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(Edizioni Paoline - 1986) D. Giuseppe Costa

"la chiamavamo polly"


4 vivere quindici anni Prefazione

Leggendo la «vita» di Paola Adamo si resta sbalorditi e quasi un poco interdetti perché sembra fatta per smentire un mare di luoghi comuni. Le pagine di questa breve e avvincente biografia documentano che ai nostri giorni è ancora possibile vivere I'adolescenza —la stagione più bella e difficile della vita— in pienezza di umanità e in sintonia con la visione cristiana dell'esistenza. Allo stupore, fa seguito una più pacata riflessione. La breve, ma intensa, vicenda umana di Paola appare certamente un dono di grazia, ma nel contempo anche il risultato di una felice integrazione tra la sua personalità in crescita e la eccezionale capacità educativa dei suoi genitori. Come per Domenico Savio, l'adolescente santo è stato determinante l'opera di quel grande educatore dei giovani che fu S. Giovanni Bosco, così per il "miracolo Paola Adamo" i suoi genitori, Lucia e Claudio Adamo, rappresentano i veri "architetti" di un capolavoro di umanità e di santità adolescenziale. Polly, una preadolescente vera La preadolescenza costituisce oggi una importante stagione della vita. L'ha stabilito la grande ricerca nazionale COSPES 1984. Un tempo si liquidava questa (10-14 anni) come l'«età dello sviluppo puberale» e tutto si riduceva alle trasformazioni fisiche e sessuali che si determinano in questo periodo della crescita. La preadolescenza era così considerata, con uno sguardo globale e senza grande interesse, un atrio dell'adolescenza vera e propria (15-17 anni). Dalla ricerca COSPES emerge il volto autentico del preadolescente oggi: questa età esiste come una fase dello sviluppo umano, dotata di tipiche, inconfondibili caratteristiche, distinta perciò dall'adolescenza —a cui conduce— per una propria specificità. Questa età appare caratterizzata come una uscita dalla famiglia, considerata prima come unico polo di attrazione, e un cammino verso altre sfere di attrazione (coetanei, adulti, società), attraverso una duplice mediazione: da un lato, la psicomotricità (una gran voglia di fare e di muoversi) e dall'altro il processo di socializzazione secondaria che porta all'incontro necessitante dei coetanei, come un nuovo «luogo» dei contatti e degli affetti. Inoltre, questa è un'età di scoperta nuova, con una crescita e una decrescita vertiginosa e tumultuosa di interessi. Si accendono e si spengono —a questa età— una miriade di interessi che scandiscono una crescita che «esplode», non solo nella corporeità ma anche nella identità psicologica e sociale in transizione. Per questo, è l'età di maggiore capacità relazionale, con la dilatazione degli spazi affettivi al di là della cerchia familiare, fino a coestendersi, attraverso i coetanei e il «gruppo dei pari», a tutto il mondo. Paola Adamo preadolescente ha sintetizzato questa fase con il bellissimo slogan: «Ciao gente, ciao mondo!». Nonostante questa prorompente apertura, il preadolescente rimane ancorato alla famiglia e all'ambiente sociale e culturale in cui vive. I modelli che per lui hanno maggior presa restano ancora i propri genitori, come si può vedere ampiamente documentato nella storia di Paola. Verso la fine di questa età, inizia (e di solito lo vivono per prime le preadolescenti), il processo di controdipendenza, una certa presa di distanza critica dalla dipendenza dai genitori, con l'avvio di una maggiore autonomia sul piano psicologico e sociale. Infine, la preadolescenza è l'età d'oro per un primo avvio del progetto di sé, attraverso la fase esplorativa dell'orientamento («che cosa farò da grande?»). Il cammino verso la propria «identità», Paola Adamo l'ha compiuto proprio in questa fase della sua crescita con la scelta di un futuro intravisto nelle sue stesse potenzialità umane (fantasia, gusto del bello, riflessività e capacità di dialogo). Viveva a «dialogo continuo» con i suoi genitori, sentiva un bisogno irrefrenabile di movimento (incanalato nello sport e nei viaggi), coltivava profonde e simpatiche amicizie, leggeva moltissimo, ampliando i suoi orizzonti, «dava del tu al mondo», aprendosi ai valori della socialità e della solidarietà. Paola Adamo adolescente «riuscita»


5 Vissuta bene la fase dello sviluppo preadolescenziale, Paola è stata in grado di avventurarsi senza eccessivi traumi nell'adolescenza, l'età critica per definizione. Questa ragazza, intelligente ed equilibrata, ha anticipato —in forza di una precoce maturità— l'ingresso nell'adolescenza vera e propria, vissuta da lei tra i 14 e i 15 anni, giungendo —per così dire— al traguardo della sua corsa nel pieno di una adolescenza viva ed armonica. Nell'adolescenza infatti si compie un laborioso processo di «autodefinizione», nella ricerca della propria identità. Di solito questo processo appare ampiamente conflittuale, con fenomeni di ambivalenza e «contestazione». Anche Paola Adamo «ha disegnato» se stessa, imparandone a fatica le tecniche, migliorandosi attraverso continue correzioni. E si è stagliata nella sua personalità, differenziandosi dai suoi genitori, senza però contrapporsi ad essi, come solitamente avviene. Ha saputo invece «contestare» la società dei consumi e delle ideologie dominanti, imparando a lottare per il bello, il vero e il buono, con una grinta e una fierezza che hanno del sorprendente. Ha saputo, in altri termini, camminare verso l'ideale di sé senza distruggere i valori con cui era stata costruita, riuscendo anzi ad usare la sua capacità di contestazione e di provocazione nei confronti di una società fondata sul conformismo. Ha modellato se stessa, con grazia e bellezza femminile, senza subire il condizionamento negativo dell'ambiente sociale e culturale odierno. Ne è uscito, al termine della sua corsa, un «modello» di adolescente quindicenne che si fa guardare e merita di essere guardato con simpatia e ammirazione da quanti vivono questa difficile età, in questa difficile epoca della storia. SEVERINO DE PIERI Psicologo Docente presso l'Università Cattolica - Milano


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Vivere quindici anni

Biglietto da visita


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Vi immaginate un'adolescente, con una traccia d'infanzia ancora fresca nel viso tutto vivacità, e uno sguardo grande negli occhi neri, che cercano lontano, strano miscuglio di donna e di bambina, nel chiarore di un giorno di sole tarantino, affacciarsi dalla finestra spalancata dell'attico della sua casa, gridare alla gente della strada sottostante: «Ciao, mondo! Ciao, gente! Ciao...! Ciao a tutti!». Cos'è? Spensieratezza infantile? Esuberanza di adolescente? Gioia di vivere, forse, desiderio di comunicare? E se fosse un «ponte» contro la solitudine di molti? Solo chi ha conosciuto l'amore tenta l'impresa, non solo di dialogare occasionalmente, ma di farsi dialogo costante in un mondo dove il comunicare sembra spesso pianeta irraggiungibile, a tutte le età. Paola Adamo, vissuta quindici anni soltanto, aveva già deciso che la sua vita sarebbe stata un dialogo continuo: con la parola, con lo scritto, con l'arte, con la musica, persino con un progetto architettonico. Comunicare amore è un'arte: e Paola era un'artista.


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Taranto 07.12.1975. Paola con il gruppo delle ragazze che parteciparono al concorso in occasione della giornata del francobollo; è esuberante come il suo tema.

La stoffa


9 Di Paola Adamo avevo sentito parlare. Mi aveva incuriosito la vicenda, conosciuta attraverso la trasmissione di una radio locale; non avrei però immaginato che il nome e la figura di questa ragazza sarebbero diventati per me non solo familiari, ma addirittura un pezzetto della mia vita. Per le solite circostanze, in buona parte casuali, come sempre accade anche per gli avvenimenti che poi si rivelano importanti nella vita, conobbi l'Editore che cercava «una penna» per raccontare agli adolescenti la storia di un'adolescente come loro. Il tutto si avviò quindi alla chetichella: ero un po' perplesso, anche se decisamente interessato; la figura della ragazza mi piaceva per la sua estrosità, la grinta che dimostrava nei messaggi che aveva lasciato come semi di tutta un'impronta di vita. Una vita durata quindici anni neanche, purtroppo. Esitavo, e forse proprio per questo: mi pareva corressimo tutti, genitori, Editore e io stesso, il rischio di voler fare di una ragazzina viva, tenace, normale da far tenerezza, una specie di mito o un modello da copiare, stile «vita di santi» vecchia maniera... Alla fine, accettai: fui sconfitto da più motivi, non ultimo quello di portarmi dentro un'inguaribile malattia, occuparmi dei giovani; è lo scopo stesso della mia vita. Ne ho incontrati tanti, di tanti ho sentito parlare, e credo a questo punto di essermi fatto l'occhio; insomma, credo d'aver imparato a vedere anche nelle vicende più strane o nelle complessità dell'età adolescente, la personalità che va emergendo, talvolta anche con sofferenza, dal bozzolo dell'infanzia e, ancor più, di aver imparato a vedere dove c'è della stoffa. E Paola, come testimonia chiaramente ogni suo frammento, la stoffa l'aveva. Forse sarebbe diventata un'artista, forse un'eccellente architetto, chissà; in ogni caso la stoffa di Paola avrebbe fatto ricca l'umanità di una donna e di una credente capace di voler bene. E mi pare che in lei non fosse solo una promessa: quindici anni sono bastati per farci dire che lo era già.

Un anno di sogni Paola Adamo nasce il 24 ottobre 1963 a Napoli, città contraddittoria e barocca quanto si vuole, ma certamente metropoli mediterranea, e perciò solare, musicale e fantasiosa. Il 1963 è l'anno dell'enciclica Pacem in Terris di Papa Giovanni XXIII e della sua morte, ma anche l'anno dell'uccisione del presidente americano John Kennedy, l'anno del Gattopardo del regista Luchino Visconti e della catastrofe del Vajont in provincia di Belluno, dove il crollo della «diga più alta d'Europa» provoca la morte di 1994 persone. Un anno di sogni, in fondo, che il Concilio Vaticano II e la nuova frontiera kennediana fecero sembrare possibili. Così, un po' tutti i ragazzi più partecipi del loro tempo, assieme alla cantante americana Joan Baez, cantavano «We shall overcome», senza magari capirne il significato, e il leader negro Martin Luther King, alla presenza di 250.000 persone, poteva raccontare il suo «sogno di Washington»: «Io sogno. Sogno che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli dei loro ex padroni possano sedere insieme al tavolo della fratellanza. Sogno che un giorno perfino lo Stato del Mississippi, uno Stato che ribolle del calore dell'oppressione, si trasformi in un'oasi di libertà e di giustizia. Sogno che un giorno i miei quattro bambini vivano in una nazione che non li giudichi più secondo il colore della loro pelle, ma secondo le loro qualità di uomini... ». Credo che anche i genitori di Paola —i coniugi Lucia e Claudio— abbiano vissuto la grande tensione ideale di quell'anno; il mondo intero osava sperare, ed essi più di tutti. Con i grandi segni del tempo, vedevano maturare la loro speranza nel bambino che si preparava a nascere, atteso come pochi. 1963: anno dell'attesa gioiosa, ma anche anno di morte, anno di nuove porte al dialogo, ma anche di chiusure e di dure realtà. Paola si annunciava così.


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Paola sulla terrazza fiorita della sua casa di Taranto ha 14 anni. l’adolescente cresce e si fa donna.

Un grande tesoro !

Pensosa, ma serena,


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Lucia e Claudio Adamo, entrambi architetti e insegnanti, vissero la nascita di Paola come un avvenimento atteso, pensato e progettato insieme, realizzazione vivente della coppia creatrice che sono sempre stati. Pugliese di nascita lei, napoletano lui, i coniugi vivono a Taranto. Amano le cose belle e nella loro casa c'è posto per ogni espressione di finezza: basta guardare la terrazza che sarà regno di Paola per averne un'idea; fiori dappertutto. Diciamo questo, perché non si può conoscere «da dentro» Paola se non si colgono alcuni tratti della personalità dei suoi genitori e alcuni sprazzi del suo ambiente. La signora Lucia. Per chi non la conosce e la vede per la prima volta appare con il volto della discrezione e della dolcezza che tuttavia non riescono a mimetizzare una volitività pari certamente a quella che lega un contadino del sud alla sua terra. Da studente ha certamente preferito il disegno ornato, e gli appartamenti da lei arredati o progettati, portano il segno di una femminilità classica. L'architetto Adamo. Non so quando Claudio abbia incontrato per la prima volta Lucia, ma a guardarlo bene potete cogliergli in viso tutte le caratteristiche del compagno di scuola, impertinente e generoso, che prima o poi, s'innamora della compagna di liceo e quindi, dopo averla per tanto tempo importunata, finisce per sposarla. L'aspetto di Claudio Adamo è professionale, quasi cattedratico, stemperato da una napoletanità spumeggiante e fervida. Ho incontrato i coniugi Adamo per la prima volta quando vennero a Roma con tutti i documenti adatti a farmi conoscere la loro Paola; mi sono apparsi persino un po' timidi, quasi timorosi di mostrare un grande tesoro. Ma ecco come Lucia Adamo racconta la nascita della figlia: «Mancava meno di un mese alla nascita di Paola, eravamo ai primi di ottobre, quando mi giunse la nomina per insegnare ad un Istituto Tecnico. Io ne fui contentissima; potevo così iniziare ad esercitare la mia professione, sia pure attraverso l'insegnamento; non fu dello stesso parere Claudio, il quale mi fece notare come sarebbe risultato oneroso l'insegnamento con la cura della creatura che avevo in grembo e che di lì a poco sarebbe nata. Potevo veramente conciliare i due impegni? Entrambi richiedevano tutta la mia dedizione. Furono giorni di vera agitazione. Quale strada scegliere? Quella fuori di casa, donandomi a persone che non mi appartenevano o quella in casa, donando a un esserino tutte le cure ed il calore che solo una mamma può dare? Prevalse la seconda soluzione, almeno per i primi anni della vita del bambino. Rinunciai, e mi costò, ma non ci fu rimpianto: fui più viva che mai grazie alle gioie che man mano mi donava quella creatura, nata il 24 ottobre del 1963, che chiamammo Paola».

