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Anno XXII - Numero II - Febbraio 2010 - Poste Italiane Spa - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004) - art. 1 comma 2 - DCB Roma

PREGARE

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Fotografia di Gabriele Viviani


gni esistenza è avvolta da un grande mistero, solo la preghiera crea uno squarcio che ci permette di guardare oltre. Questo quaderno sulla preghiera vuol essere uno strumento per riflettere su questo tema così centrale per la spiritualità. Sono tante le cose che si possono dire sulla nostra esperienza del rapporto con ciò che ci supera, che ci trascende. Ognuno di noi ha un modo tutto suo di pregare. È un’esperienza profondamente personale quella del colloquio con Dio. È il nostro grande compagno sempre presente col quale ci sfoghiamo, ci arrabbiamo e in certi momenti ci consoliamo. Sono tante le domande che gli facciamo e da cui ci aspettiamo una risposta. È piacevole sentire la sua presenza, sentirci avvolti dalla sua tenerezza, sentirci accolti nei momenti di sconforto e di sofferenza, sentire che Lui c’è quando proprio non ce la facciamo. È bello poterlo coniugare e interscambiarlo con i termini vita e amore. Dio, l’amore e la vita diventano un tutt’uno che a seconda dei momenti ci parla di Lui.

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che viviamo con ciò che Dio rappresenta per noi. È importante ogni giorno purificare l’immagine di Dio che abbiamo in noi per renderla più viva, più vicina, più presente dentro ciò che viviamo. Ci aiuta in questo nostro cammino verso Dio l’esempio di Cristo che aveva con Lui un dialogo continuo e profondo. La grande sfida della preghiera è quella di avere sempre dentro di noi uno spazio di attesa e di ascolto anche quando non lo sentiamo presente e la sua voce tace. Qualcuno ha definito prodigiosa e tremenda l’assenza di Dio. Ci porta a fare nostre le parole della Etty Hillesum (Diario): “Tu taci, mio Dio, ecco che capisco! Tu hai solo la mia bocca per gridare, solo la mia bocca per parlare, solo le mie mani per fare”.

CARI AMICI

l rammarico più grande è quello di non avere nelle nostre giornate spazi di silenzio e di interiorità, per poter mettere in contatto ciò

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CHI SIAMO

SOMMARIO

INCONTRI FORMAZIONE SOLIDARIET À

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CARI AMICI don Mario

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LETTERE A DON MARIO Camminando nel deserto

Ore undici è uno spazio di ricerca e di esperienza rivolto a chi desidera:

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L’ARTICOLO DI FONDO Pregare è desiderio di Dio Arturo Paoli

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IN PRIMO PIANO Dio nel quotidiano Angelo Casati

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DIZIONARIO Perdono

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IN PRIMO PIANO 2 Le stanze di Teresa Antonia Tronti

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INTERVISTA Pregare davanti a un “Tu” Padre Cesare Falletti

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CONVEGNO INVERNALE I gesti d’amore di Gesù Rosanna Virgili

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L’ARTICOLO DEL MESE Le domande dei giovani Vito Mancuso

l seguire

il vangelo per lo sviluppo dell'identità umana e cristiana, personale e comunitaria;

lliberare

la spiritualità approfondendo la consapevolezza delle proprie motivazioni e comportamenti, attraverso le scienze umane e psicologiche;

lesprimere

solidarietà con gli ultimi attraverso iniziative concrete di promozione e crescita umana e sociale;

loffrire

a se stessi e agli altri opportunità di relazione e riflessione.

Direttore Responsabile: Angelo Bertani Direttore Editoriale: Mario De Maio Coordinamento di redazione: Silvia Pettiti Redazione: Letizia Fianchini, Claudiu Hotico, Agnese Mascetti Ideazione e progetto grafico: Enzo Meroni Foto di copertina: Gabriele Viviani Foto del paginone: Daniele Beccari Impaginazione: Silvia Pettiti Editore e redazione Associazione Ore undici onlus Via Ottaviano, 105 - 00192 Roma Tel 06/397.456.04 - 06/398.874.28 Fax 06/397.337.67 - c/c p n. 25.31.71.65 e-mail: oreundici@oreundici.org Sito internet: www.oreundici.org Quote di associazione 2010 con invio del periodico: euro 50,00 ordinaria euro 100,00 o 200,00 sostenitore

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VISIONI: Welcome

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LETTURE: Enzo Bianchi Perché pregare, come pregare

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ORE UNDICI SOLIDARIETÀ Donne a Madre Terra Matilde Faravelli

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PSICOLOGIA E SPIRITUALITÀ

Mario De Maio Sacerdote e psicoanalista. Presidente dell’associazione Ore undici.

Arturo Paoli piccolo fratello di C. de Foucauld. Dopo oltre 40 anni in America Latina, ora risiede a Lucca nella casa di spiritualità C. De Foucauld. Antonia Tronti insegnante di yoga, conduce seminari su yoga e preghiera cristiana. Tra i suoi libri: Impara da… (Servitium 2006)

P. Cesare Falletti monaco cistercense, priore del monastero di Prà d’Mill a Bagnolo (CN). Autore Rocca.

Rosanna Virgili laureata in Filosofia, dottoranda in Scienze Bibliche al Pontificio Istituto Biblico di Roma; docente di Esegesi presso l’Istituto Teologico Marchigiano.

In questo numero: Il fruscìo della vita Mario De Maio

Stampa in digitale: Inprinting s.r.l. Reg. trib. Roma n.585 del 21/01/89 Finito di stampare: gennaio 2010 febbraio

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Cari amici di Ore undici, mi fa piacere condividere con voi alcune emozioni che mi ha lasciato il viaggio nel deserto di Algeria, “Sulle orme di Charles de Foucauld”, organizzato dalla Fraternità di Romena, a cui ho partecipato nel novembre scorso. Ero spinta dalla voglia di prendermi una pausa di riflessione, da un desiderio di essenzialità e dal fascino che indubbiamente il deserto porta con sé. Le nostre giornate erano scandite da una camminata mattutina di un paio d’ore, da spostamenti in auto, da pause per il pranzo sotto l’ombra di grandi acacie e da una passeggiata pomeridiana che terminava al campo, allestito dai Tuareg ogni giorno in un posto diverso. Alle diciannove appuntamento fisso per la tisana, un momento molto bello in cui il gruppo condivideva le sensazioni, le emozioni provate nella giornata. La cena, tutti insieme, veniva seguita dal rito del tè intorno al fuoco, a cui spesso i Tuareg univano canti accompagnati dal suono melodioso del liuto.

LETTERE A D. MARIO

pace, la sensazione di essere stata avvolta da un silenzio che era preghiera. Belli i momenti di condivisione… Bello il rapporto con i nostri fratelli Tuareg e tra noi del gruppo, in una relazione che è andata crescendo nei giorni, fino a sentirci parte di uno stesso cammino, avvolti in un “nulla” che ci ha consentito di essere veri nei rapporti e con noi stessi. Sento una grande nostalgia e un desiderio forte di ritornare, per scrutare ancora oltre quella porta che si è aperta, facendomi assaporare un frammento di infinito. Alessandra

CAMMINANDO NEL DESERTO

Sono state davvero intense le emozioni provate di fronte a paesaggi incredibili, nei quali si alternavano rocce scavate dall’erosione, che assumevano le forme più impensate (a volte somigliavano ad animali, altre a guerrieri), a dune sconfinate e sensuali, che nemmeno il pittore più attento avrebbe potuto rendere così belle, contornate nei profili, con colorazioni diverse, in un gioco di luci e ombre che cambiava nell’arco della giornata. Le camminate nel silenzio permettevano allo sguardo di perdersi in orizzonti senza fine. Le notti, nei nostri sacchi a pelo, sotto un cielo di stelle indimenticabile. I colori delle albe e dei tramonti sembravano infuocare il cielo. Il deserto è veramente un luogo speciale, dove si ha la sensazione di trovarsi in contatto con la parte più profonda di noi stessi. È emblematica la frase di Saint Exupéry: “Il deserto non si dà agli amanti di un sol giorno”… Ti entra dentro piano piano e ti trovi immersa in uno spazio senza tempo, che ti spoglia dei pensieri inutili, riportandoti ad un’essenzialità a cui non si era più abituati da tempo. Mi porto nel cuore questo spazio infinito, un senso di

Cara Alessandra, ci hai fatto rivivere emozioni fortissime. Il pensiero è andato a Charles de Foucauld che nel deserto, dopo un lungo itinerario, ha trovato il luogo dove la sua anima poteva incontrare Dio. Il vuoto, l’essenzialità, la povertà, la bellezza sono stati lo sfondo di un’esperienza che ha favorito le intuizioni radicali ed evangeliche da lui vissute personalmente, facendone un dono ancora attuale per tutti noi e per la Chiesa. don Mario

POTETE INVIARE LE VOSTRE LETTERE A: don Mario De Maio - Via Ottaviano, 105 00192 Roma demaiom@oreundici.org

