Issuu on Google+


GASPAREtheoriginalskipper

GASPAREtheoriginalskipper

Isola di Cavallo

40

All’inizio degli anni Novanta l’isola di Cavallo, più che per la sua bellezza, era famosa per i suoi abitanti. Infatti il nostro re Vittorio Emanuele vi passava gran parte dell’anno in una bellissima villa, circondato da persone famose e prepotenti come lui, che ogni tanto si divertivano a sparare a qualche malcapitato, visto che l’isola allora era privata. Non era esattamente così. La prima volta che vi sono sbarcato, infatti, mi sono venute incontro due guardie giurate per allontanarmi senza tanti scrupoli. Con il passare degli anni si poteva sbarcare sempre più liberamente, poi hanno costruito il porto ed un complesso di villette. Mi ricordo che siamo capitati là nei paraggi proprio il giorno dell’inaugurazione: c’è stata una grande festa, forse la più grande e ricca che io abbia mai visto. Siamo stati invitati anche noi che stavamo sulle barche e, lì nella piazzetta del nuovo villaggio, quella notte eravamo più di settecento. Musiche, canti, cibo, vino e champagne come non avevo mai visto. Chiede-

vi un bicchiere e i camerieri, vestiti tutti in giacca, ti portavano la bottiglia intera. Su quel tavolo lungo più di trenta metri, fatto a ferro di cavallo, c’era qualsiasi cosa e si poteva mangiare a volontà. Abbiamo addirittura nascosto le bottiglie di liquori e di vino in mezzo ai cespugli, così l’indomani saremmo potuti andarle a riprendere. Fra gli ospiti, a parte il re e tutta la sua famiglia, c’erano l’avvocato Previti, Flavio Briatore, la famiglia Viale (Bistefani) e tanti altri che non conoscevo. Noi eravamo in sette, mentre l’equipaggio di Riccardo Rovida contava cinque persone. Verso le tre di notte, ormai sul finire della festa, ho fatto amicizia con Maria, una ragazza portoghese che faceva la cameriera e indossava una maglietta con la scritta “Isola di Cavallo”. Le ho chiesto se poteva regalarmi una maglietta come la sua, ma aveva solo quella. Se avessi aspettato a fine della serata me l’avrebbe regalata, però in cambio avrebbe voluto la camicia che indossavo. Non po-

tevo, era un regalo di compleanno di mia mamma. Niente camicia, niente maglietta. Dopo poco mi ha preso per mano e mi ha portato a casa sua, un container posizionato in mezzo alla scarsa vegetazione, appositamente allestito per il personale, con aria condizionata e bagno, diviso in

stanzette. Mi ha condotto nella sua cameretta, condivisa con un altro cameriere che dormiva già alla grande, e in un baleno si è tolta la maglietta mostrandomi il suo seno giovane e prepotente. Potevo solo guardarlo, così mi sono tolto la camicia e abbiamo fatto cambio. Mi ha invitato a rimanere, aveva voglia di parlare e di raccontarmi la sua vita. Mentre parlava ha messo una mano sotto il materasso e ha tirato fuori un sacchetto con dell’erba che mi fece fumare. Tra l’alcol e il fumo ero stordito. All’alba ha svegliato il suo amico che, mal volentieri, mi ha accompagnato alla barca lasciandomi cadere davanti alla passerella come un sacco di patate, con la mia maglietta “Isola di Cavallo”. Tutto questo accadeva il 15 agosto. Quasi quattro mesi dopo, vicino a Natale, i Corsi hanno fatto saltare in aria quasi tutto il villaggio con cariche di dinamite. Tutto è tornato come prima. Senso di libertà e un tocco di adrenalina.

