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Novembre / Dicembre 2020

Numero 4 I

FASHION | DESIGN | BEAUTY | WINE&FOOD | ART | REAL ESTATE MILANO CAMBIA ARIA Viaggio nella città del futuro. Dove la mobilità sarà solo elettrica

COVER BY DANIEL RICH

a pagina 9

MALPENSA E LINATE? TOUCHLESS E HI-TECH

ASSOLOMBARDA, COVID LEVA DI CAMBIAMENTO

PAUL SMITH, BRITISH TOUCH IN VIA MANZONI

IL BRAND MILANO SOSTIENE I SUOI DOLCI


EDITORIALE

BUSINESS of MILAN

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a corsa alle elezioni amministrative per la città di Milano ha preso il via, simbolicamente, lo scorso 7 dicembre, con l’annuncio della ricandidatura del sindaco Beppe Sala. L’annuncio dell’attuale primo cittadino, infatti, è avvenuto in una maniera piuttosto rappresentativa della realtà milanese, con le sue sfide e suoi opposti. Per due ragioni. La prima è che il sindaco ha aperto a un suo secondo mandato attraverso un messaggio lanciato via social media. La seconda è che questo annuncio è stato fatto in occasione dell’Ambrogino d’Oro. Due fattori che combinano l’anima storica della città e quella che potrà essere l’anima del futuro, legandole con un filo conduttore che sarà determinante per restare un riferimento nel mondo.

di David Pambianco

Un sindaco a misura di città ‘aumentata’

Il primo punto, l’annuncio attraverso un messaggio social, ben rappresenta la sfida tecnologica. A questo proposito, è interessante la riflessione del presidente di Assolombarda, riportata nell’intervista interna a questo numero, nella quale Alessandro Spada sottolinea come Milano, alla stregua dei grandi agglomerati urbani del mondo occidentale, si riscopre sempre più “città infinita”. Ovvero, una città a molteplici dimensioni, di cultura, di business, di spazi e territori. Le quali si sono riscoperte e amplificate attraverso la tecnologia, e che oggi richiedono di “ridisegnare le infrastrutture digitali in modo da accelerare e attivare quella rivoluzione che nella nostra città è già in corso da tempo. Sarà forse necessario ripensare gli spazi di lavoro e gli hub di comunità, i trasporti, i servizi alla città, i tempi e i modi di un lavoro nuovo. Verso una Milano più diffusa, come spazi e come incisività sui territori, ma pur sempre Milano, con la sua inesauribile spinta innovatrice, la sua voglia di creare, il suo senso di orgogliosa responsabilità”. Il secondo punto, quello dell’Ambrogino, riflette l’evoluzione dell’identità storica della società milanese. Il riconoscimento viene assegnato annualmente a persone, organizzazioni o, più in generale, entità che per diversi motivi si sono distinti nella tutela e nella valorizzazione della città. Ebbene, anche dal lungo elenco dei riconoscimenti degli ultimi decenni, traspare la multiforme ricchezza di Milano. Fino all’Ambrogino di quest’anno, andato, tra gli altri, anche alla coppia più influencer d’Italia, i Ferragnez. La nomina, come spesso è accaduto, ha colpito e fatto sobbalzare più d’uno. Eppure, anche con questa scelta, Milano si è confermata capace di riconoscersi, oltre che in studiosi, giornalisti, uomini politici, anche nei suoi artisti, nei suoi cabarettisti e nei suoi giullari. Tutti come eroi di dimensioni diverse, nelle quali, come detto, deve essere capace di vivere una città ‘aumentata’. Insomma, la candidatura di Sala, nella sua forma altamente simbolica che annoda il passato al futuro, conferma gli ingredienti di quelle che potrebbero essere le elezioni più sentite da decenni. In palio, non ci sono solo le montagne di risorse europee in arrivo, la sfida cruciale della preparazione alle Olimpiadi 2026 e le ‘normali’ scelte amministrative per gestire una città. In palio non c’è lo spostamento verso una direzione politica o l’altra, verso destra o verso sinistra. In ballo c’è una rinascita, uno spostamento in avanti, in un mondo nuovo. Dove preservare, anzi, valorizzare, quell’anima nuova che è sempre stata quella di Milano.

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SOMMARIO

BUSINESS of MILAN

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Direttore Responsabile David Pambianco

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IN PRIMO PIANO Ecco come sarà l’aeroporto del futuro

9 DOSSIER 10 Obiettivo 2030 per Milano 12 L’e-noleggio diventa a lungo termine 14 Il viaggio a ostacoli dell’e-mobility 18 Si restringe la carreggiata (e anche l’auto) 20 E-Cars per tutti 22 24 26 28 30 32 34 36 38 40 42 44 46 48 50 52 54

La rivoluzione green di Bicocca Boom Image Studio, l’Amazon delle foto Intervista a Spada (Assolombarda) L’ufficio diventa flessibile Paul Smith, British touch in via Manzoni Nell’orologeria cresce il collezionismo Anche i professionisti si circondano d’arte Gregor Staiger scommette su Milano Meet, centro per la cultura digitale Bill Niada, oltre il no profit Anatomia del design Rispunta l’idea del Museo della Borsa Il brand Milano sostiene i suoi dolci Michelin premia i ristoranti milanesi La bellezza sotto il Duomo Spazi e appuntamenti Cover story

Redazione e collaboratori Luca Testoni (caporedattore), Milena Bello (coordinamento), Vanna Assumma, Silvia Anna Barrilà, Paola Cassola, Marco Caruccio, Chiara Dainese, Giorgia Ferrais, Andrea Guolo, Maria Adelaide Marchesoni, Giulia Mauri, Sabrina Nunziata, Alessia Perrino, Giulia Sciola, Alessandro Wagner Grafica e impaginazione Mai Esteve, Lucrezia Alfieri Cover project Anna Gilde Pubblicità e promozione Massimo Marelli, Isabella Bernardi Wegher, Alessia Bresciani, Camilla Ceruti, Lia Lasagna, Cristina Tana, Martina Leoni Contatti bom@pambianco.com adv@pambianco.com abbonamenti@pambianco.com Telefono 02.76388686 Tipografia Pozzoni S.p.A. Via Luigi e Pietro Pozzoni 11 24034 Cisano Bergamasco (BG) Registrazione Tribunale di Milano n. 130 del 06/06/2019 Proprietario ed editore Pambianco Strategie di Impresa S.r.l. Corso Matteotti 11 20121 Milano Costo dell’abbonamento annuale: 50 euro Per abbonarti, stampa e compila la scheda su: magazine.pambianconews.com

GLI ALTRI MAGAZINE DI PAMBIANCO

NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


IN PRIMO PIANO

VOLARE NEL 2020

L’AEROPORTO del futuro sarà HI-TECH e TOUCHLESS La pandemia cambierà i viaggi e le abitudini dei passeggeri. Che continueranno a mettere in primo piano la sicurezza sanitaria. Linate e Malpensa si stanno attrezzando: ecco come. di Milena Bello

Fino a poco più di un anno le priorità degli aeroporti erano soprattutto due: far trascorrere ai frequent flyers un viaggio senza stress con tempi di imbarco limitati e garantire loro benessere e magari anche divertimento durante le soste tra un imbarco e l’altro. Poi è arrivata la pandemia di Covid-19, tuttora in corso, e l’intero mondo, compreso quello dell’aviazione è stato completamente stravolto. Tra tutti i settori, è stato sicuramente tra i più colpiti date le forti restrizioni ai movimenti, con un impatto che ha quasi azzerato il traffico passeggeri durante il primo lockdown di marzo e aprile ma è tornato in fase critica anche nel corso di quello più “soft” di questo autunno. Secondo gli ultimi dati diffusi da Sea, il gestore degli scali milanesi di Linate e Malpensa, il traffico passeggeri è arrivato a toccare un calo del 92% a novembre, un dato ben peggiore rispetto al -77% di ottobre e -71% di settembre. Numeri che esprimono la difficoltà che stanno vivendo al momento gli aeroporti milanesi, come anche quelli mondiali, ma rappresentano una fotografia attuale e limitata nel tempo. Nel futuro le persone torneranno a volare. Quando? Tutto dipenderà molto dai tempi del vaccino per il Covid-19 al momento in fase di test e, di conseguenza, per una ripresa vera e propria si ipotizzano tempi lunghi, il 2024. Nel frattempo però quel che è sicuro è che cambierà l’approccio al volo. E gli aeroporti stessi modificheranno le proprie priorità. MACCHINE TAC E RICONOSCIMENTO FACCIALE Il futuro in realtà è già qui ed è quello che sta accadendo negli ae-

roporti di Linate e di Malpensa. Dove la tecnologia sta già consentendo di alzare i livelli di sicurezza sanitaria. “Gli standard si sono alzati al pari della sicurezza personale degli anni degli attacchi terroristici”, spiega a Business of Milan Alessandro Fidato, Chief operation officer di Sea ricordando come il settore aeroportuale abbia dovuto adattarsi di fronte a diversi pericoli negli ultimi anni. “La prima misura che abbiamo adottato è stata quella di introdurre la misurazione della temperatura e il distanziamento e la gestione dei flussi. Siamo stati tra i primi aeroporti europei e far validare in protocolli sanitari dal comitato scientifico. Ma in tutta questa situazione sarà la tecnologia la discriminante in grado di darci un grande aiuto”. La stessa tecnologia che prima era fondamentale per azzerare i tempi di attesa in aeroporto per consentire i viaggi ‘confortevoli’, ora è la chiave di volta per garantire sicurezza. Un esempio? Linate ha già introdotto lo scorso febbraio il sistema di riconoscimento facciale, o ‘face boarding’, la tecnologia biometrica basata sul sistema di riconoscimento facciale. Ai controlli di sicurezza e all’imbarco, è sufficiente che i passeggeri mostrino il loro viso alla macchina, senza dover esibire i documenti di viaggio. Attualmente tale servizio è in fase test solo per i voli da e per Roma Fiumicino, ma sarà successivamente esteso su nuove tratte. Sempre in ottica touchless, a Linate sono appena state introdotto delle macchine EDS-CB con tecnologia Tac per il controllo dei bagagli a mano che sostituiscono quelle X-Ray grazie alle quali non sarà più necessario dover aprire il bagaglio per estrarre liquidi, creme, pc e iPad ai controlli di sicurezza. le nuove

marcchine aumentano l’efficacia dei controlli di sicurezza grazie al riconoscimento automatico degli esplosivi. Milano Linate è il primo aeroporto in Italia a dotarsi di questa nuova tecnologia e il primo in Europa ad effettuare la totalità dei controlli dei bagagli a mano con le macchine Tac. Sempre in ottica anti-Covid, Sea sta realizzando un progetto pilota in collaborazione con KME per utilizzare i prodotti saCup, una linea di rivestimenti antivirali in rame, noto per le sue proprietà antivirali e antibatteriche. “Si tratta di tecnologie approvate in fase pre-Covid e che ora diventano strategiche in ottica anti assembramento soprattutto una volta che i flussi riprenderanno perché al momento, le norme per il distanziamento riducono notevolmente la capacità degli aeroporti rispetto ai flussi normali”, precisa Alessandro Fidato. A Linate comunque sono già realtà. “Per Malpensa sono stati approvati gli investimenti per le macchie Tac ma è in previsione anche l’estensione del face boarding. I tempi non sono definiti, tuttavia, a causa della pandemia che ha drasticamente ridimensionato le risorse a disposizione”. In attesa del vaccino Sea auspica l’implementazione dei test rapidi antigienici o molecolari prima dell’imbarco e all’arrivo a destinazione in modo superare il problema della quarantena una volta atterrati. Non sono invece previste, per il momento, modifiche per la parte commerciale. Il travel retail sarà con ogni probabilità il prossimo settore che vivrà una trasformazione a causa del Covid-19 ma al momento né gli scali milanesi né quelli europei ed internazionali hanno già definito un nuovo scenario. Nel frattempo a Linate stanno continuando i lavori per il

restyling della galleria commerciale che dovrebbero concludersi tra febbraio e marzo con il restauro del corpo di edificio e i tre piani della gallery commerciale e la food court. TORNERANNO I VIAGGI BUSINESS? La vera domanda alla quale gli addetti ai lavori del mondo travel stanno cercando di dare una risposta è se il segmento business tornerà ai numeri pre pandemia. In un recente intervento sulla rivista Airport World, la rivista di Aci (Airport Council International), Armando Brunini, Ceo e General manager di Sea, ha dichiarato che una volta superata l’attuale emergenza: “i viaggi di piacere riprenderanno mentre i viaggi d’affari diminuiranno in modo permanente e i passeggeri rimarranno


BUSINESS of MILAN

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MANIFESTAZIONI

World Routes a settembre 2021 È il più grande evento dedicato allo sviluppo delle rotte aeree.

Lo scalo milanese di Malpensa. (Foto di V Srinivasan su Unsplash)

attenti alla salute per sempre”. Lo conferma Alessandro Fidato: “da recenti studi è chiaro che una parte del business sarà perso a livello strutturale. Si farà fatica a tornare a livello pre-Covid perché lo sdoganamento dello smart working consente di spostarsi di meno. Questo significherà una contrazione dei passeggeri di lungo raggio, che sono prevalentemente business”. L’altra faccia della medaglia sarà invece una ripresa dei voli leisure, quelli, in sostanza, per i vacanzieri “e un rafforzamento delle compagnie low cost e ultra low cost”, aggiunge Fidato. “Da questo punto di vista Malpensa ne potrebbe uscire, in realtà, avvantaggiata perché già ospita tre importanti compagnie di questo segmento. Ryanair, Easyjet e Wizzair che sta portando avanti una politica concorrenziale rispetto alle compagnie di bandiera im-

possibilitate, al momento, nel far leva sui loro network internazionali”. TAMPONI RAPIDI IN AEROPORTO: ECCO I VOLI COVID FREE Per far ripartire il traffico aereo, intanti, gli scali di Linate e Malpensa, Sea punta a potenziare l’apparato di test e tamponi prima e dopo i voli. “L’obiettivo è attivare questo canale dei test tra due paesi Schengen in modo da riconnettere il nostro territorio ai diversi stati e superare il problema, attuale, della quarantena obbligatoria al momento dell’arrivo a destinazione”, spiega Alessandro Fidato, Chief operation officer di Sea. Il meccanismo è semplice: viene effettuato un tampone molecolare o antigienico nelle 48 ore precedenti al volo e la compagnia ammette il

passeggero sul volo. Una volta arrivato a destinazione viene effettuato anche un test rapido per certificare che sia ancora negativo. In questo modo viene bypassato il problema dell’obbligo di quarantena al momento dell’atterraggio dei passeggeri che arrivano da stati a rischio. “È una modalità abbastanza sicura, basti considerare i dati: nei due scali milanesi sono stati effettuati oltre 5mila tamponi sui passeggeri e solo lo 0,6% è risultato positivo”, aggiunge Fidato. “È la conferma che il rischio di pandemia sui voli, se vengono seguite queste indicazioni, è minima. Chiaramente in attesa della campagna generalizzata di vaccinazioni”. Intanto, dopo i primi voli Covid-tested tra Linate e Fiumicino, anche un volo di lungo raggio verso la Cina, da Malpensa a Nanchino, è diventato un volo Covid-tested con il meccanismo dei quatro tamponi.

World Routes, il più grande evento dedicato allo sviluppo delle rotte aeree, inizialmente previsto dal 14 al 16 novembre 2020 a Milano, è stato riprogrammato dal 5 al 7 settembre 2021 presso i padiglioni di Fiera Milano a Rho. Per la prima volta a Milano, l’evento promosso dalla società inglese Ubm sarà ospitato da Sea Milan Airports, in collaborazione con gli stakeholder locali Regione Lombardia, Comune di Milano, ENIT - Italian Tourist Board e Bergamo Airport. La decisione è stata presa a causa della diffusione della pandemia di Covid-19 in molti Paesi e delle restrizioni ai viaggi internazionali imposte e confermate dai governi e per questo motivo l’ente organizzatore, in accordo con SEA Aeroporti di Milano, hanno deciso per il rinvio dell’evento al 2021. L’evento coinvolge ogni anno 3.000 delegati, 300 compagnie aeree, 700 aeroporti e 130 enti del turismo. Statistiche dicono che le città che hanno ospitato World Routes gli anni dopo hanno avuto un incremento di traffico significativo, in media un aumento del network aereo di circa il 9% nei tre anni successivi all’evento rispetto ai loro competitors. Ma questo in era pre-Covid. Sarà tutto da vedere quale sarà l’impatto della manifestazione dopo che l’emergenza sanitaria globale ha stravolto il settore degli aeroporti.

NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


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LA CITTÀ CHE CAMBIA

BUSINESS of MILAN

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SI CAMBIA ARIA

Milano sarà città elettrica Nel 2030 l’ingresso in città potrebbe essere limitato al solo parco veicoli green. Utopia? Il traguardo per ora è lontano, ma Milano si sta già attrezzando con incentivi per le e-car e con nuovi servizi di mobilità sharing, tra bici e scooter. Si allungano i tempi di consegna. E nel futuro cambieranno anche le strade.

NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


DOSSIER

CITTÀ GREEN

Obiettivo 2030, Milano capitale dell’ELETTRICO in Italia La città è pronta a mostrare la sua anima europea e cosmopolita. La nuova frontiera ambientale del “Piano Aria e clima” del Comune prevede un’area C accessibile esclusivamente alle auto elettriche. E, intanto, i milanesi si attrezzano, dalle quattroruote alle altre forme in sharing.

di Giorgia Ferrais

Una città più equa, pulita, aperta e solidale ma anche che si muova in modo sostenibile e flessibile e che consumi meno e meglio. Una città quindi più verde, fresca, vivibile e che adotti stili di vita consapevoli. Sono queste le linee dell’intervento del Piano aria e clima (Pac) adottato lo scorso ottobre dalla Giunta del comune di Milano. Tre gli obiettivi del documento di visione strategica per l’adeguamento della città per il raggiungimento, nel periodo 2021-2050, dell’azzeramento delle emissioni di carbonio e dei gas clima alteranti: rientrare nei valori limite delle concentrazioni degli inquinanti atmosferici Pm10, Pm2,5 e Nox (polveri sottili e ossidi di azoto) fissati dalla direttiva dell’Unione europea; ri-

durre le emissioni di Co2 (anidride carbonica) del 45% al 2030 e diventare una città carbon neutral al 2050; contribuire a contenere l’aumento locale della temperatura al 2050 entro i 2°C, mediante azioni di raffrescamento urbano e riduzione del fenomeno dell’isola di calore in città. Per raggiungere tali traguardi, un primo passo è sicuramente l’abbandono delle auto endotermiche a favore delle elettriche. E se la legge non viene in supporto, la strada migliore e sicuramente efficace passa dal portafoglio. La normativa vigente, infatti, non prevede, per le amministrazioni locali, la possibilità di varare disposizioni sul traffico differenziate per tipologia di motorizzazione. Pertanto, il comune potrebbe introdurre un super ticket giornaliero per rende-

re economicamente insostenibile il transito di un’auto diesel o benzina nell’Area C, che coincide con la Cerchia dei Bastioni, trasformandola, in un’area Carbon Free, rendendo accessibile alle ICE (se superiori alle normative Euro 4) solo la limitrofa Area B. A queste delibere la giunta milanese ne ha aggiunta un’altra nel mese di ottobre, quella del taxi sharing, servizio che permetterà di migliorare la risposta alla domanda potenziale e di aumentare la sostenibilità degli spostamenti grazie alla maggiore efficienza, raggiunta servendo contemporaneamente più utenti e abbattendo, soprattutto, i momenti di attesa e i tratti a mezzo vuoto. Inoltre, sono al via in città nuove forme di noleggio in modalità sharing per bici, scooter, monopattini.

RIVOLUZIONE VERDE Ma come siamo messi con l’elettrico in Italia, e, in particolare, a Milano? Nonostante il generale crollo del settore automotive dovuto alla pandemia, il ramo delle auto elettriche sembra non mollare. A rivelarlo è l’ultima edizione dello Smart Mobility Report 2020 realizzato dall’Energy & Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, che riporta una crescita complessiva delle immatricolazioni di auto completamente elettriche e ibride in Italia del 155% da gennaio. Nei primi 9 mesi del 2020, nonostante un calo generale delle immatricolazioni auto del 34% rispetto allo stesso periodo del 2019, le e-car hanno superato il 3% del totale. Un dato pari al +2% rispet-


BUSINESS of MILAN

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PIANO DI PALAZZO MARINO

SPUNTANO GLI INCENTIVI di Giorgia Ferrais

to al 2019 che ha portato il settore ad attestarsi a 30 mila unità, cioè il 155% in più. In generale si tratta di “dati ancora molto modesti”, spiega una nota dell’Energy&Strategy group, se rapportati ai 2,3 milioni di autoveicoli elettrici immatricolati lo scorso anno nel mondo. Ora, infatti, il parco complessivo è pari a 7,5 milioni. Tuttavia questo scenario “lascia ben sperare per lo sviluppo del mercato della mobilità elettrica in Italia”. Un andamento lento, dunque, ma comunque positivo, tanto che i costruttori, a dispetto della pandemia, non intendono ridurre i propri investimenti nel segmento dei veicoli elettrici. LA MADONNINA IN TESTA PER LE E-CAR Per quanto riguarda il quadro milanese, secondo le conclusioni derivanti dall’Indice LeasePlan di preparazione ai veicoli elettrici (EV Readiness Index 2020), a Milano circola il 25% delle auto elettriche italiane. Nello specifico, 85% riguarda le auto mentre il 15% i veicoli commerciali. Tra le auto full electric prevale la Tesla Model 3, seguita da Nissan Leaf e Smart Fortwo; tra i veicoli commerciali svetta Nissan NV200, con Kangoo Express e Opel Vito a occupare gli altri posti del podio. La rivoluzione ad impatto zero che si sta operando nel capoluogo di regione lombardo non tocca solo il trasporto privato, lo sharing (dai monopattini elettrici ai motorini) e la creazione di piste ciclabili, ma anche il trasporto pubblico. Uno dei tasselli del piano per rivoluzionare la mobilità milanese in chiave sostenibile riguarda anche il processo di rinnovo della flotta di

autobus di ATM, la società che gestisce i trasporti pubblici a Milano: dopo i primi 67 pullman acquistati e messi sulle strade della città, il sindaco Beppe Sala con un post sui suoi canali social Instagram e Facebook ha annunciato che “da dicembre la flotta Atm si arricchirà di 100 nuovi autobus elettrici che arriveranno via via nei mesi successivi”, sottolineando che “potenziare il trasporto pubblico in questo momento è fondamentale e lo facciamo mantenendo l’impegno di acquisire solo veicoli green”. L’obiettivo, quello di eliminare definitivamente tutti gli autobus a gasolio entro il 2030. Qualcosa, insomma, si sta muovendo all’interno del capoluogo lombardo. Ma occorre guardare in prospettiva. La strada da percorrre per raggiungere gli obiettivi è ancora lunga: basteranno 10 anni?

