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Giovanni Palatucci

Associazione ONLUS

Notiziario di informazione - Anno VI - n. 3 Direttore Responsabile: Massimo Petrassi - Vice Direttore: Rolando Balugani - Segretario di Redazione: Carlo Mearilli Iscrizione al Trib. di Reggio Emilia n. 1186 del 15 maggio 2007 Redazione: Via Panisperna, 200 - Telefono segreteria Associazione 06.46535456 Tipografia: Direzione Centrale della Polizia Criminale - Viale dell’Arte, 81 Roma - Sito Internet: www.associazionegiovannipalatucci.it e-mail: segreteria@associazionegiovannipalatucci.it Fb: Asso Giovanni Palatucci Roma

GIOVANNI PALATUCCI: UOMO “GIUSTO”


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L’Editoriale

arissimi amici,

di Don Angelo Maria Oddi*

prima di ogni cosa è mio desiderio chiedere a Dio per ciascuno di voi il dono della pace del cuore a cui aneliamo quasi come deserto in attesa dell’acqua ristoratrice portatrice di vita. Viviamo un momento storico dove i valori, le sicurezze ed ahimè anche gli ideali sono continuamente messi a repentaglio e bruciati quasi come incenso per la costruzione di una comunità sempre più chiusa in se stessa che non sa scrutare l’orizzonte della storia. Anche noi siamo stati travolti da una ondata di fango che tende a sminuire ed a cancellare l’opera del Servo di Dio Giovanni Palatucci. Certamente dopo la prima sensazione di sdegno, prevale ora lo smarrimento per chi con accanimento sistematico e chirurgico sta tentando di cancellare in modo maldestro il luminoso impegno del nostro Palatucci non tenendo conto nemmeno delle gravi offese arrecate ai tanti uomini ed alle tante donne che nel corso degli anni si sono sentiti in dovere loro di testimoniare in Coscienza e Verità l’aiuto ricevuto in quei tempi tristi da Giovanni Palatucci. L’amarezza di queste persone grida forte da ogni parte la necessità di fare chiarezza una volta per tutte sui tanti delatori di tale vicenda. La loro voce diventa la voce di quest’Associazione. Mi domando perché tali persone nutrono un odio così forte nei confronti di Palatucci? A volte queste vicende servono per mascherare e nutrire le tante divisioni intestine a certe Associazioni e, a parer mio, Giovanni Palatucci diventa una pedina da gioco. Carissimi, scusatemi lo sfogo, ma sono davvero indignato perché sono convinto che tutti dobbiamo metterci alla ricerca della Verità. Non critico le persone ma non posso condividere i modi in cui tutta la vicenda si è sviluppata. Lascio alla Commissione istituita il compito di scavare nelle pieghe della storia alla ricerca della Verità quale essa sia. In cuor mio sento il desiderio di alzare l’animo e lo sguardo a Dio perché possa farci il dono dello Spirito per saper discernere sempre il Bene dal Male. Dio ci benedica. Evviva Giovanni Palatucci!

90° compleanno di monsignor Iotti: Reggio Emilia, 28 aprile 2013 di Rolando Balugani

*(Presidente dell’Associazione G. Palatucci)

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utorità religiose e civili, parrocchiani ed amici, è un grande onore (spero di esserne degno) formulare pubblicamente gli auguri per il novantesimo compleanno di Monsignor Pietro Iotti,con il quale sono in rapporti di amicizia da 40 anni, dall'altare della chiesa di San Giacomo di Reggio Emilia. In questi anni ho avuto il privilegio di conoscerne e di apprezzarne la grandezza, una forza ed una determinazione non comune, che sono pari alla sua religiosità e alla sua generosità. Convivono in lui il più moderno ed intraprendente, l'organizzatore ed il creatore delle più svariate attività (Centro Sportivo Tricolore e gestione delle colone marine e montane) e l'uomo di profonda fede. E' un fine diplomatico che in ogni ambito, con il suo sorriso accattivante, riesce ad ottenere molti dei risultati che si prefigge. Infatti, ha sempre avuto eccellenti rapporti con il Vaticano, vari Ministri dell'Interno e con i vertici della Polizia, le istituzioni centrali e periferiche e gli istituti di credito. Nel corso di un incontro con l'On. Scalfaro, monsignor Iotti, sottolineò il fatto che si stava rivolgendo al Ministro dell'Interno. Scalfaro, che era cattolicissimo ed aveva grande considerazione di Monsignor Iotti, quando si sentì chiamare "signor Ministro" gli rispose: "Io sono un Ministro della Repubblica Italiana, lei è un ministro di Dio". Nella veste di Cappellano della Polizia ha seguìto con particolare passione ed affetto gli agenti passati dalla scuola di Polizia di Reggio Emilia, che dopo 30 anni invocano ancora il suo aiuto per i motivi più disparati. Per una decina di anni ha ricoperto, con particolare impegno e passione, la carica di presidente dell'Associazione "Giovanni Palatucci", l'ultimo Questore di Fiume italiana, morto nel campo di concentramento di Dachau, il 10 febbraio 1945, a soli 36 anni, per aver salvato migliaia di ebrei. In quest'ultima avventura sono stato particolarmente vicino a Monsignor Iotti cercando di dargli tutto l'aiuto possibile. Uno dei crucci più sentiti da Monsignor Iotti è la mancata beatificazione del Servo di Dio, Giovanni Palatucci; non perde occasione per ricordarlo. Uno dei momenti più toccanti è quello relativo alle sue dimissioni da Presidente dell'Associazione Palatucci: durante la celebrazione della messa vidi Monsignor Iotti, profondamente commosso e con le lacrime agli occhi. In quel momento avrei voluto lasciare il banco in cui mi trovavo per andarlo ad abbracciare. La generosità e l'altruismo di Monsignor Iotti: in merito alle sue donazione mi disse: "E' facile donare da morti, bisogna farlo da vivi". 2


Il concetto di “giusto” nell’opera di Giovanni Palatucci del Pref. Giovanni De Gennaro (Estratto dall’intervento nel Convegno-studio su Giovanni Palatucci, il questore “giusto” 23 febbraio 2006 -Villa Malta sede della Rivista Civiltà Cattolica)

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a figura ed il messaggio di Giovanni Palatucci, ultimo Questore di Fiume italiana, a più di sessanta anni dalla sua morte, suscitano un interesse sempre più vivo, come testimoniano le iniziative e i libri che - anche a seguito dell'apertura del processo canonico finalizzato alla sua beatificazione - sempre più numerosi si impegnano a far conoscere la vita, il pensiero e le gesta dell'eroico funzionario di Polizia. Prendendo a prestito il titolo di un interessante libro scritto dal compianto Padre Piersandro Vanzan e della dott.ssa Mariella Scatena, definiamo Giovanni Palatucci il Questore "giusto". Ma come interpretare quest'aggettivo, peraltro volutamente proposto tra virgolette? Se, infatti, è ovvio il riferimento alla funzione svolta dal dott. Palatucci nel corso degli ultimi anni della sua carriera in Polizia, l'appellativo di giusto, suscita degli interrogativi. In verità, se questo appellativo richiama immediatamente l'altissimo riconoscimento tributatogli dallo Stato di Israele con il conferimento del titolo di "Giusto fra le Nazioni" per quanto aveva fatto per lunghi anni al fine di proteggere e salvare dalla barbarie nazista migliaia di ebrei, si ha comunque la sensazione che si intenda in qualche modo "spingere oltre" la nostra riflessione. E allora, se Palatucci viene qualificato in questo modo, si deve forse credere che nel periodo buio nel quale egli si trovò ad operare siano esistiti anche Questori e, più in generale, alti funzionari "ingiusti"? O, forse, il concetto del "giusto" evocato nel libro è qualcosa di "altro", posto su un terreno in qualche modo distinto rispetto a categorie giuridiche meramente formali, nell'intento di dischiudere orizzonti proiettati verso l'Infinito, evocandosi l'immagine di chi, anche a costo di mettere in gioco e di sacrificare il bene più prezioso - la propria vita appunto - nel nome di un superiore ideale non esita a "mettersi in gioco" fino al supremo sacrificio? Probabilmente, per inquadrare correttamente la figura d Giovanni Palatucci occorre tenere presente il conflitto interiore che ha a lungo travagliato il valoroso ed eroico funzionario. Come acutamente osserva (pagg. 135-136) Mordecai Paldiel, direttore del Dipartimento "Giusti tra le Nazioni", "Palatucci non era una persona comune, ma un funzionario dello Stato. Tutti gli individui in una posizione simile di autorità devono saper tracciare una linea di confine tra l'uomo e il funzionario; talvolta, però, devono oltrepassare questa linea ed essere capaci di fare cose che in circostanze normali non avrebbero fatto. Nessun commissario di Polizia potrebbe rilasciare certificati falsi, ma in alcuni momenti deve vincere l'uomo e Giovanni Palatucci ci ha insegnato proprio questo". L'eroico Questore di Fiume può dunque definirsi giusto perché, scegliendo senza esitazioni di servire uno Stato del quale rivendicava orgogliosamente l'appartenenza (pag. 123: "Io resto saldo nelle mie posizioni: per la Chiesa, per l'Umanità, per la Patria, perché questo è il dovere che m'impone la coscienza e la storia nel servizio del mio popolo, il più derelitto di tutti i popoli di questo mondo"), impegnò senza risparmio tutte le energie della sua giovane vita al fine di coniugare "al meglio - come gli autori sottolineano argutamente (pag. 138) - le esigenze del suo ufficio con quelle della sua coscienza evangelicamente formata", offrendosi come ultima speranza per gli ebrei e come baluardo per difendere gli italiani dalle prevaricazioni degli invasori. Certo, per perseguire questo nobilissimo scopo Giovanni Palatucci era consapevole di dover porsi in antitesi a varie leggi, con ciò apparentemente violando il solenne giuramento che ogni appartenente alla Polizia presta allorché entra a far parte dell'Istituzione. Ma quali leggi il Questore "giusto" ritenne di non applicare? Questo è il punto: non certo quelle la cui osservanza egli si era impegnato a difendere allorché nel 1936 decise di votare la propria vita professionale a servizio della Polizia, tralasciando di intraprendere la professione - pure auspicata dai genitori - di avvocato del libero Foro. Le norme che egli si sforzò di eludere sono quelle più ignobili che l'Italia, terra di indiscussa civiltà giuridica, si fosse mai data nella sua storia; sono norme che offendono i sentimenti e le radici più profonde del nostro popolo, sono quelle che - pur non raggiungendo i livelli inumani proposti dalla Germania nazista - cercano in qualche modo di "scimmiottarli", impegnandosi a negare o, almeno, a limitare la dignità umana sulla base di presunti argomenti legati alla razza. E' contro questo obbrobrio giuridico - ma, e ancor più, contro quelle brutalmente imposte con la forza dall'occupante tedesco dopo l'8 settembre 1943 - che l'Uomo, il Cristiano, il Funzionario Palatucci sente il dovere di dire "no", anche a costo di mettere a repentaglio la propria vita, ponendo in conto di poter finire annientato dalla barbarie straripante, facen- NELLA FOTO: PALATUCCI, CON LO ZIO do propria, fin nelle ultime conseguenze, quella che nel libro viene definita (pag. 145) l"etica della VESCOVO ED UN CONFRATELLO responsabilità". 3


