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IL GIORNALE IN ATENEO Spunti di lavoro per attualizzare le materie di studio a cura dell’Osservatorio Permanente Giovani-Editori          




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INDICE

L’Osservatorio Permanente Giovani-Editori

pag.4

Che cos’è “Il Giornale in Ateneo”

pag.6

Il giornale in aula per definire conoscenze e costruire cittadinanza di Carlo Sorrentino

pag.8

La media education intesa come sfida civile e sociale di Aligi Cioni

pag.18

Dieci spunti per l’insegnamento con il quotidiano nell’area tematica della comunicazione di Luca De Biase

pag.21

I grandi temi istituzionali e la loro lettura giornalistica: come utilizzare i quotidiani nelle aule di diritto di Roberto Zuccolini

pag.33

Alcuni spunti per l’insegnamento in area economica con il supporto dei quotidiani di Daniele Manca

pag.43

Giornali in aula per la “formazione” di uno spirito critico di Ermanno Paccagnini

pag.53




L’OSSERVATORIO PERMANENTE GIOVANI-EDITORI L’Osservatorio Permanente Giovani-Editori è un’organizzazione che nasce nel giugno del 2000 con una solida e ambiziosa missione: aiutare i giovani d'oggi a diventare i cittadini di domani, sviluppando anche grazie alla lettura critica di più quotidiani a confronto, quello spirito critico che rende l'uomo libero. Nel 2000 questa missione si era resa necessaria alla luce di un dato piuttosto allarmante: dal 1975 al 2000 in Italia si era perso più di un milione di acquirenti/lettori di quotidiani. Un dato preoccupante se si pensa che la lettura dei quotidiani era, ed è tuttora, un’azione importante per la formazione dell’opinione pubblica, di quella che è la voce critica di un Paese. In particolare l’Osservatorio Permanente Giovani-Editori nasce dall’appello che l’Associazione fiorentina Progetto Città, nella persona del Presidente Andrea Ceccherini, lanciò, per l’appunto in quegli stessi anni, a tutti gli editori italiani per unirsi ed elaborare insieme una strategia comune in grado di poter riavvicinare i giovani alla lettura dei quotidiani, visti come uno strumento di crescita civile e sociale. A questo appello hanno risposto per primi il gruppo Rcs Mediagroup, editore del Corriere della Sera ed il gruppo Poligrafici Editoriale, editore invece de Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno. Di lì a poco si è aggiunto un terzo gruppo, quello del Il Sole 24 Ore. Grazie quindi all’appoggio di questi tre grandi gruppi editoriali italiani nel corso dell’anno scolastico 2000-2001 è stata realizzata la prima edizione dell’iniziativa “Il Quotidiano in Classe”. Dopo il successo della prima edizione di questo progetto altri gruppi sono entrati a far parte della famiglia 4 


dell’Osservatorio Permanente Giovani-Editori (l’Adige, La Stampa, L’Unione Sarda, Il Tempo, Gazzetta del Sud, Gazzetta di Parma, Il Gazzettino, Il Giornale di Vicenza, L’Arena, Bresciaoggi, di recente La Gazzetta dello Sport, L’Osservatore Romano, Focus). Per valorizzare quello che è il grande tesoro nazionale, ovvero i giovani, dal 2004 l’Osservatorio Permanente Giovani-Editori può contare anche su un’altra solida alleanza, quella del Sistema delle Fondazioni di origine bancaria che sostengono in particolare il progetto de “Il Quotidiano in Classe” sia singolarmente su base territoriale (34 le Fondazioni attualmente in campo), sia a livello nazionale attraverso l’Acri, associazione che raggruppa le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio italiane. Tutte le attività dell’Osservatorio Permanente GiovaniEditori sono concepite come un unico progetto di educazione alla cittadinanza, multidisciplinare e multidimensionale, per sviluppare le idee e i valori che permettano ai giovani di far crescere un senso di cittadinanza attiva, consapevole e responsabile. Si cerca pertanto di privilegiare iniziative volte ad indirizzare i giovani verso una maggiore libertà d’opinione, senza dimenticare il valore del confronto ed il rispetto delle idee altrui. Negli ultimi anni l’Osservatorio Permanente GiovaniEditori è accompagnato in questa sfida anche da alcune grandi aziende, dotate di responsabilità sociale, attraverso la promozione di una serie di iniziative speciali finalizzate ad accompagnare gli studenti nel loro percorso di educazione alla cittadinanza. In questi anni l’Osservatorio è stato affiancato da aziende come Enel, eni, Intesa Sanpaolo, Telecom Italia, UniCredit e Wind. 5 


CHE COS’È “IL GIORNALE IN ATENEO” Da più di un decennio la missione dell’Osservatorio Permanente Giovani-Editori è quella di avvicinare le nuove generazioni alla lettura critica dei quotidiani per contribuire a rendere i giovani di oggi, i cittadini liberi di domani. Un’intera generazione ha iniziato con il progetto “Il Quotidiano in Classe”, che oggi coinvolge più di 2.000.000 di studenti delle scuole superiori, un percorso di avvicinamento al giornale, sviluppando così un’abitudine nuova: leggere con maggiore consapevolezza, e criticità, i quotidiani. Per non disperdere questo patrimonio, l’Osservatorio Permanente Giovani-Editori ha pensato di accompagnare i giovani in questo percorso anche dopo la loro uscita dalle scuole secondarie di secondo grado. Da questa volontà nasce nel febbraio del 2007 un nuovo progetto: “Il Giornale in Ateneo”, che si rivolge a tutte le Università italiane iscritte alla Crui (Conferenza dei Rettori delle Università italiane). In una prima fase-test sono stati coinvolti 63 docenti di 25 diverse Università, un campione sufficientemente ampio che ha permesso di testare questo nuovo format. In questa fase-test il format volutamente flessibile di media education, in cui i docenti partecipanti sono stati lasciati liberi di sperimentare l’uso del quotidiano in aula, ha permesso all’Osservatorio Permanente Giovani-Editori di sviluppare nel corso delle successive edizioni un progetto più strutturato e articolato in quattro diversi ambiti disciplinari (Comunicazione, Diritto, Economia e Formazione). Il format, ormai testato e consolidato, permette ai docenti partecipanti di avere uno strumento ed un supporto utile alla didattica che lega sempre più la propria disciplina all’attualità. 6 


Nel corso delle cinque annualità, seguite alla fase-test, sono stati coinvolti un numero maggiore di docenti, fino ad un massimo di 150, e di Università. Ai docenti interessati l’Osservatorio Permanente Giovani-Editori ha proposto un progetto nuovo e ha dato la possibilità di portare in aula alcuni tra i principali quotidiani italiani (Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e QN); in cambio i docenti si sono impegnati ad utilizzare questi quotidiani nell’ambito della propria didattica per dimostrare agli studenti come il quotidiano possa affiancare i libri di testo e attualizzare le materie di studio, oltre che aiutare a sviluppare una maggiore conoscenza critica.

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IL GIORNALE IN AULA PER DEFINIRE CONOSCENZE E COSTRUIRE CITTADINANZA di Carlo Sorrentino Giornalismo e cittadinanza Siamo sommersi da informazioni, le riceviamo su ognuno dei tanti dispositivi che ci portiamo dietro (dal cellulare al notebook), mentre viaggiamo in autobus e quando siamo in autogrill, allo stadio oppure alla stazione. Che lo si voglia o meno non possiamo sfuggire alle informazioni. Ma questo vuol dire che siamo informati? La domanda è apparentemente senza senso. Ma, per l’appunto, soltanto apparentemente. Proprio il diluvio di notizie che ci piomba addosso in ogni momento della nostra vita evidenzia lo scarto esistente fra ricevere informazioni ed essere informati. Quest’ultima espressione sta ad indicare una consapevolezza del ricevente derivante da un’esplicita attenzione, che consente un lavoro di rielaborazione delle informazioni, compiuto dapprima da chi professionalmente seleziona, gerarchizza e presenta le notizie, cioè il mondo giornalistico, e poi da ciascuno di noi quando svolgiamo un lavoro analogo nella nostra vita quotidiana di ricettori di informazioni. Insomma, per essere informati c’è bisogno che vi sia consapevolezza di una doppia azione di messa in ordine della realtà. La prima compiuta dalla mediazione giornalistica, la seconda dai riceventi, da un pubblico che – proprio perché più esposto – mette in atto procedure selettive di percezione, attenzione e memorizzazione. Il giornalismo, infatti, deve essere inteso soprattutto come un’attività di messa in forma delle informazioni. Ogni 8 


informazione costituisce un nuovo elemento che va a popolare un mondo già composito di rappresentazioni sociali preesistenti, di espressioni culturali sedimentate, e in questo modo assume significato, diventa conoscenza. È un processo che si compone nel tempo sulla base della negoziazione fra i vari membri della società: produttori di eventi (fonti), mediatori (operatori della comunicazione), fruitori (pubblico). Definisce un nuovo ambiente cognitivo, un nuovo spazio sociale dove gli individui possono incontrarsi e riconoscersi, costruire nuovo senso comune, grazie al quale interpretare, e dunque conoscere, un mondo che diventa sempre più complesso. È attraverso l’informazione veicolata dai media che noi apprendiamo il maggior numero di fatti che accadono e di argomenti discussi nel mondo e che si riflettono sui nostri atteggiamenti e comportamenti. Attraverso i media gli individui e i vari gruppi sociali si mostrano, interagiscono, chiedono: si conoscono e riconoscono. La funzione socializzante dei media si evidenzia proprio nell’allargamento degli orizzonti cognitivi ed esperienziali, nell’accrescimento dell’inventario culturale che essi producono, nella moltiplicazione degli incontri con l’alterità che soltanto permette di pensare con gli altri, per riprendere la felice definizione di Halbwachs. Non è un caso se il bisogno della mediazione giornalistica si sia sviluppato proprio quando le nostre esigenze di conoscenza non potevano più esaurirsi negli ambienti frequentati fisicamente, ma hanno avuto bisogno di attingere a patrimoni cognitivi ed esperenziali più ampi. La funzione dalla stampa di selezionare gli eventi ritenuti più interessanti e/o maggiormente in grado di attirare l’attenzione del pubblico diventa fondamentale quando nelle società contemporanee - aumenta incessantemente, e si articola, lo spazio sociale all’interno del quale si 9


costruisce la vita degli individui, come conseguenza del processo di differenziazione sociale, che moltiplica i ruoli sociali svolti da ogni singolo individuo e amplia gli ambienti in cui tali individui giocano questi ruoli. Attraverso questo processo l’identità individuale è resa più flessibile dalla moltiplicazione dei mondi frequentati da ogni individuo, che attraverso tali nuove - e numerose frequentazioni modifica e diversifica i propri comportamenti di ruolo. Ci si abitua a praticare quella che Goffman definisce disattenzione civile, cioè a convivere con la diversità, quotidianizzandola, dandola per scontata. Un processo fondamentale per acquisire cittadinanza, cioè dotarsi delle competenze utili per partecipare alla vita di relazione con gli altri, per costruirsi una dimensione relazionale, che permetta di pensare in maniera autonoma e libera. A differenza del suddito che deve obbedire, tacere, ossequiare e pertanto non necessita di conoscenze ed informazioni che gli consentano di riflettere e di agire in modo indipendente, il cittadino interviene direttamente nella sfera pubblica, soprattutto attraverso il voto, ma anche assumendo un ruolo attivo e consapevole nel processo produttivo. Per compiere questo percorso di consapevolezza e di partecipazione deve ricevere informazioni, che gli permettano di sviluppare poi conoscenza, cioè la possibilità di calare le informazioni in un universo comune costituito da specifici sistemi simbolici, da definite province di significato, al fine di comprendere le informazioni e attribuire loro la giusta rilevanza. La moltiplicazione di ruoli sociali e di mondi sociali rende necessario ampliare il repertorio delle informazioni utili per muoversi all’interno di tali mondi e per rendere adeguata l’interpretazione dei nuovi ruoli. È sempre meno 10 


possibile limitarsi ad avere informazioni soltanto su ciò che si sperimenta direttamente, che si vede con i propri occhi, come dice un’espressione di senso comune. Diventa necessario informarsi anche su quanto è spazialmente distante. Non è più sufficiente limitare l’esperienza culturale a quella territoriale, come si faceva tradizionalmente per ottenere un’integrazione sociale basata su vincoli che la finitezza del luogo – di ogni luogo – stabiliva. La possibilità di connettersi con “altri mondi”, quel passare attraverso ritenuto da Clifford la funzione principale dei media, consente ad un numero straordinariamente più elevato di individui di assumere la dimensione globale come orizzonte culturale in cui si inserisce, interpreta ed elabora la propria esistenza. Si costruisce uno sguardo comparativo sul mondo. Un monitoraggio permanente della realtà che muta il rapporto di ognuno di noi con i propri modi di vita e con i luoghi della propria esistenza.

