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NEWSLETTER MENSILE DI ARTICOLO3-OSSERVATORIO SULLEDISCRIMINAZIONI ―In Other Words ― è un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea—DG Justice

Gennaio 2012 nº3

In Other Words NEWS

In Other Words NEWS La newsletter si pubblica ogni mese a Mantova (Italia), Jaen (Spagna), Almeria (Spagna), Mortagua (Portogallo), Marsiglia (Francia), Timisoara (Romania) e Tallín (Estonia) con il sostegno della Direzione Generale Giustizia della Commissione Europea. L‘edizione di Mantova è coordinata da Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni

Indice:

Editoriale

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Lettera a Fabio

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Persone con disabilità e 3 giornalismo Un augurio per il 2012

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Approfondimento

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Editoriale Il 27 gennaio ha per noi di Articolo 3 un significato particolarmente profondo. E’ stato, infatti, al Tavolo che coordina le iniziative territoriali del Giorno della memoria che siamo nati. Il primo firmatario di quella legge è l‘onorevole, e giornalista, Furio Colombo, che quest‘anno sarà a Mantova il 30 gennaio, in occasione della presentazione del nostro Rapporto annuale, per discuterne assieme a noi. Nella prima stesura del disegno di legge Colombo propose un‘altra data, quella del 16 ottobre, giorno in cui avvenne, nel 1943, il rastrellamento del ghetto di Roma. Le ragioni mi appaiono ancora oggi valide: l‘apertura dei cancelli di Auschwitz porta con sé la ‗liberazione‘, la fine di una tragedia; ciò che dobbiamo ricordare è, piuttosto, come sia stato possibile che questa avesse avuto un inizio. Ma questa data è una convenzione, va bene così, raccoglie simbolicamente tutto. Se ci fermiamo, poi, a pensare in modo ancora più attento, potremmo persino accorgerci di un inizio ancor più lontano: mentre la Germania nazista e l‘Italia fascista costruivano con una poderosa propaganda l‘immagine di un nemico oscuro e pericoloso, l‘Altro, le persone con disabilità subivano l‘operazione T4. I nazisti avevano deciso che le persone più fragili non fossero degne di esistere e così si studiarono le modalità del convincimento e dell‘eliminazione. I filmati imposti nei cinematografi illustravano esseri pietosamente tristi e malati, quasi imploranti la morte; seguiva un elenco dei costi sociali a carico del già provato popolo tedesco. I camioncini erano pronti ed era arrivato il micidiale gas Zyklon B: donne e uomini venivano caricati nelle cabine dei camion, ben chiusi, e il gas faceva il resto. Quando i granelli di veleno approdarono nei campi di sterminio il loro effetto era perfettamente noto: quantità e modalità di somministrazione erano state sperimentate sulle persone con disabilità. ―Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore. Stando in casa andando per via, coricandovi, alzandovi; ripetetele ai vostri figli‖. Questo ci ha detto Primo Levi, riprendendo la Torah. E ricordare, senza sosta, significa, oggi, riconoscere nell‘Altro un essere umano con pari dignità e, dunque, prevenire un nuovo, drammatico, ‗inizio‘. Angelica Bertellini


