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IED TORINO | HANNIBAL STORE | UNDESIGN

ISSUE 02

FW 2016

AES+F | Carlo Brandelli | Lo Siento Hvass&Hannibal | Visionar Agency | Fabio Tonetto Operae 2016 | Club to Club | Sergio Ricciardone Alberto Parini | Painè Cuadrelli | Ivan Cazzola | Virginia Di Mauro Dino Ignani | Mari Le Bones | Sophie-Anne Herin


U CO N ACROBATI CS

Uco n Ac ro b at i c s è di st ri b ui to i n esclusiva per l’Italia da Flower Distribution Srl tel /fax : + 3 9 (0)11 568 4281

w w w.flowerdistribution.it


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Capitolo primo A proposito delle cose che suonano piene.


ITALY: WWW.FLOWERDISTRIBUTION.IT


Hanno collaborato a questo numero

Overground 01

Contemporary visual culture and lifestyle

A MAGAZINE PUBLISHED BY IED TORINO CURATED&PRODUCED BY UNDESIGN POWERED BY HANNIBAL STORE

Riccardo Balbo 007 Arti visive Ied Torino

008

Sound Design Ied Milano Sergio Ricciardone

Direzione Creativa ed Editoriale Michele Bortolami & Tommaso Delmastro

010

Coordinamento editoriale Marco Polacco

012

Redazione Matteo Barbi Chiara Brolli Alessandro Calabrese Flavia Giolito Tereza Nikolova Nicolò Pujia Ludovica Ramassotto

02 Dino Ignani 018 Ivan Cazzola e Fabio J. Raffaeli

Carlo Brandelli

AES+F

034

Annalisa Rosso

03

050

026

040

Direttore Responsabile Antonio Falco

Anne-Sophie Herin 058

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Contributors Riccardo Balbo Bruna Biamino Ivan Cazzola Roberto Maria Clemente Painé Cuadrelli Olympia De Molossi Roberta Denardi Virginia Di Mauro Achille Filipponi Fabio Guida Sara Maragotto / Studio Fludd Carlotta Petracci Fabio J. Raffaeli

Caratteri tipografici della testata e delle titolazioni Bianco, Futura Passata

Mari Le Bones 060

sono stati progettati e gentilmente concessi da Alfatype In copertina immagine di AES+F

05 Virginia Di Mauro 066

Lab Oratorio San Filippo Neri 080

Traduzione inglese Emanuela Paiano Progetto sviluppato all’interno del corso

Graphic Design IED Torino

07 06

Hvass & Hanniball Flying Tiger

Alberto Parini

Overgorund n°2 è stato stampato pressola Tipografia Arti Grafiche Parini di Torino a Ottobre 2016. Copertina su carta Milk Fedrigoni.

082

Borja Martinez – Lo Siento 088 Daniela Sanziani 092

098

106

Fabio Tonetto

110

Rivista in attesa di registrazione presso il tribunale di Torino Per informazioni e contatti info@overgroundmag.com

www.overgroundmag.com


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Overground


Fabio J. Raffaeli Founder Hannibal Store

Musica

HANNIBAL è un concept store nato qui a Torino il 10 Settembre 2005 con l’idea di fondere fashion, arte e cultura. Noi crediamo nella creatività, nella passione e nell’originalità a prescindere da quale possa essere il proprio background. Crediamo non sia necessario esibire all’interno di una galleria per essere riconosciuti come veri artisti come crediamo non sia necessario seguire alcuna regola precostituita per diventare delle icone di stile. Il nostro entusiasmo, la nostra storia, le nostre speranze e le nostre visioni sono tutte racchiuse qui. Sbeffeggiamo i gelosi e deridiamo le banalità dei copioni. Incoraggiamo gli audaci e premiamo chi dal basso inventa o si reinventa. Un concetto per noi vale più di qualsiasi numero. I prodotti senz’anima e senza storia vi preghiamo di andarli a cercare altrove.


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Overground


Impollinare idee.

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Cuttin’ error di Riccardo Santalucia, Giacomo Maria Greco, Gianfranco Turco, Paula Ferri Carazo

OVERGROUND SOUND Ascolta la bonus track realizzata dagli studenti del corso di Sound Design dello IED di Milano

Visual | Studio Fludd

Riccardo Balbo Direttore IED Torino

Editoriale

Il concetto di “ibrido” viene utilizzato sempre per indicare abbandono di purezza, variazione rispetto a un destino determinato e consolidato. “Ibrido” presuppone un suo stato precedente fisso che permette di generare mescolanze. Lingue, ortaggi, generi musicali, segmenti di mercato, tipologie di veicoli. Tutto. Un approccio altamente produttivo quello dell’ibridatore: la tecnologia evolve per ibridazione, così come la letteratura, il design, l’arte. Implicitamente affermiamo in ogni istante che l’evoluzione di ogni cosa ne preveda il fallimento temporaneo, la crisi, il confronto, l’abbandono: nessun confine rigido, nessuna configurazione congelata. Crisi – confronto - contaminazione sono un modello per rispondere alla necessità di miglioramento e di rinnovamento, poi la molla della sopravvivenza del genere umano. Le contaminazioni disciplinari – come qualunque altra contaminazione – richiedono coraggio, prevedono incertezza, regalano critiche. Ma impollinano idee.


Overground

Il rinnovamento e la capacità di leggere la complessità del momento ci hanno guidati verso un grande rinnovamento della scuola di arti visive di Ied Torino. I corsi di Graphic design, illustrazione e fotografia fanno parte di un nuovo ambizioso programma didattico, unico nel suo genere in quanto a trasversalità dei contenuti, capace di catalizzare talenti della scena creativa italiana riuniti dall’idea che sia possibile costruire una scuola nuova, profondamente ancorata ai valori dell’oggi e capace di guardare al futuro con una sensibilità contemporanea. In merito a questo, qualche settimana fa, il neo-coordinatore del corso di Fotografia Roberto Maria Clemente, ci ha scritto una mail a riguardo. Una lettera che ci ha fatti emozionare. E che vogliamo condividere. Perché ogni grande rivoluzione, prima di tutto, comincia piccola dentro di noi.

Revolution starts at home*, preferably in the bathroom mirror.

Arti visive: un nuovo corso

“Per il vostro fine settimana, una frase che molti della mia generazione che stavano da una certa parte hanno scolpita in testa, anche se stava nascosta nel libretto allegato ad un disco dell’epoca. Non ce lo siamo detti allora per timidezza ma negli anni a seguire, da adulti, ce lo siamo confidati in molti, con pudore. Il peso di quella frase stava lì, scolpita dentro, come un piccolo e utile mantra. Per spiegare perché certe cose sono troppe faticose da accettare e ogni tanto bisogna provare a fare una piccola rivoluzione, iniziando dalle cose vicine. Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror. Il che, con un tocco di melò, vuol dire che iniziamo a sentire lo IED pericolosamente (per noi) familiare. Loro erano gli Hüsker Dü, per un momento brevissimo il gruppo piu grande del mondo, gli unici a traghettare una generazione cresciuta a pane e cultura punk hardcore verso orizzonti più aperti, non solo musicali. Gli unici, anche se solo per pochi mesi, ad emergere, dopo anni, dal ghetto musicale da cui venivano e interpretare con nettezza le urgenze di quella generazione. E questo è il pezzo che apre ‘Warehouse: Songs and stories’, These important years, e anche il testo non è male. All prossima settimana.”

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Ied Torino FOTOGRAFIA

Michele Bortolami e Tommaso Delmastro, coordinatori didattici Corso di Graphic Design

GRAPHIC DESIGN

ILLUSTRAZIONE

Il nuovo Corso di Illustrazione di IED Torino ha l’ambizione di lavorare sui limiti di cos’è e cosa può diventare l’illustrazione oggi. Partiremo costruendo le basi di una solida educazione visiva e analisi dell’immagine, per arrivare progressivamente ad una metodologia progettuale consapevole, che apra spazi di sperimentazione. Cercheremo di estendere gli orizzonti e le concrete possibilità per il futuro illustratore, senza gerarchie di linguaggio, tecnica o ambito di applicazione. La nuova squadra docenti è giovane, variegata ed energica, orientata ad un rigore qualitativo volto a fornire gli strumenti per svolgere questa difficile ed appassionante professione nel contemporaneo. Vogliamo creare un corso di illustrazione plurale, aggiornato, multisfaccettato, che dialoghi con gli ambiti del product, fashion e interior design e con tutti i campi visuali. Esploreremo insieme la superficie delle cose, nella maniera più profonda possibile. Sara Maragotto, coordinatrice didattica Corso di Illustrazione

Leggere il mondo, proporre strumenti adeguati, formare le figure professionali adatte all’oggi e immaginare quelle di domani. E quale sarà il ruolo del graphic designer per i prossimi anni? Crediamo che la risposta stia nel superamento della divisione analogico vs digitale, nella rottura degli argini che tradizionalmente hanno compartimentato le discipline, nell’approccio al progetto capace di utilizzare la cultura come leva per lo sviluppo economico. Crediamo in una nuova figura professionale crossmediale, capace di progettare rendendo le superfici profonde di significato, che siano pagine di un libro o schermi touch. Crediamo in una nuova figura professionale transdisciplinare, capace di mischiare la tecnica di stampa a caratteri mobili con la programmazione e il codice. Crediamo in una nuova figura professionale, capace di farsi strada con successo in un mondo che è già cambiato. E che cambierà ancora. Abbiamo lasciato intendere che il visual designer del futuro sarà una sorta di pirata, capace di intervenire in modo creativo riassemblando gli insegnamenti disciplinari per adattarli alle esigenze della contemporaneità. Sarà un pirata poliglotta, in grado di sviluppare ogni progetto ragionando con un doppio registro: paper and screen, offline e online, analogico e digitale.  Il graphic designer di oggi (e di domani) sa scendere in profondità nella conoscenza di diverse discipline, e allo stesso tempo si muove tra di esse in maniera trasversale ibridandole.

Il mondo della fotografia negli ultimi anni è cambiato. Meno separazioni ideologiche (reporter/commerciale/ artista) e più volontà di raccontare mondi, reali e di finzione, spesso giocando a superare confini quando non barriere disciplinari. Non solo più fotografie, ma immagini quindi. Non solo pubblicità, editoria o mostre, ma un continuum di ibridazioni possibili, quelle che l’oggi ci chiede di intercettare e interpretare. Prodotte con camere analogiche o digitali, usando macchine professionali quanto smartphone o riutilizzando tecniche “primordiali”, milioni di immagini riempiono il web e modificano i nostri paesaggi visivi e percettivi. Appena scattate o provenienti da archivi riesumati, convergono sulla rete, ma allo stesso tempo inaspettatamente alimentano una rinascita dell’editoria cartacea, dummies, photobooks e cataloghi, rieducandoci al piacere del materico. E tutto intorno festival, workshop, piccole e grandi case editrici sono fiumi in piena, con mille rivoli, che compongono un quadro di sguardi spesso diametralmente opposti, dove ironia, dramma e favola trovano una ragion d’essere. Per gli studenti, occasioni più vicine per entrare in questi spazi, consapevoli che la digitalizzazione del mondo apre a mercati commerciali più ampi in cui possono far sentire la loro voce. Per questo, ad integrare una struttura didattica capace ed esperta, abbiamo invitato una generazione di fotografi giovani, già riconosciuti internazionalmente, che possa raccontare l’esperienza diretta di questo mondo rinnovato e trasmettere agli studenti l’entusiasmo nel fare. Bruna Biamino e Roberto Maria Clemente coordinatori didattici Corso di Fotografia


French Fries di Andrea Cusaro, Giovanni De Gasperini, Alessandro Scirea

OVERGROUND SOUND Ascolta la bonus track realizzata dagli studenti del corso di Sound Design dello IED di Milano

Lavorare con il suono è un’esperienza molto stimolante. Non si smette mai di imparare, e studiare.


Il suono di qualcosa . Testo | Painé Cuadrelli Illustrazione | Alessandro Kallaghan

e ancora differente sarà la modalità di ascolto di un’installazione site-specific (al chiuso o all’aperto, interattiva, lineare, immersiva). Il panorama attuale del sound design (e della musica) è molto vivo e continua ad offrire esempi di altissima qualità e varietà. Sia sui media tradizionali (cinema, televisione, discografia, anche nelle lore declinazioni digitali e multipiattaforma), che nelle frontiere legate alle nuove tecnologie (VR, audio 3D, giochi, applicativi, sistemi interattivi). Al di là delle questioni tecniche di diffusione del suono, mi piace provare ad immaginare chi possa essere l’ascoltatore. Da dove arriva? Come entra in contatto con il suono che ho creato? Per quanto tempo riuscirò a coinvolgerlo? Cosa ricorderà dopo l’ascolto? Sono tutte domande che non hanno mai una risposta unica, ma ritengo sia importante farsele per provare ad avvicinarsi e relazionarsi in qualche modo con chi dà un senso al nostro lavoro: gli ascoltatori. In una sorta di simulazione, provo spesso a mettermi nei panni dell’ascoltatore e ad immaginare quale possa essere la sua interazione con il contesto di ascolto. Questi ragionamenti influenzano poi l’ideazione e la realizzazione dei contenuti sonori, anche nella loro forma ed estetica, che hanno un rapporto stretto con la funzione.Un suono “disegnato” (o progettato) è quindi il risultato di un percorso complesso, che unisce pensiero, esperienza e tecnica.

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IED SOUND DESIGN A CLUB TO CLUB Quest’anno ho avuto il piacere di seguire una classe di studenti del corso di Sound Design dello IED di Milano nella realizzazione di tre progetti in collaborazione con Club to Club. Per gli studenti la sfida maggiore è stata quella di confrontarsi con contesti molto diversi tra loro, nell’arco di poche settimane, operando sia individualmente che in gruppo. A Great Symphony for Torino, progetto supportato da British Council con la curatela di Kode9, si pone come obiettivo la creazione di sonorizzazioni derivate da field recording realizzate in luoghi specifici della città, ascoltabili nelle location tramite smartphone. Per quest’anno gli studenti hanno lavorato sulla stazione di Porta Susa. Space Appeal (il richiamo siderale) è la mostra principale di Paratissima (Torino Esposizioni) a cura di Francesca Canfora e Cristina Marinelli. In questo caso è stata prodotta una soundtrack evocativa, composta da 17 tracce, che sarà ascoltabile all’interno del percorso espositivo. Overground Sound è invece un lavoro di interpretazione sonora rispetto all’universo della rivista. Gli studenti hanno prodotto alcune proposte di soundtrack elaborando i contenuti e la filosofia editoriale di Overground.

Sound design

Da ascoltatori possiamo relazionarci in modo leggero con il paesaggio sonoro che ci circonda e che incontriamo incidentalmente. Un dato ambiente è più piacevole di un altro, una musica cattura la nostra attenzione, un’altra finisce per scomparire sullo sfondo, un rumore ci disturba, un suono ci attrae e lo ascolteremmo all’infinito. Il gusto personale, la nostra storia, e una serie di fattori legati al momento che stiamo vivendo, determinano il nostro rapporto con gli ascolti. Quando si tratta di creare un “oggetto sonoro” con una funzione specifica, tutto cambia nei progetti di comunicazione pubblicitaria ci sono una serie di direttive da seguire e interpretare, desideri da materializzare, per ottenere un risultato coerente con il messaggio che si vuole trasmettere. Cercando di tradurre parole, suggestioni e aggettivi in suono. Generalmente in tempi brevi. A differenza del “creare per creare”, che avviene per esempio nella composizione musicale, nel lavoro per una committenza è necessario comprendere la funzione dei suoni a cui lavoriamo. Il contesto di fruizione è uno degli elementi chiave per iniziare a ragionare su una produzione audio. La sala cinematografica con le sue declinazioni più complesse (diffusione multicanale, Dolby Surround, Atmos) avrà una fruizione diversa da quella di un contenuto web, a sua volta ascoltabile in varie modalità (impianto connesso ad un computer, speaker incorporati, speaker di tablet e device mobili, auricolari, cuffie),


Club to Club Avant pop. Incontro con Sergio Ricciardone

Overground

Intervista | Carlotta Petracci

Non ci interessa essere arbitri di ciò che è meritevole, vogliamo dare dei mezzi piÚ potenti a chi ha le carte per essere protagonista sulla scena internazionale. 12


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Una su tutte: il nome racconta le origini del festival più della sua attuale identità. Club To Club nasce come circuito di club uniti nel corso di una notte da un solo biglietto; la continua crescita del pubblico ci ha spinto verso location più grandi, ma alcuni palchi conservano intatto lo spirito e l’atmosfera del club (vedi la Sala Gialla del Lingotto, che quest’anno ospiterà il palco di Red Bull Music Academy di venerdì 4 e sabato 5 novembre). Questa crescita ci ha permesso nel corso degli anni di animare tantissimi luoghi della città che vanno dal Lingotto all’hotel di Absolut Symposium, dai teatri al Conservatorio, dalla Reggia di Venaria alle piazze di San Salvario. Artisticamente il festival è cambiato di pari passo, eliminando la definizione ormai desueta di “elettronica” per esprimere la volontà di rappresentare tutta la musica che consideriamo innovativa, sia essa immediata o ricercata, ma senza compromessi.

Dopo i primi quindici anni di attività, che cosa è cambiato nella formula di C2C? Quale visione sottostà alle vostre scelte artistiche?

I festival e gli eventi che hai citato rappresentano la naturale evoluzione delle esperienze di Xplosiva e Club To Club: mentre #C2CMLN attinge a piene mani dalla scena avant-garde, posizionandosi negli stessi giorni di miart e conservando la natura urbana che è elemento imprescindibile della cinque giorni di Torino, Festival Moderno incarna l’altra estremità dello spettro musicale, quella pop, attraendo un pubblico molto eterogeneo in un contesto open air che era per noi inedito. Le Absolut Nights sono la testimonianza del lavoro che Xplosiva svolge come impresa culturale, affiancando partner prestigiosi a una costante ricerca di dialogo con le istituzioni; Boiler Room è invece una tappa fondamentale del percorso svolto con un format, The Italian New Wave, che si prepone di promuovere alcuni tra gli artisti più significativi della scena italiana all’estero.

Le polemiche sono sterili e lasciano il tempo che trovano. The Italian New Wave è un progetto che mette a frutto le nostre qualità di scouting musicale sul territorio nazionale e le amplifica con gli strumenti che il festival ha padroneggiato nel corso degli anni; lo scopo è offrire ad alcuni artisti, che noi consideriamo emblematici della scena nazionale, la possibilità di raggiungere la visibilità che gli spetta e di celebrarne l’unicità in quanto esponenti di una

Parliamo dell’Italian New Wave, che sta diventando un impegno sempre più concreto. C’è stato molto dibattito sulla scelta degli artisti della vostra prima Boiler Room, come se si trattasse di schierare una vera e propria squadra di calcio. Che nuovo volto volete dare all’Italia? Chi volete far conoscere? Ha ancora senso parlare di italianità o forse sarebbe più interessante affermare che i producer che coinvolgete rappresentano nomi già degni di nota nel panorama internazionale?

Avanguardia e Pop non sono mai stati vicini come in questo momento. Prendi Clams Casino (che suonerà il sabato). E’ un producer che ha fatto uscire la maggior parte dei propri lavori su tri angle records (label avant per eccellenza) e che al momento è letteralmente conteso dai migliori rapper del pianeta, il suo album di debutto uscito quest’anno è certamente più simile a un album pop da classifica, ci sono un sacco di hit.

Più volte avete definito il vostro Festival avant-pop e gli artisti in line -up confermano questa direzione. Troviamo fianco a fianco, headliner sempre più influenti e producer che stanno ridisegnando il volto della “scena elettronica” internazionale, talvolta della stessa musica pop. Partendo dall’attesissimo live di Arca e Jesse Kanda, da Thom Yorke dell’anno precedente, gli Autechre di quest’anno, per arrivare a Chino Amobi, Elysia Crampton, Tim Hecker, gli Amnesia Scanner, per citarne alcuni, come ha preso forma questa edizione? Che nuovo rapporto volete instaurare con il vostro pubblico?

Musica

Il 2016 è stato un anno di grande espansione: C2CMLN, la collaborazione con Absolut che ha portato a diverse one night sparse per l’Italia, il Festival Moderno e la vostra prima Boiler Room dedicata all’Italian New Wave. Mi pare ci sia la volontà di oltrepassare il vostro storico radicamento, aprendo lo spettro delle proposte culturali. State guardando oltre. Dove esattamente?