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arlare di preghiera oggi, sembra tornaraggiungere quella che il Vangelo definisce la re a un’abitudine primitiva, arcaica, verità tutta intera (Gv. 16,13). Possono addosostituita da mezzi terapeutici più efficamesticare gli assalti delle pulsioni e abituare il ci o da impiego più piacevole del tempo. Al soggetto a vivere a livello della ragione alleaposto della preghiera si preferiscono pratiche ta con la psiche. Spesso assistiamo in persoyoga, ginnastiche di tipo orientale, perché la ne rispettate e anche invidiate per la loro positecnica allontana sempre di più la persona zione sociale, come una rottura di un equiliArturo Paoli dalla sua dimensione metafisica. brio instabile che le fa precipitare al livello priAllo stesso tempo attraversano l’aria grida di mario delle pulsioni. allarme, accusando il danno che si produce La verità della preghiera va oltre le pratiche non dando importanza alla vera dimensione che si fermano a livello della psiche, perché si dirige a un Interlocutore invisibile. Quella umana. Mi tornano spesso alla mente le paroche può definirsi preghiera è dialogo, desile di Agostino a proposito di questa più imporderio di Dio. Le regole, le consuetudini, i tante dimensione: Ci hai creati per Te o Dio, metodi sono e il nostro delle gabcuore è inbie entro le quieto finché quali intristinon raggiunsce l’aquila. ge Te. Il piccolo ma l Vangelo profondo ci parla di libro dello psiGesù che: canalista Luigi Zoja “La morte del prossimo” e soprattutto al mattino si alzò quando ancora era buio, e uscito di gli eventi mettono in evidenza il rapido calo della sensibicasa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava (Mc 1,35 lità affettiva dell’uomo. L’aridità del cuore tanto temuta dai e Lc 40,42). maestri di spirito come la malattia umana più terribile oggi Altri passi del Nuovo Testamento ci illuminano sulla preappare come un’epidemia che si diffonde rapidamente. ghiera del Modello Unico: Nei giorni della sua vita terLa preghiera doveva essere una supplica corale per sconrena, Egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e giurare gli effetti molto temuti di questa malattia. lacrime a colui che poteva liberarlo da morte (Eb 5,8). È Il fatto che il popolo cristiano in meno di un secolo abbia un po’ difficile pensare che Gesù preso da tanta angopotuto scatenare due guerre chiamate con un certo vanto scia pensasse in quel momento a controllare la sua respi“mondiali” dimostra chiaramente che la malattia dell’inrazione. È il racconto drammatico della preghiera di durimento del cuore non è solo nell’immaginario dei Gesù che ci rimanda alla lunga ultima notte che precemoralisti. Che sapore può avere la vita se si spegne la de la cattura. I tre evangelisti ci rappresentano un Gesù vita del cuore, cioè l’esigenza di amare e di essere prostrato con il volto che tocca la terra supplicando il amati? La preghiera non può essere pensata come un Padre: la sua resistenza umana si rifiuta di accettare metodo da scegliere ma come espressione vera di un l’evento che si prepara. Le ore passate nell’orto del bisogno reale, e non può non risentire degli eventi del Getsemani ci sembrano ancora più drammatiche di queltempo. Ed è proprio questo che rende difficile educare i le vissute dall’uomo che pende dalla croce, perché è l’ulgiovani alla preghiera. tima agonia e termina con un’affermazione vittoriosa: utte le proposte che invitano a sedute di “spiritualità”, Tutto è stato compiuto e può annunziare al compagno di programmi di silenzio, respirazione controllata e atti martirio che prima del tramonto del sole, si troveranno simili hanno indubbiamente degli aspetti benefici, immersi nella luce senza tramonto. liberando la psiche da pesi e da voglie, ma di fatto non Nella preghiera del giardino il cielo è chiuso, c’è la conarrivano a soddisfare il vero bisogno perché non possono sapevolezza del fallimento e solo quando il Messia sem-

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L’ARTICOLO DI FONDO

PREGARE È DESIDERIO DI DIO

mettere a disposizione il nostro cuore sciupato

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Convegno di Cattolica 2010 - Fratel Arturo con Federico Mancini e Niccolò Carlini (fotografia di Daniele Beccari) febbraio

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bra aver perso ogni speranza in questo cielo ostinatamente chiuso, filtra un raggio di sole, il ricordo lontano di un ECCOMI, la mia vita è stata guidata da questo piccolo raggio di luce: la tua volontà Padre.

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uesta è la preghiera, il ricordo festoso di un Padre che ci ha promesso di non lasciarci orfani e che manifesta la sua fedeltà nella primavera che esulta sulla terra attraverso una vita che continua a saltare dalle zolle, a salutare il sole. La preghiera oggi può essere solo grido di invocazione che inorridisce davanti all’epidemia del nostro tempo che pare implacabile nel devastare il cuore dei giovani che non sanno chi amare. Proprio ieri di questo mattino in cui traccio queste righe ho raccolto il tuo lungo pianto, giovane amico. Ti ho solo detto che il mio cuore danzava accanto al tuo perché sentivo la sconfitta della morte e il rinascere del tuo cuore. La preghiera di Gesù ha sempre come causa la sua convivenza con i fratelli. Egli ha fatto sue le sofferenze degli uomini, i loro peccati, i loro conflitti e tutta l’estrema povertà e fragilità dell’uomo. È tutto questo che fa vibrare il suo ricorso al Padre. Egli non prega quasi per procura, Egli è il lebbroso, il povero, il peccatore, il disperato, il vinto dalla vita che pieno di speranza grida, piange, tende le sue mani al Padre che ha promesso di amarci eternamente. La nostra preghiera diventa così un’amicizia con Lui, un mettere a disposizione il nostro cuore sciupato, talvolta devastato, ma è tutto, non abbiamo altro da dargli. Eppure Lui ha bisogno di questa nostra preghiera per continuare a mettere nel mondo la presenza dell’amore che infallibilmente lo porterà alla salvezza. n

HAITI: TRA LE VITTIME LA “MADRE TERESA” DELL’AMERICA LATINA Zilda Arns, pediatra, fondatrice della Pastorale del bambino, sorella dell’Arcivescovo emerito di San Paulo Evaristo Arns, è stata una delle vittime del terremoto che il 13 gennaio ha devastato Haiti. “La mia carissima sorella Zilda Arns Neumann ha sofferto con il buon popolo di Haiti i tragici effetti del terremoto. Dio, nella sua misericordia, accolga in cielo quanti sulla terra hanno lottato per i bambini e gli indifesi. Non è il momento di perdere la speranza” ha detto il cardinale Evaristo Arns con profondo dolore. Zilda era madre di cinque figli, vedova dal 1978, e ha dedicato tutta la sua vita a cause umane e solidali. Nel 1983 aveva fondato la Pastorale del Bambino, organismo di azione sociale legato alla Conferenza episcopale brasiliana, che ha come obiettivo lo sviluppo integrale dei bambini poveri e il sostegno delle loro famiglie e comunità. La Pastorale del Bambino agisce in Brasile attraverso 261.000 volontari, che accompagnano più di 1,8 milioni di bambini e 95.000 gestanti in oltre 42.000 comunità e 4.066 municipi brasiliani. L’azione della Pastorale del Bambino ha consentito di ottenere in Brasile una forte riduzione della mortalità infantile e della denutrizione, e la diminuzione della violenza all'interno delle famiglie. Nel 1981 era stata candidata al Premio Nobel per la pace. Al momento del terremoto si trovava a Port-au-Prince per una missione della Pastorale del Bambino. Fratel Arturo ha conosciuto e frequentato il cardinale Arns durante i molti anni che ha vissuto in Brasile, uniti dallo stesso ideale di Chiesa del popolo per una spiritualità liberatrice. n

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uasi tutti veniamo da una cattiva o se non altro ambigua educazione alla preghiera. Purtroppo, dobbiamo confessarlo, fin da piccoli fummo educati a «dire preghiere», meno, molto meno, a «stare davanti a Dio». Educati a dire parole nella preghiera, con il conseguente inganno di Angelo pensare che dal numero delle preghiere sia misurata la religiosità di ciascuno di noi. Eppure Gesù aveva detto: “Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6, 7-8). Educati a dire parole, meno a stare faccia a faccia con Dio. Puoi stare con Dio, senza parole, respirando nel silenzio la sua presenza. Chi di noi si sentirebbe di mettere in dubbio l’intensità del tempo consumato in silenzio dagli innamorati, abbracciati l’un l’altro, senza parole? Respirare la presenza dell’altro è condizione ineludibile perché le parole e i gesti, anche quelli religiosi, anche quelli che riempiono le chiese, non siano casa vuota, ma siano parole, siano gesti abitati.

IN PRIMO

PIANO Casati

di Dio’. E così fece. Con quale risultato? Presto venne da me e disse: ‘È straordinario, quando prego Dio, in altre parole gli parlo, non sento nulla, ma quando mi siedo nella calma, faccia a faccia con lui, allora mi sento avvolta dalla sua presenza’. Non sarai mai in grado di pregare Dio realmente e con tutto il tuo cuore, se non impari a tacere e gioire a causa del miracolo della sua presenza, o se preferisci, del tuo stare faccia a faccia con lui anche se non lo vedi” (La preghiera giorno dopo giorno, Edizioni Qiqajon).

ncora una volta a Bose, col fiato trattenuto, nella chiesa delle origini, dove ora è custodito il pane del volto di Dio, mi seducevano le ombre, il Cristo della Croce, l’altare di pietra, il cero adorante, ma insieme mi seduceva una piccola striscia di colore che, filtrando dai vetri colorati, pulsava, come avesse un cuore, sul nudo pavimento. Stare come la striscia davanti a Dio. Stare con Dio nella vita di ogni giorno, questa è la sfida. Nella vita che è sferruzzare, sferruzzare il quotidiano: i bambini che piangono nella casa, il telefono che chiama e tu sei ai fornelli, la sveglia che suona, il bagno sempre occupato, le auto in colonna, stare uno sull’altro nella metropolitana, la crisi del figlio, la notizia del terremoto, l’abbraccio infinito e quello negato. Noi, in giornate orfane della campanella dei monaci, chiamati a inventare nuovi modi di stare davanti a Dio, non in fuga o a dispetto della vita, ma interpretando la vita. Una preghiera non contro i ritmi quotidiani, ma secondo i ritmi del quotidiano. Penso al moto di genialità che portò in tempi antichi a inventare la preghiera di Gesù. Ci si era accorti che il ritmo fondamentale, quella musica che ci portiamo dentro è il respiro. E nacque così l’invocazione: “Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me”, preghiera da modulare secondo il ritmo del respiro.

