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STEVE DUENES Dirige il reparto grafico del New York Times, un gruppo di venticinque giornalisti che si occupano di svolgere le ricerche e creare le infografiche sia per il quotidiano che per il sito web. È arrivato al New York Times nel 1999 come grafico per le pagine dedicate alla scienza, nel 2001 è stato promosso vicedirettore del reparto grafico che oramai dirige da sei anni. Prima di approdare nella Grande Mela, Steve ha lavorato come designer e creativo in alcuni giornali del Michigan e a Los Angeles fino quando, nel 1994, è entrato al Chicago Tribune dove si è occupato di infografica e di progetti per il web.

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nfografica, infografica, infografica. Questa la parola d’ordine che apre, accompagna e chiude la relazione di Steve Duenes. Perché nessuno al New York Times ha paura di mostrare le notizie e renderle di più facile accesso. Per questo, spiega subito Duenes è ormai una consuetudine quella di usare le infografiche anche in prima pagina e «non ci sono segnali, nè ragioni perché si inverta questa tendenza». A testimoniare la lunga tradizione nell’uso delle notizie illustrate, sullo schermo appare la prima pagina del 1927 quando Charles Lindbergh attraverò in volo l’oceano Atlantico. Poi si passa allo tsunami del 2004 e alla crisi finanziaria del settembre 2008. Il Times su carta «non è mai stato spaventato dalle rappresentazioni visive. Anche quando erano sofisticate». Come nel caso dello sbarco sulla Luna quando in pagina apparve un complicato grafico che illu-


strava l’angolo di inclinazione del modulo lunare poco prima di atterrare sul satellite. «Ancora oggi al New York Times - continua Steve Duenes - cerchiamo di non essere accondiscendenti con i nostri lettori. La semplicità è sempre un valore, ma crediamo che chi ci legge voglia un’informazione più approfondita. Crediamo anche nell’intelligenza dei nostri utenti e nella loro capacità di esplorare nuove e insolite forme grafiche che possono aumentare il loro vocabolario visivo». Così quando nel 1987 Edward Tufte (professore e statistico noto per i suoi scritti sull’infografica) ha mandato una lettera alla direzione del Times per suggerire di avere la stessa cura per le parole e per la grafica, il consiglio è sembrato a tutti saggio. Perché «tutto quello che può essere scritto, può essere anche illustrato» continua Duenes. Tanto che 10 anni prima che giungesse la lettera di Tufte il New York Times aveva già trasformato un reporter tradizionale in un caporedattore grafico. Il suo nome era David Dunlap e per anni ha creato mappe, diagrammi e grafici (come quello che è comparso sul Times subito dopo il tentato assassinio di Reagan). Nel corso del tempo, spiega Duenes, il numero di giornalisti grafici all’interno della redazione è aumentato, sono aumentate le loro capacità (non solo più cartografi ma anche illustratori e buoni designer) così che si sono realizzate cose che sembravano impensabili fino a qualche anno prima. Mano a mano è anche cessata la dipendenza del reparto grafico

dalla redazione vera e propria perchè tutti i grafici erano (e sono) anche gionalisti in grado di fare ricerche e dare una lettura originale delle notizie. Come nel 2004 quando il New York Times ha seguito interamente le primarie per le elezioni presidenziali. Solitamente, spiega Duenes, non ci sono grandi colpi di scena dei discorsi dei candidati. «Ma noi abbiamo cominciato a notare alcune parole che venivano ripetute più frequentemente nei discorsi dei Repubblicani e dei Democratici. E attraverso un grafico abbiamo dimostrato che i Repubblicani puntavano l’attenzione sulla sicurezza nazionale mentre i Democratici si occupavano più di politica interna». «Con l’undici settembre abbiamo cominciato a usare assieme alle mappe, le immagini del satellite. L’originalità stava nell’aggiungere tracciati sopra le fotografie che indicassero meglio ai lettori la situazione dopo il crollo delle Torri Gemelle». Duenes mostra poi altre sofisticate infografiche che usano il web come supporto. Dopo il famoso atterraggio di emergenza del volo 585 nel fiume Hudson, al New York Times, spiega Duenes, «siamo stati in grado di creare una mappa interattiva dell’aereo con le foto e la storia di 9 passeggeri che erano su quel volo». Di altissimo livello anche l’infografica animata e interattiva che mostra i movimenti che una pattinatrice su ghiaccio deve compiere per poter saltare. E al Times, dove l’attenzione è sempre puntata sulle Breaking News, sono in grado di realizzare tutto ciò in poche ore.

Al Times abbiamo sempre dato grande spazio all’infografica. Perché tutto quello che può essere scritto può anche essere disegnato. Crediamo nella semplicità, nell’intelligenza dei nostri lettori e nella loro volontà di avere di più.


J AV I E R ERREA Rappresenta attualmente a livello internazionale uno dei maggiori professionisti nel campo del design delle notizie. Dopo aver lavorato per diverse testate giornalistiche come reporter, caporedattore e vicedirettore, ora vive a Pamplona dove ha creato un’agenzia di comunicazione e design (Errea Comunicatión). È presidente della Society for News Design area mediterranea (SNDE), coordinatore dei Malofiej Infographics Awards e docente presso l’Università di Navarra. A lui si deve il design e il restyling di circa 50 quotidiani e riviste in Europa, America, Africa e Asia, tra cui, recentemente, l’importante quotidiano francese Liberation e i, forse il quotidiano più innovativo degli ultimi anni.

