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Mari: i miei eroi, speranze dell’Ottocento

Hunziker: così ti striscio la libreria

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Con le recensioni e le classifiche dei bestseller

R

tuttoLIBRI

1756

NUMERO ANNO XXXV SABATO 12 MARZO 2011

La festa del 17 marzo Occasione di memoria e di orgoglio, il Risorgimento non come sbadiglio scolastico ma visione di futuro per le nuove generazioni che non vogliono rassegnarsi al declino DONNE D’ITALIA

Nel salotto della Maffei La nobildonna che fece l’Unità SERRI

P. II

FOTOGRAFIA

Quel falso Garibaldi Il Paese come era immaginato DE LUNA

P. VI

Ritratti dello Stivale Visioni d’Italia nel secondo ‘900 P. VIII

DIARIO DI LETTURA

Il garibaldino di Pavone Con l’eroe Ettore nella Resistenza PAPUZZI

P. XI

TUTTOLIBRI A cura di: LUCIANO GENTA con BRUNO QUARANTA tuttolibri@lastampa.it www.lastampa.it/tuttolibri/

LA STAMPA

Un tuffo. Irrigidire i muscoli perché in superficie ondeggiano detriti e polvere, e trattenere il fiato. Aprire gli occhi dentro il mare della memoria per vedere chi eravamo, e tornati a galla ispirare a fondo per comprendere chi siamo. Adesso. Mentre ci accingiamo a festeggiare la nascita del Regno d'Italia, fondamento per la Repubblica che ogni anno celebriamo ribadendo il valore della Costituzione, ossia l'essere italiani, nei diritti e nei doveri, tutti eguali fra loro. Il 17 marzo arriva come un'opportunità di rimembranza e d'orgoglio, ma le divergenze sull'appuntamento ancora riecheggiano, ed allora è l'attualità dell'altrove che può forse aiutarci a meditare sull'unicità della data. Nella sciabolata di terre che chiudono a Sud il Mediterraneo sono settimane di visi insanguinati, lacrime luttuose ma sprezzanti, e tutti siam

Italia forever giovane e forte «La prima bandiera italiana portata a Firenze nel 1859», dipinto di Francesco Saverio Altamura, al Museo del Risorgimento di Torino. Ai pittori del Risorgimento è stata dedicata la mostra che si è chiusa lo scorso gennaio alle Scuderie del Quirinale, a Roma: il catalogo è pubblicato da Skira. Una sezione di opere sul Risorgimento nei musei italiani è contenuta nel volume «Ottocento, Catalogo dell’arte italiana» edito da Metamorfosi

L’autore di «Troppo umana speranza» rievoca sogno e coraggio dei «giovinastri» che si pensarono fratelli

ARTE

BELPOLITI

ALESSANDRO MARI

pronti a dire che un re, un dittatore, deve far fagotto se il popolo, insofferente e soffocato, lo esige. Dall'oggetto osservato all'osservatore: perché sappiamo d'istinto che sollevarsi e pretendere una terra più giusta, un avvenire di libertà e benessere è legittimo? Da dove viene questo gene che abbiamo iscritto nel corpo? Perché, pur con le ovvie differenze, chi oggi in Italia lotta tra precariato e disoccupazione, sfiancato da un eterno presente, potrebbe legittimante reclamare un Paese a misura sua? Perché si avverte un'energia, soprattutto nelle nuove e strapazzate generazioni, che per esplodere attende la visione d'un sogno per il domani? Scriveva in versi Gozzano: «Il gigantesco rovere abbattuto / l'intero inverno giacque sulla zolla, / mostrando in cerchi, nelle sue midolla / i centonovant'anni che ha vissuto». Se quel «centonovanta» fosse «centocinquanta» e si leggesse l'«abbattuto» come «prostrato» da una crisi economica e identitaria parrebbe una fotografia fin troppo fosca del Paese, ma la poesia prosegue: «Ma poi che Primavera ogni corolla / dischiuse con le mani di velluto, / dai monchi nodi qua e là rampolla / e sogna ancora d'esser fronzuto». Con la nuova stagione, insomma, il rovere si ostina a germogliare per dare nuovi semi, e malgra-

150, un cammino che continua Adesso che è qui la Festa, senza fare gli asini di Cavour (quelli che si lodano da sé), possiamo annotare che su queste pagine abbiamo iniziato di buon‘ora il cammino verso i 150 anni dell’Unità, fin dal settembre 2009, aprendo con un’intervista di Giuseppe Culicchia ad Alberto Arbasino su «Fratelli d’Italia» la nostra rassegna a zig zag attraverso i libri che hanno contribuito alla «formazione» e/o alla «descrizione» dell’italianità. Doveroso alla vigilia del 17 marzo dedicare il numero al Risorgimento, scegliendo

Alessandro Mari ha esordito quest’anno da Feltrinelli con il romanzo «Troppo umana speranza» nella vetrina delle novità, per la verità zeppa di titoli in gran parte d’occasione, eccezion fatta per le discusse ricerche di Alberto M. Banti. Naturale poi affidare la copertina allo scrittore che a inizio anno più ci ha sorpreso,

rivelandosi proprio con un romanzo nutrito dalle energie giovani e forti del Risorgimento: così abbiamo chiesto ad Alessandro Mari, autore di «Troppo umana speranza» per Feltrinelli, di pensare la festa dei 150 con gli occhi dei suoi personaggi e insieme dei loro coetanei d’oggi. Il nostro cammino proseguirà oltre la Festa, incrocerà i dibattiti del prossimo Salone del libro a maggio e arriverà almeno sino alla chiusura dell’anno scolastico. Le celebrazioni servono se aprono cantieri, se progettano lavori.

do i versi finali di Gozzano («Non so perché mi faccia tanta pena / quel moribondo che non vuol morire!») vorrei indugiare su quel sogno d'esser fronzuto. Qui c'è un attrito - banalizzo provocatoriamente - tra vecchiaia e gioventù che mi riporta a Giuseppe Mazzini, là dove sostenne che per fare l'Italia si doveva anzitutto riconoscere un contrasto in atto nella società preunitaria: «Le denominazioni giovine e vecchia Italia non sono nostre; e perché vorremmo noi gravarci l'anima d'un rimorso, creando una divisione, dove i fatti non ci sforzassero a riconoscerla […]?». E altrove: «Noi

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Continua a pag. VII


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Storie e personaggi

II

L’ALMANACCO PIEMONTESE

CRONACHE DELL’UNITÀ

«ITABOLARIO» 1861- 2010

Nella Torino del 1911

Dall’inviato a Palestro

In centocinquanta parole

= Rievoca la Torino del 1911, la Torino dell’Esposizione = «Nel piccolo spazio di pochi giorni si ebbe parte a

L’Almanacco Viglongo

internazionale, l’Almanacco Piemontese (pp. 223, €23) di Viglongo (viglongoeditore@libero.it, tel. 011/6060421). Nel volume, scritti, fra gli altri, di Pascoli, Thovez, Gozzano, nonché necrologi in morte di Salgari, lo scrittore che Viglongo ha via via restaurato filologicamente. Non mancano sguardi, rispettivamente , al 1861 (nel segno di Cavour: il funerale raccontato da Giuseppe Deabate, gli elogi di Casalegno e Salvatorelli) e al 1961 (da Carlo Levi a Guido Piovene, da Paolo Monelli a Giovanni Arpino, allergico all’enfasi celebrativa)

tre combattimenti...», dal nostro inviato alla battaglia di Palestro, anonimo, per L’Opinione, 4 giugno 1859. E’ fra gli articoli e corrispondenze 1859-1861 raccolte in un Oscar Mondadori sotto il titolo Cronache dell’Unità d’Italia (pp. 440, €10, introduzione e cura di Andrea Aveto). Dalla seconda guerra d’Indipendenza alla proclamazione del Regno d’Italia. Dal Plebiscito toscano raccontato da Carlo Collodi alla scomparsa di Ippolito Nievo, da Garibaldi e Cavour visti da Mazzini, all’impresa garibaldina per la firma di Alexandre Dumas.

= Un alfabeto del Bel Paese, «l’Italia unita in 150

parole», anno per anno : è l’Itabolario curato da Massimo Arcangeli per Carocci (pp. 371, €23). Da Nazione (1861) alla locuzione Social network (2010), da Automobile (1899, nasce la Fiat) a Metroplitana (1955), da Futurismo (1909, il Manifesto sul Figaro) a Qualunquismo (1945) , da Pizza (1889) a Velina (1988), da Bar (1897) a Telequiz (1970), da Marcia (1922) a Lega (1991), da Vincere (1940) a Girotondo (2002), da Repubblica (1946, il referendum) a Furbetto (2006, i furbetti del quartierino, l’Italia opposta a quella dei fessi prezzoliniani).

Clara Maffei La nobildonna che a Milano

Bloc notes

orchestrò una palestra di intelligenze

A PORDENONE

Cees Nooteboom = Lo scrittore olandese Cees

Nooteboom sarà il protagonista di «Dedica», la manifestazione culturale di Porednone (da oggi al 26 marzo). Nell’occasione esce da Iperoborea la raccolta di frammenti Avevo mille vite ne ho presa una sola (pp. 208, € 14,50). Il curatore, Rüdiger Safranski, vi ha selezionato le pagine più evocative dell’«olandese volante». Nella città friulana (che conferirà il «sigillo» allo scrittore più volte candidato al Nobel) sarà tra l’altro poiettato il film documentario «Hotel Nooteboom» realizzato da Heinz Peter Schwerfel.

A PARMA

Minimondi = Undicesima edizione a

Parma e provincia di «Minimondi», festival di letteratura e illustrazione per ragazzi e adulti, diretto da Silivia Barbagallo. Da oggi al 27 marzo. Una delle mostre che caratterizzano la rassegna è dedicata a Remy Charlip, «Danzare il mio libro» : coreografo, danzatore, performer americano, Charlip è autore e illustratore di libri per bambini, editi in Italia da Orecchio Acerbo.

A MILANO

Il Libro Antico = Fino a domani, Palazzo

della Permanente, prosegue la ventiduesima edizione del Libro Antico. Tra le rarità in mostra, il pamphlet pubblicato da Ezra Pound a Rapallo, 1944: Oro e lavoro: alla memoria di Aurelio Biasi, il manoscritto autografo di Osip Mandelstham Petersburg Stanzas (1913), una delle 80 copie di La Guerre. Une poésie di Ungaretti, con autografo.

SERGIO PENT

Dopo il curioso noir grottesco Il giudice meschino, l'ingegner Mimmo Gangemi si ripresenta con un buon chilo di lettura invernale, di quelle da affrontare durante una «sana» influenza o quando si ha semplicemente voglia di ritrovare pagine aperte e pacate, larghe campate narrative inserite in una geografia che è quella delle nostre più antiche stagioni, dei nostri padri e nonni, in un contesto nazional-popolare ormai in disuso, per certi versi fuori tempo massimo. La sfida di Gangemi, in tal senso, parrebbe puramente accademica: composto al suo tavolo di scrittura l'autore ha respirato a fondo l'odore degli ulivi e del mare, la ruvida essenza della terra e le lacrime dei distacchi, l'italica patriarcalità di matrice sudista e il vento delle speranze morte e rinate dopo il dolore e le guerre. Ne è nato un romanzo epico, generoso, virtuoso ma

In quel salotto si fece l’Italia MIRELLA SERRI

Due boccolotti neri ne incorniciano il volto paffutello, lo sguardo è ironico e intenso: così l’amico pittore Francesco Hayez rappresenta la contessa Clara Maffei. Non a caso la nobildonna, conosciuta in tutta Milano, veniva chiamata Clarina: era esile e minutina. Ma la piccola contessa, in contrasto con il suo diminutivo, fu un personaggio di gran peso nella vicenda risorgimentale e

Raccolse fondi, organizzò fughe, distribuì pistole a scrittori e artisti, ospitò Balzac e Liszt di notevole statura intellettuale. Il suo salotto, tra tutte le dimore patrizie che furono culla di moti liberali, fu il cenacolo più noto della penisola. Durò ben 52 anni e contribuì a lastricare la strada che avrebbe portato all’Italia unita. Nelle sale ben arredate della Maffei non solo ci si impegnò alacremente per la causa patriottica, rischiando la tortura, la prigionia, la vita; in quella fucina di discussioni, di elaborazioni culturali, di giornali – come il Crepuscolo fondato nel 1850 da Carlo Tenca – si lavorò anche per gettare le basi di un’idea di nazione capace di cementare le diversità della penisola. Clara raccolse fondi, orga-

nizzò fughe in Piemonte e in Svizzera, distribuì moschetti e pistole a scrittori, giornalisti e artisti, convinta che il loro apporto alla causa risorgimentale fosse determinante. Come emerge dal suo carteggio con il giornalista e scrittore Tenca, il compagno della sua vita, gli intellettuali si ponevano come i nuovi «mediatori» tra il ceto politico emergente e gli esponenti delle classi borghesi o popolari che avvertivano prepotenti le esigenze di modernità e di avvicinamento all’Europa. Abile tessitrice di legami e di rapporti, Clarina, consapevole che «fatta l’Italia bisognava fare gli italiani», si applicò alla creazione di una palestra di intelligenze che elaborassero una coscienza e un’identità nazionale in quel disarmonico puzzle che era lo Stivale. «Sul finire dell’inverno 1850, feci una cara conoscenza, quella della contessa Clara Maffei […] che aveva allora 36 anni», annota entusiasta del suo nuovo incontro il non ancora ventenne Giovanni Visconti Venosta, futuro deputato del Regno d’Italia. «Era una donnina […]più che bella, elegante, di maniere distinte». Colta, appassionata lettrice, di notevoli capacità dialettiche, non era solo in grado di animare una garbata conversazione ma anche di «infiammare gli animi»: così la descriveva il nobile che frequentava, insieme al fratello maggiore Emilio, il salotto nuovo di zecca della Clarina. Nuovo come locazione ma già noto per la sua intensa attivi-

tà nella città lombarda. La casa, fresca di pittura, in un elegante palazzotto settecentesco in via Bigli 21, accoglieva, come la precedente abitazione in corsia dei Giardini, dalle otto di sera in poi un gran via vai di dame in stola al braccio di gentiluomini in abito scuro. Ma non si trattava di ospiti di serate mondane, erano intellettuali-cospiratori, volitivi e determinati sostenitori dell’indipendenza dallo straniero. L’edificio si trovava a un tiro di schioppo da via Andegari, dove

