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Orlando esplorazioni DOVE MI SENTO A CASA/1

Quando l’autobus passava in strada l’appartamento tremava tutto

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ono nato a via Flavia 72, rione Ludovisi, Roma. Cioè, tecnicamente sono nato all’ospedale San Giacomo, dietro via del Corso, in pieno centro, sempre a Roma. Adesso l’hanno chiuso, l’ospedale San Giacomo. Ci vogliono fare un albergo di lusso. O un bingo. Vabè, comunque anche il rione Ludovisi è piuttosto centrale. È il rione dove sta Porta Pia. C’è pure il pezzo di muro dove i bersaglieri fecero la breccia. C’è una targa in marmo che lo ricorda, appesa a quel pezzo di muro. A via Flavia 72 vivevamo in un bell’appartamento di 115 metri quadri. Io, mia madre, mio nonno ( il padre di mia madre) e mio zio (il fratello di mia madre). Quando l’autobus passava in strada l’appartamento tremava tutto. Anche quando passava il camion della nettezza urbana l’appartamento tremava tutto. Stava al quinto piano. Era un bell’appartamento, però. Era grande e il riscaldamento decidevi tu quando accenderlo. La mia camera pendeva un po’ verso sinistra. Ma era una bella camera, con un armadio grande. Il fruttivendolo sotto casa, che la gente diceva che prestava i soldi a strozzo, aveva delle foto attaccate alle pareti. Le foto erano virate seppia. Erano foto di suo nonno che pasceva le pecore. Lì di fronte, a via Flavia. Nel 1932 a via Flavia, rione Ludovisi, zona piuttosto centrale di Roma, si pascevano le pecore. Pensa te. Un quarto d’ora a passo svelto e sei a piazza di Spagna. E ci pascevano le pecore. Nel 1932. Pensa te. Poi, quando mio nonno morì, ci trasferimmo. La casa non era nostra e ci aumentarono l’affitto in maniera sostanziosa. Con un vecchio allettato che c’ha il cancro non vi possono cacciare, ci dissero. Era vero. Poi, però, i vecchi, soprattutto quelli allettati che c’hanno il cancro, muoiono. E allora, se non paghi, sì, ti cacciano. Ci trasferimmo ospiti a casa di mio zio, il fratello di mia madre, che nel frattempo si era sposato con una donna ricca che c’aveva un villone mega all’Olgiata. L’Olgiata è un ghetto per gente ricca, annoiata e con un gusto pessimo in fatto di feste di compleanno, situato all’estremo nord di Roma. Molto oltre il raccordo anulare, per intenderci. La villa c’aveva la piscina. Io e mia madre ci trasferimmo lì ad aprile. Io uscivo la mattina per andare a lavorare, facevo il magazziniere. Un viaggio, per andare a lavorare. In centro, lavoravo. Praticamente il grosso del lavoro era andare e tornare dal lavoro. Quando la sera tornavo a casa, qualunque ora fosse, mi buttavo in piscina. Siamo andati via da lì a metà ottobre. Io praticamente da inizio aprile a metà ottobre o stavo al lavoro o stavo in piscina. Spesso dormivo su una sdraio fuori. C’avevano i cuscini legati intorno, le sdraio. Da inizio aprile a metà ottobre ha fatto bel tempo. Ero abbronzatissimo in quel periodo. Un magazziniere che vive all’Olgiata, minchia. Poi spacci droga, no? Mi sono scopato tre donne, in quel periodo. Record assoluto. Nessuna bella, ma che importa. Poi ci trasferimmo a via Livorno, una via che collega piazza Bologna alla stazione Tiburtina. Anche lì in affitto, naturalmente. Un affitto che ci potevamo permettere, però. Io nel frattempo ero andato a lavorare nell’azienda della mia zia ricca. Anche lì facevo il magazziniere. Ma vuoi mettere. Lì ero il magazziniere della zia ricca e proprietaria. Sei il nipote della proprietaria e fai il magazziniere, minchia. Non è che spacci droga, per caso? L’appartamento di via Livorno 36 non era bello. Era piccolo e messo male. Ma a noi ci andava bene lo stesso. Mia madre era depressa e prendeva in continuazione delle pillole blu. A me davvero non fregava un cazzo. Delle

