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PRIMAVERA 2013 viene retrocesso dall’oblio e dalla rimozione. Alla gozzaniana Villa Amarena, tra silenzio e “fuga delle stanze morte”, tra “odore d’ombra” e “odore di passato”, resta la “bellezza riposata dei solai/dove il rifiuto secolare dorme”, un ciarpame di indizi che solo l’affettuoso filtro ironico, già applicato al catalogo salottiero delle “buone cose di pessimo gusto”, può sottrarre all’usura del tempo. Non resiste invece all’alluvione che “ha sommerso il pack dei mobili” la cantina fiorentina di Eugenio Montale (Satura), ultimo rifugio di frammenti identitari (“qualche pennello/da barba, mille cianfrusaglie e tutte le musiche di tuo fratello Silvio”); ma neppure regge alla “atroce morsura/di fango e sterco” un arcipelago di oggetti, dai “marocchini rossi” delle rilegature al “timbro di ceralacca con la barba di Ezra”, reperti per sineddoche di un’epoca della cultura che il soggetto avverte amaramente come ormai superata. Miglior sorte tocca a una casa più recente, quella di Niccolò Ammaniti in Io e te: l’intera vicenda si svolge “in una casa degli anni 50 ammassata in una cantina”, luogo segreto di una vita alternativa, di una settimana bianca mancata, dove si celebra un rito familiare sui generis tra i vecchi mobili polverosi. Lo spazio scelto dal giovane protagonista, inizialmente baluardo individuale, prigione volontaria per separarsi dal mondo, si apre alla profondità del rapporto con la sorellastra. Quello della casa si rivela spazio di gelosa chiusura, di feroce tutela del privato, di fuga dalle responsabilità del vivere civile. Ma la casa è anche ricerca di protezione, è condivisione, dialogo familiare, santuario di affetti e di “piccole virtù” domestiche. Salendo ai piani più alti di questa ideale casa del Novecento, varia si presenta la gamma di atmosfere, difficile la sintesi di sentimenti contrastanti, di valori in evoluzione. La camera della Metamorfosi di Franz Kafka, in cui Gregor Samsa divenuto insetto è confinato, è angosciosa e ostile enclave, priva di calore familiare. Più accogliente in prospettiva futura appare a Mattia Pascal, nel romanzo di Luigi Pirandello, la “camera mobiliata” in cui “allogarsi a pensione” dopo la fuga dalla “trappola” familiare: almeno inizialmente sembra al protagonista una soluzione in perfetto equilibrio tra l’idea di libertà possibile solo “con la valigia in mano” e la presa di coscienza, conse-

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guente alla rinuncia della propria identità, di “non poter più avere una casa”. Con la sua vocazione alla problematicità, anche in cucina il Novecento si distanzia dalla grandiosità fuligginosa del focolare di Fratta in Ippolito Nievo o dalla dimessa convivialità attorno alla “polenta bigia di grano saraceno” della cucina di Tonio nei Promessi sposi. L’ambiente familiare per eccellenza riassume in sé l’anima di una casa-nodo di grovigli esistenziali, palcoscenico a volte di armonie affettive, ma più spesso di conflittualità latenti o esplosive. Nel Gadda della Cognizione del dolore, l’odi et amo di Gonzalo per la madre si trasferisce sulla casa, sulla villa lombardo-sudamericana invasa dai peones, e si concentra non casualmente nel luogo della preparazione del cibo. Nello stesso contesto di “casalinghitudine”, ma con il fondale del boom economico, si svolgono “le ore migliori”, quelle di una moglie e del “lavoro domestico,/che è troppo trascurabile realtà/per essere degno di storia” (Giovanni Giudici, La vita in versi). È l’eroismo di una rassegnata epica quotidiana. Ma basta spostarsi anche solo nella sala da pranzo ed ecco che Italo Calvino trova il luogo ideale per ambientare l’iniziale ribellione alla famiglia di Cosimo e la conseguente scelta di vivere sugli alberi, da barone rampante che rifiuta per sempre il ritorno nella casa di Ombrosa. A conferma di una attenzione costante al tema, lo stesso autore indaga l’universo abitativo delle città invisibili con una geniale anticipazione della Rete e della sua virtuale ragnatela. A Ersilia, per stabilire rapporti, gli abitanti “stendono fili tra gli spigoli delle case” e quando i fili sono troppi “le case vengono smontate”; “restano solo i fili e i sostegni” e la città viene riedificata altrove. È oggetto di acuta analisi persino il bagno, in cui i due sposi nell’avventura esemplare del loro amore difficile contrastano la disumanità dei turni di lavoro, ritagliandosi una nicchia di intimità negli spazi angusti della loro casa operaia. E non manca la denuncia della speculazione edilizia con “casamenti di sei otto piani”, segno di una “febbre del cemento” che a inizio degli anni ‘60 si è impadronita della Riviera ligure e dell’immaginario collettivo piccolo borghese. Nella loro seriale moltiplicazione, queste “seconde” case assomigliano agli anonimi alveari urbani, “i trentacinque metri” in cui la giovane coppia parigina di Georges Perec (Le cose) deve comprimere suppellettili e aspirazioni. Ma per la nuova classe emergente sono lo status symbol di una raggiunta emancipazione, i luoghi dove ricollocare frustrazioni e sogni. Ed è proprio Perec a darci in La vita istruzioni per l’uso la più straordinaria rappresentazione in diretta del vivere cittadino novecentesco. Il suo condominio dilata in una logica combinatoria di spazi, di tempi, di storie l’osservazione di “un palazzo parigino di cui sia stata tolta la facciata, in modo che, dal pianterreno alle mansarde, tutte le stanze siano immediatamente e simultaneamente visibili”, ipotizzando

