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CUCINA. GIORNO. NOTTE. FEBALCASA.COM


FEBAL, DOLCE FEBAL.


Rimadesio

Velaria pannelli scorrevoli, Eos mensole. Design Giuseppe Bavuso


editoriale

Il segnale atteso di un nuovo Salone di David Pambianco

C

è un silenzio profondo che circonda il Salone del Mobile e che lascia sospeso e indeterminato l’appuntamento più atteso dal design nazionale. Ad oggi, l’organizzatore è stato silente, salvo che per la comunicazione delle date, a settembre. L’ultimo anno di pandemia ha profondamente cambiato il mondo dell’arredamento italiano e il settore non è più quello che era prima del Covid. Di conseguenza, è comprensibile che sul tavolo degli organizzatori ci sia più di un interrogativo in merito a ciò che potrà essere mantenuto del Salone del mobile ante Covid, e in merito a ciò che invece dovrà essere cambiato. Già sul finire dello scorso anno, con le prime stime sui bilanci 2020 delle aziende, abbiamo scritto che il design italiano è stato capace di ‘sopravvivere’ alla temporanea assenza del suo principale alfiere di business, il Salone, grazie al fatto che la casa è diventata molto più centrale nella vita di ognuno, ma anche, e soprattutto, per effetto del cambiamento culturale delle imprese che in pochi mesi hanno percorso un’evoluzione digitale, sia interna sia esterna, che non avevano compiuto in un decennio. Quindi, negli uffici di Foro Buonaparte sono diversi i punti da risolvere, a cominciare da quelli più generali. Questo settore rinnovato, oggi, ha davvero bisogno di un mega Salone improntato sulle logiche pre-Covid? E, visto che le aziende hanno scoperto nuovi modi per connettersi ai propri clienti e interlocutori, il costo della presenza a Rho potrà essere lo stesso o dovrà essere rimodulato? Entrando più nello specifico, sarà inoltre utile chiedersi se l’offerta del “Sistema Salone” possa ancora fare a meno di quella dimensione digitale che ha oramai ridisegnato il Dna delle imprese del settore. E, ancora, se il Salone debba essere un evento che dura una settimana o una piattaforma che supporta le imprese tutto l’anno. Tutti questi ragionamenti poggiano sul presupposto, finora incontestabile, che il Salone sia un brand con grande forza a livello mondiale e che le cosiddette “estensioni di servizio”, siano pressoché illimitate. Facendo leva su questo patrimonio, il Salone dovrà attivare le proprie competenze per reinventarsi e tradurre gli interrogativi in nuove opportunità. In tal modo, quel Salone che per anni è stato un elemento non sostituibile e come tale dotato di una forza negoziale senza limiti, potrà affrontare il mondo del design post-Covid con un’identità meno inaccessibile e più inclusiva, confermandosi l’alfiere del made in Italy anche per gli anni a venire.

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sommario

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Attualità Superbonus 110% opportunità per filiera

La crisi sanitaria ha rallentato le transazioni immobiliari, ma la domanda di mutui ha tenuto. Nel concederli, le banche guardano all’efficienza energetica. Migliorare il patrimonio esistente può essere dunque una leva per il Pil.

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Attualità Maria Porro: “Spingere export con certificazioni”

Sostenibilità, formazione e sostegno alle imprese nelle esportazioni e nella transizione digitale si confermano gli obiettivi di Assarredo, da quattro mesi sotto la guida di Maria Porro.

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Dossier Le home collection, tra contract e M&A

Home collection, branded residences, lifestyle design, contract. Tutti termini che descrivono la strada intrapresa da studi di progettazione, aziende di produzione e brand della moda e dell’arredo per cogliere le opportunità del nuovo millennio.

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Analisi Outdoor, meno contract e più retail 50

Scenari Outdoor, da crisi a occasione

I preconsuntivi del 2020 evidenziano una flessione del 7,2% per i primi otto gruppi del settore mobili da esterno. La riduzione degli introiti è stata causata dai progetti bloccati o rinviati per la pandemia, destinati però a ripartire durante l’anno in corso. E l’outlook risulta positivo. La svolta attuata dalle imprese durante la pandemia, unita alla voglia di outdoor, ha creato le condizioni per intercettare la futura crescita, ma già il 2020 ha regalato soddisfazioni alle aziende meno esposte verso il contract.

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Intervista Andrea Boschetti: “Rigenerazione urbana come asset di crescita”

Non è un tema nuovo per Metrogramma, studio fondato da Andrea Boschetti e Alberto Francini nel 1999 che si occupa di rigenerazione e criticità urbana da oltre 20 anni.

In copertina: Stephan Balkenhol Man in grey squares, 2019 Painted Wawa wood 157 × 157 × 2,5 cm Courtesy of Galleria Monica De Cardenas, Milano/Zuoz/Lugano

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Cover story pag. 112

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Ph. Marcello Perego

ph. milkit

“As in nature, a minimal of energy and material can fulfil a function at its best”. Fox - Bernhard Osann, 2021


news di primo piano

Moltrasio (Gruppo Gabel): “Spingiamo su phygital e innalzamento di gamma”

Un nuovo piano industriale per il gruppo gestito dalla famiglia Moltrasio, investimenti in innovazione tecnologica e nell’innalzamento di gamma della propria offerta di tessile casa. Questi i punti chiave del nuovo corso del Gruppo Gabel che comprende i marchi Gabel1957, Somma1867, Vallesusa e Pretti. Il Gruppo Gabel, con un fatturato di 52,4 milioni di euro, vende soprattutto sul mercato domestico. L’export, che rappresenta in media il 10% sul totale, vede come mercati principali Stati Uniti, Far East, con Cina, Corea e Giappone in primis, e Medio Oriente. Sul fronte retail, il gruppo sta inaugurando nuovi negozi in Italia che si aggiungeranno ai suoi 40 punti vendita diretti già esistenti e in fase di rinnovamento secondo un nuovo concept ‘phygital’ che integra la velocità e l’ampia disponibilità di prodotto dei servizi digitali all’esperienza fisica, tattile e visiva, del punto vendita brick&mortar.

IGV Group, gli ascensori sartoriali firmati Giulio Cappellini

IGV Group, azienda italiana di ascensori e piattaforme elevatrici fondata nel 1966 dall’ingegnere Giuseppe Volpe, in oltre 50 anni di attività, si è distinta per aver assegnato all’ascensore non solo un ruolo tecnico e funzionale, ma anche estetico. Un percorso che ha portato alla nomina di Giulio Cappellini come art director e alla nascita della linea Ad Hoc, una collezione che intende portare l’ascensore a essere, da una semplice macchina con una funzione d’uso, parte integrante dell’architettura di un edificio.

Secondo round di raccolta fondi per iotty Nuovo round di raccolta fondi per iotty, azienda italiana produttrice di soluzioni per la smart home dedicati all’illuminazione domestica. Dopo un primo round nell’ottobre del 2020 che aveva portato nelle casse dell’azienda 3 milioni di euro sottoscritto da Friulia (la finanziaria del Friuli Venezia Giulia) e Intesa Sanpaolo, è stata ora avviato un secondo aumento di capitale. Obiettivo: incrementare la propria presenza internazionale e digitale, ambiti già in pieno sviluppo per il brand che realizza la maggior parte del fatturato grazie all’export con i soli Stati Uniti che rappresentano il 65% (+15% sul 2019) del totale e con un forte incremento di vendite registrato nel 2020 sulla piattaforma e-commerce diretta, che passa dal 40% del 2019 al 75% dei ricavi totali.

La Porcellana Bianca entra in Thun

Thun ha siglato un accordo per acquisire il 100% di Unitable, società fondata oltre sessant’anni fa, con esperienza nel mondo tavola e complemento d’arredo, detentrice dei marchi La Porcellana Bianca, Domino, Rose e Tulipani e Rituali Domestici. Obiettivo: arricchire l’offerta e sviluppare insieme un nuovo e più completo concetto di design per la casa, allargando il pubblico di riferimento e aprendo nuove frontiere verso mercati e segmenti emergenti.

Gruppo Colombini a 170 mln nel 2020

Il Gruppo Colombini, che comprende i brand Rossana, Febal Casa, Colombini Casa, Offic’è e Colombini Group Contract, ha chiuso il 2020 con un

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fatturato di 170 milioni di euro, in linea con il 2019. Nello specifico, Febal Casa ha aperto 16 nuovi store nell’anno appena conclusosi toccando quota 109 monomarca in Italia. Anche per il 2021 il marchio ha pianificato nuove aperture sul territorio nazionale.

Sammicheli e Gullì nuovi curatori di Triennale Milano

La Triennale di Milano ha nominato Marco Sammicheli come membro del comitato scientifico in qualità di curatore per il settore Design, moda e artigianato nonché Sovrintendente al Museo del Design Italiano. Damiano Gullì è stato incaricato del ruolo di head curator del Public program multidisciplinare di Triennale.

Ceramica italiana in flessione nel 2020

Dopo aver registrato un primo semestre in perdita con l’export a -20%, l’industria italiana della ceramica ha recuperato in parte nel secondo semestre riducendo la perdita a fine anno. Il settore prevede, infatti, di chiudere il bilancio con una flessione tra il 5 e il 7%. Secondo il pre-consuntivo 2020 elaborato da Prometeia sui dati di settore, l’industria italiana delle piastrelle di ceramica ha registrato volumi di produzione intorno ai 330 milioni di metri quadrati, in significativo calo rispetto al 2019. Meno marcata la flessione delle vendite, stimate a 391 milioni di metri quadrati (-4% rispetto al 2019), derivanti da esportazioni nell’ordine di 317 milioni di metri quadrati (-2%) e vendite sul mercato domestico per 73 milioni di metri quadrati (-12%).

Arper investe in un centro di ricerca e sviluppo

Nell’area degli headquarter di Arper, a Monastier di Treviso, sono state avviate le opere che entro il primo semestre dell’anno condurranno alla realizzazione dell’Arper Design Lab, un nuovo polo di 1.700 mq dedicato alla progettazione e all’innovazione.

Lumina, 2020 a +14% di fatturato

L’azienda di lampade fondata nel 1980 ad Arluno (Milano), Lumina, ha chiuso l’anno con un fatturato a +14% per il 95% realizzato all’estero: la Germania è il primo mercato, con una quota del 30%, seguito da Paesi Scandinavi, Olanda e Belgio con il 20%. Ma è in crescita negli Usa grazie a importanti commesse per il contract, dagli uffici agli aeroporti. Un’espansione che sta avvenendo anche nel Middle East e nel Far East, dalla Cina al Vietnam.

Tribunali chiusi, 123mila aste immobiliari rinviate

Congelate le aste immobiliari nel corso del 2020, a causa del diffondersi della pandemia. Il Centro Studi AstaSy Analytics di NPLs RE_Solutions ricorda che sono state 116.637 nel corso dell’anno appena concluso. La chiusura dei tribunali ha rinviato 123mila aste circa, con un mancato recupero di circa 8.600.378.123 euro. Il dato si evince dalla considerazione che nel 2019 le pubblicazioni sono state 204.632. Se non ci fossero state le alterazioni al sistema provocate dalle misure assunte per contenere la pandemia, il consensus indicava un numero vicino alle 240mila unità.

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news di primo piano

I grattacieli di Milano, sfida della nuova normalità

Entro il 2030 verranno investiti oltre 13 miliardi nel real estate milanese. Molti progetti hanno già visto la luce e se ne intravede la conclusione a brevissimo. Altri verranno realizzati nel corso dei prossimi tre anni. In tutti i casi, la tendenza è salire in verticale. Dove oggi trovano sede la Torre PWC, firmata Daniel Libeskind, la Generali progettata da Zaha Hadid e la Allianz di Arata Isozaki, si affaccerà sulla medesima area anche la nuova Torre Aurora, prossima al completamento con i suoi 143 appartamenti su disegno degli architetti Pierluigi Nicolin e Sonia Calzoni, e la cosiddetta ‘quarta torre’, The Portico, un nuovo edificio destinato a ospitare uffici disegnato da Bjarke Ingels Group, già ribattezzato ‘lo sdraiato’ per via della sua forma che completerà l’importante riqualifica dell’ex zona Fiera. Lungo la sola direttrice di via Melchiorre Gioia, vedranno la luce ‘La Scheggia’, che sarà sede di Ubi Banca, poi la nuova sede Unipol, Torre Gioia 20 di 104 metri, firmata da Antonio Citterio e Patricia Viel che arricchirà ulteriormente lo skyline di Porta Nuova. Infine, la Torre Faro è il progetto della nuova sede di A2A su disegno di Antonio Citterio e Patricia Viel prevista per il 2023: una forma tubolare interrotta da giardini pensili a 60 metri di altezza.

Fallisce Perini Navi, Ferretti e Sanlorenzo interessati

Il produttore italiano di yacht Perini Navi va in fallimento. Con la sentenza dello scorso 26 gennaio il Tribunale di Lucca ha, infatti, bocciato il piano di ristrutturazione del debito promosso dalla proprietà, la famiglia Tabacchi, tramite la società Fenix affermando che “in più di otto mesi dal deposito della domanda di concordato con riserva, Perini Navi non è riuscita a presentare l’annunciato piano di ristrutturazione del debito”. Il piano bocciato prevedeva un accordo tra Fenix Holding e i fondi di investimento Blue Skye e Arena Investors che avevano presentato un’offerta vincolante per l’emissione di un bond a 4 anni da 30 milioni in pre-deduzione. La motivazione che ha portato alla sentenza di fallimento è stata il mancato accordo con le banche, tra le quali le più esposte risultano essere Banca Ifis e Mps. Ferretti e Sanlorenzo, che nelle scorse settimane avevano formalmente presentato le loro candidature alla procedura in atto, sarebbero in corsa per aggiudicarsi Perini Navi.

Rinnovato Belmond Splendido Mare a Portofino

Chiuso da due anni per una totale riprogettazione, lo Splendido Mare, a Belmond Hotel, Portofino vedrà la luce nell’aprile 2021, con un progetto firmato dallo studio parigino Festen Architecture. Il concetto alla base del restyling è ricreare lo stile di una residenza privata, riducendo il numero delle stanze da 16 a 14. Il nuovo Splendido Mare vuole evocare il ‘genius loci’ della Liguria e di Portofino: camere e suite utilizzano legni di provenienza locale e verniciati a mano, i colori riprendono quelli delle tradizionali case dei pescatori e il parquet in legno delle camere si ispira ai pavimenti della chiesa di San Giorgio di Portofino. Gli arredi sono moderni, in stile anni 50, e ogni camera include pezzi autentici come le poltroncine con struttura in noce di Giò Ponti e Paolo Buffa.

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Battistella amplia l’headquarter

Ampliare la sede del suo quartier generale, a Pieve di Soligo (TV), di 3.300 metri quadrati per un investimento di 8 milioni di euro, questo l’obiettivo con cui Battistella Company ha aperto il 2021. Il gruppo che dal 1953 produce sistemi di arredamento con i tre brand Novamobili, Nidi e Cinquanta3, giunto alla terza generazione, prevede di inaugurare il nuovo building a settembre 2022. Il nuovo edificio si collega a quello esistente tramite una passerella in vetro: 3.300 metri quadrati distribuiti su tre piani che verranno dedicati agli showroom dei brand del gruppo e all’ampliamento degli uffici commerciali.

Imetec investe 2,5 mln per il reshoring dalla Cina

Imetec continua a investire sull’innovazione e sui processi di produzione. Alla produzione di ‘Scaldasonno Adapto‘ l’azienda ha, infatti, destinato 2,5 milioni di euro con un triplice obiettivo: incrementarne la capacità produttiva; creare un sofisticato controllo automatico dei processi; favorire il reshoring dalla Cina. “L’implementazione della nuova linea produttiva 4.0 non porterà ad una riduzione della manodopera – spiega Michael Binner, direttore di produzione di Imetec, parlando degli stabilimenti di Azzano San Paolo (Bg) dove lavorano 55 persone – Al contrario, l’automazione ci permetterà di fare reshoring e di aggiungere nel reparto produttivo in Italia una serie di attività e l’assemblaggio di componenti precedentemente realizzati in Cina. Questo renderà l’azienda ancora più competitiva”.

Poliform rinforza la presenza in Cina

Poliform ha inaugurato con il partner locale Royal Furniture un nuovo monomarca in Cina, a Ningbo, nella provincia dello Zhejiang. Lo showroom di 800 metri quadrati, situato all’interno di un mall e affacciato su un’importante strada commerciale, è il diciottesimo aperto nel Paese, dove l’azienda è già presente nelle principali città.

Un nuovo showroom Sicis a New Delhi

Sicis ha voluto confermare la sua presenza a New Delhi e avvicinarsi agli architetti, interior e addetti ai lavori, aprendo un nuovo showroom di oltre 400 metri quadri, in partnership con Tessera India. La costruzione che ospita ‘Casa Sicis‘, a pochi passi dal Minareto di Quṭb, il più alto al mondo in mattoni, si trova nel quartiere/città di Mehrauli, divenuto nell’ultimo decennio un centro finanziario e industriale. All’interno dello spazio, gli arredi si sposano armoniosamente con le preziose superfici in mosaico e le realizzazioni in Vetrite.

Lube inaugura un nuovo store a Milano

Gruppo Lube ha tagliato il nastro del nuovo store Cucine Lube a Milano in viale Lombardia. Il negozio espone su una superficie di 250 mq otto modelli di cucine tra cui la nuova ‘Flavour’, la cucina alto di gamma dalla linee classico-contemporanee, il modello ‘Oltre’ della Design Collection, rigorosa nella sua linearità con finiture particolari e accessori ricercati, o ancora ‘Round’, la cucina dall’anima green realizzata con ante in PET con interno in MDF CARB 2, materiale plastico rinnovabile e riciclabile.

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attualità

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attualità di Maria Elena Molteni

Superbonus 110% opportunità straordinaria per la FILIERA IMMOBILIARE La crisi sanitaria ha rallentato le transazioni immobiliari, ma la domanda di mutui ha tenuto. Nel concederli, le banche guardano all’efficienza energetica. Migliorare il patrimonio esistente può essere dunque una leva per il Pil.

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tando all’ultima edizione della Bussola Mutui Crif-MutuiSupermarket, le transazioni immobiliari nei primi nove mesi del 2020 sono aumentate del 4,3%, il che lascia supporre una sostanziale tenuta rispetto al 2019, nonostante un calo delle transazioni che dovrebbe aggirarsi intorno al -12/15 per cento. Ma c’è un dato essenziale: i mutui su immobili ad alta efficienza energetica sono meno rischiosi per le banche e dunque l’interesse degli istituti in questo senso è alto, come evidenzia una ricerca della European Mortgage Federation. È per questo che “il Superbonus 110% rappresenta un’opportunità straordinaria per fare ripartire gli investimenti nella filiera immobiliare” evidenzia Stefano Magnolfi, executive director Crif.

OLTRE 21 MILIARDI DI EURO IL VOLUME DEI CREDITI DA BONUS EDILIZI Monitor Deloitte ha stimato che il potenziale di mercato per i player finanziari derivante dall’iniziativa Superbonus (anche con le attuali scadenze) è considerevole: il giro d’affari, inteso come il volume dei crediti da bonus edilizi che saranno maturati e come tali cedibili, potrebbe ammontare a oltre 21 miliardi di euro. In termini di richieste di cessione, dalle prime statistiche rilevate dal network emerge come la maturazione dell’incentivo governativo Eco-Sismabonus sia in termini unitari appannaggio dei clienti privati (inclusi i condomini) rispetto al segmento imprese (di costruzioni, general contractor, produttori ed installatori) attraverso il meccanismo dello sconto in fattura. Tuttavia, guardando ai soli interventi che beneficiano del Superbonus 110%, il taglio medio delle detrazioni richieste dalle imprese è circa 4 volte superiore rispetto al segmento dei privati ed è ancora maggiore nei confronti dei condomini (Imprese: circa 450.000 euro; privati – individui 130.000 euro; privati – condomini: circa 60.000 euro per singola unità immobiliare). A livello di distribu-

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attualità

zione geografica, al momento si registra una concentrazione della domanda nelle regioni settentrionali della penisola, che raccolgono circa il 60% dei volumi, seguite dalle regioni del Centro (20%) e del Sud e isole (20%). Ma si potrebbe andare ben oltre, secondo Deloitte, se si mettessero in campo altre nuove azioni legate al Superbonus 110%: semplificazione della gestione documentale, strutturalità della misura, proroga della scadenza del 16 marzo sulle spese 2020, inclusione nel perimetro delle strutture ricettive del settore alberghiero. La portata e l’effetto che questo comporterebbe sugli ulteriori bonus edilizi potrà avere ricadute positive non solo di natura economica, ma anche sociale e ambientale. RICHIESTE IN CONTINUA CRESCITA “Sono circa 31mila le controparti registrate attualmente (dato a gennaio), di cui 7.000 imprese che lavorano per conto dei privati operando lo sconto in fattura”, spiega a Pambianco Design Anna Roscio, Executive Director Direzione Sales & Marketing Imprese di Intesa SanPaolo, in riferimento alle richieste che sono state avanzate all’istituto per la cessione del credito. “Siamo partiti all’inizio di agosto e il numero continua a crescere”. Dal punto di vista dei valori, da parte delle imprese le delibere per la cessione del credito di imposta rappresentano 1,8 miliardi di euro. Di questi, 850 milioni hanno un maggiore avanzamento documentale. “Si tratta di imprese che stanno caricando l’appalto e tutto quello che serve. Da fine dicembre abbiamo iniziato a liquidare i primi crediti. Il meccanismo è tale per cui il pagamento si fa a partire dal 10 del mese successivo. Quindi le imprese devono caricare, chiudere la pratica di segnalazione all’Enea e il pagamento scatta il 10 del mese successivo”. Ma come funziona? La banca si occupa della delibera del credito di imposta nella fase iniziale, “quando l’azienda carica sulla piattaforma Deloitte il progetto e quest’ultima stabilisce, sulla base dei documenti, in quale regime di credito di imposta si inquadra la pratica, se Superbonus o altri bonus. Il nostro processo prevede dunque una prima fase di inquadramento, quindi viene deliberata la cessione e poi firmato il contratto di impegno a contrarre il debito. Da quel momento in poi inizia lo svolgimento dei lavori e la alimentazione della documentazione necessaria. Sono imprese e privati che devono produrre i documenti per finalizzare le operazioni”. La situazione contingente legata alla stagione invernale “ha provocato un rallentamento, ma ci attendiamo con la primavera una accelerazione della presentazione dei lavori”. UN BENEFICIO PER TUTTA LA FILIERA Che la cessione del credito d’imposta possa contribuire a far ripartire la filiera delle costruzioni e immobiliare è logica deduzione, dal momento che si tratta di “un mercato ampio. I nostri limiti – sottolinea Roscio – sono rappresentati esclusivamente dalla nostra capacità fiscale. Fino a capienza siamo in grado di raccogliere richieste e posso assicurare che sono tante: 1,8 miliardi di euro rappresentano i progetti nati e presentati tra settembre e dicembre. In pochi mesi le imprese hanno raccolto molte richieste”. E la proroga dell’incentivo al 2021 ha offerto “qualche elemento di certezza in più, soprattutto per potere contare sui tempi necessari per la esecuzione dei lavori. Ci aspettiamo dunque un incremento non solo di Superbonus 110%, ma anche di Bonus Facciate, altro elemento interessante. Quindi un un incremento dell’importo che è stato realizzato fino ad ora”. Il settore della costruzioni “è certamente tra quelli che incidono maggiormente sul Pil del Paese. Questa misura è molto efficace per stimolare la domanda e generare effetti positivi sull’indotto. Il Superbonus facilita tutta la filiera delle costruzioni anche il piccolo artigiano, non solo il general contractor. Se questa opportunità viene colta, può rappresentare anche un rilancio importante del patrimonio immobiliare del Paese anche in una logica di efficientamento energetico”.

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attualità

Maria Porro, presidente di Assarredo

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attualità di Paola Cassola

Maria Porro: “Per spingere l’EXPORT certificazioni europee” Sostenibilità, formazione e sostegno alle imprese nelle esportazioni e nella transizione digitale si confermano gli obiettivi di Assarredo, da quattro mesi sotto la guida di Maria Porro.