Ma, ed è questo il punto, è in qualche modo giustificabile il comportamento del dott. Palatucci? La risposta affermativa al quesito postula, peraltro, di tener ben presente la distinzione tra lo jus in civitate positum (da intendere modernamente alla luce delle concezioni sviluppate da Hans Kelsen all'inizio dello scorso secolo) il cui prodotto per semplicità può definirsi "legittimo", e quello che - rappresentando una sorta di "precipitato" di principi e valori comportamentali nei quali si riconosce la coscienza di un intero popolo, sulla scorta dell'insegnamento aristotelico e dei fondamenti giuridici romanistici (dictatum rectae rationis humanae) - costituisce lo jus naturale, il cui risultato per semplicità può definirsi "giusto". D'altro canto, la stessa espressione "diritto naturale" implica l'affermazione di un legame fra ciò che è giuridico e ciò che deriva dalla natura della persona umana; e la negazione di un siffatto legame è il presupposto fondamentale di una visione puramente strumentale della giuridicità. L'opzione di base è tra il diritto come meccanismo sociale estrinseco di ordinazione delle condotte (fondato essenzialmente sull'uso della sanzione socialmente istituzionalizzata quale tecnica tipica del sistema giuridico), e il diritto quale realtà. "naturale", inerente alle stesse persone nei loro rapporti sociali. Quest'ultima nozione è la chiave per la comprensione del concetto di "diritto naturale", dal momento che il diritto appare costitutivamente legato alla persona umana, sia nella sua individualità, che nel suo relazionarsi con i suoi simili, e pertanto implica l'affermazione di esigenze giuridiche basate sulla "natura" stessa dell'uomo e della società cui egli appartiene. La divisione del diritto in naturale e positivo riacquista in questo contesto il suo significato classico: solo ciò che è giusto per natura può essere considerato "giusto" per una determinazione socialmente sancita ed obbligatoria. Facilmente si comprende poi come le due specie di diritto (positivo e naturale) siano del tutto intrecciate nella realtà, in quanto nei concreti rapporti umani il ricorso alle esigenze naturali della giustizia passa attraverso una loro dichiarazione o determinazione mediante le fonti giuridiche dipendenti dalla volontà umana; e viceversa queste fonti debbono sempre adeguarsi alla "giustizia" insita nella "natura" stessa dell'individuo e della società, giacché altrimenti perderebbero del tutto la loro vera "giuridicità", che non è e non può mai essere mai solamente formale. Tenute presenti queste considerazioni, che - com'è noto - costituiscono il sostrato del concetto di "obiezione di coscienza", che le legislazioni positive - seppur con evidente imbarazzo - hanno finito per dover ammettere, il comportamento tenuto dal dott. Palatucci può apprezzarsi in tutta la sua serena grandezza, rappresentando egli una sorta di personificazione dello "spirito" più genuino del nostro popolo. Egli ebbe, infatti, il coraggio - in un momento particolarmente tragico - di opporsi all'idea che il "dirittonorma" debba essere comunque rispettato, indipendentemente dal fatto che i suoi contenuti risultino intrinsecamente "giusti". Certo si potrebbe osservare che la non condivisionje di una parte significativa della normativa d’ufficio (è bene ricordare che il dott. Palatucci era preposto all’Ufficio Stranieri della Questura di Fiume) avrebbe dovuto spingere il funzionario a rassegnare le dimissioni, anziché a disubbidire alle leggi. L'obiezione è pertinente, ma appare facilmente superabile ove si tenga presente che per un uomo della tempra di Palatucci quello era il posto migliore per poter fare del bene a dei "fratelli" sventurati sicché - in quest'ordine di idee - la scelta, ancorché dolorosa, fu pressoché "obbligata". E', quest'ultima, il frutto di una forma di sublime "eroismo", che certo differenzia il Questore "giusto" da molti altri, un eroismo però estremamente lacerante, in quanto necessita di essere continuamente e fermamente ribadito: si tratta di disobbedire ad una legge umana iniqua per mantenersi fedele a quella "superiore", impressa da Dio nel cuore di ogni essere umano. Il Questore di Fiume è consapevole dei rischi cui va incontro disobbedendo ad una volontà dispotica ed efferata: come i tre giovani ebrei menzionati nel Libro di Daniele, egli sa che il non osservare le prescrizioni imposte può esporlo al supplizio della "fornace ardente". Ma Palatucci, proprio come Sadràch, Mesàeh e Abdènego al cospetto di Nabucodònosor, preferisce restare fedele alla Legge divina, anziché sottomettersi a disposizioni, dettate da una ideologia totalitaria e perciò stesso disumana, che feriscono la sua anima, le sue convinzioni più profonde, il suo essere Uomo. Come ben ha evidenziato il Ministro Pisanu in un passo della Sua prefazione al libro, le parole che possono in qualche modo sintetizzare la figura di Giovanni Palatucci sono testimonianza, coraggio e compassione. Esse meritano di essere rammentate perché vi è efficacemente racchiusa l'essenza più profonda del messaggio che il valoroso ed eroico funzionario di Polizia trasmette anche oggi. Riuscendo a muoversi con "coraggio" all'interno dell'Istituzione, che egli intende servire con abnegazione fino alla fine (ma della quale - peraltro - in più di un'occasione, per mero spirito di servizio, aveva coraggiosamente denunciato talune criticità), egli seppe avvalersi della discrezionalità che le funzioni svolte gli consentiva per mettere a frutto la "compassione" che lo pervadeva, offrendo ospitalità, conforto e strumenti di fuga ai profughi (si ritiene che sia riuscito a mettere in salvo circa 5.000 persone, ebrei ma non solo) che, sempre più numerosi, cercavano di scampare agli orrori della guerra attraverso il "canale fiumano". Ma è soprattutto la parola "testimonianza" quella che ci fa vedere nel Questore di Fiume il moderno "martire", che immola se stesso per restare fedele alla propria coscienza ed ai propri ideali umani, civili e religiosi e che con ciò conquista un posto di rilievo tra gli eroi che hanno fatto grande l'Italia, il suo popolo, la sua Polizia. 4


Giovanni Palatucci: “Giusto” o no?

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mesi precedenti l’uscita di questo numero del Notiziario, sono stati caratterizzati da una serie di prese di posizione, espresse in due articoli di stampa ed in un incontro pubblico, atte a mettere in discussione l’opera di Giovanni Palatucci. Tali affermazioni, peraltro, non forniscono nuove prove a sostegno o revisione di quanto conosciuto sinora sulla storia di Giovanni Palatucci, e quindi non hanno una valenza scientificamente utile. Di contro numerosi studiosi, di di Massimo Petrassi indiscutibile fama, hanno ritenuto di intervenire sulla vicenda ribadendo, studi, fatti e circostanze, riconosciuti validi ed utili, nei decenni di esame della pratica per la concessione, da parte dello Yad Vashem, del riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni” a Palatucci. Inoltre sono aumentate, nel corso degli anni, le tesi di laurea degli universitari che hanno scelto come argomento, la vicenda di Giovanni Palatucci per concludere il loro corso di studi. Molte di queste tesi sono state inviate alla sede dell’Associazione a Roma e tutti possono consultarle, apprendendo notizie suffragate da riferimenti bibliografici e documentali sicuramente affidabili, valutate (e quindi controllate) da varie università italiane. Di seguito, infine, riportiamo i più recenti e significativi articoli apparsi su importanti testate nazionali, che riteniamo utili alla conoscenza della storia di questo uomo “giusto”.

L’angolo del Direttore

Per colpire la Chiesa di Pio XII TESTIMONIANZE TACIUTE E DOCUMENTAZIONE MANCANTE: COSÌ L'IDEOLOGIA SI SOSTITUISCE ALLA STORIA ________________ di Anna Foa - da L’Osservatore romano del 23 giugno 2013

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iovanni Palatucci, questore reggente di Fiume nel 1944, arrestato dai tedeschi e morto a Dachau nel febbraio 1945, dichiarato nel 1990 Giusto delle Nazioni per l’opera di soccorso prestata agli ebrei nella sua attività presso la questura di Fiume, riconosciuto dalla Chiesa Servo di Dio, è stato improvvisamente trasformato in un persecutore di ebrei, in uno zelante esecutore degli ordini di Salò e dei nazisti. All’origine di questo rivolgimento, una ricerca condotta a cura del Centro Primo Levi di New York da un comitato internazionale di storici che hanno analizzato la documentazione esistente negli archivi tanto italiani che croati. Mi auguro che il Museo di Washington, che ha immediatamente cancellato dai suoi siti e dalle mostre il nome di Palatucci, abbia avuto accesso alla documentazione e non solo alla lunga analisi che ne fa il Centro Primo Levi e che, a un’attenta lettura, può al massimo ridimensionare il numero degli ebrei salvati da Palatucci riducendoli a qualche decina dagli originari cinquemila che gli erano attribuiti, e restringere il ruolo da lui avuto in alcuni episodi, ma non certo trasformarlo da salvatore in persecutore degli ebrei. Ugualmente mi auguro che si possa avere rapidamente accesso alle fonti come si è avuto accesso alla loro interpretazione a opera del Centro. Siamo in realtà di fronte a un problema di mancanza di documentazione. Ma la stessa mancanza di documentazione troviamo nell’attività di salvataggio degli ebrei messa in atto nei conventi di Roma. Vogliamo negarla in base alla mancanza di documenti scritti che la comprovino? L’attività di Palatucci, come tutte le attività di questo genere, non poteva che svolgersi nel segreto. Poteva svolgersi senza legami con quella della Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei, su iniziativa individuale? Questa è una risposta che ci attendiamo dai documenti, dal confronto con altre situazioni, non dalle interpretazioni. L’impressione è che in realtà la questione sia un’altra, quella della Chiesa di Pio XII, e che in Palatucci si voglia colpire essenzialmente un cattolico impegnato in un’opera di salvataggio degli ebrei, un supporto all’idea che la Chiesa si sia prodigata a favore degli ebrei, un personaggio sottoposto a una causa di beatificazione. Ma questa è ideologia, non storia. È vero che sul caso Palatucci le ricerche storiche di prima mano sono state poche, che numeri e fatti sono stati sottoposti ad interpretazioni agiografiche. Ed è anche probabile che in seguito alle ricerche in corso i numeri andranno ridimensionati, che alcuni eventi andranno riletti. Ma ora come ora, in presenza di condanne infondate tanto definitive, ciò che è fondamentale è rispondere attraverso la documentazione a queste semplici domande: Palatucci ha o no salvato degli ebrei? Palatucci ha o no denunciato degli ebrei? Solo a queste domande ci aspettiamo che i documenti diano una risposta. Tutto il resto è commento. 5


