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anno scolastico 2013 - 2014 SESTA EDIZIONE


Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

PER PREPARARSI A SCEGLIERE

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INDICE

Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

I 10 “TEMI” DELL’ECONOMIA/FINANZA Introduzione

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di Edoardo De Biasi

Presentazione di Federico Cartei

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Cos’è la disoccupazione e quali rimedi abbiamo a disposizione per sconfiggerla

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I cambiamenti strutturali in atto nel mondo economico

di Claudio Guzzi

di Alberto Banfi

Si ringraziano per i contributi portati alla presente pubblicazione:

Alberto Banfi Federico Cartei Enrico Castrovilli Edoardo De Biasi Roberto Fini Claudio Guzzi Maria Cristina Quirici Elide Sorrenti Un ringraziamento particolare a Emilio Giannelli per la disponibilità e l’entusiasmo con cui ha realizzato le vignette per questa pubblicazione.

©Copyright 2013 by Osservatorio Permanente Giovani-Editori progetto grafico e copertina: Essedicom Editing: Isabella Benfante Stampa: Tipografia Contini, Sesto Fiorentino (Firenze)

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Il contesto ed i protagonisti dello scenario economico

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Il mercato del lavoro ed il ruolo dell’innovazione e dell’investimento in persone e conoscenza

di Enrico Castrovilli

di Roberto Fini

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Mercato del lavoro: il difficile incontro tra domanda e offerta di Federico Cartei

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Retribuzioni e non solo: reddito, risparmio e previdenza complementare di Maria Cristina Quirici

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L’iniziativa imprenditoriale, il merito, le start up di Claudio Guzzi

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Come costruire il proprio curriculum di Elide Sorrenti

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Istruzione, formazione e competitività di Roberto Fini

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Il valore dell’esempio di Federico Cartei

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

Introduzione

INTRODUZIONE

di Edoardo De Biasi

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Che cosa farò da grande? Quale sarà il mio futuro? Dove andrò a lavorare? Sono queste alcune delle domande che qualsiasi ragazzo o ragazza si pone quando, uscendo dalla fase adolescenziale, comincia a pensare alla propria vita. Questi semplici interrogativi stanno diventando sempre più importanti, visto la crisi che ha investito l’Italia, la carenza di lavoro e la disoccupazione che attualmente colpisce soprattutto proprio i giovani (oltre il 40%). Questa percentuale è davvero impressionante e fa capire il nuovo ruolo che ha assunto l’economia nella nostra vita quotidiana. Se fino a ieri bastava un’infarinatura generale, ora avere cognizioni finanziarie è essenziale. Qualsiasi decisione siamo costretti a prendere presenta quasi sempre un aspetto economico. Proviamo a pensare all’istruzione. Fino a pochi anni fa la scuola media superiore e l’università erano una scelta quasi emozionale. Pochi giovani intraprendevano gli studi avendo chiaro davanti a sé che questa decisione avrebbe realmente condizionato la loro esistenza. Il lavoro non era garantito (anche se sancito dalla Costituzione), ma certamente trovare occupazione era più semplice. Oggi non è più così. La globalizzazione ha completamente cambiato il volto del mondo e la tecnologia corre così rapidamente che fin da ragazzi bisogna avere idee chiare. La scelta di quali studi intraprendere deve uscire dalla semplice sfera personale e diventare un momento consapevole per l’intera famiglia. Bisogna evitare che le scuole siano un inutile trampolino sul nulla e che gli atenei si trasformino in un desolante parcheggio di disoccupati. Questo vuol dire scoraggiare decisioni emotive e incoraggiare scelte consapevoli. Conoscere l’economia è questo. I ragazzi devono coltivare le loro capacità, passioni e ambizioni ma questo non può voler dire astrarsi dalla realtà. È necessario che il complesso educativo si evolva e diventi un sistema formativo che consenta di muoversi nel nuovo mondo. Ed è evidente che proprio l’economia è la pietra su cui costruire un percorso lavorativo lineare e costruttivo. Nei mesi scorsi l’attuale numero uno della Fed, la potente banca centrale degli Stati Uniti, ha lanciato un semplice quanto fondamentale monito. Ben Bernanke ha detto: «Ogni cittadino deve avere una conoscenza base di economia e finanza. Queste conoscenze – ha aggiunto il presidente della Fed – non solo aiutano a costruirsi una vita migliore, ma consentono di affrontare un’economia globale e un sistema finanziario sempre più complessi». Insomma, l’uomo contemporaneo è anche un cittadino economico, sottovalutare questo binomio vuol dire non aver compreso la svolta che il terzo millennio ci ha imposto. Insegnare l’abc dell’economia fin dai banchi di scuola è una strada obbligata. In tutti i Paesi che hanno a cuore la crescita dei loro cittadini si stanno organizzando movimenti d’opinione per sostenere questa decisione. Dal settembre 2014, partirà nelle scuole inglesi un nuovo programma per fornire i rudimenti di

economia agli scolari fra gli 11 e i 14 anni; poi dai 14 ai 16 anni impareranno nozioni più approfondite di finanza. In Spagna, duramente colpita dall’attuale crisi finanziaria e immobiliare, la banca centrale ha messo a punto un progetto pilota che prevede il coinvolgimento di oltre 400 scuole e migliaia di alunni riceveranno i primi insegnamenti, sperando che crescano più esperti dei loro genitori. Con ciò non si vuol sostenere che l’economia debba diventare il fine della nostra vita, ma che una sua conoscenza ci può permettere di affrontare meglio le difficoltà che sopravvengono. Le istituzioni che avrebbero il compito di tracciare un percorso di crescita ai cittadini stanno vivendo una fase critica e vengono percepite come sempre più lontane dai problemi reali. Non riescono infatti a stare al passo con il cambiamento e continuano a proporre modelli sociali e organizzativi totalmente inadeguati. Economia e futuro sono due facce della stessa moneta, partendo da questo presupposto si possono gettare le basi per rilanciare la sfida che il terzo millennio ci impone. Conoscere l’economia è essenzialmente questo: ridare dignità ai cittadini, rifiutando un’ignoranza inconcludente e, per molti versi, colpevole. In questo quadro appare dunque corretto pensare allo sviluppo di un progetto di educazione alla cittadinanza economica, intendendo con questo lo sviluppo di un insieme di conoscenze, capacità e competenze che permettano ai ragazzi e alle ragazze, i cittadini del futuro, di crescere consapevolmente, rispettando le regole del vivere civile e nello stesso tempo comprendendo l’importanza che l’economia ha assunto nel mondo che li circonda.

Appunti

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

Presentazione di Federico Cartei

PRESENTAZIONE

IL QUADERNO DI LAVORO 2013-2014

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Trovandosi a scegliere il percorso tematico del Quaderno di Lavoro dell’iniziativa speciale “Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere” è balzato ai nostri occhi il tema della disoccupazione giovanile e del mercato del lavoro in generale. I dati sempre più allarmanti riguardo al mercato del lavoro sono da analizzare in profondità, per capire quali possibilità abbiano i nostri giovani di poter avviare un percorso lavorativo che coroni gli studi e quindi una vita dignitosa. È a loro che questi anni di recessione economica hanno tolto di più: più di ogni altra cosa la speranza di trovare un lavoro dopo gli studi, di potersi costruire una famiglia, di poter accendere un mutuo e comprarsi una casa, di poter girare per l’Europa godendosi i vantaggi della moneta unica, di poter avere un giorno una pensione adeguata allo stipendio percepito durante tutta la vita. La speranza e la fiducia sono concetti chiave in campo economico, non ci può essere ripresa economica e ripresa dei consumi se manca la fiducia in un domani migliore e la speranza di poter migliorare la propria condizione economica attraverso il lavoro. Con una disoccupazione ai massimi storici e quella giovanile oltre il 40%, a livelli record dalla crisi vissuta nel 1977, quindi con oltre un giovane su tre senza lavoro, non abbiamo in questo momento le condizioni migliori per diffondere ottimismo, ma siamo convinti che la conoscenza e la formazione in tema di cultura finanziaria possano dotare i giovani di strumenti che li aiutino ad essere competitivi sul mercato del lavoro e ad affrontare i problemi economici con maggiore consapevolezza, con la certezza che operare scelte consapevoli e basate su conoscenze precise della realtà porti ad essere cittadini migliori e più liberi. Pensiamo che la cultura finanziaria debba essere insegnata attraverso nozioni di base con particolare risalto alla trattazione di temi che sono vicini alla realtà di tutti i giorni degli studenti. È nell’ottica di poter approfondire quelle conoscenze pratiche della realtà economica che circonda i nostri studenti e che subito dopo gli studi li vedrà protagonisti in prima persona che nasce il quaderno di lavoro del presente anno scolastico, improntato all’approfondimento delle tematiche del mercato del lavoro analizzato nella sue varie sfaccettature, dai motivi del peggioramento di mese in mese del numero di occupati non solo in Italia ma in tutta Europa, ai concreti spiragli per i giovani di poter comunque riuscire a trovare un’occupazione dignitosa pur in tempi di estrema difficoltà. Le dieci schede vengono precedute come di consueto da un articolo tratto da un quotidiano al fine di facilitare negli studenti l’approccio alla lettura ed aiutarli ad approfondire tematiche complesse grazie all’utilizzo degli articoli di giornale che rappresenteranno la fonte principale di aggiornamento durante la loro vita economica.

L’articolo viene utilizzato anche perché è nostra intenzione trattare temi economici con un riferimento alla realtà, tale scelta ci aiuta infatti a far capire agli studenti che non stiamo trattando concetti teorici ma che ci atteniamo a temi che li riguardano da vicino e che li seguiranno per tutto il loro percorso lavorativo. Il tema della scheda viene poi approfondito e commentato da un docente esperto in materia economica, il quale commenta l’articolo preso a riferimento e lo approfondisce con linguaggio e raffigurazioni semplici e comprensibili. Le parole chiave vengono evidenziate in un apposito box per fissare nella mente i concetti chiave dell’argomento trattato e ricordarseli una volta che lo studente li ritroverà sui quotidiani o nelle proprie esperienze personali di lavoro o di vita, mentre i links indicati nell’altro box sono necessari riferimenti per chi volesse approfondire ulteriormente l’argomento Le domande e risposte rappresentano un approfondimento dei temi trattati nella scheda, servono sia per focalizzare l’argomento in poche battute che per verificare se l’argomento trattato è stato capito nei suoi punti chiave. La collaborazione con gli insegnanti, vero fulcro del nostro progetto, ci invita a suggerire loro una traccia per l’attività in classe, contributo dell’autore di ogni scheda riguardante le modalità per affrontare al meglio l’argomento con i ragazzi, dato l’aspetto tecnico delle tematiche trattate. Con una veste grafica immediata ed accattivante, vicina alla realtà dei giovani studenti abituati a strumenti di facile utilizzo ed immediati, anche quest’anno il quaderno è arricchito in ogni scheda da cinque domande finali a risposta chiusa grazie alle quali poter verificare immediatamente ed in modo concreto il grado di apprendimento del tema da parte degli studenti e magari confrontare le loro risposte prima e dopo aver affrontato la lezione per evidenziare i progressi e le conoscenze acquisite grazie al lavoro svolto in classe. Alla fine di ogni scheda sarà inserito un qr-code, un codice leggibile tramite smartphone che permette di collegarsi ad un video che l’autore di ogni scheda ha girato per dare un ulteriore contributo per affrontare l’argomento con gli studenti, tratteggiando i temi chiave di ogni scheda, quelli che ogni studente non potrà dimenticare una volta terminata la lezione. Tali video così come il quaderno e gli aggiornamenti saranno disponibili anche all’interno del sito dell’Osservatorio, nella sezione dedicata al presente progetto potranno essere scaricati in ogni momento.

Il Quaderno di…Lavoro! Le dieci schede del Quaderno approfondiscono le tematiche del mercato del lavoro con un approccio sempre più concreto man mano che si scorrono le pagine del quaderno. La prima scheda ci dà una definizione di disoccupazione, approfondisce la realtà del mondo del lavoro ed indica le ricette possibili per porre rimedio al problema occupazionale (Claudio Guzzi, scheda n. 1). Nella seconda scheda viene inquadrato il mutamento strutturale del contesto economico attuale in cui si evidenzia una evoluzione storica del mercato del lavoro: crescita delle economie emergenti, difficoltà di quelle mature di star dietro ai volumi ed ai prezzi praticati su scala internazionale, la necessità di trovare un equilibrio sostenibile a livello mondiale, il problema dell’invecchiamento demografico negli Stati occidentali visto in relazione alla necessità del rinnovo della forza lavoro (Alberto Banfi, scheda n. 2). 7


PRESENTAZIONE

Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

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La scheda successiva approfondisce i motivi di questi anni di recessione, da dove nasce e come si è sviluppata la crisi, quali i suoi effetti sui conti pubblici e privati, ed evidenzia i problemi competitivi strutturali dell’Italia quale causa principale della disoccupazione giovanile nel nostro Paese (Enrico Castrovilli, scheda n. 3). La quarta scheda entra in profondità nei problemi storici del mercato del lavoro, cerca di dare delle soluzioni che oggi mancano ai problemi della carenza di posti di lavoro, indica quali ricette possono essere adatte per uscire da questo stallo e riuscire ad invertire la rotta (Roberto Fini, scheda n. 4). Le tre schede successive vertono su aspetti specifici legati al tema della vita lavorativa del singolo individuo: la quinta scheda approfondisce il funzionamento del mercato del lavoro dal lato della domanda e dell’offerta e fornisce degli spunti di formazione professionale utili per facilitare la ricerca del posto di lavoro (Federico Cartei, scheda n. 5). La scheda successiva approfondisce il rapporto che esiste nella vita di ogni lavoratore tra il reddito da lavoro, il risparmio accumulato nel tempo e la previdenza, in particolare quella complementare, vera ancora di salvezza per mantenere il tenore di vita precedente al momento di uscita dal mondo del lavoro (Cristina Quirici, scheda n. 6). La settima scheda affronta un’alternativa importante che i giovani hanno rispetto alla ricerca del posto di lavoro: quella di inventarselo tramite la nascita di una nuova attività imprenditoriale. Impresa difficile di questi tempi ma piena di occasioni in un momento in cui la ripresa dovrebbe essere alle porte e molte opportunità economiche non vengono sfruttate a causa della mancanza di fiducia nel futuro andamento economico (Claudio Guzzi, scheda n. 7). L’ultimo blocco di schede riguarda tutto ciò che il giovane studente può e deve fare per sé, per massimizzare l’efficienza nella ricerca del lavoro desiderato. Nella scheda numero otto si affronta un tema di grande concretezza e utilità quando i giovani in cerca di lavoro si trovano a dover valorizzare in poche righe le proprie competenze per proporsi al meglio: la costruzione del curriculum ideale (Elide Sorrenti, scheda n. 8). Nella scheda seguente si evidenzia l’importanza dello studio in relazione ai consistenti vantaggi futuri, delle esperienze all’estero per conoscere le lingue ed acquisire una mentalità lavorativa internazionale, della flessibilità e della mobilità dei giovani alla ricerca della migliore offerta di lavoro (Roberto Fini, scheda n. 9). L’ultima scheda parla di coloro che ce l’hanno fatta, che hanno creato un’impresa di successo e che negli anni di crisi riescono a sfruttare a pieno le opportunità che il mercato offre a livello internazionale, non solo nel settore tecnologico ma anche nelle altre eccellenze italiane, dall’alimentare all’abbigliamento, fino alle biotecnologie (Federico Cartei, scheda n. 10).

Appunti

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COS’È LA DISOCCUPAZIONE E QUALI RIMEDI ABBIAMO A DISPOSIZIONE PER SCONFIGGERLA di Claudio Guzzi

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COS’È LA DISOCCUPAZIONE E QUALI RIMEDI ABBIAMO A DISPOSIZIONE PER SCONFIGGERLA

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L’articolo 8 Luglio 2013

NELLA RETE DEI NEET RESTANO IMPIGLIATI PIÙ LAUREATI E OVER 30 di Francesca Barbieri

Oltre 2,2 milioni nella fascia degli under 30, come certificato dall’Istat, e ben 1,1 milioni in più se si allarga il range fino ai trentaquattrenni. Spostando l’asticella in avanti di appena cinque anni, l’esercito dei Neet - giovani che non studiano e non lavorano - acquista una fetta rilevante di inattivi e disoccupati e sfonda la barriera dei 3,3 milioni: uno su quattro tra chi non ha compiuto i 35 anni e un terzo dei Neet totali. Secondo l’elaborazione del Centro studi Datagiovani per “Il Sole 24 Ore”, il 38% è disoccupato, mentre oltre sei su dieci non sono nemmeno impegnati in azioni di ricerca di un impiego. «Guardando al pre-crisi – spiega il ricercatore Michele Pasqualotto – la situazione è peggiorata in modo drammatico: i Neet dal 2008 al 2012 sono aumentati di oltre mezzo milione, una crescita del 17 per cento».

L’identikit A prevalere sono le donne (58% del totale), ma con i maschi in forte crescita (+30% dal 2008). Segmentando le classi d’età in intervalli quinquennali, emerge con forza che la componente più rilevante è quella dei giovani dai 30 ai 34 anni – più di un milione come detto in precedenza – che sono cresciuti dell’8% in quattro anni. In forte recupero, però, sono i neodiplomati (15-24enni), che hanno rimpolpato in maniera pesante la popolazione di Neet dall’avvio della crisi (+31%, 288mila in più, oggi sono oltre 900mila).

L’analisi territoriale, poi, evidenzia una forte concentrazione al Sud: qui risiede oltre la metà dei Neet e l’incidenza sulla popolazione sfiora il 36%, più del doppio di ciò che avviene al Nord. Le regioni in cui il fenomeno è più forte sono Campania e Sicilia, con quasi il 40% di giovani “in panchina” rispetto al totale dei coetanei e che da sole raccolgono quasi un terzo dei Neet d’Italia. Valori ben distanti dal 13% del TrentinoAlto Adige o del 16% di Lombardia ed Emilia-Romagna, regioni che anche su questo terreno si dimostrano vicine alla media Ue.

In fondo al

europeo

Sullo scacchiere europeo, infatti, si registra poco più del 17% di Neet tra i 15 e i 34 anni, percentuale aumentata del 16% rispetto al 2008. L’Italia è in fondo alla classifica e guardando ai competitor il gap si fa imbarazzante: in Germania i Neet sono l’11%, in Francia il 16%, per non parlare di Paesi come Austria, Olanda, Norvegia in cui si scende abbondantemente sotto il 10 per cento. Nel 2012 solamente Grecia (29%), Macedonia (34%) e Turchia (33%) hanno dati peggiori dei nostri. «L’elevato tasso di inattività tra i Neet, oltre il 60% – conclude Giovanna Vallanti, docente di economia alla Luiss di Roma – mostra come scoraggiamento e difficoltà di trovare lavoro siano le principali cause delle differenze che ci dividono dall’Europa. Si tratta di un indicatore della debolezza strutturale del mercato del lavoro italiano, nel quale i giovani, una volta terminati gli studi, sperimentano non solo la difficoltà a trovare un’occupazione in tempi brevi, ma molto spesso incontrano barriere vere e proprie all’ingresso nel mondo produttivo».

Appunti

La laurea non basta A giudicare dal percorso scolastico, l’incidenza più elevata di Neet si riscontra tra coloro che hanno un livello di preparazione basso o un diploma di scuola secondaria superiore (rispettivamente 28% e 24%), mentre tra i laureati si scende al 18,6 per cento. È vero però che la “protezione” del titolo di studio elevato dal rischio di trovarsi disoccupati o inattivi ha subìto un duro colpo dalla crisi, dato che i laureati “né-né” sono aumentati del 20%, trend di poco inferiore a quello dei diplomati (+28%). «Il forte mismatch tra offerta e domanda di competenze professionali – commenta Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro all’Università Bocconi di Milano –, con un numero crescente di giovani sovra-educati e sotto-occupati, aggravano il quadro generale e confermano il fallimento di un sistema di transizione scuola-lavoro prevalentemente delegato al fai-da-te delle famiglie e delle reti relazionali personali». 15


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La scheda di Claudio Guzzi

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO Premessa: il mercato del lavoro Quando parliamo di mercato del lavoro ci riferiamo all’insieme delle relazioni tra i lavoratori che offrono lavoro e gli imprenditori che lo domandano. Su tale mercato si determina il prezzo del lavoro, cioè la quantità di moneta che gli imprenditori corrispondono ai lavoratori in cambio delle loro prestazioni, ovvero il salario. Le condizioni del mercato del lavoro determinano la qualità della vita di milioni di persone, che trovano sostentamento grazie all’attività lavorativa svolta; per questa ragione la situazione di tale mercato è costantemente monitorata da economisti e policy maker (ossia da chi assume le decisioni politiche, in particolare i governi). Dopo anni di attenzione (e di passione) sul tema dei conti pubblici, che hanno prodotto una colpevole sottovalutazione del fenomeno, negli ultimi mesi ci si è (finalmente) concentrati sul tema della disoccupazione, che è cruciale per definire le prospettive economiche del nostro Paese. Cerchiamo di comprendere le ragioni di questa rinnovata attenzione.

C’è disoccupazione e disoccupazione Il fenomeno della disoccupazione è classificato e interpretato dagli economisti in modi diversi. Una prima forma di disoccupazione, definita disoccupazione frizionale, è legata a fenomeni naturali nel mondo del lavoro: alle persone che entrano ed escono dalla forza lavoro, ad esempio ai lavoratori che scelgono di lasciare volontariamente un lavoro mettendosi alla ricerca di un nuovo impiego, e alle imperfezioni nel processo di abbinamento tra posti di lavoro disponibili e lavoratori in cerca della migliore occupazione possibile. È quindi un evento, di norma di breve periodo, connesso alla frequenza con la quale i lavoratori cambiano lavoro e al tempo impiegato per trovarne uno nuovo. Anche la disoccupazione cosiddetta stagionale interessa il breve periodo: è tipica di alcune professioni, come quelle legate al turismo, ed è determinata dalle variazioni climatiche e stagionali. Assai più importante è la disoccupazione ciclica, una forma di disoccupazione analizzata in modo magistrale dall’economista inglese J. M. Keynes durante gli anni ’30 dello scorso secolo, che è determinata da un insufficiente livello della domanda aggregata. Il rimedio a tale disoccupazione, nell’approccio keynesiano, consiste nel rilancio della domanda, attraverso l’adozione di politiche economiche espansive che mirano all’aumento dei consumi delle famiglie e dello Stato1. L’evidenza empirica mostra chiaramente la 1 Il tema è in realtà molto controverso: mentre per gli economisti keynesiani la lotta alla disoccupazione involontaria rappresenta uno dei punti centrali della politica economica ed è condizione essenziale per garantire lo sviluppo equilibrato di un sistema economico, gli economisti di area neoclassica, e in particolare gli autori della Nuova macroeconomia classica, sostengono che una volta garantite le condizioni

correlazione tra ciclo economico e disoccupazione: il calo del PIL che ha caratterizzato l’economia italiana negli ultimi anni è certamente la causa principale, ancorché non l’unica, dell’aumento dei disoccupati. Tuttavia, se è vero che quando la produzione cala si riduce l’occupazione (disoccupazione ciclica) non è affatto scontato il contrario: può infatti accadere che vi sia una ripresa della produzione senza aumento dell’occupazione. Questo fenomeno, analizzato già dagli economisti classici nel corso del XIX secolo e da Keynes nel secolo successivo2, individua la situazione che gli economisti definiscono disoccupazione strutturale, ovvero la carenza di lavoro combinata alla mancata corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro. Siamo cioè in presenza di asimmetrie tra le abilità messe a disposizione dal lavoratore e quelle richieste dal datore di lavoro. È un tipo di disoccupazione che potremmo definire “tecnologica”, in quanto è in gran parte legata al progresso tecnologico che impone nuove specializzazioni rendendo obsolete le professioni e i lavoratori privi di tali competenze. I Paesi economicamente più avanzati, specie a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, hanno dovuto confrontarsi con questo problema ma le soluzioni adottate sono state diverse e in Italia, in particolare, la questione è stata affrontata in modo inadeguato. Nel nostro Paese, anziché investire nella ricerca e nella formazione di manodopera specializzata, si è optato per una soluzione più “facile” ma di corto respiro: la precarizzazione del mercato del lavoro. Le imprese hanno potuto contare su una manodopera flessibile e poco retribuita ma la scarsa attenzione alle innovazioni ha determinato un calo progressivo della produttività del lavoro nel nostro Paese, con effetti devastanti sul piano della competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali. La riforma del mercato del lavoro operata di recente dal ministro Fornero ha cercato di cambiare le carte in tavola, imponendo di trasformare, dopo un certo periodo di tempo, le occupazioni a tempo determinato in posti fissi, in modo da spingere le imprese, costrette a maggiori oneri per il pagamento dei salari, a investire nel progresso tecnologico. Non è stato così: anziché stabilizzare, le imprese hanno preferito licenziare i precari, accentuando peraltro in questo modo il circolo vizioso della recessione, poiché meno lavoratori occupati significano minor reddito, quindi minori consumi e, di conseguenza, ulteriore aumento della disoccupazione (ciclica, in questo caso).

I parametri del mercato del lavoro Gli indicatori tradizionalmente più utilizzati per analizzare il mercato del lavoro sono quattro: la forza lavoro, il tasso di attività, il tasso di disoccupazione e il tasso di occupazione. La forza lavoro (o popolazione attiva) è data dalla somma degli occupati e delle persone in cerca di occupazione; quest’ultimo dato comprende le persone che hanno perso il lavoro e ne stanno cercando attivamente un altro (disoccupati in senso stretto) sommate alle persone in cerca di prima occupazione, ossia che non hanno mai esercitato alcuna attività di libera concorrenza, in particolare la massima flessibilità dei salari, il sistema economico non può produrre disoccupazione, che è quindi per definizione solo “volontaria”, ossia legata alle scelte dei lavoratori (che preferiscono impiegare il loro tempo in modi diversi rispetto al lavoro). 2 Per un approfondimento sul tema: D. Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta, Utet, 2006; J. M. Keynes, “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, in La fine del laissez faire e altri scritti, Boringhieri, 1991.

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lavorativa ma intendono svolgerla. La forza lavoro rappresenta quindi l’offerta di lavoro. Non fanno parte della forza lavoro, e dunque sono considerate popolazione non attiva, tutti coloro che non sono in età lavorativa (i bambini e gli anziani) e le persone che, pur essendo in età lavorativa, non cercano un’occupazione (gli studenti, le casalinghe, i detenuti ecc.). Il tasso di attività (o tasso di partecipazione) è il rapporto tra il totale delle forze di lavoro e la popolazione in una certa classe di età, di regola la popolazione tra i 15 e i 64 anni di età mentre il tasso di disoccupazione misura il rapporto tra il totale delle persone in cerca di occupazione e la forza lavoro. Il tasso di occupazione, infine, è il rapporto tra il numero degli occupati e la popolazione in età lavorativa. In sintesi quindi:

CHE COSʼÉ

COME SI CALCOLA

  FORZA DI LAVORO

È la parte di popolazione disposta a offrire le propie capacita lavorative (popolazione attiva)

Occupati/persone in cerca occupazione

  TASSO DI ATTIVITA

È la percentuale di popolazione in età lavorativa occupata o in cerca di occupazione

Forza lavoro/popolazione in eta lavorativa

  TASSO DI DISOCCUPAZIONE

È la percentuale di disoccupati sul totale della forza lavoro

Disoccupati/forza lavoro

  TASSO DI OCCUPAZIONE

È la percentuale di occupati sul totale della popolazione in eta lavorativa

Occupati/popolazione in eta lavorativa

Il tradizionale indicatore utilizzato per misurare la domanda di lavoro, il tasso di disoccupazione, in Italia è considerato in realtà meno significativo di altri parametri, in particolare del tasso di attività e del tasso di occupazione. Questo accade soprattutto a causa del ridotto tasso di attività femminile. Nel nostro Paese, infatti, la percentuale di donne disoccupate è maggiore rispetto a quella degli uomini, sebbene, in termini assoluti, siano quasi 300.000 in più i disoccupati maschi rispetto alle donne. Questa apparente contraddizione è spiegata dagli economisti con il fenomeno del lavoratore scoraggiato, ossia di chi, specie nei periodi di crisi economica, smette di cercare attivamente lavoro, uscendo così dal computo dei disoccupati pur essendolo a tutti gli effetti. In Italia si calcola coinvolga oltre due milioni di persone, la maggior parte di esse donne. La scarsa occupazione femminile, legata in buona parte alle difficoltà di conciliare i tempi di lavoro e di vita per le donne, spesso a causa di un sistema di Welfare inadeguato, e per il ruolo peculiare della famiglia nella composizione dell’occupazione sul mercato del lavoro italiano, rappresenta una delle criticità del mondo del lavoro del nostro Paese. Permangono poi le tradizionali differenze per aree geografiche: il tasso di attività del Nord è di circa 20 punti maggiore rispetto a quello del Mezzogiorno3.

Giovani e disoccupati… oppure Neet La gravità della crisi economica ha riportato il tema della disoccupazione al centro del dibattito economico e, più di recente, dell’agenda politica. I dati italiani, sintetizzanti nella Tabella 3, evidenziano da un lato la crescita progressiva complessiva del numero dei disoccupati, dall’altro la condizione particolarmente difficile dei giovani. TABELLA 3 - Tasso di disoccupazione e tasso di disoccupazione giovanile (serie storica)

I dati italiani sono rilevati, con cadenza mensile e trimestrale, dall’Istituto nazionale di statistica, l’Istat. Vediamone alcuni. TABELLA 1 - I dati dell’Italia in valori assoluti (migliaia di unità – giugno 2013) Fonte: Istat

Occupati

22.510

In cerca di occupazione

3.089

Totale popolazione attiva

25.599

Inattivi in eta lavorativa (15 - 64 anni)

14.382

Anno

Tasso di disoccupazione

Tasso di disoccupazione giovanille (15 - 24 anni)

Anno

Tasso di disoccupazione

Tasso di disoccupazione giovanille (15 - 24 anni)

TABELLA 2 - I dati dell’Italia in valori percentuali (giugno 2013) Fonte: Istat

MASCHI

FEMMINE

TOTALE

Tasso di occupazione (15 - 64 anni)

64,9

47,4

55,8

Tasso di disoccupazione

11,5

12,9

12,1

Tasso di inattivita (15 - 64 anni)

26,5

46,2

36,4

3 È evidente come il tasso di disoccupazione fornisca una rappresentazione sottostimata del problema. Per tali ragioni Eurostat, l’istituto di statistica dell’Ue, ha di recente elaborato un nuovo indicatore, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, per cogliere l’area delle forze di lavoro potenzialmente disponibili a lavorare, ma che non cercano lavoro attivamente. Per il 2011, ad esempio, il tasso di mancata partecipazione al lavoro era in Italia pari al 17,9%, con valori sensibilmente minori nel Nord (9,8%) e con punte del 32,1% nel Mezzogiorno (Fonte: “Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile 2013”).

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Anche se il dato della disoccupazione giovanile è oggetto di alcune critiche sotto il profilo metodologico4, la problematicità della situazione è evidente. Essa non riguarda solo l’Italia, bensì coinvolge in generale i giovani provenienti dai Paesi dell’Europa meridionale: in Grecia e in Spagna quasi sei giovani su dieci sono senza lavoro, mentre assai meno preoccupante appare la condizione lavorativa dei giovani in Germania (dove il tasso di disoccupazione giovanile si ferma al 7,7%), in Austria (8,9%) e in Olanda (10,4%). La criticità della situazione è confermata dall’analisi di uno degli indicatori sociali attraverso i quali si studia il tasso d’inclusione nei processi produttivi e a cui fa riferimento l’articolo di Francesca Barbieri: la quota dei cosiddetti Neet, un acronimo inglese che significa “Not in Education, Employment or Training”, definiti anche come i giovani “né-né”, perché non stanno né lavorando né istruendo e formando. La Tabella 4 mette in luce dati drammatici: 3,3 milioni di giovani (un giovane su quattro con meno di 35 anni) non studia e non lavora. Di questi, il 38% è disoccupato mentre la quota rimanente non è neppure impegnata in azioni di ricerca del lavoro. Anche in questo caso non è un fenomeno solo italiano: in Europa si calcola che i Neet siano oltre 15 milioni; tuttavia nel nostro Paese assume un peso assai più rilevante che in Francia (dove si ferma al 16%) o in Germania (dove sfiora l’11%). Si è calcolato che, se fosse integrata nel tessuto sociale e produttivo, la generazione Neet contribuirebbe a far crescere dell’1,2% il PIL europeo e di circa il 2% quello italiano (oltre 30 miliardi di euro, con maggiori entrate fiscali per circa 12 miliardi)5. TABELLA 4 - Neet dai 15 ai 34 anni per classi di età nel 2012 e variazioni % rispetto al 2008. Valori assoluti in migliaia

2012

La Tabella 5 introduce all’analisi territoriale del fenomeno: i Neet sono più concentrati nel Mezzogiorno, presumibilmente (anche se non esistono rilevazioni precise in merito) con una maggiore diffusione nei quartieri più popolari e disagiati, come lo Zen di Palermo o Scampia di Napoli, ma anche a Catania, Reggio Calabria, Roma. TABELLA 5 - Neet dai 15 ai 34 anni macro-area nel 20012 e variazioni % rispetto al 2008. Valori assoluti in migliaia

2012

VARIAZIONE 2008/2012

Valore assoluto

Composizione percentuale

Incidenza % sulla popolazione

Variazione assoluta

Variazione percentuale

NORD-OVEST

560

16,8

17,2

128

22,8

NORD-EST

400

12,1

16,8

138

34,5

CENTRO

517

15,5

20,5

142

27,5

MEZZOGIORNO

1.850

55,6

35,7

148

8,8

TOTALE

3.327

100,0

25,0

556

16,7

Fonte: Elaborazione Datagiovani su dati Istat

La correlazione tra fenomeno Neet e disagio sociale è ancora più evidente se si analizza il fenomeno partendo dai titoli di studio: circa la metà dei Neet (il 45%) non ha il diploma di scuola media superiore, più o meno uguale è la percentuale dei diplomati (che rappresentano però la categoria che è cresciuta di più: il 30% dal 2008), mentre i laureati sono poco più del 10%.

VARIAZIONE 2008/2012

Anni

Valore assoluto

Composizione percentuale

Incidenza % sulla popolazione

Variazione assoluta

Variazione percentuale

15 -19

345

10,3

11,9

52

15,0

20 -24

927

27,9

29,5

288

31,0

25 -29

978

29,4

28,8

134

13,7

30 - 34

1.077

32,4

27,5

82

7,60

TOTALE

3.327

100,0

25,0

556

16,7

Fonte: Elaborazione Datagiovani su dati Istat

4 Le critiche sono essenzialmente legate a due fattori: in primo luogo la scelta del campione, ossia i giovani tra i 15 ed i 24 anni. Ne fanno parte gli adolescenti (15-19 anni), che vanno considerati come un sottogruppo poco significativo, visto che per la maggior parte vanno ancora a scuola oppure non hanno alcuna qualifica professionale, dunque avrebbero difficoltà a trovare un lavoro anche in una fase positiva dell’economia. Occorre poi considerare che i dati relativi alla disoccupazione giovanile si basano sui partecipanti nel mercato del lavoro, laddove i tassi di attività lavorativa sono molto bassi (in Europa mediamente poco al di sopra del 10%). Questo significa che se, per esempio, siamo in presenza di un tasso di disoccupazione giovanile del 50 non vuol dire che metà della popolazione giovanile sia disoccupata, ma che il 50% dei giovani che fanno parte del mercato del lavoro è disoccupata. 5 Fonte: Eurofound, 2012. La Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro è un organismo consultivo dell’Unione europea.

Le ricette La lotta alla disoccupazione, in particolare alla disoccupazione giovanile, è una priorità assoluta, e come tale è oggi riconosciuta a livello nazionale ed europeo. L’Ue ha di recente approvato lo Youth Guarantee, il Piano europeo per il sostegno al lavoro giovanile, che dovrebbe prevedere un finanziamento, per l’Italia, di 1,5 miliardi di euro per il biennio 2014-2015 per il potenziamento delle politiche per il lavoro. Il programma prevede l’impegno, per ciascun Paese, di garantire ai giovani fino a 25 anni di età (per l’Italia l’asticella potrebbe essere alzata a 29-30 anni), un’offerta «qualitativamente valida di lavoro, di proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio» entro 4 mesi dall’uscita dal sistema di istruzione o dalla perdita di un impiego. Tuttavia gli strumenti a disposizione dell’operatore pubblico sono tutt’altro che illimitati. Sotto il profilo dell’analisi economica, valgono le considerazioni già anticipate: mentre per combattere la disoccupazione ciclica occorre intervenire sulla domanda aggregata, con l’adozione di politiche economiche di natura espansiva (ma questo rischia di scontrarsi con le rigidità della recente normativa in tema di conti pubblici), la disoccupazione strutturale necessita di interventi orientati al miglioramento della produttività del lavoro, a sua volta determinata da fattori (il capitale fisico, il capitale umano, il know how6, ecc.) sui quali 6

Il know how è l’insieme di conoscenze e di abilità operative necessarie per svolgere una determinata attività lavorativa.

