Page 13

Orlando esplorazioni

PRIMAVERA 2013

ALTRE VOCI, ALTRE CUCINE/3

di NICOLETTA AMATA

Basta fare un salto al Nuovo Mercato Esquilino per portarsi a casa un pezzo di Bangladesh

FOTO DI ELIF KORK

R

icevo la telefonata salvifica: «Nicoletta, ho buone notizie. C’è una signora bengalese, una mia amica, che abita qui con la famiglia. È disponibile a raccontarsi, a cucinare per te». Direzione Centocelle, si parte. Sul treno, nel composto viavai di immigrati che abitano da quelle parti, mi sento quasi un’intrusa. Incrocio lo sguardo di alcuni di loro e ripenso a quanto sia stato difficile trovare una persona disposta ad aprirmi le porte di casa sua. Rimango all’interno dei confini metropolitani, ma in fondo è come un piccolo viaggio altrove. Suono il campanello. La porta si apre e compare una signora con indosso un bellissimo abito tradizionale, il salwar kamiz. Lo scialle, di un azzurro brillante, le avvolge il capo e le incornicia il viso: lo sguardo è timido e leggermente sfuggente, il sorriso imbarazzato. Dice qualcosa in bengalese al figlio più piccolo, che si allontana e riappare poco dopo con un maglione addosso. Evidentemente ha ritenuto impresentabile la magliettina a mezze maniche con cui Tamim mi aveva accolto e l’ha richiamato all’ordine. Come la gran parte delle donne bengalesi che abitano a Roma, Rina non parla bene italiano nonostante i dieci anni trascorsi qui, perciò la presenza dei due figli, Niloy e Tamim, sarà preziosa per riuscire a comunicare. È il momento delle presentazioni: racconto com’è nata l’idea dell’articolo, degli odori emanati dalla finestra della mia vicina – anche lei del Bangladesh – che ogni sera mi avvolgono mentre rientro a casa. «Profumo? Non direi…» esclama Tamim con tono scettico. «Beh, a me piace molto» ribatto. Questa è soltanto la prima delle occasioni in cui, nel corso della nostra chiacchierata, mi ritroverò a difendere la loro cucina, con un ribaltamento delle parti che ha del paradossale. Profumi inebrianti per le mie narici, odori troppo intensi per i ragazzi, talmente penetranti da farli quasi imbarazzare: «Molti non aprono le finestre ed è un problema, perché l’odore non se ne va, rimane forte. Noi stiamo attenti a queste cose, perché non bisogna dare fastidio agli altri. Poi abbiamo una cosa nella nostra cucina che io odio tantissimo» prosegue Niloy, con una nota di disappunto: «è un pesce essiccato al sole, quando si cucina si sente una puzza che non finisce più!». I ragazzi lo detestano al punto da proibire alla madre di cucinarlo: «Sì, lei lo vuole fare, ma dico io: con tutte le alternative che abbiamo perché per forza quello?». Ne approfitto per chiedere se oltre ai piatti della loro tradizione mangiano anche

cibi italiani. Con il suo simpatico accento romano, Tamim rivela di essere un grande fan della pasta e di preferirla al riso, ingrediente imprescindibile nell’alimentazione di un bengalese. Così era, perlomeno, per la generazione dei genitori, nati e cresciuti in Bangladesh ed educati secondo quel modello: «Se mamma e papà non mangiano riso per tre giorni di seguito, allora gli manca qualcosa» aggiunge Niloy. Nonostante il grande rispetto per il loro paese, i ragazzi mostrano una leggera vena critica nei confronti della cucina bengalese: stracotta e poco sana, ha troppi soffritti e preparazioni eccessivamente lunghe. Ai loro occhi, le ricette italiane appaiono più semplici e leggere e non vanno reinterpretate alla maniera bengalese, come invece tende a fare Rina, talvolta, aggiungendo spezie asiatiche a un sugo per la pasta. Scopro il perché: «Ho lavorato come domestica in una famiglia italiana: era tutto bollito, cucinavano senza sale né pepe» spiega sorridendo. I nostri piatti devono esserle sembrati poco appetitosi, persino scialbi. Anche il loro approccio al cibo cambia in relazione alle due cucine: le mani, utilizzate senza problemi per gustare un piatto bengalese, vengono sostituite dalle posate per mangiare un italianissimo piatto di pasta. Mentre chiacchieriamo, Rina è già all’opera tra i fornelli. Il crepitio della cipolla, che soffrigge con olio e burro in un’ampia padella, richiama la mia attenzione; lo scoppiettio è sempre più fragoroso, il ritmo disordinato, quando comincia a spargersi per la cucina un profumo, quel profumo che mi ha condotto fin qui. È quasi un’epifania. Con il passare dei minuti, il clima si fa sempre più disinvolto e i padroni di casa