Ma contro Palatucci mancano le prove

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di Matteo Luigi Napolitano - da l’Avvenire del 22 giugno 2013 __________________________________

utorevoli quotidiani nazionali ed esteri si sono occupati in questi giorni del caso di Giovanni Palatucci, il questore aggiunto di Fiume dichiarato «Giusto tra le Nazioni» da Yad Vashem, e ora ridiscusso in chiave «revisionista». La questione è nata qualche settimana fa a New York, in un simposio su Palatucci organizzato dal Centro Primo Levi presso la Casa italiana Zerilli Merimò. Vi hanno partecipato, fra gli altri, l’ex direttore del Dipartimento Giusti di Yad Vashem, Mordechai Paldiel, lo studioso Marco Coslovich e, in veste puramente istituzionale, il console generale d’Italia a New York, Natalia Quintavalle. Il primo punto di discussione è stato il seguente: davvero Palatucci salvò migliaia di ebrei? La prima documentatissima biografia di Goffredo Raimo su Palatucci (A Dachau, per Amore) avvalora questa tesi, come pure la storiografia successiva (Giovanni Palatucci: un giusto e martire cristiano di Antonio De Simone e Michele Bianco; Giovanni Palatucci, il Questore "giusto" di Piersandro Vanzan; Capuozzo, accontenta questo ragazzo di Angelo Picariello). Un importante volume del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del ministero degli Interni italiano (Giovanni Palatucci, il poliziotto che salvò migliaia di Ebrei) ha poi conferito valore aggiunto alle ricerche. Alla conferenza di New York, tuttavia, si è dubitato che Palatucci abbia salvato addirittura cinquemila ebrei: Mordechai Paldiel, ossia colui che a Yad Vashem istruì il "processo" in favore di Palatucci, ha affermato che questi è diventato Giusto per aver salvato «una sola donna»: Elena Ashkenasy. Infatti, la commissione da lui presieduta «non ha rinvenuto alcuna prova né testimonianza che avesse prestato assistenza al di là di questo caso». Ma è necessario un quorum di salvati per conferire la patente di Giusto; oppure si può essere Giusti anche per una sola vita ebraica salvata? O chi stabilisce un quorum? «Chi salva una vita salva il mondo intero», dice il Talmud. Dunque, l’essere Giusto non deriva dalla statistica o dalla matematica: basta salvare un solo ebreo. Il dossier su Palatucci conservato a Yad Vashem, che abbiamo potuto consultare, narra che il questore aggiunto di Fiume salvò ben più di un ebreo. Siamo in possesso della testimonianza autografa di Elena Ashkenasy Dafner, proprio la signora menzionata da Paldiel. Il documento, datato 10 luglio 1988, fu redatto a Tel Aviv e si trova nell’istruttoria su Palatucci nell’Archivio di Yad Vashem (Dipartimento Giusti, File n. 4338). Nella sua testimonianza, la Ashkenasy scrive che, assicurato il suo interessamento per lei e per suo marito, «di sua iniziativa [Palatucci] aggiunse che avrebbe fatto il possibile per trovare il modo di far entrare al più presto tutta la mia famiglia in Svizzera (una sorella e un fratello di mio marito abitavano là)». La famiglia Ashkenasy si era rifugiata a Fiume da Vienna (come tanti ebrei alla ricerca di un imbarco per l’estero); Palatucci falsificò anche i documenti con timbri della Questura, e «rifiutò con decisione» qualsiasi tipo di omaggio, segno della sua gratitudine, «sorpreso che il suo aiuto dovesse essere ricambiato in qualche modo». Nella notte tra il 10 e l’11 giugno 1940, gli uomini della famiglia della Ashkenasy furono tutti arrestati e deportati nel campo di Ferramonti. «Anche in questa occasione mi rivolsi al Dott. Palatucci che mi tranquillizzò». La signora, con una neonata, il marito e altri parenti fu aiutata da Palatucci a trasferirsi a Caprarola, in provincia di Viterbo. A queste persone salvate della famiglia Ashkenasy (circa una decina) occorre aggiungere le altre menzionate nel dossier di Yad Vashem. Lo stesso Mordechai Paldiel, scrivendo il 10 luglio 1995 a Thomas Palatucci, congiunto newyorchese del Giusto, così motivò l’onorificenza: Palatucci «avvertì gli ebrei del fatto di essere ricercati, li nascose con l’aiuto di suo fratello, il vescovo locale [sic: per lo zio Giuseppe Palatucci, vescovo di Campagna], o li aiutò a salpare per Bari, dietro le linee alleate. Molti ebrei furono salvati a motivo dei suoi sforzi». Molti ebrei (many Jews) salvati da Palatucci, dunque; non uno solo. E Paldiel ribadì il concetto del many Jews anche in seguito. Un altro tema discusso è che Palatucci fu un fascista troppo «zelante e volenteroso» per meritare il titolo di Giusto. Vedremo se ci sono documenti che avvalorino questo zelo. Oskar Schindler, in apparenza, era un fervente nazista e Giorgio Perlasca un fervente franchista. Ma salvarono o no delle vite ebraiche? Si dice anche che Palatucci non finì a Dachau per aver salvato ebrei ma perché considerato dai nazisti una spia britannica. I file di Yad Vashem ci informano che «nel settembre 1943 il Dr. Palatucci aderì al Movimento di Liberazione Nazionale, assumendo il nome di "Dr. Danieli", proseguendo nella sua mirabile opera di salvataggio di migliaia di perseguitati». Dunque non aut aut, ma et et. Palatucci aiutava i partigiani e al contempo salvava gli ebrei. Queste le basi per cui Mordechai Paldiel lo ha dichiarato Giusto. Ora nuove presunte verità storiche su Palatucci vengono a galla e compete agli studiosi occuparsene: purché l’annunciato nuovo dossier su Palatucci sia prontamente e liberamente consultabile.

Due barche di ebrei per Palatucci

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di Angelo Picariello - da l’Avvenire del 2 ottobre 2013 __________________________________

erto che erano documenti falsi. Permessi di soggiorno, per l’esattezza. E si sapeva che li produceva Giovanni Palatucci. Ma non lo scriva, la prego, spenga quel registratore…». Il racconto di Guelfo Picozzi, classe 1924, agente della polizia in pensione, colpisce per due ragioni. Perché – nel pieno di una campagna che getta ombre sulla figura di Palatucci – è l’ennesima testimonianza a conferma dell’opera portata avanti dal questore reggente di Fiume morto a Dachau: Picozzi racconta di due salvataggi notturni cui partecipò, nell’estate 1943, con una cinquantina di persone ciascuno. Ma l’altra cosa che colpisce è l’imbarazzo ancor 6