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a pochi mesi subentrata alla guida dell’associazione al posto di Claudio Feltrin, ora presidente di FederlegnoArredo, Maria Porro ha una visione chiara dei punti chiave del suo mandato. In primis, sostenere le aziende nella loro conversione in imprese sostenibili e sempre più digitali. Cardine della sua politica, l’attività sulle certificazioni per rendere tutte le aziende, indipendentemente dalla loro dimensione, competitive a livello internazionale. “Gli ultimi anni hanno visto un aumento nel tipo e nella complessità di certificazioni a livello europeo e mondiale per poter esportare gli arredi – afferma Porro –. Il tema delle certificazioni riguarda l’intera filiera del legno-arredo ma la complessità del mobile, essendo formato da parti elettroniche, meccaniche e da altri materiali, lo rende soggetto a molteplici certificazioni che spesso sono un freno all’esportazione e per le pmi uno scoglio in termini economici. Le certificazioni sono, inoltre, in continuo aggiornamento”. Sul tema, Assarredo ha attivato un tavolo di lavoro con l’obiettivo di mappare, attraverso una survey, le diverse esigenze degli associati, il loro modo di affrontare questa tematica e la rilevanza dei diversi mercati. “La rapidità di risposta al questionario e l’alta adesione dà il polso di quanto il tema sia sentito – prosegue –. L’idea ora è di creare uno strumento digitale sul sito della federazione che permetta di accedere a tutte le informazioni tecniche, in continuo aggiornamento, e di offrire un servizio di ascolto e consulenza personalizzato per ogni azienda”. Parallelamente, a livello europeo, FederlegnoArredo e Assarredo, puntano a ridurre le certificazioni richieste e ad armonizzarle almeno all’interno dei confini europei perché “l’export è un tema vitale che acquisisce sempre più peso ed è quindi essenziale che le aziende riescano a gestirlo in modo agile”. Basti pensare che a seguito della pandemia, secondo le stime del Centro studi di FederlegnoArredo, nei primi nove mesi del 2020 il valore totale di mobili made in Italy esportato in oltre 190 Paesi del mondo è stato pari a

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attualità

6 miliardi di euro e ha subìto una flessione del 15,7% in parte recuperata nell’ultimo trimestre. La filiera dell’arredo ha in parte attutito il colpo della crisi sia riscoprendo la sua vocazione all’export sia per la rinnovata attenzione riservata all’arredo casa sul fronte dei consumi, un fenomeno che ha portato a una ripresa ordini e vendite a seguito del lockdown e che è stato sostenuto con investimenti nel digitale. L’anno chiude, comunque, con un segno meno e il recupero complessivo sarà lento. Perdite più contenute per il settore dell’arredo casa, a differenza del contract che ha risentito in maniera più pesante della chiusura di alberghi e uffici. “Le tempistiche di organizzazione a fronte di una necessità di risposta rapida data l’emergenza e lo scenario nuovo hanno molto penalizzato le realtà più piccole”. Per comprendere quali settori abbiano sofferto meno basta osservare il mercato tedesco, di riferimento per la filiera del legno-arredo e per il mobile nonché stabilmente nella top 3 per l’export italiano: lì, buoni risultati sono stati raggiunti dall’area living (+13,9%), dalle camere da letto (+9%) e dalle cucine (+11%). Performance che sono frutto della rinnovata consapevolezza della centralità del comfort in casa in tempi di lockdown”. Il fatto che i negozi di mobili a livello nazionale e internazionale nel 2020 e a inizio 2021 subiscano continuamente aperture e chiusure a macchia di leopardo, con i diversi Dpcm e i colori delle regioni, non sta rendendo la vita facile alle aziende, sebbene si siano riorganizzate spingendo il digitale. Anche perché il mobile, tendenzialmente, non si acquista online. La mancata accessibilità al negozio fisico ha rallentato o addirittura sospeso molti acquisti”. Assarredo ha già evidenziato al Governo come le ampie metrature dei negozi di mobili basterebbero a evitare assembramenti se solo si procedesse con l’organizzazione di visite su appuntamento. Opzione che ne eviterebbe la chiusura a singhiozzo. In un contesto critico, soddisfazione per le associazioni e per le aziende del settore arrivano però dal bonus mobili. “Si tratta di uno strumento molto apprezzato dal consumatore e il fatto che il tetto sia stato innalzato dai 10 ai 16mila euro è un ottimo obiettivo raggiunto che avrà un effetto positivo per l’intero comparto nel 2021. In continuità rispetto a uno strumento introdotto nel 2013”. In media, segnalano da Assarredo, ne hanno usufruito 200mila beneficiari all’anno, con una spesa media annua di 1,4 miliardi di euro per una detrazione media di 6.500 euro per ogni beneficiario. “Il tetto superiore permette al consumatore di orientare le scelte verso mobili di maggiore qualità o aprendo ad arredi, come la cucina, che hanno un price point di partenza alto”. Va ricordato che l’aumento del plafond di spesa agevolata è retroattivo e vale anche per chi li aveva comprati l’anno scorso. Ma il progetto sostenibilità non si ferma allo studio di certificazioni pro export, esiste infatti un progetto di Assarredo, nato due anni fa sotto la guida di Feltrin, che, spiega Porro “condivido con Paolo Fantoni e quindi con tutta l’area legno. Partendo da uno studio sul sistema stiamo elaborando un ‘Manifesto’ e un piano strategico a cinque anni che ci aiutino a orientare le scelte della federazione verso una transizione ‘green’. Uno dei punti strategici è la formazione: è nostra intenzione attivare dei percorsi formativi che creino i cosiddetti ‘responsabili della sostenibilità’all’interno delle imprese”. Assarredo ha già attive collaborazioni con il PoliMi, oltre al polo di Lentate, scuola sperimentale della federazione che forma figure professionali da inserire nel settore legno-arredo. Assarredo sta ragionando su come trasferire questo approccio anche in altre aree geografiche. Se il trend attuale rivaluta la centralità della casa e la necessità di investirvi, nei prossimi anni, tornando a viaggiare, secondo Assarredo bisognerà pensare agli spazi dell’ospitalità (hotel, ristoranti e zone comuni) e ai relativi arredi da riorganizzare, in modo duraturo, in base alle logiche dettate dall’attualità. E poi ci sono le fiere, primo fra tutti il Salone del Mobile, la fiera più importante al mondo per il design e l’arredo, nonché occasione in cui il design made in Italy si presenta come sistema di fronte al mondo. “È necessario tornare a incontri ‘face to face’ e sostenere l’arrivo di visitatori e buyer internazionali in fiera pensando a pacchetti ad hoc – conclude Porro –. Della qualità bisogna fare esperienza”. 18

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attualità

Dall’alto, lezione del Laboratorio immagine del Politecnico di Milano e una laurea online; scorci di Blockeley, il campus virtuale ricostruito all’interno di Minecraft da studenti e docenti della Berkley University di Boston

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attualità di Valentina Dalla Costa

RIPENSARE la didattica, insegnando un nuovo modo di PROGETTARE Studenti e professionisti stanno riscontrando significative difficoltà di apprendimento, ma al di là delle lamentele, la DAD può rappresentare una grande opportunità per molti.

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e distanze, sembra un paradosso, si accorciano. Serve solo capire come calibrare il tempo condiviso con quello trascorso davanti a un monitor, lontani dalle aule: alternanza e valorizzzione del tempo insieme saranno la chiave di svolta per l’insegnamento dell’immediato futuro.

L’EREDITÀ DELLA DIDATTICA A DISTANZA Una situazione già evidenziata a livello internazionale e confermata dal Centro Studi Performance di 4 Man Consulting, società di consulenza aziendale specializzata in performance management. I primi numeri parlano dell’Olanda, dove le otto settimane di lockdown e DAD hanno fatto perdere agli studenti il 20% del progresso previsto per lo scorso anno scolastico. Ipotizzando che in Italia sia lo stesso, la percentuale di decremento nell’apprendimento potrebbe superare il 30 per cento. “L’isolamento sociale potrebbe causare problemi economici e lavorativi maggiori di quanto pensiamo – dichiara il fondatore del centro studi Roberto Castaldo –. La capacità di apprendimento non si misura soltanto attraverso le informazioni che possono essere reperite attraverso libri e webinar, molte delle conoscenze derivano dalla capacità d’imparare attraverso le relazioni, ovvero attraverso l’osservazione delle strategie di successo dei nostri pari. Il distanziamento sociale rende più difficile quest’attività, e rischia di ‘appiattirci’ dal punto di vista dell’apprendimento”. Sul piano nozionistico, la distanza funziona e non sono state rilevate problematiche particololari, ma “laddove le competenze sono anche esperenziali è necessario l’incontro in presenza – continua –. Specie per corsi pratici, la parte di comunicazione non verbale incide sul risultato in termini di progettazione”.

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attualità

COME (E COSA) INSEGNARE A PROGETTARE OGGI? Non è facile, certo. Luisa Collina, dean della School of Design del Politecnico di Milano, pensa che sia fondamentale “iniziare a ripensare i processi di progettazione. La distanza ci ha fatto comprendere che alcune cose funzionano bene anche se veicolate attraverso uno schermo, ma altre necessitano vicinanza”. Parla di tematiche che di questi tempi abbiamo forse dimenticato o accantonato, come il lavoro in team. “È basilare, all’inizio di un progetto, avviare una relazione tra persone che imparano a condividere obiettivi e sfide. Tutto ciò, nell’ultimo anno, è avvenuto online. Le differenze sono tangibili se compariamo i risultati”. Grande potenzialità invece per conferenze e panel. “I dibattiti con ospiti internazionali si sono moltiplicati – spiega –. Oggi siamo tutti molto più abituati a connetterci con il nostro pc per partecipare a una conferenza, e per farlo possiamo essere in qualsiasi posto al mondo”. Le scuole di progettazione sono avvezze al cambiamento, e chi meglio di un progettista del futuro deve allenarsi all’adattamento e alla progettazione di nuovi scenari. “L’abbiamo vissuto sulla nostra pelle: durante questi mesi, ci sono mancati i servizi. Serve puntare attenzione e offerta formativa sui servizi evoluti in campo medico, sociale, gastronomico. Oggi più che mai la dimensione dell’interaction design, intangibile, diventa necessaria, così come il focus sulla progettazione degli spazi aperti e il recupero delle periferie, dei luoghi lontani dai centri urbanizzati”. Tema condiviso da Carlos Moreno, esperto internazionale di Human Smart City e docente universitario, padre del concept legato alla ‘città dei 15 minuti’, in cui ogni servizio basilare è raggiungibile in massimo 15 minuti a piedi partendo da casa propria: “per troppo tempo – dichiara in un TEDTalk – abbiamo accettato che le città deformassero il nostro senso del tempo: perché dobbiamo sprecarne così tanto solo per adattarci all’assurda organizzazione e alle lunghe distanze della maggior parte delle città odierne? Perché siamo noi a doverci adattare, abbassando la nostra potenziale qualità di vita? Perché invece non è la città a rispondere ai nostri bisogni? Vorrei offrire un modello che va nella direzione opposta all’urbanistica moderna”. Una città che si adatta all’uomo, e non il contrario. Ecco, forse i progettisti di domani dovrebbero captare le nuove esigenze della modernità, che parlano di localizzazione, qualità della vita e ridimensionamento di scala. DIFFERENZIARE L’OFFERTA FORMATIVA Alcune abitudini acquisite in questi mesi ce le porteremo appresso anche negli anni a venire. Il grado di libertà raggiunto difficilmente si perderà, serve quindi concentrare in un tempo determinato la presenza e la condivisione di uno spazio in aula: “urge lavorare sulla bellezza della presenza – prosegue Luisa Collina – e sulla valorizzazione del tempo condiviso, da usare non più per le classiche lezioni frontali, ma per lo scambio, la condivisione e l’interazione all’interno di attività laboratoriali”. Serve integrare la presenza degli studenti in aula anche per una questione legata alla loro formazione personale. “Quel che manca oggi è la scoperta dei luoghi di studio. Se si sceglie la propria università con sede a Milano, ad esempio, oltre alle lezioni c’è un territorio da esplorare: stimoli che arrivano da una cultura magari distante dalla tua, mostre e manifestazioni culturali. A distanza, tutto questo si perde. Ed è, invece, parte fondante della crescita di una persona”. Un aspetto positivo è la propensione verso professionalità fluide, adattabili a nuovi contesti, preparate all’imprevisto. Se di adattamento si parla, pensiamo a come sono stati festeggiati i laureandi della Berkeley University di Boston: non è stato possibile celebrarli in presenza, e così un team di 100 persone tra docenti e studenti hanno progettato un vero e proprio campus in versione digitale, all’interno del videogame Minecraft: in live streaming su Twitch, parenti, amici e docenti si sono potuti connettere da tutto il mondo per vivere un’esperienza nuova, ricreata digitalmente partendo dalla realtà fisica del campus.

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“Le 27” boutique a Bruxelles su progetto di Vudafieri-Saverino Partners per Delvalux

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dossier

Le home collection, tra contract e M&A Home collection, branded residences, lifestyle design, contract. Tutti termini mutuati dalla lingua inglese che descrivono la strada maestra che hanno intrapreso studi di progettazione, aziende di produzione e brand della moda e dell’arredamento per cogliere le opportunità del nuovo millennio. Che parlano americano, arabo e cinese, soprattutto. E intanto è in corso il consolidamento del settore.

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Tavolo di Armani Casa e sedie Diva di Poltrona Frau disegnate da Roberto Lazzaroni per il progetto Quirinale contemporaneo del 2020 (ph. Massimo Listri)

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dossier di Maria Elena Molteni

Fashion e design, un CROSSOVER in costante evoluzione. Anche nel business La moda incontra il design e ne mutua il linguaggio arricchendolo dei propri codici. Le home collection ampliano l’offerta delle maison, dalle capsule di oggettistica ai grandi progetti insieme ai player del real estate.

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n mondo in continua evoluzione, che opera in un territorio che diventa comune, dove gli attori sono le griffe, gli architetti, le aziende di produzione di arredamento, tessuti e complementi e i general contractor. In principio fu Giorgio Armani a lanciare la linea Casa, oltre 20 anni fa. Molti si sono aggiunti. Hanno allacciato partnership con le firme dell’arredamento, oppure, più semplicemente, propongono piccole collezioni di oggetti nei flagship store. Fenomeni in accelerazione su geografie diverse, che danno vita a morfologie distinte. Del resto, “due sono le strategie possibili di crescita in questo periodo: una è l’internazionalizzazione, l’altra la brand extension. Dunque, vendere più categorie merceologiche a fronte del fatto che gli ambiti più tradizionali in cui le aziende di moda operano sono ormai maturi”. Si tratta di estendere il brand in altri settori “massimizzando il cross selling”, secondo Erica Corbellini, senior lecturer di Strategy and Entrepreneurship in Sda Bocconi School of Management e professore a contratto di Management of Fashion Companies. Gli stilisti hanno sempre avuto una sensibilità innata nei confronti dell’arredamento, degli spazi entro cui inserire le collezioni. Dunque degli store. Senza scomodare Gianfranco Ferrè, l’architetto per eccellenza, in generale l’art director si confronta con chi sviluppa il punto vendita, che deve essere massimamente rappresentativo dei valori del brand. A partire proprio da questa sensibilità, alcune griffe hanno compiuto il passo successivo, diventando esse stesse brand di arredamento. Non avendo il know how direttamente in casa, si sono affidate a licenze. Hanno iniziato a proporre la loro visione della casa. Oggi le griffe arredano hotel e residenze esclusive, in partnership con gli stessi costruttori. Anche il solo settore del gifting però offre opportunità di sviluppo: “un oggetto da destinare alla casa, se è firmato, viene associato a contemporaneità,

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aspirazionalità e valore – evidenzia Corbellini –. Una bella opportunità da sfruttare anche da parte dei più piccoli nell’ambito della regalistica”. ABBIGLIAMENTO PIÙ PERIFERICO Altro elemento che ha agito da acceleratore è stato il periodo di lockdown, che “ci ha portato a dare molta più importanza rispetto al passato allo spazio domestico. Oggi le persone vogliono spendere di più in qualcosa che rende più bello e più fresco l’ambiente in cui vivono, piuttosto che nell’abbigliamento che è diventato nella nostra vita un articolo più periferico in questo momento, meno importante rispetto a ciò che appartiene alla casa”. Una tendenza che, ad avviso di Corbellini, “durerà perché lo smart working diventerà strutturale, anche solo un giorno a settimana, e questo cambierà la nostra attenzione nei confronti dell’abitazione”. Altro fenomeno che guadagna terreno, le Brand Residences. “In Italia il fenomeno è marginale – evidenzia l’esperta – perché non fa parte della nostra cultura, anche se potrebbe trovare spazio e sviluppo associato agli affitti brevi: possiamo immaginare che ci sarà sempre più segmentazione e che quindi si potrà anche offrire un’esperienza di brand all’interno di un appartamento”. Ma va da sé che non è un mercato di ampia portata. A differenza di quanto avviene in Nord America e negli Emirati Arabi. “Mercati – sottolinea – molto sensibili agli ambienti di casa, in virtù della cultura, per loro naturale, di vivere negli alberghi”. Ecco che qui le opportunità che si aprono per i brand della moda sono importanti, in termini di contract di interior design. Con investimenti ovviamente più consistenti. Armani, Fendi, Versace, Roberto Cavalli, Etro, Trussardi, Ferrè... tante le maison che hanno, chi prima, chi più di recente intrapreso questo percorso attivando delle licenze. Ma quale futuro si prospetta per questi brand? Potranno internalizzare la produzione o continueranno a operare in partnership? Insomma, è possibile ipotizzare un superamento del meccanismo delle licenze? “Abbiamo assistito a fenomeni di questo tipo nel mondo dell’eyewear, basti pensare a Kering o Lvmh. Ma in generale i brand che in passato hanno tentato operazioni di gestione diretta di business diversi sono poi dovuti tornare sui loro passi per la difficoltà a gestire la produzione, l’industrializzazione, ma anche la stessa distribuzione in canali così diversi”, evidenzia Corbellini. Ovviamente, se “il business dovesse diventare particolarmente importante in termini di percentuale del fatturato, qualcuno di questi grandi gruppi potrebbe decidere di fare un’acquisizione. Penso ai colossi francesi, che avrebbero così a disposizione una unità che sarebbe di supporto agli sviluppi home di tanti brand che hanno al loro interno. Credo però che per tanti, soprattutto in Italia, verrà mantenuto un sistema di licenze e di partnership esterne”. DECLINAZIONI GEOGRAFICHE DEL LIFESTYLE Un mondo, e un gusto, sempre più lifestyle, ma con declinazioni diverse in relazione alle varie geografie: “per un consumatore evoluto accadrà esattamente quello che è avvenuto rispetto all’abbigliamento e agli accessori. Non ci sarà un total look, ma una contaminazione. Nelle case degli italiani entreranno gli accessori, non avverrà la brandizzazione dell’ambiente che crea un effetto luxury hotel. Quella del consumatore italiano è una cultura di stratificazioni successive, che si esprime anche nella casa, essendo per altro anche il luogo delle memorie. Questo non significa che non ci possa essere spazio per articoli che vanno a creare una sottolineatura, un’area di gusto all’interno di un contesto che come tale è variegato. Ci sarà un mix and match, se vogliamo utilizzare questo termine mutuato dalla moda”. Diversa l’attitudine dei ‘nuovi’ mercati che andranno sempre più nella direzione del lifestyle.

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OUTDOOR LIVING

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Dall’alto, Residences by Armani/Casa Miami (ph. Federica Bottoli); Diesel Living; Etro Home, Beirut

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dossier di Maria Elena Molteni

MODA e REAL ESTATE, sempre più vicini. Le testimonianze di Armani, Etro e Diesel Dalle home collection, all’hospitality e hotellerie, fino alle branded residences. Lo spazio di crescita per i brand della moda che hanno allargato il raggio d’interesse al living è immenso. E parla soprattutto americano, arabo e cinese.

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iù o meno strutturate, le liason tra la moda e il design crescono e propongono un’estetica del vivere sempre più lifestyle. Non si tratta, sia chiaro, di adottare total look domestici. Piuttosto di abbracciare un gusto o caratterizzare alcuni ambienti con quel dettaglio di arredo che i brand del fashion, insieme all’esperienza dei grandi player del design italiano, sanno restituire. Ci sono poi dimensioni progettuali diverse e di più ampio respiro. Sempre più spesso i brand che ne hanno la forza non si limitano alle collezioni casa, ma allacciano rapporti con investor partner e realtà immobiliari per progetti di contract dedicati a edifici residenziali privati, dalle ville ai grattacieli. Etro, Elie Saab, Diesel Living, Roberto Cavalli, Giorgio Armani. Sono molte le griffe che hanno scelto di puntare sul residenziale. Qualcuno è partito dall’hotellerie, ma la nuova frontiera è a portata.

IL PRIMO FU ARMANI Il primo è stato Giorgio Armani. Da che nel 2000 ha lanciato la prima collezione Armani/Casa, ha poi sviluppato, dal 2004, una vera e propria realtà progettuale che collabora con operatori di real estate in tutto il mondo. Residences by Armani/Casa è il primo progetto ad essere completamente terminato in questo senso, con residenze inaugurate all’inizio dello scorso anno. La torre progettata da Cesar Pelli, sessanta piani sulla costa, a Sunny Isles Beach, a nord di Bal Harbour, in Florida, si caratterizza per le duecentosessanta unità abitative che riflettono la sensibilità estetica di Giorgio Armani. Ma ci sono anche le Harbaa Towers e White City a Tel Aviv, Ennismore Gardens e Queen’s Gate a Londra, le Art residences by Armani/Casa a Londra e Chengdu, le Central Plaza residences a Pechino. The World Towers a Mumbai, Supernova a Delhi, Century Spire

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a Manila, Macka Residences a Mumbai. Un lungo elenco che plasticamente mostrano i margini di sviluppo del settore. Negli anni il gruppo ha dato vita a partnership che durano nel tempo: è del 2008 l’accordo con Molteni per la futura produzione e distribuzione di sistemi per cucina a marchio Armani/Dada. Nel 2009 nasce Armani/Casa Exclusive Textiles by Rubelli, una partnership tra Armani/Casa e Rubelli per la produzione e la distribuzione di tessuti d’arredo. E ancora, l’anno successivo Armani/Roca, partnership tra Armani/Casa e Roca per la produzione e la commercializzazione di nuovi concept per il bagno. Infine nel 2014 viene lanciata la Exclusive Wallcoverings Collection una partnership con Jannelli&Volpi per la creazione di una straordinaria gamma di carte da parati. ENTRO FINE ANNO IL DIESEL WYNWOOD Tra le più recenti new entry del settore, sicuramente Diesel Living che sta portando a termine, con i rallentamenti causati dalla crisi sanitaria, il Diesel Wynwood, a Miami. È il primo ingresso nel mondo dell’immobiliare di Diesel. Un edificio di 143 appartamenti disegnati da Zyschovich architects e sviluppato dal partner internazionale Bel Invest group. A guidare Diesel Group è Andrea Rosso, licenses’ creative director & sustainability ambassador del gruppo. Lanciata nel 2008 come un assortimento di tessuti per la casa, si è evoluta naturalmente fino a diventare una collezione completa, crescendo anno dopo anno insieme a Moroso per i mobili, Foscarini per l’illuminazione, Scavolini per le cucine e i bagni, Seletti per le stoviglie, Berti per i pavimenti in legno, Iris per le piastrelle in ceramica, e Mirabello Carrara per la biancheria per la casa. “Dallo scoppio della pandemia, ci siamo trovati costretti a cercare nuove soluzioni, soprattutto legate alla casa, ad un ambiente nel quale non eravamo più abituati a stare. Ma, una volta costretti, abbiamo iniziato a viverla”, spiega Rosso. Un fermo obbligato che ha spinto in particolare l’e-commerce e il ricorso alla digitalizzazione. Anche per quanto riguarda il grande progetto di Miami. “Le vendite si sono temporaneamente fermate in conseguenza del lockdown, ma c’è stato il tempo di valutare da parte di Bel Invest le mosse successive”. La decisione è stata quella di dare vita a “un sito dedicato – spiega Rosso – dove sarà possibile vedere l’interno dei singoli appartamenti. Ci siamo mossi in questo senso. Il blocco di sei mesi ha ovviamente complicato le cose, ma non siamo rimasti fermi”. Tutto o molto è stato trasferito sul digitale, dunque, “per consentire ai clienti di vivere un’esperienza virtuale. Abbiamo lavorato anche sui social e sulla comunicazione”. E il digitale è stata anche una piacevole scoperta da un certo punto di vista anche nelle home collection. “In occasione di un meeting virtuale con Moroso, ci siamo resi conto che la digitalizzazione del prototipo consente di osservare dettagli e aspetti che una foto non metterebbe in evidenza”. Insomma, di una situazione inusuale si possono anche cogliere i vantaggi. Intanto Diesel Living pensa alla prossima edizione del Salone del Mobile che dovrebbe essere confermata, Covid permettendo, a settembre. “Saremo presenti sia in fiera, sia al Fuorisalone. Stiamo investigando in quali aree possibili, ma sappiamo che ora si deve solo schiacciare sull’acceleratore”. ETRO HOME CRESCE NEL 2020 Da tempo nel settore anche Etro che produce direttamente la home collection, alla quale si aggiunge la divisione Home Interior, in partnership con Jumbo Group che produce in licenza anche Gianfranco Ferrè, Roberto Cavalli, oltre a una collezione Accessories “un po’ più cara che comprende vetri, porcellana, più regalistica”, spiega Jacopo Etro, creative director textile and home. “Le persone stanno lavorando di più da casa. Le occasioni di socializzazione sono diminuite drasticamente. Si riscopre l’am32

