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Orlando esplorazioni

PRIMAVERA 2013

ESPLORATORI ALBERTO SAVINIO

di GIORGIO BIFERALI

Paterni mobili, che non acce"ano la mobilità del tempo o visto un uomo navigare mezzo secolo di vita, per poi tornare indietro, si chiamava Alberto Savinio. Nonostante fosse apprezzato e celebrato come artista tout court, sentiva il bisogno di ritrovare l’origine, l’infanzia, le stanze e le istanze, la mer. “L’equivoco tra mer mare e mère madre”, il richiamo latente, il filo di Arianna con cui l’uomo ritrova la strada nel labirinto di se stesso. La solitudine silente del mare, però, non basta per ritrovare il cammino percorso e per ritrovarsi, è un semplice indizio, un’allusione, un monito, uno specchio monologante. Baudelaire, nei versi iniziali de L’homme et la mer, suggerisce qualcosa di analogo: Homme libre, toujours tu chériras la mer! La mer est ton miroir; tu contemples ton âme Dans le déroulement infini de sa lame, Et ton esprit n’est pas un gouffre moins amer. [Il mare, se sei libero, ti sarà sempre caro! È il tuo specchio; la tua anima contempli nell’infinito volgersi dell’onda; né il tuo cuore è un abisso meno amaro.] Il mare, nella sua “divina stupidità”, non era in grado di comprendere tormenti e sofferenze, dolori e mancanze che il tempo riserva alla vita di ogni uomo. Il mare – per Savinio – era un ricordo di Atene, il luogo natio, il teatro classico in cui è andata in scena la Tragedia dell’infanzia. L’uomo diviene – dunque – la dimora di quei ricordi, di quelle memorie, la matrioska che rivela – al suo interno – una seconda casa, abitata da una vita che non c’è più. È lì che lo scrittore ritrova l’uomo, e può cominciare a “camminare nei ricordi”. È lì che Aniceto (Casa «la Vita») torna a sentire il suono di un violino, visita una casa le cui porte sono tutte aperte, si accorge che la poltrona a dondolo “oscilla ancora”, ascolta “un immenso rumore di mare”, e – visitata la casa – capisce di aver “percorso tutta la sua vita”. È lì che Nivasio Dolcemare, figlio del com-

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mendatore Visanio (i due nomi non sono altro che anagrammi di Savinio), combatte l’indifferenza, lo sguardo vitreo dei grandi trasformandoli in mostri e dissacrando la mera parvenza, “ciò che noi chiamiamo realtà”. È lì che riemerge – cresciuto – “il signor peché” (Tragedia dell’infanzia), che affronta l’assenza del padre rivolgendogli l’ultimo, struggente, “perché”: Oggi, padre, non ti assillerei più con i miei «perché». Calmi e in silenzio, godremmo la pace delle curiosità sopite, degli spenti desideri. Perché non torni dunque? Savinio riscopre l’infanzia, l’odore del mare, le mattine assolate, la luce proveniente dal sole e dal volto radioso della madre Gemma, e capisce che Aniceto, Nivasio, Il signor peché dimorano e convivono nella sua vita, e sentono il bisogno di tornare a casa. La casa, adesso, è viva, ispirata, animata dai ricordi e dal tempo, “giocatore avido”, capace di confondere e di offrire una nuova forma agli oggetti. E così il pianoforte, cui l’autore aveva dedicato la sua adolescenza, sconvolge la vita di Fufù, la “vecchia zitella dal nomignolo a vapore e stantuffi”, che – acquistando una pianessa – rivela una tardiva, e immaginaria, fecondità, e sogna di accoppiare “pianoforti verticali con i pianoforti a coda, ossia i pianoforti maschi con i pianoforti femmine”. E Azio Bot, invano, tenta di liberare la casa dai paterni mobili, che non accettano la mobilità del tempo, la perdita dell’“aura nella quale era trascorsa la sua infanzia”, e ritornano “ai loro posti”. “Cose trasparenti, attraverso le quali balena il passato!”, direbbe Nabokov. Traslocare dalla propria memoria, anche se essa conserva un sapore triste, significherebbe separarsi dalla propria vita, e la morte diverrebbe una pura formalità: Quando l’infelicità arriva a una perfezione tale, l’infelicità diventa una forma di felicità: la più gelosa anzi, la più squisita. Cercar di rompere una siffatta forma d’infelicità, è un tradire la felicità, un tradire se stessi.

Savinio dimostra, con le sue parole, di non aver perduto quella visione fanciullesca, che ti permette di mantenere un rapporto viscerale con la natura delle cose. “Perché gli uomini”, ribadisce l’autore, “cedono alle più grosse impressioni fisiche, ma sono troppo rozzi ancora per fare attenzione a quel che di più sottile e ineffabile circonda la nostra vita”. Nivasio/Savinio, finalmente, ha imparato a dare ascolto a quell’ “insopportabile compagno di viaggio”: se stesso. Ha sentito un richiamo lontano, querulo, provenire da una stanza fino ad ora ignorata. Varcata la soglia di essa, Nivasio ha ritrovato, “ammucchiati come in un magazzino”, accumulati come i ricordi nella memoria secondo la concezione bergsoniana del tempo come durata, quelli che lui definisce “i mobili della mia storia”, e – soprat-

tutto – ritrova sua madre nelle sembianze di una “gallina piccola piccola”. Quel richiamo, quel lamento è cessato: la madre “ha ritrovato il suo pulcino”. Dove lei non è, scrisse Barthes, tentando di fuggire il dove, avendo avuto cognizione del non è. La Madre, la Terra (magna mater), la Casa, la Vita: Sorge dalla mia nostalgia inestinguibile, si leva come lo spettro dolente e crucciato della sola felicità che la vita mia ha largito. Allora io che cieco da te mi sono allontanato per sempre, tra le voci incomprensibili che mi suonano intorno e i volti senza sguardo, mando disperato a te il mio saluto da marinaio. Eccolo qui il cammino necessario da la mer a la mère.

ALBERTO SAVINIO, ANNUNCIAZIONE, 1932

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Orlando n 2  
Orlando n 2  

Secondo numero della rivista

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