors. Per quanto riguarda l’ufficio, siamo da sempre specializzati nelle soluzioni custom per uffici direzionali e considerando che, in futuro, questi luoghi saranno sempre più connotati come spazi per la condivisione e la collaborazione tra professionisti, abbiamo la ragionevole possibilità di essere efficaci e di poter dire la nostra proprio grazie alla nostra capacità di sviluppare soluzioni su misura per tavoli da riunione e per quelle che definirei ‘scrivanie non scrivanie’, di cui siamo stati precursori con il sistema executive office Trust (design Lievore, Altherr, Park), teso a superare il concetto di scrivania come barriera per trasformarsi in uno strumento di collaborazione. Già prima della pandemia, pensavamo a un ufficio che fosse lo specchio di un’organizzazione aziendale più rivolta all’orizzontalità delle relazioni”. E proprio partendo dal concetto di ‘scrivania ricettiva’, Poltrona Frau ha sviluppato diverse soluzioni su misura della linea Trust. Inoltre, la diffusione dello smart working ha spinto la società di Tolentino a ideare soluzioni per l’home office, unendo la funzionalità richiesta nell’ambito ufficio alle esigenze estetiche dell’ambiente domestico. “Lo abbiamo fatto con il nostro stile, ma senza rinunciare a soluzioni tecniche come le prese per la ricarica degli smartphone e dei tablet, la possibilità di estendere i piani di lavoro e la presenza dei necessari cablaggi” precisa Coropulis. Infine, in Poltrona Frau sono pronti a scommettere sul rilancio del contract per negozi e spazi retail, dove si intravedono ulteriori possibilità di sviluppo. Per esempio, ampliando la gamma degli arredi presenti nei negozi dei brand del lusso con cui Poltrona Frau collabora e che potrebbero finire anche nelle case dei clienti più affezionati al brand stesso. Il ritorno alla normalità? Coropulis sostiene che: “Nonostante la ripresa in atto e il grande dinamismo che si intravede all’orizzonte, per tornare ai livelli pre-Covid occorrerà aspettare un paio d’anni”. IL FRENO DELLE COMMODITIES Giorgetti opera nel contract attraverso il brand Battaglia, che se ne occupa a 360 gradi anche se la metà del fatturato relativo al canale specifico dipende dal retail (negozi di grandi firme) e l’altra metà è suddivisa tra le altre specializzazioni: hospitality, uffici custom per alta e altissima direzione, residenziale. Giovanni del Vecchio, CEO della società controllata dal fondo Progressio, analizza la situazione partendo dal post lockdown quando, afferma: “Essendo state prima bloccate e poi comunque rallentate le operazioni di cantiere, tutta l’attività di sviluppo dei progetti si era fermata e di conseguenza, tra la fine del 2020 e il primo semestre 2021, le aziende dell’arredo hanno osservato una forte contrazione di un business che, del resto, richiede molti mesi per essere sviluppato. La situazione è invece cambiata con l’arrivo del secondo semestre, proprio perché è ripartita l’attività di progettazione”. E ora? “Vediamo un grandissimo fermento nell’hospitality, frutto della scelta dei proprietari di rinnovare e ristrutturare gli alberghi tuttora lontani dalla massima occupazione, date anche le restrizioni tuttora in vigore nei viaggi internazionali. Nel contract residenziale si assiste a una crescita non solo di commesse, ma anche di livello professionale messo in campo. Nel retail, infine, la concorrenza dell’e-commerce determina cambiamenti significativi: crisi dei piccoli negozi, forte turnover, realizzazione di grandi spazi e rinnovamento delle locations. Al di là dello svi-