Sotto gli sguardi di mamma e papà

molto.

L'ambiente nel quale si cresce sulla formazione di una persona incide certamente

Così, se si vuol conoscere Teresa di Lisieux, bisogna prima coglierla all'interno della sua famiglia; né è possibile pensare ad un san Francesco di Sales al di fuori da quella forte, ed al


12 tempo stesso mite, regione francese che è l'Alta Savoia, incuneata tra Svizzera ed Italia, oppure a un San Giovanni Bosco al di fuori della campagna piemontese e di una Torino ottocentesca alle prese con il primo boom industriale. E questo è vero non soltanto per i santi. È possibile pensare ad un Giacomo Leopardi, poeta infelice e triste, senza collegarne la personalità alla fede bigotta e giansenista del padre? Oppure ad un Maritain senza la presenza stimolante e determinante della moglie Raissa? Non mi pare. Paola Adamo, semplicemente, vive la sua tranquilla infanzia e fanciullezza sotto gli sguardi vigili e attenti di mamma Lucia e di papà Claudio, dei parenti e degli amici. Adagiata, ancora piccolina, nel suo box, mentre nella stessa stanza i genitori tratteggiano e schizzano progetti, Paola certo non subirà i traumi dell'incertezza e dell'insicurezza. Di più: quando gli architetti Adamo si recano a visitare, per motivi di lavoro, i cantieri o qualche appartamento, Paola va con loro, facendo propri quei colori del sud, così fortemente dipinti da Renato Guttuso o da Giambecchina, rafforzando non soltanto la fiducia verso i propri genitori e, come di riflesso avviene, verso il mondo intero, ma anche quella sensibilità al colore, alle cose belle, che sarà premessa di un vero talento artistico. «La mia dedizione a Paola —racconta la signora Lucia— fu totale. Quando cominciò la scuola elementare cominciai anch'io a studiare tutto daccapo perché ero, oltre che la sua mamma, la sua compagna preferita con cui gradiva fare i compiti. Stavamo insieme anche quando cominciò a studiare la danza classica. Infatti nell'ora della lezione, mentre tutte le mamme andavano via o restavano nel salottino a lavorare a maglia o a chiacchierare, io dovevo mettermi in un angolo della palestra a osservare i suoi esercizi, durante i quali lei con quei grandi occhioni mi guardava e capiva dal mio volto se andava bene o male. E quando qualche volta mi distraevo a guardare anche le altre bimbe i suoi occhi si velavano di tristezza ed io ne rimanevo addolorata. Terminata la lezione, mentre si tornava a casa, chiedeva il mio giudizio sulla sua prova». Più tardi, alle elementari, lo spettacolo quotidiano di papà e mamma che, architetti, discutono attorno allo stesso tavolo, valutando e facendo disegni, non potrà non dare alla piccola il gusto dell'incontro e del dialogo. Paola cercherà sempre questo gusto: in famiglia, a scuola, nello sport.

Una crescita a tre

I coniugi Adamo fanno di tutto perché la crescita di Paola sia completa in tutte le direzioni. Così, con le prime preghiere la bambina apprende i primi esercizi di danza e successivamente apprenderà, in piscina, anche il nuoto praticandolo per tre anni. Paola tuttavia volle smettere quest'ultima attività agonistica: per poca voglia di lottare? Non sembra. Quell'andare in piscina, fare la doccia, tuffarsi in un andirivieni ritmato da cronometri e incoraggiato da mamme orgogliose e speranzose, rifare la doccia e ritornare a casa senza nemmeno il piacere d'incontrarsi con qualcuno da ascoltare e farsi ascoltare, non le andava proprio giù... Finirà per scegliere la pallavolo, sport di squadra, più adatto al suo desiderio di coralità. Alla progressiva scoperta del mondo e degli altri s'accompagnava la crescita di una fede religiosa senza sussulti, datale prima da una naturale trasmissione da parte dei suoi genitori, e poi, gradatamente, fatta propria a mano a mano che il suo orizzonte s'apriva. Ha scritto al padre don Giuseppe Schiavarelli, un sacerdote amico di famiglia: «Conobbi Paola piccolina, forse all'età di quattro anni, poi, nei continui incontri, la vidi crescere con tanti


13 perché e tanta luce nei suoi occhi neri e profondi... L'asilo, la scuola elementare, la prima comunione. Fosti tu assieme a Lucia a prepararla al primo incontro responsabile con Gesù che aveva detto: "Lasciate che i fanciulli vengano a me" (Mt 10,13) ». «Così —continua il sacerdote— l'animo di Paola si apriva alla grazia di Dio, come un fiore profumato ai primi raggi del sole. Era felice dei suoi incontri con Gesù che diventava sempre più il depositario dei suoi segreti che risolveva alla luce di Dio, rasserenandosi subito». L'infanzia di Paola è dunque tutta qui: una crescita a tre; i genitori che, dopo aver appreso il mestiere di architetto, ne apprendono giorno per giorno uno più difficile, quello di genitori, e una figlia che, a non ancora dieci anni, nell'aprile del 1973 con una grafia tonda e su un quaderno a righe scrive e prega così: «Signore, fà che anche i poveri abbiano una casa, del cibo e una vita serena e tranquilla come la mia e che possano essere felici senza che vengano respinti dalla gente che li circonda. Aiuta anche me nei momenti scuri e proteggi la mia famiglia da tutti gli ostacoli, se ne incontreranno. Perdona anche tutti quelli che fanno del male e che non sanno quello che fanno. O Signore, io sarò la tua serva riconoscente per la vita e aiutami a diventare più buona». Gradualmente Paola impara a distinguere le cose che contano. La mamma ad esempio è per lei come quel mare che è solita guardare tanto frequentemente. «Continuamente —scrive Paola— con l'onda ti culla e ti viene a baciare». «Se qualcuno giudica male la tua personalità —annota ancora lo stesso anno— non farci caso, sono i tuoi che la devono giudicare» . E ancora: «Se credi in Dio hai il mondo in pugno».


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Preadolescente che sprizza serenitĂ , ecco la Paola che conquistava i cuori di adulti e coetanei.

Il gusto del bello


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Sin da bambina, Paola manifesta il gusto del bello e delle proporzioni. I suoi genitori hanno accuratamente raccolto un bel po' di schizzi e disegni da lei realizzati: ne è risultata quasi una piccola galleria di colori e di impressioni. Tra i dipinti dei primi sei anni di vita il più significativo —a mio parere— è un pennarello 24 x 34 fatto a Napoli nel 1971, intitolato «Montagne svizzere». Più che dinanzi a delle montagne ci si trova come di fronte a una selva di campanili che s'innestano con pinnacoli e guglie in un cielo d'intenso azzurro mentre un sole giallissimo a malapena riesce a filtrare. Questa bambina, dunque, nel concludere la sua infanzia ha certamente occhi e mente pieni di sensazioni e di aspirazioni: il suo è un orizzonte segnato dai confini dell'assoluto. Con l'ottobre del 1973, in settimane caratterizzate per la cronaca dalla cosiddetta guerra del Kippur — giorno consacrato dagli ebrei all'espiazione dei peccati— fra Egitto e Siria contro Israele, dall'orripilante invio di un orecchio —risultante veramente del sequestrato— a un quotidiano romano da parte dei rapitori di Paul Getty jr., Paola, piccolo e anonimo frammento di vitalità, dopo aver concluso le scuole elementari, inizia la scuola media presso la scuola statale Vittorio Alfieri di Taranto. Nuove sensazioni, nuovi incontri che consentiranno alla bambina di crescere e maturare. C'è, infatti, nella vita di ogni persona un periodo durante il quale questa ha bisogno di scoprirsi. La scoperta dell'altro come «tu» al quale riferirsi per sentirsi membri di una stessa umanità, pur con una propria originale identità, ne è il passo necessario. Per le donne è solitamente questo il periodo che precede le prime mestruazioni. Fisiologicamente segna la piena maturazione anche se psicologicamente si vive l'esperienza dell'insicurezza, della ricerca di una nuova identità, spesso dura a nascere. È l'adolescenza. Allora, persino la presenza dei genitori appare ingombrante ed opprimente né si è appagati dallo stesso gruppo di amici, più o meno occasionali, più o meno tali. Si scalpita, si guarda oltre casa, affamati di vita. Gli anni della scuola media sono per Paola proprio questo periodo. Non più bambina né ancora donna, Polly —finiranno con il chiamarla così le sue compagne— trascorre il suo tempo in una progressiva scoperta del proprio io che le fa scrivere frasi persino più grandi di lei, ma che ne evidenziano la personalità: «Aspetta con calma e avrai tutto ciò che desideri», oppure: «Il difficile non esiste, I'impossibile richiede solo un po' di tempo» ed ancora: «L'uomo deve fare solo ciò che può fare, e non ciò che vuole fare, altrimenti diventa solo causa di disastri».

Un volto tondeggiante

Con semplicità, ma al tempo stesso con chiarezza, gradualmente emergeva la personalità di questa ragazza: piuttosto tondeggiante in viso, un tipo, stile «pel di carota» quasi, se avesse avuto delle lentiggini rosse e gli occhi azzurri, e se da questi, che erano invece scuri, riflessivi e profondi, non trasparisse l'animo di chi sa guardarsi intelligentemente attorno e, rispondendo ad un perché dietro l'altro, si ritrova pienamente al suo posto. « Il sole —ha scritto Adolfo L'Arco a proposito di Paola Adamo— si diverte e accarezza quel volto dolce e forte. Gli occhi a mandorla, resi più profondi dalla ricchezza dei capelli,