Per rilanciare i consumi e spingere il rinnovo del parco auto in direzione “green”, oltre agli incentivi statali, che arrivano fino a 10mila euro, anche il Comune di Milano ha varato un piano di contributi per privati e imprese che desiderano sostituire i vecchi veicoli con nuovi modelli a basso impatto ambientale. Con il bando dedicato ai privati e pubblicato a luglio, che prevedeva contributi fino a 9.600 euro a fronte di uno stanziamento di un milione, sono stati acquistati o prenotati 448 veicoli, ma le domande in lista d’attesa superano le 2.700. Per questo la giunta ha deciso di rifinanziare con altri 7,5 milioni di euro il bando. Combinando quindi gli incentivi statali con quelli milanesi, si arriva a risparmiare fino a 18.500 euro sull’acquisto della dell’auto elettrica. Numerosi, poi, i vantaggi per coloro che decidono di spostare in città con una vettura di questo tipo, a partire dal permesso di entrare in area B e C sempre, in qualsiasi giorno e orario, anche nelle giornate di blocco totale, e sempre gratis. Un’altra questione riguarda il parcheggio, cruccio di tutti gli automobilisti milanesi, che non sarà più un problema: richiedendo, infatti, al Comando della Polizia Locale l’apposito contrassegno spettante a tutte le auto elettriche, si parcheggia gratis sulle strisce blu e su quelle gialle, ossia nei posti riservati ai residenti. Inoltre, non si paga il bollo e si risparmia sull’assicurazione RC. Per quanto riguarda la questione ricarica, con una tessera da richiedere ad A2A, del costo di 15 euro a trimestre (5 euro al mese) si può caricare senza limiti mensili di kWh su tutte le colonnine A2A a Milano (Linate compresa), Brescia e Bergamo, incluse quelle fast da 43 kW. Infine, si risparmia sulla manutenzione e le giornate di fermo macchina in officina si diradano moltissimo, in quanto il veicolo elettrico ha una manutenzione molto meno impegnativa e molto meno costosa di quella di un analogo veicolo termico o anche ibrido. Sotto, Palazzo Marino In apertura, lo skyline di Milano. Foto di Matteo Bellia da Pixabay

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DOSSIER

BUSINESS of MILAN

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MOBILITÀ CONDIVISA Milano non si ferma. Lo slogan che ha contraddistinto il capoluogo lombardo negli scorsi mesi, suscitando anche non poche polemiche, si fa particolarmente calzante nell’ambito della mobilità cittadina, in primis quella elettrica e in sharing. O, come sta prendendo piede adesso, a noleggio prolungato. In città infatti (come si può evincere nel box sottostante) sono presenti molteplici servizi di condivisione, i quali permettono agli utenti di noleggiare bici, scooter, monopattini per un lasso di tempo breve che, solitamente, si consuma nel giro di ‘minuti’. Il passo successivo è quindi quello del noleggio prolungato, e quindi, per intenderci, di più giorni, che consente di disporre di un mezzo a tempo pieno senza avere l’onere di possederlo.  Tra i pionieri di tale servizio si conta, per esempio, Swapfiets, combinazione dei termini swap (scambiare) e fiets (bicicletta in olandese). L’azienda è stata fondata nel 2014 da tre giovani studenti olandesi e, dopo aver fatto tappa in diversi

Si può disporre di un mezzo a tempo pieno senza oneri Paesi europei, negli scorsi mesi il servizio è arrivato anche a Milano, dove è stato aperto un negozio (in via Lupetta 3). Nello specifico, pagando una quota mensile fissa, gli utenti hanno a disposizione una bicicletta a uso personale e un servizio tecnico di riparazione e assistenza attivo 7/7. Qualora non fosse

CAMBIA L’E-NOLEGGIO In città l’elettrico fa un passo in avanti. Al noleggio di (solitamente) pochi minuti proprio dello sharing, si aggiunge il ‘possesso a tempo’, spesso mensile. di Sabrina Nunziata

Carpisa d’Italia e sul sito del brand sia possibile noleggiare a lungo termine un monopattino elettrico Helbiz (16 rate da 49,95 al mese). All’interno di ogni punto vendita è stato infatti collocato un totem su cui è posizionato un Qr Code che attiva il collegamento tramite cui è possibile sottoscrivere il Long Rent Contract. Il monopattino elettrico, un Segway G20L, sarà poi spedito al negozio in cui è stato sottoscritto il contratto o, nel caso in cui la sottoscrizione fosse fatta online, al negozio Carpisa scelto dal cliente. Inoltre, nel caso in cui la sottoscrizione sia fatta in store, al cliente viene omaggiato un Welcome Kit

Tra i pionieri di tale servizio c’è Swapfiets

possibile sistemare la bici entro 10 minuti, la stessa verrà sostituita (e quindi ‘swapped’) con una nuova. Allo stesso modo, in caso di furto, l’abbonato riceverà una nuova bici sostitutiva, a fronte però del pagamento di una franchigia assicurativa. A Milano sono quindi stati introdotti tre modelli: l’Original (a partire da 16,90 euro al mese), la Deluxe 7 (a partire da 19,90 euro al mese) e l’e-bike Power 7 (a partire da 74,90 euro al mese). L’anno

prossimo, come ha preannunciato l’azienda, si aggiungeranno anche e-scooter e monopattini elettrici. Il noleggio a lungo termine è un’opzione messa nel carrello anche da Helbiz, il player americano famoso per i suoi monopattini (e non solo) in sharing, che in collaborazione con Go Carpisa ha deciso di incentivare la micromobilità urbana. Il primo step di questa collaborazione è partito a dicembre 2020 e prevede che in tutti i 400 store Carpisa e Go

composto da uno zaino, un voucher Helbiz Unlimited (cioè un mese di corse illimitate) e un voucher casco per il ritiro dell’elmetto. Un altro mezzo disponibile per il noleggio mensile è lo scooter di Cooltra, società fondata nel 2006 a Barcellona che offre a privati, aziende e pubbliche amministrazioni la possibilità di noleggiare veicoli al minuto, al giorno o al mese. Una delle sue linee di business è infatti eCooltra, che si occupa di motosharing ed è presente sulla piazza cittadina con i suoi motorini bianchi (con dei tocchi di azzurro e giallo). A Milano, Cooltra mette a disposizione sei modelli di scooter elettrici, il cui prezzo mensile varia dai 167 ai 194 euro al mese.

Bici, monopattini e scooter in sharing a Milano Sono diversi i servizi per consentire una mobilità green condivisa. Il più popolare del 2020? Probabilmente il monopattino che, dopo un tira e molla iniziale, sta finalmente trovando la sua dimensione (non senza alcune revoche).

Pionieri dell’elettrico a Milano sono stati i servizi di sharing che, soprattutto con i mezzi a due ruote, hanno portato tra le vie cittadine delle vere e proprie flotte green. Nel 2020, il mezzo che più degli altri ha avuto i riflettori puntati addosso è stato sicuramente il monopattino che, dopo varie vicissitudini, ha ricevuto, nel dicembre 2019, l’ok alla sperimentazione. Tra gli operatori presenti in città, i quali contano ciascuno 750 mezzi sulla piazza, si contano Wind Mobility, Bit Mobility, Dott, Voi, Lime technology.

In generale, il costo per il loro utilizzo è di 1 euro per lo sblocco, e le tariffe al minuto variano tra i 15-19 centesimi, a cui si aggiungono diverse formule pacchetto. Bird, Circ e Helbiz, invece, hanno ricevuto lo stop da parte del Comune di Milano, che di recente ha deciso di revocarne la licenza poiché aveva rilevato delle irregolarità soprattutto nell’ambito della moderazione della velocità e della sosta. Per quanto riguarda le biciclette, invece, sono presenti le e-bike di BikeMi e Movi by Mobike. Le prime contano

abbonamenti annuali (36€), settimanali (9€), giornalieri (4,5€), a cui fanno seguito tariffe che partono dai 25 centesimi per la prima mezz’ora di utilizzo e poi vanno a scalare. Le seconde invece, oltre alla tariffa al minuto di 20 centesimi, dispongono di pacchetti da 90 minuti a 14,9 euro o 45 minuti a 7,9 euro. A livello di scooter, invece, gli operatori sono Mimoto, eCooltra, ZigZag, GoVolt, CityScoot e Acciona. I costi variano tra i 26 e i 29 centesimi al minuto, a cui si aggiungono diversi pacchetti. (S.N.) NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


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DOSSIER

SFIDA RIFORNIMENTI

Il viaggio a OSTACOLI dell’E-MOBILITY Per la mobilità elettrica sono stati stanziati 26 milioni di euro di incentivi regionali, ma sono ancora molte le criticità. Burocrazia e costi non frenano la conversione, con colonnine in arrivo e distributori pronti a collaborare. di Paola Cassola

È innegabile l’utilità di una conversione alla mobilità elettrica perché porta con sé l’abbattimento delle emissioni CO2 e dei rumori, una maggiore efficienza e conti favorevoli sul lungo periodo. La strada per raggiungere questi risultati, però, è ancora lunga e a ostacoli. Tante le criticità riscontrate dai fruitori anche a Milano, città dove l’esperienza dell’e-mobility si attesta, comunque, tra le più promettenti in Italia. Lunghi iter di attivazione delle colonnine di ricarica sia pubbliche che private, scarsa potenza energetica delle postazioni e relativi costi da rivedere, lente tempistiche di caricamento. Sono solo alcuni dei principali fattori critici che ostacolano la transizione elettrica nei trasporti emersi in occasione di E-Mob, il festival andato in scena a inizio novembre, dedicato alla mobilità a zero emissioni e promosso da Comune di Milano e Regione Lombardia che, attraverso l’assessore alla Mobilità, Claudia Maria Terzi, ha definito l’e-mobility “un obiettivo prioritario per il quale sono stati stanziati 26 milioni di euro di incentivi regionali destinati all’acquisto di auto ecologiche oltre a risorse per la ricarica domestica”.

BUROCRAZIA LENTA TRA PUBBLICO E PRIVATO

I COSTI DELLA E-MOBILITY

I principali operatori in Italia per l’installazione di stazioni di ricarica - in ordine di presenza sul territorio Enel X, A2A e BeCharge - stanno lamentando lungaggini burocratiche che rallentano l’attivazione delle colonnine. Con tempistiche che possono arrivare agli 8 mesi prima che un impianto eroghi effettivamente elettricità. Poco cambia sul fronte privato, che conta, a livello nazionale, 8mila punti di ricarica installati nel 2019 (+90% sul 2018). Tecnologicamente parlando, l’80% del numero complessivo attualmente attivo in Italia (17-20.000 stazioni) è rappresentato dai cosiddetti ‘wall box’, dispositivi di ricarica domestica. A livello territoriale, il 50-60% di quanto installato nel 2019 si trova nelle regioni del Nord. Il 60-75% di questi sistemi si trova in contesti residenziali (il 5-10% nei condomini), mentre nelle aziende si colloca il 25-35% delle colonnine. Il problema, in questo caso, è l’iter di installazione che deve affrontare problemi di gestione condominiale come l’adeguatezza degli spazi e la potenza della rete.

Chi volesse convertirsi a una mobilità ‘green’ deve prepararsi a mettere mano al portafoglio. Secondo i dati di Gfk, riferiti ai primi sette mesi del 2020, infatti, il costo dei monopattini elettrici ha subìto un incremento: si è registrato un aumento del prezzo medio del 66%, probabilmente dovuto ai miglioramenti tecnologici e alla maggiore domanda. Secondo un test effettuato su 17 modelli da Altroconsumo emerge “un buon rapporto qualità-prezzo per i primi prodotti in classifica: i migliori hanno un costo più accessibile (Migliore del Test – 399 euro; Miglior Acquisto – 279 euro), rispetto ad altri prodotti con prestazioni meno soddisfacenti, che arrivano anche a costare oltre 700 euro”. Una volta affrontato l’acquisto, le spese non sono finite. I costi di ricarica per i mezzi elettrici sono piuttosto alti: se ai wall box privati si aggirano sui 20-25 centesimi per Kwh i valori si alzano alle colonnine pubbliche. Enel X, tra i principali fornitori di energia elettrica, ha abbassato da giugno 2020 il costo da 45 a 40 centesimi per Kwh. Un impatto importante se si considera che il tempo di ri-

carica medio di un monopattino è di 4 ore, fino ad arrivare a 7 ore per i modelli meno performanti. NORMAL O FAST CHARGE? All’insoddisfazione per i costi di ricarica si aggiunge la scarsa potenza energetica della maggioranza delle colonnine presenti sul territorio, che si caratterizza come ‘normal charge’, con prestazioni ridotte rispetto alle ‘fast charge’. Le prime, infatti, hanno potenza standard pari o inferiore a 22 kW mentre

PIT-STOP ELETTRICO ANCHE PER ATM La conversione elettrica investe anche i mezzi pubblici. Atm, oltre a rinnovare la propria flotta di autobus, sta predispondendo dal 2021 l’installazione di colonnine di ricarica rapida ai capolinea per consentire ai mezzi di immagazzinare un ‘plus’ di energia e aumentarne l’autonomia prima del rientro in deposito. Le prime saranno installate in viale Zara entro marzo 2021, due per ogni capolinea per un totale di sei. Poi sarà la volta di piazza IV Novembre,

accanto alla Stazione Centrale, e piazza Bottini, nell’area ferroviaria di Lambrate. L’autista dovrà posizionare il bus elettrico sotto il pantografo di ricarica, conneterlo grazie a un comando wi-fi e in 5-8 minuti verranno erogati 25 Kwh di energia elettrica, pari all’8/10 per cento della ricarica completa del veicolo, sufficiente a percorrere circa 15 chilometri. Per effettuare il ‘pieno’, che consentirà di coprire 120 chilometri saranno, invece, necessarie quattro ore di sosta in

deposito. Ogni giorno i bus percorrono circa 200 chilometri, da qui la necessità di ricariche ‘extra’ con gli impianti definiti, appunto, ‘opportunity charging’. Inoltre, le colonnine dei depositi saranno implementate passando dalle attuali 67 nel centro di San Donato a 125 distribuite in diverse strutture. Il piano ‘full electric’, che prevede di sostituire tutta la flotta dei 1.200 bus con la sua versione elettrica, dovrebbe essere completato entro il 2030.


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INDIRIZZI

Dove ricaricare a Milano Colonnine freestanding e isole digitali dal centro alle periferie.

le seconde hanno una potenza superiore. Le potenze di ricarica, nell’infrastruttura pubblica e privata a uso pubblico, sono così suddivise: oltre il 50% per la ricarica con potenza tra 12 e 22 kW (oltre il 95% a 22 kW); quasi il 25% delle stazioni offre potenza pari o inferiore a 3,7 kW; solo il 7% si attesta tra 50 e 100 kW, mentre il 2% risulta superiore a 100 kW. Entrambe le tipologie ‘normal’ e ‘fast’ sono in crescita ma con valori sbilanciati rispettivamente a +191% e +51 per cento nel 2019. COLONNINE IN ARRIVO A livello nazionale, secondo lo Smart Mobility Report dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, sul fronte degli investimenti infrastrutturali l’Italia è in ritardo, ma accelera: ad agosto 2020 le stazioni pubbliche e private a uso pubblico erano 16mila, in crescita del 20% rispetto a fine 2019. Milano ad oggi conta 116 punti di ricarica attivi che diventeranno 1.500 entro la fine del 2021. Il Comune,

fa sapere l’assessore alla Mobilità Marco Granelli, ne ha autorizzati 240 per i primi mesi del 2021 con ogni punto di ricarica che avrà due postazioni. Nel capoluogo meneghino il trasporto elettrico è stato incentivato con azioni ad ampio raggio, che hanno toccato mobilità su due e quattro ruote. E’ proprio in ambito urbano che prevalgono le installazioni (60-70% sul totale nazionale su strada e parcheggi pubblici). Il 30-35% vede le installazioni ripartite tra centri commerciali e supermercati (50 – 60%), comparto Ho.Re.Ca. (30 – 35%); concessionarie automobilistiche (meno del 10%) e altre location come cinema e musei (meno del 5%). Una percentuale inferiore, circa il 5%, spetta infine ai punti di ricarica in ambito extra-urbano. DISTRIBUTORI IN PRIMA LINEA Potrebbero essere gli attuali distributori di benzina l’ossatura portante della futura rete di ricarica pubblica per le auto elettriche.

La novità è uscita a margine della presentazione on-line del report “Il futuro della mobilità elettrica: l’infrastruttura di ricarica in Italia @2030” realizzato da Motus-E, in collaborazione con Strategy&PwC. A confermarlo è l’assessore Granelli indicando come una delle misure previste dal ‘Piano Aria’ preveda l’obbligo per ogni distributore di carburante di dotarsi di una colonnina di ricarica elettrica entro il 2021. L’utilizzo della rete di distributori significherebbe ottimizzare un asset già pronto nei centri urbani e non solo. Secondo Assopetroli-Assoenergia, partendo dal presupposto che la riduzione dei consumi di carburanti liquidi porterà a una trasformazione della rete che libererà ulteriori spazi pronti per essere convertiti, in ambito urbano la rete delle pompe di benzina potrà essere a supporto della ricarica privata dando una risposta a tutti i potenziali automobilisti elettrici che oggi non si avvicinano perché non hanno un garage privato.

In città i punti di ricarica per la mobilità elettrica sono numerosi e posizionati in modo capillare dal centro alle periferie, fino alle città limitrofe. Si possono trovare sia le colonnine che le barre di ricarica, da sole o collocate nelle isole digitali, spazi di condivisione tecnologicamente evoluti, in cui totem interattivi permettono di accedere a diversi tipi di servizi. Partendo dal centro città, si trovano punti di ricarica all’Autosilo Diaz, allo Starhotels Rosa Grand, al Garage Velasca, in via Larga, in via Santa Maria della Porta e in piazza Edison. Altre colonnine sono presenti in largo Rinchini, in via Santa Valeria, in piazzale Cadorna, via Cusani, via Broletto, via Francesco Sforza, via Senato e largo Raffaele Mattioli. Nella circonvallazione interna si trovano punti di ricarica in via Bernardino Zenale, piazzale Cantore, via San Barnaba, via Carlo Freguglia, corso Monforte, via Varese, via Milazzo. Al di fuori della circonvallazione, poi, sono disponibili le colonnine di zona Solari, Ticinese, Porta Nuova, Garibaldi, Stazione Centrale e Isola. In periferia, infine, è possibile ricaricare la propria auto elettrica in molte zone, da Sesto San Giovanni a Cascina Merlata, passando per Assago, Novegro e San Donato Milanese.

