Issuu on Google+


Paolo Marcacci

PER CHI SUONA LA CAMPANELLA Storie vere di professori dal nome falso

PALOMBI EDITORI


© 2012 Tutti i diritti spettano a Palombi & Partner Srl via Gregorio VII, 224 00165 Roma www.palombieditori.it © disegni Mauro Talarico Progettazione, realizzazione grafica e assistenza redazionale a cura della Casa Editrice Nessuna parte di questa pubblicazione può essere memorizzata, fotografata o comunque riprodotta senza le dovute autorizzazioni. ISBN 978-88-6060-458-3


Sommario

Prologo La chiamata

9

Rosario, il Mandrucone

13

Il mitico Collegio Docenti

19

Platì e “Belli Capelli”

25

La perizia psichiatrica, questa sconosciuta

29

Ma il sostegno per quelli di sostegno?

49

Cintura nera di ME-DO’

57

L’amaro calice: cena tra Professori

63

Sempre al centro dell’attenzione

71

Lo “Sconsiglio” di Classe

81

Recite, saggi e ...zzi vari

87

Prove INVALSI o prove INVALZI?

93

Malinconia

99

La formazione classi

109

Pensieri sparsi, ma in compenso inutili

113

Ringraziamenti

119 7


Prologo

La chiamata

Questo libro non può che iniziare con un sottofondo di cicale: forte, assordante, che sembrava far sobbalzare tutto: gli alberi, le macchine parcheggiate, le betoniere ferme sotto il sole, gli attrezzi dei carpentieri che stavano lavorando in un cortile di Casalotti, Roma Nord. Era una giornata di luglio, di quelle in cui la città si squaglia davanti agli occhi, con l’orizzonte liquefatto come quando si guardano i Gran Premi di Formula Uno. La nomina m’era arrivata tre settimane prima, con tre telegrammi uguali (già da questo particolare avrei dovuto evincere certe caratteristiche di quello che sarebbe diventato il mio ambiente di lavoro), dove mi si invitava a recarmi nella ridente Latina per scegliere la destinazione: graduatoria A043, Italiano-Storia-Geografia-Educazione civica per la scuola media. Tem-po-in-de-ter-mi-na-to! Chiedo scusa in maniera contrita al Ministro Fornero, per la definizione osé. I telegrammi li ritirò mia madre, paonazza per l’emozione, incredula, direi persino diffidente circa il fatto che il suo primo figlio, ex (ma neanche tanto) ragazzino lunatico, studente dal rendimento alterno e ondivago, frequentatore di baretto, campetto e ogni altro ambiente cui si addicesse un vezzeggiativo “cazzaro”, fosse ufficialmente diventato professore. No, dico: pro-fes-so-re! Cosa deve aver pensato, povera donna! Quello di artistica alle medie si lamentava, quella di musica m’avrebbe impalato come il Conte Vlad 9

