Issuu on Google+

W W W. O R S AT T I . I N F O

del mese

Appunti per un racconto sociale. Il meglio pubblicato sul sito web www.orsatti.info e le segnalazioni di altri pezzi e articoli da siti amici

La notizia invisibile Newsletter mensile La notizia invisibile Si parla di libertà di informazione ma non si parla di come si fa informazione. Le responsabilità sono enormi, diffuse, e coinvolgono anche i presunti giornali indipendenti. Pagina 2

Licenza Creative Commons

Edizione n.2 gennaio 2010 Calabria normalizzata Aperta dalla ‘ndrangheta la campagnia elettorale a Reggio e Rosarno Pagina 6

Antonino Di Matteo: I colpi alla mafia non sono merito solo della politica Parla uno dei pm di punta di Palermo della lotta alla mafia e dei tanti problemi legati alle riforme e alle politiche della maggioranza di governo Pagina 10

Mafia

Analisi dei verbali degli interrogatori di Massimo Ciancimino. I fantasmi dei servizi nella trattativa fra Stato e Cosa nostra Pagina 12

Ritratto di un non allineato, eretico e teologo marxista Frei Betto, teologo, scrittore, giornalista e politico rimane una delle figure più importanti e autorevoli del rinnovamento progressista in America latina Pagina 16

del mese Ricevere via mail Per ricevere automaticamente la newsletter sulla vostra mail iscivetevi alla mailing list su www.orsatti.info

1


W W W. O R S AT T I . I N F O

La notizia invisibile Quanti limiti e distorsioni anche nella cosiddetta stampa indipendente di Pietro Orsatti Si parla, e tanto, di libertà di stampa negata. Si parla diffusamente da anni degli innumerevoli tentativi da parte del potere di mettere sotto controllo quel poco di stampa indipendente che resta. Si discute del continuo tentativo di mettere il guinzaglio (e che sia ben corto, mi raccomando) ainternet, ai social network e ai blogger. Si creano osservatori sulla libertà di stampa e sui tanti operatori dell’informazione a rischio (anche di vita) nel nostro Paese. Tutto bene, giusto. È un dato di fatto che i poteri forti di questo Paese cerchino di mettere un bavaglio a tutti quelli che non sono sul loro libro paga. Come è scontato che la criminalità veda chi fa informazione come un nemico se non un bersaglio. Cosi è in Italia nel 2010. Così, ormai, è da decenni. Questa è l’anomalia italiana, punto. Ma c’è un’altra anomalia altrettanto pericolosa, se non di più, anche se praticamente sconosciuta a gran parte del pubblico. Un’anomalia più subdola perché camuffata, occultata, addirittura (per comodità) negata. Siamo davvero sicuri che la cosiddetta stampa indipendente lo sia davvero? Siamo proprio certi della buona fede di tutti quelli che si schierano periodicamente per la libertà diinformazione? Diciamolo, una buona volta, che in questo scenario dell’informazione nazionale, devastato da decenni di ricatti incrociati e di conflitti di interessi palesi e palesemente occultati, nessuno è immune da una degenerazione ormai cronica dell’intero sistema. Ed è nella prassi, nella quotidianità delle redazioni che queste contraddizioni diventano macroscopiche. Esempi? Ce ne sono un’infinità. Potremmo iniziare, tanto per cominciare, dal verificare quanti siano davvero i casi di mobbing nel settore dell’informazione. Solo analizzando questo piccolo dettaglio si potrebbero scoperchiare pentoloni molto interessanti, scoprendo che il mobbing è diffuso equamente ovunque, presunta stampa indipendente compresa. Oppure si potrebbe andare a verificare se e come vengono pagate le collaborazioni che vengono definite esterne ma che esterne in troppi casi non sono. Oppure verificare se davvero quei compensi che servono a tanti giovani per diventare pubblicisti siano stati versati dalla testata giornalistica o da chi invece è stato costretto a lavorare gratis per mesi e poi versarseli lui i contributi. L’ordine non parlava di equo consenso? Ma non scherziamo qui di equo non c’è nulla. Oppure si potrebbe andare a verificare se quei direttori che hanno speso intere pagine in lodi all’osservatorio Ossigeno della Fnsi sui giornalisti a rischio poi si preoccupassero di accendere un’assicurazione per inviati e cronisti esposti, appunto, in aree o su argomenti a rischio. O ancora si potrebbe andare a vedere se stage e praticantati siano condotti a norma di legge. Oppure andare a monitorare quante volte testate chiamiamole di sinistra siano state denunciate per 2

attività antisindacali per poi, con naturalezza, tuonare a titoli cubitali contro Marchionne o Brunetta e Tremonti. E ancora sarebbe davvero interessante capire quante cooperative editoriali di giornalisti e poligrafici non siano aziende padronali camuffate. Troppo scomodo parlare di questa situazione che i cosiddetti addetti ai lavori conoscono benissimo? Non se ne parla perché altrimenti si rischia di colpire quel pugno di contratti regolari e quelle comode voci spesso ricattabili che fanno da contraltare al pensiero unico del berlusconismo rampante? Magari fosse così. Non se ne parla, e non si controlla, perché non c’è nessuno esente dalla responsabilità di aver consentito l’incancrenirsi di questo sistema. Dovrebbe vigilare l’ordine? Ma stiamo scherzando? Poi bisognerebbe andare a vedere quali interessi e relazioni si celano dietro ai corsi obbligatori, gli stage, gli scambi di favori, i finanziamenti extra che ne garantiscono la continuità di gestione e di potere. Dovrebbe vigilare la Fnsi? Si che dovrebbe vigilare, ma dopo decenni di sindacato unico (perché, diciamocelo, di questo si tratta) quale dinamismo, capacità di iniziativa e soprattutto ricambio come garanzia di indipendenza dai poteri politici ed economicoeditoriali ci possiamo aspettare? Ultimamente mi fa sorridere Gianni Riotta che non perde occasione di attaccare internet, o meglio il blogger, rei di fare informazione senza quella che lui definisci «la mediazione del giornalismo di qualità». Caro Riotta, prima di lanciarsi in simili analisi definiamo cosa sia oggi quella che tu chiami “qualità” perché qui, in questo sistema di cui tu sei autorevolissima parte, di qualità se ne vede poca, pochissima. Ormai fare informazione corretta e di qualità, andando verificare luoghi e fatti, è diventato una questione personale, e non una prassi giornalistica. Tornando all’osservatorio Ossigeno, ad esempio, andiamo a vedere quel dato che già ha suscitato scalpore alla presentazione del primo rapporto: circa duecento operatori dell’informazione a rischio in Italia. Duecento, mica pochi. Ma sia la Fnsi sia l’intero sistema informativo sanno che questo è un numero enormemente sottostimato. Perché la maggior parte delle persone a rischio non parla o non può parlare. E addirittura chi dovrebbe parlare e denunciare per primi, ovvero direttori e editori, per disattenzione o peggio per incapacità non tutelano chi è esposto. E se vuoi fare informazione davvero prima o poi ti esponi per forza. Di riconoscimenti alla qualità giornalistica postumi ce ne sono stati troppi. E se si trattasse solo di disattenzione o di incapacità andrebbe già bene. Ci sono innumerevoli casi, invece, di operatori spinti dalle proprie strutture editoriali a esporsi. Un’operazione che non rientra in nessuna logica giornalistica ma che invece è puro marketing del rischio. La cosa più grave, poi, è che queste persone esposte spesso vengono abbandonate, lasciate senza un’adeguata copertura giornalistica e editoriale, a volte addirittura (con la scusa della crisi economica che così duramente ha colpito

l’editoria) senza copertura economica e senza protezione (e questo aspetto assume connotazioni eticamente raccapriccianti) umana. Perché l’esposizione, soprattutto quando si lavora sull’intreccio fra economia, apparati deviati e criminalità organizzata (un mix tipicamente italiano) ti porta a correre rischi che non sono solo quelli delle intimidazioni e delle minacce alla propria incolumità fisica. Per questo il giornalismo di inchiesta in Italia è diventato prerogativa solitaria, ormai extra redazionale, personalistica. E questo professionalmente, deontologicamente e umanamente è inaccettabile. Che poi queste prassi siano prerogativa proprio della cosiddetta stampaindipendente lo è ancora di più. Quindi un invito, sincero davvero, che Ossigeno almeno per il prossimo rapporto prenda in esame questo aspetto, questa deviazione. E che si rompa il clima di omertà che ha consentito tante degenerazioni.

Sarebbe davvero interessante capire quante cooperative editoriali di giornalisti e poligrafici non siano aziende padronali camuffate Obbligati a esporsi. Un’operazione che non rientra in nessuna logica giornalistica ma che invece è puro marketing del rischio Fare giornalismo di inchiesta è diventato una questione personale, e non una prassi giornalistica Licenza Creative Commons


W W W. O R S AT T I . I N F O

La suina era una bufala Il clamoroso j'accuse del presidente della commissione Sanità del Consiglio d'Europa, Wolfang Wodarg, contro le case farmaceutiche e l'Organizzazione mondiale della sanità. — Enrico Piovesana

A dirlo non è qualche critico no-global, ma il presidente della commissione Sanità del Consiglio d'Europa, Wolfang Wodarg. Il quale ha anche fatto approvare in Consiglio una dura risoluzione che chiede un'inchiesta internazionale sulla faccenda. "Uno dei più grandi scandali sanitari del secolo". Secondo Wodarg, che nei giorni scorsi ha rilasciato diverse interviste alla stampa europea, il caso dell'influenza suina è stato "uno dei più grandi scandali sanitari del secolo". Le maggiori aziende farmaceutiche mondiali, secondo l'alto funzionario europeo, sono riuscite a piazzare "i propri uomini" negli "ingranaggi" dell'Oms e dei governi mondiali in modo da condizionare le loro decisioni. "Per promuovere i loro farmaci brevettati e i vaccini contro l'influenza - si legge nella risoluzione Wodarg - le case farmaceutiche hanno influenzato scienziati e organismi ufficiali e così da allarmare tutto il mondo: li hanno spinti a sperperare le ristrette risorse finanziari per strategie di vaccinazione inefficaci e hanno esposto inutilmente milioni di persone al rischio di effetti collaterali sconosciuti per vaccini non sufficientemente testati". Come hanno fatto? Semplice. "L'Oms, su indicazione di alcune grandi compagnie farmaceutiche e dei loro scienziati, hanno

Licenza Creative Commons

enormi guadagni a chi l'ha pianificata, enormi sprechi di denaro pubblico. E - aggiunge Wodrag - elevati rischi per la salute della popolazione a causa della velocità con cui i vaccini sono stati prodotti: alcuni con ingredienti non sufficientemente testati, altri addirittura, come il vaccino della Novartis, creati in bireattori da cellule cancerogene: una tecnica finora mai usata".

ridefinito il concetto ufficiale di ‘pandemia' abbassando i livelli di allarme", ha spiegato Wodrag. "Prima, una pandemia, per essere considerata tale, doveva essere non solo estesa a tanti paesi ma anche produrre un numero di decessi superiori alla media. Con la cancellazione di questo secondo criterio, è stato possibile lanciare un falso allarme, costringendo i governi a reagire immediatamente e a firmare contratti milionari di approvvigionamento vaccini con quelle stesse compagnie. E' stata una grande campagna di panico sostenuta da una massiccia operazione di disinformazione che ha procurato

L'Italia ha regalato a Novartis 184 milioni di euro. Proprio con la Novartis il governo italiano, all'epoca dell'allarme, ha firmato un accordo capestro per l'acquisto di 24 milioni di dosi a un costo di circa 184 milioni di euro. Anche se sono stati somministrate solo 850mila vaccini, le clausole del contratto non prevedono né restituzione mé rimborsi. Un bell'affare di cui possiamo ringraziare l'ex ministro della Sanità, Maurizio Sacconi. O forse sua moglie Enrica Giorgetti, direttore generale di Famindustria.