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DOSSIER

Si RESTRINGE la carreggiata (e anche l’auto) Tra ciclabili e maxi marciapiedi, si riduce lo spazio destinato alle vetture. In futuro sarà necessario decongestionare il traffico, e la chiave di volta saranno la politica di condivisione dei mezzi e la micro mobilità. di Vanna Assumma

Immaginare una strada di Milano e ‘sezionarla’ è il miglior modo per capire come sarà la viabilità della città in futuro: nel centro di questa via immaginaria si trova la carreggiata per le auto, significativamente ridotta rispetto alla superficie che copre attualmente; ai lati si trovano una o due ciclabili, e ancora più esternamente i marciapiedi, che però si allargano rispetto a prima. Nella ‘fetta’ di strada che rimane alle automobili, anche le vetture non saranno più le stesse: più piccole, in sharing e a guida autonoma. Questa, in sintesi, la Milano che si vedrà (a essere ottimisti) nel 2050, come alcuni esperti riportano, ma i cambiamenti nella viabilità e nei comportamenti dei cittadini stanno già iniziando in seguito allo sviluppo della mobilità elettrica, e continueranno progressivamente negli anni. STRADE TAGLIATE ‘A FETTE’ Nei piani urbanistici del Comune di Milano sulla progressiva adozione dei veicoli a propulsione elettrica, c’è spazio per tutte le forme di trasporto. La mobilità leggera, ovvero biciclette tradizionali e a pedalata assistita, monopattini, monowheel, hoverboard, segway, sarà padrona incontrastata del dedalo di ciclabili i cui lavori sono tuttora in corso, a cui si aggiungono le aree a traffico moderato (zone 30) per una sicura e agevole vita di quartiere. Anche i pedoni, e soprattutto quello che è considerato un bisogno imprescindibile dell’uomo, cioè il camminare, sono fortemente valorizzati nel programma meneghino Strade Aperte. Il Comune, infatti, sta già allargando i marciapiedi ricavando spazio dalla carreggiata e separandolo con elementi temporanei e altri strumenti di urbanistica tattica. L’idea è quella di istituire

nuove aree pedonali e condivise per usi comin realtà non avrà alcuna incidenza su questi merciali, ricreativi, culturali e sportivi. Si vuodati, nonché sulla riduzione del traffico. Lo le favorire tanto l’attività fisica quanto la vita afferma Luca Studer, docente di Circolaziosociale, approfittando dello spazio pubblico ne e Sicurezza stradale nonché responsabile all’aperto per eventi o per del Laboratorio Mobilità e tavolini e dehors di bar e Trasporti del Politecnico di ristoranti. Ne consegue che Milano: “Il passaggio alla Sono già iniziati la carreggiata risulterà più propulsione elettrica non i cambiamenti stretta di quella attuale, esimodifica le condizioni del to della sottrazione di spatraffico, serve solo a ridurnella viabilità zio destinato alle ciclabili e re le immissioni inquinane negli usi dei cittadini ti nell’ambiente. La reale all’ampliamento dei marciapiedi. Il motivo del ‘rimsostenibilità dell’elettrico picciolimento’ però non è inoltre dipende da molti legato solo a un’operazione di sottrazione ma fattori, primo tra tutti dal mix di energia utisoprattutto a un obiettivo di sostenibilità che lizzato nella ricarica, perché se si utilizza quella punta alla riduzione del traffico automobilistiproveniente da combustione fossile, la produco, cioè a decongestionare le strade. zione della stessa è altamente inquinante”. Il vero cambiamento, secondo Studer, avverrà ELETTRICO? “NI” con la consistente e decisiva affermazione del modello ‘sharing’. Cioè sarà la politica della Il congestionamento urbano è un problema condivisione, secondo il docente del Polimi, molto importante in Italia, territorio in cui che porterà a limitare il numero di auto per si contano 646 auto ogni 1.000 abitanti (rileabitante e, di conseguenza, a decongestionare vazioni Eurostat) e questi numeri pongono la le strade di Milano e a ridurre anche il numero Penisola tra i Paesi che detengono il maggior di vetture ferme in sosta. “Da tantissimo temnumero di auto private per abitante al monpo, le strade sono dominio dell’auto privata do. L’Italia cioè è tra i maggiori possessori di - afferma - e questo modello è diventato insoveicoli, e il passaggio alla propulsione elettrica stenibile. Le politiche di car sharing, viceversa,


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Un’immagine tratta dal progetto Strade Aperte del Comune di Milano

demotivano il cittadino a comprare la seconda e la terza automobile. La micro mobilità rende più facile svolgere l’ultimo miglio con mezzi non inquinanti, quindi si potrebbe arrivare a un maggiore uso del trasporto pubblico, completato nell’ultimo miglio da mezzi ‘leggeri’, rendendo così il cittadino meno dipendente dall’auto per gli spostamenti di breve lunghezza. Oggi le vetture a quattro ruote trasportano l’aria - conclude il docente - perché le statistiche dicono che in media un’auto grande è occupata da 1,2 persone. Quasi lo stesso ‘carico’ di una bici o di un monopattino, che tra l’altro, una volta parcheggiati, occupano una quantità di suolo decisamente minore rispetto alle automobili”. AUTO PICCOLE E CONNESSE In una carreggiata che sarà più stretta, anche le dimensioni delle autovetture cambieranno: saranno più piccole e compatte, anche per la necessità di ottimizzare il trasporto delle persone, di occupare minor suolo possibile, di ridurre i costi. Infine, un ulteriore boost verso la sostenibilità arriverà dalle auto a guida autonoma: “Questi veicoli – illustra Studer – saranno connessi, cioè si vedranno tra di loro, comunicheranno tra loro e probabilmente anche con

una centrale che gestirà il traffico in generale, evitando così i fenomeni di congestione”. L’auto a guida autonoma ha altri punti forza, come illustra il docente, ovvero quello di garantire la sicurezza dei trasporti eliminando la piaga degli incidenti stradali, e anche di consentire il recupero del ‘tempo personale’, in quanto il periodo trascorso nel viaggio può essere utilizzato per leggere o lavorare. “L’auto autonoma - riprende Studer – ha molti punti di forza ma

altrettanti punti critici, soprattutto nella fase intermedia, quando non tutto il parco circolante sarà connesso. Inoltre, bisogna considerare che questo tipo di vetture sarà disponibile per tutti, dai bambini agli anziani, agevolando, in particolare per questi ultimi, gli spostamenti. Il rischio è che la maggiore facilità d’uso comporti un aumento di spostamenti e quindi, paradossalmente, si potrebbero avere ripercussioni negative sulla congestione stradale”.

LE CONNECTED CAR VALGONO 1,2 MLD DI EURO Nel 2019, il mercato delle soluzioni per l’auto intelligente e connessa ha raggiunto un valore di 1,2 miliardi di euro in Italia, con una crescita del 14%, per un totale di 16,7 milioni di veicoli connessi, pari a oltre il 40% delle vetture circolanti. I dispositivi più diffusi sono i box gps/gprs per la localizzazione e la registrazione dei parametri di guida con finalità assicurative (63% del totale) ma la crescita è trainata dalle auto nativamente connesse tramite sim (+47%) o tramite sistemi bluetooth (+33%). Sono dati forniti dall’ Osservatorio Smart & Connected Car del Politecnico di Milano, il cui direttore Giulio Salvadori afferma: “L’auto del futuro avrà la connettività integrata a bordo veicolo, in grado di abilitare nuovi servizi per gli utenti. La condivisione del veicolo si affermerà come nuova modalità di utilizzo accanto alla proprietà. L’auto sarà inoltre intelligente e autonoma, consentendo al conducente di dedicarsi ad altre attività, e i veicoli alimentati a carburante fossile saranno progressivamernte sostituiti da quelli elettrici. Questi cambiamenti stanno avvenendo rapidamente e coinvolgono produttori di auto, fornitori di servizi, giganti hi-tech e startup Innovative”. (V.A)

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DOSSIER

E-CARS PER TUTTI

La mobilità elettrica si fa a misura di privato. Tra compatte premium, berline e suv di lusso dall’anima (e dai consumi) green.

BMW I3 L’elettrica di casa Bmw fa da 0 a 100 km/h in 6,9 secondi e ha fino a 260 km di autonomia giornaliera. Tra le particolarità? Le coach door, ovvero le portiere incernierate posteriormente.

PORSCHE TAYCAN La berlina sportiva a quattro porte a propulsione completamente elettrica è disponibile nelle versioni Taycan Turbo S, Taycan Turbo e Taycan 4S . Le prestazioni? Rispettivamente, fanno 0-100 km/h in 2,8; 3,2 e 4 secondi.

SMART EQ FORFOUR La quattro posti dispone di 153 km massimi di autonomia (ciclo nedc) e in 40 minuti si ricarica dal 10 all’80% della batteria con il caricatore di bordo opzionale da 22 kW. Fa 0-100 km/h in 12,7 secondi.

JAGUAR I-PACE È il primo suv completamente elettrico di Jaguar. Con i suoi 400 cv di potenza massima permette di passare da 0 a 100 km/h in 4,8 secondi. Una ricarica completa garantisce un’autonomia di 470 km nel ciclo wltp.


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AUDI E-TRON SPORTBACK La prima Sportback Audi completamente elettrica ha fino a 408 cavalli di potenza (300 kW), conta 446 chilometri di autonomia e fa 0-100 km/h in 5,7 secondi. La velocità massima consentita è di 200 km/h.

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MERCEDES EQC 400 4MATIC Il suv a trazione esclusivamente elettrica dispone di un’autonomia di 450 chilometri, fa 0-100 km/h in 5,1 secondi e ha una velocità massima di 180 km/h.

VOLVO XC40 RECHARGE È il primo suv compatto ed elettrico al 100% della casa automobilistica. Fa da 0-100km/h in 4,9 secondi, ha un’autonomia di 418km e in 40 minuti si carica circa l’80% dalla capacità totale delle batterie.

MINI COOPER SE La nuova Mini full electric è alimentata da una batteria da 32,6 kWh (capacità lorda) a 96 celle ad alta tensione e conta su di un’accelerazione da 0-100 km/h in 7,3 secondi. È disponibile in quattro versioni: S, M, L, XL.

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VERDE IN CITTÀ

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RIFORESTAZIONE URBANA

Bicocca, la rivoluzione green parte dal Vivaio dell’Università di Alessandro Wagner

Con l’inaugurazione ufficiale del Vivaio Bicocca, e il taglio del nastro da parte del sindaco Giuseppe Sala e del rettore dell’Università Bicocca Giovanna Iannantuoni, lo scorso ottobre l’ateneo milanese ha dato il via al proprio progetto “6 passi nel verde”: un progetto che si configura come il cuore della terza grande trasformazione urbanistica di questa storica area della città, dopo la prima trasformazione da territorio agricolo a zona industriale, e poi da periferia abbandonata dalle industrie a centro pulsante di vita universitaria e di servizi. Ora si sente l’esigenza della terza trasformazione, profondamente green, avendo peraltro di fronte un problema delicato da affrontare: il superamento della visione “gregottiana” dell’urbanistica, cioè di quell’estetica pura e pulita, fondata sul cemento e sugli spazi dal sapore metafisico, privi di verde se non con modeste funzioni estetiche, che pure, a partire dagli anni 80, è stata alle spalle della rinascita della Bicocca.Una visione di cui però oggi è impossibile non vedere i limiti. Da qui, col dovuto garbo ma altrettanta convinzione, è nato il progetto messo a punto dal polo universitario milanese, un progetto che ha le potenzialità per modificare radicalmente le cose Alcune immagini del Vivaio Bicocca

a più livelli, urbanistico, sociale, formativo, didattico. E nel quale si intravede una visione di fondo, collante dei vari aspetti del progetto, che si può sintetizzare così: abbiamo bisogno di una nuova consapevolezza. E l’Università è il soggetto che può, e forse deve, guidarla. La scansione dei “6 passi nel verde” aiuta a comprenderne le potenzialità. Il primo è stato appunto l’inaugurazione del Vivaio della Bicocca, ex vivaio dismesso che, fra le altre cose, continuerà ad essere anche un vero e proprio vivaio, destinato alla produzione delle piante destinate al rinnovo degli spazi interni dell’ateneo. La filosofia del progetto - e dunque della gestione di questi 8 mila mq di verde ritrovato -, non è però quello dello spazio verde esteticamente accattivante, ma “della riforestazione

È il cuore della terza grande trasformazione urbanistica di questa storica area della città urbana, dove sperimentare dinamiche da ecosistema”, come spiega Massimo Labra, delegato della rettrice per le aree verdi di Milano-Bicocca. Il secondo passo (che in ordine temporale sarà poi l’ultimo, sperando che ci si arrivi...), è “Il grande sogno”, come lo definisce Labra: una passerella verde, che colleghi l’area del Vivaio al Parco Nord (partner del progetto del Vivaio), passando sopra viale Sarca e viale Fulvio Testi. Un ponte per tutti gli animali (insetti, uccelli, ricci ...), e non solo per l’animale uomo e i suoi mezzi di trasporto. “Oggi ho cinquant’anni: sarò felice se, quando andrò in pensione, potrò vedere i miei studenti andare in pausa pranzo al Parco Nord senza uscire dal verde” dice Labra, meno visionario di quanto potrebbe sembrare di primo acchito, se saltasse fuori lo sponsor giusto. Tornando ai passi più imminenti, il terzo sarà costituito dai corsi di avvicinamento al verde per personale

e studenti, “perché la conoscenza e il rispetto dell’ambiente”, dice ancora Labra, “non è una disciplina a sé stante, ma è una visione che deve entrare in tutte le discipline”. Il quarto step sarà la progettazione, partecipata con gli studenti, dei giardini interni all’ateneo. Quindi la depavimentazione e la progressiva trasformazione green delle aree oggi cementate. Infine, un “giardino dei semplici” da fare in Medicina: “Ci siamo persi tanta parte dell’antica conoscenza: oggi non vogliamo produrre decotti miracolosi, ma ristabilire un percorso culturale”.Last but not least, c’è anche un altro lato della medaglia del progetto, oltre a quello green: fare del Vivaio della Bicocca anche un vivaio di idee. “Quando i problemi sono complessi”, conclude Labra, “non è facile trovare le soluzioni, e si trovano solo condividendo le responsabilità: è un processo di maturazione sociale”. Per favorire il quale serve “un luogo di incontro e di scambio, dove cittadino e università si incontrano”. Il Vivaio della Bicocca sarà anche questo. NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


INNOVAZIONE IN CITTÀ

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Federico Mattia Dolci fondatore della startup insieme a Jacopo Benedetti e Giacomo Grattirola

STARTUP MILANESI

Ecco l’AMAZON delle FOTO

Boom Image Studio è una storia tutta milanese. Fondata nel 2018, la scale-up phototech italiana ha ottenuto più di 10 milioni di finanziamenti e con l’ultimo round è entrato nel CDA anche l’ex Luxottica ed Eataly Andrea Guerra. di Milena Bello

L’hanno chiamata l’Amazon delle foto commerciali. Il paragone, va da sé, è improprio per quanto riguarda le dimensioni, ma di certo è un progetto che sta, nel suo piccolo, scardinando il concetto di gestione del pacchetto immagini (dall’organizzazione del servizio fotografico fino alla post produzione) perché, basandosi sulle tecnologie digitali e su un network di fotografi in tutto il mondo, consente di ottenere il servizio completo in 24 ore e a prezzi competitivi. Il progetto si chiama Boom Image Studio e i numeri lo raccontano più di ogni parola: fondato nel 2018, ha già toccato gli 80 Paesi con una media di un servizio fotografico al minuto, nei settori del real estate, travel, food & beverage ed e-commerce. Tra i mercati in cui è attivo anche Uk e Usa, dove verranno aperti uffici per supportare il network di fotografi, in continua crescita: 35.000 secondo gli ultimi dati. L’ultimo round di finanziamenti Serie A da 6 milioni di euro ha visto come lead investor dell’operazione United Ventures, fondo di venture capital specializzato in investimenti nelle tecnologie digitali, con la partecipazione di Wellness Holding di Nerio Alessandri, fondatore e presidente di Technogym. Ma Boom Image Studio è prima di tutto una storia milanese, emblema della fucina di creatività e opportunità nel digitale che

il capoluogo rappresenta. I suoi fondatori sono tre giovani ragazzi, studenti fuori sede a Milano: Federico Mattia Dolci, Jacopo Benedetti e Giacomo Grattirola. “Durante il periodo degli studi abbiamo iniziato a lavorare facendo fotografie, soprattutto per i gestori degli affitti”, racconta a Business of Milan Federico Mattia Dolci. “Ecco perché la startup è legata a doppio filo a Milano. L’Italia è la culla del nostro business e quindi Milano è stata una scelta consapevole. La sfida è far vedere che in Italia c’è un ecosistema latente di startup assolutamente funzionante”. La storia di Boom Image Studio inizia quando emergono le difficoltà nella gestione del ‘lavoretto universitario’. “Dopo circa un mese ci siamo accorti che i problemi erano legati soprattutto alla logistica. Ed è da lì che ci siamo chiesti come poter migliorare l’organizzazione dei servizi”. La soluzione viene dal digitale. La tecnologia di Boom si basa sulla sua piattaforma proprietaria denominata ‘Order System’, che automatizza il ciclo di produzione fotografica end-to-end. Tre i passaggi di cui si compone (Entry System che consente ai clienti di lanciare centinaia di ordini; Management System che gestisce in maniera automatica tutti i touchpoint di un servizio fotografico come ad esempio l’assegnazione automatica del fotografo attraverso un algoritmo e processa migliaia di foto tramite

post-produzione automatica e il Delivery System attraverso il quale i clienti ricevono le immagini 24 ore dopo). In poco tempo la startup acquisisce clienti (centinaia le grandi aziende, come Deliveroo, Casavo, Uala, Westwing, Uber Eats, Buddyfit, Vacasa, OYO oltre a centinaia di Pmi) e riceve finanziamenti. “Fino ad ora abbiamo ottenuto più di 10 milioni e mezzo di finanziamenti”, ammette Federico Mattia Dolci. Con l’ultimo round Andrea Guerra, ex amministratore delegato del Gruppo Luxottica ed ex presidente di Eataly, e Paolo Gesess, co-fondatore e managing partner di United Ventures, sono entrati nel CdA. “Consideriamo questi nuovi ingressi non come delle business opportunity ma in visione di lungo periodo”, sottolinea il giovane manager. Motivo per cui gli obiettivi di Boom Image Studio non saranno modificati in corso d’opera. Quali? In primo luogo consolidare il nuovo servizio dedicato al fashion lanciato a gennaio. Content Factory, una soluzione a 360 gradi che include campagne digital, contenuti editoriali e per i social, look book e altro in grado di velocizzare e automatizzare tutte le fasi di uno shooting. “Con questo progetto entriamo in una fetta di mercato che, per ora, non è toccata dal digitale e ha necessità di nuove modalità di produzione: rapide, efficienti e contenute nei costi. In particolare puntiamo a dare un servizio completo ai marchi del lusso”. NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


IL FUTURO DELLA CITTÀ

INTERVISTA

SPADA (Assolombarda): “Covid leva di cambiamento”

Il presidente degli Industriali racconta come la città ripartirà dalla multisettorialità.

di Giulia Sciola

La pandemia come leva per ridisegnare le infrastrutture digitali e accelerare una rivoluzione che a Milano è in atto già da tempo. Del resto, il capoluogo lombardo è “grande nel mondo” proprio per la sua capacità di innovare e innovarsi. Ne è sicuro Alessandro Spada, presidente di Assolombarda, che per Business of Milan traccia le direttive della crescita dei prossimi mesi per un territorio da oltre 200 miliardi di euro. Dopo la fase industriale e dei servizi, come cambia l’industria a Milano nell’epoca digitale e, specularmente, come l’industria cambia Milano (strutture, architettura, abitudini) se pensiamo ai prossimi mesi? Quello di Assolombarda è un territorio che ha voglia di reagire e ha già mostrato di avere tutte le carte in regola per farlo. Certo, la pandemia ci ha colpito profondamente, mettendo in difficoltà, in particolar modo, le filiere legate ai servizi alla persona, il turismo, gli eventi, l’industria culturale, fatte spesso di piccole aziende, di donne e uomini che non hanno visibilità sul futuro prossimo, e che ancora non si erano risollevate dal lockdown della scorsa primavera. Sono attività e imprese cardine del nostro tessuto economico e sociale. Il Covid, lo abbiamo imparato, ridisegna le vite, le imprese e le città. Milano, come i grandi agglomerati urbani del mondo occidentale, si riscopre sempre più “città infinita”. La grande Milano è sempre più grande, fatta di multisettorialità e di territori diversificati, di unicità e di filiere complete, di tessuto manifatturiero e di servizi. Proprio per questo sarà importante fare in modo che la pandemia possa rappresentare una leva per ridisegnare le infrastrutture digitali in modo da accelerare e attivare quella rivoluzione che nella nostra città è già in corso da tempo. Sarà

Alessandro Spada

forse necessario ripensare gli spazi di lavoro e gli hub di comunità, i trasporti, i servizi alla città, i tempi e i modi di un lavoro nuovo. Verso una Milano più diffusa, come spazi e come incisività sui territori, ma pur sempre Milano, con la sua inesauribile spinta innovatrice, la sua voglia di creare, il suo senso di orgogliosa responsabilità. A livello regionale, sarà Milano a confermarsi motore dei cambiamenti maggiori? Una delle caratteristiche che ha reso la nostra città grande nel mondo è la sua capacità di innovarsi, il coraggio e l’umiltà di rileggersi e mutare a seconda delle spinte esterne, la fiducia nel cambiamento.