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Una lettera a Fabio Norsa

F

abio caro, nostro indimenticabile presidente, te ne sei andato davvero in punta di piedi, cercando di non allarmarci, lottando con noi fino a poche ore dalla fine. Tuo figlio ci ha raccontato che venerdì, ultima dolorosa sera, hai tentato di scrivere il tuo intervento per il 27 gennaio. Ma eri troppo stanco: poche ore dopo ti addormentavi. Possiamo immaginare cosa avresti voluto dire, siamo certi che avresti ribadito la ‗tua‘ frase, quella che ci ha tenuti uniti in questi straordinari anni di lavoro condiviso: ―Nelle fosse comuni dei lager non era possibile distinguere l‘appartenenza di quei corpi martoriati. Come capire chi, tra quelli, potesse essere stato in vita un sinto o una rom, un ebreo, un omosessuale, un disabile... Siamo stati accomunati dalle peggiori violazioni. Così oggi, insieme, a partire dalle discriminazioni subite, intendiamo attivarci perché ciò che è successo non abbia modo di accadere mai più‖. Tu ci hai creduto fino in fondo, hai lanciato una sfida alta per far capire a noi e alle istituzioni che la lotta contro le discriminazioni e i pregiudizi è mobilitazione quotidiana a tutti i livelli, soprattutto nei momenti di crisi. E che fare memoria della Shoah è anche capacità di saldare la storia del passato ai nodi spinosi del presente. Il razzismo di oggi, la xenofobia, la violenza contro sinti, rom, omosessuali, non è mai disgiunta, in un modo o nell‘altro, dall‘antisemitismo di oggi e di ieri. La difesa dei diritti delle minoranze è il cardine dell‘ossatura democratica di un Paese. E tu amavi il tuo Paese, la tua città, la tua Comunità, noi di Articolo 3, quasi quanto amavi la tua adorata famiglia: in modo semplice, volitivo, diretto, generoso. Con la tenerezza paterna che riversavi su tutti noi, soprattutto sulle e sui più giovani; con stupore caldo e accogliente verso ogni diversità, con instancabile saggezza; con la tua passione dell‘essere cittadino responsabile, con il tuo indefettibile rispetto per le leggi e per i diritti. Ma anche con la tua indimenticabile gioia di vivere. Forse la gioia di vivere, l‘ istintiva ‗responsabilità‘ di amare la vita e i viventi, di un figlio del dopo Auschwitz. Figlio di Bruna Namias, maestra, nata a Mantova, arrestata a Padova da italiani, deportata da Trieste ad Auschwitz il 31 luglio 1944. Liberata ad Auschwitz. Matricola A- 16453 (da Il Libro della Memoria, di Liliana Picciotto Fargion). Tua madre è stata una delle decine di migliaia di ebrei d’Europa che, dopo la liberazione dei Campi, affrontarono l‘incognita di un ritorno, tanto difficile da sembrare impossibile; un ritorno che fu, e rimase, durissimo per molti, ma che non fu privo di grandi gioie: Bruna ti ha dato alla luce nel 1946. E ti sei portato per tutta la vita la consapevolezza del difficile percorso che avevi alle spalle, la paradossale responsabilità di quella storia di dolore. Una responsabilità storica che spetta, in realtà, ai non ebrei, ai non sinti, ai non rom, ai non disabili, ai non omosessuali. E‘ stata la cosiddetta cultura maggioritaria europea a produrre il sistema di persecuzione e di sterminio, la grande macchina del consenso acritico o dell‘indifferenza colpevole. Insieme, però, anche a movimenti di Resistenza, a gesti di aiuto, alla nostra Costituzione, frutto di culture e tradizioni diverse. Che tu hai amato e difeso. Pochi ricordano che sei stato anche presidente dell‘ANPI. Ci hai insegnato a comprendere il senso della democrazia e lo spirito della legalità costituzionale attraverso la pratica quotidiana della tua vita, il senso ‗alto‘ della politica che ispirava ogni tua scelta civile. Forte della tua storia, ci hai insegnato a vedere le discriminazioni, indipendentemente da chi veniva colpito: hai difeso i musulmani che nel 2008 hanno pregato in piazza Duomo rivendicando propri luoghi di culto; e, con i cittadini di fede musulmana, ti sei indignato contro i provvedimenti volti a impedire le pratiche di macellazione rituale che colpiscono sia la minoranza ebraica che quella islamica. Ti sei preoccupato, subito dopo l‘arrivo a Mantova dei richiedenti asilo in fuga dalla Libia, di contribuire, insieme all‘Unione delle Comunità ebraiche, con 3 mila euro ai primi materiali necessari alla loro alfabetizzazione. Non hai mai mancato di stare al fianco della comunità sinta mantovana, che oggi ti ha pianto con Sucar Drom e con noi; hai portato la tua solidarietà alle battaglie per i diritti delle persone gay, lesbiche e trans. Ti infuriavi per le discriminazioni ai danni delle persone che portano disabilità e hai sognato modi e luoghi per rendere più facile la loro vita e quella delle persone anziane e sole, progettando di dar vita, con l‘Istituto Franchetti che presiedevi, a una struttura abitativa e ambulatoriale. Hai amato la legge e il diritto perché hai amato le persone, traducendo la Torah nel quotidiano, nella spontanea generosità che non attende di essere richiesta. Ci hai lasciato un‘eredità magnifica e faticosa, Presidente. Ci hai lasciato. Le donne e gli uomini di Articolo 3 — Osservatorio sulle discriminazioni Mantova, 7 gennaio 2012


