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NEWSLETTER MENSILE DI ARTICOLO3-OSSERVATORIO SULLE DISCRIMINAZIONI Luglio 2012 nº9

“In Other Words “ è un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea—DG Justice

In Other Words NEWS Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Costituzione della Repubblica Italiana, Principi Fondamentali, Articolo 3

Indice:

Editoriale

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Il progetto

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Approfondimento

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Approfondimento/2

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Editoriale E’ tempo di Ramadan, e così abbiamo pensato di dedicare questo numero all’analisi del discorso pubblico che riguarda le persone di fede musulmana nel nostro Paese, così come lo evinciamo dalla lettura della stampa. Si tratta di uno scorcio su un argomento complesso e vastissimo: dalla politica all’accademia, dalla giurisprudenza alle chiacchiere da bar, pare che un’ostilità (più o meno aperta) nei confronti delle tradizioni religiose e culturali islamiche accomuni molti ambiti della vita pubblica — in Italia, ma non solo. Nel tentativo di sviscerare alcune delle forme che tale ostilità assume, pubblichiamo dunque — diversamente dal solito — due articoli lunghi. Nel primo, Elena Cesari analizza il discorso islamofobo italiano, collocandolo nel più ampio quadro europeo, guardando in particolare alle argomentazioni più articolate e ‘colte’, e alle molte maschere dell’islamofobia, di volta in volta spacciata per difesa delle radici culturali, della libertà femminile, della laicità. Nel secondo articolo, Angelica Bertellini approfondisce la “questione moschee”, che di rado viene gestita per quello che è: un diritto sancito dalla nostra Costituzione, che troppo spesso diventa terreno di battaglie a livello mediatico e politico, punteggiando di pregiudizi e provvedimenti discriminatori la via della piena libertà di culto nel nostro Paese. A chiosa di quanto raccontano i due approfondimenti, le immagini. Tutte gentilmente offerte da Facebook, introducono una voce ulteriore rispetto a quella dei media, a quella ‘colta’ di cui parla Elena e a quella delle Amministrazioni di cui riferisce Angelica: la voce della gente comune, o di parte di essa. Quella dell’islamofobia quotidiana, che a volte pare quasi bonaria, banale come lo è spesso il male. Elena Borghi

- Tutto coperto, tranne gli occhi.. Che crudele cultura maschilista! - Niente di coperto, tranne gli occhi.. Che crudele cultura maschilista!


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Il progetto

“In Other Words”: un progetto europeo contro la discriminazione nei media In Other Words NEWS

La newsletter si pubblica ogni mese a Mantova (Italia), Jaen (Spagna), Almeria (Spagna), Mortagua (Portogallo), Marsiglia (Francia), Timisoara (Romania) e Tallín (Estonia) con il sostegno della Direzione Generale Giustizia della Commissione Europea. L’edizione di Mantova è coordinata da Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni

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l progetto mira a formulare una risposta nei confronti della situazione attuale, in cui i

media sono spesso veicoli per la diffusione degli stereotipi, e a contribuire al miglioramento del messaggio mediatico, in particolare rispetto alla rappresentazione che esso fornisce delle minoranze etniche e religiose, delle persone con disabilità e degli appartenenti alla comunità Lesbica-Gay-Bisex-Trans. Capofila del progetto: Provincia di Mantova Partner: Articolo 3, Intercultural Institute of Timisoara (Romania), Eurocircle (Francia), Diputaciòn Provincial de Jaen (Spagna), IEBA (Portogallo), Fundaciòn Almeria Social y Laboral (Spagna), Tallin University (Estonia). Il progetto prevede la creazione di una redazione locale in ogni Paese, dedita al monitoraggio dei media, ad attività di ricerca e decostruzione degli stereotipi e ad un lavoro di rete con giornalisti e professionisti dei media, scuole e università, organizzazioni della società civile. Per saperne di più: www.inotherwords-project.eu

H

Ilaria, da Jaén a Mantova ola!