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Made in Italy

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luppo online, anche il retail fisico sta vivendo un momento di crescita e perfino Amazon è in procinto di partire con un progetto di negozi offline dedicati alla vendita. Quella del contatto fisico è un’esigenza tuttora sentita dai consumatori”. Il recupero dei livelli 2019, secondo del Vecchio, è oramai quasi ultimato in termini di ordinativi mentre come fatturato c’è ancora da attendere, ma in questo caso non dipende dal rallentamento della progettazione bensì dai ritardi nelle consegne di materie prime per l’arredo. Ed è proprio nelle forniture che il CEO di Giorgetti individua le principali sfide per il futuro della progettazione, che ragiona a lungo termine e non può essere sottoposta a pressioni costanti in termini di prezzo. “Il modello industriale deve essere ripensato. Ci troveremo a operare con un livello più basso di scorte di magazzino, per ragioni di reperibilità delle stesse, e dovremo studiare soluzioni in grado di arrivare a un utilizzo più efficiente delle risorse, al recupero degli scarti che devono essere trasformati in materiale prezioso e, infine, alla sostituzione dei materiali troppo costosi o difficilmente reperibili con altri materiali, compresi quelli di recupero. I problemi emersi per le commodities ci spingono a riflessioni piuttosto serie. E, più in generale, ci saranno tanti temi in via di sviluppo che le aziende dovranno saper cogliere o, ancor meglio, anticipare”. IL RETAIL DELLE MERAVIGLIE IDB-Italian Design Brands opera nel contract attraverso due società specializzate Modar e Cenacchi, dedicate al retail come fornitori di soluzioni custom per le boutique dei gruppi del lusso. C’è poi tutto il mondo soft-contract, dove IDB opera con le sue aziende presenti nel canale residenziale ma con un consistente filone progettuale: Gervasoni, Meridiani e Saba Italia nell’arredo, a cui si aggiungono Davide Groppi nell’illuminazione decorativa e Flexalighting nell’ambito dell’illuminazione tecnico-architetturale. “Il 2020 – racconta Alessandra Barbetta, business development manager di IDB – è stato certamente un anno difficile per tutti gli ambiti del contract, mentre nel 2021 per il soft contract i dati sono in aumento addirittura rispetto al 2019. A far da traino è stata l’azienda Gervasoni, che nei primi 10 mesi ha complessivamente fatturato quanto l’intero anno 2019 con un contributo di circa un terzo dal canale contract. E oggi Gervasoni è fortemente impegnata nell’ambito dell’horeca e delle forniture a grandi navi”. Le prospettive nel progetto? “In pancia abbiamo ordini superiori al livello pre-pandemia. E questi ordinativi non tengono conto di Modar e Cenacchi, che stanno ultimando il loro percorso di recupero”. Va precisato che per entrambe le aziende il 2019 ha rappresentato il loro massimo storico di vendite. Le prospettive anche nell’ambito retail rimangono comunque interessanti. “La pandemia – evidenzia Barbetta – ha determinato un significativo cambiamento di fruizione del negozio, con la trasformazione da punto vendita a punto di esperienza e di contatto fisico con il prodotto e con il brand. I nuovi progetti stanno trasformando gli store in una sorta di club, salotti esclusivi dove chi acquista un prodotto lo fa vivendo un’esperienza peculiare e straordinaria e ottenendo quel trattamento di cura personalizzata che l’online non potrà mai offrire. Il negozio diventerà una galleria delle meraviglie. E questa trasformazione offre ampie possibilità di crescita per un gruppo come IDB, grazie alla nostra capacità di realizzare ambienti home particolarmente sofisticati”. Un altro punto di forza, nell’analisi di Barbetta, è rappresentato dalle dimensioni di IDB. “Nel contract, le commesse si prolungano anche per diversi anni e occorrono spalle larghe, e il fatto di essere un gruppo finanziariamente solido ci rende un interlocutore affidabile a monte e a valle della filiera. Un altro vantaggio è l’integrazione nel gruppo tra le aziende che lo compongono e che operano dalla realizzazione su misura fino al prodotto di design da catalogo con possibilità di customizzazione”. Un aspetto, quest’ultimo, particolarmente apprezzato dall’hotellerie, dove IDB ha acquisito tra i

