Issuu on Google+

PERIODICO DELLE PARROCCHIE “SANTA MARIA DELLE GRAZIE” e “SAN FRANCESCO DʼASSISI” - CAMPI SALENTINA ANNO XVI NUMERO 3 - MARZO 2010

MENSILE POSTE ITALIANE - Sped. in A.P. art. 2 comma 20/C - Legge 662/96 LECCE

Resurrexit ...vere Resurrexit

Resurgite... ...gentes! LA REDAZIONE AUGURA AI SUOI LETTORI E ALLA COMUNITA’ CITTADINA UNA SANTA PASQUA DI VERA RESURREZIONE


MARZO 2010

Pag. 2 L'OSSERVATORIO

LA REDAZIONE E’ VICINA ALLA

SOMMARIO

FAMIGLIA DI ILIO PALMARIGGI, DIRETTORE RESPONSABILE DEL GIORNALE

Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale

3

Nella sapienza il futuro dell’uomo

4

Gli auguri del Parroco

5

L’insegnamento della religione cattolica e l’autonomia scolastica

6

Ricordo di Fra Prosperino

7

Attività del Gruppo Giovani

8

Ricordando Don Tonino Bello

10

28 Marzo Domenica Ore 09,30 Sagrato Santuario “S. Pompilio” Benedizione delle Palme Ore 10,00 Piazza Libertà Celebrazione S. Messa interparrocchiale

Il Capitolo della Collegiata di Campi Salentina

11

29 Marzo Lunedì Ore 20,00 Chiesa Madre rappresentazione teatrale “Processo a Gesù”

Gregorio di Nissa

13

Ricordando Don Tonino Bello

14

Beethoven per violoncello e pianoforte

15

L'OSSERVATORIO PERIODICO DELLE PARROCCHIE SANTA MARIA DELLE GRAZIE e SAN FRANCESCO D’ASSISI Piazza Giovanni XXIII - Campi Salentina

DIRETTORE RESPONSABILE Ilio Palmariggi DIRETTORE Ennio Monastero HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Don Gerardo Ippolito Anna Maria Fiammata Gli animatori dell’Oratorio Don Bosco Tonino Guerrieri Maria Rosaria Manca Mary Cantoro Riccardo Calabrese Enzo Depalo

E

GIANFRANCO, REDATTORE,

NEL DIFFICILE MOMENTO DEL DISTACCO DEL

CARO GENITORE E PREGA IL SIGNORE CHE PERCORRENDO LA VIA DA LUI INDICATA INTRISA DI SOLERTE LABORIOSITA’, DI SOLIDI VALORI MORALI, CIVILI E RELIGIOSI, TROVINO CONFORTO E SPERANZA

SETTIMANA SANTA

30 Marzo Martedì Ore 20,00 Via Crucis interparrocchiale con partenza dal Santuario di “S. Pompilio” 31 Marzo Mercoledì Ore 20,00 Santuario di “S. Pompilio” Liturgia penitenziale e confessioni individuali 1 Aprile Giovedì Ore 09,30 S. Messa Crismale in Cattedrale – Lecce Ore 16,30 Liturgia per i bambini Ore 19,00 S. Messa in Coena Domini e adorazione del SS. Sacramento sino alle ore 24 2 Aprile Venerdì Venerdì Digiuno e astinenza Ore 09,30 Ritiro giovani c/o Centro Catechistico Ore 16,30 Liturgia per i bambini Ore 19,00 Liturgia della “Passione del Signore” Ore 20,30 Processione di Cristo Morto 3 Aprile Sabato Ore 16,30 Liturgia per bambini Ore 22,30 Solenne Veglia Pasquale DOMENICA 4 APRILE: PASQUA DI RESUREZZIONE CRISTO E RISORTO ALLELUIA!!!

FEBBRAIO/MARZO 2010 BATTESIMI SPAGNOLO CARLO FEDERICO 28/02/2010

Proprietà: Parrocchia "S. M. delle Grazie" C.C.P. 141207371 Registrazione Trib. di Lecce n. 585 del 25/03/94 Composizione Grafica & Stampa MINIGRAF Campi - Tel. 0832.792116 E-mail: info@minigraf.it

FUNERALI ACQUAVIVA PIETRO 25/02/2010 INVIDIA ANTONIA 28/02/2010 SERRA ALESSANDRO 06/03/2010

- POCI FRANCESCA 26/02/2010 - PALMARIGGI FELICE 28/02/2010


MARZO 2010

L'OSSERVATORIO Pag. 3

SACERDOZIO COMUNE E SACERDOZIO MINISTERIALE

S

tiamo vivendo l’Anno Sacerdotale e mi sembra opportuno approfittare del nostro giornale per chiarire la bellezza e le caratteristiche del “Sacerdozio Comune” e di quello “Ministeriale” perché ognuno, a seconda della sua vocazione, risponda alla chiamata di Dio. I Padri della Chiesa ( siamo nei primi quattro secoli) definiscono il sacerdozio comune in opposizione al “non-popolo”,agli infedeli o ai catecumeni; quasi mai si è sentito il bisogno di paragonarlo al sacerdozio dei ministri. Sotto il sacro romano impero erano aumentate le prerogative del clero e il popolo cristiano era sottomesso all’autorità dei sacerdoti spesso confusi con i potenti. La riforma protestante aveva rivalutato il sacerdozio di fedeli in opposizione al sacerdozio ministeriale, ma la controriforma cattolica, per tutta risposta, aveva esasperato l’importanza dei preti a scapito del laicato. Il Concilio Vaticano II° ha finalmente accentuato la equilibrata correlazione e collaborazione del sacerdozio comune e ministeriale. Oggi credo che sia il sacerdote che il laico abbiano chiara la loro identità. Il Sacerdote ordinato, abilitato dal carattere e dalla grazia del sacramento dell’Ordine, è testimone e ministro della misericordia di Dio; in questo sacramento Cristo ha trasmesso in diversi gradi la propria qualità di pastore delle anime rendendo il consacrato capace di agire nel suo nome, “in persona Christi capitis”. La presenza del ministro ordinato è condizione essenziale della vita della Chiesa e non solo per una sua buona organizzazione; egli forma la comunità del popolo di Dio, pasce il gregge affidato, offrendo una testimonianza esemplare e dando la vita per il suo popolo. Il sacerdozio comune pur avendo delle funzioni da svolgere, non è una funzione, ma una realtà spirituale. In esso,i cristiani, partecipi di Cristo, condividono la sua consacrazione per continuare la sua stessa missione. Mentre il sacerdozio comune è conseguenza del fatto che il popolo cristiano è scelto da Dio come ponte con l’umanità e riguarda ogni credente in quanto inserito in questo popo-

lo, il sacerdozio ministeriale è invece frutto di una elezione, di una vocazione specifica. Insieme sacerdoti e popolo di Dio lavorano perché tutti gli uomini si salvino. Vorrei evidenziare brevemente alcune caratteristiche del Sacerdozio Ministeriale. Il Sacerdote è il servo di Dio e per Lui e con Lui servo degli uomini: la totale appartenenza a Cristo è evidenziata dal sacro celibato vissuto per lo sviluppo della missione della Chiesa. Mentre Il sacerdozio comune o battesimale è reale partecipazione al sacerdozio di Cristo e si fonda sul carattere battesimale che è il sigillo dell’appartenenza a Cristo, quello ministeriale si fonda sul carattere