Tratto da: peacereporter.net 3


W W W. O R S AT T I . I N F O

Fiumicino aeroporto. Piano Due hub, un progetto faraonico sulla pelle dei cittadini Alessandro Ambrosin - www.dazebao.org

Guizzi del Comitato Fuoripista: “Un piano folle a vantaggio del soliti noti” "Due hub un unico paese" così l'hanno chiamato il nuovo piano di sviluppo presentato a Villa Madama  il 14 ottobre scorso da Aeroporti di Roma e Sea di Milano, le due maggiori società di gestione  aeroportuale presenti in Italia. Cifre da capogiro orbitano attorno a questo progetto ambizioso con investimenti a medio e lungo termine che entro il 2020 toccheranno la  cifra di ben 5 miliardi di euro per poi salire a 14 entro il 2040. All'incontro hanno partecipato anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Roberto Colaninno e Rocco Sabelli rispettivamente presidente e amministratore delegato della nuova società Alitalia. Un piano faraonico nel quale nessuno sembra voler minimamente curarsi delle reali conseguenze. Così, come previsto dal progetto, l'area che ospita lo scalo romano del "Leonardo Da Vinci" finirà per allargarsi, tanto da incidere drammaticamente sull'ambiente e mettere a rischio le popolazione locali. Progetto che passerà al vaglio esclusivo del governo come opera strategica per evitare l'iter burocratico regionale e la tanto odiata valutazione d'impatto ambientale. L'ampliamento interesserà tutte le frazioni limitrofe allo scalo di Fiumicino, compresa Maccarese, che attualmente con i suoi 3.200 ettari è considerata la più grande tenuta d'Italia. E poi Fregene nella zona nord,Focene che si sviluppa nella fascia Ovest del litorale romano e per l’appunto Maccarese a nord est per arrivare a sfiorare l'autostrada A12, la FiumicinoCivitavecchia. Le società interessate sono talmente convinte dell’utilità del progetto tanto da prevederne perfino la data esatta della chiusura dei cantieri.  Nel 2011 sarà terminato il nuovo impianto (BHSHBS) per il sistema di trattamento dei bagagli, nel 2012 sarà consegnato un nuovo parcheggio multipiano e il nuovo molo "C", nel 2013 sarà completata il nuovo terminal A, tutto dedicato ad Alitalia e alleati di Skyteam, entro il 2013 verranno realizzati i people mover automatici, cioè quei  sistemi di trasporto terrestre pneumatico, nel 2014 sarà terminata la nuova pista di decollo e atterraggio che si aggiungerà alle tre già esistenti,

4

nel 2015 sorgeranno nuove infrastrutture Real Estate, che avranno il compito di gestire gli spazi commerciali e infine nel 2020 Fiumicino raddoppierà definitivamente con la consegna della nuova aerostazione Nord. Così abitazioni e terreni da sempre a vocazione agricola saranno espropriati  per far spazio alle nuove cementificazioni. Ma non solo. Anche le oasi naturalistiche che sorgono proprio in quest'area, tutelate sotto la riserva del Litorale Romano istituito con Decreto nel 1996,  saranno irreversibilmente compromesse. Altro che valorizzazione di aree di particolare pregio. Indubbio che a conti fatti  il prezzo più alto lo pagheranno proprio gli abitanti locali che vedranno peggiorare le loro condizioni ambientali e di vita con un innalzamento dell'inquinamento acustico e atmosferico in un'area già compromessa. Per ora tutto tace. Tace il comune di Fiumicino, che evidentemente non ha nessuna intenzione di ostacolare l'ambizioso progetto e tace la stessa Regione Lazio, che come abbiamo assistito per il caso di Ciampino, in tema di aeroporti non ha mai posto delle condizioni in essere a tutela dell'ambiente. Insomma la vicenda non sembra interessare più di tanto. Malgrado ciò il piano "Due Hub" è stato presentato come la panacea di tutti i mali capace di creare un impulso positivo al trasporto aereo nazionale con risultati che vanno dalla crescita esponenziale del flusso dei passeggeri fino a raggiungere quota 100 milioni entro il 2040, giustificato dalla solita propaganda che assicura almeno 150 mila nuovi posti di lavoro a Fiumicino e a Malpensa tra  occupati diretti, indiretti e indotti. Ad assicurarlo è lo stesso presidente di Aeroporti di Roma, Fabrizio Palenzona, che in maniera del tutto personale ha calcolato 2.500 posti di lavoro in più per ogni milione di passeggeri. Come sia arrivato a questi risultati alquanto fantasiosi non è dato a sapersi, visto che Aeroporti di Roma nell'ultimo censimento datato 2007 contava complessivamente 2.321 dipendenti a fronte di un flusso pari a 35 milioni di passeggeri compresa l'attività di Ciampino. Tuttavia c'è chi dubita su questo progetto, tanto da ritenerlo una vera follia, come il Comitato Fuoripista, al quale fanno parte diversi esponenti della società civile che si oppongono a questo

piano definendolo inaccettabile. D'altra parte l'idea di ampliare l'aeroporto era nell'aria da molto tempo, ma non se ne parlava affatto, anzi, qualcuno negava addirittura la sua esistenza, quasi il progetto fosse frutto di fantasie. Solo dopo richieste su richieste il Comitato è riuscito a consultare presso l'Enac, l’Ente Nazionale Aviazione Civile, la documentazione ufficiale sul futuro sviluppo dell’Aeroporto di Fiumicino scoprendo una volta per tutte le conseguenze che saranno costretti a subire e denunciando gli interessi di parte che ruotano attorno a questo progetto miliardario. E non solo. Come ci ha spiegato dettagliatamente l'ingegner Andrea Guizzi del Comitato, qui entra in ballo anche un concorso d'interessi di non poco conto, per il quale il Gruppo Benetton, già socio della cordata Cai Alitalia, ha una posizione di primissimo piano. I terreni su cui sorgerà la nuova area aeroportuale  sono di  proprietà del gruppo Maccarese S.p.a. che fa capo alla società finanziaria Edizione s.r.l. che appartiene sempre alla  facoltosa famiglia di Ponzano Veneto e alla quale dal 2009 si sono aggiunte due subholding la Edizioni Holding Spa e la Sintonia Spa. Sono, quindi, elevate le probabilità che sia proprio questo gruppo ad entrare nella rosa dei papabili per realizzare il costoso progetto e comunque nell'ipotesi più azzardata  gli interessi economici che orbitano all'interno della Edizione s.r.l. parlano da soli. Basta osservare la Sintonia Sa, che guarda caso è controllata al 95,76% da Aeroporti di Roma, il cui azionista di riferimento con il 34,31% è la Gemina holding che ancora una volta appartiene per il 31,5% alla famiglia Benetton . Tra gli azionisti figura anche  Silvano Toti Spa, con il 12.27% la holding romana di costruzioni che fa capo all’omonima famiglia proprietaria del primo centro commerciale sorto nella capitale, Cinecittà Due. E sempre in Sintonia compare anche la Atlantia S.p.a. dove la Cai Alitalia detiene l'8% e la multinazionale di costruzioni Impregilo con il 29,87%. E' presente anche Austostrade per l'Italia, che coincidenza è sempre della famiglia Benetton, ed è certo che il piano della viabilità, considerando l'espansione aeroportuale, preveda  nuove strade e raccordi soprattutto sul versante Nord della 

Licenza Creative Commons


W W W. O R S AT T I . I N F O

Pino Maniaci: «La trattativa mafia Stato continua» Arresti di boss, nuovi omicidi, trattativa Mafia Stato e stragi. Su questo e altro abbiamo cercato di chiarirci le idee con quello che è uno dei giornalisti italiani più detestato dai mafiosi e non solo.

 Civitavecchia-Fiumicino. Stesso dicasi per la cura del ferro dove sono previsti potenziamenti nelle stazioni ferroviarie di Roma, Maccarese e Ostia. Sempre nella holding Edizione ecco spuntare Eurostazioni Spa e Grandistazioni Spa, rispettivamente con il 32,7% e con il 40%. Ma non è tutto. Anche sul fonte della ristorazione la holding Edizione srl di Benetton controlla anche un'altra società, la Schema S.r.l. attraverso la quale la famiglia veneta controlla il 59,29%.di l'Autogrill S.p.a..Insomma una serie di ramificazioni di società in uno schema piramidale a cui fa capo sempre la Edizione s.r.l. e dove si può trovare di tutto e di più. Dal settore immobiliare, agricolo, alberghiero, dell’abbigliamento, delle costruzioni fino a  tutte quelle società satelliti che forniscono servizi aeroportuali, come la World Duty Free e che lasciano presupporre i forti interessi diretti o indiretti nell’essere presenti in questo progetto miliardario. Ma ci sono partecipazioni consistenti anche di Mediobanca, delle Assicurazioni Generali, della RCS, della Pirelli e delle Edizioni Caltagirone. Secondo Adr e Sea per realizzare questo piano bisogna fare in fretta.  Proprio come hanno scritto nella brochure distribuita il 14 ottobre scorso, giorno della presentazione del piano Due Hub: "Il tempo è una variabile cruciale per recuperare il gap infrastrutturale con l’Europa". Una frase che tenta di comunicare un certo ottimismo dimenticando però lo stato attuale di crisi economica alla quale nessuno può sottrarsi, specialmente il trasporto aereo che negli ultimi mesi ha registrato un calo consistente di passeggeri a livello mondiale. E questo lascia dubitare che questo piano di ampliamento alla fine possa rivelarsi come un'imponente opera nel deserto. Al momento c'è una sola certezza: a pagare il prezzo più alto in termini sociali e ambientali sarà proprio chi dovrà convivere con lo scalo più grande d'Italia. Cittadini privati dei loro spazi naturali che andranno distrutti per sempre e passeggeri che vedranno lievitare le tariffe per arricchire le tasche dei soliti noti.

Licenza Creative Commons

Pino Maniaci ha rilevato l’emittente Telejato nel 1999. Fondata nel 1989 da Alberto Lo Iacono, Telejato ha sede a Partinico e si è caratterizzata negli anni per la sue aperte denunce nei confronti di Cosa Nostra, in un territorio storicamente impregnato dalla presenza mafiosa, territorio che comprende paesi come Alcamo, Castellamare del Golfo, San Giuseppe Jato, Cinisi, Corleone e Montelepre, il bacino di comuni compresi tra Palermo e Trapani. A Telejato si trattano temi come la cattiva amministrazione pubblica, l’ambiente, l’economia, la politica e le speculazioni. Pino Maniaci è stato oggetto di querela infinite volte, ha subito minacce, è stata incendiata un’auto dell’emittente ed è stato vittima di un feroce pestaggio da parte di esponenti di famiglie coinvolte in inchieste di mafia. Oltre a doversi scontrare quotidianamente con la criminalità organizzata ha dovuto subire due processi per esercizio abusivo della professione giornalistica da cui è stato assolto. Già, Pino Maniaci non ha mai fatto richiesta di iscrizione nell’albo dei giornalisti. Ma Giacomo Barbarino, giudice del tribunale di Partinico, ha assolto "Maniaci Giuseppe dal reato di esercizio abusivo della professione giornalistica perché il fatto non sussiste". E dalle motivazioni della sentenza si evince che Pino Maniaci sta "in prima linea nel diffondere la cultura della legalità e dello Stato, in una regione come la Sicilia densamente mafiosa ed impregnata di sotto cultura mafiosa". E così Maniaci è stato scagionato grazie a una sentenza del 23 marzo 1968 della Corte Costituzionale "che chiariva che l’appartenenza all’Ordine dei giornalisti non è condizione necessaria per svolgere l’attività giornalistica". Dati gli arresti in questi mesi di importanti boss latitanti, data l’uscita di nuovi pezzi di verbali degli interrogatori di Massimo Ciancimino, dato il nuovo omicidio nel corleonese, lo abbiamo intervistato per darci delle delucidazioni sullo stato di salute della mafia in questo periodo. In questi mesi abbiamo visto arresti di importanti latitanti come Vitale, Raccuglia, Nicchi. Come sta la Mafia oggi? Intanto abbiamo ancora un latitante d’eccezione che si chiama Matteo Messina Denaro, l’ultimo rimasto, che però è come Highlander, è l’ultimo esponente di spicco rimasto, è del trapanese e naturalmente è oggetto della caccia delle forze dell’ordine. Ma non è che con l’arresto di Nicchi, Raccuglia ed altri possiamo dire che la mafia è debellata, perché hanno una capacità di ripresa e di riproduzione che è terrificante, per cui la mafia continua ad esserci anche se è decapitata ai vertici,

con difficoltà ovviamente di potersi riorganizzare, ma la loro presenza è sempre viva. C’è già stata l’uccisione di un corleonese due giorni fa, un imprenditore a cui addirittura hanno sparato al volto. Proprio questo omicidio, vede vittima l’imprenditore Niccolò Romeo, fratello di quel Pietro Romeo fatto sparire nel ’97 col metodo della lupara bianca e secondo Brusca fatto uccidere proprio da Raccuglia. Come vede questo omicidio, avvenuto proprio dopo la cattura di Raccuglia? In tanti dicono che potrebbe essere un segnale mandato da Raccuglia dal carcere, ci sono tante letture di quest’omicidio, ma il fatto eclatante è che si torna a sparare nel corleonese, nella patria dei boss, dove per anni non è successo mai nulla e non deve succedere nulla, perché ricordiamo che a Corleone ci sono le famiglie dei boss. C’era la famiglia di Binnu Provenzano, la moglie e i figli, la famiglia di Totò Riina, per cui in queste zone non si dovrebbe sparare né tanto meno dovrebbe succedere niente. Un messaggio è che si sono rotti degli equilibri, proprio perché mancano i capi e ci sono i rampolli che tentano di far capire che cercano di prenderne il posto.