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opo aver disegnato o ridisegnato una cinquantina di giornali in tutto il mondo, Javier Errea ha cominciato la sua relazione con una dichiarazione forte: «Sono un giornalista, non un grafico» E lo stesso, ci racconta, vale per tutti i collaboratori dello studio che porta il suo nome e che da cinque anni dirige a Pamplona, nel Nord della Spagna. Ma perché è così importante sottolineare questo aspetto? Perché, sostiene Errea: «Non ho fiducia nei grafici e neppure negli art director. Almeno non in quelli che di solito incontro nelle redazioni». E per chiarire il concetto alla platea aggiunge che i grafici sono uno dei grandi problemi dei nostri giornali. Non l’unico e sicuramente non il più importante però uno in grado di condizionare il futuro della stampa. La ragione è molto semplice: i grafici non si interessano alle notizie. È al Diario de Navarra che Javier Errea sostiene di aver imparato a scrivere e a boicottare il reparto di impaginazione. «Io volevo scrivere e disegnare le mie pagine senza intermediari. Sapevo quello che


volevo raccontare e come presentare le informazioni». Tutto questo, serve a fer capire meglio perché Errea abbia scelto di dedicarsi al disegno giornalistico senza essere un grafico quando «la cosa che più amo al mondo è scrivere». La relazione prosegue con la presentazione di alcuni dei lavori che portano la firma del presidente della SndE che negli ultimi dieci anni ha lasciato un’impronta in numerose redazioni. «In alcuni casi con successo, in altri non tanto. Ma in tutti con grande coraggio. Anche se continua Errea - non ho una bacchetta magica e faccio errori, in tutti i giornali dove ho lavorato ho cercato di fuggire dai modelli che stanno uccidendo la stampa e ho cercato di raccontare storie in modo diverso». Perché una cosa è sicura: non c’è un solo modo per raccontare una storia. Tutto dipende dalla notizia e da come la vogliamo dare. E la missione dei grafici e dei giornalisti grafici (di cui si sente una grande mancanza) è «smetterla con la dittatura delle pagine book e restituire ai giornali la vita, il mistero e l’imperfetto». Basta vedere le pagine che proietta sul megaschermo alle sue spalle per capire che passione, coraggio, rispetto e divertimento sono gli ingredienti fondamentali per iniziare qualsiasi lavoro. Inizia a far scorrere le slide con le immagini di un giornale greco Eleftheros Tipos che nel 2009 è stato premiato come uno dei 5 giornali meglio disegnati al mondo ma che ha chiuso dopo soli 5 mesi di vita. «È stata un’altra tragedia greca», afferma Errea. «Perchè non importa quanto fosse innovativa la proposta dei contenuti, la

scansione delle sezioni (vita privata e vita pubblica), che le prime pagine “televisive” rompessero gli schemi, se è stato un fallimento editoriale». Non è lo stesso per il portoghese Expressoche per due anni di seguito è stato riconsciuto come il miglior giornale disegnato al mondo. Questo quotidiano «è giornalismo di lusso. I suoi lettori hanno a disposizione i migliori illustratori, un fotogiornalismo choccante e un’infografica intelligente». Per non parlar di I, un altro caso portoghese. Un quotidiano nato nel 2009 nel mezzo di una delle più profonde crisi economiche e che continua a chiamare l’attenzione per la sua capacità di esplorare nuove forme narrative. I considera i suoi lettori intelligenti e non aspira a essere un giornale di massa. Uno degli ultimi lavori affrontati dallo studio Errea Comunicacion è il francese Libération, un’icona del giornalismo europeo che spinge lo stesso Errea ad ammettere, durante la prima riunione di redazione, di sentirsi intimidido davanti a tanta storia. Eppure il nuovo Libé ha avuto il coraggio di cambiare ancora una volta il suo modello giornalistico e Errea afferma con orgoglio «che il giornale sta uscendo a testa alta dalla crisi». Sullo schermo scorrono altre pagine di giornali. Si va dal finlandese HLM, a Al Bayan il giornale ufficile di Dubai, all’angolano Semanario Economico (progettato ex novo dallo studio di Errea), per finire con il portoricano Primera Hora dove la redazione è capace di divertirsi, far divertire e offrire un giornalismo autorevole. Un giornale dove tutti, direttore compreso, disegnano le pagine.

Non c’è un solo modo per raccontare le notizie. Tutto dipende dalla storia e da come la si vuole dare. Stiamo parlando tutto il tempo di passione. Dove non c’è passione non c’è buon giornalismo. Per vedere più pagine consultare il sito www.erreacomunicacion.com. E per avere più informazioni sulla SND area mediterranea visitare il sito www.snd-e.com


B. LANA P. T R U J I L L O Benjamín Lana è direttore dello sviluppo e dell'innovazione di Vocento, uno dei gruppi editoriali più importanti di Spagna. Ha lavorato per diversi quotidiani come El Mundo, El Diario Vasco, El Correo e El Comercio dove, fino al 2007, è stato vicedirettore. Dal 1998 al 2000 ha anche diretto il dipartimento di Comunicazione dell’Università del País Vasco. Paco Trujillo è direttore della redazione grafica centrale di Vocento, dove si preparano i contenuti che le 12 testate di questo gruppo pubblicano quotidianamente. Laureato in Scienza dell’Informazione, ha lavorato nello studio Arcadia di Alberto Torregrosa e, prima, come reporter per il giornale Ideal di Granada.

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nire le forze, migliorare la qualità, investire trovando risorse con risparmi dove è possibile e arrivare a pubblicare un inserto che è diventato il giornale con la massima diffusione della Spagna: è il piccolo miracolo (o sarebbe meglio dire progetto) del Grupo Vocento, una holding editoriale spagnola che possiede canali tv, radio e un quotidiano nazionale, ma che ha il nocciolo del suo business in una rete di quotidiani locali, pubblicati ai quattro angoli del Paese. Tutti si occupano del loro territorio, ma hanno una redazione in comune, a Madrid, che si occupa di interni, esteri, economia, sport nazionale e che funge da motore anche per la realizzazione di un supplemento, che si chiama V e che, grazie all’abbinamento con la stampa locale, è il più diffuso in Spagna. Il tutto, in sinergia con le redazioni dei quotidiani regionali, che permettono di avere sul territorio una sorta di rete di corrispondenti che sviluppano e affrontano su base locale anche i temi nazionali. «I quotidiani sono in crisi e sotto attacco» ha spiegato Benjamin Lana.