oggi di questo ottantanovenne a parlare di un’azione che fu in contrasto con la legge, fosse pure quella crudele dell’epoca. A smentita di chi sostiene che le tante testimonianze di collaboratori di Palatucci siano scaturite negli anni con l’intento di acquisire onorificenze. Antonio Maione, il braccio destro; Alberino Palumbo, il giovane attendente arruolato dopo l’armistizio con tanti agenti sbandati nella ex Jugoslavia; Americo Cucciniello, l’inviato speciale delle missioni più difficili; Ernesto Iacovella, il responsabile della mensa della questura dove gli ebrei venivano anche sfamati; Giuseppe Veneroso, il finanziere che li faceva passare alla frontiera; il brigadiere del commissariato del porto Pietro Capuozzo, padre del giornalista Toni; Feliciano Ricciardelli, il commissario-amico della questura di Trieste, che poi finì pure lui a Dachau ma si salvò; Albertino Remolino, il "postino" che recapitava le lettere allo zio Giuseppe Maria Palatucci, vescovo di Campagna, dove c’era un campo di internamento la cui opera di assistenza fu sostenuta economicamente dalla Santa Sede. L’elenco potrebbe non finire mai. Non c’è eroe della Resistenza, forse, che possa contare su tanti testimoni. Tutti scomparsi, ora, e tutti messi in discussione (solo ora) dalla ricerca del «Primo Levi Center» di New York: mancherebbero infatti i documenti e quelli che ci sono attesterebbero che Palatucci collaborò coi tedeschi. Ma si poteva restare alla guida della questura di Fiume – vien da chiedersi – con l’Istria e la Dalmazia occupata dai nazisti dopo l’armistizio, senza stabilire rapporti con loro? E come poteva proseguire quest’opera per tanti anni se avesse lasciato negli archivi tracce che ora si cercano affannosamente? Nel frattempo, non un testimone è stato trovato a suffragare le tesi dei detrattori, mentre per Palatucci ne spunta ancora un altro. Guelfo Picozzi oggi vive (felice coincidenza) a Città di Castello, città eroica nell’aiuto agli ebrei cui deve la salvezza – un nome per tutti – il rabbino emerito della comunità di Roma Elio Toaff, fra i protagonisti della riscoperta di Palatucci ad opera della comunità ebraica, presa in carico solo dopo dalla Polizia di Stato e per ultima dalla Chiesa che aprì il processo di canonizzazione. Picozzi arrivò a Fiume dopo la scuola di polizia a Caserta. Era il maggio 1943, il declino del regime e le sorti negative della guerra erano già evidenti: «Trovai un esercito allo sbando, avrei dovuto prendere servizio al Comando della II Armata ma scelsi di fare capo a un ex ospedale sede della milizia confinaria, dove potevo godere di maggiore libertà di movimento». L’ideale per essere "arruolato" da Palatucci: libero di agire sul territorio, in zona di confine, dove ancora in tanti, ebrei ma non solo, arrivavano in fuga dai Paesi balcanici nei quali l’escalation della caccia agli ebrei dei nazisti e del regime alleato degli ustascia era ormai all’epilogo della soluzione finale. «A dirigere l’attività e a smistare i permessi erano una crocerossina molto legata a Palatucci e il maresciallo Maione, suo braccio destro. Lui si esponeva poco, ma sapevamo che era il terminale di tutto. Con Palatucci ci si vedeva spesso per il caffè al bar Pancera, dove lui mangiava. Queste persone disperate che vedevamo arrivare le mandavamo in questura o anche lì, al bar, dove potevano incontrare Palatucci più riservatamente. Si vede che giungevano già con l’idea che avrebbero trovato qualcuno che potesse aiutarli». Era il cosiddetto "canale fiumano", che esclude si possa restringere oggi l’indagine sui salvati da Palatucci ai soli ebrei residenti a Fiume, errore colossale su cui l’indagine di New York ora mostra di voler correggere il tiro. «In tanti – afferma Picozzi – forse neanche avranno saputo mai chi fosse stato a fornire loro quei documenti». E questo forse spiega perché oggi si possa attingere più alle testimonianze di collaboratori e agenti che a quelle dei salvati: «Maione, ma anche Palatucci, tutte le volte che ci salutavamo, raccomandavano prudenza, ("Silenzio!"). Meno si sapeva e meglio era». Una prudenza dovuta al carattere clandestino di quell’opera, testimoniata anche dall’ora in cui ci si dava appuntamento: «Ci si trovava in porticcioli sperduti alle tre di notte. Si diceva che ci fosse un amico di Palatucci proprietario di un peschereccio, non ho mai capito. Io ho partecipato a due operazioni di questo tipo, ed era alla vigilia che la raccomandazione alla prudenza di Palatucci era più insistente. Lui non veniva, facevano tutto due crocerossine, in collegamento col maresciallo Maione. C’erano anche profittatori, ricordo; ognuno poteva imbarcare non più di 50 chili di bagaglio, e dovevano lasciare tanta roba a riva». Due imbarchi di 50 persone, quindi, in soli 5 mesi di permanenza a Fiume, nel racconto di Picozzi; ma tante testimonianze confermano che l’opera andava avanti da anni e sarebbe proseguita, più alla spicciolata e con rischi ben maggiori, anche dopo l’armistizio, quando in Istria e nel Carnaro arrivarono i tedeschi. «Io scappai prima, e mi colpì che Palatucci pur avendone avuto la possibilità rimase a Fiume».

L’assurda rimozione a Dachau della targa per Palatucci

Una storia che non sta in piedi

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________________ di Anna Foa - da L’Osservatore romano del 3 ottobre 2013

el campo di concentramento nazista di Dachau, presso Monaco, il primo a essere messo in funzione dal regime di Hitler fin dal 1933, c’è una targa apposta nel 2009 intitolata a Giovanni Palatucci, il questore di Fiume insignito del titolo di Giusto delle Nazioni dallo Yad Vashem per la sua opera di salvataggio degli ebrei, morto nel campo dopo quattro mesi di prigionia. Fervente cattolico, Palatucci è stato dichiarato Servo di Dio dalla Chiesa cattolica nel 2004 e il suo processo di beatificazione è tuttora in corso. Nei giorni scorsi, è arrivato al Ministero degli Interni italiano un telegramma che comunicava che la targa sarebbe stata presto rimossa. 7


Motivo di questa rimozione sono, si legge nel telegram- sulla “soluzione finale”, ordine mai trovato, come sappiama, «alcune recenti ricerche del Centro Primo Levi di mo, e il cui mancato reperimento ha offerto molto spazio New York. Contrariamente a quanto finora ipotizzato, ai negazionisti. Il Centro di New York non è certo solo nel Giovanni Palatucci non ha affatto salvato 5.000 ebrei criticare l’uso delle fonti orali e della testimonianza, sia dalla deportazione nel campo di sterminio di Auschwitz. orale che scritta. Molti storici lo hanno fatto, e fra loro Egli ha al contrario collaborato strettissimamente con i anche molti storici della Shoah, in primo luogo uno dei nazionalsocialisti. Tuttavia a Giovanni Palatucci è dovuto primi e più importanti studiosi dello sterminio degli ebrei rispetto in quanto prigioniero del campo di concentra- d’Europa , Raul Hilberg. Ma resta il fatto che l’uso della mento di Dachau, dove morì nel febbraio 1945». La deci- testimonianza ha ovunque e giustamente assunto un’imsione fa seguito a un’analoga decisione presa alcuni portanza fondamentale nella ricostruzione delle storie mesi fa dal Museo di Washington. Naturalmente, ci si della Shoah e nella loro trasmissione, a partire dalla può domandare come si faccia, in questo caso, a conci- memorialistica fino ai testimoni del processo Eichmann liare il rispetto dovuto a un prigioniero morto nel campo per arrivare ai sopravvissuti ai campi che si raccontano a con la rimozione infamante della sua targa commemora- voce. Pensiamo all’immensa opera di registrazione del tiva. Ma non è questo il punto. Il problema vero è che maggior numero possibile di racconti di sopravvissuti questa decisione dà per provata e assodata una versio- effettuate negli anni Novanta dalla Spielberg Foundation. ne della vicenda Palatucci - quella offerta dal Centro In base a quale fondamento teorico si nega ora valore Primo Levi di New York - che non si alle parole e alle testimonianze di quanti basa, a quanto ne sappiamo finora, Non si possono ignorare sono stati salvati da Palatucci o a quelle su una documentazione precisa testimonianze e fonti orali dei loro figli che tante volte hanno ascolma solo su illazioni, interpretazioni, Sono materiali preziosi tato quei racconti? Perché le parole con ipotesi. Nulla di documentato, specie per chi indaga cui il rabbino di Fiume David insomma, nulla che possa giustifiWachsberger, deportato nel campo di la vicenda clandestina della Shoah care una decisione tanto drastica. internamento di Campagna, ringraziava Al massimo, una revisione della il vescovo di Campagna Giuseppe Maria storia che necessita di una documentazione e che resta, Palatucci, zio di Giovanni, per il suo sostegno nella come tutte le revisioni, soggetta a discussione e dibatti- detenzione, vengono attribuite al timore e all’ossequio to. Il materiale che ho potuto vedere - lo stesso che il alle autorità? Perché tante testimonianze sono cancellaCentro di New York ha presentato con clamore ai media te, o spiegate con un oscuro complotto della famiglia per di tutto il mondo - si basa in particolare sul libro di uno avere la pensione di Giovanni Palatucci o con un altretstorico italiano, Marco Coslovich, che collabora con il tanto oscuro complotto per esaltare attraverso Palatucci, Centro di New York in questa ricerca. Il libro, pubblicato il ruolo della Chiesa? La storia tracciata tanto da in italiano nel 2008, gettava molte ombre e molti dubbi Coslovich che dal documento del Centro Primo Levi per sulla vicenda di Palatucci, ma non arrivava a ipotizza- definire come falsa e falsificata la memoria di Palatucci e re un suo coinvolgimento nell’arresto e nella deporta- delle sue azioni non sta in piedi perché trascura troppe zione degli ebrei fiumani, come invece ha fatto ora il testimonianze e troppi fatti. Attribuendo a Palatucci, fundocumento del Centro di New York, anche qui senza zionario della Questura che aderì alla Repubblica di prove, per quello che ho potuto verificare. Ma di que- Salò, un ruolo di salvatore che finora non è stato smentisto, del carattere ideologico delle accuse, ho già scrit- to dai documenti ed è attestato dalle testimonianze sulla to su queste stesse pagine (cfr. «L’Osservatore sua vita oltre che dalla sua morte nel campo, non si vuole Romano» del 23 giugno 2013 a pagina 4). certo contribuire al mito banale del bravo italiano, che ha Vorrei ora, in questo mio intervento, esaminare soprattut- sbiancato la coscienza dei nostri connazionali dopo il to un punto chiave delle tesi del Centro Primo Levi: la fascismo e la guerra. I fascisti di Salò, lo sappiamo bene, rinuncia all’uso delle testimonianze orali e il loro sistema- hanno avuto un ruolo di primo piano nella cattura e nella tico smontaggio in favore di una documentazione scritta deportazione degli ebrei italiani. Alcuni, e fra loro che, trattandosi di un’azione clandestina, non può non Palatucci, hanno scelto strade diverse, seguendo la loro essere difficile da reperire nero su bianco su documenti coscienza e la loro fede. Proprio perché non sono stati d’archivio. Lo stesso può dirsi dell’ordine scritto di Hitler molti, la loro memoria va curata e difesa.