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Lo specchio

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Persone con disabilità e giornalismo: la normalità non fa rumore ―Discapacidad/Physical disability‖ (panshipanshi/flickr)

C‘è un tratto che accomuna le modalità attraverso le quali la stampa tratta, in genere, i temi legati alle persone con disabilità, ed è la tendenza a trattarli in modo assai parziale. L‘espressione ―persone con disabilità‖, riconosciuta universalmente come la più adatta a nominare coloro che fino a qualche tempo fa erano i ―portatori di handicap‖ e i ―diversamente abili‖ (espressioni purtroppo non ancora del tutto accantonate, ma sempre più rare), va diffondendosi nel linguaggio mediatico. È un risultato non trascurabile, considerata la difficoltà che i media dimostrano in genere nell‘utilizzo di una terminologia corretta, quando si tratta di parlare di altre minoranze (si pensi, ad esempio, all‘immortale ―zingari‖, o ai vari ―viados‖ e ―travestiti‖ riservati alle persone transgender e transessuali). È dunque raro incappare in articoli che parlino delle persone con disabilità in toni apertamente discriminanti o offensivi, come accade invece per altri gruppi minoritari. Pervade, tuttavia, il discorso mediatico un atteggiamento altrettanto mistificatorio della realtà della disabilità e di chi la vive, una tendenza al silenzio e all‘occultamento che certo non giova alla comprensione di tale realtà da parte del grande pubblico, né tantomeno a una presa di coscienza e assunzione di responsabilità a livello sociale e collettivo. Sono tre le categorie principali entro le quali rientra la maggior parte degli articoli che riguardano persone con disabilità. Fanno parte del primo gruppo quei pezzi giornalistici costruiti intorno a qualche dramma strappalacrime, una vicenda che viene presto spettacolarizzata e data in pasto alla pubblica opinione, perché ne discuta nei salotti televisivi e nei convegni, ne faccia argomento da campagna elettorale; si pensi, ad esempio, alla storia di Eluana Englaro. La categoria della spettacolarizzazione comprende anche tutti quegli articoli in cui una persona disabile viene descritta in toni epici, come un eroe dalle qualità soprannaturali, capace e valido e di successo nonostante la sua disabilità. Guida queste rappresentazioni un approccio abilista, che crea

la figura del supercrip (letteralmente “superstorpio”): ―le persone con disabilità sono spesso viste come ‗supereroi‘ e oltraggiosamente ammirate per il loro ‗coraggio‘ e determinazione. Ciò deriva dalla convinzione che la vita con un deficit debba necessariamente essere orribile e insoddisfacente. […] L‘utilizzo del modello mediatico del supercrip si configura come dispositivo funzionale al mantenimento delle persone disabili alla base della gerarchia sociale, sviando le responsabilità proprie della cultura per la costruzione di infrastrutture (di pensiero) abiliste‖. [1] Un altro macro argomento è quello della denuncia di episodi di mal funzionamento del sistema (perlopiù pubblico): questioni di accessibilità e carenze di vario genere, che impediscono alla persona con disabilità di svolgere qualche attività, accedere ad un servizio, godere di un‘opportunità cui avrebbe pieno diritto, come chiunque altro. Si tratta di informazioni assolutamente necessarie, di cui la stampa deve occuparsi, ma che paiono destinate a generare un‘indignazione momentanea, legata a un singolo caso, piuttosto che innescare un cambiamento profondo nella mentalità collettiva. Terminata la lettura, si resta con la percezione che le barriere architettoniche, o le dimensioni di un ascensore siano le sole barriere ad ostacolare la vita di una persona disabile; mentre – pur essendo le prime naturalmente da abbattere –, sarebbe necessaria anche una riflessione più radicale, diretta al superamento delle barriere mentali e culturali, forse meno visibili ma ugualmente d‘ostacolo al godimento di una vita piena e serena per le persone con disabilità.