impresso dal sacramento dell’Ordine che configura a Cristo sacerdote con la potestà di offrire il sacrificio e rimettere i peccati; non trae origine dalla comunità, ed è gerarchico. I sacerdoti impersonano in seno al popolo di Dio il triplice ufficio: profetico (ministeri della Parola), cultuale e regale(educatore e pastore) dello stesso Cristo. E’ importante pertanto che si eviti sia la “clericalizzazione” dei laici che la “secolarizzazione “dei preti, si rischia altrimenti una sottovalutazione teorica e pratica della specifica missione dei laici che è quella di santificare dall’interno le strutture della società. Il sacerdote è “alter Christus”, è il ministro delle azioni salvifiche essenziali: celebra la S. Messa, evangelizza, dona il perdono sacramentale, è strumento di comunicazione salvifica tra Dio e gli uomini. Il sacerdote è l’uomo della comunione, della guida e del servizio

di tutti. E’ chiamato a mantenere l’unità delle membra col Capo e di tutti tra loro, con la sua parola evangelizzatrice, cultuale, sacramentale. E’ testimone di carità e maestro di vita interiore in una unità di vita fondata sulla carità pastorale, nutrita da una solida vita di preghiera (v. il Curato d’Ars). La cultura contemporanea non è certamente “tenera” con i sacerdoti: li critica , li accusa, e lo scandalo dei preti pedofili mette legna sul fuoco, ma purtroppo spesso fraintende la virtù interiore , la spiritualità, con forme di intimismo, di alienazione, e quindi di egoismo incapace di comprendere i problemi del mondo e della gente; questo anche perché sinceramente risulta difficile da accettare una tipologia di presbiteri che va dal sociologo allo psicologo,dall’operaio, al manager in cui spesso il ministero si trova alla periferia della vita, e non al cuore stesso di essa. Alcuni sacerdoti oggi stanno vivendo una forte crisi del loro essere in un mondo che li ignora o li rifiuta per cui possono provare disaffezione, disillusione, fallimento. Le cause sono molteplici: deficiente formazione, mancanza di fraternità del presbiterio, isolamento personale, mancato amore del vescovo e della comunità, problemi di solitudine, diffidenza per l’ascesi, abbandono della vita interiore, mancanza di fede. Alcuni, per colmare il vuoto interiore si rifugiano in un dinamismo ministeriale, ma è chiaro che il fare, senza una solida spiritualità sacerdotale si traduce in un attivismo vuoto e privo di qualsiasi profetismo. Oggi, l’opera pastorale di maggior rilievo risulta decisamente essere la spiritualità e la comunione tra sacerdoti; la gente crederà e le chiese si riempiranno se i preti pregano e sono uniti tra loro. Il Sacerdote è sostenuto dalla sua comunità anche se tante volte è criticato non sempre a proposito. Egli ha bisogno dell’apporto del laicato di cui deve rispettare i ruoli (non collaboratori, ma corresponsabili), non solo per l’organizzazione e l’amministrazione di una parrocchia, ma anche per la fede e la carità: ci deve essere una specie di osmosi tra la fede del presbitero e quella dei fedeli. Don Gerardo Ippolito


MARZO 2010

Pag. 4 L'OSSERVATORIO

NELLA SAPIENZA

IL FUTURO DELL’UOMO

F

orse vi è un momento nella vita in cui si è portati a chiedersi che cosa di importante, con le nostre parole e con i nostri comportamenti, siamo riusciti a comunicare agli altri. È indubbio che questo sia già un atto che denota senso di responsabilità. E altrettanto è triste il non porsi questa domanda, perché in tal caso vuol dire che la nostra libertà è rimasta soffocata nell’inquietudine e nella mancanza di un fine o di una prospettiva vera e duratura nella vita. È facile immaginare, poi, che il voler trasmettere sia orientato verso chi è più giovane, poiché è una legge di natura che l’adulto aiuti chi, per la giovane età, si prepara ad affrontare la vita. Se ci si pone il problema di far conoscere al giovane quanto sia utile e necessario alla vita, e tutto ciò sia ordinato al conseguimento del Bene, non potrà costui non nascere una seconda volta, ad una vita segnata dal passaggio ad una Verità che lo trasforma. “Ascoltate, o figli, l’istruzione di un padre e fate attenzione per conoscere la verità, … Anch’io sono stato un figlio per mio padre, tenero e caro agli occhi di mia madre. Egli mi istruiva dicendomi: <… Acquista la sapienza, acquista l’intelligenza; … Non abbandonarla ed essa ti custodirà, … Principio della sapienza: acquista la sapienza; a costo di tutto ciò che possiedi acquista l’intelligenza…>” (Pr 4, 1.3.4-7). Lo sguardo di un genitore coglie la fragilità di un figlio e lo mette in guardia invitandolo ad acquistare la sapienza e l’intelligenza, perché essa è la migliore e più vera eredità che non può non lasciargli, oltre ai beni materiali se ne ha. Mentre trasmettere le ricchezze è utile ed essenziale e ricade in un naturalismo giuridico, trasmettere l’amore per la sapienza è un atto di carità che non segue la legge dell’uomo, ma quella di Dio. Bisogna acquistare la sapienza; essa per l’Agiografo vale più delle ricchezze. Anche re Salomone ne ha compreso il valore, per questo implora e prega affinché lo spirito della sapienza scenda in lui. “La preferii (la sapienza) a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, … L’amai più della salute e della bellezza, preferii il

suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana” (Sap 7, 8-10). Cos’è questa sapienza tanto elogiata e ricercata, ambita anche dai re, il cui possesso fa sentire ricco il misero, tanto preziosa da esser preferita alla salute e alla bellezza, il cui splendore supera quello della luce, e che sarebbe atto sconsiderato non elargire a un giovane? Di certo la conoscenza delle leggi di natura, la scoperta della fisica dei corpi celesti, della complessa vita delle cellule, le straordinarie applicazioni di una formula matematica sono solo un esempio della sapienza umana. Tuttavia, l’occhio umano che scruta sempre più a fondo l’infinitamente piccolo, perde di vista l’infinitamente grande e tutto ciò che ha reso possibile il suo fecondo viaggio nello scibile. Eppure un senso di vuoto permane, la morte fa paura, il dolore è incomprensibile, i legami della responsabilità sono catene da sciogliere, il senso del futuro è voglia di presente e la speranza è solo una inutile magia per bambini. Tutto questo si fa sabbia che soffoca ogni parola o giudizio che l’uomo voglia

volgere a se stesso e sul senso della propria vita. La gioventù del nostro tempo gode in gran parte del privilegio dei frutti dell’ingegno umano, tuttavia maldestramente cela di essere sopraffatta da un’angosciosa domanda, che resta muta e inespressa alle soglie della coscienza: Perché non sono felice? Spesso, anche dove i beni materiali sono presenti si stende l’ombra inquieta di una mancanza, di un essere piegati dalla privazione di qualcosa, che si attenua cercando rifugio in una realtà virtuale, qualunque essa sia. Potremmo addirittura pensare che l’attuale desiderio di felicità traduca in termini moderni la domanda che un giovane ricco fariseo un giorno rivolse a Gesù: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?” (Mt 19, 16). La domanda di quel giovane rivela il suo pensare, plasmato dalla teologia giudaica che vede nelle buone azioni il mezzo per essere in sintonia con Dio. Va da sé che quel giovane mostra interesse per la persona di Gesù e, considerandone la novità dell’insegnamento, aspira a diventarne il seguace. È evidente che quel