«Oltre alle crisi che si alimentano a vicenda e la fine del monopilio dell’informazione, ci sono i costi alti di produzione e distribuzione e l’attenzione del lettore è in continua frammentazione verso altre fonti di notizie». Un quadro desolante? «No, perché crediamo che la carta stampata non sia da uccidere prematuramente. Ha la forza di un marchio, che negli anni ha conquistato credibilità. Si tratta quindi di migliorare la qualità del prodotto, dando al lettore il “giornalismo necessario”. Ovvero essere indipendenti, influenti, sorprendenti, moderni, capaci di sostenere campagne sociali forti. Ed essere pronti a vivere come il lettore». Ovvero a cambiare pelle a seconda dei giorni della settimana. Lo slogan? “Mas jamon, menos pan”, ovvero più prosciutto e meno pane. «Pubblichiamo quotidiani molto legati al nostro territorio, ma con la vocazione a essere unici: chi acquista uno dei nostri dodici giornali non deve sentire il bisogno di acquistare un giornale nazionale, per essere informato su tutto quel che avviene in Spagna e nel mondo. Il tutto è stato progettato con una forte scommessa sul giornalismo visivo». Come a testimoniare che anche questo ambito fa parte, senza alcun dubbio, della qualità da migliorare. Per riuscirci, il Grupo Vocento ha centralizzato parte della struttura produttiva, a cominciare dalla grafica. Il progetto è lo stesso per tutti e dodici i quotidiani del gruppo, nonostante le differenze di dimensioni: «La larghezza della pagina è la medesima» ha spiegato Paco Tru-

jillo. «Cambia l’altezza, che passa da un minimo di 390 a un massimo di 420 millimetri. Ma il layout non cambia». Tre sono le font: il Gotham e il Guardian Sans per i titoli (una variazione di una font fatta preparare da Mark Porter per The Guardian) e, per il testo, il Brioni, adattato alle caratteristiche dei giornali del gruppo dai creatori Nikola e Peter Bilak. Non cambia invece la struttura del giornale: dopo la prima pagina, ogni quotidiano comincia con la cronaca locale, a cui seguono le opinioni, interni, esteri, economia, cultura e sport. Ogni giorno è allegato V, l’inserto che porta in primo piano la cronaca classica, invitando alla lettura e mischiando notizie hard con quelle più soft. E la domenica, il “gran giorno”, cresce la foliazione del quotidiano e dell’inserto, aumentano le pagine di sport e si aggiungono un inserto di economia e il magazine El Semanal. Questo è il giorno in cui ogni blocco tematico apre con una copertina dedicata. «La grafica è informazione» teorizza Paco Trujillo. «E nel nostro dna viaggia l’informazione, a prescindere dal genere visuale o scritto di cui facciamo uso. Uno dei grandi punti di forza della carta stampata è il potere dell’immagine. E noi proviamo ad approfittarne, cercando di sorprendere il lettore raccontando storie anche in altri modi». Un esempio? Una fotografia a tutta pagina, che mostra Bilbao dall’alto, vista dal cantiere del palazzo in costruzione che diventerà l’edificio più alto della città. «E la domenica possiamo raccontare meglio le storie» aggiunge Trujillo.

Nel nostro dna viaggia l’informazione a prescindere dal genere visuale o scritto di cui facciamo uso I nostri quotidiani locali hanno la vocazione a essere unici: chi ci compra non ha bisogno di un altro giornale


KRIS VIESSELMAN È stata eletta presidente de la Society for News Design (SND) per il 2010. Dal 2005 fino alla data del seminario ha diretto il dipartimento di sviluppo di prodotti digitali per il National Geographic dove si è occupata di progettare, disegnare, e mettere in marcia prodotti multimediali che richiedono la totale autosufficienza a livello economico. Precedentemente Kris ha occupato diverse posizioni in qualità di creativa all'interno di quattro giornali della California: San Jose Mercury News, Los Angeles Times, Orange County Register e Sacramento Bee. Attualmente ha accettato l’incarico di direttore creativo presso il San Diego Union-Tribune e continua a dare la sua consulenza come freelance in diverse società americane, europee, asiatiche e latino americane.


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ante immagini e immagini che lasciano con la bocca aperta. Come d’altronde vuole la tradizine di un gruppo come quello del National Geographic che tra carta stampata, televisione e internet ci regala tra le fotografie più belle in circolazione. Ma anche mappe, infografiche e siti interattivi che permettono di avere informazioni dettagliate su paesi stranieri. Come ci mostra Kris Viesselman con alcune delle sue slide, è possibile visitare l’India prima sul web, scoprire le distanze tra una meta e l’altra, consultare le mappe e avere informazioni sui monumenti da visitare. Oppure c’è EarthPulse un progetto presente su carta e internet che si propone come “Visual Guide to Global Trends” e esplora le connessioni globali con un linguaggio visivo assai vivace: mappe, diagrammi, e interattività pensati per mostrare dove siamo oggi, come ci siamo arrivati e come le nostre azioni hanno un effetto (positivo o negativo) sul futuro della terra. Insomma, sintetizza Viesselman, uno strumento per indagare sulla condizione umana (pololazione, qualità della vita, l’impatto dell’insediamento dell’uomo, cibo e acqua) oppure sulle relazioni con la natura (ecosistemi, energie rinnovabili) o ancora avere una visione delle tendenze

con cui il mondo si muove e si relaziona (tecnologie, globalizzazione, reti, sorgenti e fonti). Una sintesi perfetta di immagini, testi e infografiche. Sullo schermo scorrono poi altre immagini di alcuni siti internet che portano il marchio National Geographic. E Viesselman che dal 2005 si è sempre occupata della sostenibilità economica dei nuovi progetti di questo enorme gruppo editoriale ci racconta che «creare dei templates aiuta a ridurre i costi». Così come «mescolare i ruoli (editoriali, di disegno, di illustrazione oltre che scrittura, video e foto) e darsi una mano l’un l’altro all’interno dei propri specifici ruoli aiuta a massimizzare le risorse». Ma soprattutto, ci racconta con passione Viesselman, bisogna imparare a «stancare la gente negativa» perché ci sarà sempre qualcuno che dirà «è impossibile, non l’abbiamo mai fatto, siamo già pieni di lavoro, non c’è tempo, questo non è il tuo lavoro». La soluzione è solo una: «semplicemente FARLO». Perché come disse il filosofo Ralph Waldorf Emerson anche secondo Viesselman «Non è mai stato raggiunto niente di importante senza entusiasmo. L’entusiasmo è il potente motore dello sviluppo». Ovviamente cercando le soluzioni più economiche e rapide per mettere in piedi il nuovo progetto. Così se la relazione di Viesselman era iniziata con l’immagine di una matita da cui è possibile creare tutto, la sua conferenza finisce con quella di una matita e di un cuore. Perché per un buon progetto servono entrambi gli ingredienti.