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Lo specchio Il terzo macro gruppo è quello della ‗comunicazione istituzionale‘, volta a informare circa provvedimenti, disposizioni, progetti – una comunicazione spesso non slegata da finalità di consenso politico. Presi dalla furia del far notizia, insomma, i media danno spazio quasi esclusivamente a storie capaci di suscitare emozioni, tanto forti quanto fugaci (pietà o ammirazione, indignazione e rabbia), facilmente risvegliabili tramite l‘uso di descrizioni stereotipate, e a specifici casi singoli. Restano ampiamente trascurate e avvolte nel silenzio la normalità e la quotidianità della disabilità, delle persone che vivono questa condizione e dei loro familiari. Si tacciono le piccole grandi violazioni di ogni giorno, in cui vengono negati i diritti più elementari delle persone con disabilità e di chi sta loro accanto: il diritto dei genitori a svolgere un lavoro e, contemporaneamente, prendersi cura del proprio figlio con disabilità; quello dei bambini con disabilità a frequentare con profitto e serenità una scuola inclusiva; quello degli adulti con disabilità a svolgere un lavoro dignitoso e all‘altezza delle loro capacità e conoscenze; quello di un genitore a pensare al dopodi-sé con serenità, nella certezza che il figlio con disabilità sarà curato con la stessa dedizione; quello di ogni persona con disabilità a dare il proprio contributo al miglioramento dell‘ambiente sociale, culturale e umano in cui vive. Fino a quando verrà mantenuto il silenzio su queste dimensioni della disabilità vissuta e del suo quotidiano, fino a quando mancheranno nelle redazioni giornalisti formati sui temi del ―sociale‖ al pari dei colleghi che si occupano di finanza, sport e spettacolo, resteranno sempre parziali – e dunque incapaci di produrre diritti e servizi – la consapevolezza e l‘assunzione di responsabilità da parte della società civile. Elena Borghi NOTA [1] Giuseppe Vadalà, ―Il DNA della disabilità: dipendenza, normalizzazione e abilismo come categorie disabilitanti‖, Italian Journal of Disability Studies, n.1, marzo 2011, p. 52.

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La Carta di Trieste Proposta e discussa in occasione del seminario ―Impazzire si può‖, tenutosi a Trieste la scorsa estate, la Carta di Trieste si aggiunge alle altre Carte che regolano la professione giornalistica, concentrandosi sulla necessità per gli operatori dell‘informazione di salvaguardare i diritti delle persone con disabilità mentale. La Carta si propone di contrastare l‘abitudine ancora diffusa a definire le persone con disabilità mentali con etichette perlomeno imprecise, quando non proprio offensive: ―colto da un raptus di follia‖, ―depresso‖, ―schizofrenico‖, ―ritardato‖, ―disturbato‖, che veicolano immaginari distorti e contribuiscono ad accrescere la marginalizzazione sociale di cui queste persone sono spesso le vittime. La Carta invita i giornalisti a: utilizzare termini ―non lesivi della dignità umana o stigmatizzanti‖ e ―termini giuridci pertinenti e non allusivi a luoghi comuni‖ nella descrizione di un reato compiuto da una persona con disabilità mentale; non interpretare i fatti in un‘ottoca pietistica, considerare le persone con questa disabilità come interlocutori capaci di raccontarsi, ai quali va garantito il diritto di replica; consultare associazioni ed esperti, al fine di fornire un quadro il più possibile chiaro e obiettivo; evitare l‘uso di termini relativi alla psichiatria in contesti che non riguardano la salute mentale, ―al fine di non incrementare il pregiudizio che i disturbi mentali siano sinonimi di incoerenza, inaffidabilità, imprevedibilità‖.

Qualche consiglio di lettura - Simona Atzori, Cosa ti manca per essere felice?, Mondadori 2011 - Tania Bocchino, Nuda pelle, Albatros 2011 - Savina Dolores Massa, Mia figlia follia, Il Maestrale 2010 - Matteo Schianchi, La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà, Feltrinelli 2009 - Massimiliano Verga, Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile, Mondadori 2012