una alternanza di pieni e di vuoti, ricca di proficue soluzioni narrative. In questa ulteriore antinomia abitativa, se con le ultime ore trascorse dagli aristocratici proprietari nella casa ipotecata del Giardino dei ciliegi Anton Cechov trasmetteva la percezione struggente della fine di un mondo, l’ipertrofico sperimentatore dell’Oulipo consegna in Specie di spazi un inventario vertiginoso di azioni legate al sottrarre, presenti nell’esperienza non meno drammatica del traslocare: “Lasciare l’appartamento. Sloggiare. Fare piazza pulita. Inventariare riordinare classificare selezionare” aprono una serie di 46 gesti che si conclude con un perentorio “Partire”. Se la stabilità del possesso della casa, con l’estensione delle radici e la quiete del microcosmo immobile, appare felice contraddizione di fronte alla precarietà della condizione umana, in altri casi l’abitare genera abitudine, ritualità, soffocante ripetizione. Nella claustrofobica casa di Carla, protagonista nel romanzo Gli indifferenti di Alberto Moravia, “l’abitudine e la noia stavano in agguato e trafiggevano l’anima come se i muri stessi ne avessero esalato i velenosi spiriti; tutto era immutabile”. È il sistema di valori borghesi in disgregazione, già rappresentato nel salotto di casa Malfenti, ma sottoposto dall’interno alla corrosiva ironia della sveviana Coscienza di Zeno, unica cura alla “salute malata” di vuote convenzioni. Anche nella classica dialettica tra movimento e stasi, tra fascino del viaggio e nostalgia del ritorno a un pantheon domestico, già operante fin dall’archetipo dell’Ulisse omerico, il Novecento dà prova di sorprendente vitalità. Così per Giuseppe Ungaretti, il più sradicato degli ulissidi novecenteschi, ci può essere una Casa mia, ma lontano da ogni retorica e in un abbassamento di tono che demitizza anche il Natale. Il “girovago”, incapace di “accasarsi” perché sempre alla ricerca di un “paese innocente”, di una “terra promessa”, può trovare nel “caldo buono”, nelle “quattro/capriole/di fumo/del focolare” un perfetto se pur momentaneo ubi consistam. In altra dimensione, il viaggio dentro se stessi è l’occasione per un itinerario a ritroso nella casa dell’infanzia, che in un felice riscatto di memoria proustiana si staglia indelebile in cima al paese (Lalla Romano, La penombra che abbiamo attraversato). Oppure è irrazionale gioco di specchi senza freni inibitori, elogio dell’insignificanza in un caleidoscopico vagare tra libere associazioni nella notte in dormiveglia di Molly Bloom. L’antiPenelope novecentesca, nell’Ulisse di James Joyce, con il monologo finale sovverte l’ordine cronologico degli eventi personali nella stratificazione temporale del flusso di coscienza, che la fa migrare dal presente nel letto di casa, alla stanza di sé bambina all’epoca dei primi turbamenti sessuali, alla casa della giovinezza a Gibilterra, alle atmosfere delle posadas dalle grate moresche. Se in questo inconsueto viaggio autour de sa chambre è la memoria individuale

Orlando esplorazioni

a prevalere, nelle case dei libri e delle biblioteche è il labirinto della memoria collettiva a prendere il sopravvento. Nelle case di Ray Bradbury in Fahrenheit 451, per sottrarsi al fuoco devastatore di un potere onnipresente che li teme, i libri devono rifugiarsi negli anfratti domestici o abitare nella valle degli uomini-libro. Nella “casa-torre” del bibliomane di Giuseppe Pontiggia nel Raggio d’ombra, gli scaffali coprono tutte le pareti, invadono le stanze e salgono fino al soffitto. Tra le migliaia di vite romanzesche accumulate nella casa dal personaggio, alter ego dell’autore nel cartaceo furore di possesso, resta l’ambiguo varco di una “finestrella”. Si può aprirla “per respirare a pieni polmoni l’aria del tramonto” o si può chiuderla per salvare in una casa tutte le case raccontate. Questa antitesi interno-esterno si fa ancora più suggestiva nel contrasto luceombra. Spiare dalle finestre l’intermittenza di un lume nell’oscurità e respirare sensualità sinestetica nell’ “odore di fragole rosse” è doppio e allusivo indizio di morbosa attrazione e di frustrante esclusione per Giovanni Pascoli, che nel Gelsomino notturno assiste dall’esterno di una casa al mistero di una nuova vita che nasce. Nella sera milanese di Giovanni Raboni (Quare tristis) c’è invece empatica adesione per “le rade/ombre” intraviste “nei loro fiochi santuari”, c’è amorosa benevolenza per i “sonnolenti acquari/televisivi”, c’è voglia di una umana condivisione. Due esempi opposti di voyeurismo sulle “luci nelle case degli altri”, che trovano una sintesi folgorante nel quadro di Hopper Finestre di notte. Una casa spiata da lontano. Un’intimità svelata, forse violata, da uno sguardo indagatore, metafora dello sguardo letterario che penetra in una superficie domestica, analizzando dettagli e presenze, umane e inanimate, per coglierne il segreto.

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Si me!eva a pensare alla vita tranquilla delle cose, alle casse di stoviglie piene di trucioli, agli scatoloni di libri, alla luce cruda delle lampadine nude ciondolanti in fondo al filo, alla lenta sistemazione dei mobili e degli ogge!i.

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Orlando n 2  
Orlando n 2  

Secondo numero della rivista

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