CtoC 2016, gli artisti

Da sinistra: Mura Masa, Arca, Forest Swords, M.e.s.h.


Overground

CtoC 2016, gli artisti

Da sinistra in alto: Autechre, Piotr Kurek, Toxe, Ghali, Gaika, Daphni.

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Grandi palchi, location spettacolari e piccoli club. Che cosa vi interessa di più? Personalmente comincio a dare sempre più importanza ai luoghi in cui vivo le esperienze, abbracciando una dimensione più immersiva. Più che le location mi piacciono i luoghi che stupiscono, dove posso abbandonare le coordinate della vita quotidiana in nomi di ricordi unici. Che cosa ne pensi? Quanto è importante per un Festival musicale mantenere dei buoni rapporti territoriali e quindi inserire le proprie proposte all’interno delle economie urbane oppure abbandonare gli ormeggi e portare il proprio pubblico in un Altrove indimenticabile?

Nel nostro settore dieci anni sono un’eternità. La formula di Club To Club a Torino potrà subire dei ritocchi per offrire un’esperienza sempre più completa sia al pubblico che agli addetti ai lavori, così come per raccontare al meglio la ricchezza della città (specialmente durante la Contemporary Ar Week); non abbiamo intenzione di stravolgere l’equilibrio delicato su cui si regge. #c2cmln e Festival Moderno devono ancora delineare al meglio le loro identità, ma partono da un’idea solida, che non cerca soltanto di replicare altrove il successo del main festival.

Guardando al futuro e tracciando una mappa dei Festival più interessanti in Europa e non solo, mi riferisco all’Unsound, al Mutek, all’Atonal tanto quanto a format più piccoli ed emergenti, come vedete C2C? Se doveste fare una proiezione da qui ad altri dieci anni, che cosa manterreste e cambiereste? Ha senso ragionare sul futuro oppure per creare un buon festival è necessario surfare il qui e ora?

scena dalle infinite sfaccettature. Non ci interessa essere arbitri di ciò che è meritevole, vogliamo dare dei mezzi più potenti a chi ha le carte per essere protagonista sulla scena internazionale ma è penalizzato dalla (troppo spesso) scarsa attenzione dedicata a certi suoni nel nostro Paese.

Quest’anno come non mai, la line up è perfettamente amalgamata, ogni singolo act ha delle caratteristiche uniche per cui sarebbe un delitto perderselo. Dovendo proprio fare delle segnalazioni dico Arca, Autechre, Junun, Dj Shadow.

Cosa assolutamente non possiamo perderci di questa edizione?

Le venues sono sempre state uno dei punti di forza di Club To Club, perché proprio come dici tu a volte è il contesto a rendere il contenuto indimenticabile. Vogliamo continuare a esplorare Torino e Milano (e non solo) e a creare legami tra il pubblico e luoghi simbolo, valorizzando le specificità. È per questo che #iamc2c inizia in una reggia patrimonio dell’umanità Unesco, prosegue nella sala di un conservatorio, è accompagnato da un hotel Hq, ha il suo climax in un padiglione industriale e si conclude in piazza: l’identità del festival rispecchia il dna della città.

Musica

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02

Capitolo secondo A proposito delle immagini che sbiadiscono piano.


Overground

testo di | Achille Filipponi

Dark portraits. Rome 1982 - 1985

Dark Portrais

Guido

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Roberta

Dark Portrais

Dino Ignani Ritratti 19

Fotografia

Fuori e dentro i club romani, Olimpo, Executive, Black Out, Espero, Piper o Uonna Club, Dino Ignani ha seguito per anni la nightlife della comunitĂ dark a Roma. Una ricerca fotografica strenua e sistematica, in cui ogni minimo particolare assume un ruolo rilevante, soprattutto molto tempo dopo.


Overground

Giuseppe

Dark Portrais

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È un gioco serio che August Sander ci ha insegnato più di cento anni fa: eliminare la drammatizzazione contestuale intorno al soggetto

Una delle grandi leggi della fotografia è che solo dopo, a distanza di tempo, essa si palesa nella sua rilevanza e questo è uno di quei casi. Mai come nella ritrattistica documentale in effetti questa teoria trova conferma: il lavoro è lungo, il fotografo meticoloso, il suo gesto ripetitivo ed egli sa sin dall’inizio che forse, solo dopo anni se ne coglieranno i frutti. Anni di lavoro, tutti a Roma o quasi, più di 400 immagini totali durante la produzione delle quali Ignani non molla un colpo, capisce fin da subito che la strada è lunga e la differenza la farà la grande fotografia generale, quando il lavoro sarà completato. A dispetto quindi di un’organizzazione visiva asciutta e semplificata, l’architettura del lavoro è complessa; osservando Dark Portraits infatti, siamo subito consci di come Ignani lavori sull’imposizione di una certa distanza elaborando un metodo fisso di ripresa, e dal canto suo anche l’osservatore sarà coinvolto in questo esercizio metodico, ripetuto, da operare affondando nei particolari e nelle minuzie di ogni immagine.

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Fotografia

È un gioco serio che August Sander ci ha insegnato più di cento anni fa: eliminare la drammatizzazione contestuale intorno al soggetto per lasciare che esso stesso sia l’immagine, per lasciar emergere esclusivamente le proprietà analitiche dello strumento fotografico su ciò che è umano. L’eco del grande maestro di Herdorf è forte, ma ci sono anche differenze sostanziali. Ignani è un fotografo italiano e in quanto italiano si prende le sue licenze poetiche, qualche braccio si lascia andare ad atteggiamenti da belle epoque quasi alla Ziegfeld Follies, i sorrisi sono coinvolgenti e dalla grande griglia del metodo ci si può perdere in qualche rivolo di luccicante di sorrisi esagerati e pose naif. Limitati di numero ma potenti di peso troviamo questi piccoli inserti di sentimentalismo visivo, ineluttabilmente lo sguardo si sofferma su un abbraccio coinvolgente, ammiccamenti in cui il soggetto si mostra totalmente nella posa della sua fragilità, del suo sogno personale. Dino Ignani ci accompagna a tratti dentro un erotismo tenero, soffice, conferma di come il ritratto sia soprattutto un’immagine di sé, in fondo solo una fotografia, e non è poco, perché stiamo parlando di identità proiettata, stiamo parlando degli anni ottanta.


Un’altra variante sostanziale rispetto al demiurgo tedesco è che, nonostante le mire antropologiche, non vi sia una struttura che va per tipologie, la ricerca è ristretta ad un ambito umano specifico e si prefigge di coglierne solo dall’interno le piccole differenze. Non sono le classi sociali, come in Sander, ad essere la misura, il minimo comune denominatore; qui il meccanismo è assolutamente inverso, l’indagine è in primis sul “dark” come fenomeno culturale trasversale e che coinvolge persone assolutamente diverse tra loro. Guardando agli scatti possiamo dire che sì, è proprio così, perché per dirlo alla Douglas Pierce se “il meglio che ci possa essere, è il pensiero di quello che non saremo mai”, questo grande desiderio di essere qualcosa o qualcuno è una cosa che riguarda tutti, dal pariolino wave in cachemire fino al goth di periferia che si sente star per una sera.

Overground

Ai tempi le foto apparvero sul magazine Rockstar e ne scrisse Roberto D’Agostino, - il cui testo è stato di nuovo pubblicato nel libro edito da Yard Press - un compendio scoppientante e lucidissimo considerando che fu scritto in contemporanea al lavoro fotografico, qui un passo molto interessante: “I ritratti di Dino Ignani sono la materializzazione di una ricerca inquieta di identità immediata, di seduzione, di comunicazione. Queste facce ci guardano e dicono: Vedi! ho un’immagine, dunque sono, esisto. Un bisogno di definizione, d’identità che, un tempo, era assicurato dalle divise ideologiche. […] queste foto raccolgono una sorta di ingenuità pubblicitaria in cui ogni fotografato diventa l’impresario di sé, della propria apparenza. Un elemento sul quale è rilevante concentrarsi: tutti possono sognare o fingere di essere tutti. Non è forse questa la più radicale delle democratizzazioni, quella dell’immagine e del sogno?” È vero, in Dark Portraits il corpo è un confessore, lascia trasparire una proiezione delle proprie speranze, è una lista di desideri fatta di bottoni allacciati oppure no, di giacche dandy appena stirate e trucchi perfetti, è una Roma che voleva essere qualcosa dopo il ’77 e c’è anche riuscita anche se forse per poco, riguardarla ora per chi non l’ha vissuta è qualcosa che ammalia e disorienta. È tutto bellissimo e quasi sta per morire, come un fiore appena tagliato.

Queste facce ci guardano e dicono: Vedi! ho un’immagine, dunque sono, esisto. Un bisogno di definizione, d’identità che, un tempo, era assicurato dalle divise ideologiche

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Fotografia

Giuseppe

Dark Portrais

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Sergio

Overground

Dark Portrais

Guido e Lucia Dark Portrais

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Fotografia

Roberta

Dark Portrais

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Overground

Tutto tranne quello. In tanti hanno idealizzato e preso ispirazione dagli anni 90, dai suoi colori vivi, dai suoi tagli e da quell’iconografia ormai sdoganata e svilita all’interno di tutte le catene di fast fashion in ogni “high street” o centro commerciale di ogni singola città del mondo. Nel 1991 io mi sono trasferito negli USA poco dopo il pestaggio diventato mediatico di Rodney King. Accanto ai pantaloni taglia 52 tagliati sulle caviglie, le ruote minuscole da skate ed i cappellini con la visiera rigorosamente piatta si respirava una pesantissima aria di violenza e di indignazione. Negli anni 90 sono nati e fortunatamente morti tanti fanatismi legati a diverse scene musicali e non che sono poi sfociati in attacchi fisici insensati. L’attitudine nel mondo dello skateboard era assurda perchè regnava il gusto del cinico e del bastardo, si dava fuoco agli homeless nei video e si bruciavano gatti per divertimento. Ovvio i media erano pieni di Spice Girls, Friends, Beverly Hills 90210 e tantissimi altri involucri privi di significato ma io ricordo e ho vissuto quegli anni come gli anni della militanza, degli scontri e delle morti inutili. Come ripetuto più volte lavoravo proprio alla MGM quando Tupac fu assassinato a Las Vegas nel 96 e quella roba è stata una merda vera, da dimenticare. Ci sta idealizzare le banalità e la spensieratezza del mainstream di quegli anni ma credetemi, le sottoculture dei 90 che ora vengono rispolverate, reinterpretate e quasi idealizzate erano davvero tutto tranne quello. Fabio J. Raffaeli

Giulia indossa felpa Stussy, pantaloni Adidas Originals, cappello Wemoto, scarpe Vagabond Pietro indossa Vans Jacket, pantaloni DRMTM, Boots Dr Martens

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hannibal store

fashion tales

nine-ties Foto | Ivan Cazzola Art direction | Fabio J. Raffaeli Models | Giulia Donati e Alberto Medda Agency | Wave Management e Joy Model Management

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Overground

Adidas Originals pants, Wemoto cap

Alberto indossa VANS Denim Jacket,


Lifestyle

29 Giulia indossa Vans Overalls, Stussy top


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Overground

In questa pagina Adidas Originals Top, Puma pants, Vans hat A lato Stussy World Tribe sweater


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32 World Tribe sweater

Giulia indossa: Adidas originals Jkt, Stussy top Alberto indossa: Adidas x HYKE Jkt, WEMOTO cap Stussy

Overground


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Capitolo terzo A proposito della purezza e del suo contario.


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Incontro con Carlo Brandelli

Dall’Italia a Londra all’Italia. Ma sempre con un piede a Londra. Come diventare direttore creativo per un marchio prestigioso di Savile Raw dopo aver frequentato come unica scuola la propria famiglia. Ah! i tuoi migliori amici però devono almeno essere Peter Saville e Nick Knight.

Overground

La verità e la purezza. Intervista | Roberto Maria Clemente


Design

Reflective 2

still dal video per la campagna di Kilgour, Carlo Brandelli e Nick Knight

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Reflective 3

Overground

Blue, Pink, Yellow and Green glass, installazione per Kilgour a Palazzo Medici a Firenze

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ormai: Kilgour ha attuato una rivoluzione e Carlo viene nominato British Fashion Council’s Menswear Designer of the Year e Britain’s Most Stylish Man. Dal 2013, dopo una pausa di cinque anni dovuta alla rinuncia a quell’incarico in seguito al cambio di proprietà, Carlo è di nuovo Freelance Creative Director per Kilgour. Nel frattempo, mentre ha continuato a lavorare per altri clienti, la sua carriera si è direzionata verso altri mondi: la scultura, per esempio, con la mostra ‘Permanence 2010 - Travertine marble stone & gold’ (2010) alla Galleria RCM di Parigi e con alcuni sculture / cappotto in cotone rivestito di gomma sviluppati con l’artista americano Matthew Brannon per la Galleria Casey Kaplan di New York ed esposti alla London’s Frieze Art Fair del 2011. Del 2013 e del 2015 invece sono nuovi lavori in vetro prodotti a Murano (“Floating series” e “Glass forms”). È sempre del 2015 a Pitti Uomo un’installazione minimalista che rende a meraviglia il mondo fisico creato per Kilgour. La struttura del suo approccio e della sua ispirazione non è cambiata in tutti questi anni, ”la verità del design: la funzione, la forma e poi il concept”. E nemmeno l’approccio interdisciplinare: “moda, fotografia, scultura, video, grafica, per me sono tutti sullo stesso piano: comunicazione e creazione”. Nella lista dei suo artisti preferiti è possibile intravedere il Dna del suo progettare: Bruno Munari, Naum Gabo, Carlo Scarpa. “ogni tanto scopro con piacere che ho pensato le stesse cose, che sono arrivato alle loro stesse conclusioni, magari ancor prima di venire a contatto con il loro lavoro”. E ancora Louis Kahn, Dan Flavin, Carl Andre. E Carlo Mollino, appunto. Innanzitutto, per comprendere appieno il tuo approccio, che tipo di formazione hai avuto? Tutti i miei parenti sono ed erano artisti e artigiani. Sono cresciuto circondato da zii e zie che ogni singolo giorno realizzavano giacche su misura, dipingevano, lavoravano la pelle. Così, day by day, ho imparato discipline differenti attraverso un processo osmotico e facendo esperienza. Per farti capire, ho imparato a tagliare i cartamodelli già negli anni dell’adolescenza. Sono cresciuto nella Londra degli anni 70, quando tutte le idee creative erano eccitanti e cominciavano a prendere piede. Ho vissuto il punk e la sua evoluzione, nella musica e nella moda indie, Vivienne

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Westwood e la Factory Records, gli Smiths, il goth, il new romantics, gli skin head, il casual, l’influenza del Nord - gli Happy Mondays e la musica dance dei Primal Scream. Contemporaneamente passavo l’estate in Italia tra Milano e Napoli (mio padre viene dal nord, mia madre dal sud). Ovviamente tra i 15 e 21 anni anche io suonavo in una band e senza dubbio la moda era parte integrante di questa community creativa e quindi ero coinvolto in prima linea in qualsiasi stile nato sul fronte di moda, musica e arte. I miei amici erano fotografi, artisti e architetti, frequentavamo gli stessi posti e ho sempre passato molto tempo nei loro studi, permettendomi di imparare tanto. Per me tempo libero e lavoro coincidevano: nel fine settimana stavamo in studio a provare e insieme a noi c’era chi dipingeva o scolpiva. Per questa generazione il “divertimento” non era bere o drogarsi, ma creare… fare... Si direbbe che già dagli inizi un abito solo ti stesse troppo stretto... una specie di “Carlo incatenato”. Si. All’età di 11 o 12 anni, così com’ero circondato da artisti e artigiani, leggevo anche riviste di moda, giornali di architettura, pubblicazioni in ambito musicale: la varietà di cose da imparare era impressionante. Ho poi iniziato a studiare arti marziali a 16 anni, disciplina assai importante. Alla fine tanto lavoro verso qualcosa che ami non può definirsi realmente “lavoro”... Creatività significa sviluppare il proprio modo di “guardare” (il proprio “occhio”), poi bisogna imparare riferimenti e acquisire informazioni. Solo a quel punto puoi cominciare a mettere a punto le tue idee e il tuo lavoro. Ho capito abbastanza presto che musica, arte, design, moda… è tutto creatività. E la disciplina è la stessa, essere aperti, conoscere i riferimenti, imparare gli aspetti tecnici. In definitiva credo che ci si possa definire un creative director o un art director se non si è pienamente sicuri di essere un esperto in molti campi della creatività. Nel processo, ti interessa la “scoperta” che arriva attraverso il piacere di sperimentare? Per niente. Io cerco di trovare la verità e la purezza in ogni lavoro che faccio. Se il design è puro, ben fatto ed è stato considerato ogni punto di vista e approccio (tecnico, emotivo, obiettivo, di contesto, storico, estetico), allora il progetto sarà corretto. È come quella sensazione nello

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Carlo è schivo. La sua disponibilità sembra smantellare la riservatezza e l’asciutta biografia che pare aver scelto di comunicare. Forse per quello ha deciso di tornare a vivere e lavorare in un paesino vicino a Piacenza, trascorrendo il resto del tempo a Londra. “Un uomo dietro le quinte”, dice. “Preferisco essere ricordato per il mio lavoro più che per la mia faccia”. L’aneddoto che sta a monte di questo incontro dice un po’ dell’uomo, della sua curiosità e della sua passione: scovato in pieno agosto su Instagram per alcune foto postate da Casa Mollino a Torino (la funzione Ricerca per luogo è assai interessante), gli ho scritto, senza conoscerlo di persona; ci siamo visti nel giro di qualche giorno, e parlandogli dello IED ha subito voluto visitarlo. Lui che al Central Saint Martin aveva rinunciato optando per una formazione da autodidatta. Gli inizi, nel 1992, contenevano già il suo pensiero per gli anni a seguire, con un’intuizione che ben rappresentava il clima di quella che veniva chiamata “Cool Britannia”: Squire, situato in un ex bordello, è forse il primo concept store multidisciplinare in assoluto, che integrava arte, moda e design ma che produceva anche una linea propria. Ci potevate trovare esposti classici della pop art come Allen Jones e Bridget Riley, così come incontrare Kate Moss o i Massive Attack. Oppure ancora grandi innovatori della moda come Helmut Lang e Alexander McQueen, subito suoi estimatori. Il team di collaboratori /amici di allora (che è rimasto inalterato sino ad oggi) non poteva non dare nell’occhio: Peter Saville, il graphic designer che aveva reso leggendario il mondo visivo della Factory Records, e Nick Knight, uno dei fotografi di quella generazione che avrebbe lavorato con le case di moda più prestigiose. Nel 2003 la visione creativa a 360 gradi proposta da Squire permette a Carlo di essere nominato Creative e Design Director di Kilgour, uno dei marchi storici di Savile Row a Londra (vi ricordate il frac di Fred Astaire o gli abiti preferiti di Alfred Hitchcock e Cary Grant?): l’obiettivo è innestare la modernità di quell’approccio in una delle sartorie che hanno reso celebre la tradizione inglese del menswear. Carlo si occupa di tutto, dalle collezioni alle campagne, al progetto degli showroom. E subito lo stile Brandelli, oltre a scandalizzare i clienti più tradizionalisti di Kilgour, attrae una fauna di incalliti “irregolari”: dall’eterno Bryan Ferry a David LaChapelle, a Bobby Gillespie dei Primal Scream. E se qualche anno prima Carlo aveva vestito Jude Law, presto è il turno di Daniel Craig. È chiaro


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L’occhio umano non riesce a digerire così tante informazioni, è necessaria una selezione: i giovani designer dovrebbero isolarsi dal mondo digitale, solo così la loro immaginazione può esprimersi a pieno

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Left Glass Scultura in vetro di Murano


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stomaco quando si guarda a qualcosa - un edificio, una sedia, una fotografia, una macchina o un vestito - e si sente che non c’è bisogno di cambiare nulla: è il piacere di “ciò che è giusto”. Naturalmente le parti migliori di un progetto o del processo creativo sono anche l’inizio e il processo stesso - il prodotto finito per me ha meno importanza. In realtà se solo potessi immaginare progetti e progettare nella mia testa senza produrre gli oggetti reali sarebbe perfetto! Alla realizzazione dell’oggetto seguono i problemi - vendita, produzione, ecc. Mille anni fa era la filosofia a essere intesa naturalmente come creatività… non esisteva il prodotto finito!