MARZO 2010

L'OSSERVATORIO Pag. 5

giovane sia ricco ma lo è altrettanto la sua ricerca di qualcosa che lo appaghi. Infatti egli da sempre ha obbedito ai comandamenti, eppure oltre il possesso di ricchezze e la dirittura morale che mostra di avere sente la mancanza di qualcos’altro. “Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?” (Mt 19, 20). La risposta di Gesù non si fa attendere: “Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”(Mt 19, 21). Devono essere state parole simili a fendenti, se poi “Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze” (Mt 19, 22). La perfezione che gli mostra Gesù appare ai suoi occhi molto impegnativa se lo lascia senza parole e decide di andarsene. Gesù chiama alla sua sequela, ma non è da tutti e non tutti sono chiamati a rinunciare alle ricchezze materiali, ma tutti certamente sono chiamati a passare ad una vita nuova, a progettarsi come uomini nuovi che non rinnegano la legge ma, come Gesù stesso ha insegnato, la superano o la trasfigurano in un nuovo ordine che è quello dell’amore. Non la rinuncia alla ricchezza, ma la rinuncia ad un atteggiamento nei suoi confronti che rende l’uomo schiavo di quanto egli stesso possiede, questo appare l’aspetto nuovo ed incomprensibile della risposta che Gesù offre al suo giovane interlocutore. È questa allora la Sapienza che Gesù propone al giovane e ricco fariseo. È questa la ricchezza capace di segnare il passaggio vero e definitivo dell’uomo verso il regno dei cieli. È Gesù stesso. “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore”(Mt 11, 28s.). La tristezza del giovane è il prezzo del suo attaccamento alle ricchezze che possiede; per lui la vera sapienza sono i beni che gli appartengono, in cui confida e ripone la sua fiducia, egli ama le sue proprietà con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le sue forze. In tutto questo non c’è spazio per un cambiamento di rotta, per una conversione, perché sarebbe rinnegare la fonte delle proprie sicurezze. In realtà, se è la Verità che rende liberi, non può esserci libertà per un giovane quando rifiuta la speranza e l’amore per la Resurrezione. Anna Maria Fiammata

AU G U R I PA S Q UA L I 2010

Voglio augurare a ciascuno di noi che il Signore Risorto

doni quella pace che cerchiamo, quella serenità che sembra ormai perduta, quella comunione fortemente voluta ma raramente realizzata. Solo Lui può dare tranquillità al nostro animo inquieto e disorientato, solo Lui può aiutarci ad andare avanti sulla strada dell���onestà nonostante gli infiniti ostacoli, solo Lui può darci la forza di credere che nonostante tutto “l’amore vince sull’odio”. Pasqua significa “passaggio”, conversione, risurrezione dalla morte alla vita. Sicuri della presenza di Dio accanto a noi, non possiamo scoraggiarci, sappiamo di dover fare anche noi la nostra parte. Non è impossibile “passare” dalla indifferenza dei problemi altrui alla attenzione ed al servizio di chi per noi è “un altro Cristo”. E’ necessario decidersi per una “conversione”radicale a favore di ogni uomo, soprattutto del più debole, nella lealtà del nostro agire. Vogliamo sperimentare la gioia di guardare in faccia gli altri senza vergognarci di non averli amati abbastanza, sicuri che niente ci può dare quella pienezza di cuore che ci viene dal cercare ciò che ci unisce non ciò che ci divide. L’augurio di questa Pasqua è che Cristo riesca a spalancare il sepolcro del nostro cuore perché possiamo festeggiare la bellezza di essere uniti a Lui ed ai fratelli, dando al mondo la speranza che un modo nuovo di vivere è possibile. Il vostro parroco Don Gerardo


MARZO 2010

Pag. 6 L'OSSERVATORIO

L’insegnamento della Religione Cattolica e l’autonomia scolastica

C

hiamati a riflettere sulla nuova identità della scuola a dieci anni dall’introduzione dell’Autonomia scolastica, il laboratorio pomeridiano per la secondaria di 1° grado ha evidenziato il contributo dell’IRC nella progettazione del sistema di istruzione. Inoltre ha aiutato i docenti a riflettere e confrontarsi circa: 1) la scuola come comunità educante 2) la mediazione didattico-metodologica. I ventuno docenti, provenienti da diverse province, hanno confermato la validità del percorso disciplinare supportato da una competenza professionale acquisita nel corso di numerosi anni di insegnamento e di formazione. In un clima costruttivo di confronto e dialogo, i docenti sono intervenuti tenendo fede ad alcune finalità: far emergere le “esperienze in atto” ; “se e in che modo” nel decennio dell’Autonomia si sono registrati cambiamenti; fare proposte finalizzate a migliorare il Piano dell’Offerta Formativa nella scuola; focalizzare il contributo che l’IRC può dare nella formazione integrale dello studente; formulare proposte sul piano metodologico e didattico per l’innalzamento della qualità dell’insegnamento della religione cattolica alla luce delle relazioni di fondo del Corso. Nel rispetto dei tempi a disposizione e tenendo conto delle suddette finalità, si è dato vita ad un confronto, frutto di esperienza e di impegno diretto nella gestione della scuola. Sono emerse le naturali difficoltà professionali legate alle sfide educative di una scuola, che da una parte pone l’alunno al centro della sua attenzione - azione, e dall’altra si dimena in aspetti meno educativi e più legati alla gestione manageriale di un ente. Ecco ciò che è emerso da una prima analisi della ricaduta dell’autonomia scolastica in questo primo

decennio. Se è vero che la scuola ha assunto l’immagine “aziendale” con progettazioni “autonome” nel campo della didattica, delle gestione e dell’organizzazione, è purtroppo altrettanto vero, che la funzione della scuola come “comunità educante” ha subito una radicale trasformazione. E’ prevalsa in questo decennio, la filosofia della “efficienza” a danno di quella della “efficacia”, e ciò non sempre ha migliorato ed innovato l’offerta formativa. Fondamentale in questo scenario è il contributo dell’IRC per ridare all’educazione una dimensione sempre più “umana” puntando sulla rela-

zione educativa e sulla centralità della persona per spostare l’attenzione dall’astratto al concreto, dalla scuola alla vita. Recuperando il concetto di persona tanto chiaramente e profondamente illustrato dal dott. Fabio Togni, gli IdR si sono soffermati sulla testimonianza di vita che ogni docente può offrire a scuola e che è legata alla comunità cristiana di appartenenza. La coerenza di vita degli IdR deve tasparire agli studenti, per dare vita ad un dialogo educativo fatto sempre più di confronto di stili di esperienza e non solo di contenuti nozionistici, sia pur imprescindibili. Il ruolo del docente è quello di offrire un ambiente sereno e rassicurante, che sappia accettare e segui-