Quanto più diventa articolato l’universo di riferimento della nostra vita quotidiana, tanto più siamo costretti ad acquisire un nuovo e più ricco capitale d’informazioni che consenta di gestire tale complessità. Il giornalismo – e segnatamente la stampa quotidiana in quanto mezzo naturalmente più riflessivo e approfondito – mira al soddisfacimento di questi bisogni. L’esposizione alla stampa diventa sempre più importante per gestire un più articolato patrimonio di conoscenze che permetta di scegliere, di decidere, di agire: di diventare soggetti attivi, capaci di controllare riflessivamente le proprie preferenze morali e le proprie volontà politiche: in altre parole, di “pensare con la propria testa”. 11 


La stampa aiuta a definire una cittadinanza non più legata esclusivamente alla dimensione politica e giuridica di acquisizione di diritti, quei diritti di libertà (le cosiddette “libertà negative”) l’acquisizione dei quali è da sempre ritenuta conditio sine qua non per accedere ai beni prodotti e circolanti attraverso il libero mercato. Nella nuova accezione la cittadinanza definisce il bisogno di relazione sociale attraverso cui gli individui costruiscono le proprie reti di rapporti sociali e definiscono la società civile, all’interno della quale disegnano le proprie soggettività sociali. È il possesso di queste risorse che permette l’adesione dell’individuo alla vita collettiva, che connette l’individuo alla società, alla varietà di cerchie sociali che frequenta e attraverso cui costruisce la sua identità, favorendo il processo di inclusione sociale. Sono queste relazioni a definire il quadro delle esperienze individuali e a sviluppare quella consapevolezza che soltanto permette la partecipazione. La stampa è il luogo principale da cui trarre tali risorse. Il giornale funge, quindi, da mappa geografica per orientare l’individuo, come bussola in grado di fornire le coordinate giuste per l’azione. L’importanza della media education Dunque, i giornali e il giornalismo sono un prodotto culturale proprio perché svolgono un’importante funzione di messa in ordine della realtà. Anzi sono un prodotto culturale complesso, per la vastità di temi trattati e delle forme attraverso cui tali temi sono trattati. Richiedono, pertanto, un fondamentale lavoro interpretativo che ognuno di noi compie nel momento in cui passa dalla ricezione di masse enormi d’informazioni all’accensione

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della propria attenzione su tali inquadrandole e dando loro un senso.

informazioni,

Ma tale lavoro d’inquadramento richiede una raffinata competenza per collegare gli eventi e i saperi fra loro; richiede, quindi, un lavoro d’intermediazione culturale ricco e articolato. La media education ha fra le sue funzioni proprio quella di fornire l’adeguata strumentazione intellettuale per svolgere questi processi di contestualizzazione; rappresenta, pertanto, un’importante funzione d’intermediazione fra le informazioni e il processo d’attribuzione di significato e di senso che esse richiedono. Di solito si distingue fra educazione per i media, educazione con i media ed educazione ai media. “Il Giornale in Ateneo” può svolgere, sebbene con intensità differenti, tutte le 3 distinte funzioni. Negli insegnamenti previsti all’interno dei corsi di laurea che maggiormente preparano alle professioni della comunicazione – primi fra tutti i corsi in Scienze della comunicazione – l’uso del quotidiano è senz’altro propedeutico alla formazione di coloro che saranno i professionisti della comunicazione di domani. Spesso si lamenta in tali corsi di laurea la carenza della pratica, finalizzata a introdurre più facilmente gli studenti alle attività lavorative. Tali osservazioni hanno un loro fondamento, ma non bisogna dimenticarsi che l’istruzione universitaria deve soprattutto fornire un metodo di ragionamento e competenze professionali che vadano oltre quella che viene definita la professionalità tecnica. Il campo della comunicazione è sempre più ricco e complesso e richiede conoscenze e competenze 13 


altamente sofisticate; pertanto – come accade per tutte le altre principali professioni cui gli studi universitari da sempre formano – bisogna soprattutto sviluppare quelle doti necessarie ad articolare e approfondire il senso critico. La formazione universitaria per i professionisti svolge la stessa funzione dell’allenamento in palestra per i piloti di Formula Uno. Apparentemente sembra tempo perso, tanto bisogna star seduti a guidare l’automobile. Se poi si riflette un attimo, per guidare con la prontezza di riflessi richiesta in Formula Uno, è evidente che bisogna avere un fisico addestratissimo. Analogamente, la formazione universitaria serve soprattutto ad allenare la mente, a sviluppare elasticità di pensiero e profondità di ragionamenti, a far porre le domande giuste per attivare le risposte che ogni professione richiede. Anche e soprattutto quelle inerenti la comunicazione, che devono sintetizzare in poche battute una realtà sempre più complessa. I luoghi della formazione, peraltro, permettono una riflessione sulle pratiche professionali che può avvantaggiarsi dei tempi più rilassati che lezioni, seminari, sperimentazione consentono; senza l’ineludibile ritmo asfissiante che il giorno per giorno lavorativo impone, soprattutto in professioni dove la velocità sta prendendo sempre di più il sopravvento, talvolta a scapito della riflessività e dell’accuratezza. Ma “Il Giornale in Ateneo” vuole soprattutto educare con i media. Lo abbiamo ricordato prima, ormai le pagine dei quotidiani sono piene di notizie di ogni genere, su ogni argomento. Si registra un continuo allargamento di temi e attori sociali, di prospettive e analisi. Non è per niente 14 


difficile poter adoperare un servizio, un commento, un’intervista, ma anche soltanto una “breve” come passepartout per arrivare a trattare qualsiasi disciplina. Questa prospettiva è stata quella preferita dall’iniziativa che – non a caso – ha cercato interlocutori in ogni corso di laurea, aggregando compagni di viaggio molto dissimili per tematiche trattate, metodologie didattiche e riferimenti teorici. Entrare nella materia trattata a lezione attraverso un articolo di giornale permette di calare nell’esperienza di vita vissuta dello studente temi e approcci apparentemente astratti. Si tratta quindi di un processo d’avvicinamento particolarmente necessario per accorciare quelle distanze fra la formazione della scuola secondaria superiore e la formazione universitaria, che negli ultimi anni sembra essersi allargata. Peraltro tale approccio è maggiormente coerente con un’acquisizione delle conoscenze basata sull’esperienza empirica, sull’esaltazione di un sapere intuitivo che la continua quanto rapsodica esposizione alla rete favorisce, producendo un uso progressivo del metodo induttivo. Del resto l’uso in aula delle nuove tecnologie, fino ad arrivare alle LIM (le lavagne interattive multimediali), ancora poco sviluppato nel nostro Paese, ma che registra un’attenzione crescente, va esattamente nella direzione di convocare in aula una maggiore varietà d’informazioni relative ad un tema o a un approccio teorico, al fine di facilitare la percezione e quindi l’attenzione e la memorizzazione degli allievi. Certamente il quotidiano non ha la ricchezza e la duttilità di tali tecnologie, ma può rappresentare una porta d’ingresso per una didattica innovativa, con il grande vantaggio d’esporre a informazioni che posseggono un maggior grado di riflessività, specialmente da quando la carta stampata – 15


proprio perché scavalcata dalla maggiore velocità di altri mezzi di comunicazione – ha assunto la funzione di tematizzazione e di approfondimento. In questo modo si favorisce anche una metodologia d’apprendimento maggiormente partecipata e collaborativa, perché ogni studente si sente maggiormente in grado di farsi un’idea e articolare opinioni intorno a quanto scritto su un articolo di giornale. In questo modo s’accorcia la distanza rispetto alla competenza del “sapere esperto” – rappresentato dal docente – e si favoriscono lezioni maggiormente dialogiche. Un ottimo modo per favorire la partecipazione e una maggiore attivazione del senso critico nelle nostre aule universitarie, ancora troppo legate alla verticalità della lezione ex cathedra. Infine, “Il Giornale in Ateneo” può essere un utilissimo contributo per educare ai media. Appare ormai chiaro – come conferma tutta la più recente letteratura – come il giornalismo delimiti i fatti, più che limitarsi ai fatti, come recita un vecchio adagio per sottolineare l’orientamento all’oggettività. Come ogni altro atto comunicativo, il giornalismo è un processo di ricostruzione della realtà che passa attraverso un continuo processo di selezione, gerarchizzazione e presentazione delle notizie, che consente di mettere in evidenza – fra i milioni d’eventi e di temi che caratterizzano la quotidianità – quei pochi che si ritiene possano interessare l’opinione pubblica. Come si definisca questa selezione, quali siano le logiche dei media – cioè i presupposti politici e culturali, le routine produttive, le caratteristiche organizzative e le convenienze economiche che definiscono il modo in cui si compie questo processo selettivo – costituisce un elemento di grande interesse per ciascun lettore, perché 16


attraverso una migliore consapevolezza delle modalità di composizione di tali logiche e della rilevanza di ciascuna di esse può farsi un’idea molto più chiara ed esauriente delle modalità di funzionamento della stampa, andando oltre la solita – ma anche superficiale – constatazione di un processo manipolativo, che va maggiormente qualificato e definito per ciò che è: un’inevitabile attività di prosciugamento dalla realtà delle issue che si ritengono maggiormente interessanti per il pubblico, al fine d’assolvere la missione del giornalismo: informare l’opinione pubblica, ma – contemporaneamente – mantenere efficace il prerequisito economico d’assicurare il successo commerciale dell’iniziativa editoriale realizzata. Essere introdotti alle modalità di funzionamento del newsmaking, cioè del processo di costruzione della notiziabilità attraverso cui si definiscono priorità e si scelgono angolazioni e sottolineature da parte delle redazioni, può costituire un modo affascinante e coinvolgente per gli studenti universitari d’acquisire quella giusta conoscenza dei meccanismi di funzionamento della principale istituzione che ci racconta l’attualità e ci disegna le modalità di “funzionamento” quotidiano del mondo in cui viviamo.

