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NEWSLETTER MENSILE DI ARTICOLO3-OSSERVATORIO SULLE DISCRIMINAZIONI Marzo 2012 nº5

―In Other Words ― è un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea—DG Justice

In Other Words NEWS Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Costituzione della Repubblica Italiana, Principi Fondamentali, Articolo 3

Editoriale Cogliamo il pretesto della ricorrenza dell‘8 marzo per dedicare il quinto numero della nostra newsletter mensile a un tema che ha sì a che fare con il mondo femminile, ma che ha un sapore del tutto diverso da quello dei cioccolatini e delle frasi d‘occasione di cui si fa tanto sfoggio in questo giorno. Scegliamo di parlare di violenza maschile sulle donne, un tema che la stampa affronta poco e male. Quello di femicidi e femminicidi è ancora un argomento bistrattato, il cui racconto risente di un discorso comune intriso di sessismo più o meno latente. Mentre fonti autorevoli — nazionali e non — dimostrano che la violenza maschile contro le donne in Italia è un problema sempre più grave e diffuso, che miete innumerevoli vittime ogni anno, la narrazione mediatica di questo fenomeno è troppo spesso parziale, quando non del tutto fuorviante. La inquinano, tra le altre cose: l‘assunto che quello della violenza di genere sia un problema sostanzialmente femminile, del quale sono le donne a doversi preoccupare, sul quale sono loro a dover fare informazione e prevenzione; la forte normatività che ancora regola, nell‘immaginario comune, i rapporti tra i generi, rapporti di forza e dalla gerarchia ben definita; sentimenti mai sopiti di

Indice:

nostalgia patriarcale, orgoglio maschile offeso, gelosia e possesso, che in molti

Editoriale

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Lo specchio

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Glossario

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Approfondimento

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casi paiono attenuare le responsabilità di chi perpetra le violenze; l‘assunto della ―colpa originale‖ del genere femminile. Di queste consuetudini del discorso e della rappresentazione parlano le pagine che seguono. C‘è un‘analisi della ricostruzione mediatica dell‘omicidio di Gabriella Falzoni da parte del marito, a confronto con la narrazione di un episodio di violenza ai danni di una giovane pakistana — un confronto che mette in luce il diverso approccio che la stampa spesso utilizza, a seconda che gli uomini che agiscono le violenze siano italiani o migranti. C‘è la consueta pagina dedicata al glossario, in cui si propongono espressioni alternative e più corrette di quelle che molti giornali utilizzano per descrivere gli episodi di violenza maschile sulle donne; e c‘è, in chiusura, una lunga intervista di Elena Cesari a due operatrici della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. Elena Borghi


In Other Words NEWS Pagina 2

Il progetto

“In Other Words”: un progetto europeo contro la discriminazione nei media

“La violenza svela lo squilibrio di potere nella relazione. La cultura dà un via libera. È chiaro che l’unica motivazione di qualsiasi tipo di violenza è la volontà di agirla”. Dall‘intervista di E.Cesari a C.Karadole e A. Romanin — Casa delle

donne di Bologna. A p. 7

media sono spesso veicoli per la diffusione degli stereotipi, e a contribuire al miglioramento del messaggio mediatico, in particolare rispetto alla rappresentazione che esso fornisce delle minoranze etniche e religiose, delle persone con disabilità e degli appartenenti alla comunità Lesbica-Gay-Bisex-Trans. Capofila del progetto: Provincia di Mantova Partner: Articolo 3, Intercultural Institute of Timisoara (Romania), Eurocircle (Francia), Diputaciòn Provincial de Jaen (Spagna), IEBA (Portogallo), Fundaciòn Almeria Social y Laboral (Spagna), Tallin University (Estonia). Il progetto prevede la creazione di una redazione locale in ogni Paese, dedita al monitoraggio dei media, ad attività di ricerca e decostruzione degli stereotipi e ad un lavoro di rete con giornalisti e professionisti dei media, scuole e università, organizzazioni della società civile. Per saperne di più: www.inotherwords-project.eu

rtanti!