Pensa sia possibile il ritorno a qualche nuova guerra di mafia? Certo che è possibilissimo. Una volta che manca chi comanda, può succedere. Diciamo che in questo momento è possibile che si sia scatenato quello che io ho definito tempo fa l’Election Day, le elezioni, chi deve succedere cioè a capi carismatici come Riina, come Binnu Provenzano, per cui c’è la caccia ad eliminare quelli che possono essere i cespugli per cercare di eleggere il nuovo capo. L’altro ieri sono stati presentati al processo Mori 23 verbali degli interrogatori di Massimo Ciancimino. Cosa ne pensa della trattativa Mafia – Stato e di tutto quello che sta venendo fuori dal figlio dell’ex sindaco di Palermo. Perché Ciancimino fa così paura? Perché, come anche ha dichiarato lui ai nostri microfoni, non è un pentito, non è un dichiarante, è uno che vuole aiutare la giustizia, perciò se gli si fanno le domande lui risponde per quello che sa. E ne sa tante di cose, visto che proprio ieri ha dichiarato che Totò Cuffaro e Renato Schifani erano gli autistirispettivamente, uno del ministro Mannino e l’altro di La Loggia (non Enrico ma Giuseppe, politico della Dc ex presidente della regione, n.d.r). Sono dichiarazioni dirompenti. La trattativa tra la mafia e lo Stato, con coinvolti pezzi dei servizi segreti, uomini delle istituzioni, è quel lato oscuro della mafia su cui si sta cercando di 

5


W W W. O R S AT T I . I N F O far luce, e Ciancimino potrebbe essere determinante, lui e anche Gioacchino Genchi, informatico che ha notizie su quelli che sono i tabulati telefonici e intercettazioni che c’erano tra esponenti politici e mafiosi. Si potrebbe aprire una pagina di chiarezza sui rapporti tra la mafia, la politica e l’imprenditoria. D’altronde lo abbiamo detto sempre che c’è questo cordone ombelicale che tiene in vita la mafia, che le dà una mano quando questa è in difficoltà. L’abbiamo visto di recente con la legge sulla vendita dei beni confiscati alla mafia o la legge sullo scudo fiscale. Quindi il papello, la trattativa,continua. Pensa che Ciancimino verrà ascoltato al processo Dell’Utri? Se sì, che scenario si immagina? Io già so per certo che il procuratore Ingroia ha già trasmesso gli atti con gli interrogatori di Ciancimino che verrà riascoltato proprio oggi in procura. Perciò diciamo che sarà sicuramente a discrezione del giudice sentirlo o meno ma comunque gli interrogatori andranno al processo Dell’Utri. Ieri è stato ritirato il decreto blocca-processi. Secondo lei perché questa retromarcia? Perché ormai si parla solamente di leggi ad personam e non di leggi che servono a sveltire la giustizia. Più che altri il blocca-processi o il processo breve e altri sono stati fatti per non far processare il capo de Governo, semplicemente per questo. Ovviamente l’opposizione, anche lo stesso Fini, che è l’unico che fa qualcosa di sinistra, ha lanciato l’allarme dicendo che in sostanza ci stiamo giocando quella che è la democrazia visto che il Governo sta andando avanti a forza di decreti legge oppure nel Parlamento a colpi di fiducia. Una decina di giorni fa il giudice Sebastiano Ardita ha ricevuto una lettera di minacce contenente un proiettile calibro 9. Cosa pensa di quest’altra sfida alle istituzioni? Si vogliono intimidire i giudici. Del resto continua anche a dirlo il Premier che i giudici minano il potere politico, che ci sono toghe rosse e quant’altro. Per quanto riguarda questi attacchi, la magistratura deve essere dirompente per quello che è il loro dovere. E’ un modo per cercare di fermarli, di impedire di fare inchieste, perché il segnale, per esempio, delle bombe in Calabria è grave. Ha qualche buona notizia da darci? Notizie buone dalle nostre parti non è che ce ne siano tante. Una notizia buona potrebbe essere quella che se la magistratura va avanti, e se vengono ascoltate quelle che sono le dichiarazioni di Ciancimino, Genchi o altri io credo che oggi si potrebbe fare luce su una storia inquietante, che è quella della stragi, e finalmente buona parte di questa politica potrebbe andare a casa.

Cancellata piazza 25 aprile. Accade a Pecorara, (Piacenza)

Anpi - Comitato Nazionale Anpi - Comitato Provinciale di Piacenza www.articolo21.org

Traffico rifiuti tossici, parla pentito Sigma: “So come funziona il sistema” “Dietro allo smaltimento illegale dei rifiti tossici c’è un “sistema” che va avanti tutt’ora. Io conosco come funziona. Conosco i fatti, –svela per la prima volta Sigma- se qualcuno mi vorrà ascoltare parlerò, ho sempre raccontato la verità.” Da quanto ci riferisce il suo avvocato, Claudia Conidi, il pentito Sigma fu sentito anche dalla Procura di Potenza per le indagini sull’interramento dei rifiuti tossici in alcune zone del potentino.

A Pecorara, comune della provincia di Piacenza, luogo simbolo della Resistenza al nazifascismo, il sindaco Franco Albertini ha cancellato Piazza 25 aprile. Un affronto a quanti hanno sacrificato la loro vita per la libertà, alla Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza, all’Italia tutta, che su queste radici ha costruito la democrazia.

Un affronto che non ha assunto il dovuto rilievo nazionale, fatto che denunciamo con forza:  è in corso un attacco senza precedenti ai valori e ai principi che  fondano la nostra convivenza civile, la nostra Repubblica.  Chiudere gli occhi è irresponsabile. L’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel richiamare tutti  i democratici ad associarsi alla sua denuncia e a mobilitarsi con opportune iniziative, chiede l’immediata revoca di questo vergognoso provvedimento. “Raccogliamo e facciamo nostro l’appello dell’Anpi e chiediamo a tutti i media nazionali di illuminare a giorno questa vicenda che non può essere derubricata a fatterello marginale perché questo è un episodio non isolato ma corrisponde purtroppo allo spirito dei tempi, alla volontà di spiantare il ricordo del 25 aprile e dileggiare la resistenza e l’unità antifascista che sono valori fondanti della nostra Costituzione”. Lo affermano Giuseppe Giulietti e Federico Orlando, portavoce e presidente di Articolo21. “Chiediamo ai media di raccontare questa vicenda e di non cancellarla e Laura Meloni siamo sicuri che il ministro degli Interni vorrà www.agoravox.it vigilare e fare tutti i passi affinché questo scempio

6

non si compi. Articolo 21 ha deciso di invitare all’assemblea nazionale di Acquasparta che  si terrà il 22-23-24 gennaio i rappresentanti dell’Anpi per concordare opportune iniziative”.

Il pentito ci racconta di aver fatto anche dei sopralluoghi vicino Potenza, indicando agli inquirenti  i terreni dov’erano stati interrati i rifiuti nocivi. “Ma poi non è successo nulla”, conclude amareggiato Sigma. Forse troppe persone avevano interesse a che i rifiuti non si trovassero. Sigma ha dato la sua disponibilità ad essere ascoltato. Sulla sua attendibilità non ci dovrebbero essere dubbi, le sue testimonianze sono servite in passato a far luce su importanti segreti della ‘Ndrangheta in processi che hanno fatto la storia del contrasto alle ‘ndrine.

Nerina Gatti www.nerinagatti.com

Licenza Creative Commons


W W W. O R S AT T I . I N F O

Calabria normalizzata La bomba alla Procura generale di Reggio e l’aggressione ai migranti nella Piana di Gioia Tauro potrebbero essere episodi collegati. La ’ndrangheta pensa a nuovi equilibri politici e alza il tiro. E il Copasir avvia le indagini — Pietro Orsatti

In Calabria siamo in piena campagna elettorale. Si vota per un nuovo presidente della Regione e per rinnovare il Consiglio? No, non solo. Si vota soprattutto per accedere alla cassaforte dei finanziamenti europei gestiti dalla Regione che, se non si andrà a una nuova proroga, verranno interrotti nel 2011.

Quindi non c’è da stupirsi, e non ci sarà da stupirsi nelle prossime settimane, di qualsiasi cosa accaduta fino a oggi e che accadrà. Troppi interessi, troppi cambiamenti, troppe bocche da sfamare. Si cercano e si elargiscono favori. Si comunica in vario modo. Soprattutto si cerca un equilibrio. E per cercare un equilibrio inequivoco bisogna far capire bene a chi interessa cosa e quanto. «La ’ndrangheta sceglie e cerca di andare là dove c’è odore di possibile vittoria - spiega Angela Napoli, deputata del Pdl, area finiana, da sempre critica quando si parla di intrecci fa mafie e politica e oggi membro di spicco della commissione Antimafia -. È già emerso dalle numerose inchieste giudiziarie che la ’ndrangheta in Calabria è presente un po’ ovunque, dalla pubblica amministrazione alle istituzioni, là dove si decide, là dove si gestiscono appalti e affari. È quindi chiaro che siccome ci lasciamo alle spalle un’amministrazione regionale inefficiente, e si

Licenza Creative Commons

presuppone che lo scontento dei cittadini sposti il consenso elettorale verso il Pdl, la ’ndrangheta sta facendo di tutto per spostare le proprie pedine».

ulteriore dando sfogo al disagio, alla frustrazione e alla xenofobia che si è insinuata in parte della popolazione di Rosarno e della Piana.

Se si analizzano i frammenti singoli di quello che sta avvenendo oggi in Calabria non si riuscirà mai a capire davvero quali interessi si siano messi in moto, non tanto nelle ultime settimane quanto negli ultimi tre mesi. Prendiamo ad esempio la grande manifestazione nazionale contro le navi dei veleni di alcuni mesi fa. Ci siamo dimenticati che è stata coinvolta anche la città di Rosarno? Si parlò, allora, di rinascita evidente di una società civile calabrese consapevole che si risvegliava e diventava protagonista del cambiamento. Due mesi dopo sempre a Rosarno parte di quella stessa cittadinanza che aveva sfilato per le strade della cittadina calabrese si è ritrovata a dare la “caccia al negro”. Possibile che nessuno evidenzi la contraddizione? Cosa è successo in due mesi soltanto? Nulla, probabilmente. E anche di tutto. «Intanto le ’ndrine sono riuscite a togliersi di mezzo lavoratori che anche grazie alla società civile locale cercavano di alzare la testa - spiega Francesco Forgione, ex presidente della commissione Antimafia -. Poi, visto che il raccolto andrà probabilmente perso, attraverso una possibile dichiarazione di calamità, proveranno a ottenere altri fondi». E alla fine a trovare consenso

La Piana «La Piana di Gioia Tauro, dal progetto del V centro siderurgico fino alla realizzazione del porto, con le ingenti risorse finanziarie statali e comunitarie impiegate per il suo sviluppo economico, costituisce ormai da tempo il più grande affare per le ’ndrine insediate sul territorio», si legge nella relazione Forgione della commissione parlamentare Antimafia. «Le attività connesse con la gestione del porto e dunque con il colossale movimento dei container, le opportunità di traffici illeciti a livello internazionale, rese possibili dal frenetico via vai quotidiano delle merci, hanno attratto gli appetiti dei “Molè”, dei “Piromalli”, dei “Bellocco” e dei “Pesce” e li hanno portati a imporre la loro presenza, offrendo l’opportunità di un salto di qualità internazionale». Se la ’ndrangheta ha iniziato una sua violenta, trasversale e spregiudicata campagna elettorale, il primo atto visibile è stato proprio qui, nella Piana di Gioia Tauro con l’ omicidio di Pasquale Maria Inzitari, di 18 anni, ucciso il 6 dicembre scorso a Taurianova. Secondo gli investigatori, l’arma utilizzata, una pistola calibro 9, e le modalità

7


W W W. O R S AT T I . I N F O

dell’agguato lascerebbero pochi dubbi sulla matrice mafiosa del delitto. Pasquale Maria è figlio di Pasquale Inzitari, 49 anni, ex esponente dell’Udc (vicesindaco prima e poi consigliere provinciale) arrestato nel maggio del 2008 e condannato nel settembre scorso per concorso esterno in associazione mafiosa a 7 anni di carcere. E non è il primo fatto di sangue che ha colpito questa famiglia. Pasquale Inzitari è anche cognato di Nino Princi, l’imprenditore fatto saltare in aria con la sua autovettura nel centro di Gioia Tauro, pochi giorni prima dell’arresto dello stesso Inzitari. Una vendetta verso l’ex politico? Un messaggio trasversale a tutta la classe politica? Su questo si sta ancora indagando. «Per capire cosa sta succedendo oggi è necessario partire da quel delitto», ci dice Angela Napoli. «I colletti bianchi non sono esenti, esterni, alle logiche degli aspetti militari della ’ndrangheta - spiega la Napoli -. Oggi i mafiosi si laureano, penetrano la borghesia perbenista, accedono direttamente anche a settori della massoneria deviata, sono inseriti in tutte le professioni. E attraverso questo apparente perbenismo determinano cambiamenti e indirizzi. Inquinano tutti questi ambiti». E torniamo a Rosarno. «Nella Piana di Gioia Tauro - prosegue la relazione Forgione - oltre al porto e agli appalti, un settore di interesse delle cosche locali è quello agricolo, per le opportunità di lucro derivanti sia dalla “guardianìa” dei fondi che dalle frodi ai danni dell’A.i.m.a. e dell’I.n.p.s.». La questione è talmente evidente da lasciare sconcertati. Non si può considerare casuale, alla luce di tutto questo, quello che è avvenuto a