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LA MEDIA EDUCATION INTESA COME SFIDA CIVILE E SOCIALE di Aligi Cioni La media education, educare cioè a servirsi dei mezzi di comunicazione studiando, a cominciare dal giornale quotidiano, i loro mezzi espressivi, è ormai una disciplina degna di essere strutturata a livello accademico. Nell’ottica dell’Osservatorio Permanente Giovani-Editori è però anche qualcosa di più: una vera sfida civile e sociale, peraltro bisognosa di un percorso didattico che tenga conto dell’evoluzione che ha attraversato il mondo dei media con le nuove tecnologie. L’approccio fondamentale è quello di una lettura critica del giornale quotidiano, da analizzare a livello di linguaggio, di strutture espressive, di funzioni e contenuti, di effetti a lungo e medio termine sui lettori, di scelte editoriali. È quasi scontato che il punto di partenza è quello di una ricognizione, in parte storica, in parte focalizzata sull’attualità, degli elementi costitutivi di un giornale quotidiano. Impaginazione, tipologia delle notizie e/o servizi (prima pagina, articolo di fondo, cronaca, interviste, ecc.), foto, formati, citazione delle fonti, titolazioni, articolazione delle sezioni in cui si scompone il giornale, forme linguistiche. In sostanza una “presa di conoscenza” dello strumento con il quale confrontarsi e prendere confidenza. Tuttavia, nel percorso di lettura critica, rimane fondamentale la consapevolezza di una distinzione necessaria, oggi un po’ compromessa dal flusso incessante delle notizie, fra fatti e opinioni, fra fatti e “valori”. È il primo passo verso una decodificazione di notizie e servizi, oggi sempre più necessaria. Pensiamo che sia ancora valida una distinzione, in parte mutuata dalla tradizione anglosassone, prevalentemente 18


americana, fra giornalismo del tutto ancorato al mito dell’obbiettività, della separazione fra fatti e opinioni, e giornalismo interpretativo (“advocate”), di denuncia, per molti versi “militante”, anche nella sua versione “investigativa”. Già sapere analizzare, ed è molto difficile, un quotidiano, seguendo quest’ottica, può aiutare a comprendere il rapporto stretto fra il giornalismo e le interpretazioni che si possono dare ad avvenimenti di grande rilevanza sociale. L’obbiettivo principale dell’Osservatorio Permanente Giovani-Editori, è sempre stato, nelle iniziative dirette alle scuole secondarie superiori, la formazione di un cittadino responsabile attraverso la lettura dei giornali (più giornali) in classe. In un’aula universitaria l’obbiettivo è sempre lo stesso, ma con categorie di analisi superiori, destinate a formare una coscienza critica di alto profilo, utile ad una classe dirigente d’avanguardia in campo sociale e civile. La maggior consapevolezza che deriva da queste considerazioni è quella che la stampa non è portatrice di verità assolute ma è in grado di influenzare governi e opinioni pubbliche a seconda dell’autorevolezza del giornale, e del modo o dell’interpretazione che una testata dà ad un avvenimento o ad una serie di avvenimenti. In sostanza un argomento del dibattito che in un’aula universitaria potrebbe diventare centrale, a seguito di un’analisi critica di più quotidiani, è il “ruolo pubblico” che il giornale ha sempre svolto, ancor più di altri media, per gli spazi di riflessione che consente. Siamo già oltre la parte di conoscenza dei meccanismi di funzionamento e organizzazione di un giornale, per affrontare i nodi più strategici che l’utilizzazione del quotidiano come strumento didattico consente. Utilizzare questo strumento in un’aula universitaria significa anche contribuire a salvaguardare il compito più alto di un giornale quotidiano, quello di sostenere e rappresentare le istanze 19 


dei cittadini verso ogni forma di potere: un ruolo dal valore etico ineguagliabile, dal quale può dipendere la stessa democrazia. Uno dei più importanti editori del mondo, Rupert Murdoch, ha detto, qualche tempo fa, che il mondo sta cambiando molto in fretta. Chi è grande non sconfiggerà più chi è piccolo (e gli avvenimenti dei nostri tempi ne sono una dimostrazione), ma chi è veloce batterà quelli che sono lenti. Si riferiva all’ingresso delle nuove tecnologie nei giornali e nei media in generale. È un altro spunto di riflessione per studenti e docenti che disegna il campo delle relazioni fra quotidiani e nuovi media, ma anche all’interno delle stesse aziende editoriali e delle loro testate con il diffondersi della lettura on line dei giornali quotidiani. Sullo sfondo il problema dei problemi, quello della verità, che i giornali dovrebbero ad ogni costo perseguire e difendere, e i lettori pretendere, pur consci di dover convivere con l’incertezza e con le regole del “mercato” delle notizie, valutando la tensione etica e professionale che non è del tutto difficile scoprire in un quotidiano con l’ausilio di una lettura critica e di adeguati strumenti di conoscenza.

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DIECI SPUNTI PER L’INSEGNAMENTO CON IL QUOTIDIANO NELL’AREA TEMATICA DELLA COMUNICAZIONE di Luca De Biase I corsi di comunicazione, pur nelle loro differenti articolazioni, in generale partono dall’alfabetizzazione alla struttura dei media per arrivare alla fine a sviluppare la conoscenza specialistica nell’utilizzo efficace delle tecniche mediatiche. Il quotidiano può essere un supporto prezioso in molte fasi di questo percorso di insegnamento. Può essere innanzitutto molto efficace per aiutare il docente a far riconoscere la struttura della comunicazione al di là della forma episodica della singola edizione o del singolo articolo. E può servire al docente che voglia esemplificare le tecniche di comunicazione applicate a esigenze specialistiche. In questa scheda si trovano cinque esempi di utilizzo del quotidiano per il primo approccio all’insegnamento della struttura della comunicazione: 1. Il copywriter e l’efficacia del titolo: framing, metafore, sintesi 2. La relazione tra gli elementi di una pagina (titolo, foto, didascalia): profondità e ampiezza della lettura 3. Il risultato comunicativo dell’aggregazione di diverse fonti dell’informazione e il loro riconoscimento 4. La retorica dell’editoriale, la struttura dell’inchiesta, il fascino evocativo del reportage 5. La contestualizzazione della pubblicità 21 


Successivamente sono esemplificate invece cinque analisi specialistiche della comunicazione operata con i giornali: 6. Comunicazione istituzionale 7. Comunicazione strategica 8. Comunicazione della pubblica amministrazione 9. Valutazione dei servizi di pubbliche relazioni 10. Gestione della crisi aziendale

STRUTTURE GENERALI DELLA COMUNICAZIONE Vediamo dunque prima alcuni spunti di utilizzo del quotidiano in aula per l’analisi critica delle strutture della comunicazione. 1. Il copywriter e l’efficacia del titolo: framing, metafore, sintesi Il titolo è ovviamente un piccolo testo in corpo grande, scritto per cogliere l’attenzione del lettore e comunicare immediatamente il contenuto informativo dell’articolo o del servizio che presenta. La struttura del titolo è fondata sulla sua capacità di evocare con poche parole un grande insieme di conoscenze già note al lettore per comunicargli un fatto a lui sconosciuto. Sicché l’analisi dei titoli di un quotidiano può servire in aula per affrontare alcuni temi fondamentali per l’alfabetizzazione ai media: che cos’è il framing? perché si ricorre all’uso della metafora e come se ne evita l’abuso? si può imparare a decodificare e distinguere le sintesi informative da quelle ideologiche?

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Non potendo usare molte parole, il titolista tende a evocare il quadro interpretativo prevalente in un certo periodo storico intorno a una determinata questione: è il frame. Generalmente un paio di parole chiave riescono a ricordare tutto un contesto. Il frame è una delle questioni più importanti da studiare se ci si occupa di comunicazione: non è una moda, ma certamente è una congiuntura culturale. Una sorta di interpretazione convenzionale prevalente in un certo periodo. E un generatore di aspettative per notizie che in qualche misura lo confermano. Ma il frame può essere una gabbia. L’agenda politica, per esempio, si confronta con le convinzioni diffuse: se il frame dice che il Paese è in crisi, un titolo pessimista richiede meno parole di un titolo ottimista, dunque finisce per essere convenzionalmente preferito. Cambiare un frame è difficile. Ma non ci sono solo i frame. Esistono alcuni concetti convenzionali che durano più a lungo. Si può essere sintetici anche riferendosi a una cultura condivisa. E le metafore sono una grande soluzione in tal senso, posto che richiamano storie che fanno da sostrato alla relazione tra chi scrive e chi legge. Scaldano la relazione. Ma rischiano di diventare luoghi comuni e di perdere la loro originaria consapevolezza metaforica. Un’analisi in aula delle metafore che si trasformano in luoghi comuni può dar luogo a un quarto d’ora di divertimento per tutti, alle spalle di titolisti un po’ stanchi. In ogni caso, la vera sfida è quella di distinguere nei titoli gli aspetti sintetici da quelli manipolatori. La sintesi corretta è un distillato di informazioni che derivano da un’ampia analisi. Ma si può spacciare per sintesi la scelta di nascondere parte della realtà dei fatti, accentuando soltanto ciò che può far comodo alla linea editoriale. La capacità di decodificare queste manovre è parte di una 23


lezione sulla fondamentale.

comunicazione

che

può

rivelarsi

2. La relazione tra gli elementi di una pagina (titolo, foto, didascalia): profondità e ampiezza della lettura Nella comunicazione contemporanea, il testo è sempre meno esaustivo. In realtà, il reparto grafico dei giornali non è più – o tende a non essere più – un mero servizio di impaginazione, per diventare un vero e proprio studio di design delle pagine. Come si scelgono gli spazi da dedicare alle immagini e quelli che sono riservati ai testi? Con quale finalità comunicativa si progettano le pagine: per dare un senso di ampia panoramica su un argomento o per focalizzare l’attenzione su un particolare? Come si impone all’attenzione una gerarchia delle notizie? L’analisi della forma delle pagine può essere condotta con gli stessi criteri con i quali si svolgono le lezioni di comunicazione visiva e strutturale. Si può vedere – e far vedere – una chiara relazione tra l’architettura della comunicazione di un particolare progetto editoriale e il design strutturale che lo esprime. Ampliando, se si vuole, la discussione a ogni tipo di interfaccia: dalla forma della pagina di carta a quella che si trova sul display di uno strumento elettronico. La questione, in effetti, può essere problematizzata ricorrendo alle analisi sulle funzioni persuasive delle interfacce. La comunicazione implicita nel design delle pagine guida il lettore nella struttura del contenuto e nel percorso voluto della lettura. Che non sempre è univoco. Talvolta la forma impone una chiave di lettura, talaltra se ne astiene, proponendo confronti tra interpretazioni considerate alternative. Altre volte ancora si sceglie la lista, l'elenco di argomenti per esprimere un senso di

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servizio al lettore. In nessun caso, però, la scelta è asettica e priva di conseguenze. 3. Il risultato comunicativo dell’aggregazione di diverse fonti dell’informazione e il loro riconoscimento L’informazione discende dal rispetto per le fonti. In questo senso è un po’ come una disciplina storica che si applica all’attualità. Le fonti dunque andrebbero citate, analizzate, confrontate, criticate. Il fatto che questa sia la regola, però, non implica che sia una regola applicata costantemente. E quando l’informazione sconfina nella comunicazione, la regola tende a essere disattesa. Il che significa che si può usare il quotidiano per lavorare empiricamente sulla distinzione tra informazione e comunicazione. Un servizio fa informazione se è fedele al suo pubblico, mentre fa comunicazione se è fedele a chi lancia i messaggi: nel primo caso affronta le fonti in modo critico, nel secondo caso ne riporta i messaggi acriticamente. Ma se non si riesce a distinguere tra un caso e l’altro non si può avere né un’informazione chiara né una comunicazione utile. La trasparenza della relazione tra le notizie e le loro fonti è un elemento centrale per la loro comprensibilità e credibilità. La decodifica delle notizie per leggere il modo e lo scopo che ha condotto a pubblicarle si può in effetti condurre chiedendosi se sia possibile riconoscere negli articoli il risultato dell’attività di ricerca delle informazioni oppure se i contenuti siano semplicemente registrati eseguendo acriticamente i dettami di una particolare fonte, il che aprirebbe la strada a vederli più nella loro funzione di comunicazione che di informazione. Leggendo un articolo, dunque, si può cercare di vedere se le fonti sono citate, se ciò che dicono le fonti è 25 


confrontato con altri documenti, se il senso che emerge da questi documenti è analizzato in base alla conoscenza pregressa, se serve a costruire una nuova teoria o a confermarne una già acquisita. 4. La retorica dell’editoriale, la struttura dell’inchiesta, il fascino evocativo del reportage La struttura del testo è decisiva per la sua efficacia. La funzione della struttura del testo, insieme allo stile nella scelta delle parole e delle metafore, è parte integrante del progetto comunicativo che tenta di realizzare. Un quotidiano è un ottimo strumento per analizzare diverse forme del testo e per valutarne l’efficacia funzionale. Un editoriale si presenta sempre con una retorica molto precisa. È un testo che contiene una tesi, ovviamente, ma che si pone l’obiettivo di convincere che quella tesi va condivisa. Per riuscire, deve dunque assumere la struttura di una dimostrazione. Questo ne distingue l’efficacia. Una dimostrazione parte da alcuni dati di fatto e li problematizza, quindi li confronta con una teoria e tira le conclusioni. In questo senso, l’editoriale è un piccolo saggio: se si limita ad affermare una tesi è meno efficace, se riesce a dimostrare una tesi convince di più. L’inchiesta è un vero e proprio racconto che a sua volta parte da alcuni fatti ma li vede come un mistero da risolvere. Quei fatti pongono domande cui non basta rispondere con una teoria perché la loro spiegazione richiede il disvelamento di un altro insieme di fatti che non erano noti. In questo senso, l’inchiesta assomiglia a un racconto giallo, basato però su fatti verificabili e documentati. Il reportage è un documentario che mostra una realtà poco conosciuta, il cui mistero rappresenta il suo fascino. 26 


