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Franca Valeri: io reticente, non bugiarda

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Con le recensioni e le classifiche dei bestseller

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1757

NUMERO ANNO XXXV SABATO 19 MARZO 2011

tragico di una maschera come quella di Pulcinella e la gloria militare di un condottiero - Annibale - che aveva osato sfidare il potere di Roma. Roma, appunto. Qui Riccio si imbatte in un’altra «marcia»: questa volta non più gli elefanti di Annibale ma gli squadristi di Mussolini, non più romani contro cartaginesi ma i fascisti vittoriosi del 28 ottobre del 1922. Riccio arriva nella capitale proprio insieme a Mussolini che incontra così («Ehi, tu - disse una voce. Si voltò. Un ragazzo della sua età balzò dalle erbe al lato della strada. Si mise in posa con i piedi nella polvere, i pugni sui fianchi. Aveva grandi occhi neri che roteavano con prepotenza, aveva grosse mascelle e sporgeva il pet-

FRANZEN

In viaggio con Arpino Dalla Sicilia

Libertà d’America Un capolavoro lungo tre decenni D’AMICO

P. II

MAZZANTINI

L’ultima cena dei coniugi Perché nessuno si salva da solo MONDO

P. V

al Monte Bianco per spiegare ai ragazzi eventi e figure che hanno fatto il Paese: torna il libro scritto per i 100 anni dell’Unità

“Italia, la tua bandiera è la verità”

MEDIA

Internet ci fa stupidi? Navigando addio al concetto P. VIII

DIARIO DI LETTURA

Celestini fa l’indiano Camminando da Collodi a Pasolini SERRI

P. XI

TUTTOLIBRI A cura di: LUCIANO GENTA con BRUNO QUARANTA tuttolibri@lastampa.it www.lastampa.it/tuttolibri/

LA STAMPA

Di incontro in incontro: da Pirandello a Mussolini, dai partigiani di Langa a Piero Gobetti

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GIOVANNI DE LUNA

PICCIOLI

MEMORIA

L’Italia è lunga, troppo lunga per essere conosciuta a fondo, troppo lunga anche per essere immaginata. Benedict Anderson ha definito la nazione come una «comunità politica immaginata», perché «nemmeno i membri della più piccola nazione conosceranno mai la maggior parte degli altri membri, non li incontreranno, né probabilmente sentiranno nemmeno parlare di loro, e ciò nonostante nella mente di ciascuno è viva l'immagine della loro comunione». La nazione sarebbe quindi una sorta di mappa concettuale che aiuta a dare senso al mondo. A immaginarla concorrono racconti, simboli, spazi geografici. Proprio a causa della sua lunghezza, gli italiani hanno spesso scelto il «viaggio» come modello narrativo per avvicinarsi il più possibile alla realtà della penisola. Lo hanno fatto con il cinema da Paisà a Il ladro di bambini; lo hanno fatto con la televisione «pedagogica» degli Anni 50 da

Il protagonista Riccio dal Sud al Nord, come gli esuli del ’48, l’esercito alleato, i contadini del boom Viaggio nella Valle del Po di Mario Soldati a Viaggio nel Sud di Virgilio Sabel [...]. E un «viaggio» è anche quello raccontato da questo libro di Giovanni Arpino, pubblicato nel 1960, a ridosso delle celebrazioni del «centenario» dell’Unità d’Italia. Dalla Sicilia alle Alpi, l'itinerario è quello classico dal Sud al Nord: a percorrerlo si sono avvicendati, tra gli altri, gli esuli napoletani del 1848 che trovarono rifugio nella Torino sabauda,

to come fosse il padrone della via… Come ti chiami. Mussolini Benito - rispose il ragazzo, e qui di nuovo trattenne aria, strabuzzò gli occhi, spinse il petto in fuori -. La strada è di tutti, andiamo pure - disse allora Riccio facendo uno sforzo per non ridere») e dal quale viene canagliescamente derubato di tutte le sue povere provviste.

Libri d’Italia Per il 2011 Giovanni Arpino

Illustrazione di Alberto Ruggieri

Pubblichiamo in anteprima ampi brani della prefazione di Giovanni De Luna a «Le mille e una Italia», il libro di Giovanni Arpino uscito da Einaudi nel 1960 e ora riproposto da Lindau (pp. 244, €19,50). A corredarlo, anche uno scritto di Mariarosa Masoero, presidente del Centro Studi Gozzano Pavese, sulla genesi e la fortuna del libro. «Le mille e una Italia» sarà presentato a Torino il 24 marzo, ore 18, presso il cinema Romano. Interverranno con la signora Caterina Brero Arpino, moglie dello scrittore, Mariarosa Masoero, Giovanni De Luna, Bruno Quaranta e

l'esercito alleato che risalì la penisola guerreggiando con i tedeschi e i fascisti, il popolo contadino forzato a un esodo pieno di speranze verso le grandi città industriali del boom economico, e così via. In questo caso è un ragazzo, Riccio Tumarrano, a farci da guida, invitandoci a seguirlo nel faticoso e avventuroso peregrinare che dalle falde dell’Etna lo spinge su, verso il Nord, alla ricerca del padre minatore, impegnato nei lavori per il traforo del

Lorenzo Ventavoli. Seguirà la proiezione del film «La suora giovane», tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Arpino. Si inaugurerà così la rassegna di film ispirati alle storie dello scrittore scomparso a Torino nel 1987 (o allo scrittore particolarmente cari, come «Totò e le donne» di Monicelli e Steno e «Easy Street» di e con Charlie Chaplin). Da «Profumo di donna» (trasposizione di «Il buio e il miele»), due le versioni, la prima con Vittorio Gassman, l’altra con Al Pacino, a «Un’anima persa», a «Una nuvola d’ira».

Monte Bianco. Attraverso lo sguardo di Riccio, Arpino ci conduce lungo un percorso in cui gli spazi geografici si intrecciano con i tempi della storia, mescolando eventi e figure che hanno scandito i secoli del nostro passato, secondo le linee di un progetto («Va’ avanti - dice a Riccio Giovanni Verga, il primo dei personaggi incontrati dal ragazzo e dal lettore -. Il nostro è un paese che si comincia a conoscere solo da vecchi: tu sei fortunato a at-

traversarlo tutto mentre sei un ragazzo. Hai un bell’occhio coraggioso, Riccio: usalo. L'occhio sincero che sa vedere è un patrimonio, e più il mondo intorno si fa difficile, più quel patrimonio ti serve») che è essenzialmente un progetto di conoscenza. Riccio si congeda dalla Sicilia (dopo un colloquio con Pirandello) e passa sul continente. Attraversa il Sud, incontrando le occupazioni delle terre [...] e le lotte contadine, ma anche il fatalismo

L'incontro è destinato a ripetersi, in un altro contesto, l'Italia del Nord, e in un altro tempo, la Resistenza e il biennio 1943-1945. Quando Riccio arriva nella pianura padana (dopo aver attraversato le città e le epoche dell’Italia centrale, spaziando da San Francesco a Savonarola) Mussolini non è più il Duce, ma «il Tiranno Nero», «rimesso sul trono sbrindellato da certi suoi alleati, i tedeschi [...]. Il Tiranno rialzò la cresta, ma questa volta furono milioni gli onesti che non vollero più obbedirgli e sopportarlo in silenzio». Riccio incontra così i fratelli Cervi («I sette fratelli, in questa battaglia, erano sempre tra i primi. Finché un giorno vennero assediati, la casa fu circondata da sbirri e soldati del Tiranno. I sette fratelli spararono fino all'ultima cartuccia, poi, per salvare la vita alle donne e ai loro undici

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Continua a pag. VII


II

Narrativa straniera MASOLINO D’AMICO

Steinbeck Cronache e racconti del secondo conflitto mondiale CLAUDIO GORLIER

Lo Sforzo di guerra, «una cosa enorme e onnipotente», ci racconta John Steinbeck, era la definizione a suo modo ufficiale che veniva attribuita dai vertici politici e militari al secondo conflitto mondiale, consegnata agli inviati al fronte cui toccava raccontarla sui giornali americani. Steinbeck era uno di loro, autore di «cronache e racconti scritti in fretta e dettati per telefono al di là dell’Oceano» per essere pubblicati al volo, per esempio sul New York Herald Tribune. Nel 1958 lo scrittore ne fece una scelta in volume, lasciandoli intatti, C’era una volta una guerra. Badate al titolo, certo non occasionale come i servizi giornalistici: i vari momenti inesorabili, spietati ma anche contraddittori, imprevedibili nel conflitto, sostanziano una paradossale favola. L’Inghilterra alla vigilia dello sbarco in Francia, l’Africa settentrionale, l’Italia: Stein-

Dimenticare le bombe con Lili Marleen

p John Steinbeck p C’ERA UNA VOLTA UNA GUERRA

p trad. di S.C. Perroni p Bompiani, pp. 287, €17

«C’era una volta una guerra»: scrittore reporter sui vari fronti, una canzone tedesca per «andare oltre» beck si mosse su tutti i fronti cruciali combattuti dalle forze americane e inglesi, quasi sempre in prima linea, «perché i giornali volevano i corrispondenti sempre lì dove succedeva qualcosa». Salvo, non di rado, a venire censurati perché «alcuni argomenti», e non solo quelli, «erano tabù». Leggete queste pagine e lo capirete. Pensate che lo scoop di colui che bruciò le tappe annunciando al mondo l’armistizio gli distrusse la carriera. Il segreto di questo libro tuttora irresistibile in ogni sua pagina e brillantemente tradotto da Claudio Sergio Perroni, sta in primo luogo nel fatto che, grazie al talento dello scrittore, realtà e invenzione sembrano, quasi paradossalmente, scambiarsi le parti. Gli articoli che lo compongono, ci

GIUSEPPE CULICCHIA

Certi libri producono un effetto ben preciso: fanno la felicità del lettore. E' il caso di Parola di Chandler, edito da Fandango nella traduzione di Sandro Veronesi e con i disegni di Igort per la collana «Coconino Novel», dove troveranno spazio titoli preziosi ma ormai fuori catalogo. Questo per esempio uscì in Italia nel 1976, grazie a Oreste del Buono, e certo il fatto che torni in libreria è una gran bella notizia per chiunque ami il genere noir. Tuttavia si tratta di un'occasione imperdibile anche per chi ami la letteratura tout-court: pochi libri entrano come Parola di Chandler nel cosiddetto laboratorio di uno scrittore, ricostruito in questo caso grazie al lavoro certosino di Dorothy Gardiner e Kathrine Sorley Walker, abilissime nell'assemblare il tutto grazie al sapiente montaggio di brani tratti dalle lettere che il padre di Philip Marlowe scrisse numerosissime ad amici e editori, redattori di case editrici e riviste, critici e colleghi scrittori. Chandler esordisce quarantacinquenne nel 1933, con un racconto pubblicato dalla rivista Black Mask. E dal 1933 partono le lettere che compongono il volume. Discepolo di

John Steinbeck

spiega Steinbeck, «sono autentici come la strega cattiva e la fata buona, veri e filtrati e collaudati come qualsiasi altro mito». Non cercatevi l’esplosione tragica, il sangue, la crudeltà, ma il tessuto di episodi persino casuali, occasionali: così nascono la favola e il mito. Quotidianamente, spesso in un tessuto di contraddizioni, di imprevisti, persino banali. Come la base di bombardieri in Inghilterra dove il mitragliere di coda, alla vigilia di una missione, si accorge di aver perso il suo medaglione. E’ brutto segno: tutti si precipitano a cercarlo. Intanto, nella ca-

merata c’è un nuovo arrivato, e il benvenuto «è uno sfogo corale», mentre intanto il mitragliere cerca il suo medaglione. Arrivano le notizie più occasionali e quelle più impreviste. Nell’agosto del 1943, sulla nave carica di soldati in pieno oceano, arriva la notizia della caduta di Mussolini. «Be’ - dice un’infermiera, - se era davvero il capo, adesso i fascisti sono spacciati». In Africa le prove di sbarco, con i soldati che, nei momenti di pausa, «sognano di essere altrove», immersi in un mondo «altro». E poi, la fisicità: «in ogni combattimento, l’intero corpo è squassato dall’emozione». Così nascono e si formano «la paura e la ferocia». Gli episodi più drammatici vengono rievocati con una rapida intensità, e il caso gioca una parte non secondaria, non meno dell’abilità, della prontezza. Nei dialoghi, nei commenti, queste categorie si riflettono, così come quando una trentina di soldati americani cattura un reparto tedesco che si accorge di essere stato giocato. Si scoprono nuovi territori: memorabile il servizio su Palermo appena conquistata, gli incontri con la gente in una mistura anche linguistica. La vera conquista per chi ha combattuto una guerra sta nel dimenticarla. E allora, Steinbeck si domanda se il marchio estremo stia in una canzone tedesca di cui americani e inglesi finirono per appropriarsi, Lili Marleen. «E’ internazionale, giovane e bella e incorruttibilmente volubile». C’era una volta una guerra, andiamo oltre. Mi sembra forse il lascito più paradossale incisivo di questa raccolta.

Walter e Patty Berglund sono la perfetta coppia idealista americana degli Anni Ottanta, lui avvocato progressista, salutista, difensore dell’ambiente, lei già brillante sportiva ma adesso casalinga full time, ottima educatrice dei suoi due bambini, di cui ovviamente predilige il maschio, e alacre membro della piccola comunità in un quartiere residenziale della cittadina di St Paul che col marito ha contribuito a rilanciare. Emancipatisi da famiglie diversamente grette, limitate, oppressive, Walter e Patty sembrano persone che lasceranno il mondo migliore di come l’hanno trovato. Ma la vita ha un suo modo imprevedibile di sabotare anche le migliori intenzioni, né nutrire le migliori intenzioni significa avere trovato se stessi. Ci vuole ben altro. L’immagine positiva che la coppia Berglund ha per gli altri e anche per se stessa è compromessa fin dall’inizio del nuovo grande romanzo di Jonathan Franzen, Libertà, che alla maniera classica comincia in medias res per poi ricostruire con meticolosa

«Libertà»: i Berglund via via smarriscono la certezza di lasciare il mondo migliore di come l’hanno trovato precisione l’antefatto, proseguire con gli accadimenti principali e le loro conseguenze, e avviarsi lentamente verso una conclusione di pace conquistata nel dolore. Durante il corso della narrazione vengono seguite parecchie vicende collaterali riguardanti i familiari e gli amici dei Berglund, compresi i loro rispettivi genitori, i loro figli, i partner di questi ultimi, e via dicendo - nessuno, protagonisti compresi, troppo simpatico, ma neanche completamente negativo, talvolta dalle premesse peggiori nasce poi qualcosa di buono, e viceversa - in un arco di tempo che va da quando Walter e Patty sono ancora studenti alla loro riconciliazione

Franzen Un grande romanzo, con dialoghi eccellenti e uno stile miracolo di equilibrio

Un rockettaro manda in tilt la perfetta coppia negli Anni Duemila, dopo una separazione molto lunga e amara. Oltre al benpensante Walter e alla sua consorte che dopo aver cercato di uniformarsi agli ideali di lui cambia clamorosamente carattere, campeggiano nell’ampia vicenda soprattutto Richard, rockettaro sciupafemmine, coetaneo e amico per la pelle (magari un po’ improbabilmente) di Walter, e Joel, il figlio maschio di Walter e Patty, che ben presto cresce quanto basta per cacciarsi in guai seri. Questo Joel pianta i primi semi del disagio in cui la famigliola poi sprofon-

derà quando, adolescente, per una ripicca rompe i rapporti con i suoi e va a vivere da dei vicini, approfittando della nuova permissività per frequentare apertamente la loro figlia che lo ama perdutamente. La crisi dei Berglund culmina quando Patty, inconfessatamente bramante un compagno meno irreprensibile e sessualmente più attraente del ligio Walter, si innamora del rockettaro Richard, il quale peggiora le cose concedendolesi poco e facendola sentire colpevole. Walter non riesce a superare quella che gli sembra la perdita della donna della sua

Chandler Il maestro hard-boiled: un autoritratto attraverso le lettere

Caro Marlowe raccontaci un’altra storia Dashiell Hammett, rifiuta le regole del giallo tradizionale e porta a compimento la sovversione in nome dell'hard-boyled, scrivendo storie che sembrano tratte dai crudi scatti in bianco e nero di Hollywood Babilonia. Proprio Hollywood porterà sul grande schermo il suo anti-eroe Philip Marlowe, dandogli il volto di un mostro sacro come Humphrey Bogart, favoloso interprete con la favolosa moglie Lauren Bacall di un capolavoro come Il Grande Sonno, di cui viene riprodotto il manifesto. Arricchito come si è detto dalle pregevoli illustrazioni di Igort, Parola di Chandler è suddiviso in una decina di capitoli, a cominciare dal trittico «Chandler su Chandler», «Chandler sul Ro-

manzo Noir», Chandler sul Mestiere dello Scrittore». Seguono tra gli altri «Chandler sul Mondo dell'Editoria» e «Chandler sui Delitti Famosi», ma anche «Chandler sui Gatti». E già da

«Tre leggi per scrivere a mio uso: non seguire alcun consiglio, non mostrare mai il lavoro svolto, evitare i critici» questi titoli è facile evincere che le 300 e passa pagine del volume sono la mappa di una sorta di isola del tesoro. C'è tutto quel che un lettore di Chandler ha sempre desiderato sapere a proposito di Chandler, ma non solo.

