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Orlando esplorazioni

PRIMAVERA 2013

RUBRICA MECCANICA E POESIA

a cura di LETIZIA LEONE

Leggere, smontare, pulire gli ingranaggi della lingua... Una rubrica dove, di volta in volta, i testi saranno il punto di partenza per una anomala “lezione” di poesia. Contatti: letizia.leone@fastwebnet.it

Chi nella no"e abita solo... C

onsideriamo un “io” radicato nell’oscurità, catapultato sul palcoscenico dell’età dell’indigenza da un endecasillabo dichiarativo: ...perch’io, che nella notte abito solo. Oscurità e solitudine, la condizione è questa: ...perch’io, che nella notte abito solo anch’io, di notte, strusciando un cerino sul muro, accendo cauto una candela bianca nella mia mente - apro una vela timida nella tenebra, e il pennino strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto che mi bagna la mente... Questo breve testo di Giorgio Caproni da “Il seme del piangere” (19501958), e comunque estrapolato da una lunga ed ininterrotta elegia dell’angoscia, basta già ad identificarlo quale poeta dell’orfanità e dell’esilio, di una condizione di spaesamento o del “non-

sentirsi-a-casa-propria.” La condizione è questa: abitare una stanza metrica di endecasillabi chiusi da un settenario e disegnarne il perimetro con cesure ed enjambements: una stanza infera di risonanze dantesche, dove si tocca il muro perimetrale della terra strusciando un cerino, cerino che due versi dopo rima con pennino, (perchè la rima instaura una complicità tra le parole), e nella ridondanza del segnale semantico lo “strusciare un pennino”, e cioè scrivere, significa accendere uno zolfanello nel nulla. Così prosegue l’enumerazione delle azioni esistenziali di questo malinconico che dimora nella notte: “accendere una candela” rima con l’aprire “una vela”, il tutto rotto dal singhiozzo del ritmo che spezza le frasi, si ferma, ci fa indugiare in un sospiro: apro una vela / timida. Ora il gesto è lento, quasi una violazione del silenzio e della tenebra, il gesto è cauto, con-

centra il suono in quella vocale a che sembra sprigionare chiarore. Inoltre ci vuole prudenza nel portare chiarità nell’abisso, il luogo umido e freddo dove il pennino scricchiola, scrive e riscrive in climax, e ancora in silenzio e a lungo per dire l’essenziale in una lingua semplice e colloquiale. Versi che si prestano ad una meditazione filosofica e ci pongono al centro di un pensare coinvolgente come quello di Heidegger, così prossimo alla modalità del fare poetico. Ecco, un filosofo o un poeta li troviamo in una posizione di ascolto, gravati dalla percezione della miseria di un’epoca che non riconosce più nessuna sopravvivenza storica allo Stupore. Se Heidegger nel suo incontro con l’angoscia, mette in scena un’ontologia dell’Essere, Caproni nel suo esibito distacco concettuale, sa mettere in versi di alta poesia questa condizione esistenziale dominante.

RUBRICA CAPITOLO IX

Deli"o e Castigo Scelto un po’ per caso, un po’ per coincidenza e un po’ per affetto, il Capitolo IX che dà il titolo a questa rubrica è un modo per entrare nello spazio letterario da una porta imprevista.

I

l celebre romanzo di Dostoevskij fu pubblicato per la prima volta nel 1866 e narra gli eventi che coinvolgono Rodjon Romanovic Ralskol’nikov, ex studente di legge che vive a Pietroburgo in condizioni di estrema povertà, in una stanzetta d’affitto che “rassomigliava a un armadio più che a una dimora”. È qui che lo troviamo al Capitolo IX; si tratta, in realtà, del capitolo II della seconda parte (il romanzo è composto da sei parti, ognuna contenente tra i cinque e gli otto capitoli, mentre l’epilogo ne ha due): l’ex studente, ora assassino e ladro, si sente braccato e, in preda alla febbre, esce precipitosamente per liberarsi della refurtiva rimediata in casa dell’usuraia che ha massacrato a colpi d’accetta, dimentico del suo proposito di utilizzarla per fini nobili; del resto, nemmeno guar-