premurosi e ospitali. Rina mi regala persino una piccola lezione privata sul riso, mostrandomi tre diverse varietà – il biryani, il basmati e il chinigura – e spiegandomi le differenze. Il piatto che sta preparando si chiama chicken biryani, una ricetta tipica del Bangladesh, molto diffusa anche in India e Pakistan. Ed è qui che entrano in gioco le spezie, un vero tripudio di tinte e profumi che mi lascia ogni volta a bocca aperta. Infilo il naso in uno di quei barattoloni di vetro, inspiro e sogno già di essere in Asia: «È curcuma? Ha un profumo inconfondibile». Rina prende un fogliettino con una sfilza di parole in bengalese e chiede assistenza al figlio per la traduzione: curcuma, zenzero, cardamomo, cumino, coriandolo, chiodi di garofano, peperoncino, pepe nero e bianco. Sulle note dei chicchi di riso tostati, le chiedo se ha difficoltà a trovare gli ingredienti per i suoi piatti. Scopro che a Roma esiste una realtà multiforme e dinamica, che la comunità bengalese è talmente ampia da far sì che tutti i loro prodotti siano facilmente reperibili in città. Basta fare un salto a Torpignattara o al Nuovo Mercato Esquilino per portarsi a casa un pezzo di Bangladesh, dagli abiti tradizionali alle verdure, passando per diverse varietà di pesci d’acqua, un tempo importati, e adesso allevati in vasca persino

in Italia. Racconta Niloy: «Mio padre ricorda i tempi in cui è arrivato e dice che dieci anni fa le cose che abbiamo adesso non si trovavano. Dovevano portarle loro in valigia». Le sue parole mi fanno riflettere. Sentirsi a casa in un paese straniero diventa più semplice se hai a portata di mano tutti i prodotti e gli ingredienti che evocano il luogo da cui sei partito. Mi chiedo se c’è qualcosa del Bangladesh che non sia ancora arrivato: «C’è un profumo che non si sente per le vie di Roma e che ti ricorda casa?». «Il jackfruit!» risponde Rina. Armati di smartphone i ragazzi mi mostrano un’immagine di questo frutto, molto diffuso nel sud-est asiatico; è buffo, enorme, ha una superficie bugnata e un profumo che, a quanto pare, lo identifica in modo netto: «Quando lo apri emana un odore forte e abbastanza dolce. Sopra ha la polpa, dentro il seme. È grande come un fagiolo e, se vuoi, puoi cucinarlo insieme alla carne o alle verdure. È buono, sa di castagne». Jackfruit a parte, qui hanno tutto ciò che serve per mantenere vivo il legame con la loro terra, grazie anche alla possibilità di pregare in una moschea, osservare il Ramadan e la festa musulmana del sacrifico e persino festeggiare il capodanno bengalese a Roma, ad aprile. Solo gli affetti sono rimasti in Bangladesh. E tornare indietro ha un costo troppo elevato, a volte. «Venite a mangiare, sennò si fredda!». Il chicken biryani ha un aspetto bellissimo e con la sua rosa rossa, ricavata da un pomodoro, fa faville nella moltitudine di portate che si affollano sulla tavola, ricca e coloratissima. C’è pure un delizioso dolce di riso al latte, il payesh, che si prepara in occasione delle feste o per celebrare un momento speciale. Mi piace pensare che Rina l’abbia realizzato con questo spirito. Tocca a me. Vorrei provare a mangiare con le mani, ma mi sento impacciata. Così mi giro verso Niloy: forse è meglio osservare lui per capire qual è la tecnica migliore, non vorrei imbrattare tutto con il riso. Inaspettatamente, però, afferra un cucchiaio e si appresta ad affondarlo nel piatto. Glielo faccio notare e scoppiamo in una grassa risata: «Mi dispiace. Però se vuoi ti faccio vedere come si mangia. Per quanto ne so, devi unire le dita e formare come una palla. Tienile un po’ inclinate…». Solo una precisazione prima di iniziare il pranzo. «Nel mio paese diciamo “Bismillah”». È un ringraziamento a Dio per il cibo che stai per mangiare. Non la farò lunga, non starò a spiegare che non credo in un Dio, ma non voglio deluderli, per cui: «Bismillah!».

13

Orlando n 2  

Secondo numero della rivista

Orlando n 2  

Secondo numero della rivista

Advertisement