DIO NEL QUOTIDIANO

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modulare la preghiera nella vita

ra i libri della cella dove ho soggiornato, a Bose, mi ha incuriosito per il suo titolo, un capitolo di un libro di Anthony Bloom, metropolita della chiesa ortodossa russa. Il titolo dice: Sferruzzando davanti a Dio. “Ricordo che una delle prime persone che venne a chiedermi consigli dopo che ero stato ordinato presbitero fu una vecchia signora che disse: ‘Padre, ho pregato quasi incessantemente per quattordici anni, e non ho mai avvertito la presenza di Dio’. Allora le dissi: ‘Gli ha dato una chance di proferire anche solo una parola?’. ‘Oh no’ mi disse, ‘ho parlato io per tutto il tempo, non è forse questa la preghiera?’. Le dissi: ‘No, non penso che lo sia, e quel che le suggerisco è di mettere da parte quindici minuti ogni giorno, restando seduta a sferruzzare davanti al volto

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Fotografia di archivio febbraio

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E se oggi scoprissimo altri ritmi e su quelli inventassimo il nostro stare davanti a Dio e diventasse questa un’arte da passarci gli uni gli altri? i sarebbe, io penso, da comporre un libro e sarebbe vivo, di sangue, non di preghiere slavate, come succede spesso a libri che riportano preghiere ecclesiastiche scolorite, preghiere per i fidanzati, per i genitori, per i figli, per una morte, per una nascita, dove le parole sono pallide, spesso filtrate non dalla vita, ma dai documenti. Modulare la preghiera nella vita. La preghiera nel ritmo di una madre che sta con Dio mentre culla il bambino e, cullando, chi sa, nel cuore vada mormorando parole del Primo Testamento: «Può forse una madre dimenticare il suo piccolo? Anche se fosse, dice Dio, io non mi dimenticherò di te». O la preghiera della donna mentre sta affaccendata ai fornelli. Chi sa che nel cuore non culli la memoria del Gesù della brace. Brace accesa sulle sabbie estasiate del litorale e pesce arrostito a ristoro di discepoli da una notte di pesca sul lago. Stare con Dio, chissà, nella colonna ferma insofferente, in attesa di un evento che schiuda, e avvertire nel segreto un’attesa ancora più radicale, l’attesa della venuta del Signore. Stare con Dio quando esci di casa o quando ritorni e nel cuore il riaccendersi delle parole del salmo: “Il Signore è il tuo custode e la tua ombra, il Signore custodirà il tuo entrare e il tuo uscire” (Sal 121). Stare con Dio quando ti trema il cuore e più non sai né chi sei né dove vai, lontano da chi, lontano da dove? E il salmo a rassicurarti che nella più lontana delle lontananze Dio ti attende, lui che “ti ha plasmato nel più profondo, ha creato le tue viscere, ti ha tessuto nel seno di tua madre” (Sal 139). n

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ELENA BRAMBILLA Elena Brambilla ci ha lasciati il 6 dicembre scorso alla soglia dei 93 anni. La sua lunga vita, intensa, ha attraversato esperienze e incontri con persone di grande spessore umano: padre Davide Turoldo, don Zeno di Nomadelfia, don Lorenzo Milani, fratel Arturo Paoli, la cui somiglianza li faceva apparire fratelli anche fisicamente. "So di aver dato la vita nel tentativo di lavorare per un po' più di giustizia nella società, avendomi il destino (o l'educazione?) costretta a vivere grandissima parte dei miei anni a fianco della povertà e, peggio, miseria. (…) Per me quello che si chiama Regno di Dio, al di là del mistero, è una intenzione, uno stile, una scelta che dirige le azioni. (...) Ho lavorato più di 30 anni nei gruppi di catechesi con adulti e ragazzi dove non potevi proporre il Vangelo e poi contraddire col tuo modo di vivere ciò che venivi proponendo..." così scriveva Elena. Fino alla fine l'hanno contraddistinta la curiosità per tutto quello che succedeva intorno, la forza di indignarsi per le ingiustizie esprimendo con veemenza il suo disappunto e invitando ad agire, l'ascolto sempre attento dei problemi e delle sofferenze degli altri cercando di alleviarli, l'entusiasmo del bambino e la tenerezza della madre, la gioia di vivere nonostante il grave calo della vista negli ultimi anni e gli acciacchi della vecchiaia. Matilde Faravelli Elena, la tua tenerezza e il tuo sorriso ci aiuteranno sempre a seguire il tuo sentiero attraversando valli oscure con lo sguardo verso quella meta desiderata dove tu sei giunta lieta della tenerezza intramontabile di Dio di cui ci hai trasmesso un saggio lasciandoci la sete. Fratello Arturo

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DIZ ION ARI

PERDONO erdonare è una delle esperienze spirituali più difficili. La sua importanza per i cristiani è affermata da Gesù stesso nella preghiera che ha insegnato: “rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimetteremo ai nostri debitori”. È importante allora capire bene che cosa significa “rimettere”, “perdonare”. Per parlarne ci facciamo aiutare da alcune riflessioni di don Carlo Molari, tratte da Un passo al giorno (Cittadella editrice, 1989).

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ano a mano che l’unificazione dell’umanità procede, è sempre più necessario che gli uomini imparino a perdonarsi, che smettano cioè quegli atteggiamenti di rappresaglia o di rivalsa che sono tipici dello stato infantile, e che fino a oggi hanno caratterizzato anche i rapporti tra i popoli. Diversi equivoci sono in circolazione a proposito del perdono. In primo luogo perdonare non significa scusare o trovare attenuanti all’azione di un altro. Chi ha scuse valide non deve essere perdonato. Il perdono riguarda proprio chi ha sbagliato coscientemente. Perdonare non significa neppure dimenticare gli errori di un altro o non aver più voglia di reagire nei suoi confronti. Il perdono che nasce dalla dimenticanza o dalla stanchezza è un ripiego. Perdonare non è un premio al pentimento del delinquente. Il perdono dato a chi si pente è ancora molto incondizionato e imperfetto. Infine il perdono non è una legge che vale

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solo per il rapporto tra gli individui. Anche i popoli, anche i gruppi sociali, anche le famiglie devono essere capaci di perdonarsi. he cosa significa allora perdono? Il perdono è un atto di misericordia, è un atto di amore gratuito, un’offerta di vita che consente a chi ha sbagliato di cominciare a cambiare. Il perdono perciò deve essere offerto a tutti coloro che compiono del male per aiutarli ad uscire dal loro male. Solo l’amore gratuito di chi gli sta accanto può permettergli di cambiare vita. Certo perdonare è difficile, soprattutto quando l’offesa ha toccato gli affetti più profondi e le fibre più intime di una persona. Ma proprio perché il male è grande, è necessario che un grande bene venga messo in moto. Il perdono risiede a quei livelli profondi dove si sviluppa la vita che vale realmente. Oggi lo stile del perdono non è ancora molto diffuso. Perdonare non è diventato ancora una caratteristica della comunità umana. È uno di quei salti qualitativi dello spirito che oggi condizionano il cammino del progresso umano. Per questo è urgente che chi sa perdonare eserciti continuamente la sua capacità e diventi testimone di perdono in tutte le circostanze. Quando uno stile di vita è introdotto dalla testimonianza continua di un gruppo, esso può dilagare nella società intera. n

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o non trovo assolutamente nulla che sia paragonabile all’eccelsa bellezza e alla vasta capacità di un’anima. E in realtà le nostre intelligenze, per acute che siano, stentano davvero ad afferrarla, così come non possono arrivare a comprendere Dio, visto che egli stesso afferma di averci creati a sua immaAntonia gine e somiglianza (dal Castello interiore1). Istruire qualcun altro nella pratica dell’orazione è opera ardua e delicata. Teresa d’Avila lo sapeva bene. Non basta averne una profonda esperienza personale. Né basta aver letto libri sull’argomento o essersi confrontati con padri “spirituali” e “teologi”. Le parole sembrano sempre mancare e tutto ciò che si riesce a dire appare inadeguato, difficile, al limite del comprensibile. Chi ha già avuto esperienze simili a quelle che si tenta di descrivere, le riconosce e comprende. Ma chi ancora a quell’esperienza non è giunto, trova terribilmente oscura la descrizione di chi tenta di dire. Teresa, nello scrivere quel sublime e penetrante testo che è Il castello interiore, comprende questa difficoltà e sceglie di aiutare se stessa che scrive e coloro che la leggono e leggeranno (le sue consorelle del Carmelo in primis e le lettrici e i lettori futuri) con un’immagine. Un po’ perché le sembra che l’immagine renda meglio l’idea delle descrizioni astratte, un po’ perché, ripete più volte, lei è donna e in quanto donna (del ‘500!) non particolarmente “letterata” e invece piena di “immaginativa”, dunque più incline ad usare paragoni e accostamenti con il mondo della realtà quotidiana. Immaginate che la vostra anima sia un castello, dice, un castello monolitico, ovvero unitario, così come il nostro essere è unitario, ma costituito da molte stanze, ovvero sfaccettato, complesso, variegato, ricco di spazi all’interno dei quali non dobbiamo temere di muoverci. La porta per entrare in questo castello è la preghiera ed il percorso che veniamo invitati a compiere è un percorso che si inabissa sempre più verso l’interno, in direzione della stanza centrale, là dove abita la Luce, il Sole radioso, il Principio fontale, la Sorgente, il Re, lo Sposo – tutte espressioni con cui Teresa indica il Divino. Le tappe sono sette. Non sette stanze poste

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PIANO Tronti

una dietro l’altra, ma sette livelli, ognuno dei quali costituito, a sua volta, da molteplici stanze. Prime stanze, seconde stanze, terze stanze, quarte stanze, quinte stanze, seste stanze e settime stanze.

a preghiera è lo strumento fondamentale, la chiave di accesso. Sì, perché pur essendo questo castello combaciante con noi stessi, ci può accadere di vivere tutta una vita fuori dalle mura dell’edificio, ovvero fuori da noi stessi, senza mai entrare. Il primo movimento da compiere è un movimento di conversione, ovvero smettere di girare intorno alle mura, smettere di vivere alla periferia del nostro essere, e, come il figliol prodigo della parabola evangelica, rientrare in noi stessi. Imboccare finalmente la porta del nostro io ed attraversarla, per cambiare posizione e vivere la nostra vita a partire dall’interno di noi, anziché dall’esterno. Una volta entrati, nelle prime stanze inizia un processo di autoconoscenza che ci riporta alla nostra relazione essenziale con Dio. Siamo ancora molto vicini al paesaggio esterno dell’anima, e dunque mille distrazioni e desideri ci assalgono, cercando di distoglierci dal cammino, eppure sentiamo la forza di un misterioso richiamo, a cui ancora non sappiamo pienamente corrispondere. Scopriamo un elemento che, dice Teresa, dovremmo coltivare: la sete. Il desiderio di penetrare più all’interno e di lasciarci attrarre. Una sete che fonda la perseveranza. E che permette ad un altro elemento basilare di svilupparsi in noi: l’umiltà. Sì, perché la sete fa scoprire mendicanti2, umili, non autosufficienti. La preghiera è cammino di relazione. Non ripiegamento su se stessi, ma apertura ad un Altro. Un Altro che vive, luminoso e irradiante, al centro dell’essere. Un Altro che, perché si riveli la verità di ciò che siamo, deve crescere, in proporzione alla diminuzione del nostro io. L’itinerario passa attraverso diversi gradi e tipi di preghiera, che possiamo raggruppare sotto le definizioni classiche di orazione di raccoglimento, orazione di quiete e orazione di unione.