In anteprima uno dei 14 ritratti raccolti in «Donne del Risorgimento» celebri o dimenticate risiedeva Tenca, ed era la seconda dimora della nobildonna dopo la separazione dal poeta e scrittore Andrea Maffei. Il primo rifugio – dopo l’addio al biondo scrittore avvenuto con il sostegno e il consiglio dell’amico Giuseppe Verdi – era stato tra ville immerse nel verde dietro eleganti cancellate in ferro.[...] Ad accomodarsi tra le trine e i tavolini intarsiati di Clarina, molto stimata da Alessandro Manzoni e da Verdi, furono le personalità emergenti della cultura europea. A dar lustro alle sue serate tra i primi vi fu Honoré de Balzac. Il cicciottello narratore in Italia era circondato da una pessima fama. Era inseguito dai creditori, sonnec-

La contessa Clara Maffei in un ritratto di Hayez

chiava su tutti i divani su cui posava le sue abbondanti terga, era considerato sciatto e poco elegante. Tenuto alla larga da molti blasonati, venne però accolto dalla Maffei che vide in lui un importante intellettuale di riferimento. Per Balzac la sua casa era sempre aperta, persino al mattino, appuntamento concesso solo ai più intimi, perché permetteva gran confidenza. [...] La Maffei, tra i suoi ospiti, ebbe anche Franz Liszt accompagnato dalla discussa amante Marie d’Agoult, entrambi protagonisti di una storia che aveva messo a rumore tutti i salotti d’Europa. La contessa Marie aveva lasciato marito e figli per il musicista, più giovane di sei anni. Liszt, che sedendosi al piano lasciava cadere i guanti gialli in modo

Migranti «La signora di Ellis Island»: con Gangemi tra la Merica e l’Italia

Una Madonna fa la grazia al calabrese non azzardato, colmo di tutte le caratteristiche necessarie a un percorso popolare non disgiunto da qualche sotterranea ambizione di stampo classico, con l'ombra di un Bacchelli, ma passando dai «terroni» di Silone e Strati per transitare in una dimensione tutta meridionale di esistenzialità arroccata alla roba, alla famiglia. Se un difetto si può evidenziare, in questo lavoro da premiare

anche solo per l'impegno di scrittura, è la mancanza di sorprese e di rovesciamenti d'attesa in tutta l'ampia struttura: la vicenda del migrante che lascia la sua terra agli albori del Novecento solcando l'oceano per raggiungere la mitica «Merica», del successivo ritorno a casa con il susseguirsi dei matrimoni, delle fatiche, dei figli che muovono nuove imprese negli spazi ristretti della piccola bor-

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Mimmo Gangemi LA SIGNORA DI ELLIS ISLAND Einaudi pp. 619, € 19,50

ghesia rurale, non è certo di quelle mai visitate. Ma Gangemi ha voluto - crediamo - rendere omaggio alla sua Calabria attraverso l'epopea di Giuseppe, che dal suo paese di Aspromonte approda all' America dei grandi sogni, rischiando di non superare l'ostacolo di Ellis Island. Respinto a causa di una brutta febbre, Giuseppe viene miracolosamente transitato sul continente da una bella si-

Mimmo Gangemi

gnora con un bambino in braccio, e da qui nascerà la sua piccola fortuna. Dalle miniere dell'Ohio alle fonderie di Pittsburgh, la vita di Giuseppe sfiora tutti i luoghi comuni del dispatrio: fatica, morte, lontananza, perdita di amici cari sul posto di lavoro, fino al rientro in Italia, dove l'acquisto di un terreno consente al giovane calabrese d riappropriarsi di se stesso, di formare una famiglia -

che le ammiratrici accorressero a raccoglierli, non attirava molte simpatie: nobili e buona borghesia meneghina gli avevano sbarrato le porte. Clara, anche nel suo caso, dimostrò di non volersi accodare all’opinione comune e aprì la sua dimora alla coppia, confermando il suo anticonformismo e la propensione a dare al suo «salone», influenzato dalle idee illuministiche, l’impronta di un luogo di riunione alla madame du Deffand o di un salotto anglosassone. Da dove nasceva questa inclinazione a percorrere strade autonome e molto particolari? Sicuramente l’educazione ricevuta aveva abituato Clarina a coltivare la sua verve più originale. Sua madre l’aveva abbandonata piccolissima e il padre, il conte

dieci figli con la dolce, remissiva Anna Maria - di spegnersi nella vecchiaia dopo aver vissuto felicemente le sue stagioni. In mezzo ci sono guerre e carestie, figlie morte in tenera età e figli che vogliono cambiare il percorso contadino del loro futuro, il tutto all'insegna di un naturalismo carnale sincero e appassionato, dove non c'è posto per i pensieri fatui e le finzioni. Da Saverio, il figlio scapestrato che conosce l'Africa e i primi segni della modernità tecnologica, a Ciccio, l'altro figlio diventato prete per dovere ma fedele fino in fondo alla famiglia, il percorso dei discendenti di Giuseppe attraversa il secolo scorso sull'onda di una coralità nobile, intensa, che vive - e talvolta un po' si sperpera - nella tradizione popolare. Su tutto aleggia la figura nebbiosa di quella signora di Ellis Island, un po' Madonna un po' dama borghese, da cui parte il sogno di Giuseppe, la sua scalata alla vita, come il lascito di una fortuna che talvolta sfiora anche gli spiriti puri.


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Tuttolibri SABATO 12 MARZO 2011 LA STAMPA

UN RITRATTO DI GIANNI FARINETTI

ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

JESSIE MARIO WHITE, L’INGLESE PATRIOTA

La Bela Rosin, regina di cuori

Amore mio, uccidi Garibaldi

La chiamavano Miss Uragano

= Rosa Vercella o la Bela Rosin, la donna che Vittorio

= Una storia fabbricata in casa, attingendo nella

= Da figlia dell’Inghilterra vittoriana a protagonista del

Emanuele amò tutta la vita, «restaurata» da Gianni Farinetti in Regina di cuori (Marsilio, pp. 108, €10). Il primo incontro a Racconigi nel 1847, quindi inseparabili, Sua Maestà e Rosina, fino alla morte del Re, avvenuta nel 1878. E’ sposato da cinque anni, il Re Galantuomo, quando Cupido lo colpisce, lei così «bella, gran massa di capelli corvini, occhi scurissimi, carnagione perfetta, il petto tutt’altro che acerbo». Gianni Farinetti con grazia, non lesinando gli inchini, racconta una indimenticabile storia «privata».

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AA. VV. DONNE DEL RISORGIMENTO Il Mulino, pp. 240, €24 In libreria dal 16 marzo Le donne del Risorgimento raccontate da altrettante donne. In anteprima pubblichiamo qui alcuni brani del ritratto che Mirella Serri dedica alla contessa Clara Maffei. Le altre autrici sono Claudia Galimberti («Bianca, Cecilia, Teresa e le altre» e «Mille e una...Rosalie Montmasson»), Elena Doni (Colomba Antonietti e Jessie White Mario), Lia Levi (Margaret Fuller), Simona Tagliaventi (Anita Garibaldi), Maria Grosso e Loredana Rotondo (Cristina Trivulzio di Belgioioso), Federica Tagliaventi (Antonietta De Pace), Dacia Maraini (Enrichetta Di Lorenzo e Peppa la cannoniera), Chiara Valentini (Sara Levi Nathan), Simona Tagliaventi (Antonia Masanello), Francesca Sancin (Enrichetta Caracciolo Fiorino), Serena Palieri (Giuditta Tavani Arquati).

Carrara Spinelli, per sfuggire ai pettegolezzi e superare un momento difficile anche dal punto di vista economico, si trasferì da Bergamo a Milano, dove divenne precettore di rampolli di grandi famiglie aristocratiche. Fu costretto a metter la figlia in collegio, presso l’Istituto degli Angeli di Verona. Clara, aiutata dal padre, ebbe un buon apprendistato letterario e non nutrì mai rancore o risentimento per la madre, anzi, vide in lei un modello di indipendenza. Lei stessa, una volta separata da Maffei, rifiutò una nuova convivenza con Tenca, nonostante le aspettative di Carlo che l’avrebbe voluta al suo fianco: «Io appartengo a me medesima», scriveva, «solo io voglio essere giudice del mio operare».

BRUNO QUARANTA

In carcere, dov’era finito per attività antiamericana, Dashiell Hammett avrebbe accolto con sollievo le Ricette di famiglia di Roberto Barbolini. Leggendovi, lui che pativa dietro le sbarre «il cibo disgustoso e spesso anche rancido», la promessa di un futuro saporoso almeno a tavola. Barbolini, che di Hammett ha curato il Meridiano, romanza una passione culinaria sontuosa come la tavola della sua Modena, il villaggio natale mille volte trasfigurato, così sospingendolo in una dimensione «invisibile», quindi incorruttibile (si riapra Magical Miystery tour. Da Pico della Mirandola a Ligabue, una guida «sentimentale» fino all’ultimo capriccio stilistico). E’ un «cabaret domestico» lungo la via Emilia, Ricette di famiglia, con rare escursioni fuori di casa, ma sempre «protette». Perché a Milano si è at-

cassapanca degli epistolari, centocinquanta lettere dei bisnonni, lei principessa di Boemia, lui ussaro imperiale. Amore mio, uccidi Garibaldi, opera prima di Isabella Bossi Fedrigotti, ritorna ora da Longanesi (pp. 178, €15,60). Leopoldina Lobkowitz incoraggia così il marito, conte Fedrigo Bossi Fedrigotti, nobile «povero» in quel di Rovereto, una provincia dell’impero absburgico. Arruolatosi come volontario nell’esercito di Francesco Giuseppe, fronteggia l’Erore dei due Mondi. Per il mondo di ieri, per l’Austria felix, il tramonto è inesorabilmente cominciato

nostro Risorgimento: corrispondente di guerra, infermiera, moglie del patriota Alberto Mario, fervente garibaldina (ma anche mazziniana, nonché amica di Bertani e Cattaneo) fu Miss Uragano, al secolo Jessie White, «una gran donna» (Carducci) che contribuì appassionatamente all’Unità. Ne ricostruisce la vicenda Paolo Ciampi, per l’editore Romano (pp. 323, €14., pref. di Anita Garibaldi ). Morirà nel 1906, fiduciosa: «Le nuove speranze che si aprono all’Italia mi hanno un poco risvegliata...All’età di 75 anni io ho davvero una visione dal Monte Nebo della Terra Promessa».

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Maria Teresa Mori FIGLIE D'ITALIA Carocci pp. 200, € 18,90

«Venezia che spera» di Andrea Appiani jr, 1861 GIOVANNI TESIO

Figlie d'Italia s'intitola il saggio che Maria Teresa Mori ha pubblicato da Carocci. Ma avrebbe anche potuto intitolarsi «madri d'Italia» (già del resto esistente in bibliografia), se è vero che vi si parla di donne che l'Italia hanno contribuito a farla. Donne che esulano dal canone a cui la letteratura s'è tenuta per anni. Donne che in genere escono dagli studi di altre donne sollecite a scriverne quasi come un atto di riparazione. Nessuna rivendicazione spinta, beninteso, ma una passione di ricerca storica e letteraria che frugando nelle zone meno frequentate riesce a dirci qualcosa di nuovo, se non proprio di inedito; qualcosa che costringe a fare dei conti di solito trascurati. In estrema sintesi è quanto serve a introdurre un libro che il sottotitolo rende più esplicito: «Poetesse patriote nel Risorgimento (1821 1861)». Loro - le poetesse patriote - si chiamano con nomi quasi tutti doppi perché congiungono la condizione natale a quella coniugale: da Marietta Bert Cambiaggio a Erminia Fuà Fucinato, da Maria Alinda Bonacci Brunamonti a Caterina Franceschi Ferrucci, da Giannina Milli

Figlie d’Italia Uno stuolo di poetesse, un «canzoniere» tutt’altro che irrilevante

Patriote fino all’ultimo verso ALCUNI ESEMPI «Viva l'Italia! Gridisi; / si spieghin le bandiere!/ Già la pugna infiammasi,/ già s'urtano le schiere;/ meglio la morte, liberi/ che vita in servitù!» Anna Gherardi Del Testa «Madri, donzelle un palpito/ d'alto sentir vi scuota;/ sol per amore e timide/ nate non siete». Isabella Rossi «A te, cara Italia, sacriamo la vita,/ per te, cara madre, languente, ferita,/ voliam nella pugna salute a cercar». Cecilia Macchi «La Patria è quel tutto che intorno ti brilla./ È in essa che in prima s'aprì tua pupilla,/ per lei tu nascesti, ti nutre ella stessa/ ond'è che tu vivi, tu cresci per essa». Felicita Morandi

Cassone a Maria Giuseppina Guacci Nobile, da Onestina Ricotti ad Agata Sofia Sassernò (se ne contano più di trenta). Appartengono a una diversa geografia (Sicilia, Marche, Toscana, Piemonte, Campania, Umbria, Veneto, Lombardia…), ma insieme costituiscono - con i loro componimenti pubblicati in opuscoli, fogli volanti, periodici, raccolte antologiche, o con i loro libri poetici altrettanti momenti di riscatto personale e patrio: sia perché devono fare in conti con un universo maschile che tende spesso a escluderle, sia perché devono fare i conti con diffidenze e resistenze d'ogni tipo. Donne che si tengono a un liberalismo strettamente moderato e donne che si spingono

più in là. Donne a volte ligie al classicismo imperante in Roma e nel Meridione, a volte più propense al Romanticismo di marca lombarda e toscana. Donne che accompagnano le fasi cruciali del Risorgimento

Alla scoperta di nomi trascurati, fuori canone, tra classicismo e romanticismo, una sincera enfasi civile (dagli anni venti all'Unità) con le due tappe fondamentali del '48 del '59. Donne che disegnano la scena di un continuo ammaestramento, rivendicando a se stesse un ruolo non convenzionale. Donne che scrivono o

Ricette di famiglia Il sentimentale cabaret domestico di Barbolini

Tristram Shandy capotavola sulla via Emilia tesi da zii-ovatta (è remota l’arpiniana Torino dell’anima persa) e a novemila metri di quota sull’Appennino è un ex compagno di scuola «nonché di caccia alle rane» a reggere il timone. Roberto Barbolini ritrae l’Italia (un microcosmo d’Italia, l’identità nella provincia sommamente accudita) mai ipnotizzato dall’ombelico, del lessico familiare facendo rifulgere le

sillabe, i gesti, i tran tran che hanno più o meno consapevolmente unito, unificato, lungo la direttrice Alpi-Capo Passero. Gozzaniano catalogo delle buone cose, ma non sempre, anzi inseguendosi i rossi d’uova e le cotolette con la crema, la lepre arrosto e il dolce che non si conosce - di pessimo gusto. Assisi al desco e oltre: collezionando le figurine Liebig, ingollando

