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Poste Italiane - In caso di mancato recapito inviare al CMP di Roserio per la restituzione al mittente previo pagamento resi

IL MOBILE AI BOX DELLA RIPARTENZA

COVER BY MARY FINLAYSON

ANNO VI- N°2 APRILE/MAGGIO 2021

ATTUALITÀ Le priorità del comparto arredo

ANALISI Luce, cresce il decorativo

SOSTENIBILITÀ Certificazioni, un freno all’export


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editoriale

Time to market, tempi da accorciare di David Pambianco

L’

annus horribilis per la salute mondiale ha avuto ripercussioni dirette e gravi per molti settori dell’economia. I comparti del turismo e dello spettacolo sono stati tra i più colpiti dalla crisi, la moda ha chiuso il 2020 con una contrazione media del 25%. L’arredamento ha rappresentato invece una eccezione positiva. Al netto delle voci ‘allestimenti’ e ‘contract’, in decisa sofferenza, l’arredo ha, rispetto ai vari settori del Made in Italy, tenuto, tanto che la filiera italiana del legno-arredo ha archiviato l’anno, secondo i dati diffusi da FederlegnoArredo, con una flessione pari ‘solo’ a -10,8%. Cosa ci raccontano questi numeri? Innanzitutto che la casa è tornata, volenti o nolenti, al centro della nostra attenzione e su di essa sono state reindirizzate quelle energie che prima erano riservate a tutto ciò che era esterno, pubblico, condiviso. Player come Kartell, per citarne uno tra molti, hanno chiuso il 2020 addirittura con un segno più. Contemporaneamente, però, si sta assistendo a un preoccupante allungamento dei tempi di consegna, a volte di mesi, anche per un solo pezzo. Perché? Le ragioni sono essenzialmente due: la prima, la più ovvia, va ricondotta alla pandemia e alle conseguenze che ha comportato sui trasporti e sulla logistica. La seconda, invece, va cercata più a monte. Nell’attitudine o capacità di programmare la produzione vincolandola o comunque legandola alle stime di consumo. Una logica inversa rispetto a quella attualmente adottata lungo tutta la filiera: zero magazzino, rischi ridotti all’osso e con essi, evidentemente, anche i costi. In un mercato altalenante, indipendentemente dalla pandemia, tutti stanno alla finestra. Mentre anche i prezzi delle materie prime schizzano verso l’alto, la regola è ‘temporeggiare’, in attesa di capire dove si posizionerà la domanda. La conseguenza? Un time to market eccessivamente dilatato e difficilmente comprensibile dal consumatore che per una lampada si vede costretto ad attendere magari anche tre mesi. Allora, un ripensamento è d’obbligo in termini di processi, perché la reattività a scoppio ritardato non diventi strutturale e tale da compromettere i risultati. E della gestione dei magazzini, che siano in grado di rispondere prontamente alla domanda. Questo uno dei nodi importanti da sciogliere per il prossimo futuro. A rischio, altrimenti, la fedeltà del consumatore finale. E tutto quel che, chiaramente, ne consegue.

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sommario

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Attualità La città del futuro. Digitale e sostenibile

Per essere Smart una città non deve semplicemente essere digitalizzata, ma includere anche parametri legati all’inclusività e alla sostenibilità. Milano, ad oggi, è al vertice della classifica tra tutte le città italiane prese in esame.

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Attualità L’agenda delle priorità del comparto arredo 34

Dossier Salone del Mobile, un brand da difendere

Un Esecutivo sensibile a vagliare quelle che sono per ogni settore le vere urgenze deve prendere in considerazione le tematiche dirimenti per il settore del Legno Arredo. Che i presidenti di FederlegnoArredo e Assoluce qui elencano. Due anni senza il Salone del Mobile fisico nel mese di aprile si fanno sentire. L’incertezza intorno alla data di settembre ancora di più. La pandemia non ha travolto il business come è avvenuto per altri settori.

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Intervista Axel Meise: a Milano l’Apple della luce

La via della luce di Milano, corso Monforte, accoglierà il flasghip store di Occhio, azienda tedesca fondata e amministrata da Axel Meise che, con la moglie Susann, ha dato vita a una realtà caratterizzata da un tasso di crescita monstre.

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Analisi Luce, fatturati in calo e balzo dell’ebitda

Pur avendo perso complessivamente l’11% dei ricavi, nel 2020 le principali aziende del comparto hanno messo in atto una serie di risparmi che hanno consentito di migliorare la marginalità. Ripresa in atto.

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Intervista Flos, Roberta Silva: Sinergie di gruppo

L’azienda, che ha chiuso il 2020 con un fatturato di 205 milioni di euro, ha impostato nuove strategie, sia di gruppo sia di brand, senza trascurare lo studio di nuovi prodotti. Molti progetti sono in fase di lancio.

In copertina: Mary Finlayson “Dotted Vase at Night” Gouache on Paper, 55 x 42 cm Courtesy of JoAnne Artman Gallery, New York NY/Laguna Beach CA

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Questa rivista è stampata con inchiostri cobalt free e priva di oli minerali

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Gogan

by Patricia Urquiola, 2019

ad Designwork – photo Alessandro Paderni set coordinator Marco Viola

Moroso Udine Milano London Amsterdam Gent New York Zürich moroso.it @morosofficial


overview

Desalto torna a crescere nel 2021 e investe in comunicazione

Dopo aver registrato un fatturato di 9 milioni di euro nel 2019, l’italiana Desalto è riuscita a fronteggiare la pandemia contenendo le perdite nel 2020 con un -2,5%, per tornare a crescere a inizio 2021. “Siamo ripartiti con grande slancio quest’anno – afferma Gian Paolo Nespoli, amministratore delegato di Desalto con Mirko Orsenigo – con un incremento medio, a seconda delle aree, del 15-20% di ordinato rispetto al 2019”. Nespoli si dice ottimista per il futuro. “Siamo rimasti costanti sui mercati, con l’Italia che rappresenta il 40% del fatturato, l’Unione Europea con il 30% e il resto del mondo con il restante 30% – spiega Nespoli -. A inizio 2021 abbiamo visto molto brillante il mercato giapponese, Israele e l’Italia”.

Kave Home a 76 mln (+30%) grazie all’online

Il marchio spagnolo di arredo e decorazioni Kave Home, nonostante la pandemia, ha registrato un fatturato in crescita del 30% nel 2020 attestandosi a 76 milioni di euro, grazie alla digitalizzazione. Le vendite online sono aumentate dell’80% portando i prodotti Kave Home all’interno di più di 200mila case. Inoltre, nel corso dell’anno sono stati anche aperti 5 nuovi negozi, due in Francia e tre in Spagna, l’ultimo a Malaga. Il brand, che offre proposte per la cucina, la camera da letto e l’outdoor, nel 2020, per ampliare la propria offerta, ha lanciato Kave Kids.

Per Viadurini crescita a tripla cifra nel 2021

La piattaforma di e-commerce Viadurini ha messo a segno nel 2020 un aumento del fatturato del 60%, passando dai 2,6 milioni di euro del 2019 a 4,2 milioni, le previsioni per il 2021 sono ancora migliori, con incrementi del 103% rispetto all’anno precedente, fino a 8 milioni di euro. Il piano quadriennale degli investimenti, che ammontano a più di 5 milioni complessivi fino al 2025, comprende anche un rafforzamento della presenza all’estero, in particolare in Paesi come Stati Uniti, Russia, Giappone, Nuova Zelanda, Indonesia e Australia.

Geberit tiene nel 2020, fatturato a 2,7 mld di euro

Il Gruppo Geberit dopo un inizio anno critico legato alla pandemia è riuscito a riprendersi nella seconda parte dell’anno grazie, si legge nella nota ufficiale, “alla forte posizione di mercato, alla gestione prudente della situazione di emergenza e al mantenimento delle relazioni con i propri clienti anche durante i periodi di blocco”. Sebbene il fatturato netto sia diminuito del 3,1% a 2,986 miliardi di franchi svizzeri (circa 2,7 miliardi di euro) per il 2020, dopo gli adeguamenti valutari si è registrata una crescita dell’1,3%, con un cashflow operativo salito del 2,4% a 925 milioni di franchi svizzeri (circa 836 milioni di euro) e un margine Ebitda incrementato del 31%.

Per Kerakoll ricavi 2020 a 497 milioni (45% export), in linea con 2019

Kerakoll ha chiuso il 2020 in linea con il 2019 a 497 milioni di euro per il 45% realizzati all’estero,

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nonostante due mesi di fabbriche chiuse per ml’emergenza sanitaria. L’azienda di Sassuolo ha registrato il 15% di utili operativi (70 milioni) e punta ad assumere circa 80 nuovi dipendenti entro l’anno. L’azienda, secondo i dati raccolti da uno studio del Corriere della Sera, è cresciuta in media del 4,3% l’anno negli ultimi sei anni e nell’ultimo triennio ha prodotto utili industriali pari, mediamente, al 19% dei ricavi garantendo un ritorno del 15% sul capitale investito. E’, inoltre, arrivata a fine 2019 senza debiti, ma con un attivo finanziario di 52 milioni.

Chateau d’Ax con il nuovo AD alza il target e punta sul retail

Maurizio Pietro Motta, nuovo AD di Chateau d’Ax dal giugno 2020, guiderà il rilancio del marchio di imbottiti puntando sul riposizionamento del brand e sullo sviluppo della rete retail a livello internazionale con l’apertura, nei prossimi cinque anni, di circa cento negozi monomarca e store in store. L’azienda, con 70 milioni di fatturato 2019 (pur non consolidando i fatturati legati a Cina e Usa) e previsione di raggiungere i 92 milioni nel 2025, è presente in 90 nazioni con 300 negozi monomarca e store in store. In Europa opera in Italia, che rappresenta il 23% del fatturato (65 punti vendita che dovrebbero diventare 80-90 entro 3 anni), Francia (prima nazione per vendite con 70 pdv e un ritmo di 5 nuove aperture all’anno), Portogallo (10 pdv), Belgio (16 pdv), Germania e nella penisola Balcanica e punta, da un lato a consolidare la presenza in questi mercati e dall’altro a rientrare, già dal 2021, nel mercato spagnolo e del nord Europa.

Mig acquisisce Rexite

Dopo aver acquisito, nel dicembre 2020, l’azienda bolognese Mascagni Ufficio, il Gruppo MIG – Mezzalira Investment Group ha scelto di incorporare un altro storico brand: si tratta dell’azienda milanese Rexite, specializzata nella produzione di complementi d’arredo di design per l’ufficio e per la casa.

A Tamburi il 20% di DoveVivo

Tamburi Investment Partners attraverso StarTIP, società, controllata al 100% da TIP, ha acquisito, attraverso un aumento di capitale, il 20% circa di DV Holding, società controllante del gruppo DoveVivo. DoveVivo, che nel 2019 ha fatturato 28,5 milioni, è la più grande co-living company d’Europa, presente in 13 città tra Italia, Francia e Spagna, con oltre 1.500 immobili in gestione, per circa 8mila posti letto, 300mila metri quadrati, per un valore stimato del portafoglio immobiliare che si avvicina al miliardo.

Schiffini, partito il rilancio con Toncelli Hub

Le cucine di Schiffini con il design d’avanguardia, quelle di Toncelli con i materiali e le lavorazioni d’eccellenza, insieme in Toncelli Hub, una nuova realtà imprenditoriale basata a Peccioli (PI), di cui Alessandro Pezzoli è amministratore e proprietario. L’intento di Pezzoli è di costituire, in questa prima fase, un comparto verticale dedicato alle cucine: Toncelli e Schiffini si rivolgeranno ai settori medio e alto del mercato e a breve si affiancherà un terzo marchio, rivolto a contract ed entry level.

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Italcer acquisisce Equipe Cerámicas, fatturato aggregato oltre i 220 milioni

Italcer, gruppo italiano di ceramica di alta gamma, ha acquisito Equipe Cerámicas, azienda fondata nel 1999 a Castellon, in Spagna, attiva nel settore dei pavimenti e rivestimenti di piccolo formato. L’alleanza formerà un gruppo ceramico europeo con prodotti e marchi complementari che dovrebbe raggiungere un fatturato aggregato di oltre 220 milioni di euro e 50 milioni di Ebitda nel 2021.

PoliMi nella top 5 per Art&Design

Il Politecnico di Milano si è posizionato nella top 5 mondiale del QS World University Rankings by Subject 2021, nella categoria ‘Art&Design‘, migliorando di una posizione il 6° posto dello scorso anno. Inoltre, sempre il PoliMi si è aggiudicato il 10° posto nella categoria ‘Architettura‘ e rientra nella top 20 Atenei al mondo nella categoria ‘Engineering & Technology‘. Seguono nella sezione Art&Design, Naba nella top 100 (assente nella precedente edizione del 2020), Politecnico di Torino tra le prime 100 in discesa dalla 50esima posizione del 2020, Domus Academy nella top 150 in salita rispetto alla top 200 in cui si collocava lo scorso anno, La Sapienza di Roma si riconferma anche quest’anno nella top 150, Istituto Marangoni si conferma tra le prime 200, Iuav di Venezia che scende nella top 200 dalla top 150, Ied nella sezione 200-220 in discesa rispetto alla top 200 e Università di Firenze nella top 220 in discesa rispetto alla top 150 in cui rientrava nel 2020.

Diritto alla riparazione, in vigore le norme Ue

Dal primo marzo 2021 in Europa è attivo il diritto alla riparabilità per diverse tipologie di elettrodomestici e prodotti di elettronica di consumo. Si tratta di un’iniziativa approvata dal Parlamento Ue a sostegno dell’economia circolare, quindi abbinato alla contemporanea rivoluzione che ha investito le etichette energetiche. I prodotti coinvolti, nello specifico, sono server e unità di archiviazione dati, motori elettrici e variatori di velocità, apparecchi di refrigerazione, sorgenti luminose e unità di alimentazione separate, display elettronici, lavastoviglie, lavatrici, lavasciuga e vending machine refrigerate. “I fabbricanti o gli importatori saranno ora obbligati a mettere a disposizione dei riparatori professionisti una serie di pezzi essenziali (motori e spazzole per motori, pompe, ammortizzatori e molle, cestelli di lavaggio ecc.) per almeno 7-10 anni dall’immissione sul mercato dell’UE dell’ultima unità di un modello”, si afferma nel documento della Commissione.

Confindustria Nautica prevede 4,8 mld per il 2020

L’Ufficio Studi di Confindustria Nautica, con la collaborazione di Fondazione Edison e Assilea e il patrocinio del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha pubblicato la terza edizione del rapporto statistico sul settore ‘Monitor‘ realizzato anche grazie alle analisi di mercato internazionali raccolte da ICOMIA – International Council of Marine Industry Associations. Il mercato nautico nel 2020, secondo le stime frutto dell’indagine ha

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confermato le indicazioni qualitative emerse alla conclusione della stagione nautica, con una evidente dicotomia fra la componente industriale e quella delle imprese del turismo nautico. La distribuzione delle risposte per il settore delle unità da diporto appare equilibrata, con il 44% del campione che indica una crescita di fatturato e il 41% che stima una contrazione. Dai segmenti merceologici degli accessori e dei motori emergono indicazioni più conservative: se la fascia di riduzione di fatturato risulta percentualmente simile a quella della cantieristica, quella di stabilità raggiunge il 35%, erodendo una quota di quella di crescita di fatturato. Tali indicazioni determinano una possibile chiusura del 2020 per l’industria nautica su livelli di fatturato globale analoghi a quelli dell’anno precedente, intorno a 4,8 miliardi di euro.

Smart home, mercato da 505 mln nel 2020

Il 2020 per il mercato della Smart Home è stato un anno di cambi di rotta, con un crollo compreso fra il -60% e il -100% delle vendite durante il primo lockdown e una robusta ripresa nella seconda parte dell’anno. Nel complesso, il mercato è riuscito a contenere l’impatto dell’emergenza sanitaria e ha registrato solo una leggera flessione rispetto al 2019, pari al -5%, mantenendo un valore di 505 milioni di euro. Il rallentamento del settore rispetto agli anni precedenti è stato evidente anche negli altri paesi europei, soprattutto in Spagna (stabile a 420 milioni) e Francia (1,1 miliardi, +3%), mentre Germania (2,9 miliardi, +16%) e Regno Unito (2,8 miliardi, +10%) hanno mantenuto una crescita significativa. Il boom dell’e-commerce ha dato una spinta al canale degli e-retailer, che sono cresciuti del 20% raggiungendo quota 180 milioni di euro, pari al 36% del mercato. Più penalizzata, invece, la filiera tradizionale con un -17 per cento. È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano.

Centroedile Milano investe nell’home design

Il gruppo Centroedile Milano, attivo nella grande distribuzione del settore edile, si amplia con la divisione Home per puntare anche al mondo della ristrutturazione e delle finiture per la casa. Il Gruppo, che ha superato nel 2020 i 38 milioni di euro di fatturato, opera con 17 punti vendita dislocati tra Milano, Como, Lecco, Monza Brianza Il Gruppo, che ha superato nel 2020 i 38 milioni di euro di fatturato, opera con 17 punti vendita complessivi dislocati tra Milano, Como, Lecco, Monza Brianza.

Tiene l’industria dell’elettrodomestico

I grandi elettrodomestici chiudono l’anno con una sostanziale tenuta, segnando in Italia una crescita maggiore a valore che a volume (rispettivamente +0,8%, +0,3%) e registrando un +2,2% a volume sulle vendite all’estero. I dati di Applia Italia, relativi ai singoli trimestri del 2020, evidenziano una iniziale caduta seguita però da una ripresa: ai primi due trimestri di grande riduzione dei volumi (-16,1% e -26,6%) sono seguiti due quarter di piena ripresa (+19,6%, +26,3%).

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attualità

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attualità di Paola Cassola

Le città all’appuntamento con la TRANSIZIONE ENERGETICA Priorità dell’agenda politica mondiale è lo sviluppo sostenibile, inteso come ricerca di compatibilità tra lo sviluppo delle attività economiche e la salvaguardia dell’ambiente, dei territori e delle comunità. Motore di questo processo le città, sostenute dalle multiutility.

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anno il controllo su numerosi servizi essenziali come luce, gas, acqua e rifiuti. Ma i loro ambiti di intervento si sono ampliati sempre più, tanto da trasformarle in un vero motore di sviluppo sostenibile nelle comunità in cui operano. Sono le ‘multiutility’: società, spesso quotate, diretta emanazione degli enti locali a cui si affiancano però anche azionisti privati. Negli ultimi tempi stanno vivendo una fase di crescita che nemmeno la pandemia ha ostacolato. A dimostrarlo le numerose iniziative messe in campo dai big del settore.

RILANCIO SOSTENIBILE Le multiutility giocano un ruolo cruciale nel processo di crescita sostenibile delle diverse aree del Paese, come dimostra lo studio “Il ruolo chiave delle multiutility per il rilancio sostenibile dei territori italiani”, realizzato da The European House-Ambrosetti in collaborazione con A2A. Nello studio si legge, infatti, che gli ambiti di attività di queste società presidiano le dimensioni chiave della transizione (Energia, ambiente e ciclo idrico i tre pilastri) verso un paradigma di sviluppo sostenibile, permettendo di dare un contributo significativo al raggiungimento degli obiettivi introdotti dall’Agenda 2030 dell’Onu. Promuovono, inoltre, soluzioni tecnologiche per creare le ‘smart city’, adottando modelli di economia circolare. Il settore delle multiutility, secondo le rilevazioni di Istat, è tra tutti i segmenti economici, quello con la più alta quota di imprese che hanno avviato azioni per ridurre l’impatto ambientale, il secondo settore per quota di imprese che hanno avviato azioni per migliorare il benessere lavorativo e per sostenere o realizzare iniziative a beneficio del tessuto produttivo del territorio e il terzo settore per quota di aziende che hanno avviato azioni per sostenere o realizzare iniziative di interesse collettivo.

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attualità

Le multiutility si apprestano, inoltre, a giocare un ruolo significativo nell’attuazione del piano dell’Unione Europea Next Generation EU, la cui dotazione finanziaria (750 miliardi di euro) dovrà essere per il 30% destinata a investimenti green. “Le multiutility sono una leva chiave per dispiegare il Green Deal e attivare investimenti in infrastrutture virtuose utili per il Paese - afferma Marco Patuano, presidente di A2A -. Le imprese devono però avere un ruolo proattivo nello sviluppo di progettualità concrete per attrarre i finanziamenti europei”. ENERGIA, AMBIENTE E CICLO IDRICO PER LA TRANSIZIONE ENERGETICA L’Italia, secondo lo studio, nella gestione dei tre pilastri alla base della transizione energetica, è lontana dalle performance europee. Sul fronte Energia rileva un gap di oltre 7 punti percentuali che andrà colmato aumentando la potenza installata rinnovabile nella generazione elettrica, processo ostacolato dal gap impiantistico: ai ritmi attuali, il gap di potenza installata sarà di circa 2.200 MW al 2025 e di circa 2.400 MW al 2030 per l’eolico e addirittura di 3.700 MW al 2025 e di oltre 23.000 MW al 2030 per il fotovoltaico. Considerando l’Ambiente, molti territori sono lontani dagli obiettivi vincolanti del 10% dei rifiuti urbani conferiti in discarica al 2035 e del 70% dei rifiuti urbani oggetto di raccolta differenziata al 2030, fissati dal Circular Economy Package della Commissione Europea. Infine, il problema del Ciclo idrico è la rete infrastrutturale obsoleta (il 60% delle infrastrutture ha più di 30 anni e il 25% più di 50 anni) con la metà dell’acqua distribuita che viene dispersa. “Il gap nei tre settori va colmato con urgenza - commenta Renato Mazzoncini, AD di A2A -. Il piano industriale del nostro Gruppo, che sarà per la prima volta decennale, ambisce a favorire la transizione sostenibile con investimenti in infrastrutture strategiche per la crescita del Paese”. A2A E SNAM (CON FNM) PER L’HYDROGEN VALLEY Tra le mosse più recenti e significative dei big del settore in tema di sostenibilità e innovazione, rientra l’accordo di cooperazione tecnologica firmato da A2A con Snam per sviluppare il ruolo dell’idrogeno nella produzione elettrica e nelle reti di distribuzione. Primo step sarà la valutazione di fattibilità di progetti per la conversione delle centrali termoelettriche da carbone a gas naturale, idrogeno o miscele gas naturale/idrogeno. Un accordo simile è stato raggiunto tra Snam ed Hera per il territorio emiliano-romagnolo con l’obiettivo di sperimentare e poi realizzare soluzioni in grado di dare risposta alle esigenze di decarbonizzazione del territorio in maniera trasversale, dalle realtà produttive fino alla mobilità e ai singoli cittadini. In Lombardia, intanto, A2A con Snam e Fnm – Ferrovie Nord Milano ha siglato un memorandum d’intesa per la mobilità a idrogeno verde. L’accordo, sottoscritto dal presidente di Fnm Andrea Gibelli, dall’AD di A2A Renato Mazzoncini e dall’AD di Snam Marco Alverà, mira a studiare modalità di fornitura e rifornimento di idrogeno da fonti rinnovabili e dal recupero di materia per alimentare i nuovi treni della linea BresciaIseo-Edolo. Il piano, denominato H2iseO, consentirà di dar vita in Lombardia, alla prima ‘Hydrogen Valley’ italiana, dotandola, a partire dal 2023, di una flotta di treni a idrogeno e delle relative infrastrutture. “I treni - commenta Alverà - rappresentano la prima applicazione nella quale l’idrogeno verde sarà competitivo e saranno uno dei primi passi nella creazione di una filiera nazionale dell’idrogeno, che potrà garantire nuove opportunità di sviluppo e occupazione. Abbiamo quindi previsto, nel piano 2020-2024 di Snam, investimenti per circa 150 milioni di euro per lo sviluppo di sistemi di rifornimento dedicati”. L’obiettivo è estendere, entro il 2025, la soluzione a idrogeno anche al trasporto pubblico locale per una decarbonizzazione dell’intero sistema di trasporto, offrendo opportuni20

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tà in questo senso anche alla mobilità privata, grazie alla versatilità delle stazioni di rifornimento. “L’iniziativa – spiega Gibelli – è parte di un disegno più articolato che punta alla creazione di servizi di mobilità costruiti secondo criteri di sostenibilità ambientale, economica e sociale. Il progetto H2iseO ha l’ambizione di diventare un modello da replicare in altre aree del Paese”. “L’idrogeno – aggiunge Mazzoncini – potrà avere un ruolo fondamentale nel favorire la transizione energetica per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo europeo di emissioni di CO2 zero al 2050”. LA REC DI SORGENIA COME MODELLO SCALABILE Un interessante progetto di economia circolare su cui punta Sorgenia è la realizzazione di comunità energetiche rinnovabili (Rec) in grado di produrre l’energia (100% green) necessaria per soddifare il fabbisogno del territorio in cui si trovano. Protagonisti della prima comunità energetica della digital energy company, che ha l’obiettivo di promuovere l’autoconsumo collettivo, sono alcuni edifici pubblici di Turano Lodigiano e Bertonico. Qui, l’energia prodotta soddisferà il fabbisogno dei due Comuni e quella in eccesso sarà messa a disposizione di alcune famiglie. Il tutto senza gravare sulla rete nazionale. “Le comunità energetiche sono l’esempio di come il digitale possa trasformare il mondo dell’energia – afferma l’AD di Sorgenia Gianfilippo Mancini -. Puntiamo a stimolare attivamente la nascita di Rec, individuando i distretti più adatti e progettando soluzioni su misura”. Anche l’impianto di Marcallo di Sorgenia, in provincia di Milano, sarà realizzato seguendo una logica ‘circolare’: grazie all’investimento di circa 20 milioni di euro, l’impianto potrà produrre energia rinnovabile a partire dalla frazione organica del rifiuto solido urbano (Forsu) che, anziché andare in discarica, sarà trasformata in biometano 100% eco-sostenibile. Gli unici sottoprodotti di questo innovativo processo saranno un combustibile solido di alta qualità, che potrà essere utilizzato nell’industria in sostituzione di carbone o petrolio, e un fertilizzante di qualità, privo di inquinanti. La tecnologia adottata consentirà di produrre, a parità di frazione organica, una quantità di biometano maggiore. L’investimento farà capo a una società controllata da Sorgenia (75%) e partecipata da Agatos (25%), società operante nell’impiantistica per la produzione di energia da fonti rinnovabili, e vedrà la partecipazione di una filiera tutta italiana. Il progetto che, per Mancini “garantisce la completa circolarità e si candida a essere punto di riferimento nel settore delle bioenergie”, avrà ricadute ambientali positive sul territorio anche grazie alla realizzazione di opere di protezione dal rischio idrogeologico e all’utilizzo di biomassa proveniente dalla manutenzione boschiva delle aree circostanti. L’intervento va incontro agli obiettivi di crescita delle rinnovabili definiti dal piano nazionale energia e clima (Pniec), e risponde all’esigenza dell’Italia di dotarsi di strutture per lo smaltimento dei rifiuti organici, in continua crescita. Tra i progetti eco-sostenibili della multiutility rientra anche la mobilità elettrica, con la condivisione in azienda di un parco di veicoli elettrici gestiti dalla piattaforma di mobilità progettata da GaiaGo e che permetterà di diminuire le emissioni di C02, ridurre il traffico e il numero di veicoli sulla strada. “Questo progetto identifica un nuovo paradigma in termini di mobilità - dice Alberto Bigi, chief of innovation & development di Sorgenia -. Il futuro non sarà semplicemente rappresentato dall’uso sempre più diffuso di auto elettriche, ma anche dalla consapevolezza che serviranno sempre meno macchine e potranno essere usate da più persone in base alle reali necessità”.