re l’allievo e che testimoni un sincero interesse non solo per il suo processo di apprendimento, ma anche per la sua vicenda umana. È in questo contesto che l’ora di religione diventa laboratorio di cultura e umanità, non solo cultura astratta, né solo esperienze empiriche e contingenti, ma sintesi di cultura e umanità in quella dimensione “laboratoriale” che ben descrive la fatica intellettuale ed esistenziale di una ricerca sostenuta da autentica passione. E’ valsa la pena riprendere in gruppo ciò che la dott.ssa Elena Vaj, dopo aver sinteticamente illustrato la normativa scolastica fino ai giorni nostri, ha precisato nella sua relazione, facendo sue le parole del Papa Benedetto XVI che, cioè, l’IdR “abilita la persona a scoprire il bene e a crescere nella responsabilità, a ricercare il confronto e raffinare il senso critico, ad attingere dai doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi verso il futuro”. È questa una sapienzialità che non deve ridursi al solo IRC, ma dovrebbe interessare tutte le discipline, per dare un senso al lavoro scolastico. Al termine di un confronto pacato e libero, il gruppo di lavoro ha rivolto la sua riflessione al Piano dell’Offerta Formativa, che le scuole ogni anno sono tenute a redigere. Spesso ad un POF dichiarato non segue un POF agito e se questo non corrisponde al primo, è compromessa la credibilità della scuola. In molti casi il POF è stato interpretato come il dépliant illustrativo della scuola, cioè come uno strumento promozionale per la raccolta di iscrizioni dedicando più spazio ai progetti integrativi che non alla progettazione curriculare. E’ emersa la difficoltà a gestire il rapporto tra scuola e territorio, anche se ciò è ben dichiarato negli intenti, ma poco spendibile nella realtà. La scuola, a volte, sembra essere sempre più “sola” all’interno del territorio, sempre più “autoreferenziale” piuttosto che punto di incontro di percorsi educativi che hanno come obiettivo


MARZO 2010

L'OSSERVATORIO Pag. 7

quello di educare l’uomo. A questo punto si è ricordato che l’identità di una scuola non può prescindere dalla conoscenza dell’ambiente umano in cui opera, dai contenuti dell’offerta curricolare ed extracurricolare coerentemente motivata, dall’esplicitazione delle proprie scelte metodologiche, educative e didattiche. E’ necessario riappropriarsi del proprio ruolo educativo, ripartendo dal dialogo con il territorio, attraverso un sistema “ a rete” in cui le varie realtà educative presenti sul territorio interagiscano e progettino una proposta omogenea, efficace ed organica per rendere la propria presenza sul territorio qualitativamente valida e di spessore. Al termine del laboratorio un auspicio: riscoprire all’interno della nostra azione didattica una comunicazione educativa finalizzata alla scoperta dell’Altro. Come docenti di religione cattolica e come educatori siamo chiamati a riconoscere nei discenti, “la significatività dell’altro”, rendendoci disponibili ad un percorso di crescita che coinvolge l’altro con le propri esperienze e i propri vissuti. Se è vero che l’educazione è per tutta la vita, è necessario promuovere, come docenti, quegli apprendimenti che dichiarati significativi, invitano l’alunno ad “osare” consentendo la crescita delle conoscenze, il perfezionamento delle capacità e il profilarsi delle competenze. Sapere, saper fare e saper essere, ossia conoscenze, capacità e competenze, rendono la persona “uomo totale” (L.Rosati, 1998), capace di padroneggiare la realtà, muovendosi da protagonista, con l’entusiasmo e l’emozione di un “eterno debuttante” (L. Rosati 1993) in quel panorama contestuale che E. Morin non esita a definire iper – complesso, contraddistinto dalla presenza di numerosi problemi che assumono una portata planetaria e che chiedono all’educazione di impegnarsi in una sfida perenne per il conseguimento individuale e comunitario della cittadinanza planetaria. (A. Rosati 2009). Maria Rosaria Manca Maria Cantoro

RICORDO DI FRA’ PROSPERINO Da Pacebenemondo ci viene l’esempio di una vita spesa al servizio degli ultimi: Padre Prosperino, operatore di pace, instancabile animatore della missione in Mozambico, con cui il nostro P. Francesco Monticchio ha condiviso anni di rischiosa presenza in quel Paese tribolato dalla guerra civile e bisognoso di tutto

IL SUO MOTTO Così Oronzo

Monticchio (www.pacebenemondo.it) ne ricorda la figura e l’azione in occasione della sua scomparsa:

Siamo ciò che facciamo. *

*

*

Nei giorni in cui operiamo viviamo veramente

…(mobilitammo) il nostro popolo di Campi, per quanto ci era possibile, per raccogliere aiuti di ogni genere e spedirli con la speranza che quel popolo potesse sopravvivere. Andammo avanti così per oltre dieci anni. E non solo il mio paese ma tutta in la Puglia ci fu una gara di solidarietà e di emulazione reciproca nella raccolta di fondi per aiutare un popolo che amavamo senza conoscerlo.


Pag. 8 L'OSSERVATORIO

MARZO 2010


MARZO 2010

L'OSSERVATORIO Pag. 9


Pag. 10 L'OSSERVATORIO

MARZO 2010

RICORDANDO DON TONINO BELLO

«Seppe leggere i segni dei tempi» Il card. FULVIO DE GIORGI ricorda DON TONINO BELLO

N

el marzo di quest’anno, don Tonino Bello a vrebbe compiuto 75 anni e perciò, come tutti i suoi confratelli vescovi, avrebbe rassegnato le sue dimissioni nelle mani del Papa e sarebbe diventato vescovo emerito, andando ‘in pensione’. Ma il Signore lo ha già chiamato, nel 1993, nella Casa del Padre. Don Tonino non è perciò mai andato e non andrà mai ‘in pensione’. È una bella immagine per dare la cifra di questo mio ricordo: e mi pare quasi di vederlo, don Tonino, in Paradiso, a braccetto con il suo (e mio) maestro nella fede, monsignor Michele Mincuzzi, che alla questione dell’utilizzazione pasto rale dei vescovi emeriti aveva dedicato i suoi ultimi pensieri, un po’ dolenti, ma sempre caldi di passione per la Chiesa. Cosa si staranno dicendo, ora, in cielo, i due grandi vescovi del Mezzogiorno? Staranno certo parlando con tenerezza della loro Chiesa, ciascuno con il suo indimenticabile sorriso: disarmato, come di un bambino attento e vivace, quello di don Tonino; sa piente e dolce mente ironico, il sorriso di don Michele. E un altro ricordo, un altro anniver sario, affiora spontaneo: il 25° della presidenza di Pax Christi (che don Tonino assunse nel 1985) e, insieme, il 25° della riflessione che egli offrì alla sua diocesi di Molfetta, dopo il Convegno di Loreto della Chiesa italiana. Una riflessione, quest’ultima, oggi attualissima, fin dall’esortazione d’esordio: Coraggio, Chiesa! Vai alla ricerca degli ultimi sul tuo territorio. Il loro nome è: moltitudine. E come non riconoscere una