Istituita la Commissione di studio su Palatucci Riportiamo di seguito la composizione della Commissione di studio istituita su Palatucci *:

- Prefetto Dr. Carlo Mosca Presidente - Prof. Matteo Napolitano Professore Associato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Roma “G. Marconi” - Dr. Massimo Occello Funzionario della Polizia di Stato in quiescenza - Dr. Angelo Picariello Giornalista dell’”Avvenire” - Don Angelo Maria Oddi Presidente dell’Associazione Onlus “Giovanni Palatucci” Consulenti esterni per gli archivi: - Dr. Raffaele Camposano Direttore dell’Ufficio Storico della Polizia di Stato - Dr.ssa Ornella Di Tondo Componente Ufficio Storico della Polizia di Stato * Resta inteso che la Commissione potrà avvalersi di ulteriori esperti ritenuti utili ai fini degli obiettivi della medesima. Il Prof. Napolitano è stato deputato dall’Amministrazione a rappresentarla come esperto a un tavolo di lavoro instaurato dalla Comunità Ebraica. 8


Un grazie a chi ha scelto... di sceglierci Erogato il contributo del 5x1000 per l’anno 2010 - 2011

Il primo miracolo di Giovanni Palatucci? di Rolando Balugani

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ei giorni 26 e 29 gennaio scorso, il Comune di Montecchio Emilia (Reggio Emilia) ha dedicato la giornata della memoria del 2013, al nostro amato Giovanni Palatucci, con due distinte manifestazioni. Il 26 la compagnia teatrale "Mo…Si recita", di Modena, ha messo in scena l'opera teatrale di Padre Franco Stano:"Ebbe come criterio il cuore", dedicata alla vita ed al martirio di Giovanni Palatucci. La rappresentazione è avvenuta nel salone d'onore del Castello Estense della cittadina emiliana alla presenza del Presidente emerito dell'Associazione, Monsignor Pietro Iotti, di Emilio Paterlini e di numeroso pubblico, che ha molto apprezzato lo spettacolo teatrale. Al termine della rappresentazione c'è stata un'inaspettata e gradita rivelazione che ha lasciato senza parole i presenti. Luigi Febbraro, l'attore teatrale che interpreta il ruolo del Vescovo, Giuseppe Maria Palatucci, visibilmente imbarazzato e commosso, ha comunicato di essere stato graziato da Giovanni Palatucci. Ha precisato in merito: "Tramite diversi esami mi era stato diagnosticato un male incurabile ad un rene. Il 6 marzo 2012 venivo ricoverato all'ospedale di Baggiovara (Modena) per l'asportazione del rene. Nel corso dell'intervento i medici, resisi conto che, inspiegabilmente, non esisteva più il male sospendevano l'intervento". Febbraro concludeva la sua testimonianza, con le lacrime agli occhi, aggiungendo:"Nei giorni precedenti l'intervento tenevo il santino di Palatucci sulla parte del corpo che doveva essere operata, pregando: "Giovanni, ho un bambino ancora piccolo, ha ancora bisogno di me, aiutami!. I medici non hanno saputo spiegare scientificamente quanto accaduto. Da quel momento non ho più avvertito alcun dolore. Evidentemente Palatucci mi ha fatto la grazia". C'è quindi da ritenere che questo sia il primo miracolo del servo di Dio Giovanni Palatucci. Il 29 gennaio, nella stessa sala si è tenuto un convegno dibattito dal titolo:"Incontro e presentazione della figura di Giovanni Palatucci - Giusto fra le nazioni". Sono intervenuti: il dottor Gabriele Fabbrici, direttore del Museo artistico di Correggio; il dottor Beniamino Stern, in rappresentanza della comunità ebraica di Modena e Reggio Emilia; Nazzareno Giusti, autore del fumetto "L'Ultimo Questore"; e lo scrivente, Rolando Balugani, vice presidente dell'Associazione. Il dottor Fabbrici ha aperto i lavori soffermandosi sulla realtà politica di quegli anni, le leggi razziali ed il contesto politico in cui operò il nostro Palatucci. Particolarmente toccante è stata la relazione del dottor Stern che ha ricordato, le vicissitudine vissute da lui e dalla sua famiglia dal 1936, quando da Fiume si trasferì a Sanremo. Nel 1942, il regime fascista impose alla famiglia Stern di stabilirsi a Modena (soggiorno obbligato), dove rimase sino al 13 novembre 1943. Il giorno seguente, con l'aiuto del commissario Francesco Vecchione, della Questura di Modena, la famiglia Stern, dopo tante peripezie, riuscì a rifugiarsi in Svizzera. Per la commozione, il dottor Stern, che è stato applauditissimo, è stato più volte costretto ad interrompere il suo intervento. Anche l'intervento di Nazzareno Giusti, è stato particolarmente apprezzato dai giovani studenti, che erano accompagnati dai loro insegnanti.


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ARRIVO - JOURHOUSE Dachau, tra le decine di migliaia di innocenti inermi, morti a causa della follia nazista, ha trovato il martirio il Servo di Dio Giovanni Palatucci. In quel luogo di morte, quest' uomo non comune, dal carattere inespugnabile e di granitica fede, ha condotto le ultime fasi della sua vita all'insegna della coerente adesione ai valori ed ai principi che segnarono tutta la sua esistendi Claudio Ianniello za: la fedeltà assoluta al comandamento dell'amore dettato da Cristo e la convinzione di agire nel giusto, seguendo quei dettami dell'etica e del diritto naturale che prevedono uguaglianza e possibilità comuni per tutti gli uomini, senza distinzioni alcune. Le sue azioni a favore del prossimo, il suo pensiero libero, l'onestà della sua vita, lo hanno condotto consapevolmente ad essere "ultimo tra gli ultimi" nella disperazione di Dachau, rifuggendo la possibilità di salvarsi offerta dalla posizione lavorativa di funzionario di Polizia. All'ingresso del Memoriale di Dachau si trova oggi una moderna struttura, nella quale sono allestiti un centro di informazioni in più lingue, una libreria e vari servizi per il pubblico. Ma una volta superato il Visitor’ Center, una strada larga ed asfaltata conduce alla Jourhouse, l'ex sede del comando del campo nonché ingresso al lager. Arbeith macht frei, recita ancora oggi la scritta sul cancello di ferro battuto, la sua traduzione letterale è il lavoro rende liberi, ma il suo significato ce lo spiega Dante (Inferno, Canto III, vv. 1-9) […] Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente […] lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. Appare oggi inammissibile l'esistenza di un tale luogo, e sembra impossibile comprendere quanto "è bastato animo all'uomo di fare dell'uomo"(Levi). Eppure è stato un susseguirsi di vicende umane che ha reso possibile la nascita, l'evoluzione ed in ultimo la fine del campo di Dachau.

Visita al Campo di concentramento di Dachau. Un imperativo categorico: non dimenticare!

LA NASCITA DEL CAMPO DI DACHAU Nella notte tra il 27 ed il 28 febbraio del 1933, il palazzo del Reichstang, sede del parlamento tedesco, fu distrutto da un incendio. Grazie ad una precisa strategia dei nazionalsocialisti, la colpa ricadde subito sugli oppositori del nazismo. Come prima conseguenza, Adolf Hitler dichiarò lo stato di emergenza e spinse il Presidente, Paul von Hindenburg, a firmare il Decreto per la difesa del popolo e dello stato, che aboliva la maggior parte dei diritti civili. Quest'atto costituì il fondamento giuridico per la detenzione a tempo indeterminato: la famigerata custodia protettiva. A seguito del decreto, vista l'ingente mole di persone arrestate, si crearono o rafforzarono le prime imponenti strutture detentive di concentramento. Il campo di Dachau, in particolare, venne aperto il 22 marzo del 1933, su una zona precedentemente occupata da una fabbrica di polvere da sparo e munizioni. In Germania esistevano già altri campi di detenzione, ma un'inedita e terrificante caratteristica differenziò Dachau dagli altri: per i campi precedenti era stato previsto un impiego limitato nel tempo; Dachau invece, nacque da subito come struttura permanente, e fu il primo del nuovo genere. Iniziò a delinearsi chiaramente la strategia del terrorismo psicologico dei nazisti. Al solo immaginare di finire in un lager bisognava tremare, perché era noto che da quella struttura non si sarebbe mai più usciti. I regolamenti del campo di Dachau, che vennero presi ad exemplum per i successivi campi di sterminio, prevedevano un diffuso uso della pena di morte, e sottraevano il lager a qualsiasi legge esterna, ponendolo completamente nelle mani del comandante: il famigerato Theodor Eicke. Le motivazioni addotte per le detenzioni vennero man mano a perdere di importanza. Si trovarono moltissime ragioni per disporre la "custodia protettiva" per migliaia di persone. Una delle principali fu inizialmente l'accusa di essere volksschadlige "parassiti del popolo", per liberarsi dei quali si diede il via alla politica dell'"igiene razziale". Arrivarono così nei campi migliaia di poveracci, mendicanti, zingari e malati mentali. Successivamente alle leggi razziali di Norimberga, del settembre del 1935, i nazisti intensificarono l'internamento di cittadini ebrei. Con l'inizio della guerra nel 1939, aumentarono di molto le esecuzioni sommarie all'interno dei campi di concentramento, per "fare spazio" a nuovi prigionieri, i quali costituivano una forza lavoro più sfruttabile. Ormai i campi di concentramento divennero dei veri e propri centri di sterminio. Nel novembre del 1944 poi, un'epidemia di tifo petecchiale si diffuse molto rapidamente a Dachau. Per questo la capacità del crematorio di smaltire i corpi si rivelò insufficiente, e migliaia di morti furono gettati in fosse comuni sulla collina di Leitenberg. Il 26 aprile del 1945, ormai prossimi alla capitolazione, le autorità tedesche ordinarono un'evacuazione in massa dal campo di Dachau: oltre 10.000 detenuti inviati a piedi verso le Alpi. L'ordine era quello di uccidere tutti i più deboli. Ma nel lager rimasero comunque gli ammalati che i tedeschi non fecero in tempo ad eliminare. Il 29 aprile dello stesso anno, le truppe americane della 42° e 45° divisione di fanteria della settima armata americana liberarono il campo e la città. Una delle prime cose che videro i soldati avvicinandosi al campo, fu un treno merci fermo su un binario nei pressi del lager: i vagoni erano pieni di cadaveri aggrovigliati l'uno sull'altro ridotti pelle e ossa. Poco dopo si imbatterono in altre pile di migliaia di cadaveri, sparsi ovunque nel campo e ammassati davanti al crematorio. Nel settembre del 1949 scoprirono inoltre i morti sulla collina di Leitenberg, la zona delle fosse comuni. Sconvolti da ciò che videro, gli alleati uccisero le SS ancora presenti, e obbligarono i cittadini di Dachau ad osservare gli orrori del campo di concentramento, il crematorio e i corpi degli internati morti. Costrinsero inoltre alcuni membri del partito nazionalsocialista di Dachau a seppellire i morti sparsi nel campo. Il 16 ottobre 1946, il contrappasso: i forni crematori di Dachau vennero riutilizzati, ma stavolta si cremarono i cadaveri di alcuni gerarchi nazisti impiccati a seguito della sentenza del Processo di Norimberga. Tra questi vi furono: Hermann Göring, von Ribbentrop, Keitel, Kaltenbrunner, Rosenberg, Frank, Frick, Streicher, Sauckel, Jodl, Seyß-Inquart. 10