Sono appena tornata dalla Spagna, dove ho svolto il Servizio Volontario Europeo (SVE) a Jaén, in Andalusia, presso l’associazione COLEGA (COlectivo de LEsbianas, GAys, Bisexuales y Transgénero). Tale associazione è finalizzata a promuovere il libero sviluppo degli individui in base al loro orientamento sessuale e identità di genere, contro la discriminazione, oltre a promuovere una vita sana e la lotta contro le malattie sessualmente trasmissibili e a guidare e promuovere l'uguaglianza e il rispetto sia per i tipi di famiglia diversi sia per i differenti orientamenti sessuali nella società. A Jaén sono stata membro dell’Osservatorio “In Other W.O.R.D.S.” come collabora-

“...l’unica libertà prevista per le donne musulmane dal discorso dominante sarebbe quella di non portare il velo. Un’idea di libertà etnocentrica ed eterodeterminata, che non prevede le donne come soggetti che si autodeterminano”.

trice; cooperavamo per affrontare ed evidenziare all’opinione pubblica locale e nazionale le varie problematiche che si presentavano all’attenzione dei diversi collettivi. In particolare, alle riunioni partecipavano generalmente i rappresentanti di associazioni come: le donne progressiste (femministe), persone rom, un’associazione per i diritti delle persone migranti, delle persone con disabilità e una che assisteva i giovani per affrontare le loro problematiche attuali. È stato per me importante poter approfondire da un contesto interculturale le problematiche locali legate alle varie discriminazioni (razziali, religiose ed etniche, di genere e i pregiudizi nei confronti dei differenti orientamenti sessuali) che vengono praticate nella realtà socio-culturale della Spagna, oltre a prendere coscienza della maniera e della sensibilità con le quali lì vengono affrontate. Al rientro nella mia città mi è stata data l’opportunità di collaborare e interagire con Articolo 3 Osservatorio sulle discriminazioni di Mantova, potendo così continuare il mio impegno e la mia crescita. Un affettuoso abbraccio a tutti!

Elena Cesari, a p. 3

Ilaria Torelli


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Approfondimento

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Le ‘ragioni’ della paura: il discorso islamofobo nell’Europa contemporanea L’islamofobia in Europa e in Italia è un fenomeno complesso e a diverse dimensioni. Una “piovra” in grado di circuire forze politiche partitiche e non, associazioni, gruppi di semplici cittadini, sia di destra che di sinistra. Gente comune ed illustri accademici, europeisti, nazionalisti e secessionisti, sedicenti liberali e gruppi ultraconservatori, integralisti cristiani e atei, femministe e sostenitori della famiglia tradizionale: l’islamofobia sembra essere in grado di raccogliere consensi in modo trasversale alle opposte ideologie.

Scopo di questo approfondimento sarà individuare alcuni elementi delle argomentazioni e delle strutture socio-culturali che hanno portato al proliferare di manifestazioni sempre più violente e pervasive di islamofobia. A livello accademico e colto, gli eventi dell’11 settembre 2001 hanno definitivamente spianato la strada a quanti erano in cerca di una chiave interpretativa del mondo che semplificasse e separasse i buoni dai cattivi, l’Occidente dall’Oriente. La teoria dello scontro di civiltà formulata da Samuel Huntington nel 1996 (1) e divulgata da ricercatori, giornalisti e opinionisti è diventata rapidamente patrimonio comune di un pubblico assai vasto ed eterogeneo, così come la credenza nelle “radici giudaico-cristiane” dell’Europa. Un’opera grandiosa di rilettura storica e sociale, in grado da un lato di espellere dalla storia e dalla cultura europea qualsiasi commistione con l’Islam e il mondo arabo, dall’altro di individuare nei musulmani la nuova figura dell’“altro radicale”. Secondo questa lettura, i fedeli

musulmani che vivono in Europa rappresenterebbero una minaccia ai valori e alle tradizioni del Vecchio continente, cioè alla sua identità, prima ancora che alla sua sicurezza. Come vedremo, l’idea di una minaccia all’identità e ai valori europei è penetrata profondamente nel tessuto sociale del continente, al punto di divenire trasversale agli schieramenti politici di destra e di sinistra.