Le parole sono impo

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R

L‘edizione di Mantova è coordinata da Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni

l progetto mira a formulare una risposta nei confronti della situazione attuale, in cui i

iunione di redazione ad Articolo 3

La newsletter si pubblica ogni mese a Mantova (Italia), Jaen (Spagna), Almeria (Spagna), Mortagua (Portogallo), Marsiglia (Francia), Timisoara (Romania) e Tallín (Estonia) con il sostegno della Direzione Generale Giustizia della Commissione Europea.

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VOCABOLARIO

In Other Words NEWS


Marzo 2012 nº5

Lo specchio

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Il meglio e/o il peggio della stampa lombarda, in materia di violenza maschile sulle donne

Finché morte non ci separi

Manca un giorno all‟8 marzo, ma in fondo questa non è che una coincidenza. I giornali lombardi riportano la notizia d el trentaseiesimo (36esimo, sì) femicidio di questo 2012, accaduto il 5 marzo a Mozzecane, un paese sul confine tra Veronese e Mantovano. Giovanni Lucchese ha ucciso, strangolandola, sua moglie Gabriella Falzoni. Come sempre accade, i giornali non perdono l‟occasione per evocare lo spettro sempreverde del “delitto passionale”, strettamente imparentato con il delitto d‟onore. I titoli traboccano della parola gelosia e di allusioni ad un presunto raptus di follia del marito, a rimarcare la consueta abitudine a descrivere i casi di violenza maschile su mogli, compagne o ex come episodi dal carattere imprevisto, di follia momentanea e improvvisa, tanto potente quanto distante dalla sfera del raziocinio e della decisione consapevole. Sono molte le sfumature che contribuiscono a veicolare l‟idea che il

lui della situazione sia un po‟ „meno assassino‟ di altri, che uccidono senza moventi „passionali‟. Lui uccide perché in preda ad un raptus — e già è un po‟ meno responsabile. Ma lo è ancora meno perché il raptus che lo coglie è “di gelosia”: ossia, lui un motivo ce l‟aveva (e pure valido), e lei in qualche modo „se l‟è cercata‟. Non fosse stato per alcuni sms sospetti, lui mai avrebbe attentato alla vita di quella moglie tanto amata, suggeriscono tutti gli articoli sulla vicenda. E, perché nessun dubbio attraversi le menti dei lettori, delineano bene il quadro — anzi, il quadretto. Recita il sottotiolo dell‟articolo on-line de L‟Arena: “Morte nel pomeriggio. Lui impiegato in concessionaria, lei in una ditta di abbigliamento, erano appena stati in Kenya. Giovanni Lucchese ha ucciso con un foulard Gabriella Falzoni, poi s‟è costituito ai carabinieri. Aveva scoperto degli sms che per lui erano la conferma del tradimento”. C‟è l‟assoluta normalità, fatta di vacanze insieme, di vita in una “villetta quadrifamiliare colorata di giallo e arancione”, all‟interno di “quel quartiere elegante”, “una bella casetta ordi-