Bisogna imparare a stancare la gente negativa Quando si ha un’idea bisogna realizzarla. Senza ascoltare chi dice che è impossibile, non si ha tempo, o non è il nostro lavoro Per avere maggiori informazioni sulla SND consultare il sito www.snd.org


GIANNI VA L E N T I è vicedirettore della Gazzetta dello Sport, ha 47 anni ed è veneziano. Della “Rosea” tra le altre cose ha curato la trasformazione del giornale in tabloid-full color. Per 17 anni, dal 1990 al 2007, ha lavorato al Corriere della Sera dove è stato caporedattore delle cronache nazionali e internazionali, caporedattore centrale per i dorsi locali e regionali e protagonista del passaggio del giornale dal bianco e nero al full color. Ha grande esperienza internazionale sulle tecniche e i nuovi modi di fare informazione nell’epoca di internet. È l’unico giornalista italiano nel Board del World Editors Forum.  Per Rcs Quotidiani è tra i fondatori della Iasn, l’Associazione mondiale dei quotidiani sportivi. Ha insegnato Cultura giornalistica all’Università Statale di Milano, tiene dei seminari all’Università Iulm di Milano.

Q uando si parla della Gazzetta dello Sport si parla di un grande giornale (il più letto in Italia) ma parallelamente anche di un grande brand. Un marchio, una garanzia nel giornalismo sportivo che ha creato attorno a sé (nei suoi 114 annidi storia) una vero e priprio polo industriale che organizza eventi, forma manager sportivi e produce moda. Un dato importante, sottolinea Valenti, è che la Rosa - nonostante la crisi economica che si è sommata alla crisi del sistema carta stampata - riesce a mantenere una stabilità nelle vendite. Tutto ciò grazie ad un cambiamento grafico e editoriale che è cominciato nel 2008 quando Il 28 marzo la Gazzetta è uscita per la prima volta con il nuovo formato tabloid e full color. Non è stato un passo semplice nè sotto il profilo della preparazione giornalistica nè dal lato economico visto che ha comportato un impegno economico di circa 90 milioni di euro per il cambio delle rotative. Il progetto è stato elaborato dalla direzione del giornale (allora il direttore era Carlo Verdelli) con la collaborazione dello studio Cases di Barcellona. Rispetto agli altri quotidiani che si sono trovati a dover affrontare questa passaggio, la Gazzetta ha avuto un vantaggio, sostiene Valenti: la carta rosa. «La grafica della Gazzetta avrebbe anche potuto modificarsi in modo importante ma quel giornale (proprio per il colore della carta) sarebbe stata sempre la Gazzetta dello Sport». In realtà, scendendo sul piano propriamente tecnico, - continua Vaenti - le scelte delle font per la titolazione (Titling contro il vecchio Elvetica Neuve) e dei testi (Charter al posto del News


700) sono state fatte per dare un’impronta diversa ma senza stravolgere tutto. Sono stati scelti due colori base (l’arancione e il verde) per il codice di navigazione. Il primo segna quelle che sono le pagine dove si parla di sport. L’altro definisce la sezione delle news generaliste. Il passaggio al tabloid, poi, ha inevitabilmente fatto sì che si accorciasse la misura degli articoli, mentre foto e infografica hanno assunto maggiore importanza. Un altro lavoro fondamentale è stato quello sul linguaggio dei titoli: «Più caldi, più colloquiali, soprattutto in prima pagina». L’obiettivo da cogliere era chiaro: «In un periodo di crisi della carta stampata, dove acquistare un solo quotidiano diventava già difficile, volevamo trasformare Gazzetta in un grande quotidiano popolare (l’unico in Italia) che potesse soddisfare in toto le esigenze del lettore. Dalla sport, che resta il cuore del giornale, alle news generaliste. Insomma continua Valenti - se compri Gazzetta non hai bisogno di nessun altro quotidiano». Questa rivoluzione editoriale, è stata molto importante anche su un altro fronte: quello del mercato pubblicitario. Fino a tre anni fa Gazzetta era catalogata da tutti i centri media come quotidiano sportivo. Oggi non è più così e molti inserzionisti nuovi si sono avvicinati al giornale. L’altro punto importante della nuova Rosa, racconta Valenti, è quello della trasformazione in quotidiano multimediale: un giornale che sviluppi la propria forza oltre che sulla carta anche

sul web e sul Mobile, smartphone naturalmente inclusi. Un’operazione non facile vista la storia centenaria di questo giornale e l’eta di alcuni colleghi. Ma i dati parlano chiaro e il sito di Gazzetta negli ultimi due anni è salito di circa 200.000 utenti unici al giorno (oggi la media è di circa 900 mila utenti unici al giorno con 288 milioni di pagine viste ogni mese). Una crescita che è stata supportata dal 2006 ad oggi dal giornale di carta con la rappresentazione di sondaggi che si erano sviluppati sul web e poi con il continuo rimando dalla Gazzetta di carta al web per lanciare articoli, interviste o video di varie discipline sportive. Dall’inizio del 2009, spiaega il vicedirettore, il supporto è diventato bi-direzionale: la carta continua il suo lavoro ma anche il web cerca di lanciare il quotidiano. Il sito Gazzetta.it vive all’80 per cento di produzione propria tutta basata sulle breaking news. Con continui aggiornamenti. Gli articoli più importanti del quotidiano vengono inseriti nel sito solamente nel primo pomeriggio. Ma non superano mai i tre-quattro. L’ obiettivo? Pensare sin dalla fase ideativa ad un quotidiano unico che si sviluppa nell’arco delle 24 ore. L’integrazione, dunque, è il nostro presente. Ma l’altro lavoro importante è sapere calibrare bene che giornale mandare in edicola. L’altra parte importante riguarda lo sviluppo delle news su telefonini e smartphone che a differenza del web non è gratis. Far pagare l’informazione che viaggia su canali tecnologici è chiaramente l’impresa del futuro.