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Roberto Barbolini RICETTE DI FAMIGLIA Garzanti pp. 157, € 16

l’olio di merluzzo, ascoltando i Rokes e i Giganti e Rita Pavone, criccando i coperchini del Chinotto e del Campari, ciascuno un eroe del pedale («Il mio ideale era Gastone Nencini. Già quel nome da gagà di Petrolini, stampato su una faccia ingenua e guerriera da contadino toscano...»), rimirando l’ossequiosa lettera di D’Annunzio al bisnonno Roberto, magistrato,

Roberto Barbolini

là dove si invoca un legittimo impedimento ante litteram... A ciascuno il suo blasone. Barbolini indossa, orgoglioso, la medaglia coniatagli da Cesare Garboli: «Ecco, ho trovato i suoi padri: Delfini e Gadda». Nelle Ricette l’acribia del Gran Lombardo (quel suo «risotto patrio», quella meraviglia tricolore) e l’aristocratica svagatezza del poeta della Basca si at-

III

La copertina di Miss Uragano

improvvisano versi (la maggiore tra le improvvisatrici fu la teramana Giannina Milli), anche se lo fanno in poesie piene di enfasi civile, del resto compatibili con la medietà retorica e poetica per un verso degli entusiasmi risorgimentali, per altro verso di un «poetichese» che vive di vita separata e parziale, come ancora recentemente ha sottolineato Pietro Trifone nella sua Storia linguistica dell'Italia disunita (Il Mulino). Gusto melodrammatico, lessico del cuore, registro aulico, palingenesi liberatorie, rigenerazione morale, idee virtuose (condensabili in alcune parolechiave come «patria, guerra, armi, bandiera, inno»). Un'italianità radicata soprattutto nella tradizione umanistica, che passa per le accademie e i salot-

Un lessico del cuore: registro aulico, palingenesi liberatorie, rigenerazione morale, idee virtuose ti, ma che alla fine viaggia più liberamente nelle occasioni offerte dalla nascente industria editoriale. Alla domanda fondamentale che la Mori si pone («C'è stato un Risorgimento delle donne?») farei solo una giunta che viene a integrare i molti riferimenti convocati. Riguarda l’Ettore Fieramosca di Massimo d'Azeglio e il personaggio sacrificale di Ginevra («sadomasochismo» del tutto pertinente). Lei a dire a Ettore in procinto di mostrare l'altezza del coraggio d'Italia, afferrandone l'elsa della spada: «Se avessi il tuo braccio! Se potessi far fischiare questa, che reggo appena! non anderesti solo: no!». Ecco qua: virilità attiva e femminilità virtuosa. Da tante donne-intellettuali nessuna rivelazione sorprendente, ma un «canzoniere» poetico (e civile) che ha fatto la sua parte confermando che un Risorgimento delle donne c'è stato. Nemmeno irrilevante.

traggono e si confondono. Ma l’albero genealogico non si esaurisce qui. «Lo mio autore» è riconosciuto, anche, in ulteriori officine. Sterne, in primis. Perché questa galleria di tipi meticolosamente bizzarri (comico il registro, il cavallo e il biroccio fuori di senno sotto le bombe di Reggio Emilia, per esempio: una metapagina di Vamba) è un eco di Tristram Shandy, ascendenza peraltro dichiarata, la digressione quale vessillo, divisa, ludica bussola. Di ricetta in ricetta, intorno alle ricette rammemorando e smemorando, Roberto Barbolini compone un barocco «viaggio sentimentale» (scoprendosi «in rapporto con tutto ciò che, nella vita, è incompiuto, mescolato e barocco», come si addice a un allievo di Anceschi), via via auscultando e ri-accordando il cuore «rivelatore», quello che batte in petto, quello che ci è toccato geograficamente in sorte, sangue e zolle, loro sì, felicemente all’unisono.


IV

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Idee e società FRANCO GARELLI

Che festa sarà il prossimo 17 marzo, il giorno della memoria dei 150 anni dalla nascita della nazione? Quanti tricolori verranno esposti dalle finestre e dai balconi delle nostre case? Perché molte forze sociali e politiche sono tiepide verso questo anniversario? Perché si arriva così stanchi a questo appuntamento? Stanno prevalendo le ragioni dell’unità o della disunità dell’Italia? Nel suo volume L'unità d'Italia e la Santa Sede, lo storico gesuita Giovanni Sale osserva che soltanto due grandi istituzioni hanno di questi tempi invitato tutto il Paese a celebrare i 150 anni del-

Il contributo liberale e federalista di Rosmini e Gioberti, la fede come cemento e riscatto della nazione l’Unità d’Italia: da un lato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, assai attivo nel far sì che questo importante evento ci rafforzi come nazione e ci impegni come Stato unitario di fronte alle sfide che ci attendono; dall’altro, la Conferenza dei Vescovi italiani, che per voce del cardinal Bagnasco parla dell’unità d’Italia come di un bene comune, auspicando addirittura che l’anniversario sia l’occasione «per un nuovo innamoramento dell’essere italiani». A detta di Sale, queste parole del presidente della Cei sono la miglior risposta alle critiche che parte della storiografia moderna (specie di matrice laica o laicista) da sempre rivolge alla chiesa e

«Unità e Santa Sede» Non solo conflitti, ma utili «istanze» nell’analisi del gesuita Sale

Anche i credenti issarono il tricolore ai cattolici di essere antiunitaristi, dimenticando non soltanto che da tempo essi si sono «riconciliati» con lo Stato, ma anche il contributo positivo offerto dal pensiero politico cattolico al Risorgimento. La tesi implicita del volume è che se nel processo di unificazione nazionale si fosse prestata maggior attenzione alle istanze cattoliche, probabilmente oggi avremmo una nazione con meno squilibri e scompensi, più salda nei suoi riferimenti di fondo. Il Risorgimento italiano - almeno agli inizi - ebbe più padri e più ispirazioni. A fianco dei progetti rigorosamente «unitaristi» (di Mazzini e Garibaldi), vi erano quelli più inclini all’idea federalista, in cui si riconosceva maggiormente il cattolicesimo liberale. Pur in conflitto con l’autorità ecclesiastica, questa corrente di pensiero (alimentata da figure come Rosmini e Gioberti) pensava alla nascita di uno Stato confederale (sulle orme della Svizzera o degli Stati Uniti d’America) composto da culture e tradizioni locali diverse, tutte accomunate «dal cemento della fede cattolica». Si trattava di un disegno molto ambizioso e velleitario

p Giovanni Sale p L'UNITÀ D'ITALIA E LA SANTA SEDE

p Jaca Book , pp. 195, €18 p E’ il più recente dei numerosi titoli in cui Sale ha ricostruito il ruolo della Chiesa nella storia d’Italia. Ricordiamo Fascismo e Vaticano, 2007 e Il Vaticano e la Costituzione, 2008

per le condizioni politiche ed ecclesiali dell’epoca, in quanto mirava a tenere insieme Paese reale e Paese legale, ridurre la diffidenza e l’ostilità della chiesa verso il nuovo ordine politico, evitare che la religione fosse messa ai margini dallo Stato unitario, impedire una deriva anticlericale della classe dirigente. Stato e Chiesa erano pensati come realtà istituzionalmente separate, ma nello stesso tempo si doveva riconoscere che il cattolicesimo era

un tratto distintivo dell’Italia, secondo la nota formula di Gioberti che tra i primi pensò alla «nazione» italiana come «una di lingua, di lettere, di religione, di genio nazionale, di pensiero scientifico, di costume cittadino, di accordo pubblico e privato tra i vari Stati ed abitanti che la compongono». Per questi cattolici l’unità tra le genti italiche avrebbe restituito all’Italia quel primato morale e civile che aveva nel passato, fondato più sui valori culturali e spirituali che sulle strategie politiche; sottraendo finalmente la penisola al dominio delle potenze straniere (Austria e Francia). Teorie certamente fantasiose, che ebbero comunque il potere di scaldare gli animi di molti italiani, interessati al «riscatto» della nazione. Per contro, come ben sappiamo, i moti risorgimentali andarono in tutt’altra direzione, risultando vincente il modello di unificazione «centralistico» imposto dai Piemontesi e ricalcato sul prototipo francese; forse l’unico realisticamente possibile in quell’epoca, che tuttavia - ricorda Sale - soffocò la nazione e le diverse culture che la componevano, alimentando anche

Vincenzo Gioberti in un ritratto di A. Puccinelli, conservato alla Gam di Firenze

un forte conflitto con la chiesa e la religione. Sullo sfondo di questa interpretazione, il volume di Sale ripercorre il difficile rapporto tra la Santa Sede e il movimento di unificazione nazionale, documentando i tentennamenti e l’impoliticità di Pio IX, le chiusure della chiesa di fronte alla cultura moderna (il Sillabo), la presa di Roma del 1870, la fine del potere temporale dei Papi; sino al cristallizzarsi della «questione romana» e al

divieto ai cattolici (il Non Expedit) di partecipare alla vita politica che condizionarono per vari decenni le vicende della nazione. Testimone privilegiato di molti di questi eventi fu la rivista dei gesuiti Civiltà cattolica, che nata nel 1850 (già in lingua italiana e per volere del Papa) per contrastare le spinte anticlericali del periodo, continua ancor oggi a monitorare - pur in modo più sereno e equilibrato - la vita civile e religiosa della nazione.


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Tuttolibri SABATO 12 MARZO 2011 LA STAMPA

FERDINANDO CAMON

Dice l’autore che questo libro è nato da un’occasione: invitato a tenere un paio di conferenze nel Vermont, ci va, sceglie come argomento il carattere degli italiani, poi torna in Italia e rielabora, allunga, completa il testo: ed eccolo qui, trasformato in libro. Pare quasi che il libro sia nato per caso. Non ci credo. Perché è così denso di passione civile, così carico d’invettive e di accuse, così articolato nell’esporre i rapporti tra Nord e Sud (Sud depredato da un Nord rapace), insomma un libro così maturo che non poteva non spuntare nella bio-

Un libro di Ermanno Rea, denso di passione civile e di invettive, per alcuni illuminante, per altri inquietante grafia dell’autore. È un ragionamento e un documento essenziale nel 150˚ anniversario dell’Unità d’Italia. Perfetto il titolo: La fabbrica dell’obbedienza, che è la Chiesa Cattolica. Ingannevole il sottotitolo: «Il lato oscuro e complice degli italiani», perché pare che gl’italiani abbiano un ruolo attivo (complice) nella propria sottomissione, mentre i secoli di servaggio sono descritti come il dispiegarsi di un Dna forgiato dalla Chiesa stessa. La civiltà italiana è la guida del mondo nel Quattrocento e Cinquecento, fino al Concilio di Trento, poi il ruolo dell’Italia nella storia della civiltà s’inabissa. Il Concilio di Trento spegne la ricerca scientifica e la creazione artistica, perché condanna il libe-

GIANANDREA PICCIOLI

Ci sono libri (Pinocchio, l’Artusi, I Promessi Sposi, Cuore, Il piccolo alpino...) che hanno fatto l’Italia. Altri restano muti sugli scaffali, benché onorati non entrano nel patrimonio culturale del Paese: sono i libri che non hanno fatto l’Italia (Delle cinque piaghe della Santa Chiesa di Rosmini, mai recepito né dalla Chiesa istituzionale né dalla più vasta cerchia dei credenti italiani; o Il Santo, di Fogazzaro: grande successo all’estero e qui messo all’Indice; o l’Antistoria d’Italia del triestino Cusin, critico intelligente dell’antropologia italica, che anche gli energumeni della Lega potrebbero leggere con profitto). Altri libri, invece, vengono acclamati fin dal primo apparire, diventano quasi la sineddoche di un intero giro d’anni, ma restano sostanzialmente fraintesi. A esempio gli scritti di Basaglia, cui venne poi data la colpa di essere morto a metà dell’opera, mentre la struttura reinterpretava a modo suo un mai dichiarato «liberi tutti!». Ma anche il famoso Lettera a una professoressa, opera collettiva di don Milani e dei suoi studenti di Barbiana, pubblicato nel maggio 1967 (don Milani morirà un mese dopo), pochi anni dopo la riforma della scuola media unificata e obbligatoria fino ai 14 anni (1963). Quel testo divenne una bandiera della rivolta studentesca del ‘68, oggi così deprecata, e ispirò, nel 1969, uno spettacolo militante di Dario Fo L'operaio conosce 300 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone. E naturalmente a esso rimandarono poi infinite esperienze pedagogiche e antipe-

Il confessionale in un dipinto di Giuseppe Molteni, 1838: nel suo saggio «La fabbrica dell’obbedienza» Ermanno Rea riprende la tesi di Adriano Prosperi che individuò nella confessione lo strumento di controllo delle anime con cui la Chiesa stroncò il diffondersi dell’eresia

«La fabbrica dell’obbedienza» L’influsso cattolico dal Concilio di Trento spegne l’Italia

La confessione ingabbiò le anime ro pensiero e insegna che la perfezione sta nell’obbedienza, il perfetto cattolico è colui che rimette ad altri la gestione della propria coscienza. In un certo senso, neanche tanto sottinteso, la guida della civiltà che fino al Rinascimento era stata a gestione italiana, col Concilio di Trento passa ai Paesi della Riforma. In Italia la Controriforma crea un uomo che agisce dentro una verità ri-

velata, per cui appare insensata e colpevole la ricerca, e benefica l’autorità perché lui ha bisogno di guida, e si dispone al consenso verso ogni autocrate che si presenti come dotato di carisma, fino a quello che si chiamava ieri Mussolini e a quello che si chiama oggi Berlusconi. Poiché la Chiesa pretende, dice Rea, di avere le risposte a tutte le domande, chiede tutta l’obbedienza, e a partire dal Concilio

di Trento «farà conoscere con notevole anticipo all’Italia (e non solo) il fascismo che si annida tra le pieghe del potere, di qualsiasi potere». Lo strumento per esercitare il controllo sulle anime è la confessione. Ermanno Rea adotta la tesi di Adriano Prosperi, che a stroncare l’eresia in Italia non sia stata l’Inquisizione ma la confessione. Da qui parte una strada che va in dire-

p Ermanno Rea p LA FABBRICA DELL’OBBEDIENZA

p Feltrinelli, pp. 224, €16

zione opposta rispetto alla Riforma: nella Riforma il fedele sta in rapporto diretto con Dio, senza intermediari, nella Controriforma l’intermediario c’è, è la Chiesa, ed è irrinunciabile. «Extra Ecclesiam nulla salus». L’Inquisizione è la struttura pratica di un fascismo che imprigiona le coscienze. Il nazismo è una tappa dello stesso itinerario, e a chi obiettasse che il nazismo s’impiantò in Ger-

Una bandiera per la scuola di tutti

A Barbiana sono risorti gli ultimi O

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Libri d’Italia Per il 2011 Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani è un longseller della Libreria Editrice Fiorentina (pp. 166, € 10). Numerosi i libri sul sacerdote di Barbiana: da Il mio amico don Milani di David Maria Turoldo a Il segreto di Barbiana. La storia di Don Milani, sacerdote e maestro raccontata da Frediano Sessi (Marsilio), a Pensieri e parole di Don Lorenzo Milani (Paoline), a Don Milani. Una lezione di utopia di Antonio Santoni Rugiu (ETS).