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attualità di Valentina Dalla Costa

La CITTÀ del FUTURO. Digitale, inclusiva e sostenibile Per essere Smart una città non deve semplicemente essere digitalizzata, ma includere anche parametri legati all’inclusività e alla sostenibilità. Milano, ad oggi, è al vertice della classifica tra tutte le città italiane prese in esame.

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l percorso di trasformazione verso la città 4.0 viene definito da parametri che possano considerarla intelligente, digitale, inclusiva e sostenibile. Secondo ICity Rank, rapporto nazionale italiano elaborato annualmente da FPA – ForumPA, delle 107 città capoluogo prese in esame, Milano si posiziona al primo posto. Classifica stilata a partire da 6 indici che corrispondono alle 6 dimensioni che misurano la qualità urbana: solidità economica, mobilità sostenibile, tutela ambientale, qualità sociale, capacità di governo e trasformazione digitale. LA SMARTNESS DI MILANO NEL CONFRONTO EUROPEO Punto nevralgico è l’allineamento e il confronto non solo del capoluogo meneghino col resto dell’Italia, ma con il resto d’Europa. “La definizione di Smart City non è ovvia – spiega Gioia Ghezzi, vicepresidente Assolombarda con delega a Sviluppo sostenibile e Smart Cities, Board member EIT (European Institute of Innovation and Technology) e Presidente della ‘Milano Smart City Alliance’ – e cambia a seconda degli interlocutori. Noi siamo partiti dal concetto per cui definire una città ‘smart’ significa parlare di una città più semplice e piacevole da abitare sia per i cittadini che per le imprese. In questo senso si includono quindi tutti gli aspetti ambientali e sociali di equità. Siamo orgogliosi del traguardo raggiunto da Milano, anche se il percorso è ancora lungo ed è importante per questo il confronto internazionale”. Il Booklet Smart City, nato in collaborazione tra Assolombarda e EY, monitora da un punto di vista quantitativo come Milano interpreta e realizza la ‘smartness’ urbana, confrontandola con 4 città capoluogo delle regioni manifatturiere maggiormente produttive a livello europeo, simili per ruolo e vocazione economica: Barcellona, Lione, Monaco e Stoccarda. “Sono città industriali – continua la Ghezzi – e

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gli indicatori utilizzati aiutano a definire quando una città può considerarsi ‘smart’. Se ci focalizziamo sul territorio nazionale invece, non esiste una ricetta universale: serve adattare la definizione al territorio preso in esame. Non possiamo credere che Milano sia l’unica Smart City italiana, città come Torino e Bologna hanno condotto attività interessanti. Il tema che le accomuna tutte è far recepire l’importanza di unire le forze tra pubblico e privato. Solo così si genera innovazione”. E’ di recente formazione la Milano Smart City Alliance, costituita da Assolombarda insieme a 9 imprese (A2A Smart City, Accenture, ATM, Cisco, Coima, Enel X, IBM, Siemens, TIM) che insieme stanno lavorando per costruire la città del futuro, ideando progetti catalizzatori e sostenendo iniziative per promuovere un modello di sviluppo urbano basato su innovazione, sostenibilità e collaborazione. “I progetti vanno dal tema delle Near Working Communities per favorire il lavoro vicino alla propria abitazione alla Cyber Security, dalla mobilità legata alle data towers e alle mobility platform sino a progetti relativi a Smart District e Living Hubs. Puntiamo poi a portarli a Expo Dubai 2020”. L’INTELLIGENZA DELLA CITTÀ NEL RAPPORTO COL CITTADINO Il vero passo avanti per Milano, indubbiamente modello virtuoso per il resto del Paese, è avvenuto grazie al policentrismo. Non esiste più solo un centro nevralgico, ma diversi. Jacopo Bargellini, Business and innovation strategic consultant, punta a una riflessione sul nuovo modello urbanistico della città. “La Smart City non deve partire dal tema della digitalizzazione – afferma – ma dalla ‘fisicità’ e dalla relazione, dalle compenetrazioni nel tessuto urbano in cui si generano possibilità. La città del futuro è una città che non parla di spazi, ma di luoghi. Lo spazio è quel volume libero che sta tra due luoghi, ed è quindi privo di senso. Urge trasformare gli spazi in luoghi, che così acquisiscono significato”. Altra parola chiave è ‘diffusione’. “Abbiamo in Italia una vasta quantità di borghi, alcuni abbandonati e trascurati. Lo sviluppo verso l‘innovazione passa anche dal concetto di abitare diffuso nei borghi, tendenza forse accelerata dalla pandemia”. Luoghi, i borghi, in cui non è necessario dare senso al contesto, ma dove urge puntare sui servizi offerti. “La tecnologia è necessaria, ma deve fungere da mero strumento – continua – Il digitale è il mezzo, non il fine per diventare una Smart City”. MOBILITÀ VERTICALE Domenico Gagliardi ha iniziato un paio di anni fa ad approfondire il tema della Urban Air Mobility. Oggi è fondatore e presidente di Walle, startup nata nel 2019 che mira a lanciare entro il 2025 il primo servizio di airtaxi per trasporto di persone. Perché parlare di mobilità aerea? “Le città soffrono di un problema di fondo – dichiara -. Oggi sono ancora costruite attorno alle auto. In un futuro non troppo lontano però, i veicoli andranno a sparire perché nei grandi centri urbani, come Roma o Milano, ci si può tranquillamente muovere senza l’auto privata. Entro il 2030 la maggior parte della popolazione abiterà in città: serve dunque ripensare il contesto urbano anche secondo nuove logiche di trasporto. Da quello su gomma a livello strada o su binari sottoterra, dobbiamo prendere in considerazione anche il cielo”. La mobilità del futuro si baserà sull’intermodalità, ovvero l’utilizzo di più mezzi di trasporto per un unico viaggio. “Walle si inserisce all’interno di un contesto legato alle Smart Cities collegando punti strategici delle città: il centro con l’aeroporto, la stazione ferroviaria con il porto più vicino o gli snodi autostradali principali. Il tema dell’air mobility mette sul piatto la sfida infrastrutturale – continua – e il mercato necessita dei vertiporti, paragonabili all’aeroporto per gli aerei o alla stazione per i treni: questa è la base per i velivoli del futuro (chiamati EVTOL, Electric Vertical Take-off and Landing), che modificherannno in modo significativo il collegamento delle grandi città verso l’esterno”. 26

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attualità di Maria Elena Molteni

AGEVOLAZIONI fiscali, certificazioni, internazionalizzazione. L’agenda delle priorità del comparto ARREDO Un Esecutivo sensibile a vagliare quelle che sono per ogni settore le vere urgenze deve prendere in considerazione le tematiche dirimenti per il settore del Legno Arredo. Che i presidenti di FederlegnoArredo e Assoluce qui elencano.

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na campagna vaccinale serrata, ma anche pari attenzione alla ripresa delle attività economiche, perché quando si uscirà dalla crisi sanitaria una eventuale, successiva e strutturale crisi economica non si rifletta nuovamente sulla salute del Paese. Il presidente di FederlegnoArredo Claudio Feltrin e di Assoluce, Carlo Urbinati, disegnano la cornice entro la quale si muove il comparto e il quadro di esigenze e urgenze da mettere sul tavolo del Governo. I vaccini, dunque, sono “la priorità assoluta”. Anche per la ricaduta economica: “le prime nazioni che riusciranno a uscire dalla pandemia – sottolinea Feltrin – avranno uno sbocco più facile per uscire dalla crisi. Chi invece ne uscirà in ritardo, sarà ancora più penalizzato”. E’ necessario dare vita a un sistema che non sia di emergenza, ma stabile e strutturale “che consenta il mantenimento del ciclo di vaccinazioni che diventerà consueto e necessario. Dunque quello che chiediamo al Governo è fare ripartire l’economia che è la cosa più importante e la sedimentazione di questo sistema perché non sia più emergenziale, ma strutturale perché se il prossimo anno, nel pieno del rilancio, dovessimo ricadere di nuovo in una pandemia sarebbe drammatico”. PERDITE LIMITATE, MA NON PER TUTTI Certo è che il comparto non ha più di tanto sofferto la crisi. Non tutto l’asse della filiera. Pesante il calo per il contract e settori specifici, come quello degli allestimenti. Ma le aziende più orientate alla casa, al residenziale, hanno tenuto e chiuso il 2020 con debolissime contrazioni. “Il lockdown e le chiusure successive, anche se meno ‘pesanti’, hanno portato a riscoprire la centralità della casa e con essa la voglia di rinnovare gli ambienti domestici. Si è scoperto che vivere in un ambiente confortevole è più piacevole”. Ecco perché la spinta agli acquisti ha portato a chiudere lo scorso anno “con una perdita molto limitata, vicina al

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pareggio con il 2019”. Anche per Urbinati, a cui come consigliere è stata conferita la delega a Innovazione e Internazionalizzazione, “i numeri mostrano una situazione meno pesante di quanto si potesse temere un anno fa. Non per tutti, non si può generalizzare. Nel comparto luce credo di poter dire che molti hanno fatto meglio della media della Federazione nel suo complesso. Il Mobile ha avuto risultati inferiori ai nostri ma, del resto, esporta meno di noi che portiamo all’estero il 75% della nostra produzione e, dunque, siamo meno legati alle vicende di un solo paese. Siamo stati in grado di ripartire su più Paesi, in periodi diversi anche di massima difficoltà”. E’ evidente che all’interno del comparto va fatto un distinguo “tra chi lavora per il pubblico, per il decorativo, per il residenziale che ha avuto buoni risultati, e chi lavora per il progetto. Chi è troppo sbilanciato su quest’ultimo non è stato affatto contento. Dunque, la situazione in generale non è stata così negativa, come si poteva tenere, ma non è generalizzata” sottolinea Urbinati. Un “testacoda” per il contract evidenzia Feltrin che però si domanda come sarà, quando avremo la possibilità di tornare alla normalità: “vedremo. Di certo ora un ripensamento c’è stato. Assisteremo probabilmente a un riequilibrio, torneremo a ritrovarci. La riflessione attuale sul nostro modello di vita a cosa porterà non sappiamo esattamente”. INCENTIVI DA MANTENERE, ANCHE NEL PROSSIMO FUTURO Ma intanto cosa serve per non spegnere i motori del settore? Va detto che gli incentivi messi in campo dall’esecutivo “hanno aiutato molto” sottolinea Feltrin. “Passare da 10mila euro del bonus Mobili a 16 mila euro ha consentito l’accesso a una classe di qualità superiore, ha aiutato a sostenere la domanda”. Il combinato disposto tra “la riscoperta della casa con gli incentivi” ha avuto un effetto “sicuramente positivo”. Dunque, l’auspicio è che l’aiuto venga prorogato anche in considerazione del fatto che il patrimonio edilizio in Italia è in gran parte di proprietà e “per questa ragione è statico. Il fatto che ci sia un incentivo per le ristrutturazioni - nota Feltrin – è molto importante perché se il nuovo non avanza per le ragioni note, è ben che ci sia una spinta a rinnovare quello che è il patrimonio edilizio nazionale”. E il rinnovo degli ambienti porta con sé anche il rinnovo dell’arredo”. Escluso dal bonus e incentivi, invece, il comparto luce. Che torna a chiederli: “il superbonus – sottolinea Urbinati - prende in considerazione altri aspetti. Si tratta di un’operazione che correttamente vuole ammantarsi di una caratteristica win - win. Vince chi gode del superbonus, ma anche l’ambiente. Una visione condivisibile, ma che non ha coinvolto gli impianti elettrici. Abbiamo proposto di allargare la visione, di leggere quali possono essere i risparmi energetici che si possono realizzare con gli aggiornamenti degli impianti e non solo con le fonti luminose, con l’elettronica che consente di abbattere i consumi. Porterebbe un grande beneficio anche in termini di efficientamento e dunque di un migliore uso della risorse energia. Se a questo aggiungiamo il fatto che c’è la possibilità di collegare la potenza luminosa, attraverso sensori, con la luce esterna e dunque garantire sempre un corretto livello di illuminamento, viene da sè che i benefici potrebbero essere enormi, soprattutto negli uffici”. Un tema, dunque, anche e soprattutto di sostenibilità. SOSTENIBILITA’ MOTORE DI CAMBIAMENTO E la sostenibilità anche secondo Feltrin “diventerà il motore del cambiamento nel nostro sistema industriale. Una strada non facile che dovremo intraprendere in modo trasversale”. Secondo il presidente di FederlegnoArredo “c’è una direzione ben chiara, sottolineata anche dall’Europa con il Green Deal, rispetto alla quale noi come federazione dobbiamo sensibilizzare i nostri associati. Ma non basta. Dobbiamo a anche mettere a disposizione strumenti e uffici che aiutino nella redazione dei piani e nella richiesta di accesso alle risorse”. La ‘obbligatorietà’ del percorso, Feltrin lo spiega così, come: “un treno che se perdiamo 30

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molto difficilmente riuscire a recuperare. Chi per primo, nell’arco del quinquennio, riuscirà a mettere a terra piani di sostenibilità, potrà raccogliere dal mercato a prezzi leggermente superiori o con una marginalità superiore. Ma questo – avverte - sarà per un periodo breve. Quando la sostenibilità sarà lo standard, si perderà il vantaggio competitivo di essere stati tra i primi”. Ma c’è un tema e cioè come si dimostra al mondo di essere sostenibili: attraverso un sistema di certificazioni, che è costoso. La federazione ha valutato che il costo medio di un ufficio preposto alle certificazioni si aggira intorno ai 500mila euro l’anno. “Una spesa che una grande azienda può sostenere, una piccola no”. Eppure è necessario, perché “quello che una volta si riconosceva come un buon prodotto, per la sua stessa manifattura e che era più che sufficiente, oggi senza certificazione, ha meno valore e addirittura, in molto casi, non puoi esportare. Diventa uno strumento di guerra commerciale”. Un tema esiziale soprattutto per il comparto luce. “Ci sono molti mercati non secondari – ricorda Urbinati - come la Cina, la Russia, l’Arabia Saudita, dove se non si ha la certificazione non si entra. E mediamente funziona, purtroppo. Il Governo potrebbe proseguire e sistematizzare quegli incentivi per convincere quanti sono impegnati su quei mercati ad affrontare questo enorme mal di pancia che non coinvolge solo la questione del costo: per ogni apparecchio, la certificazione non solo richiede determinate caratteristiche, ma anche che sia assemblato con materiali che a loro volta siano stati certificati”. Questo significa che il comparto luce si trova costretto “a rispondere moltiplicando le produzioni con complicanze e costi incredibili”. LE CERTIFICAZIONI, UN FATTORE COMPETITIVO “Il tema – chiosa Urbinati - sta diventando davvero ostico, perché sistematicamente un paese si inventa una nuova certificazione. Ha compreso che ci può fare dei soldi e usarlo come blocco alle importazioni, di fatto una barriera non doganale”. E se pensiamo che “il 75% del fatturato in Assoluce è destinato in media all’export” è chiaro che il rischio è di andare a “toccare le fondamenta che possono rendere difficile la sopravvivenza di buona parte della nostra produzione”. In questo caso dunque il Governo “oltre a supportare le aziende affinché si certifichino”, potrebbe “aggiornare il concetto strumentale di sicurezza. Nessun paese è armonizzato con quello vicino. Come è possibile che una cosa non sicura da una parte e lo sia dall’altra? Allora, fatta salva la sicurezza che non si discute, servono capisaldi che stabiliscano una volta per tutte che un determinato prodotto è sicuro perché realizzato da una società certificata in questo senso”. “Teniamo presente che l’internazionalizzazione fa parte del nostro Dna. Il legno-arredo importa materiale povero e lo trasforma in prodotto pregiato: questo ci consente di generare quasi 9 miliardi di differenziale tra import ed export in positivo, il più altro rispetto a qualsiasi altra filiera Se le aziende - aggiunge Feltrin - non sono messe nelle condizioni di fare agevolmente questo passaggio cruciale e costoso, il rischio è quello di perdere competitività: non tanto perché non sappiamo fare il prodotto, ma perché facciamo un prodotto di eccellenza e poi non sappiamo difenderlo”. Feltrin spiega infine di avere “riscontrato nell’interlocutore politico una sensibilità che forse prima era diversa”. E ribadisce la richiesta di consentire al più presto la riapertura dei negozi: “il rischio, in questa fase, è che se si spegne un’azienda non riesca a riaccendersi più”.

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Pausa Salone, occasione per ripensarlo Due anni senza il Salone del Mobile fisico nel mese di aprile si fanno sentire. L’incertezza intorno alla data di settembre ancora di più. La pandemia non ha travolto il business come è avvenuto per altri settori. Non nel residenziale almeno. Ma stringere mani, toccare i prodotti, vivere il sistema Milano nel confronto con tutti gli stakeholder è ciò che al più presto deve tornare a essere normalità. La ‘pausa’ serve a ripensare i paradigmi stessi che sostengono la fiera. A partire dal digitale. APRILE/MAGGIO 2021 PAMBIANCO DESIGN

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Maria Porro

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dossier di Maria Elena Molteni

DIGITALE, secondo motore del SALONE del MOBILE che verrà Come una seconda gamba, un secondo motore dell’aereo, la piattaforma digitale che il Salone del Mobile presenterà a breve agirà a supporto e in stretta interazione con la manifestazione fisica.

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e ne avvertiva da tempo il bisogno, ma la pandemia, ancora una volta, e soprattutto l’incertezza che ha ruotato intorno alla possibilità di fare o non fare una manifestazione nel corso del mese di settembre, ha impresso una forte accelerazione alla sua realizzazione. La piattaforma digitale del Salone del Mobile di Milano, ancora in fase di implementazione ma quasi pronta al debutto - in quella che evidentemente sarà la sua prima release – arriva in “un momento delicato e complesso. Soprattutto perché lo scenario che abbiamo di fronte oggi non è quello che lo scorso autunno avevamo previsto” evidenzia Maria Porro, presidente di Assoarredo, l’associazione interna a FederlegnoArredo, che raccoglie i produttori di mobili, imbottiti, cucine e complementi, e che in questi mesi ha lavorato a stretto contatto con le aziende per mettere a fuoco i “punti critici, i nodi da sciogliere” da condividere con l’organizzazione del Salone, “per affrontarlo nel modo più corretto”. SI PARTE DALLA CHECK LIST, COME PRIMA DEL VOLO Una sorta di “check list che guarda sia agli aspetti logistici e organizzativi, sia all’apertura del Salone e ai relativi protocolli di sicurezza”. “Da qualche parte dobbiamo ricominciare e, dovendo scegliere da dove, sarebbe bello se il punto di ripartenza fosse il salone. E’ auspicabile per tutti che lo sia” chiosa Porro. “Poi le aziende devono continuare a fare il loro lavoro: creare cose belle e proporle al mercato. Ma la mancanza del Salone si sente e si farà sentire. Quello che abbiamo fatto come associazione è stato raccogliere e fare da cinghia di trasmissione, da momento di contatto costruttivo”. Ad oggi, alcuni dei punti sono ancora irrisolti, evidenzia il presidente di Assoarredo, che fa appello da una parte alle grandi aziende e alla “propensione a mettersi in gioco e

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correre anche dei rischi e” contemporaneamente al Salone che “ha il dovere morale di tutelare le piccole aziende”. Perché l’obiettivo, in fondo, è uguale per tutti: “qualunque sarà il momento di ripartenza, dovrà avere una forza incredibile”. DIGITALE OPPORTUNITA’ PER I PICCOLI In questo senso, il digitale può essere una risposta. “Noi lo aspettiamo come l’acqua nel deserto” assicura Porro, spiegando che “rappresenta anche una grande opportunità per i piccoli e per chi non ha showroom in città”. Ma a che punto è la realizzazione della piattaforma? “Siamo in una fase di onboarding di tante aziende, per arrivare, nell’arco di un mese, ad avere caricate tutte coloro che hanno scelto di aderire alla manifestazione di settembre”. Attualmente (fine marzo, ndr) “sono 150 le aziende che hanno iniziato a caricare i contenuti e seguirà un onboarding incrementale”. L’obiettivo è arrivare, entro un mese, a 1500 aziende in piattaforma. La quale “non è pensata solo per presentare prodotti, ma per offrire servizi. Non esiste al momento qualcosa di simile al mondo” tiene a sottolineare il presidente di Assoarredo. “La sua anima sarà B2B e B2C. Sarà un grande media interattivo, come un ‘cinque assi’”, spiega Porro con un paragone perfettamente in tema col settore. Un robot, dunque, che ha la possibilità di lavorare contemporaneamente su più assi, e, dunque, le aziende di design, la community, la fiera… tutti gli attori del sistema. E ognuno potrà comunicare con gli altri. L’intera piattaforma verrà aperta e rilasciata a step successivi. Quello che verrà proposto per settembre, indipendentemente dalla fisionomia che avrà la manifestazione fisica, sarà uno “strumento di visibilità, dove promuovere eventi virtuali, attiva tutto l’anno”. UNA FIERA TUTTO L’ANNO E proprio questa è la chiave di lettura principale dell’intero progetto: la possibilità di tenere alta l’attenzione per l’intero corso dell’anno”, senza nulla togliere, anzi supportando l’evento fisico, che continuerà ad avere cadenza annuale, così conservando una “ciclicità essenziale” alle dinamiche della produzione e distribuzione. Per altro, fa notare Porro, “esistono altre fiere e altri momenti internazionali” successivi al salone, ma “l’onda parte dall’appuntamento di Milano”. Il Salone del futuro dovrà anche “tornare all’essenziale”, ritrovare una sua “sobrietà”, evidenzia Porro. “Della qualità bisogna fare esperienza, non la si può comprendere attraverso uno schermo. Serve una rappresentazione corale, avere la possibilità di toccare con mano. E poi, soltanto così noi aziende riusciamo a posizionarci dove vogliamo rispetto agli altri e alla città”. E il ruolo della città di Milano che tanto ha dato e tanto ha ricevuto dal Salone? “La relazione con quello che sta fuori dal Salone per Assoarredo è fondamentale, perché riempie di vita tutto. E’ il mix delle due cose che è importante”. Ma, avverte Porro, “il ruolo fondamentale della città, adesso, è sciogliere il nodo dei trasporti, della logistica e dell’ospitalità. La città di Milano, se vuole darci una mano, è su questo che si deve concentrare”. Anche perché, a ben vedere, tra tutti i costi che un’azienda deve sostenere, quello dello stand in fiera “non è la voce principale”. Incidono moltissimo anche, appunto, la logistica e l’ospitalità. “Penso che sia importante – conclude Porro - che così come le aziende stanno facendo un grande sforzo, anche gli alberghi e tutte le strutture ricettive devono iniziare a giocare in squadra con noi”. Insomma, come per tutte le fasi di cambiamento, il passaggio al post covid e, indipendentemente, la transizione verso il Salone del domani non sarà un on/off, richiederà tempo, riflessione, possibilità di mettere in campo i passi giusti, perché diventino strutturali.

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dossier di Maria Elena Molteni

SALONE del MOBILE, un brand che non ha eguali e va difeso. RINNOVANDOLO Insostituibile? Sì. Il Salone del Mobile di Milano rappresenta un punto fermo per gli operatori mondiali del settore. Ma. C’è un ‘ma’, che la pandemia ha esploso, in questo secondo aprile orfano della manifestazione.