Stiamo lavorando per educare le nostre redazioni a pensare, sin dalla fase ideativa, a un quotidiano unico (carta, web, video) che si sviluppa nell’arco delle 24 ore


ANNA THURFJELL È nata a Stoccolma, in Svezia, nel 1975. Ha studiato design e grafica e si è laureata alla Konstfack University di Stoccolma. Fin dal 2000, ha lavorato come disegnatrice di giornali, per la maggior parte del tempo nel ruolo di art director del quotidiano Svenska Dagbladet. Il suo ultimo ridisegno, nel 2009, ha riguardato sia l'edizione quotidiana che del weekend. Durante il suo mandato da art director, Svenska Dagbladet è stato eletto il giornale meglio disegnato al mondo dalla Snd nel 2005 e il migliore d'Europa dalla Enc nel 2009. Anna è stata anche nella giuria di svariate competizioni internazionali di design editoriale.

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ono numeri da invidiare, quelli di un quotidiano svedese come Svenska Dagbladet, se visti dall’Italia: oltre 500mila copie vendute, in un Paese con meno di 10 milioni di abitanti, sono cifre importanti. E, caso ancora più unico, il quotidiano è in pieno trend positivo con quattro anni consecutivi di diffusione in salita e con i migliori dati dell’ultimo ventennio. Di questo quotidiano in controtendenza, Anna Thurfjell è l’art director, responsabile sia del giornale di carta che dei contenuti digitali. E, a differenza dell’Italia un po’ immobile e titubante, non ha nessuna paura di innovare, quasi come se il restyling del giornale fosse un continuo work in progress. «Dal 2000, Svenska Dagbladet ha messo in atto almeno un grande progetto innovativo all’anno. L’innovazione è diventata il cuore di una nuova strategia, con lo scopo di venire incontro ai bisogni dei lettori». L’ultimo restyling è dell’autunno del 2009, pensato solo alla fine di un lungo studio strategico su desideri ed esigenze del pubblico di Svenska Dagbladet: «Ci


siamo accorti che non era necessario primeggiare nel mercato. Ma primeggiare nel nostro target sì. Noi ci rivolgiamo a cittadini curiosi, con un buon livello di educazione, che vivono in città e specialmente nell’area urbana di Stoccolma. Prima dell’ultimo restyling abbiamo cercato di approfondire ancora di più la conoscenza dei nostri lettori: abbiamo pure creato un giornale, solo per noi dello staff, con interviste a sedici di loro, intitolato “Le vite segrete dei lettori”. È un nostro promemoria: ci serve a non dimenticare mai che loro si aspettano da noi qualità e approfondimenti ogni giorno, e che leggere Svenska Dagbladet li fa sentire colti e perspicaci». Il ridisegno del giornale è stato quindi pilotato da un lungo approfondimento, al termine del quale sono state mantenute e migliorate le cose che funzionavano e messe da parte quelle che piacevano meno. «L’inserto femminile del venerdì non piaceva a tutti, e lo abbiamo cancellato». Ma la struttura del giornale ha conservato i suoi punti di forza, per esempio la divisione in tre fascicoli, ognuno con la sua copertina: quello delle news, quello di economia e quello di cultura. E nel weekend si cambia, «perché i nostri lettori hanno interessi molteplici e possono leggere il giornale in più tappe. E nel soprattutto c’è più tempo per farlo». Così dal venerdì alla domenica compare l’inserto K, che il venerdì parla di spettacolo, recensioni, guide e di cibo e vino; il sabato di libri, arte e moda e la domenica di lifestyle, benessere e viaggi, con una grande storia di copertina. In più, la domenica si

aggiungono un altro inserto dedicato al business e uno per casa, arredamento, giardinaggio e annunci immobiliari. Per il ridisegno molte cose sono state messe a punto, a partire dalla testata, rimodernata senza discostarsi troppo da quella creata negli anni Sessanta, prendendo a modello le incisioni della Colonna Traiana a Roma. Il giornale ruota intorno a una font disegnata ad hoc: si chiama Sueca ed è stata disegnata dal portoghese Mario Feliciano. «Ha molti stili e pesi e ci consente di parlare con la stessa voce ma toni differenti a seconda delle sezioni del giornale». La paletta di colori è stata scelta per aiutare a guidare il lettore, insieme a una pagina di sommario che apre ogni sezione del giornale. «Il lettore non deve sfogliare l’intero giornale per trovare quello che gli interessa: gli basta orientarsi grazie a questa pagina, la seconda di ogni fascicolo». Quanto alle pagine, la nuova filosofia parte da una frase: «C’è poco tempo per catturare l’attenzione del lettore. Il vecchio broadsheet era come un campo da calcio. Adesso le nostre partite sono sul campo da tennis del tabloid. Il nostro sistema per presentare le notizie si basa sulle dimensioni: si passa dal piccolo all’extra-extralarge, a seconda del rilievo che si vuol dare alla notizia». Si tratta di strutture di pagina modulate quasi come un template, sempre con grande spazio lasciato a immagini e infografiche. Quanto alle storie di copertina, hanno un’esigenza fondamentale: «Se non portano con sé una buona idea visiva, non sono storie di copertina».