8

Rosarno la scorsa settimana. Talmente poco casuale da aver addirittura scatenato l’interesse del Copasir che probabilmente dalla prossima settimana avvierà una serie di audizioni sulla vicenda. I commissari dell’organismo di controllo dell’intelligence potrebbero voler appurare la matrice del gesto che ha innescato la rivolta. Non sarebbe la prima volta che l’organismo affronta la questione della “tratta”, anche per le sue implicazioni evidenti in termini di sicurezza nazionale. «Nel corso degli ultimi anni - si legge nella relazione del Copasir presentata al Parlamento lo scorso anno - il caporalato, da iniziale forma di intermediazione illegale e assoggettamento di forza lavoro irregolarmente immigrata, ha assunto connotazioni illecite ben più degradanti, suscettibili di arrivare a esprimersi in sequestro di persona, estorsione, violenza sessuale, lesioni personali, fino alla vera e propria riduzione in schiavitù del lavoratore. Pur riscontrando forme inequivocabili di contiguità con il fenomeno della tratta di esseri umani, non è ancora del tutto evidente la piena autonomia del business illecito del caporalato. Esso si configura, piuttosto, come una diversificazione tra le possibili attività di sfruttamento e una fonte importante di guadagni da reinvestire successivamente». Il traffico di armi e droga, in particolare. Reggio Calabria La sequenza video dell’attentato alla Procura generale di Reggio Calabria dura un minuto appena. Arriva lo scooter guidato probabilmente da una donna. I capelli e soprattutto la scarpa fissata nei fotogrammi che poggia a terra, lasciano pochi dubbi. Scende il passeggero, un uomo

tarchiato. È la donna che sembra innescare l’esplosivo e la bombola di gas da dieci litri che trasporta sul pianale davanti. L’uomo scende, afferra la bombola e la posiziona. I due si allontanano. Pochi secondi dopo, l’esplosione. Sono circa le 5 di mattina del 3 gennaio. Due dati sono evidenti. L’attentato e la sua esecuzione sono condotti da due professionisti e soprattutto non si vuole uccidere. La scelta dell’ora, del luogo, dell’esplosivo è chiarissima. E poi la donna. Una donna “soldato” della ’ndrangheta. Se davvero si tratta di un attentato di ’ndrangheta, e finora non sono emersi elementi che lo smentiscano, si tratterebbe di una novità, in particolare proprio per il sodalizio criminale calabrese. Di donne che hanno assunto un ruolo, anche di rilievo, nella gestione di organizzazioni criminali di stampo mafioso non ce ne sono molte. Quasi sempre la donna è relegata a un ruolo tradizionale, di moglie, madre, figlia o compagna silenziosa. Solo in pochi casi, in particolare in Campania, le donne assumono un ruolo di vertice, quasi mai operativo in senso “militare”, soprattutto in supplenza di un marito, un fratello o un figlio in caso di decesso o arresto. Solo recentemente emergono capi clan donne, più dedite al traffico di stupefacenti e raramente con implicazioni militari. «Se davvero è stata una donna, lo stanno ancora accertando, si tratta di una rivoluzione per la ’ndrangheta», commenta Angela Napoli. Non siamo infatti davanti a clan perdenti, colpiti dallo Stato, che sentano la necessità di introdurre figure “supplenti” sul piano militare. La ’ndgrangheta è la più potente, militarizzata ed efficace delle mafie.

Licenza Creative Commons


W W W. O R S AT T I . I N F O Quindi, se non la ’ndrangheta, o solo la ’ndrangheta, chi? Chi ha la capacità di addestrare e mettere in atto un’azione così efficace coinvolgendo operativamente anche una donna? La questione non è secondaria, affatto. Solo chi ha un addestramento militare, che sia stato ottenuto in ambito criminale o meno, può aver partecipato a un’azione come quella del 3 gennaio. E questa, qualunque essa sia, è un’altra storia. Comunque è evidente che non si vuole dare un unico messaggio e che non c’è solo un interlocutore dell’azione. Uno dei clan reggini sui quali si stanno concentrando le indagini è quello della famiglia De Stefano. Andando a rileggere la storia di questa ’ndrina, si scopre che si tratta di una delle più potenti e spregiudicate, anche in termini di rapporti, dell’organizzazione criminale calabrese. Rapporti con la massoneria deviata, intrecci a livello internazionale con i cartelli colombiani e posizione di vertice nel traffico internazionale degli stupefacenti. E poi, aspetto assolutamente da non sottovalutare, un profilo più moderno e meno legato ai vecchi schemi nella gestione “interna”, proprio grazie all’affacciarsi dei boss alle logge deviate. «L’inserimento nella massoneria che, per quanto inquinata, restava pur sempre un’organizzazione molto riservata ed esclusiva - si legge nella relazione Forgione della commissione parlamentare Antimafia - doveva essere limitato a esponenti di vertice della ’ndrangheta, e per fare questo si doveva creare una struttura elitaria, una nuova dirigenza, estranea alle tradizionali gerarchie dei “locali”, in grado di muoversi in maniera spregiudicata, senza i legami culturali della vecchia onorata società». E i De Stefano diventano protagonisti di questa trasformazione. «Nuove regole sostituivano quelle tradizionali prosegue la relazione -. Personaggi come Antonio Nirta o Giorgio De Stefano, che si muovevano con tranquilla disinvoltura tra apparati dello Stato, servizi segreti, gruppi eversivi». Tutto concesso, per i De Stefano, «se serviva a depistare l’attività investigativa verso obiettivi minori». Inoltre il clan De Stefano è anche quello che mantiene rapporti di amicizia e collaborazione con famiglie di Cosa nostra e della camorra. «Che dopo anni ci sia stato un cambio alla Procura generale - commenta oggi Francesco Forgione - e che si fosse rafforzata anche la possibilità di un’azione efficace in sede di appello è un possibile movente dell’attentato». E Angela Napoli è ancora più esplicita: «Bisogna anche capire quali beni sono stati sequestrati e a chi. Non dimentichiamo che è stata intaccata anche l’area della Piana di Gioia Tauro con il coinvolgimento di Inzitari nella vicenda del Porto degli Ulivi, un grande centro commerciale. Gli hanno ucciso perfino il figlio. Questo era un politico, era un consigliere provinciale. Non è detto che non ci siano coinvolgimenti in atto dei colletti bianchi che possano avere anche forze in termini di inchieste. Questo ovviamente non lo sappiamo però non va vista la bomba di Reggio solo come un atto prettamente militare. Occorre verificare l’obiettivo, occorre verificare il messaggio». Poteri A Crotone, il Pm Pierpaolo Bruni negli ultimi mesi Licenza Creative Commons

ha scoperchiato un pentolone molto pericoloso. Si tratta di un’inchiesta vasta e che vede coinvolta la Wind, o meglio il responsabile della Security del gestore telefonico Salvatore Cirafici. Ex ufficiale dei carabinieri prima di dedicarsi all’attività della sicurezza privata, indagato nel corso dell’inchiesta “Why not” della Procura di Catanzaro, con un’ampia rete di rapporti politici, istituzionali e imprenditoriali, per alcune settimane agli arresti domiciliari su richiesta del pm di Crotone, Pierpaolo Bruni, con l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio, favoreggiamento e minacce nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Crotone su presunte irregolarità nella realizzazione di alcune centrali elettriche. Gli arresti domiciliari sono stati revocati il 29 dicembre dal Tribunale del riesame, presieduto da Adalgisa Rinardo. Non solo, il presidente Rinardo ha trasmesso gli atti alla Procura di Roma. Questo intervento del Tribunale del riesame ha riportato alla memoria la “liquidazione” sia dell’inchiesta “Why not”, condotta dall’ex pm Luigi De Magistris, che l’azzeramento della Procura di Salerno nella fase successiva, ovvero quella della cosiddetta “battaglia delle procure”, avvenuta solo pochi giorni dopo che i magistrati campani avevano iniziato a indagare sull’ex capo della Procura di Catanzaro Mariano Lombardi, l’aggiunto Salvatore Murone, il presidente del Tribunale del riesame, appunto, Adalgisa Rinardo, l’ex procuratore generale di Catanzaro Dolcino Favi (che aveva avocato a sé l’inchiesta “Why not”). E non solo. Tra le persone finite sotto inchiesta all’epoca ci sarebbero state anche il vicecapo degli ispettori del ministero della Giustizia Gianfranco Mantelli, il senatore di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, e l’ex governatore della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti. Il risultato di quella vicenda fu il trasferimento ad altri uffici o l’uscita dalla magistratura della maggioranza dei pm (procuratore capo in testa) di Salerno, la fine della carriera come pm di De Magistris, e, soprattutto, lo sventramento delle inchieste del pm di Catanzaro: “Why not”, “Toghe lucane” e “Poseidone”, in un numero incredibile di stralci e micro filoni. Cosa stava scoprendo Bruni? Una vicenda di Sim non rintracciabili fornite a «esponenti della politica, degli affari e delle istituzioni», di falsificazioni e false testimonianze, di fughe di notizie su istruttorie in corso, di indagati avvertiti di essere intercettati, di scambi di favori con dirigenti dei servizi, di pressioni e perfino intimidazioni ai testi. Insomma un bel verminaio. E mentre questi fascicoli da Crotone hanno preso la rotta del porto della Procura di Roma, arriva la notizia (chissà se anche questa elettorale) di un’intimidazione al pm Bruni avvenuta proprio a dicembre scorso. Tranciato il tubo di alimentazione dell’auto del padre del magistrato. Tutto normale da queste parti. Tutto normale in una Calabria normalizzata. avocato a sé l’inchiesta “Why not”). E non solo. Tra le persone finite sotto inchiesta all’epoca ci sarebbero state anche il vicecapo degli ispettori del ministero della Giustizia Gianfranco Mantelli, il senatore di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, e l’ex

governatore della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti. Il risultato di quella vicenda fu il trasferimento ad altri uffici o l’uscita dalla magistratura della maggioranza dei pm (procuratore capo in testa) di Salerno, la fine della carriera come pm di De Magistris, e, soprattutto, lo sventramento delle inchieste del pm di Catanzaro: “Why not”, “Toghe lucane” e “Poseidone”, in un numero incredibile di stralci e micro filoni. Cosa stava scoprendo Bruni? Una vicenda di Sim non rintracciabili fornite a «esponenti della politica, degli affari e delle istituzioni», di falsificazioni e false testimonianze, di fughe di notizie su istruttorie in corso, di indagati avvertiti di essere intercettati, di scambi di favori con dirigenti dei servizi, di pressioni e perfino intimidazioni ai testi. Insomma un bel verminaio. E mentre questi fascicoli da Crotone hanno preso la rotta del porto della Procura di Roma, arriva la notizia (chissà se anche questa elettorale) di un’intimidazione al pm Bruni avvenuta proprio a dicembre scorso. Tranciato il tubo di alimentazione dell’auto del padre del magistrato. Tutto normale da queste parti. Tutto normale in una Calabria normalizzata.

su left/Avvenimenti www.antimafiaduemila.com www.orsatti.info

9


W W W. O R S AT T I . I N F O

Antonino Di Matteo: I colpi alla mafia non sono merito solo della politica

Antonino Di Matteo, pm a Palermo, che indaga sulle stragi dei primi anni Novanta, ci tiene a mettere in evidenza la professionalità e i sacrifici di magistrati e forze dell’ordine. E avverte su un rischio: «I provvedimenti governativi, alcuni già approvati e altri in discussione, potrebbero favorire il ricompattamento di Cosa nostra». Si riferisce al disegno di legge sulle intercettazioni, al controverso provvedimento sullo “scudo fiscale” e alla possibile riforma del Codice penale. E con lui parliamo pure delle dichiarazioni rese da Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino.

di p.o. www.orsatti.info www.antimafiaduemila.com www.agoravox.it www.terranews.it