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Il progetto

Un augurio per il 2012

Che nel 2012 nessuno dimentichi mai questi principi‖, è l‘auspicio la redazione di Supenrando.it per questo nuovo anno. Anche a noi pare doveroso ricordare i principi della Convenzione della Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ancora troppo spesso ignorati. ―La disabilità è un concetto in evoluzione e […] il risultato dell'interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri. […] La discriminazione contro qualsiasi persona sulla base della disabilità costituisce una violazione della dignità e del valore connaturati alla persona umana. […] Le persone con disabilità dovrebbero avere l‘opportunità di essere coinvolte attivamente nei processi decisionali relativi alle politiche e ai programmi, inclusi quelli che li riguardano direttamente. […] [Si riconosce, ndr] l'importanza dell‘accessibilità alle strutture fisiche, sociali, economiche e culturali, alla salute, all'istruzione, all'informazione e alla comunicazione, per consentire alle persone con disabilità di godere pienamente di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali‖. Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, Preambolo. Già nel Rapporto delle attività dello scorso anno abbiamo ritenuto utile riportare questa definizione, perché mette un po‘ di ordine nei numerosi tentativi di nominare la disabilità. Si tratta, però, al tempo stesso, di operare una rivoluzione concettuale: sono le barriere (sociali e ambientali) che impediscono alle persone con disabilità di

“Parcheggio handicappato” (Giallinovagabondo/flickr)

godere appieno della parità di trattamento. È una idea, questa, che stravolge tutto ciò che sino a oggi è stato, più in generale, il rapporto tra minoranza e comunità maggioritaria: non sono le minoranze ad ‗avere un problema‘, ma la società di cui fanno parte che – più o meno volonta“La disabilità è un riamente – le fa sentire concetto in evoluzione e come un corpo estraneo, complesso e problemati[…] il risultato co, con cui relazionarsi dell'interazione tra con modalità varie, che persone con vanno dal pietismo, menomazioni e barriere all‘assistenzialismo, comportamentali ed dall‘indifferenza, al razziambientali, che smo. È il momento, inveimpediscono la loro ce, di usare – come da anni è asserito nelle conpiena ed effettiva venzioni internazionali partecipazione alla adottate anche dall‘Italia società su base di – un nuovo pensiero: uguaglianza con gli l‘uguaglianza è qualcosa altri”. da attuare. Angelica Bertellini


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Approfondimento

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Le abilità negate

L

e persone con disabilità rappresentano di frequente un modello abbastanza immediato che si può usare come paradigma esemplificativo per tutte le altre minoranze. È evidente che chi ha una menomazione è altro rispetto al gruppo più grande in cui vive: una persona su sedia a rotelle è visibilmente qualcuno con caratteristiche e bisogni diversi. L‘uguaglianza, la parità di trattamento, può esserle o essergli garantita solo eliminando le barriere; non è un problema della persona disabile, che ha già difficoltà a sufficienza, è qualcosa che la società deve ricondizionare. Le auto in sosta sui marciapiedi, i gradini, le porte strette...: sono barriere; il destinare la persona disabile a lavori di più basso profilo rispetto alla sua formazione, dare per scontata l‘inabilità intellettiva, tagliare i fondi per il sostegno, costringere alle residenze protette...: sono barriere non meno solide di quelle architettoniche. Questo anno appena trascorso non ha fatto onore al patto previsto dalla Convenzione e al dettato costituzionale della nostra Repubblica: ancora una volta le persone con disabilità sono state mortificate anche da pratiche istituzionali e strutturali discriminatorie.

“Provi ad alzarsi” Da un paio di anni è in corso il procedimento di verifica straordinaria voluto da INPS e dal Governo per combattere i cosiddetti falsi invalidi. FISH, la rete nazionale che raccoglie le associazioni di riferimento, è molto critica nei confronti di questa operazione: in Lombardia la percentuale dei soggetti che non hanno più diritto al riconoscimento dell‘invalidità è irrisoria, eppure il prezzo da pagare per questa verifica è stato alto. Ne abbiamo letto in “Invalido? Alzati e cammina (Repubblica Milano, 29/1), dove è riportata l‘esperienza di un donna tetraplegica, alla quale un medico della Commissione ha chiesto di provare ad alzarsi. Io stessa, sorteggiata per il disorganico controllo, ho visto in sala d‘aspetto persone attaccate ad una bombola di ossigeno. Umiliazioni inutili, che si potevano evitare responsabilizzando i medici di base con un banale elenco di nominativi. Si annunciano ricorsi,