16 sono concentrati nella contemplazione di bellezze di sogno. Quegli stessi occhi, che si muovono come una cinepresa sul cosmo e sulla vita, darebbero alla gentile fanciulla un'espressione troppo seria per la sua età, se l'ovale del viso non ne addolcisse i tratti, rivelando un'anima sensibile di artista e un carattere volitivo e deciso». Fantasia, riflessività, capacità di dialogo: sono i tre aspetti della preadolescenza di Paola che con il tempo si tradurranno in progetto di vita e nella scoperta dell'altro. Qualche esempio. Nel 1975 —frequenta la terza media— partecipa all'annuale concorso indetto dal Ministero delle Poste per la Giornata del Francobollo. La giornata del 1975 è la diciassettesima e Paola vi partecipa con un componimento che si classifica al primo posto nella graduatoria provinciale di Taranto. Ne riporto il testo per intero, perché in esso c'è tutta, a briglia sciolta, la fantasia di Paola. «Io mi chiamo 25, sono un francobollo, ma non crediate che sia figlio unico; ho tanti altri fratelli, e il più grande è 500. Ma lui è antipatico perché essendo io piccolino mi maltratta sempre. La mia vita è lunga, e per fortuna c'è gente che capisce il valore che ho. La vita per me (e per la verità anche per i miei fratelli) incomincia quando veniamo prelevati da un rivenditore; lì sostiamo un po' di tempo fino a quando non arriva qualche signore che ci piglia ben bene e ciaff... finiamo su di uno scritto, poi con un sonoro calcione in faccia (quando ci spingono sopra il pollicione) veniamo infilati in una fredda e buia cassetta che ha una bocca sottile e sogghignante brr... che paura. Comunque andiamo avanti. Dopo poco sentiamo un gran tramestìo disotto dal freddo scrigno e... patapumfete, ecco che con una nuova caduta, incomincia un'altra prigionia. Tutti in un sacco stracarico a volte sì e a volte no, di altri fratelli appiccicati su scritti belli, brutti, allegri, tristi, ben composti, sgrammaticati ecc. ecc., veniamo trasportati prima e divisi poi per prendere ciascuno la strada della propria famiglia. Si cammina e si cammina e dopo un veloce percorso (bugia, dopo settimane e settimane), arriviamo a destinazione. Come vi dicevo innanzi, però c'è gente che, a differenza dei miei fratelli maggiori e specialmente di quell'antipatico di 500, capisce il nostro valore, e dopo averci staccati dallo scritto prendendoci delicatamente, ci inserisce in un album tutto lucido e bello insieme agli altri fratelli, fratellini e fratelloni (io però che non conosco le lingue parlo solo con i miei connazionali che poi non sono pochi). Ma adesso per la fretta di raccontarvi la nostra storia, dimenticavo di citarvi un episodio veramente singolare. Fui preso da un certo signore, (che diventò il mio tutore) che mi mise nell'acqua tiepida per farmi staccare da dove ero bene incollato e mi pose su di una bella scrivania per farmi asciugare. L'indomani mattina il mio signore (che da ora chiameremo tutore) uscì presto con la moglie; solo la figlioletta rimase in casa e, finite le sue pulizie mattutine, volle scoprire il mistero di papà e venne a vedermi. Mi prese in mano e cominciò a camminare lentamente e mi guardava con grande interesse e curiosità. Io cercai di gridarle: "Ma dove vai! Dove mi porti! Se ti allontani il tuo papà non mi troverà più ". Niente da fare, la bimba non riusciva a sentirmi e continuava il suo cammino. E dove mi portò!? Fuori al terrazzo! Proprio lì dove spirava un vento terribile che mi faceva pure tanta paura. Improvvisamente —così come temevo— venni strappato dalle mani della bambina e rimasi in balia del vento che mi trasportava a folle velocità da tutte le parti; prima, a sbattere verso un fabbricato, poi quando già ero certo di spiegazzarmi tutto e morire, fui risollevato e con più grande velocità diretto proprio contro un bus che proveniva in senso contrario con aria minacciosa. Che terrore! Un terrore ancora più grande del precedente. Pensai di essere alla fine dei miei giorni e invece, con uno scarto miracoloso il vento mi depose dolcemente per terra. Qui nuovo travaglio, nuove sofferenze causate da tutti quelli che, senza curarsi di me, mi pestavano. Ma finalmente verso mezzogiorno vidi un signore che credetti fosse il mio tutore e cercai di farmi notare, sfruttando il vento, mi alzai, svolazzai, vibrai con grande fremito e, fortuna mia, mi notò, mi prese in mano ma ahimé mi ero ingannato era un altro signore. In preda alla disperazione tentai di fuggire, era troppo tardi, non sapevo che fare, ma neanche a farlo apposta egli faceva la strada a me familiare. Mi riportò proprio verso la mia dimora e mi ritrovai in casa mia; ma quel signore non lo conoscevo proprio. Mi poggiò su di un tavolo insieme a delle sue carte e


17 nell'andarsene mi fece scivolare sul piano del mobile dimenticandosi di me. Che gaudio, ero di nuovo a casa. La serata per fortuna la trascorsi al calduccio e ne avevo gran bisogno. Intanto la bambina se la vedeva proprio brutta con il suo papà che incollerito per la mia perdita stava per punirla severamente. Tutto questo io non lo potevo sopportare e dovevo provvedere da buon cavaliere — anche se solo da 25 lire— per la soluzione del caso. Idea!!! Mi misi in attesa che la porta di ingresso si aprisse. Fortuna delle fortune, con l'apertura dell'uscio vicino al quale mi trovavo approfittai di una corrente d'aria (certo che a volte le correnti d'aria sono proprio utili) scesi a terra, corsi e presi un peso che il tutore adoperava per mantenerci fissi sul piano, lo presi, lo trascinai con grandissima fatica e... boom, lo feci cadere sul pavimento. Il padre sorpreso si fermò girandosi di scatto con un balzo, mi guardò, mi vide muovere, mi riconobbe. Lui nobile di cuore capì tutto, mi raccolse, sorrise, mi lisciò e con grande amore mi rimise nell'album —o se volete, nella mia stanzetta. Passò un mese e tutto andò bene, quando... drin... drin... pronto... chi? oh, sì!... ma certamente... a sua disposizione... bene... sì! Questa sera alle 18, clic. Lutto in famiglia (anzi in album) il mio tutore avrebbe venduto la collezione di francobolli. Ero incastrato! Questa volta avrei lasciato per sempre e per davvero la casa che amavo; e così com'ero bloccato nel contenitore non riuscivo, con tutti gli sforzi che facevo, ad uscirne. Ero disperato; chiesi aiuto a tutti i miei fratelli e compagni, che ignari della telefonata, non riuscivano a capire il perché della mia richiesta e credendomi pazzo, vollero aiutarmi a scappare per liberarsi di me. Mi ritrovai tra fancobolli sporchi e mal messi, senza stanzetta e in una promiscuità che all'inizio mi spaventò facendomi piangere di amarezza e di pentimento. Ma di lì a poco con l'affettuosità e spontaneità di tutti quei semplici, capii che non avevo perduto nulla perché non aveva importanza stare con francobolli importanti o con francobolli modesti. Eravamo tra fratelli connazionali e non tutti uguali, da 25 o 500. La collezione fu venduta, ma io lieto rimasi lì dove tuttora sono, in un vecchio scatolino di metallo nel cassetto della bella scrivania che per prima mi ospitò. Ormai la mia storia è finita, non mi resta che dirvi che sono già trent'anni che festeggiamo questa mia liberazione e conquista insieme a tutti i fratelli nuovi e vecchi, nati e non nati».


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L’artista si fa strada: poche linee essenziali bastano per esprimere un’emozione intitolata “Autunno”

Leggere è bello


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Dove trova Paola una così forte ispirazione? La risposta ci viene da un altro suo componimento. «Sì, è vero, non sono solita rileggere i libri ma su due mi è piaciuto ritornare. Questi sono: "Pippi Calzelunghe" e "Gian Burrasca". Sono tornata a rileggerli perché erano fatti, storie e momenti vissuti —anche se nella fantasia— da miei coetanei e quindi vicini più al mio spirito, che possono capire e godere cose semplici e normali, ma senza esagerazioni di fantasia che stonerebbero e annoierebbero. Io ho molti libri di fantasia come: "20.000 leghe sotto i mari", "Storie di Eschimesi", "Viaggio sul pianeta dei Xeriani", e tantissimi altri, ma non li preferisco ai primi. Io amo molto leggere e rileggere molte volte i libri della serie: "Lungo la prateria". Questi narrano le avventure di un cavaliere giustiziere che si scaglia contro i banditi senza molti complimenti e riesce a batterli a colpi di pugni, di schiaffi, di pistolettate e altre diavolerie. Sono tornata a rileggerli per provare, daccapo, le emozioni della prima volta, per coglierne le sfumature nelle pieghe delle parole. Certo non è come la prima volta, però forse fa piacere perché si rivivono quelle emozioni in una dimensione diversa meno forte, ma più consapevole. I libri dai racconti molto lunghi non mi piace leggerli sia perché sono uggiosi, sia perché gli impegni non mi danno tempo di arrivare fino in fondo. Una cosa però è certa che leggere è bello, perché mi accorgo che il libro, anche se non permette il moto che a me piace tanto, sviluppa le idee e mi fa correre con la fantasia e percorrere spazi e paesi che forse mai vedrò». Non è difficile, leggendo queste parole di Paola ripensare a quelle di Emily Dickinson, finissima poetessa inglese vissuta dal 1830 al 1886 che nella raccolta: «Le stanze di alabastro», scriveva: «Non esiste un vascello veloce come un libro / per portarci in terre lontane / né corsieri come una pagina / di poesia che si impenna / questa traversata può farla anche il povero / senza oppressione di pedaggio / tanto è frugale / il carro dell'anima». Ma con questo, dalle righe scritte, traspare la Paola preadolescente con tutto il suo vivissimo cammino verso nuovi orizzonti: descrive i suoi gusti, ma sa farsene anche coscienza critica; legge le avventure dell'infanzia, ma scruta le parole per coglierne i significati e i legami più profondi. E qui che si sta giocando il crescere, inizia il possedersi, conoscendo le pieghe, non solo della realtà, ma anche di se stessi.

Dava del tu al mondo

Eppure questa capacità di volare sulle vie della fantasia e della creatività non significa per questa ragazzina sognare ad occhi aperti. Ha scritto Michel Quoist, nel suo «Amare, il diario di Daniele»: «Chi ha il coraggio di selezionare i suoi sogni scartando risolutamente quelli inutili e pericolosi, chi può dominarli al punto tale da saper troncare di netto un sogno per sottoporsi allo sforzo oscuro di una vita quotidiana, forse banale, quello può sognare senza pericolo». In effetti, alla fine della sua terza media Paola è una ragazza che sa guardare il mondo, dandogli del tu e per questo Vi Si piazza come protagonista.


20 Il protagonismo è una condizione scomoda e può diventare ambigua: dalla breve vicenda di Paola, traspare in mille sfumature, non solo quanto avrebbe potuto esercitare un facile protagonismo, inseguendo il successo per se stessa, avvalendosi delle sue molte capacità per imporsi come leader (la posizione privilegiata in famiglia, la serenità senza scosse, i talenti personali che andava rivelando...), ma come in realtà il suo protagonismo fosse quello della persona che decide ad ogni costo di vivere in prima persona, senza delegare a nessuno responsabilità e decisioni, che affronta l'impatto anche con la critica o l'insuccesso (e ce ne diranno qualcosa le sue compagne di scuola!) pur di non rinunciare alle proprie idee. Certamente gioca in questa drasticità l'età giovane, che non conosce le sfumature, ma rivela anche il nascere in Paola di un temperamento da donna forte, nella linea di molte figure bibliche di giovani donne che sono state una roccia per il loro popolo.

L'adolescenza non è una malattia

Sol che si abbia un minimo di esperienza educativa, si sa che a tredici anni, fra le cose che fanno problema, c'è soprattutto il rapporto con i propri genitori, quando ancora questi «esistano» nell'orizzonte dell'adolescente come figure significative e offrano effettivamente la possibilità di un incontro. Si pensi a quanti ragazzi oggi si dibattono tra un genitore e l'altro come pendolari o a quanti, forse ancora di più, vivono abbandonati a se stessi, senza un vero punto di riferimento. Paola vive questo problema al pari delle sue coetanee. Del resto, ogni desatelizzazione — quella dei figli dai genitori è fra le più ovvie, eppure è tra le più difficili —comporta in chi la realizza traumi più o meno forti e appariscenti. Quello di Paola con i suoi genitori è un rapporto «a dialogo continuo» e questo, non perché Paola avesse una disponibilità semplicistica o totale —mi pare d'avere a volte colto nei suoi genitori, mentre parlavamo della preadolescenza di Paola, il desiderio di minimizzare la fatica di Paola nell'obbedire, talvolta apparsa con ovvia naturalezza, per sottolineare solo la generale e autentica prontezza— ma perché questa ragazza, che fu una grande costruttrice di ponti fra la gente, e perciò anche con i propri genitori, aveva le proprie idee e non le barattava facilmente. Ma Paola aveva sempre e comunque la certezza che i suoi l'amavano veramente, senza riserve: questa è la cornice autentica che ha sostenuto il cammino e la crescita di


21 Paola, anche nei momenti critici, anche mentre affermava con forza la sua autonomia, come normalmente accade. L'eccezionale in questa vicenda è, che a Lucia e Claudio Adamo riusciva l'ardua impresa di far trasparire un amore solido in ogni frangente quotidiano. Per questo la Paola tredicenne, mentre valanghe di coetanei suoi mettono in discussione e si avviano a stracciare ogni legame precedente come prezzo per la propria affermazione, poteva scrivere ai genitori versi come questi: Per la mamma SENTIMENTO Per dire amore c'è un solo modo Per dire affetto c'è un solo modo Per dire felicità, spensieratezza, gioia c'è un solo modo In ogni mio pensiero In ogni mia parola c'è un grido un grido d'Affetto, di Amore un suono melodioso un suono delicato, una poesia Per dire tutto, per far capire che nel mio cuore soltanto tu Mamma Dedicati al padre TENEREZZA Quando nelle prime ore del mattino ascolto l'allegro garrire e il dolce cinguettare degli uccelletti PENSO Quando il sole accenna a calare e mostra la sua imponenza e i suoi raggi sembrano quasi un saluto PENSO Quando guardo il mare dolce che accarezza le coste e scivola dolcemente sulla spiaggia lanciando il suo dolce e paterno richiamo PENSO Penso a come sarebbe la vita senza queste cose Senza lo scherzare gioioso degli uccelli che danno un senso d'amore Senza il sole che infonde sicurezza senza il mare che dà pace Penso a come sarei senza di te, PAPÀ, senza te che mi infondi pace sicurezza e amore. Ma poi guardo i tuoi occhi e si perdono i pensieri nell'amore del tuo caldo abbraccio PAPÀ. Don Adolfo L'Arco, con riferimento al rapporto Paola-genitori, ha scritto: «Il dialogo con la mamma è perfetto; madre, padre e figlia si completano reciprocamente, comunicando appieno, e in questi momenti di beatitudine si scambiano i doni: i genitori offrono a Paola valori eterni e la figlia offre loro valori freschi che da lei spuntano come fiori a primavera. La famiglia Adamo è amicizia a tre: tre io che si fondono in un solo noi, e da questo noi nascente si sprigionano energie irresistibili e gioia travolgente. Per questo la famiglia di Paola, compatta, serena e ben costruita, naviga tranquilla e sicura. La loro sicurezza è fondata soprattutto sul rapporto che i tre (fusi in un solo noi) hanno con Dio».