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nata, perché Giovanni era una persona ordinata, pulita, disponibile”; c‟è Gabriella, che “teneva tanto alla sua casa, la teneva a posto e anche per due volte alla settimana aveva un‟amica che andava a riassettare, a pulire sul pulito”. L‟Arena riporta i commenti dei vicini, che riferiscono di “una famiglia perfetta” in cui “non c‟era niente che non quadrasse”, persone che stavano “economicamente benissimo”. La Gazzetta di Mantova, nel costruire a sua volta un quadretto insospettabile, racconta che i due “erano reduci da una vacanza in Kenya e solo qualche ora prima erano andati a messa con il figlio diciottenne” (Strangolata dal marito con un foulard, 6/3). Tutto meraviglioso, insomma, fino a che il “tarlo della gelosia” non si impossessa della mente di lui, accecandola. “A rendere tesi i rapporti tra i due — sostiene l‟articolo della Gazzetta — […] è il troppo amore. La paura di un marito di perdere la propria compagna”. “L‟ha uccisa perché non voleva perderla”, fa eco l‟Arena. “L‟ha uccisa perché era geloso e perché lui non voleva che il loro matrimonio finisse o che ci fosse qualcuno tra loro”. Non solo: l‟ha uccisa “nella loro camera, sopra quel letto in cui per anni si sono accoccolati, raccontati le loro paure, i loro segreti”. A fine lettura, quasi quasi si finisce per commuoversi, per provare compassione per il povero marito, vittima della moglie (sospetta) fedifraga nonostante il cuore grande di lui. Lei è la colpevole: di aver infranto il quadretto stile Mulino Bianco e le regole della perfetta vita di coppia, di aver travalicato i confini della morale paesana, di aver messo alla prova la pazienza e l‟amore di lui, di averlo costretto a quel gesto orribile. Non si dice quasi nulla di Gabriella, negli articoli in esame: di lei il lettore sa solo che forse aveva un amante, e questo è tutto quel che importa. Di Giovanni, invece, sappiamo dalla Gazzetta che è ora “un uomo senza più anima”; un uomo “distrutto dalla gelosia”, come La Voce di Mantova si premura di titolare. E‟ con articoli come questi che, giorno dopo giorno, femicidio dopo femicidio, stupro dopo stupro, botte dopo botte, si rende sempre più salda una narrazione maschilista e misogina della realtà. Si tace la piaga diffusa della violenza maschile sulle donne, si ribaltano le responsabilità, si assolvono (almeno in parte) i carnefici, si colpevolizzano le vittime, si rinsalda l‟idea che ci siano regole precise a normare i rapporti tra i generi: regole che valgono più della vita di una donna. E‟ interessante notare come cambino le descrizioni di episodi di violenza maschile sulle donne, quando i protagonisti coinvolti non sono italiani ma migranti. Il 24 febbraio le edizioni milanesi di Repubblica, Il

Giornale e Libero raccontano la vicenda di una ragazza pakistana, fuggita dalla casa in cui padre e marito la tenevano segregata, costringendola ad un matrimonio combinato che non aveva voluto e al

quale continuava a non rassegnarsi. La vicenda ha un lieto fine, che negli articoli che analizziamo diventa fiabesco, e fornisce lo spunto per una lettura in cui al sessismo di fondo si aggiunge una buona dose di sentimento xenofobo. Vediamo come. L‟articolo del Giornale, Un sos lanciato dalla finestra: “Aiuto, mio marito mi violenta” apre con le dichiarazioni del vicequestore aggiunto di Milano: “Impossibile sradicare una simile mentalità. E […] stiamo parlando di immigrati formalmente ben integrati in Italia. Ma che non esitano ad arrogarsi il diritto di obbligare in ogni modo — e con modalità anche molto violente — la propria figlia a sposare qualcuno di cui lei non vuole proprio saperne”. I protagonisti maschili di questa vicenda, fa notare Il Giornale, sono “uomini dei nostri tempi, ma che sembrano appartenere a un mondo lontanissimo e incomprensibile”. Insomma, quando a compiere violenza fisica e psicologica su una donna della famiglia sono uomini di origini non italiane, ecco che il mondo del loro modo di fare diventa “lontanissimo e incomprensibile”, estraneo al nostro mondo, che improvvisamente viene depurato di tutta la mentalità e le pratiche maschiliste e violente. Noi non siamo così. Dopo il racconto angosciato delle tappe che hanno portato la ragazza a sposare l‟uomo che la famiglia aveva scelto per lei, Il Giornale Milano descrive i