così anche questi andranno ad aggiungersi alla mole di lavoro della Giustizia, sommando spese a spese, ma quella della denuncia sembra l‘unica via per far valere i diritti più basilari. La stampa, in molte città lombarde, ha continuato anche per quest‘anno un lavoro di mappatura delle barriere architettoniche, raccogliendo le segnalazioni di alcuni lettori e lettrici: strade, stazioni, aeroporti, esercizi pubblici inaccessibili. A Milano LEDHA ha presentato uno studio che rivela dati allarmanti: In otto musei su dieci i disabili restano fuori (Repubblica Milano, 13/5), nel 50% dei cinema le persone disabili necessitano di un accompagnatore per riuscire a entrare, mentre il 25% è addirittura inaccessibile. Anche il 30% dei musei e il 20% degli edifici religiosi sono completamente preclusi. A Bergamo, per portare un altro esempio di pratiche discriminatorie istituzionali, il Comune ha deciso di togliere la deroga del disco orario nei parcheggi blu. Si tratta di una norma peggiorativa: i permessi di sosta per i titolari del pass sono sempre stati gratuiti e senza limiti di tempo (Parcheggi blu. Disabili gratis ma con limiti di tempo, Eco di Bergamo 31/3). Non va meglio per chi desidera prendere un aereo, perché si rischia di rimanere a terra sulla base della discrezionalità di chi opera all‘imbarco: Volo da Orio per la Romania. Disabile lasciata a terra (Eco di Bergamo, 14/5). Di particolare gravità due casi accaduti a Milano: una persona disabile non ha potuto votare alle elezioni amministrative perché il suo tutore, che doveva usare la matita per lui, non è stato ammesso al seggio, nel secondo caso un uomo su sedia a rotelle ha dovuto attendere ore prima di raggiungere la cabina elettorale perché il montascale non funzionava.

La tenuta dei diritti alla prova della crisi ―I diritti alla prova della crisi‖ sottotitolava l‘ultimo seminario a cui abbiamo partecipato quest‘anno con LEDHA sul tema della disabilità. Le minoranze sanno bene cosa significhi fare i conti con risorse inferiori a quelle necessarie, lo sanno da sempre e per definizione, perché in ogni ambito della vita non danno per scontato nulla, conoscono molte difficoltà legate all‘interazione con il resto della società. Il termine ―tagli‖, che negli ultimi mesi abbiamo sentito con una certa frequenza, assume per le persone


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Approfondimento

con disabilità – e più in generale per gli obiettivi delle cosiddette politiche sociali – una connotazione discriminatoria. Esattamente due anni fa il direttore scolastico regionale Colosio giustificava così la sua resistenza al ricorso in Tribunale per discriminazione, a seguito dei tagli agli e alle insegnanti di sostegno: ―Per il sostegno abbiamo aggiunto 600 posti in deroga. E la finanziaria vale per tutti, nessuna discriminazione, anzi questa è parità‖ («Ripristinate gli aiuti ai disabili», Corriere Milano, 11/1/2010). Il Tribunale di Milano aveva riconosciuta discriminatoria la decisione di tagliare anche l‘assistenza a studentesse e studenti con disabilità, con conseguente ordine di cessare immediatamente la condotta discriminatoria. La sentenza è stata confermata in secondo grado nel gennaio del 2011. Il direttore si sbaglia, tagliare a tutti e tutte non è egualitario; si chiama ‗discriminazione indiretta‘, ossia si tratta di una operazione apparentemente neutra che in realtà, nella pratica, danneggia maggiormente o esclusivamente un determinato gruppo di persone, in questo caso ragazze e ragazzi disabili. Dobbiamo oggettivamente comprendere che chi parte da un gradino più sotto non può sostenere le privazioni al pari degli altri. Insegnanti di sostegno, educatrici ed educatori, ausili meccanici ed elettronici sono quel gradino che manca per poter dire che sì, a partire da quel punto siamo tutti uguali e allora si può anche sopportare insieme un momento di crisi. Fino a quel momento ogni diminuzione di risorse alla scuola – oltre a colpire uno dei settori, con quello della salute, primari per ogni cittadino e cittadina – avrà un esito discriminatorio, perché porterà svantaggio maggiore agli studenti e alle studentesse disabili. È vero, sono aumentate le figure degli educatori, ma c‘è differenza tra queste e l‘insegnante di sostegno, si tratta di professionalità diverse. Non è finita qui, perché anche quest‘anno è stata minacciata la creazione di ―classi pollaio‖ – anche nel Mantovano, dove le richieste di sostegno sono passate da 350 a 450 in un anno – e anche in questa occasione non è mancato chi ha detto che nei decenni passati c‘erano anche classi di quaranta bambini e bambine. Certo, c‘erano anche il calesse, il telegrafo e la levatrice, ma i tempi sono cambiati e abbiamo ottenuto le pari oppor-