22 I genitori stessi avevano preparato Paola alla Prima Comunione, festa di tutti e tre intorno al Signore. Ecco un'istantanea scattata dall'architetto durante la Messa, alla quale padre, madre e figlia partecipano uniti in un cuor solo e un'anima sola. «È prossimo il momento solenne della consacrazione e della elevazione. Paola è in mezzo, guarda alternativamente me e la madre, sorridendo con tenerezza; ci trae a lei, incrocia le braccia sul petto, quindi serra il mio braccio destro con la sua mano destra, serrando il braccio sinistro della madre con la sua mano sinistra; poi, a testa bassa, si immerge in un profondo raccoglimento. Così, stretta tra noi e con noi, la figlia prega in una totale fusione fisica e spirituale».

Al liceo Con l'anno scolastico 1976-77 Paola, conclusa la scuola media, inizia il Liceo Artistico. L'orientamento scolastico dei ragazzi —si sa— è uno dei punti nodali dell'educazione, anche perché da esso dipende, non soltanto l'inserimento positivo del ragazzo o della ragazza nel nuovo ciclo scolastico intrapreso, ma spesso lo stesso progetto globale di vita. Molti giovani disoccupati di oggi non hanno, varie volte, alle spalle scelte scolastiche errate? E quante impostazioni di vita riflettono una falsa gerarchia di valori all'origine delle proprie scelte! Per Paola fu naturale andare al Liceo artistico. Fu scelto il «Lisippo» di Taranto. Perché? Indubbiamente vi contribuirono più fattori e non fu certo per il fatto che mamma Lucia e papà Claudio, oltre a fare gli architetti, insegnassero in quella stessa scuola. Tuttavia quest'ultima circostanza, com'era naturale, se da una parte a Paola poteva piacere, perché le consentiva di rimanere, almeno psicologicamente, legata ai suoi, dall'altra la lasciò perplessa: non sarebbe stata —diceva a se stessa— una posizione di privilegio? E poi, cosa avrebbero detto le compagne? Don Giuseppe Schiavarelli —parroco in quegli anni della chiesa di san Giovanni Bosco, progettata dai coniugi Adamo, amico di famiglia e quindi anche di Paola— che avrebbe dovuto studiare tanto, da essere sempre ai primi posti senza l'aiuto di chicchessia, vivendo la propria esistenza scolastica il più autonomamente possibile. Paola fu fedele a quest'impegno. In effetti la ragazza si sentiva portata a quel genere di studi ed è lei stessa che in un tema di quell'anno dal titolo per l'appunto, «Perché hai scelto una scuola a indirizzo artistico? Quali prospettive hai per il futuro?» ci dice: «I motivi per i quali ho scelto questa scuola non sono pochi a differenza della prospettiva per il futuro che per me è una sola... Tra i motivi: primo, mi attraggono e mi appassionano tutte le materie artistiche, visive e non visive, perché per me l'arte è il miglior mezzo d'espressione; solo in questo modo riesco a manifestare tutti i miei sentimenti... infine, è mia intenzione affinarmi —cioè capire meglio le tecniche— infatti prima mi abbarbicavo alle cose che vedevo cercando a volte di ritrarle il più fedelmente possibile, ma senza riuscirci molto. In questa scuola posso apprendere —e sto apprendendo— tante nozioni, che però non mi saziano e spero che sia sempre così perché vorrà dire che la passione e il desiderio di imparare saranno sempre in crescita. La mia prospettiva però, a differenza dei motivi che sono tanti, è una sola, giungere agli studi universitari per conseguire la laurea in architettura, che sarebbe la prima mèta della mia vita. Questa professione è per me il miglior modo per esprimersi. In quanto essa non è fine a se stessa come tutte le altre manifestazioni artistiche, ma strettamente legata ai bisogni e necessità dell'uomo, unico perno intorno al quale credo che debbano ruotare il sentimento e gli sforzi di ogni artista».


23 Si direbbe dunque che Paola voglia diventare architetto per creare un habitat a servizio dell'uomo. Probabilmente se avesse conosciuto la storiella di E. Krishgassner l'avrebbe fatta propria. Eccola. Il babbo legge il giornale, ma il suo ragazzino lo interrompe ad ogni momento. Alla fine, persa la pazienza, il papà prende una vecchia carta geografica del mondo, la strappa e butta i pezzi al ragazzo: —Tieni! divertiti a rimettere insieme questa carta e lasciami in pace. Il papà non ha finito di leggere l'articolo interrotto che il ragazzo riappare tutto trionfante: —Ecco, papà, ho ricomposto il mondo! E, infatti, gli erano bastati pochi minuti per ricomporre la carta geografica. —Ma come hai fatto? — gli domanda il babbo stupìto nell'osservare che tutti i pezzi erano al loro posto. —È stato facile, papà; dietro la carta ho trovato disegnato un uomo; allora io ho rifatto l'uomo e così in un momento anche il mondo è ritornato a posto!

Cosa dicono gli insegnanti

L'architetto Piero Vallauri, professore di architettura —un uomo ritratto dalla stessa Paola ben sagomato e con un bel paio di baffi che lo fanno rassomigliare a uno dei burberi e buoni protagonisti del libro Cuore— di Paola Adamo allieva, ha lasciato questo ricordo: « "Professore le faccio vedere la mia tavola?", era la frase con la quale mi accoglieva all'inizio di ogni Iezione. "No", le rispondevo. "Lo so che l'hai fatta bene, ma la vedrò dopo", era la mia risposta di ogni giorno; e poi mi soffermavo a guardarla perché sapevo che si sarebbe imbronciata ed avrei letto nel suo sguardo il dispiacere più sincero. Allora ero pronto a dirle: "Paola, tu lo sai che se vedo prima la tua tavola, potrei non essere più obiettivo nel valutare quelle delle tue compagne; e poi devi saper attendere il piacere che provi ogni volta che ti dico brava". Ma il broncio rimaneva e solo chiamandola poi alla cattedra potevo vedere il suo sguardo illuminarsi nuovamente e sorridere. Credeva nell'architettura, così come si può credere in Dio, per fede, e vedeva in me, suo professore, il sommo sacerdote di questa sua religione. Quando annunciai che avremmo smesso di copiare architettura, perché avremmo fatto noi architettura, la gioia che le brillava dentro era percepibile a livello fisico, e si avvertiva l'affanno del tacitare le più querule compagne, per non sottrarre preziosi minuti a quello che avrei detto. Quando frequentava ancora il primo anno di Liceo, aveva una passione per le battute di spirito, per le freddure e per tutti quei giochi di parole, che erano un'altra dimostrazione della sua vivace intelligenza. Ma il suo divertimento maggiore era, finita la lezione, quando attendevamo il suono della campana per uscire, quello di mettermi in imbarazzo, sparandomi rapidissima le parole con la richiesta di una differenza tra qualcosa di strano, o se sapevo la tale o l'altra battuta, sempre per me, preso alla sprovvista, poco comprensibili e quindi potermelo rapidamente spiegare, dopo aver aperto il suo franco e largo sorriso, contenta di togliermi dall'ignoranza di quella così importante conoscenza. E seguitava, guardandomi, a sorridere fino all'uscita ». E gli altri insegnanti? Incominciamo dalla professoressa Maria Rosaria de Vittorio, insegnante di matematica. Generalmente si dice che una materia scolastica come la matematica non piace perché l'insegnante non riesce a renderla attraente ed affascinante. Può darsi che questo sia uno dei tanti luoghi comuni, come può darsi che sia vero. Sta di fatto che Paola Adamo alle medie inferiori non amava la matematica. Ma, al Liceo Artistico le sono sufficienti alcuni mesi perché ella definisca la matematica come una cosa splendida tanto da farsi ricordare così dalla sua professoressa: «... Aveva tutto quello che una ragazza della sua età dovrebbe avere: lealtà verso le compagne, senso dell'amicizia, impegno costante nello studio anche a costo di sacrifici che non avvertiva. Avevo imparato a capirla dagli occhi, così vivi ed espressivi, che mi dicevano tutto, sia quando approvava, e allora brillavano di gioia, sia quando disapprovava, quindi diventavano tristi, senza espressione; anche se da ragazza educata continuava a


24 sostenere tranquilla, cercando di nascondere I'imbarazzo di non condividere il mio comportamento. La sua puntigliosità di bambina qual era, essendo la più giovane della classe, le ha procurato qualche amarezza: non tutti avevano capito che questa era l'espressione della sua evoluzione psicologica in atto. Negli scontri, quando si accorgeva di non essere capita, soffriva in silenzio, senza difendersi e si affezionava sempre più a quelle compagne più vicine a lei per educazione e sentimento o alla più matura della classe in senso assoluto che capiva e l'aiutava ». L'insegnante di Storia dell'Arte, Cosimo Fornaro, ricorda Paola così: «Là al primo banco, con un cumulo di appunti; sempre pronta all'intervento, intelligente e garbata, sempre sorridente. Innocente, pura e libera nei suoi pensieri e nel suo cuore. Cristallina nell'espressione, amabile nel porgere, dolcissima nel dialogare ». La professoressa di scienze, Pinuccia Merico rimase, fra l'altro, impressionata dall'amore che Paola aveva per i suoi genitori, e scrivendo a questi ha dichiarato: «... Quella meravigliosa piccola donna vivace, allegra, interessatissima a tutto ciò che le capitava di vedere o sentire. Era innamoratissima del padre e l'ammirava, ne parlava sempre con entusiasmo e provava una grande tenerezza per la madre e quasi un senso di protezione oltre che di amicizia. Sentendola parlare in classe, rivolta a me e a tutte le amiche con la spontaneità che la distingueva, ho pensato: ecco una ragazza perfettamente inserita nella sua famiglia. Era un piacere ascoltare con che mimica raccontava episodi capitati ai suoi cugini ed amici con un gusto tutto napoletano per la battuta e per qualsiasi particolare potesse suscitare ilarità. Quando venivate ai colloqui e io non vi dicevo gran che è perché non sapevo dire, in quella baraonda di gente, qualcosa che rispondesse all'energia che "sprizzava" da lei. Rimane nella mia mente l'immagine di una delle mie alunne più effervescenti e di una ragazzina ingenua e precoce... ». Una testimonianza ha voluto rilasciare anche Maria Grazia Saliva, insegnante di religione presso quel liceo ma non nella classe di Paola. «La conobbi occasionalmente quando frequentava la prima B e andai a sostituire per un'ora un collega assente; mi accolse con tanta simpatia e parlammo a lungo. Mi colpì soprattutto l'acutezza del suo pensiero, insolito in una alunna di tredici anni allorquando mi rivolse trepidante di attesa una domanda sulla nostra resurrezione finale. Le lessi un passo di S. Paolo che apprezzò molto e da allora la sua ammirazione per "I'Apostolo delle genti" me la rese ancora più cara. Mi piaceva colloquiare con Paola; spesso parlava dei suoi genitori, dell'affetto profondo che la univa a loro e una volta, sorridendo con quel suo sorriso aperto e inconfondibile, mi disse che non la morte la spaventava ma il dolore che la sua morte avrebbe certamente provocato al suo papà e alla sua mamma. Per questa sua sensibilità Paola non è passata invano accanto a noi; ha lasciato un ricordo di giovinezza fatta sì di sogni e di speranze terrene, ma anche di fede profonda nella resurrezione finale. Paola, non è mai stata mia alunna, non ho avuto questa gioia, ma posso affermare con orgoglio che è diventata qualcosa di importante nella mia carriera di insegnante di religione».