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Tornando al metodo progettuale: direi che per te il progetto arriva da un processo ben pianificato che si può meglio definire lungo il percorso ma in cui nulla è lasciato al caso? Guardo al progetto nell’insieme e a tutti i dettagli e analizzo la storia. Ne individuo il messaggio più evidente e lo estrapolo. Provo a immaginare come ti approcci ad un nuovo ambito che non ha mai affrontato: impari dall’osservazione e inizi a fare prove e tentativi, senza un progetto preciso. Poi, una volta acquisita una discreta competenza, ti concentri su un particolare concetto e lo sviluppi? Imparo facendo! Imparo grazie all’esperienza, all’osservazione e con la collaborazione. Facciamo un esempio su un campo qualsiasi: non ho mai progettato un aereo prima, ma se qualcuno mi chiede di farlo, naturalmente lo faccio: lavorerò a fianco degli ingegneri e contribuirò con le mie competenze, per esempio quelle estetiche. Ma al tempo stesso guarderò il lavoro degli ingegneri e proverò a fornire loro nuove idee e ragionamenti. Ad esempio, l’impianto audio sugli aerei è terribile: gli avvisi provenienti dalla cabina di pilotaggio sono sempre ad una frequenza più alta e spesso danno fastidio ad alcune persone, causando disturbi come ad esempio un mal di testa,

quindi suggerirei di lavorare sulla qualità del suono. Allo stesso tempo proverei a sollevare questioni relative alle mie esperienze, almeno quelle che ho notato.

Esiste attualmente un’altra persona che vedi come un gemello ideale, in termini di condivisione di un approccio interdisciplinare simile al tuo?

Senti mai la pressione del dilettantismo quando ti approcci a un nuovo ambito?

Carlo Mollino che incontra Gerhard Richter con un pò di Joseph Beuys e un tocco di Rinascimento, con alcuni architetti minimalisti e un pizzico di samurai!

No. L’ingenuità è molto importante. Quando si è ingenui si è molto aperti, si impara e si può vedere la “verità” molto rapidamente. Se si è già consapevoli, l’ego può condizionare ciò che si progetta... Oggettivamente io ho avuto la possibilità di fare esperienza nei campi in cui lavoro - moda, arte, architettura, interni, grafica, fotografia - grazie alle occasioni che ho avuto così come grazie ai collaboratori con cui ho lavorato. Ad esempio ho sempre e solo lavorato con Nick Knight su immagini di campagna, così per 20 anni ho visto Nick allestire per noi i suoi set e le luci... Ma io ho sempre scattato le mie immagini, così avere intorno un professionista e al tempo stesso fare da soli consente di imparare davvero molto. Anche per la grafica sono stato fortunato ad avere Peter Saville tra i miei migliori amici: incontrò me e la mia prima collezione da Squire... ed è ancora qui dopo 20 anni. Se io ho poi lavorato con la grafica e l’impaginazione è perché ho visto il lavoro di Peter e del suo studio. Il segreto è andare all’inizio del processo e lavorare insieme; io non lascio che siano loro a fare da soli. Le idee e la collaborazione come direzione: quella è la chiave. Chi sono gli artisti contemporanei che reputi interessanti e perché? Ad oggi non sono molto incuriosito dagli artisti contemporanei, è l’artigianato ad interessarmi maggiormente. Questa è la differenza tra arti applicate e belle arti: le arti applicate - come la moda, l’architettura o design di prodotto prevedono la progettazione di oggetti necessari ad uno scopo; le belle arti, invece, mirano alla produzione di oggetti di cui discutere o su cui costruire un dibattito colto.

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Ti capita di vedere la moda - intesa come settore a livello mondiale - come polo d’attrazione per persone interessate alle arti? Per esempio, le persone che sono veramente innamorate della moda potrebbero essere affascinato dalle arti da cui questa attinge? No, penso che la gente che compra abiti non sia così intelligente, in più gli uomini d’affari coinvolti nella moda vogliono solo fare soldi e nient’altro... troppo ego. Per quanto mi riguarda, provo ad usare la moda per insegnare alle persone ad apprezzare altre culture. Nel 2016 cosa deve fare un giovane designer per formarsi, per crescere, e in definitiva generare idee originali? Oggi ci sono troppi contenuti visivi nel mondo ed è veramente facile accedervi. I giovani designer rischiano di essere confusi da così tanti messaggi e potenzialmente qualsiasi contenuto è ammissibile. Spesso capita di imbattersi in artwork che sfruttano riferimenti diversi mettendoli sullo stesso piano, come quando guardi un’immagine alla tv o sullo schermo di uno smartphone: siamo davvero circondati da troppi contenuti visivi. L’occhio umano non riesce a digerire così tante informazioni, è necessaria una selezione a monte, ma i giovani designer tendono ad assorbire come spugne e molti di loro non sono in grado di arrivare alle scelte giuste. Se ognuno di loro ha a disposizione gli stessi riferimenti - Google, ad esempio - anche le conclusioni saranno le stesse. I giovani designer dovrebbero isolarsi dal mondo digitale, solo così la loro immaginazione può esprimersi a pieno.


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Floating series

Installazione in vetro di Murano

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Designing the future. Operae 2016 Intervista | Matteo Barbi Foto | Insomnia. A triptych on sleeplessness

Incontro con Annalisa Rosso

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Annalisa Rosso è una giornalista indipendente di design e architettura. Scrive per magazine italiani e esteri tra cui Elle Decor Italia, Living – Corriere della Sera, Casa Vogue Brasil, Elle Decoration NL, Eigen Huis & Interieur, Drift, Wohnrevue. Si è occupata di lanci di progetti editoriali come AtCasa.it (il primo portale di design del Corriere), Icon Design e Artemest. Ha curato e organizzato mostre per Zona Ventura Lambrate, Spazio Rossana Orlandi, Pitti Immagine. Ha fatto parte del DNA 2016 di Source, mostra di design autoprodotto di Firenze. Consulente per aziende, agenzie creative e di trend forecasting, ha contribuito all’apertura del mercato italiano per l’e-commerce made.com ed è stata analyst e communication consultant per wgsn (20112015), Greylab, TheBrandist. Ha collaborato con la Facoltà di Architettura dell’Università Degli Studi di Genova e naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Partecipa ai più importanti eventi di settore internazionali, tra cui Beijing Design Week, Dutch Design Week a Eindhoven, Downtown Design a Dubai, ICFF a New York. Coraggio, audacia, e responsabilità sono solo alcune delle parole chiave di una rivoluzione in corso nel mondo del design, parole che fanno bella vista sul manifesto programmatico di Operae 2016, il festival di design indipendente torinese che in questa sua settima edizione vede coinvolta Annalisa Rosso come guest curator e che è anche l’autrice appunto del suddetto manifesto. Una dichiarazione di intenti che è anche una chiamata alle armi, Annalisa perchè un manifesto per questa edizione di Operae?

Un manifesto che ha un sottotitolo, una sorta di appello “be brave” sii coraggioso perchè per disegnare il futuro, è necessario compiere delle scelte, con coscienza e coraggio. Io sono dell’ idea che ognuno infatti oggi deve assumersi delle responsabilità per quello che fa; le scelte che noi facciamo oggi determineranno il nostro futuro nel bene e nel male. Il mio non è un atteggiamento buonista, non dico che il design sia buono di per sè al contrario il design può essere terribile o risolutivo. La mia è una chiamata all’essere coraggiosi nell’assumersi le proprie responsabilità. E la risposta è stata entusiasmante perchè in realtà questa cosa, sopratutto nelle nuove generazioni e nei designer emergenti, è quasi iscritta nel loro dna è una consapevolezza naturale innata.

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INSOMNIA ‘A triptych on sleeplessness’ CJNV in collaborazione con VERILIN

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La centralità dell’essere umano è una costante per il design del futuro prossimo, dove ritroviamo questo concetto nei designer che hai selezionato per questa nuova edizione? L’aspetto emotivo ed esperienziale è un tratto comune facilmente rintracciabile ed è anche chiave di lettura per una visione d’insieme di un design che guarda all’orizzonte in maniera socialmente responsabile, culturalmente sostenibile e umanamente cosciente. Il progetto della trilogia dell’insonnia del duo CJNV e VERILIN (Charlotte Jonckheer + Nel Verbeke) con la loro collezione di tessuti per la notte è un felice esempio di design di ricerca che punta sull’aspetto vulnerabile dell’animo umano senza però tralasciarne la parte concreta perchè con l’insonnia prima o poi tutti o quasi ci trovano ad avere a che fare. Con il loro progetto le due belga ne indagano con molta sensibilità e delicatezza tre diverse sfaccettature: l’insonnia annichilente, quella esistenziale ma anche quella romantica.

Mappare e ridefinire i confini di una nuova geografia del design è uno degli obiettivi del tuo continuo viaggiare in tutto il mondo tra biennali, design week, mostre e fiere, da dove arrivano i designer che troveremo ad Operae? Abbiamo designer provenienti dalla Russia, dal Giappone, dal Belgio e ovviamente dall’Italia, tante provenienze diverse accomunate da un unica scuola di pensiero che definirei come una tendenza internazionale particolarmente diffusa in questi paesi. Altro tratto comune è la giovane età, sono tutti tra i 25 e i 30 anni ma già con una consapevolezza del loro lavoro e una visione molto ben definita degli orizzonti della progettazione contemporanea, con in testa una bella idea di futuro da costruire con le proprie mani e con una naturale disponibilità e capacità di collaborare.

INSOMNIA ‘A triptych on sleeplessness’ CJNV in collaborazione con VERILIN

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Questo approccio sentimentale ed esperienziale lo ritroviamo anche negli altri lavori sviluppati singolarmente delle due designer belga: della Charlotte uno in particolare sarà in mostra anche qui a Torino “Il tappeto delle occasioni pedute” rigorosamente da calpestare a piedi nudi e la stessa fin dai suoi esordi porta avanti questa ricerca poetica con temi come la nostalgia, la melancolia e l’utopia tradotti in raffinati progetti dall’estetica quasi sospesa. In generale in maniera direi orizzontale tutti i designer coinvolti si sono fatti interpreti di questa sensibilità legata al progetto con risposte e argomentazioni ogni volta diverse e figlie dei loro singoli background. C’è chi è partito da approcci più scentifici, chi ha mescolato una visionarietà che ha a che fare con i laboratori di biochimica e chi ha fatto riferimento ad un artigianato più classico cercando di traghettarlo verso il futuro.


La multidisciplinarità e la necessità di competenze scientifiche sono tra i temi centrali del tuo manifesto, quanto sono importanti questi due aspetti oggi?

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Non tutti sono designer nonostante chiunque oggi possa avere una stampante 3d a casa è necessario avere competenze specifiche e una grande preparazione per essere designer. Quello che è fondamentale è che chi è designer sia in grado di dialogare con altre persone con diversi linguaggi e competenze: la multidisciplinarietà funziona se si è capaci di collaborare. Quando appunto soggetti diversi (ingegneri, designer, biochimici, filosofi...) dotati di competenze specifiche, sono disposti ad aprire un dialogo in cui ciascuno porta le sue competenze e si persegue un obiettivo comune. Questo ovviamente non è scontato e per questo le scuole hanno un ruolo fondamentale nell’abituare gli studenti a lavorare cooperando con altre discipline. Un’apertura, un interesse per campi diversi dal proprio che però non deve andare a discapito della specializzazione, altrettanto necessaria. Penso che questo discorso valga per tanti ambiti diversi ma, dal mio punto di vista, funziona in modo particolare per il design, che può tradurre concetti e scoperte in oggetti funzionali.

Ques’anno a Operae per la prima volta ospitate anche una sezione dedicata alle più importanti Gallerie di Design Contemporaneo internazionale, perchè questa scelta e che ruolo hanno nel sistema design? Collezionare design contemporaneo oggi ha un significato particolare sopratutto dal punto di vista della ricerca perchè queste sono le gallerie che consentono a designer come appunto la Charlotte o la Nel di fare ricerca non esclusivamente per l’industria o per il mass market che potrebbe in qualche modo essere di ostacolo alla loro necessità di avere tempi e di avere quell’ approccio più libero che caratterizzano queste produzioni. Inoltre collezionare vuole dire riconoscere e saper dare il gusto valore agli oggetti, al pensiero e al progetto che si portano dietro, collezionare design contemporaneo vuol dire scegliere, selezionare piuttosto che accumulare il superfluo.

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INSOMNIA ‘A triptych on sleeplessness’ CJNV in collaborazione con VERILIN

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DEsigning the fUture • mAnifestO – 01 – Per disegnare il futuro, è necessario compiere delle scelte. Facendo appello a coscienza e coraggio.

– 02 – Questo comporta assumersi le proprie responsabilità. In un atto politico e di grande consapevolezza.

– 03 – Se tutto è design e chiunque può produrlo – basta avere una stampante 3D – non è altrettanto vero che tutti siano designer. Occorrono le competenze specifiche.

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Un buon designer deve avere una visione d’insieme, capace di comprendere le complesse infrastrutture e l’intero sistema che ruota intorno al progetto.

– 05 – La multidisciplinarietà porta il designer a lavorare con esperti di materie diverse (informatica, biologia, economia, etc.), allargando il proprio campo d’azione.

– 06 – Dimenticare quanto già successo è pericoloso. Per capire l’oggi e le sue ripercussioni, bisogna gettare un ponte tra passato, presente e futuro.

– 07 – La geografia del design non è più dettata solo da aziende e produzioni. Sono le scuole a dare un carattere endemico alla ricerca. Il territorio ha riacquistato centralità anche grazie a materiali e risorse locali (come l’artigianato).

– 08 – I designer hanno un ruolo decisivo nelle rivoluzioni scientifiche e tecnologiche che stiamo vivendo. Senza design non c’è innovazione.

– 09 – Il dibattito è fondamentale. Occorre saper formulare le domande giuste, mantenere lo spirito critico e lavorare alla diffusione della cultura del design.

– 1o – La centralità dell’essere umano è una costante. Il design non è più al servizio dell’industria. Ha implicazioni etiche, sociali e culturali, sebbene questo non ne determini una positività a priori.

Annalisa Rosso curatrice Operae 2016

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Capitolo quarto A proposito della violenza e della bellezza.


Neo barocco digitale.

Incontro con AES+F

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Intervista | Michele Bortolami e Tommaso Delmastro Artwork | Courtesy AES+F

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Arte

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The feast of Trimalchio

2010, Still from 1-channel video

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Installazioni video onirico-catastrofiche, una rivisitazione distopica della cultura visiva di massa. Un collage ibrido fatto di estetica del video clip, annunci pubblicitari brillanti, video game e animazioni digitali nonché ricco di riferimenti alla tradizione rinascimentale, barocca e manierista. Ecco come nasce l’iperrealismo visionario di AES+F, il gruppo di artisti russo molto acclamato alle più importanti mostre di arte contemporanea a livello mondiale. Tra i membri del gruppo troviamo gli architetti concettuali Tatiana Arzamasova e Lea Evzovich (rispettivamente ex regista ed art director dei film di animazione) il grafico Evgeny Svyatsky e il fotografo di moda Vladimir Fridkes, il quale si unì nel 1995 quando il gruppo cambiò il suo nome in AES+F. I vostri lavori sono permeati di cultura visiva e di riferimenti/citazioni simboliche. Quali sono i vostri principali riferimenti?

Se diamo uno sguardo alla vostra produzione artistica, siamo impressionati dai numerosi riferimenti all’arte italiana, iniziando dal Rinascimento. Quanto sono importanti per voi gli artisti italiani e quali vi hanno ispirato maggiormente? A nostro parere stiamo vivendo in un’epoca neo-barocca, caratterizzata da un’estrema “visibilità”. Ci siamo ricollegati molto al periodo barocco e in modo specifico al Manierismo con il suo linguaggio corporeo molto vivace ma

per i film, i video game, la moda e la pubblicità, ma utilizziamo anche altre espedienti segreti.

I vostri video riflettono spesso la relazione tra Est ed Ovest, tra il mondo Cristiano-Ebreo e l’Islam: ritenete che i vostri lavori possano essere interpretati in chiave politica?

In altre interviste, avete affermato di non essere grandi fan dei nuovi media. Qual è la vostra relazione con la tecnica e quanto è importante per voi?

Sì, ma non vogliamo fare attivismo politico. Ciascuno può interpretare i nostri lavori come meglio ritiene. Il nostro compito è quello di provocare affinché le persone si sentano spronate a riflettere e a interpretare la realtà contemporanea. Visto che il vostro lavoro vi porta a spostarvi spesso, riuscite a mantenere un’identità legata alle vostre radici in Russia? Se sì, come? Siamo molto cosmopoliti, come la nostra arte. Questo riflette una caratteristica profondamente radicata nella nostra tradizione, ovvero l’apertura al diverso e il cosmopolitismo. É un vero e proprio tratto distintivo che traspare anche dalla nostra cultura, da Pushkin e Dostoevsky a Kandinsky e Chagall. I vostri progetti sono molto complessi. Come vengono sviluppati partendo dall’idea iniziale fino alla realizzazione finale dell’opera? Quando si tratta di lavori tradizionali, come pittura o scultura, lavoriamo con la vernice, gli stampi, i modelli 3D e così via. Quando produciamo lavori video, il nostro metodo è simile a quello utilizzato

Nei nostri lavori associamo cose apparentemente contraddittorie, perché è esattamente quello che vediamo attorno a noi.

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Non ne siamo grandi fan nel senso che per noi non rappresentano il fine. Sono per l’appunto un mezzo, come lo sono i materiali tradizionali. Tuttavia sono molto importanti per noi, perché con i metodi tradizionali non potremmo mai esporre le nostre idee. Solo le tecnologie relativamente nuove ci permettono di fare quello che facciamo, come per esempio produrre un mondo iperrealistico in super-ultra-HD. Lo stile sospeso dei vostri video spesso presenta un mix disorientante di elementi della cultura pop. Come descrivereste il vostro punto di vista sul kitsch? Il mondo senza un po’ di Kitsch è come una bistecca senza sangue. É un elemento importante del nostro linguaggio e che ci aiuta a descrivere il mondo in cui viviamo, ma non è il fine di per sé. I vostri lavori riescono ad essere nel contempo delicati e violenti, estetizzanti e disturbanti. Da che cosa deriva tale ricerca di distopia nei vostri lavori? Semplicemente è il nostro modo di vedere la realtà. Nei nostri lavori associamo cose apparentemente contraddittorie, perché è esattamente quello che vediamo attorno a noi. Il mondo è fatto di contrasti e noi la definiamo una “realtà ibrida”. L’anno scorso abbiamo visto l’ultimo vostro grande lavoro Inverso Mundus a Venezia. Quanto dobbiamo aspettare per vedere il vostro prossimo progetto? Potete darci un’anteprima? Abbiamo iniziato a lavorare su un progetto dal titolo propedeutico: “Turandot”.

Arte

In generale ci definiamo onnivori visivi. Ciascun progetto possiede le proprie caratteristiche e i propri punti di riferimento, tra cui la storia dell’arte, i video game o il cinema. Per esempio, in Last Riot c’era tutto Caravaggio, in Allegoria Sacra rendiamo omaggio a Bellini, mentre visivamente ci inspiriamo spesso a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

esagerato allo stesso tempo. In particolare ci siamo ispirati ai lavori di Caravaggio, Bellini e Signorelli.


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Allegoria Sacra

2012, Triumph of Africa, digital collage

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Arte

Inverso Mundus

2015 Still #1-17 e Still #1-18

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Inverso Mundus

2015. In alto: Still #1-07 A lato: #1-02

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Rems 182

Graffiti artist e pittore sospeso tra la figurazione e l’astrattismo. Quando non si sporca di colore sguazza tra palle da basket, biciclette e kayak.

Street STyle

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Intervista | Ludovica Ramassotto

Incontro con Anne-Sophie Herin

Anime nude.

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In queste pagine: alcuni scatti tratti dall’ultimo progetto di Anne-Sophie Herin.

Vulnus


Parliamo del tuo ultimo progetto, Vulnus. Quanto è importante per te che una foto trasmetta emozioni, messaggi e non sia un semplice esercizio di inquadratura e composizione? Per me è fondamentale. Ciò che mi interessa è l’aspetto relazionale che è poi il fine stesso della mia ricerca... L’attenzione, la tensione in questo progetto è volta verso l’aspetto vulnerabile, fragile e solitario che sono anche aspetti verso i quali provo maggior empatia.