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Raymond Chandler PAROLA DI CHANDLER trad. di Sandro Veronesi illustrazioni di Igort Coconino Press, pp. 335, €22

Perché Chandler, di volta in volta secco, rude, stringato, triste, divertente, affettuoso oppure caustico, si rivela in ogni passaggio assai generoso, e capace di regalare consigli preziosi innanzitutto a chi voglia cimentarsi con la scrittura. Colpisce, in certi brani, la grande umiltà di un autore ormai celebre, come per esempio in una lettera del 1957, in cui scrive: «Sto anche provando a imparare la lingua inglese, che superficialmente è come la nostra, ma che è molto diversa nelle sue implicazioni». E tra le righe si intuisce come Chandler debba aver pagato a caro prezzo la sua saggezza: «Come scrittore con vent'anni di esperienza professionale ho incontrato ogni genere di persona.

Chandler visto da Igort

Quelli che dicono di saperne di più sulla scrittura sono proprio quelli che non sanno scrivere. Meno fai caso a loro e meglio è. Così ho inventato tre leggi per scrivere a mio proprio uso, che sono assolute: non seguire mai i consigli. Non mostrare mai il lavoro svolto né discuterne. Non rispondere mai a un critico». Chandler sa di che cosa parla, quando racconta dal di dentro il mondo delle lettere o del cinema: «A Hollywood chi controlla i soldi e il potere che ne deriva può fare quello che gli pare. Contratto o non contratto, può distruggere da un giorno al'altro qualunque dirigente, qualunque star, qualunque produttore e qualunque regista - intesi come individui. Ciò che non può di-

Bogart & Bacall nel «Grande sonno»


Tuttolibri SABATO 19 MARZO 2011 LA STAMPA

III

Enard Una straziante rassegna di orrori e carneficine, dall’Algeria alla Turchia, tumultuoso «cuore di tenebra» PAOLA DECINA LOMBARDI

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Jonathan Franzen LIBERTA’ trad. di Silvia Pareschi Einaudi, pp. VI-62, €22 Franzen sarà a Roma il 21 marzo in dialogo con Alessandro Piperno (h. 21, Auditorium Parco della Musica, anteprima di «Libricome», rassegna organizzata da Marino Sinibaldi) e il 23 a Torino con Paolo Giordano (h.21, Circolo dei lettori)

Jonathan Franzen si è affermato nel 2002 con il romanzo «Le correzioni»

vita, e diventa l’uomo di fiducia di miliardari speculatori che anche grazie a lui fanno approvare un progetto di creare una grande zona protetta per gli uccelli di passo in cambio del permesso di scavare nuove miniere di carbone, devastando così un idilliaco ambiente rurale e spogliando certe comunità agricole. Quello dello sterminio dei volatili del Nuovo Continente sembra inizialmente solo un pretesto per far commettere a Walter una gaffe atroce, ma non è così, è un problema cruciale per l’autore, che auspica addirittura una crociata contro i gatti domestici, sterminatori dei pennuti. (I devastanti squilibri provocati dall’uomo mediante la sua promozione di certe specie animali a danno di altre hanno attualmente stimolato almeno un altro romanziere americano, T. Coraghessan Boyle, nel recentissimo When the Killing’s Done). Quando si rende conto di essere stato usato, Walter reagisce clamorosamente, e... Ma non si può né si deve riassumere una trama tanto articolata, anche perché per isolarne l’innervatura si deve tacere sui tanti sbocchi collaterali che l’arricchiscono. La storia è raccontata con spostamenti di ob-

biettivo, seguendo ora questo ora quel personaggio, e con variazioni di tono; in particolare, le vicende di Patty sono affidate in gran parte a una sorta di suo memoriale in terza persona a beneficio di un immaginario psicanalista. Non meno che nella prosa, sempre mirabile per precisione, ironia e distanza dalla frase fatta o dall’aggettivo trito, Franzen eccelle nei dialoghi e

Intreccio di personaggi e storie lungo tre decenni e un interesse cruciale per la difesa degli uccelli e dell’ambiente nella ricreazione dei gerghi del momento durante i tre decenni che fa rivivere. Ha impiegato nove anni a scrivere questo libro così felicemente calibrato, e non si stenta a crederlo. Il suo stile è un miracolo di equilibrio: ogni singola frase è limata alla perfezione, ma non fino a distrarci dalla voglia di seguire quello che accade. La traduzione italiana si adegua accettabilmente, anche se per rendere davvero giustizia ai nove anni di Franzen ci sarebbe forse voluto qualche mese di più.

LUIGI FORTE

Un altro disegno di Igort

struggere è il sistema-Hollywood». Ma poi arriva ad analizzare singole scene di film, mostrando di padroneggiare perfettamente l'arte del montaggio. E già nel ‘51, in una lettera a Carl Brandt, denuncia il «degrado della mente umana provocato dal flusso costante di pubblicità disonesta» nei programmi della televisione. In fondo al volume, poi, ecco The Poodle Spring Story, che doveva essere l'ottavo romanzo della serie dedicata a Philip Marlowe e che Chandler non fece in tempo a ultimare, morendo il 26 marzo 1959. Sono appena quattro capitoli, ma gli aficionados apprezzeranno assai. Certi libri, come dicevo, fanno la felicità del lettore. E Parola di Chandler rientra a pieno titolo nella categoria.

Clown lillipuziani, principi affetti da spleen, violinisti che fanno danzare le stelle in cielo, ballerini col monocolo e perfino un San Nikolaus amareggiato dal mondo, popolano le pagine di Joseph Roth nell’antologia Il secondo amore che Adelphi propone nell’ottima versione di Gabriella de’ Grandi. Si tratta di racconti ed elzeviri pubblicati dallo scrittore fra il 1919 e il 1939, su quotidiani austriaci e tedeschi durante i suoi soggiorni a Vienna, Berlino e Parigi. Ne scrisse ben oltre un migliaio senza nascondere il suo ambizioso progetto: «Io delineo il volto dell’epoca», dichiarò alla Frankfurter Zeitung di cui fu per anni corrispondente. Certo, Roth è stato l’appassionato cantore di un impero multietnico dissoltosi con la Grande Guerra. Il cronista affettuoso e ironico del mondo dell’ebraismo orientale risucchiato di lì a poco nel baratro della Shoah. Ma dietro la patina della nostalgia e il sapore del tempo irrimediabilmente perduto, egli cela un estroso, surreale umorismo. Di fronte ai suoi occhi smaliziati il mondo straripa d’immaginazione e si risveglia fra le note di un tempo magico e segreto, fra

«Stamattina le Alpi brillavano come coltelli, tremavo dallo sfinimento seduto al mio posto senza poter chiudere occhio come un drogato tutto indolenzito... mi sento vecchissimo vorrei che il convoglio continuasse continuasse... ho avuto pietà di me stesso su questo treno il cui ritmo ti apre l’anima meglio di un bisturi». Rannicchiato «come un cane» sul sedile del treno che da Milano lo porta a Roma per «salvare qualcosa e se stesso», un uomo è preda di un passato opprimente. Come unico bagaglio porta con sé una valigetta che sarà la merce di scambio per iniziare una nuova vita. Al ritmo veloce e uniforme del treno che corre sui binari divorando un paesaggio ricco di storia, i ricordi e i pensieri si affollano disordinatamente in un tumultuoso continuum spazio temporale. Mentre prende corpo la storia individuale, si disegna una zona interiore i cui tasselli rimandano tasselli a un grande, cupo, insopportabile mosaico. Dopo l’arruolamento volontario nel conflitto serbo-bosniaco dove è stato iniziato a una sanguinaria crudeltà, il giovane franco croato Francis Servain, ammiratore di Brasillach, è diventato un agente segreto scivolato sempre più nella deriva dell’alcolismo, della droga e del cinismo. In quindici anni di attività sotto falso nome ha conosciuto e schedato tutti i protagonisti del commercio di morte che alimentano il massacro della Zona affidatagli. Dall’Algeria alla Palestina, dal Libano, all’Egitto e alla Turchia, mentre impara a distinguere i partiti, gli emiri, le fazioni e i gruppuscoli, quasi senza rendersene conto diventa un esperto della follia politico-religiosa. «E’ una patologia sempre più diffusa... - pensa - non c’è ormai Paese che non abbia i suoi futuri terroristi, estremisti, salafiti, jihadisti di ogni risma e Parma che fugge via nella notte con la sua nobiltà napoleonica mi dà il mal di testa, o forse è la

L’agente segreto tra emiri e jihadisti zioso sulle orme dell’Ulisse di Joyce e de La modificazione di Michel Butor, costruito sapientemente su documenti e testimonianze, erudizione e rimandi letterari, Zona di Mathias Énard, che Yasmina Melahouah ha tradotto magnificamente, è un soliloquio inquietante affidato a una sola lunghissima frase le cui uniche pause sono le virgole. E l’ansimante immersione nel lato oscuro, il cuore di tenebra «inspiegabile», lascia senza fiato. Gli orrori della guerra, l’eros perverso della violenza omicida e il corpo a corpo con la morte

Lo scrittore francese Mathias Énard, nato nel 1972

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Mathias Énard ZONA trad. di Yasmina Melahouah Rizzoli, pp. 489, €22

paura, la paura panica dell’oscurità e del dolore». Alla straziante rassegna di militari, loschi trafficanti d’armi e mercenari; di carni disfatte nella melma delle cloache di fango e sangue; delle notti illuminate dal fuoco delle granate sotto il

crepitio delle armi, si mescolano i momenti d’abbandono alla dolcezza del vivere con le donne che ha amato, e perduto, tra magnifici paesaggi e città d’arte, lussuosi grand hotel e luoghi esclusivi di vacanza. In quella sua Zona d’azione che abbraccia il Mediterraneo e l’Europa, il lato oscuro del potere sanguinario e quello scintillante del consumo e del piacere convivono infatti in un’aberrante normalità quotidiana. E’ la tragedia della contemporaneità che si aggiunge alle atrocità consumate in secolari, sanguinosi conflitti tra lo splendore delle bellezze naturali e le stratificazioni di civiltà e d’arte. Genocidi, stupri, saccheggi, deportazioni fanno parte di una storia di vittime e carnefici che si ripete e in cui il male non ha riscatto. Monologo interiore, flusso di coscienza? Progetto ambi-

«Zona»: un soliloquio affidato a una sola lunghissima frase, un’Iliade del ’900 scritta come l’Ulisse che Enard ha trattato in La perfezione del tiro, in Risalendo l’Orinoco e, come parodia, nel Breviario per aspiranti terroristi (Nutrimenti, 2010), questa volta ci mettono a dura prova. A proseguire ci spinge l’intrigo, l’ambiguità del personaggio e l’attesa dell’approdo. Alla fine del viaggio, ci sarà modificazione, e imprevista, come nello straordinario romanzo di Butor? E la consegna della valigetta a un inviato del Vaticano porterà a compimento il processo catartico? Accomunati alla sofferenza del narratore, anche noi ripensiamo con sgomento alla Storia che ha insanguinato l’Europa e seguita a infiammare il bacino del Mediterraneo sotto i nostri occhi. Ci sarà mai una fine e una redenzione? In 24 capitoli come i 24 canti dell’Iliade, Zona è una tragedia che ponendo l’interrogativo lascia il segno.

Joseph Roth Racconti ed elzeviri: culto del dettaglio, estroso umorismo

Nel mondo di ieri il principe ha lo spleen odori e profumi che avvolgono persino la scrittura, in una kermesse di figure bislacche e oggetti riottosi. Come il bastone e il cappellaccio di feltro del clown macrocefalo Little Tich che, nell’omonimo racconto, sfuggono al suo controllo in sequenze esilaranti. La realtà si srotola da curiosi dettagli: così un monocolo all’occhio destro di un signore un po’ dandy si presta a gustosissime variazioni sull’esperienza umana. Non senza un pizzico di bizzarra teoria: quella piccola caramella rischierebbe infatti di mummificare il volto e rallentare o perfino offuscare il pensiero di chi la porta. E che dire di un buco in una vecchia e bisunta giacca che qualcuno cerca di

vendere nel raccontino Commercio di vestiti? La trattativa con i mercanti di panni è una gag che anticipa il teatro dell’assurdo in un’atmosfera di farsesca nostalgia. Del resto anche in Una notte

«Il secondo amore»: l’ambizione di delineare con figure bislacche «il volto di un’epoca», la perduta Mitteleuropa con le cimici un dialogo con gli infaticabili parassiti succhiasangue si allinea al gusto surreale di uno scrittore che ci fa sognare Charlot o Buster Keaton. Un viaggiatore che in treno cerca i favori di una bella signo-

p Joseph Roth p IL SECONDO AMORE Storie e figure

p trad. di Gabriella de' Grandi p Adelphi, pp. 124, €11

ra sobbarcandosi il peso delle sue valigie, ma soccombe a un giovane ardito e sportivo che conquista d’emblée il cuore della dama senza alcuna fatica, o il violinista che suona la musica della propria rovina accompagnando la danza della bionda principessa che lo trascura per un famoso ballerino, sono silhouettes comico-patetiche che affollano anche le pagine narrative di Roth: una lunga teoria di povere anime, di esseri superflui, come il tenente Franz Tunda, nel romanzo Fuga senza fine, di individui che raccontano i silenzi abissali della realtà. C’è sempre una cesura nel mondo di questo grande scrittore mittel-europeo, ed è la consapevolezza dello sradicamento:

Joseph Roth

dall’infanzia nel travaglio della vita adulta, dai borghi dell’ebraismo orientale nelle metropoli anonime, dall’Impero austro-ungarico nella babele della modernità. Più di ogni altra cosa commuove in queste pagine lo sguardo affettuoso, ancorché disincantato, verso il mondo di ieri che osserva il negozio di generi coloniali del vecchio zio pervaso da esotici aromi, le illustrazioni dei calendari da parete o, affatto sublime, l’indelebile figura del vecchio imperatore che dalla carrozza «distribuiva raggi di clemenza a tutti». Una luce che non sbiadisce, anzi illumina la scrittura di Roth come tenera testimonianza d’un intramontabile passato.