mania che era uno Stato protestante, Rea oppone la tesi di Malaparte che però Hitler non era tedesco, era austriaco e aveva un’educazione cattolica. L’influsso cattolico Rea lo avverte anche nelle associazioni criminose come mafia, camorra e ‘ndrangheta, perché i boss malavitosi «vivono il delitto come crociata e devozione», esattamente come gl’inquisitori del Sant’Uffizio. La Controriforma, incarnata ieri nel fascismo, s’incarna oggi nel berlusconismo, che è «l’esito più recente del permanente conflitto tra modernità e chiesa cattolica, tra liberalismo democratico e negazione vaticana a ogni rinnovamento sostanziale». Piccola obiezione, che non è mia ma di una parte dei miei lettori: se Berlusconi incarna la «negazione (sia pure «cattolica») della modernità», chi incarna la modernità? Forse questa Sinistra? Ci fu una colpa del fascismo, ma anche una colpa nella non-opposizione al fascismo, e qualcuno non potrebbe oggi vedere una colpa nell’opposizione-che-non-c’è al berlusconismo? E la morale di Berlusconi è davvero coincidente con la Controriforma? Berlusconi sarebbe in linea con l’Inquisizione? Impossibile dar conto delle tante tesi del libro, densissimo, per alcuni lettori illuminante, per altri inquietante. Con affetto fraterno confesso però a Rea che non mi crea empatia lo scrittore o giornalista che ad ogni piè sospinto dichiara che «si vergogna di essere italiano» e «ha voglia di fuggire all’estero». In una democrazia ci sono parti contrapposte, e le colpe della parte avversa non sono colpe della mia parte. E sono tanti gli italiani di cui possiamo andar fieri. Tra essi, anche Ermanno Rea. (fercamon@alice.it)

ma va fatto badando solo alle urgenze»). La cultura di base deve essere viva e servire alla vita. Inutile fare i «custodi del lucignolo spento». Poi, con gli anni e la burocratizzazione, dalla battaglia contro le bocciature per insegnare a tutti e a tutti dare forza e fiducia in sé stessi perché nessuno più si senta uno scarto della società, si è passati al 6 politico, e dall’impegno diuturno, che contemplava persino l’elogio del celibato, si è passati a un tempo pieno riempito spesso di vacuità. Il che non giustifica le intemperanze della signora Gelmini,

«Lettera a una professoressa»

dagogiche e decine di titoli editoriali e controcorsi nelle università occupate, con richiami non sempre pertinenti a Illich e a Freire, e, con maggior fondatezza, alla pedagogia di Mario Lodi, il grande maestro di Piadena, che negli stessi anni faceva nella Bassa lombarda un percorso analogo a quello di don Milani sull’Appennino toscano. Protagonisti emblematici del libro sono Gianni, il figlio di contadini poveri regolarmente respinto dalla scuola, e Pierino, il ragazzino borghese cui spiana la strada il fatto di essere ricco, non tanto o non solo di soldi, quanto soprattutto di quello che i soldi potevano dare nell’Italia degli Anni Sessanta: lingua, libri, cultura. La dicotomia è demagogica solo in prima battuta: una serie di tabelle statistiche elaborate dagli autori dimostra inesorabilmente come la scuola di allora fosse realmente una valvola regolatrice dell’esclusione e dell’inclusione sociale funzionante in un solo senso. Il fatto è che don Milani, prete cattolico convertito dall’ebraismo di famiglia, aveva

V

Quella di don Milani era una dura lezione: rigore e severità, altroché permissivismo sessantottino! Don Lorenzo Milani con i ragazzi di Barbiana

scelto l’unico luogo possibile a un cristiano credente: il luogo occupato dai poveri, da «coloro che non possiedono» (Ranchetti). Di qui l’apodittica semplicità della sua parola, priva di presupposti teologici e dogmatici, nata da una fede solo apparentemente ingenua perché senza apparati esegetici di riferimento. Di qui, anche, il gusto per la scrittura collettiva, anti-individualistica, per la pagina costruita insieme coi ragazzi, come nel Medioevo una folla anonima ma unita costruiva una cattedrale. E le pagine di Lettera a una professoressa sono scritte benissimo, in una prosa scarna, chiara e netta, con le parole e le frasi che si disegnano come i salti di sassi ben lanciati su acque tranquille.

Ma dalla scelta di campo tra i poveri nasce anche la durezza della scuola di Barbiana. Altroché permissivismo sessantottino! Tutto il giorno, tutti i giorni, domeniche comprese, perché «la scuola sarà sempre meglio della merda» come dice un ragazzo che rigovernava ogni giorno le 36 mucche del padrone. Niente ricreazione. Al posto delle vacanze, viaggi di lavoro e studio all’estero. Rigore e severità, nessuna comprensione per le «esigenze dei giovani», lusso che solo i privilegiati possono permettersi. E visto che si tratta di scuola dell’obbligo il contratto dei metalmeccanici o la Seconda guerra mondiale piuttosto che la mitologia o la neve che fiocca fiocca fiocca («Quando la scuola è poca, il program-

che certo non si ispira al rigore del «cattocomunista» don Milani (il peggio del peggio!). E oggi, nell’americanizzazione forzata e astorica, spacciata per «modernizzazione», la differenza tra Pierino e Gianni si è istituzionalizzata: nemmeno più scuola di ricchi e poveri, ma scuola (buona, privata o all’estero) dei ricchi e scuola (scadente, statale) dei poveri. In una torva parodia di Barbiana, il rifiuto di una cultura sterile è diventato rifiuto della cultura tout court: secondo i giovani virgulti padani, è meglio lavorare e far soldi piuttosto che perdere tempo a scuola. E così la ricchezza produce ignoranza, anzi incultura, che è peggio. Come scrisse il ticinese Francesco Chiesa «L’ignoranza è un terreno vergine, spesso ricco e profondo. […]L’incoltura è la solida impenetrabile sterilità del terreno pago di nutrire qualche fil d’erba».


VI

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Incontri e scontri

Edmondo De Amicis

I PROTAGONISTI RACCONTANO

FRANCESCO DE SANCTIS

LETTERATURA E RISORGIMENTO

Uomini, battaglie, ricordi

Tra giovinezza ed elezioni

Da Alfieri al carduccianesimo

= Il Risorgimento visto dai suoi protagonisti. Ti

= Primo ministro della Pubblica Istruzione nell’Italia Unita,

= Letteratura e Risorgimento. Marino Biondi, per le

racconto l’Italia è un’antologia di testimonianze dirette adunate da Riccardo Reim per l’editore Castelvecchi (pp. 444, €24). Da Giuseppe Mazzini («Il giuramento della Giovine Italia») all’inno di Goffredo Mameli, dalle C inque giornate di Milano secondo Carlo Cattaneo al racconto mensile, «Il tamburino sardo», di Edmondo De Amicis, dalle «Prigioni» di Silvio Pellico al «Grido di dolore» di Vittorio Emanuele II, dai fratelli Cairoli di Felice Cavallotti al «Ricordo dei Mille» di Garibaldi. La Storia scolpita nelle parole

Francesco De Sanctis nacque a Motta Irpina nel 1817. In La giovinezza (riproposto dagli Editori Riuniti, intr. e note a cura di Francesco De Nicola, pp. 307, €9,90), lo storico e critico della letteratura italiana ripercorre i napoletani anni di prova, l’età della sua formazione. Maturando la consapevolezza che «la forza è il rilievo della chiarezza, e si ottiene mediante il parallelismo o il contrasto o l’urto delle idee, che ti fanno balzare innanzi una nuova idea improvvisa...». Di De Sanctis torna anche, da Passigli, Un viaggio elettorale, documento delle condizioni del Sud nel 1875 (pp. 208, €12).

Nord/Sud La questione meridionale con antiche e nuove interpretazioni ANGELO D’ORSI

«Lo Stato borghese italiano si è formato per la spinta di nuclei capitalistici dell’Italia settentrionale che volevano unificare il sistema dei rapporti di proprietà e di scambio del mercato nazionale suddiviso in una molteplicità di staterelli regionali e provinciali. Fino all'avvento della Sinistra al potere, lo Stato italiano ha dato il suffragio solo alla classe proprietaria, è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di “briganti”». Così Antonio Gramsci, nel 1920, sull'edizione piemontese dell’Avanti!, affrontava, in sintesi estrema, e certo giornalisticamente semplificatoria, il problema della unificazione: che non fu una fusione, ma,

Tra coloni, lazzaroni e terzomondisti

Già Proudhon sbottava «Finiamola con l’Italia» e Gramsci lanciava il suo j’accuse contro il feroce Stato borghese questo lo abbiamo imparato da tempo, un'annessione del Sud da parte del Piemonte. Il tema di cui si dibatte oggi, fra troppe parole in libertà (e molti gesti inconsulti), è se quella unificazione sia stata a somma positiva o negativa; e per quale delle «due Italie». Insomma, il Sud ci ha guadagnato? Il Nord ci ha perso? È stato il Mezzogiorno, come si sente ripetere, «la palla al piede», oppure è stata terra di conquista per i «piemontesi»? Pullulano, prodotti dello spirito del tempo, libelli antiunitari, talora animati da nobili intenzioni di riscatto morale per il popolo meridionale; ma nulla di nuovo sotto il sole, se facciamo caso, per esempio, a quanto scriveva, tra il 1862 e il 1864, il teorico socialista francese Proudhon, il quale criticava l'appena raggiunta unità, affermando che l'Italia era e sarebbe rimasta divisa, per la sua storia così frammentata: al più si sarebbe potuto pensare a una situazione federativa, ma ormai era tardi, e «dopo un letargo di tre secoli», il Paese non aveva energie sufficienti, e allora, «Finiamola con l'Italia. Che venga cancellata dal novero delle potenze e delle nazionalità». Facciamo un salto di un secolo e mezzo, e arriviamo al semisconosciuto Nicola Zitara, esponente di quella intellettualità meridionale, appartata quanto operosa, un giornalista con vivo senso della storia, mancato sul finire del 2010. Ora si ripubblica il suo piccolo «classico», che nel sottotitolo parla senza infingimenti di «Nascita di una colonia». Se Proudhon riteneva che l'Italia fosse un'invenzione, per Zita-

«Il brigante Tinna», immagine tratta da «Lo stivale di Garibaldi»

p Nicola Zitara p L'INVENZIONE DEL MEZZOp p p p p p p p p

GIORNO. Una storia finanziaria Jaca Book, pp. 479, €32 L'UNITÀ D'ITALIA Jaca Book, pp. 153, €16 Antonio Gramsci IL RISORGIMENTO E L'UNITÀ D'ITALIA Donzelli, pp. 203, €9,50 Pierre-Joseph Proudhon CONTRO L'UNITÀ D'ITALIA Miraggi, pp. 122, € 16

ra (si parva licet) è il Mezzogiorno l'invenzione (e qui mi riferisco alla ponderosa opera di cui l'autore non ha potuto vedere la pubblicazione), e dunque la Questione Meridionale è stata creata dal Settentrione che, co-

Per Zitara, il Meridione inventato e sfruttato dai «toscopadani» potrà liberarsi solo in un’ottica «internazionale» me afferma l'autore, se si guarda alle campagne, non stava certo meglio: L'albero degli zoccoli, il bel film di Ermanno Olmi, ritrae un quadro desolante, ambientato nella Bassa Padana! Ciò che Zitara cerca di far emergere dalle sue ricerche è che il Sud ha pagato, in termini di sviluppo frenato e di ricchezza sottratta, un prezzo elevato a beneficio della «Toscopadana»:

dico «cerca di far emergere» perché il suo è un classico lavoro a tesi. Ciononostante, le osservazioni e i dati forniti sono degni di attenzione, e l’autore fa capire chiaramente di non essere antiunitario, come Proudhon o i nuovi paladini di un Nord operoso appesantito da un Sud popolato di lazzaroni, che passano «la loro giornata a rubacchiare e a godersi il sole con una chitarra in mano». Polemiche a parte, Zitara antigramscianamente ritiene che Nord e Sud siano inconciliabili, non solo perché l'uno colonizza e opprime l'altro, ma per le loro caratteristiche storiche, sociali, economiche; il rapporto è e rimane quello tra nazione sfruttatrice e colonia: il Sud non è Italia, è «terzo mondo» sottoposto a saccheggio permanente, e non sarà certo il proletariato urbano del Nord («asservito al capitalismo») a salvarlo, ma solo l'inserimento in un moto internazionale di liberazione adottando precisamente l'ottica terzomondista. Ottica originale, per la lettura del Sud, almeno in parte, ma siamo convinti che sia la più idonea a capire, o, come invitava Gramsci, a «spiegare» la questione meridionale? Che va collocata come ogni problema storico in un quadro ampio di riferimento e di contesto, il che si può fare, per esempio, con l' agile libro di Salvatore Lupo, Il passato del nostro presente. Il lungo Ottocento 1776-1913 (Laterza) che rende il quadro, come tutti i lavori di questo storico (siciliano, mentre Zitara è calabrese), problematico, e ci mostra sì due Italie, ma in un contesto di più Italie, diverse per economia e cultura, e tutte distanti dagli standard dell’Europa avanzata. Che sembra essere ancora il problema odierno.

Edizioni di Storia e Letteratura, ripercorre in due volumi (ciascuno €48) La tradizione della Patria. Nel primo , gli studi vanno da Vittorio Alfieri a Ferdinando Martini. Nel secondo ci si sofferma, in particolare, su «carduccianesimo e storia d’Italia». Sempre per lo stesso editore, di MariaSilvia Tatti, Il Risorgimento dei letterati (pp. 214, €28), ovvero come ha influito la letteratura nel processo risorgimentale? Qual è stato il contributo di scrittori e critici alla definizione di un’identità nazionale? E quale immagine dell’Italia emerge dalla riflessione letteraria dei contemporanei?