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COS’È LA DISOCCUPAZIONE E QUALI RIMEDI ABBIAMO A DISPOSIZIONE PER SCONFIGGERLA

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si può agire in una prospettiva di medio o lungo periodo. Meno efficaci, anche perché già ampiamente sperimentate in passato, appaiono invece le politiche finalizzate a garantire una maggiore flessibilità dei salari. I filoni sui quali sembrano orientarsi le politiche del lavoro nel nostro Paese sono sostanzialmente tre. Il primo è quello dell’autoformazione: si attribuisce una “dote” a ciascun disoccupato allo scopo di attivare una batteria di interventi (orientamento, tirocini, formazione), coordinati da strutture pubbliche (i Centri per l’impiego) o private (le Agenzie per il lavoro). Allo stesso filone appartengono le politiche di sostegno all’autoimpiego all’estero o alla creazione di start up (su questo tema, si veda la scheda 7 di questo quaderno). Le criticità di questo approccio sono molteplici: dall’esiguità della “dote”, vista l’ampiezza della platea dei disoccupati, alle difficoltà organizzative, in particolare legate agli appetiti che potrebbe suscitare negli organismi che dovrebbero gestire i progetti (e i finanziamenti). Un secondo filone, su cui ha puntato moltissimo la riforma Fornero del 2012, è l’apprendistato, modello ampiamente (e con successo) sperimentato in Germania.7 Si tratta di un contratto di lavoro nel quale l’apprendista percepisce un compenso e riceve una formazione, di durata pluriennale (con momenti formativi sia all’interno sia all’esterno dell’azienda) legata alle esigenze dell’impresa ospitante. Al termine del percorso l’azienda, che si è fatta carico di trasferire sapere professionale all’apprendista, dovrebbe avere tutto l’interesse ad assumere l’apprendista. Il successo di questo modello appare innanzitutto legato a una ridefinizione dei percorsi scolastici e universitari, maggiormente orientati verso il mondo del lavoro, anche se resta da definire il nodo dei modelli formativi: in un contesto socio-economico sempre più orientato verso il terziario (in particolare il terziario avanzato), può risultare inadeguato un percorso che punti su strumenti di formazione e di raccordo tra mondo del lavoro e scuola che si concentrino sulla mera manualità. La terza modalità è quella degli incentivi alle assunzioni. Il sussidio temporaneo (per 18 mesi) previsto dal Governo Letta alle imprese che assumono giovani disoccupati va in questa direzione, ma non sembra risolutivo: in un periodo di recessione, se un’impresa si aspetta una riduzione della produzione, anziché un aumento, difficilmente assumerà dei giovani. Esistono altre forme di incentivi8: rimane il nodo di come trovare le risorse per finanziarli (ad esempio: l’uso dei fondi strutturali Ue, un aumento dell’imposizione fiscale, l’adozione di politiche più attente di recupero dell’evasione fiscale) e di studiare con attenzione le forme per l’erogazione dei sussidi alle imprese, per non correre il rischio di essere poco efficaci o di trasformarli in un semplice regalo a una parte delle imprese. 7 Tuttavia è bene ricordare come in Germania sia previsto un solo tipo di apprendistato, l’alternanza scuola-lavoro, orientato prevalentemente al lavoro manuale, mentre in Italia il contratto di apprendistato può assumere tre forme distinte: il primo è finalizzato a raggiungere una qualifica professionale (per i giovani con almeno 15 anni di età); il secondo ha finalità professionalizzante e può riguardare giovani tra i 18 e i 29 anni di età; il terzo l’alta formazione e la ricerca. Le ultime due figure possono interessare anche laureati e, comunque, soggetti con un elevato livello di istruzione. 8 Per un’interessante analisi di tali incentivi, in particolare dell’ipotesi di un sussidio per i dipendenti con i salari più bassi, si veda: Giuseppe Cusin, Un sussidio efficace per l’occupazione, lavoce.info, 5 luglio 2013.

Conclusione Il lavoro condiziona moltissimo la nostra vita: da un lato ci consente di guadagnarci da vivere, dall’altro costituisce un mezzo per manifestare e affermare la nostra personalità. Per queste ragioni, la Costituzione lo concepisce come valore primario a fondamento della Repubblica: l’articolo 1 definisce non a caso l’Italia una Repubblica democratica «fondata sul lavoro», mentre l’articolo 4 riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, inteso come libertà della persona umana e una delle modalità con le quali un essere umano può realizzarsi. Sperperare le capacità lavorative umane, sia quelle già disponibili sia quelle da creare con la formazione, è uno spreco inaccettabile in un sistema economico ed è socialmente intollerabile. Il tema della mancata inclusione dei giovani sul mercato del lavoro può infatti determinare effetti che vanno al di là del semplice “problema economico”: «Le conseguenze di una generazione perduta non sono solo economiche, ma anche sociali. Si rischia che tanti giovani rinuncino alla partecipazione democratica nella società».9

Traccia per l’attività in classe La prima attività da proporre in classe è la lettura individuale della scheda da parte di ciascuno studente. Al termine si può dividere la classe in gruppi e chiedere agli studenti, con l’aiuto dei docenti, di ricercare dati statistici relativi ai principali indicatori del mercato del lavoro in ambito nazionale ed europeo. Le serie statistiche sono facilmente reperibili in Internet, anche in formato Excel: quest’ultima modalità è consigliabile perché consente una rielaborazione in forma grafica dei dati ottenuti, rendendo più semplice la lettura e la comparazione delle informazioni. Dopo aver analizzato i dati della ricerca, si può chiedere agli studenti di confrontarsi sulle diverse possibili ricette per risolvere il nodo della disoccupazione, con una particolare attenzione al tema dei percorsi scolastici e/o formativi che si potrebbero attivare in funzione dei lavori ai quali gli studenti stessi ambiscono.

TAGS LA CATENA DELLE PAROLE CHIAVE

Mercato del lavoro Tasso di disoccupazione Neet Disoccupazione ciclica Disoccupazione strutturale Contratto di apprendistato Produttività

LINKS SITI E INFO PER APPROFONDIRE

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www.ilsole24ore.com www.europa.eu http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/ portal/eurostat/home www.istat.it www.bancaditalia.it www.ecb.it www.eurofound.europa.eu www.datagiovani.it www.misuredelbenessere.it

9 Eurofound, NEETs Young people not in employment, education or training: Characteristics, costs and policy responses in Europe, 2012

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FAQ

DOMANDE E RISPOSTE

1. Come calcola l’Istat i dati sul mercato del lavoro?

L’Istat rileva la situazione sul mercato del lavoro settimanalmente, anche se i dati sono diffusi con cadenza mensile (dati provvisori) e trimestrale. In base alla classificazione utilizzata dall’Istat, sono considerate occupate le persone che hanno almeno 15 anni e, nella settimana della rilevazione, hanno lavorato all’interno del Paese, sia come lavoratori dipendenti sia come lavoratori indipendenti, anche solo per un’ora, percependo una retribuzione (se hanno lavorato in un’impresa familiare, anche senza retribuzione). Sono inoltre compresi i lavoratori che, nella settimana della rilevazione, si trovano in cassa integrazione. Nel computo sono anche compresi, sia pure sotto forma di stima, i lavoratori impiegati in attività illegali (cioè in attività di produzione o di scambio vietate dalla legge), informali (attività scarsamente organizzate o fondate su vincoli di parentela o relazioni personali) e sommerse (attività di per sé legali, ma non dichiarate allo scopo di evadere il fisco). Sono invece classificate come persone in cerca di occupazione coloro che si dichiarano alla ricerca di un lavoro e che nell’ultimo mese hanno compiuto azioni effettive a tale scopo.

2. Come avviene in Italia l’incontro tra domanda e offerta di lavoro?

La normativa del secondo dopoguerra assegnava allo Stato, in condizioni di monopolio, il compito di gestire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Il lavoratore disoccupato doveva iscriversi in apposite liste di collocamento tenute dagli Uffici di Collocamento (uffici periferici del Ministero del lavoro), mentre chi intendeva assumere personale doveva presentare una “richiesta di avviamento al lavoro”, nella quale occorreva indicare solo i dati relativi al numero dei lavoratori richiesti e la qualifica che dovevano possedere (metodo della “chiamata numerica”). Questo meccanismo di assunzione, oltre a essere complesso, era adatto a un mondo del lavoro statico, dove le competenze richieste ai lavoratori erano di carattere generale. A partire dal 1996 sono stati adottati numerosi interventi legislativi per trasformare il sistema di collocamento, introducendo in particolare la concorrenza tra pubblico e privato per la mediazione del lavoro. Resta al Ministero del lavoro, attraverso la Direzione generale del mercato del lavoro, il compito di monitorare e valutare tutti gli interventi svolti sul territorio e fissare le priorità e le linee operative generali. L’intero mercato del lavoro è oggi gestito dalle seguenti strutture: • le Agenzie per il lavoro, imprese private autorizzate a svolgere attività di somministrazione di lavoro, intermediazione, ricerca e selezione del personale e supporto alla collocazione professionale; • i Centri per l’impiego, strutture gestite attualmente dalle Amministrazioni provinciali che svolgono attività di promozione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, aggiornamento della posizione del lavoratore, certificazione dello stato di disoccupazione involontaria, agevolazione di assunzioni di lavoratori svantaggiati, costruzione della Borsa del lavoro, orientamento e formazione; • la Borsa continua nazionale del lavoro, una banca dati online imperniata su nodi regionali che raccoglie tutte le informazioni utili per favorire l’ingresso nel mercato e il reclutamento di manodopera.

3. Che cosa si intende per produttività del lavoro?

Il termine produttività indica il rapporto tra la produzione complessiva e l’insieme dei fattori che hanno contribuito a realizzarla e il suo valore incide sulla domanda di lavoro. Una maggiore produttività del lavoro, in particolare, migliora l’efficienza di un’impresa (e, più in generale, dell’intero sistema economico). Essa produce infatti effetti positivi sui consumatori, perché le imprese possono ridurre il prezzo dei beni e dei servizi offerti, sui lavoratori, che possono ottenere salari più alti, e sulle imprese, che si assicurano maggiori profitti e possono di conseguenza aumentare gli investimenti e quindi la domanda di lavoro. Il livello della produttività è in gran parte frutto degli investimenti operati nel sistema di istruzione e di formazione professionale (ciò che gli economisti definiscono il capitale umano) ed è un indicatore importante per misurare le prospettive di sviluppo di un Paese: un sistema economico caratterizzato da alti livelli di produttività è infatti certamente più efficiente e competitivo.

Test FINALE 1. Il tasso di disoccupazione misura a. il rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa b. il rapporto tra disoccupati e popolazione in età lavorativa c. il rapporto tra disoccupati e forza lavoro d. la somma dei disoccupati e dei Neet 2. Il fenomeno del “lavoro scoraggiato” a. determina una rappresentazione sovrastimata del fenomeno della disoccupazione b. determina una rappresentazione sottostimata del fenomeno della disoccupazione c. non ha alcuna influenza sul calcolo dei disoccupati d. colpisce particolarmente gli uomini 3. L’apprendistato in Italia è a. uno stage formativo senza alcun obbligo di retribuzione da parte del datore di lavoro b. una modalità di autoformazione c. una tipologia di contratto di lavoro d. un ammortizzatore sociale 4. La disoccupazione determinata dal calo della domanda e della produzione è a. ciclica b. stagionale c. frizionale d. strutturale 5. Attualmente l’intermediazione sul mercato del lavoro in Italia a. spetta al Ministero del lavoro, in condizioni di monopolio, tramite gli Uffici di collocamento b. è gestita in maniera esclusiva dagli enti locali, tramite i Centri per l’impiego c. è gestita in maniera esclusiva dai privati, tramite le Agenzie per il lavoro d. è gestita da strutture sia pubbliche sia private

Soluzioni : 1c. - 2b. - 3c. - 4a. - 5d.

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I CAMBIAMENTI STRUTTURALI IN ATTO NEL MONDO ECONOMICO di Alberto Banfi

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L’articolo 28 Luglio 2013

EMERGENZE GLOBALI Una società su misura per il lavoro a ogni età

I CAMBIAMENTI STRUTTURALI IN ATTO NEL MONDO ECONOMICO

di Kemal Dervis

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Oggi in tutto il mondo la disoccupazione, la mancata corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro e i piani pensionistici sono diventati cruciali per la politica fiscale. I Paesi avanzati devono far fronte al nodo dell’invecchiamento della popolazione, ma anche molte delle economie emergenti si trovano in una transizione demografica che si tradurrà in una struttura simile a quella delle economie avanzate – ossia, una piramide invertita – tra soli due o tre decenni. Molti i nodi che affliggono l’occupazione. La debole domanda nel post-crisi è un fattore chiave in Europa, negli Usa e in Giappone. Ma le questioni strutturali a lungo termine stanno altresì appesantendo i mercati del lavoro. Fatto ancora più importante, la globalizzazione si traduce in un continuo spostamento del vantaggio comparativo, creando seri problemi di aggiustamento, dal momento che l’occupazione creata in nuove attività non compensa la perdita di posti di lavoro in quelle vecchie. La maggior parte dei nuovi posti richiede competenze diverse e ciò implica che i lavoratori che hanno perso il lavoro non hanno speranza di trovarne un altro. Inoltre, il progresso tecnologico diventa sempre più “a risparmio di manodopera”, con computer e robot che sostituiscono l’uomo. Per le volatili prospettive macroeconomiche, molte aziende sono restie ad assumere nuovi lavoratori, causando elevata disoccupazione giovanile ovunque. Allo stesso tempo, l’invecchiamento della popolazione costituisce la principale sfida fiscale in questa società che invecchia. I cambiamenti marginali alle disposizioni esistenti non saranno sufficienti a rispondere alle forze tecnologiche, ridurre le tensioni sociali e i timori dei giovani o ad affrontare i crescenti oneri fiscali. Serve una radicale rivalutazione del lavoro, della formazione professionale e dello sviluppo delle competenze, delle pensioni e del tempo libero, e servono diversi principi che vanno a confluire nel nucleo di una riforma generale. La formazione professionale e lo sviluppo delle competenze devono essere svolti durante l’arco della vita, iniziando dalla scolarizzazione e proseguendo con l’aggiornamento sul posto di lavoro. Speciali programmi di inserimento dei giovani dovrebbero diventare parte normale del sostegno pubblico all’occupazione e alla formazione professionale, con esenzioni dai contributi per i primi anni di lavoro. Il secondo principio è che il pensionamento dovrebbe essere un processo graduale. Le persone dovrebbero lavorare in media 1800-2000 ore l’anno fino ai cinquant’anni, per poi scendere a 1300-1500 ore fino ai sessanta circa e raggiungere le 500-1000 avvicinandosi ai settanta. Un’infermiera, un membro dell’equipaggio di un aereo o un insegnante di scuola secondaria, ad esempio,

potrebbero lavorare cinque giorni a settimana fino ai sessant’anni, quattro fino all’età di 62, tre giorni fino ai 65 e forse due giorni fino ai 70. Imprenditori e dipendenti dovrebbero negoziare una flessibilità di questo genere, ma dovrebbero farlo ricevendo incentivi e aiuti finanziari dal governo. Le ferie pagate potrebbero essere 3-4 settimane fino all’età di 45, per crescere gradualmente fino a 7-8 settimane fino a quasi settant’anni. Il congedo di maternità e paternità dovrebbe aumentare dove è breve, come negli Usa. L’obiettivo dovrebbe essere una società in cui i cittadini lavorano e pagano le tasse fino all’età di 70 anni, ma meno intensivamente con l’avanzare dell’età e in un modo flessibile a seconda delle singole circostanze. Un sistema pensionistico graduale e flessibile avvantaggerebbe in molti casi non solo i datori di lavoro e i governi ma anche gli stessi lavoratori. Utilizzando il Gallup World Poll, i miei colleghi del Brookings Institution a Washington, Carol Graham e Milena Nikolova, hanno riscontrato che le platee più felici sono quelle che lavorano part-time volontariamente. In cambio di una prolungata vita lavorativa, i cittadini avrebbero più tempo per lo svago e per l’aggiornamento. Il nuovo patto sociale per la prima metà del ventunesimo secolo deve combinare realismo fiscale, uno spazio significativo alle preferenze dei singoli e una forte solidarietà e protezione sociale contro gli shock che derivano da circostanze personali o da un’economia volatile. Molti Paesi fanno passi avanti in questa direzione, ma troppo timidi.

Appunti

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La scheda di Alberto Banfi

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO L’articolo proposto prende spunto da alcune emergenze in atto nel mondo del lavoro che affliggono non solo i Paesi più avanzati economicamente ma anche quelli di recente industrializzazione per segnalare possibili proposte di cambiamento al fine di promuovere un patto sociale nuovo tra le generazioni. Le emergenze richiamate nell’articolo riguardano in particolare il preoccupante livello di disoccupazione nel mondo (soprattutto giovanile) e il rapido invecchiamento delle competenze nei lavoratori: ragioni queste che nel lungo termine potrebbe avere pesanti ripercussioni sociali. Una prima riflessione posta nell’articolo riguarda il fatto che il progresso tecnologico (accanto agli indubbi vantaggi che genera sulla qualità della vita degli individui) di fatto ha reso il mercato del lavoro sempre più “a risparmio di manodopera” con l’effetto che la riduzione dei posti di lavoro a seguito dell’introduzione di nuove tecnologie non è stata controbilanciata da un altrettanto analogo incremento dei posti di lavoro generati dalla realizzazione di nuovi e più moderni processi produttivi e dalla creazione di nuovi prodotti. Inoltre, la velocità alla quale viaggia il processo tecnologico genera un altrettanto elevato ricambio di competenze nei lavoratori per cui coloro (soprattutto i lavoratori con competenze meno specialistiche) che vedono venire meno le loro competenze, col passare del tempo, non sono in grado di restare nel mondo del lavoro; ciò comporta la necessità di promuovere e realizzare una continua formazione dei lavoratori in modo che possano essere il più possibile nella condizione di essere pronti alle mutate esigenze del mondo del lavoro. Accanto alla necessità della formazione continua dei lavoratori, l’articolo evidenzia che il contemporaneo e progressivo “invecchiamento della popolazione” influisce sulla capacità lavorativa proprio per una questione fisiologica legata all’età del lavoratore. Tenuto conto di questi due effetti (la necessità di una formazione continua e la minore “capacità” lavorativa tra i lavoratori meno giovani) e dell’opportunità di promuovere il miglioramento della qualità della vita dei lavoratori alla luce di un complessivo allungamento del periodo lavorativo ormai riscontrabile da alcuni decenni, l’articolo analizza la proposta di alcuni studiosi statunitensi che auspicano una progressiva riduzione dell’orario di lavoro per i lavoratori che hanno superato i 50 anni affinché da quel momento possano lavorare meno intensamente continuando comunque a far parte della popolazione attiva (anche più a lungo rispetto alle generazioni che li hanno preceduti) creando nel contempo i presupposti per una qualità della vita migliore avendo a disposizione più tempo da dedicare agli impegni famigliari e ad altre attività sociali. La proposta formulata allarga la discussione attorno a due altre questioni.

La prima di esse è se tale proposta possa costituire un incentivo per la creazione di nuovi posti di lavoro per i giovani in attesa di entrare nel mondo del lavoro; certamente ciò costituisce un incentivo (ancorché non decisivo se non accompagnato da altri interventi a supporto) in quanto crea delle opportunità. Ad esempio, con cinque lavoratori oltre i 50 anni che lavorano un giorno in meno alla settimana si apre la possibilità di assumere un lavoratore per i cinque giorni lasciati scoperti da quelli più anziani. Non solo, accanto al vantaggio di avere un lavoratore più attivo e probabilmente anche più motivato, il costo per il datore di lavoro risulterebbe minore dal momento che la remunerazione per i lavoratori più giovani è – a parità di altre condizioni – più contenuta. La seconda questione attiene il minor carico di lavoro per le categorie più anziane e di conseguenza anche il minor livello di retribuzione; ciò potrebbe essere compensato dal sostegno proveniente dagli accantonamenti effettuati a fini pensionistici (dal lavoratore stesso o dal suo datore di lavoro) per cui questa fase di minor carico di lavoro dopo i 50 anni di età potrebbe essere vista come un graduale e progressivo percorso di avvicinamento al pensionamento che potrebbe trovare in strumenti specifici come i “fondi pensione” (da noi ancora poco presenti e attive) (si veda il Riquadro 1) un importante elemento a sostegno di tale proposta. In estrema sintesi, la proposta richiamata nell’articolo comporterebbe una progressiva riduzione delle ore di lavoro con il crescere dell’età del lavoratore accompagnata dall’aumento delle ore per il tempo libero e di conseguenza una migliore qualità della vita; ciò potrebbe generare maggiori spazi per l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani che altrimenti avrebbero minori opportunità se le categorie di lavoratori più anziani lavorassero per più tempo e più intensamente.

I cambiamenti strutturali nel mondo economico Tra i fenomeni strutturali in atto nel contesto economico mondiale abbiamo accennato al progresso tecnologico che se da un lato è riuscito a migliorare il tenore di vita degli individui, dall’altro ha favorito la creazione di attività economiche sempre più a “risparmio di manodopera”, una sorta di “rivoluzione tecnologica” dove la tecnologia ha permesso di fare a meno di molti posti di lavoro. Un altro lato della medaglia dei cambiamenti strutturali in corso nell’economia mondiale è la sempre più forte globalizzazione, ovvero l’emersione di economie in via di sviluppo con tassi di crescita molto alti, proprio nel momento in cui le economie degli Stati avanzati stanno frenando la loro crescita a causa della pesante crisi economica degli ultimi anni. La crescita economica di tali Stati va di pari passo con l’aumento dell’occupazione e la crescita dei consumi. Sempre più imprese spostano la loro produzione in Stati dove la manodopera costa meno ed i costi di produzione sono più bassi, con la conseguenza che si creano maggiori posti di lavoro nei Paesi in via di sviluppo, mentre i giovani delle economie cosiddette “avanzate” non riescono più a trovare lavoro. Basta ascoltare la televisione o navigare in Internet per rendersi conto che quando si parla di economia mondiale si intende l’insieme di economie tra loro non omogenee. Per distinguere tali economie spesso si prende come punto di riferimento il loro “livello di sviluppo economico”. Ciò consente di avere una classificazione nota e sostanzialmente condivisa in quanto si parla di : • Paesi industrializzati (ossia Paesi in cui il grado di sviluppo economico è molto elevato e soprattutto tale livello di sviluppo è da tempo consolidato); 31


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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

Paesi di recente industrializzazione (ossia Paesi in cui il grado di sviluppo economico è elevato ma questo livello è stato raggiunto in tempi più recenti); • Paesi in via di sviluppo (ossia Paesi in cui lo sviluppo economico è ancora in corso e si differenziano tra loro per il livello da questo raggiunto); • Paesi sottosviluppati o in “transizione economica” (ossia Paesi in cui non è in atto – se non in minima parte – un tentativo di crescita dell’economia). Vi è da chiedersi quali sono le ragioni che hanno determinato tale differente livello di sviluppo economico; ovviamente la risposta a tale domanda è tutt’altro che semplice a motivo delle diverse interpretazioni che economisti (e non solo) danno a questo problema. Una tesi autorevole è quella secondo cui l’attuale stadio di sviluppo delle varie economie mondiali è il risultato di un processo che nel tempo ha assunto differenti caratterizzazioni. In estrema sintesi, lo sviluppo economico (a cui si è accompagnata anche una coerente struttura finanziaria del Paese) ha preso avvio in tempi diversi, ha avuto una velocità differente e può aver avuto lungo il suo cammino delle “deviazioni” dal percorso ideale che possono averne rallentato la crescita. Infatti, per i Paesi industrializzati del mondo occidentale l’avvio del percorso verso lo sviluppo economico viene fatto risalire alla “prima rivoluzione industriale” nel corso del diciottesimo secolo, e poi lungo questi ultimi due secoli si è assistito ad un continuo incremento dello sviluppo economico a motivo della crescita tecnologica e della sua applicazione, oltre ad un radicale cambiamento della società che da agricola è diventata industriale (generando altresì una differente suddivisione del lavoro) per poi assumere una struttura che ha visto affermarsi il settore terziario (dei servizi) su quello più strettamente produttivo. Ragioni politiche, storiche e sociali hanno ostacolato per diverso tempo l’avvio di tale processo in altre aree del mondo; tuttavia, alcuni fatti di straordinario rilievo hanno nel tempo rimosso alcuni ostacoli al procedere dello sviluppo: si pensi, ad esempio, al repentino incremento del prezzo del petrolio all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso (che ha creato i presupposti per il rapido sviluppo delle economie dell’area del Golfo, ancorché non generando una equilibrata distribuzione della ricchezza e del benessere all’interno delle popolazioni locali) o al venire meno di buona parte dei regimi comunisti nei quali prevaleva una economia “pianificata centralmente” che non dava spazio all’economia di mercato e alle scelte imprenditoriali basate sulla ricerca dell’equilibrio economico e del profitto. O, ancora più recentemente, si pensi agli effetti della cosiddetta “rivoluzione informatica” che ha portato certe aree del Sud-Est asiatico a diventare i principali produttori di componentistica informatica e ad alto contenuto tecnologico che ha promosso lo sviluppo economico (talvolta tumultuoso) dei Paesi di quell’area. Quanto precede porta con sé un’altra importante considerazione e cioè che la crescita di un’economia non può prescindere da un coerente livello di struttura finanziaria, ossia dalla presenza di intermediari e di mercati che grazie al loro intervento favoriscono la crescita economica in quanto agevolano l’incontro tra le esigenze di coloro che hanno accumulato

del risparmio (sostanzialmente le famiglie) e le esigenze di coloro (soprattutto le imprese) che hanno bisogno di ottenere credito per meglio sostenere le loro attività: attività che favoriscono lo sviluppo economico in quanto producono beni e servizi, creano posti di lavoro e favoriscono un’ulteriore accumulo del risparmio. Un forte legame viene quindi a generarsi anche tra il livello dello sviluppo economico di un Paese (la cosiddetta economia reale) e il livello della struttura finanziaria che lo supporta. Anche in questo caso la struttura finanziaria assume diversi livelli di sviluppo proprio in relazione al grado di sviluppo economico del Paese, e infatti solitamente si è soliti distinguere tra: • struttura finanziaria evoluta (ossia una struttura finanziaria in cui vi è una gamma completa di intermediari, di strumenti e di mercati finanziari); • struttura finanziaria in evoluzione (ossia una struttura finanziaria in cui la presenza degli intermediari è rappresentata prevalentemente da intermediari creditizi a cui si affiancano anche circuiti di scambio di strumenti finanziari, ancorché non ancora in grado di coprire interamente tutti gli strumenti disponibili); • struttura finanziaria embrionale (ossia una struttura finanziaria in cui prevalgono gli intermediari bancari votati al sostegno delle scarse iniziative imprenditoriali in essere). Un’ulteriore questione è poter misurare il grado di sviluppo di un’economia: ciò è possibile facendo ricorso a qualche indicatore. A tale riguardo un indicatore noto e che consente di confrontare le varie economie mondiali è il Prodotto interno lordo (PIL): esso rappresenta il valore totale della produzione dei beni e dei servizi all’interno di una economia. Solitamente le statistiche non riportano l’ammontare in valore assoluto del PIL bensì la sua variazione percentuale rispetto ad un periodo precedente (spesso riferita all’anno o al trimestre precedente) consentendo in tal modo di cogliere in via immediata i Paesi le cui economie sono in salute (in quanto il PIL cresce) e quelle meno in salute (in quanto il PIL diminuisce). Per una fotografia dello stato di salute delle economie dei principali Paesi industrializzati e dei Paesi emergenti si rinvia alla Tabella 1 che mostra l’evoluzione del PIL in tutti questi Paesi nel corso dell’ultimo decennio: si osserva che sono le economie dei Paesi emergenti a crescere più velocemente, ed in particolare la Cina, l’Argentina e l’India che nel periodo considerato segnalano variazioni percentuali del PIL vicine o addirittura superiori al 10%. I Paesi più industrializzati invece mostrano variazioni molto più contenute e in Europa sono i Paesi dell’area ex comunista ad evidenziare i tassi più elevati di crescita annuale. Inoltre, per comprendere la dimensione e l’importanza delle diverse economie la Tabella 2 individua il peso del PIL (a fine 2003 e a fine 2012) di ciascun Paese rapportato a quello mondiale: Ciò che emerge in tutta evidenza è che il peso dell’economia degli Stati Uniti rimane il maggiore, ma in diminuzione (scendendo dal 21,2% al 18,9%), seguito da vicino dal peso della Cina, che a fine 2012 era pari al 14,9%, superando in tal modo il peso del PIL dell’Area dell’euro attestatosi al 13,7%.

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

TABELLA 2 TABELLA 1 - Variazione percentuale del Pil su base annua dei principali paesi industrializzati e delle economie emergenti (2003-2012)

FINE 2003

PAESI INDUSTRIALI Stati Uniti Giappone Area dellʼeuro (17 paesi) Regno Unito Canada

FINE 2004

FINE 2005

FINE 2006

FINE 2007

FINE 2008

FINE 2009

FINE 2010

FINE 2011

GRAFICO 1 - Quota del Pil delle principali aree economiche rispetto al Pil mondiale (dati al 31 dicembre 2012)

FINE 2012

ANNO

  2,5 1,7 0,7 3,8 2,2

3,5 2,4 2,2 2,9 3,1

3,1 1,3 1,7 2,8 3,1

2,7 1,7 3,2 2,6 2,5

1,9 2,2 3 3,6 2,1

- 0,3 -1 0,4 -1 1

- 3,1 - 5,5 - 4,4 -4 - 3,1

2,7 4,7 2 1,8 3,2

1,8 - 0,6 1,4 1 2,4

2,2 2 0,6 0,3 1,8

Europa

2003

Paesi emergenti e in via di sviluppo AMERICA LATINA PAESI EMERGENTI Argentina 8,8 Brasile 1,1 Messico 1,4

9 5,7 4,1

9,2 3,2 3,2

8,5 4 5,1

8,7 6,1 3,2

6,8 5,2 1,2

0,9 - 0,3 - 6

9,2 7,5 5,3

8,9 2,7 3,9

1,9 0,9 3,9

I CAMBIAMENTI STRUTTURALI IN ATTO NEL MONDO ECONOMICO

ASIA PAESI EMERGENTI

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Cina Corea del Sud Hong Kong India Indonesia Malaysia Singapore Taiwan Thailandia

10 2,8 3,1 6,9 4,8 5,8 4,6 3,7 7,1

10,1 4,6 8,7 7,7 5 6,8 9,2 6,2 6,3

11,3 4 7,4 9 5,7 5 7,4 4,7 4,6

12,7 5,2 7 9,4 5,5 5,6 8,8 5,4 5,1

14,2 5,1 6,5 10,1 6,3 6,3 8,9 6 5

9,6 2,3 2,1 6,2 6 4,8 1,7 0,7 2,5

9,2 0,3 - 2,5 4,9 4,6 - 1,5 -1 - 1,8 - 2,3

10,5 6,3 6,8 11,4 6,2 7,2 14,8 10,8 7,8

9,3 3,6 4,9 7,5 6,5 5,1 5,5 4,1 0,1

7,8 2 1,4 4,1 6,2 5,6 1,3 1,3 6,4

EUROPA PAESI EMERGENTI Polonia Repubblica Ceca Russia Turchia Ungheria

3,9 3,8 7,3 5,3 3,9

5,3 4,7 7,2 9,4 4,8

3,6 6,8 6,4 8,4 4

6,2 7 8,2 6,9 3,9

6,8 5,7 8,5 4,7 0,1

5,1 3,1 5,2 0,7 0,9

1,6 - 4,5 - 7,8 - 4,8 - 6,8

3,9 2,5 4,5 9,2 1,3

4,5 1,8 4,3 8,8 1,7

1,9 - 1,2 3,4 2,2 - 1,7

Fonte: Banca d’Italia, Relazione annuale, vari anni TABELLA 2 - Peso percentuale del Pil di ciascun paese rispetto al Pil mondiale

FINE 2003

FINE 2012

FINE 2003

FINE 2012

PAESI INDUSTRIALI

49,8

42,8

ASIA PAESI EMERGENTI

23,9

27,2

Stati Uniti Giappone Area dellʼeuro (17 paesi) Regno Unito Canada

21,2 7,1 16,3 3,2 2

18,9 5,6 13,7 2,8 1,8

Cina Corea del Sud Hong Kong India Indonesia Malaysia Singapore Taiwan Thailandia

12,1 1,7 0,4 5,6 1,4 0,5 0,2 1,1 0,9

14,9 1,9 0,4 5,6 1,5 0,6 0,4 1,1 0,8

AMERICA LATINA PAESI EMERGENTI

5,5

5,8

Argentina Brasile Messico

4,8

5,9

0,8 2,8 1,9

0,9 2,8 2,1

0,8 0,3 2,5 0,9 0,3

1 0,3 3 1,4 0,2

Paesi emergenti e in via di sviluppo

EUROPA PAESI EMERGENTI

Polonia Repubblica Ceca Russia Turchia Ungheria

Questi dati sono un chiaro segnale di come sta cambiando la geografia economica del nostro pianeta, come del resto facilmente osservabile dalla Figura 1, costruita sulla base del peso – sempre in termini di PIL – delle principali aree economiche e dalla quale si rileva quanto è cresciuto il peso dell’insieme delle economie dei Paesi emergenti e dei Paesi in via di sviluppo: infatti il peso dei Paesi dell’Asia nel periodo 2003-2012 è passato dal 23,9 % al 27,8% del totale, mentre la crescita risulta più contenuta per i Paesi dall’America latina (dal 5,5% al 5,8%) e dell’Europa orientale (dal 4,8% al 5,9%). Per i Paesi industrializzati si assiste ad una riduzione del peso del loro PIL che nel complesso scende dal 49,8% del 2003 al 42,8% del 2012.

ANNO

Europa

2012 Paesi industriali

Paesi industriali Asia

Paesi industriali Asia

America Latina

America Latina Asia Europa

America Latina

Tali circostanze si sono riflesse negli ultimi venti-trenta anni sulla “geografia” dell’economia mondiale che ha dunque visto il susseguirsi di rilevanti modifiche, determinate soprattutto da fenomeni quali il differente sviluppo demografico, differenti livelli della scolarizzazione e nella ricchezza della popolazione dei Paesi emergenti. In particolare, le economie dei Paesi sviluppati (identificabili come Paesi appartenenti al mondo occidentale) hanno visto erosa la loro leadership mondiale a causa, tra l’altro, dell’invecchiamento della popolazione (generato sia dall’allungamento della vita media degli individui e sia da un repentino abbassamento del grado di natalità). Inoltre, l’aumento della popolazione nelle aree meno sviluppate, la ricerca di un miglioramento del tenore di vita e la più agevole libertà di movimento hanno favorito ingenti flussi migratori dai Paesi più poveri ai Paesi economicamente più avanzati, creando altresì i presupposti per la cosiddetta “globalizzazione”. Concludendo si può evidenziare come nel corso degli ultimi decenni numerosi e importanti fenomeni abbiano inciso profondamente sul quadro economico mondiale determinando notevoli mutamenti sia nei comportamenti sociali, sia nelle strutture stesse delle economie di tutto il mondo. Non si può certo affermare che il processo di cambiamento sia concluso, anzi è molto probabile che esso continui secondo velocità e caratteristiche che dipenderanno da molteplici fattori, non tutti prevedibili e in funzione delle condizioni storiche del momento.

Traccia per l’attività in classe Quale attività da svolgere in classe si potrebbe chiedere agli studenti, con l’aiuto dei docenti, di ricostruire l’evoluzione di alcuni indicatori macroeconomici di alcuni Paesi industrializzati e di alcuni Paesi emergenti. In particolare, i dati relativi agli ultimi 20 anni potrebbero riguardare delle serie storiche di durata variabile individuando anche dei sotto periodi per evidenziare particolari momenti (ad esempio lo scoppio della crisi finanziaria nel 2007). I dati potrebbero essere quelli relativi a: PIL, Occupazione/disoccupazione, Importazioni/esportazioni, Tasso di inflazione, ecc. Al riguardo possono essere utilizzati i dati disponibile sul sito della Banca d’Italia, della Banca Centrale Europea, del Fondo monetario internazionale, ecc. 35


TAGS LA CATENA DELLE PAROLE CHIAVE

I CAMBIAMENTI STRUTTURALI IN ATTO NEL MONDO ECONOMICO

Prodotto interno lordo Sviluppo economico Sviluppo demografico Disoccupazione Economia reale Paesi industrializzati Paesi emergenti

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SITI E INFO PER APPROFONDIRE

www.bancaditalia.it www.abi.it www.ecb.eu

FAQ

1. Il PIL è un indicatore del livello di sviluppo economico di a. un Paese b. una multinazionale c. un’impresa d. una banca

DOMANDE E RISPOSTE

1. Che cosa misura il PIL e come è distribuito a livello mondiale per principali aree geografiche?

Esso misura il livello di produzione e di servizi all’interno di una economia e viene utilizzato per confrontare tra loro le economie nel mondo. I Paesi industrializzati mantengono ancora il peso maggiore del PIL mondiale anche se però le economie dell’Asia (e la Cina in particolare) stanno assumendo un peso via via crescente.

2. Cosa si intende per “Paesi di recente industrializzazione”?

Con questo termine si intendono quei Paesi (ma anche certe aree del mondo) in cui si è pervenuti ad un livello di benessere e di sviluppo economico allineato a quello dei Paesi industrializzati che, come noto, hanno raggiunto storicamente tali livelli di sviluppo nel corso del secolo precedente dopo che il processo di crescita delle economie ha preso avvio con la rivoluzione industriale ed è proseguito nel tempo a seguito di fenomeni storici, politici e sociali di rilevante portata per la crescita. Tra i Paesi di più recente industrializzazione vanno segnalati la Cina, l’India e buona parte dei Paesi del Sud-Est asiatico.

3.Cosa sono e che ruolo hanno i ”fondi pensione”?

Test FINALE

I fondi pensione sono organismi che investono in risorse finanziarie raccolte tra i lavoratori al fine di incrementarne nel tempo il valore e assicurare un trattamento pensionistico integrativo e complementare rispetto a quello che un pensionato ottiene da forme pensionistiche pubbliche. Il loro ruolo è fondamentale soprattutto nei sistemi economici in cui le forme pensionistiche pubbliche coprono una minima parte del trattamento pensionistico del lavoratore in quiescenza (come ad esempio nei Paesi anglosassoni) in quanto dalla gestione delle risorse raccolte dipende il livello della futura pensione. Nel nostro Paese il loro ruolo è ancora relativamente marginale a motivo della storica presenza della previdenza pubblica (si pensi ad esempio all’intervento dell’INPS) che ha sopperito in passato pressoché integralmente alle esigenze pensionistiche; tuttavia le recenti riforme delle pensioni e le modifiche incorse nei contratti di lavoro renderanno sempre più fondamentale la presenza di forme pensionistiche integrative come appunto i fondi pensione.

2. Negli ultimi 10 anni il PIL è risultato in forte crescita a. in Italia b. nei Paesi emergenti c. nell’Area dell’euro d. negli Stati Uniti 3. In quale di questi Paesi la presenza dei fondi pensione è molto importante? a. Stati Uniti b. Italia c. India d. Francia 4. Il peso del Pil della Cina rapportato a quello mondiale è attualmente pari a circa il a. 2% b. 5% c. 15% d. 40% 5. Il livello del Pil negli Stati Uniti negli ultimi tre anni è a. in costante discesa b. in salita c. in forte salita d. stabile

Soluzioni : 1a. - 2b. - 3a. - 4c. - 5b.