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clienti catene di prestigio come Baglioni e Starhotels. In prospettiva, sostiene Barbetta, il successo di un’azienda nel canale contract dipenderà dalla sua capacità di problem solving e di dialogare in piena integrazione con la committenza da un lato e con lo studio di architettura dall’altro. “La figura del project manager di commessa diventa essenziale per gestire una fornitura che possa rispondere pienamente e prontamente alle esigenze della committenza” conclude. NAUTICA AL MASSIMO Quello di Tinosana è un caso particolare perché l’azienda di Almenno San Bartolomeo (Bergamo) si occupa esclusivamente di contract, inizialmente per hotellerie e poi spingendo nella diversificazione partendo dal navale, oggi quota prevalente (60%) all’interno del suo fatturato. Nell’esercizio 2018/19, a seguito di una fornitura particolarmente importante, Tinosana aveva raggiunto il proprio picco storico, con 70 milioni di ricavi, contro una media di 55-56 milioni degli anni precedenti. “Collaboriamo, nel comparto navale, con i migliori cantieri nazionali e internazionali, seguendo le zone più nobili delle imbarcazioni: bar, ristoranti, negozi e hall delle grandi navi” racconta Gianluca Ascheri, director yachts, hospitality & retail di Tinosana. Inoltre, da una decina d’anni, sono state avviate collaborazioni con i gruppi più importanti della nautica da diporto (tra cui Ferretti e Sanlorenzo) per la realizzazione di interni degli yacht più complessi e con customizzazione contenuta. “Nel frattempo, non abbiamo certamente abbandonato la nostra tradizione nell’hotellerie dove continuiamo a seguire una quindicina di progetti l’anno, escluso il 2020 quando siamo scesi a due sole commesse” precisa Ascheri. Il 2021 però ha visto una ripartenza in quarta del lavoro per gli hotel: “Pensiamo che il prossimo biennio ci darà ottime soddisfazioni in quest’ambito”. Nel frattempo, il navale ha confermato tutte le commesse ma ha rallentato le esecuzioni dei lavori: la ripresa ci sarà, ma i tempi saranno prolungati e non si prevede un rientro a regime prima del secondo semestre 2022. Tutt’altra musica per la nautica da diporto: “Nemmeno il 20062007 fu così intenso! Siamo strapieni di ordini, con consegne fissate non prima del 2026 per le imbarcazioni custom” precisa Ascheri. Il business plan di Tinosana prevede una crescita organica con ripartizione più armonica tra le specializzazioni di cui si occupa: il navale resterà la destinazione principale, ma nel frattempo cresceranno le quote derivanti dalla nautica da diporto (“Presenta ottime business opportunities nell’alto di gamma, dove entreremo sempre più collaborando con i cantieri che fanno puro custom in Italia e all’estero”) e dall’hotellerie. A queste tre divisioni (navale, nautica e hospitality) si aggiungono poi quella retail, che è in fase di sviluppo attraverso collaborazioni con brand del lusso di primo piano, e il refit navale e nautico. L’Italia è il mercato chiave di Tinosana con circa il 60% dei ricavi, e nell’ultimo anno la percentuale è salita fino all’80% per effetto del rallentamento dei cantieri francesi e tedeschi. Proprio la Francia compare tra i Paesi in espansione a seguito dell’ingresso in alcuni progetti residenziali privati in Costa Azzurra e residenziali pubblici (ambasciate) a Parigi.

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Rendering della nuova stazione di Sesto San Giovanni (Mi) disegnata dall’archistar Renzo Piano e poi reinterpretata da Ottavio Di Blasi & Partners

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real estate di Andrea Guolo

ANNI D’ORO per il RESIDENZIALE. Il patrimonio immobiliare alla SVOLTA ESG Si ristruttura senza sosta. La domanda, secondo Confindustria Assoimmobiliare e Ance, è in forte aumento per abitazioni innovative e ora sarà la volta del pubblico che – con le risorse del Pnrr – dovrà adeguare il proprio patrimonio.

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l real estate ha già superato il guado della pandemia. Dopo un 2020 oltre le previsioni, avendo contenuto al -7,7% la flessione nel numero di compravendite, il comparto residenziale è stato protagonista nel primo semestre 2021 con un rimbalzo del +56% che, in termini di abitazioni scambiate, significa 130mila in più rispetto al 2020 ma anche 65mila in più (+22%) sullo stesso periodo 2019. E se i prezzi in generale appaiono in discesa (-2%), ci sono città come Milano (+1,7%), Bologna (+1,3%) e Roma (+1,3%) in controtendenza. Questa è la rilevazione contenuta nello studio di Nomisma per Engel & Völkers.

CRESCITA A LUNGO PERIODO Da dove ha tratto origine questo rimbalzo? In Confindustria Assoimmobiliare, associazione presieduta da Silvia Rovere, evidenziano il cambiamento delle preferenze del mercato. “Gli italiani – precisano in associazione – chiedono immobili più funzionali e moderni, più grandi, più performanti dal punto di vista dell’efficienza energetica, spesso all’interno di quartieri in grado di offrire l’intera gamma dei servizi essenziali. Si tratta di cambiamenti di lungo periodo e sarà compito degli operatori del settore, e delle istituzioni, facilitare questa transizione che porterà a una rigenerazione sostanziale del parco immobiliare italiano”. Del resto, secondo un’indagine di Swg commissionata da Confindustria Assoimmobiliare, sette italiani su dieci vivono in case costruite più di 35 anni fa e due su cinque pagherebbero per riqualificarla in chiave green. In sostanza, c’è tanto lavoro da fare in ambito residenziale, a cominciare dalle città perché, secondo le previsioni per i prossimi 30 anni, sette italiani su dieci vivranno in aree urbane. “Se combiniamo questo con l’invecchiamento della popola-