GIOVANNI DE LUNA

Lo stivale di Garibaldi ferito sull’Aspromonte il 29 agosto 1862 fu raccolto dal volontario Rocco Ricci Gramitto di Girgenti e da lui stesso conservato «come una sacra reliquia». Almeno così recita la didascalia di una foto scattata dai torinesi fratelli Bernieri. Sarà il «vero» stivale? A essere certamente falsa è un’altra fotografia, pure quella legata alla ferita e all’Aspromonte. In questo caso il piede offeso è in bella evidenza e sulla camicia di Garibaldi è appuntata una sfilza di medaglie, compresa quella concessa ai «reduci dell’impresa dei Mille» che il generale non indossò mai. E infatti si tratta solo di un sosia, nemmeno tanto somigliante. Falsa questa foto. False molte delle foto di briganti (si chiese ai contadini del Sud di mettersi in posa «come se fossero» briganti). E falsa anche l’immagine della regina Sofia di Borbone, l’eroina della resistenza contro i piemontesi a Gaeta, ritratta nuda. Una valanga di falsi, dunque inonda il bel libro di Marco Pizzo Lo stivale di Garibaldi. Il Risorgimento in fotogra-

Nell’album «Lo stivale di Garibaldi» le immagini per far «immaginare» l’Italia a chi non la conosceva fia. Perché? Perché il nostro Risorgimento coincise con gli albori della fotografia e questa, per intenderci, non poteva minimamente competere con la pittura. Per il suo ingombro (una macchina fotografica pesava più di trenta chili) e per le rudimentali tecnologie, alla fotografia era preclusa l’immediatezza della battaglia, la vivacità della vita in diretta. E’ così, ad esempio, per le foto di Stefano Lecchi scatta-

SANDRO CAPPELLETTO

«Sì, sì, ancora pochi anni, forse pochi mesi e l'Italia sarà libera, una, repubblicana. Tu mi parli di musica? Non c'è, nè ci deve essere che una musica grata alle orecchie degli Italiani del 1848. La musica del cannone». Così Giuseppe Verdi, nella sua più celebre lettera «patriottica». In quello stesso anno, viene pubblicata a stampa Marzo 1821: «Oggi, o forti, sui volti baleni / il furor delle menti segrete / per l'Italia si pugna, vincete!/ il suo fato sui brandi vi sta». I martellanti decasillabi dell'ode di Alessandro Manzoni - scritti al tempo dei primi moti carbonari - a stento si distinguono da um incalzante coro d'opera. E durante le Cinque Giornate di Milano Manzoni non si tirò indietro, quando i concittadini, convenuti sotto le sue finestre, gli chiesero di comporre versi su quanto stava accedendo. Nel 1818, nel Discorso intorno alla poesia romantica, anche Gia-

Uno tra i più celebri falsi della fotografia risorgimentale: un sosia in posa per interp

Fotografia del Risorgimento Si inventò mo

e fabbricò una valanga di falsi, come il sosia d

Da Solferino a anche i morti te nel luglio 1849 dopo la caduta della Repubblica Romana che - forse a dispetto di quanto si riprometteva l’autore che con quelle immagini di rovine belliche intendeva ringraziare

i francesi per il loro aiuto al Papa - diventarono per tutti la testimonianza dell’eroica difesa di Roma da parte dei patrioti repubblicani. Ed è così per quelle foto di Gustave Le Gray,

Ritratti Scrittori, artisti, musicisti da Foscolo a Verdi: un’ansia di libertà

Eran quelli che ci credevano como Leopardi si accendeva di passione «italiana»: «Soccorrete, o Giovani italiani, alla patria vostra, date mano a questa afflitta e giacente, che ha sciagure molto più che non bisogna per muovere a pietà, non che i figli, i nemici. Fù padrona del mondo...» Biografia dopo biografia, dedicando a ciascuno dei dodici protagonisti scelti uno snello ritratto e una essenziale bibliografia, alternando citazioni dalle opere a episodi pubblici e privati, il volume a più firme di Donzelli, Vite per l’Unità , a cura di Beatrice Alfonzetti e Silvia Tatti, riesce nell'in-

p Autori Vari p VITE PER L'UNITÀ p Artisti e scrittori del Risorgimento civile

p Donzelli, pp. 195, €17


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Tuttolibri SABATO 12 MARZO 2011 LA STAMPA

150 ANNI ATTRAVERSO LE CANZONI POPOLARI

ALBERTO M. BANTI

EUGENIO TORELLI VIOLLIER

Pane, rose e libertà

Alle origini della nazione

Il garibaldino della Sera

= Un secolo e mezzo di musica popolare, sociale e di

= Autore del recente e discusso saggio Sublime madre

= Fu una camicia rossa a inventare il giornale della

protesta. Da Garibaldi fu ferito a Fischia il vento, da Addio bella addio a Sentite buona gente, da «L’attentato a Togliatti» a Valle Giulia, da Morti di Reggio Emilia a Contessa. Cesare Bermani, storico e studioso delle tradizioni popolari, racconta in Pane, rose e libertà (Bur Rizzoli) le canzoni che hanno fatto l’Italia. Ottantasei motivi, per ciascuno una dettagliata scheda. Un cofanetto a €24,90 con libro (pp. 200) e tre cd (editi anche a parte da Ala Bianca). Un’operazione culturale che naturalmente riconduce alla stagione di Cantacronache e del Nuovo Canzoniere Italiano.

nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo (Laterza), Alberto M. Banti ripropone da Einaudi La nazione del Risorgimento (pp. 213, €22). Parentela, santità e onore sono le stimmate identificate dallo storico. Gli intellettuali patriottici faranno leva per affermare la loro visione su simboli e figure mutuati dal cristianesimo (il martirio, il sacrificio), dall’ordinamento cetuale (onore, castità, coraggio), dalla famiglia (l’idea della nazione - madre, la comunità nazionale come comunità di fratelli). Banti è tra i curatori dell’Atlante culturale del Risorgimento, in uscita da Laterza

Vittorio Emanuele II durante una battuta di caccia in Valsavaranche

p Marco Pizzo p LO STIVALE DI GARIBALDI Il Risorgimento in fotografia

pretare Garibaldi, ferito nel 1862 sull’Aspromonte

p Mondadori p pp. 179, €35

onumentali e fredde messe in scena del Generale ferito in Aspromonte

a Gaeta erano finti Victor Laisnè e Eugène Sevaistre che mostrano le barricate di Palermo insorta all’arrivo dei Mille. Senza la possibilità dell’«istantanea», si trattava di una fotografia «monumenta-

le» che finiva con attribuire alle guerre del Risorgimento gli stessi tratti estetici con cui i «vedutisti» raccontavano allora il paesaggio italiano. Non ci sono morti nelle fo-

Filippo Lais «Ritratto di donna raffigurante un’allegoria dell’Italia»: un’altra foto tratta da «Lo stivale di Garibaldi», esempio della retorica visiva del Risorgimento

tografie delle guerre risorgimentali: i cadaveri di Gaeta sono finti, messi in posa da Eugène Sevaistre che riprese i resti della cittadella subito dopo la resa borbonica (13 febbraio 1861). Ci sono invece i morti, tantissimi, del «brigantaggio». In quei cadaveri di briganti messi in scena davanti al fotografo, il nemico ucciso non è quello delle guerre simmetriche, del rispetto delle regole, della reciprocità dei comportamenti. E’ un trofeo di caccia da esibire. Niente a che vedere, insomma, con i grandi cicli pittorici del Risorgimento, con il pathos racchiuso nelle le immagini simboliche dell’Italia piangente o in fase di riscatto (Francesco Hayez), nel Balilla (Emilio Busi e Luigi Asioli), ne Il carabiniere reale Giambattista Scapaccino (Francesco Gonin). Tutto il nostro Risorgimento, dalle cospirazioni degli Anni 30 alle guerre di indipendenza, potè avvalersi dei quadri di Gerolamo Induno, ma anche di Antonio Puccinelli, di Francesco Netti, di Giulio Gorra e altri. Mentre Eleuterio Pagliano, Domenico Induno, lo stesso Gerolamo Induno, Filippo Palizzi, Angelo Migliaccio, Domenico Russo, Vincenzo Cabianca furono poi eccellenti interpreti dell’epopea garibaldina. Sono quadri vibranti, che racchiudono nei loro colori la passione di autori che erano pittori ma che erano anzitut-

tento di dimostrare che il Risorgimento è stato un progetto collettivo, diffuso, non élitario, capace di coinvolgere artisti e intellettuali, condizionando le loro scelte espressive. Tra barricate e salotti, tra attori patrioti (Gustavo Modena fra tutti) e principesse come Cristina Belgiojoso Trivulzio (la milanese famiglia del cosiddetto «albergo dei poveri»), che in prima persona sostengono la causa.

Una antologia di «vite» per raccontare come il progetto di un’Italia unita si trasmise dalle élites al popolo Il percorso è stato lunghissimo, se inizia con la passione giacobina di Ugo Foscolo, e con la delusione per la patria veneziana «tradita« da Napoleone - la prima edizione de Le ultime lettere di Jacopo Ortis è del 1798 - per arrivare alla nascita del Regno d'Italia del 1861, alla presa di Porta Pia. Nella sua tinta di fondo,Vite per

borghesia italiana. Massimo Nava racconta via e avventure di Eugenio Torelli Viollier: Il garibaldino che fece il Corriere della Sera (Rizzoli, pp. 283, € 9,50). Originario di Napoli (1842), combattente al fianco del Generale, allievo (giornalisticamente) di Alexandre Dumas, marito della marchesa Colombi, varò il giornale di via Solferino il 5 marzo 1876. Di lui resta, tra l’altro, la lezione di giornalismo che diede a Luigi Albertini arruolandolo: «Lei sa la differenza fra un piccolo e un grande giornale? Il grande giornale è quello che pubblica anche le notizie che dispiacciono».

to patrioti che credevano nel loro lavoro come credevano nell’Unità d’Italia. Lontani quindi dalla freddezza professionale di quei primi fotografi di mestiere. La loro era una fotografia affollata per forza di cose di pose e di ritratti: Eppure... eppure proprio attraverso i ritratti anche la fotografia contribuì ad avvicinare il pubblico ai protagonisti del nostro Risorgimento, rendendo «popolari» Garibaldi e Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele ma anche i «Mille» (nel 1861, nell’ Album dei Mille furono raccolti le immagini di quasi tutti i garibaldini che parteciparono alla spedizione). E fu sempre attraverso la fotografia che si dispiegò compiutamente il tentativo di casa Savoia di dare una netta impronta dinastica al progetto di «fare gli italiani», promuovendo una diffusione capillare

Un’arte che agli albori non poteva competere con la vibrante pittura patriottica, da Hayez a Gonin, a Cabianca delle immagini della «Famiglia Reale» (significative, ad esempio, quelle del torinese Luigi Montabone). Le classi dirigenti dell’Italia liberale usarono la fotografia per conoscere, controllare, guidare «dall’alto» la nuova Italia, attraverso un progetto centralistico e pedagogico in un disegno in cui i cataloghi dei mestieri, degli usi e dei costumi, dei monumenti e delle piazze, si intrecciano all’ossessione delle foto segnaletiche utilizzate dalle forze dell’ordine per separare normalità e devianza. Oggi si può valutare tutta l’importanza di quei «tipi umani», delle vedute, dei paesaggi: furono immagini che aiutarono a «immaginare» l’Italia in quei decenni quando era ancora impossibile «conoscerla». Fu un’esperienza solo visiva, ma propedeutica a tutti i successivi progetti di «fare gli italiani». l'Unità si contrappone così a Noi credevamo, il film di Mario Martone tratto dal romanzo (1967) di Anna Banti. All'afflitto disincanto del regista - il Risorgimento gli appare come una cospirazione di pochi, spesso anche mediocri, e l'Italia che ne è uscita è un paese devastato - risponde qui una polifonia di intelligenze e attitudini. Tra le quali, spicca la personalità del professore di grammatica, storico, economista e politico favorevole agli «Stati Uniti d'Italia», Carlo Cattaneo. Tra i musicisti, oltre a Verdi figura la cantante Maria Malibran (forse si poteva scegliere una figura più rappresentativa) e Gaetano Donizetti, nel quale Antonio Rostagno individua «il principale anticipatore del fenomeno Verdi, a sua volta inconcepibile senza questo necessario precedente». Giuseppe Mazzini, scrivendo nel 1836 Filosofia della musica, indica in lui «l'unico il cui ingegno altamente progressivo riveli tendenze rigeneratrici». Ma già nel rossiniano Guglielmo Tell, come nei Puritani di Bellini, palpitava un'ansia di libertà e indipendenza.Loro credevano.

VII

Eugenio Torelli Viollier

Italia forever giovane e forte ALESSANDRO MARI

p

Segue da pag. I

non malediciamo al passato, se non quando c'incontriamo in uomini, i quali s'ostinano a farne presente, e quel ch'è peggio, avvenire». Nella prospettiva mazziniana un'Italia vecchia, rassegnata a diverse monarchie e alla dominazione, a ridotte libertà e partecipazione civili, doveva esser scalzata dalla giovine. E giovani furono i Carlo Pisacane che dal meridione salirono nel LombardoVeneto per battersi senza «speranza di premio», ma con in testa l'eventualità di un sacrificio che ridestasse gli animi; giovani i fratelli Cairoli, Nino Bixio e Luciano Manara coi bersaglieri, Emilio Morosini, i Dandolo e i Bandiera, Ippolito Nievo. Servirebbero pagine per onorare le vite di costoro e dei loro compari, ma qui posso rammentare che il gesto quel movimento e quella contraddizione, non mera contestazione - che diede unità al Paese fu attuato da giovinastri anneriti da un velo di barba che andarono per lo stivale richiamati dai moti del primo Ottocento, dal sogno vero benché subito schiantato della Repubblica Romana e da ogni successiva battaglia per conquistare quell'indipendenza che, spesso, oggi si vorrebbe ricondurre solo a maneggi tra elite e potenze straniere. Gli storici si assumono l'onere di restituire luci e

Da Pisacane ai fratelli Cairoli, da Manara a Nievo e Bixio, tutti si batterono senza «speranza di premio» ombre del Risorgimento, quest’anno abbondano le pubblicazioni, ma a me preme dire di chi calcava le vie e fondeva in mescolanze bastarde i dialetti. Erano giovani generosi che non si limitavano a seguire, solerti come cani fedeli, le icone del tempo - da Mazzini a Garibaldi. Avevano amici di letto ed amori, tristizie e lavori fra i quali barcamenarsi, ma vollero lanciarsi - spesso letteralmente, in assalti a baionetta - contro chi negava loro una promessa di comunità, uno stato che acquisisse identità di nazione. Speranza, s'intitola la poesia di Gozzano che ho piegato all'uso, perché speranza era ciò che animava quegli stranieri divisi in stati, granducati e ducati che batterono la penisola con in bocca la rivoluzione; incarnavano i ticchi e il genio delle regioni natie, ne portavano con sé le

radici, ma anziché coltivarle per farne siepi che servissero da divisori, da confini ulteriori, vollero pensarsi fratelli d'Italia. Perché la terra, come vuole l'adagio indiano, non si riceve dai Padri, bensì si ha in prestito dai figli, e quei giovani, che spesso morirono prima di procreare, vedevano ciononostante i loro figli italiani. Ecco il sogno del Risorgimento: la speranza di abitare, o quantomeno di garantire alle generazioni future una terra unita e di popolo, di maggiori diritti, istruzione e ferrovie che abbattessero le distanze, una nazione da non subire ma alla quale partecipare col voto, nelle assemblee di governo, nella Guardia Civica. Da qui, ne sono convinto, discende la memoria genetica che abbiamo in corpo. Laggiù siamo nati e da laggiù muove

Ognuno portava le radici della propria regione, ma nessuno le coltivò per farne confini, siepi divisorie l'istinto di affermare che chiunque, se il presente stritola, può esigerlo diverso. Per questo fraternizziamo coi libici e gli egiziani, e per questo va rifiutato il distacco che fa del Risorgimento un momento di sbadiglio scolastico. Tuffandoci nei nostri anni di fondazione vedremo chi eravamo, forse capiremo chi siamo, senz'altro sentiremo più ineluttabile la domanda: l'Italia di oggi va verso il sogno che noi figli abbiamo affidato ai nostri padri contemporanei, e i nostri figli a noi? Poiché se quella promessa di terra si sta sfuocando, il compleanno dell'Italia unita è l'occasione per recuperare il senso primigenio del Risorgimento e farsi cassa di risonanza di quel sentimento vivificante della gioventù che precede ogni declinazione politica; invece di rassegnarsi, si può alzare la testa come germogli e contrastare la pena che si prova dinanzi a un fusto morente. I giovani del Risorgimento lo fecero. Si affidarono al carisma di valorosi generali e all' astuzia dei politici, beninteso, ma i «grandi» della svolta epica della nostra storia nazionale nulla avrebbero ottenuto, se non avessero potuto attingere all'edificante coraggio della gioventù di allora. Perciò auguri, giovine Italia. Non invecchieremo se reclameremo per i figli di domani un Paese solidale, a misura loro. Vien voglia d'un tuffo anche se non è ancora stagione, col tricolore a mo' di mantello. Perché un Paese non vive di soli simboli e memoria, ma ne abbisogna per non dimenticare. Per guardarsi meglio dentro e dattorno.