41


GASPAREtheoriginalskipper

GASPAREtheoriginalskipper

La chiesetta di Cantalupo

44

Sarà una combinazione? Chi lo sa. Proprio lì nella chiesa dove mi sono sposato, qualche anno dopo le mie prime esperienze in barca, per volere del parroco Don Ferruccio, hanno cambiato la scritta sulla porta con “Duc in altum” (“Va’ verso l’alto”) e, al posto del crocifisso, hanno disegnato una barca a vela. Di sicuro Don Ferruccio non era un velista ma vedeva nella vela un senso di libertà, un modo di vivere senza confini e il desiderio di guardare sempre avanti. Don Ferruccio Butteri, che ora non c’è più, era molto amato dai suoi parrocchiani e insegnava filosofia. Quando passo da Cantalupo non posso fare a meno di dare un’occhiata a quella barca disegnata lì nella facciata, mi sembra di vedere il mio Camal e mi faccio sempre la solita domanda… sarà un caso o il destino?

Spaghetti all’aragosta Verso sera, dopo aver ormeggiato il Camal in uno dei pontili del porto con’aiuto del solito Mario e aver fatto una doccia per toglierci il sale e il calore, abbiamo deciso di andare a mangiare una pizza nella vicina pizzeria che faceva anche da ristorante. La scelta era caduta su quel locale perché Terry, la ragazza del nostro gruppo formato inoltre anche da me, Bruno, Armando e Fabrizio, essendo celiaca non poteva mangiare farinacei. Per questo ci aveva condizionato per tutta la settimana e non vedevamo l’ora di sbarcarla. In pizzeria, dopo aver aspettato un po’, ci siamo finalmente seduti. Abbiamo dato inizio alle ordinazioni: io una pizza Napoli, mio figlio Bruno una margherita, dando già disposizione al cameriere di farne fare subito un’altra ( a volte ne mangiava anche tre), Terry un’ insalatina mista e mezzo litro di naturale accompagnati da una specie di pane che si portava sempre dietro, mentre Armando e Fabrizio, dopo una lunga e non attenta lettura del menù, hanno ordinato due porzioni di spaghetti all’aragosta che si sono rivelati buoni e abbondanti. Vino bianco, birra, qualcuno ha preso il dolce, il caffè e il mirto rosso offerto dalla casa. Al momento del conto si sa che quando si mangia in compagnia si divide alla pari, ma la povera Terry che aveva preso solo un’insalata giustamente non era molto d’accordo, anche perché gli spaghetti da soli costavano novantamila lire ed erano sembrati cari anche ad Armando e Fabrizio. Abbiamo deciso di discutere il prezzo e, chiamato il cameriere, abbiamo fatto presente che gli spaghetti erano buoni, ma secondo noi un po’cari. Il cameriere non ha fatto una piega e, preso il nostro conto, ha detto che avrebbe riferito al “boss”, così ha chiamato il proprietario. Dopo un bel venti minuti il cameriere è ritornato dicendoci che il prezzo era giusto, perché l’aragosta costava quindicimila lire all’etto ed essendo sei etti faceva appunto novantamila lire, mentre gli spaghetti erano in omaggio. Parola del boss… Abbiamo ringraziato e pagato adeguatamente per quello che avevamo mangiato.

45


GASPAREtheoriginalskipper

GASPAREtheoriginalskipper

Ponza, the day after

56

Anche noi del Camal 2 abbiamo avuto la nostra piccola avventura. Passata la notte insonne, il giorno dopo eravamo stanchi e bisognosi di una doccia ristoratrice. Erano giorni che non ci lavavamo. Siamo scesi a terra passando dalla barca del nostro amico Mazza, maestro non solo di musica ma anche di vita, per fare una doccia, visto che nel porto non c’erano i bagni e comunque neanche acqua. Una signora di un negozio ci ha indicato una parrucchiera che ci avrebbe fatto fare la doccia a casa sua, naturalmente a pagamento. La donna ci ha accolto con un bel sorriso e, dopo averci fatto pagare due o tremila lire a testa, ci presenta una doccia dietro una tenda in fondo ad un corridoio. Ci ha consigliato di far presto, magari di insaponarci e metterci lo shampoo mentre il primo si lavava, perché l’acqua poteva finire presto. L’acqua infatti è finita prestissimo lasciandoci in costume in fila in quel corridoio, pieni di shampoo, sapone e sale. La signora ci ha invitati a tornare più tardi,

Beppe Grillo quando sarebbe arrivata l’acqua. Naturalmente non ci ha restituito i soldi. Noi tutti insaponati, mezzo nudi, siamo usciti in costume, abbiamo acquistato quattro pacchi di acqua minerale naturale e ci siamo sciacquati lì sulla passeggiata fra lo stupore della gente. Una piccola avventura a Ponza l’abbiamo avuta anche noi.