IV

Narrativa italiana L’ AUTOBIOGRAFIA «MAI SCRITTA» DI JACOVITTI

Sono triste, solo e matto = Jacovitti autobiografia mai scritta (Stampa

Autoritratto di Jacovitti

Alternativa/Nuovi Equilibri , pp. 158, €20) è un racconto fatto da Jac in prima persona attraverso interviste e incontri avuti con il curatore Antonio Cadoni. Pagine sparpagliate in anni di frequentazione amichevole iniziata nel 1947, trascritte e messe in ordine cronologico per non dimenticare la straordinaria vitalità e creatività del Benito da Termoli, che si è sempre considerato un clown: «Io sono un clown, un pagliaccio. In genere i fumettari sono tristi oppure soli o magari matti. Io sono triste, solo e matto da quando ho iniziato a disegnare con il carboncino

PAROLE IN CORSO GIAN LUIGI BECCARIA

La donzelletta che amava il Tasso Quando convivevano l’italiano del giorno di festa e il dialetto feriale

I

l poeta Andrea Zanzotto ricorda che la sua nonna parlava, come tutte allora, il nativo dialetto: questa nonna popolana gli recitava, quand’era piccolo, i versi familiari del Tasso, e quell’«armonia del toscano illustre» filtrava nella sua coscienza come «una vera e propria droga fonica (...), sopra il continuum un po’ “selvatico” della parlata dialettale». Ciò avveniva oltre mezzo secolo fa, quando la lingua, più di quanto avvenga adesso, correva su due binari distinti, quando convivevano come due livelli, nettamente distinti, l'italiano dei giorni festa e il dialetto feriale. I piani comunicativi erano differenti e distanti: come se coesistesse una duplice vocazione alle differenze, due anime, una «geminità» tra il reale-concreto-affettivo e l'aristocratico-nobile dall'altro. Ma non credo in realtà che si trattasse di questo, soltanto. Da un lato c'era la lingua di latte, la radice, la casa, il familiare e l'affettivo, quello che è heimlich, come dicono i tedeschi: il dialetto che univa (e distingueva) la comunità, il gruppo, la famiglia. Lingua non bassa, ma profonda. Era il suono familiare che ritesseva fino a ieri il «tenace reticolo» non solo di una comunità rurale, ma anche di ogni grande metropoli italiana, per quanto sconvolta e caotica. Annotava La Capria nell' Armonia perduta che il dialet-

to giungeva all'orecchio come «flauto suadente» anche nell'orrendo frastuono delle strade di Napoli («tiene insieme la mia tribù, l'unico elemento aggregante in questa disgregazione»). Ma perché quei versi del Tasso giungevano all'orecchio di un bambino così seduttivi, e non distanti? Ma perché chi amava i libri, leggeva, andava a scuola, studiava (a memoria magari) i nostri versi, coltivava un altro insopprimibile tratto di famiglia, quella confortante sensazione di unità, di partecipazione, quel senso di contatto e di colloquio con una più vasta comunità che è la nazione, con la sua storia, la sua cultura, e il vasto suono di bellezze e di ragioni alle quali sentiva di appartenere. Quei versi indicavano una bellezza un suono ed un ritmo anche per la loro appartenenza ad un «canone», ad una continuità attraverso i tempi, che legava con un filo d'oro il passato e il presente, Dante, Petrarca, Tasso e il moderno, e quell'aureo tessuto da letterario diventava, come dovrebbe diventare ancora oggi, immediatamente «civile». È questo uno dei motivi per cui festeggiare i 150 anni di un' Italia unita non può essere «retorico». Lo sentirono in quegli anni quanti non aveva una patria: «Voi sapete che quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto» (Luigi Settembrini, Ricordanze della mia vita).

dappertutto, scegliendomi il destino di scherzare: sul sesso, la mafia, la politica, i bellimbusti.. Sono orgoglioso di essere un pagliaccio. Sono matto». I primi segni della «pazzia» emergono quando il bambino Jac disegna con il carboncino sui paracarri bianchi della strada del paese, riempie quaderni di fumetti che poi vende ai compagni di scuola finché, a 16 anni, a Firenze inizia a pubblicare regolarmente su Il Brivido. E' l'inizio di una produzione impetuosa che lo porterà a fare mille cose: dai settimanali cattolici a Playmen, con l'indimenticabile Diario Vitt inseparabile compagno di generazioni studentesche tra contestazione e risate. E centinaia di personaggi: Pippo Pertica e Palla, Battista l'ingenuo fascista, Cocco Bill, Jack Mandolino, Zorry Kid, campagne

GIANNI BONINA

C'è un mondo, appena fuori dal nostro, un microcosmo chiamato Vigàta, che vive di notte e che è popolato soprattutto di donne. Un mondo di tipi che sembra fatto di cartone. Mai viste tante donne sulle scene camilleriane. Mai avute in Camilleri tante notti vissute così in frenetico: in un periodo peraltro quello fascista e bellico - nel quale le notti erano deserte e gli scuri serrati. Nella Vigàta littoria, trasposta adesso in otto racconti della stessa maniacale misura adottata dall'ultimo Camilleri per tutti i suoi titoli che non siano romanzi, la notte trascorre pensando a decisioni capitali da prendere o in tirate fino all'alba di gemiti e abbracci, con la febbre a quaranta per gli spaventi e le angustie o macchinando delitti con impiego di belve feroci oppure festeggiando in taverna l'entrata in guerra. Un mondo del tutto sveglio, in piedi e in azione, un mondo dunque rovesciato e perciò ai

pubblicitarie (anche per la DC) per passare alle riletture dei classici come Pinocchio e il Kamasutra. Nell'introduzione all'autobiografia «per interposta persona», Gianni Brunoro - attento curatore della produzione jacovittiana e non solo - scrive che questo libro «è l'unica opera biografica di Jacovitti», originale come tutte le uscite di Jac. Che Cadoni ha collezionato, tutte, promuovendo anche la rivista NostalVitt e lo Jacovitti Club di cui era vicepresidente: presidente, naturalmente, era lo stesso Jac. Che è scomparso a 74 anni il 3 dicembre del 1997: poche ore dopo è morta sua moglie, Floriana Jodice alla quale mandava lettere lunghe 8 metri e disegni grandi come pareti. Smisurato, grandissimo, Jac. Alberto Gedda

Camilleri Otto racconti per minare il superomismo e la probità femminile

Il fascismo è una macchietta a Vigàta

«Gran Circo Taddei»: nella provincia remota dove il Duce arriva solo attraverso gli altoparlanti confini della realtà entro un ideale del contrario che qui Camilleri ripropone per intonare lo sbertucciamento al regime. Le donne sono tutte cacciatrici insaziabili di uomini infaticabili e prestanti, sia pure lerci e laidi, mentre gli uomini sono perlopiù «bell'antoni» estenuati e rinunciatari quando non creduli e ingenui misirizzi del potere, come il supercomunista colto da una crisi mistica risultato in realtà di uno scherzo democristiano. Camilleri irride al fascismo minandone le fondamenta del superomismo e della probità femminile, fa dei precetti costituiti (quali il divieto di usare parole straniere o di giocare d'azzardo e l'imperativo di accrescere la prole) quadri di satira e sberleffo, creando macchiette

Un piccolo balilla in una ceramica déco firmata Ellevi

p Andrea Camilleri p GRAN CIRCO TADDEI e altre storie di Vigàta

p Sellerio, pp. 327, €14

icastiche e in pantomima. Il Gran Circo è quello fascista della provincia remota, dove il Duce arriva solo con gli altoparlanti in piazza riungalluzzendo i maschi e illanguidendo le femmine. Un Gran Circo nel quale si rappresenta un vagheggiamento collettivo, quello di un'umanità costituita in un mondo il cui credo è la trasgressione - alle leggi, al costume, alla tradizione - e che non chiede di essere creduto vero. La Vigàta fascista di Gran Circo Taddei (antitetica a quella di Montalbano, dei romanzi storici e degli altri racconti, dove invale un

principio di realtà a grado zero che non deve ricorrere all'allegoria) è la stessa di La pensione Eva, La presa di Macallè e Privo di titolo, come anche del più recente Il nipote del Negus, nel cui ambito il tono di commedia, di teatrino delle parti, di gioco a farsi personaggio e figurina ha il compito di demistificare la severità e l'etica tutta in liturgia del fascismo. Il rigoroso podestà che inneggia alla morale fascista e poi mantiene una vedova raggiungendola di notte, il federale che impone agli impotenti di avere figli, la «capa delle femmine fasciste» che denuncia chi ha «praticato» con tutte tranne che con lei, i mariti sterili che fanno ingravidare le mogli pur di avere un figlio, il Benito che conduce vita grama e muore anzitempo: sono tutti calchi di una speciale galleria di mimi contra ordinem che Camilleri manipola nella sua opera dei pupi. Che configurandosi come canone inverso non può non indurre al riso. Il dramma trascodificato in commedia è dunque la cifra di questi racconti lunghi, o meglio romanzi nani (e come tali in analogia anche narratologica con quelli superiori), nei quali lo spirito disimpegnato concorre a rilanciare la berlina e sostenere l'invettiva politica. Ma non tutti i racconti stanno sulla scala del divertissement. Volendo avvertire che in realtà non c'è niente da ridere, Camilleri aggiunge un racconto di formazione, Un giro di giostra, del tutto dissonante e fuori anche dal contesto fascista, per dare spazio a un orfano che cresce senza affetti né una donna e che quando, in età matura, si innamora di una ragazza ed è ricambiato, muore travolto da un'auto, sulla soglia della felicità. Si tratta, non a caso, dell'unica storia ambientata fuori Vigàta: perché Vigàta è un Barnum, uno show di personaggi (tantissimi: al punto da indurre Camilleri, nell' eventualità di omonimie, a premunirsi in una nota finale) che vogliono dare spettacolo rompendo convenzioni e vincoli, sfidando gerarchi e vessilli, facendo della notte il giorno e delle donne gli uomini. Perlopiù nottetempo, all'insaputa del regime. Più per gabbarlo che per evitarlo.

Di nuovo aperti. E da riaprire ogni volta che vuoi. Per i 150 anni dell'Unità d'Italia, due grandi musei torinesi riaprono al pubblico rinnovati negli spazi e negli allestimenti. La Stampa e Allemandi li celebrano con due libri imperdibili, ricchi di immagini, curiosità e informazioni inedite. Un viaggio alla scoperta di due autentici tesori nazionali, che da oggi raccontano in modo nuovo due grandi storie piemontesi che hanno cambiato l'Italia.

Da martedì 22 marzo, MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE Da martedì 29 marzo, MUSEO NAZIONALE DEL RISORGIMENTO Distribuito nelle edicole di Torino e provincia proposte:

A 12,90 euro* ciascuno.

* Più il prezzo del quotidiano

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Tuttolibri SABATO 19 MARZO 2011 LA STAMPA

«ASPETTA PRIMAVERA, LUCKY» DI FLAVIO SANTI

Con la maschera di Bianciardi = Le piccole felicità della vita? Scovare un libro pubblicato

da un editore semi-sconosciuto, firmato da uno scrittore non certo famoso, leggerlo e godersi la sorpresa del puro piacere intellettuale. Si parla del romanzo breve Aspetta primavera, Lucky di Flavio Santi, trentotto anni, esordiente nel 1999 con Diario di bordo di una rosa, romanzo complesso e arduo edito da Pequod, autore nel nel 2006 di un ambizioso romanzo gotico, L’eterna notte del bosco nero (Rizzoli): ora, nella zona franca dalle piccole Edizioni Socrates (pp. 144, €9), è come se si sentisse finalmente libero di lasciarsi andare. Si maschera appena dietro lo pseudonimo di Fulvio Sant e

Luciano Bianciardi

racconta sé stesso, attingendo alla sua robusta cultura classica, facendosi forte di un’intelligenza vigorosa e anticonformista, di una verve, di un sense of humour da talentuoso giocoliere della parola, con le mani che, aperta la porta alla spontaneità, corrono fluide sulla tastiera. Fulvio/Flavio vorrebbe scrivere romanzi ma per sopravvivere fa il traduttore-precario. Per arrivare a fine mese è costretto ad elemosinare traduzioni da un sistema editoriale che detesta, perché pretende un lavoro piatto ed omologato. Vive in un appartamentino, mangia poco e male, ha una moglie materna, razionale, e un’amante focosa. Vi ricorda qualcuno? Luciano Bianciardi, La vita agra? Esatto. Il Lucky del titolo è proprio lui, e il corrosivo toscano è invocato come nume tutelare in decine di pagine. Ma con il capolavoro

LORENZO MONDO

Margaret Mazzantini ha scritto con Nessuno si salva da solo un romanzo molto diverso da Venuto al mondo, dalla sua complessa orchestrazione, dal suo sguardo rivolto a una realtà che appariva come enfiata da una delle guerre più sanguinose di fine secolo, quella bosniaca. Qui la vicenda è calata e circoscritta in un ambito privato, si tratta della crisi di una coppia, che non esclude una forma di acre inimicizia, espressa in un linguaggio di gergale, disinibita crudezza. Delia e Gaetano si incontrano in un ristorante per decidere dell’affidamento dei figli, che vivono con lei, durante le vacanze estive. Hanno appena rotto il loro matrimonio, sono colmi di risentimenti e rinfacci.