Portfolio

Secondo te perchè, nelle fotografie di nudo c’è così tanta differenza tra come vengono ritratte le donne e come vengono ritratti gli uomini? In che modo il tuo lavoro “ribalta” lo sguardo sul nudo fotografico? Perché credo corrisponda a quella differenza cui siamo educati e che viene continuamente alimentata dai media. La nudità mi interessa come specchio di una condizione interiore in questo caso vulnerabile . Il progetto prevede oltre alle immagini testimonianze audio. Quanta attenzione c’è per tecnica e composizione, quanto nasce sul momento? Le immagini sono spontanee e nascono dall’incontro. Una maggiore attenzione segue al momento della scelta e dell’editing. Soprattutto in questo progetto dove ho lavorato per la prima volta anche a colori. Perchè hai incluso tra i ritratti alcune fotografie di luoghi in cui non sono presenti persone? Perché alcuni luoghi sono strettamente legati all’incontro e dunque rappresentano degli aggettivi significanti. Esiste un rapporto tra la pittura e i tuoi scatti? (Alcuni sembrano ricordare dei dipindi di Goya ad esempio).

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Credo che lo sguardo si nutra di differenti vissuti che sicuramente inconsciamente ci influenzano ma non c’è un’intenzione di trasposizione di uno stile, non è quello che mi interessa. Rispetto ai tuoi precedenti lavori hai utilizzato anche la fotografia a colori, perchè? Con alcuni soggetti volevo che l’immagine fosse maggiormente legata a una visione “naturale/temporale” ma pur sempre molto soggettiva.


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Portfolio | Mariella Amabili Intervista | Roberta Denardi

Nel mezzo di un luogo scuro Mari Le Bones fotografa se stessa

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Portfolio

Cosa ti ha spinto a indagare così a fondo l'autorappresentazione nei tuoi scatti? Ho da sempre avuto molta inquietudine nello stomaco, dapprima è stato un bisogno di vedersi senza impalcature, sovrastrutture che non mi appartenevano più. ero un'adolescente grassa e bullizzata per questo scavare nel mio dentro mi ha portato a trovare un modo per stare in mezzo agli (per non dire sopravvivere) altri. Le tue foto sono fatte per non sembrare immagini costruite, sembrano foto di intimità “rubata”... in realtà quanta costruzione nascondono? Non le definirei costruite: non c'è mai, nei miei autoritratti, un'idea che partorisco prima in testa e a cui dò vita su sali d'argento a posteriori, è solo l'espressione di un momento, di me stessa in quel momento. se vedo una luce che suscita una particolare magia (nella sua

luminosità come nell'ombra), un angolo che suggerisce bisbigli uterini, l'asetticità di un muro con il suo carattere di macchie e scrostature, le nostre cicatrici e smagliature. Nei tuoi scatti c'è l'intento di mostrare una interiorità e una fisicità fragili? L’utilizzo del nudo serve a svelare questa fragilità o ha altri significati? Credo che ognuno sia fragile a modo suo, bisogna solo trovare il punto delicato, il tallone d'Achille che, se colpito, causa la prima crepa da cui ci si può frantumare. non volevo mostrare nulla se non far sentire quel nodo nello stomaco, come quando ti trovi davanti a qualcosa che reputi bello ma che allo stesso tempo non comprendi, e non perché io sia chissà che rarità ma perché so che quello che faccio io è raro, ossia guardarsi senza raccontarsi bugie, rivelarsi completamente senza omettere

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parti di sé e senza snaturarsi (e il nudo veicola doppiamente questa forma di libertà e accettazione, insieme col mutamento insito nella natura umana). I dettagli anatomici e le pose del corpo vengono esasperati così tanto esibiti da creare un corto circuito con la sensualità del nudo, acquistando nuove connotazioni: che rapporto crei con l'erotismo e la sessualità? Esasperati non me l'aveva ancora detto nessuno ;) mi fa sorridere perché per me sono tutti movimenti così naturali che sarebbe esasperato (per riprendere l'aggettivo) stare nella posa classica che magari ci si aspetta di più perchè canonica. È tutta una questione di quello che si è abituati a vedere: ho alle spalle dieci anni di danza, quattro di ginnastica ritmica quando ero bambina, per me è tutto un ricalcare di movimenti che resistono nelle mie viscere da anni, incisi in


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Facebook.com/MariLeBones www.instagram.com/marilebones/

una memoria delle cellule probabilmente, modulati sulle sensazioni che albergano la mia pancia. Poi devo altresì ammettere che arrivare a trent'anni mi ha fatto acquisire una strana forma di esigenza di rivendicare la mia sessualità ed esprimerla, in modo sottile e provocatorio: precedentemente non era mai stata una necessità ma dev'essere la vecchiaia che avanza. ;) Che ruolo hanno i luoghi spogli e i dettagli di sfondo nei tuoi scatti? Non c’è un ruolo, è quello che mi circonda in quel momento, catturato nell'immagine come sento mi rappresenti meglio in quel momento. È tutto molto meno forzato di quello che appare, a questo punto mi viene da dirlo! :D

Quanto c'è di narcisismo nei tuoi scatti, e quanto invece di ricerca interiore? Credo vi sia molto più narcisismo in un accout instagram di soli selfie che nel mio corpo organico di lavoro lungo più di dieci anni, onestamente. È evidente (per me ma probabilmente non per tutti) sia un lavoro di ricerca basti dire che, della mia produzione, a malapena un 20% è quello che mostro, proprio perché non è "farmi vedere" quello che mi interessa anzi, mi dà noia constatare così tanta boria in giro senza alcune basi che la sostengano. Poi so che c'è sempre quella fetta di persone che non crederà mai che uno possa essere disinteressato e "puro" ma pazienza, ho smesso di cercare di convincere le persone tanto tempo fa.

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Quale è il rapporto con il tuo corpo rappresentato negli scatti rispetto al rapporto che realmente hai con esso? Quanto c'è di autobiografico nei tuoi scatti? Non si possono scindere le foto dalla vita, non nel mio caso (ma credo in praticamente nessun caso). Gli autoritratti non mi delineano solo fisicamente, danno il contorno di chi sono. Sono piccoli frammenti di me fatti spurgare perché non stessero dentro ad avvelenarmi, racchiudono parti della mia esistenza, sentimenti ed emozioni, semplici attimi, pensieri volanti. Sono la somma di tutti i granelli che troveresti su un fondo di una borsa che una persona ha usato per tutta la vita. Sono parte integrante di me.


Portfolio

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Capitolo quinto A proposito delle cose che non sono eterne.


Pietro: Edwin Turtleneck Knit sweater, Amish pant braces, Amish Jeans, Komono watch

Overground

Signore guardami oggi, che ti tradirò.

hannibal store fashion tales

Art direction | Undesign Foto | Virginia Di Mauro Styling | Olympia de Molossi Styling Assistant | Vittoria Formuso Model | Adda Matei e Pietro Romanò Agency | Independent Management e Boom Models Agency Clothing selection | hannibalstore.it Location | LabOratorio San Filippo Neri, via Maria Vittoria 7/a Torino

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Illustrazione

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Pietro: Libertine – Libertine Wool Coat, Amish jeans, Adidas Originals socks, Reebok Instapump Fury OG VP shoes

Overground


Pietro: Suit shirt, Suit pants, Stussy Camo belt, Â Adidas Originals socks, Reebok Instapump Fury OG VP shoes

Lifestyle

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Overground


Lifestyle

Adda: Libertine – Libertine Wind Breaker Jacket, Libertine-Libertine Shorts, Adidas Originals knee socks, Reebok Instapump Fury OG VP shoes

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Overground

Pietro: Minimum Shirt, Minimum Jacket, DRMTM Misun Pants Adda: Libertine-Libertine Long Shirt, Libertine Libertine Tube Skirt, Ucon Backpack

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Katya: Lazy Oaf top, Adidas Original shorts

Illustrazione

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Lifestyle

Adda: Libertine – Libertine long sleeve dress, Frisur Velvet dress, Adidas Originals knee socks.  Pietro: Wemoto Cap, DRMTM Turtlrneck Knit, Olow sweater, Edwin jeans, Vans belt.

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Overground

Adda: Minimum Long sleeve Jersey, Just Female Velvet Pants, Adidas Originals Super Star shoes Pietro: Makia Cork Cap, Edwin Knit Sweater, Olow Shirt, Adidas Originals Freizeit Pants, Vans Belt.

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Lifestyle

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Overground

Reece: Norse Project jacket, Mishka pants Katya: Carhartt top, Ucon Acrobatics shorts

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Pietro: Libertine – Libertine Wool Coat, Amish jeans Adda: Just Female Wool Coat, Adidas Originals Socks

Lifestyle

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Overground

L’Oratorio edificato sul sagrato della juvarriana Chiesa Maggiore di San Filippo Neri a Torino, fu anch’esso nel 1715 inventato e disegnato “dall’abate, e cavalier D. Filippo Juvara primo architetto di Sua Maestà”. Nel 2015, dopo oltre due anni di chiusura per lavori di restauro, l’Oratorio è stato riaperto come sala polivalente e multimediale, messa anche a disposizione di iniziative pubbliche o private, purché qualificate. La Congregazione dell’Oratorio di Torino si è da molto tempo contraddistinta per la creazione di strutture e attività culturali particolarmente attuali: tra le più prestigiose, il SSAA, Seminario Superiore di Arti Applicate e il MIAAO, Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi. Quindi anche l’intervento sull’Oratorio juvarriano è stato concepito come una ricerca di innovazione basata sulla tradizione: al di là del doveroso restauro storico-filologico, si è deciso di lasciare tracce della cultura del progetto contemporaneo e di nuovi linguaggi, commissionando particolari “capi d’opera” ad artieri e designer eminenti, sotto la direzione artistica di Enzo Biffi Gentili, direttore del SSAA/MIAAO. Questi artefatti sono sovente dichiarati omaggi a Juvarra e al Barocco: a esempio nella nuova reception un grande corpo luminoso a sospensione in ceramica è stato foggiato da Andrea Salvatori, vincitore nel 2009 del Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte Contemporanea di Faenza, in forma di quella stella, in pietra o in legno, che Juvarra adottò come motivo decorativo ricorrente in San Filippo. La frequente citazione è però sempre corretta e ironicamente attenuata da una “degradazione”, relativa al materiale o

alla rappresentazione, per cui il desk di accoglienza dalla sagoma barocca costruito da Andrea Bouquet in puro candido acero è “contaminato” da innesti in poveri legni di recupero, da cassa da imballaggio; una consolle neorococò dell’artista tessile Silvia Manazza appare “molle” perché composta con parti di vecchi materassi. Ancora, dovendosi realizzare un servizio igienico, si è scelto di ricreare un “gabinetto cinese”, adornato con ceramiche di Francesco Raimondi da Vietri sul Mare e di Kerasan di Civita Castellana -un “vaso” è stato realizzato in rosso sangue di bue in un unico esemplare- ma che a differenza di quello juvarriano a Palazzo Reale è anche molto “funzionale”… La “cucitura” del tutto è stata assicurata da un progetto “supergrafico” affidato a Undesign: il nuovo palco della sala è rivestito da motivi ornamentali preesistenti ma oggi non più visibili, quindi “riesumati”; le poltrone marchiate da un logo triangolare ricamato che ricorda le tre date fondamentali della storia dell’Oratorio; le lastre d’ottone copri fan coil traforate ridisegnando “a puntini” simboli sacri e infine la targa esterna incisa trasformando il nome del sito in Lab Oratorio… Termine tutto sommato appropriato.

Un Oratorio rielaborato. Omaggi all’ombra di Juvarra.

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Capitolo sesto A proposito dell’idea e del segno.


Overground

Lo stampatore d’arte.

Intervista | Marco Polacco

Incontro con Alberto Parini 82


Quanto questo ha influito sulla tua formazione personale come imprenditore e sulla tua passione per l’arte? Ho iniziato l’attività di stampatore nel 2006, ma è dal 1960 che ci occupiamo delle pellicole per la stampa, che sono la parte più importante del processo e in grado di determinare la qualità finale del prodotto. Le cromie venivano definite e tarate in questa fase, con l’utilizzo delle bacinelle

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Cresciuto tra cultura tipografica, cultura visiva e cultura del mondo hai costruito una visione imprenditoriale fortemente internazionale sopratutto grazie agli incontri fatti con personaggi incredibili durante i tuoi frequenti viaggi oltre oceano, ci racconti qualcosa in più? Ho avuto la fortuna all’inizio della mia carriera durante gli studi, a metà degli anni ’90 grazie alla Dottoressa Paola Gribaudo, figlia di Ezio Gribaudo considerato il padre del libro d’arte di poter lavorare con le più grandi gallerie di New York del periodo. Sono stato svariate volte a New York con Paola, dove ho visto cose pazzesche. A 23 soli anni avevo già visto mostre inedite di Basquiat e Bacon, conosciuto personaggi come Tony Shafrazi che ha fatto la storia dell’arte a New York. frequentavo gallerie come Marlborough che ha quattro sedi nel mondo, la Fuller Building dove ci sono tutte le gallerie più importanti, Nohra Haime, Achim Moeller, Mimi Fertz sono stato a casa di Botero.

Storie

Alberto Parini è un imprenditore di successo. Rappresenta con il fratello Marco la seconda generazione a capo di una realtà leader a livello nazionale nel settore delle arti grafiche, che prese forma nel 1962 grazie alla capacità del padre, Renzo, ancora oggi in prima linea nell’azienda. Circa 2500 i metri quadrati della sede, suddivisi in due entità strutturali a Moncalieri, quasi al confine con il comune di Torino. Quaranta sono le persone occupate nelle tre imprese che danno vita alle “Arti Grafiche Parini”, ovvero Aktiva s.r.l., Fotomec s.r.l. e Tipostampa s.r.l.. La prima è la società di comunicazione e marketing delle Grafiche Parini, impegnata nel creare e sviluppare tutte quelle attività legate al mondo della comunicazione grafica e creativa, del marketing e della promozione. La seconda opera nel settore della prestampa per la realizzazione esecutiva di giornali, brochure, cataloghi, monografie, libri, manifesti, espositori, scatole, cofanetti, shopper, cartelli vetrina e pubblicazioni di ogni genere. La terza è l’azienda tipografica che completa l’intero ciclo dei servizi delle Grafiche Parini integrando alla stampa tutti i servizi di confezione e logistica. In sintesi una proposta “chiavi in mano” che in oltre 50 anni ha saputo catalizzare le attenzioni di partner di grandissimo nome e fascino, uno spazio in cui si incontrano come in un salotto galleristi, artisti, curatori, stampatori ed esperti di arte.

per lo sviluppo e delle pellicole. Tutti vecchi procedimenti che chiaramente con la comparsa degli scanner e delle tecnologia digitale sono cambiati ed evoluti. Nell’azienda di famiglia è rimasto il fotolito: dove si ricerca la qualità per le stampe d’arte la figura del “cromista” e rimasta fondamentale, utilizzando i software e gli strumenti moderni. Mio padre appunto nasce come fotolitista ed è entrato nel mondo dell’arte proprio preparando gli impianti per gli stampatori, iniziando a creare la sua collezione grazie ai cambi lavoro con artisti, galleristi e fotografi che venivano a fare i cataloghi da noi. Chi non aveva soldi offriva un opera in cambio. Mio padre non mi portava a vedere la partita di calcio, non mi portava alle giostre, mi portava nei musei, nelle gallerie e nelle case degli artisti, ogni quadro ha una sua storia, ma così è iniziata la mia passione per l’arte. In un modo o nell’altro ho vissuto e assorbito questo mondo. Arriva poi un momento a volte nel quale un figlio decide se rifiutare quello che il padre ha tramandato, facendo tutt’altro; su di me ha invece trovato terreno fertile, e negli ultimi 15 anni ho potuto sviluppare e affinare i miei gusti e la mia ricerca, mentre gli inizi sono stati molto influenzati dai gusti di famiglia. Ho iniziato a frequentare l’ambiente creato da mio padre, per poi coltivare il mio in cui esprimere e affinare il mio gusto.


Un progetto a cui se particolarmente legato? Sono legato a tutti. Ma quello a cui tengo di più in questo momento è la prima monografia ragionata di Aldo Mondino. Sono ormai tre anni che con il figlio Antonio ci lavoriamo intensamente. Sarà un tomo di 600 pagine, con più di 2000 immagini delle sue opere. L’Archivio ha lavorato quasi 10 anni per recuperare tutte le immagini delle opere dai vari collezionisti. Sarà un catalogo molto importante, una edizione limitata. Un parto molto lungo. Un altro oggetto a cui sono affezionato è il catalogo fatto per questo incredibile fotografo Gigi Grasso, che viene chiamato dagli Emiri da tutto il mondo e trattato come una rockstar per farsi fotografare gli amati cavalli arabi. Gigi per il suo catalogo/portfolio edito in 100 esemplari unici ha voluto creare un oggetto unico nel suo genere con copertine in pelle fatte a

Pensa di mettere a nudo il tuo io, cercando di raccontarlo nel modo più vicino alla sua essenza. Per un artista veder riprodotte le sue opere, è come mettere a nudo il proprio io, per cui è indispensabile essere “pazzescamente precisi”. Sbagliare una tonalità in stampa significa stravolgere il mondo dell’artista, che vive in modo viscerale la nascita di un catalogo. Seguono tutte le fasi di lavorazione con passione e personalmente. Da questa fiducia nasce anche amicizia. Durante un viaggio a New York a metà degli anni 90 per preparare un catalogo per Slolenant andai a trovarlo nel sua casastudio, un loft aperto con sei o sette stanze, ognuna con crica quaranta canarini del colore delle pareti: giallo, blu, arancione. Il colore delle pagine del libro dovevano essere uguali a quelle dei canarini… Inutile dire che nella crisi, apparente o presunta dell’editoria, la qualità e l’eccellenza sono l’unica strada percorribile per salvaguardare il settore. Il catalogo di arte più di altre produzioni sembra essere ancora più solido. Il catalogo d’arte sarà l’ultimo libro a morire, poiché è un oggetto. Non è un libro da lettura o da consultazione, è un

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Catalogo per l’artista Francesco Clemente

Il mondo dell’arte e del catalogo d’arte ha delle peculiarità rispetto al catalogo commerciale per la multinazionale o il grande brand. Durante la progettazione del catalogo d’arte infatti si crea un rapporto simbiotico, di grande fiducia tra stampatore e autore in quella ricerca quasi ossessiva della migliore resa visiva che possa rappresentare e raccontare l’idea artistica alla base di tutto. Per questo forse i cataloghi di arte diventano a loro volta oggetti da collezione?

oggetto che deve trasmettere una realtà ed essere vivo. Ha ancora senso di esistere perché è ludico, è bello. Un oggetto che riesce a coinvolgere ancora tutti i sensi, il tatto e l’olfatto. Lo sfogli e lo vivi, diventa oggetto con una fisicità e un volume, diventa oggetto di arredo e collezione.

Ten portraits one self portrait

Overground

In Italia quando avevo 18-20 anni ho vissuto per un periodo con Paul Renner, artista austriaco allievo di Hermann Nitsch, a cui mio padre aveva prestato per un anno la nostra casa nel Canavese, dove io andavo a studiare durante l’estate. Paul dormiva di giorno e di notte dipingeva nella sala ping pong adibita a studio con i Rolling Stones nello stereo a palla. Anche il Castello di Rivara dove sono passate decine e decine di grandi artisti grazie all’amicizia con Franz (Paludetto) è stato un luogo fondamentale per me, li ho potuto incontrare e conoscere Mondino, Nitsch e tanti altri personaggi che ho continuato a frequentare per tutta la vita.