Le nuove destre europee e lo spettro dell’“invasione islamica” Il 22 luglio 2011 e i giorni immediatamente successivi alla strage di Utoya, in Norvegia, nella quale sono morte settantasette persone, i pregiudizi nei confronti della minoranza musulmana hanno condotto molti media italiani a evocare lo spettro del terrorismo islamico (2). Paradossalmente, le vittime di Utoya hanno perso la vita proprio perché ritenute dall’autore della strage colpevoli di lottare contro quegli stessi pregiudizi, e a favore di una società multiculturale aperta ed inclusiva. Tuttavia, in pochissimi, una volta rettificato l’errore e appurato che l’assassino era un giovane norvegese xenofobo e islamofobo, si sono soffermati ad analizzare l’influenza socio-culturale dei divulgatori di odio in Europa. Non solo. Ancora una volta molti politici e mezzi di comunicazione di destra o estrema destra hanno scaricato la responsabilità di quanto accaduto a Utoya sulla “società aperta e multirazziale” e sul flusso incontrollato di immigrati musulmani. Mauro Borghezio, europarlamentare di Lega Nord, ha commentato: “Buone, ottime le idee di Breivik, al netto della violenza”. (3) In Europa le idee di Borghezio sul rischio di “islamizzazione” del continente sono condivise da molti schieramenti di destra. In una recente intervista a La Repubblica, il ricercatore conservatore norvegese Ole Jorgen Anfindsen ha affermato: “Penso che il suo [di Breivik, NdA] manifesto sia folle, ma che contenga anche pensieri coerenti e bene organizzati. Ed è un errore buttare via tutto, perché alcuni argomenti, in tema di difficoltà di integrazione degli immigrati islamici, hanno a che fare con le debolezze della nostra democrazia. […] Io – ha concluso Anfindsen – non ho risposte facili al tema della dif-


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ficile integrazione degli islamici nella nostra società. Ma anche se i media non ne parlano volentieri, in Norvegia ci sono problemi reali con l'immigrazione islamica. Molti cittadini non vedono di buon occhio la presenza di religioni diverse da quelle della nostra cultura e, mentre molte delle persone che arrivano qui sono gente per bene che pensa solo a lavorare e a inserirsi nella società, una parte finisce a ingrossare le fila della criminalità”: Dall’ “islamofobia” alla strage di Breivik, l’estrema destra del Nord ora fa paura

(Repubblica, 27/5). In Italia l’islamofobia non è prerogativa esclusiva della Lega Nord e delle formazioni di destra estrema: Io amo l’Italia, partito fondato e presieduto dal giornalista Magdi Cristiano Allam, ha fatto e fa dell’islamofobia uno dei punti qualificanti del suo programma. Leggiamo: - Consideriamo una minaccia alla nostra civiltà laica l’avvento al potere di regimi integralisti, estremisti e terroristi islamici sulla sponda meridionale ed orientale del Mediterraneo, in aggiunta alla diffusione del radicalismo islamico nel cuore dell’Europa forte di una fitta rete di moschee, scuole coraniche, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali che emettono sentenze sulla base della sharia, la legge coranica.