È quella caratteristica che anche i competitor internazionali apprezzano: sfidare il futuro restando sempre in piedi. Milano anche oggi ha le forze, le competenze, il coraggio, i valori e la volontà di rialzarsi. E può farlo solo in uno scambio reciproco con i territori che la circondano, mettendo in gioco quell’inclusività

e quella apertura che l’hanno fatta grande. Sono molte le città e diverse le imprese che aspettano da Milano il segnale per ripartire. Questo segnale siamo noi, con le imprese di Assolombarda. Il tema cardine dell’ultima Assemblea generale che abbiamo tenuto all’Hangar di Milano Linate è “Qui ogni impresa è possibile”. Non è

“I comparti che quest’anno sono riusciti a reggere meglio la crisi sono quelli legati alle filiere delle Scienze della Vita e dell’Agro-Alimentare ”


BUSINESS of MILAN

uno slogan e non è un claim. È un disegno di prospettiva, impegno, innovazione e valori che guida la nostra Associazione in questi mesi così complessi. Come cambia il rapporto tra imprese e territorio in questa fase senza precedenti per il Paese e per la regione Lombardia? È un rapporto sempre più stretto, interdipendente, mutuo e, devo dire, confortante. Durante i momenti più difficili dell’emergenza sanitaria ed economica, mi piace pensare che le imprese abbiano in qualche modo custodito e accudito il territorio. Lo abbiamo fatto anticipando le procedure che i protocolli di sicurezza prescrivevano, lo abbiamo fatto attivando numerose iniziative di solidarietà verso i più deboli e verso le strutture sanitarie, lo abbiamo fatto mostrando riconoscenza a un territorio che ci ha permesso di creare benessere. Lo stiamo continuando a fare cercando di riattivare quello spirito di fiducia e di coraggio che talvolta la politica ha fatto mancare.   Come viene ridefinito l’equilibrio tra aziende e vita sociale? Quali sono le tecnologie di connessione destinate ad avere un ruolo maggiore nel 2021? Abbiamo assistito, negli ultimi mesi, ad una brusca accelerazione di processi che stavano avvenendo già prima. Il Covid non ha fatto altro che portarli alla luce e proiettarci giocoforza nella loro gestione in emergenza. Milano non si è riscoperta, da un giorno all’altro, connessa e smart. Certo, le ‘prospettive per un nuovo lavoro’ sono diventate la quotidianità da un giorno all’altro. Ed è un tema che solleva riflessioni non solo giuslavoristiche, di impatto sulle reti, sulle dinamiche di mobilità o sul bilanciamento vita privata e professionale. Smart working non vuol dire spostare il proprio pc dall’ufficio a casa. Lo smart working deve essere un’occasione per riorganizzare e ripensare il lavoro, grazie alle tecnologie di connessione e di condivisione, dalle basi. Dobbiamo attivare e innescare nuovi paradigmi di coesione e condivisione, di stimolo e di soddisfazione per le opportunità di crescita professionale, dobbiamo

premiare la conquistata autonomia e ricostruire fiducia e responsabilità individuali. La tecnologia è solo un supporto, le donne e gli uomini restano al centro, ed è per questo che dobbiamo trovare un equilibrio tra socialità e autonomia, tra relazione e distanza. Il confronto umano spesso si traduce in un contributo di innovazione e competitività, e assicura benessere a tutto il sistema. Qual è, nelle stime di Assolombarda, la prospettiva di crescita economica e contributo al Pil (e al progresso) del capoluogo lombardo, e quali comparti sembrano meglio attrezzati per il prossimo anno? Partiamo dai dati: il territorio di Milano, Lodi, Monza e Brianza e Pavia, rappresenta una quota estremamente rilevante di valore economico per l’Italia, arrivando a garantire il 13% del PIL nazionale. In un territorio che è appena il 2% della superficie totale del Paese. Parliamo di 204 miliardi di euro. I comparti che quest’anno sono riusciti a reggere meglio la crisi originata dalla pandemia sono quelli che fanno riferimento alle filiere delle Scienze della Vita e dell’Agro-Alimentare. Le prospettive di crescita sono legate a tre temi, concorrenti e solidali: la fiducia, il coraggio e la voglia di ripartire da una parte, la necessità di sbloccare una burocrazia lenta e inefficace, e le capacità di indirizzare le risorse che arrivano dall’Europa facendo sistema, attivando riforme strutturali e di ampio respiro. Assolombarda farà la sua parte.

Esterno della Banca d’Italia

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PROGETTI

Bankitalia inaugura in Cordusio l’hub per il Fintech L’Istituto Centrale ha inaugurato il polo tecnologico per dialogare con università, imprese e mercati finanziari. di Paola Cassola

La Banca d’Italia ha inaugurato Fintech Milano Hub, un polo tecnologico progettato, secondo le parole del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, “per valorizzare la principale piazza finanziaria del Paese, quella di Milano, quale centro di innovazione digitale di respiro europeo”. Milano è stata scelta, si legge nel comunicato di Banca d’Italia, “per l’ampia presenza di intermediari, investitori e ricercatori e la sua grande capacità di dialogare con interlocutori europei e internazionali. Il centro costituirà però ben presto un volano di qualità e un traino per le eccellenze nelle diverse aree del Paese”. Lo spazio fisico e virtuale vedrà la collaborazione tra soggetti pubblici e privati al fine di sostenere lo sviluppo dell’innovazione e della transazione digitale del sistema finanziario italiano. Già al vaglio, venti progetti che spaziano dall’utilizzo di tecnologie blockchain/ Dlt per rendere più efficienti alcuni processi dell’industria finanziaria a nuove tecniche di machine

learning e di uso dei Big data per le letture automatiche di norme o analisi di tipo macroeconomico. I progetti, ad elevato contenuto tecnologico, verranno analizzati dai team di specialisti di Bankitalia fin nelle fasi di disegno e sviluppo prima dell’accesso al mercato, un percorso aperto e volontario che vedrà coinvolti anche tecnici ed esperti universitari e dell’industria. “I nostri sforzi – ha affermato Visco – restano orientati a sostenere lo sviluppo di un’economia digitale diffusa e sicura, a dare supporto ai progetti innovativi promossi dal settore privato e ad assicurare che famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche ne traggano il massimo beneficio”. Secondo Abi (Associazione bancaria italiana), sono tre i settori sui quali ci potrà essere una partecipazione tra il mondo delle banche e l’hub: l’attivazione di progetti pilota in uno scenario di moneta digitale di banca centrale; l’identificazione del cliente e l’accesso digitale ai servizi bancari; il miglioramento dell’efficienza dei controlli antiriciclaggio. “La nascita di Milano Hub rappresenta uno snodo fondamentale nel progetto di rinascita del Paese anche nella prospettiva della Next generation Eu, il programma europeo che, dal 2021, destinerà risorse importanti per la digitalizzazione dell’economia”, ha sottolineato Luigi Nicolais, professore emerito della Scuola politecnica dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, ex ministro per l’Innovazione e oggi presidente di Materials, la prima azienda a entrare a far parte di Milano Hub. La sede iniziale dell’hub è quella della Banca d’Italia in via Cordusio, vicino a Piazza Affari, ma non si esclude che in futuro possa avere un distaccamento a sé. NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


LAVORARE IN CITTÀ

SCRIVANIA TUTTO COMPRESO

L’ufficio diventa FLESSIBILE Sempre più aziende e professionisti si affidano ai pacchetti chiavi in mano dei flexible office. Il nuovo trend sono gli uffici ibridi. Ecco chi sono i top player e quali sono le zone dove si investe di più. di Milena Bello

Business center, co-working o ibrido. Il futuro del lavoro è la flessibilità e l’emergenza Covid-19 lo ha dimostrato in pieno, imprimendo una forte accelerazione delle trasformazioni in atto con lo sdoganamento dello smart working, o meglio dell’home working. Ma se è vero che in molti si interrogano sul futuro dei grandi grattacieli milanesi, sedi futuristiche delle grandi compagnie e delle multinazionali, non ci sono dubbi invece sul fenomeno dei flexible office, spazi di lavoro per singoli professionisti o aziende che vengono presi in locazione con pacchetti “chiavi in mano”. Che ha visto anche importanti inaugurazioni nel 2020, da Wellio in via Dante a Regus sempre in via Dante e We Work in via Mazzini con operazioni particolarmente importanti dal punto di vista degli investimenti immobiliari. MILANO AL TOP IN ITALIA A livello europeo, il concetto di flexible office ha iniziato a diffondersi tra il 2015 e il 2016. Prima di questa data, questo format era sviluppato quasi esclusivamente in alcune città tra cui Londra, Amsterdam e Bruxelles. Secondo l’analisi sul mondo dei Flex Office condotta dalla società CBRE, il 2019 è stato un anno record in tutta Europa, con oltre 80.000 mq di spazi flessibili locati tra Milano e Roma, rispetto a un take-up totale del settore uffici, nelle due città, pari a circa 750.000 mq e oltre 900.000 mq complessivamente oggetto di operazioni di letting da parte di operatori del settore. La città di Milano è la principale rappresentante del fenomeno in Italia seguita da Roma, con un take-up per spazi flessibili rispetto al volume totale pari al 6%, in linea con la media delle città europee analizzate (6%, mentre Londra e Amsterdam superano il 10%). Per quanto riguarda lo stock invece, gli spazi flessibili incidono per l’1,3% per

la città di Milano, contro una media europea pari a circa il 2% “L’ufficio si sta evolvendo e si cerca di creare degli spazi che consentano un maggior benessere di chi li ‘vive’ e che vengano incontro alle esigenze di flessibilità delle aziende”, spiega Davide Cattarin, Managing Director Valuation & Advisory di CBRE Italy. Da questo punto di vista gli uffici flessibili, che siano singoli disk o interi building, consentono alle aziende di esternalizzare una voce di costo importante all’interno del conto economico. Non solo. “Pensiamo ad aziende che si affacciano o stanno entrando ora nel mercato italiano o alle società che hanno bisogno di allargarsi temporaneamente o anche strutturalmente. In questo modo possono appoggiarsi a strutture di questo tipo”. Tre le tipologie di strutture Business Center ci sono hub direzionali che offrono l’infrastruttura ufficio con allestimenti standard in modalità ‘ready to use’, unitamente a servizi essenziali per il business, come reception, sale riunioni e aree break; il Co-Working che offre l’infrastruttura essenziale per poter lavorare, e cioè scrivanie e connessione internet, scelto soprattutto da start-up e PMI. La terza modalità, quella ibrida, che unisce i concetti di business center e di co-working. CHI SONO I PLAYER La torta degli uffici flessibili a Milano è gestita sostanzialmente da pochi e importanti player internazionali. IWG, il gruppo belga che include i brand Regus, Spaces, Signature, No18, Openoffice, Basepoint è il maggior operatore a livello nazionale, con 70 centri distribuiti in 11 città. È

presente in Italia dal 1996 ed è il primo operatore flexa livello nazionale per superficie ufficio offerta. Da circa tre anni, IWG è presente a Milano anche con il marchio Spaces, che si differenzia da Regus in quanto si basa invece sul modello ibrido. L’ultimo brand sviluppato dal gruppo è Signature, che offre soluzioni volte ad accontentare gli utenti più esigenti in termini di location (le più prestigiose) e di allestimenti interni. Talent Garden è una piattaforma pensata per i professionisti del digitale, della tecnologia e della creatività. Fondato in Italia, a Brescia, nel 2011, oggi conta 21 campus in 7 Paesi (Austria, Dani-marca, Italia, Irlanda, Lituania, Romania, Spagna) e migliaia di talenti tra start-up, freelance, aziende e grandi società. Copernico è una rete italiana di luoghi di lavoro che gestisce 14 centri localizzati in Italia tra Milano, Roma, Torino e Bologna, a cui si aggiunge, in Europa, un centro a Bruxelles. WeWork è invece una realtà americana fondata nel 2010 che ha debuttato in Italia il 2 dicembre 2019 a Milano come primo mercato di azione e ha aperto l’ultimo spazio in autunno in via Vittor Pisani (il terzo in nove mesi). Infine, Wellio è il progetto di uffici flessibili del gruppo immobiliare Covivio e già questo lo differenzia rispetto agli altri operatori che non hanno alle spalle una realtà real estate ma sono provider ‘puri’. Anche il format è differente dato che ha fatto dell’esclusività il suo format di lusso. L’offerta di spazi per lavorare e servizi combina il know-how del gruppo nel settore alberghiero con quello nel settore direzionale. Il progetto di espansione dell’operatore prevede l’apertura di altri due o tre spazi di lavoro flessibili a Milano nel corso dei prossimi tre anni.


BUSINESS of MILAN

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PROSSIMA FRONTIERA, IL CO-LIVING Una soluzione a pacchetto completo dove poter vivere e lavorare. A livello europeo si stanno svi-luppando nuove forme ibride legate al residenziale e student housing che includono anche l’offerta co-working. Il Co-living offre locazioni a breve, medio o lungo termine per nomadi digitali e liberi professionisti che non sono legati a un luogo di lavoro e crea anche una community istanta-nea per giovani professionisti che desiderano fruire di numerosi servizi con flessibilità, senza la necessità dell’acquisto, e ambiscono a uno stile di vita improntato alla condivisione e alla mobilità. In Italia gli esempi di ibridazione tra “spazi community” e aree lavoro sono ancora pochi e limitati alla sola Milano. “Qui - spiega Davide Cattarin – tra i format più innovativi sono presenti degli asili nido o micro nidi dove, oltre agli spazi dedicati ai bambini, sono disponibili aree di co-working in modo da venire incontro alle esigenze lavorative dei genitori”. Per il co-living bisognerà invece aspettare. “In Italia per il momento non sono ancora entrati operatori specializzati in queste for-mule, mentre si è sviluppato il co-working insieme ad alcuni progetti di co-housing. Ma Milano è la città più europea in Italia, che attira i giovani per le numerose opportunità di lavoro ed esperienze e sta registrando una attenzione sempre maggiore verso formule di residenzialità flessibile e tem-poranea. Si vedono i primi segnali di contaminazioni. È un fenomeno che presumibilmente si svi-lupperà anche nel nostro Paese”.

GEOGRAFIA DELLA FLESSIBILITÀ Secondo la ricerca condotta da CBRE, nella distribuzione geografica dello stock flex a Milano ‘solo’ il 6% si trova in centro. L’8% degli uffici flessibili è in Porta Nuova, il 12% presso lo scalo di Porta Romana e ben il 19% in periferia. “Mol-

te società - spiega Stefania Campagna, Head of A&T di CBRE Italy - si sono appoggiate a soluzioni direzionali in periferia con questo principio della flessibilità per avvicinarsi il più possibile alle sedi dei clienti con cui lavorano o alle zone dei dipendenti. Alcuni player hanno sviluppato soluzioni anche nell’hinterland, cercando distretti o centri direzionali con servizi già presenti”. I lockdown hanno rallentato anche la pipeline di nuove aperture di uffici flessibili. “Nel breve termine - cita il report di CBRE - gli operatori flex stanno osservando una forte contrazione dell’occupancy (-30% in media e a livelli pre-Covid era del 85/90%). Nel primo semestre del 2020, a causa della pandemia, il take-up si è ridotto di

oltre il 70%”. D’altro canto sul medio periodo le previsioni sono positive. “La situazione attuale ha portato le aziende a considerare questa nuova modalità di lavoro come alternativa concreta al lease tradizionale, capace di fornire ancora più flessibilità – sia fisica che contrattuale – alle aziende e ai loro dipendenti”. La permanenza di un utente medio in un flex office si aggira sui 12/15 mesi. “Gli investitori stanno studiando quanti metri quadrati adibire a uffici flessibili nei business district - sottolinea Davide Cattarin – e questo significa che il trend è già in atto”. E nel futuro sarà proprio il modello ibrido a conquistare sempre più importanza e metri quadrati.

Anno

Prezzo (mln euro)

Acquirente

Venditore

tenant co-working

VIA DANTE 16

2020

103

Amundi Real Estate Sgr

Hines

Regus

VIA MAZZINI 9-11

2020

100

BNP Paribas REIM Sgr

Hines

We Work

VIA VITTOR PISANI 15-17

2019

70

Swiss Life AM

BNL

We Work

VIA POLA 9

2019

87

M&G Investments

Kryalos Sgr

Regus

CORSO ITALIA 3

2019

84

BNP Paribas REIM sgr

Savills Sgr

Regus

GALLERIA PASSERELLA 2

2019

283

DeaCapital Sgr

Goldman Sachs

Regus

VIA TORTONA 33

2019

83

Kryalos Sgr

BNP Paribas REIM Sgr

Regus/Copernico

VIALE MONZA 347

2019

15

Ream Sgr

Generali Real Estate Sgr

Regus

VIA WASHINGTON 70

2018

85

Swiss Life AM

Ardian Real Estate

Regus

VIALE ABRUZZI 94

2018

7

-

Polis Fondi Sgr

Regus

SEGREEN

2018

72

Europa Risorse Sgr

BNP Paribas REIM Sgr

Regus

VIALE MONZA 259/263

2018

49

Private

DeaCapital Sgr

Copernico

VIA TEMOLO 4

2018

20

Private

Amundi Real Estate Sgr

Regus

BASTIONI DI P.TA NUOVA 21

2017

-

Kryalos Sgr (Allianz)

Kryalos sgr (Blackstone)

Regus

Indirizzo

Fonte: CBRE

PRINCIPALI ACQUISIZIONI DI SPAZI PER COWORKING A MILANO

NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


STILISTI IN CITTÀ

INTERVISTA

The BRITISH TOUCH in via Manzoni  di Marco Caruccio

Uno stile inconfondibile che da 50 anni colora il mondo della moda, e non solo. Sir Paul Smith, nominato cavaliere dalla Regina Elisabetta II nel 2000, è tra i volti più noti della cultura britannica grazie alla capacità di declinare il proprio dna creativo ben oltre la passerella. Durante la sua lunga carriera il designer ha costantemente dimostrato di poter infondere i suoi codici estetici anche a biciclette, bottiglie d’acqua minerale, macchine fotografiche, complementi d’arredo, pastelli e persino una Porsche. L’universo di Paul Smith è perfettamente condensato all’interno delle sue boutique. In Italia il designer ha inaugurato anni fa il suo flagship al civico 30 di via Manzoni. Con il tempo la boutique è diventata un punto di riferimento che coniuga clienti fidelizzati e turisti 4.0 che ritrovano la stessa propensione alla joie de vivre che anima le sue collezioni. Si tratta di un amore corrisposto, testimoniato dall’intenso rapporto che lega Paul Smith al capoluogo lombardo.  Ricorda la sua prima volta a Milano? La prima volta che ho visitato Milano deve essere stato negli anni 70 da turista e non aveva nulla a che fare con il lavoro. Ero in visita con la mia fidanzata di allora, attuale moglie Pauline, siamo andati a visitare il Duomo e le gallerie d’arte. Come ha visto cambiare la città in questi anni? La città è cambiata enormemente da quando ho visitato per la prima volta Milano. Con l’apertura del quartiere Porta Nuova si è aggiunta una parte completamente nuova alla città, con l’incredibile Bosco Verticale. C’è molta più attività ora rispetto a prima, penso che il Salone del Mobile e molte altre fiere internazionali siano in parte responsabili di questo.

Paul Smith è tra i volti più noti della moda britannica ma ha un legame stretto con l’Italia e in particolare con Milano. Come racconta in questa intervista.

avevamo idea di quale sarebbe stata la dimensione effettiva dell’edificio. Era un negozio di antiquariato quando l’abbiamo rilevato e quando abbiamo aperto si è svelato essere un bellissimo spazio, che non era scontato fin dall’inizio.

“La città è cambiata enormemente da quando l’ho visitata per la prima volta. C’è molta più attività ora rispetto a un tempo”. Cosa la porta in città solitamente? Visito regolarmente Milano perché abbiamo un bellissimo showroom in città, dove vendiamo le nostre collezioni a clienti wholesale quattro volte l’anno e ho un negozio in via Manzoni. Vengo anche due volte all’anno per Milano Unica, è qualcosa che faccio da molto tempo

e a cui tengo molto, è una grande opportunità per mettermi al passo con le aziende tessili italiane con cui lavoriamo e vedere quali nuovi sviluppi avvengono. Ci racconterebbe un aneddoto speciale legato alla nostra città? Quando abbiamo trovato l’ubicazione del mio negozio, non

Cosa le piace (e cosa non le piace) di Milano? Mi piace molto la dimensione di Milano, so orientarmi. Prendo raramente un taxi e preferisco andare ovunque a piedi. Naturalmente ci sono anche dei ristoranti fantastici! Quando conta di tornarci? Appena possibile! Cosa rappresenta per lei la boutique in via Manzoni? È un posto molto speciale. Ho progettato il negozio di Milano in stretta collaborazione con una grande amica, Sophie Hicks. Siamo entrambi molto orgogliosi di quanto sia unica questa boutique. Cerco di rendere tutti i miei store nel mondo il più


BUSINESS of MILAN

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INAUGURAZIONI

Apre in via Orefici il maxi store di Vf Per la prima volta insieme i negozi di The North Face, Timberland e Napapijri.

In alto, store Paul Smith in via Manzoni. A sinistra, capsule celebrativa. Nella pagina accanto un ritratto del designer

speciali possibile, credo che quello di via Manzoni sia un successo particolare! Lo store milanese è stato tra i primi concept store, da cosa deriva la scelta di non proporre solo fashion? Fin da quando ho aperto il mio primo minuscolo negozio di 3 metri per 3 a Nottingham, in Inghilterra, nel 1970, ho sempre venduto cose diverse

oltre ai vestiti. È iniziato come un modo per intraprendere una conversazione con i clienti che entravano nel negozio e anche per dare alle persone un motivo per tornare: non sai mai cosa troverai in un negozio Paul Smith. È una caccia al tesoro! Qual è il suo approccio al design? Penso che qualcuno l’abbia definito molto bene quando ha detto che era “classic with the unexpected”. Come è cambiato lo shopping in questi ultimi anni? Estremamente! I cambiamenti che l’industria della moda ha subito negli ultimi anni sono stati davvero enormi, in particolare per quanto riguarda le abitudini di acquisto delle persone. Amo

ancora i negozi “old-fashion” e mi piace passare il tempo lavorando nei nostri store, ma apprezzo anche che per comodità le persone ora abbiano voglia di fare acquisti online. Per me personalmente si tratta di avere un equilibrio di entrambi: la praticità dell’ecommerce e il fascino dei negozi tradizionali. Come descriverebbe la sua boutique milanese? Unica! Quest’anno il suo brand compie 50 anni, da anni molti dei suoi prodotti sono realizzati in Italia. Cosa significa per lei la label Paul Smith made in Italy? La Bella Figura. C’è una qualità e uno stile in Italia e nella sua gente che non hanno eguali. Mi piace moltissimo!