Edizioni d’arte

Cataloghi dall’archivio delle produzioni Arti Grafiche Parini

Storie

Il catalogo d’arte sarà l’ultimo libro a morire, poiché è un oggetto. Non è un libro da lettura o da con sultazione, è un oggetto che deve trasmettere una realtà ed essere vivo

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Overground

Come in una galleria Parte della collezione di Alberto Parini all’interno degli spazi produzione della tipografia

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Si dividerà sempre di più l’industria dagli artigiani industriali: da una parte la standardizzazione dei prodotti delle grandi stamperie online, con le quali è difficile uscire dagli schemi, dall’altra invece un approccio invece più sartoriale delle aziende come la nostra che mantengono una doppia vocazione industriale e artigianale con cui realizzare prodotti unici e personalizzati. Sopravvivono le

Storie

Stampa d’arte per Giuseppe Penone

Qual’è la tua personale visione per il futuro del settore stampa e tipografia? Come si evolverà?

eccellenze, non soltanto qualitative ma anche organizzative e con prezzi allineati con il mercato. Governare la catena e il processo lavorativo in tutti i passaggi è fondamentale, il tipografo non può migliorare un lavoro ma ne può garantirne la qualità che deve passare da una filiera complessa. Lo stampatore finalizza, prima c’è il grafico, la pre stampa, l’editing e infine la confezione è un orchestra complessa. Il mondo della stamperia e della grafica è metaforicamente proprio come il mondo della musica c’è chi scrive i libri, chi scrive la musica e le parole e poi c’è lo stampatore che fa l’arrangiamento finale prendendosi cura che tutto sia il più armonioso possibile.

Alfabeto e altre opere

mano in Argentina, ognuna con una pietra preziosa incastonata dentro una placca di argento unica e diversa per ogni catalogo.

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Poesia

Incontro con Borja Martinez Lo Siento

Overground

Poe mate


esia e eria. I tuoi progetti sono molto diversi tra loro. Quali sono gli elementi da cui trai ispirazione? Sono delle passioni o degli interessi personali? Tutto quello che mi circonda. Film, cibo, architettura, arte, persone, esperienze di vita e umorismo. Non le solite cose, ma quelle che si distinguono, che escono dagli schemi e sono fresche e originali.

Qual è il tuo metodo di lavoro? Quante persone lavorano nel tuo studio?

Il team di Lo Siento è composto da 5 persone, due designer, un artigiano, uno studio manager e un direttore creativo, ed è supportato da 1 o 2 tirocinanti. Il nostro metodo di lavoro è abbastanza semplice: una volta che arriva la commessa, io indico le prime linee guida da seguire. Il primo passo è la fase di analisi del progetto/ prodotto/servizio, poi procediamo con la ricerca e lo sviluppo delle possibili strade creative da percorrere per rispondere alle esigenze che ci hanno comunicato. Una volta ottenuta un’idea chiara del concept, ci dedichiamo alla produzione e alla fase dei dettagli tecnici per finalizzare il progetto, utilizzando un approccio artigianale alla tipografia. Il risultato ci conduce sempre verso dei risultati tangibili, con una componente manuale e fisica che si rivela essere accattivante, intelligente e coinvolgente per il fruitore. Come descriveresti il percorso che ti porta alla realizzazione di un nuovo progetto?

L’elemento imprescindibile è l’empatia con il cliente che ti consente di estrapolare le informazioni essenziali per delineare le prime fasi. Una volta che abbiamo un pensiero più definito, iniziamo subito a disegnare e, da quel momento, filtriamo le idee cercando di capire quelle che funzionano meglio. Proviamo quante più opzioni possibili per capire quella che ci convince di più, per consegnare al cliente quella che pensiamo essere la soluzione migliore per lui. Di solito, la prima idea che perseguiamo è quella che propongo io, dal momento che la mia esperienza professionale mi ha insegnato ad avere una certa sintonia con il cliente, permenttendomi di capire in maniera quasi immediata quello di cui ha bisogno e che vuole veder realizzato. Nella fase successiva, consegno un disegno più chiaro al mio team di designer, di modo che loro possano finalizzarlo realizzando le parti che corrispondono alle diverse applicazioni. Qual è la tua idea di “approccio multidisciplinare”? Fin dall’inizio della mia carriera ho avuto un chiaro e personale concetto di multidisciplinarietà, già da quando ho cominciato gli studi in Graphic Design a Londra. Ho sempre desiderato portare qualcosa di diverso nel campo del graphic design, mescolando due discipline differenti: il design industriale (più fisico e concreto) e il design grafico (digitale), ma in un modo intuitivo e forse anche impulsivo. Ho inziato a pensare all’idea di creare un linguaggio multidisciplinare basato sulla comunicazione attraverso texture, oggetti o veri e propri elementi tridimensionali per poi trasformarli in materiale digitale o stampabile. L’idea di poter recuperare i processi tradizionali (che spesso sono considerati obsolenti e vengono abbandonati) è stata uno dei primi stimoli che mi hanno fatto capire che, pur partendo da qualcosa di artigianale, avrei

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Graphic design

Lo Siento è uno studio di comunicazione visiva fondato a Barcellona nel 2005 da Borja Martinez. La sperimentazione e la multidisciplinarietà rappresentano il tratto distintivo di quella che oggi può essere descritta come una delle più interessanti realtà europee della comunicazione. Alla base dei progetti di Lo Siento c’è un costante lavoro di ricerca, che passa per una sperimentazione di tipo artigiano, capace di cogliere gli aspetti legati alla manualità e alla matericità intrinseca degli elementi. Il risultato è sempre unico, evocativo e coinvolgente: stimoli provenienti da settori differenti si coniugano grazie alla perfetta sintesi di visual e industrial design.

Intervista | Fabio Guida Immagini | Lo Siento


Overground

Quello che contraddistingue il tuo lavoro è il mix, la fusione, perchè fa del designer un creatore di nuovi linguaggi espressivi


Fatti a mano

In apertura: Typeframe, progetto personale, cartone - 2014 e un ritratto di Borja Martinez. A Sinistra: 4D Mixed, paper lettering - 2016. Sotto: Joan Colomo, papercut album cover - 2016.

potuto lavorare ad un livello puramente grafico. Voglio comunicare e disegnare attraverso il movimento delle mie mani piuttosto che con la tastiera del computer. Il computer è uno strumento che ha del miracoloso e svolge tutte le funzioni di cui abbiamo bisogno, ma è pur sempre solo un estensione di quello che abbiamo o che vogliamo modificare. Non è una parte del nostro corpo, è solo un altro strumento (uno strumento potente, lo so). Per me la realtà è qualcosa di diverso: l’approccio ai materiali, il modo in cui li si manipola, mi permette di costruire e disegnare in un modo che è reale, consentendomi di diventare più puro e sincero. Cosa consiglieresti o raccomanderesti ai giovani designer per la loro formazione?

Quanto investi nella ricerca e nell’autoproduzione? Abbastanza, succede sempre nel nostro studio. C’è sempre qualche idea o qualche concept che vogliamo indagare, provare, realizzare, che va al di là dei progetti commerciali. Io dico sempre che è importante continuare ad allenarsi facendo ginnastica prima di uscire e fare

una gara. La ginnastica ti aiuta a testare i tuoi limiti, ad analizzare nuovi metodi di lavoro. Cerchiamo sempre di imparare dai nostri errori. Alla fine troviamo soluzioni interessanti che ci aiutano ad avere un ventaglio più ampio di possibilità in grado di prepararci alle nuove sfide. In quali modi il design può aiutare i processi sociali e culturali? In tutti i modi possibili. Il design è una forma di traduzione e sintesi di quello che si vuole comunicare in una forma specifica. La sintesi grafica dovrebbe narrare e spiegare ad un livello emozionale quello che rappresenta la nostra società o cultura. Il ruolo del graphic design è molto importante perché rivela il comportamento, lo stile o l’atteggiamento di una particolare emozione che sta dietro a una determinata cultura. Inoltre, questa disciplina aiuta le persone ad esprimere i loro pensieri e le loro idee attraverso un marchio, che a sua volta comunica in un modo del tutto originale e particolare. Potresti dirci qual è un progetto di qualcun altro che vorresti aver realizzato tu? Uh, questa è una domanda a cui è difficile rispondere... Probabilmente uno dei miei preferiti è stato il progetto di packaging per i prodotti alimentari delle corsi dei supermercati Selfridges realizzato molto tempo fa da un’azienda chiamata “R-design and designed by Dave Richmond” nel Regno Unito. Era un progetto grandioso che riguardava il design di un’intera gamma di prodotti dei grandi magazzini Selfridges di Londra: etichette di prodotti come cracker, pasta, olio d’oliva, marmellate ecc... Il risultato era un fantastico esempio di design, armonico e ben bilanciato, capace di distinguersi tra le corsi alimentari del supermercato. Avevano avuto il coraggio di usare il nero come colore base, che avevano poi unito con gli altri colori nella parte tipografica: questo faceva sì che ne scaturisse un progetto originale e un ottimo esempio di consistenza e semplicità grafica, un meraviglioso impatto visivo attraverso le lettere ed il colore.

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Graphic design

Consiglerei loro di trovare modi differenti per esprimenre quello che fanno attraverso il graphic design, di provare diverse discipline, che consentano loro di provare altrettante prospettive e di costruirsi un atteggiamento creativo. Questo è quello che influenzerà il risultato di quello che disegneranno. Rompere le regole. Fare esperienza in uno studio di graphic design,

ovviamente, è importante per conoscere quali sono gli standard di base del mercato, ma quello che contraddistingue il tuo lavoro è il mix, la fusione, perché fa del designer un creatore di nuovi linguaggi espressivi. Perché non provare a lavorare come cuoco? O come carpentiere? O ancora come pittore figurativo? Magari potresti sentire la tua connessione con l’arte del dipingere i fiori e contemporaneamente cogliere l’essenza di quello che siamo facendo il graphic designer. La grafica è ovunque, puoi mischiare cose differenti e trovare il giusto mix per trovare un modo di comunicare che sia solo tuo, un linguaggio personale. Il tuo tocco, il tuo modo di esprimenre le cose.... Testalo! Provalo!


Visionar. Intervista | Alessandro Calabrese Illustrazioni | Alessandro Cripsta, Johnny Cobalto, Marcello Crescenzi

Conversazione con Daniela Sanziani

A. Cripsta

Illustrazione per Bonsaininja Studio


Stampa per On Paper Festival 2016

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Il nostro background è prevalentemente editoriale. Stefano Temporin, il mio socio, ha lavorato come consulente sul design al Sole24Ore ed è stato art director di Zero Milano. Io ho di recente concluso la mia lunga esperienza nella redazione di Wired Italia nella quale ho lavorato come grafica e Illustration editor sin dal 2008. Entrambi abbiamo quindi avuto modo di lavorare con moltissimi illustratori, sia italiani che internazionali, alcuni dei quali

A quali realtà vi siete ispirati per dare vita alla vostra agenzia e da quale background siete partiti?

Visionar è un’agenzia di rappresentanza di artisti visuali con sede a Milano e fondata nel marzo 2016. Sull’esempio di quanto già avviene all’estero da diversi anni, abbiamo scelto di focalizzare il nostro roster sulle arti figurative (dall’illustrazione alla calligrafia, dalle infografiche all’animazione) perché in Italia non esisteva praticamente nulla di simile. Infatti alcune agenzie di management hanno un roster allargato a diverse professioni: oltre agli illustratori comprendono anche fotografi, stylist o registi… Una diversificazione che secondo noi finisce per essere dispersiva perché crediamo che gli artisti abbiano il bisogno di sentirsi parte di un gruppo che parla lo stesso linguaggio e che possa dar vita a nuove idee e collaborazioni. Il nostro lavoro consiste principalmente nel management e nella promozione dei nostri talenti, svolgendo il ruolo di intermediari tra loro e i clienti. Questa intermediazione porta vantaggi da entrambe le parti: gli artisti possono finalmente dedicarsi alla parte creativa del loro lavoro, lasciando a noi la gestione delle parti burocratiche (come i preventivi, la fatturazione, la lettura dei contratti...), mentre i clienti hanno un interlocutore al quale rivolgersi per assicurarsi che il proprio progetto venga eseguito a regola d’arte, nei tempi e nel budget concordato. Forniamo anche consulenze artistiche per aiutare il cliente a trovare l’artista giusto per il suo progetto, seguendo il lavoro commissionato dal brief alla consegna dei file definitivi.

Visionar agency è un progetto nuovo per il panorama dell’illustrazione italiana. Puoi spiegarci di che cosa si tratta e quali sono gli aspetti innovativi che guidano la vostra visione?

Illustrazione

Johnny Cobalto

Avendo iniziato da poco l’obiettivo era proprio quello di avere più varietà di stili possibili puntando sulla qualità dei singoli. Dovendo comporre l’offerta da zero abbiamo preferito coinvolgere nel progetto artisti con i quali avevamo già avuto

Come fate a scegliere gli illustratori che volete avere nella vostra squadra? Quali criteri applicate?

Ad oggi rappresentiamo sette illustratori e un calligrafo (citati in ordine alfabetico): Gabriele Cecere, Johnny Cobalto, Marcello Crescenzi, Alessandro Cripsta, Elsa Jenna, Mila Leva, Gloria Pizzilli e Marco Goran Romano. Stiamo valutando di ampliare il nostro roster entro la fine dell’anno cercando di includere anche discipline sulle quali puntiamo molto, e che al momento non abbiamo, come l’animazione. Sono autori con caratteristiche molto diverse.

Quali sono gli illustratori che oggi rappresentate?

hanno iniziato la loro carriera lavorativa grazie ai lavori pubblicati su queste pubblicazioni. Essendo stati dall’altra parte della barricata e avendo avuto modo di lavorare noi stessi con delle agenzie di rappresentanza estere, ci siamo resi conto di quanto questa realtà mancasse in Italia. Realtà di cui tantissimi artisti italiani hanno iniziato a sentire il bisogno, vista anche la crescente domanda di progetti dall’estero. Non c’è stata un’unica fonte di ispirazione, ma abbiamo visto diverse agenzie, soprattutto inglesi e statunitensi e abbiamo cercato di trovare una formula che fosse nostra e che potesse essere efficace sia per gli artisti che per i clienti.


Mi sembra che troppi artisti si limitino ancora all’illustrazione pensata solo per la stampa. Eppure le animazioni, le gif e i video sono i formati piÚ virali su Internet e sempre piÚ clienti richiedono progetti in cui siano previste immagini in movimento.

Marcello Crescenzi

In alto: Illustrazione per The Towner Italia A destra: Sol invictus - Cartolina di auguri per Natale 2015 - Progetto personale

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Da qualche anno poi si sono sviluppati incontri e festival sull’illustrazione che aiutano a mantenere l’attenzione e l’interesse sempre vivo e in movimento verso questo mondo. I nuovi media permettono alle informazioni di viaggiare con grande velocità da una parte all’altra del mondo: come pensi che questi strumenti possano influenzare lo stile di un autore?

Quali pensi possano essere i motivi di questa crescita degli autori nostrani? Direi che una grande spinta è avvenuta soprattutto grazie al mondo editoriale e delle riviste in particolare. Per lungo tempo infatti, in Italia l’uso dell’illustrazione è stato accantonato in favore della fotografia. Credo che sia stato anche grazie a progetti dal respiro internazionale come Wired Italia che, ispirandosi al magazine originale, si sia tornati a sentire l’esigenza di illustrare determinati concetti (spesso magari astratti) tramite l’illustrazione. Altre riviste come IL magazine, molto forte soprattutto nelle infografiche, e Internazionale con le sue copertine autoriali, sono stati un’ottima palestra per diversi artisti italiani, oggi affermati anche a livello internazionale.

Al momento i lavori richiesti sono soprattutto di tipo editoriale e principalmente provenienti dal mercato anglosassone, ancora il più forte in questo settore. Stiamo lavorando anche su progetti relativi a branding e avendo richieste sull’advertising, ma l’editoria la fa ancora abbastanza da padrone. Pare che da qualche anno il panorama dell’illustrazione italiana sia esploso.

Quali sono i principali clienti che chiedono i vostri autori? Quali tipi di progetti vengono maggiormente richiesti?

modo di lavorare, conoscendo la loro serietà e professionalità nello svolgimento dei progetti. Come agenzia infatti riteniamo assolutamente fondamentale che l’artista che voglia essere rappresentato da noi abbia qualità non solo creative, ma di rispetto del lavoro e dei clienti. Deadline bucata e lavori eseguiti male e di fretta sono i pesi che possono spostare l’ago sulla bilancia per far parte o meno della nostra squadra. A livello creativo invece ci piace essere sorpresi dall’originalità degli artisti e da stili ancora inesplorati. Personalmente non ho una tecnica preferita, può sorprendermi l’acquerello come il vettoriale, l’importante è la freschezza e l’originalità del loro uso.

Illustrazione

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Forse più che dare un’indicazione su possibili settori consiglierei agli illustratori di allargare le proprie abilità e imparare a sperimentare. Mi sembra che troppi artisti si limitino ancora all’illustrazione pensata solo per la stampa. Eppure le animazioni, le gif e i video sono i formati più virali su Internet e sempre più clienti richiedono progetti in cui siano previste immagini in movimento. Questo è ciò che secondo me un illustratore dovrebbe tenere in considerazione se non vuole essere tagliato fuori da un mercato sicuramente più florido di quello dell’editoria tradizionale. Senza contare che, anche a livello di autopromozione, le animazioni generano più interesse sui social network rispetto alle immagini o alle illustrazioni statiche.

In un momento in cui l’editoria sembra entrata in uno stallo da cui fatica a riprendersi, vedi altre strade interessanti che possono essere intraprese da un illustratore oggi?

A me sembra che, soprattutto in Italia, il contesto territoriale sia ancora molto prevalente e che ci sia una “scuola” più tradizionalista rispetto a quanto vedo fare da autori esteri. Gli autori italiani che hanno rotto la tradizione facendosi “contaminare” da colleghi e stili internazionali, sono quelli che alla fine sono riusciti ad affermarsi meglio anche all’estero. La tradizione dovrebbe essere un po’ come una finestra che ogni tanto dev’essere aperta per far passare un po’ d’aria fresca.

Si può ancora parlare di “scuole” legate ad un contesto territoriale, oppure è più facile riscontrare filoni stilistici trasversali che coinvolgono autori di nazioni diverse?

Un autore attento, grazie non solo alla velocità ma alla vastità di materiale che può raggiungere, può venire a contatto con tantissime idee e spunti per migliorare o sperimentare il proprio stile. Soprattutto per quanto riguarda i social network, tramite artisti già affermati e famosi, può cercare di capire i meccanismi che funzionano meglio per promuovere il proprio lavoro ed è estremamente più facile farsi conoscere anche dagli art director, sempre in cerca di autori emergenti e originali per i propri progetti.


Overground

Johnny Cobalto

Buongiorno - Progetto personale

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Capitolo settimo A proposito del colore che macchia la carta.


Conversazione con Hvass&Hannibal

Decorazioni stereofoniche.

Overground

Intervista | Sara Maragotto / Studio Fludd Immagini | Nan Na Hvass & Sofie Hannibal

Ud & Se

Illustration for Danish railways magazine Ud&Se

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Overground

Secret 7’’

progetto per evento benefico

DGI-byen

foto: Hans Kruse

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Incontriamo Nan Na Hvass & Sofie Hannibal: due signore del design danese con un invidiabile ed eclettico portfolio costruito rimanendo salde nella difesa di una voce personale e uno stile cangiante, brulicante di vita propria. Negli ultimi anni il loro lavoro ha convinto clienti come Apple, Marimekko, Adidas e IBM, ma rimangono orgogliosamente uno studio in formato pocket. Potete ricapitolare la storia di Hvass & Hannibal fino ad oggi?