L’efficacia del reportage è data dalla capacità delle parole di evocare le immagini, le atmosfere e le tensioni di territori, di società, di mondi che non sono convenzionali. Non svela un segreto, ma esplora un percorso che non si conosceva. Queste strutture non servono solo ai giornali, anche se i giornali ne mostrano esempi ben codificati e strutturati sulla base della lunga esperienza dell’artigianato editoriale. La struttura del testo, in realtà, è un valore per chiunque si occupi di comunicazione. E l’uso del quotidiano per discutere la struttura del testo, e per appropriarsi di alcuni segreti del mestiere, può essere un supporto significativo. 5. La contestualizzazione della pubblicità I messaggi pubblicitari cercano l’attenzione di un pubblico che non ha deciso di avvicinarsi a un contenitore editoriale per ricevere informazioni commerciali ma per accedere a un flusso di informazioni coerente con i suoi interessi. Storicamente i messaggi pubblicitari si sono adattati a questo fatto utilizzando due tecniche: la prima è quella di imporsi all’attenzione interrompendo il flusso della fruizione dei contenuti editoriali; la seconda è quella di aggiungersi a quel flusso senza deviarlo ma anzi sfruttandone le qualità apprezzate dal pubblico. Il quotidiano in aula può aiutare a discutere l’efficacia di ciascuna delle due strategie, in funzione dello scopo del messaggio pubblicitario e della sua contestualizzazione nel giornale. In generale, le campagne di brand building si riconoscono per la loro diffusione su molti media e per l’articolazione di un messaggio che evoca il mondo di un brand in modo abbastanza indipendente dai singoli contenitori sui quali 27 


appare. In questo senso, la loro formula espressiva può essere particolarmente efficace se riesce a imporsi all’attenzione anche a costo di interrompere il flusso di informazioni cui il pubblico si sta dedicando grazie al prodotto editoriale che ha scelto di consultare. La misura della loro efficacia si può valutare in base a ciò che resta nella memoria del pubblico. Le campagne più orientate a sostenere un particolare servizio commerciale, una particolare offerta o altro, invece, si misurano in funzione dell’insieme di azioni che riescono a indurre nel pubblico. Non basta che colgano l’attenzione e restino nella memoria, devono piuttosto convincere il pubblico a operare una scelta economica precisa. Per questo, di solito, non possono limitarsi a dare un messaggio sintetico, ma hanno bisogno di dare spiegazioni dettagliate dei vantaggi che propongono. Quindi la loro efficacia sta nella loro capacità di inserirsi simbioticamente nel flusso di attenzione che il pubblico ha già attivato nella lettura del suo prodotto editoriale. La contestualizzazione di questi messaggi nel giornale è essenziale per la loro efficacia. TECNICHE COMUNICATIVE ARGOMENTI SPECIALISTICI

APPLICATE

AD

Visti alcuni spunti di riflessione sull’utilizzo del quotidiano in aula per condurre analisi critiche su alcune strutture generali della comunicazione, si può passare all’osservazione di qualche applicazione ad argomenti più specialistici. 6. Comunicazione istituzionale Che cosa comunicano le Istituzioni? Come lo fanno? A che scopo? Il quotidiano può essere un buono strumento per valutare l’efficacia della comunicazione istituzionale, 28 


sia quando è obbligatoria sia quando non lo è. Il che porta ad alcune considerazioni di interesse generale. La comunicazione istituzionale obbligatoria, come nel caso delle novità che le aziende quotate in borsa devono comunicare al mercato, tende a essere particolarmente orientata al servizio che deve svolgere. Il rischio è che sia operata solo per ottemperare a un obbligo e non venga colta come un’occasione per una più ampia e significativa comunicazione con il pubblico. In certi casi, come per esempio nelle aste giudiziarie, la scarsa attenzione posta agli elementi comunicazionali rischia si sconfinare nella volontà di nascondere le opportunità contenute in quelle informazioni. La comunicazione istituzionale non obbligatoria può comunque rischiare di essere orientata a un dovere nei confronti di soggetti non interessati al pubblico ma soltanto ai loro interessi. Quando un’istituzione pubblica comunica una notizia ma lo fa per dare forza alla comunicazione politica di chi la governa, per esempio, perde l’occasione di affermare la propria identità funzionale e diventa strumento di scopi che non le appartengono. Un’analisi del modo in cui le Istituzioni comunicano sui quotidiani e della coerenza tra la loro identità funzionale e il contenuto dei loro messaggi, può aiutare a vedere criticamente la comunicazione istituzionale e lo scopo, reale, che persegue. 7. Comunicazione strategica Se un’azienda sta operando una profonda riconversione del suo business, se sta portando avanti una grande trasformazione delle relazioni industriali, se persegue nuovi scenari tecnologici o di mercato, la sua strategia non funziona senza il supporto di una importante attività

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di comunicazione. In questo senso, la comunicazione fa parte integrante della sua strategia. I quotidiani sono un grande supporto per queste strategie. Possono essere utilizzati come punto di confronto o come strumento acritico, dipende dalla disponibilità dei quotidiani stessi e dalla loro cultura editoriale, così come dipende dalla consapevolezza degli strateghi della comunicazione aziendale in relazione alla credibilità del loro messaggio. È evidente infatti che se il pubblico fosse perfettamente consapevole del fatto che un’azienda strumentalizza un quotidiano per dare comunicazione della sua strategia, il messaggio perderebbe efficacia. Per la stessa azienda è importante che il quotidiano sia un interlocutore critico e che la sua valutazione indipendente si aggiunga alla comunicazione aziendale, rendendola più credibile. Certo, questo non è tanto importante se il pubblico è abituato a una lettura superficiale o schierata del giornale. E tutto questo è analizzabile usando il quotidiano in aula come supporto. Più interessante, forse, è valutare in aula se sia vero che, in realtà, la comunicazione strategica migliore si fonda su dati di fatto e dimostrazioni di servizio basate su un metodo condiviso, per poter arrivare a un consenso sulla strategia e non soltanto sulla sua imposizione. 8. Comunicazione della pubblica amministrazione Il servizio della pubblica amministrazione è tra i più importanti per la società e tra i più difficili da rendere interessanti sui giornali. Il quotidiano può servire a cogliere esempi riusciti o non riusciti di comunicazione della pubblica amministrazione. Quando cambiano gli orari degli uffici pubblici, o gli obblighi dei contribuenti, o i 30 


sensi unici in città, la vita dei cittadini cambia: la comunicazione in questi casi può essere limitata a ottemperare a un obbligo, oppure essere orientata a costruire cittadinanza. La valutazione può partire dai pezzi dedicati alle novità introdotte dalla pubblica amministrazione in termini di servizio al lettore. Il patto è che si tratti di novità che cambiano il contesto operativo dei cittadini o dei professionisti e che quindi vanno conosciute per poter svolgere correttamente la propria attività o per accedere efficacemente ai servizi. Ma anche in questo caso la comunicazione corre alcuni rischi: da quello di restare piuttosto burocratica a quello di diventare strumento di attività politica. La buona comunicazione della pubblica amministrazione si riconosce se serve davvero agli utenti e se per il suo spirito di servizio serve a conquistare consensi. Probabilmente in questo l’alleanza con lo scopo fondamentale dei quotidiani è davvero essenziale. In questo senso, la lettura del quotidiano in aula è una sorta di test di laboratorio. 9. Valutazione dei servizi di pubbliche relazioni In un contesto di information overload, in un’epoca nella quale i messaggi sono numerosi e sembrano assalire il pubblico da ogni parte, la pubblicità non basta a sostenere il consenso intorno a un’azienda o a un’istituzione. E i messaggi più urlati non sono necessariamente i più credibili. Per questo si ricorre ai servizi di pubbliche relazioni, il cui scopo è aiutare i giornali a dare informazioni corrette intorno alle attività delle aziende o alle Istituzioni.

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I servizi di pubbliche relazioni possono essere valutati in base ai loro risultati sui giornali. Il loro apporto può essere orientato a facilitare i giornalisti nel reperimento delle informazioni, oppure limitato a indurli a selezionare soltanto le informazioni coerenti con lo scopo di creare consenso intorno alle aziende e istituzioni che servono. Alla fine, è sempre il pubblico che valuta la qualità dell’informazione. E la sua credibilità dipende sempre dalla qualità critica dell’informazione offerta dai giornali. Un successo nelle pubbliche relazioni non si valuta soltanto in termini di numero di articoli, ma anche studiandone la credibilità e la conseguente reputazione delle aziende o Istituzioni. Anche in questo caso, la lettura di un quotidiano assomiglia a un test di laboratorio. 10. Gestione della crisi aziendale Ogni azienda, nel suo percorso operativo, può incontrare un giorno di crisi. Può essere una difficoltà in borsa, può essere un danno ambientale provocato da un suo impianto, può essere una lite tra i proprietari. La qualità della comunicazione varia a seconda dello stile di leadership di chi guida l’azienda e dalla sua volontà di fondo di trovare consenso di lunga o di breve durata. In questo senso, la comunicazione può essere reticente o trasparente. Nel caso sia reticente, tenderà a nascondere i fatti ma in questo modo alimenterà, probabilmente, le curiosità degli inchiestisti e quindi finirà col trovarsi alla mercé delle loro capacità di ricerca di informazioni. Nel caso sia trasparente potrà guidare l’informazione, servendo nel contempo il pubblico, e alimentando in questo modo se non consenso, almeno una relazione di fiducia con esso.