«Nessuno si salva da solo»: l’acre inimicizia fra Delia e Gaetano, la verità contro la menzogna L’autrice ricorre con grande bravura alla cornice strutturale del pranzo, ai gesti abitudinari, ai dialoghi spezzati che scandiscono la loro storia, evocata attraverso il monologo interiore. Alla passione fiammeggiante, cementata dalla tenerezza per i piccoli Cosmo e Nico, si è sostituita quasi insensibilmente l’usura dei sentimenti, che sfocia nel disamore aperto e dichiarato. Il dissidio viene allo scoperto in seguito a un tradimento di Gaetano, ma ha radici lontane. C’è la frustrazione dell’uomo, un mediocre sceneggiatore cinematografico, trafelato fino a trascurare la famiglia nella ricerca del successo. C’è poi in lui una superficialità di fondo, una irriflessiva voracità vitale che si manifesta, anche adesso, nella sua applicazione al cibo davanti alla moglie inappetente e giudicante. E c’è la lenta assuefazione alla menzogna che Delia, ben altrimenti ri-

Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto (qui in una foto del 2002, allo Strega, vinto dalla scrittrice con «Non ti muovere») rappresentano l’opposto della coppia descritta nel romanzo «Nessuno muore solo»

Mazzantini La crisi di una coppia espressa in un linguaggio di gergale, disinibita crudezza

L’ultima cena dell’amore a pezzi soluta, non sa perdonargli. Entrambi pagano poi lo scotto di una orgogliosa alterità, rivelatasi fragilissima, nei confronti della gente comune. Eppure non sembrano ragioni sufficienti a spiegare la destituzione di un amore che fu fervido e potrebbe essere non del tutto sopito. In realtà, mancano ai protagonisti le parole che potrebbero fare chiarezza dentro la confusione di sé e del mondo che li circonda. Certo non giova il surrogato festoso o iroso del turpiloquio. Solo per un momento Gaetano sa uscire dall’afasia: «Se lui non fos-

p p p p

Margaret Mazzantini NESSUNO SI SALVA DA SOLO Mondadori pp. 189, €19

se stato una comparsa del suo tempo. Se non avesse avuto quel giubbotto Harley-Davidson e il resto... magari avrebbe avuto una diversa tensione morale. Non si sarebbe lasciato marcire anzitempo, aggrappato a modelli che passano, come manifesti di film». Analoghe parole Delia riesce a trovare al termine di quella cena: «Loro appartenevano alla generazione della patacca, del remake. Tutto era già stato provato, si trattava solo di rivisitare, senza un vero nerbo... Il sogno di tutta la gente che conoscevano era quello di organizzare eventi. Di

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bianciardiano c’è un curioso effetto-specchio: come l’io narrante era, là, macinato dai meccanismi di un’Italia in folle accelerazione, qui è macinato da quelli di un’Italia in frenata disperata. E se là c’era la speranza di un mondo migliore in arrivo, qui c’è la certezza del baratro che ci attende. Eppure Flavio/Fulvio resiste, si aggrappa alla sua intelligenza, alla sua ironia corrosiva, ai libri, alla cultura stratificata in anni di studio. Tuttavia non è un romanzo lamentoso, nessuno si piange addosso. C’è livore, sì, ma quello giusto di chi sa di meritare e invece vede il paese in mano al clientelismo, livellato al basso nello sperpero dell’intelligenza. Peccato che siano solo 140 pagine, e in piccolo formato. Piccole felicità si diceva, brevi quanto un pomeriggio di primavera. Piersandro Pallavicini

anelare a una festa continua sulle macerie di tutto. L’egoismo come unica borsa a tracolla». E sotto la festa continua, il dilagare di una capillare violenza nelle strade della città. Ma questo era il mondo che avevano avuto in sorte, con la loro complicità, e per uscirne insieme ai propri figli dovevano «drizzare le antenne per captare un segnale positivo». Questa resipiscenza, che allarga il discorso a una intera generazione, potrebbe apparire un poco appiccicata per un improbabile lieto fine; se non fosse che viene insinuata abilmente nel corso della narrazione da ripetuti indizi. In parallelo con quella dei protagonisti, si consuma infatti nel ristorante la cena di una coppia di anziani, innamorati come due adolescenti, che si presentano a Delia e Gaetano al termine della serata. Lui è un uomo ciarliero, confida di avere festeggiato con la moglie la sua «resurrezione». Ha subito l’ennesimo intervento per un cancro che lo divora, ma si sente felice per i giorni che gli sono concessi e che assapora con intatto trasporto, per la premurosa compagna dalla quale non ha mai pensato di

L’asprezza come divisa stilistica e morale, il ritratto implacabile di una generazione segnata dall’egoismo separarsi. E sigilla la sua professione di acceso amor vitae con la sentenza che «nessuno si salva da solo». Gaetano scopre in lui il personaggio laterale e dimesso che ha sempre cercato nelle sue sceneggiature, quello «che spinge l’eroe a superare la soglia», ad attingere la verità. Al posto suo provvede Margaret Mazzantini che attribuisce al vecchio una potenzialità salvifica, non esente da una vaga religiosità. Non indugerò più di tanto su questo e altri momenti che riescono a intormentire appena i due desolati eroi, senza proporre soluzioni zuccherose o edificanti. Come si conviene a un romanzo che ha fatto dell’asprezza la sua divisa stilistica e morale.

Bloc notes A MILANO

Tutto Fotografia = «La fotografia in Italia: a

che punto siamo?». La Fondazione Forma, presidente Roberto Koch, ha organizza to una sorta di stati generali a Milano che si concluderà domani, nella sede di piazza Tito Lucrezio Caro, 1 (www.formafoto.it). Interventi, oggi, fra gli altri, di Mario Calabresi, direttore de La Stampa, Giovanna Calvenzi e Luca Sofri su «Editoria e fotografia», in serata a colloquio Michele Smargiassi e Ferdinando Scianna. Domani, «La parola ai protagonisti» (da Basilico a Biasiucci, da Rorandelli a Thorimbert).

A TRIESTE-DUINO E ROMA

Per la poesia = A Trieste-Duino, dal 21

marzo all’8 aprile, festa della letteratura e della poesia. Giovani autori under 30 di tutto il mondo si ritrovano in occasione del premio «Castello di Duino» (il testimonial è il poeta albanese Arben Dedja). Oggi a Roma, dalle h. 18, incontro per i 50 anni de «I Novissimi. Poesie degli anni’60» con Balestrini e Pagliarani, a cura di EscArgot/Scrivere con lentezza (www. escatelier.net)

PREMIO

Italo Calvino = Scelti i finalisti per il

premio «Calvino» 2011. Sono Sergio Compagnucci (L’esordiente), Max Ferrone (La qualità del dono), Giovanni Grieco (Malacrianza), Anna Melis (Casa Mele), Letizia Pezzali (Vita di tolleranza), Marco Porru (L’eredità dei corpi), Giacomo Verri (Partigiano inverno), Pierpaolo Vettori (Le sorelle Soffici). Premiazione il 19 aprile a Torino, in Palazzo Barolo.


VI

Idee e personaggi

Ritratto in bronzo di Bruto

«RES PUBLICA» DI ANDREA CARANDINI

A ROMA, DALLA REPUBBLICA A PORTA PIA

PAGINE ANNI 50/60 DI CARLO LEVI

E Bruto cacciò Tarquinio

Mazzini e i bersaglieri

Una Roma fuggitiva

= Andrea Carandini, dimissionario presidente del

= Roma senza Papa, Pio IX fuggito a Gaeta. Ovvero la

= «La primavera, a Roma, nasce adulta: non la vedi, se

Consiglio superiore dei beni culturali, in Res publica (Rizzoli, pp. 189, €18,90) racconta «come Bruto cacciò l’ultimo re di Roma». Il tiranno è Tarquinio il Superbo. Bruto, un suo parente, guidò la sommossa che lo cacciò. Ad armare la vendetta fu lo stupro che Lucrezia patì da Sesto, un figlio di Tarquinio. Abolita la monarchia, si affermerà la Repubblica, sulla base del principio che la legge è uguale per tutti. Perché «la storia, in fondo, non è che l’oscillare di un pendolo fra ordinamenti preesistenti, consuetudinari e legali, e ordinamenti tagliati su misura per un capo carismatico».

breve parabola della Repubblica romana - il triumvirato Mazzini, Saffi, Armellini - raccontata romanzescamente, dopo un passaggio teatrale, da Ugo Riccarelli in La repubblica di un solo giorno (Mondadori, pp. 161, €18). Aspettando la breccia di Porta Pia. La rievoca Sergio Valentini in E arrivarono i bersaglieri (La Lepre, pp. 271, €20, prefazione di Walter Veltroni), che insieme ripercorre i primi trent’anni di Roma capitale, «fra due papi, due re, nobili del sangue, principi della Chiesa, commendatori, impiegati di concetto, faccendieri, bulli e sciantose».

R

incresce che la quarta di copertina non abbia resistito alla tentazione e snoccioli a chiare lettere: «Mosè, primo alpinista, è in cima al Sinai». In realtà, nell’ultimo libro di Erri De Luca - E disse (Feltrinelli, pp. 96, €10) - il nome di Mosè non compare anzi, la scena iniziale insiste nel porre sulle labbra di uno stravolto scalatore la domanda «Chi sono?». E questi non è in cima al Sinai, ma piuttosto «sul bordo dell’accampamento», cioè ai piedi della montagna. Del resto, nessuno dei personaggi contemporanei all’evento ed evocati dal racconto è chiamato per nome: solo alla moglie del condottiero scalatore è dato l’affettuoso soprannome di «Rondine». Eppure è evidente a tutti che Erri De Luca ci sta narrando l’evento del «dono della Torah» alle tribù degli ebrei usciti dall’Egitto e chiamati a divenire popolo nel deserto, per poi entrare consapevolmente nella terra promessa. Questa immediatezza con cui il lettore colloca la vicenda nello spazio e nel tempo propri al libro dell’Esodo è significativa di quanto l’evento biblico fondante la fede d’Israele e il testo delle «dieci parole» faccia parte del nostro bagaglio culturale.

«E disse»: un approccio alla Bibbia da innamorato non credente ma attento alla fede degli altri Così, con questa arguzia letteraria, De Luca ritorna a leggere - ma potremmo dire a riscrivere - il cuore di quel testo di Esodo/Nomi con cui aveva avviato nel 1994 la fissazione su carta della sua scalata nelle Scritture sacre. Un approccio alla Bibbia, il suo, da innamorato non credente ma attento alla fede degli altri e, soprattutto, alle parole

Mosè in una illustrazione del Doré. Erri De Luca «riscrive» in «E disse» il messaggio di vita consegnato da Dio a Israele sul Sinai, il «dono della Torah» al popolo destinato ad entrare nella terra promessa

LONTANO E VICINO ENZO BIANCHI

Chi sono in dieci parole Erri De Luca racconta il dono della Torah agli ebrei usciti dall’Egitto che quella fede alimentano. E con questa passione quasi maniacale di scrutatore dello «sta scritto» - e con la sensibilità dell’alpinista che conosce ebbrezza e spossatezza di ascensioni e discese - l’autore costruisce il racconto attorno a un intreccio di identità che si illuminano reciprocamente. L’interrogativo «Chi sono?» schiude le labbra di colui che quarant’anni prima aveva udito da un roveto ardente il Nome poi divenuto impronunciabile, quel «Io sono colui che sono», impoverito da ogni traduzione. Ed è l’identità di un popolo quella che viene a crearsi quando un’accozzaglia di «servi ap-

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opodomani, 21 marzo, è la giornata mondiale della poesia. E a Como, a villa Grumello, si svolgerà, a partire dalle 17, un festival internazionale: «Europa in versi». Lo ha organizzato la poetessa e giornalista Laura Garavaglia con Italo Gregori, e saranno presenti, a leggere i loro versi, Milo De Angelis, Vivian Lamarque e Patrizia Valduga per la poesia italiana, insieme al ticinese Alberto Nessi, al francese Mathieu Bénézet, alla rumena Anna Blandiana, alla tedesca Monika Rinck, all'austriaco Karl Lubomirski. Una sezione sarà dedicata ai giovani (Fabrizio Bernini, Amos Mattio, Alberto Pellegatta), mentre Mario Santagostini offrirà una consulenza volante agli aspiranti poeti. Per fortuna c'è anche chi, la poesia contemporanea, continua a seguirla e studiarla. Per esempio Giuseppe Amoroso, italianista raffinato, capace di leggere con la stessa acutezza curiosa e garbatamente eccentrica sia la narrativa che la poesia. Critico accademico e militante, raccoglie ora in Retroparole (Prova d'autore, pp.222, €20) una serie

pena riscattati senza compravendita» assiste impietrita allo scolpirsi sulla roccia di parole che danno vita e indicano una strada buona ora e ancor più per le generazioni future. Non è certo un testo di riflessione teologica o di approfondimento biblico, questo di Erri De Luca, ma una narrazione di stile sapienziale, una rilettura del messaggio di vita consegnato da Dio a Israele al Sinai, un’interpretazione capace di ridestare nel lettore echi di parole ascoltate e poi smarrite, ricostruzioni di vicende e «comandamenti» che oggi molti ritengono confinati negli anni infantili del catechismo, salvo poi ri-

DIALOGHI IN VERSI MAURIZIO CUCCHI

L’Europa su quel ramo di Como Un festival per la giornata mondiale della poesia e due bilanci di fine ’900 di interventi apparsi su quotidiani e riviste tra il 1982 e il 2009, realizzando un'opera efficace anche per una veloce consultazione su autori di varie generazioni. Propone infatti classici del Novecento, come Quasimodo e Piccolo, fino a Cattafi, Porta e Raboni; passa ad autori ancora attivi come Spaziani, Risi, Bevilacqua, Zeichen, recensisce voci delle generazioni più recenti tra cui Valduga, De Angelis, Conte, Magrelli, Ruffilli, Mussapi, A.Di Mauro, Santagostini, Dal Bianco. Un repertorio molto

vasto, utile per chi voglia trovare una attendibile informazione critica sulla poesia recente. Francesco Napoli è invece autore di un libro, Poesia presente (Raffaeli, p.122, €18), nel quale racconta, nel saggio iniziale e poi attraverso un'ampia antologia, ciò che è accaduto nella nostra poesia tra anni Settanta e inizio del nuovo secolo e millennio. Anche nel suo caso la documentazione è ricca, l'esito di sicura utilità, e i nomi proposti di sicuro valore. Alcuni sono gli stessi trattati da Amo-

Erri De Luca

trovarseli come pietre miliari di un vissuto quotidiano e perfino come fondazioni della costruzione di una società civile planetaria. Sì, nel racconto biblico del Decalogo che narra Dio e dà identità a un popolo, anche il lettore contemporaneo può recuperare non solo brandelli di storie già note ma, più ancora, fili di senso per un’esistenza che, apparentemente così lontana dagli accampamenti nel deserto, si trova ogni giorno a far fronte a domande antiche come il mondo: Chi sono? Dove vado? Chi sono gli altri per me? Chi orienta il mio desiderio?

roso, mentre tra gli altri ricordo Viviani, Patrizia Cavalli, D'Elia, Copioli, De Signoribus, Benedetti, fino ai più giovani Riccardi e Rondoni. Anche il libro di Napoli dimostra che la critica non è affatto assente. Semmai è scarsa l'attenzione e troppo esigui gli spazi che le vengono riservati dai media. Due libri, in ogni caso, che dovrebbero aiutare a orientarsi anche coloro che inviano i loro versi a questa rubrica. Per esempio Maria Grazia Mangione, che ha una immaginazione fervida, una certa verve e viva attività di pensiero: «Avanzare, avanzare.....e poi? / Rivenire alla sostanza, /rimodellarsi a nuova foggia, / perpetuare il sé nell'immortalità? per poi? /Per poi svanire a poco a poco /e fuori dalla forma, / dalla cornice,nel mistero / della magnificenza del contorno /diluirsi nel sublime?». Qualche volta la sua ansia di espressione la porta a dare poca forma all'intreccio appassionato delle idee: «L'invidia dette vita al mostro / di un voglio abietto, primordiale /e agli inferi vorrebbe trascinare l'universo». Un po' di moderazione e controllo le sarebbe molto utile. dialoghi@lastampa.it

non per un caso fuggevole e raro, uscire freddolosa e tenera dall’inverno. Quando la incontri, e te ne accorgi, è già grande, come certi ragazzi di crescita precoce...». Roma, l’altra città del torinese scrittore (Cristo si è fermato a Eboli) e pittore (fra i Sei) Carlo Levi. Ritratta, in particolare, nel romanzo azionista L’orologio. Rivisitata in Roma fuggitiva, pagine «ritrovate» degli anni Cinquanta-Sessanta, raccolte da Donzelli (pp. 211, €17,50), a cura di Gigliola De Donato, presentazione di Giulio Ferroni, fotografie di Allan Hailstone.