VIII

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Rappresentazioni

«Il 26 aprile 1859» di O. Borrani

MARCO BELPOLITI

Lo stivale è la figura geografica che identifica la nostra penisola, e costituisce un'unità visiva prima ancora che politica. Del resto, come è stato detto, aveva ragione Metternich, ministro di Francesco Giuseppe, quando affermava che l'Italia non è che un'espressione geografica. Da qui si deve partire quando si vuole verificare l'identità italiana nell’arte degli ultimi cinquant’anni, dal cambio di stagione degli Anni Sessanta (neoavanguardie, concettualismo, arte povera) sino agli anni doppio zero del XXI secolo. La forma dell’Italia è un' icona, forma estetica, persino archetipica, come scrive

NEI ROMANZI DI PADRE BRESCIANI E GARIBALDI

IDEE E PROFILI

IL GENERALE

I buoni e i cattivi

Tutti i nostri eroi

Discorsi, lettere, proclami

= Sfida fino all’ultima trama. Fra Antonio Bresciani e

= Il pensiero del Risorgimento: l’Eguaglianza

= Così parlò un Padre della Patria. Purple Press raduna,

Giuseppe Garibaldi, fra il padre gesuita, già bersaglio di De Sanctis e Gramsci, a cui Pio IX commissionò tre opere - con un gesuita «degenerato protagonista» - contro giacobini, illuministi, settari, massoni, e l’eroe dei Due Mondi, che in 4 titoli («I Mille», il più noto) raffigurò coraggio e fierezza dei suoi combattenti per la libertà. Paolo Orvieto li mette a confronto in Buoni e cattivi del Risorgimento (Salerno, pp. 318, €18). Pagine ormai dimenticate , «potenti diffusori di idee - ricorda Orvieto - in epoca in cui i media - in mancanza di cinema e televisione - erano proprio i feuilletons».

in Il libretto rosso di Garibaldi (pp. 122, € 9,90, a cura di Pier Paolo e Massimiliano Di Mino), discorsi, scritti e proclami «dell’uomo che inventò l’Italia sognando una Patria socialista». Garibaldi sentimentale nelle Lettere a Speranza Von Schwartz, la donna che gli fu accanto dopo la scomparsa di Anita (Passigli, prefazione di Natalia Aspesi). Ripercorre la spedizione dei Mille, Giovanni Russo in E’ tornato Garibaldi (Avagliano). Racconta il suo Garibaldi, Alexandre Dumas (Newton Compton). Per i ragazzi, di Mino Milani, Sognando Garibaldi (Piemme).

e della memoria; quello che emerge è proprio la definizione in negativo dell’identità italiana, la sua vocazione disunitaria, e al tempo stesso l'idea di essere un vero e proprio continente composto da identità e figure assai diverse, tutte tenute insieme da un lessico visivo, prima ancora che linguistico o culturale. Uniti dalla propria diversità. L'identità italiana appare come un problema da declinare più che risolvere, una ricchezza problematica. In due altri volumi apparsi di recente questo elemento complesso è declinato in modo altrettanto complesso. Il confine evanescente, a cura di Gabriele Guercio (Electa, pp. 416, € 40), libro importante, è

Arte Il Bel Paese, un’unità visiva prima ancora che politica: varietà di figure e trionfo delle diversità

Lo Stivale metà paradiso terrestre metà caos

La nostra identità in una galleria di opere degli ultimi 50 anni, composta da Pietromarchi Bartolomeo Pietromarchi in Italia in opera, ritratto del Bel Paese attraverso le arti visive. Lo stivale è infatti «un frammento di mondo sopra il quale è passata la Storia, luogo d'incontri, scontri, incroci, diaspore, meticciati». Un Paese, ha scritto un artista, Luciano Fabro, «per metà paradiso terreste e metà caos». Ed è stato proprio Fabro a realizzare, a partire dal 1968, una serie, molte volte citata, di opere intitolate Italia rovesciata: la penisola appesa dalla punta che ruota dal soffitto a testa in giù, cambiando di continuo materiale: oro, bronzo, pelliccia, vetro; ma anche dimensione, e in parte forma: breve e lunga, pesante e leggera, lucida e opaca. A cosa allude questa immagine, icona di un'icona? Pietromarchi suggerisce che si tratta di un paesaggio interiore, di tentativi di dare

secondo Carlo Pisacane, la Repubblica secondo Mazzini, il Federalismo secondo Cattaneo. Tre volumetti dell’editore Mimesi, ciascuno € 3,90. Un’iniziativa che si ricollega a quella di Dalai editore, dieci brevi biografie con scritti scelti dei nostri Padri (€ 3,90). Sono Cavour, Cattaneo, Crispi, D’Azeglio, Garibaldi, Gioberti, Mameli, Mazzini, Pellico e Pisacane. Come presentatore, Roberto Benigni: «Non li poteva fermare nessuno, tutti, Mazzini, Cavour, Garibaldi, entravano nella politica e ne uscivano più poveri».

p Bartolomeo Pietromarchi p ITALIA IN OPERA. La nostra identità attraverso le arti visive

p Bollati Boringhieri, pp. 160, €15 p in libreria dal 24 marzo

forma a qualcosa che l'artista «sente», e dunque vede. Ipotesi suggestiva, dal momento che la forma a stivale del nostro Paese, e non solo quella, è nell’arte che esamina il libro un paesaggio interiore, in forza del fatto che la Penisola lo è dal punto di vista esteriore. L'intera arte degli ultimi cinquant’anni appare tesa a dare una forma a questo riscontro sentimentale, rabbioso o invece pacificato, che è il confronto con il paesaggio esteriore del Paese chiamato Italia. Paese e non nazione,

dato che il secondo termine appare fortemente compromesso col passato fascista, e anche risorgimentale, là dove il mito della Patria è un mito da combattere, da criticare, oppure nelle nuove generazioni, ad esempio Maurizio Cattelan, da irridere. In due opere del 1994 di quest’artista è evidente questa messa in mora del logo-Italia: due topi chiusi in una scatola di plexiglas rodono un intero formaggio Bel Paese Galbani; oppure: il logo formaggesco della Galbani, che ha resuscitato a sua volta l'opera dell’abate Stoppani, paleontologo e geografo, è un tappeto da calpestare. Uno degli aspetti che più colpiscono nella rassegna dell’arte italiana contemporanea di Pietromarchi è la scarsa attenzione alla storia dell’Italia, se non quando diviene un marchio o piuttosto un'icona, come nel caso di Garibaldi. Per restare al campo delle mappe, così affascinanti, e così presenti nella nostra memoria, Flavio Favelli realizza (2010) una gigantesca mappa della penisola componendo le tavole di vecchie carte strada-

Dalla Penisola rovesciata di Fabro al mito irriso da Cattelan alla mappa fantasma di Favelli

Un esempio dalla serie «Italia rovesciata» di Luciano Fabro

li dei primi del Novecento, la quale, osservata da vicino, mostra qualcosa d'incerto e approssimativo: fantasma di se stessa. Oppure nel 1975 Salvo realizza la forma dello stivale scrivendo i nomi degli artisti italiani e rendendo più scure le lettere che ne formano il profilo; o ancora Emilio Isgrò cancella i nomi sulla carta italiana, così che la toponomastica appare illeggibile. Un altro artista, Luca Vitone, realizza un suo personale Gran Tour dell’Italia (Sonorizzare il luogo, 1989-2001): le sagome

geografiche delle regioni italiane che contengono ciascuna un paesaggio sonoro diverso, il suono delle canzoni popolari e del folklore locale. L'Italia vi appare attraverso le differenze, spazio unitario, ma multiforme. Il libro di Pietromarchi, critico, curatore, attraversa molteplici temi dell’attualità culturale e politica che sono impliciti nell’arte italiana attuale, dalla politica all'emigrazione, dal calcio alla mitologia, dalle figure iconiche, come Pasolini, al tema del monumento

dedicato all'arte italiana tra il 1960 e il 2010, contiene saggi molto acuti come quelli di Michele Dantini (Ytalya subjecta) e Stefano Chiodi (La discordanza inclusa. Arte e politica). Mentre L’uccello e la piuma di Luca Cerizza (et al. Edizioni, pp. 71, € 16) analizza invece l'arte italiana degli Anni Novanta. Il nodo da sciogliere in questi tre volumi appare quello della relazione con il passato, con la tradizione e, a partire dagli Anni Sessanta in poi, con la politica. La pluralità dei linguaggi e non solo delle identità significa per Cerizza, giovane critico che vive a Berlino, il punto chiave degli ultimi vent’anni: «rimettere l'individuo, con tutte le sue fragilità e incertezze ma anche con le sue capacità di critica e di pensiero, al centro di una rete di relazioni tangibili con l'attualità». Lo stivale come destino e la politica come futuro? L'identità italiana è senza dubbio qualcosa in divenire con il proprio passato.


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Tuttolibri SABATO 12 MARZO 2011 LA STAMPA

GIORNALI E RIVISTE DAL 1847 ALL’UNITA’

IN UN ROMANZO DI PAOLO RUFFILLI

VISTI DA GIAN ENRICO RUSCON I

Il ruolo della libera stampa

L’isola e il sogno di Nievo

Cavour e Bismarck

= Verso la libertà di stampa. Ripercorrendo la storia

= Sulle orme di Ippolito Nievo, lo scrittore (Le

= Due leader fra liberismo e cesarismo. Gian Enrico

del Giornalismo italiano del Risorgimento, fra il 1847 e l’Unità, come la ricostruisce Franco Della Peruta (Franco Angeli, pp. 283, € 30). Circa trecento le principali testate censite (da «Il Conciliatore» a «Il Fanfulla»). L’opera, uscita trent’anni fa è ora riproposta con la prefazione di Valerio Castronovo, che si ricollega a Cavour: «Ebbe ad affermare che una libera stampa era “mezzo principale di civiltà e di progresso di un popolo”». Un assunto che pulsa nella stampa in cammino verso l’Unità.

GIORGIO BOATTI

confessioni di un italiano) e patriota che morì nel 1861 in mare, naufragando con il vapore Ercoli. Paolo Ruffilli, nel romanzo L’isola e il sogno (Fazi, pp. 195, € 17,50), ripercorre la vita breve e intensa dell’intellettuale garibaldino, tra aspirazioni unitarie e variegati amori, da ultimo per Palmira, che potrebbe ancorarlo definitivamente alla Sicilia. Ma «la nave, spezzata in due dall’esplosione delle caldaie forzate oltre ogni limite di resistenza», colerà a picco, portandosi «nella sua pancia d’acqua» vite, sogni, ansie, paure, dubbi, speranze.

Rusconi mette a confronto Cavour e Bismarck (Il Mulino, pp. 211, € 15). «Sono i costruttori degli Stati nazionali italiano e tedesco, nonché due modelli di grande leadership politica. Cavour è l’esempio di una guida politica esercitata secondo la logica parlamentare liberale (...). Bismarck invece incarna il principio d’autorità monarchica». Il libro sarà presentato lunedì 14 a Torino, Accademia delle Scienze. A colloquio con l’autore, Per Paolo Portinaro e Massimo L. Salvadori, presiede Pietro Rossi.