HAPPY BIRTHDAY Paul Smith apre il suo archivio per celebrare il 50esimo anniversario del brand. Negli anni 80 il designer britannico è stato il primo ad introdurre le stampe fotografiche nel menswear, adesso una selezione di storiche grafiche è protagonista di una capsule esclusiva. Le stampe protagoniste della linea coprono un periodo dal 1988 al 2002 e offrono una panoramica dell’universo variopinto e talvolta surrealista di Smith. Tra i motivi spicca l’inconfondibile piatto di falsi spaghetti in vetrina che ispirò lo stilista durante una visita a Tokyo negli anni

Un vero e proprio hub commerciale targato Vf. Il gruppo americano ha scommesso sul capoluogo lombardo aprendo il maxi store Orefici11 presso l’omonimo civico. I negozi monomarca dei brand The North Face, Timberland e Napapijri, per la prima volta insieme, danno vita a uno spazio retail che mixa esperienza digital e fisica. La maxi boutique ospita prodotti esclusivi e collaborazioni che coinvolgono anche altri brand del gruppo statunitense. Lo store di 2mila metri quadri su 3 livelli è dotato di un innovativo cloud based in-store Pos (Point Of Sale mobile device) e mobile check-out che permette l’integrazione tra esperienza di acquisto fisica e digitale attraverso le opzioni di acquisto on-line e ritiro in store (anche con prenotazione on-line), spedizioni dal negozio in tutta Italia, ma anche vendita e spedizione al cliente da altri negozi se non fosse disponibile il prodotto in boutique. Con Orefici11 The North Face raddoppia la sua presenza a Milano mentre per Napapijri si tratta di un ritorno. Timberland realizza invece il suo secondo flagship store in Europa. Al piano terra sono presenti il servizio di concierge e il Lab, uno spazio dove presentare prodotti esclusivi, anteprime, capsule collections dei tre brand e collaborazioni con altri marchi.

80. Tra le stampe ci sono anche il pattern floreale di rose vintage e quello della mela verde della collezione maschile P/E 1990. Le grafiche reinterpretate appaiono su capi casual in jersey, bomber e camicie per uomo e donna, sneakers, borse e piccoli accessori. Parallelamente Phaidon ha appena pubblicato una monografia composta da 50 oggetti selezionati direttamente da Paul Smith. Sedie, radio, piatti, sellini di biciclette e tanti altri item che negli anni hanno alimentato l’immaginario creativo del designer.

NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


LUSSO IN CITTÀ

SERVIZIO ESCLUSIVO

Nell’OROLOGERIA cresce il valore del COLLEZIONISMO I principali rivenditori milanesi di maison come Rolex o Patek Philippe puntano su nuovi servizi al cliente anche nel post-vendita. Il pubblico italiano compensa solo in parte l’assenza di turisti.

di Giulia Sciola

Un settore duramente colpito nel 2020, ma in grado di guardare con ottimismo ai prossimi mesi. Sono le orologerie  milanesi  d’alta  gamma, che, pur fortemente penalizzate dalle restrizioni imposte dalla pandemia Covid-19, sanno che a guidare la ripartenza saranno  l’alta  qualità dei servizi al cliente, l’elevata  e  immutata desiderabilità dei più noti brand di settore, nonché la capacità degli orologi di lusso di conservare un alto valore nel tempo. A livello globale, nei primi nove mesi  dell’anno,  l’export  degli orologi svizzeri risulta in calo, ma con una flessione più contenuta di quanto registrato nel primo semestre. Nel mese di settembre le esportazioni di segnatempo elvetici si sono attestate a 1,60 miliardi di

franchi (circa 1,48 miliardi di euro) il 12% in meno anno su anno. Nei primi nove mesi del 2020, l’export rossocrociato valeva 11,41 miliardi di franchi, il 28,3% in meno rispetto a dodici mesi prima; nella prima metà dell’anno il tonfo era stato del 35,7 per cento. L’industria svizzera degli orologi rappresenta oltre la metà del fatturato mondiale del settore ed esporta oltre il 90% della sua produzione. Per il periodo gennaio-settembre 2020, il quadro dei dieci maggiori mercati vede crescere solo il Gigante Asiatico: Cina +10,6%, Stati Uniti -22,9%, Hong Kong -44,9%, Giappone -32,6%, Regno Unito -32,3%, Singapore -30,5%, Germania -25,4%, Emirati Arabi – 27,2%, Francia -39,2 per cento. L’Italia si mantiene al decimo posto in flessione del 38,3 per cento. La sfida, per il settore, è ora

quella di riuscire a contenere ulteriormente il calo dell’export nell’ultimo  quarter dell’anno. Di certo la seconda ondata di chiusure non sarà d’aiuto ai bilanci. CLIENTELA BUSINESS E NON SOLO Che ruolo può avere l’e-commerce? Può compensare il gap legato al lockdown? Per Umberto Verga, presidente di Orologeria Luigi Verga, l’online è un importante veicolo pubblicitario  e  di comunicazione, ma difficilmente diventerà un canale di riferimento per la vendita. “Il rapporto Italia/estero per la nostra azienda è 70% contro 30 per cento – ha precisato l’imprenditore italiano -. Il contatto con la clientela estera è molto difficile da mantenere e gli stranieri nostri clienti sono

soprattutto uomini d’affari che arrivavano da noi durante le fiere o i meeting aziendali. È probabile che ora abbiano trovato, nei loro Paesi, fornitori in grado di soddisfare le loro richieste. Personalmente non credo nell’e-commerce per il settore dell’orologeria di lusso. Sono però convinto che nel momento in cui si tornerà a viaggiare, il savoir-faire dei concessionari italiani farà ancora la differenza positivamente”. QUALITÀ DEL SERVIZIO ITALIANO Punto su cui concordano i diversi intervistati è del resto l’appeal del servizio italiano, accogliente  e  capace di interpretare le esigenze del cliente e seguirlo anche nell’assistenza post-vendita. Dopo una prima fase di scoperta grazie ai social me-


BUSINESS of MILAN

dia, ai siti o ai portali, i clienti e gli appassionati vogliono confrontarsi con un cultore o un esperto capace di raccontargli il prodotto e di fare da riferimento anche per eventuali riparazioni o compravendita legata al collezionismo. “Se da un lato è certamente vero che in questo momento in cui i flussi turistici sono rallentati – ha spiegato Stefano Amirante, buying & merchandising manager di Rocca 1794 -, è altresì importante sottolineare che gli appassionati italiani sono per noi clienti stabili che spesso seguiamo da generazioni e che hanno trovato in Rocca un punto di riferimento grazie alla nostra competenza orologiera, ampia scelta dei modelli disponibili sul mercato e ai numerosi servizi di assistenza offerti. È un pubblico particolarmente attento a quanto accade nel mondo dell’orologeria, curioso di sapere e di scoprire cosa sta dietro ‘l’invisibile del visibile’. Da parte nostra, in questo periodo, al fine di ottimizzare la gestione dei flussi dei clienti ed evitare eventuali attese abbiamo dato la possibilità ai nostri clienti di prenotare il proprio appuntamento  e  di riservare spazi privati in boutique così da garantire la massima assistenza, oppure dato la possibilità di farsi recapitare a casa il proprio acquisto”. LA FORZA DEI BIG DI SETTORE Nel 2020 l’orologeria  ha dovuto rinunciare agli eventi fisici di settore. Se Baselworld è stata cancellata,

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Sopra, un’area degli store di Pisa Orologeria e, sotto, Rocca 1794. In apertura, aree degli store Gobbi 1842 e Orologerie Luigi Verga

Watches & Wonders (l’ex Sihh) ha organizzato un evento online. Baselworld  salterà anche nel 2021, scontando l’esodo delle sue colonne portanti. A metà dello scorso aprile, con un comunicato congiunto, Rolex, Patek Philippe, Chanel, Chopard e Tudor hanno infatti annunciato la loro uscita da Baselworld e la creazione di un nuovo watch trade show, a Ginevra, nell’aprile 2021, insieme alla Fondation de la Haute Horlogerie. Quest’ultima organizza anche il salone  Watches & Wonders, al quale si affiancherà dunque il nuovo evento al Palexpo. “Marchi come Rolex, Tudor e Patek Philippe – riflette Serena Pozzolini Gobbi, CEO di  Gobbi  1842- rimangono sempre molto desiderati dal pubbli-

co e, anche in un anno in cui abbiamo visto la cancellazione degli appuntamenti importanti del mercato, sono comunque stati in grado di presentare alcune interessanti novità. Inoltre, da non dimenticare, gli orologi godono della ‘non stagionalità’  e  sono diventati sempre più un bene rifugio, soprattutto quelli di alcune manifatture come Rolex”. Difficile, ha dichiarato la manager al vertice del celebre store milanese, collocare nel tempo il ritorno alla normalità. “Abbiamo avuto un primo segnale positivo subito dopo il primo lockdown quando i nostri clienti sono tornati con fiducia nel nostro salotto facendo presupporre una buona ripresa – ha continuato Serena Pozzolini Gobbi -. Con que-

sta seconda chiusura è davvero difficile ipotizzare un ritorno rapido alla normalità perché è indubbio che, in un momento di incertezza come questo, la spinta all’acquisto subisca un ulteriore contraccolpo”. A confermare la sua solidità è il mercato del collezionismo e del secondo polso, con orologi vintage trattati alla stregua di un oggetto d’antiquariato o d’arte. Di recente Pisa  Orologeria ha lanciato Timeless, un nuovo servizio dedicato agli orologi acquistati in passato, che consente ai clienti più affezionati di rinnovare le proprie collezioni tramite un servizio di permuta dedicata e sicura. “È stato un progetto frutto di attente analisi e valutazioni sui mercati attuali- ha confermato Chiara Pisa, AD di Pisa  Orologeria-, sulle tendenze di gusto del pubblico  e  sui servizi offerti da realtà a noi affini a livello internazionale. Benché la maggior parte dei clienti creda ancora che un orologio sia per la vita, altri lo vedono più come un oggetto di sfoggio in cui il valore estetico supera quello emotivo; un accessorio, insomma, che oggi rispecchia il mio essere e il mio sentire e domani non mi rappresenta più. Da qui, la voglia di aggiornare la propria collezione. Siamo una realtà ampia, in costante aggiornamento e in espansione: non possiamo soffermarci su quello che consideriamo il nostro cliente tipo (intenditore  e  appassionato di tecnica orologiera) ma è doveroso da parte nostra, in un’ottica di buon servizio, venire incontro a tutti i differenti tipi di richieste da parte di una clientela sempre più varia ed esigente”. NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


INVESTIRE IN CITTÀ

UFFICI COME GALLERIE

CODICI GIURIDICI e aspetti fiscali più “leggeri” se circondati dall’ARTE Dalle mostre ai premi, alle residenze d’artista: i professionisti sostengono la creatività. Che può diventare anche un modo per avvicinare, con coerenza, una clientela molto elevata in questioni di trust o diritto d’autore. di Maria Adelaide Marchesoni

Negli ultimi anni l’interesse per l’arte, in particolare quella contemporanea, si è diffuso negli studi dei professionisti, avvocati e commercialisti, in primis. Spesso parte da una passione personale che, poi, viene condivisa con i colleghi, i quali in generale apprezzano questa formula che aiuta a dare spazio alla Fantasia, ad aprire la mente e favorisce una momentanea fuga da un mondo fatto di regole e obblighi con il codice alla mano. Alle pareti di alcuni studi milanesi sono quindi scomparse le rassicuranti e antiche stampe dei vedutisti del Settecento o quelle raffiguranti scene di caccia inglesi, per far posto ad opere che possono tranquillamente fare concorrenza alle più blasonate gallerie d’arte. Ingressi, corridoi, uffici, sale riunioni accolgono opere d’arte moderna e contemporanea, non solo di notevole interesse artistico e qualità museale, ma anche di elevato valore economico. Dalle estroflessioni di Agostino Bonalumi ai dipinti di Mario Schifano, alle sculture di Kiki Smith, ai lavori di Sol LeWitt per giungere a possedere e mostrare, negli studi più all’avanguardia, anche la videoarte, il linguaggio artistico più impegnativo dal punto di vista della fruizione e da fare apprezzare e condividere. Molti studi di professionisti hanno cavalcato l’onda di questa tendenza che si è sviluppata nello scorso decennio per poi perdersi per strada in alcuni casi. Altri, al contrario, hanno creduto nell’idea e hanno continuato a sostenere l’arte contemporanea attraverso l’acquisizione e la produzione di opere, l’allestimento di mostre, oltre a favorire

la mobilità dei giovani artisti italiani con il lancio di bandi per residenze d’artista in Italia e all’estero. L’arte è diventata anche un forte elemento di connotazione per l’immagine dello studio, un modo diverso di distinguersi dalla concorrenza, avvicinare un target di clientela anche molto elevata, per soddisfare la richiesta di problematiche legali e fiscali quali il passaggio generazionale di collezioni d’arte, trust, diritto d’autore, logistica, assicurazioni e altro. Per lo studio legale Negri-Clementi, l’esposizione di opere d’arte negli spazi di via Bigli 2, iniziata per volontà del fondatore Gianfranco Negri-Clementi, appassionato collezionista, e oggi della figlia Anna Paola, è andata di pari passo con lo sviluppo di attività collaterali che hanno dato avvio ai servizi di consulenza in diritto dell’arte. L’art advisory, l’art academy, oltre alle fiere o palinsesti culturali, come Milano Photo Week e non da ultimo la rivista scientifica ART&LAW, quadrimestrale, gratuita ideata e prodotta dal team arte interno allo studio. “Siamo profondamente convinti – spiega Anna Paola Negri-Clementi - che una collezione progettata con cura e criterio, coerente con il profilo, i valori e gli obiettivi aziendali favorisca un ritorno d’immagine estremamente positivo, meglio di qualsiasi altra buona campagna pubblicitaria. Associare il proprio marchio con l’attività collezionistica aumenta la fiducia e la notorietà presso la clientela, oltre a rafforzare il posizionamento sul mercato legale in termini di brand awareness e brand positioning”. L’arte ha contribuito a promuovere “un’immagine fresca, dinamica,

peculiare” per LCA Studio Legale e il progetto LAW IS ART! ne è diventato il tratto distintivo. Alle attività in campo artistico ha dato slancio l’avvocato Maria Grazia Longoni Palmigiano che, oltre ad essere insieme al marito Claudio Palmigiano un’appassionata e attiva collezionista di arte contemporanea, è specializzata in diritto dell’arte nelle sue diverse declinazioni. “L’arte nel contesto dello Studio – spiega l’avvocato Longoni – è per alcuni professionisti una passione e il progetto vuole essere un contributo al sistema dell’arte in generale e all’attività culturale della città di Milano. Questo contributo si realizza, in particolare, non solo con l’organizzazione nei locali dello studio di mostre dedicate ad artisti italiani già affermati, anche con un’intensa attività di formazione”. Tra le varie attività, LCA Studio Legale ha come obiettivo quello di coinvolgere la giovane creatività per nuovi e innovativi progetti come il contest organizzato ogni anno, in occasione del Natale, che viene effettuato insieme agli studenti delle scuole d’arte per realizzare il biglietto digitale di auguri. Ha una visione internazionale, ma è mosso da una passione per l’arte tutta italiana, il progetto nctm e l’arte dello studio legale Nctm, avviato nel 2011 e affidato alla direzione artistica della curatrice Gabi Scardi. L’arte rappresenta un valore non solo in senso patrimoniale, ma per lo studio è un’esperienza quotidiana, un valore in termini di ricerca, di spinta intellettuale, di duttilità e apertura. Il programma è stato concepito come un insieme di attività variegato ma organico, che spaziano fino all’intervento di recupero, insieme ad altri sogget-

ti, del Teatro Continuo di Alberto Burri al Parco Sempione a Milano. A questo si aggiungono altre iniziative, quali l’attribuzione, con cadenza semestrale, delle borse di studio Artists-in-residence a favore di artisti italiani invitati a partecipare a residenze artistiche fuori dal paese, senza dimenticare gli eventi che ruotano attorno alla collezione d’arte contemporanea dello studio. Focalizzata sui temi della sostenibilità, equità sociale, diritti, giustizia, le opere d’arte vivono negli ambienti comuni e nelle sale riunioni, dove è possibile ammirare l’installazione Nuevas arquitecturas dell’artista cubano Carlos Garaicoa, le fotografie di Yael Bartana, quelle di Zineb Sedira, i disegni di Ciprian Muresan, la scultura di Kiki Smith, Pyre Woman Kneeling (2002), ma anche l’opera video, The Colu-


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L’ARTE VA ONLINE PER GLI STUDI LEGALI DURANTE L’EMERGENZA SANITARIA

In alto, Carlos Garaicoa, Nuevas Arquitecturas, 2002, installazione di 72 elementi in carta di riso, foto di Mario Tedeschi, installation view nctm e l’arte; sopra: Zineb Sedira, The Lovers, 2008, foto di Mario Tedeschi - installation view nctm e l’arte

mn, (2012) di Adrian Paci. Ogni acquisto è anche un’occasione di conoscenza e di approfondimento sull’artista con un allestimento temporaneo negli spazi dello Studio di un nucleo di sue opere, riservato non solo ai dipendenti dello studio, ma favorisce e incentiva un momento di apertura verso l’esterno ad un pubblico più allargato di appassionati. Parlando di temi dell’economia della cultura, l’arte fa parte delle competenze dei professionisti dello studio BBS-Lombard, prima società italiana tra commercialisti a diventare Società Benefit e una delle primissime ad adottare uno scopo di interesse culturale. I programmi dedicati all’arte sono stati sviluppati “in maniera mol-

to naif lo ammettiamo – ci spiega Franco Broccardi commercialista dello studio ed esperto in economia della cultura - ospitando opere di amici artisti e galleristi e abbiamo voluto proseguire su questa linea”. Con la pubblicazione della rivista ÆS, un trimestrale che si occupa di arte, diritto, cultura ed economia, le presentazioni dei numeri in uscita sono state accompagnate dalle mostre e la rivista è diventata anche una sorta di catalogo di ciò che era esposto in studio. “I vernissage, quando si potevano fare senza l’incubo della pandemia, non sono mai stati l’unico momento di incontro: le mostre sono sempre state liberamente fruibili da chiunque ne abbia fatto richiesta” conclude Franco Broccardi.

I limiti imposti dall’emergenza sanitaria da Covid-19 non hanno frenato l’impegno degli studi legali, che hanno continuato nei programmi e, come successo in altri ambiti, parte delle iniziative sono state trasferite online. Lo studio legale Negri-Clementi ha trasformato, seppur con minore intensità, gli eventi fisici in webinar o come preferiscono definirli, webinar(t), con lezioni e convegni da remoto sui temi dedicati al mercato dell’arte, alla due diligence per la valutazione dell’opera d’arte rivolti ai private banker. Sui canali social è stata presentata la collezione d’arte NegriClementi in maniera più strutturata, con post che hanno raccontato la storia di alcune opere. È stato inaugurato sul sito dello studio il progetto #PillsOfArtLaw, pillole d’arte estratte dalla rivista ART&LAW che accompagnano gli utenti ogni venerdì fino alla fine dell’anno alla scoperta di interviste inedite rilasciate da professionisti ed esperti del settore di diverse realtà culturali: curatori, conservatori e direttori di prestigiose collezioni d’arte svelano le dinamiche e i meccanismi della loro professione. BBS-Lombard, per tenere accesa la fiamma in attesa di poter riprendere il possesso e condividere lo spazio fisico con nuovi progetti, ha sfruttato l’online e ha ‘spacchettato’ l’ultimo numero di ÆS pubblicando i singoli articoli della rivista. Per Nctm e l’arte l’emergenza Covid-19 non si è riflessa in una chiusura sul versante della progettazione e di mantenimento del dialogo con gli artisti. Già prima della situazione di emergenza sanitaria, il tema in programma era quello della cura intesa come impegno relazionale e sul diritto alla salute, individuale e collettiva, e sul ruolo che l’arte può rivestire rispetto a queste questioni, anche culturali, che nei mesi scorsi si sono rivelate in tutta la loro cogenza. Lo studio ha avviato un ciclo di incontri che fino ad oggi ha visto protagonisti gli artisti Cristina Pancini, Paola Gaggiotti, Cesare Pietroiusti, oltre a psichiatri e pedagogisti, Claudio Mustacchi, Gustavo Pietropolli Charmet. “L’arte del cambiamento” è stato un webinar organizzato da LCA Studio Legale durante il lockdown, al quale hanno partecipato alcuni relatori con professionalità diverse, un dottore commercialista dello Studio, un art advisor e uno storico dell’arte, che insieme hanno condiviso alcune riflessioni sull’impatto della pandemia sul sistema dell’arte con un approfondimento sui risvolti giuridici e assicurativi in seguito all’applicazione della normativa emanata in epoca Covid-19 per musei e mostre. Nell’ambito di LAW IS ART! l’avvocato Longoni Palmigiano ha avviato il progetto “Cartoline dall’interno” che ha coinvolto ventisei artisti tra cui, Francesco Arena, Jacopo Benassi, Letizia Cariello, Loredana Longo, Marcello Maloberti, Alice Ronchi, per citarne solo alcuni. Agli artisti è stato chiesto di pensare a un lavoro e a una parola per esprimere una sensazione, uno stato d’animo legato non al Covid-19, ma a quel momento in cui tutti siamo stati costretti a fermarci e, inevitabilmente, a riflettere. Le cartoline realizzate hanno mostrato tutta la sensibilità degli artisti e si possono ammirare sul sito dello studio legale e sui canali social (Linkedin e Instagram). E per il futuro? Tante idee e progetti bollono in pentola, ma la speranza è di tornare presto a vivere l’arte dal vivo. E a tal proposito c’è già chi guarda avanti e pensa, come lo studio Legale LCA, all’organizzazione della prossima mostra a Palazzo Borromeo in occasione di miart, la fiera d’arte contemporanea, e a riprendere il programma delle mostre in studio.  (M.A.M.)

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VERNISSAGE IN CITTÀ

INTERVISTA

La galleria svizzera GREGOR STAIGER scommette su Milano di Silvia Anna Barrilà

Nel pieno della pandemia la galleria svizzera Gregor Staiger, fondata a Zurigo nel 2010 da Gregor Staiger e Marie Lusa, ha aperto uno spazio a Milano.