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soprusi che ella è costretta a subire: l‟alleanza del neo sposo con il padre di lei, gli stupri da parte del primo, le botte per mano del secondo. Repubblica Milano parla di “punizioni per aver violato il codice patriarcale”. Libero Milano si indigna di fronte alle “assurde tradizioni della famiglia di lei”, e ne approfitta per posizionare, subito sotto il titolo, “i precedenti”: Jamila, pakistana 19enne “tolta da scuola dai familiari perché troppo bella”; Sanaa, uccisa a coltellate dal padre, che “non condivide la relazione che la giovane ha con un italiano”; Hina, pakistana 20enne, uccisa dal padre e dai cognati “perché colpevole di vivere all‟occidentale”. A differenza di queste tre coetanee, però, la ragazza pakistana protagonista di quest‟ultima vicenda non viene uccisa. Perché, come titola Libero, “la salva il fidanzato italiano”. Lei lancia un biglietto-sos in strada, dove lui la aspetta da giorni: lui lo trova, la convince a fuggire dalla finestra e a denunciare l‟accaduto. Libero chiude l‟articolo con l‟happy ending perfetto: “Il marito e il padre della ragazza sono finiti a San Vittore e i due innamorati, come nelle migliori favole d‟amore, sono tornati finalmente insieme”. “Per fortuna, a dare una mano a K. è arrivato un principe azzurro italiano”, sospira Il Giornale. Che

chiude con la frase di Majorino, assessore alle Politiche sociali del Comune: “Milano deve essere la città del rispetto del valore della persona e della dignità della donna”. Il sessismo sotteso che ha costruito le narrazioni dell‟omicidio di Gabriella, dunque, si allea con un fondo di razzismo, nel caso della giovane pakistana. Un processo purtroppo molto comune, quando si viene a parlare di femicidi e femminicidi: nei casi simili al primo, di solito il messaggio implicito è che la responsabilità è della lei della situazione; in quelli più vicini al secondo, i responsabili sono loro, gli altri: non in quanto uomini, bensì in quanto nonitaliani. Un modo come un altro per lavarsi la coscienza, e allontanare la consapevolezza del fatto che, come recitava uno striscione durante la manifestazione contro la violenza sulle donne nel 2007, “la violenza contro le donne non dipende dal passaporto: la fanno gli uomini”. L‟unico a uscire pulito da queste rappresentazioni faziose e parziali è, guarda caso, l‟establishment socio-culturale dominante, maschio e bianco: lo stesso che ha la parte più grande di potere nella costruzione di discorsi e immaginari. Elena Borghi

Sguardo violento sulla violenza Sfruttavano le lucciole, anche minorenni: il Pm chiede 12 anni (Voce di Mantova, 10/2). Minorenni o no, il giornalista sceglie di chiamare le donne costrette a prostituirsi ―lucciole‖. Avrebbe potuto scrivere ―sfruttavano le donne‖ e nel testo avrebbe potuto evitare di fornire un particolare sulla ragazza minorenne. ―Le ragazze vivevano in gruppetti, e in gruppetti erano dislocate: ad esempio Boccuccia, come veniva chiamata la minorenne, veniva fatta battere lontano dalle colleghe più anziane perché le avrebbe fatte sfigurare‖. Un particolare forse interessante per quegli uomini che vedono nelle donne sulla strada solo corpi, o parti di corpi: bocche, mani, fianchi. Una frase che rafforza nell‘immaginario collettivo lo sguardo oggettivante di uomini sulle donne, che stabiliscono il valore delle donne in base alle prestazioni sessuali. E se avessimo dei dubbi, ecco che l‘immagine accostata all‘articolo conferma questa lettura. Una donna in minigonna attillata appoggiata allo sportello di un‘auto. Elena Cesari


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Il progetto

Glossario in materia di violenza maschile sulle donne: come la definiscono molti giornali