Eravamo ormeggiati dietro il Passo delle Galere, vicino a Porto Cervo, in Sardegna. Giornata bellissima, sole, mare calmo e quel caldo leggermente ventilato. Eravamo circondati da decine di barche, tra cui un motoscafone di dodici metri con a bordo Beppe Grillo e sei o sette ospiti. Si divertivano ignari del loro destino. Un paio d’ore dopo infatti ero già in traversata per Ponza con il Camal 2, quando per radio sul canale VHF16 sento un sos. Era proprio lui, Grillo, che con i sui ospiti era andato a finire tra gli scogli. La barca era affondata e loro sono stati poi tratti in salvo sia dalla guardia costiera che da altre imbarcazioni. L’unica cosa che aveva dato fastidio a Grillo, così aveva detto, era essere andato a finire sugli scogli dei poveri… naturalmente scherzava, nonostante l’accaduto.

57


GASPAREtheoriginalskipper

Ma quali avventure!!! Siete giunti più o meno a metà libro e sono sicuro che vi state chiedendo dove sono le avventure che pensavate di trovare, magari siete rimasti delusi. Magari vi aspettavate di leggere onde di dieci metri, veleggiate estreme, uomini caduti in mare e recuperati in pochi minuti, insomma quelle avventure da marinai che, passando di bocca in bocca, si ingrandiscono a dismisura, ma fa comunque piacere crederci. Invece in vent’anni non mi sono mai capitate avventure di questo genere, a parte quella volta in cui, navigando per mari incantati, ad un certo punto mi sono sentito chiamare da un’infinità di voci femminili. Arrivavano dal fondo del mare e si diffondevano nell’aria come una musica ammaliante. Erano le sirene che, con la loro bellezza e la voce suadente, mi attiravano fra le loro braccia per condurmi in fondo al mare, annullando la mia volontà. Stavo per tuffarmi quando il mio equipaggio, immune da questo incantesimo, mi ha legato all’albero del Camal e mi ha messo dei tappi nelle orecchie. Nonostante ciò però continuavo a sentire e vedere le sirene, anche se, durante la lotta con i miei compagni, avevo perso gli occhiali. Intanto il vento ci aveva spinto lontano e, solo qualche tempo dopo, la musica dei Gipsy King mi aveva riportato alla realtà. Potrei continuare la storia, ma… diventerebbe un’“Odissea”…

65


GASPAREtheoriginalskipper

GASPAREtheoriginalskipper

Arcipelago della Maddalena

66

Salpati dalla Maddalena a bordo del Camal 2, eravamo io, Orietta, mio figlio Sandro, la sua fidanzata Barbara e il nostro cane Slech. Facciamo rotta per Bonifacio passando tra le isolette di Budelli, Santa Maria e Spargi. Il tempo era stupendo, sole e mare calmo, non c’era vento, ma non si può avere tutto! Ci siamo fermati a fare un bagno a Budelli nella spiaggia rosa, oggi parco naturale, ma allora ancora libera. Subito dopo Spargi abbiamo visto qualcosa sull’acqua che non si riusciva a capire cosa fosse. Alcuni dicevano che era un pesce, altri un salvagente o un tronco. Così ho deciso di avvicinarmi e con stupore abbiamo visto che si trattava di una bellissima tartaruga, che stranamente non cercava di immergersi, malgrado mi fossi avvicinato a mezzo metro. A vederla così sembrava morta, infatti nonostante l’abbaiare di Slech non si muoveva. Sandro è salito sul tender, si è avvicinato e, appena l’ha toccata con la mano, la tartaruga ha cercato di scappare e addirittura di morderlo, ma i suoi movimenti erano talmente lenti e goffi che non provava neanche ad immergersi come fanno di solito. C’era qualcosa che non andava, ma non capivamo cosa e così ho deciso di avvertire la guardia costiera tramite il canale 16 del VHF. Dopo un paio di tentativi mi ha risposto il CP della Maddalena chiedendomi il nome della barca (che comunque avevo già comunicato) e la posizione o le