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PRIMAVERA 2013 di ALESSIO DIMARTINO DOVE MI SENTO A CASA/2 condizioni dell’appartamento, intendo. Se pioveva non mi bagnavo e la notte c’avevo un posto caldo dove dormire. Quindi era ok. Un giorno, una persona conosciuta in un punto SNAI nelle vicinanze, mi disse: denuncia il padrone di casa. C’è una legge fatta apposta. Se denunci il padrone di casa che ti fa stare in nero, poi per almeno tre anni rimani dentro a una cifra ridicola, tipo duecento euro al mese. Ti giuro, l’ho fatto io. Torno a casa. Do la buona notizia a mia madre. Lei non mi sente. Io non denuncio il padrone di casa. È una brava persona, il nostro padrone di casa. E poi è amico degli zingari. Gli sbrigano dei lavoretti. Non si sa mai. Poi però ha infartato, il nostro padrone di casa. Mentre guardava la Roma in televisione, mi dissero. E la casa, non so come, se l’è intestata uno zingaro. Abbiamo dovuto sloggiare piuttosto in fretta, io e mia madre. Lei non capiva bene cosa stesse accadendo. Io nemmeno, per la verità. Però le dissi: ma’, forse è meglio che andiamo. Non si sa mai. E così ci trasferimmo in un bilocale di un amico di mio padre. Mio padre non è mai entrato in questa storia, fino adesso. E infatti non ci entra manco adesso. D’altronde ci uscirebbe subito dopo esserci entrato. Risparmiamoci la fatica. Il bilocale, in realtà trilocale, visto che c’erano due stanzette da letto e una stanzetta ancora più piccola che era il cesso, si trovava in località Torre Spaccata, zona Casilina. La zona col più alto tasso di kebabbari a Roma, dicono. Infatti lì, nell’aria, non c’è puzza di smog. C’è puzza di kebab. Nella mia stanzetta da letto c’era l’angolo cottura. Infatti la mia stanzetta da letto doveva essere il soggiorno con cucina, si pensa. Quando cucinavo un pezzo di carne in padella dovevo tenere per metà cottura la padella fuori dalla finestra, se no poi non dormivo dall’odore. Tanto a me la carne piace al sangue. Praticamente cruda. E mia madre… mia madre non mangiava molto. Praticamente nulla. Non si stava male in quel bilocale ma in realtà trilocale, dopotutto. Certe sere, quando non trovavo manco un cane con cui bere una birra, mi veniva voglia di spararmi in bocca. Ma non si stava male, dopotutto. Non possedendo armi da fuoco, pensavo a un volo dalla finestra, certe sere. Solo che dalla finestra, di solito, ci entravo e uscivo di casa. Stavamo al piano rialzato. Davvero poco rialzato. Sarebbe stato come tentare di uccidersi gettandosi violentemente fuori dalla porta d’ingresso. E no, dai. Perché non ho chiesto un prestito agli zii ricchi, chiederete voi. E chi vi dice che non l’ho chiesto? Non me l’hanno dato. Ho scoperto che ai ricchi non piace prestare soldi. I poveri prestano i soldi. Tanto, anche se non gli tornano indietro, non gli cambia un cazzo. Solo che farmi prestare dieci euro non cambiava un cazzo a me. Ora io e mia madre viviamo qui, in campagna. In campagna vicino Velletri. Mi sono inventato un mestiere. Non faccio più il magazziniere, ora. Ora tengo i cani alla gente che va in vacanza e non se li può portare appresso. Una specie di ospizio canino. Anzi, senza specie. È proprio un ospizio canino. Abbiamo tanto spazio. Abbiamo un giardino molto grande. Un discreto tot di ettari di terreno. Quand’è periodo ci crescono persino le pesche. C’è un albero di pesche. E pure uno di mandarini. Anche il casolare è spazioso. E accogliente. E bello. C’è il camino. C’è il barbecue in muratura. Come abbiamo fatto, io e mia madre, a ottenere tutto ciò, chiederete voi. Ricordate mio padre, che era inutile entrasse in questa storia, per la fretta con cui avrebbe dovuto abbandonarla? Ebbene, alla fine ce l’ha fatta, lo stronzo. Ci è entrato. Ma anche in fretta uscito. Ha infartato pure lui. Però s’è scoperto che c’aveva ‘sto popò di possedimento. E soprattutto s’è scoperto che l’ha lasciato a me. Troppo stronzo non doveva essere, in fondo. Mia madre prende sempre meno pillole blu. Ha iniziato a magiare la carne. Ogni tanto sorride pure. A mia madre piacciono i cani.