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iò che del Salone del Mobile funzionava si sente la mancanza. Ciò che non funzionava ha manifestato tutta la sua urgenza di cambiamento. Un margine di potenziale inespresso che lascia ben sperare nel futuro. La possibilità di fare o non fare il Salone del Mobile a settembre 2021 ha tenuto le aziende con il fiato sospeso, esploso una serie di dubbi ma anche di certezze. La prima: il desiderio, e la necessità, di tornare al contatto fisico con le persone e con il prodotto. La seconda: che si può sopravvivere anche senza, ma per un tempo limitato ed emergenziale. La terza: che è e sarà sempre più uno spazio utile e necessario per consolidare il primato del ‘sistema Italia’ a beneficio del paese e dei singoli. “RINNOVARE IL CONCETTO STESSO DI FIERA” “Penso che il Salone del Mobile rappresenti un bene che il sistema dell’arredo design deve fare di tutto per preservare” sottolinea Nicola Coropulis, amministratore delegato di Poltrona Frau, evidenziando che si tratta di una manifestazione “che, partendo dall’impianto di una manifestazione fieristica tradizionale, nel corso degli anni ha avuto la capacità di mobilitare una serie di iniziative e di attività, facendo vivere tutta la città di Milano, attivando il Fuorisalone che rappresenta una delle ricchezze del nostro settore, dando vita a iniziative culturali, e coinvolgendo anche altri settori dell’eccellenza italiana, come il mondo della moda”. Detto e sottoscritto questo, però, Coropulis si dice altrettanto convinto che “oggi si sbaglia a pensare al Salone del Mobile soltanto come a un momento fisico legato alla presenza in fiera”. Il salone è dunque imprescindibile dalla città di Milano ed è pure una nuova commistione tra fisico e digitale: “quello che la pandemia ci ha insegnato è che il nuovo mondo, APRILE/MAGGIO 2021 PAMBIANCO DESIGN

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il mondo della ‘nuova normalità’ sarà fatto di una integrazione sempre più forte”. Ben venga, dunque, una piattaforma digitale che consenta di “superare barriere fisiche e geografiche, di vivere il salone 365 giorni l’anno e di arricchire di contenuti la proposta delle aziende. Un salone che si mette al centro di questa iniziativa troverà anche un equilibrio migliore in futuro”. Un nuovo salone, dunque, che risponda a esigenze ed equilibri del nuovo mondo che verrà: “la pandemia ci ha insegnato a essere agili, reattivi ad avere sempre pronto un piano B è un piano C, sapendo dove si vuole andare e potendo così elaborare sempre delle soluzioni alternative”. Ecco allora che “Milano può continuare ad essere un momento di attrazione solo se non rimane legata a uno schema, alla centralità della fiera fisica. Poi magari gli eventi mi smentiranno e sarò ben contento di essere smentito. Ma credo che i cambiamenti ci porteranno molto più lontano di quanto non abbiamo potuto immaginare in partenza. Così ci impongono di cambiare quelli che sono i punti di riferimento: per salvare il Salone probabilmente bisogna pensare a rinunciare a qualche cosa del passato”. Si potrebbe pensare anche a “modalità nuove per attivare il salone fisico. Ad esempio – cita Coropulis – un salone diffuso sulla città di Milano con una forte integrazione tra la parte fisica e quella digitale. Chi non ha la fortuna e il beneficio di avere un negozio proprio in città, potrebbe usufruire di tantissimi spazi che si possono liberare o si sono liberati a causa della crisi. Pensiamo alle centinaia di metri quadri di uffici vuoti che tali resteranno chissà per quanto tempo”. E intanto Poltrona Frau, “avendo anche il beneficio di un grande spazio di primaria importanza e assoluta visibilità nel centro di Milano” ha deciso “di esporre fisicamente le novità in aprile. Per altro anche sovvertendo la logica della presentazione a settembre”. “Capisco la scelta degli organizzatori – chiosa Coropulis – ma una presentazione a fine anno crea un disagio logistico e produttivo. Noi abbiamo deciso di lanciare le novità in aprile, mantenendo la scadenza classica e puntando ad un supporto digitale”. In definitiva, “Milano può continuare ad essere un momento di attrazione se non resta legata all’unico schema di gioco alle centralità della fiera fisica” conclude l’ad di Poltrona Frau, ricordando che “il primo Salone, quello del 1961, non è tanto diverso da quelli attuali nella differenziazione della proposta. Solo che allora il pubblico di riferimento era prevalentemente domestico, italiano ed europeo”. Ora tutto è cambiato, con l’interesse raggiunto anche su paesi lontani. “Ma la formula è rimasta la stessa”. RICOMPATTARE SISTEMA INTORNO A DATE ED EVENTI COORDINATI Di Salone “centrale nella strategia di marketing delle aziende di design” parla Roberto Gavazzi, ceo di Boffi|DePadova, sottolineando come “ogni rinvio, spostamento o annullamento sia un evento assolutamente negativo”, anche se “magari in misura maggiore per alcuni rispetto ad altri che hanno soluzioni alternative per presentare le proprie novità di prodotto”. Quel che è certo è che “alimenta tutto il settore, crea stimoli a livello di clienti finali, di architetti, intermediari, la stampa internazionale oltre al confronto con i concorrenti e gli altri operatori del settore. E’ un turbo boost necessario per tutto il movimento”. Ecco perché “il fatto che non ci sia è una pessima notizia” e “più viene rimandato, peggio è”. Ora, “ tutti noi operatori del settore stiamo adottando delle soluzioni sostitutive o comunque di tamponamento che, ovviamente, non hanno nulla di lontanamente vicino a un Salone”. Detto questo, “sappiamo che il settore non sta andando male, anzi sta reagendo bene e assistiamo a un notevole movimento di interesse. Abbiamo potuto comunicare le novità via digitale e siamo riusciti a presentarle nei nostri negozi di Milano, Parigi, New York e Londra anche dal vero”. In assenza di ope42

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ratori stranieri in Italia, con “asiatici e americani che hanno grandi difficoltà a viaggiare e ne avranno per i prossimi mesi”, è necessario che ci si muova “in maniera diversa, evolvendo il modello originale del Salone verso un qualcosa di più flessibile”. Ma cosa esattamente? “Penso a un mix di digitale e di fisico, con il Salone in prima linea a puntare su un digitale molto forte, che facendo leva sul suo patrimonio di contatti, produca comunicazione e servizi di grande qualità. Spero in un intervento incisivo perché serve la massima capacità di saper interpretare la situazione attuale, le sfide del prossimo futuro, e non rimanere ancorati ai vecchi schemi”. Di certo, “dobbiamo ricompattarci intorno a date ed eventi ben coordinati e che hanno una buona probabilità di avere successo, da concordare con i maggiori operatori coinvolti. UNO SPAZIO E UN MOMENTO PER VENDERE IL SISTEMA ITALIA La mancanza del Salone ad aprile “non dico che non si senta, ma la viviamo come un continuum di quello accaduto nel 2020. Quindi cercheremo di implementare ulteriormente i processi di rinnovamento avviati nelle nostre aziende, tra cui la digitalizzazione. Ma credo molto nell’importanza del Salone, non tanto per il beneficio che porta alla singola azienda, quanto per la sua capacità di ‘vendere’ il sistema Italia, il sistema del design nazionale. In questo senso sono un fervente sostenitore del ruolo del Salone” spiega Giorgio Gobbi, Managing Director di Italian Design Brands. “La sola preoccupazione che ho – confessa - è che le aziende più importanti del settore inizino a pensare di poterne fare a meno”, e questo perché è evidente che “l’importanza del Salone è inversamente proporzionale alla dimensione di un’azienda. Le piccole ricevono centinaia di visitatori e addetti ai lavori trascinati dalle imprese più grandi, mentre quest’ultime stanno sperimentando nuovi metodi per presentare le collezioni. Ma a livello di sistema non è sostituibile”. Il Chairman e CEO di Idb Andrea Sasso, “pur sottolineando la grandissima importanza del Salone del Mobile per le aziende e per il sistema Italia” ricorda come, proprio a causa della pandemia, “abbiamo imparato a lanciare i prodotti in modalità digitale, con appuntamenti dedicati durante tutto l’anno. E lo stiamo facendo anche nel 2021”. Ora, “il Salone resta importantissimo, ma a prescindere della sua organizzazione, abbiamo pianificato tutta una serie di lanci che saranno scaglionati anche nel corso del 2021”. Presentazioni scaglionate nel tempo, dunque, che ricordano vicino quelle della ‘sorella’ del mobile. La Moda. “Il Covid – continua Sasso - ci ha insegnato che il Salone è importantissimo, ma indipendentemente da quando si farà, ci presenteremo tutti in maniera diversa. Le nostre aziende hanno imparato che il momento del Salone non è il lancio di tutte le novità, ma la proposta dell’immagine di un brand o di un prodotto, piuttosto che l’appuntamento in cui si promuove tutta la collezione, magari anche con modelli che poi saranno disponibili sul mercato due anni dopo. Credo che la ‘vecchia’ impostazione non si verificherà più, almeno per le nostre aziende”. FRONTE COMUNE A SOSTEGNO DEI PICCOLI Anche per Giovanni del Vecchio, CEO di Giorgetti, il Salone del Mobile rappresenta “un asset insostituibile” e la sua mancanza nel 2020 “si è sentita. Le aziende come la nostra hanno cercato di fare fronte in maniera creativa e innovativa, avvalendosi di strumenti digitali e virtuali, hanno cercato di supplire a una mancanza fisica che comunque ha lasciato il segno. Il nostro è un settore che, per fortuna, si basa molto su relazioni personali e sul contatto fisico tra il progetto e il consumatore. E per quanto immaginiamo un futuro che darà sempre più spazio al mondo digitale, la parte fisica è insostituibile. L’una senza l’altra non ha senso di esistere”. 44

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Le aziende hanno vissuto il vuoto dato dalla mancanza della manifestazione ad aprile in modo chiaramente diverso rispetto allo scorso anno: lo sapevamo, non abbiamo dovuto fare fronte a una cosa imprevista”. Intanto del Vecchio esprime fiducia nel nuovo Esecutivo guidato da Mario Draghi, ma evidenzia anche che “le aziende, non solo nel mondo del mobile, hanno bisogno di certezze e di ottenere risposte concrete ai problemi concreti che dobbiamo affrontare ogni giorno. Più l’Esecutivo riesce a dare risposte concrete e tempestive e più l’attività delle aziende risulta avvantaggiata. Nel 2020 spesso le aziende si sono fatte carico di rispondere autonomamente problematiche legate a salute, sicurezza, mercati internazionali andando ben oltre da quello che ci si dovrebbe aspettare dalla attività imprenditoriale e colmando lacune e incertezze che ci sono state”. Va pure detto, tiene però a sottolineare che quella dello scorso anno è stata “una situazione – è onesto dirlo – straordinaria, che è andata al di là della capacità di previsione di ognuno di noi”. “Credo che mai come in questo momento il nostro settore ha bisogno di unità e di capacità delle aziende di fare fronte comune davanti a una situazione difficile che privilegi l’interesse del sistema a vantaggio soprattutto delle aziende più piccole e ‘indifese’ rispetto alle problematiche di mercati internazionali sempre più complicati, piuttosto che salvaguardare l’interesse personale”. IMPORTANTE TORNARE AD APRILE, RISTABILIRE ASSETTI Daniele Lago, CEO e Head del design di Lago, parte da una premessa, e cioè che “innanzitutto siamo contenti per questa ritrovata centralità della casa, cosa che in Lago abbiamo notato anche nel primo trimestre dell’anno. Per quanto riguarda il tema Salone del Mobile, sicuramente c’è ancora incertezza, ma anche un gran bisogno di tornare a rivedersi e a rivivere un evento di questa portata. È necessario per costruire relazioni, far accrescere la distribuzione esterna e tornare a parlare con tutti gli stakeholder che compongono il nostro ecosistema, dai dealer ai distributori”. “Spostare il Salone ha sicuramente provocato disequilibri anche a livello commerciale, quindi è importante che la fiera torni ad aprile per ristabilire gli assetti costruiti negli anni. Quando tornerà, sarà sicuramente un anno speciale e positivo per tutti”. E la presentazione delle collezioni in digitale “compensa in piccola parte” la mancanza del Salone ad aprile. “Tutte le spinte digitali e tecnologiche dell’ultimo anno ci hanno certamente aiutati a cogliere anche gli aspetti positivi della questione e a non spegnere mai il dialogo con i nostri interlocutori. Per noi rimane comunque centrale la fiera fisica e sentiamo forte il bisogno di avere luoghi in cui trovarsi intorno ai prodotti veri”. MOMENTO ATTUALE SIA OCCASIONE DI NUOVA PROGETTUALITA’ “Da sempre il Salone del Mobile rappresenta per tutti gli operatori del nostro settore un’importante vetrina internazionale e un appuntamento irrinunciabile” evidenzia l’ad di Scavolini, Fabiana Scavolini, mentre esprime l’auspicio che “vi possano essere le condizioni per poter organizzare la fiera e che nell’attesa, si possa vivere questo momento come un’opportunità per rilanciare il design e il Made in Italy nel mondo, trasformando il periodo attuale in un’occasione per sviluppare nuove progettualità”. “La pandemia – sottolinea - ha imposto un cambiamento di paradigma non solo alle aziende, ma più in generale alle persone: il modo di interagire con gli altri e anche di organizzare e partecipare agli eventi si è trasformato ed evoluto. Credo resterà comunque fondamentale l’integrazione di servizi digitali all’evento fisico. Cogliendo le sfide attuali, gli enti fieristici si stanno muovendo in questa direzione andando a costituire percorsi paralleli per rafforzare e amplificare la dimensione fisica dell’esposizione. 46

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VERA SFIDA E’ MANTENERE L’UNICITA’ DELL’ESPERIENZA CHE OFFRE MILANO Secondo Stefano Rosa Uliana, CEO del gruppo Calligaris, che ha in portafoglio i brand Calligaris, Connubia, Ditre e Luceplan, per il futuro, “il Salone deve pensare ad un format che riesca a rappresentare la leadership italiana, che non è fatta solo di prodotti, ma anche dell’esperienza stessa che si vive stando a Milano. Esperienza di aziende, brand, personaggi che operano all’interno e intorno a questo mondo. Forse perderà un po’ di splendore la parte di presentazione delle collezioni, ma bisogna tenere vivo l’aspetto emozionale”. “Io di fiere nel mondo ne ho viste e non c’è dubbio che il salone sia unico: mantenere questa unicità di emozione è la vera grande sfida”. Calligaris, che sta per aprire uno nuovo spazio nel centro della città, in tutti i casi contemplerà anche la presenza in fiera, “facendo sempre attenzione agli investimenti”. Ora che “abbiamo scoperto nuovi strumenti nei quali in passato credevamo poco o per niente, e che si sono dimostrati efficaci, quando ci sarà di nuovo il salone credo che la sfida sarà trovare il giusto compromesso. Il digitale rimarrà, anche perché in occasione della presentazione si crea del materiale che si utilizza tutto l’anno. Lo scorso è stato solo l’inizio di un percorso”. Andrà trovato anche un equilibrio tra gli investimenti da indirizzare sul salone e quelli da destinare al digitale, perché “non è che si può investire il doppio. Quindi coniugare le due cose e trovare il giusto equilibrio sarà una sfida”. Oltre all’aspetto economico, però, anche quello tecnologico è altrettanto avvincente. “L’obiettivo è quello di restituire più emozionalità possibile. Bisogna andare oltre il concetto di virtual tour e creare emozioni vere intorno alla presentazione” chiosa Rosa Uliana. CONTENITORE DIGITALE CHE AFFIANCHI LE AZIENDE TUTTO L’ANNO Di “brutto colpo” legato al vuoto di aprile parla Carola Bestetti, seconda generazione di Living Divani, a capo del marketing e della comunicazione dell’azienda, “perché la vetrina del salone ha sempre un ritorno che come singole aziende non si può ottenere, per quanto grandi si possa essere. E’ la manifestazione di settore più importante al mondo che nei suoi 60 anni è riuscita a creare comunque una filiera, un indotto importantissimo per il paese intero”. E Il digitale non potrà mai sostituirsi a una esperienza al 100% fisica. Uno spazio fondamentale “anche per il livello degli interlocutori, perché si vanno a intercettare coloro che si interfacciano con questo settore anche rispetto ai developer, ai costruttori In questo senso e con questa finalità il contenitore del Salone rappresenta “una garanzia. Questa parte non è sostituibile con il digitale. Difficile, diversamente, intercettare, gli interlocutori”. Ma ora, di certo, come aziende, “dobbiamo imparare che l’implementazione digitale è una necessità. Siamo indietro mille anni luce come sistema Paese sul tema. Il digitale non sostituirà il fisico ma lo implementerà consentendoci uno scatto in avanti”. Quale sarà allora il salone del futuro? “E’ molto difficile. Non ho ancora visto il progetto definitivo del progetto digitale del Salone sicuramente diventerà uno strumento importante. E’ molto importante che il contenitore digitale sia attivato per affiancare tutto l’anno le aziende”.

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Giorgetti, Domus-Tiandi

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dossier di Maria Elena Molteni

Il SALONE dei retailer, tra spirito PIONIERISTICO e bisogno di innovare Ha una doppia valenza il Salone del Mobile per un rivenditore italiano e per uno estero. Più orientato al networking chi già risiede in Italia, alla ricerca di esperienza chi ha meno occasione di frequentare Milano e dintorni.

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iportare il salone alla sua funzione originaria, rompere gli schemi, innovare e anticipare il futuro. Questo chiedono al Salone del Mobile di Milano i rivenditori, che pure affrontano un secondo limbo nell’attesa che tutto riparta. Eppure gli affari vanno bene, il trend non è in discesa, anche senza l’appuntamento più importante dell’anno. Che se ne possa fare a meno? Certo che no. Ma è bene approfittare della pausa per ripensare ai fondamentali che hanno fatto del salone e del design italiano un motore di innovazione, cultura e business. INNOVARE, UN DOVERE MORALE “Dopo una pandemia come quella che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo, hai il dovere morale di fare qualcosa di rottura, devi avere il coraggio di innovare, magari sapendo che venderai solo pochi pezzi, ma tornerai a fare parlare di te. Quando si è il Salone del Mobile di Milano, dove tutto è nato, è un imperativo. Come lo è delle aziende che sono l’essenza stessa del salone. Ultimamente si sono viste alcune collezioni piegate alle legge del fatturato”. Simone Vago, amministratore delegato di Vago Forniture e una lunga storia di famiglia alle spalle nel mondo dell’architettura d’interni e della distribuzione, ne è certo. Questo è il momento giusto per alzare di nuovo l’asticella e tornare a fare scuola nel progetto, rompere gli schemi, fare passi avanti. La domanda che ci si deve porre è: “per chi si organizza il salone? A quale pubblico è destinato? Per un pubblico che ancora deve essere educato al gusto italiano? Che ha approcciato ora o da poco il design? “Secondo me no. Non solo, almeno. Un ruolo guida richiede coraggio e rottura degli schemi per aprire a possibilità nuove. Questo hanno saputo fare i maestri del design e le aziende con loro che hanno rischiato tutto. Questo

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dobbiamo tornare a fare”. Tanto più che il mondo, nel frattempo, ha cambiato pelle. Il Salone, per un rivenditore, non ha più la valenza di un tempo. “E’ dannoso che non ci sia, per tutti, per la città, come dannoso il fatto che non si possa viaggiare. La settimana del mobile, per la nostra azienda in particolare, ma anche per altri colleghi, è diventato un importante momento di relazioni e networking”. Insomma, qui si stringono mani e relazioni, si rinnovano quelle datate. E dopo, soltanto dopo, i progettisi concretizzano. Capita che “i grandi spender arrivino per il Salone anche una settimana prima, approfittando di MiArt, o restino anche una settimana dopo, quando cala l’attenzione sulla città che torna ai suoi ritmi naturali”. Se dobbiamo evidenziare un punto critico, infatti, “l’eccesso di movimento e afflusso di persone, pur positivo per la città e l’intero sistema, a volte rende tutto un po’ difficoltoso”. E l’alternativa digitale? Necessaria ma non può bastare a se stessa: “in un mondo totalmente virtuale io scommetto sulle relazioni umane, sulla centralità essere umano. Tutto il resto, compreso il servizio, dò per scontato che sia di altissimo livello”. RIPARTIRE DALLO SPIRITO DI EDRA E PALLUCCO DEL 1988 Ma allora come deve essere il Salone del futuro? “Di rottura per certi versi, va in parte ripensato. A Shanghai è destinato ai soli addetti ai lavori. Mi sembra un giusto approccio. Si potrebbero trovare soluzioni che prevedano l’ingresso in fiera per i soli operatori alcuni giorni e destinarne altri a stampa e pubblico. Anche il Fuorisalone dovrebbe riscoprire la purezza delle origini, tornare a essere di vera avanguardia, come fece Paolo Pallucco all’ex Mattatoio, la prima volta nel 1988. E nello stesso anno Edra, con la straordinaria presentazione dei divani di Zaha Hadid nel club più famoso dell’epoca a Milano, il Rolling Stones. I primi appuntamenti erano incredibili, innovativi, di scoperta. Oggi molti mi ricordano l’opera di Michelangelo Pistoletto del 1989 ‘Tutti designer’. Poi, se vai a ben guardare, solo quattro o cinque prodotto sono davvero innovativi. Dobbiamo scongiurare il rischio dell’appiattimento delle proposte. Non farebbe bene a nessuno”. QUESTIONE DI NETWORK, SONO I CONTATTI A FARE LA DIFFERENZA Anche per Claudio Spotti, dell’omonimo negozio milanese, il Salone del futuro “resta importante ma andrebbe in ogni caso ripensato. Noi, in particolare, non riusciamo ad andare a visitarlo molto in quel periodo. E’ il momento per pianificare incontri, relazioni. E’ principalmente destinato alla creazione del network. Soni i contatti che si creano in quel frangente a fare poi la differenza” confida. Per altro, fa notare “per noi italiani il Salone ha un peso diverso rispetto a quello che ha per le gallerie internazionali. D’altra parte i contatti con i fornitori italiani possiamo facilmente coltivarli. Possiamo a gennaio andare a Colonia dove ritrovi la maggior parte delle collezioni presentate a Milani, poi Stoccolma o Copenaghen”. Insomma, per acquisire informazioni o cercare il contatto con i produttori “non è così determinante”. Certo che se non c’è “viene a mancare il fattore essenziale delle relazioni” e “le ripercussioni chiaramente le possiamo misurare sia noi rivenditori sia la produzione”. Viene a mancare “tutto l’indotto del mercato internazionale e per la città di Milano sicuramente è molto penalizzante. Nel nostro caso vengono a mancare architetti e visitatori internazionali”. Un gap che si può in qualche modo compensare con l’online? “No, almeno se parliamo in primo luogo di vendite. Chiaramente dipende anche dal tipo di piattaforma. Noi l’abbiamo appena lanciata e siamo in progress su questo. Non possiamo ancora misurarne l’efficacia reale”. Ma a questo punto quale potrà essere il ruolo della manifestazione? “C’è spazio per tutti” chiosa Spotti. “Credo che ognuno debba essere in grado di capire dove andare rispetto a quelle che sono le strategie e la direzione del mercato. Sicuramente è vietato stare fermi. Il 50

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nostro è un settore dove ci devi mettere molto risorse, impegno e passione e gli investimenti a volte non sono proporzionati a quello che effettivamente è il ritorno”. Ma è il prezzo da pagare, in fondo, per essere i migliori. SI CRESCE PER ORA ANCHE SENZA SALONE, MA DOMANI? Anche per chi poi il design italiano lo vende in Cina, come Domus Tiandi, “il salone è un momento importante: vediamo le nuove collezioni, le tocchiamo con mano. Non è come vederle da remoto”, spiega il senior architects Guido Raffaelli. Non poterlo frequentare per il secondo anno di fila, almeno ad oggi, però, non ha avuto conseguenze sul business: se guardiamo ai risultati, il 2020 è andato “benissimo” per il nostro settore e in questo primo trimestre del 2021 stiamo davvero mettendo a segno risultati molto molto buoni e importanti. Possiamo dire che siamo cresciuti rispetto all’anno prima. Hanno visto incrementi non solo le società del mobile che rappresentiamo, ma anche quelle della illuminazione”. E ora? “andremo avanti come nel 2020, con gli strumenti che abbiamo a disposizione. Aspettiamo il 2022 di ritrovarci, vederci e reimmergerci nelle atmosfere e nelle novità di prodotto e in quelle che la settimana sa offrire”. Se, dunque, l’assenza del salone ha impattato l’aspetto più esperienziale, una ricaduta sui numeri non è quantomeno attesa. “Chiaramente non possiamo affermare che questo trend durerà per sempre. Oggi siamo in pandemia e ci si compera il divano o la lampada invece che andare alle Maldive. Quando si tornerà a viaggiare, allora tornerà anche il Salone tornerà necessario. Questa è una situazione temporanea e paradossalmente i nostri numeri - buoni - sono conseguenza della pandemia, perché ci si dedica alla casa. Anche i cinesi non possono uscire dalla Cina, perché rientrare diventa un’impresa. Viaggiano meno e comperano di più. Quando tutto tornerà come prima si ristabiliranno alcuni equilibri”. Insomma, se dal punto di vista dei numeri, salone o non salone, sembra che il settore “non sia stato colpito dalla crisi”, la manifestazione meneghina resta “un E’ dunque questo, in definitiva, ciò che essenzialmente manca. “In fiera si colgono moltissimi spunti interessanti, ma ci sono anche realtà che si scoprono fuori. Anche estreme, provocatorie, ma spesso sono quelle che maggiormente segnano i trend che si vedono negli anni successivi. Anche questo aspetto ci manca. Anche per noi che non è che vogliamo allargarci a molti altri brand, aver cognizione di tutto questo mondo nel suo insieme è fondamentale”. Perciò il Salone digitale “non potrà da solo essere sufficiente: la realtà è molto più bella di tutto il remoto che ci possa essere. Ed è giusto che ci sia, perché ci può aiutare in un momento di difficoltà a rimanere connessi”, ma non basta. Infatti siamo “oltre il concetto di prodotto, è tutta la creatività che la città sa restituire in quel preciso momento”. Ma intanto il tema, per chi viene da fuori, non sarebbe stato comunque raggiungere Milano “ma tornare in Cina”, in questo caso: quindici giorni di quarantena da trascorrere in hotel, diversi tamponi e una trafila assai severa “che francamente scoraggia i viaggi”. E in attesa del prossimo appuntamento, cosa si può chiedere oggi alla Fiera? “in sé offre già molto”, ma è inevitabile che si vada verso una integrazione tra il fisico e il digitale: “abbiamo già visto in qualche stand la realtà aumentata, si inizia anche nel reale a interagire con il virtuale, anche per rendere lo stand raggiungibile da chi non è presente. La pandemia che ha reso tutti più smart, può dare un contributo alla fiera per digitalizzarla sempre di più. Ma in tutti i casi resta un’ottima vetrina per l’Italia”.