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biente domestico, viene voglia di rinnovare lo spazio. Ci sono anche oggetti che rendono più ‘calda’ la casa. E in questo momento ce n’è bisogno”. I risultati di Etro nel corso del 2020 sul fronte Home sono stati “migliorativi. Abbiamo a Milano un negozio che ha avuto un incremento del 30-40% rispetto agli anni precedenti. Per altro nonostante la chiusura cui siamo stati costretti per diversi mesi. Ma evidentemente le persone hanno avuto necessità di arredare la casa”. Un business piccolo, per Etro, quello dell’arredo “che non bilancia le perdite delle altre divisioni, ma sicuramente una nota positiva in un anno difficile”. Etro ha dato vita alla partnership con Jumbo tre anni fa e sono state due le collezioni presentate al Salone. “I risultati sono stati buoni. Hanno aperto showroom sia diretti sia in franchising dove viene vendita la Etro Interiors insieme all’Accessories. Presentare il mobile da solo non era la nostra strategia”, chiarisce Jacopo Etro. “Vogliamo dare un’idea del brand completa. Le persone vogliono sognare e identificarsi con il valore di un brand attraverso diversi prodotti. I consumi sono aumentati, ma c’è stato un blocco sui progetti residenziali”, spiega. Il contract dunque ha avuto una battuta d’arresto. “In alcune nazioni si è avuto un fermo, non negli Emirati Arabi e in Asia”. Etro dunque è attivo nel settore delle brand residences e opera in questo senso anche sul mercato europeo, Italia compresa. “Il nostro è un prodotto molto inerente al nostro brand, al nostro lifestyle. Un tipo di concezione di arredo differente rispetto a quella puramente di design e più vicina alla decorazione che approccia un pubblico più ridotto. Il nostro bestseller è un divano venduto in 100 pezzi con stampa piazzata lunga tre metri e disegno cashmere. Non è certamente un divano minimalista. Per altro in questo momento non esistono diktat sulla casa. Le persone si sono buttate di più su gusti, aspirazioni e sogni. Non c’è più una imposizione, ma libertà di capire i propri gusti”. Per Jacopo Etro difficile immaginare che nel prossimo futuro si possa passare da una licenza a una produzione diretta. “Versace, ricorda, ha iniziato volendo produrre direttamente, ma poi si è affidato a Luxury Living Group. Ha senso per un’aziende di moda acquisire eventualmente una realtà che produce calzature, profumi, al limite occhialeria come ha fatto Kering. Il mobile è tutto un altro mondo con dinamiche completamente diverse. Non credo che internalizzare possa essere una mossa intelligente. Meglio acquistare punti vendita di duty free, quando si ricomincerà a viaggiare, o potenziare le vendite online. Altri settori sono più importanti per un’azienda di moda in questo momento”. LA CASA NEL NOSTRO DNA TESSILE Etro nasce come azienda tessile e produce sin dagli anni ’60 e ’70. “Il nostro mondo è radicato nel tessuto e siamo riconosciuti per i nostri pattern, il paisley in particolare, i nostri disegni. Non possiamo dire che la home collection sia una brand extension. La casa fa parte del nostro dna”, tiene a sottolineare. E pesa percentualmente sul giro d’affari del gruppo il 5%. Una realtà piccola, ma “sulla parte furnishing stiamo puntando moltissimo, insieme a oggettistica, cuscini, vasi, vetri, porcellana su cui abbiamo progetti che sveleremo il prossimo Salone del Mobile. Ci sono diverse strategie che stiamo affrontando per il prossimo futuro”. L’attenzione sul residenziale resta altissima, anche se “purtroppo questo momento è difficile a causa dell’emergenza sanitaria”. Resta il fatto che “questo è sicuramente il futuro dell’Interior”. “Con Jumbo – conclude Jacopo Etro – abbiamo un bellissimo rapporto con persone super professionali. Siamo molto contenti anche di come stanno gestendo il periodo non facile. Ci sono sforzi congiunti per portare avanti la nostra visione e siamo soddisfatto. Abbiamo insieme una visione a lungo termine”.

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Nella foto, Andrea Gentilini, ceo LLG

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Luxury Living Group punta al CONSOLIDAMENTO Allargare il portfolio con nuove licenze nel lusso. Non solo nella moda. Ma anche ampliare i mercati di sbocco e puntare sul digitale. Questi gli obiettivi del gruppo guidato da Andrea Gentilini.

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hiari gli obiettivi di Luxury Living Group, azienda romagnola produce e distribuisce da oltre 30 anni arredi su licenza per conto di alcuni tra i più importanti brand del lusso (Fendi Casa, Trussardi Casa, Bentley Home e Bugatti Home) e passata a luglio scorso nella scuderia di Lifestyle Design, portando in dote un giro d’affari di circa 90 milioni di euro. A guidarla, da inizio dicembre, Andrea Gentilini. “Il nostro obiettivo è allargare il portfolio. Lo stiamo perseguendo. L’attività è iniziata da tempo e siamo in una fase di consolidamento di alcune ipotesi che abbiamo fatto all’inizio dello scorso anno. Stiamo per confermare l’ingresso di importantissime licenze che vengono dal mondo fashion e non solo” spiega Gentilini a Pambianco Design. Ma come muove le proprie pedine Luxury Living Group nella scacchiera del design italiano? Tutto parte dalla individuazione e dalla mappatura delle “aree di gusto” e dei “codici” più attuali che il mondo del design e soprattutto del lifestyle indicano, quindi “cerchiamo di comprendere quali possano essere i brand che incarnano quei tipi di valori. Selezionati alcuni tra i più importanti, cerchiamo di capire se sono interessati al nostro progetto, con l’obiettivo di popolare in modo attento e strategico il nostro portfolio, così che che possa rispondere a diverse tipologie di linguaggi, codici e stili in tutte le geografie della terra, che sono diverse e non tutte rispondono agli stessi elementi”. LIFESTYLE? NON E’ PER TUTTI Ma, sia chiaro, non basta riferirsi a un brand importante e pensare che possa avere naturalmente una declinazione lifestyle capace di creare interesse. “Non è così” chiosa Gentilini, evidenziando che “ci vogliono brand importanti e conosciuti nel mondo che abbiano una storia, una reputation fortissima legata al mondo del lusso. Questo

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nel fashion, nell’automotive, ma potrebbe riguardare anche il mondo della gioielleria, dell’orologeria. Ma poi questi brand devono anche incarnare valori capaci di riferirsi ad un’area stilistica di gusto che sia presente nel lifestyle, perché non è così consequenziale il ragionamento”. In sostanza, la precondizione è appartenere al mondo del lusso e godere della corretta reputazione. Poi però è necessario essere anche in grado di potere rappresentare un certo tipo di lifestyle. “Per questo la nostra attività consiste nel ricercare e individuare i cluster stilistici che andiamo a popolare con le offerte dei brand che entrano in famiglia”. FOCUS SU NUOVE GEOGRAFIE E che sia in corso un consolidamento del settore non è solo una evidenza, ma anche una necessità: “credo che il mercato oggi lo necessiti, come per esempio è accaduto nel mondo dell’occhialeria. Basti pensare all’operazione di cui si è resa protagonista Luxottica”. “Il nostro obiettivo è porci come un interlocutore capace di sviluppare e portare nel mondo del lusso il lifestyle. Ponendoci poi in una logica di mercato per soddisfare tutti i grandi clienti, sia retailer, sia finali. Credo che sia un modello di business vincente e che sempre di più il mercato lo richieda”. Certo, fare parte del colosso Haworth aiuta, in termini di vantaggio competitivo: “ci consente di valutare delle geo-opportunità in modo molto più efficiente, anche solo sul fronte dell’analisi”. Va detto che Luxury Living Group ha già una forte connotazione internazionale perché è presente in tutte le geografie da molti anni: Cina, Asia, Usa. Qui sono tre le location gestite direttamente, a New York, Miami e Los Angeles. Ora “stiamo investendo per aprire a Parigi a metà mese e operando per avere nuovo store a Londra. I mercati americano ed europeo sono dei riferimenti e, per motivi diversi, ci vedono operare con storicità lunghe”. Con Lifestyle Design è in corso “una valutazione di gruppo sulle geografie che stanno crescendo”. Intanto “ci accingiamo chiudere un 2020 allineato al 2019, con poche differenze. Ciò significa che i mercati principali, compreso quello americano, hanno continuato a dare il loro importante contributo. In Usa la contrazione è stata minima; l’Europa ha reagito in alcuni casi molto bene, in altri ha subito leggere contrazioni sui valori. Nel Far East asiatico contributi importanti e significativi sono arrivati da Corea e Vietnam. La Cina resta il primo mercato e il più reattivo”. E se pensiamo che, stando alle stime, nel 2050 il 50% dei consumi di lusso in Cina sarò domestico, vien da sé che si tratta di “un mercato importantissimo che fortunatamente lo conosciamo bene. Siamo il primo brand del lusso in Cina e lavoriamo per consolidare la nostra posizione”. AVANTI SUL DIGITALE Intanto Luxury Living Group punta necessariamente, come tutti oggi del resto, sul digitale. Con il vantaggio, ancora una volta, che fare parte di un grande gruppo ci “consente di accedere a risorse e competenze importanti”. Un percorso iniziato in particolare con la scorsa edizione del Salone del Mobile, tutta digitale. “Stiamo investendo molto in questo nuovo canale di vendita e di comunicazione. Vogliamo primeggiare. Nel 2021 fortunatamente si tornerà al salone fisico. Questo non ci preclude la possibilità, in altri momenti dell’anno, di ‘parlare in digitale’ ai nostri clienti, proprio come abbiamo fatto lo scorso aprile”. Anche perché “il concetto di normalità verrà recuperato più avanti. Il percorso del digitale è segnato”. Gentilini evidenzia infine che nel corso del 2020 “anche dal punto di vista valoriale abbiamo rafforzato il vissuto della casa. Con le nuove collezioni abbiamo cercato di catturare le emozioni e fare sentire protette le persone, avvolte da emozioni positive. Un ruolo che la pandemia ci ha consegnato”.

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SIPARIO

modular eco partition design Raffaello Galiotto

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Epic Marbella furnished by Fendi Casa

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dossier di Maria Elena Molteni

The One Atelier. Una ONE STOP COMPANY per il branded real estate Tra i protagonisti delle branded residences, The One Atelier è una società di servizi completa che sviluppa progetti immobiliari di lusso ‘chiavi in mano’, che supervisiona l’intero processo dalla generazione dell’idea alla consegna.

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endi, Karl Lagerfeld, Baccarat, Loro Piana, Bugatti e Baccarat. Sono molte le griffe della moda e del lusso a più ampio raggio con le quali collabora The One Atelier, perché, “come dice il nostro pay-off, è il ‘partner per il Branded Real Estate that drives desire’ – spiega a Pambianco Design il ceo Michele Galli –. “Il nostro ruolo all’interno di questo mercato è fungere da ponte di connessione tra i brand e gli sviluppatori immobiliari. La nostra expertise non riguarda soltanto lo sviluppo dell’architettura e dell’interior design, ma comincia dalla fase di scouting dei progetti potenzialmente interessanti per i nostri brand partners, continuando con la negoziazione commerciale e gli studi di fattibilità, il marketing e la consulenza per il posizionamento sul mercato. Siamo una vera e propria one-stop company nell’ambito del Branded Real Estate”. E se le geografie delle branded residences risultano fondamentalmente circoscritte a Stati Uniti d’America ed Emirati Arabi, mentre la tendenza è meno importante nel Vecchio Continente, per Galli non è tanto una questione di crisi economica con la quale indubitabilmente l’Europa ha dovuto fare i conti, quanto piuttosto un tema di natura culturale. “Il fattore economico – sottolinea – non credo sia trainante perché in Europa così come in UAE e negli Stati Uniti, il lusso esiste, sia esso brandizzato o no. Credo piuttosto che i primi casi di branded residences abbiano creato un allure di ‘esibizionismo’ attorno al fenomeno stesso, concentrando molto l’attenzione sul brand anziché sulla qualità intrinseca del progetto. Il vero valore aggiunto in un progetto brandizzato è infatti l’esclusività dello stile, dei materiali atmosfere, che strizzano l’occhio alle meravigliose boutique di Montenapoleone e della Quinta Strada. Il nome del brand non fa altro che sigillare lo standard qualitativo e di stile che il progetto promette. La nostra mission è comunicare proprio questo approccio, attraverso il nostro lavoro e i nostri progetti”. E infatti The

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One Atelier ha in corso due progetti: ‘Szervita Square furnished by Bentley Home’, nel cuore di Budapest ed ‘Epic Marbella furnished by Fendi Casa a Marbella’. Altri sono in rampa di lancio proprio nel 2021. GUSTO SEMPRE PIÙ LIFESTYLE Intanto la direzione del gusto è sempre più lifestyle, “tant’è che anche i grandi gruppi alberghieri hanno cominciato a ricercare la collaborazione con brand lifestyle per poter offrire un’esperienza originale ai propri clienti luxury”. Secondo Galli tutto ciò non evidenzia o non pone limiti rispetto alla progettualità. “Faccio fatica a parlare di limiti quando si parla di brand di lifestyle e spazi pubblici e privati” chiarisce. “Mi viene in mente di più la parola opportunità. Il lavoro che il nostro design team compie di ricerca e comprensione del brand è estremamente approfondito. Il risultato di questo studio è sempre – ed in modi diversi – stupefacente. L’opportunità di conoscere i valori e di apprendere la storia del brand e le scoperte che facciamo sono la nostra vera fonte di ispirazione”. Chiaramente, fa notare, “ogni progetto brandizzato porta con sé la necessità di realizzare arredi custom, siano essi fissi o mobili. Il nostro design team si occupa dello sviluppo del prodotto ove necessario così come della selezione dei prodotti delle collezioni Home dei brands, ove esistenti”. 4 PROGETTI IN RAMPA DI LANCIO NEL 2021 In ambito real estate The One Atelier sta ora lavorando a tre progetti: oltre a Marbella e Budapest, Buyukyali furnished by Fendi Casa è ormai pronto alla consegna degli appartamenti. “Il 2021 sarà per noi un anno particolarmente frizzante poiché abbiamo a calendario il lancio di 4 progetti, mentre altri quattro sono a cavallo tra 2021 e 2022” conclude Galli. A proposito di Epic Marbella, le 56 residenze sono progettate da The One Atelier e arredate da Fendi Casa. Gli appartamenti, che vanno da 450 mq fino a 920 mq, affacciano sul Mar Mediterraneo e sulle montagne di La Concha. Situati nel cuore Golden Mile, a soli 800 metri dalla spiaggia e a 3 km dalla marina di Puerto Banús. Sempre per Fendi Casa lo studio ha progettato un edificio situato nel nuovo quartiere di Istanbul Büyükyalı sulla costa di Kazlıçeşme, dove le mura storiche si aprono sul Bosforo. Una torre che dispone di 90 appartamenti di diverse dimensioni. Tra gli altri progetti branded, anche Szervita Square, edificio multifunzionale nel cuore di Budapest. Lo sviluppatore aveva l’obiettivo dichiarato di alzare il livello del lusso realizzando un edificio mai visto prima in Ungheria. The One Atelier ha nominato Metrogramma come studio di architettura per seguire il progetto architettonico è si è occupato dell’interior design. L’edificio ospita un piano terra di vendita al dettaglio, spazi per uffici e 14 residenze boutique progettate e decorate da Bentley Home. The One Atelier, nel suo essere ‘one stop’, mette a disposizione servizi di ‘brand scouting’, dunque di ricerca e selezione del marchio giusto per creare un progetto coerente con le richieste e gli obiettivi. Sia che si tratti di dare vita a una nuova costruzione sia di trasformare una struttura esistente, la società si occupa dell’architettura e dell’interior design. Durante il processo di costruzione e i lavori di allestimento, viene messo a disposizione un team di project manager dedicati. Quindi, vengono ricercate le collezioni di mobili e accessori, lavorando a stretto contatto con i brand per progettare e creare collezioni lifestyle.

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dossier

Interno Delvaux a Parigi (ph. Santi Caleca)

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dossier di Maria Elena Molteni

Il contract QUINTESSENZA del brand Che siano fisici o digitali i luoghi di contatto e incontro con il cliente devono raccontare il marchio, farlo percepire e respirare. Un approccio olistico, per Vudafieri-Saverino Partners, che si avvantaggia della diffusione ‘inarrestabile’ delle home collection.

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pecializzato nel contract e con un solido rapporto con la moda, VudafieriSaverino Partners è un atelier del progetto, il cui lavoro spazia tra architettura, design d’interni, retail, hotellerie e ristorazione. Con sede a Milano e Shanghai, lo studio fondato e diretto dagli architetti Tiziano Vudafieri e Claudio Saverino, ha firmato molti progetti con i fashion brand. Dai negozi Pucci e Givenchy, alle nuove boutique Delvaux. Ma come è cambiato o è evoluto il rapporto tra progettisti e maison della moda nella ideazione dei loro spazi e cosa vogliono con essi raccontare oggi i brand? “Possiamo riassumere sinteticamente le nuove richieste delle maisons (ed il conseguente rapporto con i progettisti) in tre punti”, spiegano a Pambianco Design Tiziano Vudafieri e Claudio Saverino. Innanzitutto “concepire spazi di vendita che raccontino la stessa storia (ovvero l’essenza del marchio), ma che siano allo stesso tempo il più possibile diversi uno dall’altro”. In questo senso diventa “fondamentale riuscire a proporre al consumatore finale che viaggia (oggi diremmo che viaggiava, ma sicuramente ricomincerà a farlo) esperienze uniche, legate al luogo in cui il punto vendita si trova, ma allo stesso tempo all’universo del marchio”. In seconda battuta, “quello che in Studio chiamiamo da molti anni l’approccio olistico: oltre al design, approfondire nel progetto le altre discipline che concorrono all’esperienza. Ad esempio l’ospitalità e cerimonia di vendita, gli altri campi sensoriali, le attività culturali o ludiche nello spazio di vendita, tutti aspetti che aiutano il cliente a percepire l’universo della marca”. Terzo punto e nuova sfida, “fare interagire l’esperienza del luogo fisico del brand con quella del luogo digitale. L’esperienza e il contatto tra cliente e brand non termina con l’acquisto ma deve estendersi a quando si torna a casa, per ritrovarla poi nuovamente quando si riaccede al luogo fisico”.

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dossier

PRODUCT DESIGN E RETAIL DESIGN DI QUALITÀ FANNO LA DIFFERENZA Molte maisons hanno lanciato, chi prima e chi più di recente, le home collection. Per i due progettisti si tratta effettivamente di “una tendenza molto diffusa ed inarrestabile. Le home collection contribuiscono certamente alla percezione del marchio come uno stile di vita a tutto tondo, ma spesso sono trattate come semplici licenze, parenti povere del core business del brand”. Ma una inversione di tendenza è in corso. E lo dimostra “l’acquisizione da parte di Lifestyle Design (Cappellini, Cassina, Ceccotti, Poltrona Frau, Karakter, DZine, Janus et Cie, Luminaire) di Luxury Living Group, leader nel campo delle home collection: il nostro Studio sta realizzando il concept per gli spazi retail di Versace Home e ci rendiamo conto di quanto avere dei product designers e un retail design di qualità che interpretano un marchio possa cambiare completamente il livello”. Questa tendenza, secondo Saverino e Vudafieri, “vale in tutto il mondo ma in particolare per i “mercati giovani” come quelli asiatici. Esiste infatti una clientela particolarmente ricettiva ai concetti di “life style e total look”. Fatto che “per noi progettisti questo non è un problema”, assicurano. Anzi, “ci sprona sempre più a progettare spazi tailor made, identitari e narrativi del brand. Sempre nuovi e sempre diversi”. A MILANO IL PRIMO FLAGSHIP VERSACE HOME Oggi Vudafieri-Saverino Partners, oltre agli storici continuativi, come la belga Delvaux, collabora, tra gli altri, in Asia per Theory, Adidas, Diesel e nel design con Poltrona Frau. Nell’ambito home collection, Versace Home, per i quali apriremo il primo flagship a Milano quest’anno. Le collaborazioni con i brand è sempre stato caratterizzato da “un’attenzione, diremmo quasi maniacale, ai dettagli e alla creazione di arredamenti su misura per i progetti delle maison, non solo di moda. Arredi che ‘parlano’ del marchio per cui lavoriamo, ma sempre legati alla funzione retail. Nel corso degli anni ci è capitato spesso che i clienti chiedessero se si potessero comprare gli arredi che avevamo progettato, ma sempre per delle aziende che non avevano una strategia home collection. Siamo certamente forti nel creare oggetti appartenenti all’universo del marchio, ma per ragioni diverse non sono mai diventati parte di collezioni in vendita”. Tra le release più recenti, lo studio di architettura milanese ha progettato l’interior per il brand SKP Select, all’interno dei department store SKP a Pechino e Xian che ospitano ospitando brand quali Chanel, Hermes, Louis Vuitton, Dior, Prada, Gucci, Bulgari, Cartier. Recenti anche gli interventi per il primo flaghsip americano che Delvaux ha aperto a New York nel cuore della Fifth Avenue: 650 metri quadrati nell’Upper East Side di Manhattan. La boutique si trova negli ex locali della galleria di antiquariato La Vieille Russie, in un grattacielo affacciato su Central Park. Sviluppato su due livelli è stato ristrutturato rispettando lo spazio architettonico originale, riadattandoli al concept della boutique Delvaux. Dello scorso ottobre l’intervento per la boutique Delvaux in Rue Saint Honoré a Parigi. All’interno del negozio si alternano elementi di arredo realizzati su disegno da VudafieriSaverino Partners, con una selezione di pezzi di design e antiquariato che nel loro insieme vanno a comporre uno stile eclettico. Tema visivo e materico che accompagna lo sguardo è l’uso di una serie di porte antiche, che decorano le pareti e fanno da sfondo all’esposizione dei prodotti.

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analisi

Dall’alto, collezione ‘Cannolè’ di Emu; tavolo ‘Rio Alu’ e sedute ‘Trill’ design Raffaello Galiotto per Nardi; le piattaforme modulari ‘Cove’, i pouf ‘Otto’ e i tavolini ‘Sciara’ di Paola Lenti

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analisi di Andrea Guolo

Meno CONTRACT e PIÙ RETAIL per i leader italiani dell’outdoor I preconsuntivi del 2020 evidenziano una flessione del 5,8% per i primi cinque gruppi del settore mobili da esterno. La riduzione degli introiti è stata causata dai progetti bloccati o rinviati a causa della pandemia, destinati però a ripartire durante l’anno in corso. E l’outlook risulta positivo.