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IL CONTESTO E I PROTAGONISTI DELLO SCENARIO ECONOMICO di Enrico Castrovilli

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L’articolo 27 Marzo 2013

ALLARME UE: PRODUTTIVITÀ A PICCO IN ITALIA

IL CONTESTO E I PROTAGONISTI DELLO SCENARIO ECONOMICO

di Beda Romano

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La Commissione ha confermato ieri in un consueto rapporto trimestrale che la situazione sociale in Europa si è aggravata drammaticamente alla fine dell’anno scorso e anche all’inizio di quest’anno. La grave recessione economica non sta provocando solo una elevata disoccupazione in molti Paesi. Il divario sociale tra ricchi e poveri si sta allargando in modo preoccupante. In Italia, l’esecutivo comunitario nota un nuovo calo della produttività. «La crisi sociale che l’Europa sta attraversando continua ad aggravarsi – ha spiegato ieri qui a Bruxelles il commissario all’occupazione, agli affari sociali e all’inclusione László Andor –. In alcuni Paesi membri non ci sono segni tangibili di miglioramento. Molto spesso le persone più povere sono state quelle toccate più severamente». Nel gennaio scorso, 26,2 milioni di persone erano senza lavoro nell’Unione, vale a dire il 10,8% della popolazione attiva. In particolare, la disoccupazione giovanile è elevata, al 23,6% nel gennaio scorso. Otto milioni di persone di età inferiore ai 25 anni non hanno né un lavoro né stanno studiando. La Commissione considera le prospettive dell’occupazione «molto negative». Secondo l’esecutivo comunitario, «è previsto che la disoccupazione rimanga a livelli molto elevati fino al 2014». Il calo della domanda sta avendo un impatto molto forte sui livelli dell’offerta. In questo contesto, l’Italia è il Paese europeo in cui il dato sulla produttività del lavoro è sceso in maniera più significativa a fine 2012. Nel rapporto trimestrale si sottolinea che la produttività nell’ultimo trimestre è diminuita in Italia del 2,8% su base annua dopo che nel periodo precedente aveva già perso il 3 per cento. L’Italia ha anche registrato una forte accelerazione nell’aumento della disoccupazione: +0,5 punti percentuali, a quota 11,7% tra novembre 2012 e gennaio 2013. «L’incidenza dello stress finanziario – sempre secondo la Commissione – è peggiorata in circa metà dei Paesi, con il deterioramento peggiore registrato (…) in Bulgaria, Cipro, Irlanda, Portogallo, Grecia, Spagna e soprattutto Italia, dove la popolazione che registra difficoltà finanziarie è salita di quasi 15 punti percentuali». Il rapporto contiene inoltre una sezione dedicata all’impatto del risanamento dei conti pubblici sul mercato del lavoro, sulla crescita e sulle condizioni di vita. Il tema è controverso: in un momento di recessione, molti economisti si chiedono se l’austerità comporti effetti troppo negativi. Il capitolo è un esercizio di equilibrismo. La Commissione ammette che il risanamento dei bilanci ha effetti diretti e indiretti sull’occupazione. In particolare, si legge che «il consolidamento dei conti pubblici potrebbe avere avuto un

impatto negativo sulla disoccupazione in quei Paesi che hanno registrato i cambiamenti di saldo primario di bilancio più importanti». Ciò detto, sempre secondo l’esecutivo comunitario, in questo campo «conclusioni generali sono sfuggenti» tenuto conto delle differenze nelle politiche di risanamento e negli assetti istituzionali. Tra le altre cose, la Commissione comunque nota che «l’impatto sui redditi delle famiglie delle misure di austerità (adottate dopo il 2008 ed entro la metà del 2012, ndr) è stato particolarmente pesante in Grecia, Lettonia, Spagna, Portogallo, ed Estonia, e meno pronunciato in Lituania, Regno Unito e Italia». Infine, nella relazione trimestrale pubblicata ieri, la Commissione mette a disposizione dati recenti sulle ristrutturazioni aziendali in Europa. Tra il 1° dicembre 2012 e il 28 febbraio 2013 i casi di ristrutturazione hanno comportato la perdita di 89.470 e la creazione di 32.684 posti di lavoro. I settori più colpiti sono stati quello industriale e quello finanziario. I Paesi più coinvolti invece sono stati nell’ordine la Spagna, la Francia, la Germania, il Regno Unito e l’Italia.

GRAFICO 2

Il gap competitivo dell’italia

GRAFICO 1- LA PRODUTTIVITA DEL LAVORO Per persona impiegata, variazione % sul trimestre precedente LA PRODUTTIVITA DEL LAVORO Per persona impiegata, vai % sul trimestre precedente.

ITALIA 2011 - 0,7

FRANCIA

2012 - 0,6

- 1,1

2011

- 0,7

- 0,5

0,2

GERMANIA

2012 - 0,1

- 0,1

2011

0,2

- 0,2

- 0,5

SPAGNA

2012 0,1

0,1

2011

0,1

- 0,6

0,8

2012 1,3

0,3

0,4

0,6

GRAFICO 1 GRAFICO 2 - IL CUNEO FISCALE In percentuale sul costo del lavoro, 2012

Coppia monoreddito con due figli. FRANCIA 43,1

50,2

GRECIA 43,0

41,9

BELGIO 41,4

56,0

Single senza figli. ITALIA 38,3

47,6

AUSTRIA 38,0

48,9

SPAGNA 35,4

41,4

GERMANIA 34,2

49,7

GRAN BRETAGNA 27,9

32,3

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

La scheda di Enrico Castrovilli

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO Nell’articolo Allarme UE: produttività a picco in Italia, apparso nella scorsa primavera su “Il Sole 24 Ore”, Beda Romano commenta la presentazione del Rapporto trimestrale della Commissione UE. Cattive notizie per il nostro Paese: lo scenario per l’economia italiana è allarmante e addirittura i dati italiani sono i peggiori tra i Paesi europei. Nei mesi successivi a questo articolo la situazione è lievemente migliorata, ma le nuvole nere che incombono sulla nostra realtà non sono ancora state squarciate. Andiamo ad analizzare i punti fondamentali dello scenario tratteggiato da Beda Romano: recessione, disoccupazione, caduta della domanda, caduta della produttività, risanamento nei conti pubblici. Cercheremo di individuare ragionamenti per migliorare la situazione italiana.

IL CONTESTO E I PROTAGONISTI DELLO SCENARIO ECONOMICO

1. La recessione in Italia e in Europa

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Il Rapporto della Commissione Europea parte dalla constatazione che la recessione non si è ancora arrestata. Cosa significa recessione? Quando si può affermare che vi è recessione? Il termine recessione è usato dagli economisti negli studi delle grandezze economiche, la più significativa delle quali è il PIL, il Prodotto Interno Lordo. Il PIL calcola il valore dei beni e servizi finali (escludendo quindi i beni intermedi come le materie prime e i semilavorati perché altrimenti verrebbero conteggiati due volte, la prima quando ad esempio calcolassi nel PIL la produzione di quattro gomme per auto e la seconda volta quando venisse prodotta un’auto con le stesse gomme come componenti), prodotti in un determinato periodo di tempo (solitamente l’anno), all’interno di una determinata area geografica (ad esempio uno Stato), al lordo degli ammortamenti (cioè senza averli detratti). Gli ammortamenti equivalgono alla diminuzione che subisce nel tempo il valore dei beni strumentali pluriennali usati dalle imprese, quali impianti, macchinari, automezzi, brevetti, computer. Togliendo gli ammortamenti dal PIL ottengo il Prodotto Interno Netto (PIN). L’andamento del PIL misura come fosse un termometro lo stato di salute dell’economia, anche se è bene considerare aspetti qualitativi (quali l’istruzione, l’ambiente, la salute e altri ancora come la felicità) per avere un’idea completa dell’effettivo benessere della popolazione. L’andamento del PIL è valutato calcolando il suo tasso di crescita nel tempo. Quando il tasso di crescita ha valore negativo per due trimestri consecutivi si dice che l’economia è in recessione. Mentre scriviamo giungono notizie dall’OCSE accavallandosi (l’OCSE è l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che raccoglie 34 importanti Paesi industrializzati): una è buona e una è cattiva1. Quella buona è che finalmente tutti (fuorché uno) dei maggiori Paesi raccolti nel G7 non sono più in recessione; quella pessima è che l’unico Paese ancora in recessione nel 2013 è l’Italia! 1 Vedi l’articolo di Vittorio da Rold OCSE: Pil Italia a -1,8%, unico paese ancora in recessione su “Il Sole 24 Ore” del 3 settembre 2013: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-09-03/ocseeurozona-fuori-recessione-110826.shtml.

2. Il calo dell’occupazione Cosa accade se l’economia è in recessione? Purtroppo si generano a catena una serie di conseguenze assai negative sul piano sociale, familiare e personale: le imprese non assumono o ancor peggio licenziano, il reddito disponibile (cioè al netto delle tasse) delle famiglie diminuisce, con conseguente diminuzione dei consumi e dei risparmi, gli Stati incassano meno tributi (perché diminuendo il PIL famiglie e imprese hanno redditi minori ed è quindi ovvio che paghino meno tasse), con la conseguenza che i pubblici poteri hanno meno risorse proprio nel momento in cui ne servirebbero di più. Le scelte personali in molte famiglie si accorciano nel tempo e si restringono nello spazio. A meno di riuscire a reagire, invertire la rotta e modificare lo scenario della recessione in quello della crescita. Il dato più preoccupante dei periodi di recessione riguarda l’occupazione. Il tasso di disoccupazione (misurato dalla frazione tra “disoccupati/occupati+persone in cerca di lavoro” moltiplicato 100) in Europa è elevato, attorno all’11- 12%. I dati però sono molto diversi tra i vari Paesi: si va da un tasso di disoccupazione attorno al 5-6% di Austria, Germania, Olanda e Danimarca (che si possono considerare in piena occupazione, perché è fisiologico che vi sia sempre una certa percentuale di disoccupati, dipendente dai cambi di lavoro e dalla gradualità dei nuovi ingressi sul lavoro), a quello italiano che è vicino alla media europea, mentre Spagna e Grecia sfiorano il 30%. Ancora più preoccupanti sono i dati europei sulla disoccupazione giovanile (relativa ai giovani tra 15 e 24 anni) ben superiore al 20% ed in Italia attorno al 40%. In realtà questa percentuale si riduce se si tiene conto che la maggior parte dei giovani tra i 15 e i 24 anni sono a scuola o all’università. In ogni caso sono ben note le difficoltà dell’inserimento occupazionale dei giovani sia sul versante della quantità di nuovi posti di lavoro che della qualità delle tipologie contrattuali. La situazione più negativa è quella dei numerosi NEET, acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training, giovani che non stanno ricevendo un’istruzione o una formazione, né hanno un impiego o svolgono altre attività produttive. Ma torniamo alla Germania, Paese con il suo 5% di disoccupati è ai minimi storici della sua disoccupazione. Dario Di Vico2 in un recente articolo sul “Corriere della Sera” spiega il nostro spread occupazionale rispetto alla Germania con tre punti di particolare debolezza dell’Italia: transizione scuola-lavoro farraginosa, tasso di occupazione femminile basso, part-time scarsamente diffuso. Molti commentatori segnalano il ruolo positivo avuto in Germania dalle recenti riforme del mercato del lavoro, realizzate con l’accordo dei sindacati e di tutte le forze politiche nel periodo del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, per ottenere forte condivisone dei lavoratori nelle scelte produttive delle aziende e maggiore flessibilità dei lavoratori. Quelle stesse riforme che molti organismi internazionali e molti esperti, anche se non tutti, auspicano per il nostro Paese. Un ulteriore problema segnalato da molti commentatori è che l’Italia è riuscita a tamponare la difficile situazione occupazionale con un uso massiccio della cassa integrazione, anche se nell’ultimo anno questa diga ha ceduto. L’ampio uso di questo strumento accentua il rischio che vi sarà una jobless recovery (ripresa senza creazione di nuovi posti di lavoro) quando, si spera prima che poi, riprenderà la crescita economica. Le imprese prima di assumere nuovi lavoratori rimetteranno all’opera i propri cassaintegrati o proporranno straordinari ai dipendenti. A risultati non così drammatici, ma analoghi, era già arrivato sul piano teorico ne2 Vedi l’articolo di Dario Di Vico All’estero i nuovi posti di lavoro. In Italia i giovani restano fuori sul “Corriere della Sera” del 6 maggio 2013: http://www.corriere.it/economia/13_maggio_06/di-vico-estero-nuovi-posti-i-giovani-restano-fuori_ b4f4eae2-b60c-11e2-9456-8f00d48981dc.shtml.

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

gli anni ’60 l’economista americano Arthur Melvin Okun, quando sulla base di evidenze statistiche piuttosto stabili (tanto che si parla di “legge di Okun”), determinò un rapporto di circa 2-3 ad 1 tra la produzione e l’occupazione: solo se il PIL ha un tasso di crescita del 2-3%, l’occupazione crescerà dell’1%. L’occupazione aumenta con la crescita del PIL, ma più lentamente.

IL CONTESTO E I PROTAGONISTI DELLO SCENARIO ECONOMICO

3. La caduta della domanda

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Il Rapporto della Commissione UE afferma che il calo della domanda ha avuto un forte ruolo nel determinare la recessione europea e italiana. Come si spiega questa affermazione? Le imprese private o pubbliche sarebbero indotte a produrre beni e servizi solo se i consumatori comprano i loro prodotti. Le imprese producono beni o servizi quando presumono che riusciranno a venderli, mentre quando temono che non riusciranno a smerciarli si asterranno dal produrli. Val la pena sottolineare che se la domanda “tira”, come dicono in gergo gli economisti, oltre alla produzione si generano nel circuito economico altri positivi effetti, come nuovi investimenti in impianti o macchinari, creazione di nuovi posti di lavoro, nuovi redditi e risparmi per gli operatori economici, innescando così un circolo virtuoso che alimenta il benessere della società. Ovviamente se la domanda crolla, tutto il sistema economico ne risente. La spesa pubblica anche in deficit rispetto alle entrate ha un ruolo cruciale nelle fasi di crisi, perché così essa supplisce la spesa dei privati per investimenti e consumi quando essi si rivelino insufficienti. Questa idea risale al rivoluzionario economista inglese John Maynard Keynes. La domanda di prodotti italiani proviene dall’interno del nostro Paese e dai mercati internazionali. La fenomenale cavalcata dei BRICS (acronimo che indica Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) dell’ultimo decennio ha creato condizioni di mercato positive per le imprese che hanno saputo proiettarsi oltre i confini nazionali, riuscendo a sostituire la debole domanda interna con quella dei Paesi BRICS o di altri Paesi in crescita. Ma la cavalcata sta rallentando. La crescita attorno all’8-10% del PIL nei BRICS non sono più garantite né si può sapere se essi fungeranno ancora da fattore di traino o almeno di stabilità all’economia globale. Una voce controcorrente sulle opportunità che si potrebbero aprire nello scenario del rallentamento dei BRICS è quella dell’economista Francesco Daveri3. In un intervento sul “Corriere della Sera”, egli afferma che una domanda globale (ad esempio di petrolio e altre materie prime) più debole contribuisce a tenere bassi i prezzi, ad abbassare le bollette energetiche e a frenare le speculazioni sulle materie prime. E soprattutto potrebbe favorire che i modelli di consumo dei Paesi occidentali si rivolgano di meno ai prodotti di basso prezzo/bassa qualità provenienti dai BRICS e di più ai prodotti europei 3 Vedi l’articolo di Francesco Daveri: Il resto del mondo sta rallentando. Così l’Europa può reagire e crescere apparso sul “Corriere della Sera” lo scorso 22 di agosto: http://archiviostorico.corriere. it/2013/agosto/22/Vantaggi_per_Europa_gli_altri_co_0_20130822_841e9a5a-0aec-11e3-aeb3bf40d81764b4.shtml.

od occidentali, che possano garantire una qualità migliore, beninteso a prezzi ragionevoli. Così l’Europa, dice l’articolo di Daveri, può reagire e tornare a crescere.

4. La produttività del lavoro cala Il titolo dell’articolo che stiamo analizzando è dedicato a un altro aspetto molto critico dell’economia italiana: la caduta della produttività. Cosa si intende per produttività? La produttività è il rapporto tra il risultato produttivo e le risorse che sono state necessarie per ottenerlo. Ad esempio si può dire che se un mobilificio in una giornata produce 100 sedie (produzione) con il contributo di 5 lavoratori (risorsa lavoro), la produttività di ciascun lavoratore è di 20 sedie. La produttività può essere valutata in tutte le attività umane, anche nello studio. Se per esempio ho studiato tre ore, quale livello di preparazione ho ottenuto? Potrebbe essere alto se mi sono impegnato con concentrazione, ma anche modesto se sono stato dispersivo sprecando il tempo a disposizione. I dati dell’Italia della produttività sono francamente scoraggianti, nel nostro Paese essa è scesa in modo significativo nel 2011 e nel 2012. Le cause di questa caduta sono sicuramente molteplici, dato che l’andamento della produttività è il risultato di tante condizioni che possono favorirla o danneggiarla: contano gli investimenti (in macchinari più moderni), l’innovazione (per introdurre nuovi prodotti o nuovi processi produttivi), le condizioni lavorative (per organizzare meglio il lavoro), il riconoscimento salariale (per premiare i lavoratori o i gruppi di lavoratori più produttivi), la qualificazione e le competenze dei lavoratori (ben preparati da scuole, centri di formazione e università). Se queste condizioni di contesto sono nel loro insieme negative, come sta accadendo nel nostro Paese, la produttività scenderà. La conseguenza più evidente della caduta della produttività è che si innalza il costo del lavoro per unità di prodotto (in gergo economico clup). Se poniamo che ognuno dei 5 lavoratori costi all’impresa 100 € al giorno, 100 sedie verranno a costare (relativamente all’importante componente del costo del lavoro) 500 € in totale e il clup di ogni sedia sarà dato da 500€/100 = 5 €, ciascuna sedia costerà all’impresa 5 €, costo al quale andranno aggiunti i costi delle altre risorse produttive e se il mercato lo consentirà un margine di profitto, determinando così il prezzo al quale il prodotto verrà immesso sul mercato. Ma se la produttività cala ad esempio del 10% ogni lavoratore invece di 100 sedie ne produce 90 e ciascuna sedia verrà a costare 500€/90 = 5,55 €. Con la pessima conseguenza che il mobilificio diventerà meno competitivo e i clienti si rivolgeranno ad altre aziende. Questo è quanto sta accadendo alla fabbrica Italia, dove l’ultima graduatoria internazionale sulla competitività (quella del World Economic Forum) colloca l’Italia al 49° posto, per di più perdendo sette posizioni dall’anno precedente. Da questo studio risulta che la causa principale del cattivo piazzamento dell’Italia è il rigido mercato del lavoro italiano, che si piazza tra gli ultimi al 137° posto!

5. Il risanamento dei conti pubblici è tema controverso La crisi ha avuto un’origine finanziaria e l’incidenza dello stress finanziario, dice il Rapporto della Commissione UE, è peggiorata in metà dei Paesi europei, e soprattutto in Italia. Ma il risanamento dei conti pubblici è in corso, 25 Paesi dell’UE su 27 hanno sottoscritto il Patto di bilancio europeo (detto Fiscal compact) che pone l’obbligo di inserire negli ordinamenti giuridici nazionali il rispetto del pareggio di bilancio. Il tema dell’au-

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

sterità è assai controverso e il Rapporto citato compie un esercizio di equilibrismo per valutarne gli effetti. Ma l’austerità, ci ricorda un editoriale di Luca Ricolfi sulla “Stampa”4, è semplicemente un regime di correzione e di ritorno all’equilibrio dei deficit dei conti pubblici, che può avere varianti assai diverse: quella “statalista” (tale è stata, dice Ricolfi, quella del governo Monti), basata su aumento delle tasse e introduzione di ulteriori controlli sull’economia e quella “liberale” (strenuamente difesa ad esempio dall’economista Alberto Alesina), basata su riduzione della spesa pubblica e liberalizzazioni dei mercati. Questa seconda variante non è mai stata sperimentata in Italia e per Ricolfi la questione vera del nostro Paese non è austerità-sì, austerità-no, bensì con quali politiche l’Italia possa tornare a crescere.

sistema economico. Gli economisti classici e neo-classici alla Adam Smith ritengono che tutto dipenda dalla produzione, i neoricardiani e sraffiani affidano il ruolo centrale alla distribuzione del reddito, mentre quelli di scuola keynesiana alla spesa (o domanda). Il ragionamento appena descritto è cruciale per ogni provvedimento economico: gli interventi per affrontare i momenti critici dell’economia saranno assai diversi a seconda di quale idea si abbia del funzionamento del circuito economico. Un keynesiano riterrà prioritario aumentare la spesa pubblica, e non importa che essa sia in deficit rispetto alle entrate; un economista vicino alle idee di Adam Smith chiederà che le imprese siano il più possibile lasciate libere di fare il loro mestiere di produrre beni e servizi; un neoricardiano cercherà di modificare la distribuzione del reddito per rendere l’economia più dinamica.

SCHEMA A

Traccia per l’attività in classe

Adam Smith

IL CONTESTO E I PROTAGONISTI DELLO SCENARIO ECONOMICO

cercare delle risposte non convenzionali alle difficoltà dell’economia italiana, utilizzando anche altri materiali giornalistici. Di seguito presentiamo tre spunti di riflessione con relative domande da porre agli studenti.

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1. Una rappresentazione del sistema economico Abbiamo già introdotta l’idea che l’economia sia guidata dalla spesa o domanda di beni e servizi, idea risalente agli studi elaborati nella prima metà del secolo scorso da John Maynard Keynes. Altre scuole di pensiero economico danno però spiegazioni differenti dell’insieme delle relazioni del circuito economico. Le idee contenute nell’opera fondamentale di Adam Smith (La ricchezza delle nazioni del 1776) sono ritornate in auge nella seconda metà dello scorso secolo con la supply side economics, ovvero “economia dal lato dell’offerta”: in questa concezione l’elemento che muove il sistema economico è la produzione delle imprese, solo se esse producono beni e servizi si generano redditi, posti di lavoro, nuovi investimenti, risparmi e consumi, che finalmente andranno ad assorbire i beni e servizi prodotti. Ancora diversa è la concezione economica che risale a David Ricardo, con l’importante contributo a questa impostazione nello scorso secolo dell’economista italiano Piero Sraffa. Il punto iniziale del circuito economico è la distribuzione del reddito tra imprenditori, proprietari di capitali, lavoratori, proprietari di terreni e di immobili: in base alla distribuzione del reddito seguiranno gli atti di spesa e di produzione. Le tre diverse concezioni del circuito dell’economia possono essere rappresentate dallo Schema A che collega a catena le tre sfere economiche fondamentali: produzione, distribuzione del reddito, spesa. Le teorie economiche si dividono radicalmente su quale sfera costituisca il motore della crescita del 4 Vedi l’editoriale di Luca Ricolfi sulla “Stampa” dello scorso 7 luglio La trappola dell’austerità all’italiana: http://www.lastampa.it/2013/07/07/cultura/opinioni/editoriali/la-trappola-dellausteritallitaliana-U42tBNlPpn4e6roHrL789L/pagina.html.

PRODUZIONE David Ricardo

John M. Keynes

SPESA

REDDITO

Riassumi i meccanismi del sistema economico nelle tre diverse concezioni fondamentali. ……………………………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………….....................................……....................... ..............…….....................................……………………………………………………………………… ………………………………….………………………………….…………………………………................. ..............................…………………………………………………………………………………………….. Spiega in modo motivato quale di esse ti pare più convincente. Esponi almeno un provvedimento che ti appare importante nell’attuale crisi economica in base alla concezione che condividi. ……………………………………………………………………………………………………………………… ………………………………………………………………..……………………………………………………. .……………………………………………………..……………………………………………………………… ……………………………......…………………....................................……………………………………

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2. L’Agenzia rivolta ad Oriente per i ragazzi senza lavoro

3. Il nostro stile di vita è ancora sostenibile?

In un articolo di Marco Madonia, uscito nell’edizione bolognese del “Corriere della Sera” , viene presentata l’idea del manager emiliano Alberto Forchielli di creare un’Agenzia che collochi giovani italiani nei Paesi dell’Asia, disposti quindi a mettersi radicalmente in gioco. Forchielli ritiene la situazione per il lavoro dei giovani italiani irrimediabilmente compromessa. Egli infatti afferma che l’obiettivo dell’Agenzia è creare «una sorta di Arca di Noè che possa salvare una generazione di disoccupati per portarli in salvo in mercati più promettenti. Bisogna dire la verità e smetterla di raccontare delle favole. Non c’è futuro per i giovani in questo Paese quindi tanto vale andare da un’altra parte». I mercati asiatici sono ritenuti molto promettenti e quindi bisognosi di molte professionalità per occupazioni qualificate nei più diversi campi. L’idea di Forchielli ha ottenuto l’apprezzamento dell’ex-presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha però sottolineato che il processo dovrà essere di andata all’estero e di ritorno in Italia e non di allontanamento definitivo dal nostro Paese.

IL CONTESTO E I PROTAGONISTI DELLO SCENARIO ECONOMICO

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Proviamo a valutare le affermazioni contenute nell’articolo citato, rispondendo alle seguenti domande. Te la sentiresti di emigrare in lontani paesi asiatici, con lingua, religione, cultura e costumi assai diversi dai nostri? Non è un salto nel vuoto? ………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………............... ................................................................................……………………………… …………………………...…………………......…………………………………………… ………………………………………………………………………………………............. Quali potrebbero essere le maggiori difficoltà e quali le maggiori soddisfazioni di un’esperienza del genere? ………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………..………… ………………………………………….............................………………………..…… …………………..……….…………………......……………………………………………. …………………..……….…………………......…………………………………………….

5 Vedi l’articolo di Marco Madonia L’agenzia rivolta a Oriente per i ragazzi senza lavoro, apparso sull’edizione bolognese del “Corriere della Sera” lo scorso 23 agosto: https://www.google.it/#q=a genzia+rivolta+a+oriente+corriere+della+sera.

Ma l’alta disoccupazione europea ha forse a che fare con il nostro stile di vita? Danilo Taino6 in un articolo sul “Corriere della Sera” propende a dare una risposta positiva al quesito, portando una serie di dati e motivazioni. I cittadini europei dedicano al lavoro una parte minore del loro tempo rispetto a quella degli americani e al contrario un tempo maggiore al tempo libero e alle vacanze. «Piacere contro dollari – afferma Taino –, amore per la vita da caffè contro puritanesimo. O, se non si vuole la spiegazione culturale, sono le tasse più alte in Europa che rendono meno vantaggioso lavorare troppo … Il resto del mondo – conclude Taino - ci chiede se sono vacanze o è disoccupazione.» In che modo la cultura e i comportamenti possono influenzare il lavoro e la disoccupazione? ……………………………………………………………………………………………………………………… ………………………………………………………………..……………….............................................. ……………………………………………………………………………………………………………………… ………………………………………………………………..…………………………….............................. Qual è la tua idea del rapporto tra lavoro e tempo libero? Condividi le affermazioni di Taino? ……………………………………………………………………………………………………………………… ………………………………………………………………..……………………………………………………. ................................................................................................................................................ ……………………………………………………………………………………………………………………… ………………………………………………………………..…………………………………………………….

TAGS LA CATENA DELLE PAROLE CHIAVE

Recessione Crescita economica PIL Occupazione e tasso di disoccupazione Domanda BRICS Produttività Clup Fiscal compact Austerità

LINKS SITI E INFO PER APPROFONDIRE

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www.bancaditalia.it www.istat.it/it/informazioni/per-studenti-e-docenti http://it.wikipedia.org/wiki/John_Maynard_Keynes http://it.wikipedia.org/wiki/David_Ricardo http://it.wikipedia.org/wiki/Adam_Smith www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/ www.oecd.org/ http://europa.eu/index_it.htm

6 Vedi l’articolo sul “Corriere della Sera” del 13 maggio scorso di Danilo Taino Il nostro tempo libero, da ozio a disoccupazione: http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_18/taino-nostro-tempo-libero-ozio-disoccupazione_6f2f96aa-bf7c-11e28488-31b62b590305.shtml.

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FAQ

DOMANDE E RISPOSTE

1. La recessione economica sta terminando? Qual è la situazione in Italia?

IL CONTESTO E I PROTAGONISTI DELLO SCENARIO ECONOMICO

Gli ultimi dati economici sul PIL, disponibili nel momento in cui scriviamo, dicono che la recessione (che accade quando due successivi trimestri presentano valori negativi del tasso di crescita del PIL) internazionale sta terminando e che quindi i tassi di crescita del PIL stanno tornando ad assumere valori positivi. Il nostro Paese, unico del gruppo dei grandi Paesi industrializzati, appare però ancora essere in recessione. Il PIL, Prodotto Interno Lordo, indica il valore della produzione dei beni e servizi finali e benché non contenga altri aspetti sulla qualità della vita è certamente un indice sensibile del benessere di un Paese. La situazione in Italia risulta di maggiore debolezza perché una serie di riforme e di adattamenti culturali e sociali alle mutate condizioni competitive dell’economia internazionale, relative al mercato del lavoro, alla scuola, all’equilibrio finanziario nei conti pubblici non sono state realizzate o sono state realizzate parzialmente e in modo inefficace.

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2. Perché la caduta della produttività in Italia comporta delle conseguenze assai negative?

La produttività misura il rapporto tra i risultati ottenuti e i fattori produttivi impiegati per ottenere quei risultati. È un indicatore importantissimo di quanto rende uno sforzo e può essere applicato nelle analisi di molte attività umane. Nel campo dell’economia la produttività è determinata da un insieme numeroso di fattori (investimenti, innovazioni, organizzazione del lavoro, retribuzioni, competenze professionali ed umane dei dipendenti) che possono rendere più o meno produttivo il lavoro e i fattori produttivi. In Italia si è assistito purtroppo ad una caduta a picco della produttività del lavoro dal 2009 in poi. La caduta della produttività è assai negativa perché non solo indica cattivo uso delle risorse, ma anche perché rende più costose le produzioni, dato che aumenta il costo del lavoro per ogni prodotto realizzato. Cadendo la produttività i prodotti aumentano di prezzo e peggiora la competitività di un’economia, se messa a confronto con quella di Paesi dove la produttività cresce. I compratori si rivolgono verso le economie più produttive e più competitive.

3. Non vi è alcun rimedio all’alta disoccupazione esistente in molti Paesi europei?

La disoccupazione in Europa è attorno al 12% della forza lavoro. Essa è a macchie di leopardo, con dati che oscillano dal 5% (Germania) a quasi il 30% (Spagna e Grecia). Il dato italiano, attorno alla media europea, è però peggiorato velocemente negli ultimi anni. Non appare quindi un’evidente relazione tra l’adottare le politiche europee di ritorno agli equilibri di bilancio (politiche di austerità con il fiscal compact) e un’alta disoccupazione. Le politiche di risanamento finanziario possono essere perseguite con vie molto diverse se non antitetiche, ad esempio con l’aumento delle tasse e delle regolamentazioni oppure con la riduzione delle spese e con le liberalizzazioni. Appaiono influenzare i tassi di disoccupazione europei anche aspetti culturali e di stili di vita, laddove in Europa spesso si è preferito pensione precoce e disponibilità di tempo libero ad un maggior impegno nel campo del lavoro, rispetto alle scelte di altri grandi Paesi ed aree del mondo. Per i giovani sono oggi molte le difficoltà, si prospetta utile pensare al lavoro in un’ottica globale, provando a sperimentare le proprie competenze professionali in altre aree del mondo.

Test FINALE 1. Cos’è il tasso di disoccupazione. a. E’ un tasso che indica quanto vengono remunerati i soldi di coloro che hanno perso il lavoro b. È il rapporto tra persone disoccupate e la somma tra persone occupate e quelle in cerca di lavoro moltiplicato per cento c. Misura in percentuale durante il quale un lavoratore è attivo durante una giornata d. E’ una tipicità tutta italiana 2. Il circuito economico nella concezione keynesiana vede come parametro indispensabile nei momenti di crisi: a. i risparmi b. gli investimenti delle imprese c. i profitti d. la spesa pubblica in deficit 3. La produttività è un fattore cruciale per la competitività di un sistema economico, perché essa a. fa aumentare i profitti delle imprese b. riduce i costi di produzione c. fa aumentare le importazioni d. fa aumentare la spesa pubblica 4. La produttività del lavoro a. È in continua ascesa in Italia negli ultimi anni b. fa diminuire le tasse c. è data dal rapporto tra l’ammontare complessivo della produzione realizzata e la quantità di lavoro impiegata d. misura quanto vengono fatti lavorare i dipendenti di una azienda 5. la disoccupazione in Italia ai massimi, in Germania ai minimi, perché? a. L’economia della Germania non è stata influenzata dalla crisi economica b. transizione scuola-lavoro farraginosa, tasso di occupazione femminile basso, part-time scarsamente diffuso c. in Italia mancano le attività produttive in grado di creare lavoro d. l’Italia è tecnologicamente avanzata e riesce a produrre con minore forza lavoro

Soluzioni : 1b. - 2d. - 3b. - 4c. - 5b.

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IL MERCATO DEL LAVORO ED IL RUOLO DELL’INNOVAZIONE E DELL’INVESTIMENTO IN PERSONE E CONOSCENZA di Roberto Fini

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L’articolo 28 Giugno 2013

POCHI INVESTIMENTI SU PERSONE E CONOSCENZA. ECCO IL VERO FRENO A UNA RIPRESA SOSTENIBILE. di Danilo Taino

L’idea, molto amata in Italia, che la crisi si possa superare semplicemente spendendo di più esce ridimensionata da uno studio della società di consulenza McKinsey, preparato per i vertici dei Paesi del G8, che sarà pubblicato oggi a livello internazionale. Quello che conta veramente, stabilisce l’analisi basata su nuovi sistemi di misurazione, è avere le condizioni affinché si mobiliti una quantità elevata di cosiddetto «capitale di innovazione»: tra il 1995 e il 2007, infatti, esso è stato responsabile del 53% della crescita della produttività del lavoro nei 16 Paesi presi in considerazione dallo studio. Il problema dell’Italia è che questo innovation capital ha pesato, dal 1995 in poi, solo per il 25% del prodotto interno lordo: poco più del 23% della Russia ma meno di tutti gli altri Paesi, per esempio la Germania con il 34%, la Francia con il 35, la Gran Bretagna con il 40, gli Stati Uniti con il 51%. «L’Italia è un Paese che non investe nel futuro», sostiene Leonardo Totaro, managing director di McKinsey per i Paesi del Mediterraneo. Per colmare il differenziale, occorrono riforme profonde. Sono tre le grandi aree che vanno a comporre il capitale di innovazione. Quello fisico che rappresenta il 16% del complesso degli investimenti in innovazione: si tratta di denaro pubblico e privato destinato a infrastrutture di alta tecnologia. Il capitale di conoscenza, che pesa per il 60% del totale: ricerca e sviluppo, software e database, esplorazioni minerarie, intrattenimento, architettura e design, ricerca in pubblicità e marketing, innovazione finanziaria, venture capital. Infine, il capitale umano, pari al 24% dell’innovazione: istruzione universitaria, training e formazione d’impresa, investimenti per migliorare le organizzazioni. Questo complesso di denaro destinato all’innovazione e all’economia intangibile ha una dimensione di 14 mila miliardi di dollari nei 16 Paesi analizzati: è il 42% dei loro Pil e dal 1995 è cresciuto del 4,6% l’anno. Dei tre tipi di capitale di innovazione, quello che dà i ritorni maggiori, le imprese italiane farebbero bene a prenderne nota, è il terzo, il capitale umano: un ritorno del 40% superiore a quello del capitale di conoscenza. «Gran parte delle politiche attuali, dice Totaro, è pensata per un mondo in cui il capitale fisico è preponderante. In realtà, nelle economie moderne, è cresciuto in misura esponenziale il ruolo degli attivi intangibili. Sono queste le aree di crescita ed è in questa direzione che vanno redistribuite le risorse». Serve creare le condizioni affinché i capitali vadano verso quei settori e business dove l’economia «ha il turbo» e corre. «Le scommesse, sostiene il capo italiano della McKinsey, si fanno su settori, prodotti e geografie che crescono: è più importante questo che essere bravi in

un settore che non cresce». L’avere investito poco in innovation capital ha significato per l’Italia aumentare la produttività dello 0,5% l’anno tra il 1995 e il 2007, contro l’1,7% della Germania, l’1,8% della Francia, il 2,8% di Gran Bretagna e Stati Uniti. I gap maggiori, dice la ricerca, sono la scarsa digitalizzazione del Paese, l’insufficiente istruzione di qualità e il basso investimento in ricerca e sviluppo dovuto in buona misura alle scarse dimensioni delle imprese italiane. «Alla nostra economia, commenta Totaro, non serve si diano pesci, occorre insegnarle a pescare, metterla in condizioni di fare ricerca». Secondo McKinsey, dunque, l’Italia dovrebbe avviare riforme radicali ma non impossibili. Abbattere le barriere agli investimenti, aumentare gli incentivi alla ricerca, creare sistemi di protezione dei diritti di proprietà intellettuale per dare efficienza e garanzie ai brevetti. Poi, incoraggiare l’imprenditorialità semplificando la burocrazia e facilitando l’accesso al capitale; favorire la diffusione dei talenti attraverso la mobilità lavorativa, l’omogeneizzazione delle normative sul lavoro e il bilanciamento delle competenze tra domanda e offerta; favorire la collaborazione tra imprese, università, amministrazione pubblica. Lo Stato, infine, può svolgere un ruolo importante adottando tecnologie avanzate alle quali il settore privato dovrebbe poi adeguarsi. Il denaro a pioggia è sprecato.