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elitto passionale: l‘omicidio viene ricondotto alla sfera affettiva, del privato e della coppia. L‘espressione sottintende una motivazione/giustificazione legata alla passione sentimentale. Delitto d’onore: definisce una tipologia di omicidio contemplata nel Codice penale italiano fino al 1981. L‘onore macchiato del partner o ex partner della donna, o della famiglia, era usato come giustificazione e circostanza attenuante della violenza di genere. Dina Goldstein, ―Fallen Princesses‖ Raptus: termine ancora molto usato dai media, per spiegare l’assassinio di una donna da parte del partner o ex partner. L‘evento è descritto come improvviso ed inspiegabile, dovuto quindi alla perdita di senno repentina dell‘uomo. Uxoricidio: letteralmente, “uccisione della moglie”. Il termine è parziale, in quanto non comprende un’indicazione della violenza di genere come causa dell‘assassinio. Elena Cesari

come è più corretto definirla Femicidio: il termine si riferisce agli omicidi delle donne, per svelarne la dimensione non neutra, includendo anche le situazioni in cui, secondo la definizione di Russell, ―la morte della donna rappresenta l‘esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine‖. Il femicidio si riferisce quindi a ―tutte le uccisioni di donne in quanto donne‖. In italiano è tradotto a volte con il termine ―femmicidio‖, scritto con la doppia consonante. Femminicidio. secondo l‘antropologa messicana Marcela Lagarde, è ―la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine […] che comportano l‘impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato‖. Il termine include l‘eliminazione fisica della donna, ma non si esaurisce in essa, comprendendo tutte le

violenze e le discriminazioni che le donne subiscono in quanto appartenenti al genere femminile: violenza sessuale, violenza psicologica, stalking. Violenza contro le donne (o violenza di genere): definizione Onu “Ogni atto di violenza fondato sul genere che comporti o possa comportare per la donna danno o sofferenza fisica, psicologica o sessuale, includendo la minaccia di questi atti, coercizione o privazioni arbitrarie della libertà, che avvengano nel corso della vita pubblica o privata…”. Casa delle donne per non subire violenza di Bologna


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Approfondimento

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La volontà di sapere

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ntervista a Cristina Karadole, curatrice di Femicidio. Dati e riflessioni intorno ai delitti per violenza di genere e Angela Romanin, operatrici della Casa delle donne per non subire violenza (Bologna). Elena Cesari: Potete parlarci del Rapporto Ombra, questo importante documento, redatto ‗dal basso‘ e cioè dalle organizzazioni delle donne? E più nello specifico del capitolo sul femicidio, dove vengono presentati gli unici dati disponibili in Italia sugli omicidi delle donne adottando un‘ottica di genere? Cristina Karadole: Il Rapporto Ombra è stato presentato l‘estate scorsa a New York, nel corso della commissione del Comitato CEDAW. È un rapporto che è stato messo assieme da una piattaforma che racchiude molte associazioni, fra cui Differenze Donna, la rete dei Centri antiviolenza e tante ong, che hanno lavorato molto per ricostruire sia la situazione legislativa, che dei servizi per le donne nel nostro Paese e per capire il livello di attuazione della CEDAW in Italia. Recentemente (dal 15 al 26 gennaio 2012, ndr) ha fatto visita al nostro Paese la Special Rapporteur on violence against women O.N.U Rashida Manjoo, allo scopo di verificare la situazione delle donne nel lavoro, nei CIE, nei centri di detenzione… Ha visitato inoltre molti Centri antiviolenza. Sulla base di quanto osservato a giugno la Relatrice speciale presenterà un rapporto alla 20esima sessione del Consiglio sui diritti umani, ma già nella sua conferenza stampa ha rilevato parecchi punti critici, come la minimizzazione della violenza, l‘estrema pervasività della violenza sulle donne in tutto il Paese; la questione della cultura del condono della violenza, ovvero la scarsa consapevolezza della gravità del fenomeno, che coinvolge anche le donne. Esistono poi il problema della scarsa fiducia nell‘ordinamento giudiziario e il problema culturale di stigmatizzazione di chi denuncia le violenze, e la mentalità che i fenomeni di violenza si possano contenere e debbano rimanere ―in famiglia‖. Sono moltissime le ragioni