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PLATEK s.r.l. - Professional Space, C.so Monforte, 7 Milano

OUTDOOR LIGHTING

FROG collection, design by Sara Moroni


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Milano Design Week - Fuorisalone Brera Design District

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dossier di Valentina Dalla Costa

Necessario, identitario, strategico. Il Salone del Mobile per ARCHITETTI e DESIGNER Crescere e innovare, mantenendo il punto su quanto di vincente in 60 anni di vita la manifestazione fieristica più importante al mondo del settore dell’arredo ha saputo esprimere. Migliorare sempre, ascoltando le istanze degli addetti ai lavori, ma anche della città e del Paese.

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osa funziona e cosa invece va necessariamente modificato all’interno di dinamiche ormai insediate e ritenute, fino a qualche tempo fa, stabili e sicure? I progettisti credono nell’importanza della manifestazione, che per continuare ad essere l’istituzione di riferimento internazionale quale è stata sino ad ora, deve puntare su valori quali l’inclusività, l’appartenenza al territorio e la sua valorizzazione. Inoltre, serve ripensare al momento d’incontro in presenza: no agli stand dalle dimensioni esagerate, spazio a meeting mirati con figure cardine dell’azienda. L’innovazione e la comunicazione attraverso piattaforme online non è da escludersi, ma vanno ripensate le modalità di utilizzo in modo da rendere piattaforme e web dei veri alleati di un evento fieristico, la cui natura non potrà mai prescindere da un incontro in presenza, fisico e reale, da riformulare secondo le nuove necessità delineate dal momento contingente che tutti stiamo vivendo.

MANCANZA AVVERTITA E IMPORTANZA DI UN ‘SALONE DIFFUSO’ “Da buon nostalgico, avverto la mancanza di un momento che per tutta la mia carriera professionale ha segnato come un metronomo con cadenza precisa, certe volte ossessiva, il ritmo della ricerca e della costruzione di quello che è diventato oggi il mondo del design italiano”. Marco Piva riconosce nel Salone del Mobile un’identità che nel tempo ha creato attorno a sé un forte sistema di comunicazione che parla dello spirito della città di Milano e della sua voglia di confrontarsi con il mondo intero. “Grazie al Salone del Mobile, Milano è stata proiettata in un contesto internazionale e ha rafforzato la sua posizione e la sua reputazione anno dopo anno. Pensare a un’alternativa rispetto alla presenza fisica forse è possibile, ma la fiera resta un momento e un evento importante di

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scambio, riflessione, confronto. Serve ragionare sulla sua evoluzione migliorativa in futuro, mescolando e alternando presenza con incontri online. A me piace pensarlo come un territorio fluido, fatto di interazioni, sperimentazioni fisiche con prodotti e oggetti esposti, persone che pensano, realizzano e producono quel che noi vediamo esposto. In fondo, ciò che si manifesta durante quella settimana, è una sorta di proposta interpretativa della vita e della nostra socialità nel presente: si parla di città, di urbanistica, di architettura. E’ un discorso ampio e diffuso, che incrocia tutte le latitudini della creatività”. Una proposta avanzata dall’architetto Piva è quella di prevedere un evento che possa potenzialmente durare tutto l’anno. “L’idea di un ‘Salone diffuso’ è figlia di un evento che si espande a livello temporale. – spiega – Dopo aver vissuto l’esperienza di una simulazione di spazio all’interno della fiera, posso ritrovare gli oggetti che raccontano quello stesso spazio all’interno di diversi contenitori multimediali, in grado di creare narrazioni diverse. Se il Salone del Mobile riuscisse ad esprimersi attraverso un racconto che dura tutto l’anno, potrebbe rafforzarsi enormemente. Questo, a mio avviso, è il concetto di uno spazio espositivo evoluto da perseguire”. LEGAME COL TERRITORIO IMPRESCINDIBILE Il Salone del Mobile, insieme al Fuorisalone, esistono per un motivo storico ben preciso. Nel periodo a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, ci siamo resi conto di non essere solamente dei bravi realizzatori di arredi e oggetti, o abili artigiani: il know-how italiano ha iniziato a diffondersi al di fuori dei nostri confini. In questa dinamica, il Salone del Mobile ha avuto un ruolo determinante nel raccontare la cultura industriale nazionale, così come il Fuorisalone è stato fondamentale per poter trasmettere questa eccellenza al pubblico allargato, facendo percepire così a tutti di avere un’industria forte, legata al territorio, in grado di diventare una grande ricchezza per la città di Milano. “La storia fa riflettere sul fatto che la dinamica della fiera nasce come indissolubilmente legata all’esperienza della città, fatta di una comunità locale. – ragiona Juri Franzosi, direttore generale Lombardini22 – Il fatto che negli anni si sia totalmente persa la connessione tra la comunità, la città, il tessuto urbano, e l’evento fieristico, mi porta a pensare che la fiera potrebbe essere ovunque”. La definisce ‘navicella spaziale di Rho’, e ragiona su come un non-luogo non rappresenti più la vera natura della fiera, che vede le sue radici proprio nelle Grandi Esposizioni Universali di fine ‘800, che nascevano all’interno delle città e raccontavano la storia di una comunità specifica. “Oggi si cercano dei meta luoghi per creare delle community di business lontano dai centri urbani, ma ciò rischia di trasformare il valore che produci in qualcosa di impoverito, a cui manca identità. Il Fuorisalone ha proprio questo potenziale: apre gli spazi, rende accessibili luoghi sconosciuti alla gente comune, apre le porte di studi e laboratori artigiani”. Altro aspetto importante sollevato da Franzosi è l’integrazione tra manifestazione offline e online. “Il mondo digitale rende possibile l’apertura di diverse dimensioni contemporaneamente. Dobbiamo fare uno sforzo e uscire dalla dimensione novecentesca dell’intelligenza data dalla catalogazione, sistema con cui ancora oggi sono pensate e raccontate le fiere: gli spazi sono dedicati a determinati prodotti, seguono un ordine preciso e una catalogazione, appunto. Ecco, nel 2021, finalmente ci siamo resi conto che il nostro modo di pensare, la nostra mente, non funziona più così. Il digitale potrebbe aiutarci a creare una nuova sistematizzazione, portando a una nuova organizzazione delle fiere basata sulle relazioni concrete. Se manca la comunità, non esiste alcuna sua proiezione nemmeno online. Manca l’identità”. Esiste un futuro florido per le fiere, ma paradossalmente solo se viene recuperato il loro spirito originario, aggiornato ai tempi moderni e alle tecnologie di oggi. “Il grave miss-match da risolvere sta poi nell’incontro all’interno degli stand. – continua – Non mi 56

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interessa accedere a uno spazio espositivo e dialogare con una persona qualsiasi a presidio dello stand. Voglio dialogare con i professionisti che mi interessano, e questo non è quasi mai possibile. La fiera dev’essere un momento di opportunità, altrimenti non ha senso. Il vero cambiamento dovrebbe stare nell’eliminazione di questi stand dalle dimensioni sconsiderate, per puntare invece sulla qualità delle relazioni. Voglio interfacciarmi con l’imprenditore, con chi guida l’azienda. Non servono cataloghi, non servono spazi enormi. Serve l’entusiasmo generato dalla storia di un’azienda, che automaticamente si tramuta in interesse nell’approfondire quel che quell’incontro potrà generare in termini di business”. DALLA CINA, IL DESIDERIO DI PRESENZIARE ALL’EVENTO PIÙ IMPORTANTE DELL’ANNO Lo studio di Domitilla Lepri, architetta con un portafoglio clienti internazionale e uno studio di base a Shanghai, rappresenta il punto di vista ideale per poter capire quali siano le aspettative del mercato cinese. “C’è da sempre un grandissimo interesse, sia per l’appuntamento milanese che per quello di Shanghai – afferma – e tutte le altre manifestazioni fieristiche a livello internazionale sono considerate un contorno. Il mio studio riceve diversi inviti omaggio ogni anno, che finiscono sempre molto presto. Questo è indice del desiderio di clienti e partner di visitare la fiera a Milano, a cui si collega anche l’aspetto ‘glam’ dell’evento, l’importanza di presenziare e di far parte di una comunità di professionisti. Per il mercato cinese la presenza fisica è fondamentale: toccare con mano, provare, vedere i prodotti è vitale, e genera sempre un indotto interessante”. Purtroppo per il prossimo Salone del Mobile la presenza di clienti e partner cinesi sarà nettamente inferiore rispetto agli scorsi anni, come conferma la Lepri: “Quest’anno non verranno in massa, e molti puntano sul Salone del Mobile Milano.Shanghai. Il tema è comprendere che tipo di aspettative abbiano loro sul futuro prossimo. Noi sappiamo bene che a settembre la situazione non sarà ancora del tutto ‘normalizzata’, ma il problema è che in Cina molti non si stanno vaccinando. C’è un controllo e una gestione molto diversa rispetto alla nostra, per cui il tema è capire come potremo gestire grandi masse in arrivo”. RECUPERARE LA VERA ESSENZA DEL SALONE DEL MOBILE Il Salone dovrà cambiare perché la pandemia ha inciso profondamente sulle persone e sulle logiche stesse che regolavano il modo di vivere e lavorare; quella che era una formula valida nel passato probabilmente oggi non lo sarebbe più. “La conseguenza è un generale rifiuto per ciò che non è autentico – afferma Marc Sadler - sia nelle relazioni interpersonali che nel valore attribuito agli oggetti che ci circondano; questo desiderio di recuperare una certa verità delle cose avrà probabilmente effetti anche sul Salone, intorno al quale negli ultimi anni ha circolato un mondo parallelo dalla valenza quantomeno discutibile”. La questione per Sadler sta nel recupero di una certa identità ed essenza, che una volta ritrovata porterà la manifestazione a restare strumento di business formidabile, in quanto momento di incontro fisico tra persone che condividono i medesimi interessi, attività e ricerca. “Il vortice di relazioni che si crea intorno a questa manifestazione è un volano incredibile verso ‘il fare’. Personalmente mi auguro che si approfitti di questa congiuntura epocale per promuovere la cultura del progetto con occhi più attenti e oserei dire intellettualmente onesti, piuttosto che riverire aziende o designer in quanto monumenti a loro stessi. E’ il momento in cui le aziende devono concedere di più a ricerca e sperimentazione, vera anticamera dell’innovazione, e il Salone dovrebbe fare da cassa di risonanza a questo processo mettendo la cultura del progetto al proprio centro, facendosi promotore dell’eccellenza e dell’expertise delle produzioni che presenta, senza beninteso dimenticare la vocazione commerciale che è insita in qualunque fiera”. 58

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INTERVISTA A AXEL MEISE

Arriva a Milano l’APPLE della luce. In corso Monforte apre il flagship di OCCHIO, che sta per sfondare il muro dei 100 MILIONI di Andrea Guolo

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Axel Meise, fondatore, CEO & designer di Occhio Picture credit: ©Occhio


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è un nuovo protagonista in corso Monforte. La via della luce di Milano si appresta ad accogliere il flasghip store di Occhio, azienda tedesca fondata e amministrata da Axel Meise che, assieme alla moglie Susann, ha dato vita a una realtà caratterizzata da un tasso di crescita monstre e si appresta quest’anno a superare il muro dei cento milioni di ricavi. L’ingresso sulla piazza milanese coincide con il cambio di marcia di Occhio per il suo business internazionale e avviene in un momento di forte espansione nel quale, come racconta lo stesso Meise in quest’intervista, l’azienda vuole presentare al mondo il risultato di anni di studio nei quali Occhio ha realizzato una vera e propria rivoluzione nel comparto lighting.

Partiamo dal mercato attuale. Come stanno andando le cose? Siamo vivendo una situazione molto particolare. Alcuni business continuano a soffrire e altri sono in pieno boom, a cominciare dal real estate. In Germania, ma credo stia avvenendo un po’ in tutta Europa, la gente sta a casa, non può spendere in viaggi o in altre attività esterne e così ha più soldi a disposizione per cambiare casa o per migliorare quella in cui vive. E questo sicuramente ci da una buona spinta. Quando avete iniziato a cogliere questi segnali? L’impatto del primo lockdown è stato spaventoso per tutti e in tutti i Paesi, perché comunque i retailer hanno dovuto chiudere i negozi e così il nostro cliente di riferimento è venuto meno. Poi però la situazione si è sbloccata in fretta ed è stato davvero sorprendente essere riusciti a chiudere il 2020 con lo stesso tasso di crescita dei tre anni precedenti. Vale a dire? Siamo cresciuti del 30% anno su anno, arrivando a fatturare 82 milioni di euro. Quest’anno il ritmo di incremento è lo stesso, tanto che pensiamo di chiudere il 2021 superando i cento milioni. Non credo che altri marchi della luce abbiano un tasso di crescita uguale al nostro e di questo siamo molto contenti e grati a tutti coloro che hanno dato fiducia a Occhio, marchio sostanzialmente nato dal nulla e che nel giro di quattro anni ha triplicato il suo giro d’affari. Cosa differenzia Occhio dalla concorrenza internazionale? La nostra è una visione della luce totalmente diversa. Non siamo specialisti di prodotti specifici, non ci affidiamo a designer esterni e non proponiamo una lampada da integrare ad altre lampade di marchi diversi. Mi piace dire che Occhio è un po’ come se fosse la Apple della luce, perché una volta che hai acquistato un iPhone sei portato a creare una sorta di sistema interno alla tua vita che poi prevede l’arrivo di un iBook, di un iPad e così via… Allo stesso modo, la scelta di Occhio finisce per rappresentare la realizzazione di una casa o di uno spazio nel quale ogni ambiente presenta una coerenza, perché grazie ai nostri led di alta qualità riusciamo a ricreare la luce ideale in qualsiasi ambiente, ed è regolabile in funzione delle esigenze personali. Si tratta dello joy of use: tutti i prodotti possono essere regolati attraverso Occhio Air, una app o un telecomando via bluetooth, modificando l’atmosfera dell’ambiente. Così promuoviamo una nuova cultura della luce. Made in Germany o made in China? Anche su questo siamo simili a Apple, i cui prodotti sono disegnati in California e prodotti in Cina. I nostri sono concepiti in Germania e prodotti dai nostri partner affidati cinesi, che soddiAPRILE/MAGGIO 2021 PAMBIANCO DESIGN

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intervista

sfano le nostre alte aspettative di prestazioni e qualità e lo fanno a prezzi competitivi. Se dovessimo produrre le nostre luci in Germania o in Europa, ci troveremmo ad affrontare costi ben più alti e avremmo difficoltà a ottenere le quantità necessarie. Siamo pertanto molto contenti dei nostri fornitori cinesi, che peraltro ci offrono tutte le garanzie del caso anche su un altro aspetto importante quando si ha a che fare con la Cina: quello delle copie. Quali sono i vostri canali di riferimento? Attraverso i nostri partner retail, lavoriamo per case private, sale conferenze, uffici, spazi pubblici, hotel e ambienti residenziali e progettuali. In realtà non esiste un confine e non siamo nemmeno strutturati come altre aziende specializzate nel residenziale che si avvalgono di società mirate al canale progettuale, come ad esempio Flos con Antares. Abbiamo al nostro interno un team dedicato al contract e quest’anno è stata lanciata un’estensione di gamma ideata proprio per realizzare prodotti che siano più in linea con la domanda legata al progetto, con il plus della tecnologia digitale e della connessione ai sistemi smartphone. Al di là di questo, la struttura organizzativa di Occhio è piuttosto semplice e vede al centro di tutto i nostri partner distributivi, a cui offriamo il supporto necessario perché riescano a trasmettere al mercato quello che è il nostro potenziale. E sono loro poi a tenere i rapporti con tutti i canali, compreso quello progettuale. Siete nati in Germania e certamente quello tedesco è il vostro mercato di riferimento. Quali sono gli altri Paesi-chiave per il vostro business? Sta toccando un punto debole… Dalla Germania dipende oltre la metà del giro d’affari, poi siamo forti in Austria, Svizzera e Benelux. Il resto dell’Europa non è ancora stato sviluppato come avremmo voluto ed è per questo che, nelle strategie dei prossimi anni, la priorità è stata assegnata al rafforzamento delle posizioni nei maggiori Paesi del nord e del sud Europa dove già disponiamo di partner locali, ma a questo punto occorre essere in grado di intercettare tutte le possibilità di crescita che si stanno creando in quei mercati. Anche perché, ed è un dato significativo, il 95% del nostro business attuale viene fatto in Europa e pertanto ci consideriamo market leader europei nel segmento premium. Ma siamo altresì consapevoli che occorre cambiare passo, perché un market leader deve essere più visibile, a cominciare dall’Italia. Ed è per questo che state per aprire un flagship a Milano… A Milano in corso Monforte! La via della luce, una strada obbligata per chiunque sia alla ricerca di soluzioni per l’illuminazione di un ambiente. Non è il nostro primo flagship store, ma è il primo che apriamo al di fuori della Germania dove siamo già presenti con due location a Monaco di Baviera, una a Colonia e una molto grande ad Amburgo. Il prossimo, dopo Milano, potrebbe essere a Shanghai. Perché il flagship e perché a Milano? La soluzione del flagship a gestione diretta non rappresenta un’alternativa al legame con i nostri partner, che resta per noi fondamentale, bensì una vetrina per trasmettere l’esperienza completa che si può ottenere con la cultura della luce che caratterizza l’offerta di Occhio. Sono dei veri e propri business hub con personale dedicato alla consulenza e alla progettazione, per offrire alla clientela molti più servizi rispetto a un negozio tradizionale. Quanto a Milano, la risposta è molto semplice: siamo una design company e dobbiamo essere presenti nella capitale europea del design. Vogliamo esserlo per conquistare non solo il mercato italiano, ma per disporre di una base da cui poter raggiungere l’intero bacino del sud Europa. E poi avremo anche a disposizione uno spazio strategico per le situazioni importanti che si presenteranno a Milano, a cominciare da Euroluce e Salone del Mobile.

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intervista

Una curiosità: lei ha fondato Occhio nel 1999, ma prima che cosa faceva? Avevo un negozio di illuminazione. Ed è stato proprio lavorando a contatto con il cliente finale che ho compreso l’esistenza di un gap tutto da colmare tra la domanda e l’offerta. Infatti, in negozio avevamo tante soluzioni diverse ma non c’era un’azienda che fosse in grado di offrire un insieme di soluzioni coerenti per ogni situazione. E allora diventava necessario realizzare un mix tra i marchi, che però rendeva insoddisfacente il risultato perché nella casa si creavano dei contrasti e veniva meno l’insieme armonico dell’illuminazione. Con la diffusione dei led, la forza di Occhio è aumentata perché utilizziamo in ogni ambiente gli stessi led dal colore perfetto. Ha chiamato l’azienda Occhio, uno dei suoi prodotti più celebri è Mito… le piacciono i nomi italiani? Anche i miei figli hanno nomi italiani, si chiamano Matteo e Luca. Mi piace l’Italia e ho anche imparato un po’ la vostra lingua. Venendo a cose più tecniche, l’Italia è la terra del design e penso che il nostro design possa essere in qualche modo italiano, avendo però alla base l’engineering tedesco, il che mi pare sia un’ottima combinazione. E poi, certamente, l’appeal della lingua italiana è ben diverso rispetto a quello della lingua tedesca, che suona decisamente ostica per un prodotto di alto design. Poi, certo, ci sono le difficoltà dei clienti tedeschi che non riescono a pronunciare bene la parola Occhio e ne derivano espressioni strane tipo occio e simili, ma questo è un altro problema… Cosa pensa dei produttori italiani del mondo luce? I brand italiani sono le icone del design nell’illuminazione. Noi abbiamo cercato e trovato una strada diversa, di conseguenza credo che siamo ormai incomparabili. Il fatto di disporre di un sistema chiuso è totalmente nuovo per questo mondo, inoltre la qualità del nostro sistema di illuminazione è altissima e la qualità della luce è talmente buona – l’indice Cri di Occhio è pari a 97 e si avvicina al valore massimo 100 che equivale alla luce solare naturale – che nessuno pensa che i led possano arrivare dalla Cina. L’apertura del capitale a soci esterni è un percorso che avete già affrontato con l’ingresso in minoranza di Emh Partners. Con quali risultati? I risultati sono evidenti e senza il sostegno di un fondo come Emh Partners sarebbe stato sostanzialmente impossibile reggere un ritmo di crescita del 30% annuo. Prima di scegliere loro, avevamo ricevuto diverse offerte che però non ci avevano convinto. La scelta di Emh è legata sostanzialmente a due ragioni. La prima è che non pretendeva la maggioranza del capitale, e questo ha permesso a me e mia moglie di rimanere al comando di Occhio per portare avanti il progetto che avevamo in mente. La seconda è che quando ho incontrato per la prima volta i fondatori di Emh, ho scoperto che non avevano ancora compiuto i trent’anni. Sono imprenditori, giovani, dinamici: è stato come l’ingresso di una nuova generazione in azienda ed è avvenuto nel momento migliore, quello in cui avevamo già sviluppato i prodotti giusti e dovevamo far capire il potenziale di questa gamma al mercato. E da lì abbiamo spiccato il volo, triplicando in quattro anni il fatturato. E ora? A me piace andare veloce e penso che siamo soltanto all’inizio di questa impresa che ci ha reso market leader in Europa grazie a pochi paesi europei. Il mondo è grande, e c’è davvero tanto da fare...

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intervista

Dall’alto in senso orario, Sento sospeso phantom, lampada a sospensione LED regolabile in altezza, a comandi “touchless control”; Mito raggio, lampada ad arco LED, compreso “Occhio air”; Mito sospeso, lampada a sospensione LED regolabile in altezza a comandi “touchless control” e sullo sfondo Mito largo, lampada ad arco LED, compreso “Occhio air” con comandi “touchless control”. Picture credit: ©Occhio

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Bellhop Floor, lampada da terra disegnata per Flos da Edward Barber e Jay Osgerby (ph. Fasanotto)

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analisi di Andrea Guolo

Luce, fatturati in FLESSIONE e balzo dell’ebitda. CRESCE il decorativo Pur avendo perso complessivamente l’11% dei ricavi, nel 2020 le principali aziende del comparto hanno messo in atto una serie di risparmi che hanno consentito di migliorare la marginalità. La ripresa è avviata.

