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Orlando esplorazioni

PRIMAVERA 2013

EPIFANIE UN RACCONTO PER TAPPE/2

di SIMONE NEBBIA

Ci sono posti dove in poco tempo sembra già di esserci da sempre F

u in una sera ventosa di fine dicembre che gli uccelli si lanciarono in volo militare sulle grigie tangenziali, a sovrastare le antenne scheletriche e la ferrovia. Fu come vedersi materializzare una folata, quella schiera minacciosa che attraversava di una lama sanguinante i dubbi del cielo. Reginella se ne stava infagottata, fianco a un angolo dove i palazzi inchiodano alla terra il loro peso; come da una prigione spingeva gli occhi tra le fessure delle ciglia, liberava timorosa lo sguardo e, diseguale alla misura del cielo, in un sogno dell’iride ne tentava le vette. Dalla spalla lungo il braccio si sentiva incidere di un male non capito, continuo, che si scioglieva in un focolaio del polso e le lasciava le mani come inerti, appena coperte da una lana che al freddo non bastava e scopriva pertugi tra le maglie a tagliarle la punta delle dita. Quando un’ala puntuta si arrampicò a sfiorare una crespatura tra le nubi, la mano tesa di Reginella si piegò come un fiore malinconico, mentre nell’ombra della città bassa si affacciò, spietata, una promessa di temporale. Non avrebbe saputo dire, da quanto era lì. Pochi minuti, o forse anni. Ci sono posti dove in poco tempo sembra già di esserci da sempre. E restarci. Si alzò che ormai si stava facendo buio, stese lentamente le gambe a riattivare il passo, arruffò confusamente la sciarpa coprente in cui nascondeva parte del viso. Fu un gesto inconsapevole a tradirla, una mano intirizzita si fece calda a contatto con il ventre, avvertì lieve un accenno d’appartenenza, poi silenzio. Ma la città, rabbiosa, non smetteva di strepitare.

Si mosse a fatica verso l’angolo opposto dove il fascio luminoso di un lampione la colpì sul volto, svelando nel pallore una sottile venatura rugosa. Sotto quegli abiti coprenti il gonfiore alla pancia iniziava a mostrarsi, erano passati ormai mesi, fuggita da quella casa e da suo padre s’era impossessata della vita che aveva perduto, proprio mentre un’altra vita, in grembo, batteva la sua urgenza. Morta, e altrove rinata. Per un corpo altrui. Questo pensava della sua gravidanza, mentre nel silenzio del tempo che passa il peso del delitto si mescolava ancora di più, a quello della colpa. Una musica, il suono di una viola, si disperse lungo una sciatteria di quartiere e sembrava insinuarsi come sospinta per i vicoli dal vento; Reginella sentì nella vibrazione delle corde un suono che ricordava, e che la atterrì: i passi di suo padre, nei corridoi del palazzo, rintoccavano come una cadenza di campana a morto nell’anima che le aveva insozzato. Fu in quell’inatteso stridìo di una musica prima gentile che una contrazione la colse e la lasciò senza fiato. Era fuggita di notte, mentre la pioggia furente non sapeva purificare una terra avvelenata: tutti ne conoscevano il disonore ma non uno si mantenne alla promessa di rivelare. Si mosse nel buio, durante il banchetto di quella festa macabra, lasciò le sue stanze con i denti forzati dal graffio dello smalto e con il coltello affilato sotto la porpora di un cuscino. Trovò suo padre che rideva beato, con una coppa di vino le faceva segno di raggiungerlo e che ne fosse versato anche per lei, non fece caso a quell’espressione diversa della figlia che aveva pro-