per cui il sommerso rimane ancora un dato fondamentale nel nostro Paese. Un'altra criticità evidenziata da Rashida Manjoo è la frammentarietà del quadro giuridico. Ci sono tante misure, però in settori diversi: non esiste una legge organica sulla violenza, come è per esempio in Spagna, e poi mancano fondi per i Centri antiviolenza. A novembre 2010 è stato approvato un piano antiviolenza, che non è una legge, ma un piano d‘azione che prevede che i Centri siano una struttura fondamentale per la protezione della donna ma senza disporne il finanziamento. Altro problema è la mancanza totale di dati. L‘ultima ricerca epidemiologica è del 2006 pubblicata nel 2007 dall‘ISTAT ed è la ricerca più ampia. È stata fatta in seguito a un‘indagine sulla sicurezza, che però non riguarda la violenza. Esiste poi una ricerca EURES del 2007 (pubblicata nel 2008) sugli omicidi volontari. Noi la citiamo perché l‘indagine Istat non dava informazioni sulle donne che vengono uccise, dal momento che si basava su interviste delle sopravissute. Inoltre, a partire secondo governo Berlusconi, il Ministro degli Interni non ha più diffuso il rapporto annuale sulla criminalità in Italia. L‘ultimo rapporto era stato pubblicato nel 2008 e conteneva i dati Istat. Quindi noi non possiamo sapere l‘andamento dei crimini, ci sono molti dati legati alla droga, i reati finanziari, ma per quello che riguarda i delitti di genere non c‘è niente. Angela Romanin: La famiglia è uno degli ambiti che il Rapporto Eures prende in considerazione, però non c‘è neanche una differenziazione di genere: manca un‘ottica di genere, per cui non abbiamo un‘idea precisa del fenomeno. Quello che manca in Italia è proprio l‘ottica di genere da parte delle istituzioni, l‘unico caso di buona prassi è stato quello della ricerca dell‘Istat. C‘è una mole enorme di dati criminologici che non vengono messi a disposizione dei ricercatori, e che quindi non sono analizzabili; per esempio nel caso degli omicidi in base al rapporto fra vittima e assassino, non si può sapere quali sono i delitti delle donne fatti per motivi di genere. Anche la ex Ministra Carfagna l‘ottobre scorso ha detto che gli omicidi di donne sono in calo, perché lei ha contato le donne morte, anno per anno, però le donne possono essere morte per vari mo-


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Approfondimento

tivi: perché un rapinatore si è messo a sparare all‘impazzata, per essere state investite… È vero che gli omicidi nel complesso sono in calo, ma secondo i nostri dati i delitti di genere sono invece in aumento. Gli omicidi sono diminuiti a partire dagli anni ‗90, ma se all‘interno di questi si va a vedere il numero delle donne uccise nell‘ambito di genere, in base alla nostra indagine sui dati che emergono dalla stampa, allora non c‘è un calo. I dati riferiti agli omicidi in famiglia sono quelli della ricerca Eures, perché l‘indagine Istat non tratta di omicidi. E.C.: Come Osservatorio sulle discriminazioni a mezzo stampa ci interessa moltissimo il lavoro che fate sulla stampa, anche perché è il lavoro di monitoraggio sulle discriminazioni e la violenza di genere più ampio e documentato che abbiamo a livello nazionale. C.K.: Il nostro lavoro sulla stampa è essenzialmente quantitativo. Noi intanto vogliamo avere il dato complessivo di quanti casi ci sono all‘anno. Poi, all‘interno del dato complessivo cerchiamo di ricavare informazioni: l‘età e la nazionalità della donna, l‘età e la nazionalità dell‘uomo, il luogo del delitto. E poi cerchiamo anche di capire se ci sono state precedenti violenze, un genere di informazioni che spesso manca negli articoli, perché il giornalista pensa di poter liquidare le violenze precedenti ai delitti denominati ―delitti passionali‖ o ―raptus‖. E poi indaghiamo in parte il movente. E.C.: Quanti quotidiani monitorate? C.K.: Noi partiamo dagli archivi Ansa, poi utilizziamo il sito di La Repubblica/L‘Espresso, che ha anche le pagine locali ed integriamo con alcuni siti (come www.delittiimperfetti.it, che non fa un lavoro rispetto al genere però raccoglie tutti i dati di contesto). È un metodo un po‘ empirico. A.R.: E pensare che tutti questi dati giacciono da qualche parte ma nessuno li vuole tirare fuori e mettere a disposizione dell‘opinione pubblica, per cui c‘è una precisa volontà di non sapere, perché se tu non sai non nomini e se non nomini è come se non ci fosse. Infatti il lavoro dei Centri antiviolenza è stato tantissimo in questo senso, nell‘aiutare le donne a dire quello che capita loro, a dare un nome.