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I GRANDI TEMI ISTITUZIONALI E LA LORO LETTURA GIORNALISTICA: COME UTILIZZARE I QUOTIDIANI NELLE AULE DI DIRITTO di Roberto Zuccolini La lettura analitica dei quotidiani in aula può rivelarsi un prezioso arricchimento per la didattica di una materia così articolata come il diritto e, più in generale, per lo studio delle istituzioni e degli organismi che regolano la vita dello Stato. Si tratta, per lo più, all’interno di un giornale, delle pagine che parlano di politica. È utile quindi sottolineare, come premessa, che – a parte alcune riviste specializzate – gli argomenti che riguardano l’area culturale di cui trattiamo sono in genere letti dai quotidiani con una chiave che tiene conto delle dinamiche politiche di quel preciso momento storico. Solo per fare un esempio, se si affronta il tema della legge elettorale si tenderà quasi sempre a mettere in risalto lo scontro che produce in seno ai gruppi parlamentari e molto meno la dialettica tecnica e specialistica sui diversi sistemi all’ordine del giorno. La necessità di rendere fruibili per i lettori alcuni temi complessi come quelli che riguardano le riforme istituzionali comporta inoltre il ricorso a semplificazioni e, spesso, a parole d’ordine che, dal punto di vista scientifico, possono apparire come forzature, ma che risultano inevitabili se si vogliono comunicarne i contenuti. Inoltre, non di rado, argomenti apparentemente neutri come “bipolarismo” o “sistema maggioritario” assumono significati diversi dallo strumento istituzionale che dovrebbero rappresentare, diventando bandiere dell’uno o dell’altro schieramento. Gli articoli del settore politico di un giornale risultano quindi interessanti per docenti e studenti di diritto a diversi livelli. Prima di tutto perché contengono una sorta di 33


“lettura materiale” dei contenuti che sono oggetto di insegnamento. In secondo luogo perché vi si può scorgere il necessario aggiornamento delle nozioni apprese. I media, in questo senso, pur offrendo una lettura necessariamente parziale per un’ottica accademica, svolgono una preziosa funzione di ponte tra il mondo scientifico, la realtà istituzionale del nostro Paese e l’opinione pubblica. I dieci spunti proposti per l’insegnamento con il quotidiano nell’area tematica del diritto e della politica sono i seguenti: 1) Riforme costituzionali tra promesse politiche e realtà parlamentare 2) Fine del bicameralismo perfetto? 3) Stabilità di governo, poteri del premier e ruolo del Presidente della Repubblica 4) La babele della riforma elettorale 5) Bipolarismo e alternanza: alleanze prima o dopo il voto? 6) Riforma del lavoro 7) Riforma dei partiti e articolo 49 della Costituzione 8) Finanziamento dei partiti 9) Prima, Seconda e Terza Repubblica 10) Politica e giustizia

1. Riforme costituzionali tra promesse politiche e realtà parlamentare 34 


La volontà di correggere la parte della Costituzione relativa al funzionamento del Parlamento e ai poteri del Presidente del Consiglio, è stata espressa da un buon numero di forze politiche già dagli anni Ottanta. Da allora in poi si sono susseguiti numerosi tentativi di cambiamenti istituzionali. Solo per citare i più importanti: le bicamerali Bozzi e D’Alema, il nuovo titolo V della seconda parte della Costituzione, l’approvazione da parte del Parlamento della riforma federalista e la sua bocciatura nel referendum confermativo, il tentativo di riforme in atto nell’ultimo scorcio di questa XVI legislatura. Ma, nonostante le innumerevoli promesse bipartisan, finora non è andata in porto alcuna modifica sostanziale della Costituzione. Sui giornali l’argomento riappare ciclicamente da una trentina di anni, affrontato in genere come denuncia dell’incapacità di rinnovamento espressa dalla classe politica: se da una parte si sottolinea l’esistenza di una volontà generale favorevole al cambiamento, dall’altra si evidenziano le resistenze dei partiti nel volerlo realizzare. Un esempio per tutti: sono ormai anni che quasi tutte le formazioni politiche si dichiarano ufficialmente favorevoli alla riduzione del numero dei parlamentari, ma fino al giugno del 2012 non si era ancora riusciti a realizzarla. 2. Fine del bicameralismo perfetto? Si tratta di un argomento molto citato negli articoli che parlano di riforme istituzionali anche se quasi mai “fa titolo”, come invece la proposta di riduzione del numero dei parlamentari. Eppure si tratta di un tema fondamentale perché riguarda il cuore dell’assetto legislativo italiano. Sono rari infatti i casi di altri Paesi in cui, come accade in Italia, una legge, per essere approvata, debba passare l’esame dei due rami del Parlamento in modo paritario. Più facilmente i giornali 35


denunciano le conseguenze del bicameralismo perfetto parlando di “lentezza dei processi decisionali”, “raddoppio nei tempi di approvazione delle leggi” che, abbinato a “regolamenti parlamentari bizantini”, rende elefantiaco il sistema, ma trovano una scarsa attrattiva a titolare sul bicameralismo. Piuttosto preferiscono citare gli sviluppi che potrebbe portare la morte del vecchio bicameralismo, come ad esempio il “Senato federale” o “Senato delle Regioni”, il nuovo organo parlamentare che dovrebbe nascere dalla riforma per ospitare rappresentanze più territoriali ed essere portavoce di istanze locali rispetto al potere centrale dello Stato, così come accade in altri Paesi. 3. Stabilità di governo, poteri del premier e ruolo del Presidente della Repubblica Il tema della stabilità di governo venne evocata all’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica, accompagnata da una legge elettorale, il Mattarellum (tre quarti di maggioritario con i collegi e un quarto di proporzionale), che sembrò garantire una nuova era, bipolarista da sistema, come risposta alle difficoltà del passato. In realtà, dopo quasi vent’anni, la soluzione del problema che riguarda la stabilità è ancora aperta. Tra i possibili antidoti “tecnici” all’ingovernabilità, oltre ad una legge elettorale che la favorisca, si inserisce senza dubbio la proposta – avanzata a più riprese ma finora mai realizzata – di un cambiamento costituzionale che riguardi il rafforzamento dei poteri del premier, ridotti attualmente non solo rispetto agli esecutivi espressi dai sistemi pienamente presidenziali, ma anche riguardo ai modelli di “premierato forte” esistenti in altri Paesi. L’argomento, che è collegato all’assenza di meccanismi come la sfiducia costruttiva, viene talvolta affrontato dai giornali dipingendo il Presidente del Consiglio come una figura 36


istituzionale con le mani legate o, al contrario, esaltando la funzione svolta dal Presidente della Repubblica, per il ruolo di garanzia assegnatogli dalla Costituzione e che comprende lo scioglimento delle Camere e la scelta dell’incarico di governo. Risulta quindi interessante sfogliare i giornali che, volta per volta, ne parlano per distinguere, insieme agli studenti, ciò che è incrostazione politica da ciò che è contenuto legislativo con effetto, in questo caso, costituzionale. 4. La babele della riforma elettorale Il Parlamento, per gli effetti di un referendum, ma anche sulla spinta di Tangentopoli, fu costretto nel ’93 ad approvare una nuova legge elettorale, il Mattarellum, a tre quarti maggioritaria. Nel dicembre del 2005 si passò al cosiddetto Porcellum, un proporzionale con liste bloccate e premio di coalizione, che ora tutti i partiti promettono di cambiare perché non permette agli elettori di scegliere direttamente i candidati, imposti invece dai vertici dei partiti. Mentre vanno in stampa queste schede non è ancora chiaro se ciò sarà possibile prima della fine della legislatura (primavera del 2013). Appare qui superfluo fare l’elenco di tutte le proposte di riforma elettorale in cantiere, ma occorre sottolineare che ogni partito, prima di proporre un cambiamento, fa ovviamente i suoi calcoli di convenienza rispetto ai risultati che potrebbe produrre. E quindi la contingenza politica prevale su tutto, specie quando, come nel caso attuale, la riforma dovrebbe arrivare alla vigilia delle politiche e non all’inizio della legislatura, tempistica che invece potrebbe favorire accordi bipartisan. Proprio questo è un aspetto che emerge con chiarezza dalla storia degli ultimi vent’anni: le riforme approvate a maggioranza (non condivise almeno da una parte rilevante dell’opposizione) si rivelano fragili e possono determinare l’ingovernabilità. La lettura dei 37


giornali può aiutare ad individuare alcune preferenze tendenziali dei partiti rispetto ai sistemi elettorali e ad analizzarle, mettendole a confronto con gli orientamenti delle stesse formazioni politiche. 5. Bipolarismo e alternanza: alleanze prima o dopo il voto? L’attuale legge elettorale, ribattezzata dai suoi stessi autori Porcellum, stabilisce un premio di coalizione. Questo tipo di sistema avrebbe dovuto garantire maggioranze stabili. Invece così non è stato, visto che alla sua prima prova, le politiche del 2006, ha permesso di eleggere un Parlamento che “funzionava” solo alla Camera: dato che il premio di maggioranza al Senato è modulato a livello regionale la coalizione vincente di allora, dopo due anni, dovette gettare la spugna perché non riusciva a governare con solo pochi senatori in più rispetto all’opposizione. Verso la fine di questa legislatura sono circolate diverse proposte di riforma, tra cui una che individuava come soluzione un sistema solo apparentemente uguale: proporzionale, ma con un premio di maggioranza al partito (e non alla coalizione) che raccoglie più voti. Un modello non lontano da quello tedesco e quasi opposto sia al Porcellum che al Mattarellum, sistemi che impongono la formazione di alleanze prima delle elezioni. La nuova proposta lascerebbe invece le mani libere ai partiti per accordi postelettorali, così come avveniva nella Prima Repubblica. Mentre si scrivono queste schede circolano anche altre proposte come il semipresidenzialismo alla francese, ma può essere interessante svelare, attraverso la lettura degli articoli che trattano l’argomento, alcuni equivoci: sistema proporzionale non vuol dire necessariamente difficoltà nell’alternanza e maggioritario non è sinonimo di bipolarismo. 38


6. Riforma del lavoro Se n’è parlato molto negli ultimi mesi, ma quasi certamente se ne continuerà a parlare ancora per lungo tempo, dato che si tratta di norme che dovrebbero contribuire non solo a riscrivere le regole del mondo del lavoro, ma anche a favorire l’occupazione. Nella loro titolazione i giornali hanno utilizzato soprattutto questi termini: “flessibilità in entrata”, “licenziamenti più facili”, “modifica dell’articolo 18” dello Statuto dei lavoratori. Numerosi anche i commenti (con editoriali e fondi) da parte di direttori ed esperti del settore. Per sviluppare l’argomento con gli studenti si potrebbe partire proprio da questi termini analizzandoli uno alla volta. Parole come “flessibilità”, solo per fare un esempio, vanno comprese nella loro reale dimensione per gli effetti positivi o negativi che possono provocare. La lettura degli articoli che toccano questi argomenti hanno al centro il dibattito sui diritti dei lavoratori e su quelli delle imprese, che si presta anche ad essere affrontato sotto il profilo della storia del movimento sindacale e dei rapporti giuridico-contrattuali in atto. 7. Riforma dei partiti e articolo 49 della Costituzione Il tema è costituzionalmente rilevante, perché si tratta di un articolo importante della nostra Carta fondamentale. Finora le diverse formazioni politiche non hanno mai considerato necessario – anzi lo hanno ritenuto pericoloso – provvedere ad una loro sistemazione organica come soggetti di diritto provvisti di relativa personalità giuridica e sottoposti quindi a regolari e periodici controlli dei loro statuti e della loro contabilità interna. Data la complicazione dell’argomento, i giornali l’hanno sempre trattato in modo “laterale”, ma ormai da qualche mese è all’ordine del giorno, collegato alla vivace discussione in atto sul finanziamento dei partiti. In sede 39 


universitaria si può approfittare degli articoli che continueranno ad uscire per precisare il valore che i padri costituenti avevano attribuito all’articolo 49 e gli effetti che avrebbe un suo cambiamento. 8. Finanziamento dei partiti Un tema introdotto prepotentemente nelle pagine dei giornali, grazie ai casi di corruzione emersi nella gestione dei fondi provenienti dai rimborsi elettorali, è quello del finanziamento dei partiti. È un argomento molto sensibile perché contiguo all’antipolitica manifestatasi nelle recenti amministrative con l’alto tasso di astensionismo da una parte e la nascita di veri e propri movimenti anti-partito che raccolgono lo scontento nei confronti delle tradizionali forme della politica, quelle che hanno gestito la cosa pubblica negli ultimi decenni. Al di là delle leggi attualmente in via di approvazione in Parlamento, gli articoli sull’argomento possono offrire lo spunto per ripercorrere il dibattito che si è sviluppato negli ultimi decenni sull’opportunità di conservare un sistema di finanziamento pubblico oppure di passare a quello esclusivamente privato, come esiste in altri Paesi. Si possono facilmente ripercorrere le tappe dei provvedimenti che hanno toccato la materia (talvolta anche riassunte nei grafici che corredano gli articoli) dal primo referendum sull’abolizione delle vecchie regole che assegnavano ai partiti alcuni fondi a seconda del loro peso parlamentare fino alla tecnica dei rimborsi che le hanno sostituite e all’attuale tentativo di riforma.