Appunti

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IL MERCATO DEL LAVORO ED IL RUOLO DELL’INNOVAZIONE E DELL’INVESTIMENTO IN PERSONE E CONOSCENZA

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La scheda di Roberto Fini

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO La Highway (o Route) 66 attraversa gran parte degli USA, da Chicago (Illinois) a Santa Monica (California). Fino agli anni Cinquanta, la 66 rappresentò una delle spine dorsali del Paese, permettendo lo spostamento di merci e persone da Est ad Ovest e viceversa. Poi la sua importanza declinò. La 66 rappresenta anche un pezzo importante della storia popolare americana: John Steinbeck vi ambientò gran parte della narrazione di Furore, il romanzo nel quale raccontava la vicenda di una famiglia in viaggio dall’Oklahoma verso la California durante la Grande Depressione degli anni Trenta. Nel romanzo, che vinse il premio Pulitzer, Steinbeck descrive la fila interminabile di vecchie auto, cariche all’inverosimile di gente e di povere masserizie, in marcia sulla Highway 66 verso la California, che, per la gente ridotta sul lastrico dagli eventi successivi al Ventinove, rappresentava un nuovo Eldorado, un miraggio che avrebbe ridato loro speranza e una parvenza di benessere. La crisi esplosa nel 2007 negli USA e in Europa viene spesso paragonata, non senza qualche ragione, alla Grande Depressione degli anni Trenta: una crisi che, innescatasi nei mercati finanziari, si è ben presto estesa all’economia reale, generando significative riduzioni dei redditi e, soprattutto, un forte aumento della disoccupazione. Per fortuna, abbiamo tratto qualche insegnamento dal disastro degli anni Trenta: sebbene con modalità diverse a seconda del Paese, quasi dappertutto esistono strumenti che consentono di ridurre l’impatto socio-economico di drammatici fenomeni quali la disoccupazione (sussidi contro la disoccupazione, ecc.). Avere a disposizione adeguati strumenti per permettere ad un sistema economico di superare senza troppi danni traumi sfavorevoli, evitando di abbandonare al loro destino i soggetti più deboli, rappresenta probabilmente una delle grandi conquiste sociali del Novecento. E per quanto si discuta sulle compatibilità economiche di un esteso sistema di welfare, nessuno ne mette in dubbio l’esistenza e la positività. Il punto è che questo tipo di interventi sono in genere molto costosi e possono essere sopportati da uno Stato solo se la loro necessità non si prolunga troppo nel tempo e/o non interessano un numero troppo elevato di soggetti: funzionano abbastanza bene quando si tratta di affrontare crisi congiunturali o quando gli interventi sono destinati ad una platea di soggetti non troppo vasta. Quando invece la situazione negativa ha un carattere strutturale, allora è come dare un antipiretico a chi ha la polmonite: la febbre può anche abbassarsi, ma per curare la malattia ci vuole ben altro. La metafora ha a che fare con le cause strutturali della disoccupazione: la crisi ha certamente drammatizzato una situazione occupazionale che, in Italia più che altrove, ha sempre visto la presenza di uno “zoccolo duro” di disoccupati che il mercato del lavoro

non riesce ad assorbire. In molti casi si tratta di disoccupati di “lungo periodo”, destinati a restare fuori dal mercato del lavoro in modo stabile. Poi vi sono i “disoccupati scoraggiati”: persone, in particolare molte donne, che non figurano fra i disoccupati semplicemente perché dichiarano di non cercare attivamente lavoro. Si tratta di persone in età di lavoro che hanno smesso di cercarlo o non hanno mai neppure iniziato la ricerca. In entrambi i casi sono risorse umane di cui la società non si avvale. Negli ultimi anni è emersa una nuova categoria sociale, i NEET (Not in Education, Employment or Training): giovani che non lavorano, ma neppure studiano, né frequentano corsi di formazione o altre iniziative che permetterebbe loro di inserirsi sul mercato del lavoro. E le cifre sono da questo punto di vista preoccupanti. Si dirà: d’accordo, la disoccupazione è un dramma, e lo è ancora di più se riguarda i giovani, ma se il mercato del lavoro non assorbe la forza-lavoro che cosa si può fare? Se le imprese non vendono, non producono, e se non producono non assumono lavoratori, o addirittura licenziano quelli già occupati. È ovviamente vero: se non vi è domanda, l’offerta si contrae e il mercato del lavoro immediatamente ne risente. Non piace a nessuno, ma il mercato funziona così, e pretendere che un imprenditore non licenzi quando non vende quello che produce significa condannarlo al fallimento. Sarebbe un grave errore se si considerasse l’attuale livello di disoccupazione come un evento congiunturale, come il tributo da pagare alla crisi: “state tranquilli, finita la crisi le imprese torneranno ad assumere e gran parte della disoccupazione verrà riassorbita in modo naturale”. Non succederà, purtroppo: certamente una quota di disoccupati verrà riassunta dalle imprese, ma probabilmente molti resteranno fuori dal mercato del lavoro. Inoltre c’è da fare i conti con i tempi di riassorbimento della forza-lavoro: nel lungo periodo i livelli di disoccupazione si dovrebbero ridurre, ma le persone hanno bisogno di mangiare tutti i giorni1. Inoltre la crisi ha coinciso con il processo di ristrutturazione globale dei sistemi economici: fino ad un paio di decenni fa, gli USA e gran parte dell’Europa erano le più grandi aree manifatturiere del pianeta. La geografia della produzione e, correlativamente, quella del lavoro sono profondamente cambiate: oggi le grandi aree manifatturiere sono localizzate in Cina, India, Brasile, in alcuni Paesi del Nord-Africa, nel Sud-Est asiatico. Le grandi metropoli industriali non sono più Chicago, Pittsburgh, Milano, Torino o Marghera, ma Shanghai, Mumbai, Belo Horizonte2. Ci dobbiamo attendere un definitivo declino dell’Europa e degli USA? Certamente il mondo non è più quello cui siamo abituati, ma non è detto che le cose debbano necessariamente andare nel modo peggiore. Ma è necessario non essere “nostalgici” e cercare una via per tornare ad essere grandi potenze manifatturiere: da questo punto di vista non c’è alcuna possibilità di competere con i nuovi giganti globali. L’articolo che qui commentiamo fa riferimento ad un rapporto di recente pubblicato dalla società internazionale di consulenza McKinsey: la strada per evitare il declino non è quella di spendere di più per combattere gli effetti peggiori della crisi, ma di mobilitare risorse in modo da produrre una gande quantità di innovation capital, “capitale di innovazione”. Le voci che compongono il capitale di innovazione sono in parte legate ad infrastrutture fisiche come la banda larga e altri investimenti ad alta tecnologia, ma soprattutto sono legate alla “ricerca & sviluppo”, alla creazione di software, al design. Poi c’è il grande tema del capitale umano, 1 Una volta l’economista inglese J.M. Keynes, ironizzando sull’abitudine dei suoi colleghi a ragionare sul lungo periodo fece notare che «nel lungo periodo saremo tutti morti». Mentre, aggiungiamo noi, nel breve periodo siamo tutti vivi… 2 Metropoli che fanno tutte parte dei Paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina).

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anche questo particolarmente importante: istruzione universitaria, sistemi di istruzione e formazione di qualità collegati alle esigenze della società e dell’economia. In particolare il capitale umano è la componente del capitale di innovazione che garantisce i migliori rendimenti nel medio-lungo periodo, ma in generale investire nel capitale di innovazione consente un considerevole aumento della produttività. Al contrario, investirvi poco, come purtroppo ha finora fatto l’Italia, significa condannarsi a bassi livelli di produttività e, in definitiva, rischiare di uscire dal segmento dei Paesi “forti”. Certamente, imboccare la strada dell’innovazione non è facile. Ed è costoso. Ma insistere a rattoppare un’economia manifatturiera che non è in grado di competere con i nuovi giganti industriali è altrettanto costoso3. E per di più non ha alcuna speranza di successo. Anche se si invertisse il basso livello di produttività di una parte consistente dei settori manifatturieri, non si avrebbero risultati apprezzabili: come viene detto nell’articolo, non serve «esseri bravi in un settore che non cresce». Investire in settori ad alta intensità di capitale di innovazione significa creare occupazione in modo diretto in tali settori, ma comporta anche vantaggi indiretti consistenti: secondo l’esperienza di quelle aree che hanno da tempo imboccato questa strada, si pensi a Londra, alla Silicon Valley, a Wellington solo per citarne alcune, ogni posto di lavoro creato nell’area del capitale di innovazione ne genera cinque in settori diversi. I servizi alle imprese e alle persone, quali il settore immobiliare, la ristorazione, l’elettronica di consumo, il fitness, vengono direttamente coinvolti nella crescita: chi è coinvolto in attività legate al capitale di innovazione è in genere giovane, spesso si trasferisce da altre aree, ha un reddito mediamente più elevato e cerca un’alta qualità della vita. Ovviamente, poi, crescono anche settori tradizionali: imprese di pulizie, di facchinaggio, di giardinaggio e di arredo urbano crescerebbero in modo notevole. Negli anni Trenta il miraggio dei tanti poveracci che dagli Stati poveri si spostavano lungo la Highway 66 era costituito dalle grandi coltivazioni di aranceti californiani che avrebbero permesso loro un lavoro faticoso ma sicuro. Come è possibile dare speranze agli attuali disoccupati? Come è possibile garantire un futuro ragionevolmente certo ai milioni di giovani diplomati e laureati che, oggi per la prima volta da decenni, hanno speranze di reddito e di lavoro peggiori di quelle dei loro padri? Non occorre essere grandi economisti per intuire che si tratta di un programma dalle grandi difficoltà realizzative. Ma occorre partire da una considerazione: spendere di più in settori obsoleti non serve e crea solo illusioni. Cominciare, con gradualità, ad investire in settori “nuovi” ad alta intensità di capitale di innovazione è la strada da percorrere se non si vuole correre il rischio del definitivo declino economico: non è facile, ma non è neppure un’impresa disperata. 3 Significativamente negli USA è stato coniato il termine rust belt, “fascia della ruggine”, per indicare quella vasta area del Nord-Est del Paese (Michigan, Illinois, Wisconsin, ma anche New York) fino agli anni settanta denominata manifacturing belt, “fascia della manifattura”. Oggi molte di quelle imprese che facevano la ricchezza dell’area sono chiuse o si sono trasferite e gli impianti produttivi arrugginiscono…

Traccia per l’attività in classe Il tema proposto nell’articolo è particolarmente delicato: argomenti come la disoccupazione, la crisi, le difficoltà economiche che famiglie ed imprese stanno vivendo toccano purtroppo l’esperienza diretta di molti. Nonostante questo non possono essere rimossi, ma anzi vanno affrontati in modo deciso. Dal punto di vista didattico vi sono alcuni percorsi che è possibile proporre agli studenti perché si rendano parte attiva, affrontando i problemi sollevati dall’articolo con la consapevolezza necessaria: 1. verificare statisticamente le dimensioni e le caratteristiche quantitative della crisi: PIL, tasso di disoccupazione, livelli di produttività; sui siti indicati nell’apposita sezione è possibile recuperare moltissimi dati interessanti e modificarli con le più elementari funzioni di Excel; 2. sulla qualità del capitale umano, che il rapporto McKinsey considera la chiave di volta del capitale di innovazione, a partire dal sito dell’OECD, si possono rintracciare i dati relativi al PISA (Programme for International Student Assessment) e verificare le competenze che i sistemi scolastici di ciascun Paese consentono di raggiungere; si potrebbe verificare la posizione dell’Italia in confronto con altri singoli Paesi o con i dati medi; 3. una discussione sulle aspettative degli studenti riguardo al loro futuro di vita e di lavoro e sugli atteggiamenti che essi ritengono più adeguati per la loro crescita umana e professionale potrebbe prendere le mosse dai settori e posizioni occupazionali nei quali aspirano ad entrare una volta concluso il loro percorso scolastico o accademico; 4. la crisi del Ventinove e la Grande Depressione degli anni Trenta rappresentano un tema particolarmente interessante da sviluppare, specie se viene coordinato con le tematiche del periodo affrontate nel corso di Storia; da questo punto di vista la bibliografia è vastissima, ma la lettura del già citato romanzo di Steinbeck, che non a caso vinse un prestigioso premio giornalistico, senza dubbio appassionerà gli studenti. Inoltre esiste di Furore un’importante versione cinematografica facilmente rintracciabile: il film è datato nella recitazione, ma ugualmente molto bello.

TAGS LA CATENA DELLE PAROLE CHIAVE

Capitale di innovazione Capitale umano Disoccupazione congiunturale Disoccupazione strutturale NEET Rust Belt Welfare

LINKS SITI E INFO PER APPROFONDIRE

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www.imf.orgsito del Fondo Monetario www.oecd.org http://epp.eurostat.ec.europa.eu www.istat.it www.mckinsey.it

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IL MERCATO DEL LAVORO ED IL RUOLO DELL’INNOVAZIONE E DELL’INVESTIMENTO IN PERSONE E CONOSCENZA 60

FAQ

DOMANDE E RISPOSTE

1. Che cosa si intende per capitale umano?

Il concetto di capitale umano è stato introdotto nella teoria economica dagli economisti americani T.W. Shultz e G. Becker, entrambi premi Nobel per l’economia. In realtà, il concetto era già presente da molto tempo nei ragionamenti economici: lo stesso A. Smith ne faceva scorgere l’importanza per la ricchezza delle nazioni. Per capitale umano si intende l’insieme delle capacità, delle competenze, delle conoscenze, delle abilità professionali e relazionali di cui è dotato un individuo, acquisite sia attraverso l’istruzione scolastica, ma anche attraverso l’apprendimento sul posto di lavoro. In base ad una tale generica definizione, si comprende come il capitale umano è intrinsecamente collegato all’individuo e lo si può trasferire solo in minima parte.

2. Che natura ha la disoccupazione attuale?

È piuttosto difficile analizzare un fenomeno complesso come la disoccupazione considerandone le cause. Certamente una parte dei disoccupati attuali rappresenta la conseguenza della crisi che da alcuni anni sta caratterizzando le economie di quasi tutto il mondo. Si può dunque parlare di disoccupazione congiunturale. Quando però il numero di disoccupati raggiunge svariati milioni di individui, come accade in molti Paesi, allora è ben difficile ridurre tutto alla semplice congiuntura negativa. D’altra parte, c’è da chiedersi, una volta conclusosi il ciclo negativo, quanta parte dei lavoratori attualmente senza lavoro potranno essere riassorbiti dal mercato del lavoro. È dunque opportuno sottolineare come una quota consistente dei senza lavoro sia da ascrivere al fenomeno della disoccupazione strutturale, cioè l’effetto di una modificazione globale delle attività produttive, con rilevanti effetti nella geografia mondiale del lavoro ed un deciso spostamento di peso socio-economico verso le economie emergenti, come nel caso dei Paesi del BRIC.

3. Che cosa sono i NEET? Con l’acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training) si intende indicare la quota di popolazione di età compresa fra i 15 e i 29 anni che non è né occupata, né inserita in un percorso di studi o di formazione professionale. Si tratta di un concetto nuovo nelle statistiche del mercato del lavoro, che ha assunto notevole importanza e risonanza negli ultimi anni a seguito della crisi economica. In effetti la crisi sembra essersi “scaricata” in misura pesante sulle categorie più deboli del mercato del lavoro, fra cui i giovani. Ma si tratta anche di un fenomeno di natura sociale: la mancanza di alternative credibili al lavoro, di percorsi formativi efficaci, di un sistema scolastico che consenta una preparazione adeguata all’economia globale, sono tutti elementi che riducono le possibilità di far fronte alla crisi del mercato del lavoro e al maggior rischio disoccupazionale.

Test FINALE 1. Che cosa si intende per innovation capital? a. la dotazione di capitale umano che caratterizza ogni individuo e che varia con il suo grado di istruzione b. le voci legate ad infrastrutture fisiche come la banda larga e ad altri investimenti ad alta tecnologia, alla “ricerca & sviluppo”, alla creazione di software, al design c. il ruolo assegnato nei sistemi economici al trasferimento di competenze da un individuo ad un altro d. l’innovazione di processo che caratterizza le imprese che vogliono ampliare la loro presenza sul mercato 2. Che cos’è il welfare? a. si tratta delle condizioni di vita particolarmente piacevoli delle classi agiate b. è un modo diverso di classificare quelle situazioni in cui il mercato non è in grado di assicurare la massima efficienza c. è il sistema sociale nel quale lo Stato garantisce a tutti i cittadini un livello minimo di reddito e l’accesso gratuito o semi-gratuito a servizi considerati essenziali d. con il termine si fa riferimento allo stato di salute di una persona 3. Che cosa si intende per BRIC? a. le aree più depresse degli USA b. i Paesi considerati come emergenti dal punto di vista della produzione c. i Paesi del Nord-Africa d. è un acronimo che si riferisce alle province di Bergamo, Rovigo, Imperia, Como, in quanto tutte situate nel Nord-Italia 4. Che cos’è la disoccupazione strutturale? a. quella causata dalla caratteristica della forza lavoro di non essere adeguata alle richieste del mercato del lavoro b. quella parte di disoccupazione legata al ciclo negativo dell’economia c. quella quota di disoccupati che non hanno istruzione d. quella che riguarda i NEET 5. Che cosa si intende per depressione economica? a. la situazione psicologica di una persona in difficoltà economiche b. la conseguenza dell’eccessivo peso delle imposte c. la bassa dotazione di capitale umano d. il perdurare di una situazione economica negativa di un Paese o di un’area Soluzioni : 1b. - 2c. - 3b. - 4a. - 5b.

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MERCATO DEL LAVORO: IL DIFFICILE INCONTRO TRA DOMANDA E OFFERTA di Federico Cartei

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L’articolo 8 Ottobre 2013

22 Novembre 2013

LA <<FORMAZIONE CONTINUA>> IMPOSSIBILE

GLI INTROVABILI: 47 MILA POSTI <<NON OCCUPATI>> Dai programmatori ai disegnatori tecnici, dagli educatori ai cuochi: figure richiestissime ma difficili da reperire

È uno dei paradossi della crisi economica, un circolo vizioso che allarga sempre di più la forbice tra quanti sono dentro il sistema e quanti ne sono ai margini. In molti Paesi la scuola non arriva a educare decentemente una parte consistente della popolazione, come dimostrano i dati dell’Ocse, e il mercato del lavoro - che un tempo poteva svolgere una funzione suppletiva - si restringe, lasciando fuori migliaia di persone e privandole di quella «formazione continua» che in molti casi era un’alternativa all’educazione superiore.

Esperti di software e gestione aziendale, analisti programmatori, sviluppatori, disegnatori tecnici, assistenti socio-sanitari. Ma anche progettisti meccanici, educatori e cuochi. Figure professionali che un lavoro lo troverebbero in un istante. Se solo si trovassero, in Italia. È l’esercito degli «introvabili». Giovani con profili così tanto richiesti che le offerte delle aziende non ricevono una risposta. Perché, dall’altra parte, non sempre c’è qualcuno. Fatti i calcoli si tratta di poco meno di 47 mila posti di lavoro che non vengono occupati. Pari a tredici assunzioni su cento che quest’anno non vedranno mai la firma in un contratto. Le cifre sui lavoratori difficili da reperire, nel 2013, si trovano nell’analisi annuale del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e del ministero del Lavoro. Sono stati presentati a Verona in occasione di «Job&Orienta 2013», l’appuntamento sull’orientamento, la scuola, la formazione e il lavoro. I NUMERI – La notizia positiva, si fa per dire, è che il numero degli «introvabili» scende. Rispetto al 2012, quando erano oltre 65 mila. E, soprattutto, in confronto al 2008, quando toccavano quota 217 mila. Ma tutto questo succede in un momento in cui cala ( di 40 mila unità) anche il numero complessivo delle assunzioni non stagionali per quest’anno. In compenso non mancano le lamentele delle imprese: nel 6,2 per cento delle nuove assunzioni i datori di lavoro evidenziano le competenze inadeguate, una scarsa formazione, poca capacità di lavorare in gruppo e flessibilità. Osservazioni che non passano inosservate. Tanto che Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere, insiste sui dati: «L’indagine dimostra quanto sia importante lavorare sui due fronti dell’orientamento e dell’alternanza tra studio e lavoro». LE ASSUNZIONI – Quest’anno il mercato italiano dovrebbe assumere poco più di 367 mila persone. Tra questi 160 mila diplomati. A cui si aggiungono gli oltre 58 mila laureati. Le assunzioni di «difficile reperimento» dovrebbero essere tredici su cento. Con una differenza a seconda del titolo di studio. Perché se tra i diplomati gli «introvabili» sono in linea con la media generale, tra chi ha finito l’università il tasso sale al 19 per cento. TRA I DIPLOMATI – Più nel dettaglio, tra i diplomati difficili da trovare le imprese mettono al primo posto gli sviluppatori di software: per ogni cento offerte di lavoro per questa posizione ne restano scoperti quasi 35. Seguono i disegnatori tecnici, quindi gli assistenti socio-sanitari, i riparatori di macchinari, i meccanici, cuochi e camerieri. A livello di diploma, invece, l’indirizzo ritenuto più difficile da reperire, invece, è quello agrarioalimentare. Poi quelli informatico, edile e meccanico. TRA I LAUREATI – A leggere la graduatoria dei laureati difficili da reperire le azienda cercano – quasi disperatamente – gli esperti di software. Qui gli «introvabili» sono quasi la metà (47,4 per cento). Mancano poi anche gli esperti di gestione aziendale, gli analisti programmatori e i progettisti meccanici. Insomma professioni che richiedono una formazione in una facoltà di Ingegneria informatica. Abbastanza complicato trovare anche operatori commerciali con l’estero, addetti al marketing, infermieri ed educatori professionali.

FRANCESI TERZULTIMI - Il dossier Ocse è allarmante per Italia e Spagna ma anche per il terzo grande Paese latino d’Europa, la Francia, che dal 2008 a oggi combatte con una disoccupazione in crescita costante (qualche giorno fa era stato diffuso il dato incoraggiante di 50 mila posti di lavoro in più ad agosto, ma si è scoperto poi che quella era una cifra falsa provocata da un guasto del sistema informatico). La crisi ha aggravato, a Madrid, Roma e Parigi, difetti che preesistevano nelle società del Sud dell’Europa, in particolare le forti diseguaglianze tra territori e classi sociali. In Francia, ha detto a Le Monde l’esperto dell’Ocse Eric Charbonnier, «troviamo le disparità del sistema tra giovani e senior, tra immigrati e autoctoni, tra quelli che hanno diplomi e quelli che non li hanno, tra chi ha genitori istruiti e chi no». Il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurría, ricorda che «con la formazione continua ogni cittadino può realizzarsi pienamente, a beneficio non solo dei singoli ma delle società e delle economie. L’educazione non si ferma a scuola: i governi e le imprese devono continuare a investire nelle competenze». IL PRIMATO DEI PAESI NORDICI - Ma come affidare alle aziende il compito di surrogare la scuola, nel momento in cui più che educare i lavoratori sono talvolta costretti a licenziarli? L’Ocse nota che Danimarca, Finlandia, Norvegia, Paesi Bassi e Svezia sono i Paesi che «sono stati capaci di alzare efficacemente i tassi di formazione degli adulti poco qualificati. Invece i Paesi dove questi sono più numerosi, come Spagna, Stati Uniti, Irlanda e Italia, devono fare di più per rendere accessibile la formazione post-scolastica». Sarà complicato rompere il circolo vizioso: chi non lavora viene privato della possibilità di migliorare le proprie competenze di base, e con competenze di base incerte come quelle di italiani spagnoli e francesi è difficile entrare nel mercato del lavoro.

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La scheda di Claudio Guzzi

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO

MERCATO DEL LAVORO: IL DIFFICILE INCONTRO TRA DOMANDA E OFFERTA

La formazione ed il mercato del lavoro

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Se si potessero raccogliere tutti in una nazione, i giovani disoccupati sarebbero un Paese popoloso come gli Stati Uniti. Nel mondo, riferisce The Economist, sono 290 milioni le persone tra i 15 e i 24 anni che non hanno un impiego, non studiano e non stanno facendo un tirocinio. Nel mondo industrializzato la condizione di Neet “not in employment, education or training” si applica a 26 milioni di giovani, oltre un terzo di loro quindi non ha niente da fare e non investe sul proprio futuro. Ma quali sono le ragioni di questo eccesso di offerta sul mercato del lavoro? La crisi da sola non basta a spiegare questa situazione. La rigidità del mercato del lavoro in molti Paesi tra i quali l’Italia è una delle cause principali: salario minimo più alto rispetto ad altri Stati europei, alta tassazione e contribuzione sui redditi da lavoro (che determina il tanto discusso “cuneo fiscale”) e politiche del lavoro che tutelano chi lavora, di fatto impedendo i licenziamenti, e rendono molto impegnativo, per le imprese che avrebbero necessità, assumere i più giovani. Un’altra ragione sta nella distanza che separa le competenze dei giovani da quelle richieste dai datori di lavoro che lamentano di non riuscire a trovare talenti adatti a causa di una formazione scolastica e universitaria troppo teorica, di rado indirizzata alle conoscenze concrete di facile applicazione per chi deve conquistarsi un’assunzione e dimostrare di “saper fare” nel breve periodo di tempo di un colloquio, di un periodo di prova o di un tirocinio. Un terza ragione sta nella distanza tra università e impresa, laddove i Paesi con una disoccupazione giovanile più bassa sono quelli che hanno colmato le distanze tra la formazione e il mondo del lavoro attraverso tirocini formativi in azienda e contratti di apprendistato remunerati già al momento degli studi. In Germania tutte le imprese sopra i 500 dipendenti offrono una forma di apprendistato per chi studia, mentre nel Regno Unito lo propone oltre un terzo di tali aziende. A rendere più difficile l’avvicinamento del rapporto tra studio e lavoro si inserisce la crisi economica che rende le aziende meno disponibili ad investire in formazione e per tale motivo anche in mercati del lavoro flessibili come negli Usa o nel Regno Unito la disoccupazione giovanile è cresciuta di più che nelle precedenti recessioni e non accenna a scendere. Occorre inoltre una dose di flessibilità da parte dei giovani lavoratori che devono essere disposti a cercare lavoro in quei bacini lavorativi dell’Unione Europea che sono più accoglienti e che permettono di imparare le lingue e di acquisire quella esperienza che è fondamentale per il proprio percorso lavorativo futuro.

L’articolo che ci precede mette in risalto proprio questo circolo vizioso che si crea tra mancanza di lavoro e quindi di possibilità di compiere esperienze lavorative da un lato, e la difficoltà a trovare lavoro senza esperienze dall’altro. Chi assume cerca giovani già formati, ma questi giovani come si formano se nessuno vuole formarli una volta usciti dalla scuola? In conseguenza di ciò la scuola, con la collaborazione del mondo imprenditoriale, non li dovrebbe preparare a lavorare più che ad acquisire nozioni teoriche che aumentano la cultura dello studente ma non lo aiutano a trovare lavoro? L’attuale Governo si sta muovendo su questa strada con una Legge recentemente approvata che sancisce l’obbligatorietà dei tirocini formativi in azienda negli ultimi due anni di scuola e nelle università, speriamo che tale novità possa essere attuata quanto prima colmando una lacuna durata fin troppi anni. Un’altra lacuna del nostro sistema è che non tiene conto che ci si deve avventurare prima possibile nel mondo del lavoro, chi è senza esperienza infatti con il passare degli anni sarà penalizzato e rischia di non riuscire più ad entrare con il piede giusto in un mondo in cui la concorrenza è molta e la domanda scarseggia. Finire gli studi a 25 anni è un obiettivo buono per uno studente italiano medio, ma a livello europeo a quell’età i laureati hanno già alle spalle 2-3 anni di esperienze lavorative e con il loro curriculum fanno una concorrenza spietata ai nostri che possono vantare solo un titolo accademico ma nessuna pratica.

I posti di lavoro introvabili Se dall’altro lato analizziamo il mercato del lavoro dal lato delle imprese sembra che i problemi nel reperire le figure professionali più appropriate non siano irrilevanti: il secondo articolo che prendiamo a riferimento riferisce di 47 mila posti di lavoro non occupati perché l’offerta di lavoro non comprende le figure professionali più ricercate dalle aziende, con oltre 13 contratti di lavoro su 100 che non vanno a buon fine per questo motivo. Figure caratterizzate dalla specializzazione in aree professionali che non vengono formate né con il diploma, né con la laurea: al primo posto gli sviluppatori di software, poi i disegnatori tecnici, gli assistenti sociosanitari, meccanici, cuochi e camerieri. Tra i laureati i più ricercati ci sono le figure professionali che escono da ingegneria informatica, operatori commerciali con l’estero, addetti al marketing, infermieri ed educatori professionali. La scelta del percorso di studi rimane fondamentale per avere successo nel mondo del lavoro e la scelta dei ragazzi di iscriversi sempre più numerosi agli istituti tecnici si sta rivelando in questi ultimi tempi una scelta vincente proprio per la forte richiesta di persone con una preparazione specialistica. L’importanza delle lingue straniere è ormai ritenuta indispensabile da qualunque azienda in cerca di forze fresche: l’internazionalizzazione sempre più spiccata delle aziende ed i sempre più frequenti rapporti commerciali con altri paesi facilitati anche dall’utilizzo della tecnologia rendono fondamentale poter parlare e scrivere correttamente almeno una lingua, l’inglese, e per questo un’esperienza di studio o di lavoro all’estero si rende indispensabile per ogni giovane in cerca di carriera. Un mercato del lavoro che non riesce quindi a soddisfare a pieno né le esigenze della domanda, sostenuta dalle imprese, né di quelle dell’offerta, sostenuta dai lavoratori in cerca di occupazione.

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Non riescono a colmare tale lacuna i centri per l’impiego, che fino a qualche anno fa erano la piattaforma più utilizzata per cercare un’occupazione e che oggi riescono a collocare appena il 3% delle persone in cerca di occupazione. Sarebbe necessario fornire un nuovo impulso a tali uffici, compresi quelli di “placement” delle Università, che potrebbero essere di grande aiuto non solo per chi è in cerca della prima occupazione ma anche per chi il lavoro lo ha perso ed ha bisogno di trovarne uno nuovo. Sempre più utilizzati ed efficienti sono i social network come Linkedin e LetsLunch: il primo è un servizio di social networking in rete impiegato principalmente per la rete professionale che conta oltre 135 milioni di profili di professionisti che lo utilizzano per scambiare informazioni, idee ed opportunità di collaborazione, mentre il secondo offre la possibilità di organizzare pranzi di lavoro con i propri contatti attuali e potenziali semplicemente “geotaggando” ovvero localizzando tramite il proprio account LinkedIn la propria zona di lavoro. Facebook e Twitter rimangono i social networks più utilizzati dalle aziende per tracciare il profilo del candidato, per cui risulta importante curare il proprio profilo e dare un’immagine più completa possibile di se stessi privilegiando l’aspetto professionale a quello personale.

I casi vincenti di sinergia tra formazione e lavoro Master e assunzione a volte vanno a braccetto: è quanto avviene con i contratti di alto apprendistato rapporti definiti «a causa mista» perché prevedono che al lavoro si affianchi un importante percorso di formazione anche teorica. È il caso del master in Store management della ristorazione di marca, erogato dall’università di Parma indirizzato a 20 partecipanti (laureati triennali e specialistici) che saranno assunti prima dell’inizio dell’ aula da: Autogrill, Chef Express, McDonalds e Airest. Il master dura 12 mesi fra formazione teorica e pratica ed è anticipato da una fase di orientamento alla professione che prevede una settimana d’aula e uno stage. Le candidature sono aperte fino al 1 dicembre (www. masterinristorazione.com). Precursore dei progetti in alto apprendistato è stato il Cefriel (il consorzio del Politecnico di Milano che si occupa di ricerca, innovazione e formazione) che dal 2006 ha progettato 10 master di primo e di secondo livello con diverse aziende, fra queste: IBM, Engineering, Reply, Italtel, Accenture, Pirelli, Siemens, Lutech, Bv Tech, Value Team, Gaia. Tre sono i nuovi master che sta progettando insieme a partner aziendali ancora da definire (ma presto si sapranno dato che i partecipanti saranno assunti prima di iniziare il corso). Si tratta dei percorsi in: Network specialist (competenze in ambito routing e switching, network security e voice over ip); It governance (project management, progettazione organizzativa, Ict financial management e gestione del cambiamento) e Interaction design (sugli aspetti principali che caratterizzano il progetto di soluzioni interattive). Destinatari sono 20 neolaureati ciascuno e partiranno all’inizio del prossimo anno. (www.cefriel.it). Accanto a questi percorsi formativi con «l’assunzione in tasca» ce ne sono altri che non la promettono fin dall’inizio ma che offrono buone garanzie. Eccone alcuni. È il caso di quei programmi le cui aziende partner finanziano completamente borse di studio. Succede con i

10 master (di primo e di secondo livello in ambito economico e gestionale) erogati dall’università Cattolica e delle relative 55 borse di studio messe a disposizione dall’Inps Gestione ex Inpdap (master.unicatt.it/milano). Altre gratuità e finanziamenti sono offerte dalle aziende che partecipano al processo di selezione dei partecipanti dei 4 master rivolti ai giovani laureati (innovazione, retail management e marketing, finance, gestione d’impresa) sviluppati dalla Fondazione CUOA. Si tratta di Luxottica, Bnl, Banca Popolare di Vicenza, Enel, Altran ed Edizione Holding ma le realtà partner sono anche altre (www.cuoa.it/master/mmi). Infine, ci sono anche percorsi di studio che offrono un’assunzione, ancora prima di averli ultimati. È per esempio il caso del 71% degli iscritti dell’anno scorso del MiM - il master in Management progettato dalla business school Escp. Interessante segnalare che la media delle borse di studio erogate all’anno per parteciparvi è di una ogni tre partecipanti (www.escp-eap.it). A livello europeo investire in lavoro si può: è ciò che sta facendo Nestlé che ha presentato ad Atene un progetto europeo con il quale si impegna a creare 20 mila nuove opportunità. La solita boutade pubblicitaria? No. Scadenze precise e un piano dettagliato danno consistenza alle parole. «E’ un’iniziativa nuova anche per Nestlé» spiega Giacomo Piantoni, direttore HR Italia.«Oggi nell’Ue un giovane su quattro è senza impiego. Così abbiamo deciso di intervenire. E dare speranza e un futuro professionale. Anche continuando a produrre in Europa». Gli inserimenti sono scaglionati nel triennio 2014-2017. Ai laureati e diplomati italiani sotto i 30 anni sono riservate 1080 posizioni: 450 assunzioni a tempo indeterminato (le prime 150 nell’arco dei prossimi dodici mesi); e 630 stage e tirocini (210 l’anno). I posti riguardano tutti i business e tutte le aree funzionali. Produzione, amministrazione, vendite, marketing, ricerca & sviluppo. Il gruppo possiede in Italia diciotto stabilimenti produttivi, marchi di prestigio e di lunga tradizione quali Buitoni, Perugina, San Pellegrino, Gelati Motta. Grazie poi ad un patto di solidarietà nord-sud Europa si creeranno decine di opportunità anche all’estero. La speranza è che Nestlé faccia scuola e che altre imprese si lascino contagiare. Perché tra l’altro ben l’85% della popolazione attiva in Europa è impiegata nel privato. E «Nestlé needs YOUth», primo progetto d’impiego su così vasta scala, è interamente a carico del colosso del food. Senza fondi europei. Anche Eataly, punto di riferimento dell’eccellenza alimentare italiana nel mondo, ha in programma l’assunzione di 500 nuovi addetti che vengono selezionati e formati internamente. Sessanta sono le ricerche già aperte per Firenze. A febbraio si inaugura lo store milanese (300 posti), mentre in aprile 50 ragazzi saranno assunti a Piacenza. In autunno poi altri 40 entreranno a Forlì e 50 a Trieste. Ma non c’è solo il lavoro dipendente come sottolinea «Blam! La rivoluzione parte dal tuo ufficio» esilarante, graffiante spettacolo attualmente in scena al teatro Manzoni di Milano. Il food cerca creativi e figure professionali legate alla preparazione del cibo. Sul mercato nazionale ed internazionale chef, pasticceri e sommelier sono sempre richiesti. «In cucina c’è posto per tutti» commenta Andrea Sinigaglia, direttore operativo di Alma, la Scuola internazionale di Cucina Italiana il cui rettore è Gualtiero Marchesi. «La percentuale di occupazione dei nostri studenti a un mese dal diploma è dell’85%. Un terzo rimane nella struttura dove ha svolto lo stage». Alma ha appena siglato un accordo con Obiettivo Lavoro, mentre su Almalink, il portale dedicato alle offerte di lavoro, le posizioni vacanti sono 40. E ancora il Salumificio Pedrazzoli, azienda mantovana appena premiata a Parigi, cerca agenti mono e plurimandatari, introdotti nel canale retail, e giovani professionisti automuniti. Per coprire Toscana, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trentino e Marche.

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Traccia per l’attività in classe Dopo aver letto la scheda ogni studente può scrivere una riflessione riguardante le proprie ambizioni scolastiche e lavorative, mettendo in evidenza, dopo una ricerca sui siti indicati nella scheda, la conciliabilità di tali aspirazioni con le richieste del mondo del lavoro e con le possibilità di sviluppo futuro della professione scelta. Formando dei gruppi di discussione su tali argomenti proporrei di confrontare le diverse idee degli studenti evidenziando anche i canali di ricerca del lavoro che secondo loro sono più adatti per quel determinato lavoro iniziando a prendere dimestichezza con gli stessi. Stilare quindi una relazione di gruppo da discutere poi con l’insegnante e tutta la classe cercando, nell’ambito della discussione, di far apprezzare l’importanza di scegliere un percorso scolastico specializzato in funzione del lavoro ambito e compiere esperienze lavorative anche all’estero per aumentare la propria professionalità ed arricchire il proprio curriculum. La discussione deve concludersi evidenziando l’importanza e la dignità del lavoro artigianale, la richiesta sempre attiva da parte delle imprese e il ruolo di spicco che esso riveste nella economia italiana moderna sempre più basata su piccole imprese specializzate in lavorazioni di alta qualità.

TAGS LA CATENA DELLE PAROLE CHIAVE

Contratto di apprendistato Stage Master Lavoro manuale Placement universitario Social network Centri per l’impiego Borse di studio Cuneo fiscale

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www.sportellostage.it www.4stars.it www.atlantedelleprofessioni.it www.repubblicadeglistagisti.it www.eurodesk.it www.eurodyssee.eu www.orientamento.ch www.sopo.it www.linkedin.it www.infojobs.it www.monster.it www.corriere.it/economia/lavoro/ www.lavoro24.ilsole24ore.com/ www.almalink.it www.obiettivolavoro.it

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MERCATO DEL LAVORO: IL DIFFICILE INCONTRO TRA DOMANDA E OFFERTA 72

FAQ

DOMANDE E RISPOSTE

1.Perché gli studenti italiani ritardano l’accesso al mondo del lavoro rispetto agli studenti stranieri?