9


(preside mancato in Transilvania) faceva coi suoi nemici, quella di matematica alle superiori m’aveva convinto che essere rimandati a settembre (altro che “debiti”! Rotture di palle quando per gli altri era Ferragosto) fosse la regola dell’istituto... Dormivo sempre con le antologie sotto il cuscino, è vero, ma non perché fossi bravo né tantomeno studioso: facevo quello che mi piaceva, semplicemente e leggere mi piaceva tanto, creava realtà alternative ogni volta e costava molto meno dell’acido lisergico, particolare non trascurabile per chi, come me, all’epoca non godeva di un reddito proprio. Ma non divaghiamo: la nomina, dicevamo, seguita, con sette anni di ritardo, al superamento del Concorsone del 2000, quello in cui per fare gli scritti ci radunarono all’Hotel Ergife (sarebbe occorso il Maracanà, ma il Ministero anche quella volta non aveva i fondi per la trasferta), scaglionandoci in più giornate. Latina, in una giornata di luglio: buon modo, per quanto forse troppo severo, per espiare i propri peccati, quali che siano. Un tendone, forse Palasport o simili, ore di attesa e chiamate con preghiera di esibire la nomina. Ascelle alonate, caramelle spacciate sottobanco solo a quelli che si conoscevano o con cui nel frattempo si era riusciti a fraternizzare, fogli usati a mo’ di ventagli, ventagli oscenamente fiorati che facevano rimpiangere la sobrietà dei fogli. Un venti per cento di professori, il restante ottanta di professoresse: questa, più o meno, è la proporzione nel mondo della scuola. Di quell’ottanta, un venti per cento erano quelle bone, anche notevolmente bone e consapevoli di esserlo, aiutate da un’estate filo-nudista; un trenta quelle nate professoresse e compiaciute nel ruolo che avevano cominciato a recitare ancora prima di scegliere una professione che nel frattempo aveva già scelto loro; il restante cinquanta molto variegato: neo-mamme attaccate al cellulare con suocere o baby-sitter; future mamme ansimanti col pancione di perlomeno sette mesi, signore che nel frattempo avevano scelto un altro lavoro e per le quali la chiamata aveva rappresentato una destabilizzazione emotiva; stronze snob e griffate da capo a piedi, di quelle che hanno il marito ricco, per capirci, e che guardano alunni e colleghi sempre e comunque dall’alto in basso; pseudo-donne dal 10

10


taglio militaresco vestite come manovali ucraini e con la grazia di Chuck Norris quand’è incazzato; suore mancate; atlete in tuta da ginnastica, non necessariamente insegnanti di scienze motorie (ex educazione fisica, per i lettori che hanno più di vent’anni). La componente maschile era tutto sommato più omogenea: jeans, camicie, sguardi tra il curioso e il disincantato, qualche borsello, qualche penna nel taschino, non rare le borse a tracolla, aria da eterni studenti per tutti, giovani e anziani. A proposito di età: ero uno dei più giovani, pure avendo all’epoca già trentacinque anni: la cosa mi colpì non poco, in una marea di capelli grigi, baffi (anche maschili, a volte), spalle ingobbite e sederi over-size, dicasi culoni. Vuol dire che c’era stata e c’è ancora una moltitudine di insegnanti, magari brillantissimi e meritevoli molto più di quanto non fossi e non sia io, che aveva consumato buona parte della carriera nel precariato e che soltanto in quell’estate del 2007 vedeva i propri sforzi coronati dalla chiamata in ruolo. Se non è una missione questa... Quando toccò a me, qualche minuto prima che l’attesa facesse iniziare una carrellata di fantozziane visioni mistiche, mi immaginai spedito in qualche istituto alle propaggini della Capitale, magari con la visuale della Roma-L’aquila e dei suoi ponteggi, con una classe di Ninetti Davoli ragazzini e meno simpatici dell’originale, senza astuccio ma muniti di punteruoli per gli pneumatici e la carrozzeria dell’insegnante. Invece, io che all’epoca vivevo ancora da celibe in zona San Pietro, mi trovai miracolosamente a poter scegliere tra un istituto in zona Farnesina, non distante da Ponte Milvio e uno di Casalotti-Boccea (come nella parodia vendittiana di Guzzanti): possiamo anche parlare di culo, se non altro per ciò che attiene alla logistica. Sempre meglio i coatti dei pariolini, pensai, quindi scelsi Casalotti, come ho già anticipato. Non restava che andare a conoscere il preside, una di quelle mattine, ammesso che non fosse già partito per le vacanze. Lo beccai per miracolo, tra le macerie dei lavori di ristrutturazione che facevano assomigliare l’istituto a un quartiere di Dresda nella primavera del 1945. 11