Cosa avete preso dall’eredità visiva danese e scandinava? Molti ci chiedono questo e troviamo un pò difficile rispondere. L’estetica scandinava è notoriamente sintetica - less is more. Questo si può rintracciare in una parte del nostro lavoro di graphic design ma non è applicabile alla maggior parte della nostra produzione. Al contrario, abbiamo sempre celebrato l’ornamento, e tutti i meravigliosi colori esistenti, e forse il nostro lavoro è più vicino alla parte della cultura danese meno design-oriented e più

legata alla fantasia, alle fiabe e al folklore. Siamo entrambe molto ispirate da Tivoli (un parco divertimenti a Copenhagen) con il suo bellissimo paesaggio visivo, che trova origine in tempi di orientalismo forse questa esoticizzazione dell’ignoto è qualcosa di presente anche nel nostro lavoro, il sognare come deve essere da altre parti, e creare un’immagine di questo, come un viaggio interore. O come Rousseau che non ha mai messo piede davvero in una foresta. Ci piacciono molto i dipinti di Rousseau, a dire il vero. Raccontateci di uno dei più soddisfacenti e consistenti progetti che vi ha coinvolto. The Conference di Malmö, di cui abbiamo progettato l’identità visiva e l’evento stesso negli ultimi anni, è stato un progetto fantastico per noi. Senza dubbio uno dei più impegnativi e forse il più appagante che abbiamo realizzato. È stata una sfida di design multisfaccettata, dream task per uno studio come il nostro, che vuole partecipare ad ogni aspetto del processo di design. Ha comportato ogni genere di applicazioni – dal graphic design puro alla segnaletica, decorazione e allestimento, Illustrazione

Noi due - Sofie Hannibal & Nan Na Hvass ci siamo incontrate da teenager alle scuole superiori, e già allora frequentammo insieme un corso serale di design. Dopo il diploma e prima di decidere cosa studiare ci siamo cimentate in diversi progetti che ci assorbivano e impegnavano parecchio, anche se piuttosto ‘sciocchi’, come cucire strani costumi e travestirci per fare foto l’una dell’altra. È così che abbiamo iniziato. Entrambe abbiamo inziato a studiare design nel 2007 e circa dopo un anno abbiamo iniziato a fare progetti di illustrazione insieme. Abbiamo ottenuto un buon lavoro, che ha portato poi ad un altro e gradualmente abbiamo preso il via. Siccome avevamo amici nel mondo della musica, abbiamo realizzato molti progetti legati a questo ambito, come copertine di album, poster, flyer per eventi e anche decorazioni di spazi per concerti. Abbiamo intercettato importanti progetti internazionali e siamo state sulla copertina di Computer Arts magazine e ad un tratto ci siamo trovate a lavorare più che a studiare, così abbiamo fatto alcune lunghe pause dalla scuola per dedicarci al lavoro. Abbiamo concluso il nostro MA in Visual Communication solo nel 2012, ma a quel punto eravamo già uno studio avviato con una certa esperienza.

questo. Per noi, il progetto viene prima e ci concentriamo sul far emergere il proprio specifico tono individuale. Uno stile o tono di voce, o anche un brand, non sono un qualcosa che s’indossa come un maglione, ma sono il risultato del rimanere fedeli al proprio processo creativo e alla personale dedizione al lavoro. Focalizzarsi troppo sul proprio brand in quanto studio di design mi sembra calcolatore e - per quanto naïve possa suonare - vorrei che in giro si facesse meno in questo modo. Meno trend e più personalità, in aggiunta alla ricchezza visiva del mondo.

Nan Na & Sofie

foto: Natascha Thompson

Quali sono i principali valori che orientano la vostra pratica creativa? Duro lavoro, libertà creativa e non aver paura di essere vulnerabili, ma prendere la responsabilità di mantenere la nostra pratica fresh and challenging, affrontando situazioni difficili, imparando nuove cose e mantenendo il lavoro ai limiti di quello che noi pensiamo fattibile. In altre parole, non diventare pigri e cadere su trucchi già rodati. Vogliamo anche stare con le mani in pasta, ed è per questo che non abbiamo mai avuto dipendenti e siamo rimaste noi due, a volte con un intern ma non sempre. Suppongo che per certi studi il punto sia trovare o rivendicare una voce e optare per una continuità visiva - o tendere a

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Overground

The Power of Two

Illustrazione per Viewpoint magazine

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Illustrazione

Kunst in Copenhagen

Fotoincisione stampata a mano

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Overground

Macking of

Visual per il trio elettro-rock di Copenhagen Turboweekend

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The Conference Malmö 2014

Identità visiva, allestimento e divise

stage design, visual… la lista è lunga. In questo caso la sfida è stata quella di progettare un’identità che riassumesse quello che l’evento voleva essere e comunicare, di creare un’atmosfera che lo esprimesse e che circondasse le persone riunite per un paio di giorni, ma con un budget per i materiali piuttosto basso. In progetti del genere dipende molto dal cliente e quanto visionario e coraggioso riesce ad essere, e credo che idealmente il cliente e il designer dovrebbero farsi mentori l’uno dell’altro. Così che alla fine del progetto il designer possa dire: il cliente non ha visto questo o quel potenziale nella collaborazione e trascinato il progetto verso questa o quella direzione. E viceversa, che il cliente sperimenti che il designer l’ha veramente aiutato a raggiungere il nucleo di quello che voleva esprimere, e magari l’ha addirittura aiutato a capire quale questo nucleo fosse. Probabilmente questo è il motivo per cui lavorare con altri artisti, per esempio musicisti, è così soddisfacente, perché capiscono questo aspetto. Specialmente lavorando con gli Efterklang siamo state guidate in posti dove non saremmo arrivate. Più rispetti il cliente migliore sarà l’esito finale.

Cosa cercate di raggiungere quando create un’illustrazione? Con l’illustrazione è coinvolta molto di più la parte istintiva e meno il processo metodico rispetto al lavorare su un’identità o un progetto su più larga scala – dopotutto si parla di espressione personale. Proviamo a creare illustrazioni che vivono vicino a quello che illustrano con uguale forza e fondamento, più che solo un’eco o una trasmissione di contenuto di ciò che illustrano. Forse è per questo che a volte non mi piace la parola “illustrazione”, perlomeno per quello che noi facciamo. Quando illustriamo non mostriamo cosa c’è scritto in un testo, ma creiamo un qualcosa che vive di vita propria, in partnership con ciò che illustra. Qual è il vostro progetto illustrato dei sogni?

progetto molto commerciale, è stata una gran cosa quando Apple ci ha contattato e chiesto di creare delle illustrazioni su loro iPad pro, usando la matita Apple, perché avevamo completamente carta bianca. Anche se Apple è una mega corporation, per quello che è in termini di design e impatto nella vita di tutti i giorni, è stato piuttosto overwhelming che siano arrivati al nostro piccolo studio e che le nostre illustrazioni siano appese in enormi pannelli negli Apple stores di tutto il mondo. Per cosa vorreste essere conosciute? Quando studenti o giovani designer ci dicono che il nostro lavoro li ha ispirati nel diverntare artisti visivi o designer, questo è quasi il più commovente feedback che posso immaginare. Gusto di gelato preferito?

Abbiamo sempre sognato di disegnare un francobollo, ma adesso stanno diventando sempre meno comuni sfortunatamente. Realizzare un gigantesco murale su un edificio nella parte vecchia di Copenhagen è un altro progetto dei sogni. Anche se era un

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Mi piacciono tutti i gusti bizzarri. Il mio preferito è il gusto pinolo. Poi liquerizia, menta, limone… e molti altri. Quando vedo qualcuno ordinare due palline di vaniglia rimango sempre allibita. Ma è un bene il fatto che siamo tutti diversi.

Illustrazione

Quando illustriamo non mostriamo cosa c’è scritto in un testo, ma creiamo un qualcosa che vive di vita propria, in partnership con ciò che illustra.


Siamo contenti. E che facciamo, ora che siamo contenti?

Overground

Un tributo a Samuel Beckett Undesign per Flying Tiger

Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò ancora. Fallirò meglio.

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Non accade nulla, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile!

Non c’è niente di più comico dell’infelicità.

Design

Niente è più reale del nulla.


Overground

Il sole splendeva, non avendo altra alternativa, sul niente di nuovo.

Niente di meglio, niente di peggio, nessuna scelta.

Solo sedendo e riposando l’anima diventa saggia.

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Dunque non diciamo male della nostra epoca, non è più disgraziata delle altre.

Non ne diciamo neanche bene. Non ne parliamo. (Silenzio.)

Design

È vero che la popolazione è aumentata...

Non c’è più niente da esprimere eppure bisogna dirlo.

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Rufolo. Un fumetto di Fabio Tonetto.

Overground

Estratto da Rufolo, Eris Edizioni - 2016.

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Illustrazione

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taking care of your brand* since 2003 undesign.it

*UNDESIGN: A TAILOR-MADE VISUAL COMMUNICATION AGENCY


Overground English version

/ p.007 Editorial | Riccardo Balbo

Making the ground fertile for new ideas. Everyone has listening skills that enable them to relate to whatever auditory environment they come across with. Some environments are more pleasant than others, a specific kind of music catches our attention immediately, while others fade into the background, some noises may annoy us, while others are so attractive that we would listen to them incessantly. Our personal taste, our history and some other factors linked to the “here and now “we are living, determine our relationship with sounds. However, when you have to create a sonorous object with a specific function, things change. In the case of advertising and communication projects you need to follow specific rules to convey a message that is consistent with your idea and to make dreams come true. This is done by translating words, impressions and adjectives into sounds, usually in a limited period of time. One of the key element to start planning a sound production is the context where it is experienced. Experiencing a sound at the cinema, even through the use of the most advanced technologies (multichannel broadcast, Dolby surround, Atmos) will differ from the one we would have with a web content, enjoyable in different ways too (a system connected to

The term “hybrid” is often used to indicate a lack of purity or a change in the way we conceive the destiny, no longer predictable.“Hybrid” implies an immutable zero state from which we can start to mix elements. Languages, vegetables, music genres, market sectors, types of vehicle. Everything. The hybridizer’s approach is highly rich: technology evolves through hybridization, as well as literature, design and arts do. We implicitly state that the

evolution of things already envisages their temporary failure, their crisis and their abandonment: there are no rigorous borders, no fixed patterns. The crisis-comparisoncontamination scheme meets the need of improvement and renovation, upon which the survival of human being is based. The contamination among disciplines- as all types of contamination- implies courage, uncertainty and critics. However it makes the ground fertile for new ideas.

The sound of something. / p.010 Working with sounds is quite stimulating, you never stop learning Text | Painé Cuadrelli

a computer, built-in speakers, tablet speakers, mobile devices, headphones and head cuffs). And still we would have a distinct experience when we listen to a site-specific installation. (indoor or outdoor, interactive, linear or immersive). The current sound design panorama- and music panorama- is flourishing and keeps on offering high quality and varied examples, both on the side of traditional media (cinema, television, recording companies, also in their digital and multiplatform varieties) and on the one of the new technologies (VR, 3D audio, games, applications, interactive systems). I usually go beyond technical issues related to sound diffusion, and I try to imagine who the listeners are, where they come from, how they get in touch with the sounds I make and what they will remember after the listening. All these questions can have

plenty of answers, but the only key to understand and justify our work is to whom it is targeted: the audience. I try to put myself in place of the listeners and imagine what kind of interaction they may have with the listening context. These reasoning determines how the sound content will be realized also from the point of view of the shape and aesthetics, which are closely connected to the function. This means that a designed sound is the result of a complex process involving thought, experience and technique. IED SOUND DESIGN AND CLUB TO CLUB This year had the chance to follow a group of students belonging to Sound Design program at IED Milan during the realization of three projects in cooperation with Club to Club. The biggest challenge for the students was

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to experience plenty of different contexts in few weeks, working either individually or in team. A Great Symphony for Turin, a project supported by the British Council and under the trusteeship of Kode9, aims at realising soundtrack by field recording in different spots of the town and that could be listened in different locations with a smartphone. This year the students worked on Porta Susa train station. Space Appeal is the main exhibition at Paratissima (at Torino Esposizioni) edited by Francesca Canfora and Cristina Marinelli. In this case, they produced an evocative soundtrack, made by 17 tracks, visitors can listen within the exhibition path. Whereas Overground Sound interpret sounds with respect to the universe of the magazine. Students made soundtrack proposals by developing the contents and editorial profile of Overground.


Club to Club Avant-Pop.

Overground

/ p.012 We do not want to judge who is worthy or not, but just give more powerful instruments to those who can dominate the scene also at international level A conversation with Sergio Ricciardone Interview | Camilla Petracci

In 2016 you have experienced a great growth: the #C2CMLN, the collaboration with Absolut that led to various “one nights” all over Italy, the Festival Moderno and your first Boiler Room dedicated to the Italian New Wave. It seems that you want to get rid of your traditional background and widen the range of your cultural proposals. You are looking further. Towards what direction?

audience in an open air context, something totally new for us. The Absolut Nights testify the great job carried out by Xplosiva as a cultural firm in its endeavour to combine prestigious partners and the restless search for a dialogue with the Institutions. Boiler Room, instead, represents the great achievement reached with a specific format, The Italian New Wave, which aims at promoting some of the most significant Italian artists abroad.

The festivals and the events you have mentioned represent the obvious evolution of Xplosiva and of the Club to Club experiences: #C2CMLN makes full use of the avant-garde scene and its time collocation- it takes place on the same days as Miart- connects it profoundly to the urban environment as “la cinque giorni di Torino” does; whereas Festival Moderno embodies the other extreme of music, the pop genre, gathering quite an heterogeneous

After the first 15 years of activity, what changed in the C2C formula? What is the vision that underlies your artistic choices? First and foremost, the name reveals the origins of the festival rather than its actual identity. Club to Club was born as a group of clubs that united in one one night just by sharing the same ticket; the continuous increase of the audience prompted us to

find bigger locations, but some stages still retain the original spirit and atmosphere of the club (for instance the Yellow Room at Lingotto, that will stage the Red Bull Music Academy on Friday 4th and Saturday 5th November). This boom allowed us to give new life to many places of the town, such as the Lingotto, the Absolut Symposium hotel, the theatres of the Conservatory, the Palace of Venaria and the squares of the San Salvario neighbourhood. And the Festival followed this route, so we left apart the old fashioned definition of “electronic” to embrace all innovative types of music, spontaneous and non, but without any compromise. On different occasions you described your Festival as “avant-pop” and the in line-up artists confirm this trend. We can see more and more influential headliners and producers working together to give a new face to the international “electronic scenario” and sometimes to pop music itself. Examples of this are: long-awaited live show by Arca and Jesse Kanda, the Thom Yorke of the previous year and the Autechre of this year, up to Chino Amobi, Elysia Crampton. Amnesia Scanner and Tim Hecker, among the others: how did this edition take shape? What kind of new relationship you would like to establish with your audience? Avanguardia and Pop have never been so close as they are now. Look at Clams Casino (that is playing on Saturday). He is a producer who released most of his pieces on Triangle Records (the

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utmost label avant) and he is now being contended among the best rappers of the planet. His debut album, which came out this year is for sure more similar to a pop hit parade album with lots of hit records. Let’s talk about the Italian New Wave, that is becoming gradually a real commitment. You argued a lot on the choice of the artists for your first Boiler Room, as if you had to line up a football team. What is the new face you want to give to Italy? Who do you intend to make famous? Does it still make sense speaking about Italian character or would it be more interesting saying that the producers involved are already known at international level? All criticism is vain and does not take anywhere. Through Italian New Wave we want to invest on the quality of our music scouting on the national ground and widen it relying on the tools that the festival has mastered throughout the years; the aim is to offer those artists we consider the emblem of our country the opportunity the reach the visibility they deserve and celebrate their uniqueness, as spokesmen of a scene made by different actors. We do not want to judge who is worthy or not, but just give more powerful instruments to those who can dominate the scene also at international level, but who are often disadvantaged by the (too much) scarce attention given to certain genres in our country. Looking at the future and tracing a map of the most entertaining festivals in Europe


and not only- I am referring to the Unsound, Mutek, Atonal and to smaller and emerging formats-what do you foresee for C2C? If you had to project yourself in ten years time, what would you keep or change? Does it make sense making plans for the future, or is it more sensible to surf “here and now” to give birth to a good festival? In our field, it is difficult to foresee what will happen during such a long lapse of time. For sure, The Club to Club formula in Turin will undergo adjustments in order to offer a more complex experience both to the audience and to the experts, as well as to tell about the beauty of the

city (especially during the Contemporary art week); we do not want to alter its still delicate balance. #C2CMLN and Festival Moderno still need to define their identities properly, but for sure they start from a grounded idea, that it is not just reproducing the main festival somewhere else.

What do you think about this? How important is for a music Festival keeping good relations with the territory and thus set your proposals in a urban context? Or maybe is better to break one’s moorings and take one’s the public to an unforgettable Elsewhere?

This is why #IAMC2C will be inaugurated in a palace included in the Unesco Heritage list, will continue in a conservatory room, will be hosted in a HQ hotel, have its climax in a industry pavilion and end in a square: the festival identity reflects the DNA of the city.

Great stages, awesome locations and small clubs. Who is more interesting for you?

The venues have always been one of the strongest features of Club to Club, because, we believe that it is often the context who makes the content unforgettable. We want to go on exploring Milan and Turin (and not only) and establish a connection between the audience and emblematic places, by highlighting their specificity.

What should not we miss from this edition?

Personally I have decided to give more importance to the place where I enjoy these experiences. Rather than locations, I like shocking places, where I can leave behind the daily routine to go back to memorable moments.

This year, as never before, the line up is perfectly blended, every single act has unique features, therefore missing it would be a crime. If I have to mention someone, I would say: Arca, Autechre, Junun, Dj Shadow.

Dark Portraits. Rome 1982 – 1985.

For years, Dino Ignani followed the dark community throughout their nightlife in and out of the most famous Roman clubs such as Olimpo, Executive, Black Out, Espero, Piper or Uonna Club. It was a stubborn and systematic photographic research, in which every single detail acquired a great importance, especially after a long time. One of the most important principle that rules the world of photography is that photography reveals itself and its importance only after some time, and here we have an example. Documentary painting is a further proof of this theory: the work usually takes a long time, the photographer is meticulous, his gestures repetitive and he is perfectly aware that perhaps, his work of art will be appreciated after years. Ignani counts on years of work in Rome and more than 400 images produced, during which he never gave up. He was perfectly aware that it was going to be hard, but once

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English

Text | Achille Filipponi Photo | Dino Ignani

/ p.018 A dialogue with Dino Ignani the project was completed the big general photography would have made the difference In spite of an arid and simplified visual organization, he endowed his project with a more complex framework; in fact, if we look at Dark Portraits, we immediately understand that Ignani imposes a certain distance by using a fix shooting technique; and the audience, on their side, will be asked to do the same methodic exercise, by concentrating and the details of each image. Augustus Sander taught this principle to us more than one century ago: avoid the exaggerated attention given to the context surrounding the subject, and let the subject itself be the image. In this way we highlight also the ability of the photographic tool to catch what is human. There is a clear heritage from the master from Hereford, but there are also deep differences. Ignani, being an Italian photographer, takes his own poetic licenses, so arms are


Overground

loosed in a typical belle-epoque attitude, almost reminding Ziegfeld Follies, the smiles are engaging and if you forget the method for a while you get lost in the dazzling smiles and naïve postures. So we find few but powerful hints of sentimentalism, like overwhelming hugs and winking, through which the subject reveals the fragility of his personality and of his dreams. Dino Ignani takes us through a soft and tender eroticism, thus confirming that the portrait is an image of itself. In the end it can be seen as a photo, but not just a photo but a projection of an identity in the 80’s. Another main difference with respect to the German demiurge, is that, in spite of the anthropological goals, he does not distinguish among typologies, but he restricts the research to a specific human field, by detecting the small differences from the inside. In contrast with Sander, the social ranking is not the criterion, the common denominator; here the mechanism is just the opposite: the research focusses firstly on the “dark” as cross cultural phenomenon that involves totally different people.

If we give a look at the shots, we can say it is true, because, as Douglas Pierce claims if “the best that there can be is the thought of what we will never be”, the great desire of being something or someone involves everyone, from the typical Parioli dwellers showing off their cache-mire pullovers up the goth living in the outskirts who dreams of being a star for one night. At that

time, the photos were published on the magazine Rockstar and were commented by Roberto d’Agostino- whose texts appeared again in the book published by Yard Press - a crackling and detailed description, considering that it was written at the same time the photographic job was carried out. Here we find a very interesting passage: “The portraits by Dino Ignani give

concreteness to a restless quest for identity, seduction and communication. These faces look at us and say: You see, I have an image, therefore I am, I exist. A need of definition of one’s identity, that in the past was fulfilled by the ideological parties. (…) these photos convey a sort of advertising naivety, in which each photographed subject becomes manager of himself and of his own appearance. An element on which it is important to concentrate: everyone can dream or pretend to be everyone. Is not it the most radical of the democratization, the image and the dream? It’s true, in Dark Portraits the body reveals itself and a projection of its hopes. It a list of desires made by buttons done up or not, barely ironed dandy jackets and perfect make ups. It portraits Rome and its struggle to be something after 77- it probably succeeded, even if it for a short time. Those who didn’t live in those years and look at it now are fascinated and disoriented at the same time. Everything is so beautiful and it is about to die like a recently cut flower.