- Nel doveroso rispetto, da parte delle autorità politiche, della libertà di coscienza di ciascun individuo, Io amo l’Italia difende il principio di territorialità della legge senza concessioni all’ideologia del multiculturalismo e senza deroga alcuna verso atti, usi e costumi degli immigrati e degli autoctoni convertiti nel nome del rispetto di vere o presunte specificità religiosi o culturali, che devono uniformarsi alla legislazione vigente italiana al pari degli autoctoni - In particolare affermiamo il divieto assoluto di legittimare la sharia, la legge coranica, di promuovere e consentire l’applicazione nel territorio nazionale del diritto islamico in quanto suscettibile di attentare ai valori fondanti dell’Ordinamento italiano, a partire dalla sacralità della vita di tutti, ai principi della libertà di scelta religiosa e della pari dignità tra l’uomo e la donna di fronte alle leggi riconosciute dalle tradizioni giuridiche occidentali. - “Salviamo i cristiani” dalla dittatura del relativismo in Occidente e dalla tirannia islamica o di altra natura altrove nel mondo. Noi siamo consapevoli che la nostra fragilità identitaria e valoriale è conseguente alla crescente scristianizzazione dell’Italia e dell’Europa sempre più infiltrate dal relativismo, dal laicismo e dall’islamicamente corretto. Ci impegniamo a fortificarci dentro riscattando la nostra fede, cultura, identità e civiltà cristiana per poter essere credibili nell’affrontare la discriminazione e la persecuzione dei cristiani nel mondo. - “Sì ai musulmani, No all’islam”. Io amo l’Italia non discrimina nessuno sulla base del credo religioso, dell’etnia o della cultura, rispetta indistintamente tutti e ama il prossimo che ci ama, compresi i musulmani. Ma in nessun caso consentiremo che l’Italia si trasformi in una landa deserta sul piano valoriale e identitario finendo per essere percepita come terra di conquista da parte degli integralisti ed estremisti islamici impegnati a imporre la Umma, la Nazione islamica, ovunque nel mondo. Magdi Cristiano Allam, in un recente intervento su Il Giornale, La strage in Nigeria ci impone una reazione: bisogna vietare la Sharia. Il massacro di 38 cristiani è la diretta conse-


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guenza degli insegnamenti di una religione intollerante: “Questa realtà deve insegnarci che i musulmani come persone possono essere effettivamente moderati quando fanno prevalere i valori e i principi assoluti e universali che sostanziano l'essenza della nostra comune umanità, ma che l'islam come religione non è affatto moderata perché non sono moderati né il Corano né Maometto. La tragedia è che oggi noi abbiamo scelto di schierarci dalla parte dei nostri aspiranti carnefici, coloro che promettono l'imposizione della sharia e la sottomissione all'islam del mondo intero”. L’estratto sopracitato fornisce l’opportunità di analizzare meglio il concetto di “musulmano/a moderato/ a”, così come divulgato dai media. Secondo il Ccif (collectif contre l’islamophobie en France) si tratterebbe di un concetto astratto ed eterodiretto, che identifica la moderazione sulla base del consenso. La mia impressione è che vengano definiti “musulmani moderati” coloro i quali confinano allo spazio privato le pratiche religiose (che questo sia volontario o imposto dalle circostanze non ha molta importanza, ai fini della definizione), non interagiscono con le istituzioni perché siano riconosciuti luoghi di culto nei quali pregare, rinunciano ai simboli religiosi dell’Islam e non rivendicano diritti in quanto musulmani. Il termine “moderazione” viene perciò usato come sinonimo di “assimilazione” culturale. Le posizioni espresse da Allam e dal suo partito, generanti un clima di allarme sociale e di paura crescenti nei confronti della minoranza musulmana, non rappresentano un’opinione marginale né istituzionalmente irrilevante. Infatti nelle fila di Io amo l’Italia militano illustri ricercatori e islamologi che hanno fatto parte nel precedente governo del “Comitato per l’Islam italiano”, organo chiamato a formulare pareri sul tema dell’integrazione dei musulmani in Italia. Corpi dello scandalo: l’islamofobia laica e di sinistra Il già citato Rapporto del Collectif contre l’islamophobie en France sul montare dell’islamofobia in Francia evidenzia la persistenza di questo fenomeno nella sinistra fondato su una concezione della laicità intesa come volontà di escludere dallo spazio pubblico qualsiasi visibilità religiosa. Ricordiamo che la Francia ha varato nel 2010 una legge che proibisce l’utilizzo del velo

integrale negli spazi pubblici. Sicurezza, ordine pubblico, ma anche diritti e dignità delle donne: queste le ragioni dei sostenitori della legge.