Spesso arrivano donne che dicono: ―Ah, mi è successa una cosa molto brutta‖. Questa è violenza, sei stata stuprata, è successo che ti ha picchiato… Dare questo nome serve poi anche in prospettiva a poterne venire fuori. Se si guarda all‘indagine Istat molte donne non pensano neanche che la violenza sia un reato, non credono nemmeno che sia violenza. Quando qualcuno dice: ―No, la violenza sulle donne sta diminuendo, tra un po‘ scompare‖, oppure: ― No, la

Occorre partire dal nominare le cose. Nominandole le fai esistere. E se esistono, allora ci puoi fare qualcosa. Foucault parlava di ―volontà di sapere‖. Il nostro Stato ha la volontà di non sapere. E lo dimostra: le autorità, i politici, per la maggior parte uomini, collaborano tra loro perché le donne rimangano ai margini. Lo si evince dal fatto che i dati non vengono raccolti, vengono nascosti; dal fatto di non nominare e di negare…

parità di genere in Italia è già raggiunta‖, ecco, quel qualcuno sta facendo violenza, perché collabora a livello culturale a nascondere la gravità, l‘estensione, la pervasività della violenza. E questa è la violenza culturale. Se guardiamo a come è cambiato il linguaggio sulla violenza in questi ultimi vent‘anni, ci accorgiamo che alcuni termini nel tempo sono caduti in disuso ed altri si sono acquisiti per definire precisamente alcune forme di violenza, migliorando la definizione, precisando l‘ambito, precisando il significato. Per esempio, in Italia una volta si parlava di abuso, per quella che adesso viene definita violenza sessuale sui bambini e le bambine. Oppure si parlava di uxoricidio, adesso si parla di femicidio (partner che ammazza la compagna o la ex compagna), e così via: mobbing, stalking… Allora, finché non c‘era qualcuno a dirlo, era come se non esistesse. Adesso si fa un gran parlare di stalking, però lo stalking è sempre esistito da parte degli ex partner delle donne. Moltissime donne che abbiamo ricevuto da quando abbiamo aperto riferiscono episodi di stalking: abbiamo le case a indirizzo segreto, perché le donne si possano nascondere proprio per sfuggire alle persecuzioni. L‘evoluzione del linguaggio è molto interessante per chi studia la comunicazione. Da un linguaggio impreciso, un po‘ oscuro, si sta passando via via a termini più specifici e corretti. Ad esempio, dall‘espressione ―violenza