SILVIA RONCHEY

In una lettera da Manchester del 27 febbraio 1861 Karl Marx scrisse al suo amico Engels: «Per distendermi ho letto le Guerre civili romane di Appiano. Ne emerge che Spartaco è l’uomo più folgorante della storia antica. Un grande generale (non come Garibaldi), un personaggio nobile, veramente rappresentativo del proletariato dell’antichità». Schiavo, anche se secondo Mommsen di origini regali, ex ausiliario dell’esercito romano, ex gladiatore, Spartaco divenne il più temibile nemico di Roma capitanando un esercito di «masnadieri» e dando vita alla cosiddetta terza guerra servile, forse un atto postumo della guerra sociale, forse «un’altra guerra italica». Le sue tattiche di guerriglia furono così notevoli da rimanere nei manuali bellici e da valergli, oltre venti secoli dopo, il culto di Che Guevara. Ma fu la sua capacità di emulare l’organizzazione dell’esercito romano, che conosceva dall’interno, a fargli tenere

Aldo Schiavone offre una radicale rilettura della tesi di Marx: un’avventura personale, non una lotta di classe sotto scacco, fra il 73 e il 71 a. C., l’ «impero schiavista». La passione di Marx per Spartaco avrebbe proiettato la sua ombra statuaria sull’ideologia e sulla lotta politica del ‘900. Nel Secolo Breve sarebbe diventato l’unico vero eroe del mondo antico. Al suo nome si ispireranno lo Spartakusbund di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, e la rivolta spartachista del ’19 sarà soffocata nel sangue dai Corpi Franchi di Berlino quasi come quella del 71 a. C. dalle legioni di Crasso. A parte l’attualità del riferimento a Garibaldi, sembra pe-

Miti infranti L’ex gladiat

dello schiavismo, non vole

Spartaco un Gariba del prolet

p Aldo Schiavone p SPARTACO. Le armi e l’uomo p Einaudi, pp. 128, €20

rò che oggi le parole inviate a Engels abbiano definitivamente perso autorità. Per Aldo Schiavone la vicenda di quello che per il marxismo novecentesco fu l’eroe fondatore della lotta di classe è antiepica, se pur implicitamente, fin nel sottotitolo: Le armi e l’uomo. «Arma virumque cano», «Canto le armi e l’uomo», è l’incipit dell’Eneide, in cui Virgilio celebrò l’eroismo «d’ordine» del fondatore dell'impero di Roma. Schiavone, storico eminente del mondo antico, ex direttore dell’Istituto Gramsci, propone nel suo Spartaco la prima esplicita rottura della storiografia di impostazione marxista rispetto ai paradigmi di Marx. Demitizzando la vicenda di Spartaco, ne-

I tarocchi In or

fonte divinatori ALESSANDRO DEFILIPPI

Gli arcani della vita di Claudio Widmann è un'articolata esplorazione del mondo dei tarocchi, letti in chiave analitica, ma soprattutto con una dottrina simbolica non indifferente. Il libro è anche un magnifico oggetto: grandi dimensioni, da in quarto, e più di 450 pagine, impreziosite da un apparato iconografico folto e godibile. D'altronde, i tarocchi - ce lo ricordò Italo Calvino ne Il castello dei destini incrociati - sono, fin dalla loro comparsa, un veicolo di possibili significati. Una serie di significanti - segni o meglio simboli - su cui possono essere proiettati significati molteplici e ambigui. Widmann parte da un excursus storico sulla nascita dei tarocchi. Le carte, o meglio le «lame» come si definiscono, hanno, allo stesso modo degli eroi, un' origine duplice, mitica e concreta. Secondo il mito, costruito alla

Specchia fine del '700 da A. Court de Gebelin, essi non sarebbero che «il disperso Libro di Toth», il dio egizio della sapienza e della scrittura, rappresentato con la testa di un ibis, uccello sacro al dio stesso. La Storia ci racconta invece come essi siano nati in Europa nel XIII secolo, formalizzati forse a Ferrara, nel XIV o XV, e come il più antico mazzo attestato, il tarocco visconteo, con le sue miniature auliche, risalga a metà del '400. Per molto tempo i tarocchi rimasero un gioco. A ricordarcelo è il nome - minchiate - attribuito a un particolare tipo di mazzo comparso in Toscana. Minchiate: dunque bagattelle, legate forse al membro virile e agli scherzi su questo argomento. L'aspetto divinatorio invece risale a tempi


Tuttolibri SABATO 19 MARZO 2011 LA STAMPA

DUE PERCORSI NEL NOVECENTO

FEDE E RISORGIMENTO

DAL 1821 ALLA GRANDE GUERRA

I giovani e le donne

Uniti nella carità

I canti popolari piemontesi

= Dal ‘15-‘18 al Sessantotto, agli anni di piombo. Il

= Sono le «aureole» del Risorgimento. Uomini e

= Dal Risorgimento alla prima guerra mondiale, di

volume Dalla trincea alla piazza (a cura di Marco De Nicolò, Viella, pp. 480, €42) racconta l’«irruzione dei giovani nel Novecento», attraverso un ciclo di lezioni del 2008. Tra gli autori, Emilio Gentile, Francesco Perfetti, maurizio Ridolfi, Paolo Sorcinelli, Paola Bernasconi. Perry Wilson, professore universitario scozzese, ritrae invece le Italiane del Novecento (Laterza, pp. 356, €24, trad. di Paola Marangon). Tra Patria e Chiesa, casa e fascismo, campagna e città, guerra e pace, lavoro e figli, sudditanza ed emancipazione (femminismo).

donne di fede che nel segno della carità hanno unificato l’Italia. Domenico, Renzo e Domenico jr Agasso li raccontano in Il Risorgimento della carità (Effatà, pp. 155, €10). Da Giuseppe Benedetto Cottolengo a Francesco Faà di Bruno, dai marchesi di Barolo a Leonardo Murialdo, da Giovanni Bosco a Giuseppe Cafasso. Nella presentazione, Barto Gariglio ricorda come i santi sociali subalpini recano «un contributo importante alla formazione del nuovo ethos collettivo», destinato a durare anche oltre il Risorgimento.

Cercando di eludere il magnetico ipnotismo dello sguardo del vincitore (che sempre scrive la storia, e tanto più quella di Spartaco, elaborata negli anni fra Cicerone e Augusto «in ambienti contigui ai gruppi dirigenti del vertice del potere»), Schiavone riapre con rigore istruttorio il frastagliato dossier delle fonti, attento a ogni minima smagliatura nella loro trama e alle tracce che può nascondere. Ne ricava un parallelo, se non un transfert, fra Spartaco e Annibale. E coglie il momento di trasformazione della ribellione servile in un grande progetto politico di sconfitta dei «padroni del mondo». Se è vero che l’attualizzazione di Spartaco nel marxismo novecentesco aveva più di una forzatura, se è rischioso tracciare paralleli fra la contemporeaneità e un’antichità inesorabilmente aliena dalle nostre categorie sociali, economiche, antropologiche, se la psicologia di Spartaco e il suo «paesaggio interiore» di cavaliere trace dalle oscure risorse sciamaniche e dalle certe emotività dionisiache ci sono

tore accettava le basi leva «fare la rivoluzione»

o non era baldi tariato

«Spartaco», 1846-47, opera dello scultore patriota Vincenzo Vela, che lo interpretò come eroe che lotta per la libertà, in chiave risorgimentale

gando la sua qualità di eroe di classe, revocando alla sua impresa il carattere di «rivoluzione destinata a rovesciare le basi schiavistiche della società imperiale», sottolineandone invece il carattere di avventura personale che trova significato «solo all’interno dell’orizzonte della schiavitù romana, un limite da non oltrepassare», Schiavone perviene a una dichiarazione che ha la forma di un credo e la forza di un anatema: «Credo che la dilatazione arbitraria del paradigma delle classi e delle loro eventuali forme di coscienza, fino a farne una specie di chiave universale dell’interpretazione storica, è stata una delle forme peggiori di inquinamento della conoscenza del pas-

sato mai prodotte dalla cultura europea fra XIX e XX secolo». Si sarebbe tentati di definire il suo saggio revisionista. Ma non lo è. In primo luogo perché la lettura dei processi economici e sociali della società industriale e dei suoi sistemi produttivi, contrapposti a quelli antichi, e dunque di quel «fatto grandioso e generativo della modernità stessa dell’Occidente» che è per Schiavone la lotta di classe, derivante dalla libera condizione operaia contrapposta a quella servile dello schiavo il cui valore-lavoro non è considerato tale nel ciclo economico, resta marxiana. E in secondo luogo perché ogni revisionismo è funzionale alla riproposizione di un assunto, reazio-

nario o meno che sia. Mentre la ricerca di Schiavone su Spartaco è libera da appartenenze e la sua visione, o revisione, della vicenda cardine della lettura ideologica marxista dell’antichità ha una sola funzione: il ripristino della libertà di interpretazione; la riabilitazione del dubbio. «Augustin Thierry aveva chiamato la storia narrazione; Guizot, analisi; io la chiamoresurrezione», scriveva Jean Michelet. Non è solo la storia antica, ma la storiografia sull’antichitàa risorgere dalle catene dell’ideologia, in questo libro dallo stile piano, depurato dalle gergalità della saggistica engagée, ma non per questo meno tenacemente avvinto al nocciolo duro dei suoi temi di interesse.

rigine solo un mazzo di carte, diventato poi ia e ora interpretato con gli archetipi di Jung

arsi negli Arcani

Il Diavolo in un carta dei tarocchi

spartito in spartito. E’ giunta al quarto atto (volume) l’«enciclopedia» di Ettore Galvani, rabdomante di tradizioni, che aduna e presenta con testi e spartiti i Canti popolari piemontesi (Daniela Piazza editore, pp. 380, €35, cd allegato in omaggio). L’arco sonoro è lungo circa un secolo, dal 1821 al 1918, dal «Canto degli esuli piemontesi» («Numi voi siete spietati, noi chiamammo libertà...») a «S’a j’ero tre alpin-tre jolì tambor». Ettore Galvani è il direttore della Corale Carignanese, sotto i cui auspici l’opera appare.

ben più recenti, e cioè a quel tardo '700 in cui scrive Court de Gebelin. A posteriori appare naturale che un apparato figurativo come quello dei ventidue Trionfi (come venivano chiamati quelli in seguito definiti Arcani Maggiori) finisse nel bagaglio della rinascita occultistica dell’ ‘800. «Maghi» come Papus e Eliphas Levi si appropriarono dei tarocchi, facendone il tramite di una sapienza arcana, di quella philosophia perennis di cui scrissero, con ben altra profondità e conoscenza, René Guenon e Aldous Huxley. Lo stesso Aleister Crowley, la «bestia satanica» che appartenne alla Golden Dawn (l'associazione teosofica di cui fu presidente anche W. B. Yeats), se ne interessò a lungo.

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Claudio Widmann GLI ARCANI DELLA VITA Editore Magi pp. 455, €65

Ma, naturalmente, di altro ci parla Claudio Widmann. Ognuno degli arcani, dal Bagatto - «l'arcano del preludio», colui che sta sulla soglia - sino al Mondo e al Matto - «il puro folle» - viene interpretato alla luce della teoria e, verrebbe da dire, della sapienza junghiana. Widmann associa le immagini dei Tarocchi agli archetipi. Essi, quindi, in quanto immagini archetipiche, «rientrano nel novero delle immagini di formazione», come la Biblia pauperum o quelle dell'ars memoriae rinascimentale. Rappre-

Un’interpretazione che riecheggia Sallustio: «Solo pochi vogliono la libertà, i più vogliono padroni giusti» «completamente interdetti», è altrettanto vero che in filigrana, nella «mitizzazione epica» del personaggio-simbolo della lettura marxista dell’antichità, si legge un sincero, attuale disincanto, che fa del suo libro anche un manuale di sopravvivenza politica al presente. Perché, di tutti gli esegeti del caso Spartaco, Schiavone è oggi probabilmente più vicino al più pessimista e più lucido, il «democratico» Sallustio. Che non a caso, nel commentare quella «rivoluzione», scrive: «Solo pochi vogliono la libertà, la maggior parte vuole padroni giusti».

sentano e catalizzano il percorso individuativo, cioè il cammino che l'uomo deve compiere per avvicinarsi a ciò che veramente è, il cammino verso la sua totalità. Percorso ineludibile ma anche inconcludibile, perché la sua fine e il suo fine - il Sé, il dio interno - è inattingibile all'esperienzaumana. Il lavoro di Widmann fa uso della tecnica dell'amplificazione, introdotta in un primo tempo da Jung nell'analisi dei sogni. Trattando i sogni - e poi altre immagini come quelle dell'alchimia - Jung li poneva, come scrisse nel 1930, «in analogia con i simboli della mitologia, della storia comparata delle religioni e con altro ancora, per riconoscere il significato sotto il quale essi si apprestavano ad agire». Allo stesso modo fa Widmann con i Trionfi, in un'operazionecontinua di raffronto e di analisi, che potrebbe continuare senza fine. Ogni nuova immagine evocata da quella degli Arcani Maggiori ci dice qualcosa di più su noi stessi e sul nostro destino umano. Perché, come dice Hillman, solo le immagini ci salveranno, solo le immagini, anche le peggiori, sono in grado di avvicinarci all'unità della nostra anima.

VII

Ill. da «Canti popolari piemontesi»

Italia, è la verità la tua bandiera GIOVANNI DE LUNA

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Segue da pagina I

bambini, si arresero. E con loro si arrese anche il vecchio padre. Tutti insieme furono portati in prigione mentre la casa e il fienile e la stalla bruciavano, incendiati dagli uomini del Tiranno, pieni di odio»), poi i partigiani delle Langhe («Non parlavano, andavano su piano, con fucili e mitra che risplendevano nel sole. Alla cima della collina si fermarono un momento a guardare le torri di Alba, affumicate sulla sponda del Tanaro. - Darei il mitra per poter fare una scappata di due ore a casa, - disse uno. - Solo il mitra? Io darei anche la barba, - rise il secondo. - Avanti, non perdiamo tempo, - comandò il terzo e riprese la marcia. … Noi siamo Partigiani, - gli rispose poi uno dei tre: - E da un anno combattiamo contro tedeschi e fascisti. Combatteremo finché ne resterà uno, finché non se ne andranno»), il comandante «Tuono» e il capo della Resistenza, Ferruccio Parri. [...] A quel punto il viaggio sta per finire. Riccio ha percorso quasi tutta la penisola e ha maturato una conoscenza approfondita degli spazi della nostra geografia e dei tempi della nostra storia. Intorno a un bivacco, insieme ai partigiani, si stagliano due figure, la prima che insegna agli uomini della Resistenza come combattere, la seconda che spiega loro i segreti della politica e della diplomazia (...). Garibaldi e Cavour; il Risorgimento si salda con la Resistenza.