N

ei conti delle aziende specializzate in mobili da esterno pesa lo stop primaverile, che ha determinato la flessione (-7,2%) dei ricavi 2020 per i primi otto player secondo i dati di preconsuntivo raccolti da Pambianco Design. In classifica svetta Nardi con 47,2 milioni, davanti a Paola Lenti con 26,9 e a Emu con 26 milioni. A seguire compaiono Talenti, Roda, Ethimo, Fast e Varaschin. Al di là del risultato, il comparto dimostra vitalità e anche forte potenzialità di crescita. RIORGANIZZAZIONE RAPIDA Superato lo shock iniziale, le aziende leader hanno subito intuito che la ripartenza sarebbe stata rapida e si sono organizzate per rispondere alle richieste. In Nardi Outdoor, società di Chiampo (Vicenza) che svetta anche quest’anno nella classifica per fatturato con 47,2 milioni di ricavi (-7%), la percezione è emersa già ad aprile. “I clienti mondiali riportavano un buon interesse per il prodotto outdoor in generale e per il nostro in particolare grazie anche a una fascia di mercato adeguata – racconta Anna Nardi, ceo della società con la sorella Floriana – e questa tendenza si è poi confermata, non appena le attività hanno potuto riaprire. Il nostro vantaggio è stato avere merce a stock a magazzino e una filiera produttiva integrata verticalmente che ci ha permesso di essere immediatamente reattivi per ogni nuova necessità”. I numeri realizzati nell’ultimo anno permetteranno a Nardi di confermare tutti gli investimenti in termini di tecnologie e nuovi prodotti preventivati prima della pandemia e di continuare a sviluppare il programma di riciclo della plastica usata Regeneration. I prodotti più richiesti? Li descrive Floriana Nardi: “Al primo posto c’è il tavolo allungabile Rio che ha registrato un +31% rispetto al 2019. Segue il sistema modulare di poltrone Komodo e la collezione di sedute Trill. Nella nostra analisi, ha premiato certamente il fatto

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analisi

di essere prodotti recenti, scelte contemporanee che stanno piacendo molto ma specie per Rio e Komodo va detto che sono anche giusti al momento giusto: aiutano a creare zone di sicurezza in termini di spazio, un distanziamento sociale che purtroppo dobbiamo ricercare ma che separa e non divide”. L’Italia ha registrato ottime performance grazie al retail, mentre all’estero hanno sofferto i mercati più legati al contract, ma il 2021 dovrebbe essere caratterizzato da una ripresa del secondo canale, dove molti progetti avviati si sono bloccati o hanno subito un rallentamento, e da una conferma per il primo. NICCHIA FORTUNATA Dietro Nardi si piazza, guadagnando una posizione, Paola Lenti. L’azienda di Meda ha chiuso l’anno con un preconsuntivo di 26,9 milioni, in discesa del 7%, e Anna Lenti, Ad della società, intravede buone prospettive. “Dobbiamo ammettere – afferma – che lavoriamo in una nicchia fortunata. L’impossibilità di viaggiare, di uscire, ha spostato l’attenzione delle persone sui loro luoghi di vita domestica e questo ci ha in un certo senso avvantaggiato. Certamente da quest’anno lavoriamo per crescere, anche se prevediamo che il 2021 sarà ancora un anno difficile, interlocutorio. La sensazione però, è che ci sia determinazione e voglia di riprendere”. I prodotti di punta? “Premesso che Paola Lenti è conosciuta più per il concept che propone piuttosto che per i singoli prodotti, non abbiamo notato cambiamenti sostanziali nelle preferenze della clientela”, precisa Anna Lenti. In termini di canali distributivi, viene evidenziato il rallentamento dell’hospitality, ma l’azienda non ha avviato particolari rivoluzioni nel suo modello: “Negli anni abbiamo costruito una solida rete di dealer e relazioni con gli studi di architettura e interior design in tutto il mondo. In questo periodo abbiamo migliorato e rafforzato le nostre piattaforme digitali e abbiamo utilizzato tutti i mezzi tecnologici per consolidare queste relazioni”. Infine, Anna Lenti evidenzia il contributo dato dal posizionamento alto del brand in termini di resilienza. “Il nostro mercato di riferimento è di fascia alta e questo indubbiamente ci ha in un certo senso protetti. Gli investimenti in questo ultimo anno non si sono fermati completamente, tanto che abbiamo aperto alcuni negozi monomarca e abbiamo rafforzato la nostra presenza in molti punti vendita”, conclude. AL CENTRO DELLA CASA Il podio dell’outdoor italiano è completato da Emu. L’azienda umbra ha scontato una flessione di fatturato ma ha spinto sull’ebitda salito dall’8,6 al 12,4%. Un aumento del 40% dunque, frutto della strategia intrapresa dalla nuova compagine societaria che da 4 anni è alla guida di Emu. Importanti investimenti nel comparto produttivo a difesa del made in Italy, una vasta gamma di nuovi prodotti nati dalla collaborazione con designer internazionali e una maniacale attenzione alla qualità e alla sostenibilità, hanno generato arredi dal design responsabile e fatti per durare nel tempo. “Il risultato alla fine è soddisfacente – afferma Stefano Zajotti, design communication manager – soprattutto se confrontato con le aspettative di marzo 2020. La risposta dell’azienda è stata rapida, ci siamo riorganizzati e poi, quando tutto è ripartito, ci siamo fatti trovare pronti. Il contract si è fermato, ma i privati hanno riscoperto il piacere di vivere in casa e messo in atto tutta una serie di interventi per migliorare giardini e spazi esterni. Se il 2020 è stato l’anno dell’e-commerce, per il 2021 pensiamo di poter crescere nell’ambito dello street contract dove siamo leader, e a fine anno puntiamo a tornare ai livelli di fatturato attesi”. Emu vede un mercato in espansione per il comparto. “L’ingresso dei big dell’arredo nell’outdoor – evidenzia Zajotti – ha portato una maggiore percezione della qualità, e non solo tra i consumatori più facoltosi. Questo potrà fare la differenza in termini di consumi, rafforzando la posizione di Emu sul mercato. La difesa del made in Italy e, quindi, dei posti di lavoro è per noi una priorità”. 48

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analisi

Analisi Outdoor 2020 -7,0 50,8 47,2

-19,9 32,4

-7,2 29,0 26,0

25,0

-1,5

19,6 18,0

18,3

-1,2

-29,6

15,7 14,0 14,2

-5,1

Valori in milioni di euro Fonte: Pambianco Strategie di Impresa

Fatturato preconsuntivo 2020

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FAST

ETHIMO

RODA

TALENTI

EMU GROUP

PAOLA LENTI

NARDI

11,2 11,8

Fatturato 2019

14,2 10,0

VARASCHIN

26,9

Variaz. %

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scenari

Dall’alto in senso orario, divano ‘Piper’ e poltrona ‘Laze’ di Roda; tavolo ‘Emma’ e poltroncine ‘Emma Cross’ di Varaschin; collezione ‘Cruise Teak’ di Talenti

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scenari di Andrea Guolo

Da crisi a OCCASIONE. Cambiano pelle gli specialisti dei mobili da esterno La svolta attuata dalle imprese durante la pandemia, unita alla voglia di outdoor, ha creato le condizioni per intercettare la futura crescita, ma già il 2020 ha regalato soddisfazioni alle aziende meno esposte verso il contract. E ora dovrebbero ripartire hotellerie e ristorazione.

L

a pandemia come occasione, e non soltanto per rilanciare il canale retail grazie alla domanda rinvigorita dei clienti privati, ma anche per rivedere modelli organizzativi e accelerare cambiamenti già in atto nelle aziende. Alla fine, il 2020 sarà ricordato dai produttori di mobili per outdoor non solo per le complessità emerse, ma anche per le opportunità che ha offerto e che verranno capitalizzate da qui in avanti. In qualche caso, la crescita si è concretizzata già dopo il lockdown. GESTIONE IN HOUSE Per Talenti, ad esempio, il 2020 sarà un anno tutto da ricordare. Il fatturato dell’azienda umbra è cresciuto del 26%, salendo da 15,6 a 19,6 milioni di euro. “Siamo una realtà solida e dinamica – afferma il fondatore e ceo Fabrizio Cameli – con alle spalle una famiglia compatta e una mission molto chiara: proporre un prodotto esclusivo e d’altissimo livello nel mondo. Possiamo contare su uno staff efficiente e siamo in grado di affrontare qualsiasi tempesta senza arretrare di un passo. Oggi possiamo dire che la nostra azienda esce rafforzata da questa dura prova”. La risposta immediata alla crisi pandemica è stato l’ulteriore passo verso l’autonomia produttiva, trasformando la vecchia sede in un sito produttivo con tanto di falegnameria interna e creando nell’headquarter un reparto dedicato all’assemblaggio e alla revisione del prodotto. Tra i prodotti, ha brillato soprattutto la gamma ‘Cruise’ progettata da Ludovica e Roberto Palomba. Da segnalare il balzo dell’Italia (+17%) che resta il primo mercato del brand con il 40% del fatturato totale. “Se era prevedibile che il mercato domestico resistesse, è andata oltre ogni più rosea aspettativa la performance internazionale”, precisa Cameli, evidenziando un +38% delle vendite oltre confine con in testa Francia, Emirati Arabi, Stati Uniti e

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scenari

persino Oceania. “Il settore dell’outdoor, rispetto ad altri, è sopravvissuto grazie ai giardini, le terrazze e alla voglia delle persone di stare all’aria aperta e di trasformare queste zone in oasi per sfuggire alla quotidianità”, afferma il ceo di Talenti, “e se il turismo e la ristorazione sono in crisi, la fame di outdoor non è mai stata così grande e non prevedo che sarà saziata molto presto”. In prospettiva ci sarà anche la ripartenza del contract per gli ambiti oggi fermi, e l’azienda si farà trovare pronta. “Siamo pronti a raccogliere questa sfida e tutti gli investimenti che abbiamo fatto in questi anni, dal nuovo showroom milanese all’avveniristico headquarter di Amelia, hanno lo scopo di rendere sempre più solida e competitiva la nostra realtà”, conclude Cameli. OFFERTA QUALIFICATA “Alla luce di tutti gli elementi in nostro possesso, Covid compreso, siamo convinti che il settore sia destinato a crescere proprio nell’ambito che presidiamo, quello dell’offerta qualificata”, sostiene Stefano Giust, direttore operativo di Varaschin. L’azienda veneta ha gestito il periodo del lockdown rassicurando tutti i canali distributivi (retail, architetti e committenza horeca) sul rispetto degli impegni assunti e ha sostenuto, in alcuni casi anche finanziariamente, i propri fornitori, realizzando così le condizioni che le hanno permesso di farsi trovare pronta al momento della ripartenza. Allo stesso tempo, è intervenuta rapidamente nella parte digital con la realizzazione del nuovo sito non solo a livello grafico ma anche strutturale, fornendo ai negozianti la modellazione 3D dei suoi prodotti e ai progettisti i moodboard delle collezioni, e arrivando ad aprire collaborazioni con diversi software profilati per dealer e architetti così da superare il distacco imposto dalla pandemia. Infine, è stata avviata una campagna social fondata non più sui prodotti, bensì sulle persone interne all’azienda, scelta apprezzata dai follower. Superata l’emergenza, rivelatasi temporanea come da previsione, l’attività è ripartita bene sia in Italia, dove Varaschin raccoglie il 40% del suo fatturato totale, sia all’estero, che a fine anno ha confermato la quota residua del 60% con Spagna e Stati Uniti come principali destinazioni. La solidità finanziaria e organizzativa di cui dispone ha permesso a Varaschin, pur avendo ridotto il fatturato 2020 (10 milioni contro 14), di mettere in campo le stesse risorse di cui avrebbe disposto in caso di raggiungimento del budget fissato prima della pandemia. I risultati, con l’anno nuovo, non si sono fatti attendere: “La partenza di gennaio è stata straordinaria, abbiamo battuto ogni record mensile della nostra storia”, precisa Giust. Inoltre, il legame con l’hotellerie, canale in evidente difficoltà, si è mantenuto vivo attraverso una campagna promozionale spinta che ha riguardato articoli considerati non strategici per il futuro dell’azienda. Questa decisione ha offerto non solo la possibilità di un “colpo di reni” per le vendite in ambito contract a fine 2020, ma anche l’apertura di un 2021 con numeri importanti: “Penso che avremo buone possibilità di chiudere l’anno al +30%, con l’ebitda attorno al 10% del fatturato”, rimarca Giust. Ed è solo l’inizio, perché per l’hotellerie il vero decollo dovrebbe arrivare nel 2022. ALTA PRODUTTIVITÀ L’arrivo del primo lockdown ha imposto alle aziende cambiamenti improvvisi, dai quali è derivato un miglioramento di gestione. In Roda, per esempio, il ricorso allo smart working è stato accompagnato da un lavoro costante sulla delega responsabile, coinvolgendo sia il management sia il personale operativo, e concentrando le attenzioni sugli obiettivi considerati necessari. “Il risultato è stato un aumento della produttività e quindi, alla fine, la crisi è stata un’occasione capitata in un momento nel quale stavo riorganizzando i modelli dipartimentali a seguito dell’apertura del nuovo sito produttivo da 15mila metri quadrati a Bodio Lomnago, che stava determinando la trasformazione di Roda in 52

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scenari

industria”, afferma Daniele Pompa, ceo dell’azienda lombarda. “La pandemia è arrivata nella fase di start up di questo percorso industriale ed è stato un boost pazzesco”, precisa Pompa, evidenziando come le strategie varate da Roda e basate sul potenziamento di made in Italy, produzione interna all’azienda, custom made e just in time le abbiano permesso di rispondere con prontezza al successivo aumento della domanda senza tensioni negli approvvigionamenti. Alla fine, il 2020 si è chiuso quasi in linea con l’anno precedente (18 milioni di ricavi contro i 18,2 del 2019) e con un incremento di ebitda (7,8% del fatturato contro il 6%). Il modello attuale di Roda prevede produzione a km zero per r&d, custom made e just in time (20% del totale), a “km Italia” per le soluzioni ad alta complessità (30% del fatturato) e la delocalizzazione in Asia per componentistica e grandi volumi destinati al contract (50%). “Il Covid ha però accelerato al massimo le strategie, che puntano ad aumentare la parte a km zero fino al 50% della produzione totale”. A tal fine, in settembre, Roda ha acquisito una falegnameria con 12 addetti per potenziare la parte di componentistica made in Italy nel legno. Le prospettive? “L’outdoor è ‘frizzante’ e noi siamo un brand ormai consolidato in un ambito molto giovane e in espansione. L’organizzazione che ci siamo dati ci offre tutta la flessibilità necessaria per gestire progetti di alto profilo, con un ottimo rapporto tra costi e benefici”, conclude il ceo. L’HOTELLERIE SI PREPARA Il peso del canale hotellerie, pari al 50% del business in epoca pre-Covid, ha impedito per pochissimo a Fast di ripetere il risultato del 2019, quando aveva chiuso con 11,7 milioni di ricavi. L’azienda bresciana non ce l’ha fatta per appena mezzo milione, e il ceo Marco Levrangi appare rinfrancato sia per il risultato, ottenuto grazie al boom del retail, sia per l’efficienza raggiunta in termini economici, organizzativi e di servizio qualificato alla clientela, attraverso la produzione tutta ‘in house’, dalla materia prima al prodotto finito. “Il trend di crescita per il retail continuerà nei prossimi anni – afferma Levrangi – perché è cambiato lo stile di vita ed emerge la gioia di vivere all’aria aperta. La nostra mission, disegnare prodotti di design e armoniosi con la natura, è in linea con i tempi attuali. Il tema della sostenibilità sarà sempre più centrale e Fast, che da tempo ha adottato in materia la metodologia Lca e ha anche conseguito la dichiarazione Epd, spingerà ancora di più in questa direzione”. Nel frattempo, in Fast, il lockdown ha rappresentato l’occasione per rafforzare gli investimenti sul digital, dando prova ai clienti di presenza costante e di capacità di adattamento agli imprevisti, organizzando dirette dallo showroom aziendale sul lago di Garda per presentare ai dealer la collezione 2020 e realizzando i configuratori e tutti gli strumenti funzionali alla gestione da remoto. In questo modo, pur non entrando direttamente nell’e-commerce, Fast ha offerto ai distributori la possibilità di aumentare il business online dei clienti mettendo loro a disposizione tutto quello che richiedono a livello di immagini e varianti colore, a partire dalla collezione Ria che, assieme ai tavoli della linea AllSize (entrambe disegnate da Alberto Lievore), è stata tra i best seller dell’anno. La crescita retail di Fast è stata particolarmente forte nei Paesi di lingua tedesca, in Olanda, Francia e in generale nel nord Europa, mentre hanno sofferto Spagna e Gran Bretagna per la loro vocazione contract. Una graduale riapertura del canale legato al progetto è attesa nell’ultima parte dell’anno e si dovrebbe concretizzare pienamente nel 2022. “Già a inizio anno, le richieste dei clienti dell’hotellerie sono aumentate notevolmente. E tutti, del resto, abbiamo una gran voglia di tornare a viaggiare”, conclude il ceo di Fast.

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Flagship store Gioia8 via M. Gioia 6/8, Milano

novamobili.it


scenari

Dall’alto, in senso orario, la nuova pergola Connect con Spy Glass e sullo sfondo il quartier generale di Pratic (ph Studio Eye); Lotus Plissé di Mottura; Kedry Skylife nuova pergola bioclimatica di KE ed infine Med Twis di Gibus

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scenari di Andrea Guolo

All’ombra SI CRESCE. Fatturati in aumento per i big dei sistemi di protezione solare Il mercato italiano è stato determinante per il risultato del 2020. La domanda è ripartita subito dopo il lockdown, anche attraverso la rete di negozi a marchio creati da alcuni brand in Italia e nei principali Paesi europei. Ora la sfida è l’internazionalizzazione.

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utti in giardino e tutti ad attrezzare gli spazi verdi per migliorare la qualità della vita. La corsa agli acquisti di sistemi di protezione solare (tende e pergole) ha permesso alle aziende leader del settore di chiudere il 2020 con fatturati in crescita, a doppia cifra nei casi di Pratic e Gibus, e il 2021 è iniziato in positivo sulla scia degli ordini conclusi nella seconda parte dell’anno appena concluso. EBITDA DI LUSSO Il gruppo veneto Bat/Ke è in vetta alla classifica, con 86,6 milioni di ricavi, di cui poco meno di 54 sono stati generati dalla intera divisione prodotto finito Ke, e di questi 30 milioni generati dalla sola Ke protezioni solari Italia specializzata in tende da sole e pergole, protagonista di un balzo dell’8% rispetto al 2019. L’ad di Ke, Simone Mazzon, è soddisfatto del risultato e in particolare dell’ebitda, pari a 5,7 milioni nel 2020 per un incidenza di quasi il 20% sul fatturato. “È un ebitda quasi da azienda del lusso, frutto del contenimento dei costi e di un miglioramento dei margini a sua volta derivante dal posizionamento sempre più alto che l’azienda ha saputo guadagnare nel mercato”, sottolinea Mazzon. Alla visibilità e al prestigio di KE hanno contribuito i punti vendita aperti con il progetto Ke Store, arrivati ormai a quota 100 in Italia, dove generano il 45% del fatturato nazionale complessivo per la società con sede a Noventa di Piave, e 15 all’estero. “Siamo ormai presenti, con i Ke Store, in Francia, Germania, Spagna, Romania e Israele. È un progetto su cui continueremo a investire con campagne mirate di comunicazione per sostenere lo sviluppo del brand”, rimarca Mazzon. Per Ke, l’Italia cuba complessivamente 18,4 milioni di ricavi e dall’estero arrivano oltre 11 milioni; oltre confine, Ke dispone di una serie di filiali in Spagna, Francia, Stati Uniti, Svezia e dallo scorso ottobre

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anche in Germania, a Monaco di Baviera. “Avere a disposizione personale all’estero ci ha permesso, durante il lockdown, di poter continuare a lavorare in quei Paesi e di svolgere quelle attività commerciali che non avremmo potuto gestire dall’Italia per impossibilità di movimento. Il nostro modello organizzativo ci ha favorito in tal senso”, racconta Mazzon, precisando che Usa, Germania e Francia sono stati i mercati più interessanti nel 2020 a livello di performance. In termini distributivi, invece, Ke osserva una flessione del contract, che pesa per circa il 15% del business totale, e un rafforzamento in atto del canale legato ai serramentisti. Il futuro visto da Mazzon è roseo: “Il nostro comparto è cresciuto molto e, considerando anche gli ottimi dati di inizio anno, è destinato a crescere ancora. Il residenziale in Italia procede molto bene, per l’estero ci siamo attrezzati potenziando la rete vendita e pensiamo di ottenere buoni risultati. Attendiamo poi la ripresa del contact che non sarà immediata, con l’onda lunga dei blocchi del turismo, ma prima o poi arriverà”. FORTE ANCHE L’HORECA Pratic è cresciuta di oltre cinque milioni (+13%), arrivando a 45,7 milioni di ricavi. La spinta per l’azienda di Fagagna (Udine) è arrivata dal retail e anche dal canale horeca, sofferente ma “costretto” a investire per l’obbligo del distanziamento sociale e che, come racconta il vice presidente Edi Orioli: “Ha creduto nei nostri prodotto ampliando gli spazi e dando protezione e bellezza ai propri locali”. In questo modo, la crescita non ha comportato sostanziali cambiamenti in termini distributivi, perché la domanda è arrivata da più fronti per i prodotti dell’azienda, a beneficio soprattutto dei suoi cavalli di battaglia rappresentati dalle pergole bioclimatiche con una richiesta che Orioli definisce “inaspettata” e che si è manifestata nel momento in cui, dopo il lockdown, tutto il meccanismo è potuto ripartire. In termini geografici, l’Italia si è consolidata sulle cifre dell’anno precedente con un lieve aumento, mentre c’è stato un incremento verso l’estero. Il risultato finale è sorprendente, considerando i quasi tre mesi di chiusura dell’azienda. “Al rientro – precisa Orioli – c’è stata fortunatamente una forte richiesta costringendo le nostre aziende anche a doppi turni di lavoro per soddisfare le consegne. Il problema più grosso è state reperire alcuni prodotti che compongono le nostre pergole e che di fatto hanno ulteriormente creato disagi nelle consegne. Ora affrontiamo il 2021 con più consapevolezza e forti del fatto che la pandemia si attenui prima dell’inizio della stagione estiva”. ITALIA DOMINANTE Altrettanto significativo è stato il risultato raccolto da Gibus, con 45,1 milioni di ricavi e con un aumento superiore al 10%, arrivando a realizzare un +20,6% nel segmento lusso high-end che oggi rappresenta il 45% del business complessivo dell’azienda di Saccolongo (Padova). I due terzi del fatturato sono stati raccolti in Italia e un terzo all’estero. “Pur crescendo molto all’estero, continuiamo a espanderci anche in Italia e di conseguenza, la quota del mercato domestico resta dominante”, racconta l’amministratore delegato Alessio Bellin. Le direzioni dello sviluppo sono legate alle dimensioni dei mercati di consumo e di conseguenza Gibus ha posto la propria lente, Italia a parte, su Germania e Francia, che rappresentano i Paesi determinanti per il business. “Continueremo pertanto a investire in Europa proponendo i nostri prodotti custom, eseguiti in base alla richiesta del consumatore e consegnati in un periodo compreso tra le 2 e le 5 settimane dall’ordine”. In particolare, Gibus ha impostato il proprio modello distributivo in chiave retail attraverso i Gibus Atelier, arrivando tramite affiliazione a 280 punti vendita in Italia e 140 all’estero, e da questa formula deriva ormai l’80% del 58

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giro d’affari della società; il restante 20% dipende dal rivenditore multimarca che, precisa Bellin, “rappresenta poi il ‘vivaio’ per dare il via a collaborazioni che puntiamo a far diventare nuove affiliazioni”. Le prospettive? “Manterremo il nostro focus nell’ambito dei prodotti outdoor e della protezione solare, restando leader in Italia e continuando a sviluppare il marchio e la nostra rete in Italia e all’estero, fino a diventare un brand di riferimento internazionale”, conclude l’ad. SUPPORTO AI DEALER In crescita anche Corradi. L’azienda bolognese di outdoor living spaces è salita a 20,5 milioni migliorando di qualche punto percentuale il risultato del 2019 e portando l’ebitda in positivo. “Nel 2019 – precisa il cfo Matteo Frabetti – la marginalità era negativa per via di due fattori specifici: l’investimento significativo in risorse umane, assumendo personale altamente qualificato sia negli uffici che nel reparto produzione, e i costi di servizio e di affitto dello stabilimento, la cui proprietà resta all’interno del nostro gruppo”. Nell’ultimo anno, malgrado la pandemia, il traino per Corradi è arrivato dall’Europa centrale, cresciuta a doppia cifra, e anche la Spagna ha risposto molto bene. “I mercati dove operiamo – spiega Sully Briskomatis, marketing & communication manager – hanno reagito alla pandemia in momenti e modalità differenti permettendoci quindi di non fermarci mai realmente. Il nostro approccio è stato quello di supportare i nostri dealer al massimo, anche attivando e sostenendo campagne promozionali specifiche. La rete di dealer è una risorsa estremamente preziosa e non abbiamo voluto cambiare il nostro metodo distributivo, che è una caratteristica distintiva di Corradi”. E si prospetta una crescita anche significativa per il 2021. “Considerando l’ecobonus in Italia e l’accresciuta attenzione sull’outdoor in generale, restiamo positivi, sapendo però che per ottenere un risultato significativo occorrerà essere sempre più flessibili e pronti a cambiare tattica, per seguire in modo tempestivo i cambiamenti di mercato al momento non prevedibili” conclude Briskomatis. TRA INDOOR E OUTDOOR Per Mottura, il fatturato 2020 è stato di 18,1 milioni di euro con un ebitda non molto diverso da quello del 2019. “Considerando 209 giorni lavorativi contro i 233 dell’anno precedente, siamo su valori molto simili”, evidenzia l’ad Luca Lovera, precisando che “poco meno del 50% del nostro fatturato è generato dall’export e, in particolare, dall’Europa, dove i lockdown erano molto più condizionanti che in Italia”. I prodotti che hanno risposto alle attese del mercato, per quanto riguarda l’indoor, sono state le tende a rullo tecniche per installazione diretta sul serramento senza necessità di foratura dello stesso, mentre per l’outdoor sono state le grandi tende oscuranti con guide antivento zip. “Il mercato Italia ha reagito bene dopo il lockdown, meglio delle aspettative, riportandosi in breve ai valori precedenti alla pandemia. Per quanto riguarda l’export, eccezion fatta per l’Europa, i tempi di recupero sono più lunghi in quanto il problema della maggiore difficoltà di contatto fisico con il cliente sussiste, unitamente ad altre rigidità”. Fornendo sia prodotti per interno che per esterno, Mottura può osservare il diverso passo tra i due ambiti: “L’indoor, inteso soprattutto come mondo della decorazione d’interni, è un mercato maturo e sta vivendo una selezione ormai da anni, per cui non è facile prevedere una crescita se non si verificano una serie di condizioni che stentiamo a rilevare. Completamente diversa la situazione del mondo outdoor che, oltre ad essere maggiormente coinvolto nella serie di incentivi fiscali, evidenzia una crescita generalizzata che, è prevedibile, proseguirà, almeno nel breve periodo”.