fanato, ma quando allungò il braccio per afferrarla e stringere una colpa ancora, non si accorse nemmeno all’ultimo ch’era stato imperdonabile, azzardato, avere scoperto il fianco. Il coltello tornò nella porpora da cui era venuto, bagnato d’altro rosso che alla stoffa si confuse. Non vide, sua figlia, il volto impassibile, complice degli uomini di guardia, e non vide quello di suo padre farsi vetro sotto il bosco diradato della barba, le sue pupille afferrare l’ultima sfida al destino e dirla perduta. Non vide altro che l’ultimo corridoio scuro in cui era stata bambina, i desideri scolpiti in un’infanzia ripudiata: nulla portò con sé, nulla degli averi, nessun avanzo della nobiltà maledetta. La porta dell’auto si aprì al suo arrivo, un odore di pece e cuoio la strappava a ciò che era stata e che avrebbe per sempre cercato, insieme, di ricordare e dimenticare. La macchina scivolò via, lasciando un’impronta sul fango che la pioggia, erodendo, lentamente cancellava. I sacchi grandi dei rifiuti, poggiati tra il muro e i cassoni strapieni, sembravano come tanti manichini di principi e marchesi, convitati del suo banchetto disadorno. Reginella si mise ad aprirne cercando di usare solo la punta delle dita, come incosciente tenesse fede a un antico residuo dell’educazione ricevuta, preservando il più possibile dal contatto sudicio. In alto il cielo aveva coperto l’insidia promessa delle nubi con l’oscurità più fitta, degli uccelli si sentivano solo le grida per la prossima tempesta, come volessero dire: siamo noi, la tempesta. Fu allora che il suono delle campane riprese a battere, forte e nell’anima di Reginella,

tornò assordante il rumore di passi: si voltò di scatto e vide una bestia feroce venirle incontro e soffiava e ringhiava e le mostrava i denti, Reginella impaurì e una contrazione ancora le tolse un respiro, cercò di arretrare e sfuggire alla furia ansimante di quella belva che in quel momento saltò verso di lei ma di colpo, come non avesse mai minacciato di aggredirla, si fermò nel mezzo a scavare rabbiosa tra le foglie e il fango che erano in terra, Reginella vide la belva trarre da sotto il ciarpame un piccolo libro, sporco e inumidito, quando lo prese tra i denti smise di abbaiare, si appressò verso di lei, lo fece cadere ai sui piedi e lesta com’era venuta, scantonando se ne andò. Lei sospirò del pericolo scampato, poi lo raccolse e sentì un’incisione al contatto con la punta delle dita, come premesse quelle piaghe lasciate dal freddo; un silenzio improvviso si fece d’intorno, poi la musica di nuovo riprese a vibrare le corde della viola: tra le dita ed il taglio, il suo segreto a sé stessa svelato: I Cenci, era scritto sul corpo di un libro ferito. Reginella lo tenne tra le mani, alzò gli occhi ad un cielo che sembrava piombarle sul capo, Il giorno è al tramonto, pensò, mentre il battito d’ali nel vento a quella musica struggente si mescolava. L’ultima luce le rinnovò la venatura del volto, poi più nulla si vide nel buio sovrano. Aria, ti confido i miei pensieri. Le ultime parole, nella sospensione del tempo. Esce. Sipario. Fu solo allora, nel crepitare di mani, che dal buio si riebbe la luce e lento, poi in un applauso sempre più forte, s’avvertì tutto intorno il rumore della pioggia.

Una scrittura per tappe

FOTO DI MARIANNA MASSELLI

Su Orlando n. 1 Simone Nebbia ha cominciato un viaggio di parole. Comporrà, numero dopo numero, tessera dopo tessera, un ampio racconto “in fieri”, che accoglierà le suggestioni tematiche della rivista in modo imprevedibile, sotterraneo. L’uomo che dice io, in una città battuta dalla pioggia, indifferente e rabbiosa che è Roma, nella prima tappa ha vagabondato fra libri usati, ingialliti, smangiucchiati, fino a scoprire - in un paio di versi qualcosa che riguarda una giovane donna, Reginella, entrata nella sua vita: “E tu non sei più che un ricordo. Sei trapassata nella mia memoria. / Ora sì, posso dire / che m’appartieni”. In questa seconda tessera, è Reginella a invadere la scena, come in un teatro; e sono i ricordi di lei - lividi, allarmati - a irrompere nella vita di lui. Che per caso trova un libro, per la strada: Artaud, I Cenci. Contiene di nuovo segni, epifanie, connessioni con il già vissuto e con il tempo da vivere. Con uno straziato desiderio di sentirsi a casa, da qualche parte.

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Orlando n 2  
Orlando n 2  

Secondo numero della rivista

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