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zione, è evidente come esista la necessità di ripensare la progettazione delle città per creare ambienti che mettano al centro gli abitanti e la loro salute. Alcune asset class, come senior housing, rsa e healthcare, residenziale built-to-rent, co-living e student housing, ricopriranno sempre maggiore importanza”. E se Milano e Roma fanno da traino, le altre aree urbane del Paese “necessitano di investimenti che facciano parte di una visione di rinascita del contesto urbano. La speranza è che i progetti legati al Pnrr siano la leva che occorre per far partire questi investimenti” avvertono in associazione. In ogni caso, i vertici industriali del comparto immobiliare scommettono in una ripresa duratura e capace di superare la dipendenza da eventuali misure di incentivo pubblico. “Il sistema economico italiano – sostengono – veniva da una tendenza pre-pandemica positiva, con fondamentali robusti, specie per quanto riguarda le economie delle città medio-grandi. Nello scenario post-pandemia abbiamo aggiunto a questa base la prospettiva di investimenti legati al Pnrr, che ha un orizzonte di medio termine e affronterà direttamente il tema della sostenibilità, importante nei contesti di rigenerazione urbana”. Di conseguenza, la rilevanza dei temi Esg all’interno delle agende degli operatori immobiliari sta portando a rivedere le modalità di investimento e le disponibilità di investimenti pubblici in questo settore. “Investimenti che verranno messi a terra attraverso forme di finanziamento pubblico-privato e che costituiscono una prospettiva che gli operatori del mercato vedono con favore, aumentando il clima di fiducia e di prospettiva positiva rispetto alla crescita” concludono. Una ripresa a cui contribuiscono attivamente gli investitori esteri, a cominciare dagli Usa che oggi sono i primi investitori per asset class quali logistica (15%) e hospitality (9%). CONDOMINI IN RISTRUTTURAZIONE Per i costruttori è un periodo di forte lavoro. “Oggi – evidenzia Flavio Monosilio, direttore centro studi di Ance (Associazione nazionale costruttori edili) – il mercato è sostenuto in primis dal Superbonus 110%, quindi dalle ristrutturazioni del patrimonio abitativo in chiave energetica e sismica, una misura che in questi ultimi mesi è entrata in una grande fase di espansione, dopo i pesanti ritardi iniziali. Si stanno consolidando, infatti, gli interventi sui condomini che hanno raggiunto un’incidenza vicina al 50% dell’ammontare complessivo”. Chi sta investendo nella riqualificazione del patrimonio immobiliare? Monosilio evidenzia innanzitutto il contributo delle famiglie che vivono in contesti sia unifamiliari che condominiali e che hanno utilizzato i bonus per soddisfare un’esigenza di riqualificazione degli immobili. E poi ci sono i fondi immobiliari e finanziari, attivi sul fronte della riqualificazione urbana perché, spiega: “Sono gli unici soggetti oggi in grado di affrontare operazioni di sviluppo complesse. Questo è dovuto anche ai problemi di accesso al credito da parte delle imprese di costruzioni: per farsi finanziare progetti di riqualificazione urbana c’è bisogno di controparti bancarie in grado di saper valutare il rischio insito in queste operazioni. Oggi, complice anche una regolamentazione prudenziale che non incentiva i finanziamenti immobiliari, pochissimi soggetti sono in grado di accompagnare le imprese in un percorso complesso. Ed è importante attivare al più presto un dialogo strutturato tra mondo degli sviluppatori e banche per rendere possibile un loro coinvolgimento, chiarendo in modo inequivocabile quali devono essere le caratteristiche di rischio delle operazioni per essere finanziabili”. Ance condivide l’impressione di Confindustria sulla tenuta della domanda in prospettiva. “Non sarà un semplice rimbalzo congiunturale dopo la grave crisi pandemica. Le ragioni sono molteplici. Prima di tutto l’effetto dei crediti fiscali per le riqualificazioni degli edifici, in testa il superbonus 110%, che sta coinvolgendo tutto il territorio italiano, e poi naturalmente il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che 110