Un ideale pantheon, un tempio in cui celebrare i riti civili, un mondo che esce dalle nebbie sanfediste E il cerchio della conoscenza si chiude. Riccio è pronto a usare quello che ha imparato per poter «immaginare» l'Italia e «immaginarla» attraverso gli uomini che con le loro gesta gli appaiono degni di figurare in un ideale pantheon, in un tempio in cui celebrare i riti di una religione civile in grado di costruire una cittadinanza e un’appartenenza condivisa. In questo senso, la meta finale di Riccio è simbolicamente rappresentata dall’incontro, decisivo, con Piero Gobetti. A indirizzarlo verso quell’ultimo appuntamento è stato Antonio Gramsci, che Riccio ha incontrato a Torino. Gobetti si trova in Val d'Aosta. Insieme ad altri grandi italiani (Cristoforo Colombo, Giacomo Leopardi, Cattaneo, Giuseppe Mazzini, Gaetano Salvemini) è rinchiuso nella Torre della Verità: tutti infatti sono stati «contagiati» dalla Verità («E che ma-

lattia hai? - domandò Riccio. - Sono stato contagiato dalla Verità, la più grande delle malattie, quella che fa scappare tutti gli uomini, - raccontò Gobetti: - Chi ha questo morbo in corpo desta milioni di sospetti nella gente»). [...] Riccio è curioso di sapere cosa sia questa Verità che la maggioranza degli italiani considera una sorta di pericolosa malattia. E Gobetti gliela racconta così: «È lungo da spiegare. Ti basti questo: quando, tanti anni fa, scrissi che l'industria, per progredire, per diventare moderna, doveva considerare non solo i problemi tecnici del lavoro, ma anche quelli del lavoratore, dell’operaio, e aggiunsi che solo con un operaio più moderno, più libero, più cosciente dei suoi diritti, il mondo della produzione avrebbe potuto svilupparsi veramente, be’, allora fui subito giudicato. Mi dichiararono affetto dal mor-

Il sogno di un Paese costruito non sulle maggioranze silenziose ma sulle minoranze eroiche bo della Verità e finii di corsa nella Torre. La società è pigra, ma quando deve difendersi da noi, malati di Verità, si sbriga in quattro e quattr’otto, caro mio». Per Riccio il viaggio ora è veramente finito. E’ arrivato alle pendici del Monte Bianco e può finalmente riabbracciare il padre. [...] Nonostante tutte le sue scorribande nel tempo e l'affollarsi di personaggi del passato, Riccio/ Arpino immagina e conosce solo ed esclusivamente l'Italia del presente, l'Italia del 1960, l'Italia del «centenario». Ed è un'Italia gonfia di ottimismo, di vitalità, di consapevolezza. Un'Italia che vive le parole di Gobetti non più come profezia inascoltata ma come una «miracolosa» realtà. Un’Italia che in dieci anni, dal 1951 al 1961, ha smesso i panni del paese contadino per diventare la quinta potenza industriale del mondo. La Torino di Gramsci e Gobetti si specchia nell’orgoglio del titolo di metropoli che spetta alla città che raggiunge un milione di abitanti. E' un'Italia che, dopo i moti del luglio ’60 contro il governo Tambroni, riscopre i valori dell’antifascismo e della Resistenza, uscendo dalle nebbie clericali e sanfediste degli anni del centrismo democristiano. E' un’Italia che sogna un albero genealogico costruito non sulle maggioranze che hanno applaudito Mussolini nelle piazze, ma su quelle minoranze eroiche che, nel Risorgimento come nella Resistenza, hanno riscattato con la loro abnegazione e il loro slancio l'ignavia delle «folle oceaniche». Un'Italia che sembra oggi irrimediabilmente perduta, un'Italia che rende amaramente anacronistici gli slanci e gli entusiasmi che guidarono Riccio attraverso il suo viaggio nella storia.


VIII

Tecnica e società GIANANDREA PICCIOLI

Net Generation Come si cambia il mondo con i «social network» GIANFRANCO MARRONE

Riconosciamolo: i nuovi media sono vecchissimi. Il computer, che li ha generati risucchiando e riprogettando quelli vecchi (radio, tv, cinema), esiste da sempre: alla stregua del frigorifero, della lavatrice, dell'automobile. Internet è per noi come lo specchio di Alice: sta lì e aspetta che attraversiamo il display di un qualsiasi aggeggio tecnologico per entrarvi e iniziare a vivere, imparare, giocare, pensare, incontrare e dialogare con gli altri. Il telefono cellulare ci fa da sveglia al mattino, illumina le nostre incursioni notturne in giro per casa, ci fornisce le prime informazioni su quel che è accaduto durante il riposo, ci fa da navigatore verso le nostre mete quotidiane. Per non parlare dei social network, Facebook in testa, luoghi naturali dove metterci in gioco, condividendo amori e tradimenti, nostalgie e desideri, trasgres-

La via digitale porta alla Casa Bianca

p Don Tapscott p NET GENERATION Come la generazione digitale sta cambiando il mondo p Franco Angeli, pp. 316, €39

Il presidente Obama rappresenta le virtù dei nuovi media: l’inchiesta del sociologo canadese Tapscott sioni e intimità: barattando il mito borghese della privacy con brandelli di identità individuale e collettiva. Basta mettersi nella prospettiva di chi parla di tutto ciò, rivendicandolo ed esponendolo a chi, estraneo e terrorizzato, non sa e non vuol capire. Si tratta della Net Generation, quella dei cosiddetti «nativi digitali», di coloro i quali, nati negli ultimi vent' anni, hanno verso le tecnologie comunicative e informatiche una dimestichezza assoluta. Riuscendo non solo farle funzionare perfettamente ma a farle interagire fra loro, a gestirne parecchie nello stesso tempo, a reinventarle di continuo. È finita, scrive il sociologo canadese Don Tapscott, non solo l'epoca dei «baby boomers», cresciuti nell' epoca della floridezza economica, ma anche quella della «generazione X», ripiegata su se stessa e priva d'ideali. Ed è arrivata l'età della «net generation», per la quale l'uso dei media non è né aleatorio né problematico ma costitutivo, una sorta di seconda natura con la quale convi-

Don Tapscott

vere, usandola a proprio uso e consumo. Così, se un «baby boomer» andava a vivere in una comune e l'esponente della «generazione X» restava da fannullone a casa coi genitori, il rappresentante nella «net generation» fa le due cose insieme: mette su casa con amici e conoscenti per risparmiare sulle spese d'affitto e di gestione, mantenendo con la famiglia un dialogo continuo, entrando e uscendo dalla sua stanza da ragazzino con la medesima frequenza con la quale si connette in rete. In questi ultimi decenni, mentre schiere di studiosi e opinionisti si arrovellavano circa il senso da attribuire ai vari strumenti di comunicazione, i ragazzi venivano su usandoli alla perfezione, consumandone i contenuti, personalizzandoli e trasformandoli, adattandoli alle loro esigenze quotidiane, alle loro aspirazioni, ai loro sogni. Secondo Tapscott, che ha con-

dotto una vasta inchiesta fra i giovani dei principali Paesi avanzati, c'è di che essere ottimisti. E soprattutto non c'è nulla da temere. Non solo i ragazzi di oggi, grazie alle tecnologie a loro disposizione, sanno gestire perfettamente la propria vita, ma addirittura stanno cambiando il mondo. O quanto meno potrebbero farlo, e noi con loro, se solo li si ascoltasse, li si comprendesse, li si considerasse. Avrebbero così qualcosa da insegnarci in molteplici campi, come la scuola e l'istruzione, la famiglia, l'azienda e il mondo dei consumi, la politica. Tapscott, da avvertito uomo di marketing, insiste sul fatto che la «net generation» è portatrice di valori positivi come l'integrità, la collaborazione, l'innovazione, la capacità critica, ma anche la libertà e il divertimento, la voglia di fare insieme. Vivere su Facebook, chattare, partecipare ai blog, aprire forum di discussione non sono passatempi da sciocchi, come ancora troppa gente ritiene, ma proprio il contrario: significa fare rete, essere inter-

Una palestra di valori: l’integrità, la capacità critica, l’innovazione, ma anche la libertà e il divertimento connessi, socializzare. Se Internet è una rete non è perché mette in collegamento milioni di siti-vetrina (com'era nella sua prima versione), ma perché (nella sua seconda versione) fa in modo che le persone siano in continuo contatto fra loro, facciano gruppo, massa critica. E se qualcuno ancora pensa che tutto ciò sia banale simulazione, vita virtuale, esperienza fittizia, gli esempi con cui controbattere potrebbero essere tanti. Uno per tutti, che ha un nome e cognome: Barack Obama, presidente verissimo nato dai social network.

La polemica tra apocalittici e integrati, risalente almeno all'apocalittico Socrate, che nel Fedro prevede disastri in seguito all'invenzione della scrittura e conseguente fine della cultura orale, quindi della memoria, si arricchisce di un nuovo tassello col saggio del giornalista americano Nicholas Carr, Internet ci rende più stupidi? Carr è ascrivibile agli apocalittici, ma con molte distinzioni e sfumature: se il Baricco dei Barbari è un ottimista temperato, lui è un pessimista tranquillo. Ottimo divulgatore scientifico, si rifà qui, tra l'altro, alle ricerche sul cervello di chi legge condotte dalla neurologa Maryanne Wolf, autrice di Proust e il calamaro (Vita e Pensiero), già segnalato su queste pagine. Le moderne tecniche di indagine neurologica hanno dimostrato che il cervello, un tempo ritenuto immodificabile, è invece plasmabile a seconda delle esperienze e delle attività del suo «portatore» umano (ma già Freud, prima di inventare la psicoanalisi, aveva fatto ricerche in questa direzione, arrivando in via

L’analisi di Carr, pessimista tranquillo, epigono di MacLuhan: come l’elettronica trasforma il libro congetturale a conclusioni analoghe. E curiosi esempi si trovano anche nei libri di Sacks). In tal senso aveva ragione Nietzsche, quando sosteneva che diventiamo ciò che siamo. Ad esempio una ricerca sui violinisti ha dimostrato che le aree cerebrali collegate coi movimenti della mano sinistra, quella che si muove sulle corde del violino, sono molto più sviluppate di quelle dei non violinisti. O che la parte di ippocampo deputata a immagazzinare ed elaborare le rappresentazioni spaziali è più ampia del normale nei tassisti, che peraltro sviluppano meno la parte delegata ad altro tipo di memorizzazioni: la continua elaborazione spaziale richiesta per guidare nel traffico produce una vera e propria redistribuzione della materia cerebrale. Non solo. E' stato provato sperimentalmente che anche un' attività soltanto pensata e non effettivamente agita modifica i circuiti cerebrali, a dimostrazione, sostiene Carr, che la res cogitans può influen-

Rete e cervello Diventiamo più stupidi? Navigando tra testi e pagine web, senza mai approfondire, si smarrisce il concetto

Internettando non cogito più, ergo non sum zare e modificare la res extensa e che i nichilisti neurologici, col loro determinismo genetico, un po' esagerano. Ora, secondo Carr, che può considerarsi un epigono di MacLuhan, l'elettronica non solo, come già altri media, si è affiancata al libro, simbolo per antonomasia della cultura tradizionale: grazie alla possibilità di trasmettere la parola scritta, lo sta di fatto sostituendo e trasformando. Anche se i vecchi mezzi di comunicazione sopravvivono, e magari pure in buona salute, il futuro della conoscenza e della cultura è nei files digitali lanciati alla velocità della luce nel medium universale, il computer. Ormai con un solo strumento facciamo tutto: vediamo film e tv, ascoltiamo musica, leggiamo libri e giornali, scriviamo libri e articoli, impaginiamo testi, mandiamo e rice-

viamo messaggi, possiamo scaricare saggi altrimenti introvabili, consultare i cataloghi delle biblioteche, vedere quadri e addirittura visitare musei, raccogliamo foto e video casalinghi, li elaboriamo fino a renderli irriconoscibili, facciamo acquisti, paghiamo bollette, creditori e servizi, si possono organizzare manifestazioni, mobilitare le piazze… e il tutto, o quasi tutto, in modo bidirezionale: con lo stesso strumento si può inviare e ricevere. Miliardi di persone si possono scambiare tutto ciò che è digitalizzabile e possono creare interattivamente. Ma tutto ciò ha un costo, e pesante. La Bildung del passato era basata sulla concentrazione, la memoria, la profondità, la fatica, anche del pensare (il famoso «duro lavoro del concetto»!). La rete, con i links che catturano la nostra attenzione per

Distribuito nelle edicole di PIEMONTE,, LIGURIA e VALLE D’AOSTA e nel RESTO D’ ITALIA chiedendo il SERVIZIO ARRETRATI M-DIS

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Eventi, idee, popoli, protagonisti. Parole, immagini e fatti. Un modo odo nuovo uo o per pe leggere legg gere e capire il Risorgimento R l’Unità. e l’U Unità.

La Stampa e Edizioni del Capricorno presentano

ITALIA. Un Paese speciale Storia del Risorgimento e dell’Unità Stori di Aldo A. Mola

1 1800-1858: le radici 2 1859: l’indipendenza 3 1860: l’unità

In edicola da giovedì 17 marzo la seconda uscita a soli 8,90 € in più

4 1861: la libertà www.lastampa.it


Tuttolibri SABATO 19 MARZO 2011 LA STAMPA

IX

Lezione sulla tv Passioni e idiosincrasie di Aldo Grasso,

Letture

critico che non sgarra, viste dall’ex direttore di Rai Tre

«IMPAREGGIABILI NOTIZIE» ANGELO GUGLIELMI

Scherzi da Poe = Forse non è l'Edgar Allan Poe

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p Nicholas Carr p INTERNET CI RENDE PIÙ p p p p p p p p p p p

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STUPIDI? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello trad. di Stefania Garassini Cortina, pp. 317, €24 Altri titoli sul tema: Andrea Miconi RETI. Origini e struttura della network society Laterza, pp. 181, €20 Paolo Ferri NATIVI DIGITALI Bruno Monndadori, pp. 211, €18 Daniel Domscheit-Berg INSIDE WIKILEAKS. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo Marsilio, pp. 230, €18,50

dislocarla immediatamente altrove, con le interruzioni pubblicitarie, visive e sonore, il suo indurci a navigare tra testi e pagine web senza mai nulla approfondire, la sua ipertrofia, e cacofonia, di dati e stimoli ci spinge alla distrazione, quindi all'impossibilità di elaborare mnemonicamente ciò che leggiamo o percepiamo. E la memoria vivente, quella che rimescola i ricordi del passato e crea relazioni, quella che alimenta i nostri pensieri, è molto diversa dal mero recupero di dati in un archivio elettronico. Ma senza quella memoria non siamo più capaci di storicizzare e quindi di sentirci collegati a un futuro e di progettarci.