10

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha annunciato per le prossime settimane una serie di provvedimenti che andranno a costituire, queste le dichiarazioni alla vigilia di Capodanno, un piano per sconfiggere in poco tempo, definitivamente, la mafia. Questa affermazione muscolare del ministro si fonda sui numerosi successi conseguiti negli ultimi mesi e simboleggiati nella cattura di alcuni latitanti di spicco di Cosa nostra fra novembre e dicembre in Sicilia. Ma è davvero così? Siamo davanti a successi così straordinari da pensare a un’offensiva definitiva dello Stato nei confronti delle mafie? Per capirlo bisogna andare a sentire chi la lotta alla mafia la conduce da anni, giorno per giorno, in prima linea. A parlare è il pm Antonino Di Matteo, sostituto di punta a Palermo, protagonista di molte delle inchieste e dei processi più delicati di questi ultimi anni, fino all’inchiesta in corso sulla presunta trattativa fra Stato e mafia a partire dalla stagione delle stragi del 1992-93. Per intenderci, uno di quei magistrati che stanno raccogliendo in questi mesi le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza, fra gli altri. Di Matteo è stato eletto da poco presidente a Palermo dell’Associazione nazionale magistrati a riconoscimento di una carriera e di un’autorevolezza conquistata sul campo. E questo nuovo incarico, visti i recenti attacchi di esponenti della maggioranza di governo ai pm, in particolare proprio a quelli di Palermo, lo pone ancor più al centro dell’attenzione. «Il bilancio dell’ultimo anno di lotta alla mafia è caratterizzato da luci e ombre – esordisce il pm -. È vero che, come negli anni precedenti, sono stati catturati numerosi latitanti e si sono succedute numerose brillanti operazioni antimafia, ma ciò per merito esclusivo di magistrati e forze dell’ordine. Che con professionalità e sacrifici anche personali non indifferenti hanno fronteggiato difficoltà immani, connesse alle sempre più gravi carenze di risorse umane, materiali ed economiche. Quindi, ritengo che la politica di qualsiasi colore, dovrebbe avere almeno il pudore di non arrogarsi meriti che non le appartengono». Dottor Di Matteo, le luci sono le operazioni andate in porto. E le ombre? Le ombre sono connesse da un lato alla trasformazione in atto in Cosa nostra e dall’altro

dal concreto gravissimo rischio che provvedimenti governativi, alcuni già approvati e altri in discussione in Parlamento, possano a breve favorire il ricompattamento di Cosa nostra e in più in generale di una gestione mafiosa del sistema di potere reale. Parla in particolare di quelle che potremmo definire le “restrizioni investigative”, come ad esempio quelle sulle intercettazioni, e dell’ipotesi di ritoccare ancora la normativa sui collaboratori di giustizia? Le avevo già accennato alla questione relativa alla riorganizzazione di Cosa nostra, che rispetto a dieci o quindici anni fa è molto indebolita sotto il punto di vista militare, e anche su questo aspetto è doveroso dire che l’organizzazione non è definitivamente piegata, però è ancora in circolo una quota consistente del capitale mafioso. Riteniamo che ci siano menti raffinate, organiche o contigue all’organizzazione, che stanno cercando di ripulire questi enormi capitali in importanti attività commerciali e imprenditoriali apparentemente legali. Il rischio è quello di una strisciante legalizzazione di Cosa nostra. Non più stragi, omicidi, lotte intestine, ma controllo dell’economia che conta e per questa via infiltrazione della politica e di altre istituzioni. Pecunia non olet? Giudico pericoloso il rientro in Italia, consentito dal cosiddetto scudo fiscale, di 95 miliardi di euro, che, non dimentichiamolo, rientrano nella piena disponibilità di soggetti che li avevano illegalmente trasferiti all’estero. Quindi, è facile prevedere che altrettanto illegalmente possano reimpiegarli e investirli. Oltretutto con un costo inferiore a quella che sarebbe stata una “normale” operazione di riciclaggio. Un costo che dal 15% sul capitale iniziale, con lo scudo si abbasserebbe al 5%. Infatti. Sono assolutamente d’accordo con lei. E poi sono altrettanto preoccupanti alcune riforme che sono in discussione. Il disegno di legge sulle intercettazioni comporterebbe, se approvato, delle gravissime limitazioni anche nelle indagini antimafia, in particolare per quelle riguardanti i colletti bianchi, i reati contro la pubblica

Licenza Creative Commons


W W W. O R S AT T I . I N F O amministrazione che costituiscono il grimaldello attraverso il quale la criminalità organizzata penetra e condiziona le istituzioni. Le limitazioni all’indagine tecnica in materia di pubblica amministrazione piuttosto che di turbativa d’asta e gestione illecita delle gare d’appalto, certamente comporterebbero delle gravi conseguenze sulla possibilità di scoprire le infiltrazioni mafiose. In ballo c’è, da tempo, anche la limitazione dell’azione dei pm. C’è l’ipotesi di riforma del Codice di procedura penale, e mi riferisco al disegno di legge governativo che tende a limitare i poteri del pubblico ministero nella fase delle indagini e a concentrare l’iniziativa delle inchieste esclusivamente sulla polizia giudiziaria. Chi potrà garantire, mi chiedo, l’efficace svolgimento di indagini che per esempio riguardino esponenti politici di quello stesso esecutivo dal quale gerarchicamente dipende la polizia giudiziaria? Come fa ad agire la polizia giudiziaria senza lo scudo del pm? Come potrà la polizia giudiziaria sviluppare efficacemente indagini in materia di politica, di pubblica amministrazione, che magari riguardino siasoggetti dai quali quel poliziotto e quel carabiniere dipendano anche gerarchicamente? Andiamo alle stragi e alla trattativa. Tutto è iniziato poco più di anno fa con le prime indiscrezioni sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza. Perché parlare ora? Perché sedici-diciassette anni di silenzi? Perché mi occupo direttamente di queste indagini e di questi processi e quindi non posso entrare nello specifico sperando un giorno di arrivare a inserire le mie valutazioni in requisitorie e comunque in provvedimenti giudiziari. Quello che posso dirle, e lo dico con piena convinzione, è questo: nel contesto complessivo nella lotta alla mafia, al di là di quelli che sono i proclami propagandistici o previsioni di debellare entro poco tempo definitivamente il fenomeno, io credo che le inchieste e i processi sulle stragi e la trattativa fra mafia e Stato assumano una valenza fondamentale nel contesto complessivo della situazione anche attuale. Perché fino a quando lo Stato non avrà la forza e il coraggio, anche a costo di arrivare quasi a processare se stesso, finché non avrà la forza di sciogliere definitivamente il nodo dell’esistenza o meno di patti o accordi con i vertici di Cosa nostra, lo Stato rappresenterà sempre un potere dimezzato. Perché possibile oggetto di ricatto mafioso. Noi potremo in futuro arrestare altre decine, centinaia, di “picciotti”, di uomini d’onore, ma fino a quando non ci sarà verità piena sulle stragi e sulla trattativa potenzialmente lo Stato sarà sempre oggetto di possibile ricatto. E questo è assolutamente inaccettabile per chi crede che Stato e mafia debbano essere sempre, in ogni momento, due entità non solo distinte e separate ma due entità contrapposte. Non possono trovare spazi di dialogo, spazi di accordo. Vi accusano di indagare su fantasie, di cercare fantasmi. Quando si dice che indagare sulle stragi e sulla trattativa mafia e Stato in quel periodo, costituisce uno spreco di risorse economiche e di energie Licenza Creative Commons

investigative, non si capisce o si finge di non capire che la vera sconfitta di Cosa nostra non può passare attraverso gli arresti e le condanne, ma passa attraverso la neutralizzazione del potere di ricatto di Cosa nostra, attraverso la neutralizzazione di ogni tentativo anche eventualmente attuale e futuro di dialogo o di accordo a qualsivoglia livello tra la mafia e lo Stato. Un ruolo fondamentale per la riapertura di queste indagini lo ha avuto il figlio dell’ex sindaco di Palermo Ciancimino, Massimo. È entrato o meno in un programma di protezione per i collaboratori? Ciancimino, grazie anche ai documenti che ha fornito, ci ha dato le condizioni per avere un quadro più completo e verificare e riscontrare le sue dichiarazioni. Il problema di definire il dichiarante collaboratore o meno è solo un problema formale. Tra l’altro, Ciancimino non ha mai fatto richiesta di essere sottoposto a un programma di protezione e quindi di transitare ufficialmente nelle fila dei collaboratori di giustizia sottoposti a programma. Siamo arrivati comunque al punto cruciale di avere presto la possibilità di ottenere verifiche concrete sull’affidabilità delle sue dichiarazioni. Pur mantenendo una posizione molto laica nelle valutazioni anche per la delicatezza degli argomenti trattati, rispetto a quando è iniziato questo percorso di Ciancimino possiamo avere gli strumenti per capire fino a quando le sue dichiarazioni potranno essere riscontrate. Dopo l’arresto del latitante Domenico Raccuglia a novembre sono emersi segnali che questi, con altri, avesse la capacità e le risorse per mettere in atto azioni eclatanti. È davvero così, i segnali sono davvero così preoccupanti? Le posso dire questo. Al di là di questo segnale degno di elevatissima attenzione… Quindi il segnale c’è. Sì, il segnale c’è. Diciamo che è emersa la capacità di poter fare un’azione del genere. Però è necessario dire anche questo: chi da decenni è abituato ad analizzare e studiare il fenomeno e a confrontarsi con le indagini e i processi sa benissimo che la storia di Cosa nostra anche da un punto di vista della capacità e della volontà di contrapporsi frontalmente allo Stato con attentati o omicidi eccellenti è una vicenda di corsi e ricorsi. È nel dna di Cosa nostra la necessità e la capacità di ricorrere allo scontro frontale quando l’organizzazione lo ritiene opportuno e necessario per se stessa. Soltanto chi non conosce bene la storia di Cosa nostra e il suo modo di ragionare può sottovalutare determinati rischi solo perché negli ultimi quindici anni ha mantenuto un profilo basso, di immersione. Negli anni Sessanta, ad esempio, si dava per scomparsa Cosa nostra, in scioglimento, poi dalla strage di viale Lazio in poi è tornata a essere più pericolosa e più forte di prima.

Pm Di Matteo ad Anm: “Scioperiamo e consegnamo toghe” Sciopero dei magistrati per denunciare la drammatica desertificazione delle procure, ma non solo. Per il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo, che è tra i titolari dell'indagini sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra, bisogna attuare una «forma di protesta dura» che vada oltre la semplice astensione dal lavoro. «Dobbiamo disertare le cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario e consegnare le nostre toghe» ha detto prendendo la parola all'assemblea organizzata dall'Associazione nazionale magistrati, pur affermando di essere consapevole delle «critiche» alle quali potrebbero esporsi i magistrati con un'iniziativa di questo tipo. Sullo sciopero e sulle eventuali proteste in occasione delle cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario nelle corti d'appello, che si terranno il 30 gennaio, la giunta dell'Associazione nazionale magistrati farà le sue prime valutazioni mercoledì prossimo. E poi ancora in occasione delle assemblee aperte alla società civile che si terranno il 27 gennaio nei distretti giudiziari nell'ambito di una settimana di mobilitazione che erà già stata convocata contro il processo breve. «Sulla questione delle procure noi abbiamo fatto una richiesta secca, ora aspettiamo» ha detto il presidente dell'Anm a chi gli chiede se sarà proclamato uno sciopero. E il segretario Giuseppe Cascini, ha aggiunto; «non escludiamo nessuna forma di protesta; faremo di tutto perchè si arrivi a una soluzione sul problema delle procurè». Poco prima, parlando all'assemblea, Cascini aveva lamentato il «muro di silenzio e di indifferenza» che ha accolto i ripetuti allarmi dell'Anm sul problema degli uffici delle procure «che ormai stanno per chiudere», chiedendo «alla politica, al governo e al ministro della Giustizia di farsi carico delle loro responsabilità» e assicurando l'unità della categoria in questa «battaglia». Ma aveva anche espresso «sconforto e amarezza» non solo per il «clima di aggressione verso la magistratura» ma anche per iniziative legislative «che hanno l'obiettivo di ridurre l'azione delle procure»: «ormai si dice chiaramente che la loro indipendenza è un problema, così come sono un problema le intercettazioni perchè consentono di far emergere troppi crimini, anche quelli dei colletti bianchi». Ma se si «continua a insultare i giudici- ha avvertito Cascini- si mina un pilastro dello Stato di diritto».