/ p.026

The Nineties. Intro | Fabio J. Raffaeli

Many have idealized and often taken inspiration from the 90’s. From its vivid colors to the cuts and all that iconography that has already been diluted by many of the “high street” fast fashion brands worlwide. In 1991 I moved to the US right after the mediatic beating of Rodney King. Along with oversize cut off jeans, small skateboard wheels and hats with flat bills you could breathe some heavy violent energy and indignation. In the 90’s many fanatic  movements within certain musical genres have brought senseless physical attacks. Even the attitude within the skateboarding world was

absurd as it was surrounded by the cynincal with homeless people being set on fire in vidoes and cats burned to death. Sure the medias were full of Spice Girls, Friends, Beverly Hills 90210 and other nonsense but i remember those years as the years of militant struggle and way too many murders. I used to work at the MGM in Las Vegas when Tupac was assassinated. That was pure shit. One of those things to forget. Sure it’s fun to celebrate banalities of the mainstream back then but belive me, all those subcultures that have now been reintepreted and idealized were everthing BUT empty.

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Interview | Roberto Maria Clemente

Truth and purity.

/ p.034 From Italy to London and back, but always with London in mind he would later develop and an intuition that well represented the atmosphere of the so-called “Cool Britannia”: Squire, located in an former brothel is perhaps the first multidisciplinary concept store ever created, which combined fashion, art and design but also sponsored its own line.Early admirers of Squire were some of the Pop Art classics like Allen Jones and Bridget Riley as well Kate Moss or the Massive Attack and also the great innovators in the fashion world like Helmut Lang and Alexander McQueen. His team and collaborators of that time (nowadays still the same) could not pass unobserved: Peter Saville, the graphic designer who made the visual world of the Factory Records become a legend and Nick Knight, one of the photographers of that generation who would end up working with the most prestigious fashion companies. In 2003, his wide-ranging creative ideas made Carlo be voted Creative and design director at Kilgour, one among the most memorable brands of Savile Row in London (think about Fred Astaire’s tailcoat, and Alfred Hitchcock and Cary Grant’s favourite suit): his purpose was to make modern principles merge with

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were Louis Kahn, Dan Flavin, Carl Andre. And Carlo Mollino, indeed. First, we would like to understand fully your approach: what kind of education did you have? I belong to a family of artists and craftsmen. I grew up surrounded by uncles and aunts that made customised jackets, painted and worked with leather every single day. This is how, day by day, I could absorb different disciplines at a time and make experience. For example, since I was an adolescence I could already cut paper patterns... I grew up in London during the 70’s, when all creative ideas were exciting and started to become popular. I could experience punk in its evolution both in music and into the indie fashion, Vivienne Westwood and Factory Records, the Smiths, the goth, the new romantics, the Skin Heads, the Casual and the influence by the North-the Happy Mondays and the dance music by Primal Scream. In the meantime I used to spend summer between Milan and Naples (my father comes from the North of Italy, my mother from the South). From the age of 15 to 21 years old, I used to play in a band like most of my fellow did and fashion was clearly part of this creative community; therefore I was personally involved in the birth of whatever fashion, music and arts styles. My friends were photographers, artists and architects, we went to the same places and I spent lots of time in their studio and learnt a lot. Work and free time coincided: during the weekend we used to experiment together and we shared the studio with people who painted or made sculptures. For our generation, having fun meant creating, making, not drinking alcohol or taking drugs. We can say that you could not be labelled into one category thing since the start of your career... a sort of “trapped Carlo”. At the age of 11-12 years old, apart from being surrounded by artists and artisans, I used to

English

From Italy to London and back. But always with London in mind. Here we tell how to become a creative director for a recognized brand as Saville Raw, starting from a “homely” school. You must have as friends Peter Saville and Nick Knight. Carlo is shy. The first impression is that he wants to barely speak about himself, but then his readiness to talk contrasts his behaviour. Maybe this is why he decided to go back to work and live in a small city near Piacenza and spend the rest of the time in London. A man behind the scenes. He says” I prefer to be remembered for my work rather than for my face”.The story lying behind this meeting tells us about this man, his curiosity and his passion: I could find him in the middle of August thanks to some photos he had posted on Instagram from Casa Mollino in Turin (the tool “Search place” is quite useful) and I wrote to him even if we have never met before. This happened after a few days and talked about Ied. He immediately asked to visit it. That is quite awkward, considering that he preferred an autodidact education to Central Saint Martin. His first works, in 1992, already contained the ideas

the English menswear hate couture tradition. Carlo takes care of everything, from the collections to the campaigns, up to the development of the showrooms. And in short time the Brandelli style, if on one side upsets the most traditional clients of Kilgour, on the other attracts a flock of hardened “outsiders”, such as the everlasting Bryan Ferry, David LaChapelle, Bobby Gillespie of the Primal Scream. And if up to little time ago he had as a client Jude Law, now is the turn of Danielle Craign. It was clear: Kilgour was revolution and thanks to this Carlo was appointed British Fashion Council’s Menswear Designer of the Year and Britain’s Most Stylish Man. In 2013, after a five year break (he gave up the charge due to a transfer of title), Carlo was again Freelance creative director at Kilgour. In these five years he went on working for other clients, but directing his career towards new worlds: for example sculpture, with the exhibition “Permanence 2010-Travertine marble stone & gold at the RCM Gallery in Paris or with the rubber coated cotton sculptures realised in collaboration with the American artist Matthew Brannon for the gallery Casey Kaplan in New York and exhibited at London’s Frieze Art Fair in 2011. In 2013 and 2015 he made several glass works in Murano (Floating series and Glass forms). Finally in 2015 he also realised a minimalist installation, perfect epitomizing the physical world created for Kilgour. The essence of his approach and of his inspiration have not changed throughout the years, “the design truth; the function, the shape and then the concept”; and also his interdisciplinary approach: “I consider fashion, photography, sculpture, video and graphics equally important and sharing the same purpose: communicating and creating”The list of his favourite artists reveals the core of his design philosophy: Bruno Munari, Naum Gabo, Carlo Scarpa. “Every now and then I am pleased to discover that I thought the same things as theirs, that I drew up the same conclusions, even before getting to know their work”. And other inspirations


collaboration. Let’s make an example: I have never designed a plane so far, but if someone asked me to, I would accept. I would work side by side with the engineers and contribute with my expertise, for example with suggestion on the aesthetics, etc. But at the same time, I would observe the engineers doing their job and I would try to give them new ideas and reasoning. For instance: the audio system on planes is terrible: the notices coming from the pilots cabin are broadcast with a higher frequency and often disturb travellers causing headaches to them, therefore I would suggest to improve the quality of sound. At the same time, I would rely on my experiences to spot out problems.

Overground

Do you consider negative being a dilettante when you approach a new field? read publications about fashion, architecture and music: there was so much to learn! Then, when I was 16 years old I started to study martial arts, a very important discipline. In the end, I believe, that you cannot really define “work” something that you love to do. Creativity means developing our personal way of looking at things, (your own eye), then you start to get information and learn your point of references. Only at this stage you can start to define your ideas and your work. Quite soon I realised that creativity included music, art, design, fashion. And your attitude must be same: be open-minded, be aware of the technical aspects and of your points of reference. Ultimately, I believe that you cannot be defined a creative or art director if you are not 100% sure to be expert in many creative fields. Is it important what you discover during the design process? At all. I try to find truth and purity in each single work. If the design is pure, well developed and every points of view and approaches are taken into consideration (technical, emotional, contextual, historical and aesthetic) then the project will be perfect. It is just like the sensation you feel when you look at something-a building, a chair, a photo, a car or a dressand you do not feel the need

to change them: it is the mere pleasure of “what is right”. It goes without saying that in my opinion the best part of the creative process are the beginning and the process itself-the final product is less important. To be honest, my greatest desire would be just to imagine the projects and design without producing the real objects. When you realize an object you are obliged to face problems like sale, production etc... A thousand years ago, philosophy was intended as creativity, the finished product did not exist! Going back to your design method: my impression is that the project is the result of a well planned process, that can be further defined in the course of it, but nothing is left to chance, isn’t it? I look at the project both in its entirety and details and I analyse its history. I Identify the most evident message and extrapolate it. I am trying to imagine how you approach a field you have never experienced before: you observe it and start making attempts, without a precise plan. Then, after having acquired a certain know-how, do you concentrate on a specific concept and develop it? I learn by doing, thanks to experience, observation and

No, I don’t. Naivety is quite important, because when you are naive, you are open-minded and you learn more rapid how to see the truth. If you are already aware of something, your ego can influence your project. In my case, I could gain experience in each of the fields I work for-fashion, art, architecture, interiors, graphics, photography- thanks both to the work opportunities I had and my collaborators. For instance, I worked with Nick Knight only on advertising images and for twenty years I saw him mounting his sets and the lights for us. But I kept on taking my photos, so working individually and close to professionals are both good ways to learn. As for the graphics, I was lucky to have Peter Saville among my best friends: he met me and my first exhibition at Squire, and he is still here after 20 years. If I insisted on graphics and pagelayout is because I saw Peter and his collaborators working. The secret is to work together from the beginning of the projects, I never leave them alone. Ideas and collaboration go in the same direction: this is the key. Who among the contemporary artists you consider most interesting and why? At the moment, I am more keen on craftsmanship rather then on

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contemporary artists... This is the major difference between applied arts and fine arts: the former-like fashion, architecture and product design aim at designing objects with a purpose; the latter, instead, create objects to discuss about. Is there someone you consider your ideal twin, in terms of sharing the same interdisciplinary approach? A mix of Carlo Molino and Gerhard Richter, with some influence by Joseph Beuys and minimalist architects, an hint to the Renaissance, and a bit of samurai! Have you ever seen fashionlike a worldwide sector-as an attraction pole for those who are interested in arts? For instance, people who are really fond of fashion, could be fascinated by the arts from which it takes its inspiration? No, I think that people who buy clothes are not so smart and people involved into the fashion business only aim at making money and nothing else... too much ego. In my case, I use fashion to teach people to appreciate other cultures. What should a young designer do in 2016 to train and improve himself and ultimately create original ideas? Nowadays our world is full of easy-to-access visual contents in the world. The young designers risk being confused by so many messages and potentially acceptable contents. It is quite frequent to come across works of art that exploit different methods indiscriminately, just as if watching an image on TV and on a smartphone screen were the same: we are surrounded by too many visual contents. The human eye cannot assimilate so much information, a former selection is needed, but young designers absorb this information like sponges and some of them cannot take the right decisions. If each of them can rely on the same tools-Google-for instance-also the conclusions will be the same. Young designers should put a distance from the digital world if they want to let their imagination free.


Interview | Matteo Barbi Photos | Insomnia. A triptych on sleeplessness

p.042 / Operae 2016

Designing the future.

Courage, bravery and responsibility describe the revolution that is taking place in the world of design. These words are also highlighted in the manifesto of Operae 2016, the seventh edition of the festival promoting Turin independent design, where Annalisa Rosso- author of the manifesto itself- is involved as guest curator. A declaration of intent and at a same time a call to arms. Annalisa, why did you choose a manifesto for this edition of Operae? “Be brave”, the subtitle of my manifesto, is a sort of appeal to be courageous, because designing the future implies making conscious and brave choices. I believe that nowadays everyone should be responsible for their own choices as the will determine the future for better or for worse. This is not a conciliatory attitude, I am just prompting people to take on their responsibilities bravely. This is an exhilarating answer, it explains exactly what happens with young generations

and emerging designers, it is in their DNA, a kind of innate awareness. The centrality of the human being is a typical theme investigated by future designers. Where can we find this feature in the designers you selected for this new edition?

The purpose of retracing the borders of design explains your incessantly travelling around the world to visit biennial exhibitions, design week, exhibitions and fairs. Where do they designers that we find at Operae come from? They come from Russia, Japan, Belgium and obviously Italy: many different nationalities but sharing the same philosophy. Another common trait is their young

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Multidisciplinary approach and the need for specific skills are the core themes of your manifesto. How important are these two aspects nowadays? In order to be a designer, a 3D printer is not enough. You need specific skills and a good preparation. It is crucial that those who want to be designers are able to communicate with people through different languages and skills. A multidisciplinary approach works only if you are able to collaborate, if different actors (engineers, designers, biochemists, philosophers) are ready to share ideas and their know-how in order to reach a common goal. Unfortunately, this is not obvious and this is why schools should train students to work in collaboration with other disciplines. However, this openness and interest towards other fields should not be detrimental of specialisations, likewise necessary. These ideas can be applied to different subjects, but in my opinion it suits specifically design, which transforms concepts and discoveries into functional objects. This year for the firs time at Operae you also host a section dedicated to the major International contemporary design galleries. What reasons underlie this choice and what role do they play in the design system? Nowadays collecting contemporary design works is particularly meaningful for research, because the galleries allow artists like Charlotte or Nel to carry out their projects with more freedom without the constraints imposed by the industry and the mass market. Moreover collecting means recognizing and give the proper value to objects, to the idea and the project that lie underneath them. It means also choosing, selecting rather then accumulating unnecessary things.

English

Emotions and experience are common and recognizable traits, but they are also a way to interpret design as socially responsible, culturally sustainable and humanly conscious. The Insomnia trilogy project by the duo Cjnv E Verilin (Charlotte Jonckheer + Nel Verbeke) and the collection of textiles for the night is a perfect example of a design research that focusses on the most vulnerable aspects of the human being but also on their reality , as sooner or later all of us will experience insomnia. Through this project, the two Belgian artists investigated three different facets of insomnia with great sensitivity and touch: the annihilating, existential and romantic. The same patterns can be found in their respective works: “Pas perdus”- a carpet on which you have to walk on barefootwill be exhibited here in Turin. Whereas Nel, since the beginning of her career, has carried on a poetic research on themes like nostalgia, melancholy, utopia, that she later revealed in her refined pieces of art and through an uncertain aesthetics.Generally all the designers involved interpret the sensitivity connected to the project according to their own background.Some of them have more scientific approaches, others have more visionary views that derives from the biochemical laboratories; some others chose to refer to a traditional craftsmanship and tried to adapt it to the future.

age-between 25 and 30- but all of them have a great awareness of their work , a well defined point of view on the perspectives of contemporary design, but also the willingness to build up the future with their own hands, besides a spontaneous inclination and ability to collaborate.


In other interviews, you have said that you are not great fans of the new media; what is your relationship with the technique and how important is it for you?

Your works are imbued with visual culture, each containing many symbolic quotations and references. What are your main references?

Interview | Michele Bortolami and Tommaso Delmastro

/ p.050 A chat with AES+F

Digital Neo-Baroque.

Overground

Oneiric-catastrophic video installations, a dystopic revisitation of mass visual culture. A hybrid collage of the aesthetics of the video clip and glossy adverts, video games and digital animations, rife with references to Renaissance, Mannerist and Baroque art. This is the origin of the visionary hyperrealism of AES+F, the Russian collective acclaimed worldwide at the most important exhibitions of contemporary art. The collective includes conceptual architects Tatiana Arzamasova and Lev Evzovich (in the past, director and art director of animation films), graphic designer Evgeny Svyatsky, and fashion photographer Vladimir Fridkes, who joined the group in 1995 when the group changed its name to AES+F.

We are generally visual omnivores. Each project has its own connotations and references, from art history to video games, and to cinema. In Last Riot it was Caravaggio. In Allegoria Sacra we pay homage to Bellini, but visually we also often refer to 2001: A Space Odyssey by Stanley Kubrick.
 Looking at your artistic production, one is immediately struck by the long series of references to Italian art, starting from the Renaissance. How important are Italian artists for you and which of these have inspired you most? We think that we live in a NeoBaroque epoch, characterized by extreme “visuality”. We draw very

much from the Baroque period, and specifically Mannerism, with its very vivid and exaggerated body language. We were especially looking at the works of Caravaggio, Bellini, and Signorelli. Your videos often reflect on the relationship between East and West, between the ChristianJewish world and that of Islam: do you consider that your works can also be interpreted in a political light? Yes, of course, but it’s not political activism. Everyone can interpret our works however they want. We task ourselves with provoking people to reflect on and interpret contemporary reality themselves. As your work involves moving constantly from place to place, are you able to maintain an identity tied to your roots in Russia? If so, how? We are very cosmopolitan, like the art we make. This fact in itself captures a very deep Russian tradition of striving towards cosmopolitanism and openness. It’s a very Russian feature that can be seen throughout the culture, from Pushkin and Dostoevsky to Kandinsky and Chagall. Your projects are very complex works, how do you conceive and develop these from the idea to final realization? In the case of traditional works, like painting and sculpture, we work with paint, molds, 3D models and so on. When producing video works, our methodology is similar to that of film, video games, fashion, and advertising, but we have our own secret techniques as well.

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We aren’t great fans in the sense that new media isn’t an end in itself for us. It’s a medium, same as any traditional material. But new media is very important for us, because with traditional methods we cannot manifest our vision. Only relatively new technologies allow us to make the work that we make – the ability to produce a hyper realistic world in superultra-HD. The suspended style of your videos often features a disorienting mix of elements of pop culture. How would you describe your relationship with kitsch? The world without a little bit of kitsch is like steak without blood. It’s an important element of our language, which we use to describe the world we live in, but it’s not the end in itself. Your works succeed in being delicate and violent, aestheticizing and disturbing at the same time. What is the origin of this desire for dystopia in your works? We simply see reality this way. We combine seemingly contradictory things in our works, because we see them all around us. The world consists of conflicting things, and we call it a “hybrid reality”. Last year, we saw your last great work, Inverso Mundus, in Venice. How long must we wait to see your next project? Can you give us an advance preview? We started working on a new project with a preliminary title: “Turandot”.


English

The Oratory built on the parvis of the Church of San Filippo Neri in Turin, was invented and designed by the abbot and knight D. Filppo Juvarra -the prime architect of his Majesty- in 1715. In 2015, after it had been closed for two years due to restoration works, it was reopened to the public as multi-purpose and multimedia room, available to qualified public or private initiatives. The congregation of the Oratory of Turin has stood out for the organization of relevant cultural activities and structures; among the most impressive the SSAASenior Seminar Applied Arts- and the MIAAO- the International Musem for today applied arts. The idea lying behind their intervention on the Juvarra’s Oratory was to innovate but by being loyal to tradition: through a due historical-philological restoration, they mixed traces of the contemporary project patterns with new languages, also by commissioning master pieces to notable pioneers and designers, guided by Enzo Biffi Gentilidirector at SSAA/MIAAO. These works of art are often described as homages to Juvarra and the Baroque art: for example the new reception is dominated by a giant

Shooting / p.066

A revisited oratory. An homage to Juvarra. ceramic suspended lamp forged by Andrea Salvatori -winner of the 2009 contemporary art pottery competition- with the shape of a star, made in wood or stone, a recurring theme in San Filippo. However this reference is often modified and diminished by using of degraded materials or representations: for example the welcome desk with is baroque line by Andrea Bouquet in pure maple wood is contaminated by recycled wood inserts, similar to the ones of packing boxes; or the NeoRoccocò

console table by the textile artist, Silvia Manazza seems “soft” as it made with parts of old mattresses. As for restroom facility, they opted to reproduce a Chinese typical toilet, decorated with pottery by Francesco Raimondi from Vietri sul Mare e by Kerasan from Civita Castellana- for instance one of the”bowl“ is ox-blood coloured, a unique example-but much more practical if compared to the one by Juvarra at Palazzo Reale. Undesign managed to sew all the elements thanks to an advanced graphic

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project: the new stage located in the hall is imbued with preexisting decorative themes, which have been revived as they were no longer visible; the couches have been marked by a embroidered triangle logo which symbolizes the most important dates of the history of the oratory; they traforated the brass plates which covers the radiators with sacred symbols and finally the plate at the entrance engraved with the name Lab Oratorio...Quite a suitable term, after all.