Un impatto non facile


25 E le sue compagne? Per la scuola italiana in genere gli Anni Settanta non sono stati anni facili. Il liceo artistico «Lisippo» di Taranto non dovette certamente fare eccezione. Sono gli anni del sei politico, dell'autogestione studentesca e del «cloro al clero», slogan nato dalla feconda letteratura post-sessantottesca che aveva già applaudito «l'immaginazione al potere». La complessa stagione giovanile che comunemente verrà ricordata come «il '68» proprio attorno agli Anni Settanta raccoglie alcuni suoi frutti: ce ne sono di ottima qualità, ma non mancano le mele marce. In effetti, per Paola l'impatto con il Liceo non fu facile. Superate con disinvoltura le difficoltà didattiche, la ragazza si trovò immersa in un ambiente tutt'altro che ovattato: vivace, eterogeneo o, comunque, in grado di ubriacare una qualsiasi ragazza di buona famiglia non perfettamente sintonizzata con un quadro di valori. Insieme ai grandi movimenti tipici del tempo, che non risparmiavano con i loro fermenti nessun ambiente, chiedendo giusti cambiamenti e ripensamenti, ma anche sconvolgendo una serie di valori che fondavano la stessa vita scolastica, diventavano ugualmente concreti e urgenti per Paola e le sue compagne le dinamiche típiche della loro età e dell'ambiente scolastico adolescente. Il formarsi di sottogruppi, i livelli di maturazione, le diverse provenienze familiari... tutte cose di poco conto, alla fine, ma che diventano causa di giganti conflitti nell'adolescente sensibile che ama il dialogo, che è abituato a un universo compatto, com'era quello di Paola. I particolari assumono una grande importanza, una parola detta o taciuta, uno sguardo che si avverte ironico o malevolo, feriscono l'adolescente che già per se stesso si sente continuamente minacciato. C'è chi reagisce con la spavalderia e la finta noncuranza, c'è chi si isola, chi cerca di ricostruire il proprio ambiente nel gruppo amico, ma tutti generalmente avvertono il malessere: qualcosa finisce, si sente di perdere il benessere della fanciullezza, si desidera il tempo nuovo, ma non lo si vede ancora e fa anche un po' paura. Paola viveva questo come tutti e più di tutti: il suo mondo «a un cuore solo» doveva aprirsi, e lei lo desiderava per quell'antico amore al dialogo che aveva sempre coltivato, ma ne capiva la problematicità. Essere se stessi, rinunciando all'amicizia di tutti? Restare soli è difficile! Adattarsi alle opinioni o alle mode degli altri, rinunciando a esprimere ciò che si crede, pur di non perdere la simpatia e l'approvazione delle amiche e degli amici? Paola avvertiva che poteva essere fraintesa e che veniva fraintesa: era «diversa» per l'amore senza condizioni verso i genitori, per l'allegria esuberante, per la passione che dimostrava verso lo studio e la scuola. Troppo brava, tanto da risultare lontana, talvolta troppo bambina, talvolta troppo adulta, a dire delle compagne, che evidentemente faticavano a capirla e non si sentivano capite. Ma la Paola del dialogo dov'era finita?


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Sembra facile fare un ritratto, ma chi ha provato sa che non lo è Paola aveva l’abilità di cogliere l’intensità dei suoi modelli: ecco il ritratto deciso di Giuliana.

Nella classe complessa in cui si trovava, con ragazze dai 14 ai 18 anni, si creò inevitabilmente una scelta. In ogni caso, la ragazzina non era un elemento che passava inosservato, molto


27 amata o respinta; anche qui porta avanti la sua scelta di vivere in prima persona, con la grinta dei quattordici anni e con la fragilità di chi non possiede ancora se stesso. Non appare qui una giovane super-donna, ma un'adolescente che cerca e vive di verità, che sbaglia, che soffre, s'arrabbia, ma sempre mira a creare l'unità. Una fra tutte, come tutte, ma che ha segnato in modo deciso la strada di coloro che l'hanno incontrata. Parliamo di lei con le sue compagne. Ritroviamo le situazioni che ogni adolescente conosce. Tonia è stata compagna di Paola sin dalla prima media. « Ci conoscevamo —ha scritto— da cinque anni, dalla prima media appunto. Aveva due anni meno di me, eravamo amiche e nel nostro rapporto non mancavano certo dei piccoli screzi, dovuti forse alla differenza di età. A volte era insopportabile, come del resto lo siamo tutti in certi momenti; altre volte era stupenda, allegra, simpatica, dolce e matura; troppo matura per la sua età. Finite le medie, decidemmo di andare alla stessa scuola e anche qui capitammo insieme. L'impatto fu duro. Nella nostra classe vi erano anche ragazze di 17/18 anni, mentre lei non ne aveva ancora 13. Si creò tra loro un baratro, aspettavano il momento opportuno per ferirla e ferirsi a vicenda. Io riuscii ad ambientarmi, lei un po' meno e così i nostri rapporti furono un po' tesi. Nel secondo anno vi fu in lei un cambiamento. Fu amica di tutte, partecipava ai vari discorsi, era più aperta. Ciò nonostante vi era ancora una piccola barriera tra lei e il resto della classe. Ci parlava di Napoli, la sua città natale, dei cuginetti, che amava immensamente e della sua repulsione per i gatti, argomento questo, insieme all'Università di Napoli, per frequentare la facoltà di Architettura, dove, mi disse, i suoi si erano conosciuti e dove lei avrebbe dovuto trovare il suo uomo. Finì così quell'anno scolastico; lei ci salutò prima in quanto aveva terminato tutte le interrogazioni. Era felice! Tra un po' sarebbe andata a Napoli a trascorrere le vacanze. I suoi atteggiamenti ci sembravano a volte infantili anche se a volte desideravamo essere come lei e giocare insieme a "fiori, frutta e città", ma forse per orgoglio non lo facevamo... Come vorrei ora poterle offrire tutta la mia amicizia, riuscirei anche ad accettare quel suo strano detestare i gatti! Paola cara, a te è toccata la sorte del fiore. Ma voglio dirti grazie di tutto quello che mi hai dato. Grazie per avermi fatto capire che la morte è vita. Grazie per avermi fatto ritrovare Dio. Grazie per avermi fatto capire che ciascuno ha qualcosa da offrire. Grazie per avermi fatto capire che tutti sono miei fratelli. Grazie di tutto, Paola. … Anche se preferirei non aver capito niente pur di riaverti! ». Angela, di Paola sottolinea la grande capacità nel creare nomignoli scherzosi e fantasiosi così come avviene presso tutte le adolescenti di questo mondo. «Polly (così la chiamavamo) stava spesso nel nostro gruppo, formato da Giuliana, Lupolina, Marsellopoda, Turco e Calabrone, cioè io (così ci chiamava lei). Insieme abbiamo scherzato, litigato, ci siamo raccontate le nostre "pazze avventure" e i nostri "folli amori". Polly ci parlava sempre di Napoli, del suo cavallino, del suo cuginetto Davide, delle sue pazze feste con gli amici, e di "Nicky Lauda", il ragazzo che le piaceva. Io, lo dico sinceramente, qualche volta ero stupita di me stessa, ma Polly mi attirava... è strano, direi, ma mi attirava in un modo fantastico. Aveva quel suo modo di esprimersi che mi piaceva tanto. Il nostro gruppo era affiatato e mi piaceva, ma c'erano delle ragazze più grandi di noi che non accettavano quel suo comportamento e... allora dicevano che era antipatica. Adesso potrei dire tante cose, ma a che serve? Devo dire solo una cosa: che Polly mi ha dato tanto, tanto! Mi ha fatto capire cose che prima non comprendevo o che non avevo mai provato». Un'altra Angela, compagna di Paola negli anni del liceo, racconta le difficoltà dell'ambiente scolastico. «Paola, I'ho conosciuta nel primo anno e dico sinceramente che, da quando l'ho conosciuta, mi è stata antipatica. Non riuscivo a concepire quei suoi atteggiamenti che io ritenevo da immaturi, quelle risposte così secche; ma forse perché io ero un po'


28 più grande di lei. Non riuscivo a trovare nessun argomento su cui ragionare, e nelle rare volte in cui le parlavo, erano solo fesserie quelle che dicevo; in poche parole, facevo di tutto per essere scontrosa con lei. Credevo di conoscere Paola in tutti i suoi aspetti, invece mi accorgo del contrario. La scopro solo adesso. Era diversa da come mi appariva e forse si comportava così con me e con altre perché sentiva che le eravamo ostili». Brunella, altra compagna di Paola, ha scritto: « Paola l'ho frequentata per due anni a scuola: purtroppo è morta. La nostra amicizia era basata sul reciproco rispetto e, quindi, anche se a volte si litigava un po', è successo solo per cose banali. Quest'amicizia mi ha lasciato molto, soprattutto il ricordo di una ragazza che sembrava amasse molto la vita e che aveva in mente tanti progetti che sperava di realizzare; e i suoi sogni ora sono rimasti a noi da mettere in atto». Giuliana, ragazza sensibile e timida, che in Paola aveva trovato un sostegno e un aiuto, l'ha voluta ricordare così: «L'amicizia è una cosa molto importante, e sono fortunate quelle persone che possono godere della stima, dell'affetto e della simpatia di un amico. Io ero tra quelle persone. Ora non più, perché mi manca quella con cui passavo ore liete, con cui dividevo i momenti di tristezza. Paola, che per me è stata tutto! E stata comprensione, amicizia, consigli utili! Come ti puoi abituare alla mancanza di persone del genere?! Dalla sua amicizia ho ricavato, tra tanto, alcune cose molto importanti. Paola era una ragazza aperta e gioviale e mi insegnava ad essere ugualmente gioviale con i suoi modi di fare, a volte bruschi, a volte pieni di comprensione. Confidava a me i suoi problemi e io cercavo di consigliarla, anche se a volte non sapevo come, ma cercavo, riuscendo in qualche modo. La famiglia è sacra, ma per lei era tutto come in nessun'altra ragazza ho visto mai; così come in nessuna ragazza ho visto mai nutrire tanto affetto per i genitori come Paola verso i suoi. In tutte noi è rimasta amarezza e perplessità sapendo che non sarebbe stata più con noi. Ma è stata pure una spinta ad andare avanti. Continuare per un cammino migliore e seguire quello che significava per lei la vita. Del carattere di Paola, sanno e sappiamo quasi tutto, ma non sapranno mai quanta bontà aveva nel cuore». La scuola è comunque sempre una voce e un'esperienza forte per ogni adolescente: se ne vedono i difetti e si sogna il diverso; anche Paola aveva il suo progetto, il suo «sogno» sulla scuola. Lo espone in un tema ritrovato per caso dai genitori pochi giorni fa. La scuola come la desidererei io è ben diversa da quella attuale. Anzitutto per poter attuare il mio pensiero, alla base di tutto dovrebbe esserci un grosso rispetto, sia da parte degli alunni, sia dei professori, in modo da poter agire, se non su di uno stesso piano, almeno più liberamente. Poiché io sono convinta che anche l'atteggiamento dei giovani d'oggi nella scuola condizioni gran parte dei professori. Quindi, considerato come necessario questo rispetto, la scuola non dovrebbe essere il luogo dove si va a sentire qualche spiegazione, per essere interrogati, dove la cosa più importante è sapere il voto: certo, tutto questo è importante, ma io vorrei che la scuola fosse una seconda famiglia. Tra il professore e l'alunno non ci dovrebbe essere un rapporto basato sul terrore o sulla incomprensione, ma su un rapporto umano, sul rispetto reciproco, consapevoli, gli uni e gli altri, del ruolo che occupano. Il dialogo poi dovrebbe essere alla base dello studio che si effettua in classe e in questo discorso dovrebbero essere attivi alunni e professori, e non, come talvolta accade, che i professori stessi trasformino il dialogo in lotta, quasi come un combattimento fra animali, e quando la battaglia si fa più intensa neppure accennano ad intervenire. Per quanto riguarda invece il rapporto fra gli studenti, dovrebbe esserci più comprensione e disponibilità tra tutti, e non, come accade oggi, solo disposti a punzecchiarsi, a riprendersi reciprocamente per ogni minima sciocchezza in attesa del momento più propizio per ingannare e sembrare più capaci agli occhi dei professori, a fare i "dritti", insomma.


29 Tutto questo è inutile e serve soltanto a inasprire ciascun componente della classe. E non ci si rende conto che se tra ragazzi ci fosse quell'atmosfera e quell'affiatamento che oggi mancano del tutto, si riuscirebbe a raggiungere una preparazione più qualificata oltre ché la maturità. Difatti, credo che il contatto con la scuola influisca vivamente sull'individuo, tant'è vero che, come nella vita, anche nella scuola, vi sono solo due strade, due vie d'uscita: inserirsi pienamente e trovare la propria strada, il proprio modo di partecipare oppure rimanere nettamente tagliati fuori dal mondo, non riuscire più ad inserirsi; in poche parole, diventare degli emarginati sociali. Una specie di selezione: i più forti vanno avanti e i più deboli rimangono fuori. Quindi, ritornando al tema principale, tra ragazzi ci deve essere l'affiatamento, come elemento indispensabile per la riuscita di ciascuno. Quanto ho detto spiega perché penso che nella scuola di oggi siamo ben lontani dal mio pensiero e dal mio desiderio.