9. Prima, Seconda e Terza Repubblica Spesso nelle pagine dei giornali appaiono ricostruzioni storico-istituzionali sugli ultimi vent’anni – da Tangentopoli fino all’attuale governo tecnico – che offrono la possibilità 40 


di fotografare le più recenti evoluzioni degli organismi dello Stato. Anche per esigenze di sintesi il mondo dei media ha fissato una cesura storica attorno al ’92-94 per indicare la fine della “Prima Repubblica”. L’espressione, poi ripresa largamente dall’opinione pubblica, aveva l’obiettivo di indicare la fine di un lungo periodo che era iniziato nel ’45 e che aveva visto come protagonisti i partiti usciti dalla Resistenza, in primo luogo, la Dc, il Pci e il Psi. Uno scenario politico crollato in pochi mesi per opera di Tangentopoli che aveva messo in luce gravi aspetti di corruzione insieme al logoramento delle idee e dei valori che avevano alimentato la politica dell’immediato dopoguerra. Si è quindi parlato di avvento della Seconda Repubblica, un nuovo tempo politicoistituzionale, che in genere si fa partire dalla primavera del 1994, da quando cioè si è votato per la prima volta con il Mattarellum. Senza entrare nei dettagli dei meccanismi politici già trattati e delle difficoltà di governabilità già descritte, si è cominciato a metà 2011 a sentire l’esigenza di una Terza Repubblica, che completasse l’opera della Seconda o si sostituisse ad essa con quelle modifiche istituzionali e quel rinnovamento dei partiti che non si sono registrati nell’ultimo ventennio. E l’esecutivo tecnico è stato visto da molti come l’occasione per una svolta altrimenti impossibile per un governo politico, troppo condizionato dalle esigenze elettoralistiche. Si potrebbero individuare, negli articoli che trattano l’argomento, gli elementi fondanti di una eventuale Terza Repubblica.

10. Politica e giustizia Dopo Tangentopoli e con l’avvento della Seconda Repubblica, vale a dire negli ultimi 18 anni, il rapporto tra politica e giustizia è stato il tema più difficile da affrontare 41 


e da ricomporre nell’alveo di un ordinario dibattito tra i partiti e le diverse istituzioni dello Stato. La radicalizzazione dello scontro tra “berlusconismo” e “antiberlusconismo” è avvenuto in modo tale da condizionare ancora oggi i media italiani costringendoli nella maggior parte dei casi a schierarsi. Tutto ciò, al di là delle passioni politiche per l’uno o l’altro schieramento, ha portato ad una difficoltà oggettiva ad individuare i maggiori problemi della giustizia e a proporre cambiamenti di una realtà che vive sofferenze acute, con standard di efficienza e tempistica dei processi ben al di sotto del livello medio europeo. La lettura dei quotidiani può aiutare a rintracciare i blocchi generati dalla politica nei confronti degli interventi più urgenti in tema di giustizia e ad individuare i segnali di cambiamento sui quali lavorare per giungere ad una vera riforma della macchina giudiziaria.

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ALCUNI SPUNTI PER L’INSEGNAMENTO IN AREA ECONOMICA CON IL SUPPORTO DEI QUOTIDIANI di Daniele Manca L’area economica è di tale vastità che potrebbe sembrare difficile riuscire a usare il quotidiano per l’assistenza nell’insegnamento. Eppure proprio pensando alla strutturazione di un giornale che, in aree così apparentemente ampie, potrà essere utile usare il quotidiano come assistente nell’insegnamento. Nei manuali di giornalismo economico, il primo passo per introdurre gli aspiranti reporter in un campo che appare così poco distinto è esattamente quello di far capire che è come entrare in una foresta. Ed è come entrarci con gli occhi di un lavoratore il cui compito è quello di tenere la foresta pulita. Ebbene si dia a quel lavoratore il compito di descriverla. La conosce benissimo, probabilmente sa il nome delle piante, ne conosce i percorsi e gli intrecci. Ma al momento di raccontarla da quale parte potrà iniziare? Dagli alberi più grandi? Dal sottobosco? Dagli animali che la abitano? Quali parole potrà usare per indicare quel sentiero che conduce al gruppo dei grandi alberi? O per raccontare dei colori e dei profumi che cambiano a ogni angolo? La foresta apparirà a quel lavoratore come un qualcosa di sicuramente evidente, percepibile e visibile in tutta la sua maestosità, ma alla stessa maniera un unicum. Un qualcosa che all’apparenza non possiamo comprendere se non guardandola come tale. Quotidianamente i giornali fanno esattamente questo: tentano di ricondurre con più o meno successo i singoli episodi, i singoli accadimenti alla “foresta”. Vale a dire 43 


contestualizzano gli accadimenti. Li mettono in gerarchia dando loro un peso che varia secondo il momento e il contesto appunto. Per l’economia questo è ancora più importante. Di solito per i giornalisti, ma anche per il pubblico, i fatti economici sono raramente così chiari o così significativi da essere interessanti. Solo la recente e perdurante crisi ha fatto sì che gli accadimenti economici diventassero tra quelli da posizionare nelle pagine del primo sfoglio. Va detto inoltre che gli economisti raramente sono certi rispetto a quanto accade. Da scienziati mantengono continuamente livelli di dubbio necessari quanto da decrittare. L’uso del quotidiano potrà venire in aiuto per comprendere come i vari indicatori economici trovano spazio e concretezza sui mezzi di comunicazioni e quindi si fanno opinione pubblica. Per orientarci useremo alcuni spunti che potranno essere utili per le varie lezioni: • • • • • • • • •

A che cosa non serve un quotidiano Macroeconomia Crescita Disoccupazione Consumi Inflazione Tassi Microeconomia Mercati finanziari

A che cosa non serve un quotidiano (l’importanza del frame) Cercare certezze, o assumere per certezze le affermazioni che normalmente si trovano su un quotidiano 44 


è profondamente sbagliato. Il lavoro stesso di contestualizzazione ne definisce i confini: si sta parlando di una questione, di un argomento in quel momento storico e in quel momento di interazione tra i vari attori della società. «Robert Rubin (il secondo segretario di Stato per il Tesoro dell’amministrazione Clinton, ndr.) ha supervisionato una crescente e vivace fase economica americana. La sua leadership ha fatto sì che gli Stati Uniti potessero attraversare una fase economica difficile evitando che peggiorasse e minacciasse l’espansione economica americana», scriveva il Los Angeles Times nel maggio del 1999 quando Rubin si dimise. Altri giornali parlarono di un’eredità di stupefacenti successi e quasi universale rispetto. Ebbene a distanza di dieci anni quell’eredità, alla luce della crisi del 2007 che ancora perdura, è stata letta in modo assolutamente opposto. A Rubin si rimprovera di non aver compreso che le conseguenze delle sue scelte avrebbero portato alle attuali crisi del debito. Decisivo, quindi, ogni volta che si approccia un dibattito sull’azione di protagonisti dell’economia è riuscire a individuare il frame entro il quale l’articolo viene inscritto. È l’esercizio più importante che può e deve essere fatto con gli allievi in continuazione per testare la forza dell’idea sottostante l’articolo stesso. Normalmente vengono, o meglio venivano, identificate cinque forme di organizzazione economica: sussistenza, schiavitù, feudalismo, capitalismo e socialismo. Poi, come notato acutamente da John Kenneth Galbraith, negli ultimi venti-trenta anni si pensò di essere arrivati alla forma perfetta, buona per ogni organizzazione sociale, il cosiddetto «sistema di mercato». «Un’espressione che non evocava cupi precedenti storici – spiegava 45


l’economista nel suo L’economia della truffa (Bur, Milano 2009) –; o meglio che non evocava nessun precedente, né bello né brutto». Sarebbe stato difficile escogitare un’espressione più anodina. Proprio per questo ebbe successo. Sappiamo o intuiamo oggi che in realtà l’autorità ultima era attribuita alle corporation industriali o bancarie. Ma il bonario quanto vacuo riferimento al mercato ne impediva l’individuazione.

Macroeconomia (i numeri raccontano diverse verità) La macroeconomia è lo studio di un sistema economico considerato come un intero, che, a partire da indicatori come crescita (Prodotto interno lordo), disoccupazione, inflazione, ecc, studia come essi interagiscono tra loro. Come è stato già scritto in passato la macroeconomia è l’analisi della prosperità e delle recessioni di una società. Si tratta insomma di qualcosa di incredibilmente astratto. Ecco perché l’uso del quotidiano per rintracciare l’evoluzione macroeconomica non è facile. Ma è molto utile per capire l’incidenza dei numeri normalmente usati nelle varie discipline. E soprattutto l’uso che se ne fa. Il quotidiano generalista sarà utile per capire l’interazione tra la politica e l’economia. I fattori economici sono diventati sempre più importanti nella società odierna. Analizzare la prevalenza dei titoli relativi all’andamento dell’economia sulla prima pagina è l’indice principale da seguire. Altro importante esercizio è notare come argomenti di macroeconomia siano presenti nel primo sfoglio.

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I quotidiani ormai sono tutti orientati a presentare nel primo sfoglio gli argomenti ritenuti più importanti. La gerarchizzazione degli argomenti avviene sicuramente nella prima pagina (titoli di apertura, di taglio, e via dicendo) ma anche lo sfoglio rappresenta ormai una tecnica di gerarchizzazione sempre più approfondita. Sarà utile osservare con gli allievi la capacità dei protagonisti, politici e non, di essere precisi o viceversa la genericità e gli errori nei quali incorrono sia i vari protagonisti sia gli stessi giornalisti.

Crescita L’indicatore normalmente e a più largo spettro usato per capire quanto un Paese sta crescendo è il Prodotto interno lordo. Sarà utile verificare quanto questo indicatore viene utilizzato sui quotidiani. Ma soprattutto in quale modo viene utilizzato. Una crescita del Pil di pochi decimali di punto in uscita da una recessione può essere un utile indicatore. Ma gli indicatori vengono contestualizzati? Se ciò non accade è perché sui quotidiani si danno a volte per scontati. I quotidiani normalmente tematizzano alcuni argomenti e quindi giorno dopo giorno vengono analizzati temi che tengono banco per lunghi periodi. Nel caso della crescita quindi sarà utile verificare quanto questa è messa in relazione ad altri indicatori. Non solo di per sé rispetto a periodi precedenti, a periodi storici analoghi e via dicendo, ma anche rispetto alle azioni dei 47 


decisori che dovrebbero aver prodotto quel dato outcome. Durante periodi di crescita regolare bisognerà orientarsi a seguire questo tipo di argomenti nelle pagine cosiddette “di sezione”, quelle cioè etichettate dalla parola “economia”. Si ritiene infatti che siano interessati ad esse soltanto lettori specialistici o orientati all’argomento. In questo caso il linguaggio si farà più competente e sarà più utile seguirne l’evoluzione periodo dopo periodo.

Disoccupazione L’indicatore della disoccupazione è quello che permette ai giornali di allargare l’orizzonte a temi più sociali. Normalmente l’indice legato alle persone che sono fuori dal mondo del lavoro viene utilizzato dai giornali per lanciare, partendo da un indicatore economico, il proprio sguardo oltre la “scienza triste”. La segmentazione dell’indicatore per fasce d’età, per regioni geografiche, per genere darà indicazioni preziose per capire quali sono i focus dell’attenzione dell’opinione pubblica. Quando il dato riguardante la disoccupazione fornisce indicazioni di maggiore e più largo interesse ecco che l’argomento conquista le pagine di primo sfoglio. Si trovano in questa occasione le più interessanti argomentazioni sui movimenti della società: quanto una società è mobile sia in termini di ascensore sociale e di categorie, sia tra generi. In questi casi il quotidiano può fornire utili suggerimenti di ricerca e di approfondimento.