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INTERVISTA A ANDREA BOSCHETTI

RIGENERAZIONE URBANA come asset di crescita per le città di Valentina Dalla Costa

Andrea Boschetti (ph. Filippo Avandero)


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on è un tema nuovo per Metrogramma, studio fondato da Andrea Boschetti e Alberto Francini nel 1999 che si occupa di rigenerazione e criticità urbana da oltre 20 anni. Dalla fortuna iniziale legata a imporanti concorsi vinti a livello nazionale ed europeo, Metrogramma lavora nel 2001 a “4 Città”, piano urbano di Bolzano e ricerca che ha fatto scuola, focalizzandosi sulla densificazione urbana e i suoi diversi scenari. Con un’attenzione sulla persona e sull’idea che l’architettura debba essere un veicolo per migliorare la qualità della vita di chi la abita, Andrea Boschetti dal 2016 è a capo dello studio e collabora con un team multidisciplinare composto da architetti, ingegneri e designer.

Sei stato coordinatore scientifico del PGT (Piano di Governo del Territorio) di Milano dal 2008 al 2011 curandone tutto il processo di progettazione. Qual è l’eredità del lavoro fatto in quegli anni, degli investimenti e delle trasformazioni che hanno cambiato il capoluogo meneghino negli ultimi dieci anni? La crescita della città deve molto alla nostra strategia di piano, che ha spostato radicalmente l’attenzione del progetto verso lo spazio aperto e pubblico: Milano nei primi anni 2000 ereditava un interesse che andava nella direzione diametralmente opposta rispetto a queste tematiche, la qualità dello spazio pubblico non era un interesse primario. Figlia della grande ingegneria degli anni Ottanta e Novanta, l’unico problema era rendere efficiente la capacità delle strade e delle infrastrutture. Adesso, quell’idea di città è sovvertita. In occasione della Biennale del 2008, insieme a Gianpietro Carlesso presentammo un grande modello in cui era visibile l’equilibrio dinamico urbano in divenire: volevamo rappresentare la città di Milano mostrandone i volumi vuoti per rendere visibile l’equipollenza tra vuoto e pieno. Ciò che ne risultava era una città fatta di vuoti, che potevano assumere un’importanza fondamentale. Ai tempi abbiamo seguito gli accordi presi con gli scali ferroviari cittadini come Scalo Porta Romana e Scalo Farini, quel che doveva accadere con i nuovi progetti per quegli spazi sostanzialmente abbandonati non poteva porsi sulla bilancia solo con due parametri come costi e benefici, ma si doveva estendere il valore del progetto al recupero dei quartieri che insistevano attorno a quegli spazi. E’ definita strategia degli epicentri: dove c’è un’area dismessa, si deve intervenire insistendo sui benefici qualitativi degli spazi verdi. Il piano è nato sotto il cappello di Letizia Moratti e di Masseroli, per poi passare a Pisapia e De Cesaris. Ha subìto delle modifiche, ma anche con Sala e Maran la strategia legata alla qualità del paesaggio è centrale: il progetto Piazze Aperte lo ha dimostrato. La città deve abituarsi alle trasformazioni che non solo sono legate a nuovi grandi edifici, ma si occupano del riuso di spazi già esistenti. Serve prendere le distanze dai grandi progetti autoreferenziali, per spostare il focus su progetti antropocentrici. Quali sono le potenzialità dell’urbanistica tattica? Altissime, soprattutto in una città che deve abituarsi alle trasformazioni legate al riuso. Nel 2009 feci un efficace esercizio metaprogettuale per il Regional Plan Association (RPA) con il Politecnico di Torino in collaborazione con le università di Napoli, Cleveland e New York, per provare a trasformare insieme agli studenti l’assetto urbano di Broadway a New York. Quell’esercizio diede vita a un progetto importante, poi attuato dal sindaco Bloomberg rallentando e pedonalizzando Broadway: divenne l’emblema della rigenerazione e della sostenibilità nel mondo. “NYC Boulevard & Broadway, Slow city planning” è stato realizzato mentre lavoravamo al PGT di Milano: quel lavoro è legato all’urbanistica tattica. Gli studen-

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ti pensarono fosse un’idea non realizzabile, i commercianti della Broadway erano contro la pedonalizzazione, e quindi decisero di fare delle prove, proponendo un’urbanistica che dava soluzioni diverse, temporanee, senza necessità di diventare permanenti. Oggi invece, dalla temporalità si è passati alla permanenza: quella zona della città è completamente trasformata rispetto ai primi anni 2000. A Milano, con il progetto Piazze Aperte, la sperimentazione è cominciata da Nolo, ma si possono citare Porta Genova, corso Lodi e altri quartieri. Non sono progetti permanenti, ma abituare i cittadini all’idea di riappropriarsi di spazi che erano destinati alle automobili, vuol dire far capire che la città può e deve diventare l’estensione del proprio habitat. In una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, questi luoghi diventano colossalmente importanti. Dunque la soluzione è una città che progressivamente diventerà pedonale? Ovviamente no, ma dobbiamo pensare a una logica di riduzione, nei prossimi anni, dello spazio dedicato all’automobile, per cederlo a piste ciclabili e marciapiedi estesi. Serve riappropriarsi delle piazze, che a Milano sono progettate in modo totalmente sbagliato; non considerano l’ottimizzazione dello spazio coniugata alla fluidità del traffico. Il progetto Milano Future City del 2019, in partnership con Volvo, rispondeva al tema dell’integrazione tra auto e città, dove il settore dell’automotive grazie a servizi digitali e tecnologia implementava la user experience, per un approccio human-centric in città: ci si immaginava un’asse commerciale, quello che da San Babila arriva sino a corso Buenos Aires, che avrebbe potuto riqualificare la metropoli: immaginammo una grande trasformazione, con riduzione delle carreggiate per senso di marcia, ciclabile e marciapiedi allargati, alberature. La pandemia ha accelerato i processi innescati ed è stato possibile portare avanti solo parte del progetto. Come può il verde urbano e condiviso diventare strumento strategico per i grandi general constructor? Il cambiamento in atto è strutturale. Quando si riorganizza lo spazio a terra, con la possibilità di inserire anche il verde senza che diventi una ‘marchetta’, ne beneficiano tutti. La riforestazione urbana è l’elemento cardine per lo sviluppo futuro delle città: se guardiamo alla superficie estensiva di Milano ad esempio, oltre il 50% è un spazio potenzialmente progettabile e ora in disuso. I grandi developer hanno finalmente compreso l’importanza dell’attacco a terra, partendo dalla rigenerazione. Siamo passati da una cultura estremamente introversa, in cui il verde era privato, nascosto nei cortili, a progetti virtuosi come quello di Barcellona per le Olimpiadi, oppure le grandi riqualificazioni sulla mobilità in Danimarca. Questi esempi hanno fatto capire che portare attenzione sull’attacco a terra è fondamentale anche per far aquisire il 20 o forse anche 30% di valore in più sull’immobile costruito, quasi come accade per i building brandizzati. Certo, la sostenibilità di una torre residenziale non può essere determinata solamente dall’analisi di dati ingegneristici e dagli aspetti meramente paratecnologici (anzi, questi dovrebbero essere la normalità), se poi gli spazi interni vengono gestiti esattamente nello stesso modo rispetto a qualche anno fa. Il ragionamento a cui siamo abituati è ancora molto legato a un sistema poco proiettivo e di massima efficienza speculativa. Serve fare un ragionamento opposto, e ovviamente serve trovare un developer illuminato. Ad oggi sto lavorando insieme a Stefano Boeri e Petra Blaisse a Genova, su 70 ettari che verranno riqualificati. Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso sorgeranno sotto il ponte progettato da Renzo Piano, e il parco sarà l’epicentro della trasfomazione, luogo cruciale per i cittadini. Attorno sorgeranno edifici, il memoriale delle vittime, uno studentato, edifici per RSA, una nuova stazione, il tutto circondato da questo cerchio rosso metallico, simbolo del progetto. L’amminstrazione ha concordato di dare precedenza alla realizzazio-

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ne del verde, abbiamo invertito il processo. Io sono sostenitore della “green utopia”: oggi si confrontano due grandi correnti di pensiero, quella del green washing per cui mettendo due alberi in un progetto ti lavi cocienza, e poi quella legata a chi tende a mettere al centro del concept di progetto un vero e sano principio di sostenibilità. Cos’ha cambiato la pandemia? Mi trovo in linea con quanto dicono alcuni teorici anglosassoni, penso che non si debba forzare questa reclusione casalinga, altrimenti rischiamo la psicopatia e un’alienazione neofordista. Dobbiamo tornare al lavoro, ma per andarci dobbiamo abituarci a non utilizzare più l’automobile, che in città è inutile. Se nemmeno i mezzi pubblici ci fanno stare tranquilli, allora le città devono trasformarsi, il percorso pedonale da casa a lavoro deve essere gradevole e godibile: se posso camminare andando verso l’ufficio, se lungo la strada incontro bar, servizi, un bel paesaggio, se posso andarci di corsa o in bicicletta, allora lo spazio urbano acquista valore ed è uno spazio di qualità. E’ un modo completamente diverso di guardare alla città rispetto a ciò a cui siamo abituati in Italia, ma penso sia ciò a cui dobbiamo puntare. E il centro non deve essere l’unica area d’interesse per la rigenerazione, che deve coinvolgere ogni quartiere. Nel Recovery Plan si parla di ripresa economica. Coinvolgere gli architetti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in cui sono coinvolte digitalizzazione, innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale, dovrebbe essere scontato. Perchè non è così? Ci vorrebbero delle leggi omogenee, a livello nazionale, legate alla qualità dell’architettura e lo sviluppo dei territori. Dovremmo prendere in mano la legge nazionale vera cercando di dare a tutti delle nuove opportunità. Mi pare inconcepibile doverci confrontare con una legge ancora ferma agli anni Sessanta, quando Calvino scriveva “La speculazione edilizia”. In quest’ultimo anno ho tentato, insieme ad altri colleghi architetti che operano su territorio nazionale, di portare all’attenzione della politica e del Presidente Mattarella l’importanza della qualità urbana e dell’architettura. Per ripensare le nostre città, è necessario coinvolgere chi le costruisce, ma a quanto pare questo non avviene. Abbiamo leggi per qualsiasi cosa, ma non per l’architettura. In un Paese come il nostro, con una fragilità di paesaggio simile, trovo assurdo che non ci siano misure di tutela e regolamentazioni. Ma tant’è. Tornando a Milano, cosa ti auguri per questa città? Milano deve diventare modello per il mondo. In 10 anni è cambiata del tutto, è diventata la città dove tutti desiderano vivere o lavorare. Penso che i developer debbano diventare più intensivi e meno estensivi in termini di investimenti, è un processo necessario a cui serve però del tempo. Singapore è un bel riferimento, così come Copenhagen e alcune città olandesi. Mi auguro che a Milano si trovi il coraggio di fare un’operazione virtuosa come quella fatta per l’High Line di New York.

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Progetto di illuminazione della Saint Georges Song School di Perth, in Australia

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strategie di Giulia Mauri

Platek, tra innovazione di PRODOTTO e TIME TO MARKET Tecnologia, design, capacità di rispondere a un mercato che è sempre più veloce. Platek si appresta ad affrontare i prossimi cinque anni con obiettivi ben definiti e lo sguardo rivolto ai mercati internazionali.

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n piano strategico chiaro, la nomina di un nuovo CEO, il grand opening a Milano in corso Monforte, cuore del distretto del design meneghino. Platek, protagonista dell’illuminazione outdoor, parte del gruppo industriale Donati, ha chiuso lo scorso esercizio con un giro d’affari vicino ai 20 milioni di euro. E ora, forte di un business che nel 2020 ha sovraperformato il mercato, affronta i primi passi in un 2021 pieno di incognite esogene, ma con obiettivi ben definiti. “Nel piano strategico abbiamo indicato alcuni punti fondamentali: prodotto, marketing e consolidamento della qualità dei processi interni principali”, spiega l’AD Federico Cittadini, evidenziando come il time to market si faccia sempre più stringente, soprattutto nel comparto outdoor. Per essere reattiva nei confronti dei mercati, Platek punterà anche ad ampliare e consolidare la gamma sia di proposte tecniche, sia di quelle decorative.

PROSPETTIVE INTERNAZIONALI E se l’online non è ancora un target, la distribuzione tradizionale, con dealer selezionati e qualificati, rappresenta per Platek la strada maestra per crescere. “Il 2020 ha superato le aspettative iniziali, tanto che per un certo periodo abbiamo accarezzato l’idea di chiudere l’anno con lo stesso risultato del 2019. Purtroppo, per pochissimi punti percentuali, non ci siamo riusciti”, osserva Cittadini, evidenziando che la contrazione è stata low single digit, “quindi possiamo dirci, in ogni caso, soddisfatti. Ad aiutarci sono stati i mercati vicini. L’area tedesca ha continuato a performare e molto meglio dell’anno precedente, consentendoci di colmare il gap del mercato interno, dove abbiamo sofferto parecchio”. A trainare le previsioni sull’anno da poco iniziato è, poi, la fiducia nel recupero dei progetti rallentati o fermati dalla pandemia di Coronavirus. “Siamo partiti bene e pensiamo di

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continuare così”, aggiunge Cittadini. Oggi Platek, con un fatturato realizzato per due terzi all’estero, è un’azienda che guarda al panorama globale avendo un ruolo consolidato nell’area europea e mirando all’apertura di nuovi mercati internazionali. Innanzitutto, il Middle East. “Attualmente il nostro mercato export principale – spiega l’AD – è la Germania, seguita dalla Francia e dalla Spagna. Nel Middle East, dove abbiamo dei dealer piuttosto forti, il risultato è molto buono, ma l’intenzione è di costruire rapporti più organici e continuativi”. Per quanto riguarda l’Italia, “la nostra idea – prosegue Cittadini – è di preservare la distribuzione che difende e dà valore al nostro prodotto”. SINERGIE PROGETTUALI È questo patrimonio di conoscenza a consentire all’azienda un approccio aperto al contributo di designer e progettisti per sostenere percorsi sperimentali sui materiali, sulle forme e sulle finiture. L’obiettivo è duplice, così come doppia è l’identità del brand: lato architetturale outdoor, completare la gamma e consolidare ulteriormente la qualità e l’affidabilità dei prodotti; lato decorativo, creare un catalogo B2C più completo e vincente, accogliendo le idee dei designer, considerate “vero timone dello sviluppo”. Il design di una lampada da esterno per Platek non nasce, infatti, dalla forma di un prodotto, ma dall’innovazione tecnologica delle sorgenti luminose. Progettare la luce significa, per l’azienda, instaurare una stretta collaborazione interdisciplinare tra ingegneri, designer e progettisti, invitati a realizzare prodotti che coniughino funzionalità ed esigenza decorativa. Alla base del processo, c’è la sinergia tra ottica ed elettronica, ritenuta da Cittadini “il terreno su cui si giocherà il futuro del comparto”. La progettazione congiunta della parte elettronica e di controllo del sistema ottico, oltre che dei componenti di dissipazione termica combinati con il design del corpo illuminante, permette di identificare fin dalle prime fasi di sviluppo gli elementi di criticità che sono alla base della qualità e durata dei prodotti Platek. Da qui, la convinzione espressa da Cittadini che nel settore dell’illuminazione sopravvivranno soltanto le aziende che hanno una chiara mission e una corretta strategy, oltre alla disponibilità di capitali per sviluppare nuovi modelli. “Non è più un settore nel quale si può improvvisare. Nel campo dell’outdoor, il prodotto, oltre a richiedere competenze più specifiche, ha bisogno anche di investimenti cospicui”, nota il CEO. Da una parte, nello scenario descritto da Cittadini con competenza e profonda conoscenza del settore, proseguirà la tendenza, ormai imperante, alla costituzione di grandi gruppi industriali, finalizzati soprattutto a incontrare le esigenze del mercato contract e della progettazione; dall’altra, rimarranno scoperti degli spazi di espressione, delle nicchie di mercato in cui anche le aziende di medie dimensioni potranno posizionarsi. “Vorrei che Platek avesse una sua anima, un suo carattere e una sua visibilità. E quindi che l’obiettivo diventasse chiaro. Non credo nelle traduzioni e nelle sovrastrutture, neanche a livello di prodotto”. ESORDIO MILANESE Al fine di presentare in maniera efficace l’identità del marchio, Platek ha scelto come palcoscenico la via dell’illuminazione per eccellenza a Milano. Al numero 7 di corso Monforte sorgerà lo showroom dell’azienda, “uno spazio – rivela Cittadini – assolutamente non dedicato alla vendita, ma che può contribuire a trasmettere a un numero sempre maggiore di persone i nostri valori, attraverso una comunicazione molto focalizzata. Vogliamo esserci e dire qualcosa con una vetrina da 1 metro per 3. Perciò, stiamo lavorando con degli illustratori per realizzare sei fondali fissi, a rotazione bimestrale, improntati su sei prodotti”. Un impegno economico importante quello del professional space milanese, che si inserisce pienamente nella vision definita dal management. 68

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Dall’alto, Glamora, nuova Collection XI, serie Creative Wallcoverings, decoro Per sempre; Jannelli&Volpi, carta da parati JWall Tatami con trattamento antivirale Viroblock, novità 2021

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speciale carta da parati di Antonella Galli

Digitale, sostenibile, custom, d’autore: non si arresta l’evoluzione del WALLCOVERING La carta da parati ha mutato identità: da rivestimento passivo ad elemento di progetto emozionale e performante - fonoassorbente, antibatterico, naturale. Un giro d’orizzonte tra le imprese del settore per delineare lo stato dell’arte, i progetti e le attese di crescita globale.

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uello delle carte da parati (termine un po’ riduttivo, in realtà) è un mondo in grande fermento. Diverse analisi di mercato concordano nelle previsioni di una forte crescita a livello internazionale nei prossimi dieci anni. Le ragioni? È un prodotto che sa rispondere ai bisogni profondi di chi abita e vive gli spazi. Ed è un materiale per l’architettura a tutti gli effetti, se si considerano le evoluzioni creative e produttive che l’hanno dotato di forza evocativa e qualità performanti: totalmente personalizzabile, dall’effetto immersivo, è sostenibile e può avere doti antibatteriche, essere impermeabile e fonoassorbente. L’anno ‘sospeso’ per pandemia ha inciso inevitabilmente sul comparto, senza scoraggiare gli imprenditori grandi e (più spesso) piccoli, o molto piccoli, che credono nell’evoluzione di questo materiale. E che, nelle interviste che seguono, raccontano la loro visione e gli asset da spendere nel prossimo futuro, già presenti nelle collezioni in rampa di lancio in questi primi mesi del 2021. LA QUARTA GENERAZIONE PENSA SOSTENIBILE Un’azienda leader per la produzione di carte da parati e rivestimenti murali, una storia italiana che si estende per oltre mezzo secolo (60 anni nel 2021), e una grande carica progettuale per il futuro. A raccontarla è Andrea Jannelli, classe 1989, quarta generazione in azienda; dal 2015 ricopre il ruolo di responsabile vendite e marketing in Jannelli&Volpi con l’ambizione di rinnovare la brand identity di un’azienda che conta più di 150 dipendenti, con produzione 100% made in Italy e una fortissima tendenza all’export, oggi al’85 per cento. “Il 2020 ha visto un calo sostanziale, intorno al 20% – afferma –, ma il mood per il futuro è ottimistico. Oltre che per le nostre collezioni, produciamo anche conto terzi, e notiamo una crescita dei prodotti, con attenzione all’este-

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tica, al design, alla qualità del supporto”. Tra le azioni intraprese in questi mesi, il potenziamento del digital marketing e la presenza al Green Pea di Torino, di cui lo stesso Andrea è molto orgoglioso, sensibile al tema della sostenibilità anche per motivi generazionali. “Jannelli&Volpi da alcuni anni è un’azienda al minimo impatto ambientale, tutti gli scarti vengono reintrodotti in un sistema di economia circolare, anche per la produzione di campi da calcio sintetici”. Ma l’innovazione, non solo sostenibile, è protagonista delle nuove collezioni, come conferma Jannelli: “Ad aprile presenteremo EcoTechWall, un supporto con le stesse caratteristiche e prestazioni dei materiali in Pvc, ma che non ne contiene traccia, al 100% organico. Ideato dall’azienda, è garantito da un nuovo marchio. La prima collezione che utilizza questo supporto sarà JV 800 Tierra. Mentre lanciamo a fine febbraio il trattamento antivirale e antimicrobico Viroblock, che si è dimostrato efficace anche contro il Coronavirus, sulla linea JWall Tatami. Il trattamento consiste nell’inserire nel rivestimento micro-cristalli d’argento che attivano una reazione antivirale. Siamo certi che la tutela della salute sarà un elemento decisivo nelle scelte dei consumatori anche in futuro”. Infine, una suggestione che viene da lontano, e precisamente dal Giappone, e che asseconda il trend dei prodotti naturali alle pareti: “Si tratta di JV453 Igusa, una collezione realizzata interamente con il giunco Igusa di origine giapponese, con cui tradizionalmente si fabbricano i tatami. Un rivestimento dall’aspetto caldo e naturale, che diffonde un profumo di erba appena tagliata”. INNOVAZIONE E RICERCA ESTETICA A Sassuolo, distretto mondiale della ceramica, nasce nel 2010 Glamora, realtà che si dedica alla progettazione e realizzazione di carte da parati su misura. Il fondatore e amministratore Alberto Casali proviene dal settore ceramico: “In quegli anni mi ero convinto che le esigenze decorative stessero cambiando – racconta –, le carte da parati stavano tornando in voga e ho pensato a un progetto che potesse aggiungere un racconto alle pareti attraverso soluzioni personalizzate”. Oggi l’azienda ha lo showroom in via Solferino 27 a Milano, oltre che a Parigi e Madrid e 30 dipendenti con età media intorno ai 30 anni, un gruppo affiatato con background e personalità differenti. Glamora è cresciuta velocemente negli ultimi anni: recentemente è stata inserita da Il Sole 24 Ore al 158° posto tra le 400 aziende italiane leader della crescita 2021, con riferimento all’incremento di fatturato tra il 2016 e il 2019. Casali aggiunge un dato positivo: “Nonostante la pandemia, nel 2020 abbiamo raggiunto 6,2 milioni di fatturato con una crescita del 11% rispetto al 2019. Siamo diventati giovane industria manifatturiera a tutto tondo, con produzione al 100% interna. Glamora può contare su una presenza internazionale in più di 60 mercati: i nostri prodotti sono scelti da showroom di arredamento e studi affermati, residenze, alberghi, yacht; tra le referenze più recenti, il Bulgari Resort di Dubai e l’Armani Tower di Miami. Il posizionamento del prodotto Glamora è chiaro e il target definito”. La ricerca estetica e la progettazione delle collezioni sono completamente interne, affidate a Fabrizio Rondini, dal 2015 direttore creativo. “Le collezioni vanno oltre le mode – precisa Alberto Casali – e cercano di individuare uno stato mentale, di creare risonanze interiori, un’alchimia bilanciata tra un’immagine emozionante e una sensazione che rimane nel tempo, elegante e pacata”. Oltre l’estetica, Glamora si esprime anche nell’innovazione dei supporti: GlamFusion, ad esempio, è una carta da parati waterproof pronta all’uso, che non richiede cicli di impermeabilizzazione dopo la posa. “La sostenibilità ambientale è un forte stimolo – aggiunge Casali – e ha portato alla nascita di GlamPure, carta da parati composta al 100% di materiale organico da fibre vegetali di puro lino europeo; e a GlamTrace, tessuto non tessuto realizzato con trame in fibra di cellulosa pressata proveniente da foreste gestite in modo responsabile”. 72