Ansa www.antimafiaduemila.com

11


W W W. O R S AT T I . I N F O

Vito Ciancimino, diviso fra Servizi e Provenzano — Pietro Orsatti Il figlio dell’ex sindaco di Palermo parla ormai da un anno e mezzo dei rapporti intessuti dal padre. Emerge un’area grigia con l’uomo politico al centro a fare da collegamento fra apparati e Cosa nostra. Anche sul caso Moro Un fiume di parole che, a quanto risulta, si affianca a una mole altrettanto impressionante di documenti consegnati ai magistrati: questo il “contributo” di Massimo Ciancimino. Depositati i primi 23 verbali degli interrogatori effettuati dai pm di Palermo in relazione all’inchiesta fra la presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra. E sfogliandoli ci si rende conto che se anche solo una minima parte delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino trovassero riscontro sarà necessario riscrivere interi capitoli della storia della Repubblica italiana. Nelle dichiarazioni di Ciancimino c’è di tutto, dal rapimento di Aldo Moro all’omicidio Mattarella, dalla strage di Ustica a quelle di Capaci e via D’Amelio, dai servizi segreti ai Ros passando per il terrorismo nero e rosso e la banda della Magliana. Il famigerato “papello”? Solo un dettaglio. C’è perfino troppo nelle dichiarazioni di 12

Massimo Ciancimino, c’è il rischio di perdere il filo, di “mancare” la mira sui vari bersagli. Ma andiamo per ordine. È sempre stato evidente che Vito Ciancimino rappresentasse una sorta di area grigia nella gestione del potere non solo a Palermo. Un uomo che collegava Cosa nostra e pezzi dello Stato e in particolare alcuni settori della nostra intelligence. Molto più di Salvo Lima, l’uomo forte degli andreottiani nell’isola. «L’interlocutore politico più vicino o che ascoltava il Riina era l’on. Lima». Ciancimino invece era «veramente legato al Provenzano, non condivideva molto né la politica dei Salvo, né la politica di Lima». Una politica che non distingue il livello “visibile” e apparentemente legale, e si affida alla violenza della guerra di mafia: «Sempre scontri, di continuo». Ma Ciancimino, proprio grazie alla sua capacità di essere ascoltato da Bernardo Provenzano, diventerebbe per i servizi fondamentale. Avere un canale continuo di relazioni con il numero due di Cosa nostra significa gestire potere. Massimo spiega che, comunque, il collegamento fra Ciancimino e i servizi, soprattutto a partire

dalla metà degli anni 80, si restrinse per ragioni di sicurezza a un solo fantomatico uomo dell’intelligence, un certo Franco. Così come si limitarono gli incontri e i collegamenti con uomini ai vertici di Cosa nostra. «Per quanto riguarda quello che ho appreso direttamente da mio padre – racconta Ciancimino ai pm – i rapporti coi Servizi mio padre li ha sempre tenuti, mi ha sempre detto (…) che poi aveva cercato (…) di limitare a uno o due persone i rapporti con l’organizzazione Cosa nostra (…). Da politico con questo tipo di organizzazione, lui aveva detto sempre che il suo pregio, se poteva chiamarsi pregio, era quello di avere rapporti unici, nel senso con Provenzano». Cosa nostra e i servizi deviati, quindi. Uomo esterno e contemporaneamente riferimento di tutte e due le organizzazioni, fin dai tempi del rapimento Moro. «I Servizi hanno avuto sempre un ruolo chiave – spiega Ciancimino – specialmente dopo il sequestro Moro. Mio padre mi disse che era stato pregato per ben due volte (dai servizi, ndr), di non dar seguito a delle richieste pervenute per fare pressione su Bernardo Provenzano perché si attivassero per potere interferire, per quantomeno aiutare lo Stato nella

Licenza Creative Commons


W W W. O R S AT T I . I N F O gliel’avevano detto». E quando si parla di Parisi, il riferimento è all’ex presidente del Palermo calcio Roberto Parisi, ucciso nel 1985. Un processo, quello per l’omicidio Parisi, recentemente rivisto e per il quale sono state annullate tutte le sentenze all’ergastolo precedentemente assegnate. (1/2 segue)

www.terranews.it www.antimafiaduemila.com www.orsatti.info www.agoravox.it ricerca del rifugio di Aldo Moro (…). Perché mio padre diceva che tali richieste potevano pervenire al suo paesano Riina da altri gruppi o esponenti politici, se ciò fosse avvenuto, mio padre doveva convincere il Provenzano a non immischiarsi in questo affare». E anche in questo caso si evidenzia sia la presenza di due linee differenti in Cosa nostra (quella di Provenzano e quella di Riina) e di due collegamenti a gruppi nettamente separati all’interno degli apparati dello Stato che rispettivamente erano rappresentati da Vito Ciancimino e Salvo Lima. Dagli interrogatori emerge anche come l’ex sindaco di Palermo giocasse un ruolo fondamentale nel depistaggio delle indagini sulla strage di Ustica. «Fu nel 1980, non mi posso scordare, 19 giugno 1980, tanto per cambiare ero punito, ne avevo fatta una della mie ed ero costretto ad accompagnare mio padre al Circolo Lauria a un torneo di carte (…). Mi ricordo che proprio quella sera ci fu la cosa di Ustica, la strage di Ustica, mio padre fu chiamato subito, andò via, anche perché in quell’aereo viaggiava la figlia di un amico di papà di cui ho parlato l’altra volta, Alessandra Parisi (…). Mi disse che era successo un casino e che doveva vedere, fece andare a chiamare l’on. Lima, fece andare a chiamare altre situazioni, altri personaggi, e quando ho chiesto a mio padre realmente cosa fosse successo, mio padre mi raccontò che già allora il primo momento si seppe della storia dell’aereo francese che per sbaglio aveva abbattuto il DC9, e che bisognava attivare un’operazione di copertura nel territorio affinché questa notizia non venisse divulgata per niente…». Poi l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, uno dei capitoli più oscuri della storia della Democrazia cristiana. Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto con la moglie e il figlio, un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise. In quel periodo stava portando avanti una radicale modernizzazione dell’amministrazione regionale. Si presume che a ordinare la sua uccisione fu Cosa nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni fra mafia e politica. Un omicidio che tuttora rimane un mistero, del quale si conoscono solo gli esecutori materiali.

Licenza Creative Commons

Massimo Ciancimino ai magistrati racconta come il padre volesse all’epoca «spiegazioni vista l’anomalia (…) dell’esecuzione dell’on. Mattarella». Massimo ricorda che l’ex sindaco gli «raccontò che aveva parlato con un poliziotto, forse con Purpi, gli aveva raccontato che secondo lui c’era la mano anche dei Servizi nell’omicidio». Ciancimino padre non entra nel merito dell’omicidio, non critica l’operazione. Vuole sapere, però, il come e il perché di certe “anomalie”, e le chiede direttamente sia a Cosa nostra che ai servizi. «L’anomalia, cioè che si erano serviti di manovalanza romana legata alle, non so, ai brigatisti rossi, neri, non mi ricordo che colore era… mio padre l’aveva appresa da questo personaggio». E, racconta sempre Vito al figlio, l’omicidio maturò come scambio di favori. Fra chi? Ma c’è un altro omicidio chiave nella ricostruzione che Massimo Ciancimino fa ai magistrati, quello del segretario provinciale della Dc a Palermo, Michele Reina, eseguito da un gruppo di fuoco il 9 marzo del 1979. Appena un’ora dopo l’omicidio, l’azione viene rivendicata con una telefonata anonima al centralino del Giornale di Sicilia: «Abbiamo giustiziato il mafioso Michele Reina», dice la voce che firma l’agguato a nome di “Prima linea”. L’indomani mattina, una seconda telefonata giunge al centralino del quotidiano palermitano della sera L’Ora. Il telefonista dice di parlare a nome delle Brigate rosse, minaccia altri attentati e afferma: «Faremo una strage se non sarà scarcerato il capo delle Brigate rosse, Renato Curcio». Una montatura. Fin dall’inizio gli inquirenti ritengono una bufala entrambe le rivendicazioni. L’omicidio è maturato in ambiente politico mafioso, come conferma Ciancimino oggi. Anche se solo i vertici di Cosa nostra sono stati condannati nel 1999 e sono state stralciate le responsabilità politiche. «Mio padre questo non lo digerì (…). Quando morì Michele Reina, i pianti che si fece». Nel momento dell’omicidio Ciancimino si rende conto anche che in qualche modo è stato messo all’angolo anche perché nessuno, e in particolare Bernardo Provenzano, lo avvisa di quello che sta per accadere. «Non lo avvisò, ovviamente lo sapeva ma a mio padre non lo avvisò, questo tipo di sentore non… ma mio padre non è che era molto al corrente se non erano personaggi a lui diretti, per esempio il sentore di Parisi già

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino Nota - Questa seconda puntata del servizio dedicato all’analisi delle dichiarazioni ai pm di Massimo Ciancimino per ragioni amministrative non è stato e non sarà pubblicato sul quotidiano Terra Dal racconto che fa Massimo Ciancimino della vita di suo padre, dell’ex sindaco di Palermo, emerge un dato di grande importanza per interpretare la storia siciliana e italiana. Sarebbero esistiti fin dagli anni ’70 rapporti continui fra pezzi importanti della politica nazionale, uomini dei servizi e i capi di Cosa nostra. E al centro di questo intreccio vi erano alcuni uomini, fra cui lo stesso Vito Ciancimino. Nella puntata precedente (pubblicata su Terra) di questa ricostruzione delle versioni fornite da Massimo Ciancimino ai magistrati in più di un anno e mezzo di interrogatori, si vede il potente Vito entrare direttamente come intermediario, anche se laterale, in vicende centrali per la storia del nostro Paese: il caso Moro, la strage di Ustica, l’omicidio di Piersanti Mattarrella. E si nota anche come, con l’andar del tempo e con il progressivo deteriorarsi dell’immagine dell’ex sindaco (il primo arresto, le inchieste, le voci di stampa), Vito Ciancimino venisse messo a lato, continuando ad avere un ruolo ma non più di comando. La forza di Ciancimino è e rimane comunque quella di avere, da sempre, un rapporto continuo ed univoco con Bernardo Provenzano. L’insistere da parte di Massimo Ciancimino su questo dettaglio è fondamentale per capire un dato che diventerà di importanza assoluta per capire sia la dinamica delle stagioni delle stragi del 1992/93, sia per districarsi nell’affaire della trattativa fra Stato e mafia. Bernardo Provenzano e Totò Riina hanno due linee e due approcci differenti, come due linee e due referenti diversi hanno Vito Ciancimino e l’andreottiano Salvo Lima. Lima che, secondo Ciancimino, è il canale diretto per Toto Riina. Immediatamente dopo la strage di Capaci, anche se ormai marginalizzato, Vito Ciancimino ritorna

13


W W W. O R S AT T I . I N F O

ad essere fondamentale per riaprire un dialogo con Cosa nostra e interrompere la fase stragista che rischia di mettere a repentaglio decenni di equilibri di potere. Lima è stato ucciso pochi mesi primi, l’unico canale è l’ex sindaco. E qui i ricordi di Massimo Ciancimino si fanno chiari perché è lui protagonista del primo contatto. Secondo il racconto fatto ai magistrati, Massimo viene avvicinato, infatti, su un volo Palermo Roma dal capitano Di Donno dei Ros dei carabinieri e convinto a farsi tramite verso il padre per avviare una sorta di trattativa. Una sorta di pax in cambio della consegna di super latitanti del calibro di Totò Riina, apprenderemo poi. Contemporaneamente Antonino Cinà, medico ma organico a Cosa nostra e coimputato nel processo Dell’Utri, sta facendo invece da tramite sempre per una presunta trattativa (il famoso «si sono fatti sotto» attribuita al capo della cupola) con Totò Riina. I due momenti coincidono, e Ciancimino è chiamato a quella che i pm nell’interrogatorio al figlio definiscono una sorta di «consulenza». Andiamo al racconto dell’intreccio politico mafioso descritto da Ciancimino. De Donno è uomo dell’allora colonnello dei Ros Mario Mori (attualmente i due sono sotto preocesso per aver favorito la mancata cattura di Provenzano nel 1995). Il primo contatto, ricordiamolo, avviene nel periodo che intercorre fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. E avviene dopo che, da anni, Ciancimino ha allacciato una relazione di collaborazione con i servizi e in particolare con un fantomatico “signor Franco” (che a volte viene anche chiamato “signor Bruno”). «Ho sempre detto che mio padre da queste cose, sì, anche per un senso di schifo che aveva provato per tutto ma ne voleva trarre qualche minimo vantaggio, non pensava mai minimamente che questo potesse avvenire solo attraverso il Capitano De Donno e il Colonnello Mori – racconta ai pm Massimo Ciancimino -. Come ho già detto nei precedenti interrogatori ancor prima di iniziare la così detta trattativa mio padre aveva chiesto al signor Franco

14

(l’uomo dei servizi, ndr) se era il caso e al signor Lo Verde (sotto questo nome si nascondeva Bernardo Brovenzano, ndr) se era il caso di ricevere il Colonnello e il Capitano». Avuta rassicurazione sia dall’uomo dei servizi che, a quanto si capisce, anche da Provenzano, Ciancimino si appresta a «mandare avanti questa trattativa». Da uomo accorto Ciancimino chiede al “signor Franco” se altri personaggi fossero a conoscenza della possibile trattativa. «Alla domanda di mio padre, (…) gli era stato riferito che di tutta la situazione erano a conoscenza sia l’Onorevole Mancino (Nicola Mancino, appena nominato ministro dell’Interno e attuale vicepresidente del Csm, ndr) che l’Onorevole Rognoni (Virginio Rognoni, all’epoca ministro della Difesa, ndr). Mi ricordo bene questa situazione perché mio padre di questo rimase un po’ deluso in quanto lui riteneva l’uomo chiave che potesse in quel momento storico dare un contributo, contributo positivo all’esito delle sue situazioni processuali, (sarebbe stato) l’Onorevole Violante (all’epoca presidente della commissione parlamentare Antimafia), difatti più volte chiese se era.. se non si riusciva a coinvolgere l’Onorevole Violante. (…) Non gli fu mai detto di un coinvolgimento dell’Onorevole Violante, ma (il signor Franco, ndr) disse soltanto di fidarsi (e di avere) come referenti l’Onorevole Rognoni e l’Onorevole Mancino». Questo dato, questo insistere in particolare su Nicola Mancino come referente informato, fa nascere innumerevoli dubbi. In particolare su quali furono le motivazioni reali, dopo la strage di Capaci, di una seconda strage così ravvicinata per uccidere anche Paolo Borsellino. Emerge dal racconto di Massimo Ciancimino un altro elemento che ci consente di dare un’altra chiave di lettura alla storia degli ultimi vent’anni della Repubblica. Della possibile trattativa viene informato anche Totò Riina, attraverso Cinà, e questi presenta il cosiddetto “papello”, il foglio con richieste del gotha di Cosa nostra allo Stato. Richieste che Vito Ciancimino reputa, fina da subito, non recepibili se non una provocazione di un capo mafia che ormai si sente intoccabile, vincente, onnipotente. A questo punto, attraverso Bernardo Provenzano, si innescherebbe la vera trattativa, il cui prezzo sarebbe stata la cattura di vari boss fra cui l’arresto di Totò Riina. E Massimo Ciancimino spiega come sarebbe stato proprio suo padre, in collaborazione e probabilmente su indicazioni precise di Provenzano, a indicare come catturare il cosiddetto “capo dei capi”. Indicazioni fornite ai Ros di Mori che, infatti, il 15 gennaio del 1993 arrestarono Riina. È a questo punto che Vito Ciancimino, dopo essersi esposto sia sul versante di Cosa nostra che su quello dei servizi e dei Ros, si trova ad essere

scavalcato e rimosso. E secondo Massimo Ciancimino a subentrare all’ex sindaco, ormai “bruciato” e da lì a poco arrestato, sopraggiunge l’attuale senatore del Pdl Marcello dell’Utri, all’epoca capo di Publitalia e impegnato nella costruzione di Forza Italia: è il ’93. Il particolare emerge dall’interrogatorio del 9 luglio del 2008, quando Massimo Ciancimino racconta proprio della cattura del boss Totò Riina e di come suo padre cavalcando il malcontento di Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, fosse stato convinto a «consegnare» il latitante. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. E proprio nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, che l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. «Da qualcuno che l’aveva scavalcato?» chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: «Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti». Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: «tant’è – prosegue – che lui (Ciancimino n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perché voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perché Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre». E mentre si aspettano gli altri verbali degli interrogatori di Ciancimino ancora non depositati, va in scena a Palermo proprio la fase conclusiva del processo d’appello al senatore Pdl.