Svenska Dagbladet, dal 2000, ha messo in atto almeno un progetto innovativo all’anno. Innovando veniamo incontro ai bisogni dei nostri lettori C’è poco tempo per catturare l’attenzione di chi legge


ALBERTO VA L E R I

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adesso? Adesso qualcosa è successo. Perché non si erano mai viste, in Italia, più di 200 persone radunate nello stesso luogo (negli stessi due luoghi, per la precisione) a parlare di design editoriale. E a confrontarsi, scambiare idee, imparare da chi, all’estero, sembra avanti anni luce. Ecco una cosa che abbiamo capito bene, il 19 e il 21 maggio: oltre i nostri confini, il mondo sembra viaggiare con i jet, mentre noi abbiamo appena inventato la ruota. È una considerazione che hanno fatto in molti, dopo i seminari, e dopo aver ammirato le presentazioni con le pagine di Mark Porter («Il Jonah Lomu del design editoriale»: letta su un blog), Javier Errea, Kris Viesselman, Anna Thurfjell e dopo aver scoperto come sono organizzate le redazioni di un gruppo editoriale come Vocento o come funzioni l’interazione tra giornalisti e grafici al New York Times. A proposito, ci aspettavamo di vedere da vicino questo solco scavato tra Italia e resto del mondo. E, tutto sommato, noi dello staff speravamo che il confronto fosse impietoso e choccante, perché potesse dare una

Il confronto tra Italia e estero è stato impietoso e choccante: era quello che ci si aspettava Ora è il momento di provare ad affacciarsi al mondo e tracciare una via italiana al design editoriale

scossa. Altre realtà, altri mezzi, altre esigenze, potrebbe ribattere qualcuno. Ma anche no, parafrasando una frase da pagina Facebook. È questione di costruire una mentalità, cioé di portare il giornalismo visuale al centro del dibattito quotidiano e nel cuore del processo, altrettanto quotidiano, di lavoro di un giornale. Qualcosa è successo, appunto. Molto deve ancora succedere, a cominciare dal consolidamento di Snd Italia, nella convinzione che sia una novità positiva («Questo è un ambito tutto da esplorare per noi italiani, sicuramente l'ancora di salvezza per la carta stampata» ha commentato una delle studentesse presenti a Milano). Per esempio, ora che il resto del mondo è venuto in Italia, l’Italia può affacciarsi al mondo, o almeno provarci. Con il confronto, innanzitutto: partecipare ai premi internazionali, a cominciare da quelli della Snd mediterranea (come “Ñh” o “Malofiej” dove i nostri relatori di “IL” hanno già ottenuto riconoscimenti) può cominciare a segnare una via italiana alla grafica editoriale. E, in un futuro nemmeno troppo lontano, potrebbe essere l’Italia a ospitare uno di questi premi, e non solo un altro seminario. Che pure è importante, come modo per proseguire nel percorso di formazione per dare dignità alla disciplina del visual journalism. A proposito, tra l’eterogeneo pubblico di designers, art directors, giornalisti e addetti ai lavori presenti a Roma e Milano, c’erano molti studenti delle scuole di giornalismo italiane, e quasi nessun docente. Ecco una delle barriere da abbattere, insieme a quella che ci ha diviso, finora, da buona parte della stampa quotidiana di media diffusione. Corriere, Gazzetta, Repubblica, Il Sole, La Stampa c’erano, ai due seminari di maggio, tra palco e pubblico. Molti degli altri no. O meglio, non ancora.


ANGELO RINALDI Nato nel 1964, inizia la professione nel 1984 ad Avvenire. Nel corso degli anni passa da Il Giorno, al settimanale Il Sabato e nel 1989 a La Stampa di Torino dove rimane sette anni come art director e progetta con Paolo Pietroni il settimanale Specchio. Dal 1996 diventa art director del quotidiano La Repubblica, del quale ora è anche vicedirettore. Quello che ha imparato nel mondo della grafica lo deve tutto a un grande maestro, Piergiorgio Maoloni.

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ella tradizionalista Italia, Angelo Rinaldi è stato tra i primi a dettare i tempi del cambiamento. Lo ha fatto a La Stampa nel 1989, quando il quotidiano torinese ridusse il suo formato passando a una struttura a più dorsi. Ha continuato a La Repubblica, nato per essere innovativo: «Adottò il tabloid» ha ricordato «tre decenni prima del 2006, quando sono arrivati altri grandi quotidiani italiani. E fu adrenalina nell’immobilismo accademico della carta stampata nostrana». Ma non basta ancora: «Dopo aver visto le pagine di tanti giornali stranieri, noi siamo conservatori. E a un osservatore estero le nostre pagine risultano difficili da comprendere, con la loro serie sconcertante di elementi grafici». Abitudine, ma anche scelta editoriale: «Il mio direttore Ezio Mauro sostiene che un quotidiano deve essere come un supermarket, in cui è necessario mettere negli scaffali ogni genere di merce. Sta poi al lettore scegliere quello che desidera approfondire. Uno straniero, abituato a una notizia per pagina, si smarrisce. E lo stesso vale per l’enfasi: lo scoppio della prima guerra del Golfo, a


migliaia di chilometri dall’Italia, con poche decine di soldati italiani impegnati in operazioni marginali, venne annunciato dai quotidiani a caratteri cubitali. Mentre all’estero le copertine erano sì monografiche, ma con titoli dal corpo normale». Differenze che sono ancora più marcate nel lavoro di tutti i giorni e, soprattutto, nel peso specifico che la grafica ha nella produzione di un giornale. «Ancora negli anni Novanta» ricorda Rinaldi, «l’impaginazione era libera, con la lunghezza dell’articolo come unico criterio per costruire una pagina. Quando introdussi a La Stampa un ufficio grafico, creandolo da zero, la redazione, gelosa delle proprie abitudini, lo accolse con sufficienza. Ancora oggi, perfino in giornali evoluti, non esiste una riunione di redazione a cui sia invitato il photoeditor. La scelta dell’immagine di copertina, per esempio, è e resta un mercato rionale, dove chiunque si sente autorizzato a dire la sua secondo l’unico criterio del “mi piace, non mi piace”. E, più in generale, prima di oggi non c’è stato mai un premio, un convegno, un dibattito sul design editoriale in Italia. Eppure abbiamo avuto personaggi come Piergiorgio Maoloni, un uomo che, nel giorno dello sbarco sulla Luna nel 1969, inventò una prima pagina per il Messaggero in cui la parola venne utilizzata come un segno grafico, un’idea che ancora oggi possiamo guardare e apprezzare. È indubbiamente uno dei padri del design italiano, ma non glielo si riconosce, perché ebbe il torto di progettare giornali e non lampade o poltrone».