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FOCUS PERSONALIZZAZIONE Anche Texturae, azienda fondata da Daniele Morabito insieme a Dario Pulitanò a Reggio Calabria nel 2015, ha scelto di collocare il nuovo showroom aziendale nel cuore storico di Milano, in Via Cappuccio 18. “Lo spazio è aperto e attivo, ma per l’inaugurazione ufficiale attendiamo maggiore libertà di movimento” rivela Daniele Morabito, che nel frattempo con il suo team ha lavorato sull’identità e sulla visione di Texturae. Morabito ritiene che il mercato della carta da parati non abbia ancora espresso le sue potenzialità: “La consapevolezza del consumatore finale è al 25-30%”, afferma, “l’esplosione deve ancora avvenire. Quando ho fondato Texturae avevo notato che nelle carte da parati prevaleva un approccio stilistico carico e invasivo. Io invece ho optato per una visione pulita e bilanciata. La carta, per la posizione che ha sulla parete, tende a dominare; se la si carica di motivi, può essere di forte impatto, ma tende a sovrastare. Quella di Texturae vuole essere una scelta di armonia rispetto ai progetti”. Texturae, con 6 dipendenti, nel 2020 ha segnato un fatturato di 0.5 milioni, ma gennaio si è aperto molto bene, consolidando la previsione del raddoppio nel 2021. Texturae produce totalmente in-house: stampa, taglio e confezionamento; crea le collezioni con il contributo di designer affermati o emergenti e procede con la stampa su ordinazione, modificando il progetto in maniera veloce e flessibile anche in breve, per rispondere alle richieste di personalizzazione. Nella visione di Morabito “la grande differenza è la possibilità di fare progetti macro. La carta ha preso una porzione della casa ed è diventata soluzione d’arredo. Non uscirà più di mercato, ha cambiato identità.” A fine 2019 Morabito ha assegnato la direzione artistica allo studio / àr o/, di Andrea Steidl e Raquel Pacchini, oggi impegnati in un progetto che mette in sintonia Texturae e Karpeta, azienda editrice di tappeti di design fondata dallo stesso Morabito nel 2006. Il fondatore di Texturae ritiene che l’evoluzione della carta da parati derivi dalla possibilità di customizzarla e dai supporti, che hanno fatto enormi passi avanti: “Sono fattori che contribuiranno a rendere il prodotto più longevo”, conferma, “oggi la carta soddisfa i bisogni più profondi di chi abita gli spazi, aggiungendo un racconto alle superfici. Anche in ambito contract è in grado di creare quelle atmosfere immersive che il cliente contemporaneo si aspetta di vivere”. DALLA CARTA DA PARATI AL PROGETTO DI INTERNI Nell’approccio e nelle proposte Instabilelab comunica dinamismo, irrequietudine, curiosità, a partire dal nome. Lo ha scelto il ceo Stefano Munaretto, quando l’ha fondata cinque anni fa, perché rispecchiava la sua personalità, sempre in cerca di nuovi traguardi. Dopo un percorso professionale nel mondo della progettazione, Munaretto ha trasferito la sua esperienza in quello della grafica con la creazione di Instabilelab, con sede a Santa Maria di Sala in provincia di Venezia. Oggi ha 15 dipendenti e fattura per il 60% in Italia e per il 40% all’estero, in Nord Europa (in Germania è molto apprezzata), ma anche Messico Colombia, Panama, Dubai, Emirati. Produce carte da parati e tessuti stampati, sviluppando anche arredi all’interno di un progetto integrato sulla base di un tema grafico: “In cinque anni abbiamo contaminato il prodotto – racconta Munaretto – abbracciando il mondo della progettazione, dell’interior; la carta da parati non è più solo decoro perimetrale, ma entra nel progetto affiancandosi ad altri materiali, come il tessuto stampato. In azienda confezioniamo e disegniamo articoli abbracciando il mondo della progettazione: nasce tutto da una scenografia, da una continuità grafica all’interno della stanza, che coinvolge tende, tessuti, tavoli e letti”. Se carta e tessuti vengono stampati all’interno, per i pezzi d’arredo Instabilelab si avvale di fornitori collocati nelle immediate vicinanze dell’azienda e per i tappeti di un pro-

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duttore di fiducia tedesco. L’azienda ha un archivio di 2500 immagini e lavora principalmente su commessa, elaborando grafiche ad hoc per il cliente, anche il particolare di un disegno, da declinare nell’ambiente. Secondo Munaretto, se il mondo della tipografia classica si è reinventato con la carta da parati, “forse il trend sta perdendo forza ed è importante ampliare l’applicazione nell’ottica del progetto di interni. Per questo abbiamo rilanciato a gennaio Custom-me, un concept con cui è possibile realizzare, per qualunque ambiente, progetti completi e coordinati che coinvolgono pareti, pavimenti, tessuti, lampade e tanti altri complementi. Poltroncine, consolle, tavolini sono prodotti a catalogo, realizzati da artigiani italiani e a chilometro zero e rivestibili con le grafiche proposte dall’azienda”. SUPPORTI INNOVATIVI PER LA GRAFICA D’AUTORE Alle origini di WallPepper®/Group c’è la passione per la fotografia e per la grafica che ha contraddistinto la carriera professionale di Diego Locatelli, fondatore e direttore dell’azienda di carte da parati con sede a Milano, zona Barona. “Sono partito nel 1981”, racconta, “con la produzione fotografica. La carta da parati per me è uno strumento per fare grandi immagini, fotografiche, di fine art. Il limite era ristretto e mi ha portato a esplorare la carta da parati. Allora non c’erano le tecnologie di stampa e di taglio attuali e i materiali non presentavano le caratteristiche di sostenibilità di oggi. Ho impiegato un po’ di tempo a individuare la tecnologia di stampa e finissaggio migliore e a trovare materiali totalmente sostenibili, ma ho conseguito i risultati che attendevo”. Oggi WallPepper®/Group impiega 15 persone e nel 2020 ha fatturato 1,5 milioni di euro, dato stabile rispetto all’anno precedente. L’azienda punta sulla ricerca costante: le collezioni raccontano di luoghi lontani, meraviglie della natura, segni, disegni, architetture e poggiano su basi materiche innovative, come la WallPepper® Smooth eco-TNT, una carta ecologica e priva di Pvc. È a base di cellulosa e fibre tessili derivate principalmente dalle foglie di agave, certificata per la resistenza al fuoco, inodore, traspirante, anallergica. O come i sistemi speciali da applicare ai supporti, che garantiscono impermeabilità, fonoassorbenza, protezione antibatterica. Locatelli ritorna sul tema estetico: “La scelta dell’immagine è fondamentale: abbiamo numerosi autori che producono immagini solo per noi. Poi ci sono le capsule collection a cui collaborano artisti di fama, come i fotografi Maurizio Galimberti e Tom Vack, il grafico Carlo Stanga, per citarne solo alcuni. Creiamo anche linee custom per progetti particolari: con lo studio di architettura Peia Associati abbiamo fornito il rivestimento per le pareti nella Sala XIX delle Nazioni Unite a Ginevra con una grafica che richiama la calligrafia islamica a effetto 3D”. Ma la sperimentazione in azienda non si ferma mai: “Ho affrontato anche il mondo navale” conferma Locatelli, che ha sviluppato prodotti adatti a quel tipo di ambiente, “le certificazioni per i progetti delle navi da crociera sono molto più rigide degli standard residenziali. C’è un disciplinare severo, che differenzia pareti orizzontali e verticali, ma siamo riusciti ad ottenere le certificazioni”.

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speciale carta da parati

Dall’alto in senso orario, Instabilelab, ambiente su tema grafico dalla nuova proposta di interior Custom-Me; Wallpepper, collezione Levante, motivo Elise; Texturae, un angolo del nuovo showroom milanese 

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INTERVISTA A CRISTINA CELESTINO

Cristina Celestino: “I MIEI PROGETTI di carte da parati e tessuti si agganciano a una storia e seguono le regole precise del design” di Antonella Galli

Cristina Celestino


intervista

C

orolle tropicali, funghi sinuosi e palme fuori scala tra campiture colorate: al suo debutto la scorsa estate Esotismi, collezione di rivestimenti murali in stoffa prodotta da Misha e disegnata da Cristina Celestino, ha conquistato addetti ai lavori, stampa e appassionati. Con Esotismi la Celestino, architetto e designer, direttore artistico per Billiani e Fornace Brioni, ha confermato la sua propensione al progetto delle superfici. L’approccio è quello rigoroso e solido del design, senza cedere al decorativismo fine a se stesso. La spazialità e la relazione con gli ambienti sono riferimenti imprescindibili per la progettista, che racconta il suo rapporto con il mondo bidimensionale delle carte da parati e dei tessuti da rivestimento.

Qual è il suo metodo quando affronta progetti di superfici, in particolare quelle tessili? Le superfici e i rivestimenti rappresentano una parte importante del mio lavoro; ho recentemente collaborato con Cedit-Ceramiche d’Italia per il progetto Policroma di grandi lastre in ceramica (premiato con il Red Dot Award 2020, ndr.) e ultimamente ho approfondito il tema dell’applicazione dei tessuti murali. Cerco di approcciare questo tema bidimensionale e decorativo da progettista, per cui quando elaboro delle texture o dei disegni mi aggancio alla storia che sto raccontando con il resto del progetto, oppure, se è una collezione, seguo riferimenti e regole. Oggi, dal punto di vista tecnico, con il tessuto o con la stampa si può raggiungere qualsiasi risultato. Come si orienta tra possibilità tecniche così ampie? Vedo la tecnica come un mezzo; non mi lascio prendere dalle estreme possibilità , ma cerco di seguire una logica che va al di là della pura decorazione e dell’illustrazione. In questo senso la più recente collaborazione è stata quella con Misha, brand di nicchia che produce rivestimenti a parete molto preziosi. Misha lavora con dei supporti che sono dei tessuti di seta molto preziosi, con diverse trame più o meno ruvide, dipinti a mano da artigiani cinesi. C’è anche la possibilità di ricamarli e rendere ancora più tridimensionale il disegno. Nel mio progetto per Misha, la collezione Esotismi, carte da parati in tessuto, abbiamo forzato la mano alle abitudini di questi illustratori cinesi, che sono bravissimi nel riprodurre piccoli animali, piccoli uccelli, piccoli fiori, ma sono meno abituati a lavorare con temi più grafici, come ad esempio le righe o le campiture piene. Per noi sono elementi scontati, ma produrre una campitura uniforme a mano e dare il senso di contemporaneità è molto complesso. Il tema della collezione è un mondo naturale esotico trasportato nella sensibilità estetica attuale, con una visione più occidentale, per cui tutto è sottomesso a geometrie che rimandano a tessuti Regimental o griglie astratte e regolari. Gli elementi naturali sono fuori scala e con colori innaturali, forzati. Nel progetto di un prodotto bidimensionale come la carta da parati prevale il senso artistico dell’immagine o la razionalità del design? Nel mio caso prevale l’essere designer e progettista. La mia è una trasposizione nel bidimensionale di una visione da progettista; alle carte da parati lavorano anche illustratori perché il supporto si presta a essere interpretato in più modi. Nel mio caso prevale la spazialità, la concretezza: i miei rivestimenti sono contestualizzati, non sono opere d’arte o mega-illustrazioni. Ultimamente ha realizzato anche una collezione per Maison Matisse, brand francese creato dagli eredi dell’artista per produrre collezioni per l’interior ispirate al mondo di Matisse. Come ha sviluppato la collezione, che include anche tappeti, tessuti e carte da parati? FEBBRAIO/MARZO 2021 PAMBIANCO DESIGN

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intervista

Il briefing dell’azienda era di realizzare una collezione partendo da una delle opere di Matisse, Intérieurs aux Aubergines e riprendendo la cartella colori dell’opera. La difficoltà era trasporre la sua estetica bidimensionale in modo tridimensionale. Per tessuti, tappeti e carte da parati il tema del colore non era un semplice copia-e-incolla: mi è stato chiesto di rielaborare il modo di lavorare di Matisse. Ho disegnato le texture e i colori dei tessuti, applicati su imbottiti e sedute della collezione, oltre alle carte da parati. In questo caso sono preziosi tessuti jacquard trattati per diventare rivestimento. Le è mai capitato di lavorare su rivestimenti murali in carta? Quali sono le differenze dal tessuto? Con Londonart ho realizzato diverse carte con la tecnica della stampa digitale. Ci sono alcune differenze, ma dal mio punto di vista non tante, perché in entrambi i casi parto dal progetto. Quasi tutte le mie carte sarebbero realizzabili come tessuti jacquard. Per Londonart non ho introdotto elementi complessi: per alcune sono partita da motivi tratti dagli interni di Palazzo Te di Mantova, mentre un’altra collezione (Coleotteri) presenta un fondo rigato Regimental largo con campiture piene abitate da piccole coccinelle. Sempre per Londonart ho realizzato qualcosa di più figurativo a partire spunti tratti dalla mia vita quotidiana. Amo molto fotografare e trarre ispirazione ovunque: per la serie di carte Veranda ho proposto la visione di una pianta di aloe filtrata da una tapparella, un gioco tra luce, architettura e natura. La stampa digitale ha consentito una resa perfetta della visione fotografica. Come vede il sempre maggior utilizzo di carta da parati nel progetti di interni? È un trend passeggero o stabile? La carta da parati offre la possibilità a tutti, anche a chi non è designer o architetto, di personalizzare gli interni. Rispetto al rivestimento ceramico le carte offrono più facilità e possibilità d’applicazione. Per evitare tendenze legate al momento, punterei su texture o colori che hanno una progettualità: non accentuerei l’aspetto illustrativo, ma utilizzerei la carta come arazzo o rivestimento murale, studiato e inteso come materiale per l’architettura. Il tessuto è una costante in tanti suoi progetti: come nasce questa passione? L’ho scoperto nel tempo. Di formazione sono architetto e ho cominciato a disegnare arredi tridimensionali; poi sono seguiti i progetti di rivestimenti, materiali per pavimenti in ceramica e cotto, da cui è nata la passione per il bidimensionale. Infine, con gli incarichi per progetti di interni ho imparato a conoscere e utilizzare tessuti, tendaggi e rivestimenti, che sono fondamentali in questo ambito. Io lavoro tantissimo con il colore, le texture e le finiture, e da qui sono arrivati incarichi per disegnare tessuti. Era una cosa che da progettista non mi sarei aspettata, ma è un tema molto interessante. In Italia abbiamo tessiture e lanifici d’eccellenza, con cui è possibile realizzare prodotti innovativi. Per Billiani, ad esempio, sto lavorando a un nuovo tessuto custom declinato in materiali sostenibili. Il tessuto, disegnato e pensato per un prodotto Billiani, sarà prodotto da Torri Lana, una straordinaria realtà tessile in provincia di Bergamo.

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intervista

In alto, due interni arredati con la collezione Intérieur aux aubergines disegnata da Cristina Celestino per Maison Matisse (ph. F. Gousset); qui sopra, i rivestimenti murali Esotismi per Misha: Passiflora a sinistra, Oasi a destra

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speciale tessuti

Dall’alto in senso orario, l’Opificio, collezione ‘Scott’ di tessuti jacquard firmata da Serena Confalonieri; Rubelli, cotone stampato ‘Il Marchese di Carabà’; Christian Fischbacher, la nuova collezione ‘Djembe Rhythms’

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speciale tessuti di Antonella Galli

Tessuti per l’arredo: la sostenibilità è un IMPERATIVO Non è greenwashing, ma vera innovazione, che genera materiali sempre più performanti ed ecologici: le aziende virtuose che investono sulla ricerca sono quelle che meglio hanno retto l’urto della pandemia e guardano avanti con fiducia.

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ra le accelerazioni impresse dalla pandemia al mondo produttivo c’è anche la svolta verso la sostenibilità: quella vera, non limitata a un singolo prodotto o a una capsule collection, ma applicata a intere collezioni, a sistemi produttivi e a nuove tipologie di prodotto. Il tessuto per l’arredo è un settore che potrebbe sembrare più refrattario di altri all’innovazione sostenibile. Ma le ultime collezioni lanciate in questi primi mesi del 2021 da editori e produttori, grandi o piccoli, italiani o internazionali, dimostrano il contrario. La ricerca su tessuti sostenibili è inarrestabile e porta risultati sorprendenti, anche per la bellezza dei prodotti e le loro performance. Tre aziende esemplari, diverse per target e struttura ma accomunate dalla ricerca sulla sostenibilità, ci illustrano il percorso fatto e gli asset su cui basano il rilancio. DALLA VISCOSA BIOLOGICA ALLA CINIGLIA IN POLIESTERE RICICLATO Nicolò Favaretto Rubelli, vice presidente e amministratore delegato di Rubelli, azienda familiare alla quinta generazione ed emblema dell’heritage tessile italiano nel mondo, sulla contingenza attuale si dichiara prudente ma fiducioso: “Continuiamo a credere nel mercato del tessile, perché per Rubelli il tessuto è prima di tutto una passione. Una casa senza tessuti è un ambiente svestito. Il tessuto coccola, accudisce, accoglie. In passato andavano i tessuti grintosi e scattanti, ora c’è preferenza per i morbidi, ma ad alte prestazioni, pratici, lavabili, piacevoli al tatto, ed è la direzione in cui stiamo andando”. Un anno, quello trascorso, che anche nel tessile ha stravolto la vita produttiva di molte realtà, soprattutto quelle che contano sull’export. “È stato un anno pesante, con i mercati schizofrenici – conferma Rubelli –. Se l’Italia rimane il nostro mercato di riferimento, la Gran Bretagna prima della pandemia era il miglior mercato europeo, un hub per i

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speciale tessuti

grandi ricchi del mondo. Non so prevedere, dopo Brexit e Covid, come la ritroveremo. La Russia non è un mercato enorme, ma valido: il cliente russo sa apprezzare la composizione e chiede la seta come simbolo del lusso. Il Medio Oriente è diventato il mercato più promettente, che apprezza i tessuti ricchi; abbiamo un ufficio commerciale a Dubai da 25 anni e per l’area siamo un riferimento. Attendo l’apertura dell’Iran, che ritengo possa essere un mercato potenziale molto ampio. La Cina è un mercato aperto, su cui ho alcune perplessità, oltre al problema delle copie: prima o poi la Cina si riapproprierà delle proprie origini e respingerà l’heritage dell’Occidente. Gli Stati Uniti sono un mercato importante, in cui abbiamo iniziato un’espansione in 16 diversi territori, ma il processo ha inevitabilmente rallentato”. La ricerca e le nuove proposte non si sono fermate, presentate agli agenti e ai retailer attraverso incontri virtuali. “Nella nuova collezione ‘Di varia natura’ abbiamo introdotto tessuti pratici, di facile utilizzo. Rubelli è più nota per i decorativi, talvolta molto classici, ma abbiamo voluto ricordare che possiamo fare anche tessuti versatili. Si presentano in vaste gamme di colori, resistenti alla luce e all’usura, indoor e outdoor, per il residenziale o il contract. Ci siamo concentrati su disegni forti, che portano gioia, quasi tutti prodotti internamente presso la nostra tessitura di Cucciago (Como)”. Tra questi c’è, ad esempio, Nap, una ciniglia ignifuga con l’ordito in poliestere riciclato, in 34 varianti di colore, a cui è applicato un trattamento antimacchia. “Abbiamo prodotto anche cinque collezioni bio-based realizzate con una viscosa ecologica in trama e una fibra bio-sourced, un filato prodotto a partire da estratti biologici di semi di ricino. Siamo stati i primi a utilizzarlo nell’ambito del tessuto per arredo. Abbiamo anche raccolto la sfida di Farinetti aderendo al nuovo store ecologico Green Pea a Torino, in cui siamo presenti al piano dedicato alla casa e dove abbiamo vestito il ristorante stellato Casa Vicina”. TESSUTI LIBERI DA METALLI PESANTI E FORMALDEIDE A Torino l’Opificio è una realtà di prestigio di dimensione medio-piccola, un atelier del tessuto di pregio fatto al 100% in Italia e sostenibile. Una scelta voluta sin dalle origini dell’azienda, 23 anni fa, quando il tema della sostenibilità non era di tendenza. Paola Bertoldo, presidente e titolare della società insieme a un fratello e una sorella, spiega il suo concetto si sostenibilità: “I nostri fondamentali, anche se anacronistici, sono sempre stati qualità e servizio eccellente. L’azienda non ha mai impiegato materia prima con formaldeide o metalli pesanti, un aspetto che ci ha contraddistinto sin dall’inizio. I filati sono prodotti in Italia appositamente per noi; la fibra iniziale proviene anche dall’estero, ma è lavorata in Italia secondo le nostre specifiche richieste. Abbiamo sempre ragionato in un’ottica di ecosostenibilità, a cominciare da collezioni che durano nel tempo, sotto l’aspetto della qualità, ma anche dello stile, che non vengano eliminate dal catalogo in un arco breve. Tutte le collezioni, in rapporto alle altre, sono circolari e interattive: ognuna dialoga con le precedenti e le completa, senza dover eliminare campionari. Le collezioni sono tutte lì, abbiamo solo aggiunto”. L’Opificio produce a Torino tessuti jacquard e velluti per arredamento: “Il velluto è predominante – continua Paola Bertoldo –, è uno dei prodotti che amiamo e lo utilizziamo anche di più di quello che solitamente si fa. La distribuzione avviene attraverso i retailer , ma anche a interior, architetti, mobilieri, oltre all’e-commerce per il prodotto finito come cuscini e trapunte”. Con un fatturato di 1,5 milioni e 12 persone impiegate, l’Opificio rappresenta la classica Pmi italiana. Il mercato è il mondo: le esportazioni sono al 70%, un dato stabile nel tempo. Il loro è un prodotto di nicchia in diversi Paesi: Stati Uniti, Inghilterra, Cina. Il 30% del fatturato arriva dall’Italia, che nel tempo è rimasta stabile. Il brand vanta anche alcune collaborazioni con il mondo del design: con Serena Confalonieri, Lanzavecchia + Wai, Bruno Tarsia, 82

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Matteo Tampone, a cui si aggiungono le 45 collezioni dell’Opificio create da Barbara Bertoldo, sorella di Paola e art director, un passato professionale nel modo dell’alta moda. Guardando al futuro, Paola Bertoldo ha alcuni punti fermi: “Continuare a stare vicini al cliente finale e selezionare rivenditori che agiscono allo stesso modo, i cui punti vendita sono boutique confortevoli e accoglienti. Il tessuto è un prodotto con cui vivi, e deve essere accogliente non solo dal punto di vista del design e del tatto, ma anche dell’esperienza di acquisto. È un materiale che possiede una componente emozionale e dobbiamo fare in modo che arrivi al consumatore finale, anche via web”. TESSUTI DA BOTTIGLIE IN PET RICICLATE Duecento anni e non sentirli: Christian Fischbacher, azienda svizzera rinomata nel mondo per la produzione di tessuti per l’arredo (ma non solo: anche biancheria, carte da parati, tappeti), è guidata dalla sesta generazione della famiglia che l’ha fondata. Oggi l’amministratore e proprietario è Michael Fischbacher, insieme alla moglie Camilla, art director. A San Gallo, dove è stata fondata nel 1819, la Christian Fischbacher mantiene la sede centrale; le filiali dirette si trovano in Italia, Germania, Francia, Benelux e Giappone. Quella italiana, con 45 persone attualmente impiegate, da tre anni è sede di tutta la logistica dell’azienda: il materiale parte da Alzate Brianza per tutto il mondo. Per quanto riguarda la produzione, l’azienda è editore tessile: “Le collezioni sono tutte su disegno Christian Fischbacher – precisa Paolo Rigamonti, direttore della filiale italiana – e per realizzarle scegliamo le migliori produzioni a livello mondiale. Ci avvaliamo di fornitori storici, tra cui anche tessitori italiani, per ragioni di qualità. La progettazione avviene presso l’atelier di San Gallo e qui, nella sede italiana: si lavora insieme per la creazione delle collezioni. Il clima è internazionale, i prodotti devono funzionare bene in tutto il mondo. Le collezioni per il 2021, ispirate all’Africa, sono un tripudio di colori e ottimismo”. L’annus horribilis 2020 non ha risparmiato l’azienda, ma i danni sono stati contenuti: “Nonostante tutto, abbiamo mantenuto le posizioni – afferma Paolo Rigamonti –, comunque un grande risultato. Dopo la riapertura a fine aprile abbiamo visto che i mercati hanno risposto bene, soprattutto in Germania”. L’azienda lavora da un decennio su prodotti sostenibili: Camilla Fischbacher ha avviato dieci anni fa la produzione di tessuti realizzati a partire da bottiglie in Pet riciclate e scarti di lavorazione. È la collezione Benu® Recycled, pluripremiata, che oggi si arricchisce di una nuova serie, in cui la sostenibilità è ancora più avanzata, come illustra Rigamonti: “Dopo tre anni di ricerche, nel 2020 abbiamo lanciato un velluto outdoor ottenuto dal riciclo delle bottigliette di plastica: è Benu Talent Fr, ignifugo, resistente alle intemperie e alla luce, ed estremamente morbido al tatto. Un risultato di grande rilevanza per le prestazioni e la morbidezza che, alla fine, è l’elemento che fa innamorare di un tessuto”. A riprova che la sostenibilità è la chiave di volta per il prossimo futuro, che immaginiamo contraddistinto da una nuova normalità, di cui comfort e cura dell’ambiente saranno le travi portanti.