Nella pancia di una coccinella

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ì, proprio nella pancia di un coleottero, di quelli che da piccoli avrete inseguito almeno una volta, convinti di riuscire a succhiargli via tutta la fortuna, sicuri che, prima o poi, vi sarebbe servita per realizzare ciò che volevate o ciò di cui avevate bisogno. E qui comincia la nostra esplorazione, perché le due cose non sempre vanno d’accordo e non vi citerò prestigiosi filosofi o tormentati autori romantici, no, la scelta fra queste due posizioni va ben oltre le cosiddette menti elette. L’esplorazione comincia da Mamma Odie. Ve la ricordate? No? Signori, oltre a leggere, bisogna anche andare a cinema e se, come me avete un figlio di cinque anni, sarà lui a scegliere le pellicole che andrete a vedere, fornendovi una scusa inattaccabile per godervi ogni nuovo lungometraggio animato in uscita, americano o nipponico che sia. Ora vi è tornata in mente Mamma Odie? Ok, vi aiuto: è un personaggio minore de La principessa e il ranocchio (49° lungometraggio fra i “classici” Disney, distribuito nel 2009), una anziana sacerdotessa voodoo un po’ matta e molto cieca, che ha scelto come casa un albero cavo al centro di una mefitica palude. Ecco, Mamma Odie non fa che cantare e dimenarsi, dall’alto dei suoi anni, per tutto il film (è un musical ambientato a New Orleans), cercando di spiegare ai due protagonisti, entrambi pronti a cambiare la loro vita e la loro casa, che ciò che volevano non era ciò di cui avevano davvero bisogno. Perché accettare consigli da una pluricentenaria che vive in una palude? Beh, tanto per cominciare perché ha scelto come casa un luogo che in pochi avrebbero scelto, soprattutto se anziani, soli e cechi, un luogo inospitale, umido e oscuro. Un luogo dove per riuscire a intravedere la bellezza bisogna avere molta fantasia o forse il coraggio di mettere in discussione gli schemi mentali della maggioranza e scegliere ciò di cui si ha bisogno e non ciò che si vuole o si dovrebbe volere. Ma torniamo alle nostre coccinelle. Non vi preoccupate, niente più cartoni animati. Qui parliamo di vere coccinelle… o quasi. Che si scambiano sguardi d’intesa, sogghignando per le corse delle signore che con i loro tacchi arditi si arrampicano sulle scale che portano fin dentro le loro pance. Una volta entrate le signore e i loro accompagnatori scopriranno che il ventre di una coccinella gigante è rosso, come il ciliegio con cui è stato rivestito, come le poltroncine che lo percorrono, come la passione che vi si aggira da or-

di PIERFRANCESCO MATARAZZO mai dieci anni. Vi state avvicinando? Un altro piccolo aiuto: siamo a Roma, in una casa molto importante, quella della musica. Siamo all’Auditorium costruito da Renzo Piano a forma di tre giganteschi coleotteri in un vecchio quartiere creato per le Olimpiadi del 1960. Una casa che ha appena compiuto dieci anni (inaugurata nel dicembre 2002) e che è riuscita dove molte altre case hanno fallito, concedendo ai suoi abitanti il lusso di sperimentare, di esplorare ciò di cui hanno bisogno e paura al contempo: l’assoluta libertà. Prima che di azione, di pensiero. Ma il pensiero, come direbbe Mamma Odie, ha bisogno di essere lasciato un po’ in pace, nel silenzio, senza che nessuno lo bombardi con immagini, azioni e richieste altrui; in pace, perché possa liberare la sua casa da tonnellate di parole altrui, che per anni gli hanno indicato il cammino, gli hanno spiegato ciò che doveva volere. È anche per questo che le orchestre, prima di iniziare a suonare, si prendono qualche attimo per accordare gli strumenti. Pensate davvero che la Royal Philarmonic Orchestra di Londra, la Saito Kinen o l’orchestra di Santa Cecilia, abbiano bisogno di capire pochi attimi prima del gesto vibrante del loro direttore se i loro strumenti siano accordati come si deve? Nossignore, fanno pulizia. Pulizia nella loro casa mentale, pulizia nella dimora dove si nascondono le loro paure, pulizia nel luogo dove si sono aggrovigliate le stoccate e i rimproveri di una vita dedicata a un solo e unico padrone: lo spartito. Stanno scegliendo, decidendo, ancora una volta, se ciò che vogliono e ciò di cui hanno bisogno sono possibilità sovrapponibili. Se lo saranno, voi che vi sarete accomodati nella pancia di una coccinella per fuggire da una casa di scelte troppo pesanti, potrete iniziare un viaggio di esplorazione che vi porterà fuori dalle decisioni più consunte, fuori da quella “piacevole serenità” cui si riferisce spesso la scrittrice e drammaturga Yasmina Reza in una delle sue pièces più famose (Il dio de massacro – Adelphi 2011), quel senso di totale indifferenza, non solo per l’altrui bisogno, ma anche per il proprio, messo (apparentemente) sempre al di sopra di tutto, ma mai esplorato fino in fondo. Ma intanto il silenzio sarà finito, la musica starà per farvi germogliare sulla testa decine di orecchie di ogni forma e colore, per spezzare ogni precisa scusa che la vostra casa mentale avrà costruito pur di impedirvi di partire. Ecco, sta iniziando. Mettetevi comodi.

Un giorno sopra!u!o, sarà la casa intera a scomparire, saranno la via e il quartiere che moriranno.

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Orlando n 2  
Orlando n 2  

Secondo numero della rivista

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