11


bozzetti, di personaggi e situazioni in cui mi sono imbattuto da quando insegno, prima nella scuola privata e poi in quella pubblica. Proverò a mescolare ironia, leggerezza e un filo di commiserazione, come capita a molti di voi quando ripensano agli insegnanti che hanno avuto. Ai più caratteristici, almeno. Mi ha ricordato il mio preside attuale, persona equilibrata e di buon senso (lo penso davvero ma lo direi in ogni caso visto che c’è il rischio tangibile che debba regalargli una copia del libro) che, trovatosi qualche estate fa a fare il commissario per gli esami di terza media nella scuola dove insegnavo all’epoca, si trovò ad assistere alla crisi di pianto di una professoressa che voleva assolutamente bocciare un alunno e che non vide esaudito il suo desiderio. Tanto per farvi capire che aria tira in questo capitolo. Però, al di là del ridicolo che emergerà da alcuni ritratti, è bene precisare che la categoria degli insegnanti è una delle più funestate dalle cosiddette malattie nervose: attacchi d’ansia, di panico, sindromi depressive, esaurimenti nervosi ricorrenti e quant’altro. Quanto in percentuale questa statistica venga impinguata da nullafacenti e paraculi, non saprei dirlo, di certo però ne ho conosciuti molti che non hanno retto, almeno per un certo periodo della loro vita, alle sollecitazioni emotive derivanti dalla convivenza giornaliera con alunni, colleghi, presidi e genitori. Fa riflettere, direi. Al tempo stesso, meglio non pensarci. Il collega Maurilli, cui accennavo alla fine del capitolo precedente, non so a quale trauma infantile debba certe sue caratteristiche comportamentali, fatto sta che non stona in cima alla lista di casi clinici che ora illustrerò. Chissà in quante altre liste sarò nel frattempo finito io, anche in questo caso meglio non pensarci.

Il prof Maurilli, dicevo, potrebbe innanzitutto essere annoverato 31


sere libere dal Pilates, dal Bridge, dalla Champions League, si organizza il seratone conviviale tra insegnanti. Tutti invitati, senza distinzioni? Mai, non m’è mai capitato di partecipare ad una cena dalla quale non fosse stato escluso qualcuno: esclusioni di matrice anagrafica, estetica (troppo brutte o troppo bone, dunque per convenienza o invidia), per stronzismo proprio o altrui, per conflittualità didattica: quest’ultima cosa non l’ho forse capita bene neppure io, ma sento che suona bene. La regola è che qualcuno degli esclusi, che regolarmente viene a sapere di una cena alla quale non è stato invitato, fa in modo di farti capire che ha saputo della serata dalla quale è stato escluso; riuscendo quindi ad essere quasi più stronzo di quelli che l’hanno voluto escludere. Il bello è che non te lo dicono il giorno dopo: no, tirano fuori la questione a qualche mese di distanza, quando non ricordi neppure se c’eri. Mentre si parla di un qualsiasi argomento, magari durante una ricreazione, subdolamente il tuo collega, solitamente una donna per questioni statistiche, butta là qualcosa come “Beh per esempio come quella volta che avete fatto quella cena, quando io non c’ero...” con apparente noncuranza, in realtà sottintendendo “Stronzoooo... Pensavi che non lo scoprissi eh... Ma io vi maledirò tutti e sarete perseguitati fino alla fine dei vosti giorniiiii... A meno che alla prossima non invitiate pure me, s’intende...”; al che non puoi che balbettare qualcosa di vago e impreciso, cioè esattamente le cose che ti fanno apparire un colpelvole cospiratore alle spalle di un o una collega che è stata epurata, esodata, dimenticata (la cosa peggiore), punita per qualche consiglio di classe finito male. Nella voce un tono di noncuranza e signorile menefreghismo, nelle pupille uno stato d’animo a metà tra la piccola fiammiferaia e Freddie Kruger. Ci si raduna davanti al locale, in genere con quegli eleganti dieci minuti di ritardo, gli stessi che fanno dire ai camerieri che aspettano la tavolata da una ventina di coperti – Ma questi quanno cazzo entrano? – e ci si accorge subito che le colleghe a malapena si riconoscono: truccate e vestite come se dovessero entrare al “Sistina”, toilette ricercata tipo cresima di un nipote, si sforzano di apparire simpatiche, 65