Amicizia

I ricordi che queste compagne di scuola hanno di Paola rivelano uno spaccato di vita adolescenziale scolastica che è certamente comune. Vi affiora la forza del sentimento di amicizia, vissuto da tutti i ragazzi con tonalità diverse, ma con tratti universali. Gli Anni Settanta sono i cosiddetti «anni di piombo», durante i quali il «tutto è politica» fu spesso l'unico metro del vivere sociale. Sono anni di contrasti nei rapporti con gli altri, dunque, nei quali sentimenti come l'amore e l'amicizia hanno manifestazioni negative. E del resto non è proprio in quegli anni che sulle mura di Bologna è possibile leggere: «Sputa su tutto, anche sulla tua ombra»? Eppure, anche in quegli anni come nei nostri l'amicizia per i giovani e per gli adolescenti è un'esperienza che sa di sacro. Qui infatti l'adolescente, fragile e malinconico, percepisce una sensazione d'aldilà che, se saputa valorizzare, lo porta alla scoperta di una propria, certa, identità. Se Paola Adamo fosse viva oggi avrebbe 22 anni. Ebbene, proprio vent'anni fa Bob Dylan —chi non lo conosce?— in una fra le prime e più belle canzoni, Dream of Bob Dylan, cantava: «... Con gli occhi umidi fissavo la stanza / dove loro ed io passammo molti pomeriggi / dove ci riparammo da molti temporali / ridendo e cantando / fino alle prime ore del mattino... / i cuori affamati nel caldo e nel freddo / non pensammo mai che saremmo invecchiati / ... / vorrei vorrei vorrei invano che potessimo essere ancora insieme in quella stanza». Esiste una bozza-diario che Paola ha tracciato nel luglio del 1976. A parte, ancora una volta, la sua indubbia capacità descrittiva, in questi appunti che riportiamo, emerge tra rigo e rigo il desiderio profondo di Paola d'avere amicizie vere, certe, pulite.


30 «Era una delle giornate più calde di luglio e a Napoli, in particolare, era impossibile compiere anche un solo gesto. Il traffico si era fatto caotico, tutti erano come impazziti, tutti cercavano (e dico cercavano, perché le macchine si muovevano di un metro all'ora) di fuggire dalla città, i clacson assordanti contribuivano attivamente all'aumentare della tensione. Era già dalle 7,30 che le macchine si susseguivano ininterrottamente formando colonne chilometriche ed erano le 9,30. Stranamente sentimmo bussare alla porta (chi era stato così eroico da sfidare il traffico, quale eroico cavaliere era riuscito a sfondare quella specie di barriera.). Mio zio, che anch'esso sudato e dimagrito era riuscito a raggiungerci partendo dal Vomero e arrivando a Fuorigrotta, e per chi conosce Napoli sa cosa vuol dire. Appena ebbe finito di scolarsi (non c'era termine migliore per indicare il modo di bere in quella giornata) una bottiglia d'acqua, si sedette in poltrona e ci chiese se volevamo andare tutti insieme (cioè noi e la famiglia di mio zio) alla spiaggia di Bacoli per trovare un po' di refrigerio. Lo guardammo fisso negli occhi e se prima l'avevamo considerato un eroe, adesso ci chiedevamo se non avesse preso invece un colpo di calore. Eppure come presi anche noi da follia acuta, indossammo i costumi da bagno, sperando, di riuscire a immergerci nelle acque (con quella temperatura anche l'acqua sicuramente sarebbe andata in breve in ebollizione) prima di mezzanotte. Ora saltiamo a pié pari le tre ore di viaggio e arriviamo immediatamente a Bacoli. Il bagno l'avevamo già fatto (di sudore è vero ma era pur sempre un bagno). Arrivammo che era circa l'una e quindi la prima cosa da fare fu quella di andarsene a mare, noi ragazzi precedemmo di qualche minuto gli adulti —che erano impegnati a scaricare le vivande ormai tutte lesse— e fu per questo che né io né gli altri miei amici ci accorgemmo che erano arrivate altre persone che avendo saputo da non so chi che stavamo a Bacoli, erano venute a trovarci. Quando noi giovani tornammo a terra per vedere quale fosse il motivo di ritardo dei nostri genitori, ci trovammo di fronte a due ragazze —sapemmo dopo che si chiamavano Mìlenca e 'Oslavia—. Tutto questo preambolo era necessario per mostrare come un caso —mai come questa volta veramente tale, visto che lo zio non doveva venire, il mare non era in calendario e meno che meno la presenza delle due ragazze — sia stato propizio per il particolare che vi dirò. Ci conoscemmo; la prima, Mìlenca, aveva 23 anni e la seconda, 'Oslavia, 25, quindi abbastanza più grandi di me, e di questo me ne rammaricavo, pensando che non avremmo potuto divertirci insieme data la loro età. Ma in breve mi resi conto di aver sbagliato opinione, in quando Miìenca subito si dette da fare con noi ragazzi; purtroppo però presto e senza accorgercene si fece sera, e tutti ci radunammo in casa per stare più raccolti. A un tratto i genitori chiesero a Mìlenca di suonare la chitarra e lei, senza farsi pregare, subito allietò la serata suonando cose per accontentare tutti. Anch'io suono la chitarra, e quella sera fu per me importantissima, perché, quando mi chiedono di suonarla, sono sempre restia e trovo ogni scusa per evitare di esibirmi. Ma in quel momento capii che nella vita non basta essere spiritosa e allegra per essere una ragazza accetta e richiesta da tutti —che è una bella soddisfazione— bisogna anche essere accondiscendente, gioviale e soprattutto giovane nel cuore e nell'anima».


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I giovani li vedo così Ma lei, Paola, che dice di se stessa, cosa pensa del mondo giovanile che la circonda, come guarda la vita, le cose d'ogni giorno? Tre scritti, proprio degli anni del liceo, fanno trasparire una personalità dagli occhi aperti e critici. Leggiamo il primo dei tre dal titolo: I problemi dei giovani d'oggi. «Siccome le famiglie italiane vivono tutte nell'agiatezza non sono più le privazioni che creano problemi, ma l'agiatezza stessa. Nono stante il fatto che una grande parte di giovani d'oggi non abbia problemi economici, tanti altri ragazzi non fanno parte di questo gruppo. Il principale problema è rappresentato dalla famiglia che può involontariamente condurre a una strada sbagliata. In questo caso i ragazzi che vivono questo dramma ne escono chiusi, introversi e taciturni, oppure rivoluzionari, nervosi ed aggressivi. Ma è meglio soffermarsi di più sui problemi. Ad esempio, come ho detto precedentemente, quello della famiglia. Di solito, questa, per mancanza di preparazione e di informazione sul come impostare l'educazione dei figli al passo con i tempi, non riesce a comprendere il ragazzo o la ragazza che sia; i genitori sono troppo rigidi, severi, non permettono nulla, sono restrittivi e vietano qualsiasi cosa, perché distratti dall'orgoglio di essere importanti e gestori del potere; oltretutto poi non permettono ai figli, di essere presenti alle discussioni dei loro problemi. Ed allora, per reazione, i ragazzi non trovando in casa la giusta collocazione, appena fuori di essa, iniziano senza che i genitori lo sappiano, a contrarre vizi (ad esempio il fumo, la droga, fino al furto) e, da qui, si scatena poi un susseguirsi di eventi negativi che danno luogo a ciò che io definisco il secondo problema. Questi vizi scritti sopra vengono in quest'ordine "fumo" e furto; difatti prima lo spinello viene offerto dagli amici, poi la droga bisogna comprarsela, all'inizio sono solo piccole somme sottratte alla borsa dei genitori; fuori gli amici cominciano a burlarti, incitandoti a non aver paura di continuare. Poi si inizia ad avere il compagno (spacciatore di droga) che nella cecità del momento può essere confuso con la figura del fidanzato. Se qualche amica scopre tutto, allora la risposta è facile, si dice che è sexy, che fa moda, che vuol dire essere grandi. Ma solo dopo essere arrivati a uno stato pietoso ci si accorge che fumare, prendere droga, non vuol dire essere grandi; vuol dire essere stolti, perché ci si autodistrugge. Forse qui sorge una domanda: cosa c'entra così presto la droga? Ho solo cercato di far capire la rapidità con cui si passa dalla sigaretta semplice a quella drogata. Difatti anche per questo gli amici dicono: "Ma su, allora non sei forte, non hai coraggio", senza sapere poi che il coraggio lo si dimostra proprio rinunciando, perché altrimenti dopo il primo spinello ne vengono tanti. L'unica per ovviare a questi problemi è il dialogo tra genitori e figli i quali dovrebbero parlare delle loro preoccupazioni, liberandosi così dei grandi pesi e, nello stesso tempo, dando ai genitori la possibilità di intervenire e correggere quei comportamenti che involontariamente anche loro hanno causato e sono la rovina dei figli. Ma come è possibile far ottenere tutto questo dai genitori non preparati? Ecco, questo è il


32 problema. Io credo che in questo caso, sia dovere dei figli far evolvere i genitori insieme a loro, facendoli partecipare per quanto è possibile ai loro studi, al loro avanzamento. Io credo che così facendo i genitori potrebbero, con l'aggiunta della loro età ed esperienza, aiutare i figli a risolvere tutti quei problemi che man mano si dovessero presentare». A parte alcune osservazioni di carattere sociologico sulle quali, trattandosi di una esercitazione scolastica giovanile, non è il caso di intervenire, Paola ritiene in fondo che il problema centrale dei giovani — risolto il quale se ne risolvono tanti altri— stia nella soluzione del rapporto educativo. In effetti non può esserci una buona socializzazione e una sana educazione se la generazione degli adulti —i genitori sono tra questi— sono incapaci o impossibilitati a trasmettere un quadro di valori.


33 Cosa dire di se stessi adolescenti? Non è facile definirsi, tanto meno “vedersi” con obiettività: Paola ci prova – e ci riesce – con questo suo autoritratto degli ultimi mesi di vita. Si guarda con lo sguardo degli altri e si vede con chiarezza.

La pena di scoprirsi uguali

Altra esercitazione, nella quale Paola manifesta la sua capacità, e questa volta con più consapevole sicurezza, è questa, dedicata al fenomeno della moda. «La traccia che ho scelto —ha scritto nell'anno scolastico 1977-78— mi impone, prima di entrare nel vivo dell'argomento, di informarmi sul concetto e sulla storia della moda. Pertanto, non potendo per brevità, scrivere tanto quanto vorrei dell'argomento, mi limito a tracciare per sommi capi un percorso storico, lasciando per me quanto ho appreso dalla indagine che ho svolto in merito. Nelle antiche civiltà mediterranee, le variazioni della moda sono oltre che lentissime, anche poco appariscenti: le differenze di foggia tra gli abiti degli uomini e delle donne sono minime, e così quelle tra le diverse classi sociali, che vengono però rappresentate di più dalla maggiore ricchezza di ornamenti. In Egitto appaiono le prime mutande-gonnellino. Mentre in Fenicia nacque la moda più complessa degli scialli frangiati. E, importante, in Persia, apparvero i calzoni mai usati prima. Successivamente, il passaggio al Medioevo dà inizio a un ritmo di moda vero e proprio ed è caratterizzato dalla introduzione di abiti tagliati e cuciti e dalla più vasta differenziazione delle fogge, secondo il sesso e la classe. Il periodo d'oro dell'Impero Bizantino, alle soglie del Medioevo, presenta un periodo di transizione, con influenze orientali nella comparsa delle maniche e nella bellezza delle stoffe di seta e dei gioielli pesanti, massicci. Col Rinascimento, la moda si fa più raffinata e fastosa; e nel campo del trucco, si diventa molto esigenti, sino a rasare capelli e sopracciglia per alzare la fronte. In seguito, la Riforma e la Controriforma imprimono un carattere più austero anche alla moda che si fa più severa e, insieme, goffa, ed il lusso si trasferisce esclusivamente nei gioielli e nella biancheria intima. Con la rivoluzione francese, tutte le frivolezze e tutti gli artifici sono cancellati. In seguito, nell'ultimo ottocento, la moda da aristocratica diviene borghese; manca una linea direttrice, si arricchisce di fronzoli e stravaganze. Ma intanto si verifica, con sempre maggiore accentuazione, il fenomeno della assimilazione della moda in tutte le classi e in tutte le nazioni; e, più tardi, la moda si è venuta affermando e trasformando soprattutto in fattore commerciale di primaria importanza. Per quanto concerne i concetti della moda, da questo breve andare storico, si evidenzia chiaro che la moda è condizionamento degli eventi storici; ovvero: non si divide da questi, ed è, inoltre, funzione delle classi sociali dominanti. Potrei richiamarmi alla moda citata dei nobili, sia nella antichità che nei tempi più recenti; potrei citare ancora il taglio dei capelli e delle sopracciglia, adottati per allinearsi all'austerità di quel periodo storico. Orbene, il concetto di moda è funzione e scopo di natura storica e sociale. Attualmente, le case di moda, impostate su basi industriali, confezionano capi di abbigliamento apparentemente disancorati da ogni vincolo; in realtà, non fanno altro che cogliere il senso e gli umori dell'attuale classe dominante e, producendo in serie, determinano nel proprio interesse, con perfetti servizi pubblicitari, una profonda avidità del manufatto nella gente, accrescendo lo spirito consumistico del nostro periodo storico. Nulla fanno però per differenziare il prodotto, pur rispettando le esigenze del ritmo industriale. Intendo dire che l'uomo dovrebbe, nella scelta condizionata del capo d'abbigliamento, poterlo "trasformare" per personalizzarlo; ci eviterebbero così — senza nulla togliere ai loro interessi— la gran pena di scoprirci tutti uguali, con nella testa la convinzione di vestire a proprio gusto. Ne deduco che le masse giovanili, che costituiscono il vero grosso settore commerciale a cui è rivolta l'attenzione industriale, vengono illuse dal fatto che, con poca spesa, possano essere se stesse con personalità.