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LE STANZE DI TERESA la preghiera è cammino di relazione

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ell’orazione di raccoglimento, sempre più le porte dei sensi si chiudono, per lasciare fuori le sollecitazioni esterne al Tu della preghiera. È un processo lungo, faticoso e accidentato. È quello che sperimentiamo tutti quando cerchiamo di concentrarci sulle parole di un Salmo o di una preghiera, sul volto di Gesù evocato da un’icona, su una scena evangelica, su alcune affermazioni di Gesù, o semplicemente sul silenzio. Da una parte c’è il desiderio di raccogliersi e di farsi assorbire dalle parole o dall’immagine prescelti, dall’altra ci sono le distrazioni, le sollecitazioni provenienti dall’esterno che continuano a portarci “fuori dal campo della preghiera”. Cercare di rimanere in questo campo è la fatica dell’orazione di raccoglimento. L’impegno è restare vigili, per pazientemente e continuamente riportare l’attenzione là dove abbiamo scelto di porla, distogliendola da ciò che arriva a distrarla. Questa fase può dominare la nostra preghiera per un periodo o per una vita intera. Ma se la si supera, si entra in una fase ulteriore, che è rappresentata dall’orazione di quiete. Qui la fatica per rimanere ancorati al Tu della preghiera diminuisce, perché è sempre più Lui ad operare in noi. Si ha l’impressione di non essere più noi a voler pronunciare la preghiera, ma che la preghiera salga spontaneamente al nostro cuore e alle nostre labbra. Così, non siamo più noi a cercare di tenere lo sguardo fisso sul volto dell’icona, ma è il volto a guardare noi. Passaggio fondamentale, che ci estrae dall’illusione di essere noi gli artefici della preghiera. Come un terreno che riceve l’acqua non attraverso un complicato sistema meccanico di condutture, ma da una sorgente che sgorga al suo interno. Non costruiamo o “facciamo” la preghiera. La riceviamo. Con una conseguenza mirabile: che il nostro essere si dilata. Proprio come l’acqua che si sparge sul terreno a partire dalla sorgente che ne è al centro. In questo gradino della preghiera, i sensi sono ormai addormentati, mentre le varie potenze dell’anima (volontà, intelletto, memoria e immaginazione) vanno addormentandosi. Nell’orazione di unione arriviamo a sperimentare una vera e propria sospensione della mente sensoriale e intellettiva. In questo livello, l’anima è come un bruco che si ritrova avvolto nel suo bozzolo, per Teresa identificabile con Cristo stesso. E’ così che si apre una nuova fase: raccolto nel bozzolo, il bruco muore e nasciamo ad una nuova identità: emergiamo dal raccoglimento e dalla quiete purificati, con le sembianze di una leggera e leggiadra farfallina bianca. Ma questo non è ancora il punto d’arrivo. L’unione ha diver-

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si gradi e livelli. Le stanze più interne del castello sono le stanze nuziali, là dove Gesù ci si presenta col volto dello Sposo. Egli accende in noi il desiderio dell’unione fin dal primo sguardo, ma solo gradualmente arriva ad unirsi a noi. Solo dopo un periodo di promesse e di visite ripetute, ovvero dopo un fidanzamento che ha lo scopo di aumentare in noi sempre più il desiderio di Lui. Le settime stanze sono le stanze dove abita e dove a noi si unisce, con un’unione talmente intensa da farci morire definitivamente a noi stessi, al nostro “io-senza-di-lui”. Fino a farci affermare, con San Paolo: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Non ci sono più. C’è solo Lui. L’incarnazione di Cristo in noi. Da quel punto in poi, siamo pura trasparenza a Gesù, che a sua volta è pura trasparenza al Padre. Come Lui dice le parole del Padre e compie le opere del Padre, così noi diciamo le parole di Gesù e compiamo le sue opere. Lui le dice e le compie in noi. Opere: questo l’esito, ovvero amore per la salvezza del mondo. In noi diventa stabile l’amore di Dio che ha tanto amato il mondo. n 1. Teresa d’Avila, Castello interiore, OCD, Roma 1995 2. A. Potente, G. Gomez, Caterina e Teresa. Passione e sapienza nella mistica delle donne, Icone, Roma 2006

STUPORE E AMMIRAZIONE Stupore e ammirazione per la natura è una delle radici più profonde del sentimento religioso. La più bella emozione che si possa provare è quella mistica. Albert Einstein

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a cima solenne del Monviso, sovrano tamente giusti, mentre poi ciò che ci plasma è delle Alpi cuneesi, finisce col nasconderuna lunga frequentazione della Parola. La presi quando ci si addentra nella vallata ghiera diventa un ruminìo costante, in solitudiboscosa che dopo dieci chilometri inerpicati ne, della Parola, che poi disegna il volto di Dio tra le curve, sfocia a Pra ‘d Mill (Prato dei davanti al quale cerco di stare. Mille, che sono i metri d’altitudine). Qui quinCosa vuol dire che la Parola di Dio disegna il dici anni fa è nato il monastero cistercense volto di Dio? Silvia Pettiti Dominus Tecum, nel quale vivono oggi dodici L’unico modo che abbiamo per conoscere Dio, monaci e che nel dicembre scorso è stato ricoche è inconoscibile, è comprendere quello che nosciuto Priorato indipendente. Ad avviare la Lui ci ha detto di sé attraverso i mille modi della nuova fondazione nel 1995 era stato padre Scrittura, i quali tutti si riconducono allo stesso Cesare Falletti, che in provincia di Cuneo è volto e si completano. Non basta leggere un nato nel 1939 da famiglia aristocratica e catlibro della Bibbia per dire chi è Dio, il Suo volto tolica, non certo bigotta. “In famiglia ho appreè narrato dal Genesi all’Apocalisse. Allora, so l’essenziaquando prego, non posso dire le: l’amore per di stare davanti la vita, le cose a Qualcuno giuste, il volerche conosco, si bene tra fraperché nessuno telli. Anche il può conoscere senso critico riDio, ma non sospetto alle verino neppure davanti a una vaga cosa informe, a una mia tà e alle istituzioni ha fatto parte della nostra educazione, così quando è arrivato il Concilio, esso è stato una conferproiezione o a una idea filosofica. È chiaro che la tentazione è quella di “pregare davanti allo specchio”, cioè di cerma più che una novità” racconta padre Cesare, che inconcare se stessi. Tutta la Scrittura è piena di questa tentazione tro in una limpida mattinata dicembrina, quando fuori fa freddo e la vallata è bianca dell’ultima nevicata. che è l’idolatria. La Scrittura smonta continuamente le nostre proiezioni su Dio e quindi ci rende più poveri, ma contemL’argomento della nostra conversazione vorrei fosse l’espeporaneamente ci offre un “tu”. In questo la preghiera cristiarienza del pregare più che la definizione della preghiera. na si distingue da tutte le preghiere orientali. Nessuno la vive quotidianamente più di un monaco. La vita del monastero è fatta di silenzio, solitudine, assenAlla base della mia vocazione c’è stato il bisogno di pregaza di distrazioni. Tutti elementi essenziali per ricordarsi continuamente della presenza di Dio? re più che l’impegno ecclesiastico, anche se poi ho fatto il Il monaco non ha una missione da compiere, il senso della Seminario a Roma, insieme a don Mario De Maio, perché sua esistenza non è la carità né l’accoglienza che pure ceril mio direttore spirituale non era sicuro della mia vocazione chiamo di offrire a tutti quelli che bussano alla porta, e sono monastica. tanti, portando povertà di ogni genere. Che cosa vuol dire pregare? Ci sono due aspetti, che tra Ma la ricchezza della vostra relazione con Dio come si traloro si completano a vicenda: quello della preghiera silenduce in un beneficio per il mondo, in quelle parole di ziosa e quello della liturgia. Per me entrambi sono sempre Theilard de Chardin “amorizzare il mondo” che fratel stati necessari. Arturo Paoli ci ricorda sempre? Che cosa è la preghiera silenziosa? Questa è la grande questione della vita monastica, perché Significa stare davanti a Dio, sprecarsi un po’ per lui, esseun piccolo fratello del vangelo, ad esempio, vive concretare gratuiti offrendogli il proprio tempo. Inizialmente è esaltanmente da qualche parte, mentre il monaco non è da nessute, ma poi diventa l’aspetto più difficile perché è il più arido. Dopo tanti anni posso dire che i momenti iniziali spesso na parte. Come può contribuire ad amorizzare il mondo? Lo sono più falsi che veri, provocati da sentimenti non complesforzo del monaco è quello di diventare nessuno, cioè di