Paesaggi Dal Grand Tour alle favolose «Vacanze

All’inizio del turismo italiano c’è il Grand Tour. Esperienza culturale, pratica di vita, ricognizione fuori dagli orizzonti domestici delle élite aristocratiche dell’Europa settecentesca. Il «tourista» - anche etimologicamente - viene alla luce con il Tour in Italia. Il turismo troverà lì le forme che lo connoteranno a lungo, proprio nell’esplorazione che culmina con l’approdo a Roma e nelle altre tappe fondamentali disseminate nella penisola. Come ricostruisce Annunziata Berrino all’inizio della sua Storia del turismo in Italia, tra viaggiatori e abitanti del Bel Paese si attiva un’interazione che durerà a lungo. Si estende dal Grand Tour sino alla bella favola di Vacanze romane, il mitico film del 1953, con Audrey Hepburn e Gregory Peck, che fissa il tradizionale canovaccio dell’incontro tra i nostri compatrioti, inconsapevoli e tuttavia navigati protagonisti della messa in scena del vivere all’italiana, e i viaggiatori stranieri. Turisti attratti certamente

romane», all’umiliazione delle bellezze d’Italia

La dolce vita in una discarica

Una storia del turismo nel cui nome non di rado si è calpestato l’ambiente difeso dalla Costituzione dalle bellezze artistiche, e dal paesaggio spesso ineguagliabile, ma, anche, incantati dalla nostra quotidianità, dalla dolce vita di un Paese che sembra agire su un palcoscenico. Non a caso la Dolce vita - l’icona cinematografica di Federico Fellini - è del 1960, in contemporanea con le Olimpiadi di Roma che vengono affannosamente precedute, nel 1959, dall’istituzione del ministero del Turismo. E’ l’aprirsi di quegli Anni Sessanta che vedono l’imporsi dell’Italia come campione mondiale di arrivi turistici (ora siamo al quinto posto) e primi, tra tutti i Paesi europei, quanto a disponibilità di posti letto alber-

Quando la bellezza va in frantumi

ghieri (e secondi nel mondo dopo gli Stati Uniti). Il movimento finanziario positivo generato dal turismo pareggia, sino agli Anni Settanta, il costo del disavanzo energetico italiano. Nello stesso decennio raddoppia il numero degli italiani che vanno in vacanza: da cinque a dieci milioni, diretti in gran parte sui litorali adriatici, da Rimini a Grado, e tirrenici. Sono spesso ambienti paludosi bonificati nel Ventennio e poi investiti, durante il boom economico da una

massiccia urbanizzazione che produce scempi e speculazioni inaudite nonché una distruzione selvaggia di non pochi siti monumentali e paesaggistici che pure avevano fatto, e avrebbero dovuto continuare a fare, da volano all’industria turistica nazionale. La difesa del paesaggio italiano - vittima degli assalti di una speculazione sempre più vorace e di un’incultura che ha preso il potere - è al centro della ferma denuncia di uno studioso come Salvatore Settis,

p Annunziata Berrino p STORIA DEL TURISMO IN ITALIA p il Mulino, pp. 332, €23

già presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, autore di Paesaggio Costituzione Cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile. Proprio le conseguenze di questa stagione di degrado culturale vengono ricostruite da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo con la passione civile e la minuziosa documentazione dei loro precedenti saggi, sempre pubblicati da Rizzoli, in Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia. In un certo senso i due giornalisti delineano il capitolo finale, il più scorato, di una vicenda - quella del nostro rapporto con le bellezze artistiche e paesaggistiche e con la loro valorizzazione culturale e turistica - che è stata sempre intrecciata ai passi fondamentali della nostra storia nazionale. Nonostante i ripetuti richiami da parte di chi ci governa sul primato italiano quanto a possesso di beni artistici, Vandali documenta il crollo degli stanziamenti (pari al 50% in meno, nel decennio 2001-2011) per la tutela degli stessi da parte di quel ministero per i Beni e le Attività Culturali che ha finito con l’essere la Cenerentola di tutti i dicasteri, con un peso politico - rispetto a quando fu affidato a figure come Spadolini o Ronchey - del tutto irrilevante. E con interventi delicatissimi, su siti monumentali, culturali e archeologici di primaria importanza, rinviati sino all’inevitabile crollo. Una situazione che per Stella e Rizzo è quasi scontata poiché la tipologia di classe dirigente ar-

p Salvatore Settis p PAESAGGIO COSTITUZIONE CEMENTO

p Einaudi, pp. 328, €19

p G. A. Stella - S. Rizzo p VANDALI L'assalto alle bellezze d'Italia

p Rizzoli, pp. 274, €18

ruolata nei Palazzi della Seconda Repubblica registra, sul fronte degli eletti in Parlamento in possesso di una laurea, un crollo del 27% tra l’attuale legislatura e la prima. Dal 91,4% del 1948 siamo scesi, per quel poco che le lauree possono valere, al 64,6%. Mentre negli Usa, per esempio, si è saliti dall’88% al 94%. Vandali sembra l’epilogo che nessuno può accettare a cuor leggero di un cammino, quella della valorizzazione turistica e monumentale del Paese, che ha

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IX

Cavour e Bismarck

coinvolto le varie generazioni che hanno fatto l’Italia unita. Sono coloro che realizzando i trafori alpini, pianificando l’innervarsi delle linee ferroviarie lungo la penisola e stimolando l’organizzazione su basi moderne dell’ospitalità turistica, venivano accusati dai nostalgici del Grand Tour di togliere autenticità e sapore al viaggio in Italia. In quei decenni la partita turistica era giocata pressoché tutta su una clientela straniera. Tra gli italiani erano pochissimi coloro che viaggiavano per piacere. Le vacanze, chi se le poteva permettere, le trascorreva in villa. Oppure le passava nelle località termali dove il soggiorno era giustificato con motivazioni mediche. Esattamente come accade-

Stella e Rizzo narrano l’assalto alla diligenza favorito da una classe politica orfana di Spadolini e Ronchey va con le località di mare che muovevano i primi passi, a partire dai pionieristici insediamenti balneari in Versilia, sotto l’egida della talassoterapia. Scenari ben lontani dalle cinque esse (Sea, Sun, Sand, Sex, Spirit ovvero mare, sole, sabbia, sesso e alcol) dei trionfali Anni Sessanta. Si era in un’Italia giolittiana in cui i direttori d’albergo più apprezzati erano ancora reclutati in Svizzera; nei ristoranti gli chef venivano tutti, o fingevano di venire, da Parigi; mentre flussi ferroviari e navigazione di lusso erano una faccenda tutta inglese. Mezzo secolo dopo, a metà del Novecento, il turismo «made in Italy» diventerà invece una delle perle di un boom, non solo economico ma culturale e produttivo, giustamente posto al centro delle celebrazioni torinesi del primo secolo di unificazione. Tutt’altra storia rispetto a quanto, cinquant’anni dopo, viene raccontato, appunto, da Vandali. E che sta sotto i nostri occhi. (gboatti@venus.it)


X

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Classifica AI PUNTI LUCIANO GENTA

Saviano, Smith e Camilleri: tornano i big

Tuttolibri SABATO 12 MARZO 2011 LA STAMPA

P

er la prima volta nel 2011 il valore dei nostri 100 punti supera le 15 mila copie. E’ arrivato il Saviano targato Feltrinelli, oratoria tv confezionata da Fazio, e si presume che per un po’ non abbia intenzione di andarsene: adorato da molti come icona, voce e coscienza critica del popolo (di centro sinistra ma non solo), demitizzato, con scandalo, da altri, come Alessandro Del Lago (Eroi di carta, il manifestolibri) e Alessandro Trocino (Popstar della cultura, Fazi). Lo seguono Wilbur Smith e Camilleri, l’uno sopra e l’altro un soffio sotto quota 10 mila. La Mondadori, assente al vertice da oltre un mese e temporaneamente (?) orfana dell’autore di Gomorra, risponde an-

ticipando l’uscita della Mazzantini, ora 5ª. Sono tornati i big, la partita si riaccende. Reggono bene il Mosé di Erri De Luca e la Mastrocola, da leggere e discutere in parallelo a Non per profitto di Martha Nussbaum (il Mulino), ovvero «perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica». Vende, ma non esplode, Hessel, volantino copertinato in rosso tradotto dalla casa editrice di cui è socio Andrea Agnelli, titolo perfetto per gli esacerbati tifosi della sua Juventus. Sale la nuova testimonianza del magistrato Gatteri, per lucidità e concretezza traccia ideale di una riforma non ideologica della giustizia. Si riaffacciano infine gli Amici della Defilippi. In sintesi, tra i primi 10,tut-

ti comunque sopra le 5 mila copie, si contano 4 titoli di saggistica, sia pure in prevalenza mediatica, il che non accadeva da tempo; e 6 di narrativa, di cui 2 stranieri. Una composizione variegata, un girone da Coppa dei campioni, sfide dirette: Vieni via con me / Togliamo il disturbo; La legge del deserto / Il profumo delle foglie di limone; Gran circo Taddei / La giustizia è una cosa seria; Nessuno si salva da solo / Testa o cuore ; E disse / Indignatevi! Per chi non è interessato alla gara, un titolo del monaco Sabino Chialà edito da Qiqajon: Silenzi. Al plurale: quelli da imparare e quelli da combattere. Breviario per una buona quaresima. Da regalare a Giuliano Ferrara.

I PRIMI DIECI

INDAGINE NIELSEN BOOKSCAN 100

1

78

2

Vieni via con me

La legge del deserto

SAVIANO FELTRINELLI

SMITH LONGANESI

47

6

7

3

65

Gran circo Taddei e altre storie di Vigàta CAMILLERI SELLERIO

46

8

54

4

42

5

47

Il profumo delle foglie di limone

Nessuno si salva da solo

SÁNCHEZ GARZANTI

MAZZANTINI MONDADORI

37

9

10

36

E disse

Togliamo il disturbo

Indignatevi!

La giustizia è una cosa seria

Testa o cuore. Il romanzo di «Amici»

DE LUCA FELTRINELLI

MASTROCOLA GUANDA

HESSEL ADD EDITORE

GRATTERI; NICASO MONDADORI

ZANFORLIN MONDADORI

Narrativa italiana 1. Gran circo Taddei... CAMILLERI

Narrativa straniera 65

14,00 SELLERIO

2. Nessuno si salva da solo MAZZANTINI

47

47

16,00 MONDADORI

22

21

19

9,00 FELTRINELLI

13

17

5. La fuga del signor Monde SIMENON

13

18,00 RIZZOLI

3. Indignatevi! HESSEL

6. Sezione suicidi VARENNE

12

7. L’altare dell’Eden ROLLINS

42

4. La giustizia è una cosa seria 37 GRATTERI; NICASO

11

6. Ogni cosa alla sua stagione 14 BIANCHI

9. India mon amour LAPIERRE 10.Nemesi ROTH

8. La patria bene o male FRUTTERO & GRAMELLINI 9. Fuori! RENZI

13

19,00 EINAUDI

10.Viva l’Italia! CAZZULLO

11

6. I dolori del giovane Walter LITTIZZETTO 7. Falli soffrire 2.0... ARGOV

11

8. È facile smettere di fumare... CARR

10

9. The secret BYRNE

9

18,50 MONDADORI

12

4. È una vita che ti aspetto VOLO 5. L’ombra del vento RUIZ ZAFÓN 6. Il giorno in più VOLO

8

7. Venuto al mondo MAZZANTINI

11

8. Un posto nel mondo VOLO

10

10.Incontra il tuo angelo custode 5 LOUISE DI NORVEGIA; SAMNOY 13,90 IL PUNTO D’INCONTRO

9. Esco a fare due passi VOLO

9

4. La principessa e il ranocchio 5 5. Attenti alla coda, meteoriti... 5 STILTON 6. Cars -

5

4,90 WALT DISNEY

9

7. Gli aristogatti -

5

4,90 WALT DISNEY

8

8. Pinocchio -

5

4,90 WALT DISNEY

8

12,00 MONDADORI

10.Se questo è un uomo LEVI

3. La prima indagine di Theodore ... 7 GRISHAM

8,50 PIEMME

13,00 MONDADORI

7

8

4,90 WALT DISNEY

14,00 MONDADORI

7

2. Via le zampe dalla pietra... STILTON

18,00 MONDADORI

13,00 MONDADORI

18,60 MACRO

11

3. Il piccolo principe SAINT-EXUPÉRY

14

8,50 PIEMME

13,00 MONDADORI

10,00 EWI

11

15

12,00 MONDADORI

15,00 PIEMME

17,50 RIZZOLI

9

5. Le diete della salute LAMBERTUCCI

2. La solitudine dei numeri... GIORDANO

1. Diario di una schiappa... KINNEY 12,00 IL CASTORO

7,50 BOMPIANI

18,00 MONDADORI

18,00 MONDADORI

10

11

18,00 MONDADORI

18,00 RIZZOLI

8. La ragazza del lago FOSSUM

4. Instant English SLOAN

16

13,00 MONDADORI

16,90 GRIBAUDO

5. La fabbrica dell’obbedienza 22 REA

7. Vandali. L’assalto alle... STELLA; RIZZO

2. Benvenuti nella mia cucina 13 PARODI 3. Le ricette di Casa Clerici CLERICI

1. La versione di Barney RICHLER

Ragazzi

12,00 ADELPHI

15,90 RIZZOLI

17,00 EINAUDI

11

14

14,90 VALLARDI

16,00 FELTRINELLI

16,50 IL SAGGIATORE

17

46

17,50 MONDADORI

5,00 SPERLING & KUPFER

13,00 SELLERIO

10.Non chiedere perché DI MARE

4. L’ultimo inverno HARDING

19,60 NORD

18

2. Togliamo il disturbo MASTROCOLA

1. Cotto e mangiato PARODI

Tascabili

14,90 VALLARDI

5,00 ADD EDITORE

18,00 EINAUDI

10,00 EINAUDI

9. Odore di chiuso MALVALDI

19

17,00 ADELPHI

17,50 RIZZOLI

8. Le Beatrici BENNI

3. La mappa del destino COOPER

100

17,00 GUANDA

15,50 NERI POZZA

18,00 RIZZOLI

7. Io e te AMMANITI

54

19,60 NORD

4. Testa o cuore. Il romanzo... 36 ZANFORLIN

6. Il terrazzino dei gerani... MARCHESINI

2. Il profumo delle foglie di... SÁNCHEZ

1. Vieni via con me SAVIANO

Varia

13,00 FELTRINELLI

18,60 GARZANTI

10,00 FELTRINELLI

5. L’uomo che non voleva... MOCCIA

78

19,60 LONGANESI

19,00 MONDADORI

3. E disse DE LUCA

1. La legge del deserto SMITH

Saggistica

9. Alla ricerca di Nemo -

10

4,90 WALT DISNEY

8

10,50 EINAUDI

10.Alice nel paese delle... -

4

4,90 WALT DISNEY

LA CLASSIFICA DI TUTTOLIBRI È REALIZZATA DALLA SOCIETÀ NIELSEN BOOKSCAN, ANALIZZANDO I DATI DELLE COPIE VENDUTE OGNI SETTIMANA, RACCOLTI IN UN CAMPIONE DI 1100 LIBRERIE. SI ASSEGNANO I 100 PUNTI AL TITOLO PIÙ VENDUTO TRA LE NOVITÀ. TUTTI GLI ALTRI SONO CALCOLATI IN PROPORZIONE. LA RILEVAZIONE SI RIFERISCE AI GIORNI DAL 27 FEBBRAIO AL 5 MARZO.