Il percorso di studi degli studenti italiani finisce a 19 anni per coloro che ultimano l’ultimo anno di scuola superiore e, in media, a 25 anni per chi finisce l’Università. Successivamente occorre trovare un’azienda che permetta loro di fare esperienza, perlopiù senza remunerazione per il neo lavoratore, senza la quale un’assunzione è molto difficile. In pratica se tutto va bene in Italia si entra a lavorare a 22/23 anni con il diploma ed a 28/29 anni con la Laurea. Nei Paesi del nord Europa l’età in cui finiscono gli studi universitari è sensibilmente inferiore rispetto a quella italiana in virtù di una formazione specifica che dura al massimo tre anni, ma soprattutto il percorso scolastico e quello universitario vengono compiuti di pari passo con gli stages formativi all’interno delle aziende, con un vantaggio reciproco. Gli studenti imparano un lavoro in età giovanile ed escono dal percorso formativo già formati per essere assunti e le aziende formano a costi irrisori gli studenti che poi, se meritevoli, potranno assumere già pronti per essere introdotti nel posto di lavoro. In Italia è stata introdotta una recente misura che obbliga ai tirocini formativi in azienda obbligatori negli ultimi due anni di scuola e nell’università, speriamo che questa novità possa facilitare l’entrata nel mondo del lavoro da parte dei nostri studenti.

2. Come utilizzare internet alla ricerca del lavoro?

Un’azienda su tre utilizza i social network in fase di recruiting: secondo un’indagine condotta su 100 direttori delle risorse umane il 12% cerca candidature su Facebook, Linkedin e simili, il 10% verifica le informazioni contenute nei curriculum vitae, il 6% comunica con i candidati mentre il 3% controlla le referenze sui profili più interessanti. Più di un giovane su quattro cerca lavoro via internet circa uno su dieci se consideriamo anche i non giovani. Ci sono i motori di ricerca specializzati, che aggregano annunci di lavoro pubblicati per facilitare agli aspiranti candidati la selezione delle posizioni più appetibili per area geografica e competenze richieste, come ad esempio Careerjet.it. Ci sono i siti specializzati in recruiting online che effettuano a monte controlli di qualità degli annunci pubblicati dagli inserzionisti come nel caso di Infojobs.it o Monster.it. Poi ci sono i veri e propri social network ai quali le aziende ricorrono non tanto per trovare il candidato ideale ma soprattutto per fare verifiche e controlli sui profili più interessanti: occorre scegliere bene il network che scegliamo in base al target cui si rivolge e le informazioni che ci consente di veicolare. Quindi occorre predisporre un profilo personale e professionale ben definito, aggiornandolo perché sia davvero “2.0”. Bisogna tener ben presente che il brand, il marchio da promuovere siamo noi stessi, magari attraverso l’allestimento di un personal site, meglio ancora di una blog attraverso il quale dialogare e dar sfogo al nostro talento. Il prezzo per il servizio offerto dai social network è la partecipazione che essi esigono, che implica volontà e possibilità di inserirsi in rete, far parte di gruppi di discussione, magari di eventi virtuali e soprattutto un’attenzione costante ad allargare la propria rete di contatti.

3. Quali sono i punti di forza di un candidato in cerca di lavoro?

Capacità relazionali e di lavoro in gruppo, conoscenza delle lingue straniere tramite esperienze di lavoro all’estero, dinamicità nella scelta della sede di lavoro e disponibilità a viaggiare, praticità nel decidere e disponibilità di aggiornamento continuo adeguandosi ai continui cambiamenti che la dinamica realtà delle imprese impone. Tali aspetti andranno ben evidenziati in un curriculum ben curato, personalizzato e non standard, tagliato per ogni impresa presso la quale fare domanda, nel quale inserire gli aspetti che riescono a fare la differenza rispetto agli altri candidati: esami sostenuti, master, esperienze lavorative passate anche se relative a lavori semplici o stagionali o part time, proprie attitudini e capacità, proprie aspirazioni e ambizioni future, una foto recente e che valorizza il vostro aspetto.

Test FINALE 1. Le ragioni dell’alta disoccupazione in Italia: a. I salari sono troppo bassi b. La rigidità del mercato del lavoro è una delle cause principali c. La tassazione è più alta sulle nuove assunzioni che sui lavoratori attivi d. Le aziende preferiscono tenere i lavoratori che hanno rispetto ad assumerne di nuovi 2. I tirocini formativi svolti durante il percorso di studi: a. Riguarda una tipologia di lavoro antiquata ed ormai poco richiesta b. È un lavoro umile con limitate possibilità di soddisfazioni professionali c. Sono molto diffusi in Germania e facilitano l’avvicinamento tra domanda e offerta di lavoro d. Sono adatti per gli stranieri che non hanno alcuna possibilità di trovare un altro lavoro 3. I posti di lavoro introvabili per le aziende: a. Riguardano figure professionali specializzate con una formazione tecnica, sia con il diploma che la laurea b. Le aziende soddisfano sempre le loro richieste data l’alta offerta di lavoro c. Riguarda quelle aziende che usano tecnologie produttive straniere non conosciute dai lavoratori italiani d. Non esistono più in seguito alla recente riforma del lavoro che facilita l’incontro tra domanda ed offerta 4. L’utilizzo del canale online per la ricerca del lavoro: a. È utilizzato solo dalle aziende tecnologiche Usa b. Sarà sempre più utilizzato dalle imprese per avere conferma delle informazioni fornite dai candidati e per aumentare la conoscenza del loro profilo c. Viene utilizzato dalle agenzie di lavoro interinale d. Non è affidabile in quanto pieno di offerte che poi si rivelano delle truffe 5. I contratti di alto apprendistato: a. Sono rivolti a coloro che non hanno conseguito un diploma b. Non possono essere stipulati in Italia a causa della rigidità della normativa c. Sono remunerati troppo poco e per questo non hanno successo in Italia d. Sono definiti “a causa mista” in quanto al lavoro affiancano una formazione specifica anche teorica

Soluzioni : 1b. - 2c. - 3a. - 4b. - 5d.

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RETRIBUZIONI E NON SOLO: REDDITO, RISPARMIO E PREVIDENZA COMPLEMENTARE di Maria Cristina Quirici

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L’articolo Il Giorno Il Resto del Carlino LA NAZIONE 7 Giugno 2013

RETRIBUZIONI E NON SOLO: REDDITO, RISPARMIO E PREVIDENZA COMPLEMENTARE

“PENSIONI DA FAME? I FONDI CI SALVANO”

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di Andrea Telara

Appunti

Pensioni pubbliche sempre più magre, che rischiano di non superare il 60 o 70% dell’ultimo stipendio. E’ lo scenario che attende milioni di lavoratori italiani per effetto delle riforme previdenziali approvate nel nostro paese negli ultimi decenni: non solo quella ideata nel 2011 dall’ex ministro del welfare, Elsa Fornero, ma anche e soprattutto un’altra legge che risale a ben 17 anni fa. E’ la riforma Dini del 1995, che ha introdotto un nuovo sistema di calcolo degli assegni erogati dall’Inps. Si tratta del metodo contributivo, in base al quale le rendite pensionistiche future dipenderanno esclusivamente dalla quantità di contributi versati nel corso di tutta la carriera e non più, come avveniva fino alla metà degli anni ’90 (e in parte avviene anche adesso), dalla media degli ultimi salari percepiti dal lavoratore prima di mettersi a riposo (metodo retributivo). Dunque, chi versa pochi contributi durante la vita lavorativa (soprattutto chi ha un impiego precario o affronta dei lunghi periodi di disoccupazione) rischia di ricevere in vecchiaia una pensione da fame. Per questo, molti nostri connazionali hanno bisogno di correre ai ripari e di costruirsi una rendita di scorta, capace di integrare i sempre più magri assegni dell’Inps. Per riuscirci, oltre 5,5 milioni di lavoratori hanno aderito ai fondi della previdenza complementare (o integrativa), cioè quei prodotti finanziari che consentono di attuare un lungo piano di risparmio fino alla data della pensione e di convertire poi il capitale maturato in una rendita vitalizia. Questi strumenti d’investimento si dividono in tre categorie: ci sono i fondi pensione chiusi (o negoziali), che sono riservati ai lavoratori dipendenti, i fondi pensione aperti e i PIP (Piani Individuali Pensionistici)che vengono invece acquistati per lo più dai liberi professionisti e dagli autonomi. Prima di avvicinarsi al mondo della previdenza integrativa, però, bisogna seguire alcune importanti avvertenze. Innanzitutto, occorre ricordare che i soldi destinati ai fondi pensione non possono essere riscattati in qualsiasi momento, ma soltanto a fine carriera (tranne qualche rara eccezione). Inoltre, non va dimenticato che i rendimenti dei fondi dipendono dall’andamento dei mercati finanziari e che i prodotti vanno valutati con attenzione, cercando di scegliere preferibilmente quelli che costano meno.

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La scheda di Maria Cristina Quirici

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO 1. Considerazioni introduttive L’articolo proposto inizia ponendo in rilievo un dato estremamente preoccupante, rappresentato dal progressivo e netto ridursi del tasso di sostituzione, vale a dire del rapporto tra ultimo stipendio e prima rata pensionistica fornita dal sistema previdenziale pubblico. Questa progressiva riduzione costituisce l’effetto di un profondo processo di riforma del sistema previdenziale nazionale, resosi necessario a partire dai primi anni novanta data la non sostenibilità finanziaria del sistema in essere. Posto che le motivazioni e le tappe di tale riforma saranno esaminate più in dettaglio successivamente, in prima approssimazione è possibile rilevare come detto processo abbia reso possibile passare da una situazione caratterizzata dalla presenza quasi esclusiva della previdenza pubblica ad un sistema caratterizzato da tre pilastri previdenziali: • un primo pilastro pubblico, volto a garantire prestazioni previdenziali minime di base e a carattere assistenziale, erogate da organismi pubblici (INPS e INPDAP)1, seppur con nuove regole di determinazione rispetto al passato; • un secondo a carattere collettivo e aziendale, costituito dai fondi pensione, istituiti per garantire trattamenti complementari, quindi aggiuntivi, rispetto alla previdenza pubblica; • un terzo, espressione di una scelta di risparmio individuale con fini pensionistici, che attraverso prodotti finanziari o assicurativi consenta al lavoratore una più libera programmazione della distribuzione temporale del proprio reddito. A quest’ultimo riguardo è necessario fare chiarezza tra la nozione di reddito e quella di retribuzione, spesso considerate equivalenti. Quando si parla di retribuzione si fa riferimento a quanto percepito da un lavoratore dipendente da parte del proprio datore di lavoro in virtù dell’attività lavorativa prestata, ma questa rappresenta solo una delle possibili forme di reddito che può essere percepito da un soggetto, trattandosi nella fattispecie di “reddito da lavoro dipendente”. Molteplici sono infatti le potenziali fonti di reddito: rimanendo nell’ambito del reddito derivante da un’attività lavorativa, si parlerà di reddito da lavoro autonomo, in caso di soggetti che esercitano libere professioni (come gli avvocati, i commercialisti e tutti coloro che esercitano un’attività in virtù dell’iscrizione ad un albo professionale, senza essere lavoratori dipendenti), reddito che invece si definirà d’impresa per individuare quanto percepito da un imprenditore per essersi addossato il rischio di impresa. Ci sono poi ulteriori tipologie di reddito, quali, tra gli altri: i redditi finanziari, rappresentati ad esempio dai dividendi percepiti dai possessori di titoli azionari oppure dalle cedole riscosse dai possessori di strumenti obbligazionari o di altri titoli quali i Titoli 1 A partire dal 1° gennaio 2012 l’INPDAP è confluita nell’INPS, con un accorpamento sinergico in un unico istituto delle gestioni previdenziali volto a perseguire obiettivi di semplificazione ed economicità.

di Stato; i redditi da fabbricati, derivanti dall’essere proprietario di immobili, che possono diventare delle vere e proprie rendite finanziarie, rappresentate dagli affitti qualora il proprietario conceda appunto in affitto un immobile non destinato alla personale abitazione; i redditi diversi, derivanti ad esempio dallo sfruttamento del proprio ingegno, come avviene nel caso di cessione dei diritti d’autore da parte di uno scrittore alla casa editrice che ha pubblicato il suo libro o di brevetti ad aziende che in tal modo possono sfruttare quella determinata idea coperta appunto da brevetto da parte dell’ideatore della stessa. E si potrebbe andare avanti molto ad elencare possibili tipologie di reddito. La somma di tutte le forme di reddito percepite a vario titolo da un soggetto danno luogo al suo“reddito complessivo”, somma che viene destinata alla copertura di svariate forme di consumo: in primo luogo, il reddito personale viene destinato a coprire i consumi relativi ai bisogni primari, che sono quelli di mangiare, vestirsi o avere un tetto sopra la testa dove vivere dotato di acqua, luce e di una forma di riscaldamento; ai bisogni primari, soddisfatti comprando beni di prima necessità come vestiti o generi alimentari, si sommano poi i bisogni secondari, connessi al soddisfacimento di bisogni ulteriori, più voluttuari, come il bisogno di andare in vacanza o di fare alcune attività nel proprio tempo libero (ad esempio leggere, ascoltare musica, fare ginnastica o altra attività sportiva e così via). L’appagamento di questi ulteriori bisogni genera tutta una serie di voci di spesa relative all’acquisto di tutto quello che può rendere più piacevole l’esistenza, anche se non strettamente connesso alla sopravvivenza. E’ da sottolineare come con l’incremento del reddito personale il peso relativo dei bisogni primari tenda a decrescere rispetto al peso assunto dai bisogni secondari, il che significa che soggetti con redditi bassi spenderanno la pressoché totalità del proprio reddito per soddisfare bisogni primari, quindi per acquistare cose da mangiare e vestiti, nonchè per l’affitto e per le connesse spese fisse (luce, acqua e gas), mentre i soggetti con redditi più elevati, dopo aver pagato simili tipi di spesa, destineranno una parte anche importante del proprio reddito a spese per vacanze, attività ricreative, libri, dischi, apparecchi tecnologici anche molto costosi e così via. Se il totale dei consumi è inferiore rispetto al reddito totale di un soggetto, questa differenza tra reddito e consumi prende il nome di risparmio (detto anche “avanzo finanziario”). Se invece un soggetto consuma più del proprio reddito, si genera un “disavanzo finanziario”, che dovrà essere coperto dal soggetto in deficit richiedendo un finanziamento da parte o di soggetti che hanno un avanzo finanziario da investire o di intermediari finanziari a ciò abilitati, nella consapevolezza che ricevere somme finanziarie a titolo di finanziamento comporta l’onere non solo di restituirle, ma anche quello di pagare degli interessi a chi ha prestato dette somme. Ovviamente, l’obiettivo di una oculata gestione del proprio reddito dovrebbe essere quello di riuscire a destinarne almeno una parte a risparmio, dopo aver scelto quali beni e/o servizi si deve e/o si sceglie di comprare, in modo da non spendere tutto o, ancor peggio, ancor più di quanto raccolto. L’articolo esaminato configura una nuova necessità/opportunità di spesa, connessa all’esigenza di provvedere alla costituzione di una pensione complementare rispetto alla propria pensione pubblica, nella consapevolezza che quest’ultima non sarà in grado di garantire un adeguato livello di vita allorché si matureranno i requisiti per accedere alla pensione. Questo comporta il dover pensare sia a quando iniziare questo piano di risparmio previdenziale, sia a quanta parte del proprio reddito destinare a tal fine. Ma per meglio capire perché si configuri oggi una simile necessità è necessario tratteggiare le motivazioni e le tappe che hanno caratterizzato la riforma del nostro sistema pensionistico con l’introduzione appunto delle diverse forme di previdenza complementare e integrativa. 79


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2. Le motivazioni alla base della riforma previdenziale nazionale Per quanto concerne le motivazioni all’introduzione nello scenario finanziario italiano di forme previdenziali complementari ed integrative rispetto al trattamento pensionistico pubblico (direzione verso cui si sono orientati tutti i maggiori paesi industrializzati e che ha visto il nostro Paese muoversi con un netto ritardo), occorre sottolineare come il dibattito politico si sia sviluppato in seguito alla crisi conclamata del sistema previdenziale pubblico, un sistema che a partire dal secondo dopoguerra si era progressivamente fondato sul criterio della “ripartizione” con metodo di calcolo “retributivo”, secondo il quale i contributi pagati dal singolo lavoratore non vengono “capitalizzati individualmente” (non sono cioè accumulati per costituire il suo futuro reddito), ma sono immediatamente utilizzati o, meglio, ripartiti per pagare le pensioni in essere al momento, calcolate sulla base degli ultimi anni di retribuzione. Questo significa che il sistema previdenziale pubblico “a ripartizione” si basa su un “patto intergenerazionale”, comportando una redistribuzione del reddito tra generazioni diverse di beneficiari (la generazione anziana viene mantenuta dalla generazione giovane in cambio dell’implicita promessa da parte dello Stato che quando sarà a sua volta anziana godrà di un analogo trattamento, a carico della generazione futura). Se il sistema di calcolo delle pensioni “retributivo” ha consentito fino ad un recente passato una copertura pari a circa l’80% dell’ultima retribuzione di un lavoratore dipendente, il manifestarsi di diversi fattori, tra loro collegati, ha concorso a determinare la crisi del sistema, che è divenuto non più sostenibile, tanto da comportare il rischio di un default degli enti previdenziali pubblici qualora non si fosse intervenuti per cambiarlo. I principali fattori cui si fa riferimento riguardano: 1) l’evoluzione demografica; 2) l’andamento del mercato del lavoro; 3) il dilatarsi del disavanzo pubblico. Per quanto concerne i fattori demografici, essi riguardano da un lato il calo della natalità (connesso al passaggio da una società agricola ad una industriale e alla progressiva emancipazione femminile), dall’altro l’allungamento della vita media, connesso ai progressi della medicina e alle migliori condizioni economico-sanitarie della popolazione. Il congiunto effetto di simili processi ha determinato un vero rischio di default degli organismi previdenziali pubblici: con la distribuzione per età della popolazione italiana che si è spostata nel tempo verso fasce generazionali più anziane, si è reso necessario pagare le rendite pensionistiche a un crescente numero di pensionati e per una durata sempre maggiore, laddove i contributi necessari per finanziare questa spesa (trattandosi di un sistema a ripartizione) si rivelavano invece sempre più ridotti dato il numero decrescente degli occupati, effetto del calo del tasso di natalità. Ai fattori demografici si sono poi aggiunti anche fattori socio-economici, quali l’aumento della scolarizzazione, con il correlato ritardato ingresso nel mondo del lavoro, o lo sviluppo di nuove forme contrattuali, sempre più orientate verso il tempo determinato. Inoltre, negli

ultimi anni la dinamica del mondo del lavoro è stata tutt’altro che favorevole: la ristrutturazione produttiva e l’utilizzo di nuove tecnologie, da un lato, e la crisi economica, con i conseguenti licenziamenti, interventi di cassa integrazione e prepensionamenti, dall’altro, hanno ridotto il numero di lavoratori dipendenti e, quindi, la principale fonte di finanziamento della previdenza sociale, con una inesorabile crescita del rapporto tra numero di pensioni da pagare e numero di occupati, sui cui redditi far gravare il prelievo dei contributi necessari per far fronte a tale pagamento. La differenza tra pensioni da erogare e contributi versati avrebbe potuto essere coperta da un crescente intervento finanziario dello Stato, ma questo si è reso non fattibile dato il grave quadro della finanza pubblica, già compromesso da forti squilibri in altre voci di spesa, da alti tassi di interesse sul debito pubblico e da impegni internazionali di stabilità2. In pratica, il combinato effetto dei diversi fattori delineati ha reso insostenibile la situazione previdenziale in essere, evidenziando l’impellente necessità di una riforma della previdenza pubblica (peraltro a tutt’oggi in divenire), riforma che, una volta realizzata, ha comportato il progressivo passaggio da un sistema a ripartizione con modalità di calcolo retributivo ad uno con modalità di calcolo contributivo3. In altri termini, si è manifestata la pressante esigenza di rivedere il sistema previdenziale pubblico nell’ottica di un riequilibrio finanziario, spingendo da un lato verso lo sviluppo di forme pensionistiche complementari rispetto a quelle pubbliche, dall’altro verso la continua variazione dei requisiti richiesti per accedere alla previdenza pubblica, con un innalzamento progressivo dell’età anagrafica e degli anni di contribuzione richiesti per poter giungere a godere del trattamento pensionistico (sia di vecchiaia che di anzianità). In tal senso si sono quindi mossi gli interventi legislativi che, a partire dall’inizio degli anni novanta, si sono succeduti nel tempo e che non solo continuano nel presente, ma sono destinati a proseguire anche in futuro, dal momento che i trend delineati continuano a modificare il quadro di riferimento.

3. La costituzione del secondo e del terzo pilastro del sistema previdenziale. Volendo ripercorrere le principali tappe dell’evoluzione normativa che ha riformato il nostro sistema previdenziale, il passo fondamentale che ha avviato la costruzione di un secondo “pilastro” previdenziale è stato compiuto con l’emanazione del D. Lgs. n. 124/1993, provvedimento noto come “Riforma Amato”, che ha regolamentato in modo dettagliato i fondi pensione nell’ambito del nostro ordinamento. Il testo, infatti, prevedeva due tipologie di fondi: i fondi pensione chiusi, di natura contrattuale e associativa, ed i fondi aperti, a carattere individuale, nati per iniziativa di un soggetto abilitato alla gestione di una forma pensionistica complementare. Veniva altresì stabilito il principio dell’adesione volontaria ai fondi pensione ed erano dettate le regole fondamentali per il loro funzionamento, prevedendo la possibilità di riscattare sotto forma di capitale fino ad un massimo del 50% del montante maturato, mentre il restante doveva essere erogato sotto forma di rendita4. 2 A quest’ultimo riguardo, si pensi alla firma nel febbraio 1992 del Trattato di Maastricht per la partecipazione alla moneta unica, che ha reso necessario ridurre il rapporto tra disavanzo pubblico e PIL da oltre il 10% dei primi anni novanta al 3% richiesto dal Trattato per il 1997. 3 Sulla differenziazione tra metodo di calcolo retributivo e contributivo si veda successivamente quanto specificato al riguardo dalla Riforma Dini (L. 335/1995). 4 Questo per sottolineare la precipua finalità previdenziale dell’adesione ai fondi in esame, anche se venivano fatte salve alcune ipotesi, aventi però carattere di eccezione.

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La consapevolezza, però, che solo ulteriori limitazioni, ancorchè graduali, dei trattamenti pensionistici pubblici potevano consentire di porre rimedio agli squilibri del settore previdenziale ha fatto sì che altri passi dopo il primo si rendessero necessari. E la “Riforma Dini” (Legge n. 335/1995), appunto presentata dal governo Dini, ben si inserisce in questo disegno riformatore, basandosi su alcuni principi fondamentali, quali: pensionamento flessibile in un’età compresa tra i 57 ed i 65 anni; pensioni calcolate sull’ammontare dei versamenti effettuati durante l’intera vita lavorativa; equiparazione tra dipendenti privati e pubblici. In particolare,la normativa in esame, al fine di ridurre la spesa previdenziale pubblica e di favorire la reale affermazione dei fondi pensione, ha determinato il graduale passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo per il calcolo della pensione pubblica, stabilendo che: il sistema retributivo, che prevede che la pensione pubblica sia calcolata in funzione delle ultime retribuzioni percepite dal salariato, poteva essere applicato a tutti i lavoratori che alla data del 31/12/1995 avevano maturato 18 anni di contributi; a coloro che a tale data avevano versato meno di 18 anni di contributi doveva essere applicato il metodo misto, secondo il quale la pensione risulta quantificata pro-quota sia con il criterio retributivo (per la parte antecedente al 31/12/1995), sia con quello contributivo, per la parte successiva a tale data; il sistema contributivo, che determina la pensione in base ai contributi versati dal lavoratore durante tutta la sua vita lavorativa, doveva essere integralmente applicato ai neo assunti dopo il 31/12/1995. L’introduzione del metodo contributivo, essendo ormai divenuto insostenibile per le casse della previdenza pubblica il “vecchio” metodo retributivo, ha di fatto comportato una progressiva riduzione del tasso di sostituzione. Tra gli interventi in tema di legislazione previdenziale susseguitisi alla riforma Dini, da sottolineare è il D.Lgs. n. 47/2000, che ha introdotto le forme pensionistiche individuali (FIP o PIP) e ha così regolamentato per la prima volta il c.d. “terzo pilastro” del sistema previdenziale, tratteggiando una previdenza integrativa di tipo individuale realizzata tipicamente attraverso contratti assicurativi (quali le polizze vita). Inoltre, la normativa 47/2000 ha permesso l’adesione alle forme pensionistiche individuali (FIP) anche a soggetti non titolari di reddito di lavoro o di impresa, nonché a persone fiscalmente a carico di altri soggetti, consentendo così l’accesso a forme di copertura previdenziale anche a soggetti che non godevano della previdenza di base o che svolgevano, senza vincoli di subordinazione, lavori non retribuiti in relazione a responsabilità familiari. Da sottolineare, poi, come la norma in esame abbia compiuto una riforma complessiva della disciplina fiscale cui sottoporre le diverse forme pensionistiche complementari ed integrative, con la previsione di agevolazioni fiscali (quali la deducibilità dei contributi volontariamente versati a dette forme di previdenza, seppur entro un determinato ammontare, anche a favore di soggetti fiscalmente a carico o da parte di soggetti non titolari di reddito

di lavoro o di impresa, nonché l’adeguamento del regime fiscale dei fondi pensione a quello previsto per gli organismi di investimento collettivo del risparmio) al fine di dare impulso e rafforzare un sistema basato sulla completa volontarietà del versamento dei contributi, nella consapevolezza dell’importanza del ruolo svolto dai fondi pensione per la rivitalizzazione dei mercati finanziari nel loro complesso.

4. La “riforma del TFR” nell’ambito della “Riforma Maroni” Nonostante il decennio di riforme testé delineato, lo sviluppo della previdenza complementare in Italia alla fine del 2004 si rivelava ancora insoddisfacente, visto che in termini di iscritti gli aderenti a tale data sfioravano appena il 12% degli occupati. Pertanto, si è avvertita la necessità di introdurre una nuova disciplina del sistema previdenziale con la Legge delega 243/2004, nota come “Riforma Maroni”, che ha tracciato delle vere e proprie linee guida riguardanti: a) il sostegno alle forme pensionistiche complementari attraverso il possibile conferimento del TFR maturando, con modalità e regole previste con l’entrata in vigore, il 1° gennaio 2007, del decreto attuativo della legge delega (D.Lgs. 252/2005); b) la previsione di incentivi alle imprese, con riguardo sia alla facilitazione all’accesso al credito, sia all’eliminazione del contributo per il finanziamento del Fondo di garanzia gestito dall’INPS, al fine di compensare i costi connessi alla perdita del TFR conferito ai fondi pensione; c) la previsione di maggiori tutele per gli iscritti agendo sulla governance dei fondi. La riforma così posta in essere è nota anche come “riforma del TFR” per il peso preponderante assunto, anche a livello mediatico, dalla modifica introdotta con la liberalizzazione della scelta, seppur da parte dei soli lavoratori dipendenti del settore privato, circa la destinazione del proprio TFR, scelta che comunque poteva e può riguardare il solo TFR maturando, maturato cioè a partire dal 1 gennaio 20075. La scelta in esame può essere manifestata o in modo esplicito o in modo tacito (c.d. silenzio-assenso). In caso di modalità esplicita, entro il 30 giugno 2007, per i lavoratori in servizio al 1° gennaio 2007, o entro 6 mesi dalla data di assunzione, se avvenuta dopo quest’ultima data, il lavoratore dipendente poteva e può scegliere di: a) destinare il TFR futuro ad una forma pensionistica complementare, da lui stesso indicata; b) mantenere il TFR futuro presso l’impresa. In quest’ultimo caso, il TFR maturando continuerà ad essere gestito dal datore di lavoro solo se l’impresa ha meno di 50 dipendenti, dal momento che, in caso di aziende con più di 49 dipendenti, il TFR maturando dovrà essere trasferito al Fondo di Tesoreria gestito dall’INPS. Con la modalità tacita del silenzio-assenso, il datore di lavoro trasferisce il TFR maturando alla forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi o contratti collettivi, anche territoriali, o ad altra forma collettiva individuata con un diverso accordo aziendale, se previsto, purché notificato dal datore di lavoro al lavoratore in modo diretto e personale. 5 TFR è l’acronimo con il quale si indica il Trattamento di Fine Rapporto, vale a dire una sorta di “liquidazione” spettante ai lavoratori dipendenti al termine del rapporto di lavoro, costituita con accantonamenti periodici che, almeno sino alla riforma in esame, rappresentavano per il lavoratore un risparmio forzoso e per l’imprenditore una fonte di autofinanziamento a basso costo. Pertanto, per evitare che il finanziamento della previdenza complementare dei lavoratori potesse tradursi in una crisi finanziaria delle imprese, è stato lasciato fuori dalla riforma il TFR maturato prima del 31 dicembre 2006, che continuerà a rimanere in azienda e sarà gestito con le regole antecedenti la nuova normativa.

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E’ importante sottolineare come la scelta di affidare il TFR maturando ad un fondo pensione non possa essere revocata, mentre quella di mantenerlo presso il datore di lavoro può in ogni momento essere modificata per aderire ad una forma pensionistica complementare. Di fatto, nel 2007 i lavoratori si sono trovati a dover compiere una scelta senza ben sapere cosa scegliere e perché, tanto da poter forse considerare il successivo aumento delle adesioni alla previdenza complementare più il frutto dell’indecisione che di reali scelte consapevoli da parte dei singoli lavoratori.

5. Tratti peculiari della recente riforma del sistema previdenziale pubblico (Riforma Fornero) La consapevolezza che solo ulteriori limitazioni dei trattamenti pensionistici pubblici potevano consentire di porre rimedio agli squilibri del settore previdenziale - elemento indispensabile per un risanamento del debito pubblico resosi necessario ed urgente alla luce della crisi del debito sovrano che nel 2011 ha investito l’Eurozona e, tra gli altri, pure il nostro Paese - ha fatto sì che si rendesse necessaria un’ulteriore riforma pensionistica che è stata apportata nel 2011 dal Governo Monti, nella persona del Ministro del Lavoro Elsa Fornero. In sintesi, detta riforma, entrata in vigore il 1° gennaio 2012, modifica sostanzialmente il previgente sistema della previdenza pubblica, caratterizzandosi per alcuni punti cardine quali: a) metodo di calcolo contributivo pro-rata (cioè a decorrere dal 1 gennaio 2012) per tutti; b) introduzione delle pensioni anticipate e sostanziale cancellazione delle pensioni di anzianità; c) pensioni di vecchiaia con requisiti più elevati e unificazione dell’età di uscita (che a regime, nel 2022, sarà per tutti, uomini e donne, di 67 anni). Con particolare riguardo al punto sub b), occorre rilevare come la riforma in esame abolisca le pensioni di anzianità, cioè quelle che potevano essere conseguite attraverso il sistema delle “quote”, cioè allorquando si raggiungeva la soglia minima prevista (appunto la quota) sommando età anagrafica ed anzianità contributiva6. Il valore della quota cresceva progressivamente negli anni (prevedendone la stabilizzazione nel 2013 a quota 97 per i dipendenti e 98 per gli autonomi), con la possibilità di scollegarsi dall’età anagrafica qualora il lavoratore avesse maturato 40 anni di contribuzione. Inoltre, per l’effettiva uscita, oltre al raggiungimento dei requisiti richiesti, si doveva attendere l’apertura della c.d. “finestra” (inizialmente ne erano state previste quattro, ridotte successivamente a due). Con la nuova pensione “anticipata” introdotta dalla riforma Fornero si potrà andare in pensione a 62 anni, quindi prima dell’età anagrafica prevista per la pensione di vecchiaia, solo superando i 41 anni ed un mese di contributi (per le donne) e i 42 anni ed un mese 6

(per gli uomini), requisito destinato comunque a crescere con il miglioramento della speranza di vita (in modo da garantire l’equilibrio nel lungo periodo delle gestioni previdenziali). Sono state poi previste delle penalizzazioni in caso di scelta del pensionamento anticipato prima dei 62 anni di età, con una decurtazione dell’1% annuo se si ha tra i 62 e i 60 anni di età, riduzione che diventa del 2% annuo qualora si scenda al di sotto dei 60 anni. La riforma ha comunque mantenuto un’importante deroga riservata alle sole lavoratrici donne che in via sperimentale, fino al 31 dicembre 2015, potranno conseguire il diritto alla pensione di anzianità se in possesso di un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni di attività e di un’età anagrafica pari o superiore a 57 anni per le dipendenti (58 anni per le lavoratrici autonome) purchè optino per una liquidazione del trattamento pensionistico loro spettante secondo le regole del metodo contributivo, accettando così una rendita considerevolmente più bassa in cambio di un pensionamento anticipato, visto l’allungamento dei tempi rispetto al passato. Sono poi fatte salve solo alcune situazioni: ad esempio, le persone che hanno svolto lavori usuranti potranno usufruire delle “vecchie” quote, nonché delle finestre mobili di uscita. La riforma Fornero, comunque, non si applicherà ai lavoratori che potranno dimostrare di aver maturato entro il 31/12/2011 tutti i requisiti anagrafici e contributivi richiesti dalla disciplina pensionistica previgente, rispettandone pure le modalità di uscita (quindi i tempi per accedere alle finestre mobili).

6. Alcune considerazioni di sintesi circa l’opportunità di un piano di risparmio a fini previdenziali Volendo tracciare un giudizio di sintesi sul processo di riforma delineato, si rileva l’indubbia opportunità, se non la vera e propria necessità, di pensare per tempo alla costruzione di una rendita previdenziale complementare, una vera e propria ”pensione di scorta” rispetto a quella pubblica, che va progressivamente riducendosi. Ed il meccanismo dei fondi pensione ben si presta alla realizzazione del conseguente piano di risparmio pluriennale. Infatti, ogni contribuente aderente ad una forma di previdenza complementare versa periodicamente (in genere ogni mese) una parte del proprio reddito nei prodotti pensionistici e questi contributi vengono impiegati sui mercati finanziari da dei professionisti (i c.d. gestori del fondo pensione o del PIP) utilizzando diverse linee di investimento, tendenzialmente non troppo rischiose. Visto che l’adesione al sistema previdenziale complementare è del tutto volontaria, sono state previste agevolazioni fiscali per gli aderenti, in modo da “invogliarlo” all’adesione. Ad esempio, durante la fase di accumulo, il lavoratore può dedurre dal reddito imponibile, fino a un massimo di circa 5.165 euro annui, i versamenti ai fondi pensione o ai PIP, assicurandosi così un risparmio sulle tasse da pagare7. Concorrono a determinare detto limite di deducibilità anche i contributi eventualmente versati a favore di soggetti fiscalmente a carico (ancorché non lavoratori). I rendimenti, cioè gli incrementi 7 Le agevolazioni fiscali riguardano i versamenti sia ai fondi pensione che ai PIP visto che è stato posto il principio dell’uguaglianza fiscale di tutte le tipologie di risparmio previdenziale, sia collettivo che individuale. I lavoratori dipendenti, però, possono sottrarre dal reddito soltanto i contributi volontari versati di tasca propria e non le quote del Tfr eventualmente destinate al fondo pensione.

Tale sistema delle quote era stato introdotto con la Legge 247/2007 con il governo Prodi.

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positivi conseguiti a seguito della gestione finanziaria delle risorse accumulate, sono assoggettati all’imposta sostitutiva dell’11%. Il capitale, più i rendimenti maturati, si accumulano negli anni fino a che il sottoscrittore del fondo non matura i requisiti richiesti per accedere alla rendita pensionistica. A questo punto, l’iscritto può richiedere l’erogazione della pensione complementare - da parte della compagnia di assicurazione collegata con convenzione al fondo - scegliendo di percepirla: a) interamente come rendita; b) parte in capitale (fino a un massimo del 50% della posizione maturata) e parte in rendita. Questo perché il legislatore riconosce nell’erogazione sotto forma di rendita la migliore soddisfazione del fine previdenziale – si ricorda come scopo esclusivo dei fondi pensione sia appunto quello di “assicurare più elevati livelli di copertura previdenziale” e quindi non una mera finalità finanziaria - per cui solo eccezionalmente, e a determinate condizioni8, l’iscritto può scegliere di ricevere l’intera prestazione sotto forma di capitale. Fiscalmente, la parte imponibile9 della prestazione, erogata in qualsiasi forma, risulta tassata nella misura del 15%, aliquota che si riduce di uno 0,30% per ogni anno di partecipazione successivo al quindicesimo, con una riduzione massima del 6%, per cui, in ogni caso, dopo 35 anni di partecipazione alla forma di previdenza complementare, si può arrivare ad applicare l’aliquota minima del 9%. Da sottolineare come dette aliquote siano particolarmente favorevoli se confrontate con quelle previste per il TFR lasciato in azienda o con quelle IRPEF. Analogo trattamento fiscale è previsto nel caso in cui siano percepite dal sottoscrittore, prima dell’erogazione finale, somme a titolo di anticipazione per sostenere spese sanitarie oppure somme a titolo di riscatto in caso di disoccupazione, cassa integrazione guadagni, invalidità e decesso. Invece, le anticipazioni percepite per gli altri motivi ammessi dal legislatore (acquisto e ristrutturazione della prima casa, per sé e per i figli, nonché per ulteriori esigenze del lavoratore, seppur nei i limiti consentiti da statuti e regolamenti) sono tassate nella misura fissa del 23% (pari alla più bassa aliquota IRPER attualmente in vigore)10. La disamina, seppur a grandi linee, della disciplina fiscale prevista per la previdenza 8 Questa possibilità è data solo nel caso in cui convertendo in rendita almeno il 70% della posizione individuale maturata, l’importo della pensione complementare sia inferiore alla metà dell’assegno sociale INPS. 9 Le prestazioni pensionistiche erogate sia in forma di capitale che di rendita costituiscono reddito imponibile solo per la parte che non è già stata sottoposta a tassazione durante la fase di accumulo(sono dunque esclusi i contributi non dedotti e i rendimenti già tassati). 10 Per il lavoratore che si trovi in una particolare situazione di necessità è quindi prevista la possibilità di riscattare parte di quanto versato alla previdenza complementare prima della data del pensionamento. Per esempio, chi resta disoccupato può farsi rimborsare fino al 50% del capitale dopo 12 mesi dal licenziamento, mentre il restante 50% può essere incassato se il periodo di disoccupazione supera i 48 mesi; ha invece diritto a farsi liquidare il 100% del capitale chi resta invalido, se perde più dei due terzi della capacità lavorativa, mentre è possibile farsi liquidare il 75% delle somme maturate per spese sanitarie (per sé o per i familiari) causate da malattie gravi, oppure per acquistare la prima casa, per sé o pei figli, a condizione che il piano dei versamenti sia iniziato da almeno 8 anni. Infine, sempre dopo almeno 8 anni di versamenti, il lavoratore può farsi rimborsare fino al 30% del capitale maturato per esigenze personali non predefinite.

complementare consente di trarre alcune considerazioni: dal momento che certe forme di risparmio fiscale aumentano al crescere del numero di anni di permanenza nelle forme pensionistiche complementari, saranno proprio i giovani (che hanno un orizzonte di permanenza in dette forme molto ampio) quelli che potranno godere maggiormente dei benefici fiscali previsti con il D. Lgs. 252/2005. Conseguentemente, è possibile giungere a rilevare come lo scopo principale della riforma testé tratteggiata sia proprio quello di indirizzare alla previdenza complementare i giovani, che si stanno affacciando o si sono da poco affacciati al mondo del lavoro, perché saranno proprio loro che avranno più bisogno di integrare le prestazioni previdenziali pubbliche, che risulteranno estremamente ridotte rispetto a quelle oggi percepite, scontando un tasso di sostituzione molto basso, tale da non garantire un tenore di vita adeguato a quello vissuto nel corso dell’età lavorativa. Saranno proprio loro, quindi, a dover pensare per tempo a predisporre un piano di risparmio, destinando alla previdenza complementare, nelle sue diverse forme, parte del proprio reddito, senza aspettare un’età più avanzata, perché questo non consentirebbe loro di avvalersi delle possibilità offerte, soprattutto in termini fiscali, dal nostro legislatore in ambito pensionistico. Purtroppo, è invece necessario rilevare come nel nostro Paese vi sia una scarsa cultura previdenziale, che porta a pensare alla questione “pensione” solo nelle fasce di età più avanzate e questo è un dato senza dubbio preoccupante, che la riforma recente in tema previdenziale cerca di superare. Questo nella consapevolezza che solo la combinazione tra previdenza obbligatoria e previdenza integrativa potrà ridurre l’enorme divario tra ultima retribuzione e prima rata di pensione, per cui il sistema dei fondi pensione non può che rappresentare un fattore essenziale nella previdenza che verrà.