In piena pandemia ha aperto uno spazio temporaneo in città. Ma potrebbe diventare permanente.

Perché? Da quando abbiamo aperto la galleria a Zurigo, abbiamo sempre avuto un buon rapporto con i collezionisti e i professionisti dell’arte italiani, quindi, quando si è presentata l’opportunità di iniziare un progetto a Milano, è stata una decisione facile. Abbiamo tanti amici in città e amiamo passare il tempo qui. Siete arrivati a Milano subito dopo il primo lockdown, come avete preso questa decisione rischiosa? Abbiamo aperto a Milano a febbraio appena prima del primo lockdown, ma abbiamo dovuto chiudere dopo soli quattro giorni. Quattro mesi dopo, eravamo ansiosi di riprendere il programma che ci eravamo preposti. Poiché la nostra presenza a Milano era inizialmente concepita come temporanea, non avevamo tempo da perdere. Siamo stati in grado di adattare la nostra programmazione al nuovo calendario, operando entro le restrizioni esistenti e siamo molto soddisfatti delle mostre che abbiamo presentato tra luglio e ottobre. Riteniamo di aver contribuito con qualcosa di positivo riaprendo rapidamente, perché non c’erano molte mostre aperte in quel momento. Particolarmente speciali sono state le performance dell’artista britannica Lucy Stein a luglio e dell’artista croata Nora Turato, quest’ultima realizzata in strada all’inizio di settembre. Che cosa rappresenta per voi Milano? È l’Italia in un formato che uno svizzero comprende in modo

A sinistra, Marie Lusa e Gregor Staiger. Sopra, da sinistra, “La scultura senza qualità” mostra di Raphaela Vogel presso la galleria Gregor Staiger a Milano; performance di Nora Turato a Milano A destra, la mostra di Lucy Stein

Londra, ed è certamente vero che, per esempio, le aliquote Iva e la burocrazia possono rappresentare una sfida qui, ma questo non cambia il fatto che ci siano molte grandi collezioni in Italia e un pubblico istruito e curioso. Da tempo è uno dei luoghi migliori per la produzione culturale.

“L’Italia, e in particolare Milano, da tempo è uno dei luoghi migliori per la produzione culturale” intuitivo. Un livello base, diciamo! Si sente la storia della manifattura di Milano e dintorni, in particolare nelle industrie creative, come il design, la moda, l’arte. C’è una particolare raffinatezza in questi ambiti. L’apertura e la curiosità dei visitatori che incontriamo in galleria è stata incredibilmente gratificante. Negli ultimi anni la città è diventata

ancora più internazionale e la scena artistica è attiva e di grande qualità, dalla Pinacoteca di Brera alla Fondazione Prada. Qual è la vostra esperienza del mercato dell’arte in Italia e, in particolare, a Milano? Ebbene, una voce cinica potrebbe dire che il mercato dell’arte italiana è probabilmente a

Qual è stato il primo contatto con i collezionisti d’arte italiani? La nostra prima fiera d’arte in assoluto è stata Artissima a Torino! Ma se fai anche metà del tuo dovere come gallerista, non puoi esistere nel mondo dell’arte per molto tempo senza incrociare un collezionista italiano, non importa dove ti trovi. Che progetti avete a Milano? Stiamo esplorando la possibilità di avere uno spazio permanente per presentare altri artisti del nostro programma. Nel frattempo, da gennaio, avremo un pied-à-terre in Via Rossini e, se la situazione sanitaria migliorerà, potremo forse in primavera o all’inizio dell’estate promuovere dei progetti più


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INIZIATIVE

ARRIVA LA DUOMO CARD Insieme a Capolavori per sostenere i cantieri della Veneranda Fabbrica.

intimi lì. Vorremmo continuare a tessere sinergie con il mondo dell’arte milanese. Come membri fondatori dello Zurich Art Weekend vorremmo incoraggiare lo scambio tra le due città. Quali artisti introdurrete al pubblico italiano e perché loro? Abbiamo diversi artisti in programma che finora sono stati esposti poco o per niente in Italia. Crediamo negli artisti che mostriamo indipendentemente dal luogo, ma siamo ansiosi di vedere quali possono essere le reazioni nei confronti del loro lavoro da parte della città. Vi interessano gli artisti italiani? Avete sviluppato contatti con artisti italiani in questo periodo?

Sì, naturalmente. Abbiamo avviato il nostro progetto a Milano invitando prima l’artista Davide Stucchi a fare una mostra a Zurigo, seguita poi da un progetto a Milano durante la settimana della moda di febbraio 2020. In quell’occasione Davide ha curato un bellissimo programma di proiezioni in un’ambientazione domestica, liberamente ispirata a de Chirico. Anche Zurigo, improvvisamente, ha un’interessante scena artistica legata italiana, con artisti come Lorenza Longhi, che è rappresentata dall’ottima galleria emergente milanese Fanta, o Gabriele Garavaglia, che vivono a Zurigo o, ancora, lo spazio espositivo Sgomento, che ha aperto quest’anno.

Qual è la storia della galleria? Abbiamo aperto nel 2010 sulla scia della crisi finanziaria. La storia della galleria è in gran parte la storia degli artisti che rappresentiamo. Shana Moulton è stata la prima artista a cui abbiamo chiesto di entrare a far parte della galleria, poi ci siamo interessati alla pittura figurativa nel momento in cui la pittura astratta - quella che poi è diventato noto come zombie formalism - dominava completamente il mercato. Sono entrati in programma artisti controcorrente come Vittorio Brodmann, Lucy Stein, Brian Moran, Nicolas Party e E’wao Kagoshima. Nella scultura, siamo rimasti affascinati dall’approccio processuale di Sonia Kacem e Florian Germann e nel lavoro narrativo e concettuale di MarieMichelle Deschamps e Rachal Bradley. La performance ha assunto un ruolo più significativo nel programma con Monster Chetwynd, che a Milano è rappresentato anche da Massimo de Carlo, e più recentemente con Nora Turato. Raphaela Vogel combina i tratti di quasi tutti loro, mentre non assomiglia a nessuno. Questi, in parole povere, sono dieci anni di lavoro. Nel frattempo, abbiamo anche co-fondato la fiera d’arte Paris Internationale con i nostri colleghi parigini nel 2015, e lo Zurich Art Weekend alcuni anni fa.

Il lockdown e la conseguente assenza di turisti gravano sulle casse del Duomo di Milano per 23 milioni di euro. È questa la stima della perdita per l’anno in corso. Così, per trovare nuovi introiti ed evitare di dover fermare i cantieri in corso, la Veneranda Fabbrica del Duomo ha presentato due iniziative volte a sostenere la Cattedrale e i suoi interventi di restauro: ‘Milano Duomo Card’ e ‘Capolavori’. La card, disponibile su duomomilano.it e, a partire da febbraio 2021, nelle librerie Mondadori Megastore di Piazza del Duomo e Rizzoli Galleria (Mondadori Retail è partner del progetto), è una sorta di “passaporto per la cultura” che anticipa l’esperienza di visita: contiene un biglietto d’accesso al Duomo e a tutta l’area archeologica, prevede l’accesso illimitato al Museo del Duomo per un anno, usufruibile alla riapertura, e permette grazie ai contenuti multimediali di esplorare i tesori della Cattedrale e seguirne i restauri da un’area riservata sul sito. “Capolavori” intende, invece, portare alla luce i tesori custoditi all’interno dell’antico Archivio della Veneranda Fabbrica. Sempre su duomomilano.it e, a partire da dicembre, nelle librerie Mondadori Megastore di Piazza del Duomo e Rizzoli Galleria, sarà possibile acquistare riproduzioni di rare stampe e fotografie della Cattedrale, dall’Ottocento al Novecento.

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ESPOSIZIONI IN CITTÀ

INAUGURAZIONI

MEET, apre a Milano il centro per la cultura digitale Un luogo dedicato alle opportunità espressive e comunicative dell’universo digitale, per stimolare unione e connessione verso il mondo. Progetto con il supporto di Fondazione Cariplo. di Giulia Mauri

Nel mese di ottobre ha aperto le porte Meet, il primo centro internazionale per la cultura digitale, fondato a Milano nel 2018. Un progetto che ha visto la luce grazie all’unione di due storie, quella di un’istituzione filantropica come Fondazione Cariplo, che da ventisei anni sostiene la crescita del territorio, e quella di Meet the Media Guru, piattaforma di idee ed eventi diretta da Maria Grazia Mattei che, dal 2005, indaga il tema del digitale come crocevia per la cultura, l’economia e le professionalità del nostro tempo. Una comunione d’intenti sostenuta dalla convinzione che l’innovazione sia un fatto culturale, prima ancora che tecnologico. Il centro si configura, così, come un’impresa sociale con la missione di contribuire a colmare, nel nostro Paese, il divario tra persone e tecnologie a partire dal capitale umano. “Ora più che mai, Meet è un presidio del digitale per superare l’isolamento e connettere Milano e l’Italia con il mondo - dichiara Mattei in veste di fondatrice e presidente del neonato centro -. Non è ‘solo’ una sede espositiva, ma è una vera e propria content factory. È un laboratorio creativo aperto a tutti coloro che, in Italia e nel mondo,

cerchino una piattaforma capace di progettare e produrre format digital-first e farli ‘rimbalzare’ ovunque”. IL ‘NEW MEDIA SPACE’ Questo luogo di incontro fisico e virtuale, di scambio e confronto on line e on site, ha sede nell’ex Spazio Oberdan che Fondazione Cariplo ha acquisito per 8,5 milioni di euro dalla Città Metropolitana di Milano. L’edificio, costruito all’inizio del Novecento in via Vittorio Veneto 2, nel cuore di Porta Venezia, e ampliato da Gae Aulenti alla fine degli anni novanta, si sviluppa su una superficie di 1.500 metri quadrati distribuiti su tre piani. Il progetto, concepito dall’architetto Carlo Ratti insieme al suo studio con sedi a Torino e New York, interpreta le idee di fluidità, interconnessione e partecipazione, mirando a donare a qualsiasi spazio la possibilità di ospitare diverse attività allo stesso tempo. Un approccio che si riflette, innanzitutto, nello spazio verticale centrale, imperniato su una ‘scala abitata’ di 15 metri di altezza, arricchita da un sistema di proiezioni multimediali, la quale può trasformarsi di volta in volta in teatro, spazio di lavoro o area riunioni. Attorno a questo crocevia degli eventi del centro, sono dispo-

sti i numerosi ambienti dell’edificio destinati a mostre, conferenze e performance. Elemento chiave è il Theater da duecento posti con tre superfici di proiezione, oltre all’Immersive Room, la sala immersiva dotata di 15 proiettori che offrono immagini in 4K per una proiezione continua su tre pareti a 270°. Qui, fino al 10 gennaio 2021, sarà allestita l’installazione site-specific ‘Renaissance Dreams’ di Refik Anadol, il primo lavoro in Italia del media artist e regista turco, che vive e lavora a Los Angeles. L’opera è stata realizzata appositamente per Meet con un’intelligenza artificiale addestrata a generare forme dinamiche e sempre diverse, dando vita a una ‘passeggiata’ ipnotica sulle tracce della storia dell’arte italiana. UMANESIMO PLANETARIO “L’idea è che a partire da questo luogo vengano disseminati contenuti, come già è accaduto con Meet the Media Guru, che in questi anni è stato animato da un pensiero ispiratore, non specialistico”, racconta a Business of Milan Maria Grazia Mattei. La cultura digitale, infatti, “è il dna del tempo che viviamo, il sistema di simboli e comportamenti che definisce il nostro presente”, aggiunge sottolineandone l’attitudine connettiva e citando

Edgar Morin. Il filosofo francese, infatti, già nel 1962 all’interno de ‘Lo spirito del tempo’, poneva l’accento sul ruolo sempre maggiore delle reti di comunicazione, “vero e proprio sistema nervoso planetario in via di sviluppo ultrarapido, che domina lo sviluppo mondiale”. “Il nostro claim è ‘Humans Meet Digital’ - prosegue Mattei -. A noi interessa l’umanità, al punto da aver pensato di attivare delle sinergie anche attraverso il cibo, che diventa una chiave di incontro. Per tale motivo, mare culturale urba-

IL PRISMA PROGETTA IL DIGITAL INNOVATION HUB La società di consulenza strategica Bain & Company ha inaugurato al terzo piano dei suoi uffici in piazza Cordusio a Milano un Digital Innovation Hub di 700 metri quadrati articolati in aree showroom e coworking. Un incubatore d’innovazione destinato a ospitare giovani imprenditori, startup e gli oltre 200 clienti della società, appartenenti a tutti i settori merceologici, al fine di aumentare la contaminazione del sapere ed essere il catalizzatore di iniziative digitali. “Il Digital

Innovation Hub non sarà solo il punto riferimento in termini digitali per l’Italia, ma anche il nucleo dell’impegno del Gruppo su questo fronte nell’Europa mediterranea - dichiara Domenico Azzarello, managing partner Emea di Bain & Company -. Lo spazio, che si propone come centro di eccellenza per i servizi digitali, andrà ad integrare, con sviluppo di soluzioni ad hoc, app e prototipizzazione, la vasta offerta di Bain ai suoi clienti”. Una scelta coerente con i trend che stanno emergendo a

livello globale trasversalmente a tutte le aree legate al digitale: il numero di aziende in espansione su tecnologie di automazione – sostiene l’azienda – è destinato a raddoppiare nei prossimi due anni, e il Covid-19 sembra aver accelerato questa previsione. La progettazione degli spazi interni è stata affidata a Il Prisma, che ha realizzato un luogo in grado di affiancare alle raccomandazioni teoriche in tema di digital transformation da parte della società di consulenza anche l’implementazione pratica.


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PER UP-SKILLING

Nasce lo spazio digitale Phyd Hub La location tecnologica che proietta nel futuro del lavoro

Meet, Digital Cultural Center

no, con la sua grande esperienza in interventi di rigenerazione urbana, contribuirà ad alimentare un lavoro di osmosi sociale e creativa”. NICE TO ‘MEET’ YOU A dare il benvenuto all’ingresso è, infatti, il Bistrot ideato e gestito da mare culturale urbano con il concept ‘Food Balls’ del food designer Martí Guixé e il design di Italo Rota. “mare sogna un mondo in cui le persone vivano attivamente il proprio contesto cittadino e collaborino alla creazione di un benessere culturale e sociale condiviso - spiega Andrea Capaldi, fondatore, insieme a Benedetto Sicca e Paolo Aniello del centro di produzione artistica attivo nella zona ovest di Milano -. Per questo, siamo molto felici dell’opportunità che Meet ci ha dato di ideare e gestire uno spazio riservato al food & beverage e animato da molta musica. Proporremo cibo informale in un luogo anticonvenzionale, con pochissimi tavolini, così da invitare

alla fruizione in piedi, sulle scale o per strada. Ci vogliamo divertire a trovare delle soluzioni che inneschino relazioni”. Inoltre, all’interno di Meet è ospitata anche Cineteca Milano, che firma un palinsesto autonomo di rassegne e proiezioni. In particolare, allo scopo di garantire un’offerta alternativa a quella del normale circuito distributivo e che possa favorire una conoscenza più approfondita del cinema continentale, la programmazione sarà caratterizzata principalmente dalla presenza di film e documentari europei inediti in Italia. Non mancheranno, poi, focus sulle singole cinematografie nazionali, rassegne dedicate ad autori importanti ma rimasti del tutto o in parte sconosciuti nel nostro Paese, proposte di opere sperimentali più e meno recenti caratterizzate da una scrittura filmica di ricerca e, per tener fede all’anima cinetecaria della sala, riproposte di autori classici, di opere restaurate, di film muti con accompagnamento musicale dal vivo. Per sollecitare

e favorire la partecipazione attiva degli spettatori, oltre alle proiezioni, verranno organizzati anche incontri con autori e studiosi e seminari sulla storia del linguaggio cinematografico. FARE RETE Per Meet è determinante anche l’internazionalità, perseguita attraverso lo scambio, il confronto e la co-creazione di progetti insieme a numerosi partner internazionali. Primo fra tutti, il George Brown College di Toronto e il suo Institute Without Boundaries specializzato in progettazione partecipata e interdisciplinare. In quest’ottica, Meet è anche centro regionale S+T+ARTS, l’iniziativa pluriennale promossa dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Research and Innovation di Horizon 2020 per supportare la collaborazione fra professionisti di tre macro-settori - scienza, tecnologia e arti - e promuovere un’innovazione più creativa, inclusiva e sostenibile.

Secondo il World Economic Forum, nei prossimi 3 anni, a livello globale, l’evoluzione del mondo del lavoro - accelerata dalla tecnologia, dal digitale e dell’automazione - determinerà la nascita di 133 milioni di nuove opportunità occupazionali, a fronte di 75 milioni di posti di lavoro destinati a scomparire. Unioncamere stima che, solo in Italia, ci sarà bisogno di 2.5 milioni di occupati in più e il 75% delle aziende nei prossimi sei mesi reagirà alla crisi prodotta dal Covid-19 con attività di re-skilling del proprio personale. Per rispondere a questi nuovi paradigmi, è nato a Milano il nuovo spazio di Phyd, digital venture di The Adecco Group, dedicato a orientamento e percorsi di up-skilling e re-skilling per studenti, professionisti e imprese attraverso esperienze phygital. La location in via Tortona 31, ideata e costruita con un investimento di oltre 6 milioni di euro, compresa la realizzazione della piattaforma, mira a formare e valorizzare il capitale umano con le nuove skill richieste dalla costante trasformazione che il mercato del lavoro sta conoscendo. Il concept design, il progetto e i lavori di costruzione, a cura de Il Prisma, hanno portato alla realizzazione di un luogo fisico e digitale, strutturato in un percorso gamificato, in modo da aumentare l’ingaggio e l’esperienza dell’utente.

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CHARITY IN CITTÀ

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INTERVISTA

Oltre il NO PROFIT

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Bill Niada

Bill Niada è un ex manager della moda che, con B.Live, ha trovato il modo di coniugare terzo settore con l’imprenditoria. Per aiutare giovani ragazzi con patologie croniche a lavorare su progetti concreti insieme ad alcune aziende del fashion. di Milena Bello

Può il terzo settore diventare un business imprenditoriale, pur mantenendo fede alla sua vocazione di modello di azienda che non poggia le radici sul profitto? La scommessa (vinta) è quella di Bill Niada. Imprenditore dal 1983, ha fatto parte delle startup di marchi come Napapijri e Banana Republic e nel 1996 è entrato nel settore degli outlet fondando Fifty Factory Store, prima iniziativa del genere in Italia. Nel 1997, la figlia più grande, Clementina, si ammala e l’evento stravolge la sua vita personale e professionale. “Abbiamo viaggiato molto per il mondo per seguire le sue cure ed è stata una fatica improba”, ammette con voce calma Niada. “Una volta ritornato in Italia ho iniziato a seguire un nuovo percorso imprenditoriale con il mondo degli outlet. Con la scomparsa di Clementina, poi, ho accelerato questo progetto per trovare una soluzione che potesse mettere insieme il mondo imprenditoriale con quelle realtà che non si aspettano risultati economici. Perché i due mondi possono coesistere e l’impresa può essere prima di tutto sociale, creando beneficio sul territorio”. Così è nata nel 2004 la Fondazione Magica Cleme e nel 2012 la Fondazione Near Onlus all’interno del progetto Near (una delle prime Social Business Company italiane, un retailer che vende sia prodotti di abbigliamento e accessori che food fresco di qualità destinando una percentuale dell’incasso a favore di progetti sociali utili al

territorio), con un duplice obiettivo: sviluppare progetti sociali rivolti a giovani e adolescenti in difficoltà, in particolare nel campo della salute e costruire un ponte virtuoso tra il mondo profit e le realtà non profit, lavorando con aziende, università, scuole ed associazioni attraverso iniziative legate al mondo dell’imprenditoria sociale. Alla Fondazione Near fa capo B.Live, un altro progetto nell’ambito sociale creato per ragazzi affetti da gravi patologie croniche che attraverso visite in aziende, incontri con imprenditori, percorsi creativi imparano il mestiere della vita e l’arte del fare e il Bullone, “una testata giornalistica mensile che rappresenta in primo luogo il nostro pensiero e comunica i pensieri della nostra impresa”, racconta Niada. “Quello che facciamo è contaminare i due mondi attraverso il meccanismo del Co-branding”, spiega l’imprenditore del sociale. Per esempio, abbiamo realizzato un parka con Max Mara che è diventato un bestseller o una borsa con Coccinelle”. Progetti che vanno al di là delle tradizionali operazioni di chiarity per coinvolgere in prima persona i ragazzi di B.Live, adolescenti e giovani affetti da patologie oncologiche che, attraverso percorsi creativi fatti insieme ad aziende, professionisti e creativi, condividono esperienze stimolanti al di fuori del contesto ospedaliero. Nel caso di questi due co-branding, infatti, i ragazzi hanno collaborato con le aziende di moda sia nelle fasi ideazione, di realizzazione fino al lancio nei negozi. “È un modo di lavorare stimolante per tutti perché questi ragaz-

zi sono persone che, per il loro vissuto, hanno una profondità diversa e si instaurano percorsi imprevisti che portano ad intraprendere strade nuove e diverse. Ed è l’occasione per andare oltre le proprie difficoltà e, attraverso il lavoro, poter avere un impatto sulla comunità e sul territorio. All’inizio ci siamo concentrati sulla moda perché è da lì che provengo come imprenditore. Ma siamo cresciuti toccando anche gli altri ambiti, non solo il fashion”. Bill Niada è una fucina di idee e così la Fondazione B.Live e i suoi ragazzi stanno già studiando il prossimo progetto. “Lo abbiamo chiamato Pick & Chic”, racconta. “Tempo fa abbiamo fatto un viaggio in Italia con un’Ape per andare a incontrare diverse comunità di giovani. Una volta concluso, l’Ape è rimasta lì con noi, nel box. Cosa farne? Mi piace che ciascuno possa diventare un imprenditore, far nascere idee e portarle avanti. Abbiamo pensato di usare quell’Ape per portare in giro le persone e far scoprire Milano da un punto di vista diverso, con percorsi insoliti. E alla fine del tour, ci si può fermare per gustarsi un picnic gourmant o fermarsi in alcuni ristoranti della tradizione milanese”. E poi c’è Cicatrici, un progetto nato insieme al Politecnico di Milano. “Ognuno di noi ha delle cicatrici immaginarie. E, anche se nascoste, si possono vedere. Così - continua Bill Niada - attraverso il Politecnico abbiamo stampato queste cicatrici attraverso un dispositivo in 3D e poi sono diventate sculture digitali presentate un paio di anni fa alla Triennale di Milano”. NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