Cambiare si può, anche se a piccoli passi secondo le usanze italiche «dove c’è timore» sottolinea Rinaldi «di perdere lettori con le innovazioni e si scelgono sempre le strategie di minor discontinuità con il passato». Ma il curriculum stesso dell’attuale vicedirettore di La Repubblica racconta la storia di piccole rivoluzioni, per esempio nell’uso sempre più ampio dell’infografica, fin dai tempi de La Stampa. «Una volta, e spesso anche adesso, si raccontava la Legge Finanziaria con un pezzo da ottanta righe e una foto generica. Ora c’è un’infografica che può sostituire quell’articolo. E i lettori, attraverso i nostri sondaggi, dimostrano di apprezzare. Certo, la creatività ha bisogno di un linguaggio comune per non sembrare il panorama di Piazza Navona a Roma, una sequenza di architetture belle da vedere ma con stili completamente differenti. Per questo bisogna curare la forma, con un manuale di stili e colori codificati anche per realizzare le infografiche, e per renderle integrate e riconoscibili nel contesto del giornale che le ospita. Del resto, la Ferrari è rossa, e fa parte della sua identità...». Passi avanti potranno essere fatti solo quando certi concetti diventeranno punti fermi. Quali? «La grafica fa suo il contenuto e ne è parte integrante: è un concetto che evidenzia un altro concetto. E l’art director è un organizzatore di contenuti, a cui spetta il controllo dello spazio. Questo seminario è un punto di partenza, perché si riconoscano le opportunità che la grafica offre ai giornali».

Il tabloid di La Repubblica fu adrenalina nel panorama della stampa italiana. Ma di fronte agli stranieri, noi siamo ancora conservatori La grafica fa suo il contenuto e ne è parte integrante: è un concetto che evidenzia un altro concetto


MARK PORTER Ha iniziato da autodidatta, imparando da alcuni dei migliori art directors di Londra e New York. Ha disegnato un gran numero di riviste e giornali vincitori di premi, tra cui Wired, Colors, Internazionale (Italia), Pùblico (Portogallo), Het Financieele Dagblad (Olanda) e NZZ am Sonntag (Svizzera). Fino al 2010 ha lavorato a The Guardian, e nel 2005 ha supervisionato il rilancio totale del quotidiano, che è diventato una pietra miliare del design editoriale contemporaneo. Ha anche curato il ridisegno di guardian.co.uk. Ha conquistato i riconoscimenti più prestigiosi del settore, compreso il World’s Best Designed della Snd, la medaglia d'oro della Society of Publication Designers, e la matita nera nei D&AD global awards.

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on importa quanti progetti abbia curato, anche in Italia: il nome di Mark Porter, nel mondo, è legato indissolubilmente a The Guardian, il quotidiano inglese del quale è stato art director per quindici anni, guidandolo a un restyling tra i più ammirati (e copiati) di tutto il mondo. «Stiamo parlando di un giornale molto ordinario, nella sua storia: nato a Manchester nel 1821 e ritenuto all’inizio piuttosto conservatore quanto a tendenza politica e contenuti. Venendo ai giorni nostri, la prima riforma grafica di rilievo fu nel 1998. A vederle adesso, le pagine di quel giornale sembrano grigie e datate, ma all’epoca furono una rivoluzione. La seconda si rese necessaria negli anni 2000, quando incominciò lo slancio verso il passaggio al formato tabloid. Cominciò l’Independent, primo giornale “di qualità” a tentare la via del formato piccolo che, fino ad allora era sinonimo di giornalismo popolare. E lo fece uscendo in edicola con due quotidiani, uno di formato tradizionale e uno di formato tabloid, con gli stessi contenuti. Quando la doppia strada fu abbando-


nata, per passare al tabloid, cosa che fecero altri grandi quotidiani come The Times, anche al Guardian ci si pose il problema. Preparammo un tabloid, che fu spedito a un focus group di lettori per raccogliere pareri. E la risposta non fu positiva. Così ci inventammo una nuova strada». Per farlo, fu necessario investire: l’editore costruì una nuova tipografia, con rotative in grado di stampare il formato più piccolo del broadsheet ma più grande del tabloid, che era stato scelto. «I giornali tradizionali erano seriosi e autorevoli, ma noiosi. I tabloid così come li conoscevamo erano colorati e accattivanti, ma poco autorevoli. Dovevamo prendere il meglio, e non il peggio, di entrambi». Cominciò così la rivoluzione targata The Guardian, che coinvolse innanzitutto la testata: «Quella precedente era nota come un vero marchio, ma era troppo “anni Ottanta”. La cambiammo». E poi le font: The Guardian partiva da un mix di due caratteri, Hacienda e il tradizionale Helvetica. «Facemmo progettare una font ad hoc per le nostre esigenze, il Guardian Egyptian, con moltissime variazioni di peso». E poi, parte sostanziale della rivoluzione, il modo di presentare le notizie nelle varie pagine, improntato secondo una semplice, ma sostanziale regola: «Volevamo dare ritmo al giornale e tenere desta l’attenzione del lettore, cercando di sorprenderlo a ogni sfoglio di pagina». In che modo? Preparando modelli dal disegno chiaro ma accattivante: «La missione era di avere pagine molto dirette e ordinate ma arricchite di ele-

menti grafici. Le fotografie e le infografiche sono importanti quanto il giornalismo scritto. Le infografiche sono di facile lettura: quelle piccole aiutano a cogliere un dettaglio in un colpo d’occhio e quelle più grandi sanno riassumere e spiegare argomenti complessi andando incontro alle esigenze dei lettori che hanno sempre meno tempo da dedicare al loro giornale preferito. Quanto alle fotografie, spesso sono loro stesse la notizia. E allora perché relegarle a un quarto di pagina, o meno? Abbiamo cominciato a usarle a tutta pagina, o addirittura su una doppia pagina, come le riviste». Tutti assiomi che portarono, nel quotidiano inglese, a un’altra rivoluzione dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro: «I photoeditor e gli art director sono entrati a far parte dello stesso staff dei giornalisti. In questo modo il confronto e l’interazione sono continui. E questo diventa fondamentale per la realizzazione dell’inserto G2, la seconda parte del giornale, una struttura a sua volta imitata in tutto il mondo. «La sfida è realizzare un vero e proprio magazine ogni giorno, avendo solo sei-otto ore di tempo anche per dargli il miglior appeal grafico possibile». Questo significa copertine illustrate o con rielaborazioni fotografiche, create dal nulla in poche ore. E poi c’è la sfida digitale con un sito web, www.guardian.co.uk, che Mark Porter ha curato nei dettagli, perché superasse i limiti che internet porta, per esempio nell’uso delle font, e perché fosse funzionale e bello da vedere come il giornale di carta.