(2/2 fine)

L’irritazione del Senatore fa di Ciancimino un testimone eccellente di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella

Il periodo potrebbe essere paragonato a quello dei grandi processi e delle collaborazioni eccellenti, ma è soprattutto per l’Italia l’occasione di conoscere la verità su un sistema affaristico e colluso che va avanti da decenni. È per questo che il fermento dovuto alle dichiarazioni del figlio di don Vito Ciancimino suscitano da una parte ammirazione dall’altra forte, fortissima irritazione. La verità di Massimo Ciancimino è la risultante di una vita vissuta tra quell’impercettibile linea di confine tra affari e mafia, in una Palermo che ha ospitato nei salotti buoni politici e capimafia in doppiopetto. Non si facevano distinzioni allora e non se ne fanno oggi. L’unica differenza sta nella certezza di un processo penale. Se ci sono le prove si procede fino al giudizio (almeno per ora), se non ce ne sono si archivia l’indagine. Massimo Ciancimino racconta fatti e porta documenti. Rappresentano parte dell’eredità di suo padre, un democristiano doc che ha fatto carriera grazie alla

Licenza Creative Commons


W W W. O R S AT T I . I N F O

sua appartenenza al gruppo dei Corleonesi di Riina e in particolare di Provenzano. Criminali della peggior specie che si sono infilati nei pantaloni della politica, sfruttando le loro alleanze con imprese di prim’ordine (come la Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi) e, portando la loro genìa fino al sistema centrale del potere. È una stranezza che uomini condannati per mafia, seppure in primo grado, parlino di complotti. Massimo Ciancimino infatti racconta vecchie storie, accadute da circa trent’anni a questa parte, parla coi magistrati di fatti di sangue, delitti eccellenti e sparizioni improvvise come quelle dei Maiorana padre e figlio, dell’omicidio di Piersanti Mattarella, quello del Gen. dalla Chiesa fino ad arrivare al caso Moro e l’incidente di Ustica. Parla dei contatti tra suo padre e Provenzano e indica coloro che a casa Ciancimino solevano entrare. Non è dunque un’aberrazione sentirlo parlare.  Lo è invece il fatto che ad un ex deputato come Cuffaro (costretto a lasciare la Regione a causa della sua condanna) sia stato poi concesso un posto al Senato. Se nei racconti di Ciancimino entrano dunque le gesta di persone come Cuffaro o Dell’Utri non dovremmo stupirci ma lasciarlo parlare. Per ora tutti i dati disponibili sono contenuti nei 23 verbali di interrogatorio che la Procura di Palermo ha depositato al processo Mori  - Obinu e che contribuiranno ad avvalorare l’attendibilità del teste il quale, il prossimo febbraio, sarà chiamato a testimoniare sulla Trattativa tra Stato e mafia intercorsa, secondo la sua datazione, nel 1992, a cavallo della strage di Capaci e quella di via d’Amelio. Massimo Ciancimino non si presenta dunque a mani vuote, con sé porta gli appunti scritti personalmente dal suo vecchio genitore e, soprattutto, i pizzini che Provenzano inviava a suo padre. Uno dei più rappresentativi era stato consegnato a don Vito l’11 settembre 2001, durante un periodo di degenza in una clinica romana.“Carissimo Ingegnere – diceva – ho letto quello che mi ha dato M. ma a scanso di equivoci ho riferito che ne parlerò quando ci sarà, ci sarà possibile vederci. Mi è stato detto dal nostro Sen e dal nuovo Pres che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. È benintenzionato. (…)” In quel periodo don Vito stanco e un po’ deluso cerca in tutti i modi di trovare una soluzione per ottenere la libertà. Da poco è ai domiciliari e ha finito di scontare la sua condanna per associazione mafiosa. Gli resta ancora qualche anno per estinguere la pena per reati di corruzione. Licenza Creative Commons

Così chiede a Provenzano un intervento per ottenere l’amnistia. “Visti i continui appelli della Chiesa” si poteva approfittare e, con un indulto, “mio padre diventava libero a tutti gli effetti”. Una soluzione che doveva essere perorata da un Senatore e unPresidente che, secondo Massimo Ciancimino, sarebbero rispettivamente Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro. Oltre che da un avvocato, per Ciancimino riferibile al loro difensore Mormino, il quale (all’epoca vicepresidente della commissione giustizia alla Camera) si sarebbe potuto e dovuto muovere per presentare un disegno di legge che avrebbe portato la firma dell’avv. Pisapia. Ma come faceva a sapere Provenzano che l’avvocato era ben intenzionato? Chiede il pm. “Mio padre mi disse che il rapporto con l’avvocato Mormino avveniva attraverso quello che mio padre chiamava lo ‘sfregiato’” ovvero “l’onorevole Reina, il padre di Fulvio Reina sposato con la figlia dell’avvocato Mormino”. Per quanto riguarda i rapporti diretti tra Binnu - Dell’Utri e Binnu – Cuffaro, Ciancimino spiega: “Non so se Cuffaro avesse rapporti diretti con Provenzano ma so che aveva modo di contattarlo direttamente e di poter disporre di favori a suo piacimento”. Dell’ex Presidente della Regione “si era parlato come un soggetto che aveva dato una grande mano di aiuto a questo volere espandersi di Provenzano sia nel campo della distribuzione alimentare sia nella Sanità. Con Dell’Utri invece i rapporti sarebbero stati diretti. Il padre glielo confermò in occasione della preparazione del libro che voleva scrivere con suo figlio, nel passaggio inerente la trattativa gli spiegò che Provenzano lo aveva “scaricato” come politico scegliendo il nuovo uomo di Forza Italia. Ciononostante Don Vito “non stimava Dell’Utri” “lo riteneva troppo impulsivo”. “I loro rapporti, secondo quello che è il racconto di mio padre, risalgono alla gestione di mio papà col preposto della banca di fronte casa che non mi ricordo come si chiamava, del Banco di Sicilia e Banco di Roma con l’operazione dei libretti al portatore. Lo stesso Dell’Utri operava con la zona dove lui aveva competenza in banca, con questo volume di libretti al portatore”. Ciancimino però ribadisce: “Mio padre col dottor Dell’Utri rapporti diretti non ne ha mai avuti” “si reputava a un livello più alto, non gli dava confidenza”, ma se proprio aveva bisogno di lui si rivolgeva ad altri canali come per esempio Francesco Paolo Alamia. Quell’oscuro ragioniere di Villabate che negli anni Settanta era entrato in società con Filippo Alberto Rapisarda nella Inim Spa. La terza azienda milanese nel campo immobiliare nella quale Vito Ciancimino avrebbe custodito interessi economici e, guarda caso, i cui consiglieri erano Marcello e Alberto Dell’Utri. Una storia questa già discussa al processo per concorso esterno in associazione mafiosa a carico dell’ex dirigente di Publitalia, ma che oggi si completa con i discorsi sugli investimenti nel capoluogo lombardo di boss del calibro di Bontade, Buscemi e Bonura rivelati da Ciancimino jr ai magistrati. Proprio su questo punto il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha consegnato ai procuratori di Palermo dei fogli manoscritti da suo padre, in cui i cognomi dei costruttori palermitani sono riportati nella stessa riga insieme ad Alamia,

Dell’Utri e Berlusconi. Si tratta di un inquietante documento ancora omissato che fa parte dei 23 verbali d’interrogatorio a cui l’ultimo figlio di casa Ciancimino sta cercando di fornire delle risposte. Un intricato intreccio d’interessi finanziari e speculazioni edilizie che riportano l’attenzione sui soldi di Cosa Nostra all’ombra della madonnina, attraverso i contatti che gli uomini d’onore coltivavano a Milano. In particolare ritornano quelli che vedono Vittorio Mangano nella villa di Arcore, assunto dal Cavaliere come stalliere. Si rimettono sul tavolo questioni rimaste in sospeso per lungo tempo. Storie di cui si conoscevano filamenti parziali di verità ma che ora possono ritrovare un seguito nei racconti del figlio dell’ex sindaco di Palermo il quale potrebbe essere chiamato a testimoniare al processo Dell’Utri. Per lui il primo banco di prova già fissato è quello del processo per favoreggiamento alla mafia a carico del Generale Mario Mori e del Maggiore Mauro Obinu. Il tema è la mancata cattura di Provenzano nel 1995. I carabinieri non avrebbero catturato il capo di Cosa Nostra per obbedire a un patto scellerato stretto nel 1992. L’anno in cui Riina tra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio intavolò, attraverso Vito Ciancimino, una trattativa con gli stessi carabinieri del Ros, questa volta Mori e De Donno, per dettare allo Stato le regole di una Cosa Nostra sanguinaria e stragista. Si tratta dei famosi 12 punti che lo stesso don Vito aveva cercato di correggere perché ritenuti improponibili e che avevano finito per mettere lo stesso Riina in una condizione di svantaggio: da interlocutore a oggetto di scambio di una nuova trattativa che aveva preso in mano Provenzano con i referenti di una nuova classe politica che doveva rinascere dalle ceneri di quella devastata da Tangentopoli. Da qui il racconto di Massimo Ciancimino sul Senatore di Forza Italia. Il padre si era sentito scavalcato ma aveva capito che Provenzano aveva stretto il nuovo accordo con una persona più credibile: il Senatore di Forza Italia appunto, Marcello Dell’Utri. Rimane sullo sfondo il ruolo centrale svolto dall’uomo dei Servizi Segreti, il signor Franco, in contatto con Provenzano e Vito Ciancimino e la presenza degli Apparati sulla scena dell’eccidio del giudice Borsellino e la sua scorta. A tutte queste domande ancora non sono state date delle risposte e, di certo, l’atteggiamento nervoso del Senatore Dell’Utri lascia intuire che forse le dichiarazioni di Massimo Ciancimino non siano poi così astruse. L’ex presidente della Bacigalupo ha ammesso infatti nei suoi interrogatori con i magistrati di aver incontrato mafiosi (anche se non sapeva che lo fossero, ndr) e di aver pranzato con loro (fatti che sono stati confermati anche da altri testimoni). Inoltre l’eroe a cui Dell’Utri fa riferimento e con cui ha detto di essere stato amico è Vittorio Mangano, non un mafioso qualunque ma un capomafia di Palermo. Se il Senatore non avesse nulla da nascondere risponderebbe con calma e linearità a tutte le accuse, spingendo perfino l’amico Berlusconi, che si era avvalso della facoltà di non rispondere, a spiegare ai magistrati l’origine dei soldi del suo vasto e discusso impero. L’irritazione di Dell’Utri invece fa di Ciancimino un testimone eccellente. www.antimafiaduemila.com