Anche in Italia identiche motivazioni vengono quotidianamente sostenute dai media e da rappresentanti istituzionali che vorrebbero un’analoga legge sul territorio nazionale. Analizziamo più da vicino le argomentazioni (e i relativi effetti sulle donne musulmane) di chi sostiene di difendere la “libertà delle donne”. Innanzitutto notiamo che, come rilevato anche da un recente Rapporto del Consiglio d’Europa, le donne musulmane sono costantemente vittimizzate da chi (politici, giornalisti, ricercatori, femministe) si professa paladino/a dei loro diritti. E’ necessario porsi due domande: una sulla funzione socio-politica del discorso vittimizzante, l’altra sugli effetti prodotti da questo discorso sulle donne musulmane stesse. Inoltre è necessario, sottolinea il sopracitato Rapporto, che il dibattito pubblico e mediatico si apra al contributo delle organizzazioni di donne e femministe musulmane. Ragionare su queste domande aiuta a far luce sulla strumentalizzazione dei diritti delle donne musulmane: una pratica utile a rappresentare l’Islam come religione patriarcale, machista e violenta e l’“Occidente” (non meglio specificato) come luogo di liberazione ed emancipazione delle donne e di parità fra i sessi. A tal fine i media divulgano storie di donne maltrattate e oppresse, di matrimoni forzati, di padri che costringono le figlie a portare il velo (4). Al contrario, quasi mai narrano le esperienze di donne musulmane libere ed indipendenti, né danno notizia delle ricerche condotte dalle femministe musulmane: l’immagine delle donne musulmane protagoniste di cambiamento sociale è censurata, o presentata come


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un’insolita eccezione (5). Effetto dell’ostilità verso (o dell’auspicata proibizione di) uno dei simboli della religione musulmana, quale è il velo, è la stigmatizzazione delle donne velate stesse.

Il vantaggio del velo integrale: se cambi partner, in ufficio puoi tenere la stessa foto.

Vari Rapporti evidenziano, infatti, che le donne musulmane subiscono discriminazioni multiple, in quanto donne e in quanto musulmane. Secondo la Risoluzione 1743/2010 del Consiglio d’Europa: “L’interdiction générale du voile intégral dans les lieux publics pourrait se traduire par des pressions exercées sur les femmes musulmanes pour qu’elles restent chez elles et se limitent à entretenir des contacts avec d’autres femmes. Les femmes musulmanes subiraient une exclusion supplémentaire si elles devaient quitter les établissements d’enseignement et se tenir à l’écart des lieux publics”.

Il dibattito pubblico spesso esclude a priori la possibilità di una libera scelta della donna che indossa l’hijab, amnesia che dimostra scarso rispetto per le donne musulmane stesse e per la loro autonomia di pensiero e azione. Nota il Ccif: “L’idea di libertà è disattivata ed attivata costantemente nel corso delle conversazi-

oni, con l’unica costante di essere esercitata di continuo contro i musulmani”. Nel caso del dibattito sul velo, l’unica libertà prevista per le donne musulmane dal discorso dominante sarebbe quella di non portare il velo. Un’idea di libertà etnocentrica ed eterodeterminata, che non prevede le donne come soggetti che si autodeterminano. Come hanno rilevato recenti ricerche, l’islamofobia in Europa e in Italia si allea e si intreccia oggi all’antisemitismo, nonostante il richiamo alle radici “giudaico-cristiane” di schieramenti politici e studiosi. Nonostante la storia dell’odio verso gli ebrei e quello verso i musulmani abbiano origini e sviluppi diversi, entrambe le minoranze religiose sono sospettate di complottare ai danni della società maggioritaria. Ne parleremo diffusamente nella prossima Newsletter. Elena Cesari Note: (1) The Clash of civilization and the remaking of world order, Simon & Schuster, 1996. (2) NL n. 25/2011: Elena Borghi, Diversamente giornalisti: Libero e Il Giornale sulle vicende norvegesi. (3) V. intervista alla trasmissione radiofonica La Zanzara. (4) Un esempio recente: Una minorenne pachistana non vuole il velo. “Se torno a casa papà mi ammazza” (Giornale Milano, 23/7) . Si veda anche, sulla Newlsetter n.5 dedicata al racconto della violenza di genere fatto dai media, l’analisi di Elena Borghi, Finché morte non ci separi. (5) Alcune riflessioni elaborate da femministe musulmane sono state raccolte nel libro Teologhe, musulmane, femministe, Effatà, 2009. Un dibattito vivace sull’immagine della donna musulmana in Italia, sui rapporti fra i generi e sull’omosessualità nella religione musulmana è rintracciabile nelle pagine di Yalla Italia, “il blog delle seconde generazioni”, creato da un gruppo di ragazzi e ragazze musulmani che vivono l’appartenenza a due mondi, cercando di coglierne gli “aspetti più interessanti, contraddittori, ambigui, problematici e perché no, provocatori”.