LE BARACCHE. Le due baracche che vediamo oggi nel campo sono state fedelmente ricostruite, tutte le originali furono infatti abbattute. Nonostante questo, entrare in esse genera ancora un profondo senso di smarrimento, e fa riflettere sulla vita dei prigionieri nel campo. Spesso i nuovi arrivati al lager venivano accolti con frustate. Molti morivano in conseguenza delle percosse, in quanto già stremati da estenuanti viaggi, lunghi diversi giorni, condotti in vagoni merci, sempre chiusi, senza acqua, luce e aria pulita, in una situazione di promiscuità, con poco spazio e tra le proprie lordure. Il "benvenuto" nel campo prevedeva sempre forme di umiliazione fisica e morale, a partire dalla privazione di ogni cosa, innanzitutto dei vestiti. E nudi venivano condotti al bagno, rasati in malo modo e infine marchiati come bestie col numero sul polso. Da quel momento i prigionieri non avrebbero più avuto un nome. Gli internati venivano sfruttati finché possibile per eseguire lavori pesanti; divisi in diversi kommandos (gruppi di lavoro), ogni mattina raggiungevano, camminando per chilometri e calzando sandali di legno durissimo, i luoghi a loro assegnati. Nella marcia dal campo ai luoghi di lavoro, durante il lavoro stesso e durante il ritorno al campo, i prigionieri venivano colpiti se rallentavano, uccisi se non potevano più procedere. I nazisti furono diabolicamente abili a spezzare la solidarietà tra i detenuti. Divisi su basa razziale e nazionale, tra i prigionieri vigeva una sorta di scala gerarchica, individuata da differenti distintivi sulla giacca. Ovviamente all'ultimo gradino vi erano gli ebrei, al primo i detenuti tedeschi. Proprio ai detenuti tedeschi, moltissimi dei quali provenienti dalla criminalità comune, veniva affidata la cosiddetta "autogestione" del campo. Spesso si rivelarono i principali aguzzini degli altri internati. I kapos, per paura di perdere i loro privilegi, si mostravano agli occhi delle SS quanto più crudeli possibile verso gli altri prigionieri. Nel campo di Dachau, come del resto negli altri campi di concentramento, vi era anche un' "infermeria", costituita da alcune baracche unite tra loro. L'infermeria era in parte una "sezione degli orrori" adibita allo svolgimento di inimmaginabili esperimenti. Lì dentro quasi mai si curavano i malati, spesso si dava libero sfogo alle pulsioni sadiche di medici delle SS. Particolarmente temuto era lo spietato Josef Heiden, un detenuto crudele, che tra il 1938 ed il 1941 fu per tutto il periodo il kapò infermiere. Era uno spietato aguzzino al servizio delle SS, e benché privo di qualsiasi nozione medica, "operò" persone sane. Fu inoltre il principale boia dei condannati del bunker. Riprendendo la visita del campo ci si trova di fronte ai luoghi della morte: il forno crematorio e la camera a gas. Collegata con il forno crematorio, la camera a gas non ha mai funzionato. Venne invece utilizzata la camera a gas del campo più piccolo di Hartheim (vicino Linz in Austria): 3.166 detenuti di Dachau morirono avvelenati lì. IL MEMORIALE DEL CAMPO DI DACHAU Nel luglio del 1945, l'area del campo e tutta l'area esterna precedentemente riservata alle SS vennero poste sotto la giurisdizione americana. Solo nel gennaio del 1948 le autorità americane iniziarono a consegnare al governo bavarese l'ex campo dei detenuti. L'istituzione di un Comitato Internazionale dei Sopravvissuti del campo di concentramento di Dachau, rappresentò il primo passo verso la creazione di un Memoriale. Così nel 1960, su iniziativa di Johannes Neuhausler, vescovo ausiliario di Monaco, venne costruita una cappella cattolica. Successivamente si allestì una grande esposizione permanente nell'ex edificio laboratori del campo (9 maggio 1965). Furono edificate poi una cappella ortodossa russa nel 1995, vicino alla zona del crematorio e una cappella protestante della Chiesa della Riconciliazione nel 1967 vicino a quella cattolica. Inoltre un Monastero delle carmelitane fu eretto nel 1964. Nel 2003 è stata inaugurata la nuova mostra documentaria. PALATUCCI A DACHAU Il 13 settembre del 1944,verso le 2.30 della notte, su ordine del tenente colonnello Kappler, le SS fecero irruzione in casa di Giovanni Palatucci, in via Pomerio 28, a Fiume, e lo arrestarono. L'accusa ufficiale fu "tradimento ed intelligenza col nemico". Ma l'aver aiutato migliaia di ebrei a mettersi in salvo, pesò più di ogni altra imputazione. Palatucci fu rinchiuso nel carcere del Coroneo di Trieste, e ci rimase dal 13 settembre al 18 ottobre, in attesa di essere giustiziato. La condanna a morte fu commutata in deportazione. L'ufficio matricola del carcere del Coroneo certifica che, in data 18 ottobre 1944, Palatucci fu consegnato alle SS per il trasferimento a Dachau. Il viaggio del povero Giovanni, essendo l'arrivo a Dachau certificato il 22 ottobre del 1944, dovette durare circa 4 giorni, di interminabili, estenuanti fatiche e sofferenze, nei vagoni sempre chiusi di un treno merci. Una volta a Dachau, Palatucci è registrato col numero di matricola 117826. Anche un altro funzionario di Polizia, il commissario Ricciardelli, responsabile dell'ufficio politico della questura di Trieste, amico di Palatucci, e anch'egli in continua tribolazione per salvare gli ebrei dai nazisti, fu arrestato da Kappler, con la medesima accusa di "intelligenza col nemico". A Dachau Ricciardelli era arrivato il 28 giugno del 1944, circa quattro mesi prima di Palatucci, ed è noto, per sua stessa testimonianza, che i due si incontrarono. In particolare Ricciardelli fu uno degli ultimi ad aver visto Palatucci ancora in vita nell'infermeria del campo. Un altro testimone di Palatucci a Dachau, fu il signor Gregorio Giuseppe Gregori, (tra l'altro quest'ultimo vittima di esperimenti medici nell'infermeria), anch'egli uscito vivo dal campo. Gregori è il testimone diretto che ha raccontato della malattia di Palatucci nel lager, specificandone il tipo: tifo petecchiale. Il sig. Gregori tra l'altro, entrò nel campo di concentramento quasi contemporaneamente a Palatucci: il primo matricola 117295 fu registrato il 21 ottobre, Palatucci, matricola 117826 fu registrato il 22 ottobre. Entrambi ebbero lo stesso tipo di qualifica: Schutzhaft - ovvero - custodia protettiva. Con Giovanni Palatucci, Gregori condivideva la baracca numero 25, e diventarono amici. Il corpo di Palatucci non andò al crematorio, fu tra i tanti morti per l'epidemia di tifo che vennero seppelliti nelle fosse comuni. LASCIANDO DACHAU -RIFLESSIONE Giovanni Palatucci a Dachau ha trovato la morte; ma solo quella fisica, poiché l'immortalità del suo pensiero è sulle nostre labbra, nelle nostre penne e, soprattutto, nel nostro agire quotidiano. Se persone come lui hanno potuto esistere negli anni più bui dell'umanità, allora forse il sonno della ragione potrà generare mostri ma non intorpidire i cuori puri. Ed è alla carità di questi cuori a cui si deve fare appello, la carità che deve guidare gli intelletti nel discernimento delle umane azioni, affinché si attingano insegnamenti dagli errori commessi nel passato. Non possiamo destinare all'oblìo la lezione della Storia: il genere umano potrà orientarsi nell'agire odierno, solo interrogando la propria coscienza alla luce di ciò che già è accaduto. Con quella luce renderà comprensibile il presente, e con la luce del presente potrà illuminare il futuro. 11


Notizie brevi

di Francesco Petrassi

Soroptimist international d’Italia Club di Taranto, su proposta Taranto: un Albero per Ricordare L’Associazione della Consigliera Micky Graubardt, ha promosso il progetto “Un Albero per Ricordare un Giusto” indirizzato a ricordare la memoria di Giovanni Palatucci, ultimo Questore di Fiume. Alla cerimonia, che si è svolta 3 maggio 2013, è stata invitata ha partecipato don Santo Guarino, Cappellano della Polizia di Stato, Fabio Tavella e Attilio Dell’Aglio per la nostra Associazione.

San Giorgio di Cesena: deposizione di una corona d’alloro in memoria di Giovanni Palatucci Il 3 maggio 2013 anche a San Giorgio di Cesena è stata deposta una corona di alloro alla memoria di Giovanni Palatucci. La cerimonia è stata è stata organizzata dal nostro Referente Cav.Uff. Giovanni Palmieri ed ad essa hanno partecipato le Autorità provinciali di Forlì-Cesena. Il sindaco di Cesena, Dott. Paolo Lucchi ha illustrato brevemente la storia di Palatucci. A seguire il Dott. Rolando Balugani ha esposto, con dovizia di interessanti particolari, fatti e avvenimenti riguardanti il grande personaggio. Oltre agli abitanti del luogo, hanno partecipato alla cerimonia gli alunni della scuola media di San Giorgio accompagnati dai loro docenti. La particolarità della giornata è stata rappresentata dalla presenza di un contingente di Allievi frequentatori di Corsi di Specializzazione del Centro di Addestramento della Polizia di Stato di Cesena, guidati dall'Isp.Capo Alfonso Della Corte. Questa iniziativa è stata voluta e sostenuta dal Direttore del C.A.P.S., Primo Dir. Della Polizia di Stato Dott. Giovanni Busacca, presente alla cerimonia, a cui va il nostro ringraziamento. La benedizione è stata impartita da Mons. Piero Altieri ed a seguire si è potuto assistere all’esecuzione del silenzio con tromba ed alla lettura, effettuata da un'allieva del C.A.P.S., della preghiera a S.Michele Arcangelo. Erano presenti, altresì, le A.N.P.S. di Cesena, Ferrara, Forlì, Lugo e Rimini, con i loro labari e le loro bandiere, nonché il gonfalone del comune di Cesena scortato da due Agenti della Polizia locale. Le Autorità presenti hanno espresso al nostro Referente compiacimento per l'ottima organizzazione e la riuscita della cerimonia che si è conclusa il giorno seguente quando il Cav. Palmieri si è recato presso l'Istituto scolastico di San Giorgio per ringraziare i docenti e gli alunni ai quali ha consegnato il notiziario dell’Associazione Giovanni Palatucci ONLUS, facendo un breve accenno alla sua storia, luminoso esempio al quale guardare come modello di vita.