penetrazione profetica in un al tro scritto dedicato alle ‘litanie della paura’? A rileggerlo, sem bra che parli di oggi e della nostra condizione nella società del 2010. Don Tonino notava un ‘trasferimento’ nell’origine delle paure: non più da eventi della natura (catastrofi, pestilenze, carestie) ma, prevalente mente, da eventi della storia umana. «Oggi, cioè, non si ha più paura della carestia provocata dall’avarizia della terra, ma del la carestia prodotta dall’avarizia dell’uomo. È dal cuore u mano che nasce e si sviluppa la nube tossica delle paure con temporanee ». E ne faceva l’elenco, quasi una triste litania: «Paura del proprio simile. Pau ra del vicino di casa. Paura di chi mette in crisi le nostre polizze di assicurazione. Di chi mette in discussione, cioè, i nostri consolidati sistemi di tranquillità, se non di egemonia. Paura dello zingaro. Paura del l’altro. Paura del diverso. Paura dei marocchini. Paura dei ter zomondiali. Paura di questi protagonisti delle invasioni moderne, che se non chiamiamo barbariche è soltanto perché ci viene il sospetto che questo aggettivo debba spettare a noi cosiddetti popoli civili, che, dopo duemila anni di cristianesimo, siamo ancora veramente incapaci di accoglienze evangeliche. Paura di

uscire di casa. Paura della violenza. Paura del terrorismo». E continuava, ancora: «Paura di non farcela. Paura di non essere accettati. Paura di non essere più capaci di uscire da certi pantani nei quali ci siamo infognati. Paura che sia inutile impe gnarsi. Paura che, tanto, il mondo non possiamo cambiarlo noi. Paura che ormai i giochi siano fatti. Paura di non trovare lavoro. Quante paure!». Certo, da vero discepolo di Cristo qual era, non c’era nulla di genuinamente umano che non trovasse eco nel suo cuore. Ed egli comprendeva angosce e tristezze, ma cercava di condurle alla speranza: al coraggio cristiano che vince le paure. Con la fede pura e ferma nel Vangelo di Gesù. Con la grande bussola orientatrice del Conci lio Vaticano II. Ecco la capacità di leggere i segni dei tempi: i movimenti profondi della storia, non quelli effimeri della cronaca. Era quella profondità degli animi di uomini e donne in cammino, comunque, verso il Regno: la stessa profondità su cui più volte aveva riflettuto Aldo Moro, salentino come lui (e come lui legato a Mincuzzi). Perciò don Tonino non va in pensione. I suoi libri si leggono sempre e da tanti. Le sue intui zioni pastorali appaiono veramente attualissime. Sì, anche la sua ‘pastorale’ di coraggio evangelico non va in pensione. Forse qualche paura oggi c’è anche nella Chiesa: potrebbe non esserci? E forse, nella Chiesa, anche noi laici potremmo rimanere in qualche modo pri gionieri della paura; proprio quella che lui ha indicato: paura di non farcela; paura di non essere accettati; paura di rimanere impantanati; paura che l’impe-


MARZO 2010

gno sia inutile… Eppure il Vangelo è sempre con noi. Lo Spirito continua a soffiare. E, se lo vogliamo, il magistero del Concilio ci orienta sempre. Così, con apertura d’animo e senza preconcetti, possiamo riprendere quella riflessione di don Tonino, di venticinque anni fa, e vederne l’attualità pastorale, e vedere davvero il profilo di Chiesa deli neato con sapienza: una Chie sa «sicura solo del suo Signore », una Chiesa «disarmata, che si fa ‘compagna’ del mondo, che mangia il pane amaro del mondo». Tutti noi lo sappiamo: alla Chiesa del Vangelo (e perciò del Concilio) ci chiama lo Spirito. In una società pervasa dal relativismo nichilistico, davanti alle tante paure e alle difficoltà umane derivate dalla crisi economica, non servono le predi che enfatiche, gli irrigidimenti culturali, le manovre politicistiche: «Oggi dobbiamo rim boccarci le maniche e metterci, con umiltà e discrezione, accanto a tanti giovani che la sera affollano il corso, ai tanti indifferenti senza Dio, senza codici, senza lavoro, senza pro getti, senza ideali. È questo il nuovo grembo in cui la Parola di Dio attende di farsi carne. E farci compagni di viaggio sen za arroganza, ma rimotivando la vita e spostando così, piano piano, l’ago dal concetto di ‘significato per me’ al concetto di ‘valore per tutti’». Un grande messaggio pastorale di speranza e un progetto esistenziale di gioia. Insieme, alla sequela di Cristo, sul passo.

L'OSSERVATORIO Pag. 11

2. IL CAPITOLO DELLA COLLEGIATA DI CAMPI SALENTINA La conclusione dell’interdetto, nel 1719, la riscontriamo nei volumi dei battezzati e dei matrimoni con la seguente nota riportata nei due relativi registri: Die 24 ap.lis 1719 In primis vesperis glorossis.mi Santi Marci Evangelistae, gratia Dei et D.ni Nostri Iesu X.sti Crucifixi et intercessione gloriossis.mae ac B.mae semperque Virginis Mariae et SS.rum Martiru, Orontii Fortunati et Iusti fuit ablatum interdictum ecivitate Licii et tota dioecesi ab Ill.mo et Rev.mo D.no Fabricio Pignatelli Episcopo Licien quem D.nus in sua gr.a semper conservet.12 Dal 12 ottobre 1754, anno in cui il Vescovo Alfonso Sozy Carafa compì la Santa Visita in Campi, la Collegiata fu decorata con il titolo di Insigne con cinque Dignità: Arciprete Curato, Cantore, Arcidiacono, Primicerio, Tesoriere. Era parroco in quell’anno Don Antonio Calabrese, nominato il 14 giugno 1740, in seguito ad un periodo di sede vacante (31 maggio – 14 giugno 1740), stette in carica fino alla morte avvenuta il 12 maggio del 1744. La cura pastorale della Parrocchia rimase immutata, affidata quindi “all’Arciprete Curato, con la Concura del Capitolo, esercitata per mezzo di un suo Sostituto, come precedentemente affermato”13. La casa dell’Ordine delle Scuole Pie, intanto, si arricchì con l’operato del nuovo superiore Padre Pompilio Maria Pirrotti14. La fama di questo santo subito corse di bocca in bocca tra la gente di ogni rango sociale, tanto che la gente, accorsa da Campi e dintorni, lo acclamava tale già dal giorno della sua morte. In tale giorno, la mattina del mercoledì ad ore nove andò poi il Capitolo intiero ed in processione fu calato alla Chiesa dove gli fu cantato l’Ufficio more sacerdotum e la Messa15. Il 25 giugno 1824, con una Bolla Pontificia di Papa Leone XII, furono convalidati tutti i titoli del Capitolo, come risulta dall’annotazione nelle Conclusiones Capitolares riportata di seguito: DOM Bolla Pontificia del Sommo Pontefice Papa Leone XII, in cui è stata riconosciuta, ed eretta in Collegiata Insigne la Chiesa di Campi nel dì 25 giugno 1824 Regio Exequatur Alla Bolla Pontificia il dì 28 Agosto 1833 Dignità e Canonici, che mutarono il Pavonaceo in Cremis. Secondo la loro anzianità, e sono i seg.ti individui A dì primo Decembre 1833 Dignità D. Oronzio Arciprete Rapanà D. Emmanuele Cantore Guerrieri D. Emmanuele Arcidiacono Rapanà D. Giuseppe Primicerio De Luca D. Pompilio Tesoriere De Luca.