N

el 2020, i leader del settore illuminazione sono riusciti nell’impresa di contenere la flessione dei fatturati. Secondo l’analisi Pambianco sui primi sette operatori, basata sui dati di preconsuntivo dell’ultimo anno, il comparto ha ridotto dell’11% i ricavi nonostante la prolungata chiusura delle aziende, in buona parte ferme per i mesi di marzo e aprile, e della loro clientela retail. Il business è poi ripartito di slancio e l’onda della domanda rinvigorita sta continuando nell’anno in corso, al termine del quale si profila un sostanziale recupero per riavvicinarsi ai livelli del 2019. Il punto debole, durante la fase più acuta della pandemia, è stato rappresentato dal canale progettuale per i rinvii di alcuni corposi progetti, ora in corso di realizzazione, mentre l’ambito domestico e il decorativo hanno evidenziato un trend di crescita. In vetta alla classifica c’è Flos, la cui flessione è allineata a quella generale (-12%). L’azienda di Design Holding ha ottenuto 205 milioni di ricavi contro i 233 del 2019 ma, come affermato nell’intervista a lei dedicata (vedere pag. 74), la Ceo Roberta Silva ha già osservato un incremento del 50% rispetto al 2020 degli ordinativi legati alla parte decorativa. In seconda posizione si piazza iGuzzini con 190 milioni (-20%) e il terzo gradino del podio è occupato da Linea Light Group con 100 milioni (-5%). A seguire troviamo Artemide a 95 milioni (-11%), L&S a 82 milioni (+4%), Foscarini a 35 milioni (-5%) e Ideal Lux a 28 milioni (-10%). IGUZZINI: PROBLEMA CONGIUNTURALE “La nostra azienda è specializzata nel canale b2b e in quest’ambito la ripresa arriverà in ritardo rispetto al b2c” ha dichiarato il ceo di iGuzzini, Cristiano Venturini. I prodotti dell’azienda marchigiana, appartenente al gruppo svedese Fagerhult, sono infatti rivolti

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analisi

a sei aree di applicazione: cultura (musei, chiese e altri beni del patrimonio artistico), hospitality e living, infrastrutturale (tra gli ultimi progetti seguiti spicca quello del Ponte di Genova San Giorgio), urban (mega progetti come l’Evolution Tower di Mosca e la Royal Opera House di Londra), retail (forniture alle catene di negozi) e uffici. “Il business dopo la pandemia – precisa Venturini – è stato caratterizzato da grande volatilità, ritmi rallentati e da un allungamento dei tempi nella gestione operativa. Si è aggiunta poi la tensione al rialzo delle materie prime, con uno shortage di materiale elettrico legato principalmente all’aumento vertiginoso della domanda per la costruzione delle auto elettriche. In generale, notiamo difficoltà in settori per noi importanti come retail, office e hospitality”. Ad ogni modo, iGuzzini precisa che la flessione non dipende da problemi strutturali dell’azienda bensì unicamente da situazioni congiunturali: “Fino a marzo del 2020 stavamo acquisendo ordini a un ritmo del +15% rispetto al 2019, poi c’è stato il blocco e la successiva ripresa non è stata caratterizzata da un rimbalzo a V o almeno non per tutti gli ambiti. Oggi però notiamo un certo fermento e, pur non potendo fare previsioni da qui alla fine dell’anno, siamo vedendo la luce in fondo al tunnel. Nel frattempo la marginalità è tutt’altro che crollata e siamo riusciti a ottenere diverse economie rinunciando alle presentazioni fisiche per spostarle in digitale: l’efficacia espositiva è stata importante e questo sistema si è rivelato come un buon palliativo”. LINEA LIGHT RAFFORZA IL PROGETTUALE La contrazione del 5% per Linea Light Group dipende unicamente dal primo lockdown. La società veneta è infatti ripartita riuscendo a inserirsi in progetti di prestigio come quello legato al Gem-Grand Egyptian Museum, che sarà la più grande struttura museale del mondo e al quale Linea Light Group fornirà la maggioranza delle luci. Proprio le prospettive di sviluppo dell’ambito progettuale hanno spinto il gruppo a raddoppiare lo stabilimento di Vazzola (Treviso), con un ampliamento di 25mila metri quadrati realizzato per ospitare il nuovo magazzino automatizzato. “Dovevamo velocizzare la gestione della componentistica. Prevediamo una forte crescita e vogliamo farci trovare pronti per un ulteriore salto di qualità” ha dichiarato il direttore commerciale Gianluca Salciccia. Il 2020 è stato caratterizzato da una crescita dell’ordinato in diverse aree mondiali strategiche, dagli Usa all’Europa fino al Medio Oriente. Ed è aumentata proprio la quota legata ai progetti. “Il distributore – afferma Salciccia – resta un attore importante, anche come finalizzatore dell’ordine, ma ormai prevale la quota del contract. Il nostro gruppo è diventato un partner di riferimento per gli architetti e questo canale ci offre soddisfazioni anche per quanto riguarda la marginalità, perché entriamo in progetti di alto livello qualitativo e con budget allineati alla qualità delle forniture richieste. Inoltre, Linea Light Group è in grado, con i suoi diversi brand e le sue tante categorie di prodotto, di seguire un progetto nel suo insieme”. Il gruppo ha inoltre rafforzato la propria posizione in ambito decorativo, con l’acquisizione risalente al 2019 del brand Stilnovo che, afferma Salciccia: “È un orgoglio italiano, la prima azienda specializzata nel decorativo nata in Italia nel dopoguerra. Il rilancio di Stilnovo è una delle nostre due priorità, assieme al potenziamento degli stabilimenti appartenenti al gruppo”. Linea Light Group opera su quattro poli produttivi, due in Veneto (tra cui quello di Vazzola appena raddoppiato) e due all’estero. Dispone inoltre di 16 filiali estere, per un’occupazione totale di 550 addetti, 85 dei quali impegnati in ricerca e sviluppo. L’illuminazione professionale genera il 70% dei ricavi, quella decorativa il restante 30 percento. Il fatturato dipende per il 40% dall’Italia e per il 60% dall’estero (i mercati principali sono Middle East, Usa, Francia, Uk, Spagna, Germania, Grecia, Russia). La parte di illuminazione outdoor è piuttosto rilevante, arrivando al 45% del totale, così come gli articoli realizzati custom (20%). 68

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ARTEMIDE, VOLA L’EBITDA L’aumento della marginalità è un aspetto piuttosto diffuso nell’ambito del design. Una conferma arriva da Artemide che, pur osservando una flessione dei ricavi pari al 10,7%, ha chiuso l’anno con un ebitda in aumento (+15% circa) e perfino superiore in termini assoluti rispetto al 2020. “L’aumento dell’ebitda – precisa il cfo Carlo Maconi – è dovuto a una forte attenzione delle dinamiche di spesa. Ci siamo concentrati sulle priorità e sugli aspetti legati alla sicurezza, abbiamo avuto accesso alle misure di sostegno offerte dai governi dei Paesi dove lavoriamo e, infine, la ridotta mobilità ha comportato risparmi di viaggi, eventi e fiere. Nel frattempo, gli organici sono rimasti in linea con quelli del 2019 perché la scelta aziendale è stata quella di preservare i posti di lavoro”. In definitiva, precisa il cfo, “abbiamo chiuso con soddisfazione rispetto agli scenari che si prospettavano un anno fa. Le misure implementate hanno avuto effetto e la ripresa del business ci ha permesso di portare a casa un miglioramento di cui siamo contenti. Questo trend sta proseguendo nel 2021, il cui inizio è stato davvero forte e senza particolari pressioni legate a richieste di sconti o di sostegno da parte dei rivenditori”. Naturalmente è aumentata la domanda dal canale online (+37% nel 2020 e in ulteriore sviluppo nei primi mesi del 2021), ma una sorpresa è arrivata anche dal canale ufficio, in particolare per la realizzazione di nuovi progetti per le grandi tech companies o per la ridefinizione degli spazi di lavoro. Un certo fermento si nota nel mondo retail, trainato dalla domanda delle catene di negozi di alta gamma nel fashion. La debolezza emerge invece dal settore alberghiero per la contrazione degli investimenti da parte dei principali gruppi internazionali. All’estero, Artemide ha ottenuto una crescita in Germania, Svizzera e anche in area scandinava, dove proprio nel 2020 ha inaugurato uno showroom a Copenaghen e un ufficio di rappresentanza in Svezia. L&S ACCELERA, RISCHIO COMMODITIES “L’innovazione di prodotto, con diverse soluzioni brevettate, e lo sviluppo di nuovi progetti con i nostri partner commerciali hanno consentito di recuperare il rallentamento registrato nel secondo trimestre con una sensibile accelerazione nel secondo semestre dell’anno” racconta Carlo Sam, cmo di L&S Italia, società del fondo Clessidra specializzata nelle soluzioni di illuminazione a supporto dei principali brand del design italiano ed internazionale e per progetti di interior design residenziale e commerciale. Il consolidato 2020, che comprende le società controllate in Germania e Cina, ha registrato una crescita sull’anno precedente del 4% “grazie al contributo di tutte le aziende del gruppo che hanno consolidato la propria presenza sui rispettivi mercati domestici e internazionali”, precisa Sam. Con l’arrivo della pandemia, le azioni messe in atto hanno determinato dei cambiamenti sempre più ‘su misura’ della presenza digitale e fisica con i partner di L&S: “L’introduzione dei virtual tour ha permesso di mantenere vivo e personale il rapporto con i clienti e i progettisti, mentre il rifacimento di tutte le quattro show-room aziendali (Italia, Germania, Cina e Usa) ha garantito visite, training e workshop in gruppi ristretti e in massima sicurezza secondo i protocolli anti Covid”. Quanto ai canali di distribuzione, “il residenziale ha avuto un’ottima risposta nel secondo trimestre che ha consentito di ritornare sui valori dell’anno precedente già da settembre. Il settore specifico viene servito anche attraverso distributori specializzati che hanno mostrato un trend di domanda similare insistendo sugli stessi mercati. Il mondo del contract retail e alberghiero ha visto posticipare i progetti che non sono ad oggi stati cancellati. Positivo il trend delle applicazioni per il settore industriale e del navale che non hanno conosciuto rallentamenti”. Il 2021 mostra buoni segnali di tenuta della domanda da tutti i principali mercati e segmenti serviti, contract incluso. “Si tratta comunque di un contesto di grande incertezza in particolare in Europa, mentre gli Stati Uniti stanno dando segni di ripresa e la Cina è al quarto trimestre di crescita continuativa. Di converso è particolarmente critica

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l’evoluzione del costo e della disponibilità delle materie prime che si combina con aumento del costo dei trasporti. Questo è un fronte di grande attenzione che richiederà un’accurata gestione degli equilibri di fornitura sia locali che internazionali. La nostra organizzazione in Cina sta svolgendo un ruolo di raccordo fondamentale sia in fase di approvvigionamento che di gestione logistica per tutte le filiali”, conclude Sam. FOSCARINI IN TRASFORMAZIONE Carlo Urbinati, presidente di Foscarini, mette in luce le fortune dell’illuminazione rispetto ad altri settori nell’ambito design e arredo. “Il 5% in meno è un successo, se confrontato con quello di categorie come gli allestitori che hanno sostanzialmente subito un azzeramento del fatturato. Siamo tra quelli più fortunati, perché legati alla casa e perché facciamo prodotti molto diversi, gestiamo tanti Paesi diversi e 2500 rivenditori in tutto il mondo: questo nella gestione contingente ci ha consentito di non arrivare mai vicino allo zero, ripartendo il rischio e permettendoci di lavorare con costanza”. Il tutto nell’anno più difficile per Foscarini, già prima della pandemia, perché a fine dicembre 2019 si era conclusa la collaborazione con Diesel e perché l’azienda era nel pieno di un cambiamento a livello gestionale. Le prospettive? “A fine anno, ci aspettiamo di tornare ai valori del 2019. Stiamo rafforzando il rapporto con i rivenditori e focalizzando la vendita sui nostri prodotti best seller, migliorando di conseguenza la marginalità pur investendo risorse per sostenere la presenza dei nostri articoli più venduti. Quanto ai mercati, dobbiamo crescere in Giappone, dove non abbiamo ancora raggiunto quel risultato che giustifica la nostra presenza diretta nel Paese, necessaria in Giappone così come negli Usa perché negli anni ho imparato come in certe nazioni o ci sei fisicamente oppure sei considerato un ospite, ed è per questo che abbiamo aperto filiali con personale locale. Resta il fatto che la pandemia sta cambiando parecchi paradigmi e sembra che il primo mercato a mostrare la profondità di questi cambiamenti sia proprio quello statunitense, dove le vendite stanno subendo una battuta d’arresto. Il cambiamento dei paradigmi vale anche per il Salone del Mobile, che sembrava un appuntamento imprescindibile mentre ora le aziende, ottenendo più margini attraverso il risparmio dei costi, stanno scoprendo come certe cose, che prima sembravano indispensabili, a volte non lo sono”. IDEAL LUX, SVILUPPI NEL TECNICO Margini in forte incremento per Ideal Lux. La società di Mirano (Venezia) ha migliorato del 22% l’ebitda annuale, pur avendo ridotto del 10% i ricavi. Anche in questo caso, la flessione del fatturato è conseguenza del lockdown primaverile, mentre il primo quarter 2021 evidenzia un +27% rispetto allo stesso periodo del 2020. “Se confrontiamo le vendite del trimestre, vediamo un aumento delle quantità richieste, della spesa media e del numero di clienti. È stata una buona partenza: i consumatori hanno più attenzioni per la propria casa e tutti i mercati dove operiamo sono in buono stato di salute” dichiara l’amministratore delegato Raffaele Strano. I cambiamenti operativi, come il maggior ricorso allo smart working, non hanno modificato il rapporto tra l’azienda e i propri clienti. Inoltre, il posizionamento di Ideal Lux si è rivelato vincente: “Come in tutte le crisi del passato, un mercato instabile favorisce il nostro articolo di fascia medio/bassa e d’importazione, quindi il 2021 è partito bene. Operiamo in varie tipologie di prodotto, dal decorativo al tecnico fino all’outdoor, e il prodotto tecnico, per noi ambito nuovo, ci offre grandi soddisfazioni. Il fatturato è ben distribuito sia tra aree geografiche sia per canali di distribuzione. In questo momento, stiamo cercando di potenziare il rapporto con i grossisti di materiale tecnico”. In tema di risparmio dei costi, Strano pone l’accento sull’aspetto fieristico: “Pur non partecipando alle manifestazioni, stiamo lavorando bene. E questo ci fa riflettere. Non dico che non saremo più presenti alle fiere, ma lo faremo in maniera diversa e riducendo gli investimenti dedicati”. 72

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analisi

Fatturati illuminazione 2020 -20

-12

238

233

205 190

-5

-11 106

106

100

+4

95 82

79

-5 35

-10 37

Valori in milioni di euro Fonte: Pambianco

Fatturato preconsuntivo 2020

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IDEAL LUX

FOSCARINI

L&S ITALIA

ARTEMIDE

LINEA LIGHT

IGUZZINI

FLOS

28

Fatturato 2019

Variaz. %

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INTERVISTA A ROBERTA SILVA

FLOS, Roberta Silva: “Avanti tutta con nuovi prodotti e SINERGIE DI GRUPPO” di Antonella Galli

Roberta Silva Ph E. Tini

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intervista

I

n questi mesi gli ordinativi della collezione decorativa di Flos sono cresciuti del 50% rispetto all’anno precedente; un numero che ha positivamente sorpreso anche Roberta Silva, Ceo dell’azienda da quasi due anni. Per sostenere la crescita Design Holding, di cui Flos fa parte insieme a B&B Italia, Louis Poulsen e Arclinea, aveva già pianificato l’incremento della capacità produttiva. E Flos ha chiuso il 2020 con un fatturato di 205 milioni di euro, sopra la media del settore luce, con il decorativo a fare da traino e i mercati tedesco e scandinavo in testa alle richieste. L’azienda ha impostato nuove strategie, sia di gruppo sia di brand, senza trascurare lo studio di nuovi prodotti. Molti progetti sono in fase di lancio.

Come sta affrontando Flos lo sviluppo dei nuovi prodotti? Non ci siamo mai fermati. Negli ultimi 18 mesi abbiamo puntato su idee innovative e sul rilancio di famiglie esistenti. Nel decorativo abbiamo finalmente in produzione WireLine di formafantasma dopo la presentazione nel 2019, la Bellhop Floor di Barber&Osgerby, famiglia molto connotante, con una bellissima luce; abbiamo aggiunto lampade wall in due diverse tipologie alla famiglia Coordinates di Michael Anastassiades, lanciata a giugno del 2020, un prodotto innovativo, particolare, che sta crescendo a ritmo vorticoso. C’è’ una una svolta anche nell’introduzione del colore? Lavoriamo tantissimo sul colore: in Flos è stato poco utilizzato nel corso degli anni, ma in questo momento un po’ triste per tutti c’è una voglia pazzesca di colori anche forti. Abbiamo introdotto varianti di colore per la sospensione Aim dei Bouroullec (verde, grigio-azzurro e alluminio anodizzati) e per la sospensione Smithfield di Jasper Morrison, presentata in verde inglese e rosso intenso. Entrano in case o in uffici e danno una connotazione particolare. Quali le innovazioni nel settore architetturale? Il disegno della luce è un aspetto importantissimo per l’evoluzione di Flos, saper disegnare la luce è fondamentale. Ci sono prodotti come Light Shadow Pro, un programma di downlights rivoluzionario sviluppato per controllare l’abbagliamento in ambienti diversi, dal retail alle case, agli uffici. In questa direzione è innovativa anche la lampada da tavolo Oblique di Vincent van Duysen: produce un fascio di luce asimmetrica brevettato, molto potente e controllato, perfetto per l’illuminazione dell’area di lavoro o di studio. Sembra molto vitale anche l’outdoor... Stiamo costruendo un catalogo nuovo che ha un’anima decorativa e anche tecnica, con design preciso e alte performance di luce. Tra le novità, la famiglia Pointbreak disegnata da Piero Lissoni, composta da vari elementi bollard con ottica allargata, anche bassi, che creano fasci di luce magici, oltre a elementi wall e ceiling. Più in generale, c’è una grande attività per portare le tre collezioni ad una completezza e una trasversalità: i team interni e i designer stanno lavorando assieme, i curatori Paolo Brambilla e Fabio Calvi coordinano collezioni e tipologie di prodotto, affiancati dal lavoro del marketing. Che trasformazioni sta apportando la digitalizzazione nelle strategie aziendali e di gruppo? Stiamo investendo tantissimo in questo aspetto, a partire da una piattaforma per la forza vendita dei vari brand, che permette di creare sinergie avanzate sui progetti. Stiamo lavoAPRILE/MAGGIO 2021 PAMBIANCO DESIGN

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intervista

rando sull’e-commerce per l’Europa, anche in questo caso con una piattaforma comune ai vari brand. Flos è la prima che sta partendo, si materializzerà nel corso dell’anno. Dal punto di vista della comunicazione c’è un buon mix tra fisico e digitale, con una gestione sinergica e complementare. Non faremo più cataloghi stampati, ma dei magazine che aiuteranno a raccontare le storie alla base dei nostri prodotti, che hanno un grande fascino. In questo periodo di scarsa mobilità stiamo creando anche Local Connections, l’attivazione di showroom nei Paesi e nelle città principali in cui invitiamo i progettisti e i clienti a fare esperienza diretta dei prodotti e della loro qualità. Gli architetti possono prenotare anche un appuntamento online e organizzarlo via web o fisicamente nei Paesi in cui siamo presenti. Quali sono le sinergie programmate all’interno di Design Holding? Aprirà a giugno il primo D-Studio a Copenhagen, uno spazio fisico di fianco allo storico building di Louis Poulsen: qui saranno venduti tutti i brand di Design Holding, ci sarà anche l’ufficio e lo showroom di Flos Scandinavia. Sarà un hub per attirare architetti di tutta l’area e per costruire progetti assieme: un mix tra contract e mondo retail. Una sinergia a livello geografico per lo sviluppo di nuovi mercati, attivando piattaforme comuni: D-Studio aprirà in vari Paesi del mondo nei prossimi anni. Qual è la sua visione rispetto ad Euroluce e, più in generale, al Salone del Mobile? L’obiettivo di Assoluce, del cui comitato direttivo faccio parte, è di trasformare la biennale Euroluce nella fiera del lighting mondiale; fino ad oggi si è focalizzata sul decorativo, mentre c’è molto interesse verso una maggiore presenza di tutte le realtà, anche di quelle che si occupano di luce architetturale e tecnica. È una grandissima opportunità, che richiederebbe di trasformare il format attirando tipologie di visitatori diverse, diventando un punto di incontro e non di sola esposizione. Più in generale ritengo il ruolo del Salone fondamentale, ma devono esserci le condizioni perché la prossima edizione si svolga in piena sicurezza, con visitatori dall’estero, visto che per il settore luce, e per il mobile in generale, l’export costituisce la risorsa maggioritaria. Come riesce a conciliare il ruolo professionale con l’impegno familiare, essendo mamma di tre figli? Innanzitutto è necessaria una grande volontà di voler conciliare le due cose. Il marito o compagno deve condividere questo modo di essere e amare quello che fai, indipendentemente dal lavoro. È stato fondamentale che i miei figli avessero persone che li seguivano con amore; io ci sono sempre stata nei momenti importanti, ho gestito le problematiche. È necessario educarli fin da piccoli al fatto che la mamma lavora e tutti devono dare il proprio contributo. In questo modo rispettano quello che fa la mamma, e ne sono molto orgogliosi. Non è facile, non si può far tutto perfettamente, ma poi tutto torna. Le donne sono le prime che si devono convincere delle proprie capacità ed aspettative, e non devono temere di chiedere, sempre con il giusto modo: siamo donne, è un punto di forza, non è necessario adottare atteggiamenti maschili. Le donne sono dotate di empatia, sanno cambiare approccio, sanno essere determinate con dolcezza e sanno organizzarsi. Lo sappiamo fare da sempre.

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intervista

Alcune novità Flos: a sinistra, la sospensione Smithfield di Jasper Morrison in verde (ph F. Torra); a destra, in alto, wireLine di Formafantasma (ph. F. Caredda), sotto, In Vitro Unplugged di Philippe Starck (ph. F. Torra)

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sostenibilità di Paola Cassola

CERTIFICAZIONI, nella luce UN FRENO all’export per la scarsa uniformità tra Paesi Le certificazioni internazionali per le aziende di illuminazione sono sempre più complesse con l’incremento, sul mercato, di prodotti sofisticati con elettronica integrata. Il settore chiede semplificazione per favorire l’export.

E

sprimono un fattore importante di competitività aziendale e tuttavia rappresentano anche un costo ingente per le imprese. Le certificazioni, soprattutto in ambito illuminotecnico, possono agevolare o meno l’ingresso in un mercato straniero. Dovendole applicare a ciascun modello, pena una barriera all’ingresso, spesso non sono sono sostenibili. Ecco perché serve uniformità di requisiti il più possibile allargata e internazionale. Le certificazioni maggiormente utilizzate a livello internazionale nel settore dell’edilizia sono il LEED (The Leadership in Energy and Environmental Design) e, da qualche anno, il WELL (Well Building Standard™) sviluppate per garantire la disponibilità di spazi salubri, confortevoli e con alti standard di sostenibilità e benessere, secondo criteri incentrati sulla riduzione dell’impatto ambientale degli edifici e sul benessere psico-fisico dei fruitori. Si tratta di certificazioni volontarie, per questo non vincolanti per la progettazione degli edifici urbani e degli spazi pubblici, che vengono costantemente aggiornate in conformità alle necessità costruttive di ogni nazione. In ambito prettamente illuminotecnico, entrambe le certificazioni riconoscono un ruolo rilevante alla corretta illuminazione degli ambienti costruiti, che deve soddisfare esigenze di sostenibilità energetica e di corretto apporto di luce (in termini quantitativi e qualitativi) durante le fasi della giornata. “Dal 1 settembre 2021 – afferma Pietro Palladino presidente di Apil (Associazione Professionisti dell’Illuminazione), entrerà in vigore il nuovo regolamento Ue sull’eco-design per l’illuminazione: nuovi criteri di progettazione eco-compatibile mirati a semplificare la legislazione in vigore e a renderla più applicabile e verificabile dalle autorità nazionali preposte. Per quanto riguarda gli apparecchi di illuminazione, è stato individuato un unico requisito di ‘rinnovabilità’ che si traduce nella possibilità di operare interventi di riparazione, sostituzione ed eventuale aggiornamento dei componenti”. Obiettivo: una maggiore sostenibilità dei prodotti in termini di ‘Life Cycle Assessment’.

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IL SETTORE CHIEDE UNIFORMITÀ: LA TESTIMONIANZA DI NEMO Ai prodotti dell’illuminazione sono richieste ulteriori certificazioni sia per il mercato domestico che per esportare. “Per il mercato europeo - spiega l’Ing. Arianna Fogar, Regional Manager South East Europe Electrical di Intertek Italia -, le aziende produttrici devono applicare la marcatura CE sui propri prodotti, a dimostrazione della conformità ai requisiti delle Direttive Europee applicabili (ad esempio le Direttive Bassa Tensione, Compatibilità Elettromagnetica, RoHS). Per il mercato americano, la conformità alle norme di sicurezza è richiesta dal mercato per i prodotti destinati a uso domestico ed è invece imposta per legge a livello federale per le apparecchiature utilizzate in ambienti professionali. Generalmente, tali regolamentazioni tecniche hanno come obiettivo principale la sicurezza dell’utilizzatore finale, quindi si parla di sicurezza elettrica, ma possono anche coprire aspetti di compatibilità elettromagnetica e di performance. Quello che consigliamo ai nostri clienti è di avere bene in mente il mercato di destino del prodotto e le norme di riferimento locali già durante la fase di design e progettazione, così da avere meno difficoltà durante la fase di verifica della conformità”. A testimoniare l’impegno delle aziende italiane nel conseguire le certificazioni è Nemo Lighting che, dopo aver ottenuto in Italia la certificazione CE, è ora al lavoro sulle certificazioni internazionali: la ETL per Stati Uniti e Canada, la CCC per la Cina, la EAC per la Russia e la RCM per l’Australia. Le certificazioni, se da un lato rispondono a limiti fisiologici dei mercati dove alcune differenze sono oggettive, come la variazione di voltaggio che negli Usa e in Giappone è di 110 volt, in Europa di 220 volt, in di Australia 240 volt, dovrebbero, secondo le aziende, convergere verso una maggiore armonia normativa. “La principale criticità del mondo delle certificazioni per le aziende - spiega Dario Tentori del technical department di Nemo - è proprio la mancanza di una vera uniformità tra i requisiti a livello globale. Le certificazioni richiedono investimenti ingenti che, nel caso delle aziende di illuminazione, non sempre sono sostenibili poiché hanno a catalogo numerosi prodotti ognuno dei quali richiede una certificazione a sé. La conseguenza è che vanno selezionati solo alcuni dei prodotti a seconda del mercato di destinazione. Con certificazioni più uniformi si amplierebbe la gamma esportabile”. In alcuni Paesi, come Cina e Usa, le certificazioni richiedono, inoltre, aggiornamenti periodici. “Il mondo delle certificazioni – dichiara Tentori - sta diventando sempre più complicato incrementando le clausole alla ricerca di una maggiore attenzione al dettaglio”. “Le regolamentazioni tecniche sono in continua evoluzione, perché seguono l’evolversi della tecnologia – conclude Fogar -. Basti pensare ai sistemi di domotica intelligente per illuminare da remoto o all’illuminazione all’interno dell’arredo stesso. Inoltre, per complicare lo scenario regolatorio internazionale, molti paesi stanno implementando normative tecniche locali volte alla tutela dell’utilizzatore del paese stesso, che spesso si traducono in una barriera tecnica all’ingresso del mercato”. VERSO UN 2050 CARBON NEUTRAL Con il World Green Business Council è stato lanciato il Net Zero Carbon Buildings Commitment, un’iniziativa globale che mira alla decarbonizzazione dell’ambiente edificato riducendo entro il 2050 allo 0% le emissioni globali di carbonio. La LEED si allinea a questo obiettivo, motivo per cui negli ultimi anni sta riscuotendo un successo crescente anche in Italia. Stando ai dati diffusi da GBC, nel nostro paese gli edifici certificati e registrati sono 441, per una superficie totale di circa 5,3 milioni di mq. Attualmente WELL è applicato in 58 diverse nazioni in tutto il mondo, con più di 220 edifici certificati e quasi 4mila edifici in corso di certificazione per un totale di 45 milioni di metri quadrati.