Porto Cervo coordinate. Ci hanno pregato di aspettare il loro arrivo e di tenere d’occhio la tartaruga. Ho accettato volentieri, il tempo non ci mancava. I soccorsi sono arrivati dopo quasi due ore, perché avevano imbarcato un veterinario esperto. Hanno tirato a bordo la tartaruga con una rete e, dopo averla studiata attentamente, le hanno estratto dalla gola un filo di nylon con decine di ami attaccati (un palamito, quello che lasciano i pescatori come esca). Nel giro di mezz’oretta hanno rimesso in mare la povera testuggine. Abbiamo ripreso la nostra rotta un po’ bruciacchiati dal sole ma contenti. La capitaneria di porto ci ha poi ringraziati pubblicamente sul CH 16, dicendo che “grazie al Camal 2 era stata salvata una tartaruga rara per le nostre zone” e che il nostro avrebbe dovuto essere un esempio da seguire. Un po’ commossi, siamo arrivati a Bonifacio.

Porto Cervo è talmente bella che a volte sembra un teatrino di cartone che a fine stagione si smonta e si mette via per l’anno dopo. Pulita, ordinata e molto cara. A Porto Cervo costa tutto di più ma la gente è contenta, sembra che facciano a gara per spendere di più e quando tornano a casa sono fieri di aver pagato un caffè al banco magari diecimila lire, lo raccontano con orgoglio, come un’avventura. Perché a Porto Cervo l’unica avventura che ti possa capitare è quella di pagare tutto caro oppure di incontrare qualche vip, ma questo non costa niente, è compreso nel prezzo. Anche noi stavamo per vivere la nostra bella avventura, ma fortunatamente l’abbiamo scampata. Eravamo in sei arrivati da Palermo in barca, ci siamo seduti al Bar degli Archi nell’omonima piazzetta per un aperitivo, abbiamo preso posto intorno ad un tavolo basso e subito, neanche il tempo di sedersi, due camerieri in tenuta di lusso (pantaloni neri, giacca doppiopetto di un bianco sporco, farfallino, anzi… farfallone)

hanno appoggiato sul tavolo patatine e noccioline. Abbiamo cominciato subito a mangiare ordinando sei Negroni, senza neanche chiedere il prezzo. Stefano, uno di noi molto attento a spendere, prima che i camerieri si allontanassero ha chiesto un listino prezzi. Abbiamo sfogliato e il Negroni costava 18 mila lire… allorché, senza un attimo di esitazione, tutti insieme ci siamo alzati dicendo di aver dimenticato i soldi in barca e ce ne siamo andati, lasciando i camerieri di stucco e senza patatine. Al Caffè du Port, alla Marina vecchia, il Negroni costava seimila lire. Il proprietario ci sapeva anche fare, specialmente con i barcaioli come noi. Infatti tra qualche barzelletta, focaccine calde e olivette ci siamo bevuti tre Negroni a testa. La spesa è stata la stessa, ma abbiamo passato una serata da veri marinai, parlando di donne mai avute e di avventure esagerate, trainati dall’affetto alcool.

67


GASPAREtheoriginalskipper

GASPAREtheoriginalskipper

Delfino in porto

72

Incontrare un delfino in mezzo al mare mentre si è in navigazione è una di quelle cose che rendono felici e mettono allegria. Quella mattina del tre gennaio siamo entrati con una barca a Kelos, un piccolo porto spagnolo vicino a Malaga, per fare gasolio. Mentre ero intento a fare manovra è spuntato da sotto la barca un grosso delfino che, gioioso, si è infilato nel porto con grande stupore di tutti i presenti. Sarà rimasto più di mezz’ora nuotando tra le barche e poi, uscito dal porto, ha preso il largo.