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attribuisce al settore delle costruzioni un ruolo centrale per lo sviluppo e l’ammodernamento del Paese”. Circa la metà delle risorse disponibili riguarda, infatti, interventi di interesse per l’edilizia: 108 miliardi sui 222 stanziati. “Inoltre – precisa Monosilio – gli investimenti saranno accompagnati da riforme in ambiti prioritari per il nostro settore, come quella della pubblica amministrazione. Si tratta di investimenti e riforme che potranno gettare le basi per uno sviluppo duraturo che non si esaurirà con la conclusione del Piano, nel 2026, ma che potrà innescare un processo di crescita sostenibile e di lungo periodo stimolando la transizione ecologica e digitale e contribuendo a superare le debolezze strutturali dell’economia italiana”. E Ance punta i fari sugli investimenti necessari nella provincia italiana. “Siamo un Paese in grado di collegare Roma a Milano in meno di tre ore, ma spesso i collegamenti all’interno di una stessa regione sono scadenti o addirittura assenti. La provincia italiana non deve diventare una imitazione mal riuscita dei grandi poli metropolitani, ma un luogo di crescita economica e sociale in cui far planare efficacemente i progetti del Pnrr”. MILANO, SVILUPPO ORIZZONTALE Milano intanto cresce e mantiene il centro della scena. “È una città attrattiva, innanzitutto per i talenti, ed è in fase di sviluppo – afferma Roberto Magaglio, Licence Partner di Engel & Völkers Milano – a partire dal semicentro e della periferia. Nel residenziale, è passata da una crescita verticale a uno sviluppo più orizzontale. E dal nostro osservatorio emerge una rivalutazione generale dei prezzi, specialmente nell’ambito del pregio”. Le ragioni? Dipendono da un mix composto da bassi tassi di interesse, l’attenzione consolidata dalla pandemia verso la casa, gli incentivi messi in campo dal governo e l’attesa per le Olimpiadi invernali del 2026. “Questo mix ha contribuito a stimolare una domanda già ingente in fase pre-Covid. La pressione al rialzo sui prezzi è dovuta a una scarsità di offerta rispetto alla domanda” precisa Magaglio. E se il centro storico ha superato la prova della pandemia, è l’area esterna al centro a essere tornata alla ribalta in chiave di riqualificazione. La ragione? “Dipende dall’attività degli investitori istituzionali per l’asset class residenziale. E quando si muovono gli istituzionali, l’interesse è su immobili di grandi dimensioni che in centro non sono disponibili. Di conseguenza, emergono i progetti della periferia dove è possibile realizzare prodotti di alta qualità con ampie volumetrie” precisa Gianluca Sinisi, Licence Partner di Engel & Völkers Commercial Milano e Lombardia. Il focus degli investitori sono immobili con requisiti ESG, quelli che attualmente dominano la scena degli investimenti e passano inevitabilmente attraverso lo stanziamento di risorse non bancarie perché, evidenzia Sinisi: “Gli istituti a uso ufficio (o loro ristrutturazioni) in questo momento non sono particolarmente appetibili per il settore bancario a causa del crollo degli investimenti e della caduta del Take Up nel 2020. Ciononostante, il mercato si sta riprendendo e ci sono evidenti segni di ritrovata salute sia per quel che riguarda l’assorbimento sia per i volumi di investimento”. Una cosa è certa: se prima valeva la regola delle 3 P (posizione, posizione, posizione, ovviamente centrale), la novità portata dalla pandemia è il peso del comfort abitativo nella scelta dell’immobile. Si impone come prioritaria la presenza di ampi spazi in abitazioni dove si passa più tempo e dove il lavoro si aggiunge alle consuete attività domestiche. Questi spazi sono difficili da reperire in centro e dunque si guarda alla periferia per guadagnare metri quadri a costi sostenibili. “Il 90% dei nuovi progetti residenziali sorge al di fuori della cerchia della 90-91 e questi investimenti immobiliari valorizzano i quartieri. Ad ogni angolo del quadrante urbano si sta creando uno sviluppo riqualificante simile a quello già osservato in Porta Nuova o Tre Torri” evidenzia Magaglio, che non