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Approfondimento

domestica‖ ora si è passati a ―violenza nelle relazioni di intimità‖ o ―violenza da (ex) partner intimo‖. C.K.: Nei mass media non è comune che si parli di ―violenza maschile‖. Il termine ―femicidio‖ è stato introdotto da noi. E.C.: Cosa si intende con questo termine? C.K.: Con questo termine si intende ogni forma di discriminazione e violenza commessa ai danni di una donna in quanto tale. Il termine è stato proposto da Diana Russell nel 1992, nel libro Femicide: the politics of woman killing: “il concetto di femicidio si estende al di là della definizione giuridica di assassinio, ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l‘esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine‖. Nei media i femicidi vengono chiamati spesso ―delitti passionali‖, mai si parla di violenza di genere. Il fenomeno viene ricondotto alla sfera affettiva, alla sfera del privato, della coppia. Allora automaticamente anche il livello di condanna sociale scema: si allude a qualche responsabilità della donna, al colpo di pazzia dovuto alla gelosia dell‘uomo. Se un uomo è geloso, allora è meno grave quello che fa. A.R.: Vengono cercate delle “motivazioni” per spiegare e giustificare la violenza. Queste motivazioni servono a noi tutti per allontanare un evento traumatico: è un meccanismo anche psichico molto studiato, per cui di fronte ai traumi la vittima, l‘autore e anche il testimone (noi dei Centri antiviolenza, o chi assiste a un episodio) condividono alcune reazioni in comune. Due di queste sono la negazione e la minimizzazione. Gli eventi traumatici sono talmente pesanti anche da avvicinare – non solo da subire o da fare – che la nostra psiche cerca di attribuire loro delle spiegazioni, per allontanarli da noi e fare in modo che ci feriscano di meno. Fa troppo male accettare il fatto per quello che è: un delitto, lui voleva annientare la vittima. Questo genere di crimini si scoprono subito, sono le investigazioni più semplici da fare; eppure c‘è una certa impunità. Per esempio, nessuno va mai a chiedersi che motivazioni aveva, quali erano le difficoltà psicologiche dell‘omicida di mafia. Siccome i femicidi attengono agli affetti e alle donne, allora si minimizza, si nega. Non si tratta di un altro casuale, non è un tuo pari quello che si uccide. La violenza svela lo squilibrio di potere nella relazione. La cultura dà un via libera. È chiaro che l‘unica motivazione di qualsiasi tipo di violenza è la

volontà di agirla. Ci sono uomini che hanno avuto una vita terribile, con traumi di tutti i tipi, che però non picchiano la compagna; e ci sono uomini nati nel velluto che lo fanno. Il fatto però di potere agire la violenza più o meno impunemente è il via libera. Le motivazioni degli autori pure cambiano storicamente. Fino al 1981, quando ancora erano previste le attenuanti per il delitto d‘onore, tutti gli assassini della compagna, della figlia, della sorella si giustificavano dicendo: ―Perché lei ha macchiato il mio onore, l‘onore della mia famiglia‖. Appena hanno abolito questa attenuante, improvvisamente, ma in maniera netta e precisa, la motivazione è diventata: ―Perché lei mi ha lasciato, perché lei voleva andarsene‖. E.C.: Quali sono le considerazioni sulla violenza agita dagli uomini nelle comunità straniere?

C.K.: Nei fenomeni migratori molto spesso il fatto di appartenere ad una comunità viene molto enfatizzato e rinsaldato, quando si abita in un Paese straniero. Quindi, molto spesso gli aspetti più deleteri della tradizione culturale vengono enfatizzati. Le donne migranti spesso hanno il permesso di soggiorno legato a quello del marito, quindi se decidono di denunciare situazioni di un certo tipo rischiano di finire in un centro di detenzione oppure di essere spedite a casa. Ci sono delle specificità molto forti da considerare, dopodiché i discorsi che spiegano i rapporti fra i generi in base alla cultura sono da prendere con le molle, perché la violenza riguarda tutte le culture. Elena Cesari

Newsletter "In other Words" n.5/marzo 2012  

Newsletter mensile dell'Osservatorio sulle Discriminazioni "Articolo 3" di Mantova, redatta nell'ambito del progetto europeo "In Other WORDS...

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