D

a leggere come «una storia nella Storia». E’ la Collezione storica del Risorgimento italiano fondata da Giovanni Canevazzi nel 1931 e conclusa nel 1979 che la Mucchi di Modena riporta alla luce, una sessantina di titoli in edizione originale, «cameo» incastonato nel «film» dei nostri 150 anni (un tempo-inezia per il marchio più longevo del Paese: vivo e vegeto dal 1646 prima con i Soliani, «stampatori degli Estensi», poi con la famiglia che le dà tuttora il nome, spaziando tra cultura umanistica e scienza). «Proprio perché l’avventura che ha portato all’Unità è oggi ripercorsa da nuovi punti di vista, tra dialogo e polemiche, è parso interessante - spiega il direttore editoriale Marco Mucchi, giovane erede della «ditta» - riproporla nella doppia prospettiva offerta dalla collana: il Risorgimento nell’ottica del Ventennio, trionfalistica però mai troppo ortodossa, grazie a studiosi capaci di pren-

PROSSIMA MENTE MIRELLA APPIOTTI

A Modena 60 volte Risorgimento derne le distanze, e il Risorgimento raccontato dopo la seconda guerra mondiale da uomini della Resistenza, lo storico “azionista” Guido Quazza in testa». Pensata dal fondatore con fini divulgativi e insieme rigorosi (coerentemente alle linee Mucchi: attenzione al lettore non specialista ma fedeltà ad un prodotto «altamente

scientifico», in particolare rivolto a diritto e filologia, con le «edizioni nazionali» di Alfieri, Spallanzani, Carducci, in forte rivalutazione; molto selezionata anche la narrativa) la «Collezione» ha potuto fruire di nomi importanti nella ricerca universitaria: da Arrigo Solmi, autore di una indagine su Ciro Menotti nell’insurrezione modenese del 3 febbraio 1831 e dell’Idea dell’unità italiana nell’età napoleonica, a Antonio Monti le cui Réflexions historiques di Carlo Alberto restano un notevole documento. Non minori il saggio di Valerio Castronovo dedicato a La Stampa di Torino e la politica interna italiana (1867-1903) e i due volumi di Romolo Quazza, padre di Guido, su Pio IX e Massimo D’Azeglio nelle vicende romane del 1847: il papa, fortemente discusso, di Porta Pia, della fine del potere temporale, l’oggetto delle invettive del poeta dei Giambi & Epodi («Cittadino Mastai, bevi un bicchier...») tornato di recente in scena per il suo protofederalismo (di buona lega).

S

i è vecchi o almeno tardoni, a 37, 38, 39, 44, 45, 49 anni? Certamente sì, opina il giornale Huffington Post, se è l'età del debutto letterario: rispettivamente di Joseph Conrad, Wallace Stevens, Anthony Burgess e William Burroughs, Henry Miller, Raymond Chandler, Charles Bukowski. Il record, però, è di una donna. Giapponese, poetessa. Che nella poesia intitolata Il segreto scrive: «Anche se ho 98 anni, mi innamoro ancora. Ho dei sogni. Sogno di cavalcare una nuvola». Lei si chiama Toyo Shibata. Il suo secondo libro uscirà a giugno, quando compirà cento anni. Il primo è uscito alla fine del 2009, e ha dominato per tutto il 2010 le classifiche giapponesi, vendendo oltre un milione e mezzo di copie. La fanciulla ha cominciato a scrivere a 92 anni: quando ha dovuto smettere di danzare, il figlio Kenichi, lui stesso ultrasessantenne, le ha

CHE LIBRO FA ...IN GIAPPONE GIOVANNA ZUCCONI

Sognare una nuvola a 98 anni consigliato di dedicarsi alla scrittura. Verso dopo verso, scrivendo di notte, nel suo appartamento alla periferia di Tokyo, quando la badante la lascia sola, Shibata ha messo insieme 42 componimenti e li ha pubblicati a proprie spese. La raccolta si intitola Kujikenaide, che pare significhi «Non buttatevi giù», o «Non per-

dete la speranza». Vale per lei, per i suoi lettori, e vale per un intero paese invecchiato e illividito dalla lunga crisi. Del proprio successo, la poetessa ha detto: «Ora ho un bel ricordo da portare con me nell'Aldilà, e del quale vantarmi con il mio povero marito e la mia povera mamma». Nelle foto, Toyo sorride. In classifica, il suo libro ha battuto 1Q84 di Haruki Murakami, una dieta bestseller, e anche un curioso romanzo popolare di Natsumi Iwasaki, che ha venduto oltre un milione di copie raccontando la storia di una ragazza che applica le regole di un guru del management alla squadra di baseball femminile della propria scuola: e arriva molto in alto. «I giapponesi hanno amato il libro perché hanno bisogno di consigli semplici, per sopravvivere in questo mondo incerto», ha detto l'editore. È una diagnosi sconsolata, su un Paese vecchio che, a differenza della sua vecchia poetessa, non si innamora più.


.

Diario di lettura

Tuttolibri SABATO 12 MARZO 2011 LA STAMPA

XI

ALBERTO PAPUZZI

Risorgimento e Resistenza. O Resistenza come secondo Risorgimento. E' una complessa questione storica, e politica, che torna d'attualità con le celebrazioni per i centocinquant’anni dell'Unità d'Italia. Perché Radio Monaco e Radio Londra trasmettevano entrambe l'«inno di Garibaldi», Va’ fuori d’Italia, va’ fuori stranier? E come mai il Movimento comunista d'Italia, piccolo gruppo antifascista romano, invocava «l'epopea del Risorgimento»? Lo storico ed ex resistente Claudio Pavone, che in novembre ha festeggiato i no-

«Le prime letture da Salgari a Verne, a “Le storie della storia del mondo”: lì incontrai la guerra di Troia» vant’anni, ha scritto intense pagine su questi temi sia in Una guerra civile (Bollati Boringhieri, 1991), sia nel saggio Le idee della Resistenza ripubblicato nel volume Alle origini della Repubblica (Bollati Boringhieri, 1995) e di recente dalle Edizioni dell’Asino, dopo essere apparso mezzo secolo fa sulla rivista Passato e presente. Ora esce, sempre da Bollati Boringhieri, con il titolo Gli inizi di Roma capitale, una raccolta di saggi, anch’essi degli Anni Cinquanta, sull’inserimento di Roma e del Lazio nello Stato unitario. Il suo è lo sguardo di un «azionista postumo», come si definisce, nel senso che non è mai stato azionista, ma alla fine di un lungo percorso l’azionismo gli sembra interpretare l'atteggiamento di quella minoranza illuminata e influente che però non è mai riuscita a esercitare il potere politico. L'8 settembre, a Roma, aveva preso contatto coi socialisti, venendo arrestato già alla fine di ottobre. Uscito alla fine di agosto

«Luigi Salvatorelli e Giustizia e Libertà: gli antidoti contro la retorica del regime e i dubbi dei comunisti» 1944 dal carcere di Castelfranco Emilia, militò in un piccolo gruppo milanese, composto soprattutto da intellettuali e appartenente al Partito italiano del lavoro che aveva la sua base in Romagna. Quindi il confronto col Pci: «Sono stato per molto tempo rispetto ai comunisti o un compagno di strada o un utile idiota, dipende dai punti di vista». Vide nel Sessantotto «una riapertura del campo del possibile», si unì al gruppo di Democrazia Proletaria e strinse rapporti molto forti con Vittorio Foa, che divenne il suo principale punto di riferimento. Conclusasi l'esperienza, rientrò nella posizione di indipendente di sinistra. Professor Pavone, qual era il significato attribuito al Risorgimento dagli antifascisti?

«Il Risorgimento era al centro di vivaci discussioni. Giustizia e Libertà, giornale dell’omonimo movimento che si stampava a Parigi, ospitò nel 1935 un importante dibattito sul tema. Il punto era questo: perché l'Italia, nata dal civile Risorgimento, ha poi dato vita al fascismo, divenuto il prototipo della moderna barbarie, che per di più pretendeva di rappresentare la provvidenziale conclusione del Risorgimento stesso. Era dunque necessario riesamina-

Lo storico della «guerra civile»

Claudio Pavone I PREFERITI

f

Pensiero e azione del Risorgimento Einaudi, pp. 198, € 17,50

«Fece capire a molti della mia generazione che il Risorgimento non era quello insegnato a scuola»

f

IMMANUEL KANT

Laterza, pp. LIX-629, € 15

«Dimostrandomi che non c'era bisogno di Dio, mi fece uscire da un vero tormento»

f

Le interpretazioni del Risorgimento, «conteso» tra fascismo e Resistenza, nella testimonianza dello studioso «azionista», oggi novantenne

“È stato Ettore il mio primo eroe garibaldino” re ombre e luci di quel grande momento della nostra storia. Si trattava di contrapporre alla interpretazione fascista una interpretazione democratica e critica a un tempo. Parteciparono alla discussione Carlo Rosselli, Franco Venturi, Andrea Caffi, Nicola Chiaromonte, Umberto Colosso. Per Benedetto Croce, invece, il Risorgimento più che essere passato al setaccio della critica doveva essere soprattutto difeso: in questo manifestava una contrapposizione generazionale. Il dibattito agitava anche i comunisti: Togliatti scrisse nel 1931 su Stato operaio un violentissimo articolo contro GL, che egli temeva potes-

se conquistare l'egemonia dell’antifascismo. Il “cosiddetto Risorgimento”, scriveva Togliatti, era un “mito” che alle orecchie piccolo-borghesi di GL suonava “come la fanfara per gli sfaccendati”. Ma dopo il VII Congresso dell'Internazionale nel 1935, che varò la politica dei fronti popolari, da cui scaturì quella dell’unità nazionale antifascista, il Risorgimento non poteva non essere recuperato politicamente e culturalmente. Il pensiero di Gramsci, ovviamente sconosciuto durante la Resistenza, consentirà poi alla cultura comunista di elaborare una ben più complessa interpretazione del Risorgimento.

Ma già durante la lotta antifascista era stato dato il nome di Garibaldi alle brigate combattenti, prima in Spagna e poi in Italia». Ma era fondata l’idea della Resistenza come secondo Risorgimento?

«Da un punto di vista storiografico è indubbiamente una forzatura, ma occorre interrogarsi sui vari significati che allora la fortunata espressione assunse e sulla influenza che ebbe. Dei quattro santi padri - Cavour, Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele II Garibaldi era di gran lunga il più popolare. Il primo numero dell’Unità, uscito dopo l'8 settembre, aveva in prima pagina a

«Vittorini, Uomini e no…».

«Lo considero meno schietto. E poi mi dà fastidio quell'altezzoso “e no”, ai confini col razzismo: forse che i fascisti non erano anch’essi uomini?». Lei ha insegnato storia contemporanea a Pisa: come considerava e continua a considerare l’uso di fonti letterarie per la storia?

«Calvino e Fenoglio come Tolstoj e Grossman: fonti letterarie indispensabili per chi scrive la storia»

Critica della ragion pura

Le opere. Esce da Bollati Boringhieri «Gli inizi di Roma capitale» (pp. XXII 234, € 18). Per lo stesso editore: «Una guerra civile», «Alle origini della Repubblica»; da Laterza «Prima lezione di storia contemporanea».

«Una guerra civile», il suo opus magnum, poggia su una ricca bibliografia anche letteraria: se lei dovesse consigliare a un giovane delle opere narrative per capire la Resistenza, che cosa gli consiglierebbe?

«Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino e Il partigiano Johnny di Fenoglio».

LUIGI SALVATORELLI

La vita. Claudio Pavone è nato a Roma nel 1920. Storico e partigiano. Ha insegnato Storia contemporanea nell’Università di Pisa. È vicepresidente dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. Fa parte del comitato dei garanti di «Biennale Democrazia».

sta rassegnato, era innamorato di Dickens e mi trasmise questa passione. Ma la forma d'arte da me prediletta era la musica».

«Lo considero fondamentale. Dicevo ai miei studenti: se volete studiare la campagna di Russia di Napoleone, leggete prima Guerra e pace. Oggi direi: se volete studiare la guerra in Russia durante il secondo conflitto mondiale, leggete prima Vita e destino di Vasilij Grossman, centrato sulla battaglia di Stalingrado». Potrebbe dirci qualche libro che ha esercitato un’influenza decisiva nella sua formazione?

DANTE ALIGHIERI

La Divina Commedia Rizzoli Bur, pp. 641, € 13

«È il libro che non si può fare a meno di leggere. E’ il protolibro della mia biblioteca. Il classico dei classici»

grandi caratteri “Torna Garibaldi”. A Milano sotto il monumento si trovava scritto: “Peppin, vien giò, che i son a mo’ chi”». Anche il fascismo cercò di usare la retorica risorgimentale? Garibaldi e Mazzini sono stati, per così dire, anche due eroi fascisti?

«In chiave storiografica, Pensiero e azione di Luigi Salvatorelli che fece capire a me e molti della mia generazione che il Risorgimento non era quello che ci insegnavano a scuola. Nel campo dei massimi problemi, e lo dico con la timidezza che suscita il nome di Kant, la Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica. Nella mia prima giovinezza ero stato un cattolico sempre in cerca di prove inconfutabili dell’esistenza di Dio come garante della realtà del mondo e della legge morale. Kant, dimostrandomi che non c'era né in un caso né nell’altro bisogno di Dio, mi fece uscire da quello che era diventato per me un vero tormento».

«Esisteva, come ho già ricordato, una interpretazione fascista del Risorgimento, di cui Mazzini, soprattutto dopo l'8 settembre, fece le spese. Su un francobollo della Rsi figurava l'immagine di Mazzini, mentre avrebbero stonato quelle di Garibaldi e di Cavour. Di Vittorio Emanuele II, nonno del re fellone, neanche a parlarne».

«Vittorini, Uomini e no: mi dà fastidio quell’altezzoso “e no” , forse che i fascisti non erano anch’essi uomini?»

Ora che ha compiuto i novant’anni, che cosa ricorda per esempio delle sue letture giovanili?

«Subito dopo la guerra mi iscrissi a filosofia, anche per obbligarmi a riprendere un organico percorso di studi. Ebbi due ottimi docenti in Guido De Ruggiero e, all'estremo opposto, Ugo Spirito. Entrambi avevano una grande capacità di dialogare con gli studenti. Naturalmente l'affinità intellettuale e politica mi legò molto di più a De Ruggiero. Ma ricordo che in un seminario di Spirito ebbi una discussione molto accesa sul concetto di lavoro: lui sosteneva che pensare e lavorare erano la stessa cosa, io lo negavo recisamente. Pochi giorni dopo sostenni l'esame, presi trenta e lode e una collega commentò: “Io pensavo che dopo quella litigata ti avrebbe bocciato”».

«Premetto che io sono molto lento e purtroppo lo sono stato anche nel leggere. Delle prime letture ricordo quelle canoniche di Salgari e Verne, ai quali aggiungevo una grande passione per la storia delle scoperte polari. Un libro ebbe per me una importanza particolare: Le storie della storia del mondo di Laura Orvieto, dove imparai a conoscere la guerra di Troia. Naturalmente parteggiavo per i troiani e rimasi male quando al liceo un professore molto fascista ci spiegava che Ettore era un eroe piccolo-borghese (l'addio ad Andromaca? Piagnistei) e che Achille era invece un vero eroe, una sorta di superuomo. Questo professore aderì poi alla Rsi, ricoprendovi un importante incarico. Mio padre, antifasci-

Lei si è laureato in giurisprudenza ma ha studiato anche filosofia?

Un’ultima cosa: qual è il libro che non si può fare a meno di leggere?

«La Divina Commedia».


Tuttolibri N° 1756 ( 12/03/2011 )