tunità: per una bambina con disabilità è ben diverso stare in una classe dal numero contenuto (Boom di disabili, le classi scoppiano, Gazzetta di Mantova, 17/6), così come ha ricordato l‘Associazione istituzioni scolastiche autonome mantovane: ―La legge prevede che le classi in cui c‘è un ragazzo disabile non possano superare le 25 unità‖, e complessivamente nel Mantovano ci sono stati 100 ragazzi e ragazze con disabilità in più rispetto all'anno precedente (Classi pollaio. Sfondato il muro dei trenta bambini, Gazzetta di Mantova, 13/7), raggiungendo il rapporto di un insegnante per ogni 2,7 alunni, contro la media nazionale di uno a due. All‘inizio della scuola non si sapeva ancora di quante ore di sostegno avrebbero goduto le classi [1]. Sia a Mantova, sia nel resto della regione, abbiamo raccolto molte lettere inviate alla stampa per protestare contro le violazioni risultanti da questa stretta sui più deboli, che pagano la crisi dopo aver già offerto un grande tributo di sofferenze fin dalla nascita. C‘è stato chi ha deciso di opporsi al taglio delle ore con un ricorso al TAR. Il Tribunale amministrativo regionale è senz‘altro un riferimento pratico e veloce per ottenere giustizia, ma uno dei limiti di questo tipo di azioni legali è che, in caso di soddisfazione, solo i ricorrenti possono vedere le loro ragioni riconosciute, ma queste non ricadono automaticamente su tutte le altre situazioni analoghe. Articolo 3 ha contribuito quindi a diffondere la disponibilità di LEDHA a raccogliere i nominatavi delle famiglie interessate per ricorrere collettivamente. E l‘età adulta? Il lavoro è un diritto, perché è attraverso di esso che si guadagna, si garantiscono i propri bisogni e si contribuisce al benessere collettivo. Per gli adulti con disabilità c‘è una legge speciale, la 68 del 1999, che definisce le quote di personale disabile che ogni azienda pubblica o privata deve avere e che resta ancora in gran parte disattesa. A Milano, ad esempio, i posti in azienda riservati alle persone con disabilità sono 18.750, ma solo 6.103 sono occupati. Ben 400 aziende a Milano preferiscono pagare la multa di 51 euro al giorno (“Assumere disabili? Meglio pagare la multa. Quattrocento aziende pagano 40 milioni l’anno per non applicare la legge, Repubblica Milano, 19/4). Anche per quest‘anno, dunque, segnaliamo la violazione relativa a questo diritto fondamentale: anziché assumere persone con disabilità le aziende preferiscono corrispondere una salata contravvenzione. A dodici anni