continua a pag. 12


MARZO 2010

Pag. 12 L'OSSERVATORIO

segue da pag. 11 Segue quindi l’elenco dei ventidue Canonici e dei sei Partecipanti che costituivano il Capitolo16. Con la Bolla Impensa del 1818 il Pontefice Pio VII stabilì che tutti i Preti del luogo fossero incardinati nella propria Chiesa. Da questo momento il Capitolo di Campi si compose per la maggior parte di Sacerdoti dello stesso paese. Un intervento del Governo Italiano del 1867 soppresse tutti i

Capitoli delle Collegiate, riconoscendo unico beneficio quello affidato all’Arciprete Curato. Tutti gli altri beneficiati viventi furono pensionati a vita, mantenendo però l’obbligo al Culto ed alla Cura secondo gli Statuti. Affinché “non diminuisca il Culto Divino, né si disperda lo splendore della Chiesa di Campi”17, scemando sempre più il numero dei Capitolari, il Vescovo Zola, nella Visita Pastorale del 1880, decretò alcune norme riguardo il modo di officiare in Coro da parte di questi Sacerdoti, e fece dividere in Capitolo in due ebdomade, che si alternavano nel servizio liturgico in coro. Il Capitolo era tenuto alla presenza al completo in Coro nelle domeniche e nelle solennità. Riducendo sempre più i Sacerdoti che componevano il Capitolo, il Vescovo Gennaro Trama, nella sua prima Santa Visita (dal 15 al 23 maggio 1904), si fece ottenere da Roma la riduzione degli obblighi capitolari alle sole domeniche e solennità, continuando ad affidare la carica di Arciprete Curato ad un Capitolare.

Secondo quanto Don Pietro Serio riferisce nel suo libro, durante il periodo di attività dello stesso la Parrocchia era affidata alla cura dell’Arciprete Curato, coadiuvato dal Capitolo, formato da quattro Canonici e due Partecipanti, secondo una tabella affissa in Sagrestia e firmata dall’ordinario, e da due vice-parroci nominati dal Vescovo18. Gli ultimi Canonici Effettivi del Capitolo della nostra Collegiata, che hanno operato attivamente fino agli ultimi decenni del secolo scorso, sono stati i Sacerdoti Don Liborio Coppola, Monsignor Carmine Maci, Don Vincenzo Lega, Don Cosimo Mazzotta. continua. Riccardo Calabrese

12 ACC, Libro dei Morti, dal 1711 al 1755, b. 1, vol. 4. I defunti del periodo dell’interdetto, come risulta dal medesimo registro furono sepolti “extra Parochialem ecclesia” “q.a tempore Interdicti”. Per quanto riguarda i Matrimoni in un’annotazione laterale alla nota riportata nel libro dei matrimoni, viene affermato che “Ubi sciendum qt post Interdictum, omnes sposi et spose que no fuerant benedicte in misse celeb.ne postea fuerunt omnes benedicte. (cfr. ACC, Libro dei Matrimoni dal 1711 al 1755, b. 1, vol. 4) 13 Serio, Attraverso dieci secoli, p. 425 14 Domenico, Michele, Giovan Battista Pirrotti nacque a Montecalvo Irpino (AV) il 29 settembre 1710 dalla famiglia nobile di Girolamo e Orsola Bozzuti. Fu battezzato il giorno seguente nella Chiesa Parrocchiale del paese. Fuggito dall’abitazione paterna, essendo stato affascinato dalla predicazione quaresimale dello Scolopio Nicolò Maria Sanseverino di San Pietro del 1726 a Montecalvo, fu accolto nel convento Scolopio di Benevento. Il 2 febbraio 1727 vestì l’abito dell’Ordine nel Noviziato di “Santa Maria di Caravaggio” in Napoli. Con dispensa a motivo dell’età, professò solennemente a Brindisi i quattro voti propri dell’Ordine il 25 marzo 1728, mutando il nome in Pompilio Maria, che era appartenuto al fratello defunto che stava in seminario. Ricevette l’Ordine del Sacerdozio a Francavilla Fontana (BR), il 20 marzo 1734, come scrive lo stesso in una lettera inviata al padre: “io fui ordinato Sacerdote con la dispensa il 20 di marzo dall’Arcivescovo di Brindisi Mons. Andrea Maddalena e cantai poi la prima messa il 25 di marzo giorno della Vergine Annunziata” . Fu predicatore in tutta l’Italia Centrale e Meridionale. Fu espulso dal Regno di Napoli per diversi anni, e trasferito in diversi conventi dell’Italia Centrale. Nell’aprile del 1765, essendo stato riammesso nel Regno, gli fu inviata l’obbedienza di recarsi a Campi come Superiore e Maestro dei Novizi. Giunse il 12 luglio 1765, operò fino a pochi giorni prima della morte, quando, svenuto nel confessionale, fu portato nella sua umile cella, dove spirò, in concetto di santità, il 15 luglio 1766, nei primi vespri della memoria liturgica della Madonna del Carmine. Fu Beatificato da Leone XIII il 24 gennaio 1890, ed elevato agli onori degli altari da Pio IX il 19 marzo 1934. 15 Dalla Relazione della morte di S. Pompilio in una lettera del Parroco di Campi D. Pietro Mazzotta ad un suo fratello in Napoli, in C. C. CALZOLAI, Un Apostolo nel ‘700. S. Pompilio Maria Pirrotti delle Scuole Pie, Firenze 1984. 16 ACC, Conclusiones Capitolares, Vol. IX, fol. 1 17 AAC, Visite Pastorali, Visita di Mons. Zola, Novembre 1880 18 P. SERIO, Attraverso dieci secoli, p. 426