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dubita sulla tenuta del fenomeno almeno a medio termine. “Il trend proseguirà almeno fino al 2026, salvo ulteriori shock esogeni non prevedibili. Nel residenziale di pregio prevedo una domanda più forte e più intensa dell’offerta, con ulteriore risalita dei prezzi”. “Milano – conclude Sinisi – è il posto migliore in Italia dove investire in modo sicuro, e questo determinerà anche in futuro una domanda superiore all’offerta di abitazioni”. LOGISTICA IN VOLO Nell’analisi di Jll Italia, filiale italiana del gruppo di consulenza immobiliare internazionale Jll, i boost dello sviluppo in atto nel real estate si chiamano logistica e residenziale innovativo. “Il comune denominatore dell’interesse e della propensione all’investimento è la creazione di nuovo prodotto – precisa Davide Dal Miglio, head of capital markets di Jll Italia – perché il patrimonio logistico in Italia è assolutamente insufficiente e perché, nel residenziale a reddito, quel che gli inglesi chiamano multifamily è quasi totalmente assente, al pari di soluzioni come le rsa per anziani autosufficienti o degli studentati concepiti in modalità contemporanea. E tutto quel che esiste deve essere riqualificato”. Geograficamente parlando, Milano è protagonista per il residenziale innovativo, mentre l’area di sviluppo della logistica appare ben più vasta: “Corre lungo l’asse dell’autostrada A4, partendo dal Veneto per arrivare in Piemonte, ma scende anche lungo l’A1 e ora arriverà anche al sud. C’è un chiaro interesse a investire da parte di big player della logistica e di conseguenza dei principali investitori internazionali, che muovono circa il 70% dei capitali dedicati”. Per quanto riguarda gli uffici, in Jll Italia sono convinti che il 2022 vedrà un rimbalzo significativo perlomeno sulle piazze di Milano e Roma. “Il capoluogo lombardo – precisa Dal Miglio – è particolarmente attivo nella creazione di nuovi prodotti legati al comparto office”. Il retail? Occorre attendere. “La ripresa avverrà a medio termine, nell’arco di 6-12 mesi, e inizierà probabilmente dal retail più facile da comprendere in termini di sviluppo, come l’ambito dei supermercati. Le sensazioni sono buone anche per i centri commerciali, dove osserviamo una discreta crescita degli incassi da parte dei negozi presenti in queste strutture e che costituisce la base per la ripartenza del comparto, ma abbiamo bisogno di una continuità di questi segnali prima di trarre conclusioni certe”. Ad ogni modo, Dal Miglio scommette nella ripartenza del retail perché, afferma: “Prima o poi gli investimenti in logistica diventeranno troppo onerosi e insostenibili in termini di rientro. Nel frattempo, scenderanno i canoni di affitto delle location destinate ai negozi, che erano diventati anch’essi insostenibili. Si prospetta quindi un riequilibrio naturale sulla base delle nuove condizioni di mercato. A quel punto, gli investitori avranno una certezza dei valori e delle dinamiche locative. Quel che frena ora le compravendite e gli investimenti nel retail è proprio la mancanza di chiarezza, perché nessuno investe senza una prospettiva di valore dell’immobile e di potenziale incremento dello stesso”. E Dal Miglio scommette: “Uffici e retail sono troppo importanti per il real estate e torneranno al centro della scena”. Infine, l’hotellerie. Anche qui, Jll si attende una flessione dei valori immobiliari pre-Covid per rilanciare le compravendite. “Gli investitori aspettano la ripartenza del turismo internazionale per capire quali saranno i nuovi flussi di reddito. Con quelli attuali, condizionati dal calo di presenze e dalla riduzione del numero di camere disponibili – per ragioni dipendenti dal Covid o per le ristrutturazioni in corso nell’ambito alberghiero – è difficile attribuire un prezzo a una struttura, e sarebbe comunque un valore penalizzante per la stessa”. Si tratta quindi di un mercato dominato da trend contrastanti, tra quotazioni in discesa (reale o annunciata) e altre in pieno decollo, come ad esempio la logistica: “In alcuni casi, si parla di valori oltre i duemila euro al mq per i capannoni. Le case, negli stessi posti, valgono meno” conclude Dal Miglio. 114

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Skyline di Milano con la Galleria Vittorio Emanuele in primo piano e i grattacieli di Porta Nuova sullo sfondo

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real estate di Andrea Guolo

INVESTITORI IN ALLERTA. Fari puntati dall’estero su residenziale e logistica Real estate in ripresa. Le grandi aree urbane tengono banco, ma il boom dell’e-commerce sostiene le nuove realizzazioni di hub logistici nel resto d’Italia, coinvolgendo il centro-sud. Nel residenziale emergono le nuove soluzioni Prs, lo student housing e il senior living.

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hiamiamolo effetto Draghi. Nel real estate, l’Italia è diventata più appetibile grazie anche alla ritrovata stabilità politica che fa del nostro Paese un punto di attrazione per gli investitori esteri, ben più che in passato: e questo perché scende la componente di rischio dell’investimento immobiliare e sale il potenziale di rientro. Di conseguenza, la liquidità ingente presente sul mercato finanziario internazionale ha preso la direzione del Bel Paese perché viene considerato un mercato dove c’è tanto da realizzare e dove tutto il realizzabile può garantire rendimenti superiori a quelli che attualmente si ottengono in Germania, Francia e Gran Bretagna. IL VANTAGGIO DI CHI INSEGUE “Da sempre, l’Italia viene considerata dagli investitori internazionali come un mercato opportunistico e non core, quindi lontano dal giro d’affari realizzabile nei mercati europei di riferimento (UK, Francia e Germania). Nel 2019 il valore delle operazioni concluse era di 12,2 miliardi di euro, nel 2020 è sceso a 8,8 miliardi e per l’anno in corso sono previsti valori in linea” racconta Nicolò Denaro, head of real estate acquisitions & asset management in Prelios (società leader nell’asset management e nei servizi in campo immobiliare). Fino al 2019, la capacità italiana di attrarre investimenti risultava in forte ascesa, poi il 2020 ha segnato il cambio di traiettoria, come in tutto il mondo, per causa di forza maggiore e il 2021 sarà allineato ai numeri del 2020. Perché allora Prelios considera la situazione attuale in maniera positiva? Denaro risponde: “Oggi siamo considerati affidabili e orientati verso la direzione giusta. Grazie alla stabilità politica e alla figura di Mario Draghi, l’Italia è il motore dell’Europa e delle decisioni portate avanti a livello continentale. I trend immobiliari ci supportano e stiamo attraendo nuovi capitali desti-