Sempre al centro dell’attenzione

Secondo un cliché abbastanza abusato, complice il cinema, l’insegnante è una persona dimessa, con poche pretese, un po’ fuori dal mondo, che si arrampica sugli specchi per veicolare contenuti importanti e lotta contro i mulini a vento quando pretende di far capire alla classe quali siano i veri valori, ciò che realmente conta. Magari è simpatico, come Silvio Orlando quando interpreta il professorino di lettere sfigato. Dall’abbigliamento dozzinale, quando esce da scuola sale su di una Punto con qualche annetto o su una antiestetica station wagon dalla carrozzeria opacizzata, magari con un pacco di libri sistemato nel sedile posteriore. Vero, ma in una percentuale che, oggi come oggi, non va oltre il trenta per cento. Per il resto, le categorie, se così vogliamo chiamarle, si sono frammentate, moltiplicate, evolute o involute a seconda dei casi. Quindi sono rimasti i cliché, ormai abusati e un po’ fuori dal tempo. Sono in aumento, ad esempio, gli egocentrici, come il collega Maurilli del quale ho già parlato. Soprattutto, le egocentriche. Ora dirò una cosa, politicamente scorretta, scorrettissima, premettendo che detesto i maschilisti e giudico le donne migliori e più efficienti di noi maschietti in tanti campi: a scuola ci sono troppe donne. E quando sono troppe, nascono una serie di casini, contrattempi, liti e questioni inique che, se il personale fosse a maggioranza maschile, non si verificherebbero. Magari ci sarebbe più disordine, ancora più disorganizzazione e persino un filo di “fancazzismo” in più. Ma non si assisterebbe a certe follie, questo è sicuro. Cercherò di sintetizzare la casistica; prima però una 71


Recite, saggi e ...zzi vari

Siccome il libro lo sto scrivendo in una primavera inoltrata, con l’anno scolastico che volge al termine, ho sempre nelle orecchie il suono dei flautini che, nella classe accanto alla mia, Pamela, la collega di musica, fa strangolare ai fanciulli per tutta la mattinata, visto che l’ultimo giorno di scuola sarà interamente dedicato alla festa dell’istituto e alle varie rappresentazioni: balletti, esposizione di lavoretti artistici, concertini appunto, il tutto alla presenza dei genitori, tesi e competitivi come i vietnamiti che facevano combattere i galli ne “Il cacciatore”, quando De Niro tornava ad Hanoi per cercare di trarre in salvo Christopher Walken. Di conseguenza, visto l’alto tasso di competitività dei genitori, la maggior parte dei ragazzi affrontano queste performance con la stessa tensione di quando si gioca alla roulette russa con un colpo nel tamburo del revolver. Nel frattempo dalla classe di Pamela le note di “Laura non c’è” hanno preso il posto de “Il cielo d’Irlanda” della Mannoia: immaginate la prima afa, la percezione che la scuola sta per finire e i giochi, assieme agli scrutini, sono fatti e infine la musica della classe accanto che distrae, mescolate il tutto e avrete una classe di ventisei (26) ragazzini, molti dei quali in bermuda, trattenuti a stento dai banchi e con una voglia di olio solare sulla spalla destra. Rosalba Capone non era una cattiva donna, con l’aria elegante e la evve moscia; longilinea e separata dal marito, vestita spesso di bianco, anche d’inverno, con un tocco d’orientale. Insegnava lettere ma amava il teatro, nel senso che il programma da svolgere lo riduceva all’osso perché dal mese di novembre cominciavano le prove dello spettacolo che avrebbe allestito per la fine dell’anno scolastico. 87


Per chi suona la campanella - di Paolo Marcacci