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GABRIELE SCARCIA

DIZIONARIO A TEMPO DETERMINATO Ovvero paradossale rilettura del Lavoro, del Precariato, della Disoccupazione e dell’Ozio, dall’A alla Z presentazione di Giorgio Benvenuto illustrazioni di Davide Manzi

PALOMBI EDITORI


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ASSUNZIONE. Un termine che mi rimanda, personalmente, alla

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come ASSUNZIONE

visione di quella magnifica tavola del Tiziano ai Frari. Alla Vergine, che si libra nell’aria, leggera, avvolgente, diafana, proiettata verso la libertà, la luce rivelatrice, mentre il mondo sottostante, rappresentato dagli apostoli increduli sul suo sepolcro vuoto, rimane ancorato alla becera quotidianità, problematica e faziosa, avvincente ma dura. A cos’altro potrei pensare altrimenti? Un termine dunque di ascendenza, verso sfere celesti o, a mutar pensiero, di caduta nella intricata rete del lavoro! Come dire Paradiso o Inferno. Bianco o nero. L’assunzione, e quindi l’ingresso ufficiale nel mondo del lavoro, con le dovute distinzioni tra quella per una vita e quella a scadenza determinata, a rifletterci e non molto, sancisce la fine della libertà. L’obbligo che ci fa cozzare con la responsabilità. Con gli orari. Con le domeniche destinate a consumarsi nel letto di casa, affondato in ore di sonno da recuperare. Il settimo giorno per riposare! Qualcuno ha deciso per noi sia della fatica e sia del riposo, in giornate prestabilite. Anzi con un’evidente sproporzione, direi! Un sol giorno su sette! Una visione targata “chiesa cattolica” che con una favoletta, sulla cui veridicità peraltro, ci sarebbe da approfondire, ha governato sul nostro esistere da tempo immemorabile. Tutto ciò, non potendo evidentemente arricchire le giornate settimanali destinate alla fatica, ha alimentato la convinzione dell’aumento di una produzione con più forza lavoro, senza minimamente accorgersi che il rendimento cala quando si va troppo in là con lo sforzo. È un concetto così semplice ma nessuno ci arriva! Ne abbiamo un primo assaggio a scuola, in primis in quello che è conosciuto come tempo pieno, dove nelle ore pomeridiane si tende vistosamente a sonnecchiare piuttosto che a concludere, con un calo di rendimento pro-


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BADGE. Cominciamo con gli “stranierismi” o “neologismi”! La pa-

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come BADGE

rola anzidetta, effettivamente, altro non identifica, dietro quella pronuncia asciutta ed elegante, che un’ignobile tessera elettromagnetica padrona del nostro tempo. Siamo e resteremo schiavi di una carta che sta dentro a un portafogli. Che contiene al suo interno l’essenza stessa della nostra esistenza. Una diavoleria delle ultime generazioni che scandisce la nostra giornata lavorativa, il nostro tempo. Che ci fa correre come matti dopo essere incappati nella giungla dei mezzi pubblici piuttosto che nel traffico delle ore di punta. Che se ne sta discreta in un taschino oppure appuntata con una spilletta sulla nostra camicia, a identificarci con il nome e con una matricola dinanzi alle utenze che chiedono la nostra prestazione lavorativa. Una tessera che decide i nostri permessi, che dunque allunga o accorcia le nostre giornate di fatica o all’aria aperta, che racconta di noi a un capo o a dei capi spesso senza scrupoli, ignobili, che cercano di farci mettere il piede in fallo, che tengono serrate in un armadio blindato quello che un tempo, disconosco se anche attualmente, si chiamavano “note caratteriali”. Tutto è progettato per rendere in condizione di schiavitù il malcapitato. Ricordo che per ritardi di pochissimi minuti, un capetto di terz’ordine, in un ufficio, si batté per installare il congegno con lo schermo fosforescente dove strisciare la carta. Restammo tutti, intendo io e gli altri malcapitati, in fibrillazione in quei giorni. Tecnici, telefonate, piccola riunione, preventivo, fissazione dell’appuntamento. Per noi equivalse al montaggio delle grate alle uniche due finestre della stanza di lavoro. Un affronto che potevamo e dovevamo lavare con il sangue, come avrebbero auspicato i nostri progenitori. Ricordo, all’aumento del biglietto per fruire dei mezzi pubblici cittadini, che comparvero sulle pa-


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DATORE DI LAVORO. (Mi veniva da scrivere “d come Domodos-