Gaeta Slech non ce la faceva più, erano più di dieci ore che eravamo in navigazione e doveva fare la pipì. Continuava ad andare avanti e indietro per il ponte e, non appena mi avvicinavo al pontile, abbaiava e si sporgeva dalla barca come per saltare a terra. Ho cercato di fare in fretta, ma i pontili del porto Flavio Gioia di Gaeta erano tutti strapieni e non riuscivo neanche ad appoggiarmi. Un ormeggiatore mi ha gridato che era tutto pieno, di andare quindi al molo principale davanti alla Capitaneria di Porto e così ho fatto. Mi sono avvicinato al molo e stavo per ormeggiarmi all’inglese, quando una guardia marina si è avvicinata e mi ha detto che era vietato. Ho spiegato che dovevo solo far scendere il cane, che intanto si stava buttando a terra, ma niente. Dovevo assolutamente spostarmi e comunque, se proprio avessi voluto ormeggiare lì, avrei dovuto dare l’ancora e fare un ormeggio tradizionale prua all’ancora e poppa in banchina. Sono arrivato al

porto, ad un mio segnale Orietta ha dato fondo all’ancora facendo filare la catena ed ho incominciato la retromarcia con le cime di ormeggio già pronte da lanciare a qualcuno. Slech però si è lanciato sul molo ancora distante e così, come nei cartoni animati, è finito in mare dopo aver lasciato i segni delle unghie sul muro del molo. Orietta, impegnata ancora a prua, ha cominciato ad agitarsi chiamando Slech. La gente che intanto si era ammucchiata sul molo si preoccupava per il cane e insultava la guardia costiera. Io intanto ho preso il mezzo marinaio e sono sceso sulla plancetta di poppa, in un solo colpo ho agganciato Slech per il collare e l’ho tirato a bordo fra gli applausi del pubblico, ho finito l’ormeggio e finalmente Slech ha messo le zampe a terra. A dire il vero solo tre, mentre la quarta la teneva alzata dando.

73


GASPAREtheoriginalskipper

GASPAREtheoriginalskipper

La Marina di Porto Antico

122

La Marina di Porto Antico è una delle più esclusive, anzi, la più esclusiva in Italia. Situata nel cuore di Genova, l’acquario da una parte, il museo dall’altra, Via Prè dietro e bagnata dal mare davanti. Alla Marina comandano tutti, ma il vero e incontrastato comandante è lui... Scoprirete più avanti di chi si tratta, anche se chi frequenta la Marina sicuramente avrà già capito… Gabriele, il capo degli ormeggiatori, ha sempre qualcosa da dire, l’ho visto sorridere solo una volta, cinque anni fa. In ufficio c’è la signora Anna, molto attiva e in forma smagliante, che comanda l’ impiegata che non sa mai niente. Luciano non sta mai seduto, telefona sempre stando vicino alla ringhiera e guarda le barche verso la lanterna. Poi c’è un’altro signore, alto, con pochi capelli, non so come si chiami e cosa comandi. In direzione, nei piani superiori, ci sono le stesse persone da anni, da lì escono solo ordini. Come posso poi dimenticare Armando dell’ “Old Bar”, comanda tutti, anche il suo socio. Ogni tanto mi offre un caffè... Il bar “La Tortuga” è gestito da un’intera famiglia: padre, madre e tre figli maschi già grandi. Comandavano tutti e bisticciavano sempre, ora invece uno dei tre ragazzi si è sposato e comanda la moglie… Fiorenzo, il re del charter, quando non c’è la sua amata Lilly, comanda anche lui. Tra tutti questi comandanti, l’unico vero, quello di cui vi parlavo all’inizio, è il capo della vigilanza notturna, Giulio detto “il Cobra” e forse anche “Rambo”. Sta sempre nel piazzale, in divisa, anfibi, armato fino ai denti e spara a chi lo contraddice. Tutto ciò che dice Giulio è legge, non ha mai sparato a nessuno.