Traccia per l’attività in classe In primo luogo, si potrebbe sviluppare in aula una discussione, con la partecipazione attiva dei ragazzi, volta a sondare la loro effettiva comprensione delle tematiche affrontate nella scheda e connesse alla motivazioni che li dovrebbero portare a pensare a realizzare in età non avanzata, quindi relativamente “presto”, un piano di risparmio con finalità previdenziali. Potrebbe poi essere opportuno realizzare un’indagine attraverso un questionario, approntato dal docente in collaborazione con il gruppo aula, da sottoporre non solo ai ragazzi, ma anche alle loro famiglie, volto a verificare da un lato il livello di conoscenza delle diverse forme di previdenza complementare e delle novità introdotte dalla recente Riforma Fornero nell’ambito della previdenza pubblica, dall’altro il grado di apprezzamento da parte degli intervistati al riguardo. Ovviamente, tutti i dati raccolti dovrebbero essere poi sintetizzati, anche con l’ausilio di grafici e tabelle, e i relativi risultati discussi in aula. Potrebbe essere interessante, infine, attuare delle simulazioni in relazione alle possibili scelte attuabili da parte di diverse tipologie di lavoratori (come l’aderire prima, dopo o affatto a determinate forme di previdenza complementare, o il destinare o meno ai fondi pensione il proprio TFR, se lavoratori dipendenti privati), cercando di valutare l’impatto delle alternative esaminate in termini di potenziali costi e vantaggi fiscali.

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FAQ

DOMANDE E RISPOSTE

1. Qual è la finalità principale di chi aderisce ad un fondo pensione?

Chi aderisce ad una forma di previdenza complementare deve perseguire una finalità di tipo previdenziale (costruirsi una pensione “di scorta” rispetto a quella pubblica) e non finalità finanziarie, come rivalutare nel tempo quanto versato ai gestori del fondo pensione. In quest’ultimo caso, infatti, il nostro soggetto dovrebbe aderire ad altre forme di gestione collettiva del risparmio, aventi appunto finalità finanziarie, quali, ad esempio, i fondi comuni di investimento mobiliare.

2. Qual è la differenza tra retribuzione e reddito?

La nozione di retribuzione, connessa al percepimento di somme finanziarie pagate dal datore di lavoro al lavoratore dipendente in virtù dell’attività lavorativa da questi prestata, si configura come una delle possibili forme di reddito che possono essere percepite (la retribuzione potrebbe essere infatti definita come un reddito da lavoro dipendente); pertanto la nozione di reddito assume una valenza molto più ampia, con fonti diversificate di produzione dello stesso che vanno a sommarsi per delineare il redito complessivo di un soggetto che questi destinerà al soddisfacimento dei propri bisogni con consumi che, se inferiori al reddito, consentiranno di generare una quota di risparmio.

3. Perché si deve pensare “presto” all’ipotesi di aderire ad una forma di previdenza complementare? Anche se quando si è giovani la pensione sembra una cosa davvero molto lontana nel tempo (e si può pensare a forme molto più “divertenti” per investire parte del proprio reddito, faticosamente risparmiata, come viaggi, Ipad, Smartphone e molto altro ancora...),l’inesorabile riduzione del tasso di sostituzione, da un lato, e la considerazione dei possibili benefici fiscali ritraibili da una adesione precoce alle forme di previdenza complementare, dall’altro, devono spingere sempre di più a riflettere sulla convenienza a predisporre in età ancora giovane un adeguato piano di risparmio previdenziale.

TAGS LA CATENA DELLE PAROLE CHIAVE

Reddito da retribuzione Reddito complessivo Sistema previdenziale pubblico Previdenza complementare Fondi pensione Tasso di sostituzione Sistema previdenziale a ripartizione Sistema previdenziale a capitalizzazione Metodo di calcolo contributivo Metodo di calcolo retributivo Piano di risparmio previdenziale

LINKS SITI E INFO PER APPROFONDIRE

www.istat.it www.ilo.org www.oecd.org http://epp.eurostat.ec.europa.eu/

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Test FINALE 1. Tra i fattori che hanno determinato l’esigenza di una riforma del sistema previdenziale pressoché esclusivamente pubblico troviamo: a. Il solo fattore demografico b. Il fattore demografico unito a fattori socio-economici c. il solo fattore legato all’elevato disavanzo pubblico d. il fattore demografico unito a quello socio-economico e a quello dell’elevato disavanzo pubblico 2. La Riforma Dini del 1995 per il calcolo della pensione pubblica ha previsto: a. Il passaggio al metodo contributivo per tutti b. Il mantenimento del metodo retributivo per tutti quelli che risultavano assunti alla data di entrata in vigore della L. 335/1995 c. Il mantenimento del metodo retributivo per tutti quelli che avevano maturato 18 anni di contributi al 31/12/1995 d. Un sistema di calcolo “misto” (criterio retributivo per la parte antecedente al 31/12/1995, criterio contributivo per la parte successiva a tale data) da applicare a tutti gli assunti del momento 3. In merito alla contribuzione alle diverse forme di previdenza complementare: a. Non sono in alcun caso consentite richieste di anticipazione su quanto versato b. Al momento del pensionamento si potrà richiedere il montante maturato (capitale versato e rendimenti relativi) solo sotto forma di rendita finanziaria c. Sono previste agevolazioni fiscali, quali la detraibilità di quanto versato senza alcun limite di importo d. Tale contribuzione è possibile solo su base volontaria 4. Con la pensione anticipata introdotta con la Riforma Fornero: a. È stata cancellata la pensione di vecchiaia b. Sarà sufficiente avere il solo requisito anagrafico di un’età di 62 anni per avere diritto al trattamento pensionistico complementare c. Si dovrà aspettare in ogni caso l’età di 62 anni, avendo il numero minimo di anni di contribuzione richiesto d. È stata cancellata la pensione di anzianità, salvo alcuni casi eccezionali di mantenimento del regime previgente 5. Nella riforma del sistema previdenziale, nota come “riforma del TFR”, la scelta della destinazione del TFR: a. Può essere manifestata solo in maniera espressa (dicendo si o no) b. Può essere manifestata sia in maniera espressa che in maniera tacita (con il silenzio-assenso) c. Si rivolge ai lavoratori dipendenti sia pubblici che privati d. Si rivolge ai soli lavoratori autonomi e professionisti

Soluzioni : 1d. - 2c. - 3d. - 4d. - 5b.

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L’INIZIATIVA IMPRENDITORIALE, IL MERITO, LE START UP di Claudio Guzzi

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L’articolo 26 Agosto 2013

LA CRESCITA È QUESTIONE DI MERITO

L’INIZIATIVA IMPRENDITORIALE, IL MERITO, LE START UP

di Piero Formica

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Dalla politica all’imprenditorialità, sale la richiesta di meritocrazia il cui deficit consuma le aspirazioni d’innovazione della generazione del Millennio e la mette all’angolo, condannandola al precariato e alla disoccupazione. Nel solo 2009, il 79% dei posti di lavorio cancellati dalla Grande Recessione ha riguardato i giovani tra i 18 e i 29 anni. Oggi, in numero crescente, si muovono alla ricerca delle terre dell’opportunità fuori dal Paese e lungo le nuove frontiere delle innovazioni tecnologiche. Un sondaggio Gallup ha mostrato l’esile impronta meritocratica della nostra società. A fronte di 54 italiani su 100 che credono meritocratica la loro società, stanno 69 francesi, 74 tedeschi, 78 inglesi e 89 americani. Il divario è un gran fossato anche guardando a Oriente, rispetto a Cina (93%), India (90%) e Australia (82%). Ecco perché, ricercando le terre dell’opportunità, i giovani italiani dell’era digitale si spingono sia verso Occidente, sia in direzione della vasta regione dell’Asia-Pacifico. È la tirannia dei gerontocrati al timone del Paese che tiene a freno lo slancio meritocratico e rende esasperatamente lento il ricambio generazionale ai posti di comando. Che le conseguenze siano nefaste lo dice la lunga lista dei benefici che verrebbero a mancare se, sciaguratamente, si assistesse a una vera e propria fuga della generazione del Millennio. È questa la generazione che dà agilità al corpo sociale abbattendo gli alti steccati che separano il lavoro dalla vita personale. Sono i giovani che saziano la sete imprenditoriale delle aziende più innovative. Sono loro, nati digitali ed esperti in tecnologia, a suggerire nuovi modi di lavorare. Sono quelli del Millennio che, ritrovandosi tra le nuvole di Internet, creano reti sociali e aziendali che spalancano al Paese le porte dell’internazionalizzazione. Siamo entrati nella decade delle Olimpiadi dell’Innovazione. A fine decennio, a giochi conclusi, prenderemo dimestichezza con imprese, prodotti e servizi a noi ancora sconosciuti. Grazie alla rivoluzione digitale siamo immersi in un universo geo-sociale ove splendono le stelle di Facebook, Qzone (la sua versione cinese) e Twitter. C’è poi il bio-universo in cui le sequenze del genoma umano si convertono in prodotti che cambieranno prevenzione e cura della salute. Eppure, l’indomani della recessione globale è stato un brutale risveglio per i più giovani della forza lavoro, con molti tra loro dotati di un alto potenziale d’imprenditorialità. Sul cielo d’Italia potremmo veder brillare più stelle di imprenditori in erba che avviano imprese innovative, ad alto potenziale di

crescita. Dalla valorizzazione imprenditoriale delle tecnologie alimentari, energetiche e abitative a quelle della mobilità sostenibile e della salute, le start up innovative dei Millennial dimostrano di non essere una versione tascabile delle grandi imprese, bensì di rappresentare un nuovo modo di fare impresa. E la forza delle loro innovazioni sta nel numero dei posti di lavoro che creano. Infatti, per ogni posto che le vecchie imprese distruggono annualmente, le start up innovative ne aggiungono mediamente tre. A ragione i Millennial pretendono che sia finalmente la meritocrazia ad assestare un bel colpo di frusta alle gambe della pigra società italiana. La loro disoccupazione è un imperdonabile spreco di ricchezza futura, giacché la popolazione giovanile è un grande serbatoio di talenti innovativi. Tra costoro, tanti i potenziali imprenditori le cui avventure nel mondo dell’innovazione trainata dalle scoperte scientifiche sono precluse dalla carenza di quel propellente che è il capitale di rischio. Eppure ci sarebbe lo spazio per far volare nel cielo della creazione d’impresa gli “angeli degli affari”, quegli individui che tanto contribuiscono con le loro risorse intellettuali e monetarie al decollo delle start up e che tanto scarseggiano nel nostro Paese. Basti pensare che le famiglie italiane in cui rientrano gli individui in questione svettano nel mondo per la ricchezza detenuta. Copriamo l’1% della popolazione e rappresentiamo il 3% del PIL mondiale, ma la quota della ricchezza familiare è ben superiore, pari al 5,7%: 350mila euro di ricchezza in media per nucleo familiare, ma pochi angeli disposti a destinarne una seppur minima quota ai giovani imprenditori innovativi. Per giunta, col 10% delle famiglie che possiedono il 45% della ricchezza totale, il gruppo degli investitori individuali potrebbe essere particolarmente folto. Non è così. Se le nostre famiglie sono poco indebitate, il Paese è in debito d’imprenditorialità innovativa. Si compra la casa alla prole, non si investe, però, nel figlio giovane ricercatore disposto a correre il rischio di una nuova idea e a farla accadere. Ai giovani aspiranti imprenditori dell’innovazione, famiglie e business angel voltano le spalle. Ma non nella vicina Francia in cui tante sono le agevolazioni fiscali per gli investitori in capitali di rischio, fino a poter tagliare del 75% le imposte sul patrimonio investendo in start up un importo equivalente. Disegnando una tassazione che premia l’imprenditorialità, la semina di capitali di rischio, oggi dieci volte meno abbondante che in Francia, produrrebbe l’humus per far sbocciare fresche e innovative risorse imprenditoriali che all’Italia non fanno difetto.

Appunti

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

La scheda di Claudio Guzzi

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO

L’INIZIATIVA IMPRENDITORIALE, IL MERITO, LE START UP

Una società che non sa riconoscere il merito?

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L’articolo di Piero Formica parte da una riflessione amara: il nostro non è un Paese per giovani. La maggior parte dei posti di lavoro cancellati dalla crisi economica che attraversa l’Italia da oltre 5 anni riguarda i giovani tra i 18 e i 29 anni. Questa è una delle ragioni che spinge molte ragazze e ragazzi a cercare maggior fortuna fuori dall’Italia (o, in alcuni casi, ad abbandonare l’idea di inserirsi nel mondo del lavoro). Il nostro Paese appare per molti versi bloccato: i giovani nati tra l’alba degli anni Ottanta del secolo scorso e l’avvio degli anni Duemila, la generazione del Millennio, sono spesso ricchi di competenze digitali e tecnologiche ma sono inseriti in un contesto economico e politico paralizzato, dove è molto difficile realizzare una qualsiasi forma di ricambio generazionale. Lo stesso fenomeno della mobilità sociale, ossia la possibilità, per una persona o per un gruppo, di passare da una situazione sociale a un’altra, che a partire dagli anni Settanta dello scorso secolo sembrava assicurata attraverso il trampolino dell’istruzione garantita a tutti, oggi appare fortemente ridimensionata. Insomma, nel nostro Paese piuttosto che il merito, le competenze e le capacità individuali, contano assai di più la provenienza sociale1 o l’età anagrafica. Le conseguenze di questo deficit di attenzione alla valorizzazione del merito sono particolarmente drammatiche in relazione alle politiche per l’imprenditorialità: siamo nel mezzo di una vera e propria rivoluzione digitale, con la creazione di prodotti e servizi che necessitano di nuovi modi di fare impresa. Sono queste le imprese innovative di cui il nostro Paese ha bisogno, anche perché sono in grado di creare occupazione in maniera significativa. In Italia, però, come avremo modo di osservare, rimangono un potenziale in gran parte inespresso.

L’Italia non è un Paese per le Quando un’impresa è in fase di nuova costituzione, ossia nella fase di inizio e di reperimento delle risorse necessarie per avviare un business, si dice che è nella fase di start up. Sotto questo profilo, “creare una start up” è sinonimo di “creare una nuova impresa”. Tuttavia oggi il termine è più spesso utilizzato con un significato diverso e più specifico, ossia per indicare quelle imprese, in fase di avviamento, che sono orientate verso lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore 1 In Italia solo l’8,5% di chi ha un padre operaio riesce ad accedere a professioni quali dirigente, imprenditore o libero professionista (dati Istat 2012). La classe sociale dei genitori influenza pesantemente anche i percorsi formativi dei figli: per la generazione nata negli anni 80, si è iscritto all’università il 61,9% dei figli delle classi agiate, contro il 20,3% dei figli di operai.

tecnologico (ad esempio nei settori dell’informatica, delle biotecnologie, dell’ingegneria genetica ecc.). Per tale ragione si tratta di aziende caratterizzate dalla presenza di un rilevante investimento nella ricerca e sviluppo, e vengono definite start up innovative. Visto in questa prospettiva, uno startupper non è solamente un neoimprenditore, ma chi, quasi per filosofia o stile di vita, intraprende un’attività economica orientata al cambiamento e all’innovazione. Qual è la situazione italiana? Possiamo considerare il nostro come un Paese innovatore e attento alle problematiche della nuova imprenditorialità? I dati sono più grigi che rosei: il programma di ricerca internazionale GEM (Global Entrepreneurship Monitor), condotto da un consorzio di università, che da molti anni si occupa della valutazione del ruolo dell’imprenditorialità per la crescita dei sistemi economici nazionali, in particolare con il calcolo del tasso di nuova imprenditorialità, nel suo rapporto 2012 segnala che l’Italia si colloca negli ultimi posti nella gara internazionale dell’innovazione il cui traguardo è l’imprenditorialità, con la presenza di un tasso di nuova imprenditorialità dimezzato rispetto alla Germania e pari a un quarto rispetto agli USA2. Startup Genome, una struttura che si occupa di offrire consulenza specialistica alle start up, ha creato una classifica delle città al mondo dove è più conveniente creare una start up, il progetto Startup Genome, che raccoglie e organizza dati di start up provenienti da 141 nazioni. Nessuna città italiana è presente tra le prime 20; solo Milano si piazza tra le prime 403. TABELLA 1 - Ecco in dettaglio la classifica dei primi 20 ecosistemi più funzionali (e funzionanti) del mondo:

1

Silicon Valley

2 3

Los Angeles

4 5

Tel Aviv

Seattle

New York

Boston Londra

7

Toronto Vancouver

12

14 10

Parigi

Sydney

13

8

9

Chicago

11

6

San Paolo

Mosca

15

Berlino

Waterloo

16

Singapore Melbourne

18

Bangalore Santiago

17

19

20

Nel nostro Paese, peraltro, qualcosa si muove: una nuova generazione di imprenditori si sta formando sul territorio nazionale ed esperienze significative, ancorché non ancora paragonabili, per volumi e caratteristiche, 2 Per un approfondimento del tema si veda il sito www.startup.it dove è possibile reperire il testo del Rapporto GEM Italia 2012. È interessante osservare come la nazione più imprenditoriale nell’Unione europea sia l’Olanda, dove il 7,2% della popolazione tra i 18 e i 64 anni ha fondato una start up o è procinto di farlo. 3 I dati sono ripresi dallo Startup Ecosystem Report 2012, reperibile sul sito: http://blog.startupcompass.co/the-startupecosystem-report-2012-is-live. Il documento analizza e classifica le numerose realtà internazionali (confronta dati raccolti da oltre 50mila start up) secondo aspetti complementari ma differenti: dalla tipologia degli impiegati alla performance economica delle aziende, dalla quantità degli investimenti alla qualità delle proposte, dalla differenziazione del mercato alla tipologia di linguaggio di programmazione utilizzato.

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a quelle statunitensi o israeliane, si realizzano un po’ ovunque. Da Milano a Cagliari, da Treviso a Salerno, ma anche a Roma, Firenze e in molte altre città si assiste a una crescita, lenta ma costante, di realtà fortemente innovative, sia per i servizi offerti (ad esempio: le tecnologie alimentari o quelle energetiche e abitative, le biomedicine, il cloud computing4) sia per le modalità di relazione con i clienti/consumatori. Le nuove Silicon Valley all’italiana, tuttavia, possono decollare più facilmente se si costruisce un tessuto imprenditoriale più ricettivo. Cerchiamo di capire quali sono i principali nodi da sciogliere.

I problemi legati alla nascita di una start up Uno startupper deve possedere creatività, spirito di iniziativa e volontà di mettersi in gioco. Sono condizioni essenziali per chi sceglie di avviare un’attività imprenditoriale ma non sono sufficienti. Le neoimprese, infatti, rispetto a quelle che presentano uno stadio di sviluppo più avanzato, presentano numerose diseconomie di partenza. Ad esempio: una minore esperienza produttiva, un ridotto potere contrattuale verso i fornitori (quindi i costi di approvvigionamento possono risultare anche sensibilmente più alti), una credibilità verso la potenziale clientela tutta da costruire, una maggiore difficoltà a reperire i finanziamenti da terzi, la presenza di cicli monetari e finanziari negativi (visto che nella fase iniziale dell’attività sono previste solo uscite). Prima di partire con una start up, il futuro imprenditore deve allora innanzitutto essere in grado di valutare attentamente l’attuabilità dell’idea; lo strumento utilizzato a tal fine è l’elaborazione di un rigoroso e dettagliato piano strategico di impresa, il cosiddetto Business Plan. Si tratta di uno strumento fondamentale: attraverso il piano di impresa si definiscono infatti i tempi, i costi e tutte le azioni generali per rendere un’impresa start up operativa. Le intuizioni da cui si originano le imprese start up, se supportate da un buon piano di impresa, possono determinare lo sviluppo a imprese anche di grandi dimensioni. Non va tuttavia dimenticato come il contesto nel quale operano le start up è caratterizzato da un’elevata mortalità delle imprese. Per una start up è dunque molto importante trovare un adeguato supporto da parte di chi, investitori pubblici o privati, credono nell’idea e supportano l’impresa nei suoi primi passi. Accanto ai soggetti pubblici, che agiscono principalmente con l’erogazione di prestiti agevolati o con lo stanziamento di somme a fondo perduto, è fondamentale il ruolo delle istituzioni private (società incubatrici, business angels, equity crowdfunding, ecc.), che possono intervenire finanziariamente oppure fornire servizi di assistenza e consulenza specializzate. 4 In informatica con il termine inglese cloud computing (in italiano nuvola informatica) si indica un insieme di tecnologie che permettono, tipicamente sotto forma di un servizio offerto da un provider al cliente, di memorizzare/archiviare e/o elaborare dati (tramite CPU o software) grazie all’utilizzo di risorse hardware/software distribuite e virtualizzate in Rete in un’architettura tipica client-server (tratto da: wikipedia.it).

Per misurare la fattibilità dell’idea imprenditoriale (e quindi l’opportunità di finanziarla), oltre all’analisi del piano d’impresa, appare decisivo monitorare alcune variabili di natura soggettiva del neoimprenditore. Gli studiosi di management evidenziano in particolare le seguenti: • le capacità imprenditoriali dello startupper. Le performance aziendali possono dipendere in modo significativo dalle caratteristiche personali dell’imprenditore e del suo team: una forte motivazione, lo spirito di iniziativa, la tendenza all’autoaffermazione e all’autorealizzazione, l’autonomia e la sicurezza nelle relazioni sociali possono rivelarsi decisive per orientare l’impresa verso il successo, indipendentemente dal contesto in cui essa è inserita; • il background culturale del neoimprenditore. Buone capacità manageriali e la presenza di eventuali esperienze fatte in situazioni analoghe di start up aumentano le possibilità di affermazione di una nuova impresa; • la capacità di relazionarsi con gli altri stakeholder, ossia con i soggetti che hanno interesse al buon andamento di un’azienda pur senza esserne proprietari, ad esempio: i lavoratori dipendenti, i fornitori, i finanziatori, i gruppi che agiscono sul territorio dove è localizzata l’impresa. L’idea di un’impresa che sviluppi la propria attività con finalità non legate esclusivamente al profitto e, al contrario, sia consapevole della pluralità di interessi dei soggetti coinvolti dalla sua attività è oggi sempre più diffusa. Le imprese cosiddette socialmente responsabili, in grado cioè di relazionarsi positivamente con le comunità locali e con i dipendenti (e quindi attente alle dinamiche ambientali, al rispetto dei diritti umani, alla qualità del prodotto, alle condizioni di vita dei lavoratori, ecc.), hanno maggiori possibilità di successo perché un numero sempre maggiore di consumatori orienta la propria spesa anche (o prioritariamente) sulla base del rispetto di tali parametri. Un’attenta considerazione di tali variabili è importante per chi decide di supportare finanziariamente (o meno) un progetto e, insieme al piano di impresa, può risultare decisiva per valutare le prospettive di sviluppo e i rischi della nuova attività.

Conclusioni Nel nostro sistema economico le start up sono oggi motore di nuova occupazione; per questo i Paesi devono, o dovrebbero, valorizzare le idee del presente che, oltre a individuare un modo diverso di fare impresa, rappresentano le fondamenta del futuro economico di uno Stato. In Italia, tuttavia, l’assenza di un tessuto imprenditoriale ed economico fertile rappresenta un freno alla creazione di esperienze innovative sul territorio. Come afferma Piero Formica, il nostro è un Paese «in debito d’imprenditorialità innovativa», con un’assenza di cultura dell’imprenditorialità, confermata dalla scarsa propensione delle famiglie italiane, anche le più benestanti, che nel complesso dispongono di una ricchezza considerevole, a investire in nuove idee e progetti di natura imprenditoriale. La carenza di capitale di rischio accentua i tradizionali problemi delle start up: l’incidenza eccessiva dei costi fissi nei primi anni di vita, in assenza di ricavi e sommata alle spese necessarie per assumere lavoratori, rischia di rendere assai precario l’equilibrio finanziario di una neoimpresa.

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L’INIZIATIVA IMPRENDITORIALE, IL MERITO, LE START UP

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Le start up italiane lamentano, poi, la mancanza di fondi di garanzia e di politiche di sostegno pubblico5. Tuttavia è proprio questo il campo nel quale si registrano i più significativi segnali di cambiamento: il Decreto Lavoro (D.l. 76/2013) del giugno 2013, ad esempio, contiene incentivi ad avviare nuove start up, stabilendo in particolare che le start up innovative possano accedere gratuitamente, in via prioritaria e secondo modalità semplificate, alla garanzia sul credito bancario concessa dal Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese (sia pure con un importo massimo garantibile pari a 2,5 milioni di euro). Sono misure frutto della crisi economica e occupazionale, e hanno lo scopo di favorire la creazione di nuove imprese e di rendere il nostro Paese più attrattivo per gli investitori (interni ed esteri). Forse possono aiutarci a pensare alla crisi economica, anziché solo come a un punto d’arrivo e l’indicatore del declino di un sistema, a un possibile punto di ripartenza.

TAGS LA CATENA DELLE PAROLE CHIAVE

Start up Mobilità sociale Politiche per l’imprenditorialità Business Plan Stakeholder Impresa socialmente responsabile

Traccia per l’attività in classe Dopo la lettura individuale della scheda si può domandare alla classe di discuterne il contenuto, invitando in particolare a una riflessione sul tema dell’imprenditorialità. Nello specifico si può chiedere a ogni studentessa/studente di elencare le ragioni che possono da un lato spingere a sviluppare un’idea imprenditoriale (ad esempio: svolgere un lavoro orientato alla creatività) e dall’altro quelle che potrebbero invece ostacolarla (ad esempio: i rischi). Se qualcuna/o manifestasse ambizioni a progettare percorsi che possono legarsi a un’attività d’impresa, si può discutere delle possibilità/potenzialità di un loro futuro sviluppo, individuando alcuni possibili canali per prepararsi (ad esempio: attività di formazione) ed eventuali strumenti che potrebbero risultare utili per diffondere le proprie idee (ad esempio: l’uso di vetrine web). In base al tipo di formazione scolastica, quest’ultimo passaggio può essere sviluppato con livelli diversi di approfondimento. Nell’istruzione tecnico-economica, in particolare, si può ipotizzare una vera e propria attività di progetto, con l’elaborazione di un business plan, simulazioni di analisi di fattibilità finanziaria ecc

LINKS SITI E INFO PER APPROFONDIRE

QR-CODE GUARDA IL VIDEO DI QUESTO TEMA

www.ilsole24ore.com www.giovanimprenditori.org www.giovaneimpresa.it/ www.europa.eu www.pmi.it http://www.italiancrowdfunding.org www.startupgenome.com www.gemconsortium.org http://www.startuplex.com www.iban.it

Appunti

5 In realtà il tema è controverso: sulla base di alcune esperienze ormai ampiamente studiate (pensiamo, ad esempio, a Facebook) alcuni affermano che ciò che conta veramente è l’idea di business e la convinzione della possibilità di realizzarla. In altri termini: non è il denaro che crea le premesse per il successo di un’idea, è l’idea che attira il denaro.

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FAQ

DOMANDE E RISPOSTE

L’INIZIATIVA IMPRENDITORIALE, IL MERITO, LE START UP

1. Che cosa sono gli incubatori e gli acceleratori aziendali?

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Gli incubatori (o aziende incubatrici) sono strutture attrezzate (aziende o divisioni di aziende) che assistono e supportano le imprese start up per garantire il consolidamento e il rafforzamento della loro posizione sul mercato. Hanno la funzione principale di raccogliere le idee imprenditoriali e di valutarne il possibile ritorno economico. L’idea di business viene studiata e analizzata da manager competenti in strategia aziendale, marketing, finanza e contabilità per vagliarne la fattibilità tecnica, economica e finanziaria e allo scopo di far nascere e successivamente potenziare imprese ad alto tasso di sviluppo. Una volta superato il primo esame (business incubation), l’incubatore può seguire le successive fasi di sviluppo dell’azienda per accelerare (da qui il nome di “acceleratori”) il più possibile la crescita dell’impresa. Il ruolo degli incubatori è quindi duplice: da un lato consente a chiunque ritenga di avere un’idea imprenditoriale vincente di mettersi in contatto con i potenziali finanziatori, dall’altro semplifica il lavoro proprio a questi ultimi, poiché opera una selezione ragionata delle idee e dei progetti dei neoimprenditori.

Chi sono i Business Angels?

L’espressione è di origine anglosassone e indica una particolare categoria di investitori “informali” nel capitale di rischio: sovente si tratta di ex titolari di impresa, manager in attività o in pensione, che sono dotati di mezzi finanziari (non necessariamente ampi), di una buona rete di conoscenze, di una solida capacità gestionale e di un buon bagaglio di esperienze. L’obiettivo dei Business Angels è contribuire alla riuscita economica di un’azienda, acquisendo partecipazioni in aziende con alto potenziale di sviluppo, con l’interesse a monetizzare una significativa plusvalenza al momento dell’uscita. Tuttavia, poiché i progetti possono essere ad alto rischio, può anche accadere che i soldi investiti non fruttino ciò che si era preventivato. Di regola i Business Angels si organizzino in reti locali, conosciute come B.A.N. (Business Angels Network). Tali strutture permettono ai Business Angels di incontrare imprenditori e di supportare le nuove imprese, accompagnando il neoimprenditore nelle sue decisioni.

Che cos’è il crowdfunding?

L’espressione crowdfunding è utilizzata per indicare una particolare forma di processo collaborativo dove un gruppo di persone (“folla” o crowd) utilizza il proprio denaro in comune (funding), anche con somme di modesta entità, per finanziare un progetto imprenditoriale o altre iniziative. È un processo di finanziamento dal basso che si avvale di siti internet (“piattaforme” o “portali”) per consentire l’incontro e la collaborazione dei soggetti coinvolti in un progetto di crowdfunding. Il modello è stato sperimentato con grande successo nelle elezioni americane da Barack Obama, che è riuscito a pagare buona parte della sua prima campagna elettorale presidenziale con i soldi donati dai suoi elettori. Si parla di equity crowdfunding quando un imprenditore cerca capitali tramite investimenti online, offrendo in cambio partecipazioni azionarie. L’investimento, cioè, consente di acquistare titoli societari e il soggetto investitore acquisisce in tal modo i diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell’impresa. L’equity crowfunding ha permesso in Italia il decollo di startup che avrebbero altrimenti avuto maggiori difficoltà a reperire fondi e che invece, grazie alla vetrina digitale, possono accedere a una platea più ampia di potenziali investitori.

Test FINALE 1. È un elemento che caratterizza le start up innovative: a. la presenza di un modesto capitale iniziale b. lo svolgimento di un’attività economica organizzata al fine della produzione di beni e di servizi c. il finanziamento pubblico dei progetti imprenditoriali d. il rilevante investimento in ricerca e sviluppo 2. Non può essere considerata una diseconomia di partenza per le start up a. la difficoltà a reperire finanziamenti b. l’utilizzo massiccio delle nuove tecnologie c. la presenza di cicli monetari e finanziari negativi d. il ridotto potere contrattuale verso i fornitori 3. Possono svolgere un ruolo importante per assistere le start up: a. le imprese incubatrici b. gli stakeholder c. gli shareholder d. le banche 4. È il documento dove si definiscono tempi, costi e strategie per rendere operativa una start up: a. gli incubatori business b. l’equity crowdfundig c. il Business Plan d. il cloud computing 5. I Business Angels sono a. benefattori che decidono di regalare somme di denaro a imprenditori che ne hanno bisogno b. soggetti che si occupano di valutare un’idea di business per accelerare il più possibile la crescita di un’azienda c. investitori che acquistano titoli di partecipazione societaria mettendo il proprio denaro in comune e utilizzando apposite piattaforme online d. persone che investono in progetti innovativi ad alto rischio allo scopo di ottenere ritorni elevati

Soluzioni : 1d. - 2b. - 3a. - 4c. - 5d.

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COME COSTRUIRE IL PROPRIO CURRICULUM di Elide Sorrenti

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L’articolo 24 Luglio 2013

QUEI 47.000 POSTI RIMASTI SENZA CANDIDATI di Valentina Santarpia

La domanda di lavoro dipendente nei settori tra il 2012 e il 2013 CHI SALE E...

...CHI SCENDE

Macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto

Servizi culturali, sportivi e altri servizi alle persone

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Nello stesso Paese dove un milione di lavoratori perderà il posto nel 2013, ci sono 46mila e 900 assunzioni non stagionali che rischiano di rimanere insoddisfatte: lo rivela l’ultimo rapporto Excelsior di Unioncamere, realizzato in collaborazione con il ministero del Lavoro su un campione di 94mila imprese tra il 28 gennaio e il 23 maggio di quest’anno. Quali sono le professioni più richieste? I tecnici programmatori, web, gestori di rete e database, in primo luogo: ci sono state 6.340 assunzioni nel 2012, 1.040 in più rispetto all’anno prima, ma il 22% è ancora difficile da reperire. E poi servono tecnici in campo ingegneristico ed esperti della vendita e del marketing, ma anche operai specializzati e laureati nei settori della meccanica, dell’elettronica, della chimica-farmaceutica: «Sono i settori dove si cercano figure esperte, e si realizzano i contratti più stabili - spiega il presidente del centro studi Dino Mauriello -. Non a caso sono le imprese che investono ed esportano di più». Perché è questo a fare la differenza: nonostante la crisi e lo scenario generale negativo, che fa dire al 50% delle aziende intervistate di aver registrato una flessione più o meno profonda del suo fatturato nell’ultimo anno, c’è chi assume. Sono le 196mila imprese, il 13,2% di quelle italiane, che puntano sull’estero (un’assunzione su cinque arriva da loro) e sulla capacità di generare nuovi prodotti: da loro arriva la gran parte delle 750mila nuove assunzioni previste nel 2013. Perdono invece le aziende del Sud, quelle con meno di dieci dipendenti, le costruzioni (-59mila il saldo), il commercio al dettaglio (-24.500), il comparto turistico (-25.600): sono queste le voci che fanno prevedere un saldo negativo dei contratti. A fronte di un milione di lavoratori che perderà il posto entro l’anno, secondo le stime delle imprese, e 750mila nuove assunzioni, si arriva infatti a -250mila. Una cifra che potrebbe abbassarsi se fossero coperte le richieste, che arrivano soprattutto dalle imprese del Nord-ovest, di figure all’altezza. Che non si trovano non solo perché le competenze dei ragazzi non sono sempre adeguate (48%), ma soprattutto perché ad oggi il 64% delle imprese utilizza il canale informale per assumere personale, percentuale che sale al 70% nelle piccole imprese. Significa che il ruolo dei centri per l’impiego resta davvero marginale (3%). «E che la riforma della banca dati per i servizi per l’impiego - sottolinea il ministro per il Lavoro Enrico Giovannini - è altrettanto importante che quella generale sui contratti».