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INTERVISTA: P. FALLETTI

PREGARE DAVANTI A UN “TU” la Parola smonta le nostre proiezioni

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perdere completamente il proprio volto per essere l’uomo qualunque, per assomigliare a Gesù in croce non tanto nella sua sofferenza quanto nel suo essere nessuno. Non è casuale che il crocifisso in legno della cappella scolpisce la sagoma di Gesù scavandola nella croce. È un vuoto modellato all’interno della croce, un’impronta che non occupa spazio ma che esprime tutta la sua identità. Cercando di perdere tutte le cose che fanno di me un individuo diverso dagli altri, che si oppone o si impone, che rimane distante dagli altri perché ha un suo progetto e un suo modo di fare che lo individualizza, in questa ricerca di essere nessuno, viviamo la vita di tutti. Più il monaco perde se stesso, più diventa simile all’uomo Gesù, colui che riassume e vive in sé la vita degli altri. Davanti ai poveri il monaco è in genere molto imbarazzato perché sente la sua inefficacia totale. Ma nella misura in cui riesce a essere nessuno, quando prega “Signore Gesù abbi pietà di me”, questo “me” non sono io, ma è voce di tutti. Ore undici insiste molto sulla crescita umana, prima che spirituale, cioè sulla importanza di costruire una identità personale il più possibile autentica e profonda. Il percorso che lei indica porta “oltre l’umano”, ma senza umano non ci può essere neppure l’oltre… Non si può dare quello che non si è, quindi non si può dare la propria vita se non si possiede una identità. La vita monastica, soprattutto benedettina, umanizza molto, tiene conto dell’uomo, anche se poi le dodici grandi virtù chiedono alla persona di perdere tutte le sue ricchezze. Ma attenzione, si perdono le ricchezze, non l’umano. Si perdono le cose che coprono l’umano, la grande fatica è quella di uscire puliti, nudi, restare completamente uomini. Quale importanza ha la dimensione comunitaria in questo percorso e nella preghiera? La relazione comunitaria è fondamentale perché l’uomo è tale solo se vive continuamente con un “tu” e il “Tu Dio” non basta. Tutta la Scrittura rimanda all’uomo perché non si può dare il “tu” a Dio senza dare il “tu” all’uomo. Dio non ci pensa soli, ci pensa come coloro che ricevono la vita dalla madre Chiesa, per cui la vita fraterna e la preghiera liturgica sono il nostro modo di essere Chiesa, abbracciando tutti gli uomini. Non siamo una setta che vive da sé, la nostra liturgia, così ampia e abbondante, genera sangue che poi fluisce nella vita di tutta la Chiesa. Non è sempre facile pensare alla Chiesa come madre… Quando diciamo madre, spesso immaginiamo e pretendiamo una figura perfetta… mia madre è stata una donna per-

fetta, però i suoi difetti li aveva! La madre è colei che dà la vita e la Chiesa continua a darci la vita perché ci dà la Parola. Poi ci sono momenti in cui si è contenti della propria madre e altri in cui sembra quasi avere l’Alzheimer, ma sempre madre rimane. Non dobbiamo chiedere alla Chiesa di essere un’organizzazione perfetta, ma sperare che non deragli sulla fede. Lei come interpreta la crisi delle vocazioni che investe la Chiesa? La crisi della Chiesa va di pari passo con la crisi della società, che si esprime nella crisi delle nascite. Se i ragazzi non osano impegnarsi nel matrimonio, non osano neppure dire di sì ad un impegno che sembra ancora più grosso. Siamo in un contesto sociale di transizione, non ci fermeremo a questo stadio, qualcosa nascerà! Il fatto che il prete non ha più il ruolo di una volta ha fatto perdere tante vocazioni, ma questo è un bene, non un male! Le cose autentiche, quelle, non si perdono, ma cambiano. Sono tante le cose che tormentano il mondo: politica, economia, povertà, guerre… Voi come accogliete e vivete tutto questo? Ci sono vari aspetti. Il primo è la povertà dell’uomo, ad esempio davanti al terremoto. Non si può dare sempre la colpa a qualcuno, in queste situazioni si vive l’impotenza profonda dell’uomo che fa esperienza della sua fragilità. Ma poi c’è tutto quel male che provoca rabbia, ed è tanto. I giornali sono pieni di fatti che danno rabbia. Il monaco non deve fuggire nell’indifferenza, né deve lasciare che la rabbia sfoci in disprezzo e odio. I salmi, che noi preghiamo nella liturgia, ci insegnano a tradurre questa rabbia in grido rivolto a Dio: svegliati! Intervieni! La nostra rabbia è orientata in direzione verticale piuttosto che nell’andare in piazza a fare delle manifestazioni, che possono anche essere giuste ma non sono la nostra parte. Un’ultima cosa. Qualcuno ha detto che il Duemila sarà il secolo dei contemplativi oppure non sarà. Lei cosa ne pensa? A che punto stiamo? È una frase filosofica, di Emmanuel Mounier, che a me piace completare con un’altra di Giorgio La Pira: il Duemila dovrà trovare le città circondate da monasteri. Questo lo credo molto e in effetti in Piemonte stanno rinascendo dei monasteri un po’ dappertutto. Le città oggi soffocano l’uomo, i monasteri gli restituiscono quel respiro contemplativo che si è perduto. Io continuo ad esortare le persone a pensare invece di arrabbiarsi quando si trovano negli ingorghi... n febbraio

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Il suo volto era perfetto ma non sdolcinato Come ebreo aveva un volto severo E pensava solo le cose di Dio Ma pensava anche al gelo che gli uomini avevano nel cuore. E il suo amore fu come una fiamma che sciolse tutti i ghiacciai dell’universo. Rosanna Rosanna Virgili ha scelto queste parole di Alda Merini, dal libro Corpo d’amore (Frassinelli 2001) per dire che l’amore è il tessuto di tutta la vita di Gesù, fatto di gesti mai sdolcinati, che hanno la sostanza del diamante, forte e pura. Ha usato e ripetuto per tutto il corso della sua relazione, quanto mai intensa e piacevole, una parola insolita per definire i gesti d’amore di Gesù: “gesti duri, non nel senso negativo del termine, ma come incisività”. Ha catturato il pubblico che la ascoltava al convegno di Cattolica con l’incisività tutta femminile di una studiosa che si è appassionata al “soggetto” dei suoi studi e tale passione trasmette verso quell’Uomo che spesso ci appare distante, sfocato, non completamente umano.

mo è tuo fratello, è l’ebreo come te, è quello che ti garantisce, quindi tu amerai la tua città, la tua cultura, la tua Chiesa. è la stessa preoccupazione che hanno molti italiani cattolici ancora oggi: dobbiamo difendere il nostro essere cattolici, altrimenti perdiamo l’identità”. Fatta questa premessa, il viaggio nei gesti di Virgili amore di Gesù ha percorso il capitolo 6 del vangelo di Marco, composto da una serie di ‘quadretti minimalisti’, momenti ordinari della vita di Gesù e dei suoi apostoli. “La prima citazione è questa: ‘Venite in disparte in un luogo solitario, e riposatevi un po’...’ Questo è un bel gesto di amore, Gesù è un uomo sensibile, è un marito desiderabile! Quante volte vorremmo che i nostri mariti ci dicessero: riposati un po’! Gesù ha la percezione dell’umanità dei suoi apostoli e credo faccia così perché li osserva ad uno ad uno. L’attività di evangelizzare, nell’epistolario paolino e nei vangeli, viene chiamata con un verbo che significa ‘lavorare strenuamente’, ‘sforzarsi anche fisicamente’ e dunque stancarsi: ecco perché si ha bisogno di riposo. Questo gesto di amore è anche tenerezza, amore paterno di amicizia, è un gesto che fa di Gesù un uomo sensibile ma anche un’icona di Dio, perché Dio nella Bibbia è quello che chiede all’uomo: ‘come stai?’ che è qualcosa di molto semplice, molto umano, ma non sempre accade, è un segno di amore gratuito”.

CONVEGNO INVERNALE

I GESTI D’AMORE DI GESÙ

Colui che chiede all’uomo: come stai?

gesti di amore di Gesù hanno un fondamento per così dire teorico, un principio che li sorregge tutti, in due passi dei vangeli, l’uno di Marco e l’altro di Matteo” ha introdotto Virgili. “Quando Gesù propone l’amore come primo comandamento propone sempre due amori. Non ci può essere solo l’amore per il Signore o per il prossimo, ci devono essere entrambi. Questo è qualcosa di molto duro, perché è difficile creare questa sintesi: o si ama il Signore o si ama il prossimo. Agli scribi accadeva che per amare il Signore, per seguire i precetti della legge caricavano dei fardelli impossibili sul prossimo. Ma poi Gesù aggiunge un secondo elemento: ‘amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori’. L’amore di Gesù da duro diventa estremo perché amare i nemici vuol dire essere trasgressivi, se si amano i nemici si crea un problema enorme perché non c’è più la distinzione tra noi e gli altri. Amare significa rischiare di perdere la propria identità. Infatti la legge diceva di amare il prossimo, perché il prossi-

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l secondo gesto è quello della commozione e compassione per le folle ‘perché erano come pecore senza pastore” e allora Gesù “si mise ad insegnare loro molte cose’. “Da dove nasce questo gesto d’amore? Nasce dagli occhi: Gesù vede le folle, e chi sono le folle? Non solo i giudei, non solo i greci, non solo i liberi, non solo i maschi, ma anche gli schiavi, anche le femmine… Le folle sono tutta l’umanità che ha sete. Di che cosa? L’umanità è un soggetto intelligente che ha bisogno di nutrire la mente, il cuore nel senso profondo, e allora il primo grande gesto ‘solido’ di Gesù è la parola. Gesù non compie solo quei gesti che

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Gesù e la figlia di Giairo (dipinto di Giorgio Maddoli - da Gesù nell’arte contemporanea, Cittadella editrice) febbraio