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come DATORE DI LAVORO

sola”, ma poi mi sono ricordato che non stavo facevo lo spelling al telefono!) Non credo che l’antipatia, l’indignazione, la ripulsa, il voltastomaco, si manifestino più appropriatamente come di fronte al volto del datore di lavoro. Potrebbe essere perfino simpatico, giovane o giovanile, ma nella nostra mente e soprattutto nella nostra visione, è il carceriere, al quale dobbiamo un rispetto forzato, che praticamente non sentiamo. Una paghetta giornaliera cumulabile da riscuotere una volta al mese, che dicesi “stipendio” e tantissime ore, spesso anche notturne, negate alla vita, destinate a consumarsi in quattro mura di un ufficio, in un magazzino, in un luogo che è o costituisce la negazione del luogo, dove lo spazio è prigione. Benvenuti nel limbo, che non è un ambiente per ballare l’omonimo ballo, ma la materializzazione del non luogo! Non parliamo, cambiando angolazione di discorso, del caso in cui al timone, dalla parte dell’offerta insomma, c’è un essere di genere femminile. Per gli uomini si complica notevolmente! Non va meglio per il medesimo sesso! Se avete notato, c’è una sorta di avversione, ostilità latente, pronta a venir fuori. Un acidume del quale i maschi, detto onestamente tra noi, non ne sono capaci. Donne represse nell’esistenza quotidiana o che hanno o soffrono pene d’amore per colpa del “bastardo” di turno ed ecco che la vendetta viene consumata, come da copione, fredda. Lo percepisci nell’aria appena entri nella stanza. Hanno il volto quadro. La mascella volitiva. Truccate. Gonna che sfiora il ginocchio. Polpaccio voluminoso e tacchi a spillo, forse per guardar le situazioni dall’alto. Peccato che qualcuna è proprio bassa di suo e quindi nettamente o doppiamente in condizione d’inferiorità. Anche l’ufficio rispetta quella severità e oscilla dalle versioni inventate nei film di Fantozzi con piante e sedute in pelle a quelle con tappeti, acquario da un


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INFORTUNIO. Può essere un escamotage per congedarsi tem-

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come INFORTUNIO

poraneamente dal lavoro. Può essere utile farlo con premeditazione. Al militare o sotto le armi lo si faceva per un “congedo”, appunto. Funziona lo stesso al lavoro. Se non vado errato, per le licenze, in quella sanguinaria guerra che fu la prima mondiale, si era soliti spararsi a un dito pur di finire nelle retrovie, magari, anzi sicuramente, in qualche ospedale da campo, dove i pasti erano più abbondanti o semplicemente sicuri e le crocerossine risvegliavano piaceri oramai sacrificati per il bene della “patria”. Il massimo degli infortuni è quello che ti indennizza a vita. Mi fa venire in mente un gratta e vinci che compro spesso, che ha un titolo straordinario, evocativo di sogni idilliaci, ovvero “Turista per sempre”. La gravità dell’infortunio, comunque, determina il corrispettivo in giornate, mesi o addirittura anni e soldi, anche con la pala. Con premeditazione e cercando di fregare assicurazione e datori di lavoro, bisognerebbe ideare un piano. Del resto il tempo non manca. Mentre si fa finta di lavorare, si possono sprecare le energie fisiche e mentali per il proprio futuro. Poiché non c’è futuro migliore che quello anticipatario dei tempi canonici per pensionarsi. Che puoi stringere in un pugno mentre tanti tuoi simili, in special modo anagraficamente, devono perseguire quella noiosissima e faticosissima strada che si chiama occupazione o banalmente lavoro, se preferite. Occupazione come occupato. Un posto occupato non può essere preso. Il posto libero o vacante si può occupare, ma in quel preciso istante, il libero diviene non libero. E tutta questa mancanza di libertà mette ansia o nel migliore dei casi, angoscia. Ritornando all’infortunio dirò che andrebbe gestito soprattutto nel caso si sia assicurati. Un medico compiacente lo si trova sempre, specie nel nostro bel Paese. E via con la sfilza di


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MOBBING. Dicesi la situazione più incresciosa nell’ambito lavora-

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come MOBBING

tivo. Verticale-orizzontale-collettivo. Come un corpo umano esanime, in piedi o tra consimili. Non mancano altre forme, ma la sostanza è quella. C’è chi ti spinge fuori, non sapendo che può farti un favore. E invertiamo, una buona volta e per tutte, il modo di ragionare! Dopo tanti anni o duri mesi di fatica non sarebbe più agevole essere sbattuti alla porta per aver affrontato di petto una situazione o per aver messo alle strette, con il nostro comportamento, il nostro interlocutore? All’orgoglio vogliamo ogni tanto dar conto? Un bel pugno sul naso di chi fa dell’angheria il suo biglietto da visita vincente e il gioco è riequilibrato. Ma tutta “manfrina” commenterebbero a Roma! Si può anche soprassedere, ovvero restare indifferenti a questo atteggiamento, in segno di sfida, anche di protesta velata. Non sempre chi abbaia morde. Sarà un modo per rendere meno faticoso il percorso lavorativo, se proprio non se ne può far a meno. Viviamo tra chi fa di tutto per renderci più penoso l’impiego, mentre questo può essere un piacevole momento di menefreghismo. Lui o lei si accaniscono sempre più e a te meno ti frega o per usare un parolone “geometrico”, dirò ti tange. Ripensando a questi idioti, di entrambi i sessi naturalmente, non mi è difficile immaginare la loro esistenza frustrante, condotta ai margini societari, tra vincoli, orari strozzati, rete di conoscenti depressi, ed ecco che l’occasione lavorativa, ovvero lo spazio dove si crede erroneamente che ognuno possa esprimere al meglio tutte le proprie attitudini, diviene la palestra dove poter dar sfogo ed esercitare la propria energica personalità, nei rari casi dove ne esiste una. Il problema è che per ogni demente che esercita pressione ce ne sono da uno a dieci pronti a soccombere. Io personalmente sono appartenuto, in quelle rarissime parentesi lavorative, alla categoria dei passivi, senza doppi sensi