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Consumi L’indice dei consumi è uno dei più interessanti e meno analizzati in termini compiutamente economici e seguendolo dalle pagine dei giornali si svelerà quanto sia poco compreso. Sfogliando le pagine dei quotidiani normalmente si avranno indicazioni sui dati aggregati, grandi trend. Utile sarà incrociare i dati relativi ai consumi con quelli della crescita, come pure individuare trend di consumo. Ma anche in questo caso i quotidiani utilizzano questi dati più per capire la società che per individuare andamenti economici. Raramente i dati relativi ai consumi si troveranno nelle pagine di primo sfoglio, se non come indicatori da aggregare ad altri. Più facilmente se ne troverà notizia nelle pagine economiche di sezione, quando l’indicatore viene usato per capire l’andamento della crescita. Spesso, analizzando le pagine di cronaca e di costume, si scoprirà che dietro molti degli articoli che individuano tendenze di spesa o addirittura nuove composizioni sociali in base a particolari prodotti consumati, ci sono appunto dati di consumo.

Inflazione È la parola che ha dominato grandi periodi economici. L’andamento dei prezzi è uno degli indicatori che maggiormente trova spazio sui quotidiani. Alcune delle maggiori istituzioni finanziarie mondali, come la Banca centrale europea, hanno addirittura nel 49 


mantenimento di precisi target di inflazione la loro ragione di essere. È l’indicatore che sicuramente troveremo, secondo i periodi, sparso per qualsiasi quotidiano. Molto dipende dalla fase economica. Ma si pensi soltanto all’annuncio sui tassi che mensilmente vede protagonista la Banca centrale europea. È l’indice che costringe i giornali a essere più profondi nella descrizione. Dietro quell’indice si nasconde molto della vita di una nazione il cui specchio è il quotidiano. I giornali ne sono permeati. Sarà molto utile rintracciare i segnali nelle varie sezioni. Sarà utile leggere articoli sull’indice dell’inflazione perché attraverso il quotidiano si capiranno quali sono gli aspetti che colpiscono di più l’opinione pubblica, quali, all’interno dell’indice, i settori che maggiormente toccano una popolazione. A livelli più approfonditi si potranno capire i differenti atteggiamenti rispetto all’inflazione: nei periodi di forte recessione l’inflazione diviene indicatore di attività economica che riprende, in quelli di crescita di attività surriscaldata.

Tassi Negli scambi commerciali si può ricorrere a varie forme di pagamento. Si possono utilizzare il baratto o materiali che hanno un intrinseco valore (oro, argento, ecc.) o ricorrere a una sorta di mezzo di intermediazione come il denaro. Vale a dire qualcosa che non ha un valore intrinseco ma 50 


che funge appunto da intermediario. Ad assicurare la fornitura del denaro sono le banche centrali. I giornali in questi anni sono stati pieni di notizie riguardanti i protagonisti di questa politica monetaria (le banche centrali come la Federal Reserve americana, la Banca centrale europea, ecc.) e le loro decisioni sui tassi. Sull’andamento dei tassi si giudica lo stato di salute di un Paese, e rintracciarne l’evoluzione nelle pagine, ormai anche di primo sfoglio, dei quotidiani è esercizio importante. La battaglia contro l’inflazione si è condotta sostanzialmente negli ultimi anni solo grazie alle attività di Fed e Bce, che attraverso la leva dei tassi hanno fatto affluire in misura maggiore o minore denaro alle economie.

Microeconomia È la parte meno strutturalmente legata alle teorie economiche, dove gli «animal spirits» degli imprenditori trovano sfogo, dove le scelte dei singoli, contano, quelle di una famiglia o di un’azienda possono pesare. Per rintracciarne i segnali ci si dovrà orientare a sfogliare le pagine delle sezioni economiche e non solo. Spesso i giornali prendono a esempio un’azienda per descrivere l’andamento di un settore o per segnalare un problema. Ecco quindi che articoli su Ibm piuttosto che Apple o Google saranno sicuramente riferiti alla singola azienda, ma come sineddoche di un intero settore. Questo nelle pagine economiche sarà trattato in modo più specifico e normalmente ci si atterrà alle vicende della singola azienda in modo ancora più specifico ed 51 


economicamente coerente. Spesso però proprio le vicende di un’azienda particolarmente grande o particolarmente significativa potranno ritrovarsi anche nelle pagine di cronaca e persino in quelle di cultura, se la storia aziendale è presa a pretesto per descrivere un fenomeno che trascende dalla semplice descrizione economica per arrivare a delineare una tendenza della società o di una comunità. Alla stessa maniera seguire il percorso e le vicende che riguardano singole persone o famiglie o aggregazioni (sindacali o di categoria) potrà aiutare a comprendere anche gli aspetti economici di fenomeni sociali.

Mercati finanziari Utilizzare i quotidiani per affrontare i mercati finanziari, da qualche anno a questa parte è diventato estremamente semplice. Complice una crisi esplosa nel 2007 e mai rientrata completamente, che ha fatto sì che l’andamento delle Borse sia diventato uno degli argomenti che perlomeno settimanalmente vengono affrontati nel primo sfoglio da qualsiasi quotidiano. Le cronache finanziarie sono diventate un ottimo veicolo quindi per ritrovare i vari indici finanziari, capire quali vengano considerati più significativi, come vengano messi in relazione tra di loro, e come si relazionino con gli andamenti macroeconomici, come vengano influenzati dalla politica e in generale dagli altri settori della società. I mercati finanziari e le cronache che li raccontano diventano così una sorta di fotografia dell’economia dei vari Paesi.

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GIORNALI IN AULA PER LA “FORMAZIONE” DI UNO SPIRITO CRITICO di Ermanno Paccagnini

Nel pensare a un utilizzo del quotidiano nell’ambito della “formazione”, credo si debba partire dall’individuare l’ambito stesso nel quale tale utilizzo a fini formativi può trovar spazio, legandosi anche alle discipline presenti nei diversi piani di studio. Questo porta indubbiamente a considerare in prima istanza e in termini più generali la Facoltà di Lettere e Filosofia, che opera appunto in campo formativo, sia pur prevalentemente con orientamento umanistico. Ma ove si guardi a una situazione ancor più specifica, il riferimento verso cui indirizzare la proposta di utilizzo del quotidiano credo possa essere individuato nella Facoltà di Scienze della Formazione, che peraltro, in certo qual modo, nella sua complessa articolazione, può riassorbire in certi suoi momenti disciplinari anche quelli appunto di ambito umanistico. La scelta di calibrare su tale Facoltà le proposte di utilizzo dei quotidiani che seguiranno nasce proprio dalla pluralità di insegnamenti presenti nel piano di studi. che comprende insegnamenti ritenuti fondamentali per la preparazione tecnica di coloro che diventeranno a loro volta “formatori”, ma anche insegnamenti di cultura più generale quali la sociologia, la psicologia, la pedagogia nelle loro varie specificazioni, e con esse quell’insieme di materie umanistiche che vanno dalla storia alla letteratura, all’arte, alla geografia, alla filosofia, alla lingua, utili a fornire una cultura di base. Senza poi dimenticare che anche il Corso di laurea in Scienze Motorie rientra nelle Facoltà “formative”. 53 


È a questa ricchezza e pluralità di discipline che possono essere rapportate le pagine dei quotidiani che, di per sé, non si presentano molto duttili a essere lette al di là dello specifico settore di appartenenza; ma d’altro canto è altrettanto vero che in alcune di tali aree di settore sono intervenuti dei mutamenti e delle aperture, come ad esempio nelle pagine sportive, o addirittura nei relativi specifici quotidiani, che da qualche anno si sono aperti alla società e al mondo con notizie “altre”, dapprima semplicemente enunciate, e via via anche trattate giornalisticamente; o in quelle che solitamente si è soliti definire, con vecchia e restrittiva dizione, “pagine culturali” (che si arricchiscono talora settimanalmente di supplementi o di inserti speciali), che sono venute trasformandosi in senso antropologico, con inchieste, indagini, presentazioni, che hanno per oggetto il paesaggio, l’ambiente, i cibi, gli usi e costumi, le novità della tecnica. Spunti, questi, tutti quanti di possibile riferimento e utilizzo in direzione sia informativa che formativa. Spunti che però credo possano essere affiancati e arricchiti dalle pagine di cronaca e da quelle dedicate alla posta del lettore; senza poi dimenticare le possibilità che offrono, in talune occasioni più istituzionali, le pagine politiche, quando sappiano innalzarsi dalla bassa cucina quotidiana, magari condita di gossip e bisticci. Quali che siano dunque le possibilità di azione e di lavoro col quotidiano, credo che ciò che conti sia soprattutto – se non addirittura esclusivamente, o quasi – la tensione all’acquisizione di una coscienza critica; che deve però poi subito accompagnarsi alla non meno importante acquisizione del coraggio e della capacità di esercitarla e qui si pone l’importanza del lavoro in gruppo, non necessariamente ristretto, de “Il Quotidiano in Classe” e

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de “Il Giornale in Ateneo” -, perché possa rivelarsi successivamente produttiva sul piano professionale. Il quotidiano si pone in tal senso come luogo-occasione di una “personalizzazione”: termine col quale intendo riferirmi al senso di “partecipazione” al conoscere e al sapere, spesso dimesso e dismesso negli anni universitari, ripiegando spesso lo studente – come accade di sperimentare pressoché quotidianamente – su testi e su concetti da apprendere “in funzione dell’esame”. Il contatto col quotidiano a livello critico può così rivestire quel momento sia seminariale, sia – come tale – partecipativo, che per grande e anzi nella massima parte dei casi non è consentito dalla lezione frontale. Quotidiano dunque come luogo non tanto del sapere, quanto piuttosto del conoscere. E, peraltro, di un conoscere che, proprio perché bypassato quanto a velocità nella fornitura di notizie da altri media, diviene approfondimento. E come tale, dunque, nella prospettiva formativa, luogo che consente al lettore-studente: a) di affilare gli strumenti della conoscenza; b) di abituarsi a coltivare l’intelligenza critica come abito mentale, che lo porti ad accostarsi al quotidiano con una disponibilità e capacità di lettura attiva; e di conseguenza: c) di disposizione valutativa personale, capace però di non chiudersi in se stessa, ma di porre l’assunzione di posizioni proprie a disposizione di un confronto aperto. Già una tale disponibilità può costituire un primo percorso formativo: proprio perché significa assunzione di quell’abito mentale aperto che, dandosi quale presupposto di ogni altro tipo di approccio, incarna l’obiettivo postosi dall’Osservatorio Permanente GiovaniEditori, teso ad «aiutare i giovani di oggi a diventare i cittadini di domani, sviluppando, anche grazie alla lettura 55


critica di più quotidiani a confronto, quello spirito critico che rende l’uomo libero» (Andrea Ceccherini, Presidente Osservatorio Permanente Giovani-Editori). Dove il confronto avviene nella duplice direzione: a) del dibattito con altri lettori; b) e della lettura a confronto di più quotidiani. Da qui discende poi lo sguardo attento, attivo e critico a quegli aspetti della vita comunitaria che il quotidiano può proporre e «quella libertà di pensiero data dal saper leggere la contemporaneità con i propri occhi e dal saperla interpretare con il proprio cervello» (Andrea Ceccherini). Quanto dunque alle strategie con cui muoversi dentro la ricordata difficoltà di sovrapposizione che a volte si pone tra “discipline formative” e settori del quotidiano, si tratta di operare con particolare attenzione su questi ultimi, ma nella prospettiva di quelle discipline universitarie proprie della Facoltà, in modo da poterne eventualmente ricavare spunti che si prestino ad una prospettiva non solo informativa, ma dai risvolti potenzialmente o fattualmente formativi. 1. Un esempio di collaborazione a più livelli può essere offerta dalla convergenza di due diversi settori, uno dei quali a prima vista estraneo. Mi riferisco alla convergenza tra pagine politiche e pagine più propriamente culturali attente a problemi storici. È vero del resto che la storia è oggi presenza assai meno totalitaria del passato sulle pagine culturali; ma il fatto che continui a presentarvisi con particolare ricchezza può suggerire riflessioni di due ordini, allorché, nel caso delle pagine più propriamente politiche, si guardi non tanto ai fatti in sé, ma ai commenti e agli articoli di approfondimento che questi fatti determinano. 56 