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Approfondimento

dall‘entrata in vigore di questa legge sarebbe dunque necessario rivederla sia nella sua forma, sia nei passaggi lacunosi della sua applicazione: le Province, incaricate dell‘attuazione, lamentano la mancanza di supporti idonei per farla rispettare – dalla gestione del rapporto domanda-offerta, alla strumentazione adeguata per individuare e sanzionare chi è inadempiente – ma soprattutto è necessario lavorare ancora, e senza sosta, nel tessere il contesto culturale, tenendo come riferimento la descrizione della disabilità così come è intesa nella nostra Costituzione: l‘esito del rapporto con degli ostacoli che la società deve impegnarsi a rimuovere. Una pratica comune a tutte le operazioni di interazione che vanno sotto il titolo di Pari opportunità: così come nelle aziende ci si impegna a diffondere non solo la normativa, ma anche i vantaggi della parità di trattamento tra uomo e donna, così, allo stesso modo, dobbiamo far sì che si comprenda come la presenza di una persona con disabilità sia una risorsa, al pari di tutte le altre persone. La persona disabile può avere un curriculum d‘eccellenza, così come può avere invece difficoltà cognitive tali da permetterle di portare a termine solo mansioni ben precise; l‘azienda è un luogo del vivere comune e per questo deve sapersi adattare alle esigenze di chi ci lavora: una donna non deve vivere la maternità come una malattia[2], la persona disabile non deve sentirsi un peso, ma qualcuno che, con i dovuti ausili, può lavorare come gli altri. Cinque manovre economiche in un anno, nessuna speranza di veder tutelati i capitoli destinati al Welfare, come se salute, diritto alla casa, allo studio e al lavoro fossero marginali e non primari. A metà anno si è profilato un taglio dell‘80%, traducibile in un disastro a cascata su Regioni e Comuni, che ha colpito anche il nostro Osservatorio, assieme a molte realtà del cosiddetto ‗sociale‘, pubblico e privato. Le pari opportunità sono per le persone con disabilità un traguardo ancora lontano: in Lombardia nelle scuole mancano insegnanti di sostegno e strumentazione di ausilio, nelle città mancano parcheggi, le barriere architettoniche svettano ancora nei nebbiosi orizzonti, il lavoro è troppe volte un ambiente ostile o chiuso che rimbalza le persone nel costoso circolo dell‘assistenzialismo, già troppo inadeguato e povero

per chi, purtroppo, non può farne a meno. Tutto questo accade in un Paese che non investe nella ricerca scientifica, mezzo per la gran parte dei casi indispensabile a restituire la speranza di una buona qualità di vita. Un Paese, vale la triste pena menzionarlo in questo Rapporto, nel cui Parlamento l‘onorevole Ileana Argentin è stata pesantemente insultata da un collega, che le ha urlato: ―Stai zitta handicappata del c...‖; il gesto è rimasto impunito. Un circuito impazzito in cui le discriminazioni sono divenute sistematiche, strutturali. La stampa ci restituisce la situazione con maggiore equilibrio rispetto agli scorsi anni: le notizie di gesti umanitari, donazioni, iniziative benefiche non sono più la maggioranza e hanno trovato maggior spazio le denunce e le inchieste sulle modalità con cui i paesi e le città rendono la vita di questa minoranza un inferno. Il nostro è un osservatorio sulle discriminazioni, quindi siamo chiamate e chiamati a monitorare ciò che non va, piuttosto che le azioni positive, ma vale la pena, proprio in un contesto così difficile, segnalare l‘iniziativa del Comune di Sermide (MN), che ha realizzato, in favore delle persone ipovedenti, un percorso con piastre zigrinate e borchie di ottone lungo le vie che uniscono i principali edifici pubblici della città, tra cui la biblioteca, dove consultare audiolibri. C‘è stato chi si è lamentato, perché parrebbe che a Sermide non ci siano ipovedenti. L'Unione italiana ciechi e ipovedenti Onlus ha invitato i cittadini a superare le barrire dell'indifferenza ―che troppo spesso accompagna il mondo dei diversamente abili‖ e ―a sopportare qualche piccolo sacrificio al fine di rendere la vita di ciechi ed ipovedenti non tanto migliore ma almeno normale‖: persone ipovedenti unitevi e andate a Sermide, dove sembra che in molti abbiano deciso di darvi ―piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri‖. Angelica Bertellini, dal Rapporto delle attività 2011 NOTE: [1]: L‘insegnante è di sostegno alla classe, non al singolo allievo o allieva, perché possa aiutare tutte e tutti nel diventare gruppo assieme alla persona con disabilità, garantendo interazione. [2]: Alla presentazione, a Mantova, della Carta sulle Pari opportunità e l‘uguaglianza sul lavoro, la Consigliera di parità regionale, Maria Teresa Coppo Gavazzi, ci raccontava di essere stata in una azienda dove in cima alla classifica delle assenze c‘erano, con grande distacco, le donne. Alla sua richiesta di specifiche, le è stato risposto che erano giustificate dalle maternità: diventare madre risulta, nella contabilità interna sulla presenza e produttività del personale, al pari di una grave malattia. L‘intervento necessario si è dunque rivelato essere quello legato a sistemi di tele lavoro.

Newsletter "In other Words" n.3/gennaio 2012  

Newsletter mensile dell'Osservatorio sulle Discriminazioni "Articolo 3" di Mantova, redatta nell'ambito del progetto europeo "In Other WORDS...

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