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Approfondimento/2

Tra le pieghe delle norme sulla sicurezza, sul decoro, sull’etica Il nostro data base regionale raccoglie, dal 16 febbraio 2011 al 23 luglio 2012, ben 630 articoli in cui si parla di centri culturali islamici, e ci stiamo riferendo alla sola Lombardia. A giudicare dalla mole si tratta di un soggetto di tutto rispetto. Di rispetto, tuttavia, in questi articoli se ne trova poco. Quando sulla stampa si parla di moschea, in realtà si tratta di centri culturali o, tutt’al più, di centri di preghiera. La stampa riferisce di decine di dispute amministrative sull’opportunità o meno di creare spazi di aggregazione per le persone di fede musulmana. Si fa confusione anche sulle definizioni, e talvolta questa è voluta per generare allarme sociale: si parla di moschea quando in realtà chi chiede uno spazio è una associazione o un centro culturale. Se poi nel centro culturale ci si ritrova anche per pregare, allora si parla di luogo di culto, come se nella differenza, ossia la preghiera, risiedesse, a priori e indipendentemente dal numero di persone, un’attività pericolosa. Per meglio comprendere ciò di cui stiamo realmente parlando è necessario fare alcune precisazioni. La nostra Costituzione, oltre a garantire la libertà di culto, prevede anche la libertà di aggregazione e associazione e dunque nulla vieta ad un gruppo di persone di costituirsi, darsi uno statuto, una sede e trovarsi periodicamente a svolgere le proprie attività, comprese quelle di studio e preghiera. In Italia ci sono centinaia di locali adibiti ai più diversi culti e nella totale legalità. Su Pagine gialle, nella sezione “Chiese e centri di altri culti” – ossia tutti quelli non cattolici – sono registrate 385 utenze; se pensiamo che molti soggetti non hanno una linea fissa, ma un numero di cellulare, è facile immaginare quante altre realtà esistano. Il problema, se vogliamo, sorge quando il numero di persone diventa elevato, e allora è necessario garantire determinati parametri di sicurezza e di ‘vivibilità’ urbana.

Se in un edificio si ritrovano decine, centinaia di persone, allora servono ambienti attrezzati in modo da rendere minimi i rischi in caso di incendio o altro pericolo, capaci di garantire spazio e servizi igienici per tutti, parcheggi e così via. E’ evidente che questi parametri variano sensibilmente in base a quella che i tecnici chiamano “destinazione d’uso” di un edificio, che include il numero di persone ospitabili. Da anni nel nostro Paese, soprattutto al Nord, vivono migliaia di persone di fede musulmana, che hanno diritto ad esercitare il proprio culto. In alcuni paesi o cittadine questo non rappresenta un problema: se il numero delle persone è limitato, la sede di una normale associazione può bastare. Nelle aree metropolitane e nei centri più grandi, invece, è necessario individuare ampi locali, che le comunità religiose acquistano e sistemano a loro spese. L’iter burocratico è lungo (e costoso), come sempre nella nostra Italia, ma a volte le lungaggini sono ascrivibili a pregiudizi, talvolta gravi, fino alla discriminazione. Il numero di ricorsi ai tribunali fatti sia dalle Amministrazioni locali, sia dalle associazioni islamiche evidenzia un problema di dialogo, di rispetto, di interazione. Nel novembre del 2010, il Consiglio di Stato, in una sua pronuncia (n°8298), aggiunge un’importante considerazione: “E’ compito degli enti territoriali provvedere a che sia consentito a tutte le confessioni religiose di poter liberamente esplicare la loro attività, anche individuando aree idonee ad accogliere fedeli”. E’ importante riportare anche questo passaggio, riferito ai Comuni, che non devono “[...] sottrarsi dal dare ascolto alle eventuali richieste [...] e non solo al momento attuativo, ma anche nella precedente fase di pianificazione delle modalità di utilizzo del territorio”. Questo significa che le reticenze, le risposte vaghe, i ritardi, gli ostruzionismi non sono ammessi: quando le comunità fanno richiesta per l’individuazione (per acquistare