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Lo spot a Led ‘Plint’ disegnato da Massimo Colagrande per Nemo

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sostenibilità di Giulia Mauri

Mettere in LUCE l’arte. I MUSEI si preparano a riaprire Nel 2020, a porte chiuse e purtroppo vuoti a causa del Covid, i musei hanno ripensato l’illuminazione dei propri ambienti, interni ed esterni, nel segno della sostenibilità e dell’efficienza energetica.

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bbligati a una serie di stop and go in ottemperanza alle misure restrittive disposte dal Governo a causa della pandemia, i musei hanno colto l’opportunità di ripensare i luoghi destinati alla visita e rinnovato spazi e allestimenti, con un focus specifico sui sistemi di illuminazione per migliorare la qualità dell’esperienza visiva e la conservazione stessa dell’arte. “Il 2020 è stato sicuramente un anno molto intenso, ma al tempo stesso è stato per noi un anno di preparazione, durante il quale ci siamo potuti permettere il lusso di investire per essere pronti quando tutto ritornerà a correre come prima”, afferma Andrea Spallino, amministratore delegato di Nemo Studio, la divisione del gruppo Nemo nata lo scorso anno dall’acquisizione dell’azienda torinese di illuminotecnica Ilti Luce, che negli anni ha lavorato a progetti quali lo Smithsonian Institution di Washington, il Rijskmuseum di Amsterdam, La Venaria Reale e il Museo Egizio di Torino, o ancora l’Armani/Silos di Milano. Impegnata nel portare avanti la ricerca di soluzioni innovative per l’illuminazione architetturale nei settori museale, retail e outdoor, la nuova realtà ha affrontato la fase post M&A durante il lockdown. “Abbiamo capitalizzato e sfruttato questa pausa forzata – prosegue l’ad – come acceleratore per portare a regime l’integrazione di due società estremamente diverse, vuoi per natura geografica, una brianzola e l’altra torinese, vuoi per l’offerta di prodotti, da una parte decorativa, dall’altra achitetturale”. Un’unione di intenti che ha condotto non solo alla formulazione di una gamma di prodotto architetturale sempre più completa, ma anche all’inaugurazione di una nuova sede di oltre tremila metri quadrati a Settimo Torinese, con un raddoppio degli spazi destinati alla produzione in previsione di “un aumento importante della domanda nei prossimi mesi”. Un fermento che ha interessato anche Erco, azienda tedesca nota a livello internazio-

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sostenibilità

nale per l’esperienza nell’illuminazione delle architetture con la tecnologia dei Led. I progetti in cui era coinvolta non hanno subìto cancellazioni, bensì solo rinvii. “Mentre all’inizio il Covid ha bloccato il mondo dei musei – spiega il ceo Andrea Nava –, e ora c’è una grande rincorsa a sviluppare gli spazi espositivi, perché si è compreso che in fondo al tunnel c’è la luce, per stare in tema, e che questo è il momento ideale per fare degli interventi”. STRUMENTI FLESSIBILI E CAPACI DI ADATTARSI A OGNI CONTESTO È il caso del consistente progetto illuminotecnico che sta coinvolgendo un intero piano delle Gallerie degli Uffizi di Firenze, il più frequentato museo italiano con oltre 4,39 milioni di visitatori nel 2019 pre-pandemia. Restando nel capoluogo toscano, anche Palazzo Strozzi ha approfittato del periodo di chiusura che precede la ripresa dell’intensa programmazione espositiva per la sostituzione dei corpi illuminanti Erco con i nuovi prodotti della gamma ‘Eclipse’, un sistema modulare di faretti che offre 28mila possibili soluzioni grazie alla disponibilità di cinque misure e a un’ampia scelta di accessori. L’illuminazione dei musei, al pari di altri ambiti con specifiche simili come il segmento retail di lusso, pone infatti gli strumenti di illuminazione di fronte a sfide impegnative. “In generale, la richiesta che riceviamo – rivela Nava – è sempre di totale flessibilità. Questo apparecchio così versatile, che avremmo dovuto presentare in occasione della fiera Light + Building, è piaciuto molto ad Arturo Galansino (direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, ndr) per la sua capacità di affrontare qualsiasi tipo di situazione con disinvoltura, assecondando le esigenze dello spazio in cui viene contestualizzato”. Sia esso interno o esterno. NUOVE ESIGENZE TRA OUTDOOR E COLLEZIONI PRIVATE L’emergenza sanitaria ha, infatti, indotto un interesse sempre maggiore per le aree outdoor e, di conseguenza, ha sollevato la necessità di un concept illuminotecnico capace di tenere conto di questa relazione tra dentro e fuori. Se “Palazzo Strozzi utilizza il proprio cortile per il primo coup de théâtre di molti artisti ospitati all’interno”, commenta Nava, il cortile d’onore del palazzo di Brera, che lo scorso gennaio ha iniziato a brillare di nuova luce a distanza di due anni dalla conclusione del grande progetto di riallestimento delle trentotto sale della Pinacoteca, svolge una funzione di accoglienza e al tempo stesso di esposizione. Ma se lo spazio, anziché pubblico, fosse privato? Nemo Studio per il mercato dei collezionisti d’arte ha sviluppato per un uso residenziale soluzioni “che fino ad oggi sono state appannaggio dell’illuminazione museale professionale”, spiega Spallino. Per un tema di costi, di dimensioni, e ancora di customizzazione. La proposta dedicata è ‘Plint’, uno spot a Led che inaugura la collaborazione tra Nemo e l’architetto Massimo Colagrande. Si tratta di un parallelepipedo scultoreo contraddistinto da un’elevata flessibilità di posizionamento, che permette di illuminare sia da terra sia in appoggio su di un piano, evitando di fatto le complessità legate all’installazione di un track a soffitto. “Il mercato oggi – aggiunge l’ad – sta cercando full solution provider, cioè aziende che offrano soluzioni illuminotecniche a 360 gradi, siano esse decorative, architetturali o customizzate. Tutte caratteristiche che Nemo Studio sta facendo proprie, perché il nostro intento è sviluppare dei prodotti che integrino l’heritage tecnologico della nuova divisione e l’esperienza nel design di Nemo”. Al centro della strategia, una forte attenzione al ‘green’ con ‘Nemo Eco Tracing’, esteso a tutto il gruppo, che entro un anno consentirà di associare a ogni prodotto un certificato di sostenibilità “basato non tanto sulla provenienza geografica, quanto sulla qualità dell’approvvigionamento dei componenti”. 84

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sostenibilità

ILLUMINAZIONE SOSTENIBILE CON I LED Un modello di business fondato sulla sostenibilità e realizzato facendo leva sulle competenze e le tecnologie. Si inquadra in tale prospettiva la decisione di Erco di sviluppare al proprio interno un know how in materia di optoelettronica, ossia l’interfaccia tra ottica, elettronica e informatica, impegnando il 10% degli oltre mille dipendenti in ricerca e sviluppo. Se è pur vero che sostenibilità fa rima con Led, “in questo campo, la strada da fare è ancora lunga – sostiene Nava –. Abbiamo davanti a noi un percorso importante: miniaturizzeremo gli apparecchi, che saranno in grado di emettere molta più luce con consumi estremamente ridotti”. Il fondamento dell’economicità degli apparecchi si trova, infatti, nel cuore di ogni strumento di illuminazione di Erco: le precise specifiche dei Led ad alta potenza, basate su criteri come la resa e la costanza cromatica, il flusso luminoso e la stabilità termica, garantiscono i massimi standard di qualità in relazione alla potenza luminosa e alla durata dei Led. Esemplare, in questo senso, il progetto commissionato da La Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. In seguito al completamento dell’illuminazione interna del Monumento inaugurata nel 2015, per la quale l’azienda tedesca ha ricevuto come riconoscimento il Premio per l’Innovazione Tecnologica dall’associazione ambientale italiana Legambiente, nel 2018 è stato realizzato il risanamento energetico dell’impianto esterno, che ha consentito di ridurre la potenza da 58kW a 35kW, aumentando al contempo l’illuminazione di circa il 40 per cento. Più di recente, il relamping del monumento e Museo dell’Ara Pacis, completato lo scorso febbraio, ha comportato la sostituzione in tutti gli spazi museali dei corpi illuminanti alogeni con lampade Led di nuova generazione. Consentendo di ridurre a un settimo il precedente consumo di energia elettrica e di conseguenza i costi di gestione, l’operazione rappresenta un passo avanti nel segno del rispetto delle direttive europee sul risparmio energetico. La potenza nominale dell’impianto di illuminazione è passata, infatti, dai 57 kW delle lampade alogene agli 8,4 kW dei Led, riducendo il carico elettrico dell’85 per cento. Ridotti al minimo anche i costi di manutenzione del nuovo impianto, che promette di mantenere sostanzialmente inalterato il livello prestazionale iniziale nel tempo. Il 2021 si candida così a divenire il palcoscenico di ulteriori interventi in chiave ‘green’, sostenuti dai finanziamenti in arrivo con il Recovery Fund, che dovrebbero dare linfa vitale al settore. “Credo che possano servire ad allineare – ed è un’aspettativa personale – l’Italia al resto dell’Europa da un punto di vista della qualità dei progetti”, conclude Nava.

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Uno scorcio di Ginger House Project, tra gli ultimi progetti di Palomba Serafini Associati: l’ospitalità tipica di un hotel si fonde con l’atmosfera domestica, a cui si uniscono servizi concierge e un progetto definito ARTchitecture, Architettura d’autore. Il progetto d’interior presenta elementi disegnati su misura come la cucina dell’immagine.

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tendenza di Valentina Dalla Costa

DRITTI AL PUNTO. Contenuti, strategia e chiarezza per approcciare il DIGITALE Come cambia il modo di comunicare al consumatore finale attraverso i nuovi canali social? Il settore si avvicina alle strategie comunicative digitali per far fronte alle nuove esigenze del mercato, che nel prodotto cerca il valore e non più il brand.

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l comparto del mobile arriva qualche anno in ritardo rispetto a settori come la moda o l’enogastronomia in tema di strategie di comunicazione (e quindi, di vendita) mirate e virate verso il mondo del digitale. I prodotti, se comparati, non possono seguire le stesse dinamiche produttive e non hanno di certo la medesima durabilità. Il design però sembra aver trovato la chiave giusta per potersi inserire nelle dinamiche veloci dell’universo digital. “Noi stiamo portando avanti un percorso cominciato ormai dieci anni fa – afferma Gianluca Mollura, Ceo di Mohd Mollura Home Design – Il che, gioca a nostro vantaggio. Per poter aver successo attraverso i canali online e le piattaforme legate ai social network, degli straordinari amplificatori e veicolatori veloci, serve una strategia ben precisa, abbinata a contenuti solidi e un messaggio chiaro; se tutto questo viene meno, il digitale si trasforma in un potenziale danno irreparabile per l’azienda. Quel che non mi stanco mai di ripetere ai miei collaboratori è che non dobbiamo mai snaturarci, tenendo ben presente quali siano le regole connesse ai nuovi strumenti che abbiamo a disposizione”. Di recente l’azienda ha lanciato Inspiration Mohdboards, una sezione del sito in cui il cliente può selezionare diversi arredi e unirli in una moodboard per potersi chiarire le idee su ciò che sta cercando, lasciandosi ispirare da un racconto per immagini. “Questo strumento di comunicazione per noi è fondamentale – continua Mollura – perchè il cliente può salvare la moodboard, condividerla sui social, ed eventualmente compiere lo step successivo: contattare un nostro designer per cominciare a progettare insieme”. Un investimento importante, a cui seguiranno ulteriori versioni con altre funzionalità. Ad oggi, l’azienda messinese ha allargato il suo campo d’azione: “Il nostro lavoro sta sorprendentemente cambiando: da e-tailer, stiamo diventando consulenti digitali. Grazie all’esperienza acquisita, ci stiamo confrontando con molte aziende per definire insieme

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quale sia la strategia digital migliore per loro, dove per strategia digital non si intende semplicemente un bel sito web o un paio di prodotti posizionati su alcune piattaforme. Serve ben altro, talvolta serve rivoluzionare il proprio business, cambiare le politiche di distribuzione e agire in termini di co-marketing, definendo nuove regole e cercando di essere più flessibili e aperti alle esigenze reali del mercato”. IL D-FACTOR DI ROBERTO PALOMBA E LUDOVICA SERAFINI Può un influencer trasformare l’intima dimensione domestica in un palcoscenico architettonico e mediatico? Possono i progettisti che hanno realizzato quello spazio beneficiarne, trasformando una narrazione in engagement e in una community di potenziali clienti? La risposta è sì, e i fondatori di Palomba Serafini Associati ne sono ben consapevoli. “Nel nostro settore sono ancora in pochi ad aver compreso quale sia il linguaggio corretto da utilizzare – commenta Roberto Palomba – Oggi serve essere mainstream, non inteso nel senso negativo del termine, ma è necessario adattarsi al grande pubblico che potenzialmente possiamo raggiungere grazie ad una Story di Instagram. Ad oggi il design, purtroppo, ancora scappa, si rifugia in una dimensione elitaria, non si racconta e non si apre alla gente. Pensiamo alla Ferrari: è un brand elitario, ma grazie a una storia coinvolgente riesce ad arrivare a tutti raccontandosi a qualsiasi fascia della popolazione, dal cliente reale al fan in cui si insinua il desiderio di possedere una determinata automobile. Se il mondo del progetto capisse questo, avrebbe fatto bingo. Invece il design sta negando al resto del mondo un pezzo di racconto che parla della nostra cultura, dell’Italia del saper fare e della bellezza”. Lo studio, dopo il successo (mediatico e commerciale) di “Suonare Stella”, format e virtual showroom nato dalla ristrutturazione della residenza di Paolo Stella, influencer da oltre 350mila follower, prosegue insistendo sull’idea di utilizzare l’architettura come strumento per poter raccontare la vita delle persone che vivono gli spazi. Un esempio è la casa di Ludovica Valli (1,8 milioni di follower) blogger che ha contattato lo studio per realizzare insieme un progetto da condividere con la sua famiglia e la sua digital community. “I social hanno un valore enorme – continua Ludovica Serafini – ma serve saperli leggere nel modo corretto. Il nostro studio ad oggi ha una fan-base reale, in costante contatto con noi. Serve essere coerenti e raccontare delle storie, senza mai scivolare nel commerciale. Noi proponiamo visioni e progetti, sarà poi l’utente finale a contattarci direttamente, se interessato. Il merito del nostro successo nel mondo dei social è di Roberto, che da sempre ne ha compreso il potenziale e ha l’attitudine adatta, il ‘D-factor’”. Tra i progetti in corso Ginger House, concept di hôtellerie private raccontato in questi mesi attraverso profili social di celebrities e influencer, un nuovo storytelling per i prodotti di Idealstandard e Smartworklife, un concorso di idee nato in collaborazione con C-Zone Comunicazione&Eventi che vuole ripensare e ridisegnare il panorama domestico della Smart Work Life. “Oltre ai membri della giuria – spiega Ludovica – anche la nostra community di Instagram potrà votare. I progetti selezionati verranno messi in produzione ed esposti durante il prossimo Salone del Mobile di Milano”. SIMPLE FLAIR, DA ‘OUTSIDER’ A PLAYER DIGITALI A SERVIZIO DELLE AZIENDE Sono stati tra i primi, in italia, a lavorare e riconoscere l’importanza del digitale per il settore del mobile. “Quando abbiamo iniziato – racconta Riccardo Crenna, co-founder di Simple Flair – ci prendevano per matti. Ora le aziende collaborano con noi, e hanno iniziato a comprendere il vero significato di una strategia legata al mondo digital”. Quattro anni fa il lancio di Simple Flair Apartment, con partner come Vitra e Molteni, e altri a seguire. “Non ci siamo inventati niente – afferma – Esempi virtuosi esistevano 90

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già a Berlino, Copenhagen e Los Angeles. Da subito ci siamo focalizzati sul target, unito alla credibilità del format. Nel mondo dei social è necessario essere inclusivi, raccontando e diffondendo un certo prodotto dandogli valore”. Il target individuato è quello dei cosiddetti Millennials: “Le aziende del settore devono necessariamente fare il passaggio da aziende di prodotto ad aziende di valori. Questa è la chiave. Il target ideale, ovvero dai Millennials in giù, acquista scegliendo un’azienda per il valore che la stessa è in grado di veicolare, e questo è valido sia per i clienti di oggi che per quelli di domani. Nessuno compra più una marca, un brand, ma tutti ne acquistano il valore. Se il nostro settore non si aggiorna in questo senso, sarà una mossa del tutto controproducente”. Hanno lavorato così con Nilufar Gallery, pensando alla nuova strategia comunicativa della galleria. Tra i progetti (digitali) messi in atto c’è “Picked by Nina”, selezione di opere d’arte e design in edizione limitata scelte con lo scopo di rendere accessibile a tutti il collectible design. Non a caso hanno utilizzato il nome proprio della Yashar, fondatrice di Nilufar. “Abbiamo puntato sull’aspetto umano per la strategia creativa digitale proposta al cliente – spiega Riccardo – Spesso il problema delle aziende è l’assenza totale di empatia. Noi abbiamo messo Nina in primo piano, perchè quello che differenzia Nilufar dai competitor è proprio lei, la sua presenza e il suo valore creativo”. NORMALIZZARE LE CASE NORMALI Ha iniziato quasi per scherzo, lo scorso settembre 2020, pubblicando immagini di terrazzini perfetti, ironizzando su scelte estetiche poco funzionali: nel giro di 48 ore ha raggiunto i 7000 follower su Instagram per raggiungere poi i 50.000. Chiara Ferragni ha notato il suo profilo e grazie alla regina dei social è schizzata a 90mila follower, in meno di tre mesi. E’ il profilo Normalize Normal Homes, di cui Gaia Spizzichino è la contributor editor principale. “L’ho creato per cercare di ritrovare orgoglio nella normalità delle case che abitiamo – spiega – La maggior parte dei fruitori di questo social network non ha case milionarie e budget infiniti, e nel mio storytelling ha trovato rassicurazione, ironia e un racconto simile a quello di tante altre persone”. Il suo è un linguaggio autoironico, che evita la critica ma punta sull’interesse comune della sua community: avere una casa esteticamente apprezzabile, senza però poter disporre di budget importanti. “La maggior parte di noi vive in case che sono un po’ dei compromessi, specialmente in città. Il mio racconto parte da qui, parla di sogni e desideri, ironizza su progetti e soluzioni d’arredo improbabili e poi fa i conti col portafoglio. Questo racconto funziona, le persone interagiscono e si sentono parte della stessa storia”. Verrebbe subito da pensare a partnership con aziende che propongono oggettistica, utensili per la cucina, arredo per spazi ridotti. Invece no, ancora nessun brand del settore ha avanzato proposte e questo conferma la lentezza del comparto, rispetto ad altre categorie merceologiche che invece individuano immediatamente il potenziale di un profilo interessante. “Il mondo del food è più veloce e reattivo – commenta Gaia – ma non escludo che in futuro si possano trovare linguaggio e strategie adatte per raccontare brand che si identificano in un profilo come il nostro”.

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Made in Italy

fazzinihome.com


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Torre Unicredit

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tendenza di Valentina Dalla Costa

MANAGER di successo, anche in architettura. È caccia ai BUSINESS DEVELOPER Crea relazioni di fiducia e innesca le giuste opportunità di business: è il manager, un ruolo sempre più cruciale negli studi di architettura per rispondere alle sempre più sfidanti richieste del mercato.

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n Paese, il nostro, che conta più studi di architettura e architetti rispetto alle altre nazioni europee. Il volume d’affari generato dalla complessa macchina dei servizi legati alla progettazione ci posiziona tra i primi dieci Paesi a livello internazionale. Ironia della sorte però, il fatturato medio d’impresa è tra i più bassi d’Europa (fonte SDA Bocconi School of Management). Serve dunque valorizzare il grande potenziale dell’architettura italiana, accelerando processi che portino al successo economico della categoria. Negli ultimi anni una figura professionale cruciale si sta insediando, specialmente all’interno di grandi studi di progettazione: il Business Developer, ruolo ancora poco presente sul mercato, difficile da formare e prezioso, in grado di creare reti di connessioni essenziali per nuove strategie di crescita necessarie. Figura manageriale legata al focus sulle relazioni esterne dello studio, in grado di stringere precisi rapporti con clienti e potenziali partner di progetto in modo da allargare il network dello studio. L’obiettivo? Definire le giuste strategie organizzative e finanziarie dell’azienda, studiando le condizioni del mercato e identificando sempre nuove opportunità di business. Oltre ad una formazione legata a marketing e strategie d’impresa, le abilità necessarie vengono apprese con l’esperienza sul campo. POTENZIALITÀ DI CRESCITA COME NEL SETTORE CONTRACT Per certi versi, esiste un parallelo tra questa professione, che negli anni verrà sempre più richiesta e diverrà ruolo cruciale all’interno di uno studio di progettazione, e il professionista che una decina di anni fa si occupava di contract, settore cresciuto in modo esponenziale a cui si sono approcciate tante aziende, individuando grandi opportunità di business. “Vent’anni fa, chi operava all’interno del settore si contava sulle dita di una

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mano” commenta Gian Luca Colombo, manager del settore arredo e contract. “Quando iniziai fu una pura casualità. Nel distretto del mobile in Brianza si stava sviluppando questo ramo della progettazione, ma nei primi anni 2000 era la proprietà ad occuparsi di questo business. Ho iniziato a muovere i primi passi in questo senso da manager, pur non essendo il diretto proprietario dell’azienda. In questo modo ho avuto la possibilità di costruirmi una storia professionale solida nel mondo contract, lavorando per grandi gruppi e occupandomi di start-up, divenendo col tempo responsabile della direzione generale del settore contract all’interno delle aziende”. Tra gli ultimi traguardi raggiunti, lo sviluppo della divisione dedicata ai grandi progetti per Italian Creation Group, holding industriale fondata nel 2013 da Giovanni Perissinotto e Stefano Core, con in portafoglio brand come Valcucine, FontanaArte e Driade. “Lavorando esattamente con la stessa strategia necessaria per una start-up, ho fatto crescere la divisione dal punto di vista commerciale e operativo, costruendo la struttura più idonea per poter approcciare progetti specifici”. Le figure professionali all’interno delle aziende specializzate nel settore contract stanno crescendo sempre più, specialmente negli ultimi dieci anni, per far fronte a una domanda del mercato in forte crescita. “Vedo un certo parallelismo con quanto sta accadendo all’intero degli studi – riflette Colombo – che stanno affrontando la medesima situazione che si è verificata con il contract nelle aziende venti anni fa. Oggi è quasi d’obbligo passare ad una fase successiva, legata all’organizzazione interna, specialmente se parliamo di grandi studi di progettazione. L’architetto fondatore dello studio, che generalmente si occupava di tutto, comprese le relazioni commerciali, deve necessariamente individuare una figura che lo affianchi sul lato business e crescita: c’è la necessità di individuare una figura commerciale, il Business Developer, appunto”. Per la tipologia di interlocutori con cui si confronta e per il ruolo specifico, inserirlo all’interno della sfera commerciale non è però del tutto corretto. “La chiave sta nella rete di connessioni, grazie a cui si arriva a determinati interlocutori e partner. E’ un ramo del business dell’azienda, dello studio, che funziona per rapporti di carattere apicale, dunque è necessario che la figura individuata abbia una certa esperienza nel settore e che soprattutto venga immediatamente identificata come parte integrante dello studio. Il cliente deve percepire questo tipo di interlocutore come fosse lo studio stesso: freelance o professionisti poco ingaggiati non funzionerebbero. Oggi la competitività all’interno degli studi è sempre maggiore, dunque l’individuazione di una figura del genere è vitale. Siamo ancora in una fase embrionale del processo, servirà del tempo, esattamente come è avvenuto con il contract. Chi prima intuisce l’importanza del Business Developer prima arriva rispetto agli altri, e si posiziona a un livello interessante di competitività sul mercato. Io lo vedo come un attaccante da aggiungere alla squadra, in grado di portare risultati concreti”. Dunque, per una naturale evoluzione e per rispondere in modo concreto alle richieste del mercato, anch’esso in veloce evoluzione, serve uno sviluppo in questo senso se uno studio desidera evolversi e crescere. “Si tratta, in fin dei conti, di una attività imprenditoriale a tutti gli effetti e come tale ha bisogno di un apparato commerciale che segua di pari passo l’evoluzione dello studio. – conclude Colombo – Per poter individuare queste figure, penso che una buona soluzione sia guardare all’interno del mondo arredo, in cui il costante dialogo tra lato tecnico e business genera opportunità da anni. E in fin dei conti, i clienti e gli interlocutori sono spesso i medesimi”. RELAZIONI CHE GENERANO BUSINESS In uno studio di architettura di certe dimensioni, solitamente chi gestisce lo sviluppo delle attività commerciali viene individuato nelle figure dei soci fondatori dello studio stesso, come nel caso di Lombardini22. Ognuno dei partner soci è forte delle sue spe96

