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Orlando esplorazioni

PRIMAVERA 2013

L’AMOROSA INCHIESTA

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Dove mi sento a casa

“IL DENTRO COME RIPARO DA UN FUORI CHE NON CONTROLLIAMO PIÙ.” CINQUE DOMANDE AD ANTONELLA TARPINO, STORICA di PAOLO DI PAOLO

IL

tema “casa” è stato centrale nella campagna elettorale per le Politiche 2013, anche rispetto al discorso sulla tassazione legata alla “prima casa”. La casa lei scrive in Geografie della memoria (Einaudi 2008) - è il nostro primo universo, contiene tutte le ragioni o le illusioni della stabilità. Quali sono secondo lei, nel presente, le maggiori implicazioni del concetto di “casa”?

FOTO DI NICOLE CASAVOLA

La casa (con il corollario delle tante home digitali verso cui navigare) mi appare sempre più come la sfera unica, totalizzante, in cui sembra condensarsi l’esperienza vitale. E lo è nella forma perturbante di un “domestico” che riconfigura, distorcendolo, ogni forma di quello spazio pubblico (i cittadini ora spaesati) di cui si è nutrito, nel tempo, il nostro “moderno”. Uno spazio ambiguo, ibrido, polisemico sembra essere quello della casa. Tanto più ci pensavo riflettendo sul recente marketing dell’Ikea che mi ha raggiunto tramite lo schermo televisivo nella mia poltrona di “casa”. “Ogni giorno è giusto - recita una voce fuori campo, in mezzo a tavoli montati e rimontati, letti e piumoni affollatissimi di un bilocale - per ricominciare”. Ricominciare che cosa? Sul sito ho approfondito: si allude a una nuova vita familiare, moltiplicando in spazi contenuti piccoli ospiti e quasi adolescenti. La casa cambia con il cambiare della famiglia. Ma poi gli slogan ampliano il loro raggio: “Cambiare lo stato delle cose a partire da casa propria”. Colpisce naturalmente questa rivoluzione evocata solo per proprietari (quelli dell’Imu a cui lei si riferisce nella domanda….). Forse poi lo stato delle cose di cui sopra non è quello classico (delle cose presenti secondo la vulgata marxiana) ma quello degli oggetti: uniche cose, a cui può ambire di cambiare oggi ogni moto rivoluzionario post Imu. Però l’ambivalenza (e insieme l’ambizione) del messaggio la dice lunga, almeno a livello subliminare. In Geografie della memoria, si parla soprattutto del legame fra la casa e il ricordo, la memoria. Casa come archivio, spazio dove i ricordi abitano. Vivere tutta una vita nella stessa casa è raro, e si è accentuata - per ragioni economiche e lavorative - la necessità di cambiare spesso casa. Questo dato come incide sulla percezione dell’orizzonte domestico come “deposito della continuità”? La casa (o il suo ideal tipo) come luogo della memoria è da intendersi principalmente, al di là di ogni singola incarnazione domestica, come luogo del “dentro”, messo a valore in una società non solo sempre più individualizzata ma direi

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intimizzata. “Dentro” in contrapposizione al caos di un “fuori” che non riusciamo più nemmeno a decodificare oltre che, va da sé, a controllare. Il “fuori” quello dei flussi delle merci e del denaro che, anche se in forma via via destrutturata, ridisegnano di continuo lo spazio in cui viviamo. La casa, o almeno l’idea di casa, risalta allora come estremo fortilizio in grado di contrastare proprio quella “crisi dell’esperienza dei luoghi” come incerta operazione mentale, di cui parla la sociologia di Richard Sennet. La casa è la figura di uno spazio di possesso (“casa propria” si diceva con Ikea) su cui, come su un calco, i rituali del corpo e della mente si riproducono instancabilmente, addomesticando anche il cambiamento (ricominciare…). La si porta con sé, la casa, anche quando non c’è più, perché una parte di noi vi continua ad aderire: nei recessi più profondi di una memoria che è tutt’uno con la vita. La si porta con sé tanto più quando la casa non c’è più: lo testimonia la piccola storia di un’abitante di Onna dell’Aquila che sfollata a Pescara, nella guerra del terremoto, si è sorpresa ad acquistare un contentinore di sacchetti per la spazzatura a forma di bambola: lo stesso che aveva a casa sua, prima, quando la casa c’era e che ha dovuto precipitosamente abbandonare.