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oggi chiameremmo affettuosi ma anche gesti di risposta, di corrispondenza. La parola diventa il cibo perché è quello il gesto che corrisponde al bisogno profondo dell’uomo. Ma poi va oltre. Giovanni al capitolo 6 racconta la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Gesù compie questo miracolo del pane perché le folle hanno fame, ma ciò che Egli voleva dare era il suo corpo e il suo sangue. Il gesto di amore di Gesù risponde alla sete di vita dell’uomo, che è anche sete di conoscenza, sete di intelligenza, sete di comunione”. oi viene il gesto della presenza, di notte, quando gli apostoli sono affaticati nel remare e hanno il vento contrario. “Che cos’è la notte? È il momento in cui si ha bisogno di compagnia perché ci fa paura. La notte è il buio, si resta soli. La solitudine va oltre l’assenza di un essere vivente accanto a te. Gesù avverte che i suoi apostoli stanno faticando, si alza e va. Va per fare loro compagnia, per esserci con loro ma ‘vedendolo camminare sul mare pensarono: è un fantasma’ e allora Gesù ‘rivolse la parola e disse: coraggio sono io, non temete’. I gesti di amore più forti debbono essere riconosciuti. Nessun gesto di amore, neanche di Dio, basta talmente a se stesso da non chiedere come qualcosa di indispensabile di essere accolto. Se tu hai paura non accogli. Amare e lasciarsi amare non sono due cose separabili, neppure Gesù può amare senza lasciarsi amare. L’amore va riconosciuto quando ci raggiunge là dove sperimentiamo quello che poeti e filosofi hanno da sempre conosciuto: ‘quando si muore si muore soli’. La notte è una grande metafora della morte. Gesù arriva proprio in questo momento di prova dell’umanità… ma il problema dell’amore è che è difficile credergli, è difficile credere a uno che ti ama, spezza la solitudine e anche la paura. Non per nulla nel mondo biblico le malattie peggiori erano quelle infettive, non tanto per la sofferenza fisica quanto per l’isolamento sociale: il lebbroso veniva isolato. Pensare che si possa spezzare la solitudine vuol dire credere in questo gesto d’amore, ma non è facile, è quasi impossibile. E allora Gesù per introdurre questo miracolo, questa cosa difficile da accettare e da comprendere usa un altro gesto d’amore: rassicurare. L’amore di Gesù è sempre composto di due gesti, come la bibbia, che è un primo e un secondo testamento. L’amore non è mai una volta. E la seconda volta non è meno della prima, è assolutamente di più. Il ripasso non è la ripetizione, è la rivelazione, è il velo che si tira via e allora si coglie veramente lo spessore più profondo.

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’ultimo affresco del capitolo 6 di Marco parla del toccare. ‘La gente lo riconobbe e accorrendo cominciarono a portargli sui lettucci gli ammalati... E dovunque giungesse ponevano gli infermi nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello e quanti lo toccavano guarivano’. “Questo è il gesto del miracolo, il segno ultimo, non la causa della fede in Gesù ma, per così dire, un effetto dell’amore. La gente non crede in Gesù per i suoi miracoli ma per il suo amore Il miracolo è la visibilità di un amore che già c’è. Ma ancora una volta il suo gesto è duro perché trasgredisce. Toccare il malato era vietato dalla legge, come era vietato toccare la donna mestruata: quando Gesù tocca o si lascia toccare infrange queste leggi… Toccare e lasciarsi toccare… C’è un gesto ancora più scandaloso nel vangelo di Luca, quando Gesù si fa toccare dalla donna peccatrice. Il toccare è un tabù perché nella mentalità biblica ciò che riguarda il corpo non è distinto dall’anima e farsi toccare da una donna peccatrice vuol dire essere toccati da tutto il suo peccato, essere contaminati. La scena che si svolge da Simone il fariseo è potente prima di tutto perché Simone è un fariseo cioè uno di quelli che custodiscono questi tabù e ha invitato Gesù per vedere se fosse veramente un profeta, uno che osserva la legge. Quando entra la peccatrice, mentre loro stanno mangiando, si avvicina a Gesù e gli bagna i piedi con le lacrime e poi li asciuga con i capelli… sono gesti erotici! E Gesù, di fronte alle rimostranze di Simone, confronta i gesti di lei con quelli del fariseo e il confronto è a vantaggio di lei. Arriva il perdono, il giorno dopo, l’arte del ricominciare. I suoi peccati ci sono ma sono perdonati cioè nell’attraversamento che lei fa – dal suo peccato attraversa la casa del fariseo e bacia i piedi – c’è il perdono che è un viaggio, che chiede coraggio, ci devi credere. L’amore allora è un atto di fede in qualcuno di cui tu tocchi i piedi. Allora il discorso si capovolge: a contaminare non è il peccato, ma l’amore”. n

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(elaborazione redazionale)

I GESTI D’AMORE DI GESÙ di Rosanna VIRGILI, biblista È disponibile il CD audio della conferenza tenuta a Cattolica. Telefona allo 06/398.874.28

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l Sermig di Torino, movimento cattolico quale «vittima immolata per la nostra redenziofondato da Ernesto Olivero, ha sottoposto ne» (come viene definito da alcune parole del un esteso questionario a migliaia di giocanone della Messa). vani sulla figura di Gesù. Alla domanda Che cosa appare allora da queste domande numero sette, che chiedeva “Cosa diresti a dei giovani? Appare quello che già Hegel Gesù se potessi parlare con lui oggi?”, le vedeva come il limite della coscienza cristiana principali risposte dei giovani furono le tradizionale, cioè l’essere una «coscienza infeVito Mancuso seguenti: Perché si deve morire? Che senso lice». Da questi giovani emerge chiaramente ha la mia vita? Perché esiste il male? Perché un disorientamento sulla loro identità di uomimuoiono tanti giovani? Cosa mi aspetta ni, segno dell’inefficacia delle risposte tradidopo la morte? Perché mi hai creato? zionali della fede ascoltate nelle lezioni di Queste domande dei giovani a Gesù (ipotecatechismo. A differenza di quanto avveniva tiche quanto alla possibilità di raggiungere il al tempo di sant’Agostino e di san Tommaso destinatario, ma d’Aquino, dalla assolutamente fede cristiana di reali quanto a oggi non emervalore esistenge più una veriziale) mostrano tiera e affidabiun intenso bisole visione del gno di significamondo. Da qui il to, si potrebbe disenso diffuso di re di filosofia. Più che a Gesù quale singolo personaggio infelicità, da qui il disagio rispetto al proprio essere al storico, le interpellanze dei giovani si rivolgono al Cristo, mondo. I credenti adulti suppliscono questa incertezza teoal Figlio di Dio in quanto Dio, a Dio, all’Assoluto. Sono tre retica con il ricorso al principio di autorità (è così perché infatti le questioni capitali: chi sono io e perché sono qui; è stato sempre insegnato che è così), ma con i giovani perché questo mondo è colmo di ingiustizia; che cosa ne questo principio (se purtroppo o se per fortuna, non lo so) sarà di me dopo la morte. non funziona. Oggi la teologia e la predicazione della Chiesa sono con’è un detto medievale che dice: «Vengo non so da centrate sul Gesù storico, sulla sua esistenza, la sua predidove; sono non so chi; muoio non so quando; vado cazione, il suo messaggio, la sua morte e la sua risurrezionon so dove; mi stupisco di essere lieto». Il filosofo ne. I corsi biblici organizzati dalle parrocchie non si conKarl Jaspers, che lo cita all’inizio del libro La fede filosofitano più. Ma queste domande mostrano chiaramente che ca di fronte alla rivelazione, dice che per questa unione di l’interesse degli uomini d’oggi non è per una storia lontaignoranza e di gioia tale detto non può essere cristiano. E na, destinata ogni anno a divenire sempre più lontana, ma poi aggiunge un affondo terribile, affermando che, al conper il senso di questa vita qui e ora. trario, la coscienza cristiana ha sì le risposte a tutte le queesù non interessa come singolo personaggio storico stioni perché sa da dove viene, perché sa chi è, perché a cui accadono delle cose speciali (emblematico sa che morirà quando lo deciderà Dio (non prima e non che nessuno tra i giovani gli avrebbe chiesto lumi dopo), perché sa dove andrà, ma, sapendo tutto ciò, non sul suo concepimento verginale, sulla veridicità dei suoi è per nulla lieta, per nulla serena, ma è immersa nella miracoli, sui responsabili della sua morte, sulla realtà della macerazione e in una continua tensione con il mondo con sua risurrezione) ma interessa come il maestro a cui chiecui non riesce a riconciliarsi. dere spiegazioni su questa vita e sui suoi conti che faticaA mio avviso ha ragione: la coscienza cristiana troppo no a tornare. Una risposta di un ragazzo di quindici anni spesso appare come una coscienza infelice, a tratti risulta metteva addirittura in crisi il sacrificio espiatorio di Gesù, persino aggressiva, soprattutto in coloro che coltivano o meglio la teologia tradizionale che interpreta Gesù sopra ogni cosa l’adesione alla dottrina stabilita dalle

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L’ARTICOLO

DEL MESE

LE DOMANDE DEI GIOVANI cosa chiederebbero a Gesù?