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da di cosa si tratti, limitandosi a nascondere sotto un grosso masso gli astucci e il borsellino rubati. Bisognoso di distrarsi dal continuo monologo interiore che lo tormenta, insofferente alla folla e incapace di qualsiasi gesto coerente, si reca dal suo amico Razumichin, il quale, vedendolo stravolto e febbricitante, cerca di offrirgli aiuto; lui, però, dopo pochi minuti va via, senza fornire spiegazioni. Tornato a casa, o meglio, nella sua misera stanzuccia, crede di sentire la padrona che, sulle scale, viene picchiata; dal successivo dialogo con la serva Nastas’ja emerge tuttavia come si sia trattato di sue allucinazioni; e, alla fine del capitolo, perde conoscenza. Raskol’nikov compie il delitto del titolo non perché è malvagio, ma perché la sofferenza che l’ingiustizia della condizione umana gli procura è talmente grande da fargli desiderare di provare a porvi un rimedio. Nei primi capitoli, infatti, l’autore descrive l’esasperazione crescente del suo protagonista: conosce, in una bettola, l’ubriacone Marmeladov, la cui

L‘attimo autentico della “situazione emotiva” che dischiude alla consapevolezza dell’ “esser gettati nel mondo”, è esperienza che può anche investire un’epoca e una collettività, tanto che il filosofo dell’esistenzialismo individua tre situazioni emotive fondamentali nel mondo moderno: angoscia, sgomento, noia. Ombre pesanti che da sempre abitano la terra della poesia e ci fanno riconoscere, al contempo, Giorgio Caproni quale poeta necessario della modernità. Egli mette l’Essere al centro della notte, orfano della Storia, e in balia di quell’angoscia autentica che “isola e apre”, ma che sorprende anche e offre, quale unico strumento (o limite?) il linguaggio, nel gesto estremo della scrittura. Se l’ala della parola poetica, questa vela timida infine “guarisce le ferite inferte dall’intelletto”, come afferma Novalis, e avanza nell’ignoto di una mente al buio, allora schiude le sorgenti e può toccare i primi attimi dell’avvento della parola; per continuare a scavare e scrutare con occhio asciutto fino a raggiungere le fondamenta dell’Essere o il seme delle lacrime.

a cura di ILARIA MAZZEO figlia, Sonja, è costretta a prostituirsi per poter dare da mangiare ai suoi familiari; tornato a casa riceve una lettera dalla madre, in cui, tra le altre cose, gli viene comunicato che la sorella Dunja è stata promessa in sposa al ricco Luzin. Raskol’nikov, consapevole dell’amore incondizionato della madre e della sorella per lui, capisce che l’unico vero motivo del fidanzamento è da ricercare nella volontà di aiutarlo e, in generale, di risollevare la famiglia dalle difficoltà economiche in cui si trova; e questo non fa che alimentare la sua rabbia. Infierire a colpi d’accetta su una vecchia e malvagia usuraia (si tratta, in realtà, di un duplice omicidio: oltre ad Alëna Ivanovna, lo sventurato si trova a dover eliminare la mite sorella di lei, Lizaveta, rientrata a casa prima del previsto), derubandola e utilizzando quel denaro per realizzare obiettivi grandiosi, gli sembra allora, paradossalmente, un atto di giustizia, che lui è legittimato a compiere in quanto uomo superiore, che si eleva rispetto alla massa e può perciò infrangere le regole. L’esperimento di Raskol’nikov, però, non riesce: da subito il senso di colpa, che Dostoevskij è maestro a descrivere e scandagliare ben prima di Freud, è talmente forte da provocargli una feb-

bre che lo costringe a letto per diversi giorni, per poi spingerlo a comportarsi in maniera irrazionale e sconclusionata; così facendo, attira su di sé l’attenzione della polizia, iniziando ad essere sospettato. Dostoevskij ci trascina quindi nella spirale di crescente paranoia che affligge il suo protagonista, ormai conscio di non poter essere, come invece avrebbe voluto, un uomo superiore alle leggi valevoli per le persone comuni: l’angoscia lo devasta moralmente e fisicamente, portandolo a vagare senza alcun costrutto per una città che, specchio del suo essere, appare claustrofobica e opprimente. Raskol’nikov è impossibilitato a sentirsi a casa perfino dentro sé stesso e la via d’uscita dall’incubo che lui da solo si è costruito intorno è rappresentata dall’amore, in una duplice accezione: quello terreno per Sonja Marmeladova, che, pur costretta a prostituirsi, ha conservato un animo puro e una fede autentica; e, sempre attraverso di lei, l’amore per Dio, l’unico, nella visione dostoevskijana, a poter permettere una vera redenzione e, finalmente, la riconciliazione con il resto dell’umanità. A seguito della sua confessione, il ragazzo verrà condannato a otto anni di lavori forzati in Siberia, dove Sonja lo seguirà.

Orlando n 2  
Orlando n 2  

Secondo numero della rivista

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