25° di sacerdozio di Padre Vitale Il 10 settembre scorso il nostro Vice Presidente, Padre Vitale Savio S.J., ha festeggiato i 25 anni della ordinazione sacerdotale avvenuta nella Chiesa del Gesù Nuovo in Napoli, il 10 settembre 1988, per la preghiera e l’imposizione delle mani di Mons. Antonio Riboldi. Per l’occasione è stata celebrata, nella Cappella della Civiltà Cattolica, una Eucarestia di ringraziamento con amici e conoscenti.

Avvicendamento del Coordinatore dei Cappellani della Polizia di Stato Avvicendamento al vertice della struttura dei Cappellani della Polizia di Stato Mons. Giuseppe SAIA, per raggiunti limiti di età ha passato il testimone a Don Giuseppe CANGIANO, Cappellano della Scuola Superiore di Polizia e D.I.A. di Roma. A Mons. Saia, collaboratore storico, amico e sostenitore dell’Associazione Giovanni Palatucci, vanno i saluti del Presidente, del Consiglio direttivo e di tutti i soci dell’Associazione. Saluti ed auguri di buon lavoro che rivolgiamo anche al nuovo Coordinatore nazionale, don Giuseppe Cangiano.

Un augurio di meritato riposo al Prefetto Luigi Mone Tempo di meritato riposo anche per il Prefetto Luigi Mone, amico dell’associazione Giovanni Palatucci, che ha raggiunto l’ambìto ed invidiato traguardo della pensione. Sempre disponibile alle consentite richieste dell’Associazione, si è dismostrato un funzionario illuminato che ha saputo superare quegli ostacoli burocratici che a volte rischiano di non far realizzare iniziative ed eventi che, come nel caso di Giovanni Palatucci, hanno il solo scopo di tramandare e non far dimenticare la storia di un “giusto” funzionario di Polizia. 12


Premio Palatucci: premiati gli elaborati del Raccati e del Bernini di Rovigo di Flavio Ambroglini Lo scorso 21 settembre, presso il Municipio di Rovigo, il Comitato Palatucci, costituito presso la locale Sezione dell’Associazione Nazionale della Polizia di Stato, ha organizzato una cerimonia per la consegna ufficiale degli elaborati relativi alla riqualificazione urbanistica ed ambientale di Piazza Palatucci, nonché agli spunti per la realizzazione di un monumento dedicato al Martire, nelle mani del Sindaco. Gli studenti che ne sono stati autori, sono stati accolti nella Sala Consiliare dal Presidente del Consiglio (dott. Paolo Avezzù, membro del Comitato, dal Sindaco, dott. Bruno Piva, dal Vice prefetto, dr.ssa Gaia Sciacca, dal Dirigente della Questura dott. Emilio Lombardo, in rappresentanza del Questore, dal Presidente del Comitato, dott. cav. Flavio Ambroglini, dal Presidente dell’Amministrazione Provinciale, dr.ssa Tiziana Virgili, dall’Assessore all’urbanistica – Andrea Bimbatti, dal Comitato al completo e da una nutrita rappresentanza della Sezione dell’A.N.P.S. in abito sociale, guidata dal Presidente Luciano Marcato che è anche Vicepresidente del Comitato Palatucci. Le Autorità presenti hanno sottolineato l’alta valenza del coinvolgimento dei giovani nelle scelte della vita comunale, riservando un sentito plauso all’attività del Comitato Palatucci.

Celebrato il giorno della memoria 2013 per la provincia di Foggia dai nostri inviati N. G. e S. S.

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na manifestazione bella, sentita, veramente importante; un esempio da seguire e riproporre in altre situazioni e in altre parti d'Italia". Questo è stato il commento entusiasta di Monsignor Pietro Iotti alla fine della Giornata della Memoria 2013, tenutasi ad Orta Nova, in provincia di Foggia, il 25 gennaio. La mattinata è cominciata presso la chiesa parrocchiale della Beata Vergine Maria Addolorata di Orta Nova dove si è tenuta la Santa Messa, officiata dal reverendissimo Monsignor Felice Di Molfetta, vescovo di Cerignola e Ascoli Satriano e concelebrata con don Osvaldo Castiglione (cappellano della Polizia di Stato per la provincia di Foggia), Monsignor Pietro Iotti (Presidente Emerito dell'Associazione Giovanni Palatucci) e Monsignor Giacomo Cirulli (parroco della chiesa, unica in Italia ad esibire un dipinto di Palatucci, sito a lato dell'altare, realizzato dal pittore ebraico Georges de Canino). Conclusa la Messa, si è tenuto un breve ed intenso concerto della filarmonica "Zoltan Kodaly" diretta dal Maestro Salvatore Ziccolillo e da Antonella Tarantino; al termine, l'evento si è spostato presso la sala cine-teatro Club 2000, che con i suoi oltre 800 posti, ha accolto tutti i numerosissimi partecipanti. Il Sindaco, Avvocato Maria Rosaria Calvio, ha portato i saluti dell'Amministrazione comunale sottolineando l'importanza della giornata in ricordo del valoroso funzionario di Polizia e la felicità e l'orgoglio per aver sostenuto, sin da subito, l'evento organizzato dal consigliere nazionale dell'Associazione Sergio Schirinzi assieme al referente provinciale Gerardo Conte e l'insegnante Anna Tancredi L’attuale Questore di Foggia, Maria Rosaria Maiorino, ha ricordato che Giovanni Palatucci deve essere un esempio da seguire e far conoscere soprattutto ai giovani come esempio di legalità; la dottoressa Tiziana Terribile, direttore del Servizio Assistenza ed Attività Sociali del Dip.nto della P. di S., in rappresentanza del Capo della Polizia, ha invece voluto testimoniare l'orgoglio della Polizia di Stato di avere un tale eroe tra le sue fila e l'opera fatta per ricordarlo, fortemente voluta dal compianto Prefetto Manganelli, recentemente scomparso. Presenti tra il pubblico i Sindaci dei comuni di Carapelle, Stornara, Stornarella, Ordona, Cerignola, Foggia e Ascoli Satriano, la senatrice Colomba Mongiello e le più alte cariche civili e militari. Oltre settecento gli studenti che con entusiasmo hanno seguito la mattinata, presentata in maniera eccelsa dal prof. Coppola, iniziata con il concerto di Orchestra e Coro Polifonico dell'Accademia Musicale dei Cinque Reali Siti, diretto dal Maestro Franco De Feo e primo violino Maestro Nunzio Balestrieri, che hanno eseguito brani come "Gam Gam" (canzone popolare della tradizione ebraica scritta da Elie Botbol, riprendendo il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23). Finito il concerto, introducendo scherzosamente con "Gli emiliani dicono sempre: tagliatelle lunghe, prediche corte", Monsignor Pietro Iotti, ha colto tutti di sorpresa annunciando: "Udite! Udite! Annuncio pubblicamente per la prima volta la notizia del primo miracolo per intercessione del Servo di Dio Giovanni Palatucci, avvenuto a fine 2012 in provincia di Modena". Subito dopo, il prof. Luigi Di Cuonzo, responsabile dell’Archivio Resistenza e Memoria di Barletta, ha fornito un esauriente spaccato del periodo storico in cui agì Palatucci e ha parlato delle ripercussioni seguite alle Leggi Razziali; lo storico ha voluto poi ricordare la figura di Shlomo Venezia, scrittore italiano di origine ebraica nato a Salonicco il 29 dicembre 1923 e morto Roma il primo ottobre 2012, importante testimone della sua esperienza di sopravvissuto all'internamento dei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Al prezioso intervento di Di Cuonzo è seguito l'intervento di Nazareno Giusti, autore del volume "L'Ultimo Questore. La vera storia di Giovanni Palatucci", che ha fatto conoscere agli studenti la figura dell'eroico funzionario attraverso la sua disubbidienza alle leggi degli uomini ma la sua fedeltà alle leggi di Dio. Ennio di Francesco, già funzionario della Polizia di Stato e presidente dell'Associazione "Emilio Alessandrini", ha parlato dell'attualità del messaggio di Palatucci, dell'importanza della sua opera che rispondeva a un'intima legge, come ha voluto sottolineare proiettando un brevissimo e intenso filmato in cui Tiziano Terzani, noto giornalista fiorentino, parla della Coscienza. Sono seguiti poi la presentazione degli elaborati delle scuole partecipanti: scuole del primo circolo didattico "Zingarelli", secondo circolo didattico di "Via Scarabino", scuola media statale "Sandro Pertini", Liceo Classico "Nicola Zingarelli", IPSSCT "Olivetti", Istituto paritario "Palazzo degli studi Padre Pio", Liceo Scientifico "Federico II" di Stornarella, Istituto comprensivo di Carapelle (scuola primaria e secondaria di I grado), Istituto Comprensivo "Marcelline" di Foggia. Assai qualitativamente alto il contributo audio visivo degli alunni del Liceo Artistico Statale "Pestalozzi" di San Severo, coordinati dal prof. Michele Tancredi, che alla figura dell'eroe irpino hanno dedicato una serie di opere pittoriche e scultoree che vanno ad unirsi agli elaborati grafici realizzati dai bambini delle scuole elementari sopra citate. Tali opere, seppur già rilegate in otto volumi, meriterebbero comunque di essere esposte in una mostra itinerante in quanto, con la loro sensibilità e semplicità, hanno saputo esprimere meglio di molte altre il dramma umano di Palatucci e il suo messaggio di Pace e di Amore, che ci arriva intatto in tutta la sua potenza dopo oltre 70 anni. Palatucci aveva proprio ragione: "il cuore non è un muscolo". 13


Giornata della Memoria a Montecchio Emilia L'Amministrazione Comunale di Montecchio Emilia ha organizzato e collaborato all’organizzazione di alcune interessantissime iniziative per onorare il Giorno della Memoria. Tra i tanti Giusti che hanno rischiato la vita per salvare il maggior numero possibile di ebrei dalla barbarie nazifascista, è stata in particolare ricordata la figura Giovanni Palatucci. Varie le attività che in questi giorni si sono alternate tra la Sala della Rocca del Castello Medievale di Montecchio e la Biblioteca Comunale. Di particolare rilievo in tal senso l'incontro e la presentazione della figura storica di Giovanni Palatucci - Giusto tra le Nazioni, al quale hanno partecipato: Paolo Colli, Sindaco di Montecchio Emilia, Mons. Pietro Iotti e Rolando Balugani, rispettivamente Presidente Emerito e vice-presidente dell'Associazione Giovanni Palatucci, Gabriele Fabbrici, direttore del museo civico di Correggio, Beniamino Stern, rappresentante della Comunità ebraica di Modena e Reggio e Nazareno Giusti, autore del fumetto “L'Ultimo Questore. La vera storia di Giovanni Palatucci il poliziotto che salvò migliaia di ebrei"

Palatucci ricordato alla Questura di Firenze

Nella foto da sinistra a destra: il Questore Dr. Francesco Zonno, il Dr. Sergio Tinti, il cappellano della Polizia di Stato, don Rosario Palumbo

La figura di Giovanni Palatucci, questore reggente e responsabile dell'ufficio stranieri di Fiume negli anni più terribili della furia nazifascista, è stata ricordata a Firenze in Questura, in occasione del Giorno della Memoria. Presenti alla commemorazione i vertici delle autorità civili e militari, il Questore Francesco Zonno e rappresentanti della comunità ebraica fiorentina. "La figura di Palatucci è emersa negli anni dal buio della storia rivelando la sua grande umanità - ha affermato il questore Zonno - Adesso è considerato un eroe". La manifestazione che ha raccolto grande attenzione ed una importante adesione, è stata organizzata in collaborazione con il nostro referente per la Città di Firenze, Dr. Sergio Tinti.