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Fotografia di Gabriele Viviani

gerarchie ecclesiastiche e che coniugano il verbo “credere” sempre accanto a “obbedire e combattere”. Da dove nascono invece quell’essere lieti in profondità, quella gioia inestirpabile verso la vita, quella quiete dello spirito e della mente, che sono il contrassegno di una autentica esperienza spirituale e che sole possono dare risposte convincenti alle inquietudini dei giovani? Nascono dal sapere di essere a casa in questo mondo di Dio, dal senso di intima comunione con l’essere e con la natura che portò Francesco d’Assisi a scrivere il “Cantico delle creature”, e dalla certezza che l’incarnazione di Dio non riguarda solo un giorno lontano di tanti anni fa ma è

la dinamica che si avvera ogni giorno, in tutti gli uomini che amano il bene e la giustizia. Gesù è l’uomo che cessa di fare di se stesso il centro del mondo e si pone al servizio di una realtà più importante di sé. Anche la Chiesa deve cessare di fare di se stessa il centro del mondo e si deve porre al servizio di qualcosa di più grande di sé, del bene comune e di ogni singolo individuo di questa nostra società, credente o non credente, bianco o nero, etero o omosessuale. n Tratto da la Repubblica del 12 gennaio 2010

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LIBRI 062

LETTURE

ENZO BIANCHI

PERCHÉ PREGARE, COME PREGARE regare è difficile, oggi come ieri. Questo è il presupposto che muove le pagine del libro di Enzo Bianchi sulla preghiera: Perché pregare, come pregare. Consapevole di questa difficoltà e della fatica che l’uomo d’oggi prova quando prega, il Priore di Bose apre i lettori a un cammino di riscoperta della preghiera. Per lui è importante ridefinire la preghiera, in quanto momento fondamentale ed essenziale della vita cristiana, come testimonia la citazione del proverbio di Evagrio: “Se sei teologo, pregherai veramente; se preghi veramente, sei teologo” (p. 13). Cosa significa, allora, pregare? Pregare è entrare e stare in relazione, ponendosi, innanzitutto, in una condizione di ascolto del Padre. La preghiera proviene dall’esperienza dello Shema’ Jisra’el: solo ascoltando è possibile accogliere la Presenza di Dio e inserirsi nella relazione filiale con Lui, riconoscendolo, insieme a Gesù, come Padre, Abba. Pregare è quindi ascoltare: “Se la preghiera è autenticamente cristiana, se sgorga

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a cura di Annalisa Margarino propria vita a non fare più preghiere, ma, come il salmista, a diventare preghiera (cfr. p. 51). opo essersi soffermato su cosa significhi pregare, Enzo Bianchi dedica la seconda parte del suo libro al “come pregare”, consapevole del fatto che non ci si improvvisa oranti, ma che bisogna imparare proprio come i discepoli di Gesù gli domandarono che insegnasse loro a pregare. Il Priore di Bose afferma che possiamo imparare a pregare guardando la vita di Gesù che dall’inizio alla fine si è sempre rivolto al Padre, conformandosi alla sua volontà. Pregare, infatti, non è chiedere che Dio realizzi i nostri desideri, ma comporta il predisporsi alla volontà di Dio che si concretizza nell’amore. La preghiera, per questo, non è scissa dalla vita, ma ascolto che la trasforma e la guida continuamente. Infine, nella terza parte, Enzo Bianchi si sofferma sui

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TITOLO: Perché pregare, come pregare AUTORE: Enzo Bianchi EDITORE: San Paolo Anno di pubblicazione: 2009

dall’ascolto di Dio, se si apre alla presenza e diventa comunione fino a vivere con lui il rapporto di alleanza, allora il suo frutto è la carità, è l’amore per Dio, per gli uomini e per l’intera creazione” (p. 50). La comunione intima con Dio e l’amore sono l’esito del pregare, per questo ogni uomo è chiamato nel corso della

motivi che arrestano la preghiera, dedicando particolare attenzione agli ostacoli che oggi principalmente bloccano la relazione con Dio, primi tra tutti il problema del male, la secolarizzazione e il senso di inutilità storica dell’invocare Dio. In questa terza parte, Enzo Bianchi capovolge la domanda “Dov’è Dio?” che spesso nel nostro tempo, a partire dall’olocausto, viene posta come obiezione alla preghiera, con la domanda “Dov’è l’uomo?”. Solo ritrovando l’uomo sarà possibile ritrovare Dio! Pregare allora significa riscoprire la dimensione filiale dell’uomo rispetto a Dio Padre e disporsi a vivere con umiltà quella relazione originaria in un rapporto autentico con un Dio che Gesù ci insegna a chiamare Abbà. Per Enzo Bianchi non si impara mai a pregare definitivamente, ma pregare è vivere “una lotta per giungere ad amare di più e meglio” (p. 122) chi ci vive accanto, a partire dall’esperienza comune della filialità. n

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VISIONI

PHILIPPE LIORET

WELCOME Francia 2009 All’inizio sembra facile, squilla il telefono nel minuscolo ingresso di una casa dimessa, abitata da una famiglia iraqena trapiantata a Londra. Il giovanissimo fidanzato di Mina sta per raggiungerla, si trova a Calais, dall’altro capo della Manica. Arrivo. Dillo a Mina raccomanda Bilal detto Bazda (il corridore) al fratello della ragazza. Il telefono è voce, annuncio che si può accogliere o rifiutare. Non ha volto, se non quello evocato dalla memoria, che pure resta lontano, immateriale. Estraneo. Ma il corpo di Bilal (Firat Ayverdi) è forte più della sua voce, è tutt’uno con un cuore innamorato e una mente orientata all’unico obiettivo di raggiungere Mina a Londra. Quattromila chilometri, due mesi di cammino, otto giorni di reclusione alla frontiera irachena con la testa avvolta in un sacco di plastica. Non resta che passare lo Stretto. Bilal si guarda intorno, cerca il luogo dove imbarcarsi. Chiede informazioni a una fila di uomini malandati. Riconosce un amico, un uomo più vecchio di lui, che i familiari in Iraq pensano sia a Londra. Tutto bene, ho trovato

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a cura di Silvia Pettiti REGIA: Philippe Lioret CAST ARTISTICO: Vincent Lindon (Simon), Firat Ayverdi (Bilal), Audrey Dana (...), Derya Ayverdi (Mila), SCENEGGIATURA: Philippe Lioret, Emmanuel Courcol, Olivier Adam PRODUZIONE Nord Ouest Production DISTRIBUZIONE: Teodora Film MUSICHE: Nicola Piovani, Wojciech Kilar, Armand Amar FRANCIA 2009

casa lavoro, bene grazie. Vi abbraccio. Clic. È lì da due mesi e mezzo, ci ha provato ad attraversarla, la Manica. Sotto il treno non si può, troppo veloce. Sotto i camion neppure, i controlli non lasciano scampo. C’è un sistema, servono 500 euro, se li hai, se me li presti poi te li rendo. Quando si infilano nel camion polacco diretto verso

l’Inghilterra, scivolando come lucertole dentro al rimorchio, è quasi fatta. La dogana non li fermerà, non si accorgerà di loro, l’autista non sarà così sprovveduto, anche lui rischia. La voce telefonica di Bilal aveva detto il vero, lui ci crede, lo vuole. Mina lo sta aspettando. La vita vince la morte. L’amore ha sostituito la legge. L’annuncio è stato

fatto, deve essere arrivato a destinazione, sono passati duemila anni. Invece no. Bilal è respinto a Calais. Clandestino. Chi lo aiuta commette un reato. Una Francia laicamente razzista tollera la carità dei volontari che organizzano la mensa al porto, ma non chi ospita in casa uno di loro. Welcome è scritto sullo zerbino del vicino di casa più intollerante e razzista del palazzo. Accanto abita Simon (Vincent Lindon), istruttore di nuoto, la sua ex moglie fa la volontaria al porto, lo ha lasciato perché lui non reagisce, non si indigna, non cerca di salvare il mondo. Quando Bilal gli chiede di insegnargli a nuotare si fa pagare e gli dà le lezioni richieste. Quando Bilal lo guarda, Simon lo vede. Capisce. Nasce una storia, il sogno di Bilal diventa quello di Simon. Il film di Philippe Lioret ha ricevuto premi dalla critica e dal pubblico a Berlino, ma in Italia è distribuito da un distributore indipendente e se Goffredo Fofi, intellettuale e scrittore che dirige la rivista Lo straniero, non lo avesse consigliato dalle righe di un sito internet non sarei andata a vederlo. Eppure Welcome è un film da vedere. Non soltanto perché dice molte cose che non vogliamo sapere, ma perché è veramente un bel film, e le musiche sono di Nicola Piovano. n

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ono finalmente riuscita ad andare in nome, alcune delle quali incontrate alle case Brasile realizzando un sogno lontano, Lar in occasione di una fantastica serata connutrito da molte letture e dalle visite di dita da una pantagruelica cena brasilera preimportanti esponenti della Teologia della parata con grande amore per festeggiare il Liberazione alla mia comunità milanese di ritorno a Foz di fratel Arturo: è proprio in queSant’Angelo: dom Helder Camara, Marcelo sti momenti che apprezzi l’allegria e la spenBarros, dom Thomas Balduino. Matilde Brockhaus sieratezza che la gente latinoamericana pur Più che un viaggio è stata un’esperienza ricnella precarietà cronica sa godere e trasmetchissima, culminata a Foz do Iguacu dove ho tere. trascorso circa quindici giorni nella casa rustiDei ragazzi porto nel cuore i nomi legati a ca ma calda ed accogliente di Madre Terra. giovani con personalità e storie di dolori e priCuriosa come sono di conoscere e capire, vazioni differenti; vedo i loro occhi, ora azzuravendo difficoltà con la lingua brasiliana che ri, vivacissimi, ora neri, pungenti, ora mansuenon parlo e ti e dolci, ora capisco molto aggressivi e poco, ho allerduri…vedo i tato tutti i sensi loro volti affatiper sfruttare al cati e sudati massimo i giorpiegati sulla ni di permaterra rossa per nenza. la raccolta A Madre Terra, piccola oasi in un luogo pieno di contradella manioca e la loro espressione di soddisfazione per sti, ho incontrato nei volti segnati dalla fatica, negli sguaril lavoro compiuto al termine di una giornata , li vedo comdi intensi, talvolta velatamente tristi, nei sorrisi dolci e punti e attenti nei colloqui con fratel Arturo, negli incontri anche nelle risate allegre, nelle strette di mano vigorose, con don Mario e durante l’ultima, commovente, intensa nelle braccia accoglienti, una storia che racconta di soffecelebrazione eucaristica in casa prima della partenza di renze, di abbandoni, di solitudini, di lotte, ma anche di fratel Arturo a cui hanno partecipato anche amici e conquella solidarietà, speranza e fiducia che oggi da noi fratelli di Arturo arrivati dall’Argentina e dal Canada per sembrano talvolta venir meno… salutarlo.

