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riquadro di famiglia, attraente come un gorgo. Si re-inventerà? Un volto si scava in una macchia di geroglifici interiori. Si indovinerà? Alla luce di un sole autunnale, tutto divampa invisibile e si cela. Non ci sono abiti di gala né finzioni di mondi, ma solo il sorgere e durare che quegli abiti e quelle finzioni sempre precede. Mettendo ordine. Prendendo coscienza. Cercando. Vivendo. Non solo ogni vita guarda ogni vita, ma tutto è ora presente. Ogni vita è energeticamente innestata in ogni altra vita. Un corpo umano – un corpo di donna – ha improvvisamente chiamato alla luce tanti altri corpi. Tutti vivi. Tutti umani. Tutti presenti. In quei silenzi d’autunno in cui la policromia delle foglie dice, al tempo stesso, un lussuoso sonno e la desiderata resurrezione. Ma non c’è solo il livello delle cose tra le cose, delle vite insieme con le vite, delle vite che guardano le vite e delle vite che danno energia alle altre vite. C’è – nascosto – il doppio livello dello sguardo che fotografa e dello sguardo vegetale che è stato chiamato alla vita dal fotografare. Sei foto, sei prospettive, sei livelli di sguardo. Forse, l’intera vita è un bosco da cui cerchiamo di salvare, attraverso un ordine squadrato, una radura. Siamo noi stessi la radura, e a quel bosco siamo perennemente chiamati a tornare. Mentre pensare è essere immersi in un silenzio a colori. Pur non distaccandoci mai dal travaglio e dal parto del sé. Abbiamo molti occhi interiori che attraversano le vite della natura. Siamo attraversati da molti occhi della natura che ci zampillano dentro. Infiniti sguardi sulle vite circostanti, infiniti interrogativi su di noi. La fotografia è un teatro muto che si fa parola. Parole. Lo sguardo del fotografo è l’arte del soffio che, svegliando come colombe quelle parole, le fa volare in una strana serenità.

*Professore Ordinario in Filosofia presso la Seconda Università degli Studi di Napoli

and now. A face looks for itself in a mirror. Will it find itself? A face project itself in a family frame, seductive as a wirlpool. Will it reinvent itself? A face digs for itself in a hieroglyphic fleck. Will it find itself? In the light of an autumn’s sun, everything burns up, invisible and hides itself. There are no gala dresses or world fictions, just those, who arise and the lasting that always precedes them. Sorting out. Becoming aware. Searching. Living. Not only any life watches and observes another life, but everything is now present. Any life is energetically grafted, transplanted in any other. A human body - a woman’s body - has suddenly called to light many other bodies. All alive. All human. All present. In those Fall silences where the leaves polychromy says, at same time, about lavish sleep and desired resurrection. However, this is not the level of objects among objects, things within things, of lives together with lives, of lives watching other lives and lives that give energy to others. Therein is - hidden - the double level of the gaze that photographs and of that plant gaze that has been called to life by the act of photographing. Six photographs, six perspectives, six gaze levels. Maybe, the whole life is a forest where we attempt to save, through a squared order, a clearing. We ourselves are this clearing, and to that forest we are steadily called to get back. While thinking is about being fully immersed in a colorful silence. Even when there is no detachment from the labour and the delivering of the self. We have several internal eyes that pass through nature’s lives. We are crossed by many of nature’s eyes that gush inside us. Countless gazes on adjacent lives, countless questions about ourselves. Photography is a silent theatre that becomes word. Words. Photographer’s gaze is the art of puff that, wakes up words as doves, makes them fly in an unusual serenity.

*Professor in Philosophy at the Second University of Naples

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Esercizi ermeneutici  

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