L’ipertrofia e cacofonia di dati e stimoli distrae, non lascia elaborare ciò che leggiamo: siamo saccenti, non saggi Immersi in un eterno presente che gira vorticoso su se stesso, viviamo di schegge e frammenti. Neurologicamente più abili e veloci a risolvere problemi e a decidere fra alternative diverse rispetto al lettore concentrato nel silenzio del suo studio, ricchi di informazione decontestualizzata, rischiamo però di diventare prigionieri del meccanismo stimolo/risposta e di lasciarci sfuggire il significato che ci trascende. «Imbottiti di opinioni invece che sapienti, saccenti non saggi», come dice il re Thamus nel Fedro platonico.

che aprì il diciannovesimo secolo della letteratura americana come un forcipe, Ma le sue Impareggiabili notizie - hoax, scherzi, o anche mistificazioni dopo di lui entrarono a far parte delle corde letterarie e giornalistiche dell'America (Melville ne fece uso per il romanzo The Confidence Man); una pietra angolare affascinante, come evidenzia con intelligenza Nicola Manuppelli curatore del volumetto ora edito da Mattioli 1885 (pp. 146, €10,90). Sono «notizie» intrise di sottile ironia, capaci retrospettivamente di andare oltre la pura invenzione di un falso. Nel 1835 Le impareggiabili avventure di Hans Pfaal narra della strana apparizione sopra Rotterdam dello scomparso protagonista che lancia un messaggio dal suo pallone aerostatico (non ricorda l'invasione aliena di Orson Welles, un secolo dopo?): Pfaal dice di essere stato sulla luna. Il suo balloon - che in inglese indica anche la nuvoletta che contiene il testo di un fumetto - è ricoperto di carta di giornali e ha la forma di un cappello da giullare capovolto: che Poe volesse dire qualcosa sullo stato dell'informazione? Vibra di attualità. La beffa del pallone esce nove anni dopo sul New York Sun e va a ruba. Vi si narra la storia di Monck Mason che attraversa l'Oceano Atlantico in pallone aerostatico in 75 ore: Monck esisteva davvero, e otto anni prima aveva trasvolato la Manica, da Londra a Weilburg in Germania. La mattina della pubblicazione Poe sale in cima all'edificio del giornale e urla che si tratta di una burla. Nessuno lo ascolta. Il sogno del progresso è lo spirito del tempo e nulla può contro ingannare questo inconscio collettivo. Ci riprova nel 1849 con Von Kempelen e la sua scoperta, dove il protagonista riesce, attraverso un processo alchemico, a trasformare il piombo in oro. Poe scrive per scoraggiare gli americani diretti all'Ovest: in California è scoppiata la febbre dell'Oro, ma la Frontiera è il Destino Manifesto dell'America... Questi hoax sono segni importanti di una società. Nel blog Museum Of Hoaxes, ora si cita anche il Bunga Bunga. Da un balloon a un altro, in quasi due secoli. Che sia questo il nostro Destino Manifesto? Davide Sapienza

Aldo Grasso ha scritto che io ho fatto una televisione interessante perché non capisco niente di televisione. E chissà che non abbia ragione. Fare televisione certo ha bisogno di regole ma condivide con altre forme di scrittura la sfida del mistero. E il lucidissimo Grasso (tanto lucido da non elemosinare critiche dotte al suo stesso mestiere) non tollera sfumature e zone d'ombra (poco curioso di quel che nascondono). Lui è rigoroso, il suo è un discorso conseguente condannato a conclusione inevitabili. Il critico non sgarra. Se no che critico è? Il guaio è che una volta indovinato il bersaglio è troppo sicuro di avere fatto centro. Per esempio è certamente vero che la fiction è il genere televisivo che fortemente o forse meglio caratterizza il mezzo (nonostante il debito che ha con il cinema) e che le serie americane prodotte da Hbo sono pregevoli esempi di buon raccontare ma che «rappresentino la buona letteratura dei nostri giorni» e, come si legge più oltre, «una perfezione narrativa non facilmente riscontrabile al cinema e in letteratura» è amare troppo smoda-

Analisi convincente quando spiega funzioni e tecniche del mezzo, perplessità sui giudizi dei singoli programmi tamente la propria specificità. Non gli viene nemmeno in mente che letteratura e cinema non sono i tanti Zalone e Moccia che invadono librerie e cinematografi, rispetto ai quali I Soprano potrebbero anche vincere la sfida, ma è quella tutt'altra produzione (ed è a questa che ci si riferisce quando si parla senza altre specificazione di letteratura e di cinema) che ha in sommo sospetto(e rifiuta) tra le sue regole la gerarchia dei «valori», la perfezione formale e la ricerca dell'emozione che sono tanta parte, secondo Grasso, della qualità del telefilm americano. Grasso è un critico severo, non ha rivali nella conoscenza della televisione e, a garanzia della sua coerenza, estende l'indagine alla totalità dei suoi aspetti (tecnico, storico, industriale, culturale) perché nessuna trascuratezza possa inficiare il discorso complessivo. La

LE Questo libro è disponibile anche in versione ebook www.sperling.it - www.facebook.com/sperling.kupfer

Non è la fiction che fa il canone

p Aldo Grasso p PRIMA LEZIONE SULLA TELEVISIONE Laterza, pp. 142, €12 Sul futuro della tv: TELEVISIONE CONVERGENTE cura di Aldo Grasso e Massimo Scaglioni p LINK, pp. 268, €18

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Come sta cambiando la tv : una ricerca che prende in esame la «convergenza» (e la competizione) in atto tra piccolo schermo e nuovi media («fare i conti con la rete e con utenti sempre più smaliziati»). Tre i concetti chiave: estensione (le diverse ramificazioni di ogni prodotto), accesso (mezzi e tempi del consumo) e brand (il marchio, la firma in sé garanzia di valore). Contributi in cui si incrociano teoria e analisi di singoli programmi, con particolare riferimento alla fiction e all’intrattrenimento.

I N C H I E S T E D E L L’ I S P E T T O R E

sua analisi è indubbiamente convincente: non fa posto alle facili condanne che pur così comunemente vengono rivolte alla televisione italiana ma di questa riconosce la difficile problematicità; ne vede i meriti reali (il ruolo nella conquista di una lingua comune) e non ne nasconde i pesanti condizionamenti per la libertà dei comportamenti e pensieri; sa leggerne l'attuale sviluppo e non rinuncia a indicare il possibile futuro. Al termine del bilancio i conti tornano. Ma per fare tornare i conti, si sa, qualche forzatura occorre farla. Soprattutto quando l'estensore, chiamato a mettere ordine a una materia sfuggente (come è l'offerta televisiva), è costretto a ricorrere oltre che all' intelligenza al gusto. E se già intelligenza è uno strumento da usare con cautela (guai a esibirla), figuriamoci il gusto che è totalmente ingestibile, autoritario e non sente ragioni. A Grasso non piace il talkshow e lo ritiene responsabile dell'attuale andazzo della televisione italiana ormai annegata per intero nella chiacchiera: vai a dirgli che quando a metà degli Anni Settanta nacque Bontà loro, l'antesignano del genere, il nostro proposito era all'opposto

SEJER

«Konrad Sejer è uno dei detective più riusciti della letteratura scandinava.»

NOVITÀ

– la Repubblica In tutte le librerie

di rivalorizzare la parola (fin lì sacrificata a ogni forma di opportunismi e convenienze) quale strumento di più antica e autentica comunicazione. A Grasso non piace (e come dargli torto) il reality e sostiene che alla sua origine è la televisione-verità o realtà di Rai3 degli ultimi Anni Ottanta: vai a dirgli che forse è vero purché si riconosca che se la televisione-verità puntava l'occhio della telecamera sulla realtà politico sociale del Paese, il reality quell'occhio lo punta sulle camere da letto (spazio obbligatoriamente destinato alla riservatezza). A Grasso non piacciono (e certo a ragione) i telegiornali perché poveri di notizie e politicizzati: ma vai a dirgli che i talk-show informativi (o settimanali) nascono proprio per correggere il pressappochismo e le bugie dei telegiornali. Certo poi alcuni finiscono per ricaderci dentro come Porta a porta - che è l'unico che Grasso pur con sofferenza ricorda e nemmeno una parola non solo per Anno zero e Reporter ma nemmeno per Fazio e Ballarò. Ammirevole è l'intelligenza critica di Grasso finché impegnata a disegnare il funziona-

Un’affrettata bocciatura del talk-show e del reality, ingiusto silenzio su Annozero, Reporter, Ballarò, Fazio mento della televisione, presentata come un meccanismo vivo che mentre sembra sempre sul punto di cedere a nuove invenzioni tecnologiche (computer, telefonini, satellite, digitale ecc) di queste si impossessa moltiplicando la sua potenza; perplessità suscitano i suoi giudizi sui singoli programmi, vittime di analisi stilistiche anche acute ma piegate dallo spirito beffardo e malavoglioso dell'autore. So che difendendo i programmi e vedi caso proprio quelli che mi coinvolgono, vado incontro all'accusa di conflitto di interessi. Ma saprò di fendermi.


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Classifiche

X

AI PUNTI LUCIANO GENTA

Ratzinger sfida Saviano

SABATO 19 MARZO 2011 LA STAMPA

A

desso sì che sono bestseller: i 100 punti di Saviano valgono nel nostro campione 40 mila copie, oltre il doppio di sabato scorso. E Ratzinger supera quota 22 mila, appaiato alla Mazzantini. Camilleri si attesta sopra le 13 mila. Tutti gli altri, nella lista dei primi 10, non scendono comunque sotto le 5 mila. Debutta, 11˚, Franzen, e rinforza una contingente debolezza della narrativa straniera - due soli titoli al vertice, Wilbur Smith e la Sánchez -, superata ai punti dalla saggistica. Una bella sfida quella tra il «profeta» laico con il volto da nazareno pasoliniano e il Messia di Benedetto XVI, teologo «freddo» per i media. Entrambi carismatici, per i propri «fedeli». La retorica e

la logica, la passione del cuore e la forza della ragione, ovviamente illuminata dalla fede. Ma nel merito dei contenuti, delle scelte di vita e pensiero, non è Saviano l’avversario di Ratzinger. Qui, nelle nostre tabelle, il papa troverà piuttosto in Ermanno Rea un pubblico ministero del potere temporale e dell’egemonia della Chiesa, pietra angolare di un’Italia vista come «fabbrica dell’obbedienza». Qualunque sia il giudizio, resta il fatto che i libri di Ratzinger sono studio, argomentazione, cultura anche per chi non crede. E ai credenti offrono nutrimento genuino, non il cibo avariato di ricettari per povere anime, come ad esempio The power, 1˚ nella varia, seguito di The secret, in classifica

da 176 settimane, in cui la biondina Rhonda Byrne frulla pillole di felicità, amore, salute, e dollari, of course: una emblematica antitesi al romanzo di Franzen, dove la libertà di «sfruttare al meglio i propri talenti» si misura con la responsabilità e l’impegno, verso la natura e gli altri. «Non c’è niente di sbagliato nell’arricchirsi, proprio niente. Ma nella tua vita deve esserci qualcos’altro. Devi scegliere da che parte stare, e lottare perché quella parte vinca». Si conferma quanto dice Vargas Llosa in Elogio della lettura e della finzione (Einaudi): «Grazie alla letteratura... la civiltà è ora meno crudele di quando i cantastorie incominciarono a umanizzare la vita con le loro favole».

I PRIMI DIECI

INDAGINE NIELSEN BOOKSCAN

1

100

2

57

Vieni via con me

Gesù di Nazaret

SAVIANO FELTRINELLI

BENEDETTO XVI (JOSEPH RATZINGER) LIBRERIA EDITRICE VATICANA

6

18

7

3

17

57

34

4

5

24

Nessuno si salva da solo

Gran circo Taddei e altre storie di Vigàta

La legge del deserto

MAZZANTINI MONDADORI

CAMILLERI SELLERIO

SMITH LONGANESI

8

17

16

9

10

14

Il profumo delle foglie di limone

Togliamo il disturbo

E disse

Testa o cuore. Il romanzo di «Amici»

Indignatevi!

SÁNCHEZ GARZANTI

MASTROCOLA GUANDA

DE LUCA FELTRINELLI

ZANFORLIN MONDADORI

HESSEL ADD EDITORE

Narrativa italiana 1. Nessuno si salva da solo MAZZANTINI

Narrativa straniera 57

19,00 MONDADORI

2. Gran circo Taddei... CAMILLERI

34

17

16,00 MONDADORI

8

7

6

6

6

5. L’ultimo inverno HARDING

5

9,00 FELTRINELLI

6. La ragazza del lago FOSSUM

4

18,00 RIZZOLI

17

4. Indignatevi! HESSEL

7. La fuga del signor Monde SIMENON 8. Sezione suicidi VARENNE 9. Gli inganni del cuore STEEL 10.L’altare dell’Eden ROLLINS

5. Viva l’Italia! CAZZULLO

4

14

10

6. La giustizia è una cosa seria 10 GRATTERI; NICASO

8. Impero. Viaggio nell’impero di Roma 4 ANGELA

19,60 NORD

10.Terroni APRILE

4. Instant English SLOAN 5. Le ricette di Casa Clerici CLERICI 6. I dolori del giovane Walter LITTIZZETTO 7. Le diete della salute LAMBERTUCCI 8. The secret BYRNE

4

9. Falli soffrire 2.0... ARGOV

4

17,50 PIEMME

10.È facile smettere di fumare... CARR

3. Il piccolo principe SAINT-EXUPÉRY

4

4

6. Venuto al mondo MAZZANTINI 7. L’ombra del vento RUIZ ZAFÓN

4

8. Gomorra SAVIANO

4

9. Il giorno in più VOLO

4

10,00 EWI

10.Un posto nel mondo VOLO

3

5. L’Unità d’Italia VARANELLI

3

6. Attenti alla coda, meteoriti... 2 STILTON 7. I miei scarabocchi per te papà 2 DREIDEMY 2,90 MAGAZZINI SALANI

4

5. L’abbraccio GROSSMAN

2

10,00 MONDADORI

3

13,00 MONDADORI

3

4. Spells PIKE

8,50 PIEMME

10,00 MONDADORI

3

3

6,90 GIUNTI JUNIOR

13,00 MONDADORI

3

3. Via le zampe dalla pietra... STILTON

17,90 SPERLING & KUPFER

14,00 MONDADORI

3

2. La prima indagine di Theodore ... 3 GRISHAM

8,50 PIEMME

4. L’amico d’infanzia di Maigret 4 SIMENON 5. È una vita che ti aspetto VOLO

5

18,00 MONDADORI

12,00 MONDADORI

15,00 PIEMME

4

6

10,00 ADELPHI

18,60 MACRO

4

2. La versione di Barney RICHLER

1. Diario di una schiappa... KINNEY 12,00 IL CASTORO

7,50 BOMPIANI

18,00 MONDADORI

17,00 EINAUDI

3

5

18,00 MONDADORI

7. La fabbrica dell’obbedienza 5 REA

9. Ogni cosa alla sua stagione BIANCHI

3. Benvenuti nella mia cucina PARODI

6

12,00 ADELPHI

15,90 RIZZOLI

21,00 MONDADORI

3

6

16,90 GRIBAUDO

16,00 FELTRINELLI

4

2. Cotto e mangiato PARODI

1. La solitudine dei numeri... GIORDANO

Ragazzi

13,00 MONDADORI

14,90 VALLARDI

17,50 MONDADORI

19,90 SPERLING & KUPFER

6

3. Togliamo il disturbo MASTROCOLA

6

14,90 VALLARDI

18,50 MONDADORI

18,00 EINAUDI

6

57

5,00 ADD EDITORE

17,00 ADELPHI

10,00 EINAUDI

10.Non chiedere perché DI MARE

4. La mappa del destino COOPER

2. Gesù di Nazaret BENEDETTO XVI

1. The power BYRNE

Tascabili

18,50 MONDADORI

17,00 GUANDA

5,00 SPERLING & KUPFER

17,50 RIZZOLI

9. Le Beatrici BENNI

10

15,50 NERI POZZA

13,00 SELLERIO

8. Io e te AMMANITI

3. Libertà FRANZEN

100

20,00 LIBRERIA EDITRICE VATICANA

19,60 NORD

18,00 RIZZOLI

7. Il terrazzino dei gerani... MARCHESINI

18

22,00 EINAUDI

4. Testa o cuore. Il romanzo... 16 ZANFORLIN

6. Odore di chiuso MALVALDI

2. Il profumo delle foglie di... SÁNCHEZ

1. Vieni via con me SAVIANO

Varia

13,00 FELTRINELLI

18,60 GARZANTI

10,00 FELTRINELLI

5. L’uomo che non voleva... MOCCIA

24

19,60 LONGANESI

14,00 SELLERIO

3. E disse DE LUCA

1. La legge del deserto SMITH

Saggistica

9. S.O.S. c’è un topo nello spazio!2 STILTON 8,50 PIEMME

3

13,00 MONDADORI

10.Pinocchio -

2

4,90 WALT DISNEY ITALIA

LA CLASSIFICA DI TUTTOLIBRI È REALIZZATA DALLA SOCIETÀ NIELSEN BOOKSCAN, ANALIZZANDO I DATI DELLE COPIE VENDUTE OGNI SETTIMANA, RACCOLTI IN UN CAMPIONE DI 1100 LIBRERIE. SI ASSEGNANO I 100 PUNTI AL TITOLO PIÙ VENDUTO TRA LE NOVITÀ. TUTTI GLI ALTRI SONO CALCOLATI IN PROPORZIONE. LA RILEVAZIONE SI RIFERISCE AI GIORNI DAL 6 AL 12 MARZO.