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ORE UNDICI SOLIDARIETÀ

DONNE A MADRE TERRA un viaggio sognato da lontano

allora come non ricordare soprattutto le donne che ho avuto il dono di conoscere ed apprezzare? La giovane bella e sensibile Geneci che porta sul volto con fierezza i tratti della sua origine india; Loreni, instancabile lavoratrice, mamma e giovane nonna, mia dolce compagna ‘di cucina’, sempre disponibile e dimentica di sé, Ivania, direttrice delle case Lar, cascata di parole e di entusiasmo nonostante la fatica e la responsabilità, donna innamorata del suo lavoro; Margarida di Rio de Janeiro, che a lungo ha abitato con fratel Arturo a Foz, donna colta ed intelligente che mi ha sapientemente introdotto nella storia delle origini del Brasile; Sara, figlia spirituale di fratel Arturo, che grazie a lui poco più che bambina è uscita dal mondo della droga diventando psicologa e tenerissima mamma di tre deliziose ragazzine. Si affacciano volti espressivi e profondi di altre donne di cui non ricordo il

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ipenso alle diverse persone incontrate orgogliose di avere origini italiane, che si sono integrate, che si sentono ormai brasiliani senza rinnegare le loro radici, anzi! Ho provato quasi un senso di vergogna pensando all’Italia di oggi troppo spesso tragicamente inospitale. Su tutti questi ricordi, sensazioni ed emozioni si stende la visione dolcissima e serena di Madre Terra la mattina della nostra partenza: dopo giorni di tempo molto instabile, di piogge scroscianti e di alluvioni, il cielo è terso, l’aria piacevolmente mite e profumata, le molteplici tonalità di verde del prato e delle chiome delle piante tropicali brillano al sole… due aironi bianchi in perenne postazione sulla riva del lago, al passare della macchina, si alzano e incrociano con arte il loro volo come per salutarci… un addio o un arrivederci? n

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Madre Terra - Matilde in dialogo con una bambina brasiliana (ottobre 2009) febbraio

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PSICOLOGIA E SPIRITUALITÀ

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Il fruscìo della vita

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Mario De Maio

IL FRUSCÌO DELLA VITA lie Wiesel dice: “Io non sapevo che si potesse morire di silenzio, come si muore di dolore, di fatica, di fame, di stanchezza, di malattia, d’amore”. È la prima volta che sento questa espressione e credo che essa spieghi perché oggi tanti uomini, nel secolo dell’anarchia dei rumori, vivono con la nostalgia del silenzio e nel contempo con la paura di esso. “L’uomo moderno non sa più stare solo, né sopporta il silenzio. Nell’immensa solitudine a cui la vita frenetica, il progresso e anche l’architettura contemporanea lo costringono, egli cerca nervosamente la folla e tenta di affogare il proprio sgomento immergendosi in rumori di ogni sorta” aggiunge Raimon Panikkar. Sono tante le dimensioni del silenzio. Con esso esprimiamo sentimenti, desideri, stati d’animo. Il silenzio, come la parola, può assumere molteplici significati, e come la

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parola va compreso per essere colto nel suo significato. Ci aiuta in questo l’analisi degli effetti che produce.

imparare ad ascoltare il silenzio

ll silenzio tra due persone può indicare una situazione di accordo o di disaccordo, di rabbia o di pacifica accoglienza. Può essere segno di disprezzo, di presunzione, di minaccia, di invidia, di rancore. In positivo può invece esprimere attesa, benevolenza, riflessione, attenzione, umiltà. Vi è un silenzio vuoto, dissipato, e un silenzio pieno, operoso, fonte di creatività. Vi è il silenzio di chi non ha nulla da dire e quello di chi è giunto al confine del dicibile, dell’ineffabile. Come la parola può essere parlante oppure diventare strumento di tortura, di potere, di morte. Un colloquio può non avere bisogno di molte parole e gesti, ma di presenza silenziosa.

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Spesso le parole, per essere colte nel loro senso, hanno bisogno di essere avvolte nel silenzio. Quando è circondata da mille rumori, da mille stimoli comunicativi, inevitabilmente rischia di morire. SILENZIO E ASCOLTO a nostra è una società in cui tutti parlano e nessuno ascolta. I genitori spesso ossessionano con molte parole i loro figli ma difficilmente si domandano “dove essi sono” e come possono essere raggiunti dalle loro parole. Non parliamo poi dello spettacolo che ci offrono i politici, i sindacalisti e anche gli educatori, che spesso recitano un copione fisso privo di qualunque efficacia e incisività. Quello che manca è l’ascolto, eppure esso è fondamentale nella nostra quotidianità perché ci consente un confronto costante con gli altri e la realtà. Un ascolto che non sia routinario e distratto è il presupposto di qualunque dialogo e apprendimento. Soprattutto ci consentirebbe una comunione piena con il prossimo e con il mondo. “Se fossimo artigiani dell’ascolto, anziché maestri del dire” scrive la psicoanalista romana Gemma Corradi Fiumara, “potremmo forse promuovere una diversa convivenza degli umani”. Chi si apre all’umile ascolto, non può essere né arrogante né pretenzioso. L’ascolto infatti inserisce sempre una dimensione di fiducia e di accoglienza dell’altro. La capacità di ascolto nasce da un mondo interiore armonioso e integrato, da uno stile di vita riflessivo e meditativo. Silenzio e ascolto si rinforzano reciprocamente, in modo da trasformare il silenzio in colloquio e messaggio profondo.

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sta antica esperienza. È necessaria un’attitudine raffinata e continua all’ascolto, frutto di un lungo e difficile impegno. Ne va del valore e del significato della propria esistenza. Le tappe di questo cammino sono tante. Il primo ascolto va prestato al senso di insoddisfazione del proprio vivere che si manifesta con tanti segni. Il corpo, amico e servo fedele della nostra esistenza, è il primo a ribellarsi con tanti sintomi somatici che ci dicono, in modo prementale, la sofferenza che stiamo attraversando. L’insofferenza, l’inquietudine, il bisogno di cambiare, lo stordirsi attraverso esperienze forti ma insoddisfacenti, sono altri segnali importanti. La nevrosi fu definita “rabbia di Dio” dallo scomparso psicoanalista junghiano Tedeschi, per indicare che il piano divino di armonia per l’esistenza dell’uomo, era tradita e calpestata. on dobbiamo aspettare di essere schiacciati dalla malattia fisica o mentale per interrompere il nostro “rotolare” da un impegno all’altro e decidere di ascoltare o riascoltare il “fruscìo della vita”, quel fruscìo che da tanto tempo aspetta di essere accolto. Questo cammino naturalmente va nutrito da una intensa interiorità e spiritualità. I processi vitali, dentro e fuori di noi, potranno allora esprimere quella “volontà di Dio” a cui l’educazione religiosa ci ha indirizzati. Diventeremo persone che, come Gesù, cercano di “incarnare” su questa terra la presenza di Dio. n

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ASCOLTARE LA VITA i è una dimensione del tutto speciale del silenzio e dell’ascolto, che riguarda la vita. Già nel ventre della madre, il bambino fa esperienza del silenzio, che è cosa diversa dal vuoto. Il silenzio ha un suo rumore che è il fruscìo della vita. Nel bambino tutto è proteso a rispondere e a cogliere gli stimoli della vita. Questa tensione iniziale purtroppo si attutisce nel tempo e qualche volta si perde. Per chi si propone di scoprire e attuare uno stile di vita autentico, rispondente alla natura più profonda e genuina del proprio essere, diventa importante ritronare a que-

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BRASILE: UN SOGNO CHE CONTINUA UN CAFFÈ AL GIORNO... TOGLIE LA POVERTÀ DI TORNO •

Mi impegno a prendere “un caffé al giorno con un giovane brasiliano” per permettergli di frequentare la scuola di falegnameria e agricoltura a Madre Terra: € 30,00 mensili o € 360,00 annui Mi impegno a “prendere un caffé con brioche al giorno con un giovane brasiliano” per permettere a due giovani di frequentare la scuola di falegnameria e agricoltura a Madre Terra: € 50,00 mensili o € 600,00 annui

PER PARTECIPARE AI NOSTRI PROGETTI PUOI ANCHE: • •

Partecipare alla costruzione della casa per la prima famiglia che abiterà a Madre Terra: contributo libero Regalare un albero del frutteto degli amici in occasione di una ricorrenza (prima comunione, matrimonio, cresima, battesimo) o in ricordo di una persona cara: € 100,00

Sostenere la gestione di una casa lar: quota mensile di € 30,00 o contributo libero

Sostenere a distanza un bambino di una delle quattro case lar: quota mensile di € 30,00

PER

VERSARE IL TUO CONTRIBUTO (QUOTA MENSILE O ANNUALE O CONTRIBUTO UNA TANTUM):

- c.c.p. 2531.7165 intestato a Ore undici onlus - bonifico bancario: BIC SWIFT: POSOIT22 - IBAN: IT52 C056 9603 2200 0000 2233 X03 Nella causale indica: “Madre Terra” o “Case lar” e specifica il progetto che desideri sostenere. Se effettui un bonifico bancario, inviaci anche l’indirizzo postale.

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IL PAGINONE


Solo l’amore ci conduce al punto in cui il mondo nasce dalla mano del Suo creatore; Solo esso ci fa sentire il nome con cui dall’eternità Dio chiama all’esistenza un uomo. Eugen Drewermann


QUADERNI 2010: RINNOVA SUBITO! PER CONTINUARE A RICEVERE I QUADERNI: •

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CELEBRAZIONE DI PASQUA

DIALOGHI SULLA FEDE

I GESTI DI AMORE DI GESÙ

CREDERE OGGI: TRADIZIONE E INNOVAZIONE

con fratel Arturo Paoli don Carlo Molari don Mario De Maio Lucca (San Cerbone), 1 - 4 aprile 2010 PER

INFORMAZIONI:

con Vito Mancuso e Carlo Molari Roma, 30 aprile - 2 maggio 2010

tel. 06/398.874.28 - 06/397.456.04; e-mail: oreundici@oreundici.org


"OREUNDICI" DI FEBBRAIO 2010