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Servizi informatici e telecomunicazioni

Costruzioni

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Comercio al dettaglio

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Appunti

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La scheda di Elide Sorrenti

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO L’articolo sintetizza alcuni risultati di un’indagine sull’occupazione presentati dall’ultimo rapporto Excelsior di Unioncamere, realizzato in collaborazione con il Ministero del lavoro tra il 28 gennaio ed il 23 maggio 2013; il campione dell’indagine ha riguardato 94mila imprese. Nell’articolo sono evidenziati i settori economici nei quali la richiesta di lavoratori è in aumento e addirittura non viene interamente soddisfatta e quei settori in cui invece si registra il calo dell’occupazione. Gli aggregati emersi dall’indagine indicano nel sistema economico italiano due tendenze opposte tra di loro: da un lato settori in espansione con richiesta di occupazione qualificata, dall’altro lato imprese in crisi con conseguente diminuzione di assunzioni. Si prevede che entro l’anno un milione di lavoratori perderà il posto di lavoro a fronte di 750mila nuove assunzioni. Il quadro evidenzia i seguenti dati: a) Le tipologie di imprese che hanno assunto di più: si tratta di imprese che operano nei settori in cui si effettuano maggiori investimenti e che sono orientate all’esportazione e all’innovazione sia dei processi che dei prodotti. b) La qualità e la quantità delle professioni più richieste: si tratta di quelle a più alto contenuto tecnologico e specialistico, quali tecnici programmatori, web, gestori di rete e data base, tecnici in campo ingegneristico ed esperti della vendita e del marketing, operai specializzati e laureati nei settori della meccanica, dell’elettronica, della chimica farmaceutica. c) La difficoltà di soddisfare la richiesta di queste categorie di lavoratori: infatti ne mancano all’appello 47mila. d) Le tipologie di imprese, in cui l’occupazione diminuisce: le imprese che caratterizzano questo settore costituiscono un quadro molto variegato: sono in prevalenza situate nel Mezzogiorno, hanno meno di dieci dipendenti ed operano nei settori relativi ai servizi culturali e sportivi, alle costruzioni, al commercio al dettaglio, ai servizi operativi per imprese e persone, alloggio e ristorazione, e servizi turistici. e) I canali attraverso cui avvengono le assunzioni: il rapporto Excelsior indica che circa il 64% delle imprese assume principalmente attraverso i canali informali, che possono essere: banche dati interne alle imprese, associazioni di categoria, agenzie per l’impiego, società specializzate, passa parola, relazioni famigliari e Internet. L’uso di Internet è prevalente negli U. S. A. f) Il ruolo marginale dei Centri per l’impiego: ogni cento persone che hanno trovato lavoro in Italia dal 2003 ad oggi solo quattro sono passate attraverso i Centri per l’impiego. Costituiti con il D. Legislativo 469/97, i Centri per l’impiego hanno diversi compiti, quali la mediazione tra domanda ed offerta di lavoro, l’informazione, l’orientamento e la con-

sulenza nel settore lavoro per quelli che vivono nel territorio, il sostegno e l’informazione circa il collocamento dei lavoratori. Questi dati indicano come il mercato del lavoro in Italia presenti sfasature tra la domanda e l’offerta: vi sono infatti imprese, che non riescono a completare i loro organici, perché mancano lavoratori con determinate competenze per un totale di 47mila; mentre lavoratori qualificati per altri tipi di impiego non vengono assunti perché le imprese destinatarie sono in crisi e non possono effettuare investimenti. Il problema di come costruire il proprio curriculum per entrare nel mondo del lavoro richiede alcune conoscenze ed informazioni su come orientarsi per agire in modo mirato ed efficiente e sfruttare le opportunità comunque presenti in un contesto così complesso.

Struttura del mercato del lavoro Nella struttura del mercato del lavoro troviamo le seguenti variabili: • i sistemi di contrattazione collettiva e di protezione sociale • l’organizzazione del lavoro all’interno dell’impresa sul lato della domanda • l’istruzione e la formazione sul lato dell’offerta

I sistemi di contrattazione collettiva ed i sistemi di protezione sociali I soggetti presenti in questo ambito sono i sindacati dei lavoratori e quelli degli imprenditori, che stipulano contratti collettivi validi per tutti gli appartenenti alla categoria interessata e per il tempo concordato, e lo Stato; quest’ultimo garantisce l’applicazione delle norme per la sicurezza e la tutela della salute dei lavoratori nei luoghi di lavoro, il sostegno economico in caso di malattia, infortuni e/o disoccupazione, come pure gli interventi di formazione mirati ad inserire i giovani o a reinserire i lavoratori disoccupati nel ciclo produttivo. In proposito è da osservare come i diversi interventi di sostegno all’occupazione nel tempo e l’ultima riforma abbiano mutato la configurazione del mercato del lavoro anche su sollecitazione dell’Unione Europea. In base al principio di sussidiarietà la gestione dei servizi ai cittadini e le misure di politica attiva per l’occupazione sono stati delegati alle Regioni e agli enti territoriali. Si è ampliato il numero dei soggetti di intermediazione, accanto ai Centri per l’impiego, con le Agenzie per il lavoro, gli Istituti scolastici, le Università, le Camere di Commercio, i consulenti del lavoro.

L’organizzazione del lavoro all’interno delle imprese sul lato della domanda Dipende dalla tecnologia adottata. La tecnologia, a partire dalla prima rivoluzione industriale, è sempre più legata alle scoperte scientifiche e alle loro applicazioni pratiche. Le scoperte scientifiche sono il risultato del lavoro di ricerca, che avviene a livello accademico universitario e a livello di quelle imprese che organizzano al loro interno settori di Ricerca e Sviluppo; tali settori normalmente richiedono notevoli investimenti in risorse umane e materiali. Lo scopo è quello di individuare quelle applicazioni operative di principi o leggi scientifiche, che possono innovare i processi produttivi e le modalità per rafforzare le proprie posizioni sui mercati. Si tende in questo modo a migliorare i prodotti o i servizi, a ridurre i costi di produzione e ad essere più competitivi. Altre imprese, che invece non sono in grado di modificare le proprie strutture, vengono a trovarsi in una posizione di marginalità con la prospettiva di uscire dal mercato. 107


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Pertanto vi può essere, sul lato della domanda di lavoro, una forte differenziazione tra le imprese che, pur producendo gli stessi beni o servizi, adottano modelli organizzativi differenti, i quali, a loro volta, ne determinano le dimensioni e la quantità e qualità di lavoro necessarie. Perciò è molto importante conoscere i tipi prevalenti di organizzazione aziendale presenti nel sistema economico per scoprire quali siano le opportunità di lavoro per chi cerca impiego.

Istruzione e formazione sul lato dell’offerta Il sistema d’istruzione e di formazione ha il compito di far acquisire ai (futuri) cittadini e lavoratori competenze e conoscenze che li mettano in grado di orientarsi nella complessità del mondo attuale, di fare scelte consapevoli di vita e di lavoro e di svolgere le mansioni richieste dal particolare ambito produttivo verso il quale hanno orientato la loro formazione. Possiamo quindi osservare come questa sfasatura sul mercato del lavoro dipenda essenzialmente dal fatto che le competenze richieste dalle imprese sono legate alle tecnologie che esse adottano e che si evolvono rapidamente, mentre l’offerta di lavoro dipende principalmente dalla qualità del sistema formativo e/o dalle esperienze lavorative eventualmente già espletate dai lavoratori, quando non si tratti di primo impiego. Quindi dal punto di vista dell’offerta di lavoro appare chiaro come l’istruzione e la formazione abbiano tempi differenti rispetto alla più rapida evoluzione delle tecnologie e, nel caso dell’istruzione, anche obiettivi diversi e non sempre coincidenti con le richieste del mercato. In un contesto economico in cui la tecnologia muta continuamente, vi è un accrescimento di valore della conoscenza e la forza lavoro viene considerata come l’insieme delle risorse umane a disposizione della collettività a cui è richiesta una capacità diffusa di apprendimento e di governo della conoscenza. La formazione e l’istruzione hanno grande importanza ai fini dell’inserimento nel mondo lavorativo. La recente riforma del mercato del lavoro (Legge 92/2012) ha introdotto diverse tipologie di apprendimento: • apprendimento permanente, detto anche long life learning, si ha quando un soggetto durante l’arco della sua vita svolge un’attività in modo formale, non formale o informale allo scopo di incrementare le sue conoscenze, capacità e competenze per una crescita personale, professionale e sociale; • apprendimento formale: si attua nel sistema di istruzione e formazione, nell’università e nelle istituzioni di alta formazione. Si conclude con il conseguimento di un titolo di studio, di una qualifica, di un diploma professionale – anche in apprendistato – o di una certificazione riconosciuta; • apprendimento non formale: si attua partecipando a corsi esterni (intenzionali); • apprendimento informale: si apprende dall’esperienza diretta.

Come costruire il proprio curriculum vitae o CV La redazione del proprio curriculum ai fini della ricerca di lavoro è una operazione importante e delicata. Si tratta di scrivere un resoconto biografico degli studi compiuti, dei titoli conseguiti e delle eventuali esperienze di lavoro da presentare ad un’impresa, ad un ente pubblico o ad un centro per l’impiego o ad un’agenzia interinale. In certi casi viene richiesta la compilazione del curriculum europeo standard, che elenca tutte le voci da redigere per esprimere il profilo professionale, culturale ed esperienziale della persona. Il curriculum europeo può costituire una buona traccia per compilarne uno personale; il modulo è costituito dalle seguenti voci, con premessa l’indicazione dei dati anagrafici: 1. esperienze di lavoro (naturalmente se effettuate) 2. educazione: scuole frequentate, oggetto di studio, livello, titoli conseguiti 3. capacità personali e competenze: acquisite nel corso della vita, ma non necessariamente coperte da specifici certificati o diplomi 4. madre lingua 5. altre lingue con l’indicazione della conoscenza letta, scritta, parlata e correlativa autovalutazione dichiarando se buona, discreta, modesta 6. capacità e competenze sociali: vivere e lavorare con altre persone, in ambienti multiculturali, in situazioni in cui la comunicazione è importante come è importante il lavoro di gruppo 7. competenze organizzative 8. competenze tecniche 9. patente di guida Dai dati richiesti dal curriculum europeo si possono ricavare alcuni nuclei concettuali per mettere a fuoco la propria identità. • I punti 1 e 2, esperienze di lavoro ed educazione costituiscono un nucleo base su cui articolare gli altri dati richiesti. Indicando le eventuali esperienze di lavoro è importante comunicare il/i periodo/i di occupazione, le mansioni svolte e la causa dell’interruzione del rapporto stesso (es. crisi dell’azienda, oppure esigenza di crescere, di cercare altre esperienze, ecc.). In merito all’educazione è importante dichiarare il tipo di scuola frequentata, il livello (elementare, secondaria inferiore o superiore), l’oggetto di studio e l’eventuale titolo conseguito. • Un secondo nucleo può essere formato dalle voci indicate dai punti 3, 6 e 7, ossia: capacità personali e competenze acquisite nel corso della vita, capacità e competenze sociali e competenze organizzative. Queste capacità e competenze hanno un carattere trasversale e sono importanti in quanto sono frutto di attività esercitate fuori dall’ambito scolastico o lavorativo, come per es. ludiche o di volontariato o partecipazione a corsi di restauro o altro, ecc. possono aver contribuito a far acquisire atteggiamenti di cooperazione, sviluppare capacità organizzative e a formare il carattere di un soggetto. • Un terzo nucleo riguarderebbe i punti 4 e 5 attinenti alle capacità comunicative: la madre lingua e le altre lingue conosciute. Per queste ultime è necessario indicare l’ambito di conoscenza e padronanza, ossia se di lettura, scrittura e parlata; e, per ognuno di questi ambiti, indicare anche il grado di conoscenza

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

usando gli aggettivi: buona, discreta o modesta. In alcuni curriculi ci si limita a dire “conoscenza scolastica o fluente”. • Il punto 8 riguarda le competenze tecniche, che possono anche essere in settori diversi da quelli per i quali si fa domanda di assunzione. La finalità può essere quella di misurare la gamma di abilità di cui uno è in possesso e quindi la sua apertura mentale e la disponibilità di apprendere conoscenze ed abilità nuove. • Il punto 9 riguarda non solo se si è in possesso della patente di guida, ma anche il Paese in cui è stata conseguita ed il tipo di patente. Da ultimo, si possono anche indicare persone che possono fornire referenze. Questo modulo è ritenuto da alcuni troppo lungo da leggere, ma può servire come strumento indicativo, quando non espressamente richiesto. Il modo di compilazione richiede una strategia precisa: per esempio il curriculum deve essere redatto in linea con il profilo richiesto e quindi indicare solo le esperienze pertinenti alla specifica offerta, cui si risponde, dando maggiore risalto a quegli studi ed esperienze più aderenti al profilo richiesto. È necessario pertanto che la scrittura, nella madre lingua o in altra lingua, sia essenziale, precisa e, soprattutto, veritiera, dato che nel successivo colloquio possono emergere eventuali inesattezze o difformità. Vi è da dire che l’operazione forse più complessa nella formulazione del curriculum è l’autovalutazione che uno deve fare delle sue conoscenze, abilità e capacità in modo che siano indicate con un certo grado di realismo e che ci sia corrispondenza tra quanto scritto e quanto dichiarato poi verbalmente. In proposito può essere utile precisare i termini conoscenze, abilità e competenze. Secondo il Quadro europeo delle Qualifiche e dei Titoli le conoscenze sono descritte come teoriche e/o pratiche; le abilità come cognitive (uso del pensiero logico, intuitivo e creativo) e pratiche (comprendenti le abilità manuali e l’uso di metodi, materiali, strumenti e utensili); le competenze sono descritte in termini di responsabilità ed autonomia. Il nuovo sito http://www.cliclavoro.gov.it suggerisce di «scrivere più curriculi diversi in modo che ognuno rispecchi specifiche (ed anche diverse) competenze ed esperienze in modo da avere pronta la candidatura all’occorrenza per tutti i profili che interessano al candidato». Lo stesso sito suggerisce di produrre «un video curriculum: ci si presenta davanti ad una telecamera, simulando un colloquio di lavoro e anticipando quindi una situazione che verrà a crearsi nel caso si venisse scelti. Il vantaggio può essere quello di anticipare all’azienda una serie di informazioni che altrimenti verrebbero date durante il colloquio, predisponendo positivamente il selezionatore e facilitando l’impatto relazionale del primo incontro. Quindi è fondamentale un aspetto ordinato e una presentazione di sé utilizzando un linguaggio (anche gestuale) sicuro ma senza eccessi. Valorizzare le conoscenze utili al profilo ricercato». Di fondamentale importanza è la lettera di presentazione da allegare al curriculum, che aiuta l’azienda a capire perché il candidato l’ha preferita rispetto alle altre e perché vuole svolgere proprio quella mansione.

La lettera ha un’impostazione molto semplice, ma deve essere ben scritta: dati personali in alto a sinistra, dati dell’azienda a cui ci sta riferendo in alto a destra, oggetto della lettera al centro, corpo della lettera, infine luogo, data e firma; La lettera permetterà di valutare la vostra capacità di esprimervi in italiano, dunque, occorre essere chiari, sintetici, precisi e diretti: è preferibile utilizzare frasi semplici e formule prestabilite. Per quanto riguarda il contenuto del corpo della lettera, si suddivide di solito in tre paragrafi: a) Chi sono e perché sto scrivendo: se state rispondendo a un annuncio potete esordire con: “Con riferimento al vostro annuncio su www.nomesito.it, ho il piacere di inviarVi il mio Curriculum Vitae per la posizione di “Assistente al direttore tecnico”. Dopo il riferimento vi presentate: “Sono un giovane laureato in …” oppure se già lavorate “Sono un Ingegnere Gestionale..”, senza dire il nome, comunicate direttamente la vostra identità professionale. b) Perché devo essere scelto e considerato: è sicuramente la parte più importante della lettera perché individua la motivazione. In breve, deve chiarire perché vi state riferendo a loro e quale valore aggiunto portereste con la vostra esperienza professionale (nel caso non ne abbiate, mostrate interesse per l’attività dell’azienda). Inoltre potrete qui cogliere l’occasione di valorizzare alcune cose che nel CV non emergono. Non esagerate nei toni e non siate presuntuosi. c) Ringraziamenti e saluti, in varie formule (es. In attesa di Suo eventuale riscontro, Le invio i miei più cordiali saluti. Si consiglia di non superare una pagina di scritto per tenere viva l’attenzione di chi legge, di parlare sempre in prima persona, di inserire il riferimento al trattamento dei dati personali e di evitare, ovviamente, errori grammaticali. E per finire qualche episodio ameno. Alcuni mesi fa è apparso sui giornali la notizia riguardante un ragazzo spagnolo, che aveva inviato invano il suo curriculum a molti destinatari senza aver avuto alcun riscontro. Allora ha tradotto in versi il curricolo stesso e l’ha musicato, poi è andato in metropolitana a Madrid cantandolo ai passeggeri e accompagnandosi con la sua chitarra. Sembra che alla fine sia riuscito a trovare un posto di lavoro. Evidentemente la tenacia e la fantasia non hanno limiti e sono stati premianti. In proposito, episodi sconcertanti sono apparsi sul “Corriere della sera” del 15 agosto in un articolo di Dario Di Vico: Posso assumere uno che viene a colloquio di lavoro accompagnato dalla mamma?

Traccia per l’attività in classe Il docente può proporre agli studenti di compilare ciascuno un proprio curriculum, che poi raccoglie ed esamina. Successivamente organizza in classe con un esperto di selezione del personale (che può essere pagato dai fondi dell’istituto) la simulazione di uno o più colloqui di assunzione in base a quanto dichiarato nei curriculi scelti. La simulazione costituisce una verifica della correttezza di come è stato redatto il curriculum e dà indicazioni sulle modalità di svolgimento del colloquio e di come è bene comportarsi. Un’altra possibilità, che piacerà molto ai ragazzi, dato il loro amore per le nuove tecnologie, è quella di costruire un video curriculum.

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FAQ

DOMANDE E RISPOSTE

COME COSTRUIRE IL PROPRIO CURRICULUM

1. Come posso aumentare le mie opportunità di lavoro attraverso il nuovo portale pubblico Cliclavoro?

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È possibile registrarsi a questo portale come cittadino, compilare i campi per la registrazione e inserirvi il proprio CV. Così si può entrare in contatto con le aziende che cercano un profilo professionale corrispondente a quello che è stato inserito.

2. Che cosa sono le agenzie per il lavoro o interinali?

Si tratta di enti autorizzati dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali ad offrire servizi relativi alla domanda ed offerta di lavoro. Devono essere registrati presso lo stesso Ministero nell’apposito albo informatico delle agenzie per il lavoro. Sono state istituite con il D.Lgs.10 settembre 2003, n.276. Possono costituirsi nella forma delle società di capitale o cooperative, italiane o di uno Stato membro dell’Unione europea. Svolgono attività di somministrazione di lavoro, intermediazione, ricerca e selezione del personale e supporto alla ricollocazione professionale.

3. Con quali tipi di contratto si può accedere al lavoro?

Vi sono numerose tipologie contrattuali di lavoro. La recente riforma ha mirato a ridurre gli abusi e gli sfruttamenti derivanti da contratti cosiddetti flessibili, privilegiando rapporti di lavoro più stabili, quali il contratto a tempo indeterminato e i contratti di apprendistato e a termine, questi ultimi con misure di sostegno e di stabilizzazione. Grande attenzione viene data al contratto di apprendistato, che è un rapporto di lavoro subordinato con alcune caratteristiche analoghe a quello a tempo indeterminato; è valutato uno strumento particolarmente funzionale a facilitare la difficile transizione dei giovani dal sistema dell’istruzione e della formazione a quello del lavoro. Si veda in proposito il Testo Unico dell’apprendistato, D.Lgs.167 /2011.

TAGS LA CATENA DELLE PAROLE CHIAVE

Curriculum Centro per l’impiego Contrattazione collettiva Long life learning

LINKS SITI E INFO PER APPROFONDIRE

www.Cliclavoro.gov.it/ www.lavoro.gov.it http://excelsior.unioncamere.net www.istat.it http://professionioccupazione.isfol.it www.centroimpiego.it www.ask.com/Lavoro+Per+curriculum

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Test FINALE 1. L’apprendimento permanente o long life learning consiste a. nello studiare sempre un solo argomento b. nello svolgere durante l’arco della propria vita attività di formazione in ambiti diversi, sia professionali sia extraprofessionali, in modo da aumentare le proprie competenze, capacità e conoscenze per una crescita personale, professionale e sociale c. nell’applicarsi continuamente in attività pratiche d. nell’ampliare le proprie relazioni sociali 2. Il curriculum vitae a. si compila una volta per tutte b. deve essere compilato secondo il modulo europeo c. può essere cambiato nel tempo a seconda delle esigenze d. deve essere scritto in modo chiaro e sintetico e fa risaltare gli studi e le esperienze più in linea con il profilo richiesto 3. Un centro per l’impiego a.svolge attività didattica b. accoglie gli immigrati c. è un ente nazionale d. svolge attività di mediazione tra domanda e offerta, informazione, consulenza nell’ambito del lavoro e sostegno per il collocamento al lavoro 4. Quali soggetti danno informazioni sulle professioni richieste a chi cerca lavoro? a. gli uffici del comune b. le Asl c. i Centri per l’impiego, le agenzie per l’impiego, alle Camere di Commercio, i portali per il lavoro degli enti territoriali e governativi d. le parrocchie 5. Chi domanda lavoro a. i disoccupati b. gli stagisti c. gli imprenditori d. i diplomati e i laureati

Soluzioni : 1b. - 2d. - 3d. - 4c. - 5c.

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

ISTRUZIONE, FORMAZIONE E COMPETITIVITĂ&#x20AC; di Roberto Fini

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L’articolo 21 Luglio 2013

VINCE ALLA LOTTERIA SOLO CHI STUDIA MOLTO

ISTRUZIONE, FORMAZIONE E COMPETITIVITÀ

di Danilo Taino

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Appunti

Dal momento che non siamo più un Paese ricco, ce lo dicono i dati di Eurostat che dal 2012 ci mettono il 2% sotto la media europea per Prodotto lordo pro capite, nel girone dei meno benestanti della Ue, dovremo iniziare a fare i conti con la povertà. E, visto che dallo Stato al momento possiamo aspettarci poco, sarà meglio che lo facciamo per i fatti nostri. Eredità e lotterie a parte, la via più sicura per evitare l’impoverimento è l’educazione. Ancora Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, pochi giorni fa ha pubblicato dati, riferiti al 2011, che mettono a confronto il rischio di povertà e il livello di educazione nei diversi Paesi. Nella Ue a 27, il 16% dei cittadini vive a rischio di povertà, cioè in una famiglia con un reddito disponibile (compresi gli aiuti sociali) inferiore al 60% della media nazionale. Tra chi ha un livello di studio alto (educazione terziaria, universitaria) rischia però la povertà solo il 7,3%. Quota che sale al 14% per un livello di studio medio (scuola secondaria superiore) e al 24,2% per un’educazione bassa (scuola primaria o secondaria inferiore). Da noi la situazione è un po’ peggiore, rispetto alla media europea. A rischio povertà è il 18,1% degli italiani: ma solo il 7,7% dei laureati, mentre la quota sale al 14% per chi ha un’educazione media e al 23,6% per chi ne ha una bassa. Non si può dire che un certo livello di istruzione determini in modo meccanico il reddito. Però, conta parecchio. Soprattutto nei Paesi che sono poveri e con reti di protezione sociale modeste. In una nazione ricca e ad alto Welfare State come l’Olanda, per esempio, i laureati a rischio povertà sono il 6,4%, coloro con istruzione bassa l’11,9%. Nell’egualitaria Danimarca, i due estremi sono 9,4% e 17%. Al contrario, tra i rumeni laureati solo il 2% rischia la povertà, mentre tra chi ha studiato poco si arriva al 34,6%. In Bulgaria, il divario è tra 3,6% e 44,3%. E così via. Se pensate, come molti, che nei prossimi anni l’Italia difficilmente torni a creare seriamente ricchezza, il semplice messaggio della statistica è questo: studiate e fate studiare figlie e figli (nelle università italiane, ogni cento studenti maschi ci sono 136 studentesse). Il consorzio universitario AlmaLaurea calcola che in Italia il 47,8% dei laureati trovi un lavoro entro il primo anno successivo al diploma; mentre il 26,8% lo cerca ma non lo ha e il 22,2% non lo cerca ma è impegnato in un corso di specializzazione o nel praticantato. Tre anni dopo la laurea, il 70,3% lavora, il 15,1% si dice disoccupato, il 10,7% studia ancora o fa pratica. A cinque anni dalla laurea, gli occupati sono l’81,8%, i disoccupati l’8,8%, coloro che non cercano lavoro il 5,6%. Dati non strepitosi ma nemmeno da disperazione. Raccontano che il futuro non è nelle mani dello Stato: è molto più nelle nostre. 117


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La scheda di Roberto Fini

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO

ISTRUZIONE, FORMAZIONE E COMPETITIVITÀ

È inutile negarlo: studiare è faticoso. Si tratta di stare ogni giorno cinque o sei ore in classe, affrontare spostamenti da casa a scuola e viceversa non sempre comodi e veloci; poi, una volta a casa, rimettersi sui libri per preparare le lezioni del giorno dopo. E i professori? Spesso sono esigenti, poco comprensivi e sembra non si rendano conto dei problemi degli studenti. E non sempre la compagnia degli altri studenti è poi così piacevole…

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Tutto vero. E quel che è peggio è che le cose tendono a diventare sempre più complicate mano a mano che si progredisce negli studi. Inoltre, indipendentemente dalla questione dell’obbligo scolastico che impone ad un giovane di andare a scuola fino a quando non abbia compiuto il sedicesimo anno di età, raggiungere un titolo di studio medio-superiore rappresenta quasi una necessità dal punto di vista economico. Ecco, partiamo da qui: perché la società si ostina ad obbligare tutti i giovani a frequentare la scuola quando una parte di questi preferirebbe fare altro? Non è una domanda così priva di senso a pensarci bene: in fondo ognuno dovrebbe essere libero di scegliere come vivere la propria vita. La ragione è che la scuola costituisce un investimento per la comunità, che infatti vi dedica ingenti risorse economiche: in Italia, dove pure si spende relativamente poco, la percentuale del Prodotto Interno Lordo destinato alle spese per istruzione è di poco inferiore al 5%. Perché lo fa? Perché si ritiene che cittadini più istruiti siano anche maggiormente consapevoli e più capaci di contribuire ai processi decisionali democratici. E poi in generale le persone maggiormente istruite sono anche più produttive dal punto di vista dell’economia e sono in grado di affrontare meglio i cambiamenti nelle tecniche di produzione. Anche una volta usciti dal ciclo scolastico imparano meglio e più rapidamente. Non ne siete convinti, vero? Bene, allora pensate all’enorme fatica che vi è costato imparare a leggere e a scrivere; quando avete iniziato, sul foglio di carta i segni costituiti dalle lettere e dalle parole vi sembravano entità ostili e prive di senso; poi avete imparato ad interpretarli fino al punto di essere in grado di scrivere e leggere testi dal significato complesso, un romanzo, una poesia, un articolo di giornale. Ma avete imparato anche a leggere le insegne stradali, a distinguere grazie a quello che c’è scritto se state entrando in un bar o in una panetteria, in un negozio di abiti o in una bottega di barbiere. Sembra poco, ma non lo è. Poi avete imparato ad usare i numeri e la matematica, a fare i conti e risolvere equazioni. Probabilmente pensate che potreste tranquillamente farne a meno, ma non è così: sapere che due più due fa quattro significa avere una conoscenza di base per scegliere con consapevolezza e per evitare che altri vi possano raggirarvi con facilità.

Istruzione & soldi Certo, apprendere tutto questo (e molto altro) è faticoso, ma può costituire anche un buon affare. In effetti, l’istruzione non costituisce un investimento solo per la società ma anche per l’individuo: ottenere un’istruzione maggiore consente di guadagnare di più, di garantirsi posizioni migliori in vari settori della struttura sociale: oltre alle retribuzioni, infatti, gli individui con titoli di studio più elevati in genere vivono una vita migliore in termini di reti sociali frequentate, chance di matrimonio, residenza, opportunità di lavoro. Con i tempi che corrono, poi, non c’è da dimenticare che chi ha un titolo di studio più elevato presenta un più basso rischio di disoccupazione e di essere assunto in modo precario o saltuario. Certamente il grado di istruzione non garantisce di ottenere un lavoro, né che sia il lavoro migliore del mondo, ma costituisce una ragionevole probabilità di ottenere lavori migliori, meglio pagati e più stabili rispetto a chi può vantare un titolo di studio più basso. Ora mettete insieme i due aspetti: quello “macro” e sociale con quello “micro” e individuale. Che cosa ne dite di una società formata da individui che non sanno né leggere né scrivere e non sanno prendere decisioni e come affrontare i problemi, neanche quelli più elementari? Vi piacerebbe viverci? Probabilmente no! E se è così per ciascuno di voi, allora lo sarà anche per tutti gli altri. Per questo in quasi tutti i Paesi sviluppati raggiungere un certo grado di istruzione rappresenta un obbligo imposto dalla legge, ma al tempo stesso rappresenta un diritto irrinunciabile per ciascuno.

Istruzione & lavoro Soffermiamoci sul mondo del lavoro: la qualità del lavoro che una persona mette a disposizione varia in misura notevolissima perchè ognuno ha le proprie caratteristiche derivanti dal livello di studio, di educazione, di salute, di propensione all’attività lavorativa..etc…. D’accordo, il mondo è bello perché è vario e del resto non tutti i lavori esigono una laurea: uno spazzino laureato probabilmente non pulirà le strade meglio del suo collega dotato del solo titolo obbligatorio. Ma una cosa è certa: quelli che svolgono compiti lavorativi che la società ritiene più utili, in linea di massima ricevono retribuzioni migliori. In tempi passati la qualità più importante richiesta ad un lavoratore era la forza e la resistenza fisiche, ma oggi non è più così: molti lavori esigono un apporto umano diretto minimo e comunque non paragonabile con quello richiesto in passato. Certo, vi sono ancora lavori faticosi e che impegnano la forza fisica in modo notevole: un individuo gracile non può fare il minatore, come un lavoratore poco resistente dal punto di vista fisico difficilmente potrà essere assunto come operaio addetto ai forni in una acciaieria. Ma le condizioni dei lavori oggi sono profondamente cambiate: servono tecnici, informatici, ingegneri. In ogni caso persone in grado di risolvere, in fretta e bene, i problemi che si presentano sul posto di lavoro. Tutto bene dunque? Non proprio. Perché questo riporta in primo piano il fatto che l’investimento in istruzione rappresenta un lasciapassare di grande importanza (per tutti, non solo per le persone gracili…): chi oggi vuole guadagnare bene, avere una ragionevole certezza di un posto di lavoro stabile e condizioni di lavoro almeno accettabili, deve tenere conto di quello che la società richiede ai suoi membri. Dunque, non tanto forza fisica (a parte il lavoro in miniera o in fonderia di

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cui sopra), ma soprattutto forza intellettuale, capacità di saper risolvere problemi complessi, essere in grado di svolgere compiti non routinari e persino creativi. In altre parole disporre di un soddisfacente livello di capitale umano, cioè di competenze che il mercato del lavoro giudica utili. Forse l’istruzione non garantisce completamente queste competenze, ma certamente una scuola ben disegnata, che tenga conto delle richieste sociali, ma presti attenzione anche alle esigenze individuali, rappresenta un buon passepartout. Anche se poi ognuno deve metterci del suo…

ISTRUZIONE, FORMAZIONE E COMPETITIVITÀ

Istruzione & crescita economica

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Non siete convinti, vero? Allora è bene fare qualche considerazione. Un dato è molto importante: i Paesi sviluppati possono contare su una percentuale di popolazione più istruita maggiore rispetto agli analoghi valori presenti nei Paesi in via di sviluppo. È un’informazione importante, ma anche un poco ambigua, perché la si può leggere in due modi: a) nei Paesi ricchi e sviluppati le famiglie possono permettersi di mandare per un tempo maggiore i figli a scuola e quindi questi raggiungono un’istruzione più elevata, mentre il contrario accade nei Paesi più poveri dove, infatti, poche persone hanno titoli di studio come il diploma o la laurea; b) proprio il fatto che nei Paesi sviluppati vi sia una popolazione mediamente più istruita ha garantito uno sviluppo maggiore, mentre i Paesi in via di sviluppo sono tali perché non hanno potuto contare su una popolazione istruita. In altre parole: è nato prima l’uovo o prima la gallina? Un altro aspetto probabilmente vi interessa di più: maggiore è il titolo di studio, tanto più è alta la retribuzione che il lavoratore percepisce. In effetti, ipotizzato che il salario per un lavoratore non scolarizzato sia 100, andando all’estremo opposto, un lavoratore dotato di laurea riceve una retribuzione superiore a 400: il che, dovete ammettere, non è poi male!

Studiare è un buon investimento? Dunque istruirsi sembra essere un buon affare sul piano del salario. Certo, vi sono costi da affrontare: in Italia, almeno fino all’università esclusa, la scuola è quasi gratuita per chi decide di frequentarla; vi sono costi non trascurabili come quello dei libri di testo (300-400 euro l’anno); poi le tasse di iscrizione (100 euro l’anno) e i costi di trasporto (variabili in base alla distanza fra la residenza e la scuola che si frequenta). Ma nel complesso sono costi relativamente contenuti. Per l’università il discorso è diverso, ma anche in questo caso non sono costi insuperabili (mediamente 3000 euro l’anno, ma molto dipende dalla facoltà scelta). Naturalmente ogni famiglia deve farsi con attenzione i conti in tasca, ma nel momento in cui considera i costi dell’istruzione deve tenere presente anche i vantaggi. Un semplice calcolo può aiutare a capire: se si considera l’istruzione come un investimento allora è giusto valutare il tasso si rendimento di ogni ciclo di studi. Passare da una situazione senza titolo

di studio alla licenza elementare, anche senza completare il percorso, “vale” il 65% in più; un ulteriore 45% “vale” il completamento del ciclo primario; poi tassi di rendimento si abbassano, ma restano comunque abbondantemente superiori al 10%. Quale altro investimento finanziario (azioni, obbligazioni, valute) garantisce rendimenti del genere? Praticamente nessuno! Il dato, però, va corretto perché non tiene conto di quello che gli economisti definiscono costo-opportunità, cioè la migliore opportunità cui si rinuncia scegliendo di proseguire gli studi (per esempio, reddito da lavoro perso per proseguire gli studi). Così corretto, il dato per l’Italia è intorno ad un 7-8% annuo per il ciclo successivo all’obbligo, quindi un valore che si aggira intorno al 25% per la scuola secondaria (completata) e al 35% per un 3+2 universitario (anche in questo caso completato).

Guardare oltre il proprio naso È evidente che indirizzare le proprie scelte di studio verso indirizzi che collocano il futuro lavoratore nell’area dei fabbisogni lavorativi poco richiesti dal mercato del lavoro non è saggio: è sufficiente un’osservazione superficiale per rendersi conto che alcune attività non hanno spazio. E, peraltro, occorre fare molta attenzione: l’osservazione di una presenza forte sul mercato del lavoro attuale, non garantisce granché per il futuro. Occorre osservare il mercato del lavoro principalmente nelle sue potenzialità: non tanto (o non soltanto) cosa richiede oggi, ma cosa ragionevolmente richiederà un domani. È inoltre necessario dare una impostazione internazionale ai propri studi: lo studio delle lingue, esperienze lavorative all’estero anche grazie ai programmi Erasmus (denominato Erasmus+ dal 2014) e Leonardo recentemente rilanciati dalla Unione Europea. Ogni multinazionale mette al primo posto tra i requisiti di un candidato ideale la conoscenza delle lingue, le esperienze di lavoro in Stati diversi per acquisire diverse concezioni del lavoro ed allargare la propria mente, per migliorare la capacità di adattamento e di interazione a livello internazionale e per adattarsi ad una flessibilità di mansioni e di luoghi di lavoro oggi fondamentale per affermarsi nel mondo del lavoro in armonia con le proprie ambizioni.

Il programma Erasmus Nel 1987 la Commissione europea ha iniziato a sostenere un programma di mobilità per gli studenti europei cui è stato dato il nome dello studioso cosmopolita Erasmus. Il programma, divenuto assai popolare tra gli studenti europei, aveva come scopo principale quello di facilitare la mobilità degli studenti universitari in Europa. Il Programma Erasmus consente di vivere esperienze culturali all’estero, di conoscere nuovi sistemi di istruzione superiore, di perfezionare la conoscenza di almeno un’altra lingua e di incontrare giovani di altri Paesi, partecipando così attivamente alla costruzione di un’Europa sempre più unita. Il Programma LLP (Lifelong Learnig Programme) e nello specifico l’Erasmus, mobilità per studio (SMS)è l’azione principale all’interno del Programma LLP come numero di studenti coinvolti. Oltre alla mobilità per studio il Programma Erasmus include anche la mobilità studentesca per lo svolgimento di stage curriculari in imprese è Istituzioni estere, tale mobilità prende il nome di Erasmus Placement.

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

L’azione Erasmus (SMS) del Programma permette agli studenti universitari di trascorrere un periodo di studio (da 3 a 12 mesi) presso un Istituto di Istruzione Superiore di uno dei Paesi partecipanti. Lo studente Erasmus ha la possibilità di seguire i corsi, preparare la tesi di laurea, usufruire delle strutture disponibili presso l’Istituto ospitante senza ulteriori tasse di iscrizione, con la garanzia del riconoscimento del periodo di studio all’estero tramite il trasferimento dei rispettivi crediti (con il supporto dell’ECTS o di un altro sistema di crediti compatibile). Lo studente che svolge un Erasmus Placement (PLM) ha l’opportunità di acquisire competenze specifiche ed una migliore comprensione della cultura socioeconomica del Paese ospitante, con il supporto di corsi di preparazione o di aggiornamento nella lingua del Paese di accoglienza (o nella lingua di lavoro), con il fine ultimo di favorire la mobilità di giovani lavoratori in tutta Europa. Per il prossimo settennio 2014/2020 sono stati stanziati complessivamente 14,7 miliardi, pari a un aumento del 40% rispetto al budget precedente. Inoltre, il programma potrà beneficiare di finanziamenti aggiuntivi provenienti dagli strumenti per l’azione esterna (come quelli per l’assistenza per il pre-accesso, per la cooperazione allo sviluppo, per il vicinato europeo, e il fondo europeo per lo sviluppo). “Erasmus +” prevede nuove possibilità, come una garanzia per i prestiti agli studenti che consentirà a chi vuole ottenere un Master all’estero l’accesso a finanziamenti sostenibili, o ancora la promozione di accordi fra mondo del lavoro e università per aiutare la transizione fra studio e lavoro contribuendo alla riduzione della disoccupazione giovanile.

Traccia per l’attività in classe L’articolo che qui presentiamo permette di far riflettere gli studenti su domande tutt’altro che banali: studiare è un buon investimento personale? Non c’è dubbio che la società si avvantaggia se può disporre di cittadini di più e meglio istruiti, ma la prosecuzione degli studi oltre l’obbligo conviene anche a livello dei destini personali? I dati sommariamente presentati nell’articolo possono essere completati sia attraverso la fonte Eurostat, sia attraverso altre fonti, per esempio in riferimento all’Italia usando i dati della Banca d’Italia: attraverso queste fonti si può far notare agli studenti come esista un legame diretto piuttosto forte fra livello del titolo di studio e condizioni economico-sociali degli individui. Per esempio il titolo di studio rappresenta un buon predittore nei confronti del livello economico del lavoratore e dell’esposizione al rischio di povertà o di disoccupazione. Anche sul piano dei comportamenti pro-sociali, sembra che un livello di istruzione più alto favorisca la solidarietà inter-personale, l’interesse per la politica o per i temi collettivi, la fiducia nel prossimo. Non va sottovalutato il fatto che le persone dotate di un più elevato titolo di studio hanno

minori probabilità di essere colpiti da eventi negativi quali quelli che si registrano durante le crisi economiche. O meglio: durante eventi recessivi tutti vengono danneggiati, ma certamente essi soffrono in misura minore gli effetti della crisi. La verifica empirica di tali relazioni, e di quanto tali relazioni si presentino sia in tempi “normali” che durante le crisi, può offrire spunti di riflessione di notevole portata, sia sul piano didattico sia su quello delle scelte personali.