34 Certo, si è se stessi, ma in una uniformità che è avvilente monotonia. La moda pertanto, e qui intendo quella personalizzata, continua a essere appannaggio dei novelli nobili, cioè dei capitalisti che con il danaro, possono permettersi —mostrando abiti apparentemente semplici— di essere ciò che il loro carattere e la loro natura intendono manifestare. Qui è necessario dire brevemente che la personalizzazione è fatto indispensabile, perché è tramite l'abito che ognuno di noi tende a farsi riconoscere dagli altri per quello che intende essere. Questo concetto mi sembra importante; esso è legato a quello naturale perduto, grazie alla civiltà, dove l'uomo, con altri segni, manifestava al compagno il proprio spirito, la propria identità. Apparentemente l'uomo sembra cambiato, ma in effetti, pur con tutte le mistificazioni dei nostri giorni, si ribella all'appiattimento generale e si sforza in ogni modo e con ogni segno d'essere se stesso. La moda nulla fa per alleviare questa frustrazione; che, proprio per il fatto d'essere da tutti sofferta, viene da tutti taciuta, e quel che è peggio, negata».

Preferisco incominciare dai difetti

Il terzo elaborato che riportiamo è una riflessione su se stessa. Qui Paola, quattordicenne, descrive con semplicità pregi e difetti della propria personalità. «Non avendo ancora la capacità di critica, data la mia giovane età, non sono in grado di analizzarmi e stabilire i miei pregi e i miei difetti (altrimenti li avrei già corretti);


35 sono solo in grado di scrivere i pregi che vorrei avere e i difetti che non vorrei. Preferisco incominciare dai difetti, per evitare che il tema si concluda con note negative. Dunque, prima di tutto l'invidia; è la cosa più brutta; basta una minima cosa per suscitare odio e malumore, oltretutto si perdono gli amici e non si fa altro che avvelenarsi la vita. L'invidia è anche un punto debole; difatti, se qualcuno a cui si è per forza legati, vuol fare un dispetto, compra qualcosa, fa un qualsiasi gesto, e l'altro muore di bile. Poi non vorrei essere una di quelle che non si accontentano mai di ciò che offre la vita, perché, in poche parole, questo vuol dire essere insoddisfatti, ed è una brutta cosa, poiché per questo ci sono solo tante ore di malinconia e poche di gioia e serenità. Così anche per il vizio del gioco. Altro grosso difetto che non vorrei assolutamente avere e che spero non abbia, è quello di essere prepotente ed egocentrica. Per queste persone non è che la vita, le gioie e specialmente l'amicizia, aprano troppo le porte. Io, veramente, inorridisco solo al pensiero che tutti coloro che mi stanno attorno non siano contenti e felici di starci, ma fingano soltanto e mi sopportino. Però dopo tutta questa sfilza di difetti, c'è anche qualche pregio che vorrei avere: la bontà, I'onestà, la carità e, specialmente, la comprensione e la generosità verso gli altri, perché nella vita, per andare d'accordo con una persona, basta che la si comprenda, per poterla aiutare nei momenti di difficoltà, per dividere con questa i momenti di serenità e poterla coadiuvare, senza che ci siano incomprensioni. Come altri pregi, vorrei la dolcezza, sia nel comportarmi, sia nel parlare, nel porgere le cose o, meglio detto, nel modo di vivere. Fino a questo momento, però, c'è stato solo un'elencazione, mentre ora sarebbe il caso di riportare tutte queste cose, nella realtà, nella vita, inserirci cioè un pizzico di fantasia. Io ho intenzione di laurearmi in architettura, quindi il mio lavoro richiederà una grossa capacità nell'esprimere le cose; sarebbe un guaio se fossi chiusa, prepotente e invidiosa; nulla mi andrebbe bene, non potrei assolvere alle mie mansioni, perché con un così brutto carattere, non accetterei consigli da chicchessia, e anche perché, essendo introversa, non saprei bene immaginare una scena come questa: I'architetto si accorge di un fallo, ma essendo introverso e sentendosi dire che così va, non insiste. Morale: quando l'opera è completata, il committente di questa riceverà un manufatto che non soddisferà nessuno. Sarebbe il colmo. Però, non solo sotto l'aspetto professionale, ma anche per quello domestico, sarebbe per me un disastro se non avessi, per esempio, la comprensione; sarebbe una continua battaglia tra me e i miei figli, e mio marito, non saprei come comunicare con loro specialmente con i figli; finiremmo per vivere separatamente, anche se tutti sotto lo stesso tetto. Sarebbe la stessa cosa se non avessi la dolcezza nel porgere le cose; farei credere agli altri di essere irascibile e si determinerebbero delle incomprensioni, che con il passar del tempo diventerebbero vere e proprie fratture. Ma il discorso dei pregi e dei difetti non è solo rappresentabile nel lavoro e nella famiglia, ma anche di più nelle comitive e nella scuola. Nelle comitive, specialmente, ci vogliono ragazzi allegri, attivi. Oltre a studiare la storia, la matematica e l'italiano, ci vorrebbe qualche lezione di scienza del comportamento ».


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“Ritratto di donna”: non c’è da aggiungere altro: la stoffa di un’artista, non solo di una copiatrice abile, qui si lascia toccare senza ambiguità

Reggersi


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sulle proprie gambe

Si parla oggi di crisi delle agenzie educative tradizionali e di ricerca di nuovi metodi educativi. In ogni caso, è certo che l'attuale società ha bisogno di gente in grado di reggersi sulle proprie gambe e in grado di saper discernere quel rosso di sera, foriero di speranza, di cui parla il Vangelo, oppure l'erba buona dalla zizzania. Un'antica maledizione cinese suona così: «Possa tu vivere in tempi difficili!». Paola Adamo vive gli anni della sua maggior consapevolezza proprio in tempi di rapidissimo cambiamento tecnologico e culturale: non li vive con la paura dei pavidi cresciuti ovattati né con il rimpianto dei vecchi precoci. Li affronta con un protagonismo critico che — non è difficile ipotizzarlo— avrebbe portato quella ragazzina ad assumere con disinvoltura e convinzione le sue responsabilità. Qualunque cosa le avrebbe riservato il futuro sarebbe stata proprio come Paolo VI definì il cristiano parlando alle Nazioni Unite nel 1965: portatore di un messaggio di salvezza e, in nome di quello stesso messaggio, coscienza critica dell'umanità. C'è una pagina de «L'avventura cristiana» di Emanuel Mounier, a proposito di certo cristianesimo gretto e asfittico, contrapposto a un cristianesimo nell'aria aperta, che dice: «La casa borghese è una casa chiusa, il cuore borghese un cuore guardingo e pieno di preoccupazioni. Vorrebbero fare della Chiesa cattolica ed apostolica un retrobottega, un salotto confidenziale dove virtù anemiche sonnecchiano nell'ombra delle tende, ignorando tutto ciò che non è il pettegolezzo confessionale, i pensieri della conventicola, le confidenze sterili di vite solitarie. Il tipo medio di devoto di una delle nostre cittadine di provincia, ha un universo tascabile. Andate a cercarvi il posto dei grandi drammi elementari dell'epoca. Delle forze stesse di cui ha paura, il socialismo, il comunismo, trovate in lui una sola immagine che non sia ignorante e sciocca da far piangere? Qualcosa che viene dal fondo dei tempi o dal fondo della grazia dorme sotto quel grigiore, e là forse un giorno egli attingerà forza per diventare un martire: intanto la sua buona volontà corre con passo infallibile dietro a tutte le cause perdute. Le madri hanno i figli: tante madri cristiane, ammirevoli per il loro amore cosa conservano nella loro testolina ingombra di letture delle biblioteche rosa e d'illusioni sentimentali, cosa conoscono della vita in cui domani getteranno questi figli, di tutto ciò che da quindici anni in poi li interesserà nel vasto mondo? A vederle così inquiete per proteggerli contro il secolo, vien fatto di chiedersi se esse non difendono invece se stesse contro la rivelazione del proprio vuoto». Abbiamo riportato questo pensiero del grande filosofo cristiano perché togliessimo sin d'ora l'idea — semmai ce la fossimo fatta— di una Paola religiosamente credulona e sentimentale, quasi la fantasia e la creatività dovessero avere come effetto, in campo religioso, atteggiamenti di quel genere. No.

Paola e l'arte

L'educazione al bello è una componente non secondaria del lungo processo di sviluppo che porta una persona umana verso la maturazione. Si è detto della spiccata sensibilità artistica che ha spinto Paola a frequentare con successo il Liceo Lisippo e si è anche


39 accennato a qualche suo lavoro. Ma, in realtà, che tipo di rapporto ebbe questa ragazza con l'arte e il mondo che questa rappresenta? Che cosa di proprio manifesta nei tanti disegni che papà Claudio e mamma Lucia —primi maestri— hanno gelosamente raccolto dopo la sua morte? C'è in tutti questi lavori, innanzitutto, una progressiva rivelazione contenutistica che si esprime in forme sempre più armoniche. L'armonia fra le diverse parti e il senso della prospettiva sono aspetti costanti di un'arte certamente adolescenziale, ma che tuttavia esprime equilibrio. Non dunque il bello fine a se stesso, ma coniugato con il vero e il buono. L'uso del colore poi —prevalgono l'azzurro e il giallo— dice tutta la voglia di vivere d'una ragazzina che velocemente diventa donna. Già un inchiostro del 1968 intitolato «Paola a passeggio con mamma e papà» indica nella piccola pittrice un chiaro, sia pure iniziale, senso delle proporzioni accompagnato da una certa autonoma ispirazione; così come il semplice pennarello «Alberi di pesco», dello stesso anno, non può non evocare le immagini care a tutti del francescano Cantico delle Creature. A mano a mano che Paola cresce, s'affina anche la tecnica. Così «Il cigno che si becca», la «Fantasia per tessuto da donna», «L'abete natalizio», «La casa di campagna», tutti pennarelli del 1970, denotano il solito spirito d'osservazione di questa fanciulla, mentre con «Montagne svizzere», «Donna in pelliccia», «Nuca di bimba», «Falchetto, il pony napoletano», «Autunno», elaborati fra il 1971 e il 1973, il miglioramento è evidentissimo. Negli anni successivi e fino alla morte, Paola dipingerà migliorandosi sempre più: ritratti, paesaggi, cartellonistica, sculture e nelle tecniche più varie: in argilla e in gesso, a tempera, a inchiostro, al collage. Fra tutti ne ricordo due, unitamente a un poster natalizio casalingo; Paola infatti amava dipingere ben oltre gli impegni prettamente scolastici. Il primo, è un suo autoritratto a matita del 15 maggio 1978. Di ritratti Paola ne ha lasciati tanti; la mamma, il professor Vallauri, numerose compagne. Si tratta, per lo più, di lavori a matita svolti con efficacia: c'è infatti in tutti il tentativo di guardare in profondità. Quanto a se stessa, poi, si è dipinta così: seduta con la tavoletta per disegnare appoggiata sulle ginocchia riunite, occhi profondi, labbra sporgenti, maglione alla «dolce vita», pantaloni a zampa d'elefante. Dello stesso periodo, è un secondo lavoro che Paola volle dedicare alla festa della mamma: è una figura di donna modellata in argilla. La figura è plasmata ripiegata dinamicamente su se stessa, anzi si direbbe perfino accasciata nella ricerca di un impossibile riposo. I Presentimento della sua prossima fine oppure tipica tristezza adolescenziale in una di quella giornate nelle quali agli adolescenti viene voglia di «annullarsi»? Né l'uno né l'altro? In ogni caso da quest'ultimo lavoro di Paola Adamo traspare un tale equilibrio di forme e di proporzioni da farne un messaggio di pace e di serenità. Il critico-giornalista Nino Bixio Lomartire scrive sul quotidiano «Corriere del Giorno» in data 24 ottobre 1980: Il discorso di Paola ha la capacità di disorientare appunto per una palese lotta alla odierna tendenza a banalizzare tutto. Il suo recensire continuamente il reale e lo sforzo di concettualizzarlo sono, infatti, più che evidenti in quelle non poche chiose le quali diventano testimonianza del suo modo di sentire e investigare il mondo di cui è parte attiva. Un mondo come quello giovanile in cui la lotta con la miseria morale e materiale riesce vincitrice solo se tra genitori e figli vi è dialogo e se dalla protesta si passa alla proposta. Paola parla ai propri coetanei affidandosi al linguaggio comune degli uomini. Ad essi trasmette le immagini delle proprie emozioni, esprimendosi in parole o mediante linee e colori... Alcuni disegni hanno un loro fascino particolare. Poche linee essenziali che rendono compiutamente una curiosità intellettuale... una sorta di stenografia pittorica che trascende il convenzionale delle rappresentazioni e suggerisce più di quanto non dichiari. Paola è un'artista. E, in vero, accoppia alla sensibilità estetica una precisa volontà di risolvere i propri problemi emotivi e di trasmettere, in perfetta libertà, una comprensione intellettuale degli stessi. Le ragioni psicologiche che la guidano nell'esprimersi secondo un proprio schema non sono oscure, così come nell'artista in genere. Paola giunge all'arte carica di complessi emotivi: in essa non cerca però l'eccitamento di quelle emozioni, ma pace, riposo e calma. E in questo suo cercare l'accompagna una fede profondamente radicata nell'anima, una fede ardente e costante che non viene mai meno, così come attestano, non solo i suoi scritti, ma anche le testimonianze di coloro che la conoscevano: in lei trovarono quel grande e indispensabile motore di qualsiasi ideale che è l'entusiasmo. Cioè quella fiamma che accende, trasporta e mette alle spalle quelle ali con cui ci si libra, come colomba, verso i più alti orizzonti.