staurare una forma di ordine (contro il il disordine di ciò che è fuori). Solo tracciando uno spazio intorno a sé l’uomo domina il fuori e lo sottomette alle sue leggi. La casa è fin dalle origini, un principio d’ordine tale da permettere all’uomo - a partire da uno spazio circoscritto (sotto il suo controllo cioè non subìto) - di interpretare i dati della realtà circostante. Ma ora? Nel nostro presente globale quando è sempre meno chiaro dove la realtà abbia il suo domicilio, è una realtà che sta sopra di noi, scorre parallela, rimanda sempre ad altro, in un mondo strutturalmente dislocato, è in una parola ingovernabile: fuori dallo spazio contingente. E la casa, venuto meno ogni principio ordinatore se non del proprio piccolo mondo (ma cambia anche questo come spiega il marketing Ikea) diviene estremo baluardo di un tempo faticosamente sottratto (dagli individui non meno che dai gruppi) al ritmo incalzante della perdita, al penoso dileguare dei mondi vitali, alla fatica di convivere con cose, luoghi, tradizioni che si consumano di continuo sotto i nostri occhi.

che si sono succedute) e in cui l’“anima” ha trovato rifugio, intimizzandosi, nella transizione a quell’“età della collera e dei telegrammi” (così E. M. Forster di Casa Howard) che va sotto il nome di progresso: un salto nella storia forse non meno violento di quello che sperimentiamo noi oggi. È in quel connubio di memoria e insieme utopia che ha preso forma quel microcosmo ovattato dal calore delle cose tramandate nel tempo. E dove ciò che chiamiamo “io” ha finito per mescolarsi, nelle parole di James di Ritratto di signora, a tutto quel “che ci appartiene”: “la nostra casa, il nostro mobilio, le vesti che portiamo, i libri che leggiamo” custodendo in ogni stanza, cantina o giardino interi romanzi del quotidiano e delle cose. Il suo libro Spaesati (Einaudi 2012, Premio Bagutta) prosegue per certi aspetti il discorso cominciato con Geografie della memoria e si interroga sul nostro rapporto con le macerie e le rovine, i segni del tempo e delle catastrofi, i luoghi dell’abbandono. Come si riscattano le rovine, come è possibile integrarle nel nuovo, nel presente?

È con il consolidamento della borghesia ottocentesca che la casa acquista l’intimità che oggi le attribuiamo. Le stanze dei bambini; le camere come spazio esclusivo. Parlando di “Casa Howard” di Forster e di “Ritratto di signora” di James, lei ci fa sentire come in Certo, nel mio Spaesati le case della me“Addomesticare uno spazio” è un istinto ar- quel periodo alle case si attribuisca qualcosa moria delle precedenti Geografie sono colcaico, primitivo, vitale. Come cambia, nel che potremmo chiamare “anima”. È così? te nel loro stato avanzato di rovina, entro corso del tempo, questo “istinto”? Se dovesse il paesaggio dolente di borghi abbandoosservare in volata, dall’alto, il percorso che Sì, nella casa vittoriana è contenuto, a nati, fatti a pezzi, in cui mi sono immersa. porta dalle grotte preistoriche a oggi, cosa mio parere, il nucleo originario di quell’idea di domesticità borghese che si è af- Eppure non di sole fini mi hanno parlato noterebbe? fermata nel corso degli strappi del mo- questi luoghi ma paradossalmente anche Addomesticare uno spazio significa in- derno (e delle varie rivoluzioni industriali di futuro. Perché tra gli squarci di tante povere case si può vedere lontano: laddove, per esempio, a Riace, nella Locride, le case lasciate vuote dagli emigranti sono state occupate, per iniziativa del sindaco Domenico Lucano, dai nuovi profughi del Mediterraneo in guerra, iracheni, palestinesi, afgani anche. O nel cremonese dove le antiche cascine delle battaglie dei braccianti del 1948 sono diventate dimore di mungitori indiani (una memoria questa di mestiere) dei nostri “bergamini”. Lì dove la memoria, troppo spesso assimilata esclusivamente all’idea di nostalgia o di tradizione, è invece strategia di futuro: capitale morale da cui ripartire (o ricominciare) in case di nuovo affollate di anziani e di bambini. Ma quella dei paesi delle case abbandonate e dei movimenti virtuosi del ritorno è ancora un’altra storia…

Tu!o quello che arriva arriva dalle scale.

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Orlando n 2  
Orlando n 2  

Secondo numero della rivista

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