123


GASPAREtheoriginalskipper

GASPAREtheoriginalskipper

Una settimana a forza otto

156

Vi ricordate quei giorni di vento terribile, avevano sospeso la partita a Cagliari perché volavano i cartelloni pubblicitari e nevicava il sale delle saline? Bene, mentre in quei giorni ce ne stavamo rifugiati in casa, i nostri due amici Gaspare Trevisan e Gianluca Guglielmo erano impegnati in un trasferimento di Matilda, che dopo le pratiche di vendita, doveva essere portata nella sua nuova casa, la Sardegna. “Il tempo non ne voleva sapere” confida Gaspare “e quindi il mare era grosso. Si rinvia, di giorno in giorno, la partenza sino al lunedì dopo quando decido di salpare alle ore 20. Il vento era forte da Nord e quindi in poppa piena. Usciti dal porto, subito in rotta per la Corsica. Filavamo a sei o sette nodi con delle punte di dieci nodi. Spettacolare anche se faceva veramente freddo”. Lasciato il porto di Toga (Bastia), Matilda aveva già la prua su Solenzara a 55mg. Il vento a maestrale e Gaspare, Gianluca e Piero, riparati dalla Corsica, veleggiavano alla grande.

Efrem Bovo

All’una di notte, al traverso di Solenzara, la media di Matilda è buona, ma verso le due il vento si rinforza, aumenta sempre di più portandosi a trenta nodi fissi e così, verso le quattro del mattino nelle vicinanze delle Bocche di Bonifacio il vento era a quaranta nodi. Gaspare: “Vento a 48,3 nodi, onde enormi, cattive e salate. Matilda orza e orza ancora. Dobbiamo ammainare la randa e proprio in quel momento arriva una super raffica a cinquanta nodi che ci mette il boma in acqua. L’onda si scarica nel pozzetto e i garrocci, a uno ad uno, saltano come birilli. Dobbiamo ammainare. La randa non ne voleva sapere di scendere e allora con tutte le forze e il mio peso mi aggrappo alla randa e giù. Mi graffio un po’ le mani, sudo, mi bagno, ma è fatta. Matilda respira, saltella (sulle onde) contenta (forse)”. Il vento insisteva a quaranta nodi fissi e i nostri amici Gaspare e Gianluca si alternavano alla ruota. Passate sei ore da quando era iniziata la

burrasca, “il bello deve ancora venire, cinquanta nodi il vento” continua Gaspare “il mare spumeggia, onde su onde di sette – otto metri”. “Ho la bocca bruciata dal sale, mi esce l’acqua dal naso come avessi fatto un’immersione e così per altre sei ore, quando finalmente arriviamo a Porto Ottiolu”. Anche lì c’era vento, ma i nostri marinai erano protetti dalla terra. Porto Ottiolu è carino. E’ un tipico porto estivo con un record positivo: sei euro per una notte. Gaspare, Gianluca e Piero alle cinque del pomeriggio, dopo un mangiata di spaghetti aglio, olio e peperoncino sapientemente preparati da Tiziana, sono andati a dormire e si sono svegliati dopo un meritato riposo di tredici ore. Matilda ha proseguito il suo viaggio per Arbatrax, Porto Corallo per affrontare l’ultimo tratto: Villa Simius. E’ ancora Gaspare che ci tiene incollati al suo racconto: “Appena messa la prua fuori dal Capo Carbonara, fra l’Isola dei Cavoli,

ci si presenta un muro enorme di onde, altissime e incazzate. Comincio una bolina estenuante con il solo fiocchetto e a volte un po’ di motore. Il vento si era veramente scatenato, le onde ad un certo punto erano diventate oceaniche: quaranta nodi fissi con punte di cinquanta. Cantavo, urlavo e incitavo Matilda”. E così, dopo due bordi magistrali, i nostri sono atterrati in porto dove li aspettavano il figlio di Piero e un piatto di spaghetti, perché, come dice una meravigliosa pubblicità, “dove c’è Barilla, c’è casa”.

157



Gaspare - The Original Skipper