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case history

Sopra, il divano ‘Inntil’ rivestito in jacquard chevron a toni pastello e il tavolino ‘Holly Art Glass’ con piano tondo in resina su vetro a sfumature accese. Sotto, la novità delle sedie in legno massello dalla geometria sinuosa ‘Miss Wood’ e il conviviale ‘Dinner Table’, delicatamente sfumati

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case history di Giulia Mauri

Elogio del COLORE. Lo stile MissoniHome, dal tessuto all’arredamento La natura entra negli ambienti attraverso la leggerezza e l’energia vitale degli elementi. Nuove matericità, come legno e resina su vetro, ridefiniscono l’appeal della collezione 2021 per forme da intercalare all’arredo rivestito nei tessuti che hanno fatto la storia di Missoni.

“L

a mia casa è sinonimo di accoglienza festosa e di atmosfere piacevoli. Arredare a modo mio è creare un habitat organizzato ma informale, che emoziona e incuriosisce, dove ogni spazio è un’oasi di colori e umori. E di formule libere da schemi”. Così Rosita Missoni commenta l’ambiente domestico, la sua grande passione, da cui è scaturito il progetto MissoniHome, che cura personalmente dal 1997. All’interno, la stessa visione del brand d’origine. E la sua idea creativa di evoluzione perpetua. Una filosofia che affonda le radici nella storia dell’azienda, fondata da Rosita, nata Jelmini, insieme al marito Ottavio Missoni e tuttora considerata, dopo decenni di virtuosismi tra maglia e colore, massima espressione del made in Italy. Lo stile Missoni – quell’inimitabile tripudio di trame, motivi e nuance, tenuto in equilibrio da armonie sottili, che l’espressione ‘put-together’ compendia in maniera efficace – si riflette anche nelle proposte lifestyle, realizzate a regola d’arte dalla quasi centenaria azienda di famiglia di Golasecca (Va). Un’ampia panoramica di elementi: dal tessuto, punto di partenza, si approda al furnishing. Lungo il filo conduttore della stoffa e dei suoi variegati profili materici, si schiudono le collezioni per arredare dentro e fuori casa. Dai living ai lounge, dalle zone relax agli spazi affacciati verso l’esterno su giardini e terrazze. LA CASA VESTITA CON GLI ELEMENTI DELLA NATURA Design e comfort nel gioco d’insieme gioioso, dove lo scambio di ruoli tra tessile e furnishing è linfa di continua trasformazione. “MissoniHome è prodotto tessile e decor, ma anche furniture. E il furniture è una categoria di prodotto qualificante per il lifestyle, che colloca MissoniHome nel contesto del design contemporaneo, a differenza di

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case history

altre collezioni firmate da marchi della moda che si rivolgono al lusso – afferma Rosita Missoni, direttrice artistica della maison –. Proprio questa categoria di prodotto sarà oggetto di maggiori attenzioni, sotto il profilo funzionale e di orientamento al mercato, importante per il mondo dei progetti, dove continuerà a proporre ambientazioni legate a temi e atmosfere suggestive”. Si inquadra in questa prospettiva la nuova collezione 2021, composta da prodotti intercambiabili da modulare in puzzle estetici e cromatici, come suggerito dai mood simbolici ‘Garden Light’, ‘Night Flower’, ‘Iconic Fr’ e l’astrale ‘Constellation’, che invitano a creare storie ed eclettiche formule d’arredo intorno ai quattro elementi naturali – aria, acqua, terra e fuoco. Le palette sono fresche, eteree, acquarellate oppure ombrose e ricche di chiaroscuri e contrasti tra toni neutri. Le grafiche e i segni, modulati per muoversi in ogni spazio, riversano energia positiva nel furniture, nei complementi living, negli accessori e fin dentro le aree più private, come il letto e il bagno. Decorando persino le pareti. La novità principale consiste, poi, nell’introduzione di nuove matericità, come il legno per la sedia sfumata in sei varianti cromatiche ‘Miss Wood’ e il ‘Dinner Table’ che l’accompagna, e la resina su vetro per i coffee table con piano tondo sfavillante a toni infuocati, cielo e dark, da intercalare ai mobili rivestiti nei tessuti iconici. MERCATI IN EVOLUZIONE Consapevole delle novità introdotte sul piano del prodotto, l’azienda si prepara ad affrontare con ragionato ottimismo il prossimo futuro, nonostante le incertezze e le incognite del momento. Se il 2020 si è chiuso in crescita sul 2019 nonostante i due mesi di lockdown, il 2021 è iniziato ancora meglio, considerando che la rete vendita, composta da un team molto fidelizzato con qualche nuovo inserimento, non ha potuto ancora sfruttare il potenziale della nuova collezione, che “in generale risulta essere molto gradita”, fanno sapere dai vertici. Accennando ai numeri, la crescita dell’online sta nel frattempo superando il 30% soprattutto nelle categorie legate a oggetti regalo, e quindi al mondo degli accessori, dove la prevalenza è costituita da articoli come i set di spugna e teli mare, i plaid, il grande assortimento di cuscini decorativi e pouf multiformi. Anche la dinamica delle vendite negli anni si è trasformata. Da una netta prevalenza del mercato italiano fino alla fine degli anni novanta, si è sviluppata una forte presenza in Europa, in particolare in Scandinavia, ma anche Regno Unito, Francia e Benelux, ora mercati molto importanti, che complessivamente, insieme all’Italia, rappresentano oltre il 50% del panorama di riferimento per MissoniHome. Gli Stati Uniti, inoltre, sono il singolo mercato più significativo, mentre non si può dire altrettanto per Russia, Medio Oriente e Asia, che, nonostante una presenza costante negli anni, hanno confermato l’orientamento più al lusso che al design. “Ma pare che qualcosa stia cambiando in positivo”, è il commento che trapela. E se l’emergenza sanitaria ha interrotto il percorso di semina in Cina, “da riprendere appena possibile”, sembra che in Giappone possano nascere interessanti opportunità da una sinergia tra moda e home. Fiore all’occhiello da tempo l’Australia, dove la maison è rappresentata in maniera molto efficace. Sul fronte dei rapporti con il mondo dell’interior design e dell’architettura, infine, la presenza di sedi a Parigi, Londra e New York continua a rivelarsi quanto mai strategica. Tuttavia, per quanto riguarda il contract, conclude il management, “si sa quanto il canale sia competitivo, orientato al prezzo e ai contenuti tecnici del prodotto, mentre nell’obiettivo di sviluppo di MissoniHome c’è senza dubbio il mondo dei progetti firmati e comunque di fascia molto alta”.

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pentalight.com

VELA

Brogliato Traverso, 2020


speciale tessuti

Dall’alto in senso orario, la nuova linea ‘Agave Bed’ di Society-Limonta; tovaglia ‘Victorian’ di Rivolta Carmignani; la linea bagno di Quagliotti

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speciale tessuti di Antonella Galli

Biancheria per la casa: i marchi italiani vincono con la QUALITÀ Nel settore si affermano i marchi di alto profilo che puntano sul pregio del prodotto. Tra hospitality e residenziale, le risorse e le criticità del settore raccontate da tre brand d’eccellenza: Society Limonta, Rivolta Carmignani, Quagliotti.

C’

è stato un tempo in cui l’Italia era un Paese di tessitori, oltre che di santi e navigatori. Un’abilità manifatturiera radicata in tutto territorio nazionale, costellato di tessiture grandi e piccole, oltre che di confezionisti, tintorie, e di tutte quelle lavorazioni che la filiera richiede. Oggi quel tempo è lontano anni luce: nel settore tessile alcuni grandi gruppi coprono le aree principali, dalla moda all’arredo, all’automotive, ma i medi e piccoli operatori di filiera, che erano la ricchezza del settore, sono stati decimati da globalizzazione e delocalizzazione. Un patrimonio perduto, se non per alcune realtà d’eccellenza che puntano sulla qualità, operando in una nicchia di mercato, quella della biancheria di alto livello, che ha estimatori in tutto il mondo e che sembra non conoscere crisi (pandemia a parte) sia nell’ambito hospitality, sia in quello residenziale e del custom made.

“LA BIANCHERIA, UNA SCELTA DI PIACERE” Il brand Society è uno di questi, vicino al mondo del design e nato all’interno del Gruppo Limonta, uno dei player principali dell’industria tessile italiana. Davide Mazzarini, sales manager di Society, racconta come tutto ha preso avvio dalla volontà di creare qualcosa che non esisteva: “All’inizio degli anni Duemila Antonello Limonta ebbe un’idea: produrre biancheria confezionata innovativa, a cavallo tra moda e design, un prodotto che non si compra per necessità, ma per il piacere di possederlo. Al primo monomarca aperto a Milano nel 2006 sono seguiti i punti vendita di Roma, Lecce, Ginevra, Londra, Parigi, Stoccolma, Vienna, New York, Los Angeles. Dietro la progettazione di ogni negozio c’è l’architetto Ferruccio Laviani”. Society oggi fattura intorno ai 6 milioni di euro e impiega in totale 30 persone. Il 40% del fatturato si genera

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da rivenditori, il 40% dai negozi diretti, il 15% dalle vendite online, il 5% dal contract. Un’avventura coraggiosa, sostenuta da un grande Gruppo, che favorisce la gestione e la flessibilità. “La sede operativa di Society è a Garbagnate Monastero – continua Mazzarini –, ma la sede legale e la produzione sono a Costa Masnaga, presso il Gruppo Limonta, dove una linea di telai è riservata alla nostra produzione; l’intero processo avviene in-home”. Il 2020 ha cambiato le carte in tavola: “È stato un anno di riflessione: abbiamo riscontrato nelle persone la voglia e il piacere di acquistare prodotti di qualità e che durano. Prima della pandemia eravamo desiderosi di presentare novità stagionali; oggi cerchiamo di puntare sulla durabilità nel tempo. Il mondo della casa è più lento della moda: in Society lavoriamo con una collezione di continuativi e due volte l’anno troviamo degli spunti per nuove collezioni. Oggi i clienti apprezzano i colori basici e polverosi, più dolci: utilizziamo filati naturali, dal lino al cotone, all’abaca (filato molto resistente ricavato dalla Musa textilis, pianta delle Filippine, ndr)”. La biancheria Society nasce per un utilizzo privato e residenziale, ma negli ultimi anni il brand ha ricevuto richieste da boutique hotel per valutarne l’utilizzo. Si è iniziato con accessori, coperte, trapunte, poi è arrivata la biancheria. Ma a una condizione: “L’attenzione che richiede il nostro prodotto – conclude Mazzarini –, tinto in capo dopo la confezione, riguarda il lavaggio e la stiratura, che non devono essere fatti a livello industriale. Oggi Society si trova, ad esempio, a Roma, nel G-Rough Hotel, nel Salento a Palazzo Daniele, a Londra, a The Stratford: design hotel in grado di seguire direttamente il trattamento dei prodotti. Vediamo sviluppi in questo settore, anche se ci rivolgiamo a una nicchia e non intendiamo snaturare i nostri metodi produttivi”. DALL’HOTELLERIE AL RESIDENZIALE Da oltre 150 anni Rivolta Carmignani produce biancheria di pregio nella storica sede di Macherio, a pochi chilometri da Milano. I migliori ristoranti al mondo e hotel leggendari vestono letti e tavole con i suoi prodotti: una posizione di assoluto rilievo nell’hospitality, consolidata grazie all’unione tra tecniche artigianali e tecnologie all’avanguardia. La Rivolta Carmignani ha 100 dipendenti: la fabbrica include tutti i reparti, dalla tessitura al prodotto finito ed esporta in 94 Paesi. Azienda familiare, oggi guidata dalla quinta e sesta generazione della famiglia Rivolta, ha iniziato da poco più di un anno a rivolgersi al mercato del residenziale, come illustra Filippo Rivolta, managing director: “L’azienda in realtà si è sempre occupata di residenziale: ha avuto un negozio in via Montenapoleone fino alla Seconda Guerra Mondiale e copriva entrambi i settori. In seguito si è occupata solo dell’alberghiero. Recentemente abbiamo compreso che le caratteristiche importanti dei nostri prodotti potevano essere portate al consumatore finale, oltre che a grandi ville, palazzi reali e yacht. Il progetto è stato guidato dalla richiesta del mercato: i clienti che sperimentavano la nostra biancheria negli hotel, al Crillon di Parigi o al Carlyle di New York, leggevano l’etichetta e chiamavamo in azienda. Ci siamo resi conto che c’è voglia di questa qualità e l’anno scorso a Maison&Objet abbiamo lanciato le collezioni casa”. L’operazione parte da un percorso di di rebranding, per cui è stato ridisegnato un vecchio marchio dell’azienda: un leone con ago e filo tra le zampe e una corona sul capo, per evidenziare la sartorialità e la fierezza nel servire i più alti progetti”. Ma ci sono differenze tra il prodotto per l’hotellerie e quello ‘domestico’: “Quella principale è nella cura di alcuni dettagli – spiega Filippo Rivolta – la base tecnica è la stessa, quello che differenzia le due linee sono le finiture: il ricamo è più ricco e sfarzoso per il privato, mentre l’alberghiero ha un prodotto più basico; nella casa la specifica di prodotto è più ricercata, c’è un dettaglio di confezione più alto e l’utilizzo del colore, mentre nell’alberghiero è tutto bianco o beige. Ma tutte le peculiarità tecniche del prodotto alberghiero 90

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le trasferiamo anche nel prodotto casa”. Nella distribuzione della linea residenziale l’intento di Rivolta Carmignani è di muoversi con selettività: “Per ora abbiamo un punto vendita alla Rinascente di Milano e stiamo facendo una politica di selezione dei partner migliori in Europa; è un percorso che durerà qualche anno. Serviamo direttamente architetti interior e facciamo servizio su misura per grandi dimore. C’è anche l’e-commerce: il lancio della piattaforma è avvenuto l’anno scorso e sta andando molto bene”. “LA NOSTRA BIANCHERIA È SEMPRE UN PROGETTO CUSTOM” A Chieri (Torino) ha sede Quagliotti, un’altra realtà di eccellenza profondamente radicata nel territorio e nella migliore tradizione tessile italiana. E anche qui è una storia di famiglia, una realtà tessile con 88 anni di storia, giunta alla quarta generazione e affermata in tutto il mondo: “Abbiamo sempre servito le famiglie reali europee, ma anche quella giapponese e alcune africane – racconta Silvia Quagliotti, amministratore delegato –. Dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti, abbiamo iniziato a servire un cliente nell’alberghiero, portando la stessa qualità che offrivamo ai committenti privati. Ogni progetto è ritagliato su misura per il cliente, tanto che non abbiamo una collezione hospitality. Abbiamo continuato a fare biancheria per la casa, che si è ampliata all’ospitalità, al wellness, allo yachting, agli aerei. Il nostro metodo è seguire progetto per progetto, hotel per hotel. Abbiamo lavorato insieme alle lavanderie di tutto il mondo per dimostrare che il prodotto di livello più alto dura di più e il cliente finale sente la differenza: dopo aver utilizzato la nostra biancheria, molte persone cercano le etichette e ci scrivono. Filato, confezione, tessitura sono sempre al massimo livello, ed è la ragione per cui i più grandi marchi del lusso e della moda ci hanno affidato le loro linee di biancheria, realizzate come private label. La nostra forza è che tessiamo tutto internamente. Il 95% della produzione va in esportazione”. L’azienda Quagliotti si sente territorialmente orientata verso le Langhe, luogo d’elezione della famiglia. Eleonora Quagliotti, figlia di Silvia, è project manager e rappresenta la quarta generazione: una linea che continua al femminile. L’azienda oggi occupa 23 persone e produce un fatturato che si colloca tra i i 3,5 e i 4 milioni di euro, anche se l’hospitality (che copre il 40% circa del fatturato) sta soffrendo. Quagliotti ha pochissimi retailer e punta tutto sul custom made, utilizzando anche il canale online: è del novembre scorso l’inaugurazione della boutique sartoriale digitale. Tra gli ultimi progetti custom, la biancheria per il resort The Retreat nell’esclusivo centro termale islandese Blue Lagoon. Quagliotti si è sempre distinta per uno stile essenziale, pulito, senza fronzoli o eccessive decorazioni, anche quando questa era la tendenza dominante: “Lo stile rispecchia il nostro carattere, che guarda alla sostanza – conferma Silvia Quagliotti –. L’azienda sta reggendo bene al periodo attuale di crisi e grazie a questa solidità ha potuto sostenere dipendenti e fornitori. Una scelta di cui Silvia Quagliotti è convinta: “Sentiamo il legame con le persone che lavorano con noi – a volte famiglie intere – così come con le realtà della filiera. Sostenere l’artigianato, chi produce veramente con le mani, è decisivo. Siamo consapevoli che quando spariranno le piccole manifatture, anche il ‘grande’ made in Italy non ci sarà più”.

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Colors of Wood


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ITALY

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Dall’alto, le ville in legno realizzate da Marlegno a Tradate (VA) e a Caravaggio (BG)

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tendenza di Andrea Guolo

Il LEGNO dà RIPARO. Le case in BIOEDILIZIA crescono con privati, sviluppatori ed export Addio vecchio chalet di montagna, oggi le costruzioni con struttura lignea entrano nelle città, compongono quartieri e condomini. Scende il differenziale di prezzo, sale la considerazione del cliente che cerca un materiale naturale, certificato e sostenibile.

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egli anni Ottanta e Novanta, la casa prefabbricata in legno era collegata, nell’immaginario collettivo, all’idea di chalet nelle Alpi. Da allora, le cose sono cambiate e oggi la struttura in bioedilizia ha fatto breccia non solo nelle aree urbane, partendo dalle periferie per poi spingersi nei centri, ma anche nei complessi immobiliari più ampi. “All’inizio l’espansione era andata in orizzontale, con il passaggio da casa singola a villette a schiera, e ora va in verticale, superando tranquillamente i sei piani di altezza”, racconta a Pambianco Design Angelo Luigi Marchetti, imprenditore del settore (con Marlegno) e presidente di Assolegno.

1,35 MILIARDI DI RICAVI Le vendite procedono di conseguenza, nonostante il freno del lockdown primaverile e il suo impatto sui conti dell’ultimo esercizio. Se nel 2019 il valore produttivo stimato dall’associazione, nel suo 5° Rapporto Case ed Edifici in legno, era calcolato in 1,35 miliardi di euro, in crescita del 2,3% anno su anno, le prime indicazioni legate al 2020 prospettano una flessione di circa 8 punti percentuali. Ma un conto sono i fatturati, un altro gli ordini già acquisiti dalle aziende e che sono stati rinviati anche per effetto della pandemia. Limitandosi ai secondi, in Assolegno hanno diverse ragioni per essere ottimisti in prospettiva. Una di queste è il superbonus che, sottolinea Marchetti: “Sta aprendo un nuovo mercato per le nostre aziende, quello delle demolizioni per realizzare costruzioni ex novo in bioedilizia, che i clienti privati scelgono per realizzare una casa sostenibile, più confortevole e di classe energetica superiore. Il superbonus sta spingendo le ristrutturazioni che partono dalla struttura”. Archiviato dunque un 2020 tutto sommato soddisfacente, perché la perdita non c’è

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tendenza

stata se si calcola l’anno su una base di 10 mesi (escludendo il tempo del blocco dei cantieri e della chiusura delle fabbriche), il 2021 promette molto bene per le aziende specializzate in costruzioni prefabbricate in legno. A partire dalle realtà di maggiori dimensioni che, precisa Marchetti: “Sono quelle che hanno tenuto di più, in base alle nostre analisi, mentre le aziende di dimensioni ridotte hanno sofferto di più”. Oltre all’opportunità del superbonus, arriveranno gli introiti delle lavorazioni già avviate e ritardate dal virus. Inoltre, c’è tutto il fronte export in fermento. Le imprese italiane specializzate in bioedilizia esportano mediamente poco, per il 2019 si parlava di una sessantina di milioni su un fatturato complessivo di 740 milioni legato agli edifici in legno (a cui si aggiungono circa 600 milioni tra grandi strutture, coperture, tetti e altro), ma il +20% di vendite estere dell’ultimo anno indica che la strada è aperta. “I nostri mercati strategici sono quelli di prossimità, a cominciare dai Paesi di lingua tedesca che sono i più interessanti per dimensioni, per poi arrivare alla Francia, dove però le aziende italiane devono misurarsi con una lobby interna molto agguerrita. E poi sta partendo bene il bacino sud del Mediterraneo, ad esempio l’Algeria”. I PUNTI DI FORZA La capacità di competere degli italiani si basa sul design, ma anche sulla disponibilità a ragionare partendo da quella che Marchetti definisce come “una tela bianca”. E precisa: “All’estero la scelta avviene partendo dai cataloghi delle case campione, che sono ampi ma piuttosto rigidi in caso di necessità di modifica. Le aziende italiane sono invece specializzate nel custom made, e sviluppano l’idea passo dopo passo, assieme al tecnico e al cliente finale”. Sono proprio questi ultimi due gli interlocutori di riferimento del commerciale di una società specializzata in bio edilizia. Il primo, che sia un architetto o un geometra incaricato dal cliente che vuole costruirsi la propria casa in legno, è strategico perché ogni decisione passa attraverso figure tecniche incaricate di gestire le pratiche edilizie. Ma poi chi decide è chi paga, ovvero il cliente finale, che va intercettato attraverso specifiche azioni di marketing e comunicazione. Un terzo canale potenziale è costituito dalle società di sviluppo immobiliare, inizialmente poco propense a inserire un materiale come il legno nella struttura dei loro progetti ma oggi ben più disposte, per tre ragioni. La prima è il favore del consumer verso un materiale naturale, sostenibile, certificato e in grado di migliorare la qualità e il comfort della casa. La seconda è la riduzione graduale del delta di prezzo tra legno e altri materiali, perché Marchetti precisa: “Il prezzo della struttura in bio edilizia è ‘chiavi in mano’, calcolato sulla base delle pre analisi fatte in sede di costruzione e senza le modifiche richieste in corso d’opera, frequenti nel cantiere”. Il terzo è legato ai tempi, che si riducono notevolmente perché “costruendo la struttura all’interno dell’azienda, c’è più controllo e non ci sono le incognite di un cantiere esposto anche alle intemperie”. Per il cliente privato, invece, la decisione non è il risultato di un calcolo economico. “Chi sceglie questa soluzione lo fa perché vuole la casa di legno. Poi magari mette a confronto diversi preventivi tra competitor, ma difficilmente cambierà idea per questione di prezzo”. Quali sono invece i limiti del comparto? Al di là degli aspetti più strettamente tecnici, comunque superabili se il legno viene utilizzato in maniera corretta, c’è un problema dimensionale. “L’analisi di Assolegno conta 450 aziende in Italia, ma solo una dozzina supera i 10 milioni di fatturato e le prime venti aziende fanno appena il 40% del mercato. C’è tanta frammentazione e, con la crescita delle opportunità commerciali, è prevedibile assistere a fenomeni di concentrazione o ad acquisizione di aziende”.