MARZO 2010

L'OSSERVATORIO Pag. 13

GREGORIO DI NISSA De hominis opificio

D

i quest’opera del Padrefilosofo ha parlato nel III incontro sulla Patristica il prof. Don Gigi Manca, ideatore ed organizzatore, assieme al chiar.mo prof. Valerio Ugenti, del fortunato progetto, che tanto consenso continua ad avere e non solo tra gli addetti ai lavori. Due studiosi, Valerio e don Gigi, di finissima sensibilità, rigorosi nel metodo di ricerca e tanto amabili per il fervore con cui affrontano le problematiche, che contagia e prodigiosamente coinvolge, facendosi esempio di serietà e robustezza di principi presi a fondamento della visione del mondo: una lezione non marginale di vita, che è in sintonia con quella dei modelli, cui le lectiones sono riferite, e che, a ben guardare, è il segreto del successo, molto al di là di tanta propaganda tanto più fatua e inconsistente, quanto più urlata, tanto più ridicola quanto più vorrebbe essere seria adottando linguaggi che non le appartengono, la cui dialettica è il litigio e la rissa, anche nei luoghi delle “sacre Istituzioni”. Ecco allora che parlare di “Opificio hominis” di “fabbrica dell’uomo” acquista un senso profondamente pedago-

gico, apre a chiarimenti necessari circa le condizioni in cui l’umanità versa, punta a ridefinire l’immagine dell’uomo, alla luce di una verità non edulcorata, restituendo dignità alla stessa figura, manipolata, contraffatta, strumentalizzata, vilipesa, offesa fin anche al punto di giocare sull’innocenza dei bambini e sulla venerabilità della vecchiaia. Ecco allora che parlare dell’uomo come “icona” (immagine di Dio), al di là del dato dottrinale, che parte dalla Genesi (1, 26 e seg.), al di là ancora del dato filologico-filosofico presente

nell’opera del Nisseno, assume carattere di urgenza, se si vuole intraprendere la via tracciata dalla chiesa di un nuovo umanesimo, un umanesimo integrale. L’itinerario è un lavoro di analisi e presa di coscienza della “caduta”: è un lavoro di riparazione, di ricostruzione, per il quale non basta avere a disposizione strumenti idonei, occorre innanzi tutto la volontà. La lezione di Gregorio invita ad una corretta impostazione ed utilizzazione dei dati di conoscenza: • La somiglianza

(icona) non è del corpo, ma dello spirito; • L’essere simili a Dio non significa essere uguali, come i figli non sono uguali ai genitori; • L’uomo è superiore alle altre creature, ma fragile; è teso ed orientato alla perfezione, ma è lungi dal pervenire all’ “apàtheia” (assoluta assenza di passioni) di Dio. • L’uomo non è un microcosmo in sé chiuso, ma partecipa del divino (realtà intelligibile) e della materia (realtà sensibile); • Il male esiste, come deviazione della libertà dalla via dell’essere sulla via del non essere; • Dio non è causa del male, in quanto creatore di ciò che è. Onde il male è conseguenza di voler vedere con gli occhi chiusi. • La disposizione a cambiare strada è la dote eccelsa della libertà: qui punta la possibilità di riscatto, di restituzione e riappropriazione della dignità di quella stupenda creazione divina che è l’uomo. Onde angusto e limitato, circoscrivibile ed emarginabile è l’orizzonte del male; ampia, sconfinata, aperta, sebbene in salita la via che conduce al bene. Ennio Monastero


Pag. 14 L'OSSERVATORIO

RICORDANDO DON TONINO BELLO

MARZO 2010

MEMORIA VIVA Presidente di Pax Christi e vescovo di Molfetta. Cittadino del mondo e pastore di una Chiesa locale. Uomo di azione, di parola, di preghiera.

N

ato il 18 marzo 1935 ad Alessano (Lecce), Antonio Bello – per tutti don Tonino – avrebbe compiuto quest’anno 75 anni, l’età in cui i vescovi presentano al Papa le dimissioni, se non si fosse spento il 20 aprile 1993, consumato dal tumore. Ma è il seme che muore a dare frutto. «Tonino Bello fu testimone e costruttore di pace. Immerso nelle sfide dei suoi anni. Ma l’eloquenza e la fecondità della sua profezia non sono venute meno», afferma il vescovo di Pavia, mons. Giovanni Giudici, attuale presidente di Pax Christi Italia. «Sono visitatore nei Seminari. E a 17 anni dalla sua morte, trovo ancora grande curiosità e attenzione verso di lui. No, non è andato in ‘pensione’, il nostro don Tonino», incalza il vescovo di Molfetta-RuvoGiovinazzo Terlizzi, mons. Luigi Martella. Mons. Giudici: Con gli ultimi, maestro di speranza «Voglio rimanere in Pax Christi, rispondeva Tonino Bello agli amici che lo andavano a trovare sul letto di morte. Voglio rimanere nella pace di Cristo. Così fu la sua vita – racconta mons. Giudici, che l’ha conosciuto di persona –. Don Tonino fu uomo di gesti coraggiosi come il pellegrinaggio di pace nella Sarajevo sotto assedio, straziata dalla guerra etnica. Fu prete e vescovo che insegnò a noi, suoi confratelli, l’arte della speranza come condivisione del cammino con i piccoli, gli ultimi, i sofferenti. Da vero pastore del Vaticano II fu sempre attento non solo ai temi del lavoro e della giustizia sociale, ma anche alla liturgia come incontro di un popolo con il mistero di Dio. Il suo linguaggio era ricco di immagini, poetico, creativo, capace di andare al cuore delle cose. E delle persone.Un antidoto alla tentazione dell’ecclesialese».

Che cosa significa oggi per Pax Christi camminare ‘nella compagnia’ di Tonino Bello? «Significa continuare ad essere, come lui ci ha insegnato, al fianco degli ultimi, dei poveri, delle vittime – risponde mons. Giudici –. In Iraq come in America Latina o in Terra Santa, impegnati a costruire ‘ponti e non muri’, come s’intitola una nostra campagna; sempre pronti a denunciare le logiche di morte del nostro tempo – come abbiamo fatto con la Cei a fine gennaio con un incontro sul traffico internazionale di armi. Nella memoria di Tonino Bello – mentre accompagniamo il suo cammino verso gli altari – rinnoviamo la memoria di martiri del Vangelo della pace e della giustizia come l’arcivescovo Oscar Romero». Mons. Martella: Eucaristia e poveri, la sua passione Un tempo di grazia, «il processo di beatificazione aperto

due anni fa: ci aiuta a scoprire e far conoscere don Tonino non solo come presidente di Pax Christi ma anche come pastore di una Chiesa particolare, quella di Molfetta» scandisce Martella, che conosceva mons. Bello ancor prima che divenisse vescovo. «I suoi gravosi impegni fuori diocesi non hanno mai condizionato la sua presenza a Molfetta. Fu sempre vicino alla sua gente e ai suoi preti; pronto all’incontro con tutti; sempre aperta la sua porta. Don Tonino – in questo Anno Sacerdotale – ci restituisce l’ideale di un prete pieno di passione per il Vangelo vissuto sine glossa, affascinante e credibile perché in lui la Parola diventa vita. Al centro di tutto: l’amore per i poveri e per Cristo Eucaristia. Gli piaceva scrivere i discorsi a un tavolino collocato nella cappellina dell’Episcopio, davanti al tabernacolo». Il suo criterio: «Pensare globalmente, agire localmente». Uomo del Sud, «innamorato della sua terra, della quale sapeva denunciare i mali ma anche additare le ricchezze, sarebbe stato certamente ‘protagonista’ del cammino che ha portato la Cei alla pubblicazione del documento Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno». Il 20 aprile prossimo, anniversario della morte, Molfetta accoglierà un convegno regionale su don Tonino Bello e i giovani al quale parteciperà mons. Giudici. «E il 30 aprile in Cattedrale si terrà la prima sessione del Tribunale per la causa di beatificazione – anticipa mons. Martella –. Ci saranno il prefetto della Congregazione delle cause del santi, l’arcivescovo mons. Angelo Amato, nativo di Molfetta e il postulatore, l’arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo mons. Agostino Superbo». E sarà un giorno di festa. Grazie a quel seme che continua a dare frutto».