DESIGN IN CITTÀ

RIQUALIFICAZIONI

ANATOMIA del design Nel corso del Novecento ha ospitato prima un deposito dei tram e poi un impianto di distribuzione elettrica dell’Enel. Ora l’ex area industriale tra via Ceresio e via Bramante accoglie l’ADI Design Museum.

di Giulia Mauri

La XXVI edizione del Compasso d’Oro passerà alla storia come la prima celebrata negli spazi che Milano dedica al prestigioso premio, divenuto in quasi settant’anni di storia unità di misura della qualità del design italiano. 1964-2020 Un percorso lungo, quello di costruzione del museo, iniziato nel 1964 con una lettera nella quale l’architetto Marco Zanuso per primo poneva al Comune di Milano la questione di una sede permanente per gli oggetti premiati con il Compasso d’Oro, che dal 1954 ADI raccoglie nella collezione storica. Affidata a una fondazione appositamente costituita e riconosciuta dal 2004 come bene culturale di interesse nazionale, la collezione ha ora una dimora grazie all’impegno dell’amministrazione comunale di Milano, che ha investito circa 6 milioni di euro nella ristrutturazione, e della Fondazione ADI Collezione Compasso d’Oro, che destinerà all’iniziativa altri 2 milioni di euro circa. RACCONTARE IL DESIGN Nei 2.400 metri quadrati dedicati alla superficie espositiva, la collezione ‘autogenerativa’ del premio vivrà in rapporto osmotico con le esposizioni temporanee, secondo un palinsesto definito dal team curatoriale, composto da Beppe Finessi, Luca Molinari e Giulio Ceppi. “È un progetto ambizioso e di cui sono particolarmente fiero: saremo il primo museo italiano a non avere né una rigida divisione spaziale tra mostre temporanee e collezione permanente né un percorso di visita obbligato, sulla scorta di quanto accade al

Sopra, la sede dell’ADI Design Museum in piazza Compasso d’Oro. Foto Roberto de Riccardis Nell’altra pagina, Luciano Galimberti. Foto ilmaestroemargherita-ADI NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


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Metropolitan Museum di New York - spiega a Pambianco Design il presidente ADI Luciano Galimberti -. Stiamo lavorando a un programma in cui ci saranno quattro o cinque mostre tematiche, della durata di circa quattro/sei mesi, e poi dei carotaggi, ossia degli approfondimenti annuali dedicati a una ventina di prodotti. Storie dettagliate per coinvolgere il grande pubblico costruendo una narrazione coinvolgente ed emozionale, che spieghi perché quel determinato oggetto merita di essere conservato ed esposto in un museo”. Ogni due anni, al presentarsi di una nuova edizione del Compasso d’Oro, è previsto un ‘refreshing’ della collezione, arricchita dai prodotti premiati che entreranno a far parte dell’allestimento. Inoltre, un laboratorio permanente di restauro leggero, concepito come un ‘laboratorio anatomico’, supporterà le attività educative. LUOGO DI INCONTRO ‘Design for All’ non è soltanto uno slogan, ma un impegno concreto. A sostenerlo è Galimberti, che rivela i primi due progetti realizzati in collaborazione con istituti di for-

mazione milanesi: “il Politecnico di Milano studierà una grande mappa cognitiva in cui rappresentare le relazioni instaurate dal design italiano nel mondo attorno al Compasso d’Oro e costituirà una delle maxi grafiche di orientamento all’interno del museo. IED, invece, farà una proiezione immersiva alla scoperta dei prodromi del design prima dell’istituzione del Compasso d’Oro, dall’inizio alla metà del secolo scorso”. A seguire, ogni due anni, verranno coinvolte altre università italiane su nuovi progetti. UNA PARTITA A TRE A creare sinergie con il nuovo museo ci saranno Triennale Milano e la rete dei musei d’impresa, gestita da Assolombarda, così da offrire una visione articolata e polifonica della cultura del progetto scongiurando ridondanze e inutili antagonismi, assicura Galimberti. “Triennale celebrerà le grandi figure del design, i musei d’impresa svilupperanno la cultura imprenditoriale nata attorno ai prodotti e alla tecnologie, mentre noi ci dedicheremo alla divulgazione del design presso il grande pubblico”, conclude il presidente.

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PROGETTI IN CITTÀ

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A PALAZZO MEZZANOTTE

Rispunta l’idea del MUSEO DELLA BORSA Il progetto era nato alla fine degli anni 80, quando gli agenti di cambio uscivano di scena. Ora, con il passaggio a Euronext, si torna a parlare di valorizzare il patrimonio storico dell listino milanese con un museo a Palazzo Mezzanotte. di Alessandro Wagner

Un Museo della Borsa a Milano, possibilmente a Palazzo Mezzanotte o nei dintorni? L’idea non è nuova, ma per quasi trent’anni è rimasta nel cassetto. Il passaggio del controllo di Borsa Italiana dal London Stock Exchange al circuito paneuropeo Euronext potrebbe ridare nuova linfa e nuovo senso a un progetto nato alla fine degli anni 80, quando gli agenti di cambio si accingevano a uscire di scena, passando la mano ai nuovi intermediari, le Sim (Società di intermediazione mobiliare). È dunque ben comprensibile il forte desiderio, nutrito allora dalla categoria che con quel mondo spariva, di dar vita a un qualcosa che ricordasse il passato, che gli evitasse l’oblio. Gli agenti di cambio non fecero a tempo a concretizzare il progetto, i troppi stravolgimenti sempre all’ordine del giorno occupavano anche tutti gli spazi di programmazione. Quindi, al primo passaggio di testimone, la gestione diretta della Borsa da parte del sistema bancario durò pochi anni, troppo pochi per dar vita a progetti di finanza culturale di ampio respiro. Poi il testimone passò alla Borsa di Londra, per la quale la priorità è stata comprensibilmente un’altra, quella di far crescere in quantità e qualità il core business. La nuova pagina che sta per iniziare potrebbe invece ridare fiato a un progetto che, attualizzato, sarebbe funzionale alla nuova proprietà e al nuovo assetto di governance e forse di visione di Piazza Affari, attraverso un’opera di valorizzazione culturale e di diffusione della conoscenza dei mercati borsistici, che sarebbe naturalmente funzionale alla crescita dell’attività, stimolando l’ampliamento sia della platea

delle società quotate sia degli investitori. “L’idea di valorizzare un patrimonio di informazioni e di immagini che hanno contribuito a fare la storia di Milano e dell’Italia mi sembra molto interessante”, dice Marco Berlanda, che ha guidato l’Ufficio studi di Palazzo Mezzanotte dal 1990 al 1997 e oggi è responsabile Affari societari del gruppo Bpm. “Del resto la storia della Borsa si presta bene a una rappresentazione museale: non è molto conosciuta, eppure vive da secoli, è intrecciata simbioticamente alle vicende storiche e istituzionali del Paese e ha ricchi risvolti di umanità. Checché se ne dica, è anche una delle vicende più istruttive di evoluzione da mercato opaco a mercato trasparente. E a Milano è anche un tassello della storia urbanistica della città”. Il termine ‘istruttivo’ è, del resto, il punto centrale da mettere a fuoco e a cui dare forma nel progetto dell’auspicato Museo della Borsa, come ben spiega Stefano Caselli, docente di Finanza e prorettore dell’università Bocconi: “Un Museo della Borsa? È una bellissima idea, ma deve contenere un messaggio rivolto al futuro. Un Museo della Borsa serve a far toccare con mano quello che la Borsa ha fatto, che è importante, ma ha un senso se stimola un messaggio rivolto al futuro: se è un museo che serve a guardare più in grande per il futuro”. Quanto al soggetto promotore dell’iniziativa, secondo Caselli, senza dubbio “il front runner dovrebbe essere la Borsa stessa, ovviamente d’intesa col Comune, magari con la partecipazione delle istituzioni che hanno avuto o hanno un ruolo nella vita borsistica, cioè Camera di Commercio, Consob e Banca d’Italia, e maga-

ri, perché no?, anche degli ambiti universitari”. Sulla stessa lunghezza d’onda del prorettore della Bocconi anche Roberto Tasca, nella sua doppia veste di docente universitario di Finanza (professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari) e di assessore al Bilancio del Comune di Milano: “Da studioso, l’idea mi piace. Ma dipende da come il museo viene pensato, organizzato: un museo storico mi va bene, ma va costruito un percorso di lettura. È importante far vedere il passato, anche per superare quella percezione che ancora sopravvive che le Borse siano dei bingo, o sterco del diavolo. Ma oggi il Museo della Borsa non potrebbe essere un museo semplicemente celebrativo, deve essere costruttivo, formativo. Da assessore, per il Comune di Milano – dice ancora Tasca – è ovvio che ci sarebbe interesse a parteci-

pare a un tavolo progettuale, anche se va preliminarmente chiarito che oggi il Comune può essere soltanto attore, e non promotore, di una iniziativa in questo senso: per problemi di spazi adeguati, di cui non disponiamo, e di comprensibili motivi di bilancio. Ma se a guidarla fosse la Borsa stessa – conclude Tasca, ritornando nell’ottica dello studioso di Finanza – potrebbe essere una scelta di investimento culturale molto interessante”. Cosa ne penserà il prossimo board di piazza Affari, dopo l’ingresso, nel capitale di Borsa Italiana, di Cassa Depositi e Prestiti, e soprattutto di Intesa SanPaolo, il soggetto bancario storicamente più intrecciato alla storia finanziaria e culturale di Milano? Lascerà il progetto nei cassetti dove è rimasto per trent’anni o coglierà l’occasione per dargli (nuova) vita? Il 2021 potrebbe fornire una risposta.

Palazzo Mezzanotte NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


PAMBIANCO PER 18 MONTENAPOLEONE

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Il Covid-19 non ferma la vitalità del Quadrilatero della moda, ma l’attuale fase di stallo obbliga molti conduttori e locatori a rivedere i canoni dei loro accordi. Nel 2022 sono in programma l’inaugurazione di building in fase di riqualificazione e le boutique di nuovi brand.

IMMOBILIARE alla prova Covid. Il Quadrilatero vede la RIPRESA Il Covid-19 non ferma la vitalità del mercato immobiliare milanese, soprattutto quella del Quadrilatero della moda, eppure l’attuale fase di stallo obbliga molti conduttori e locatori a rivedere i canoni dei loro accordi. “Qualora questo avvenga – ha spiegato a Business of Milan Antonella Mastrototaro, co-fondatrice, insieme a Maristella Brambilla e Laura Malgrati, di 18 Montenapoleone – è fondamentale che le due figure si riconoscano sullo stesso piano rispetto alla fase problematica e operino in sinergia, trovando un’intesa”. A guidare le aziende in questo processo deve essere la consapevolezza che abbandonare i negozi risulterebbe controproducente, giacché sono diversi i segnali che suggeriscono possibilità di ripresa. 18 Montenapoleone Retail Consultancy & Brokerage, società leader nello sviluppo retail high street, è attiva dal 2010 e fornisce consulenza per la ricerca delle location più prestigiose per l’apertura di monomarca, temporary shop, uffici e showroom nelle zone d’alta gamma. La rinnovata geografia immobiliare del Quadrilatero della moda si concretizzerà, con ogni probabilità, nel 2022, con l’inaugurazione di building attualmente in fase di riqualificazione e delle

boutique dei nuovi brand che lì apriranno. “In questa area, che è il nostro focus – ha continuato Antonella Mastrototaro -, i volumi d’affari delle aziende torneranno, appena possibile, a essere trainati dai turisti, per i quali Milano resta una meta di shopping d’elezione. A confermarlo sono gli stessi brand con cui lavoriamo e che ora compensano lo stop europeo con la crescita delle vendite in Asia e altre parti del mondo”. 18 Montenapoleone e lo studio legale Cocuzza & Associati hanno da poco promosso un webinar sui “Rapporti landlord/tenant in tempo di Covid”, riflettendo sulla situazione venutasi a creare con la pandemia, per quanto concerne contratti di locazione, rinegoziazione canoni, sconti, sfratti e aspetti correlati. “L’emergenza sanitaria e i conseguenti lockdown – ha concluso Maristella Brambilla – hanno interessato tanti ambiti della vita di tutti noi, compresi quelli che sono i rapporti contrattuali. Milano però si riprenderà, con una rinascita che offrirà occasioni per tutti, e le trattative che stiamo seguendo dimostrano che l’interesse per il cuore immobiliare della città resta alto e spazia dalla moda, al beauty d’alta gamma, all’arredamento”.

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GOURMET IN CITTÀ

LA GUIDA DEGLI CHEF

Il FINE DINING regge e Michelin premia i ristoranti milanesi L’edizione 2021 vede un nuovo ingresso tra gli stellati (Aalto part of Iyo) e il secondo riconoscimento a Oldani. Escono di scena quattro insegne, per chiusura o trasformazione temporanea in solo delivery.

di Andrea Guolo

Dopo il grande balzo del 2020, quando Milano aveva ottenuto il suo primo ristorante “tre stelle” Michelin con Enrico Bartolini al Mudec e conquistato 24 stelle in tutto (calcolate sommando il numero di macarons complessivamente attribuiti), è arrivato l’anno dell’arretramento per la città nelle valutazioni della Guida Michelin, che ha presentato alla fine di novembre l’edizione 2021. Il mezzo passo falso non è stato una sorpresa, perché la cancellazione di fiere, eventi e il blocco del turismo internazionale avevano già spinto alcuni protagonisti consolidati della scena fine dining a non riaprire o trasformarsi in delivery, uscendo di conseguenza dalla guida più prestigiosa della ristorazione. Guardando il bicchiere mezzo pieno, la città ha

mantenuto la propria centralità nel panorama dell’alta gastronomia, pur avendo subito il sorpasso di Roma: 22 stelle per la capitale politica, 21 per la capitale morale. Bartolini però ha confermato la terza stella e lo stesso hanno fatto i tre ristoranti che stazionano a quota due: Il Luogo di Aimo e Nadia (chef Alessandro Negrini e Fabio Pisani), Seta del Mandarin Oriental (chef Antonio Guida) e Vun (chef Andrea Aprea). E anche tra i ristoranti a una stella non ci sono state bocciature, anzi: se n’è aggiunto uno, Aalto part of Iyo, che rappresenta la principale novità dell’edizione 2021 di Guida Michelin. Senza dimenticare la promozione del D’O di Davide Oldani, da una a due stelle, che formalmente non può essere considerato un successo di Milano, visto che il ristorante si trova nel comune di

Cornaredo, ma è questione di pochi chilometri. Ma se tutti i ristoranti hanno conservato la stella e se c’è anche un nuovo ingresso nel club degli stellati, chi manca all’appello? LE STELLE “SOSPESE” La discesa da 24 a 21 stelle è legata all’esclusione, o per meglio dire “sospensione”, di quattro locali. Dall’elenco è scomparso, ad esempio, il nome di Felix Lo Basso, il cui ristorante in Duomo è stato il primo a chiudere i battenti proprio nelle fasi iniziali della pandemia, per la scadenza del contratto d’affitto. Intanto lo chef originario di Molfetta ha dato il via a due nuove iniziative: la prima, Caveau di Tradizioni, con il calciatore dell’Inter Danilo D’Ambrosio in corso Sempione; la seconda è Felix Lo Basso Home&Restau-


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NUOVA APERTURA IN GARIBALDI

BARTOLINI CONCEDE IL BIS di Andrea Guolo

Due piatti di Aalto part of Iyo, nuovo ristorante stellato a Milano. In basso, il patron Claudio Liu con lo chef Takeshi Iwa

rant in via Goldoni, la cui partenza è stata condizionata dall’ingresso della Lombardia in zona rossa, con conseguente conversione al take away. Ha fatto rumore l’esclusione di Trussardi alla Scala, legata alla trasformazione del ristorante in modalità delivery. In questo caso, la Michelin non ha potuto che prendere atto della svolta, in attesa che riparta il servizio in sala, e ha “congelato” la stella. La terza sospensione riguarda un fenomeno del panorama milanese, Tokuyoshi, il cui chef Yoji Tokuyoshi, allievo di Massimo Bottura, non è certo rimasto fermo. Ha infatti aperto a maggio un format di successo, Bentōteca, con abbinamento tra piatti giapponesi e vini naturali. I rumors della vigilia ventilavano una possibile stella per questo nuovo locale, invece Michelin pare abbia preferito attendere il ritorno del main restaurant. Il conto è completato dalla chiusura del Lume di Luigi Taglienti, fresco vincitore del premio Best Vegetable Restaurant in Belgio, ma ancora fermo dopo la conclusione della sua esperienza nel locale di via Watt. Tanti rumors sono girati in questi mesi sul futuro di Taglienti, compreso quello di un ritorno in Liguria a Santa Margherita Ligure, al ristorante dei Bagni La Valletta, ma per ora non c’è stata alcuna concretizzazione. L’ASIA SOTTO IL DUOMO Il protagonista in positivo dell’edizione 2021 della Michelin per Milano è dunque Claudio Liu, il quale aggiunge la stella di Aalto part of Iyo a quella già conquista-

ta sette anni fa con Iyo Experience, primo ristorante etnico in Italia ad aver meritato il prestigioso riconoscimento. Alla famiglia Liu fanno capo anche Gong, gestito dalla sorella di Claudio, Giulia Liu, e Ba, affidato al fratello Marco. Sono loro i portabandiera indiscussi dell’alta ristorazione asiatica, che con Aalto part of Iyo è diventata espressione di un dialogo tra culture, basandosi su ingredienti locali affidati alla fantasia e alle creazioni dello chef nipponico Takeshi Iwai. “Una cucina libera da ogni definizione. Libera di essere italiana, giapponese, entrambe le cose o nessuna delle due. Non tracciare confini esprime la possibilità di superarli”, ha commentato Liu. Aggiungendo che: “Questo premio è un attestato di fiducia importante per me e per il team dei miei ristoranti”. Tra i ristoranti che hanno mantenuto la stella, non era scontata la conferma de L’Alchimia, perché subito dopo la conquista, avvenuta lo scorso anno, c’era stato il passaggio di consegne in cucina, da Davide Puleio a Giuseppe Postorino, e il locale ha superato la prova. Nel caso di Andrea Berton e di Carlo Cracco, il mantenimento della stella era l’obiettivo minimo, poiché i due chef erano tra i più accreditati al balzo verso la seconda: la sfida è rinviata all’edizione 2022. Gli altri ristoranti stellati milanesi sono Contraste (chef Matias Perdomo), Innocenti Evasioni (chef Davide Arrigoni), It Milano (executive chef Aldo Ritrovato, consulenza di Gennaro Esposito), Joia (Pietro Leeemann), Sadler (Claudio Sadler), Tano Passami l’Olio (Gaetano Simonato) e Viva Viviana Varese (Viviana Varese).