15


W W W. O R S AT T I . I N F O

Ritratto di un non allineato, eretico e teologo marxista

Frei Betto: frate domenicano, politico, giornalista, scrittore. Figura storica della lotta contro la dittatura militare brasiliana, vero e proprio “motore” del movimento di Porto Alegre e dei Forum sociali, autore con Fidel Castro del best seller “Fidel e la religione”. Il suo spirito critico è indomito. Non accetta neppure la moderazione del suo amico, il presidente Lula: «Abbiamo bisogno di politiche di governo, non della politica del governo»

destra. L’arte non deve essere di destra o di sinistra, l’arte deve essere bella. L’artista, invece, sì. Lui deve fare la sua scelta. Ma nella sua bellezza anche l’arte ha una dimensione politica. È un linguaggio che può essere legato o meno con il cambiamento del mondo». Essere sintonizzati con la società, con quello che la muove, che la trasforma. L’utopia? «So che questa è una parola che voi europei non amate molto, ma in America latina questo è un termine che ha invece molta forza. Credere nell’utopia significa sperare in un Pietro Orsatti miglioramento ed essere capaci di lottare per questo». E Betto con l’utopia si è sempre misurato. Giovanissimo, nel 1968, si trovò coinvolto con il movimento di resistenza alla dittatura anche in Un mite, non tanto, politico e intellettuale relazione ai gruppi che organizzarono il rapimento brasiliano incontra una compagnia di danza di ex dell’ambasciatore brasiliano. Nel 1969, per la ragazzi di strada di Rio De Janeiro. Sono seduti seconda volta dopo un primo fermo nel 1964, attorno a un tavolo a poche ore dal debutto. venne arrestato. Catturato dopo un anno trascorso L’uomo si aggiusta gli occhiali guardando i suoi giovani interlocutori. E inizia a parlare, scandendo come latitante in un convento francescano a Porto Alegre sotto falso nome. Torturato in carcere. E le parole. «L’arte, tutta l’arte, è essenzialmente politica. Non può mai essere solo apparentemente come lui vennero torturati centinaia di militanti, politica. Perché la politica è tutto, è l’arma politica fra cui moltissimi frati domenicani. Dopo quell’esperienza scrisse un libro, Battesimo di che vi permette di stare qui». Sorride appena, sangue, nel quale denunciava la repressione della accennando a una pausa. «Pensate a questo: giunta militare e raccontava la storia di un altro quando salite sul palco siete come i vostri fratelli frate, Frei Tito, che non riuscendo più a rientrare sem terra che occupano il latifondo. Pensateci, stasera, quando salirete sul palco, anche voi starete alla normalità dopo il carcere e le torture si suicidò in Europa da esule. occupando le terre del latifondo. È il vostro modo Betto, prima di essere attivamente coinvolto nel di fare politica. È il vostro modo di cambiare il governo Lula, è stato uno dei motori intellettuali mondo. Il vostro modo di cambiare la realtà ». dell’affermazione dei movimenti sociali e sindacali Retorico? Demagogico? Se a pronunciare queste in Brasile. Amico e biografo di Fidel Castro, dopo parole non fosse Frei Betto da Belo Horizonte aver lasciato alla fine del 2005 il governo Lula, è probabilmente si. Ma se a pronunciarle è proprio tornato al suo lavoro di scrittore e giornalista a Carlos Alberto Libânio Christo detto Frei Betto, le tempo pieno. Racconta della sua amicizia con il cose cambiano. Frate domenicano, politico, leader cubano: «Il mio primo incontro con Fidel è giornalista, scrittore. Figura storica della lotta stato nel luglio 1980 a Managua, nel primo contro la dittatura militare brasiliana, vero e anniversario della rivoluzione sandinista nel 1981. proprio “motore” del movimento di Porto Alegre, Sono poi andato a Cuba, dove si stabilì una dei Forum sociali. Ideatore del programma Fame amicizia forte che nel 1985 ho avuto l’opportunità Zero del primo governo Lula e poi critico verso di trasferire in un libro». Un best seller non solo a l’amico presidente (i due sono amici davvero fin Cuba, ma in tutto il mondo, in cui Betto e Castro dai primi anni Settanta) per le scelte neoliberiste dialogano senza pudori ricercando il superamento del governo brasiliano. Uno così se lo può anche degli steccati fra marxismo e cristianesimo di base, permettere di essere retorico. «Non esiste arte neutra – spiega Betto -. Ogni volta fra socialismo e teologia della liberazione. Betto infatti, era e rimane una delle voci critiche e che si pretende di fare arte neutra si sta facendo solo intrattenimento, e questo fa solo il gioco della non allineate di quel pensiero nato a cavallo della rivoluzione cubana e della nascita della teologia 16

della liberazione negli anni Sessanta nella Conferenza dei vescovi latinoamericani di Medellin. Teologia della liberazione di cui rimane una delle voci più autorevoli insieme a Leonardo Boff. E come il vecchio francescano estromesso dalla Chiesa cattolica, costretto a lasciare la toga da un silenzio imposto più di vent’anni fa dall’allora capo della dottrina vaticana Ratzinger, ha continuato ad analizzare paradigmi sociali e culturali integrandoli in una visione laica della teologia. Una visione che li ha resi, entrambi, eretici per scelta e distanti galassie perfino dalle visioni più progressiste che sopravvivono all’interno della Chiesa oggi. Per lui i venti anni di dittatura militare non sono stati ancora assorbiti e metabolizzati dalla società brasiliana. Quel periodo, secondo Betto non potrà essere mai superato, se non verranno resi pubblici «i file delle tre forze armate, portando il torturati e torturatori in tribunale, e scoprendo la sorte delle persone scomparse e recuperando i corpi di coloro che sono stati uccisi illegalmente». Betto ritiene che questo non sia avvenuto per «mancanza di volontà politica». Secondo l’intellettuale brasiliano, una delle conseguenze più visibili delle eredità della dittatura è il grandissimo livello di esclusione sociale che ancora isola milioni di brasiliani da un processo, evidente, di crescita economica del Paese. Un ragionamento, quello della mancanza di coraggio, che Betto oggi trasferisce su tutta l’azione sociale del secondo mandato del presidente Lula. «Un governo progressista, come quello di Lula, tende a neutralizzare i movimenti popolari. Le politiche sociali che ha portato avanti, che sono importanti ma non sufficienti, rendono la popolazione passiva, lasciata ad attendere la manna dal cielo. Un governo paternalistico». Da qui una sorta di smobilitazione da parte dei movimenti sociali «Il processo di smobilitazione – spiega Betto – è iniziato con la morte del programma originario Fame Zero e lo smantellamento dei Comitati di gestione, avvenuto in quasi 3 mila città, dando vita alla Compagnia famiglia, gestito esclusivamente da parte dei governi municipali e non dai movimenti sociali ». Di fatto si sarebbe passati da un programma di inclusione sociale a un limitato programma assistenzialista snaturando la natura di un progetto che la stessa Organizzazione Licenza Creative Commons


W W W. O R S AT T I . I N F O

mondiale della Sanità aveva segnalato come modello da adottare globalmente per la lotta alla denutrizione cronica. È spietato Betto con il suo amico Lula, con cui ha diviso anche periodi di clandestinità, quando quest’ultimo era ai vertici del sindacato dei metalmeccanici a Sao Paulo. «Mi spiace che in sette anni – spiega Betto -, il governo Lula non abbia messo in atto alcuna riforma strutturale del Paese: non la riforma agraria, non un’equa politica fiscale o l’istruzione. Vi è stato un progresso significativo, certo. Ma abbiamo bisogno di politiche di governo, non della politica del governo. Penso che sarebbe sufficiente per fare un vero salto di qualità mettere in atto le misure adottate da parte dell’Assemblea costituente del 1988». Come dire: caro Lula, ricominciamo da zero.

spalle far pesare l’assoluta incapacità del suo governo e del modello neoliberale di risollevare il paese: quegli 80 milioni di messicani che già hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. Che però reagiscono: alla chiusura di questo articolo, l’alba di martedì in Messico, decine di blocchi stradali sono segnalati nelle principali strade del paese. Come se non bastasse l’aumento dell’IVA, non appena sconfitta la resistenza degli elettricisti di “Luz y Fuerza” e di fatto terminando la privatizzazione del settore (con il solito bla bla bla, sull’efficienza, la concorrenza e i benefici per i cittadini) la seconda cattiva notizia per i portafogli dei messicani è l’aumento indiscriminato, intorno al 5%, della stessa elettricità (sic), della benzina con la quale vanno le auto e del diesel con il quale si muovono le automobili.

NOTA: questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Terra con lo pseudonimo di Antonio Di Nozzo solo perché già consegnato al curatore delle pagine domenicali del giornali Aldo Garzia. Il non ritiro dell’articolo è stato dettato solo dalla volontà di non mettere in difficoltà un amico e collega.

Un aumento del 5% che, secondo la Camera di Commercio della capitale, si rifletterà in un 5% di inflazione immediata su tutto. Sono già aumentati metro e trasporti urbani ed extraurbani, indispensabili in questa città enorme, ma a pioggia gli aumenti si rifletteranno su ogni bene di prima necessità, tortilla compresa, la base dell’alimentazione messicana. Ciò nel corso del 2010 comporterà una perdita del potere d’acquisto per i messicani a medio e basso reddito che potrebbe toccare il 20%. Non c’è bisogno di essere critico del modello neoliberale per sconsigliare in un periodo di recessione la decisione di Calderón di comprimere ulteriormente il mercato interno. Ma la stretta fiscale sembra essere l’unica carta nelle mani del governo panista. Pemex, una delle principali imprese petrolifere al mondo, che ha letteralmente mantenuto il paese per decenni e che ancora contribuisce per il 40% al bilancio dello stato è alla frutta pur avendo registrato un attivo di 14 miliardi di dollari nei primi 11 mesi del 2009. Avrebbe bisogno di essere ristrutturata profondamente (come Petrobras o Pdvsa) per evitare quell’assurdo di esportare petrolio per importare benzina che è incapace di raffinare. Ma il governo preferisce lasciar acutizzare la crisi di Pemex per imporre la grande privatizzazione che è

Inizia un caldo 2010 per il Messico L’anno per i messicani, quelli delle classi medie e popolari s’intende, è cominciata con una rabbia ancora sorda e con una preoccupazione diffusa. In un continente dove le tasse dirette sulla ricchezza sono semplicemente risibili, l’aumento dell’IVA al 16% dal primo gennaio suona come una beffa e una nuova ingiustizia. Così il governo di Felipe Calderón, che ha sulla coscienza già 16.000 morti in tre anni nella guerra del narcotraffico nella quale lo stato, la politica, l’esercito sono parte in causa, ha scelto su quali

Licenza Creative Commons

nei patti per i quali Calderón e il PAN (Partito di Azione Nazionale, destra conservatrice) stesso stanno governando da quasi un decennio questo paese. Se la linea del governo è chiara, altrettanto chiara è la situazione insostenibile nella quale versa la popolazione. La Coneval, un ente che misura lo sviluppo del paese, è stato chiarissimo nel suo ultimo rapporto. Il 65% dei messicani non ha accesso a servizi sociali, l’81% della popolazione è al di sotto della linea media di entrate e 5 milioni di bambini sono di fatto al di fuori di qualunque regime di assistenza. Dei quattro servizi fondamentali, salute, educazione, acqua potabile e alaccio fognario, al 70% dei messicani ne mancano almeno due. A ciò si aggiunge il fatto che la dozzina di milioni di messicani emigrati, soprattutto negli Stati Uniti, è sempre più in difficoltà nell’inviare rimesse. Nel 2009 le rimesse totali sarebbero state di meno di 20 miliardi di dollari contro i 23.5 del 2008 con una costante diminuzione procapite che viene dall’anno 2000. Allora i migranti inviavano a casa 370 dollari a testa. Oggi non arrivano più a 300 e il 17% di loro sarebbe al momento disoccupato o gravemente sottoccupato. In una situazione così difficile i messicani, anche quelli meno politicizzati, masticano amaro o si riuniscono in solidarietà con chi paga le conseguenze più gravi della crisi, come è avvenuto nei mesi passati con gli elettricisti di “Luz y Fuerza”. Alla chiusura di questa nota imponenti blocchi stradali, con migliaia di trasportatori accompagnati dai sindacati degli elettricisti, che ricambiano così la solidarietà ricevuta, stanno bloccando le principali strade del paese come quella che porta da Puebla a Veracruz. Ancora squilli di rivolta dal grande stato fallito?

www.giannimina-latinoamerica.it

17


W W W. O R S AT T I . I N F O

del mese Per ricevere automaticamente la newsletter sulla vostra mail iscivetevi alla mailing list su www.orsatti.info

Newsletter mensile www.orsatti.info pietro@orsatti.info

A SCHIENA

D R I T TA

Un anno di reportage e inchieste sulla riorganizzazione di Cosa nostra dopo i clamorosi arresti di Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo. Partendo dai clan “periferici” della mafia rurale di Partinico, ai massimi sistemi e alle inquietanti connessioni con pezzi dello Stato. Un viaggio in una Sicilia che tenta di reagire e di modificare un percorso di emarginazione sia dal punto di vista sociale che sul piano della legalità. Un’inchiesta che punta anche all’emersione e all’analisi di figure criminali considerate erroneamente marginali e che, alla luce di una vera e propria guerra di mafia in atto in questo periodo, si rivelano come ai vertici del sodalizio criminale. L’immagine di copertina è di Maura Pazzi formato: 13,5x21 pagine: 228 prezzo: € 18,00 ISBN: 978-88-95265-26-1 SOCIALMENTE, VIA XXV APRILE 19, 40057 GRANAROLO DELL’EMILIA (BO)

Edizione n.1 dicembre 2009


News letter del mese n2 gennaio 2010