C’erano i giornali tradizionali e i tabloid: dovevamo prendere il meglio di entrambi Per tenere desta l’attenzione del lettore, abbiamo scelto di offrirgli una sorpresa a ogni sfoglio di pagina Per vedere più pagine consultare il sito www.markporter.com


W. M A R I O T T I F. F R A N C H I Nel curriculum di Walter Mariotti, laureato in filosofia teoretica, ci sono collaborazioni con Il Giornale, Vita, Ideazione, Libero, Campus e Class, di cui è stato vicedirettore e in seguito condirettore. Tra il 2006 e il 2007 è direttore responsabile de I viaggi del Sole, per passare poi al quotidiano di Confindustria dove è responsabile delle nuove iniziative e ideatore del magazine IL- Intelligence in Lifestyle. Francesco Franchi è editorial e information visual designer. Dal 2008 lavora a Il Sole 24 ore come art director per il magazine ILIntelligence in lifestyle. Prima ha lavorato per 5 anni come senior designer nello studio milanese Leftloft dove si è occupato di design della comunicazione, progetti editoriali e infografica.

È

stato definito «Monocle sotto steroidi» (sono parole di Mark Porter, che ha aggiunto «ma infinitamente più eccitante, e con il senso dell’umorismo»). In effetti, nel background che ha portato alla creazione di IL, mensile al maschile (ma non solo) de il Sole 24 Ore, c’è anche la prestigiosa e innovativa rivista londinese. Ma non solo: come il direttore Walter Mariotti e l’art director Francesco Franchi hanno spiegato al pubblico di Roma e di Milano, le radici del pluripremiato patinato italiano affondano lontano. Fin dai tempi delle riviste popolari anni ’60 e ’70, da Epoca a L’Europeo. «La loro caratteristica era un design semplice ma dal forte impatto» ha spiegato Mariotti, «con elementi tipici del formalismo svizzero, tipografia semplice e titolazione nera e preponderante, per un’estetica visiva molto bold. Molta enfasi era data anche al forte uso delle fotografie». Uno dei due caratteri usati, quasi d’obbligo, si richiama a quel periodo, come ha spiegato Francesco Franchi: «L’Akzidenz Grotesque, originariamente disegnato nel 1896, è un sans serif


autorevole ed elegante, con il sapore delle font disegnate a mano». La seconda font del giornale invece è il Publico, disegnato da Paul Barnes e Christian Schwarz nel 2007: «È pulito, contemporaneo ed elegante, e ha una vasta gamma di pesi». Anche la griglia arriva dal passato: è stata progettata dallo svizzero Karl Gerstner nel 1962 e consente di suddividere lo spazio da due a sei colonne, mantenendo sempre la stessa unità di spazio tra una colonna e l’altra. Lo stesso stile della copertina è una riproduzione contemporanea di uno stile anni Sessanta: la testata è in una forma rettangolare, con il colore che può variare e con un rettangolo rosa, lo stesso colore della carta de il Sole 24 Ore, proprio per richiamare il quotidiano di riferimento. A testimoniare il fatto che nessun dettaglio è lasciato al caso, la costa della rivista riporta una texture di abito maschile. «Vogliamo che sia una rivista da collezionare» ha sottolineato Mariotti. All’interno, la divisione in colonne cambia a seconda della sezione del giornale, la cui scansione di argomenti è assolutamente improntata all’originalità. Si parte dalle quattro colonne di Green Report e Global Report, dove la carta assume di nuovo il colore rosa del quotidiano, dove sono numerosi gli elementi inseriti in ogni pagina (proprio come in un quotidiano), dove si ospitano gli articoli di autorevoli opinionisti insieme alle notizie dai quattro angoli del mondo. E dove si fa un uso intenso delle infografiche: da quelle piccole che servono da elemento grafico, ma anche

di approfondimento delle notizie, a quelle molto grandi, che diventano un servizio giornalistico a sé stante. «Ogni mese pubblichiamo almeno una doppia pagina infografica» ha spiegato Mariotti. «Scrivere non basta più perché la tecnologia della parola sta subendo una nuova ristrutturazione verso linguaggi molteplici. È la grande lezione del nostro tempo, tornare a combinare linguaggi per aumentare la comprensione». «Cerchiamo sempre soluzioni innovative alle semplici proiezioni geografiche, per le nostre infografiche» ha aggiunto Francesco Franchi. Per esempio scomponendo un planisfero per evidenziare meglio l’incidenza delle line ferroviarie ad alta velocità, Stato per Stato. A proposito di cura dei dettagli, anche i numeri di pagina, in questa sezione, diventano veicolo di informazione, trasformati in piccoli sommari in cui il numero diventa un dato a supporto di una notizia. Più avanti, nello sfoglio del giornale, si trova anche la sezione X Files, dove la pagina è racchiusa in una finta cartellina, da archivio segreto. Lasciata la sezione “rosa”, la rivista si trasforma in magazine di lifestyle, senza dimenticare la mission, come ha detto Mariotti, di «trattare in modo hard le notizie soft». La gabbia, all’apparenza rigida, si rivela in queste pagine assai adatta anche alla valorizzazione delle immagini. Una piccola rivoluzione, quella di IL, in un panorama come quello italiano, che i lettori hanno mostrato di apprezzare: secondo un sondaggio, il 26% di loro pensa che il punto di forza sia la grafica e il 20% le infografiche.

Scrivere non basta più. La grande lezione del nostro tempo è tornare a combinare i linguaggi per aumentare la comprensione Ci ispiriamo alle riviste anni ’60 dal design semplice ma dal forte impatto Per vedere più pagine seguite il link www.flickr.com/photos/ffranchi

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SND Italy Show don't tell  

SND Italy Show don't tell 2010 Speakers

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