MARZO 2010

L'OSSERVATORIO Pag. 15

BEETHOVEN PER VIOLONCELLO E PIANOFORTE Riproposta dalla Decca l’eccezionale performance di Mstislav Rostropovich e Sviatoslav Richter

L

e opere per violoncello e pianoforte sono un’esigua parte dell’intero corpus della musica da camera di Ludwig van Beethoven (17701827), ma sono altrettanto importanti nello scandire le tappe dell’evoluzione stilistica del maestro di Bonn. L’opera completa si compone di cinque Sonate, unanimemente considerate dei capolavori di arte cameristica e un contributo di fondamentale importanza alla letteratura per violoncello, e di tre serie di Variazioni su arie da Il flauto magico di Mozart e dall’oratorio Judas Maccabeus di Handel. Il violoncello, in epoca barocca e classica, è generalmente relegato alla realizzazione del basso. Nel ‘700, Vivaldi e Boccherini, sfruttando anche i miglioramenti tecnici che vi vengono apportati, lo elevano, nei concerti e nella musica da camera, al ruolo di strumento solista, capace di delicato lirismo quanto di bruschi cambiamenti di umore e di imprevedibili passaggi virtuosistici. Beethoven porta il violoncello su un livello di pari dignità con il pianoforte, una dignità conquistata quasi a fatica e tanto più meritevole d’attenzione. Le due Sonate op. 5 del 1796, in fa maggiore e in sol minore, si presentano in due tempi: un Allegro, preceduto da un lungo Adagio, e un Rondò. La tecnica violoncellistica è già raffinata, ma si rileva una certa preminenza del pianoforte nel dettare gli attacchi e nel condurre i passaggi in velocità. La cantabilità del violoncello sgorga, mesta e solenne, nell’Adagio introduttivo alla Sonata in sol minore, mentre il Rondò della stessa è disseminato di non poche difficoltà.

La Sonata in la maggiore, op.69, composta fra il 1807 e il 1808, vede una più marcata emancipazione del violoncello, un processo che si è via via affinato nelle tre serie di Variazioni su arie di Mozart e Handel, risalenti al 1797 e al 1801. Si presenta in tre tempi, due Allegri con uno Scherzo centrale, ed “è un’opera piena di luminosa bellezza e di non superficiale ottimismo, appena solcata, nel sommesso e favoleggiante Scherzo, da un’ombra fugace di mistero” (G. Carli Ballola). Nelle due Sonate op. 102 del 1815, in do maggiore e in re mag-

giore, l’equilibrio sonoro e timbrico fra i due strumenti raggiunge vertici altissimi. La Sonata in do maggiore è in due tempi e reca il titolo autografo Freje Sonate (Sonata libera), a voler significare il superamento delle forme classiche che caratterizzerà l’ultima produzione beethoveniana. La cosa è ancor più evidente nella Sonata in re maggiore, dove, ad uno dei più sublimi Adagio della storia musicale, segue uno sconcertante e a lungo incompreso Allegro fugato, un saggio del lavoro che Beethoven sta svolgendo sulla fuga, che culminerà con la Grande Fuga, op. 133 per quartetto d’archi. Le Sonate e le Variazioni per violoncello e pianoforte di Beethoven vengono proposte dalla Philips-Decca su doppio CD (442 565-2) a medio prezzo nella storica esecuzione di Mstislav Rostropovich, violoncello, e Sviatoslav Richter, pianoforte. La registrazione in studio fece seguito ad un leggendario concerto che i due musicisti tennero al Festival di Edimburgo il 30 agosto del 1964. Rostropovich sfodera un magistero artistico e tecnico che ha pochi uguali, con uno stile brillante, ricco di espressività e capace di impressionante virtuosismo e di coinvolgente cantabilità. Richter, altro grande concertista russo, virtuoso del pianoforte dalla memoria fenomenale, si rivela compagno ideale di Rostropovich, con il quale purtroppo ha collaborato solo in poche occasioni. Un’intesa eccellente che rende quest’album un sicuro punto di riferimento per queste opere e un valido documento della profonda essenza del linguaggio musicale beethoveniano. Enzo Depalo


A

d Alberto piace qualificare le su opere con l’aggettivo “musivo” e “Arte musiva” è in realtà la tecnica, che tra le numerose discipline pittoriche, usa non i colori ricavati da terre o pigmenti, ossidi ecc, mescolati con vari solventi in paste più o meno fluide, ma pietre e marmi, coi loro colori naturali o paste vitree policrome, opportunamente spezzettate ed accostate a ricavarne figure geometriche o immagini naturali, puntando sulla fusione dei colori, che solo la consumata esperienza dell’artista esercitata in anni di studio riesce ad ottenere. Un’ arte difficile quindi, che non smentisce la difficoltà intrinseca di ogni fenomeno artistico serio, che implica sempre profonde conoscenze ed estenuanti tirocini di sperimentazione; un’arte difficile al punto da meritarsi l’appellativo di musiva, cioè delle Muse, che presso gli antichi erano le dee ispiratrici delle arti, in numero di nove, una Musa per ogni arte, perchè non si concepiva la genialità, se non come divina ispirazione. …..l Mosaico …..(è) stato un approdo di notevole importanza nella storia delle Arti figurative, consentendo di farci un’idea sulla pittura antica pervenutaci molto frammentaria per la precarietà degli impasti dei colori e dei supporti di fronte all’usura del tempo…. ….(ha, inoltre,)…. soddisfatto la richiesta di impieghi più disparati, dai pavimenti di ville sontuose, alle

pareti interamente tappezzate di “tessere” musive per rappresentare motivi geometrici o figurazioni ispirate alla natura animale e vegetale, o raffigurazioni di immagini di vita quotidiana o ritratti o scene di culto, rese più splendide con l’impiego di materiali preziosi. I mosaici della Cattedrale di Otranto, quelli di Ravenna e quelli di San Pietro in Vaticano sono l’esempio più insigne. Ma l’opera d’arte non si riconosce soltanto nella monumentalità. Se macro e micro-cosmo sono scaturigini di un medesimo progetto divino, (e nessuno metta in dubbio la sorprendente analogia di leggi che governano il moto delle galassie e dell’interno dell’atomo), già gli antichi impiegarono la tecnica musiva in composizioni pittoriche asportabili. Proverbiali e citate sono le “Colombe di Plinio”, così dette perché ne parla Plinio il Vecchio, …“…mirabilis ibi columba bibens et aquam umbra capitis infuscans. Apricantur aliae scabentes sese in cantari labro…” (splendida, lì, una colomba nell’atto di bere, con l’ ombra della testa che si proietta nell’acqua. Altre sono appollaiate sull’orlo della coppa) (Naturalis historia, XXXVI, 184). … ….. i Mosaici di Alberto, di quest’ ultima generazione in particolare, …. sono incorniciati secondo schemi in sintonia col soggetto rappresentato, sono ispirati a temi sacri e naturali, non escluse le colombe,… soprattutto sono leggeri da trasportare. Ennio Monastero (dalla Presentazione, passim)


osservatorio marzo