The art printer. / p.082 A meeting with Alberto Parini

Overground

Interview | Marco Polacco

Alberto Parini is a successful entrepreneur. He and his brother Marco are at the head of leader graphics company at national level, which was created by their father Renzo-still actively engaged- back in 1962. Their head offices- 2500 square meters in size- are subdivided into two structural departments and located in Moncalieri at the border with Turin. They have forty employees dislocated among the three different branches which make “Arti grafiche Parini”- Aktiva s.r.l., Fotomec s.r.l. e Tipostampa s.r.l.. The first is the marketing and advertising branch, who takes care of the promotion of all creative and graphic activities. The second one operates in the pre-press field and so in the operational realisation of newspapers, catalogues, brochure, monography, books, posters, displays, boxes, cases, shoppers, window posters and all kind of publications. The final one completes the whole process by integrating the press activity with logistics and packaging services. In a word, a turnkey proposal that has managed to attract the attention of prestigious and appealing partners. Gallery managers, artists, curators, printers and arts experts have been gathering at

the printing house - as it were a salon- for over 50 years. How much did this influence your training as entrepreneur and your passion for art? I started my work as printer in 2006, but since 1960 we had been operating in the field of printing films, the most important part of the process which can determine the final output. During these phases, we defined and adjusted the tones by using development trays and films. Clearly, all these traditional methods were upgraded with the arrival of scanners and digital technologies. Only family business still use the photolith and they consider the colour expert essential to ensure high quality art photos, by relying on software and modern tools. My father was born as a photolithographer and he joined the arts world by preparing the equipment for the printers. Thanks to a mutual exchange with artists, gallerists and photographers- who commissioned their catalogues to us-he started creating his own collection. Those who could not afford the printing offered one of their works in return. I never went with my father to football matches or to the funfair. He used to take me me to visit museums, galleries and the artists’ places. Each picture, with

its own history inspired me and made my passion for arts grow. Somehow I could experience and absorb this world. Then there is a moment in life when sons decides to follow or conversely to deny their father’s path. In my case I chose to follow him. At first I was influenced by my family tradition, while in the last 15 years I have started to develop my personal taste. In other words, I trained myself in the environment created by my father and then I gave birth to my personal environment, where I could express and refine my own taste. Typographical, visual and world cultures were great influences on your growth and enabled you to develop a strong international entrepreneurial approach, above all thanks to the amazing people met during your overseas journey. Would you like to tell us something more? At the beginning of my career, I had the chance to work with the major art galleries in New York in the 90’s thanks to Dr Paola Gibraudo, Ezio Gibraudo’s daughter, considered also the father of the art book. I went with Paola to New York on various occasions and I saw amazing things. At the age of 23, I had already had the opportunity to visit the still unknown exhibitions by Basquiat and Bacon, to meet personalities like Tony Shafrazi, the pioneer of the history of art in New York. I used to go to galleries like Marlborough , that has 4 branches in the world,

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the la Fuller Building, which included all the most important worldwide galleries-Nohra Haime, Achim Moeller, Mimi Fertz- and I was a Botero’s house. Whereas in Italy, when I was 18-20 years old I spent some time living with Paul Rennderan Austrian artist, disciple of Hermann Nitsch, in our house in the Canavese, where I used to study in summer. Paul used to sleep during the day, while at night he painted in the ping pong room- transformed into a studio-listening to the Rolling stones at high volume. Also the Castello of Rivarawhere loads of artists stopped by thanks to their friendship with Franz (Paludetto)- had a great importance for me, as there I could meet Mondino, Nitsch and many other people who became part of my life. An art catalogue differs from the one meant for multinational


advertising companies or for big brands. When designing an art catalogue the author and the printers trust each other and establish a symbiotic relationship. This allow them to achieve the visual output that best communicates the original idea. Maybe this is why art catalogues become sometimes collection items, isn’t it? Imagine to bare your Ego and to show it in its pure essence. For artists, seeing their works reproduced is like laying themselves bare, therefore they must be “crazily” precise. Choosing the wrong colour in printing means destroying the artist’s world, as they experience the birth of their catalogues viscerally. They follow personally and passionately all phases. This mutual trust make them become friends quickly. During a trip to new York, in the mid of the 90’s, I had to prepare a catalogue for Slolenant and so I visited him at his house-studio, an open loft with six or seven rooms, each of them with about 50 canaries of the same colour of the walls: yellow, blue, orange.

The colours of the pages had to be as many as the ones of the canaries.. Needless to say that in order to overcome the crisis of the publishing world-whether real or apparent- quality and excellence are the only viable path to save this sector. The art catalogue will be the last to die, because it is an object. It is not a reading or reference book, but a real object. It still has the right to exist as it is entertaining and beautiful. An object which involves all senses, the sense of smell and of touch. You can leaf it through and enjoy it, it becomes a physical object with a volume, a furniture or collection item.

600 pages, containing more than 2000 pictures of his works. The Archive took about ten years to gather all the images of the works from different collectors. It will be a very important catalogue, a limited edition. Quite a long delivery. Another object that I particularly like is the catalogue realised for an amazing photographer, Gigi Grasso, highly recruited by all the Emir worldwide to take pictures of their beloved Arabian horses. Gigi chose to create a unique object for his catalogue/ portfolio which was reproduced in a hundred copies: hand-made leather covers from Argentina, each of them carrying a different valuable stone mounted on a silver plate.

Which is the project you are most fond of?

How do you see the future of printing and typography? How will they evolve?

I am fond of all of them, but at the moment the most significant for me is the first annotated monography by Aldo Mondino. His son Antonio and I have been working hard on this project for three years. It will be a volume of

There will be an increasingly big gap between industry and craftsmanship: on one side the standardization of products through the online printing shops, which do not allow to go out of the mould; on the other a

more tailoring approach like the one of all those businesses-like ours-who aim at realizing unique and customised products Those who survive are the ones with excellent qualitative and organizational skills and who offer reasonable prices. Mastering the whole process in all its steps is essential. A typographer cannot improve the work but he can guarantee that quality is preserved throughout the process. It a complex orchestra: first the graphic, then the pre-printing, the edition and finally the packaging. Metaphorically speaking the graphic and printing worlds are like music: someone writes books, some others write the words and the music; at the end the pressman makes the final adjustment ensuring a perfect harmony among all elements.

English

Interview | Fabio Guida Images | Lo Siento

All of your projects are so different one from another: what is it that inspires you the most in your life, any passion or interest? Everything I am surrounded by. Films, Food, architecture, art, people, life experiences, and humour. Not typical things, but the ones that are very different, lawbreaker and fresh.

/ p.088 A chat with Borja Martinez

Poetry and matter.

What’s your working method? How many people work in your studio? Lo Siento has a team of 5 people, two designers, an artisan / craftsman, a studio manager anda creative director. We have the support 1 or 2 interns each quarter. The method is quite simple, once the order arrives, I make and white down the first

guidelines to follow... The first step is the analysis phase of the project / product or service, then we do the research and development of possible creative ways to respond to the briefing we ordered. We tried to personify the project for a better understand and to get ideas that bring us closer to a proper work process. Once we have a clear idea of the general concept, we work into the production and technique phase of these ideas through the craftsmanship applied to typography. The result is almost always lead us to touch solutions, with a manual and physical component that turns out to be nice, clever and warm for the viewer. How would you describe the path (planning) of a new project? The most important thing is to empathize with the client in order to extract the basic and the most information needed

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to start charting the first lines. Once we have a clear idea, we began to sketch, and from there we filter the ideas we believe that work the best to start riding and polish them better and better. We try as many options as we can in order to find the solution that convinces us more, to deliver the one we believe is successful for the client. Normally the first idea of the project is generated by me, because I had the experience of sympathizing with clients and makes me understand what he really needs / wants. Then I pass a clearer sketch to the team of designers so they can define and design the parts of the corresponding applications. Could you tell us what is your own concept of “multidisciplinary approach”? I had an original and clear concept from the begining, in the sense that as soon as I began to study graphic design in London it was clear from


Overground

the outset. I wanted to bring something different to the field of graphic design mixing two disciplines such as industrial design (physical) and graphic design (digital) but In a very intuitive and almost impulsive way. I started to experiment with the idea of creating a multidisciplinary language based on communicating through textures, objects or actual 3D elementsand turn them into a print or digital material.The idea of being able to recover traditional processes (many of them are disappearing) was one of the first stimulations I’ve got to understand that I could work in a purely graphic piece from a n craft starting point. I want to talk and design through my hands rather that a computer keyboard. The computer is a miraculous tool and contains everything you will need… but it’s just an extension of what we have, or we want to manipulate. Is not part of your body…. it is just another tool (powerful tool, I know). For me, reality is different, and the approach to materials and handling them, gives me the experience of riding, build and draw in a real way, in order to be more pure and honest. What would you suggest or recommend to young designers for their professional education? Find different ways to express what do you do through graphic design. Try different disciplines, that will gives you a different perspective, to build a creative behaviour. That will affect the outcome of what you design.

Break the rules. Working in a graphic design studio it is important obviously, to know the established basics and functions in the market, but what gives you a different touch, is the miscegenation, the fusion, that makes the discipline of a designer a generator of new expressive languages. Why if you try working with a chef? or a carpenter? or a figurative painter? Maybe you can merge into the world of floral art and understand the basics of what we are as a graphic designers. The graphic design is in all over, you can mix it and get the best pairing to find a unique tone, and a personal language. Your touch, your way of expressing things…. test it! try it!

specific. The graphic synthesis should narrate and explain emotionally what represents our society or culture. The role of graphic design it is very important because speaks about the behaviour, style or attitude of a particular emotion behind a culture. Also this discipline helps people to communicate their thoughts through brands to communicate in a particular way. Could you name a project designed by someone else that you would have realized yourself? Uh, that is a difficult answer…. Probably one of my favourites was a packaging project for Selfridges food hall made a long

How much do you invest in research and self-production? Quite a lot, it happens all the time in the studio. There are always ideas and concepts that we want to explore, make, and try,apart from the commercial projects. I always say that it’s important to keep doing gymnastics before going out to compete. Gymnastics helps you to test, to analyze new working methods. We are always seeking how to learn from mistakes. We finally find interesting solutions that help us to have a broader dimension of possibilities that prepare us to new challenges. In which ways design can help the cultural and social process? In all of them. The design is a form of translation and synthesis of what represents and wants to communicate something

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time ago by a company called r-design and designed by Dave Richmond in the UK. It is a great project, based on the design of a whole range of products for the department stores: Selfridges in London. The project its about a white label brand of packagings such as crackers, pasta, olive oils, jams, etc... The result is a magnificent piece of design, harmonic and well balanced, and it brings out clearly on the shelves of the food hall. They dare to use black as a base color and combine it with the color in the typography, that brings you especial project and a great graphic example of consistency and simplicity a wonderful visual impact through typography and colour.


Visionar agency is a novelty in the Italian illustration scenario. Can you tell us who you are and which are the innovative features that lead your vision? Visionar was founded in Milan in March 2016 to represent visual artists. Following the example of what has happened abroad for years, we decided to focus our roster on figurative arts (ranging from illustration to calligraphy, from infographics to animation) as Italy lacks something similar. In fact many management agency rosters includes photographers, director, stylists. According to us this diversification can be misleading as we believe that artists need to feel part of a group that shares the same language and

that gives birth to new ideas and collaborations. Our job consists mainly in the management and promotion of our artists, by acting as an intermediary between them and the clients. This activity brings advantages to both sides: the artists can concentrate on the mere creative part of their job, leaving to us the bureaucratic aspects like quotations, invoice, contracts review); whereas the clients can now have an interlocutor to enquire about the project development and be reassured that it is being carried out in compliance with the brief, the deadline and the budget. We also advise clients on the most suitable artist for their project and the follow him/it from the brief to the delivery of the final files.

Interview | Alessandro Calabrese

/ p.092 A conversation with Daniela Sanziani

We come both from the publishing world. Stefano worked as a design consultant at Sole24ore and as art director at Zero Milano. In my case, I have just quitted my job at Wired Italia as graphic designer and Illustrator where I had been working since 2008. Therefore both of us had the chance to get in touch with plenty of Italian and international artists, who started their careers thanks to the works published on these magazines. Thank to these experiences, we realized what being “on the other side” means and that Italy required something like this. And it is becoming more and more necessary for the artists, considering also the high demand of projects they are receiving from abroad. We took inspiration not just from one agency, but from different ones, especially English and US, but we customised our formula to satisfy both the artists’ and the clients’ needs Can you give some examples of the illustrators you represent? Up to date, we account for seven illustrators and a calligrapher (alphabetically ordered): Gabriele Cecere, Johnny Cobalto, Marcello Crescenzi, Alessandro Cripsta, Elsa Jenna, Mila Leva, Gloria Pizzilli e Marco Goran Romano. We are considering to widen our roster by the end of the year, with new disciplines like animation.

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Who are the main clients requested by your authors? What are the most requested projects? At the moment, the majority of the works refer to the publishing world, especially the Anglo-Saxon, still the leader in this sector. We are also working on branding and advertising projects but the publishing industry is still the strongest. It is understood that the scenario of the Italian Illustration design has burst out in the last few years. According to you, what are the reasons for this rapid growth of our authors? I would say that the publishing world in general and magazines in specific gave a great boost. As a matter of fact, Italy had privileged photography over illustration for quite a long time. I believe that we started to feel again the need to Illustrate certain concepts (perhaps abstract) thanks to projects of international appeal, like Wired Italia. Besides other magazines like IL magazine, with its notable infographics and Internazionale with his authorial covers were a good training for many Italian artists, nowadays also known at international level.

English

Visionar.

Where did your take your inspiration from and what is your background?

All of them have different characteristics. What are the criteria to choose the illustrator that constitute your team? As we are at the beginning of this project, we chose to have as many different styles as possible, focussing on the individual’s qualities. As our roster had to start from scratch, we preferred to involve artists we had already worked with and we knew for their seriousness and professionalism in development of a projects. For our agency meeting the deadline and respecting clients is a must, apart from the artists’ creative skills. Delayed delivery or noncompliant works can determine the artists’ eligibility to join our team. At creative level we like discovering the artists’ originality and unexplored styles. In my own point of view, I have no favourite techniques, I like both the vector graphics and watercolour, what matters to me is how freshly and originally they are used.


Finally, recently the increasing numbers of festivals and meetings on Illustration helped to catch the attention and raise the interest into this world. Thanks to the new media information can reach the other side of the world very quickly , how can these tools influence the style of an author?

Overground

If an author is attentive can have the chance to get in contact with many ideas and inspirations to improve his style or experience new trends, thanks not only to the speed but also to the great amount of materials he can reach. However, social networks are even

Can you recap the story of Hvass&Hannibal so far? We (Sofie Hannibal & Nan Na Hvass) met as teenagers at high school, and already back then we did an evening design class together. After finishing high school and before deciding on what to study, we did lots of little projects together, which we were very busy with and quite concentrated about, although they were quite silly projects, like for instance sewing strange costumes and dressing up and taking photos of each other. That’s where we started. We both got in to the design school in 2007, and approximately one year into our studies we started to do illustration projects together. We got a good job, which led to another, and that way it slowly took off. Because we had friends in the music business we did many music-related jobs, like album covers, posters or flyers for events and also murals at venues. We landed some big international jobs and we were on the cover of Computer Arts magazine, and all of a sudden we found ourselves working more than studying, so

more a very useful to learn new and better ways of promoting onself and also, through other famous artists, meet art directors, who always look for original and emerging artists for their projects. Are there still “schools” connected to a local context, or is it more likely to find different style trends which involve authors coming from different countries? My impression is that, In Italy above all, the local context is privileged and that our school is much more traditional compared to the what foreign authors do. The Italian authors who broke up with tradition and accepted the contamination from their international counterpart, are

the ones who managed to have success also abroad. Tradition should act as a window, that sometimes we open to refresh the environment. Now that the publishing world seems to be struggling to raise again from its impasse, do you envisage other paths a contemporary illustrator can follow? I would advise authors to widen their skills and experimenting rather than concentrating on specific sectors. I have the impression that too many artists restrict themselves to the printing world. And yet, animations,

gif and videos are the most widespread formats on the net and more and more clients ask for projects where motion is contemplated. In my opinion, this is exactly what an illustrator should take into consideration, otherwise he will be excluded this booming market compared to the one of the publishing houses. We also have to consider that, in the view of self promotion, animations catch more attention than static images.

we took several long breaks away from school to focus on work. It wasn’t until 2012 that we finally finished our MA in visual communication, and by then we were already an established studio with a lot of experience. What are the main values that shape your creative practice? Hard work, creative freedom and not fearing vulnerability, but taking responsibility to keep our practice challenging and fresh by accepting situations that are difficult, learning new things and keeping the job at the edge of what we think is possible. In other words, to not become lazy or fall back on old tricks. We also want to stay close to our work, which is why we have never had employees but remained the two of us, sometimes with an intern but mostly not.I suspect that for some studios it’s a lot about finding or claiming a tone of voice, and deciding on a visual continuity – or struggling to. For us, the projects come first and we really focus on giving the projects their own individual voice. Then stepping back only to find that

Stereophonic decorations. / p.098 A chat with Hvass&Hannibal Interview | Sara Maragotto / Studio Fludd

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everything really looks very much like ‘our style’ just goes to show, that a style or tone of voice, or brand even, isn’t something you put on like a sweater, it’s what happens while being true to your own process and dedicating yourself to the work. Focusing too much on one’s brand as a design studio seems speculative to me, and naïve as it may sound, I wish there was less of this around. Less trend, and more personality, adding to the visual richness of the world. What do you get from your Danish / Scandinavian visual heritage?

The Conference in Malmö, for which we designed the visual identity + event design for the past years has been an amazing project for us. It’s without doubt one of the hardest and perhaps therefore most rewarding projects we’ve done. It’s a multifaceted design challenge; a dream task for a studio like ours, who wants to be a part of every aspect of the design process. It has involved all kinds of design tasks – from pure graphic design to signage, interior, stage design, visuals… the list is long. The challenge here is to design an identity that sums up what the conference stands for and to create an atmosphere that reflects this, to surround all these people that are gathered for a couple of days, but with a very small budget for materials. In projects like this it also depends a lot on the client and how visionary or brave they are, and I feel in a sense, that the client and the designer ideally should be mentoring each other. So that at the end of the project the designer can say: had the client not seen this or that potential in the collaboration and steered the project into this or that direction, then the outcome would not have been as good – and vice versa, that the client can experience that the designer really helps them get to the core of what they want to express, and ideally even helps them to understand what this core is. This is perhaps why working with other artists (eg musicians) is very rewarding, because they understand this aspect. Especially working with Efterklang has brought us places where we could not have come on our own. The more you respect the client the better the outcome will be.

What are you looking for when you create an illustration? With illustration there is much more gut feeling involved, and less of a methodic process compared to working with an identity or a larger scale project – after all it is about personal expression. I think we strive to create illustrations that live next to what they illustrate with equal strength and justification, more than to just echo or transmit the content of what they illustrate, if that makes sense. I think that’s why I sometimes dislike the word illustration, for what we do at least, because to me illustration sounds like you are ‘illustrating something else’ and that this something else (eg a text or an ad or whatever) is the main actor. When we illustrate we are not just showing what it says in a text, we are creating something that exists in its own right, in partnership with whatever it ‘illustrates’.

English

Many people ask this question and we find it a little hard to answer. There is of course that most well known aspect of Scandinavian visuality which is very simplistic – less is more. This may apply to some of our graphic design in connection with our illustration, where we always use very pure simple graphic design, but for the most part of our work, it really hasn’t got much to do with what we stand for. To the contrary, we have always celebrated ornament, and all the wonderful colours that exist, and perhaps our work relates more to a part of Danish culture that is not so design-oriented but more related to fantasy, fairytales and folklore. We were both very inspired by Tivoli (an amusement park in Copenhagen) with its beautiful visual landscape, which actually originates from a time of orientalism – and perhaps this “exoticizing” of the unknown, is also something we do in our work, dream about what it’s like somewhere else, and make up a picture of it, like an inner journey. Or like Rousseau who had actually never set foot in a jungle. We like Rousseau’s paintings very much, by the way.

Tell us about one of the most satisfying and substantial projects you have been involved.

What is the illustrated project of your dreams? We have always dreamed of designing a stamp. But now stamps are becoming less and less common unfortunately. A huge 5-story mural on one of the old Copenhagen building gables is another dream project. Although it was a very commercial project it was a bit of a dream project when Apple approached us and asked us to create illustrations on their iPad Pro using the Apple pencil, because we had totally free hands, and although Apple is just another mega corporation, because of what Apple stands for in terms of design and their impact on modern lifestyle, it was quite overwhelming that they reached out to our little studio, and that our illustrations were hanging on huge panels in Apple stores all over the world.

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What do you want to be known for? When students or younger designers tell us that our work has inspired them to become visual artists or designers, that’s almost the most touching feedback I can think of. Favourite ice-cream flavor? I like all the strange flavours. My most favorite is pine nut. Then come licorice, mint, lemon… and many more. When I see someone order two scoops of vanilla ice cream I’m always really surprised. But it’s good we are all different.


ITALY: www.flowerdistribution.it

Overground issue 2  

In the second issue: Sergio Ricciardone, photographer Dino Ignani, designer Carlo Brandelli, curator Annalisa Rosso, artists collective AES+...