TAGS LA CATENA DELLE PAROLE CHIAVE

Capitale umano Competenze Crescita economica Disoccupazione Livello di istruzione Povertà

LINKS SITI E INFO PER APPROFONDIRE

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http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/ page/portal/eurostat/home/. www.ilo.org http://www.bancaditalia.it/statistiche/ indcamp/bilfait/boll_stat http://www.socialcapitalgateway.org/ http://www.erasmusmundus.it/

Appunti

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FAQ

DOMANDE E RISPOSTE

1. C’è una relazione fra titolo di studio conseguito e condizioni economiche individuali?

1. Tra grado individuale di scolarizzazione e reddito percepito a. esiste una relazione di tipo inverso b. non esiste una relazione verificabile c. esiste una relazione diretta d. esiste una relazione diretta empiricamente rilevata, ma non è tuttora chiaro quale sia la causa e quale l’effetto

2. La scolarizzazione media di un Paese ha effetti sulla sua crescita economica?

2. Tra grado di istruzione media e crescita economico-sociale a. esiste una relazione diretta empiricamente rilevata, ma non è tuttora chiaro quale sia la causa e quale l’effetto b. non esiste una relazione accertata c. esiste una relazione inversa d. la relazione è riscontrabile solo in riferimento ai Paesi in via di sviluppo

ISTRUZIONE, FORMAZIONE E COMPETITIVITÀ

Sì, esiste una relazione diretta piuttosto stringente: chi ha titoli di studio più elevati in linea di massima fruisce di redditi maggiori, occupa posizioni lavorative di maggior rilievo e responsabilità, soffre con minore probabilità del rischio povertà, disoccupazione o sottoccupazione. Le differenze permangono, e in qualche caso si accentuano, in caso di crisi recessive: anche quando i dati negativi coinvolgono tutti i lavoratori, coloro che sono dotati di un titolo di studio più alto sono meno esposti ai rischi tipici degli eventi recessivi, quali il licenziamento e la povertà (senza comunque esserne immuni).

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Test FINALE

In linea di massima il tasso di scolarizzazione che si registra in un Paese è collegato al tasso di crescita economica. Questa relazione è empiricamente verificata nella maggior parte dei Paesi dove sono stati condotti studi in tal senso. Il problema ulteriore è collegato all’individuazione di quale fra le due grandezze debba considerarsi la causa e quale l’effetto. Il problema ha una rilevante portata in termini di politiche economiche attuabili: se si considera l’istruzione come causa che provoca la crescita, allora è sensato promuovere la scolarizzazione finanziandola con forti budget pubblici, perché attraverso questa via il Paese si garantisce un potenziale maggiore sviluppo economico. Se, viceversa, si ipotizza che la crescita economica debba considerarsi come la causa della scolarizzazione, allora necessariamente passa in secondo piano il peso della spesa pubblica a favore dell’istruzione. Su questo aspetto la ricerca non è stata finora in grado di fornire una parola definitiva, con particolare riferimento ai Paesi ad economia forte: per i Paesi in via di sviluppo la direzione della relazione fra grado di istruzione (causa) e crescita economica (effetto) sembra maggiormente accertato.

3. C’è una relazione fra la dotazione individuale di capitale umano e competitività del lavoratore?

C’è da premettere che la quantità e qualità di capitale umano di cui è dotato un lavoratore coincide solo in modo parziale con la sua scolarizzazione: da questo punto di vista molto dipende dalla qualità media dei servizi scolastici presenti in un Paese e dall’efficienza nel trasferimento di conoscenze dal sistema scolastico all’individuo. Inoltre, le conoscenze acquisite devono trasformarsi in competenze e tale trasformazione dipende da una molteplicità di fattori: certamente è importante che la scuola fornisca abilità di base in grado di far affrontare e risolvere i problemi che il futuro lavoratore si troverà di fronte nel corso della sua attività; inoltre non sono da sottovalutare le capacità ed abilità innate di cui è diversamente dotato ciascun individuo. Ancora: in sistemi fortemente dinamici come quelli attuali, occorre garantirsi procedure di aggiornamento delle competenze acquisite nel sistema scolastico in modo da adeguarle ai drastici cambiamenti che caratterizzano il presente e il futuro.

3. Il rischio povertà a. è direttamente collegato al grado di istruzione raggiunto b. è inversamente collegato al grado di istruzione raggiunto c. non ha relazione con il grado di istruzione raggiunto d. ha una relazione con il grado di istruzione raggiunto, ma il senso di tale relazione dipende da diversi fattori 4. La dotazione di capitale umano che caratterizza un individuo a. dipende in modo quasi esclusivo dal livello di scolarizzazione conseguito b. non dipende quasi per nulla dal grado di scolarizzazione conseguito c. dipende in parte dal grado di scolarizzazione, ma le variabili di maggiore rilevanza sono legate agli aspetti della congiuntura economica d. dipende in parte dal grado di scolarizzazione, che è una variabile importante, ma sono le competenze acquisite che rendono l’individuo più o meno competitivo sul mercato del lavoro 5. Il grado di scolarizzazione individuale a. è collegabile in modo diretto con la dotazione di capitale sociale b. è collegabile in modo inverso con la dotazione di capitale sociale c. non è chiaro se sia collegabile con la dotazione di capitale sociale d. è collegabile con la dotazione di capitale sociale, ma in modo poco significativo sul piano pratico

Soluzioni : 1c. - 2a. - 3b. - 4d. - 5a

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IL VALORE DELLâ&#x20AC;&#x2122;ESEMPIO di Federico Cartei

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L’articolo

22 Aprile 2012

IL CORAGGIO DEGLI IMPRENDITORI DELLA FABBRICA ACCANTO di Dario Di Vico

IL VALORE DELL’ESEMPIO

Per capire che cosa veramente sta succedendo all’economia reale guai ad affidarsi solo ai calcoli sulle medie statistiche. Racconta Innocenzo Cipolletta che ha appena ultimato un’indagine sui processi di ristrutturazione dell’industria italiana: «Crescita zero è un concetto che ormai spiega poco e niente. Anzi, nasconde molte cose. Non ci fa vedere come un pezzo dell’offerta italiana, quella capace di produrre valore aggiunto, si sia addirittura rafforzata. A scomparire sono state, invece, le aziende e le produzioni che non reggono la competizione con i nuovi Paesi produttori».

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Lo studio di Cipolletta uscirà sulla rivista Economia Italiana e servirà a comporre una fotografia inedita delle trasformazioni dell’industria italiana alla prese con: a) avvento dell’euro, b) globalizzazione, c) grande recessione. Tre terremoti che avrebbero deindustrializzato qualsiasi Paese che non avesse saputo reagire. Invece fortunatamente la risposta c’è stata e reca i volti degli imprenditori della fabbrica accanto, gente che ama il proprio lavoro più della mondanità/salotti e che quando deve scegliere un membro per il proprio consiglio di amministrazione recluta un abate benedettino, come ha fatto nei giorni scorsi l’imprenditore umbro Brunello Cucinelli. Prima matricola di Borsa del disgraziato anno 2012, Cucinelli ha imposto al mondo il suo cachemire tanto da aumentare il fatturato negli ultimi due anni del 51% e produrre, in soli dodici mesi, 30 milioni di utili. Il virtuoso del cachemire non è una mosca bianca. Secondo uno studio della società di consulenza milanese Pambianco ci sono una cinquantina di società quotabili del settore moda-abbigliamento e quasi tutte hanno un proprietario unico che coincide con il fondatore. Godono di ottimi brand, macinano utili e stanno attraversando la tempesta convinti di farcela, tanto che le banche d’affari li corteggiano per accompagnarli in Piazza Affari. Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia, è convinto che a determinare la forza dell’offerta italiana sia la struttura di filiera che ci rende più continui dei francesi, specializzatisi invece nel retail. L’economia di filiera sembra così essere l’italian way per reggere alla crisi perché garantisce specializzazione continua assieme a flessibilità organizzativa.

Altre sorprese arrivano dai distretti. Ciclicamente qualche guru – di quelli che parlano sempre ma non studiano mai – ne decreta ipocritamente la morte. Poi vengono pubblicati i numeri e arriva la smentita. Ben 25 hanno superato i livelli pre-crisi, ovvero in piena tempesta (2011) hanno fatturato di più del 2008, quando è iniziata la tormenta. Al primo posto di questa speciale classifica stilata dal Servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo c’è il distretto della pelletteria e delle calzature di Firenze, cresciuto rispetto al 2008 del 24,5%, 450 milioni di euro in più. Griffe come Gucci, Ferragamo, Prada producono qui a conferma di una tradizione di eccellenza dovuta a competenze artigianali, qualità dei materiali e ricerca stilistica. Dopo Firenze spunta l’oreficeria di Valenza, in provincia di Alessandria. Il numero delle imprese è calato in questi anni ma il distretto è cresciuto, si sono salvati quelli che hanno continuato a credere nell’azienda e investito in tecnologia. Risultato: i grandi marchi continuano a comprare a Valenza. Anche i vini delle Langhe, Roero e Monferrato, hanno venduto nel 2011 ben 200 milioni di euro in più rispetto agli anni pre-crisi e precedono le macchine per l’imballaggio di Bologna, che si possono tranquillamente consolare visto che hanno sfondato in Cina, diventata il loro mercato più importante. Insistono nel macinare ordini anche gli industriali delle macchine utensili, quelli del sistema Ucimu. Sono all’ottavo trimestre consecutivo di crescita e quasi sempre con percentuali a due cifre. Anche nel primo trimestre del 2012 l’incremento sarà almeno del 10%, grazie però ai mercati esteri che apprezzano anche un made in Italy tecnologico, non solo quello degli Armani e dei Prada. Un colosso come Caterpillar per i suoi torni chiama l’azienda varesina Pietro Carnaghi mentre la bergamasca Losma ha appena vinto una commessa della tedesca Thyssen. Accanto a storie di sistema (filiere, distretti, sistemi organizzativi) ci sono anche molti exploit individuali. Singoli imprenditori che non si sono fatti spaventare dalla recessione e hanno trovato la formula e i mercati giusti. E ora non si vogliono fermare. Sandro Veronesi, il patron del gruppo Calzedonia, esponente di punta della nouvelle vague del made in Italy democratico, per il terzo anno consecutivo ha superato il fatturato di un miliardo di euro, cresce al ritmo del 15% e dopo aver raggiunto in Italia una copertura capillare del territorio vuole aprire altri 400 negozi in giro per il mondo. Calzedonia è un laboratorio del mondo del lavoro che verrà, visto che il 92% dei suoi dipendenti è donna e il 74% di entrambi i sessi ha meno di 30 anni. I piemontesi della Grom, Federico Grom e Guido Martinetti, hanno puntato sulle gelaterie artigianali e stanno sfondando. Nel centro storico delle città italiane quando si vede una lunga coda, due volte su tre è di patiti del gelato Grom. Fatturato circa 23 milioni di euro, hanno già 55 negozi di proprietà e ne aprono almeno una dozzina l’anno. Il loro credo è la qualità e i frequentatori abituali delle gelaterie Grom (una piccola setta, ormai) sostengono che da città a città il gusto non cambia ed è riconoscibilissimo. Hanno aperto punti vendita a New York, a Parigi e Tokio ma a decretare il loro successo è stato il mercato interno, quello che invece rappresenta l’autentica dannazione di tanti altri colleghi che non hanno mezzi, idee e prodotti per tentare la strada dell’export.

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Di stretta osservanza slow food come i fondatori della Grom è anche Oscar Farinetti da Alba, l’inventore di Eataly, il supermercato del cibo italiano di qualità. In un’Italia che perde posti di lavoro, Farinetti ne promette altri 400 prima dell’estate e 150 aggiuntivi entro fine anno. Le banche lo corteggiano per creare assieme delle trading company con cui tentare la strada dei Bric, a Milano il suo sbarco nella centralissima Porta Garibaldi sarà di sicuro un evento. «In un momento così duro bisogna investire. Ci vuole coraggio, inventiva e tenacia» è il motto di Mister Eataly. Direte che Grom e Farinetti sono degli unicum, che la crisi non consente voli pindarici, che i portafogli languiscono, il credit crunch impazza e il coraggio imprenditoriale da solo non basta. Ma basta girare un po’ per trovare storie di successo che magari non arrivano nemmeno all’onore dei giornali.

IL VALORE DELL’ESEMPIO

A Milano tutti conoscono la pizza al taglio Spontini, un business nato in un piccolo locale vicino corso Buenos Aires che puntava sul menu ridotto, il servizio rapidissimo e i prezzi bassi. Beh, ora Spontini è diventato un brand, già sono quattro i locali e il quinto aprirà nei primi mesi del 2013. La famiglia Innocenti che possiede il marchio dopo la pizza formato fast food sta puntando sulle birrerie con BirraMi e per il 2014 vuole aprire anche a Torino, Verona, Bologna e Firenze. Anche la storia del Birrificio Lambrate (Milano) è poco conosciuta nonostante abbia avuto l’onore di una citazione sul New York Times. È un pub con fabbrica annessa che punta sull’artigianalità e si sta avvicinando al milione di euro di fatturato. I grandi marchi avrebbero voluto integrarlo ma i proprietari hanno detto di no e proseguito per la loro strada. Puro orgoglio artigiano.

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Tra tanto protagonismo imprenditoriale una menzione finale va a uno studio di professionisti di Vicenza, Adacta. È il più importante del Nord Est e ha come clienti 400 società di capitali del territorio. Conta ben 116 unità tra partner e dipendenti e nei mesi scorsi ha preso una decisione che in tempo di recessione fa sicuramente tremare i polsi. La vecchia sede non ce la faceva più a contenere gli Adacta boys e così è stato deciso di affittare addirittura un’antica villa sulla strada che collega Vicenza e Marostica. I lavori fervono e il presidente Diego Xausa spera di mandare gli inviti per il vernissage prima di Natale. Se non è ottimismo questo...

Appunti

La Granarolo (latte) è una cooperativa ed era data per spacciata dopo che i francesi della Lactalis avevano comprato Parmalat. A un anno di distanza Granarolo non solo non ha mollato la sfida ma ha deciso di raddoppiare il fatturato in 4 anni e sta per lanciare sul mercato due prodotti innovativi: il primo latte fresco pastorizzato per bebè e il primo latte fermentato per gli immigrati musulmani in Italia. Gli Orsero, Raffaella e Antonio, amministratore delegato e presidente di GF Group, erano i distributori storici della frutta Dal Monte in Italia e si sono lanciati proprio ora in una nuova avventura. Entrano nel mercato internazionale della frutta esotica (ananas e banane) con un proprio brand e un posizionamento di marketing elevato. Hanno iniziato con una robusta campagna di comunicazione (circa 5 milioni di euro) per far conoscere il marchio Orsero, puntano nel giro di un anno a conquistare il 10% del mercato. Chapeau per il coraggio e la determinazione. La stessa che anima i proprietari del gruppo bolognese NoemaLife (informatica sanitaria) che partita dall’idea di tre ingegneri elettronici – Francesco Serra, Angelo Liverani e Cristina Signifredi – in dieci anni ha acquisito 12 società del settore portandosi a circa 50 milioni di fatturato e con una crescita che nel 2011 è stata del 13%. L’ultimo blitz NoemaLife l’ha fatto in Francia comprando la Medasys e così i bolognesi sono diventati il principale fornitore europeo di soluzioni informatiche per processi clinici. 131


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La scheda di Federico Cartei

IL VALORE DELL’ESEMPIO

CHIAVI DI LETTURA DELL’ARTICOLO

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Innovazione, specializzazione, flessibilità innovativa, ricerca e capacità: queste le caratteristiche necessarie per procedere verso una exit strategy da quella crisi ben nota che incombe come un macigno sul nostro sviluppo. Questa l’indicazione suggerita dall’articolo di Dario Di Vico pubblicato sul “Corriere della Sera” il 22 Aprile 2012. Un articolo che ci avvia verso una ben ponderata speranza quando ci invita a porre la nostra attenzione su casi di eccellenze che grazie al talento e alla determinazione non solo ce l’hanno fatta ma sono diventate delle vere e proprie realtà virtuose nonostante gli ostacoli posti dalla recessione globale, dal difficile confronto con la moneta unica e la globalizzazione. Si parla di chi è stato capace di produrre valore aggiunto, di proporre un prodotto che a suo modo, nel proprio campo, riesce ad esaudire una domanda che è sempre più consapevole e che chiede alta qualità in cambio di qualsiasi acquisto, sia esso il più economico o il più dispendioso, il più tangibile o il più virtuale che ci sia . È in base a questi comuni denominatori che si possono accostare alcuni casi apparentemente diversi e distanti tra di loro. Creatività, ricerca della qualità e grandi investimenti hanno premiato il marchio Ferragamo che, grazie ad una continua ricerca e un costante rinnovamento, con prodotti di alta gamma, non certo accessibili a tutti ma apprezzati e acquistati da molti, continua a crescere fino a raggiungere, nonostante il periodo di recessione, una brillante quotazione in Borsa, 600 negozi monomarca in tutto il mondo e 3000 dipendenti, e un costante incremento, fino a toccare punte del 30%, delle vendite nel 2013. Stessa strategia e abilità di gestione caratterizza molti marchi del made in Italy di prodotti di lusso: uno per tutti il cachemire di Cucinelli che in pochissimo tempo è diventato, grazie alla lungimiranza di una gestione illuminata, un marchio vincente conosciuto in tutto il mondo. Sono queste realtà di tipo familiare che, come dice John Elkan presidente della Fiat, «… negli ultimi anni hanno avuto una performance di Borsa nettamente migliore di quella dell’indice globale MSCI World. La performance positiva delle aziende familiari viene da una serie di vantaggi: la struttura prudente del capitale, con un’avversione al debito; la frugalità e l’attenzione ai costi; l’attitudine alla diversificazione sia geografica che settoriale». Anche l’azienda Sapra della provincia di Varese ha una struttura di tipo familiare, fornitrice di hardware e software che, trovatasi di fronte ad un momento di stallo, grazie ad investimenti sulle risorse tecnologiche e manageriali, è riuscita ad emergere e a diventare un’azienda leader. A seguito di un investimento sulla propria formazione il direttore dell’azienda riesce ad effettuare cambiamenti radicali riducendo i costi di approvvigionamento e tagliando drasticamente la gamma di prodotti offerti nell’ottica di una sempre più alta specializzazione della produzione. È così che l’azienda a piccoli passi si è radicalmente riconvertita con estrema flessibilità grazie a quella “attitudine alla diversifica-

zione” propria delle aziende familiari da fornitrice di pacchetti informatici a partner tecnologico per soluzioni all’avanguardia fino ad aggiudicarsi una prestigiosa commessa della Difesa francese per i sistemi di collaudo dei radar preposti al controllo delle missioni spaziali dei missili Ariane. Gestione familiare e autofinanziamento sono strumenti che forniscono ad un’azienda estrema libertà di investimento e di tempi di realizzazione del prodotto. Sono queste alcune delle caratteristiche preminenti del marchio Ferrero che continua a crescere in tutto il mondo, e che, da sempre, grazie anche a quella «avversione al debito», di cui parla John Elkan, ha potuto permettersi di poter gestire in modo autonomo e interno le proprie strategie di produzione e perseguire quella ricerca della qualità che caratterizza i prodotti vincenti: è un’azienda che può tenere un prodotto in fase sperimentale anche per venti anni in cerca di qualità sempre più alta, che può spendere tempo e denaro nella progettazione di macchinari interni così elaborati da poter garantire un risultato esclusivo. La linea produttiva dei Rocher è composta da macchinari esclusivi progettati internamente, l’azienda ha impiantato noccioleti nei Paesi del Sud del mondo per riuscire ad avere nocciole fresche in ogni stagione nell’ottica di avere le materie prime migliori possibile, l’esportazione è affiancata dalla produzione estera in alcuni Paesi dove il trasporto del prodotto metterebbe a rischio la qualità dello stesso. La ricerca fa da protagonista ad ogni livello della produzione, parte dalla scelta di qualità degli ingredienti fino dal momento dell’impianto delle piantagioni – la chiamano “politica del sacco conosciuto”– arriva ad investire la meccanica dei macchinari costruiti ad hoc, fino ad essere supporto delle strategie di marketing che guidano la geografia delle distribuzioni e delle nuove fabbriche da impiantare nel mondo, secondo quella «attitudine alla diversificazione geografica e settoriale» citata dal Presidente Fiat. La ricerca dell’ingrediente di qualità e di procedimenti produttivi esclusivi sono i punti di forza di un altro celebre marchio del made in Italy alimentare: le gelaterie Grom. Nascono in periodi non facili dal coraggio e da un’idea di due ragazzi, uno enologo, l’altro analista finanziario, che si sono messi in testa di produrre il miglior gelato possibile grazie ad una costante ricerca sugli ingredienti e sui procedimenti produttivi che sono alla base di un prodotto di qualità. Aprono in Italia e se improvvisamente ciascuno di noi, camminando per la propria città, si imbatte in una interminabile fila di disciplinati pedoni e si chiede che cosa stia succedendo la risposta non è che una: c’è Grom! Non ci troviamo nei pressi di un luogo di culto il 24 di Dicembre, non siamo in prossimità dei nostri bellissimi musei, no, siamo vicini a Grom! Per un gelato di qualità, anche se costa più degli altri, siamo disposti a fare la fila e ad aspettare, sicuri che il nostro tempo e il nostro denaro sono ben investiti perché alla base della bontà del gelato Grom c’è la ricerca del prodotto particolare, come quella fragolina di Ribera che costa cinque-sei volte più della fragola normale, ma che il gelataio della porta accanto non sa nemmeno che cosa sia. Di fronte al gelato Grom siamo tutti in fila allo stesso modo, in Italia come in Europa, come a Tokyo, la qualità catalizza tutti quanti e ci rende tutti uguali. Una seria e lunga ricerca applicata alla biotecnologia caratterizza alcune delle nostre aziende italiane che, grazie a grandi sacrifici, sono riuscite ad emergere e a rendersi competitive sul mercato internazionale. La ricerca biotecnologica è il campo di azione di EOS, acronimo che sta per Ethical Oncology Science, società biofarmaceutica con sede a Milano che sviluppa terapie molecolari mirate per la cura del cancro. Si 133


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è aggiudicata il secondo posto del premio sulle start up innovative, porta avanti progetti di ricerca con piani di alta qualità fino a traghettarli alla prova di efficacia clinica e vendere il brevetto ad aziende farmaceutiche che decidono di commercializzare il prodotto. Dopo anni di ricerca che ha attirato capitali di due fondi stranieri e uno italiano per 25 milioni l’azienda è stata ricompensata e ha venduto la licenza per la commercializzazione di un nuovo farmaco inibitore di un tumore al seno, per 45 milioni, alla multinazionale Servier che si occuperà della commercializzazione del prodotto in tutto il mondo. Sempre legata al campo della sanità è la bolognese Noemalife, che, come riporta l’articolo, fornisce soluzioni informatiche per processi clinici e che, ad oggi, continua a crescere e ad avere riconoscimenti dall’estero con recenti importanti commesse provenienti da ospedali inglesi per un software all’avanguardia a livello mondiale che gestisce la prescrizione e la somministrazione dei farmaci. Tra le aziende individuate dall’articolo di Di Vico troviamo il gruppo Calzedonia che grazie a «formula e mercati giusti» si espande sempre più lontano, con negozi disseminati in gran parte del globo e prossime aperture a Tokyo e Hong Kong. Calzedonia, Intimissimi e Tezenis, tutti marchi del gruppo in forte espansione, sono caratterizzati da un vasto assortimento di prodotti con un ottimo rapporto qualità/prezzo volutamente destinati a non essere eterni ma ad essere sostituiti con ciclo continuo dopo qualche stagione da nuovi acquisti di prodotti sempre rinnovati nella loro immagine, legati alla moda del momento, supportati da una forte ed efficace campagna pubblicitaria. A tutto ciò va aggiunta una forte attenzione al settore retail con scelte di location poste in posizioni strategiche, punti vendita gradevoli e facilmente riconoscibili, personale formato dall’azienda, prevalentemente femminile (94%) e molto giovane. È difficile uscire da Tezenis, da Intimissimi o Calzedonia senza una bustina in mano: il negozio accogliente, il personale formato, il prodotto coloratissimo di tendenza che spesso non supera i dieci euro sono così accattivanti da non aver motivo di resistere! Se fino a qualche anno fa la creatività dava i propri frutti offrendoci prevalentemente dei meravigliosi prodotti tangibili, oggi dobbiamo far tesoro anche di un altro tipo di creatività, quella che va ad ideare, progettare e rendere fruibili per tutti, in modo trasversale, una tipologia di prodotti nuovi, intangibili ma altrettanto indispensabili per riuscire a sentirci cittadini di questo nuovo e così diverso mondo. Motori di ricerca, navigatori, mappe interattive, social network sono i nuovi strumenti dell’uomo, la tecnologia si spinge sempre più nelle nostre vite, regalandoci ogni giorno quelle preziosissime “App” che, quando le provi, non capisci più come hai fatto a vivere senza, da tanto ti cambiano in un attimo il modo di relazionarti con il mondo. È il nuovo design, il design delle idee. Vincenti sono coloro che hanno avuto il coraggio di credere e di far valere le proprie idee che da visionarie che potessero apparire, in pochi mesi sono diventate così familiari, così

tanto “app-licabili” alla nostra vita quotidiana da diventare improvvisamente indispensabili e al tempo stesso destinate inesorabilmente a lasciare il passo velocemente a qualcosa di più up to date, sempre più adatto a noi, sempre più irrinunciabile. Sono i nuovi Leonardo i ragazzi che passano o che arrivano dalla Silicon Valley, in mano non hanno né una ruota né un pennello ma sicuramente hanno talento da vendere. E di fronte al talento, quello vero, non c’è crisi che tenga, tutti noi siamo disposti a spendere. Chapeau di fronte a quei ragazzi che hanno rivoluzionato la nostra vita in modo così radicale e rapido che forse nessuno di noi ha avuto modo di esserne fino in fondo consapevole. Larry Page e Sergey Brin, inventando Google hanno cambiato la nostra vita, hanno reso accessibile a tutti una quantità di informazioni tali che nessuno di noi prima poteva avere nella sua globalità, sono cambiate le nostre menti, sono cambiate le nostre case, i nostri spazi, i nostri mobili, il cloud ha sostituito le librerie, la Rete ha soppiantato la carta stampata, i social rendono relative le distanze, aprono i nostri occhi sul mondo e tutto questo nasce da alcune brillanti idee di alcuni ragazzi che con coraggio e determinazione hanno investito sulla propria formazione e sull’innovazione, hanno coniugato fantasia e creatività al rigore della tecnologia e delle leggi della matematica per progettare dei sistemi che ci hanno cambiato la vita. Mark Zuckerberg crea Facebook con 35 $ per registrare l’indirizzo e 85$ al mese per affittare i server, lascia Harvard, rifiuta un milione di dollari da Microsoft, la sua idea è geniale e la storia gli dà ragione. Tre ragazzi si incontrano ad una festa, bella serata con foto e video, il giorno dopo tentano di condividerli, nessun problema per le foto, un disastro per i video, grazie alla loro esperienza tecnologica sviluppata in Paypall i tre ragazzi, Steve, Jawed e Chad inventano YouTube. Su un autobus nasce l’idea di Dropbox ad un ragazzo di nome Drew Houston che aveva lasciato la sua chiavetta usb a casa e si era talmente innervosito da riuscire a programmare questo fantastico strumento che tutti noi usiamo con una naturalezza tale come se la nuvola ci fosse data davvero dal cielo. Ma non è necessario essere stranieri per beneficiare dell’aura creativa della Silcon Valley: ci sono realtà made in Italy che da lì hanno preso spunto e che spesso lì continuano ad operare. Funambol è una start up nata dall’idea di un giovane imprenditore italiano che riesce ad ottenere ingenti finanziamenti statunitensi e fissa il proprio quartier generale in Silicon Valley, lasciando però sede a Pavia. Funambol è un software che consente in modalità open source di gestire le mail e la sincronizzazione di dati di ogni tipo di dispositivo di cui un utente dispone, lavorando in ambiente wireless sfruttando la cloud in modo da garantire la memoria e la possibilità di recupero di qualsiasi dato in qualsiasi situazione. Tiene testa fino quasi a superare l’analoga App di Apple chiamata MobileMe e si aggiudica decine di premi e riconoscimenti. Nasce dalla ricerca tecnologica, dal coraggio e da una “visione” che consentono di creare qualità che a sua volta genera un valore aggiunto. Ecce Customer è una start up italiana che riceve ingenti investimenti targati USA e UK e opera nel settore del Social Customer Relationship Management. Realtà di successo, settore emergente, attività complessa e sfaccettata che va ad analizzare e gestire le relazioni con i clienti nell’ottica di creare una fidelizzazione sempre 135


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più stretta e massimizzare il ritorno economico. L’intraprendenza, l’investimento sulla formazione tecnologica e il coraggio hanno reso possibile la nascita e l’affermazione di una realtà fondata da giovani italiani che risulta concorrenziale per la qualità della propria offerta. Tre ragazzi milanesi di 21, 22 e 28 anni Marco Palladino, Augusto Marietti e Michele Zonca hanno creduto con caparbietà nelle proprie idee e con coraggio sono andati oltre alle tante porte sbattute in faccia in Italia per sbarcare in California tanto arrabbiati con chi non aveva nemmeno provato a capirli quanto fiduciosi riguardo alle nuove opportunità che avrebbero potuto avere. Ce l’hanno fatta: hanno frequentato a turno tutti gli appuntamenti delle principali rassegne tecnologiche fino a che, durante la Entepreneurship Week alla Stanford University hanno incontrato gli investor di YouTube che sono poi andati nella loro stanza di motel, seduti sul loro letto gonfiabile e hanno ascoltato le loro idee per poi credere in loro e finanziarli per il loro Mashape, un sito web dedicato agli sviluppatori, un luogo in cui è possibile creare un’applicazione in un’ora e valutare se distribuirla immediatamente gratis o a pagamento. La tecnologia ha cambiato il nostro modo di vivere e nuove attività nascono per colmare le necessità che tali cambiamenti hanno indotto: emergenti per esempio sono le imprese di co-housing o co-working come quella tutta italiana di Talent Garden operante già su sette città in cui si riescono ad ottimizzare gli spazi sempre più ridotti e costosi offrendo a buon prezzo uffici cablati e forniti di servizi comuni dove poter dare spazio alle idee. H-Farm si definisce un incubatore che aiuta altre aziende a nascere. Il suo fondatore, Riccardo Donadon, considera la sua impresa una moderna Fattoria e ne descrive così l’attività «Non facciamo altro che far crescere un’idea come si fa con una piantina». A Ca’Tron sulla laguna di Venezia ha creato un vero campus dove si riuniscono centinaia di giovani con tanti progetti e un sogno in testa: mettere su un’azienda e, stando ai dati, molti ci riescono. Oltre ad offrire servizi investe anche capitale a rischio tanto che nel giro di sette anni H-Farm ha investito 15 milioni di euro dando vita a ben 37 aziende nel settore Internet. Ogni sei mesi vedono infatti la luce circa 10 imprese frutto di una selezione severissima: su 700 idee selezionate solo il 60% viene sviluppato. Alle nuove nate H-Farm offre non solo il capitale iniziale ma anche assistenza finanziaria e tre vetrine nel mondo dal momento che ha filiali anche a Seattle, Londra e Mumbai. Ed è subito un successo tanto che attraverso aumenti di capitale entrano nella compagine azionaria istituti bancari e aziende consolidate.

chio di più solo se la qualità lo giustifica, dimostrazione sono le file interminabili di fronte ai centri commerciali quando la Apple lancia un nuovo prodotto, senz’altro bello, senz’altro intelligente, senz’altro tutto ma non certo alla portata di tutti. La domanda alza la posta verso prodotti che o riescono a migliorare sotto un qualsiasi aspetto la tua vita o meglio farne a meno sia che si tratti di un software, di una consulenza o di un barattolo di cioccolato. Da qui la valenza positiva di un momento critico che riesce a fare da stimolo e diventa uno spietato quanto efficace strumento di selezione verso tutto ciò che è frutto di un’idea brillante. I casi analizzati in questa scheda sono i portabandiera di una speranza che ci deve fare da binario-guida per vedere una luce che, se pur non vicinissima, è raggiungibile per chiunque scelga i giusti mezzi di percorrenza. Dal gelato alla nuvola la visione e l’idea sono le armi necessarie per lanciare la sfida ad un periodo difficile in cui può uscire vincente solo chi investe con coraggio e determinazione in tutti quegli strumenti necessari per generare alta qualità ed offrire un valore aggiunto alla vita di ciascuno di noi.

Traccia per l’attività in classe Dopo un’attenta lettura dell’articolo e della scheda gli studenti possono confrontarsi e riflettere, anche divisi per gruppi, sugli effetti che la crisi finanziaria degli ultimi anni ha generato sull’approccio che ciascuno di loro ha all’acquisto di varie categorie di prodotti di consumo. Possono poi passare ad analizzare quale sia la caratteristica vincente che va a distinguere il prodotto scelto rispetto a quello scartato. Ad esempio nel campo della telefonia si dovrà capire perché lo smartphone x è più appetibile per la maggior parte degli studenti rispetto allo smartphone y, quali sono le qualità o le strategie di marketing che lo rendono tale in base ad un’analisi delle varie caratteristiche dell’oggetto, da quelle funzionali a quelle estetiche, al suo posizionamento sul mercato, ecc. Dopo aver individuato varie caratteristiche vincenti per ciascuna categoria di prodotto, potrà seguire una riflessione scritta sulla base degli esempi riportati nella scheda e sulle conclusioni tratte dagli studenti stessi su quali siano gli strumenti e le caratteristiche indispensabili alla base di un progetto perché possa essere di successo.

Appunti

Questa ormai lunga crisi economica ha prodotto molti effetti negativi che sono arrivati a gravare sulla vita di ciascuno di noi tanto da produrre grandi cambiamenti nella domanda dei consumatori e nell’offerta dei prodotti. Siamo tutti più attenti quando si tratta di spendere quel denaro che con molta fatica riusciamo a guadagnare e siamo quindi tutti molto più esigenti e selettivi. Cerchiamo “prodotti onesti”, quelli che mantengono le promesse e soddisfano le nostre aspettative, siamo incredibilmente disposti a spendere di più, parec137


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DOMANDE E RISPOSTE

1. Quali sono i comuni denominatori alla base dei vari casi di successo riportati nella scheda?

Innovazione, specializzazione, flessibilità innovativa al servizio della qualità del prodotto. Sono vincenti i prodotti autentici, quelli che mantengono le promesse dell’offerta e riescono ad offrire un valore aggiunto a chi ne fruisce.

2. In che modo la crisi finanziaria può essere vista anche come una fonte di stimolo per idee innovative? La crisi ha indotto tutti noi ad una riflessione sui nostri consumi. Di qui un approccio all’acquisto più oculato e molto più esigente e selettivo che ha finito per riflettersi su una domanda di sempre più alta qualità. Il raggiungimento di questa qualità ha fatto da motore per la ricerca e da stimolo per la creatività.

IL VALORE DELL’ESEMPIO

3. Che vantaggi e svantaggi possono avere le aziende di tipo familiare nell’affrontare un momento di crisi economica?

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L’azienda di tipo familiare ha tempi decisionali ridotti ed è quindi più facilmente flessibile e adattabile a nuove strategie. Va aggiunta la naturale avversione al debito che rende l’impresa libera di poter investire nei tempi e nei modi più consoni al tipo di strategia adottata. Spesso le aziende familiari non hanno però la forza finanziaria necessaria per sostenere adeguatamente i costi di ricerca e sviluppo, per organizzare una rete di vendita oltre confine, per attingere ad un management professionale che non provenga dalla ristretta cerchia di famiglia. Motivi per cui la quasi totalità delle imprese italiane non riesce a crescere e rimane confinata nei confini nazionali in un momento in cui i Italia i consumi stanno diminuendo.

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LINKS SITI E INFO PER APPROFONDIRE

http://www.ilsole24ore.it http://www.corriere.it http://startup.registroimprese.it/# http://www.ferragamo.com/shop/it/ita http://www.grom.it/ita/ http://www.calzedonia.it/ http://www.ferrero.it/ http://www.brunellocucinelli.com/it http://www.sapra.com/it http://www.eosmilano.com/ http://www.noemalife.com/ http://www.funambol.com/ http://www.eccecustomer.com/ https://www.mashape.com/ http://www.talentgarden.it/ http://www.h-farmventures.com/

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Test FINALE 1. Quali sono le caratteristiche vincenti per la creazione di una impresa di successo? a. innovazione, specializzazione, flessibilità innovativa, ricerca e capacità b. la ricerca dell’utile e dell’aumento del fatturato c. il risparmio dei costi con tagli orizzontali d. avere tanti soldi a disposizione 2) Quali sono i punti di forza delle piccole medie aziende? a. Flessibilità del processo produttivo, facilità nel prendere le decisioni, orientamento ai desideri del cliente b. Viene gestita da manager professionali c. struttura patrimoniale forte ed indipendente da finanziamenti di terzi d. i forti investimenti in ricerca e sviluppo 3) Quali tipologie di prodotti sono risultati vincenti in questo periodo di difficoltà economica? a. quelli che costano meno b. quelli che costano più degli altri c. quelli caratterizzati da alta qualità e innovazione anche se costano di più d. quelli che vanno di moda 4) Quali sono i principali freni allo sviluppo delle imprese innovative in Italia? a. non abbiamo bisogno di tecnologia b. non crediamo nei giovani c. mancano le eccellenze tra i nostri studenti d. un mix di burocrazia, alta tassazione e assenza di incubatori che accompagnino le imprese giovani verso il successo 5) Cos’è una start up? a. una impresa di recente costituzione, con prodotti all’avanguardia, tecnologici, con capitale iniziale ridotto b. una impresa costituita negli Stati Uniti c. una impresa quotata al Nasdaq. d. una impresa costituita solo da giovani

Soluzioni : 1a. - 2a. - 3c. - 4d. - 5a.

FAQ

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Cultura finanziaria a scuola: per prepararsi a scegliere

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Cultura finanziaria a scuola: 2013-2014  

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