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ph. Marcello Perego

ph. milkit

FOX Bernhard Osann


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cifiche competenze e ha un determinato target e settore di riferimento: le relazioni che generano successivamente il lato commerciale del progetto sono strettamente legate e identificate in un soggetto in particolare. “Il passaggio da una organizzazione legata ai soci a una gestione aziendale in cui viene individuata una figura professionale che genera business non è affatto banale – dichiara a Pambianco Design Juri Franzosi, da gennaio 2021 direttore generale di Lombardini22 – poiché si va a toccare proprio un aspetto costitutivo dell’azienda stessa. Decidere di cedere o condividere determinate relazioni, capaci di generare business, è un tema delicato, poiché non stiamo parlando di una realtà che vende prodotti di largo consumo, con volumi di determinate cifre, ma di un servizio avanzato a cui si lega il tema della fiducia interpersonale creata tra committenza e produttore”. Ribadisce l’estrema difficoltà nell’individuazione di professionalità adatte al ruolo, che vanno formate e inserite nell’organico. “Non esistono come figure a sé stanti. Da noi non mancano ingegneri e architetti, ovvero competenze tecniche, così come collaboratori con forti competenze gestionali amministrative. Invece, qualcuno che abbia allo stesso tempo competenze rispetto ad un ambito tecnico specifico, e che sia capace di creare un meccanismo di fiducia necessario per creare una relazione stabile e chiudere contratti, è complesso da individuare. Inoltre, non può essere una persona giovane, poiché la chiave sta tutta nell’esperienza maturata negli anni”. Viene definita quasi una congiunzione astrale, un’alchimia complessa, in grado di individuare il giusto partner per ricoprire il ruolo del Business Developer. “Iniziare a lavorare in questo senso – continua – significa passare da studio ad azienda e significa anche aprire le porte dell’azienda, perché il più delle volte è il Business Developer che sceglie te, e non il contrario. Sono figure talmente rare e difficili da trovare, che per accaparrarsele uno studio deve risultare attrattivo, in modo da far maturare nel Developer l’idea di entrare a far parte del team”. Come dichiarato anche da Gian Luca Colombo, Franzosi ammette che la ricerca ad oggi sta avvenendo all’interno di organizzazioni che già sono in dialogo con lo studio, piuttosto che in altri studi competitor. “Da noi il tema della squadra è fondamentale. Fin da subito si è deciso di non lavorare secondo meccanismi premiali automatici, poiché giocare di squadra vuol dire assumersi il rischio di stare sul mercato senza stabilire dinamiche retributive individuali, ma puntando a portare beneficio e favorire lo sforzo corale: la funzione del Business Developer deve quindi maturare una certa consapevolezza e capire che deve operare all’interno di un contesto, un team, senza il quale gli eventuali successi individuali raggiunti non potrebbero essere possibili”. Mentre avviene la ricerca o il consolidamento all’interno del team, Franzosi sottolinea l’importanza del senso di appartenenza. “Gli studi possono contare sui cosiddetti brand ambassador, grazie ai quali si individua immediatamente la corrispondenza tra forma e sostanza e si percepisce l’appartenenza a un organismo che coerentemente porta avanti determinate scelte. Questo – continua – genera grande orgoglio e senso di appartenenza. Ci si ritrova spesso a parlare dell’azienda in cui si lavora, confrontandosi con partner di progetto. Nel nostro caso, gli oltre 300 collaboratori dello studio moltiplicano questo percepito che restituisce valori importanti come fiducia e qualità. Certo, non è paragonabile al lavoro che potrebbe svolgere un Business Developer, ma nelle nostre diverse Business Unit le persone si trovano in dialogo con diversi partner di progetto e fornitori, ai quali si trasmette l’identità dello studio”.

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real estate

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real estate di Paola Cassola

Capitali freschi per CASAVO, che vuole CRESCERE IN ITALIA e all’estero La startup proptech Casavo, attraverso una piattaforma tecnologica realizzata da Realisti.co, opera nel settore immobiliare come instant buyer: presenta offerte dirette per l’acquisto di immobili e, dopo la ristrutturazione, trova gli acquirenti finali.

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spansione e consolidamento nei mercati target, valorizzazione delle risorse umane, investimenti in marketing e sviluppo tecnologico, consolidamento dei volumi: questi gli obiettivi di Casavo, startup proptech di instant buying fondata nel 2017 da Giorgio Tinacci che, ad oggi, ha effettuato più di 1.100 transazioni immobiliari per un valore di oltre 300 milioni di euro, potendo contare su un team di 200 persone. La società, che ha chiuso il 2020 con una crescita a tripla cifra e ha registrato un incremento esponenziale soprattutto negli ultimi due anni, ha appena concluso un nuovo round di finanziamento da 200 milioni di euro (50 milioni di equity e 150 milioni di linea di credito da parte di Goldman Sachs) per un totale di 385 milioni dal 2017 ad oggi tra equity e debito. La recente raccolta di capitale di Serie C ha visto coinvolti Greenoaks Capital, Project A Ventures, 360 Capital, Picus Capital, P101, Bonsai Partners ed Exor Seeds, che ha guidato il round, al suo primo investimento in una startup italiana. Exor Seeds è l’attività di investimenti early-stage con cui Exor, la holding controllata dalla famiglia Agnelli, supporta le aziende emergenti. “Ci siamo ispirati ai pioneri statunitensi di questo modello di business, società quotate e consolidate in questa nicchia di mercato”, spiega Victor Ranieri, country manager Italia di Casavo. “In qualità di proptech, offriamo servizi con un forte elemento tecnologico volti ad accelerare la digitalizzazione del mercato immobiliare. Nello specifico, facciamo leva sulla tecnologia per valutare in modo accelerato gli immobili che ci vengono sottoposti, sui quali poi presentiamo un’offerta. Siamo a tutti gli effetti un acquirente diretto, non svolgiamo ruolo di intemerdiari”. “Come partner tecnologici di Casavo – aggiunge Edoardo Ribichesu, co-founder di

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Realisti.co, società acquisita dall’instant buyer lo scorso settembre – forniamo al professionista immobiliare un prodotto che gli permette di creare in totale autonomia una visita virtuale dell’immobile, al fine di promuovere nel modo più efficiente possibile ogni incarico di vendita. La mole di dati processata dall’algoritmo della piattaforma digitale è enorme, va catturata nel cloud ed elaborata per renderla disponibile all’utente finale in modo semplice. Al momento abbiamo oltre 140mila immobili mappati con la nostra tecnologia tra Italia e Spagna”. Casavo è, infatti, presente in Italia (Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna, Verona) e a Madrid in Spagna. “Abbiamo scelto questi due Paesi – prosegue Ranieri - per il tipo di mercato che risente di lunghi tempi di vendita nel residenziale. In questo contesto, il nostro modello di business è risolutivo, con tempi accelerati di acquisto degli immobili (rogito entro 40 giorni) e trasparenza in termini di dati e valutazione degli immobili. Inoltre, collaboriamo con tutta la filiera immobiliare tradizionale, dall’edilizia alle agenzie. Il nostro è un modello inclusivo che ad oggi convolge oltre 250 aziende in outsourcing”. L’attività di Casavo, fortemente improntata sull’approccio tecnologico, non ha risentito particolarmente della pandemia, una volta superato il primo lockdown i volumi hanno registrato una forte ripresa nella seconda parte del 2020. “Tante persone, proprio a seguito del lockdown, hanno deciso di cambiare casa – spiega Ranieri -, sono diventate più informate ed esigenti, alla ricerca di immobili ristrutturati e in linea con standard di comfort specifici, come la presenza di spazi esterni. Il mercato immobiliare, poi, ha dimostrato la sua solidità e resilienza mantenendo stabili i prezzi delle abitazioni nelle grandi città”. Anche per Realisti.co, offrendo prodotti digitali, la pandemia è stata un’ulteriore spinta al business: “Il post Covid ha spinto verso l’evoluzione digitale anche alcuni operatori del real estate che fino a quel momento si erano dimostrati restii – afferma Ribichesu -. Le nostre visite virtuali hanno registrato un boom perché in grado di offrire sicurezza a chi cercava casa o a chi in quel momento aveva già in essere un incarico di vendita. Se durante il lockdown il virtuale era un’esigenza stringente, successivamente la comodità di questi strumenti ha fatto sì che permanessero in uso”. L’intervento di riqualificazione immobiliare di Casavo, oltre ad avere l’obiettivo di reimmettere sul mercato un prodotto appetibile per il consumatore di oggi, svolge anche un importante ruolo nell’ambito della rigenerazione urbana, intervenendo esclusivamente su immobili già esistenti. “Siamo l’unico operatore professionale – spiega Ranieri - che in modo industriale contribuisce alla rigenerazione urbana casa per casa. Svolgiamo un duplice ruolo: finanziario portando capitali e imprenditoriale portando competenze”. I venditori che si rivolgono a Casavo sono di tipologie differenti in quanto, come afferma Ranieri “siamo adatti a tutti e garantiamo offerte molto competitive”, ma hanno in comune il desiderio di concludere rapidamente ed evitare numerosi sopralluoghi in casa; sul fronte acquirenti, il target di riferimento che si delinea vede preponderante una fascia di età medio-giovane. “I prodotti che rimettiamo sul mercato dopo il nostro intervento rispondono alle esigenze socio-economiche contemporanee: ristrutturati a nuovo e con tagli che variano dal bilocale al quadrilocale”.

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Showroom di Milano Contract District in via Melloni

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real estate di Paola Cassola

Milano Contract District, hub ‘scalabile’ dell’HOME DESIGN in continua EVOLUZIONE Il modello di business, ormai consolidatosi, è pensato per integrare l’home design alla filiera del RE residenziale offrendo servizi e soluzioni dedicate all’industria delle costruzioni attraverso ‘pop-up store’ concepiti per far convertire la customer experience in proposta di acquisto.

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ontinua a evolversi, anche in tempi di Covid, Milano Contract District, la piattaforma mirata al Design Contract che, con base nei 1.700 metri quadrati in centro a Milano, serve ormai lungo lo stivale il Real Estate con soluzioni complete e integrate di interior e di fit-out, in partnership con esclusivi brand del made in Italy (www.contract-district.com). L’idea, nata nel 2010 e concretizzatasi nell’apertura dello spazio di via Guicciardini nel 2016, vede alla guida il fondatore Lorenzo Pascucci che ha saputo traghettare il suo modello di business anche attraverso la pandemia accelerando sul digitale e crescendo sul mercato domestico, anticipando i tempi con una visione dinamica della casa lanciata già nel 2018: More+Space. “La pandemia non ha cambiato i parametri dei nostri servizi - esordisce l’imprenditore – anzi, ha confermato la coerenza e validità del nostro modello rivolto al real estate, ambito che non ha subìto flessioni importanti nonostante il periodo”. In un momento in cui vigono limitazioni agli spostamenti, il “servizio” è diventato ancor più strategico e l’inedita offerta di MCD nel canale delle nuove costruzioni sta dando i suoi frutti rimanendo fedele a sé stesso. “Nel 2018 abbiamo lanciato anche More+Space, la design platform pensata per il micro-living – racconta Pascucci – anche se con la pandemia abbiamo registrato un ‘freeze’ del prodotto a reddito, per lo spostamento temporale di un ritorno alla normalità che contempli i passati flussi turistici e di business con preferenza di appartamenti short-rent rispetto agli hotel. È aumentata, invece, la domanda di spazi flessibili, in grado di accogliere di giorno smartworking o homeschooling ma che di notte tornino ad essere vere e proprie stanze per dormire senza compromessi su comfort. Con More+Space siamo stati in grado di proporre sin dai primi market insight delle risposte

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innovative di stanze con spazi trasformabili che mutano nel corso del giorno, costruendo layout inediti basati su soluzioni dinamiche di arredo”. Grazie anche a questa nuova business unit, MCD dopo la menzione d’onore nell’ambito dell’edizione 2018 del Compasso d’oro, ha ottenuto anche il riconoscimento tra le startup più avanguardiste dall’osservatorio Proptech del Politecnico di Milano. Nella logica di un continuo aggiornamento, la ‘design platform’ ha di recente riorganizzato in parte anche lo store-format milanese (aperto sempre e solo su appuntamento ed esclusivamente agli operatori del real estate e agli acquirenti delle operazioni immobiliari) integrando in organico molte nuove risorse che, grazie ad un approccio “growth mindset” e ad una academy interna dedicata a progettisti, interior designer e project manager, permette all’azienda di incardinare il capitale umano di MCD in procedure e percorsi di lavoro mirati al pieno traguardo della soddisfazione dei clienti sia business che consumers. MCD è dunque un modello strettamente legato alla filiera virtuosa del real estate del territorio milanese ma che l’imprenditore considera scalabile in altri contesti, seppur con una formula ‘sui generis’. “Abbiamo creato un team interno dedicato allo sviluppo di onsite Pop-up Store che progettiamo e ricostruiamo chiavi in mano laddove ci si presenti un’operazione immobiliare con caratteristiche di numeriche, di target e di posizionamento adatti al nostro modello di business: dei veri e propri concept store ‘pop-up’ temporanei su superfici tra i 100 e i 300 metri quadrati capaci di riprodurre suggestioni domestiche ed in grado di ingaggiare i clienti rappresentando la qualità del futuro prodotto immobiliare per vendere su carta meglio e più in fretta”. Non si tratta di una clonazione del modello ‘master’ ma di avamposti creati a Como, Brescia, Torino, Roma dove abbiamo “esportato” il punto di forza di MCD, ovvero il suo ruolo di gestione e coordinamento tra progetto e impresa, che oltre ad alleggerire l’impegno del cliente, garantisce la consegna di un prodotto completo attraverso delle risorse sul posto dedicate di volta in volta al progetto specifico. Per supportare questo servizio, la startup ha accelerato sul digitale, lanciando nell’aprile 2020 la App Home_J (home-journey), un sistema di interfacciamento digitale con cui i clienti (B2C) e i promotori (B2B) possono monitorare da remoto tutti gli step di avanzamento delle scelte di varianti capitolato (interior e non) eseguite dal cliente. E non solo, “l’ingaggio digitale avviene oggi anche attraverso delle tecnologie disponibili per il RE che, con piattaforme virtuali, consentono di riconfigurare in parte da remoto la casa, creando così un teaser e una conseguente call to action sullo store fisico, per ricreare l’ultimo miglio di ingaggio capace di tramutare l’interesse in una proposta d’acquisto”. A valle di questa fase parte la customer experience, gestita interamente da MCD, che traghetta il cliente fino al rogito. Ad oggi MCD ha oltre 94 cantieri in portafoglio fra Milano e altre città, con un backlog di oltre 2mila unità abitative in consegna nei prossimi 3 anni e mezzo. “Abbiamo anche avviato una linea di processo dedicata agli affitti, con un team ad hoc, che si occupa dei progetti legati alla riqualificazione di immobili destinati alla messa a reddito di medio/ lungo termine che hanno tempistiche di release strettissime tra la fase di progettazione e la fase di consegna al quale abbiamo agganciato un canale di facility management post vendita dedicato per ogni building”, aggiunge Pascucci che, guardando al futuro, vede un trend crescente per la dinamica di integrazione del prodotto di interior nell’industria del real estate destinato a convertirsi in “standard” sulle piazze principali come Milano e Roma. “La sofisticazione del nostro processo e la sua integrazione con modelli digitali a disposizione della committenza è una delle caratteristiche che secondo noi segneranno il futuro – conclude Pascucci -. Stiamo cercando di differenziare sulle piazze principali sviluppando prodotti al di fuori del circuito cittadino, con pricing e target diversi da quelli di altissima gamma dei centri urbani metropolitani”. 106

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In alto a sinistra e in basso, GarofaloPaisiello, il nuovo sviluppo residenziale a Milano firmato da Mauro Cucinella Architects con la partnership di Milano Contract District per i prodotti e i servizi legati all’Interior design, realizzato su iniziativa di Fondo Aetmosphere gestito da Dea Capital RE Sgr, con advisor Realty Partner e Sigest come broker agency. In alto a destra, concept store realizzato per GarofaloPaisiello.

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Il divano Jannis, la nuova collezione di Dainelli Studio per Gebrüder Thonet Vienna, con struttura in legno

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speciale imbottiti di Antonella Galli

Come cambia il DIVANO? La parola ai PROGETTISTI Il più comodo degli arredi si evolve su più fronti: materiali, processi produttivi, dimensioni, stili. I divani saranno più sostenibili – certamente - e più leggeri, senza perdere in bellezza e comodità.

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uali sono i trend del futuro per gli imbottiti? Da che elemento si inizia a progettare un divano? Quando si può dire sostenibile? Le domande che abbiamo posto a tre designer specialisti di questo ambito rivelano alcune novità e confermano delle certezze. Tra le novità c’è l’aria, che entrerà sempre più a far parte degli imbottiti grazie al perfezionamento dei materiali e alla loro continua riduzione. E tra le certezze c’è la qualità manifatturiera, che garantisce durabilità ai prodotti (prima regola della sostenibilità). Ma lasciamo la parola ai protagonisti: Jean-Marie Massaud, Marzia e Leonardo Dainelli, Nika Zupanc. UN GIORNO I DIVANI SARANNO FATTI D’ARIA Dalla sua residenza a Nizza Jean-Marie Massaud elenca i brand italiani con cui ha lavorato in questi mesi a nuovi progetti: Poltrona Frau con il divano In the Mood, Poliform con il divano Saint-Germain, MDF con le poltrone Neil Twist, Arper con la poltrona lounge Aston Club. Il designer racconta la sua percezione delle tendenze attuali: “Una parola per tutte: eclettismo. C’è molto decorativismo, multiculturalità, materiali ricchi. È un periodo di mix and match: rustico con sofisticato, revival anni Cinquanta e Settanta. C’è libertà di espressione, sia per i designer, sia per le aziende, tanti elementi singolari con cui creare storie negli ambienti più diversi”. Massaud ama il mix di culture e la fertilità che apporta, confessa la sua propensione verso idee non standard e smart, a partire dalla ricerca sulla sostenibilità: “È una preoccupazione che il mio studio ha da tempo”, afferma, “e in questo senso abbiamo lavorato con i brand italiani. La poltrona Archibald Gran Comfort di Poltrona Frau, in pelle e ora anche in tessuto, ha struttura in legno e cinghie, senza colla o schiume, così da poterla disassemblare. La durabilità è il valore su cui si basa principal-

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mente la sostenibilità di un imbottito”. In ottica sostenibile ha sviluppato anche la poltrona Aston Club con Arper, i cui componenti interni sono realizzati in plastica riciclata post-industriale. “Non tutta la plastica è negativa se è riciclata e riciclabile a sua volta”, conferma Massaud, “Aston Club a fine vita può essere disassemblata e i materiali riutilizzati”. Ma di una cosa è certo: “Il prossimo passaggio nel settore degli imbottiti sarà quello dell’aria con cui riempire moduli contenitori, grandi fodere o tessuti”. DETTAGLI PREZIOSI E RICERCA SUI MATERIALI Leonardo e Marzia Dainelli, titolari di Dainelli Studio, con base milanese nel cuore di Brera, sono autori di recenti progetti di imbottiti: il divano Elissa per Gallotti&Radice e la collezione Jannis per Gebrüder Thonet Vienna. “Elissa è stato un successo, nonostante sia stato presentato in piena pandemia nella versione lineare” racconta Leonardo Dainelli, “l’azienda ci ha chiesto di ampliare con la versione componibile, presentata in queste settimane”. Il successo del progetto sta nella sua forma, composta ma non scontata, nel lusso dei materiali e delle finiture, ricercato e non ostentato: “A differenza di ciò che si fa di solito, nel progetto di Elissa siamo partiti dal basso,” continua Marzia, “abbiamo enfatizzato tutta la parte del piede, uno zoccolo rivestito da una lamina di ottone brunito che rientra e segna tutto il perimetro, così da far sembrare il divano sospeso.” Per Jannis di Gebrüder Thonet Vienna il supporto delle sedute è realizzato in fusti e archetti di legno curvato, heritage del brand, su cui si innestano sedute morbide e proporzionate. “Contenere gli eccessi è la nostra cifra stilistica”, confermano i designer, “per prodotti destinati a un gusto sapiente, attento a dettagli nascosti.” Leonardo è lo specialista dei materiali: “Preferiamo le strutture interne con fusto in multistrato ignifugo e idrorepellente, a bassa formaldeide, e rivestito con gomme di densità differenziate. Il legno può essere riciclato, l’utilizzo di gomma ridotto e create camere d’aria nelle scocche per ridurre i materiali. E questo grazie alle gomme di ultima generazione, che hanno alta portanza su bassi spessori e garantiscono ergonomia e ritorno.” LIBERA NELLO STILE, ISPIRATA DAL MARE La designer slovena Nika Zupanc è una personalità razionale e poetica al contempo, difficilmente inquadrabile in stili e generi. Ha progettato per Rossana Orlandi, per Qeeboo, per Dior e Moooi, ma anche per la sua collezione personale. Nell’ultimo anno è nata una collaborazione con Natuzzi Italia, che ha già portato frutti importanti. Il divano Wave progettato dalla Zupanc ha meritato lo scorso dicembre l’Archiproducts Design Awards 2020: un divano in cui la linea a doppio semicerchio dello schienale, che richiama il moto rotatorio delle onde, abbraccia le sedute tonde e generosamente imbottite. “Non credo nei trend e tento di evitare di pensarci quando disegno” afferma decisa Nika, “ma è certamente in corso una tendenza che cambia dal profondo la società: parlo della sostenibilità, che non è un trend ma una sfida.” Ribadisce la sua posizione di libertà stilistica: “Amo linguaggi diversi, anche il romanticismo, perché ogni persona ha bisogno di forme differenti per esprimersi.” L’esperienza con Natuzzi conferma l’ispirazione che l’ha guidata: “L’incontro ha preso vita grazie a una radice comune, quella del Mare Adriatico. Quando sono atterrata a Bari ho capito che molte cose ci univano. Ho una casa in Croazia e amo tantissimo il mare, la sua natura, lì mi sento a casa. I prodotti per Natuzzi sono nati da questi valori comuni, perché l’azienda tiene molto alle proprie radici”. Così per la collezione Natuzzi 2021 è nato il divano componibile Deep, che accentua l’effetto di accoglienza e comfort. Pensando alle profondità del mare.

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Mai come in questi mesi abbiamo compreso il significato di vivere in case ben progettate, confortevoli e salubri. Le case di Marlegno sono costruite con cura scegliendo materiali naturali rinnovabili e applicazioni tecnologiche per creare un ambiente accogliente, silenzioso e sicuro. Tutto questo significa garantire la qualità dei luoghi in cui viviamo, ponendo al centro l’uomo, il suo benessere e quello del pianeta: un investimento che ripaga nel tempo. Non perdere l’occasione di scoprire quanto sia facile migliorare il tuo modo di abitare.

Marlegno s.r.l. · Via delle Industrie, 14 Bolgare (BG) · 035.4423768 · www.marlegno.it · info@marlegno.it


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Dall’alto: Saint-Germain, novità 2021 di Poliform, firmato da Massaud; Wave, divano di Nika Zupanc per Natuzzi Italia e divano In the Mood, nuova serie componibile di Jean-Marie Massaud per Poltrona Frau

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TABU, Italian excellence in dyeing wood veneers, presents SKEENS: a new vision of the boiserie made of wood, the complete redesign of the wooden surfaces to cover the walls with a thickness that is almost zero. The certified and sustainable wood species FSC® used are: Bolivar, Eucalyptus, Larch, Walnut, Oak, Lime tree.

www.skeens.it www.tabu.it


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La poltrona Ruff, progetto di Patricia Urqiola e i tappeti Sama e Matrix, tutto di Moroso (ph. Alessandro Paderni)

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speciale imbottiti di Antonella Galli

Tutti al lavoro sulla SOSTENIBILITÀ, senza dimenticare i VALORI DEL PROGETTO Tra le questioni più urgenti per chi produce poltrone e divani c’è sicuramente il modo di rendere sostenibili processi e materiali. Le aziende italiane affrontano la sfida che le porterà oltre la pandemia.