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Approfondimento

o costruire ex novo) di un terreno o un immobile, le Amministrazioni devono fare la loro parte e, in sede di realizzazione del Piano del territorio, devono pensare anche a queste necessità. Emblematico il recente caso di Sesto Calende (VA), dove il Sindaco si era candidato promettendo che mai avrebbe concesso un luogo di culto alla Comunità islamica. Il Tar, al quale si erano rivolti gli esponenti dell’associazione islamica, aveva annullato, di fatto, il Piano regolatore del Comune, perché non teneva conto del loro diritto già espresso. L’Amministrazione ha deciso di resistere in giudizio, ribadendo di non voler alcun centro di preghiera musulmano, con toni di rivalsa, quasi si trattasse di difendere il territorio da un’offesa bellica: “Islamici, giù le mani dal Pgt” (Prealpina, 7 marzo 2012). Sui giornali continuiamo a leggere di richieste di referendum per interrogare l’intera popolazione sull’opportunità di costruire un luogo di culto non cattolico. Alle Regioni è demandata la regolamentazione di queste risposte; in sostanza, la nostra Costituzione garantisce la libertà di esercitare il culto ma, di fatto, gli Enti locali mostrano resistenze. C o m e sempre, c e r t a stampa devia dal percorso etico e, anziché fare corretta informazione e partecipare allo sforzo per smussare i problemi della convivenza, si dedica a campagne di provocazione. Una giornalista si reca in quartiere, intervista abitanti e negozianti dicendo che sta per essere costruita addirittura una moschea. Panico in via Tortona: «La moschea qui? Non scherziamo» (Libero Milano, 19 maggio 2012); alla fine del pezzo si specifica che possono stare tutti tranquilli, perché non questa realizzazione è prevista. E allora perché aggirarsi nel quartiere facendo indagini e, in aggiunta, con chissà quali premesse?

Sono davvero molti gli articoli che, con vocabolario da guerra, annunciano chissà quali drammatici avvenimenti e sappiamo quanto spesso la presenza di un centro islamico venga accostata al terrorismo. Il partito della Lega Nord dichiara apertamente di non voler concedere luoghi di culto alle persone di fede islamica, cosa che in base alla legge dovrebbe portare all’immediata apertura di un fascicolo ad parte della Procura: raccolte firme, interrogazioni consiliari... tutte azioni deliberatamente volte ad impedire il godimento di un diritto sulla base di un pre-giudizio. Oggi è normale leggere sui giornali di un “No alla moschea”, come se fosse una vittoria di civiltà impedire ad una parte della popolazione di pregare assieme. La politica cavalca questi argomenti e tristemente famosa è diventata la campagna del centro destra per le elezioni amministrative di Milano del 2011: i cartelloni “Zingaropoli islamica con Pisapia” avevano invaso i muri del capoluogo. Dopo la minoranza rom e sinta, da sempre oggetto di discriminazione e razzismo anche istituzionali, le persone di fede musulmana si sono ritrovate additate come pericolo: il loro diritto ad un semplice luogo di ritrovo è divenuto una pretesa assurda e pericolosa, tanto che la proposta di realizzarlo si è trasformata in motivo di delegittimazione elettorale, di discredito di un candidato. Non possiamo sostenere con orgoglio che la libertà di culto nel nostro Paese è garantita: il principio costituzionale si incaglia spesso nelle decisioni delle leggi regionali e delle Giunte comunali, dove il pregiudizio pare essere il principio normativo. Angelica Bertellini


Newsletter "In other Words" n.9/luglio 2012