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Casa Vignolo, realizzata da Rubner Haus a Vignolo, in Valle Stura (ph. Alberto Franceschi)

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scenari di Andrea Guolo

Aeroporti, resort, quartieri urbani e palazzi: PREFABBRICATI SENZA LIMITI Le aziende leader registrano un incremento di ordini e una forte diversificazione dei progetti. La clientela privata resta al centro della scena, grazie anche al contributo del super bonus, ma il comparto è in pieno sviluppo e guarda all’estero per intercettare le opportunità.

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l di là dello sviluppo in atto e delle prospettive rosee, quel che accomuna i principali produttori delle case con struttura prefabbricata in legno è la visione di un futuro quasi senza limiti di progettazione, con la bioedilizia che diventa la base per realizzare interi quartieri, palazzi di altezze importanti, edifici a uso pubblico e anche resort negli atolli incontaminati.

COMFORT E NATURA La pandemia, pur avendo frenato il lavoro, si è rivelata alla fine come un fattore in grado di muovere ancor più la domanda di strutture in bioedilizia perché, racconta Vanni Bottaro, direttore commerciale di Wolf Haus Italia (gruppo Wolf System): “Siamo stati tutti chiusi in casa ed è aumentata non solo l’attenzione verso l’ambiente domestico, ma anche la sensibilità verso benessere, salute e qualità della vita. E le case in legno, con il loro comfort legato al maggiore isolamento termico-acustico e alla qualità dell’ambiente, rispondono alle esigenze di una famiglia che vuol star bene e in sintonia con la natura”. Il gruppo Wolf nasce in Austria nel 1962 e ha progressivamente coperto l’intera Europa. La controllata italiana ha sede in Alto Adige e da qui viene gestito non solo lo sviluppo nazionale, ma anche quello in Svizzera, Francia del sud e della società avviata a Dubai per il mondo arabo. Nel 2019, il giro d’affari aveva raggiunto gli 84 milioni di euro, mentre l’anno della pandemia è stato caratterizzato da un calo del fatturato (-7%) e da un aumento delle vendite (+6%), fenomeno piuttosto diffuso in un anno caratterizzato dal blocco dei cantieri. La spinta per i nuovi progetti arriva anche dal super bonus del 110% perché, precisa Bottaro: “Demolendo gli edifici e ricostruendoli ex novo, il proprietario della casa riesce a ottenere i massimi livelli di detrazione fiscale. Il 40% delle nostre

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vendite sono ricollegabili al super bonus”. Il punto di forza di Wolf Haus rispetto ai competitor? “Ci contraddistingue la nostra organizzazione tecnico-ingegneristica, che ci consente di individuare la soluzione migliore per realizzare l’edificio che il cliente ha in mente. E infatti non proponiamo solo sistemi in legno, ma anche acciaio misto a legno. Abbiamo il know how necessario per raggiungere soluzioni ottimali”. SPOSARE UN’IDEA Chi è il cliente-tipo della casa prefabbricata in bio edilizia? “Una persona esigente, alto spendente, che richiede un servizio a 360 gradi, istruita e sensibile ai temi della sostenibilità”, afferma Deborah Zani, ceo di Rubner Haus, azienda di Chienes (Bolzano) che si rivolge a una clientela esclusivamente privata e e segue la realizzazione di ville mono e bifamigliari, mentre alla consociata Rubner Holzbau sono affidati i grandi progetti che non conoscono più limiti: aeroporti alle Filippine, stadi in Canada, resort alle Maldive. Il business di Rubner Haus è realizzato per due terzi in Italia e per un terzo all’estero, dove domina la quota dei Paesi di lingua tedesca e in particolare della Baviera, dove quest’anno realizzerà un intero quartiere a Monaco, e del Baden-Württemberg. Nel 2020 le vendite si sono attestate tra 50 e 55 milioni, +20% rispetto al budget prefissato. “In Italia – precisa Zani – il mondo delle case in legno appare vitale e in controtendenza rispetto all’edilizia in generale, che è in flessione a doppia cifra. Peraltro, la quota di mercato delle costruzioni in bioedilizia nel nostro Paese è all’incirca l’8%, contro il 23% della Germania e oltre il 30% di Austria e Svizzera. Ci sono prospettive davvero interessanti e c’è la consapevolezza del valore di abitare in una casa in legno, al pari della maggior responsabilità ambientale delle persone. Chi sceglie la nostra casa sposa l’idea della sostenibilità ed è disposto a pagare la qualità che offre Rubner. Inoltre, le costruzioni in legno non hanno più nulla dell’idea di chalet di montagna, sono di aspetto moderno e rappresentano un’alternativa di costruzione in ambito urbano”. I tempi di costruzione? “Otto settimane chiavi in mano a partire dall’ingresso in cantiere”, replica Zani. La differenza di costo della struttura? “Varia tra il 10 e 15% in più, ma poi è destinata a ridursi, perché è un prezzo certo e perché, nel tempo, va considerato il risparmio energetico”, precisa la ceo. ASSUNZIONI IN CORSO Nel 2020, nonostante lo stop di marzo-aprile, Marlegno ha messo a segno una crescita da 14 a 16 milioni di ricavi, ed è ancora più interessante la prospettiva 2021, con ordini già acquisiti per un controvalore di 30 milioni e la prospettiva di arrivare a quota 40. “Abbiamo già sei mesi garantiti di produzione piena, lavorando su due turni. E stiamo assumendo personale: trenta assunzioni nel 2020, altre tre a gennaio di quest’anno e una decina nei mesi futuri”, racconta Luca Barcella, direttore operativo della società di Bolgare (Bergamo). Le figure più richieste sono i direttori tecnici di cantiere e in generale i profili ad alta scolarizzazione: il 54% degli addetti di Marlegno ha una laurea e il 30% è diplomato. Inoltre, l’azienda sta investendo molto in innovazione, anche a costo di ridurre la marginalità corrente, per ottenere più opportunità di sviluppo in futuro. Marlegno è entrata così nel bando Innovation Hub di Regione Lombardia per la selezione di progetti di eccellenza e inoltre ha studiato un metodo di ristrutturazione per gli edifici che, applicando un guscio ligneo all’interno, permette di operare senza la necessità di spostare altrove le persone, assicurando un upgrade energetico, architettonico e antisismico con ben pochi disagi. E ora sta ponendo le basi per la crescita all’estero, con l’apertura della filiale in Svizzera da dove, oltre a intercettare le opportunità in territorio elvetico, gestirà anche le operazioni in Francia e Germania. “E dalla Svizzera abbiamo già raccolto commesse per 4 milioni di euro da realizzare nel 2021”, precisa Barcella. 100

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Dall’alto, villa in legno realizzata da Marlegno a Flero (BS) e villa unifamiliare realizzata da Wolf Haus a Padenghe sul Garda (BS)

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Interno della Wood Cabin nel bosco con vista sul fiordo

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progetti di Valentina Dalla Costa

Da ‘less is more’ a ‘less is enough’. Il BENESSERE secondo lo studio m2atelier Quando si dice studio multidisciplinare. Marijana Radovic e Marco Bonelli, fondatori dello studio milanese m2atelier, spaziano dal residenziale al contract, passando dallo yacht design.

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loro background complementari li hanno portati a sviluppare un concept progettuale, una metodologia, applicabile a diversi ambiti dell’architettura e dell’interior design. Le chiamano ‘cabins’: sono rifugi, gusci, spazi ridotti in cui l’uomo si ricarica, ritrova la pace, si ascolta. Avete iniziato a parlare di questo progetto ben quattro anni fa, in tempi non sospetti. Ora provare a donare all’uomo una sorta di isola felice pare perfettamente allineato con le nuove esigenze della società. Di cosa si tratta, nello specifico? Siamo partiti dal Nord Europa, con una ricerca architettonica che cercava di trasmettere una sensazione di benessere diffuso legata a un luogo. Lo spazio tipico della cabin non è ampio, ma concentra in un volume minimo ciò che è necessario per ritrovare una certa intimità con se stessi. Con il tempo poi abbiamo capito che questo concetto poteva essere esteso a diversi ambiti progettuali, spaziando dalla città alla piccola camera di una residenza cittadina. Ovunque è necessario, secondo noi, ritrovare pace e armonia: ogni ambiente che viviamo ha un effetto su di noi e sul nostro essere; il concetto è quello di creare delle comfort zone, spazi contenuti per fare in modo che stato psico-fisico e ambiente siano simbiotici l’uno con l’altro. Quanto è importante il contesto? Il beneficio viene da uno stretto contatto con la natura e dalla progettazione che permette grande visibilità degli spazi aperti in cui si è immersi. Può sembrare un azzardo, ma la scala del contesto esterno non influisce sul benessere che si vuole ricreare, piuttosto si punta a una progettazione legata alla scala umana, che aiuta a innescare principi che portano a

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riflettere sul distacco necessario dalla frenesia e dall’inquinamento di infomazioni a cui ormai siamo tutti abituati. L’esterno e l’interno sono in stretta comunicazione, la progettazione dell’interno è molto controllata a livello acustico, si cerca di modellare i volumi attraverso la luce, sia naturale che artificiale, utilizzando materiali valorizzati dalla tecnologia. Quali le caratteristiche principali della progettazione ideale legata alle ‘cabins’? Ognuno ha le proprie necessità, a cui il progetto si adatta. C’è chi ricerca una sensazione di sicurezza e protezione. Chi apprezza il valore del silenzio. Chi ritrova pace in pochi metri quadri rispetto ad ambienti dispersivi e molto ampi. In generale, ciò che importa è che lo spazio progettato sia in relazione con l’esterno. Questo aspetto lo abbiamo tradotto in ambito residenziale e contract partendo dall’esperienza maturata nel navale, in cui panorama e contesto esterno alla barca sono fondamentali: la visione non è mirata a uno spazio interno che guarda solo a se stesso, ma al contrario, un volume che si apre all’orizzonte. Grazie all’architettura e al design si arriva a uno spazio essenziale, ma non minimal o freddo. Le prospettive sono ben orchestrate, con una profondità di campo sempre garantita nonostante l’assenza di spazi molto ampi. I muri spesso sono scorrevoli, composti da pannelli a scomparsa: l’occhio ha di fronte meno orpelli e decorazioni, perché lo scopo è quello di ricreare un volume interessante, ma che trasmetta calma. Una sorta di evoluzione del principio ‘less is more’, che si trasforma in ‘less is enough’. È un concept replicabile in diversi contesti, dalla montagna alla dimensione urbana. Corretto? Sì, non vogliamo legarlo a un luogo preciso, che sia isolato o in mezzo al caos cittadino. Quel che desideriamo creare è qualcosa che riesca a contrastare gli aspetti negativi del mondo in cui viviamo, come la velocità, l’ansia da prestazione, lo stress. Oggi siamo i protagonisti di questa contemporaneità, che ci spinge a rispondere immediatamente a una mail o una chiamata o uno stimolo in generale. Ovvio che il bisogno dell’uomo sia legato alla disconnessione: attraverso il progetto, vogliamo restituire una comfort zone in cui sia possibile rallentare, per venti minuti (in un giardino appartato, all’interno di un hotel) o per un anno (in una residenza privata in mezzo al nulla, circondati dalla natura). Nella storia dell’architettura, le funzioni e le necessità sono sempre state tradotte con un determinato linguaggio estetico per poter rispondere all’esigenza specifica della società in un determinato momento. Quando le necessità cambiano, allora cambia anche la progettazione. Oggi ci sono sicuramente dei desideri nuovi, il bisogno di rallentare dopo periodi di elevato stress è vitale. Tra l’altro, lavorando all’interno di un contesto globale, spesso ci si deve adattare a velocità e reattività anche differenti (e superiori) dalle proprie. Se parliamo di spazi, le esigenze umane e la voglia di decompressione devono essere prese in considerazione per qualsiasi tipo di progetto, dall’hospitality al contract al residenziale, dalla scala della singola camera al progetto esteso di un resort. Le nostre ‘cabins’ sono un po’ il simbolo di questo concetto. In cosa si traduce, secondo voi, la sensazione di comfort? Il benessere di cui parliamo noi non è legato alla comodità di un singolo arredo, ma è uno stato psicologico preciso. Poi, a seconda dei diversi desideri del cliente, questo benessere può essere rappresentato realisticamente da un albero fiorito, una panca in cemento grezzo, un divano ampio. Il comfort è legato alla persona che vive lo spazio. Se ci riflettiamo, ognuno di noi ha un bisogno simile, che può essere ovviamente declinato in molti modi differenti, in base alla singola persona. Io posso desiderare uno spazio per il fitness, oppure per la lettura, o un luogo isolato dove dedicarmi all’ascolto della musica. La nostra ricerca deriva dall’osservazione e dall’ascolto del cliente e sfocia in una progettazione che definiremmo sensoriale, pensata per un contesto ben preciso. Dove per contesto intendiamo sempre la persona, e mai il luogo in cui si agisce. 104

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Dall’alto in senso orario, progetto di Rock Cabin, in cemento e vetro su uno scoglio scandivano. A seguire, la vista frontale di una Wood Cabin nel bosco, schermata da una struttura in legno ed infine l’immagine di uno spazio interno del Cabin. Le strutture studiate dagli architetti mettono al centro il rapporto tra interno ed esterno, caratteristica portata nei progetti residenziali dalla loro esperienza maturata nel campo dello yacht design. Camere da letto e bagni occupano solo lo spazio necessario, mentre i volumi sono più generosi nella zona giorno. 

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Il Roccolo a Clusone, residenza pluripiano prefabbricata in legno progettata dall’architetto Edoardo Milesi & Archos, premiata dal German Design Award 2020 nella categoria “Excellent Architecture” (ph. Cristian Carrara)

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progetti di Donatella Bollani

IL ROCCOLO, una nuova tradizione costruttiva L’interpretazione contemporanea dello studio Edoardo Milesi & Archos per il Roccolo, antica tipologia di un edificio dedicato all’uccellagione, si è meritata il German Design Award 2020 nella categoria ‘Excellent Architecture’.

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l Roccolo a Clusone, in provincia di Bergamo, è un’affascinante reinterpretazione in chiave contemporanea di una tipica architettura del paesaggio lombardo. Il roccolo, altrimenti detto brescianella o uccellanda, è infatti una struttura tipica del Nord e del Centro Italia, che veniva allestita sui crinali e i dossi o lungo i valichi alpini, ovvero le direttrici principali di migrazione attraverso le Alpi e le Prealpi. Quando l’uccellagione venne vietata dalla legge, alla fine degli anni Sessanta, la maggior parte dei roccoli vennero abbandonati, alcuni di questi sono stati oggetto di recupero negli anni successivi. Come ha conciliato la storicità dell’edificio e le nuove esigenze abitative del commitente? In realtà Il Roccolo è stato concepito per sfuggire alla vita in città e l’emergenza sanitaria ha consentito che questo luogo fosse sempre abitato e che i proprietari ne apprezzassero la qualità e il comfrot degli spazi. Il progetto architettonico reinterpreta l’aspetto morfologico delle uccellande tradizionali ingegnerizzandone la tipologia spontanea nell’assoluto rispetto del paesaggio che la circondava: un semicerchio di carpini in doppio filare con un corridoio centrale coperto dall’intreccio dei rami, che costituiva l’ossatura portante delle pareti e del tetto della struttura per la cattura degli uccelli. Un edificio, quello nuovo, che invita l’edera ad arrampicarsi, i ghiri, gli uccelli e gli altri animali del bosco a fare i nidi nelle bucature in facciata, dilatando dentro il senso di un intimo infinito. Lasciando che la natura completi l’opera avvolgendolo non solo con la vegetazione, ma anche con la fauna che gli alberi abita. Un’idea così chiara di architettura porta con sé una altrettanto chiara idea costruttiva? L’edificio preesistente, strutturalmente irrecuperabile, è stato demolito per costruire ex-novo questa architettura realizzata in carpenteria lignea, che si appoggia su un basamento in

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calcestruzzo completamente interrato, dove sono alloggiati i locali tecnici e le cantine. La fabbrica in legno, realizzata completamente a secco, prefabbricata e premontata in officina, si eleva come un albero tra gli alberi. La pianta stretta si sviluppa in altezza su più piani, ricordando appunto la tipologia storica, e declinando la com-posizione dei fronti mediante diversi tipi di aperture per avere ai vari piani differenti coni ottici e un diverso contatto con la natura. Come avete lavorato sull’involucro con uno sviluppo così diversificato? In piedi, seduti o da sdraiati nei vari ambienti ai piani si ha una percezione del paesaggio molto diversa. In alcuni punti sembra di precipitare tra gli alberi del bosco nei quali l’edificio è immerso; in altri, da sdraiati, si è come sospesi nell’immensità della natura montana e al contempo accolti in un rifugio confortevole e protetto. La caratteristica di questa residenza privata mono familiare è proprio la discontinuità morfologica dei fronti, costituiti da volumi eterogenei accorpati e aggettanti, rivestiti da materiali diver-si: legno di larice lasciato all’ossidazione naturale, lamiere di zinco-titanio, lastre in acciaio corten. Tutte le parti vetrate sono arretrate e schermate per evitare abbagliamenti e riflessioni nel paesaggio. Il manto di copertura è in zinco-titanio opaco e preossidato, montato su struttura in legno di larice naturale. Oggi la sostenibilità è molto importante, quali sono gli elementi fondamentali di questo progetto? Un edificio che deve far parte del bosco e appartenere alla collina non può che essere costruito con criteri di altissima sostenibilità e a basso impatto ambientale. Ragioni in perfetta sintonia col comfort di chi quegli spazi li abita. La costruzione prefabbricata a secco in legno è stata scelta per questa attenzione all’ambiente, ma anche per la velocità e la precisione della fase di realizzazione in loco che ripaga una progettazione attenta al dettaglio rendendo l’investimento sostenibile, anche economicamente. Con la costruzione in legno il progetto torna ad essere centrale e decisivo; tutto deve essere previsto e simulato, prima di mandare in fabbrica gli esecutivi. In cantiere si monta con una precisione millimetrica e con tutti gli alloggiamenti per gli impianti previsti e pronti alla chiusura da parte degli installatori. Non sono consuete né varianti né ritardi, garantendo così anche un controllo meticoloso dei costi. In quanto tempo avete realizzato il nuovo edificio? La struttura in elevazione è stata ingegnerizzata e costruita grazie alla collaborazione con Marlegno, azienda che opera da molti anni nel settore della prefebbricazione lignea. I lavori del Roccolo sono stati ultimati nel dicembre del 2017 e il cantiere è iniziato solo sei mesi prima; le fasi più lunghe sono state quelle di scavo e di getto delle parti interrate mentre negli stessi mesi, in officina, si costruivano la struttura e i tamponamenti in legno. Ultimare un cantiere in così breve tempo, e con risultati certi, è una opportunità sia per i progettisti che per gli investitori. Oltre ai tempi molto ridotti di costruzione anche il tema dei costi può rendere attrattivo l’investimento per la costruzione di un edificio in prefabbricazione lignea. Il prezzo dipende naturalmente dal livello di personalizzazione degli elementi costruttivi, delle finiture, e dallo sviluppo planimetrico. È comunque possibile indicare un range: per una casa, con un’elevata classe energica, il costo di costruzione ‘chiavi in mano’ va dai 1.300 ai 1.800 euro a metro quadrato.

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Lo sviluppo planimetrico e la composizione dei fronti ai piani consente molti differenti affacci e percezioni del paesaggio che circonda Il Roccolo (ph. Ezio Manciucca) La discontinuità morfologica dei fronti è sottolineata dall’utilizzo di diversi materialia: legno di larice lasciato all’ossidazione naturale, lamiere di zinco-titanio, lastre in acciaio corten (ph. Michele Milesi)

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master di Alessia Perrino

Pambianco ACADEMY, i nuovi MASTER ONLINE sull’e-commerce e la sostenibilità Le tematiche scelte sono in linea con le ultime tendenze in materia di gestione aziendale, nettamente caratterizzate dalla richiesta di nuovi punti di riferimento per ripensare i modelli di business.

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ogliamo diventare il punto di riferimento nella formazione professionale dei settori fashion, design e beauty. La necessità di orientarsi nei nuovi scenari del consumo rende necessario per i professionisti un aggiornamento costante, verticale e dal forte orientamento digital e sostenibile”, ha commentato David Pambianco. Le tematiche scelte per i master di Pambianco Academy, la piattaforma di formazione realizzata da Pambianco, sono in linea con le ultime tendenze in materia di gestione aziendale, con una netta caratterizzazione legata alla richiesta di nuovi punti di riferimento per rimodulare i modelli di business. Fresco di realizzazione, il Master “Aprire e gestire un e-commerce: come sviluppare una strategia di vendita efficace” ha l’obiettivo di far comprendere ai partecipanti come poter avviare e utilizzare in maniera efficace questo canale di vendita, che riveste un ruolo centrale nelle strategie di crescita di ogni brand, sia attraverso canali proprietari che marketplace Il secondo Mater proposto è “Sostenibilità nel Fashion, Design e Beauty”, che si propone di fornire ai partecipanti tutti gli strumenti per avviare e gestire un percorso verso la sostenibilità all’interno della propria azienda. Il programma si suddivide in 4 aree specifiche, la prima delle quali dal titolo ‘Come iniziare un percorso di sostenibilità’ per proseguire poi con i macro-focus su ‘Responsabilità ambientale’, ‘Sviluppo delle risorse umane’ e ‘Trasparenza nella governance aziendale’. La proposta si avvale di un sistema di formazione con video-lezioni sempre disponibili, docenze di professionisti qualificati e testimonianze di manager delle più importanti aziende di settore. Per programma e costi, potete visitare il sito academy.pambianconews.com oppure scriverci a e-academy@pambianco.com

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Courtesy of Galleria Monica De Cardenas, Milano/Zuoz/Lugano

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STEPHAN BALKENHOL Eroi del quotidiano

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ersonaggi ordinari, vestiti in modo comune, interpretano da oltre trent’anni la commedia umana allestita da Stephan Balkenhol. L’artista tedesco li scolpisce nel legno, li sottrae alla compattezza esatta del reale e dona loro un’espressione neutrale ed enigmatica, che non svela sentimenti o passioni, ma sembra racchiuderne il mistero. A fare da contraltare all’inflessibilità espressiva dei soggetti è il fitto dialogo tra forma e materia, che immette nella sostanza fibrosa del legno l’inquietudine dello scalpello. Apparentemente cristallizzati nel tempo, i corpi intagliati e dipinti con tinte monocrome e intense non aspirano all’eroico, bensì restituiscono con sobria ironia la complessità dell’individuo contemporaneo. Nato a Fritzlar, in Germania, nel 1957, dopo aver studiato all’Accademia di Amburgo come allievo dello scultore minimalista tedesco Ulrich Rückriem, Balkenhol ha scoperto ben presto la sua predilezione per il legno e la sua vocazione a voler reinventare la figura umana. Le sue opere si trovano oggi nelle collezioni di alcuni tra i più prestigiosi musei del mondo, come l’Hirschhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, la Tate Gallery di Londra, il Museum für Moderne Kunst di Francoforte e la Nationalgalerie di Berlino. Sono, inoltre, state presentate all’interno di mostre personali in numerosi musei europei e americani, tra cui: Kunsthalle Emden (2018); Centro de Arte Contemporaneo a Malaga (2018); Moscow Museum of Modern Art (2016); Musée de Grenoble (2010); Deichtorhallen di Amburgo (2008-2009); Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano (2007) e Staatliche Kunsthalle BadenBaden (2006). La Galleria Monica De Cardenas ha di recente ospitato una sua esposizione nella sede di Milano.

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Direttore Editoriale David Pambianco Redazione e Collaboratori Paola Cassola, Valentina Dalla Costa, Antonella Galli, Andrea Guolo, Giulia Mauri, Maria Elena Molteni Grafica e Impaginazione Mai Esteve, Lucrezia Alfieri Coordinamento Paola Novati Cover Project Anna Gilde Pubblicità Martina Leoni Contatti design@pambianco.com adv@pambianco.com abbonamenti@pambianco.com Telefono 02.763.886.00 Tipografia Starprint Srl - Bergamo Registrazione Tribunale di Milano n. 62 del 29/02/2016 Proprietario ed Editore Pambianco Strategie di Impresa Srl Corso Matteotti 11 - 20121 Milano Costo dell’abbonamento annuale: 50 euro Per abbonarti, stampa e compila la scheda su: magazine.pambianconews.com

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