Roma: Settimana della Memoria Nel suo costante impegno a favore della diffusione nelle scuole della figura e dell’esempio di Giovanni Palatucci il Sost. Comm. Giovanni Roberti ha curato la realizzazione di due interessanti iniziative all’interno del IV Municipio. La prima si è svolta il 21 gennaio presso l’Aula Magna dell’Istituto Comprensivo di Piazza Minucciano ed aveva per titolo : I ragazzi incontrano la Shoah. Per una memoria condivisa. La seconda invece si è svolta il 31 gennaio presso l’istituto comprensivo Piazza Filattiera 84 - teatro della scuola media Arturo Toscanini ed aveva come tema: La storia vivente: Giornata della memoria e del ricordo. Alle iniziative hanno partecipato la Prof.ssa Anna Foa, Docente a Roma di storia contemporanea, il dott. Riccardo Pacifici, Presidente della comunità ebraica di Roma, il dott. Fulvio della Rocca Questore di Roma, il Prof. Guido Cace dell’Associazione Nazionale Dalmata, la Prof.ssa Marcella Zarra, dirigente scolastico I.C. piazza Filattiera, la Prof.ssa Armanda Maurizi, docente del medesimo istituto, Francesco Bova Dirigente del locale Commissariato di P.S. ed un testimone dei tragici giorni della Shoah. Alle iniziative hanno inoltre partecipato il Presidente del IV Municipio Cristiano Bonelli sempre attento e sensibile alla figura di Giovanni Palatucci e soprattutto i ragazzi che hanno seguito con partecipazione ed impegno lo svolgimento dei lavori.

Catania, 24 gennaio 2013: Progetto Giovanni Palatucci presso l’Istituto Santa Giuffrida In occasione della vicina Giornata della Memoria, il Referente dell’Associazione Giovanni Palatucci O.N.L.U.S., Ispettore della P.S. Massimo Tranchida, ha incontrato gli alunni delle quinte elementari del Circolo Didattico Statale “5. Giuffrida” a Catania (un centinaio di bambini circa). La giornata è stata organizzata non solo per ricordare la tragedia della Shoah ma anche allo scopo di evidenziare la figura e l’opera di Giovanni Palatucci, quale chiaro esempio di colui che si è battuto per gli altri, fino all’estremo sacrificio. Alla relazione introduttiva di un docente della scuola, ha fatto seguito un intervento di Don Salvatore Interlando, Cappellano della P. di S. di Catania, seguito dai bambini con particolare interesse.

Siracusa : Giornata della Memoria all’Istituto “A. Cangini” Il 29 Gennaio 2013 presso la sala Migliara dell’I.I.S.S. Liceo Artistico "A. Gagini" di Siracusa si è svolta la conferenza, "Giovanni Palatucci il Questore giusto", dedicata alla Giornata della Memoria. Nel corso della conferenza è stato proiettato il film "Senza confini" incentrato sullo straordinario agire del Questore. Un particolare ringraziamento al Dirigente Scolastico, Prof.ssa Simonetta Arnone, alla Prof.ssa Nella Leone, nostro Referente nella città di Siracusa ed alla Prof.ssa Ivana Mangione. 14


Campagna: Giornata della Memoria 2013 Un ringraziamento particolare per l'attenzione che sempre dimostra nei confronti di Giovanni Palatucci, al Presidente dell'omonimo Comitato di Campagna Michele Aiello ed al nostro referente in loco Dr. Liberato Trotta per il suo fruttuoso e fattivo impegno.

Monte Compatri (Rm) commemora i Martiri Giuliano-Dalmati Commemorazione del martirio ed esilio Giuliano-Dalmati in via 10 febbraio alla presenza delle Autorità e con la partecipazione dei bambini dell'Istituto Comprensivo Scolastico di Monte Compatri. Hanno partecipato ai lavori: Giovanni Roberti Sost. Comm. della P.S. Consigliere Nazionale Consiglio Direttivo Associazione Nazionale Giovanni Palatucci O.N.L.U.S.; il Dr. Vincenzo Maria De Luca Medico e Storico; Massimo Samà Presidente Consiglio d'Istituto; Dr. Guido Cace Presidente Associazione Nazionale Dalmata; Avv. Marco de Carolis Sindaco di Monte Compatri; Prof.ssa Maria Luisa Botteri Associazione Nazionale Dalmata; Dr. Carlo Mearilli Coordinatore della Segreteria Nazionale dell'Associazione Giovanni Palatucci O.N.L.U.S.; Sig.ra Eufemia Giuliana Budicin dell'ANVGD e della Mailing list Histria; Ing. Patrizio Ciuffa consigliere del Consiglio di Istituto Scolastico Referente dell'Associazione Nazionale Giovanni Palatucci O.N.L.U.S., al quale va il ringraziamento e i complimenti dell'Associazione Giovanni Palatucci O.N.L.U.S., per come è stato organizzato l'evento dello scorso 16 febbraio.

Montemarciano: Giornata della Memoria 2013 del Cappellano Territoriale Don Antonello Lazzerini Nella splendida cornice del piccolo "Teatro Vittorio Alfieri" nel Comune di Montemarciano in Provincia di Ancona si è tenuta una particolare "Giornata della Memoria". Il teatro dell’Accademia del Sarmento ha presentato infatti il “Giorno della Memoria: suoni, domande, storie”. In ricordo del 27 gennaio 1945 giorno in cui i cancelli di Auschwitz furono abbattuti. Hanno partecipano: Fiorella Di Pendima (pianoforte e voce recitante), Giuseppe Ficara (chitarra classica), Giuditta Longo (violino e voce recitante), Gastone Pietrucci & Marco Gigli (La Macina). Voci recitanti: Roberto Di Donato, Nadia Formica, Stefano Murru, Miranda Pierdica, Il Laboratorio del Teatro della Accademia. Uno spettacolo teatrale composto dalla ripresentazione di testimonianze provenienti dalla letteratura italiana e straniera intorno al periodo delle persecuzioni razziali che è terminato con la presentazione della figura di Giovanni Palatucci come esperienza umana positiva in quel periodo torbido della storia. Una formula celebrativa certamente non nuova, ma caratterizzata da una particolare attenzione e passione recitativa; prodotta da un gruppo di artisti dilettanti e sotto la regia di una persona dotata di particolare sensibilità. Ci ha

stupito positivamente la dinamica con cui questo gruppo di persone amanti della cultura teatrale siano state capaci di produrre sul palcoscenico una serie di piccoli eventi, che hanno consentito alle persone presenti in sala di cogliere non solo emotivamente l'assurdità dei fatti, ma anche comprendere intellettualmente la banalità delle ragioni, che hanno prodotto quei fatti. E il non dimenticare quindi è andato oltre ai fatti stessi per ricadere su un monito relativo alla propria fragilità umana; bene ha fatto a inserire la figura di Giovanni Palatucci, la curatrice dello spettacolo, come elemento di positiva presenza. Una esperienza umana, che nell'esplicita affermazione della fede in cristo, deriva una posizione culturale capace di realizzare l'uomo nel suo desiderio di bene.Siamo stati presenti come Associazione Giovanni Palatucci con la distribuzione della pubblicazione dell'associazione e con una presentazione della stessa alle persone, che hanno partecipato all'evento. Si ringrazia per l'occasione il nostro amico referente di Teramo Roberto di Donato che ha partecipato con la sua consueta passione di attore dilettante e la Signora Rosa Milani Pezzotti, che è stata la regista dello spettacolo.

L’VIII edizione del Premio Palatucci Si è svolta l’annuale Cerimonia per la consegna del premio "Giovanni Palatucci" Quest'anno la commissione ha assegnato il premio dell'VIII edizione, al commissario in congedo Mauro Macci socio dell'Associazione Giovanni Palatucci O.N.L.U.S.

Nella foto il nostro Socio Mauro Macci riceve l’ambìto Premio alla presenza di tanti colleghi e del compianto Prefetto Manganelli

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Le convenzioni per i Soci dell’Associazione G. Palatucci L’Associazione Giovanni Palatucci ONLUS, è finanziata esclusivamente dai contributi delle tessere dei Soci, dai contributi del 5x1000 e da qualche benemerito. Per offrire un servizio ai nostri affezionati Soci e per incentivare nuove adesioni, sono state attivate (ed altre lo saranno) delle convenzioni che rappresentano un plus per coloro che vogliono sostenere la causa di Beatificazione di Giovanni Palatucci

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Convocazione dell’Assemblea 2013 dell’Associazione Palatucci Si comunica che l'Assemblea Nazionale Annuale della nostra Associazione, si terrà presso l’Istituto per Ispettori di Nettuno nelle giornate di sabato 14 dicembre e domenica 15 dicembre 2013. La prima delle due giornate sarà dedicata agli arrivi ed alla sistemazione logistica mentre la seconda verrà dedicata all'Assemblea vera e propria.

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Notiziario palatucci