I

disastri della nostra scuola grazie alla cecità dei politici. I miracoli della medesima grazie al sacrificio degli insegnanti, delle famiglie, dei ragazzi stessi. Grande vitalità (più business) dell’editoria specializzata, tra le migliori in Europa, capace di investire su una fiducia nel futuro sconosciuta a molti altri settori produttivi del nostro Paese. «Tutt’altro che utopia secondo Giuseppe Ferrari direttore editoriale della Zanichelli la situazione si muove, soprattutto per quanto riguarda l’approccio alle tecnologie». Non a caso la «regina» italiana dei dizionari occupa, in questo periodo, la scena con due novità: suggestiva la prima; concreta (e, sì, parecchio futuribile) l’altra, entrambe legate al digitale. Suggestione-alta qualità per la «nuova» Commedia: in cd, libro cartaceo (interamente scaricabile),supporti interattivi. Un inedito impasto: di interpretazione ad opera dell’attore Ivano Ma-

PROSSIMA MENTE MIRELLA APPIOTTI

Zanichelli: Dante a tre dimensioni rescotti impegnato a dare ai personaggi del poema un impatto «tridimensionale», ad ognuno «la sua voce, i suoi tic, la sua anima»; di raffinate sonorità realizzate dal «sound designer» Massimo Piani su sfondi pittorici alla Ciurlonis; di una curatela d’eccezione firmata (con Gloria Giudizi) da Riccardo Bruscagli, preside di Lettere al-

l’Ateneo di Firenze (fortemente motivato quanto vicino alla disperazione per l’attuale impasse universitario), che introduce ciascun canto e ha approntato le note con chiarezza pari all’approfondimento (vedi l’Ulisse del XXVI dell’Inferno). Seconda tappa: per la scuola media, i licei, gli istituti tecnici ecc, il decreto legislativo del febbraio 2004,ante riforma Gelmini, prevede che, dall’anno scolastico 2011-12, i libri di testo siano prodotti esclusivamente nelle versioni: on line scaricabile da internet o «mista», cioè carta e web. La Zanichelli, unica per ora in Italia, ha deciso che anche il libro in carta possa diventare un file in pdf per computer, iPad, notebook. Ovvero: libroni a casa, in classe con il tablet per un traguardo da tempo auspicato, alleggerire gli zainetti. Possibile realtà o terribile illusione? In scuole carenti persino dei gessetti per la lavagna? Il direttore Ferrari è ottimista, non solo per il suo ruolo. Vogliamo credergli, fortemente.

S

u Togetter.com (scritto proprio così) decine di giapponesi hanno messo le fotografie di decine di biblioteche devastate dal terremoto. Libri sul pavimento, sotto i calcinacci, libri ridotti a detriti, in cumuli, nel pantano. Qualcuno, nella grande apocalisse, si preoccupa di inviare al mondo le immagini di questa che è un'apocalisse più piccola, meno sanguinaria. Huffington Post le pubblica, e così dall'America raggiungono ogni altro Paese. Huffington Post non è soltanto un sito (o un giornale: ormai è quasi lo stesso) fra i più letti e i più potenti. È anche un'altra maniera di parlare di libri, e occorre ormai farci i conti. Perché le cose che leggi (leggi?) di più sono fotografie e video. Degli articoli, i brevi e i brevissimi. In questo momento in apertura c'è una storia sui rapporti burrascosi fra Gore Vidal e il New York Times, in milleduecento battute, cioè venti righe. Poi (sot-

CHE LIBRO FA ... IN GIAPPONE GIOVANNA ZUCCONI

L’apocalisse delle biblioteche to l'appropriato occhiello «Quick Read», lettura veloce: e ci mancherebbe) c'è un riassuntino della vicenda di Amanda Hocking, ventiseienne sovrappeso del Minnesota, la quale, rifiutata da tutti gli editori, ha pubblicato il suo libro come e-book, ne ha vendute novecentomila copie, è milionaria, e vivrà felice e contenta. Il libro è un roman-

zo rosa, ma per saperlo occorre guardare un video. A corredo, la galleria fotografica degli scrittori pubblicati in proprio che hanno avuto successo. Per sapere chi sono, occorre cliccare e sfogliare l'album di immagini. Una faticaccia: un elenchino scritto di nomi sarebbe stato più lieve e utile. Benjamin Franklin, Ezra Pound, Virginia Woolf, Stephen King... Poi. Un delizioso filmato del 1947 che mostra come veniva fatto - materialmente, artigianalmente - un libro. Oggetto d'epoca, come il giradischi e come quel televisore che sembra un forno (o viceversa). Poi un bignami delle recensioni principali sui principali giornali, naturalmente sui libri principali (o, almeno, considerati tali dalla macchina del marketing). Poi un sacco di articoli illustrati con schermi e schermini, di e-book, di telefonini. Copertine poche. Informazioni ricevute molte: trattenute, poche. Nel frattempo, la home page è già cambiata e bisogna ricominciare da capo.


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Diario di lettura

SABATO 19 MARZO 2011 LA STAMPA

XI

MIRELLA SERRI

«Per caso mi capita di leggere un’intervista in cui Giulio Einaudi afferma: “Rubare un libro non è un reato”. Caspita, mi dico, ha proprio ragione! Così vado in libreria e mi porto via senza pagarla la Critica della critica di Tzvetan Todorov». Un volume dello Struzzo, ovviamente. L’ha poi letto? «Todorov nell’introduzione lamentava la diminuzione dei lettori di letteratura. Per non parlare di quelli di critica. E per quelli della critica della criti-

«La mia vita di lettore si rinnovò quando rubai un libro (di Todorov): seguii un consiglio di Einaudi» ca? Ebbi la sensazione di aver compiuto veramente una buona azione, di essere uno dei pochissimi che aveva avuto il coraggio di prenderlo in mano». Csì Ascanio Celestini, il gran guitto del nostro teatro, l’interprete e il drammaturgo più diabolico e funambolico, ricostruisce il suo battesimo alla lettura appena uscito dall’età più verde. Lo racconta nelle sale dalla luce fioca della casa del cinema a villa Borghese, con la sua verve incontenibile, la barbetta mefistofelica e l’aria da «pischello», come avrebbe detto l’autore più amato, Pier Paolo Pasolini. Oggi pubblica una delle sue poetiche narrazioni più surreali e paradossali, Io cammino in fila indiana, proprio per i tipi dell’editore da cui non fu colto con le mani nel sacco: il trentanovenne autore di testi che ricostru-

«Da Pippi Calzelunghe a “Scrittori e popolo”, l’opera di Asor Rosa che mi spinse a iscrivermi a Lettere» iscono l’eccidio delle Fosse Ardeatine o le violenze sui malati di mente (ad aprile da Feltrinelli uscirà anche il dvd de La pecora nera con una raccolta di testimonianze e un diario di lavorazione del film) è ora approdato all’ultima spiaggia della ribellione: è il cantore del gesto anarchico, dell’insubordinazione violenta di chi pensa seriamente di sparare al vicino di casa razzista e sessista. Celestini si è poi concesso qualche altra effrazione nel mondo del libro?

«Mi sono messo in tasca senza passare in cassa anche le Lezioni americane di Italo Calvino stampate da Garzanti e l’ho fatto per non infierire sempre sullo stesso editore. Successivamente, però, sono andato a Frascati in libreria e lì ho fatto una specie di abbonamento per avere un certo numero di volumi al mese. La mia prima attrazione fatale da bambino è stata invece Pinocchio». L’ha ispirata per «Cecafumo», raccolta di fiabe per grandi e piccini?

«Mio padre faceva il restauratore e aveva la bottega al Quadraro, mia madre era parrucchiera a Tor Pi-

Un guitto fra teatro e racconto

Ascanio Celestini I PREFERITI

f

riere della Sera scrissi in suo omaggio una poesiola in stile gozzaniano e lui mi chiamò a casa per ringraziarmi. E io con la cornetta in mano ero basito, era uno dei più importanti poeti italiani che mi parlava». Suoi maestri di teatro?

VARLAM SALAMOV

I racconti della Kolyma Adelphi, pp. 632, €15

«A farmi scoprire la politica furono anche questi racconti: sono tremendi nella loro crudezza descrittiva»

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ITALO CALVINO Mondadori pp. XLVII-1190, €12,90

Per parafrasare lo stesso Italo Calvino: «Un catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna»

f

Le opere. E’ appena uscito da Einaudi «Io cammino in fila indiana» (pp. 218, €18,50). Per lo stesso editore: «Storie di uno scemo di guerra» , «Lotta di classe» e «La pecora nera» (in dvd da Feltrinelli ad aprile). Per Donzelli: «Fabbrica. Racconto teatrale in forma di lettera». Per Fandango: «Parole sante», con dvd.

Il drammaturgo ribelle, diabolico e funambolico ora mette «in fila indiana» i suoi personaggi e riconosce nel burattino di Collodi il libro dei libri

“Come Pinocchio sogno un Paese che non mi mangi” gnattara, i libri che circolavano in casa appartenevano soprattutto a mia sorella. Pinocchio non è un romanzo e non è una favola, non è un esercizio di stile, è un’opera dadaista, assolutamente sconclusionata. Pervasa da un terribile senso di violenza e di morte. Si rammenta come si presenta al terribile burattino la fatina dai capelli turchini?». No, me lo ricordi lei.

«Allora si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di ce-

ra, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale… disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo: “Non c’è nessuno. Sono tutti morti”. “Aprimi almeno tu!”, gridò Pinocchio piangendo... “Sono morta anch’io”. “Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?”. “Aspetto la bara che venga a portarmi via”». Celestini recita ad alta voce nel locale deserto (salvo una fugace apparizione del cantante Pupo in tuta da ginnastica), al tramonto di una giornata di

pioggia, e sembra di assistere a una delle sue provocatorie esternazioni tra atmosfere funebri, rabbia e tanta ironia. Pinocchio lo sa tutto a memoria?

«E’ il libro dei libri. Ecco che il burattino approda al paese delle api industriose cercando un posto dove “si possa mangiare senza essere mangiati”. Quando lui è stremato, ha fame e chiede aiuto gli offrono qualcosa solo se dà una mano. Gli propongono il lavoro minorile e lo trattano come da noi gli immigrati appena sbarcati».

Quando scoprì Pasolini a cui ha dedicato Cicoria, dove affronta con leggerezza e fantasia il difficile tema della morte?

«Abito nei luoghi in cui Pasolini insegnava: sono cresciuto nella Roma dei pratoni»

Fiabe italiane

La vita. Ascanio Celestini è nato a Roma nel 1972. Attore, regista, scrittore . Dopo la maturità classica, si è laureato in Lettere. E’ tra i maggiori esponenti del teatro di narrazione. Premio Ubu nel 2002. Risale al 1998 il primo spettacolo: «Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini». Seguirà la trilogia «Milleuno».

«Perla Peragallo che si esibiva in coppia con Leo De Berardinis. Ogni lezione era uno psicodramma e terminava con gli allievi stremati e in lacrime. Dopo l’ultimo incontro io finii in ospedale per curarmi dalla depressione mentre Perla chiuse la scuola e aprì un centro di culto in onore di Sathya Sai Baba».

FRANZ KAFKA

La metamorfosi e altri racconti Garzanti, pp. XXVII-204, €7

«Una pietra miliare della mia formazione. Per la stessa ragione che ho addotto con riferimento a Calvino»

Una lettura non usuale. Altre pietre miliari della sua formazione? Dostoevskij, Tolstoj, Proust, Thomas Mann?

«Prima ancora che mi cimentassi con questi giganti, mia sorella mi invitò a una sfida singolare: divorare in pochissimi giorni “Pippi Calzelunghe”. Vinsi la scommessa. Quando poi da neo diplomato andai a fare l’InterRail avevo vari tomi nello zaino, tra cui il Don Chisciotte di Cervantes. La cosa che mi colpì fu che il brano più famoso, quello in cui il cavaliere della Mancia combatte contro i mulini a vento, occupa solo mezza paginetta di tutta una lunga narrazione. A farmi scoprire la politica e a spingermi a iscrivermi alla facoltà di Lettere fu Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa. Fondamentali furono I racconti della Kolyma di Salamov Varlam, tremendi nella loro crudezza descrittiva, poi ci fu Italo Calvino con il Visconte dimezzato, il Barone rampante e le Fiabe italiane. Per approdare a quelle russe raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanas'ev. Una rivelazione fu Edoardo Sanguineti, autore di Postkarten e testi in cui, come dicevano sia Rilke che Brecht, non disdegnava di “affrontare argomenti complicati con linguaggio adeguato”. Era un uomo meraviglioso. Su richiesta del Cor-

«”Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l’Appia come un cane senza padrone”, declamava il poeta. Poi c’era Ciampino, dove Pasolini insegnava. Sono i suoi luoghi, quelli in cui io abito tutt’ora. Lì giocavo o andavo in bicicletta. Mio nonno faceva la maschera al cinema Iris, vicino alla breccia di Porta Pia, e con mio papà ancora piccolo si recava al lavoro anche a piedi, macinando chilometri. Era molto pasoliniana la Roma in cui sono cresciuto. Era la città dei pratoni non ancora cementificati, della gente che si godeva la vita». Un ricercatore, lei si definisce anche così, che colleziona testimonianze orali che danno linfa e humus a opere e spettacoli.

«All’origine di Pecora nera vi sono anni di frequentazioni di case di cura ma anche delle pagine di poeti, Alda Merini e Dino Campana, o di studiosi, Michel Foucault. Il mio carburante, però, lo sono stati anche racconti esemplari dal punto di vista drammaturgico, come quel-

«Alla base di “Pecora nera” anni di visite nelle case di cura ma anche la Merini, Campana, Foucault» li di Kurt Vonnegut o Everyman di Philip Roth. Sono un “ricercatore” che si è formato sulle opere di Ernesto De Martino ma la mia attenzione alla cultura orale e popolare è stata nutrita, è il caso di dirlo, tra fettuccine e polpette, nei giorni di festa, dalle mie zie con le loro favole. Mi hanno allenato a creder vere fiabe come quella del mio bisnonno fiaccheraio che aveva catturato una strega che si annidava nei crini del cavallo. Le zie senza saperlo caldeggiavano un’immagine protofemminista, assolutamente positiva, di una maga che all'avo annunciò una fortuna per tante generazioni. Ne sto beneficiando anche io ma con mio figlio che ha solo 4 anni ora siamo arrivati, secondo la predizione, al capolinea, al momento in cui la magia avrà esaurito tutta la sua efficacia».


Tuttolibri N° 1757 ( 19/03/11 )