Lo chef più stellato d’Italia (ben nove quelle conquistate), colui che ha riportato la terza stella Michelin a Milano dove mancava dai tempi di Gualtiero Marchesi, rafforza il rapporto con la città che lo ha lanciato nel mondo. Enrico Bartolini, lo chef del Mudec, si appresta a inaugurare il suo secondo ristorante milanese di fine dining in zona Garibaldi. L’opening, salvo ulteriori complicazioni, è previsto per aprile. “Sarà un ristorante e bar con giardino in zona porta Garibaldi”, spiega Bartolini. “Non ne ho mai parlato prima e non voglio ancora svelare più di tanto. Si tratterà comunque di una mia gestione diretta e affidata a un executive chef, come negli altri ristoranti dove siamo entrati in questi anni, il quale avrà la responsabilità di esprimere il suo talento in una città dove siamo presenti già con Mudec, da cui si dovrà differenziare. Sarà un progetto di fine dining perché in questo ci siamo specializzati, e di questo ci sentiamo più sicuri di parlare agli ospiti con un linguaggio che conosciamo in maniera approfondita”. La crescita di Bartolini, dopo il suo arrivo a Milano, è stata impressionante. Era il 2016 quando, conclusa l’esperienza al Devero Hotel in Brianza, lo chef iniziava la sua avventura al Mudec, arrivando in tre anni al massimo riconoscimento da parte della più prestigiosa guida internazionale della ristorazione. Nel frattempo si è imposto sulla scena anche il Glam a Venezia, che oggi conta due stelle, e poi altri quattro locali con una stella: il Casual a Bergamo, la Locanda del Sant’Uffizio in Monferrato, la Trattoria Bartolini dell’Andana in Maremma e, con l’edizione 2021, il Poggio Rosso di Borgo San Felice, all’interno del resort di proprietà Allianz. Senza dimenticare l’estero, con Spiga a Hong Kong e con Roberto’s a Dubai e Abu Dhabi. Ma dopo aver conquistato l’Italia e il mondo, il post pandemia di Bartolini riparte, significativamente, da un potenziamento della città da cui tutto ha avuto origine: da Milano. Enrico Bartolini vanta nove stelle Michelin, conquistate con sei ristoranti

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MARCHI STORICI IN CITTÀ

PRODUZIONI IN CENTRO

Il BRAND MILANO sostiene i suoi DOLCI In città resistono poche realtà industriali tra prodotti lievitati, cioccolato e caramelle. E investono nelle loro fabbriche storiche, nonostante i costi, perché essere milanesi è un valore aggiunto di Andrea Guolo

Milano è diventata una città per artigiani di lusso, più che per produttori industriali veri e propri. Vale anche per il food&beverage, settore costretto come tanti altri a decentrare le produzioni seriali, per ragioni di costi e di logistica, mantenendo all’interno del territorio comunale poche tipologie di prodotto. E vale anche per i dolci, dal panettone alla biscotteria fino al cioccolato. Se un tempo le produzioni erano concentrate in città, con fabbriche importanti al punto da imporsi sulla scena nazionale come il duo Motta e Alemagna, pian piano i big milanesi hanno preso nuove strade, o per i motivi sopra illustrati o per il passaggio sotto gruppi industriali esterni. Ma chi è rimasto oggi a produrre dentro i confini comunali assicura che ne vale la pena, per ragioni di prestigio e di brand Milano. PANETTONE PREMIUM Nel panettone, simbolo di Milano nel mondo, l’highlander si chiama Vergani. “La nostra produzione è in via Oristano, in zona Gorla. Siamo qui dal 1944”, racconta Andrea Raineri, esponente di quarta generazione della famiglia fondatrice. Una struttura peraltro complessa, quella di cui dispone l’azienda che opera metà con proprio marchio e metà conto terzi per altre pasticcerie e gastronomie di nicchia. È distribuita su quattro piani, e gestionalmente parlando è una follia realizzare 1,2 milioni di panettoni nei mesi natalizi in una situazione del genere. Vergani dispone anche di uno stabilimento a Cuneo, per la gestione del packaging e per la logistica, ma il cuore produttivo resta sempre Gorla. Tant’è che l’ultimo investimento ha riguardato proprio lo stabilimento di via Oristano, con l’acquisizione di un immobile adiacente per allargare la fabbrica e assecondare l’aumento produttivo degli

vanno bene e hanno contribuito alla diffusione ultimi anni. “Pasticcerie a parte, non mi risuldella cultura del panettone, che oramai si manta che altri continuino a produrre panettoni a gia tutto l’anno. Oggi ne abbiamo a catalogo Milano città. Quelli che c’erano sono tutti anben 150 tipi. Ci piacerebbe dati via”, afferma Raineri. E portare all’estero la formula sostiene che la sua famiglia della boutique del panetnon ha alcuna intenzione di tone”, afferma Raineri. La seguire chi lo ha fatto in pasLa fama di Milano produzione è destinata per sato: “Fuori Milano sarebbe spinge le vendite dei il 75% al mercato interno tutto più facile e otterremmo un bel plus economico, suoi prodotti all’estero e per il 25% all’estero con gli Usa primo mercato fino vendendo questa proprietà allo scorso anno ma in forte per acquisirne una in camdiscesa nel 2020, perché gli pagna. Ma essere a Milano, ordini dei buyer Usa sono generalmente gestiti ed essere l’ultima fabbrica che fa panettoni a nei mesi di marzo-aprile e hanno coinciso con Milano, è anche un bel vantaggio”. Intanto l’ail momento peggiore della pandemia. Sono crezienda continua a crescere e anche nel terribile sciuti altri mercati come Uk, Svizzera, Brasile, 2020 ha ottenuto un incremento del 5% che Australia e Canada. E intanto il panettone di permetterà a Vergani di superare la barriera dei Milano inizia a far breccia in Asia. 10 milioni di ricavi. “Nei tre anni precedenti eravamo cresciuti a doppia cifra, quest’anno ci LA SCUOLA DEL DOLCE accontenteremo di un balzo single digit ma, con tutto quello che è accaduto, siamo contenti. La Da Gorla ci spostiamo a Dergano. È ancora un campagna natalizia per il settore in generale non quartiere a nord a ospitare la fabbrica di Zaini, è andata bene. Noi siamo in controtendenza nome ben noto nel panorama dolciario per il perché beneficiamo del momento favorevole cioccolato e in particolare per l’Emilia fondenper i prodotti di fascia premium”. La presenza te, utilizzato come ingrediente per torte e altre a Milano è rafforzata dai due punti vendita di specialità. In via Imbonati, Zaini opera fin dal cui Vergani dispone, in corso di Porta Roma1926 e la sua fabbrica ha una storia davvero na e in via Mercadante. “Ora vogliamo spingeunica. “Fu mio nonno, di cui porto il nome, a re sulla tecnologia e trovare un partner per lo fondare l’azienda in viale Cristoforis, dove restò sviluppo internazionale. I due negozi a Milano


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A sinistra, la produzione dei panettoni in Vergani. A destra, i dolci a marchio Zaini

ben poco ma dove conserviamo traccia della nostra presenza con un negozio a marchio”, ricorda l’attuale presidente Luigi Zaini. “Morì negli anni Trenta e l’azienda fu portata avanti da mia nonna che, oltre a tutti gli altri problemi, dovette affrontare anche la distruzione dell’azienda in periodo bellico. Ed ebbe la grande intuizione di ricostruirla subito, tenendo così impegnati i dipendenti e riuscendo a finire i lavori prima di affrontare la successiva svalutazione. Degli anni Venti ci è rimasta la ciminiera originaria, che per noi è il simbolo della continuità”. Oggi Zaini è un gruppo da 65 milioni di ricavi, che esporta in 80 Paesi del mondo e dispone di altre due fabbriche a Senago e di un centro logistico a Pavia. Quella di Milano però non è soltanto una sede di rappresentanza. A Dergano, infatti, la produzione è in pieno corso, anche se non riguarda il cioccolato bensì le caramelle. “Siamo molto legati a Milano – sottolinea il presidente – e il desiderio, mio e di mia sorella, è quello di mantenere viva una parte di azienda nel territorio cittadino. Per noi è motivo di orgoglio”. Al punto che in alcuni prodotti Zaini si trova il simbolo del Duomo. “Esportare la milanesità nel mondo ha un valore, perché all’estero Milano è diventata un simbolo dell’italianità e un marchio quasi a se stante”, afferma l’imprenditore. Tuttavia, secondo Zaini, non si può parla-

re di una ‘scuola’ del cioccolato e dell’industria dolciaria milanese. Certamente questo vale per il panettone, ma Milano non è Torino, dove invece l’idea di scuola è ben presente, specie per il cioccolato. “Direi che la tradizione di Milano è una tradizione di accoglienza, e allora la scuola milanese è una scuola che si è basata sull’accoglienza di professionalità integrate, provenendo da altri territori, nel tessuto locale. Questo

concetto è alla base anche del rilancio, in atto ora, delle piccole produzioni di nicchia, e non solo nel mondo dolciario. Se poi l’obiettivo è passare da artigianato a industria, è chiaramente difficile poter operare all’interno delle mura cittadine… Ma legare il vissuto di Milano al concetto di prodotto, questo è già una realtà; e sempre più prenderà piede, con successo, grazie alla fama milanese nel mondo”.

DAGLI CHEF ALLA GDO, L’ANNO DEL PANETTONE “Firmato” dagli chef migliori della città o realizzato per i marchi della grande distribuzione, il panettone ha vissuto nel 2020 una delle sue annate più importanti dal punto di vista della differenziazione del prodotto. La tendenza è tutta rivolta a prodotto di fascia premium, come testimoniato dalla ricerca condotta da Nielsen per Csm Bakery Solutions, da cui emerge come il 52% dei consumi in Italia riguardi la produzione artigianale, per un giro d’affari complessivo stimato in 209 milioni di euro. I grandi cuochi milanesi sono entrati a pieno titolo nella competizione, utilizzando il tempo a disposizione (causa blocco delle attività di ristorazione) per sfornare dolci da forno di fascia alta. Lo hanno fatto, tra gli altri, Alessandro Negrini e Fabio Pisani de Il Luogo di Aimo e Nadia, Carlo Cracco, Eugenio Boer, Andrea Berton, Claudio Sadler, Daniel Canzian e Viviana Varese, sfruttando la scia della tendenza in atto o intercettando la domanda per la regalistica. Quanto alla grande distribuzione, la riduzione delle occasioni di consumo ha parzialmente depresso la domanda, ma a livello qualitativo non sono mancate le sorprese. Nella classifica annuale di Altroconsumo, svetta il marchio Le Grazie by Esselunga, che batte due concorrenti di prezzo molto più alto come Fior Fiore di Coop e Le Tre Marie.

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BEAUTY IN CITTÀ

ROSSETTI, PROFUMI & CO.

La BELLEZZA sotto il DUOMO Via Torino è la via dello shopping per tutti: parte dalla Cattedrale e porta direttamente nel piazzale delle Colonne di San Lorenzo, dove finire una giornata di acquisti con un happy hour tra la movida milanese.

di Chiara Dainese

Una strada in continuo fermento. Rivoluzionata nel corso degli anni dalle mode e dalle abitudini di chi le frequenta: via Torino, tra le più antiche di Milano, naturale asse di collegamento tra piazza Duomo e Porta Ticinese. Un passaggio che possiede da sempre un’anima commerciale non solo per la sua posizione favorevole, ma anche perché è stata uno dei primi insediamenti di botteghe e laboratori artigianali. Passato di cui restano ancora le tracce nei nomi delle vie adiacenti: Orefici, Speronari e Spadari. La storia antica della strada si respira comunque negli angoli più suggestivi come, per esempio, il tempio civico di San Sebastiano al numero 28, costruito nel 1577, dal governo milanese grazie all’intervento dell’arcivescovo Carlo Borromeo, e la Basilica di Santa Maria presso San Satiro (fratello di Sant’Ambrogio), con il suo meraviglioso effetto trompe l’oeil firmato dal Bramante. LA OXFORD STREET MILANESE Una grande storia travolta negli ultimi decenni da un’epidemia di negozi di moda (low cost)per i giovani millennials. Eppure, recentemente, qualcosa è cambiato di nuovo. E via Torino è diventata la via dello shopping di bellezza per i giova-


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A sinistra, il nuovo store Sephora. Sotto, Lush Naked Store

ni, una specie di Oxford Street meneghina. Oltre ai format delle profumerie tradizionali come Key be (civico 23) e Lively (civico 56), qui hanno aperto i loro avamposti sia le catene monomarca come Bottega Verde, Mac cosmetics e Kiko, ma anche tanti nuovi marchi, da Bath & Body Works (in via Torino 21), il brand americano appartenente allo stesso gruppo di Victoria’s Secret che si trova la numeo 13 della via, a Origins, brand storico di The Estée Lauder Companies, sito al numero 51. A due passi dalla Madonnina WakeUp Cosmetics Milano ha aperto un intero building brandizzato, al numero civico 19 di via Torino. “Questo flagship - dichiara Gianluca De Nicola, general manager di Wake Up, società titolare del marchio WakeUp Cosmetics Milano - diventerà il riferimento nazionale e internazionale per presentare il nostro brand alla distribuzione”. Nelle ultime settimane, è arrivata anche la catena Sephora con i suoi brand brand esclusivi tanto amati dai giovani della Gen Z erso cui lo store ha un occhio di riguardo nel concept: dal make-up Sephora a Fenty Beauty, Huda Beauty, Anastasia Beverly Hills, oppure allo skincare di Pixi, GlamGlow e Mario Badescu.

“Gli store rimangono un luogo privilegiato di esperienza che va oltre al mero acquisto di prodotti: il consiglio del nostro personale e i servizi in store sono elementi insostituibili”, afferma Beyan Figen, general manager di Sephora Italia. Sempre su questi marciapiedi, occhieggia Lush che ha scelto via Torino (42) a Milano per il suo primo ‘Lush Naked Shop’ al mondo, dove tutti i prodotti venduti sono privi di qualsiasi forma di packaging in plastica. Il brand inglese conferma il suo impegno volto a rivoluzionare il panorama della cosmesi, proponendo soluzioni innovative, nude e prive di imballaggi per combattere insieme ai propri clienti gli sprechi legati alla plastica usa e getta. Per restare in tema green qualche passo più avanti al civico 53 troviamo l’Atelier Lab di Yves Rocher con la sua parete vegetale: un nuovo concept che rinforza i codici identitari del brand e favorisce l’esperienza unica della Cosmétique Végétale. Infine per gli amanti dell’haircare troviamo Capello Point, l’insegna leader in Italia nella vendita di prodotti professionali per i capelli e per l’estetica che dal 2017 fa capo al fondo di private equity Star Capital. NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


NEWS

SPAZI E APPUNTAMENTI Nei nove mesi investimenti a 3,1 mld

IL NATALE DEGLI ALBERI ILLUMINA LA CITTÀ Come da tradizione, nel giorno di Sant’Ambrogio, si sono accese tutte le installazioni de ‘Il Natale degli Alberi’, il progetto ideato da Marco Balich e donato al Comune di Milano da Fondazione Bracco, che con le loro luci e i loro effetti illumineranno le piazze e le strade di Milano fino al 6 gennaio. A questi 21 si aggiungono i 45 alberi che l’assessorato al Verde ha distribuito nei quartieri dei nove municipi e che, una volta terminate le festività, saranno portati nei vivai comunali. “Grazie a questo progetto – ha dichiarato Roberta Guaineri, assessore al Turismo – Milano si illumina per il Natale, un vestito a festa ancora più importante in un anno tanto difficile anche per ribadire al mondo la straordinaria attrattività della nostra città, che continuerà ad essere tra le metropoli più ambite come mete turistiche internazionali”. Tra le creazioni sostenute dalle aziende ci sono Albero del Dono in Piazza Duomo (Coca Cola con Banco Alimentare), Albero della Conoscenza in Piazza Vigili del Fuoco (Gruppo Bracco), l’Albero di domani in piazza San Carlo (Stone Island), il Golden Tree di via Luca Beltrami (Golden Goose) e l’Albero del cambiamento in piazza XXV Aprile (Accenture).

Le Olimpiadi invernali entrano nella Torre Allianz La Torre Allianz diventa il quartier generale delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi italiane. Il comitato organizzatore di Milano-Cortina 2026 ha scelto proprio uno degli edifici simbolo del quartiere CityLife, traslocando dal 28° piano del Grattacielo Pirelli. Il team dei Giochi invernali 2026, guidato da Vincenzo Novari, alcuni piani dell’edificio disegnato dall’architetto giapponese Arata Isozaki. In questo modo si rinsalda ulteriormente il legame che Allianz ha voluto stringere con le Olimpiadi. Il player assicurativo è infatti anche tra gli sponsor mondiali del Cio (Comitato olimpico internazionale). Per la società organizzatrice di MilanoCortina il trasloco rappresenterà un risparmio. All’interno del Pirellone infatti era previsto un affitto a Regione Lombardia mentre gli spazi in CityLife saranno concessi fino al 2026 in comodato gratuito.

Il fermento dei grandi investimenti immobiliari milanese ha dovuto subire un rallentamento a causa del Covid-19 ma è pronto a ripartire non appena l’emergenza sanitaria sarà ridimensionata. È la tesi emersa durante il convegno Investire in Milano organizzato da Il Sole 24 Ore nel quale è stato tratteggiato lo scenario che attende la città di fronte al grande appuntamento con le Olimpiadi del 2026. Sono i numeri a confermare lo stato tutto sommato in salute della città: nei primi nove mesi del 2020 Milano è riuscita comunque ad attirare 3,1 miliardi di euro di investimenti, in crescita del 35% dai circa 2,3 miliardi dello scorso anno (dati Bnp Paribas real estate). In Italia, gli investimenti da gennaio a settembre 2020 si sono attestati poco sotto i sei miliardi di euro.

Cortilia sceglie Milano per il nuovo hub green Cortilia investe su Milano. Fondata nel 2012, l’azienda food-tech mette in contatto i consumatori con agricoltori, allevatori e produttori artigianali, permettendo di fare la spesa a filiera corta. Adesso il mercato agricolo online aprirà uno spazio multifunzionale di 50mila mq nel comune di Cassina De’ Pecchi , alle porte di Milano. L’hub includerà tutti i team di lavoro, ampliando e rafforzando in un’unica collocazione tutte le funzioni aziendali. I lavori per la nuova sede inizieranno in questi giorni in un’area rilevata dal gruppo immobiliare Prologis e oggetto di un importante intervento di riqualificazione. La consegna del sito è prevista per la prossima estate, ma, causa eventuali lockdown, potrebbe comprensibilmente subire ritardi. Il nuovo magazzino sarà caratterizzato da un forte impiego della tecnologia per ottimizzare i consumi energetici, consentire maggiore efficienza di tutti i processi di logistica e ultimo miglio.

Cortilia

IN BARONA IL BORGO AUTOSUFFICIENTE L’ex Casina Galbani nel quartiere di Barona sarà completamente ristrutturata per farne delle abitazioni autosufficienti sotto il profilo della produzione alimentare avvalendosi delle avanzate tecnologie di coltura fuorisuolo.. Il progetto si chiama Forrest in Town ed è curato da Dfa Partners. Le strutture sono realizzate perseguendo i criteri della bioedilizia e del contenimento energetico. Al centro del complesso residenziale è previsto un parco di 6.200 mq.

Forrest in Town

L’HOTEL 5 STELLE GRAN MELIÁ SI PRENDE PIAZZA CORDUSIO Il gruppo spagnolo Meliá Hotels International sta progettando insieme a Generali Real Estate l’apertura di un 5 stelle nell’ex sede delle Generali, Palazzo Venezia in Piazza Cordusio a Milano. L’hotel, che verrà inaugurato nel 2023, entrerà a fare parte del circuito luxury Gran Meliá, e sarà chiamato Gran Meliá Cordusio. Palazzo Venezia, una volta rtistutturato manterrà la sua facciata storica. NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


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SPAZI E APPUNTAMENTI EX MERCATO QT8 DIVENTA SPAZIO CULTURALE

NESTLÉ ASSUME, 1.450 POSTI ENTRO IL 2025 Nestlé Italia ha annunciato che intende offrire, da qui al 2025, 1.450 assunzioni dirette e 1.400 stage in Italia, il tutto all’interno di un piano che comprende 40mila nuove opportunità lavorative in area Emea. In questo momento, il programma delle allocazioni di personale non è stato definito nei dettagli, ma una parte consistente di tali opportunità riguarderanno certamente Milano e la Lombardia, dove Nestlé è presente non solo con la sede centrale di Assago, ma anche con i tre stabilimenti del Gruppo Sanpellegrino di Ruspino e Madone in provincia di Bergamo e di Cepina Val di Sotto in Valtellina, dove si trova la fonte Levissima.

Al posto dell’ex mercato coperto del QT8 nascerà un nuovo spazio culturale di aggregazione. Si tratta del Casva, il Centro Alti Studi per le Arti Visive, oggi ospitato in alcuni locali del Castello Sforzesco, che avrà una nuova sede con la riconversione degli spazi comunali alla base del Monte Stella. Il progetto definitivo è stato approvato e prevede una spesa di circa 7,35 milioni di euro. La collezione del Casva, che si è recentemente arricchita dell’archivio professionale (dal 1952 al 2015) dell’artista, architetto e designer Enzo Mari, raccoglie gli archivi di altre note personalità dell’architettura, dell’arte e del design del Novecento come Luciano Baldessari, Roberto Sambonet, Studio Ddl (Jonathan De Pas, Donato D’Urbino e Paolo Lomazzi) e Vittorio Gregotti.


LA CITTÀ IN COPERTINA

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Le utopie infrante di

DANIEL RICH Che si tratti di una facciata che incombe in primo piano o di un paesaggio urbano esplorato da lontano, nei dipinti di Daniel Rich domina un horror vacui che non lascia spazio all’uomo. ‘Edifício Copan’ a San Paolo, in Brasile, sembra un’onda. Tra la cresta e il ventre, si snodano millecentosessanta appartamenti, suddivisi su trentotto piani, che rendono questo grattacielo residenziale una ‘città nella città’, dotata persino di un proprio codice di avviamento postale. Meticolosamente l’artista tedesco ne dipinge le fattezze: la massiccia struttura in cemento, i riflessi sul manto vetrato, le linee nette che si inseguono tra le pennellate di colore acrilico. Intorno, un silenzio privo di vita. All’origine di questa e delle altre sue opere, vi sono fotografie trovate e immagini anonime di ‘monumenti’ contemporanei che, nella loro apparente permanenza, rivelano i ritmi sociali e i mutamenti politici sottesi all’ambiente costruito. “Utopie fallite”, “icone della nostra esperienza di vita” – li definisce il pittore – che narrano della caducità del potere e del fascino intramontabile dell’eternità. Nato nel 1977 a Ulm e attualmente residente a Berlino, Rich ha studiato belle arti negli Stati Uniti, presso l’Atlanta College of Art, la Tufts University di Medford e la School of the Museum of Fine Arts di Boston, prima di approdare alla Skowhegan School of Painting and Sculpture. Esposti nelle collezioni permanenti di diverse istituzioni, tra cui il Cornell Fine Arts Museum di Winter Park, il Museum of Fine Arts di Boston e la Collezione Maramotti di Reggio Emilia, i suoi lavori sono stati di recente oggetto di una mostra personale, intitolata ‘Back to the Future’, alla Miles McEnery Gallery di New York.

Courtesy of Miles McEnery Gallery, New York

NOVEMBRE / DICEMBRE 2020


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