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nati al real estate”. Va inoltre evidenziato un dato comparativo: se l’Italia, nel suo anno migliore, poteva cubare 12 miliardi di investimenti in real estate, il mercato UK totalizza 60 miliardi, l’intera Germania è a 75 miliardi, ovvero sei volte l’Italia. Dobbiamo essere bravi ad attrarre di conseguenza i grandi investitori esteri, tipicamente società di asset management, private equity, fondi pensione, e a trasferire l’opportunità che oggi sia un bene investire in Italia: perché c’è tanto da realizzare, partendo da un deficit strutturale piuttosto evidente. Questo vale per i due ambiti del real estate nei quali c’è il maggior interesse degli investitori: logistica e residenziale. La prima, in piena accelerazione dopo la pandemia, vede comunque l’Italia come fanalino di coda in Europa: l’e-commerce è ormai decollato, ma in Italia pesa soltanto per circa l’8% della spesa complessiva (sul totale retail), contro una percentuale che supera anche il 25% in Paesi avanzati come Usa, Cina e nelle nazioni europee dove l’e-commerce è più sviluppato. “Poiché tutti si attendono un graduale allineamento dei numeri italiani con quelli di altri Paesi, la conseguenza è che gli operatori dell’online si apprestano a creare centri logistici, con conseguente crescita esponenziale dei valori a metro quadrato”. E la logistica, contrariamente al real estate in ambito corporate e uffici, è più democratica: non si concentra solo sulle “solite” aree urbane come Milano e Roma, ma comporta benefici anche per i territori più isolati e promette balzi di valore anche dei poli che verranno creati nel Sud Italia. “In termini di stock (in metri quadrati), siamo molto indietro rispetto all’Europa e, di conseguenza, gli investimenti determineranno margini elevati di crescita e profitto” precisa Denaro. Ma anche nel residenziale c’è fermento, perché i prezzi italiani delle case appaiono nettamente inferiori alla media europea e, quindi, saranno destinati a crescere. Dati alla mano, a Milano per acquistare un appartamento di 80 mq servono mediamente 13 anni di stipendio lordo contro i 21 anni di Monaco di Baviera, i 27 anni di Parigi e i 28 anni di Londra. E Milano è la quarta città d’Europa per prodotto interno lordo pro capite. “A Berlino, Madrid, Francoforte e Manchester, città meno ricche di Milano, il prezzo medio per un appartamento supera i 4mila euro al mq, mentre a Milano siamo sui 3.500 euro. Questo gap, in prospettiva, sarà sicuramente colmato. Ecco perché gli investitori esteri, partendo da Milano, guardano con interesse all’Italia” precisa il manager di Prelios. E la tipologia di investimento premiante viene individuata nei contesti immobiliari caratterizzati da servizi in linea con i tempi. Nel residenziale, per esempio, risultano particolarmente importanti i temi ESG e dei servizi connessi, ad oggi non è pensabile prevedere nuove costruzioni senza domotica, Amazon box, servizio concierge e dogsitter, aree coworking, palestre condominiali. “Milano – evidenzia Denaro – è l’unica città italiana che sta adottando standard simili a quelli che già si sono imposti in UK o negli Usa. Il successo dell’applicazione di questi standard è indiscutibile e l’esempio di Milano, prima o poi, sarà recepito nel resto d’Italia”. LA NOVITÀ PRS Proprio la limitata offerta qualitativa in ambito residenziale ha spinto Hines Italy ad entrare nel mercato della locazione di immobili residenziali (PRS, dall’inglese private rented sector), sistema ormai avviato nel mondo anglosassone ma sostanzialmente assente nel nostro Paese, dove ad affittare sono i privati proprietari di case. Lo ha fatto a partire da Milano, dando il via a una serie di investimenti che, come evidenzia Raoul Ravara, Director – Asset Management di Hines Italy: “Ci porteranno a realizzare immobili per circa cinquemila unità residenziali entro il 2025, con particolare riferimento a zone come Sesto San Giovanni, dove stiamo investendo nell’ex area Falck, o come San Siro (il complesso dell’area Ex Trotto con circa 700 appartamenti), attraverso progetti che determineranno anche una riqualificazione del quartiere nel quale ci inseriamo”. Ad 118