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RACCOMANDAZIONE. Non c’è di meglio, credetemi! Hanno

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come RACCOMANDAZIONE

scritto fiumi di critiche verso questo atteggiamento, questa abitudine di un’Italietta perversa, che è al servizio del politico di turno o del potente della situazione. Personalmente, pur avendone sperimentato i benefici, devo ammettere che è capitata nei momenti meno opportuni della mia esistenza. Mentre magari avevo messo in piedi una situazione sentimentale in un centro abitato lontano dal mio e che quindi meritava tempo. Tempo per raggiungere tale centro, tempo per consumare un qualsivoglia rapporto, tempo per ritornare in dietro. Spesse volte ho procrastinato i tempi offertimi dal potenziale datore di lavoro, che conoscendomi sotto l’effetto del doping determinato dal ricambio di favore verso il mio “protettore”, dimostrava una disponibilità e un’accondiscendenza da fantascienza, per l’immediatezza dell’offerta lavorativa giuntami su un piatto d’argento. Mi sono preso intere settimane, prima di trovarmi alle prese con una nuova occupazione. Con la scusa che fornivo a me stesso prima che agli altri, di fantomatici, importanti appuntamenti o scadenze di improcrastinabili faccende, ho allontanato il fatidico “primo giorno”. Ho vissuto con trepidazione il primo vero appuntamento con il datore di lavoro e quando ho sentito che nulla era definitivo, che l’azienda aveva le sue difficoltà, che c’era un periodo di prova eventualmente da superare, ho sempre tirato un forte sospiro di sollievo stringendo il pugno della mano destra in segno di gioia repressa. Certo, i benefici della raccomandazione credo siano soprattutto quelli successivi all’assunzione, ovvero quelli che permettono di assentarti con più frequenza o quelli che ti fanno usufruire di permessi retribuitissimi, ci mancherebbe! Dipende sempre da quanto e da cosa ha dato in cambio al tuo datore di


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VOLONTARIATO. Ma vi pare che uno che ha del tempo libero lo

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come VOLONTARIATO

spende per il volontariato? Figuriamoci se questo sprazzo di libertà gli avanza, e sottolineo “avanza”, dal lavoro. A pensare che hanno costituito un “Servizio volontario europeo”, mascherando l’iniziativa come momento di crescita professionale e personale nell’ambito del programma “Giovani in azione”. Cioè, vale a dire, i giovani devono darsi all’azione, magari con il volontariato, così oltre a non essere pagati, devono patire il supplizio della fatica fisica e mentale, anche con qualche inevitabile responsabilità. Certo che c’è qualcuno che se le studia la notte! Per questo individuo o individui ci sarebbero da evocare le leggi razziali. Una società capovolta come la nostra può produrre questa serie inenarrabile di calamità naturali? Chi è a riposo che tal rimanga! Meglio seduti che in piedi, meglio sdraiati che seduti, meglio addormentati che sdraiati, meglio morti che addormentati! Questa la filosofia dell’ozio di Eduardo De Filippo! Sentite come suona bene? Certo, con un finale che raddrizzerei o procrastinerei sine die, anche se la frase anzidetta andrebbe valutata nella sua interezza, in un crescendo che esclude categoricamente il ripiego alla fatica, qualora ci sia chiesto di scegliere tra questa e la perdita della vita. Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta, le parole di Virgilio indirizzate a Catone nel capolavoro dantesco, suonano per me con una trasposizione di comodo, come a un disoccupato dovrebbe suonare l’assenza del lavoro. Per i giovani, le false opportunità lavorative piovono dappertutto. Sembra una maglia inestricabile, che comincia dai giornali di settore specializzati a suggerire “posti” e concorsi, sino ai vaniloqui istituzionali per l’immancabile art. 18 sulle prime pagine dei giornali, per finire al Master dei Talenti, un’altra trovata geniale con per-



Dizionario a tempo determinato - di Gabriele Scarcia