C’

è un prima e un dopo, ormai, per qualsiasi valutazione socio-economica: nel 2019, prima della pandemia, il settore degli imbottiti registrava 2.311 imprese italiane che occupavano oltre 14.000 addetti (Rapporto FederlegnoArredo). Di queste, il 30% era rappresentato da società di capitale che occupavano il 71% degli addetti e generavano la quasi totalità (95%) del fatturato. Al momento attuale le valutazioni sul 2020 non possono che dare conto di una fase provvisoria in un momento critico non ancora concluso. I preconsuntivi 2020 elaborati dal Centro Studi di FederlegnoArredo evidenziano nel settore imbottiti una diminuzione del fatturato del 9,5% (da 3.09 miliardi alla produzione nel 2019 a 2.79 miliardi nel 2020), in linea con l’intero sistema arredo. Il calo in Italia (-9%) è stato inferiore all’export (-9,8%), che però è in recupero rispetto al primo semestre. Il conto di aziende e addetti avrà senso solo al termine di questa fase, che sta apportando tanti cambiamenti, benché non tutti negativi. Sino ad allora conviene ragionare sugli orizzonti strategici, sulle innovazioni e sul polso dei mercati da parte delle aziende, partendo dalle più strutturate e storiche per arrivare a quelle più innovative ed originali, di dimensioni piccole o medie. Ne abbiamo parlato con Nicola Coropulis, ceo di Poltrona Frau, Damir Eskerica, direttore generale di Moroso, Amelia Pegorin, fondatrice e ceo di Saba Italia, e Valentina Bigiarini, responsabile marketing e comunicazione di Adrenalina.

COMPONIBILITÀ ANCHE PER I GRANDI CLASSICI Nel primo trimestre 2021 in Poltrona Frau, che nel 2022 celebrerà i 110 anni, il business del residenziale ha dato ottimi segnali. L’imbottito, in particolare quello in pelle, è il core business, intorno a cui ruotano le soluzioni di arredo in catalogo. “Il 2020 si è chiuso in

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linea con l’andamento del settore, ma con performance differenziata tra residenziale, più dinamico, e contract,” sottolinea Nicola Coropulis, ceo di Poltrona Frau (gruppo Lifestyle Design), “rallentato dal fatto che le principali commesse sono per luoghi pubblici: teatri, aurditorium, aeroporti.” Con la Cina come primo mercato, il 2021 sta dando buoni segnali per un’azienda che occupa 700 persone con circa 200 milioni di fatturato nei settori residenziale, contract e interiors in motion (la fabbrica che serve gli interni delle auto più prestigiose). Coropulis rileva la prevalenza della componibilità: “È una tendenza generalizzata, attraverso le geografie, prova che il mondo ha raggiunto una certa uniformità del gusto. In quest’ottica siamo intervenuti anche su un divano come il Chester che, pur mantenendo numeri molto interessanti nella versione classica, è stato ripensato in modalità componibile. Stiamo ragionando anche sull’introduzione di meccanismi: non è una richiesta forte, ma è un’area che va esplorata”. Se è vero che l’80% dei prodotti di Poltrona Frau è in pelle, l’azienda ha intercettato la tendenza tessuto per i rivestimenti: “I nostri tessuti sono realizzati con fibre naturali”, aggiunge Coropulis, “e il percorso con Loro Piana è il punto di arrivo”. Tra le novità 2021, infatti, c’è una selezione di tessuti Loro Piana in cachemire e lana. Sul fronte della sostenibilità Coropulis tiene a ribadire che “Poltrona Frau è sostenibile da 110 anni, per la durabilità dei suoi prodotti e per la qualità dei materiali. La tecnologia è stata inserita in azienda per aumentare la scalabilità industriale e valorizzare l’artigianalità.” Sono allo studio avanzamenti, a partire dalle pelli, che abbiano il minor impatto possibile, sino alla pelle a impatto zero. C’è poi il tema pregnante delle imbottiture: “una buona parte è in poliuretano o derivati, su cui c’è grande impegno a trovare alternative riciclate e riciclabili. Anche perché l’approvvigionamento del poliuretano sta diventando un serio problema”, conclude. UN GIUSTO EQUILIBRIO TRA FISICO E DIGITALE Damir Eskerica, direttore generale di Moroso dal 2019, nell’analisi della situazione attuale parte da un punto fermo: “È sempre il mercato che guida la produzione. Ci chiediamo: cosa ci manca in questo momento? Essere vicini gli uni agli altri. Il divano è il posto dove c’è maggior comunicazione, anche da un punto di vista sensoriale. In Moroso abbiamo sempre privilegiato forme generose e colori. Le persone sono al centro dei nostri progetti.” Moroso ha chiuso il 2020 con poco meno di 25 milioni di fatturato consolidato, suddiviso equamente tra residenziale e contract, e sviluppato per l’80% all’estero, in 74 Paesi. Inevitabile affrontare il tema della sostenibilità, su cui Eskerica si pone una domanda dirimente: “È un valore di vita o uno strumento di marketing? Stiamo lavorando su alcuni progetti, tra cui una collezione con Patricia Urquiola, in cui cerchiamo di aumentare, non senza difficoltà, le materie sostenibili all’interno del prodotto. Siamo impegnati a selezionare fornitori virtuosi, che garantiscono qualità sostenibile sulla filiera: il legno certificato FSC, colle a base d’acqua, vernici a basse emissioni, rivestimento tessile naturale. Il cambiamento avviene solo se il mercato è pronto a recepirlo, se la società è disponibile ad accoglierlo.” Se è il mercato a guidare, allora, come rendere sostenibili i vari progetti modificando anche le aspettative del mercato? “In merito alla comunicazione, credo in un discorso organico e in strategie multicanale. Ad aprile 2020 abbiamo effettuato il lancio di una collezione di sedute contract, Taba di Alfredo Häberli, in modalità digitale, ed è stato un grandissimo successo. I vantaggi del digitale di raggiungere persone in tutto il mondo sono innegabili, ma va trovato un equilibrio con la modalità fisica.” SE UN DIVANO RENDE LA VITA PIÙ BELLA (E COMODA) Amelia Pegorin, fondatrice, amministratore delegato e anima di Saba Italia, è positiva rispetto alla situazione attuale. L’azienda del padovano (parte di Italian Design Brand dal 116

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Dall’alto: il nuovo divano Gala di Cristina Celestino per Saba Italia (ph. M. Balsamini); la versione aggiornata e componibile Chester Line di Poltrona Frau; divani e poltrone Leo di Adrenalina, design Daria Zinovatnaya, realizzati con materiali ecologici.

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2018) ha registrato ordinativi incoraggianti nel primo trimestre: già 6.3 milioni rispetto a un 2020 chiuso con 17 milioni di fatturato. Ordini che arrivano per il 48% dall’Italia, il resto dall’export in 60 Paesi. Dei 54 addetti, il 60% sono donne, quattro su cinque ai vertici dell’azienda. Il prossimo agosto sarà pronto un nuovo capannone, che raddoppia gli spazi della produzione. La filiera produttiva è praticamente a chilometro zero, con la rivisitazione dei processi lavorativi per ottimizzare i consumi, per l’80% sostenibili, lavorando quasi solamente con materiali naturali. Tutti segnali di una visione aziendale che ha saputo anticipare i tempi. “Nonostante questa crisi profonda, non riesco ad essere pessimista”, conferma Amelia Pegorin, “è come se ci fosse una canzone mondiale che parla di un nuovo umanesimo, delle relazioni centrate sull’uomo, anziché sul brand o sull’oggetto. Questo è un treno da prendere al volo, per ripensare in modo più sincero il modo di interpretare il lavoro e il rapporto con il mercato. Per me è sempre stato così. Mi chiedo: perché immettere un progetto sul mercato? Perché ci rende migliori e più felici.” E questo come si traduce nelle forme dei divani? “Il senso è che siano liberi, flessibili, arrendevoli ai bisogni tramite gesti facili. I progetti che hanno accompagnato Saba sono tuttora testimoni di questo modo di interrogare la forma e la materia. Può un divano fisso diventare componibile? Può accomodare persone di altezze diverse? Può essere configurabile nel tempo senza doverlo cambiare? Il prodotto diventa una risposta.” Come il divano My Taos del 1999, ancora presente nel catalogo, che è al quarto posto nelle vendite. O come il divano Pixel di Sergio Bicego, sempre riconfigurabile. “Facciamo poche cose, sempre pensate a favore di qualcuno”, conclude Pegorin. IL COLORE COME SEGNO DISTINTIVO Già dal nome Adrenalina rivela la sua identità: il brand, parte del gruppo Domingo Salotti, nasce nel 1999 per dare una scarica di colore e creatività al mondo degli imbottiti. “Si respirava noia in questo settore”, racconta Valentina Bigiarini, responsabile marketing e communicazione, “la scintilla scattò dall’incontro tra Filippo Antonelli, direttore generale, e l’architetto Simone Micheli. I primi dieci anni furono di rottura esasperata, poi si è scelta una direzione più moderata”. Impresa familiare, situata nelle Marche, la Domingo Salotti ha lo stabilimento sotto al Castello di Gradara, al confine con la Romagna: oltre ad Adrenalina, brand per imbottiti di design (definito dall’azienda ‘la collezione di alta moda’), con il marchio Domingo il gruppo produce linee moderne, classiche e luxury, per un fatturato complessivo di 4.6 milioni, derivato dall’export per il 60%, e con 30 persone impiegate. “Oggi in Adrenalina preferiamo non esagerare con le forme,” continua Bigiarini, “ma avere quel dettaglio che si ricollega al marchio, come nella nuova collezione Swing del duo italiano Debonademeo, in cui la struttura in tubolare metallico è portata a vista e colorata, così come i tessuti di rivestimento. Il colore è espressione: quale luce vogliamo dare alla nostra casa?” Sulla sostenibilità il gruppo lavora da dieci anni: partiranno presto progetti importanti di nuovi studi sul poliuretano. “Abbiamo già valutato materiali considerati green, ma non si possono mettere in scala a livello industriale, oltre al fatto che on garantisce l’ignifugo per il contract. Stiamo collaborando con ricercatori per arrivare a un’imbottitura più sostenibile”, assicura Valentina Bigiarini, “e già lavoriamo sulla scomponibilità del prodotti a fine vita.”

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progetto

Uno dei quattro alberi illuminati dai grandi anelli led appositamente disegnati per la corte d’accesso alla nuova sede della Ugolini, completata nel 2020 su progetto dello studio milanese Barreca & La Varra (ph C. Merello)

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progetto di Antonella Galli

L’azienda costruita intorno alla CORTE degli ANELLI DI LUCE Nel pavese un complesso aziendale che integra tutte le funzioni si focalizza attorno alla corte d’ingresso, dove quattro anelli luminosi circondano altrettanti alberi tipici della pianura lombarda.

L’

occasione è stata il 75° anniversario di attività dell’azienda: nel 2020 la Ugolini, storica produttrice di macchine refrigeranti per bibite e gelati, ha inaugurato la nuova sede aziendale, che riunisce in un unico luogo gli uffici, la produzione e il magazzino, precedentemente dislocati in zone diverse. Il sito prescelto si trova nella pianura pavese, nel comune di Torrevecchia Pia, nei pressi del fiume Lambro; il progetto è stato affidato allo studio milanese Barreca & La Varra, fondato nel 2008 da Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra. Lo studio, che negli anni ha assunto rilievo internazionale per architetture di headquarter, masterplan, riqualificazioni e progetti di funzione pubblica (è attualmente impegnato nell’edificazione del nuovo Policlinico di Milano), ha seguito il progetto Ugolini nella sua totalità, dal masterplan agli edifici, dal landscape agli interni.

LA CORTE RACCORDA TUTTE LE FUNZIONI Dal committente è giunta sin dall’inizio una richiesta chiara: concentrare in un unico complesso tutte le funzioni, da quelle prettamente amministrative e commerciali a quelle produttive, oltre alla logistica, e garantire a tutti i dipendenti l’accesso da un unico ingresso. “L’idea era quella di avere un edificio che costituisse una corte”, afferma l’architetto Gianandrea Barreca, “come quelle delle cascine lombarde tipiche di questo territorio, che al tempo stesso fosse un organismo unico, senza separare ciò che è amministrazione da ciò che è industria e magazzino. La corte, attorno alla quale si collocano gli edifici, inanella le diverse anime della Ugolini, equilibrando i pesi: tutti si riconoscono nell’ingresso e nell’uniformità del complesso.” Gli edifici per gli uffici (3000 mq su due piani) e quelli per la produzione (5500 mq) si compenetrano, accomunati dal tetto a

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progetto

falde, mentre il magazzino (5700 mq), benché molto vicino, è isolato per essere accessibile su tutto il perimetro. “Era necessario un linguaggio comune a tutti gli edifici,” continua l’architetto Barreca, “quindi c’è maggiore qualità sugli edifici industriali e più sobrietà sugli uffici. Il progetto è scandito da una certa metrica, affidata alla regolarità delle finestrature, volutamente molto grandi (3,6 di larghezza per 2,4 m di altezza), collocate su tutto il perimetro degli uffici. L’idea cromatica complessiva rimane molto sobria e ordinata.” MATERIALI INDUSTRIALI E DETTAGLI PREZIOSI I volumi degli edifici sono connotati da tre materiali: una facciata ventilata grigia in GRC (Glass Reinforced Concrete), pannellature prefabbricate in cemento e la lamiera grecata verniciata che fa da coronamento a tutte le coperture. “All’interno la spazialità è stata lavorata per definire la funzione dei tre organismi”, chiarisce il progettista: “il magazzino ha un’altezza enorme, è un grande involucro contenente le scaffalature e con luce artificiale. La zona della produzione è in un contesto in cui prevale il bianco, con grandi lucernari sul tetto che inondano di luce lo spazio. Infine, l’edificio degli uffici si struttura con un’articolazione molto più minuta, in cui i vari spazi sono disegnati in maniera appropriata rispetto alla funzione: la mensa condivisa, lo spazio ricreativo, i corridoi, le lobby d’ingresso, gli uffici singoli e gli open space.” Le lobby, in particolare, hanno sfondati a doppie e triple altezze fino al tetto a capanna, che dall’interno si percepisce. Per questi spazi sono state utilizzati materiali preziosi, come il legno massello che riveste le lobby principali, in continuità con la pavimentazione delle scale, anch’essa lignea. ILLUMINAZIONE CALIBRATA PER ESIGENZE DIVERSE In tutto lo spazio uffici l’illuminazione differisce a seconda degli ambienti, per rimarcare la loro peculiarità: “La mensa prende luce da una grandissima vetrata, oltre ad essere illuminata da una schiera di tubi al neon filiformi (Bacchetta Magica di Mario Nanni per Viabizzuno) posizionati secondo un un disegno cassettonato del controsoffitto, che aggiunge un valore di disegno all’ambiente dove tutti i dipendenti si riuniscono per il pasto.” Le postazioni di lavoro, invece, sono illuminate dalla barra lineare Profilo GC (un progetto di Guido Canali sempre per Viabizzuno), mentre nelle sale riunioni ci sono lampade pendenti basse e faretti. Più scenografico è l’impatto delle luci negli atrii a tripla altezza, in cui spiccano le lampade decorative Gavin di Olev, design di Massimo Tonetto, in gruppi di tre sospensioni led ad anello, variamente inclinate, che assumono il rilievo di sculture luminose. QUATTRO ALBERI CORONATI DA ANELLI DI LUCE La corte d’ingresso assume un ruolo particolare nell’unificazione del complesso: è spazio di passaggio e di identificazione. Vi sono stati piantati quattro alberi - un platano, un gelso, una quercia e un frassino – che richiamano l’ambiente naturale della Pianura Padana. Gli alberi sono protagonisti dello spazio grazie a quattro anelli luminosi che li circondano, con un un diametro dai 7 ai 9 metri per un’altezza di 3, poggiati su quattro sottili piedi metallici. Alcuni anelli trovano posto anche nelle aree della corte senza gli alberi. “Sono stati disegnati custom per questo spazio”, chiarisce Gianandrea Barreca, “fatti su misura da un fabbro e da un artigiano con corpi illuminanti led, ma ora ne stiamo studiando lo sviluppo per un’eventuale produzione. Sono strutture segnaposto, finestre di luce nella notte; fanno da corona ai grandi protagonisti, i quattro alberi, di cui illuminano il piede. Di giorno sono sculture metalliche silenziose ed enigmatiche, in relazione con l’ambiente e l’architettura del complesso. Chi accede agli ingressi le attraversa, passando sotto a quelle posizionate nelle aree di transito.”

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Dall’alto, in senso orario: l’area dedicata alla produzione di macchine refrigeranti per bibite e gelati Ugolini (5500 mq), illuminata da grandi lucernari; una delle lobby di ingresso nell’area degli uffici (3000 mq) con la scala e le pareti interamente rivestite in legno; l’open space con le postazioni operative degli uffici, illuminate dalle barre Profilo GC di Viabizzuno; un’atrio d’ingresso a tripla altezza con le sospensioni led Gavin di Olev

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crowfunding

Criteri prioritari di selezione delle aziende

1. Business model innovativi che forniscano ai singoli progetti vantaggi competitivi di lunga durata

2. Progetti consumer in ambito e-commerce e di distribuzione diretta o che cavalchino i trend quanto mai attuali e sempre più imprescindibili del digitale e della sostenibilità

3. Progetti b2b i cui contenuti d’innovazione rappresentino un cambiamento dirompente su processi fino ad oggi consolidati nella industry

David Pambianco (CEO di Pambianco) tra Antonio Chiarello e Cristiano Busnardo (Founder e CEO di ClubDealOnline Spa)

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crowfunding di Rossana Cuoccio

PAMBIANCO4GROWTH finanzia le migliori PMI del MADE IN ITALY Pambianco e ClubDealOnline alla ricerca delle più promettenti Scale-up e piccole e medie imprese (fashion, design, beauty, wine&food, turismo) su cui investire e che possono diventare, un domani, leader nel settore di appartenenza.

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l made in Italy rappresenta una quota importante del Pil del nostro Paese, siamo universalmente invidiati per le numerose storie di eccellenza, sia dal punto di vista della qualità artigianale sia della capacità di innovazione. In questo ambito, il peso delle startup e delle scale-up sta crescendo sempre più e, accanto ai grandi nomi noti, si intravedono un numero sempre maggiore di realtà che saranno leader un domani e che potrebbero necessitare di un supporto nella raccolta di capitali per la loro crescita. Ecco che così è nata Pambianco4Growth, una partnership tra Pambianco e ClubDealOnline.com che ha come obiettivo proprio quello di supportare Scale-up e Pmi del made in Italy nella raccolta di capitali per il loro percorso di sviluppo. La partnership unisce la capacità di scouting e l’expertise pluriennale di Pambianco nei settori del fashion, del design, del beauty, del wine&food e del turismo al know-how e al network di ClubDealOnline, la prima piattaforma di Private Crowdfunding, autorizzata Consob, che si rivolge esclusivamente a Family Office e HNWI anche tramite partnership con intermediari finanziari. A spiegare come è nata questa sinergia è Fosca Palumbo, Project Leader Pambianco4Growth: “Ci ha messo in contatto un professionista che conosceva entrambe le realtà. In Pambianco il supporto delle aziende nell’implementazione delle loro strategie di crescita, anche tramite forme di finanza straordinaria, è sempre stato una convinzione della proprietà. Il primo passo in questo senso è stato il fondo Made in Italy, destinato alle PMI dai 10 ai 50 milioni di euro di fatturato. P4G ci permetterà di focalizzarci anche su realtà più piccole, con fatturato tra i 0,5 e i 10 milioni di euro”. “Andiamo alla ricerca delle miglior ScaleUp e Pmi su cui investire, aziende che possono diventare, un domani, leader nel settore di appartenenza”, ha spiegato Cristiano Busnardo, Ceo di ClubDealOnline. “Operiamo attraverso delle partnership che ci garantiscono acces-

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crowfunding

so ad un dealflow qualificato, ad esempio con iStarter (acceleratore italiano basato a Londra ed operante in un contesto internazionale) e i suoi Equity Partner o con boutique finanziarie con comprovata esperienza nel settore. Volendo approcciare il mondo della moda e, in generale, del made in Italy, volevamo un partner che ci affiancasse nell’individuare le migliori opportunità, e in Pambianco l’abbiamo trovato, grazie alla profonda conoscenza del settore che ha acquisito operando come consulente strategico per oltre 40 anni nel mondo del made in Italy”. Alla base del successo di questa tipologia di investimenti ci sono diversi fattori, in primo luogo il contesto di mercato, caratterizzato da tassi bassi e rendimenti compressi, sia per gli investitori finali che per gli intermediari. Inoltre, è ormai un dato di fatto che, affinché possa esistere un’impresa profittevole, le idee non bastano, ma c’è bisogno anche di capitali e, spesso, anche di un supporto alla governance. “Il PrivateCrowdfunding (operazioni di raccolta di capitali destinati a clientela di alto livello) – continua Busnardo - è il luogo in cui queste esigenze si incontrano. Da un lato rappresenta, per le aziende, una modalità di finanziamento alternativo al consueto canale bancario, dall’altro, per gli investitori, costituisce una valida opportunità di differenziazione e una modalità di ottenere rendimenti interessanti, il tutto agevolato dal canale digitale”. “In un momento storico in cui i tassi d’interesse sono molto bassi – spiega Palumbo – il PrivateCrowdfunding permette a chiunque abbia della liquidità di diversificare il rischio ed investire somme anche limitate in progetti ad alto potenziale. Permette di avvicinare al mondo affascinante e pieno di opportunità delle Start-up in fase di crescita chiunque voglia sentirsi parte di un progetto o condividere il sogno dell’imprenditore. Lato investitore, crediamo che il made in Italy sia una grande opportunità”. Specie in una fase storica come quella attuale, caratterizzata dall’impatto del Covid sulle economie internazionali ed italiana in particolare, è fondamentale per le imprese della filiera trovare modalità alternative di finanziamento rispetto al tradizionale canale bancario. Il made in Italy riveste un appeal particolare per la clientela “private”, e quindi iniziative innovative, incentrate sull’unicità del know how del capitale umano, possono rappresentare un’ottima opportunità di investimento. “D’altronde - continua Busnardo - lo spazio di crescita nei private asset in Italia è molto ampio: infatti, se mediamente i gestori dei grandi patrimoni di High Net Worth Individual consigliano un’allocazione tra il 10% e il 20% del patrimonio in private asset, questi target si confrontano con una percentuale in Italia risibile. Secondo AIPB (Associazione Italiana Private Banking), di 900 miliardi di euro in gestione al private banking in Italia solo 3,9 miliardi, quindi solo lo 0,4%, faceva riferimento a private market. Inoltre, in questo momento, sono parcheggiati sui conti correnti oltre 1.700 miliardi per un’allocazione prudenziale dei capitali per effetto della pandemia. La sfida per gli operatori nei private assets è rappresentata dal mobilitare parte di tali disponibilità a supporto strategico dell’economia reale del nostro sistema Paese il cui dna è proprio costituito dai settori del made in Italy”. L’Italia è il Paese della creatività. “Ogni anno – continua Palumbo - vedono la luce società innovative, basate su nuovi modelli di business. Queste realtà cercano capitali e competenze per strutturarsi ed accelerare il percorso di crescita. In questo il PrivateCrowdfunding può rivelarsi un grande alleato. Tra i criteri di selezione di P4G, idea di business e prospettive di crescita avranno un peso rilevante, ma anche la figura degli imprenditori e delle imprenditrici, che ci aspettiamo combinino visione e capacità di esecuzione”. Da un punto di vista operativo, Il processo ha inizio con una prima valutazione del progetto da parte del team di P4G in base ad alcuni requisiti predefiniti. I progetti che superano questa prima fase, vengono condivisi con il team di ClubDealOnline per l’approvazione definitiva e l’inserimento nel portale di Private Crowdfunding. 126

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cover story

Courtesy of JoAnne Artman Gallery, New York NY/Laguna Beach CA

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MARY FINLAYSON: giocare con forme e colori

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dipinti di Mary Finlayson celebrano colori, fantasie e forme, navigando principalmente tra tematiche che riguardano la casa e i ricordi. Appiattendo la prospettiva di ogni scena, le sue opere offrono uno sguardo intimo in ogni spazio. I suoi interni rendono omaggio alle opere iconiche di David Hockney, Henri Matisse e Stuart Davis, prendendo in prestito tavolozze di colori brillanti simili, schemi ripetitivi e forme semplificate, creando tuttavia composizioni sofisticate e strettamente costruite, con uno stile unico e preciso. Le sue opere evocano la memoria del luogo, spesso un allontanamento da ciò che è reale. L’uso vivido del colore e di linee energiche ravviva gli ambienti privati, rappresentandoli così in chiave inconsueta e mai banale. Il background di Mary Finlayson è sia nella pittura che nella stampa. Ha un Bachelor of Fine Arts presso la Queen’s University, una laurea in Art Therapy presso il Vancouver Art Therapy Institute e una laurea in educazione artistica presso l’Università della British Columbia. Mary Finlayson vive e lavora a San Francisco.

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Direttore Responsabile David Pambianco Redazione e Collaboratori Paola Cassola, Valentina Dalla Costa, Antonella Galli, Andrea Guolo, Giulia Mauri, Maria Elena Molteni Grafica e Impaginazione Mai Esteve, Lucrezia Alfieri Coordinamento Paola Novati Cover Project Anna Gilde Pubblicità Martina Leoni Contatti design@pambianco.com adv@pambianco.com abbonamenti@pambianco.com Telefono 02.763.886.00 Tipografia Starprint Srl - Bergamo Registrazione Tribunale di Milano n. 62 del 29/02/2016 Proprietario ed Editore Pambianco Srl Corso Matteotti 11 - 20121 Milano Costo dell’abbonamento annuale: 69 euro Abbonamento (spedizione con corriere espresso) Per abbonarti alla rivista cartacea vai su: magazine.pambianconews.com

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