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oggi, Hines Italy ha investito 5 miliardi di euro su Milano, spalmandoli su diversi progetti; nel caso del progetto MilanoSesto, 500 milioni sono stati destinati al primo lotto privato di sviluppo Unione 0. Hines è una società texana leader nel settore immobiliare e opera come sviluppatore e anche come investitore diretto sui progetti. L’ingresso nel mercato PRS viene considerato strategico e attrattivo perché, precisa Ravara: “Si tratta di un concept che ad oggi non esiste in Italia e che si fonda sull’offerta di appartamenti con servizi e amenities ad elevato valore aggiunto come le palestre, spazi retail, zone dedicate a bambini, aree per lo smart working e colonnine di ricarica per la mobilità elettrica, in linea con i massimi standard internazionali di sostenibilità ed efficienza energetica. Non puntiamo ad affitti a breve termine, bensì a fornire contratti di durata standard (4+4), non solo al classico businessman che chiede quel livello di servizio che gli permette di azzerare le perdite di tempo per la gestione dell’appartamento e delle sue manutenzioni, ma anche a famiglie con bambini che potranno affittare appartamenti quadri-pentalocali e infine a studenti fuori sede”. La strategia Living di Hines Italy non prevede al momento invece l’acquisto di immobili a scopo di ristrutturazione per successiva vendita frazionata. Il mercato PRS, spiega Ravara, sarà determinante nell’attrarre più investimenti internazionali sul settore residenziale perché finora, soprattutto per ragioni fiscali, quest’ambito era risultato poco attrattivo per gli investitori esteri istituzionali. “L’avvio di un sistema di affitto di tipo anglosassone potrà dare impulso ai loro investimenti. Al momento, per ragioni demografiche e reddituali, Milano è l’unica area metropolitana pronta a cogliere questa novità. In prospettiva, proveremo ad allargare lo sguardo anche al di fuori di Milano”. AMBITI STUDENT E SENIOR In sostanza, partendo da zero o quasi, l’interesse degli investitori esteri sta crescendo e ora, come precisano da Dla Piper Italy, studio legale internazionale leader in ambito m&a e presente in oltre 40 Paesi del mondo: “Anche gli investitori che originariamente non consideravano operazioni a sviluppo o asset class considerate emergenti stanno rivolgendo la propria attenzione a operazioni di sviluppo residenziale, soprattutto nelle zone semiperifiche delle grandi città”. Valentina Marengo, partner del dipartimento real estate di Dla Piper Italy presso la sede di Milano, e Filippo Cecchetti, omologo presso la sede di Roma, precisano: “Questo interesse ci sembra essere stato innescato sia da una maggiore tendenza degli investitori a diversificare l’allocazione dei capitali, ricercando nuovi settori che consentano di raggiungere margini interessanti, che dai nuovi stili di vita e lavoro innescati dalla pandemia”. In particolare, lo spostamento da ufficio a casa ha determinato la ricerca di spazi domestici più ampi, anche se meno centrali, spingendo la realizzazione di nuovi progetti al passo con i tempi. “Quasi tutti gli investitori istituzionali europei con cui lavoriamo hanno manifestato un crescente interesse al settore residenziale in Italia. La piazza di riferimento è Milano e poi, con un po’ di distacco, Roma e Firenze. L’elenco è portato ad estendersi se si prendono in considerazione anche operazioni di investimento in student housing e senior leaving per le quali anche piazze secondarie, come le città universitarie e altri capoluoghi di regione del nord e centro Italia, possono offrire opportunità”. Le evoluzioni prevedibili? Per gli esperti di Dla Piper Italy riguarderanno il residenziale multifamily (”Beneficerà del sempre più crescente desiderio delle persone di trovare soluzioni abitative innovative, smart e funzionali in grado di rispondere alle nuove esigenze e stili di vita innescati dalla emergenza sanitaria”), ma una buona progressione di crescita è ipotizzabile anche per gli sviluppi e operazioni relative a student housing e senior leaving, che già avevano attirato l’interesse degli operatori nel periodo pre-covid. NOVEMBRE/DICEMBRE 2021 PAMBIANCO DESIGN

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Courtesy of Graves International Art, Saint Augustine, Florida, Usa

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cover story

di Giulia Mauri

KazuhideYamazaki A SUON DI PITTURA

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till Life’ è il quarto album live dei Rolling Stones, registrato durante il tour americano del 1981 e pubblicato l’anno seguente alla vigilia del tour europeo. In copertina campeggia un’illustrazione di Kazuhide Yamazaki. Noto soprattutto per la sua collaborazione con la rock band britannica, l’artista giapponese ha disegnato, oltre alla cover dell’album, anche i set, il poster e le magliette del tour. Illustrazioni contraddistinte, come accade nelle altre sue opere, da un’accattivante spontaneità e dal dinamismo degli incontri formali. Zigzag, cerchi, triangoli e croci sembrano muoversi a ritmo di musica nello spazio della pittura. I movimenti che animano la superficie instaurano una complessa rete di relazioni contrastanti tra i colori, le linee e i piani. Nato nel 1951 a Tokyo, Kazuhide Yamazaki ha studiato incisione a San Francisco e ora vive e lavora a New York. I suoi monotipi stampati a mano sono conservati in collezioni tra cui il Brooklyn Museum e la J.P. Morgan Chase Art Collection.

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