In questo caso ne può venire una riflessione più propriamente istituzionale, da coscienza ed educazione civica (purtroppo, e spesso, grandi assenti addirittura come conoscenza dei fondamentali negli studenti di quella età e di Facoltà più tecniche, tra le quali può ben essere inserita quella di Scienze della Formazione). Si tratta cioè di essere “pubblico”, e cominciare a saper leggere e saper scindere, nelle ambiguità che si celano in questo tipo di interventi, tra quella che Carlo Sorrentino (Il giornalismo. Che cos’è e come funziona, Roma, Carocci, 2002) e con lui Aligi Cioni (La Politica, in “Il Quotidiano in Classe”, Firenze, La Nuova Italia, 2006) chiamano “visione pedagogica” (ossia quel tipo di azione informativa tesa a influenzare opinioni o a consolidare il rapporto di fiducia tra il lettore e gli orientamenti della testata di riferimento) e “visione commerciale”. Ciò che comporta peraltro anche la più fondamentale formazione al “saper leggere”, intendendo con questo la filiera conoscerecomprendere-capire-giudicare; una consapevolezza critica che consenta di approdare a una rielaborazione creativa. 2. Una riflessione formativa più specificamente criticoculturale può venire invece da quegli interventi di carattere storico e storico-sociale che – sempre più spesso in questi ultimi anni – paiono configurarsi nel segno della messa in discussione di posizioni critiche acquisite. Posizioni non necessariamente revisioniste, ma tese – attraverso una pluralità di interventi – a rileggere gli avvenimenti spesso più recenti, soprattutto, sia pur non esclusivamente, novecenteschi e che in taluni casi hanno portato ad accesi dibattiti e scontri. Basti in tal senso richiamare, per gli anni passati (ma la discussione non è di certo esaurita), gli interventi sugli eccidi che hanno 57


accompagnato o seguito la guerra civile di Liberazione, a partire dal saggio Sangue dei vinti di Giampaolo Pansa (Sperling & Kupfer, Milano, 2003) e, quanto al presente, il dibattito accesosi proprio in occasione dell’anniversario dell’Unità, che ha portato in primo piano con forza – con conseguente dibattito talvolta assai infuocato – il tema del cosiddetto Antirisorgimento, ossia della contrapposizione alla storiografia ufficiale di una storiografia attenta ora alla prospettiva dei “vinti” (Meridione, brigantaggio, scandali e soprusi consumati dai vincitori, e così via), ora a quella dei dimenticati (le donne e il loro apporto all’una e all’altra causa). Qui il dato formativo risiederà soprattutto nella capacità di acquisire quella particolare sensibilità critica che sia in grado di distinguere in quelle pagine quanto è reale approfondimento e quanto invece è finalizzato alla polemica politica spicciola o addirittura allo scoop. 3. Un analogo discorso può essere fatto per la letteratura. C’è innanzitutto un percorso che può essere di formazione alla lettura, che può avvenire attraverso il confronto tra le diverse metodologie con cui viene affrontato un testo oggetto di recensione. Ne verrebbe innanzitutto la presa di coscienza del diverso valore di due fondamentali modalità di fare cultura su un quotidiano: il giornalismo culturale e la cronaca culturale, e quindi di due diverse modalità di presentare un libro: la recensione e la segnalazione. Ciò comporta che si acquisisca la consapevolezza che non bisogna assumere come oggetto di discussione le segnalazioni di libri che si limitano a farne un facile riassunto, infarcito di aggettivi come bello, interessante, coinvolgente, ma bisogna partire dalla recensione, ovvero da quella analisi d’un testo che considera i vari aspetti (tematici, stilistici, strutturali, linguistici) su cui esso si regge, e su questi aspetti oggettivi fonda un giudizio scevro da sentimenti (e 58


talora risentimenti personali), che possa a sua volta divenire oggetto di disamina da parte degli studenti (occasione, questa, oltre tutto, di accostare alla lettura del quotidiano anche quella di un libro). In taluni casi, poi, affrontando un’autentica sfida, si possono “smascherare” recensioni criptiche da un lato per il non voler esprimere il giudizio negativo e dall’altro per non voler comunque elogiare ciò che non lo merita. Ne potrebbe infine seguire una riflessione sui diversi modi di dare rilevanza a un testo: come accade talora con l’impaginazione di un articolo, la cui rilevanza non rispetta necessariamente la qualità del testo stesso, ma è dettata piuttosto dalla notorietà dell’autore. 4. Sempre in fatto di pagine culturali, non si può poi trascurare un altro fenomeno: la trasversalità dell’informazione culturale. Che significa sì invasione delle pagine culturali da parte di altri saperi (ad esempio tecnico-scientifico, politico, economico, ecc.), ma al tempo stesso l’uscita della cultura dalle sue pagine specifiche per cedere il posto a fatti e avvenimenti di cronaca, di politica, di costume, in un processo che vede la cultura non appartenere «ad alcuni settori piuttosto che ad altri. L’aggettivo trasversale caratterizza realmente l’informazione e la discussione culturale, inseparabili dai processi sociali e dai fenomeni di costume, così come il sistema circolatorio o nervoso è inseparabile dal corpo cui appartiene» (Claudio Magris). Che è quanto poi va tenuto presente ove il quotidiano venga assunto in prospettiva didattica. A ciò va aggiunta la possibilità di attraversare queste pagine anche in un’altra prospettiva formativa, cioè quella di intuire, attraverso le recensioni letterarie, quanto sta per accadere o quanto sta accadendo, se si considera che non di rado, proprio per il suo proporsi creativamente, 59


la letteratura non si limita a riflettere il sociale o il quotidiano ma anticipa mutazioni in atto sia pure in misura ancora impercepibile, e talora addirittura “percepisce” talune mutazioni dei comportamenti ancora in fieri. 5. Quanto qui sopra riferito alla letteratura, pur sotto altri aspetti più specifici, può essere calato nell’ambito delle pagine dedicate agli spettacoli (cinema, teatro, televisione, nuovi media), che peraltro consentono probabilmente una maggiore attenzione e partecipazione data la loro spendibilità tra il pubblico. Né poi dimenticherei quanto può essere suggerito – per conoscenze, confronti, discussioni – da quelle pagine spesso oggetto di “speciali” che si occupano del culturalmente antropologico (alimentazione), o dedicate all’arte (aspetto che non di rado entra nella cronaca con un susseguirsi di più o meno credibili “scoperte”, sempre più spesso naufragate nel falso, si tratti dei Caravaggio, Michelangelo o Leonardo, o del papiro di Artemidoro); al paesaggio (con quanto ne consegue non solo di geografico e turistico, ma anche, se non soprattutto, di ecologico): argomenti che possono godere anche della forza del coinvolgimento personale dello studente. 6. Le pagine di cronaca possono poi divenire il luogo di una attenzione di stampo socio-psico-pedagogico. In tale direzione può divenire possibile acquisire una competenza interpretativa della sempre più variegata geografia di comportamenti, atteggiamenti, esperienze che ci circonda, e con cui non sempre si è direttamente a contatto. Qui il quotidiano offre una enorme messe di informazioni su situazioni che vengono via via determinandosi nella società, nei suoi rapidi mutamenti, per di più in diversi casi in grado di svelare realtà spesso non ancora codificate a livello di studi. Si tratta di 60 


situazioni che riguardano ora il privato (un esempio fra i tanti: i mutamenti dei ruoli familiari, a partire da quelli genitoriali), ora il sociale, come può ben suggerire anche un fugace riferimento al problema della multiculturalità e della interculturalità, che emerge con sempre maggiore presenza su vari piani come ad esempio quello della integrazione e coesistenza (religione, scuola, cibo, ecc.), e che apre il dibattito su modalità educative diverse con quanto ne consegue a livello di tolleranza e di accettazione o rifiuto reciproci. 7. Un ambito legato al precedente può poi essere rappresentato da quel particolare luogo della “eccezionalità” di comportamenti e situazioni rappresentato dalle pagine di cronaca locale, che possono divenire il luogo di una riflessione formativa condotta sia esclusivamente su tali pagine, come pure in un raffronto sulle modalità rappresentative di analoghe situazioni nella prospettiva più lontana delle pagine di cronaca nazionale. Con un di più: perché spesso tali pagine, oltre che il luogo della eccezionalità, sono anche il luogo della vicinanza esperienziale. 8. A proposito poi di “pagine speciali”, e considerando la presenza nell’ambito della “formazione” del Corso di laurea in Scienze Motorie, credo si possano considerare rilevanti anche quelle dedicate allo sport (soprattutto in considerazione che in assoluto risultano le pagine più lette in Italia). Formazione qui significa davvero capacità di acquisire una coscienza critica che porti ad essere lettori attivi, stante che spesso tali pagine vengono assunte acriticamente, nella direzione del pro-e-contro senza mediazione alcuna. Proprio l’interesse e la partecipazione, spesso non solo acritica ma in particolare passionale del lettore, può costituire il punto di partenza per avvicinarsi al quotidiano (e di conseguenza all’evento 61 


sportivo) con occhi diversi da quelli della mente… Con quanto ne conseguirebbe nel momento in cui dagli studi si passerà alla professione. 9. Particolarmente “speciali” poi sono le pagine della “posta”, da sempre luogo deputato per confessioni e racconti di esperienze. Per questo farei riferimento non solo e non necessariamente alle lettere al direttore, ponendo semmai particolare attenzione a quelle meno legate a caratteri istituzionali, e segnatamente a quelle che trovano posto nelle pagine della cronaca locale. È spesso da queste che emergono infatti “gli angoli bui” della quotidianità, che possono risultare interessanti per gli ambiti psicologici, sociologici e anche pedagogici. 10. Una sorta di sfida potrebbe poi essere accettata nel campo dell’educazione linguistica. Tanto più che, considerando purtroppo la sempre più drammatica situazione in materia, questo piano chiederebbe di essere ricalibrato sul versante più propriamente espressivogrammaticale. In tal senso non c’è pagina di quotidiano che ne andrebbe esente. E se il piano della conoscenza può essere applicato all’acquisizione dei cosiddetti linguaggi settoriali, cui spesso ricorrono cronisti e giornalisti delle varie sezioni, con quanto ne consegue non solo di conoscenza ma di analisi, discussione, accettazione o repulsione, ben altra diviene la situazione ove ci si misuri col versante più propriamente grammaticale, quando non addirittura ortografico (valga questo per le effettive défaillances autoriali, come pure per i clichés compositivi). Insomma, alla luce di quanto sin qui anche solo accennato, diviene difficile non concordare (e concludere) con quanto a suo tempo ricordava il Presidente Carlo Azeglio Ciampi a proposito dell’esperienza de “Il Quotidiano in Classe” e de “Il Giornale in Ateneo”: «quale 62 


migliore educazione civica può esservi che preparare […] attraverso la lettura dei giornali a conoscere il Paese, a esprimere opinioni, ad essere critici attraverso quella curiosità che ho sempre ritenuto il fondamento della scuola» e «inculcare nei ragazzi il gusto dell’andare a fondo nelle cose?». 



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Quaderno "Il Giornale in Ateneo"  

Quaderno di lavoro del progetto

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