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Comunicare idee e sentimenti

Si è detto che a Paola piaceva lavorare anche fuori dalla scuola. Tutte le circostanze erano buone per lei per fare qualcosa e soprattutto per «comunicare» idee e sentimenti che le stanno dentro. Natale, ad esempio, è una di queste occasioni. «Il Natale —scrive in un poster su vetro—è il momento in cui ognuno si sente felice... È l'unico momento in cui non ci sono distinzioni, nasce colui che ci salverà: Gesù Cristo». E ancora: «Non ci sono barriere di confini che possano limitare la felicità del Natale perché nessuno può limitare l'amore di Cristo. Il Natale è l'amore, la comprensione, la serenità in Cristo; se questi vengono a mancare, il Natale non è più tale». Dov'è la ragazzina succhiagelato e cerca doni, tipico prodotto di campagne pubblicitarie ben orchestrate? «Caro Babbo Natale —scrive in occasione del Natale 1976— ci rincontriamo e anche quest'anno ti ho scritto la letterina. Bada però che io la scrivo non per abitudine, ma perché: primo, ormai l'unica, I'ultima cosa che ci resta, sei tu, I'amato Babbo Natale, e poi perché —e questa è la cosa più importante— tu sei la cosa a cui sono più affezionata e che non vorrei perdere neanche per tutto l'oro del mondo. Il tempo è trascorso e gli eventi si sono susseguiti; tutto o quasi è cambiato ma tu no; sei sempre tu il mio Babbo Natale, ed è per questo che ho molto pensato per scrivere


41 questa lettera, tanto è vero che l'ho potuta scrivere solo ieri per starti un po' più vicino del solito, ma a costo di tutto —come hai visto— ho voluto parlarti anche quest'anno. Sì, hai letto bene, parlarti non scriverti, perché per me questo è il mio momento, il momento in cui posso parlare con qualcuno —oltre che con i miei genitori— che, sì, è vero non ho mai visto in faccia, ma di cui però so una sola cosa importantissima, «posso fidarmi». Con questo ti ho voluto spiegare perché ti scrivo la letterina. Però non è che io sia cambiata molto in fatto di doni; però c'è una variante, io non so cosa chiederti ed è per questo che dico: fa' tu. Sì, è vero, nella mia mente c'era l'idea del "Castello incantato" però poi ho detto: saprà lui scegliere il regalo giusto ricordandosi che sono ancora piccolina e mi piacciono i giochi, e poi in fondo 13 anni sono solo 1/2/3 + 10, o no? Per i doni poi vorrei che comparissero tutti a mezzanotte, lo so che è difficile, però tu puoi tutto vero? Comunque, se non vuoi, sono d'accordo pure io. Concludo con un grandissimo bacione e abbraccio, prima però un'ultima domanda: dove devo scrivere e... imbucare la letterina durante l'anno? Posso farlo? E durante queste feste natalizie dove, e posso? Ti dò tanti altri baci, abbracci e tutte le altre cose possibili e immaginabili. La tua affezionatissima Paola». La risposta di Babbo Natale —che per l'occasione riassumeva in una lettera il pensiero di papà Claudio e di mamma Lucia— non tardava a giungere: «Carissima Paola, cominciamo dall'ultima domanda: "dove devo imbucare la posta per te?". Ma è cosa semplice, mettila su di un qualsiasi piano d'appoggio di casa tua e vedrai che saprò ritirarla; ecco così si imbuca la posta per me. Poi mi dici che quando mi scrivi parli con me! Bene. Brava! È così che si fa; si scrive parlando con il cuore in mano e il cervello nella penna! Non dimenticarlo mai. Leggo poi che ti rivolgi a me perché sono l'ultimo e l'unica cosa che ti è rimasta. Ma via! Non esagerare. Ma cosa intendi dire tu, piccola creatura, con questa frase! Non ti sembra d'aspirare a diventare grande imboccando la strada più sbagliata? Per me, il tuo, è un comportamento romantico e superatissimo. Allegra come sei per carattere, puoi —e devi— incamminarti per la grande strada della scienza e della conoscenza con gioiosa serena consapevolezza, disincantata in parte e ricca di cristiano amore. Di', di che cosa ti lamenti? Che cosa si è così profondamente mutato intorno a te?? Nulla! Hai tutto, assolutamente tutto. L'unica cosa che sta cambiando —e ciò è bene—s ei tu. E questo ti sembra un male!? Ma via! Sii allegra e spensierata così come i tuoi anni impongono. Molto importante, e anche bello, è invece che io per te resti ancora una cosa cara —vorrei che tu sempre mi amassi sinceramente e con cuore— vorrei anche che tu mi amassi quando avrai i tuoi piccoli e il tuo uomo da amare. Vorrei che restassi per te immutato nella tua mente e nel tuo cuore anche quando non potrò mai più venire materialmente, perché, se così sarà, riuscirò, attraverso il tuo pensiero e il tuo cuore, a esserti sempre vicino per parlarti come tu vorrai. Tesoro mio, sii felice, amami se vuoi, ma amami con animo sereno e allegro; cancella per sempre le lacrime dai tuoi occhioni e ahimé preparali per quelle vere che per te fortunatamente sono tanto lontane. Per concludere, pensa a me tutto l'anno se questo ti rasserena, ma nella ricorrenza di Natale cerca di cogliere il significato giusto della mia venuta, tu che hai animo nobile e sensibile; chi sono io in verità!? Che cosa intendo dire attraverso i doni che porto?! Sono l'Amore per tutte le creature del mondo, le quali continuano a comportarsi animalescamente, ignorando il messaggio, ed io regalo, regalo sempre, e a tutti nella certezza che attraverso il dono materiale capiranno che l'amore vero sa superare anche le offese ricevute e ripresentarsi rinnovandosi di continuo. Per questo, mia carissima creatura, non restare ancorata sempre alla tua materia, coltiva lo spirito che è la sola strada per ascendere di continuo. Ti tengo stretta al mio cuore mentre tutta ti ricopro di baci, allontanando la barba bianca per non solleticarti ».


42 Babbonatale Così, tra una poesia e una lettera, un disegno —piccoli gesti di anime attente—, Paola finiva con il trasformare le feste in momenti di crescita.

Fine precoce Ci sono parole che, scaramanticamente, non vengono pronunciate così come esistono in realtà; esse, pur essendo di ovvia e logica evidenza, vengono taciute. Sono spesso parole e realtà che chiamiamo «tabù». Attorno l'uomo vi ha costruito miti e leggende. Sono i miti ad esempio di Tanatos (Morte) o di Eros (Amore). Gli esperti di turno tentano inutili rimozioni. Una di queste parole-tabù è proprio la morte. I cultori del maquillage quotidiano dell'informazione hanno cercato in ogni tempo di addolcirne l'impatto, ma il look qui non conta. La morte, infatti, è morte e la vita è vita. O l'una o l'altra. Soltanto in Gesù di Nazareth, morto e risorto, c'è una risposta al dilemma. Mi è stato dato di conoscere adolescenti nei quali il rapporto morte-vita è vissuto in maniera talmente conflittuale da farli giungere al limite della paranoia; al contrario, ne ho conosciuti alcuni che si sono avvicinati alla morte come ad un gioco avventuroso. Ripenso a Mimmo Corsaro, un ragazzo di Catania, morto per insufficienza renale. Si spense lentamente con un filo sottilissimo di mestizia nei grandi occhi. Fino alla fine, senza rancore e con speranza, aveva lottato, più che per se stesso, per una umanità migliore. Così Mimmo, tra una dialisi e l'altra, veniva a rendersi utile all'oratorio, ora per arbitrare una partita, ora per dire a qualche ragazzetto un po' più vivace degli altri parole di bontà. Si dice che si muore come si vive. Vediamo dunque come Paola Adamo, ha vissuto la sua morte. Le prime avvisaglie si ebbero nella primavera del 1978 allorché Paola accusò dei dolori. Ma ecco come papà Claudio Adamo ha vissuto e descritto questo momento. «Erano gli ultimissimi giorni dell'anno scolastico che per lei fu l'ultimo della sua vita, cioè il 2 ° liceo. Aveva terminato tutte le interrogazioni riportando buoni voti in tutte le materie; pertanto per lei l'anno poteva ritenersi concluso. Ma la professoressa di matematica stabilì di fare un ulteriore compito in classe che Paola riteneva ormai non più utile o necessario sostenere, dato anche un suo stato di profonda spossatezza e un sottile dolore al fianco destro —diagnosticato dal medico come piccolo disturbo determinato dalla pratica sportiva. Per questi motivi, chiese e ottenne dalla mamma di non andare a scuola, anche se giorno di prova; Lucia le disse comunque di consultarsi anche con me. Ero nello studio, alla scrivania, dove leggevo e scrivevo anche per lei, sapendo come amasse ricevere da me giudizi su libri letti e segnalazioni di stralci utili per la sua crescita e i suoi studi. Con fare molto semplice, ma con precisione e serietà, mi espose il tutto, tacendomi la decisione della mamma e parlandomi però del fatto non secondario di aver terminato tutte le interrogazioni con successo e, molto più, della sua particolare, indicibile stanchezza, nonché del dolore al fianco. Le feci notare che, anche se libera di andare o non andare, a mio parere era opportuno non mancare, proprio in considerazione della sua posizione nella scuola: le compagne, e non solo le compagne, avrebbero potuto interpretare quell'assenza come un'opportunistica fuga dalla responsabilità. La conversazione si sviluppò ampia, complessa. Decisamente difficile, forse per la prima volta.


43 Non riusciva a tollerare il pensiero che si sarebbe potuto dubitare di lei, ma, in particolare, sentiva, e non accettava, di non essere creduta da me. Io, infatti, essendo stato rassicurato che il dolore era fatto transitorio e la stanchezza dovuta allo studio intenso di fine anno, certo quindi di uno stato di salute normale e sano, davvero non le credevo. Anzi, credetti realmente che battesse in ritirata: venivo così a trovarmi, e per la prima volta, in netto contrasto con lei, mostrandole probabilmente anche un po' la mia delusione nei suoi confronti. Profondamente colpita, intimamente ferita, pianse, e con tanta tristezza. Io, colui che lei amava e stimava come giusto più di ogni altro, che non dubitava mai di lei, amandola e stimandola più di se stesso, ora non ero più con lei! Ero diventato per lei diverso, in tutto. Fu per lei una delusione cocente, amara e ampia come sono le delusioni a questa età, come il crollo di un mondo intoccabile. Non essere creduta da me! Io veramente ne rimasi molto turbato e, pur accusandomi intimamente di molti errori, non compresi dove avessi sbagliato per scatenare una così feroce reazione e un pianto così inconsolabile. Il giorno dopo, comunque, benché avesse il permesso della mamma di restare a casa, in condizioni da non poter e da non doversi muovere —oggi lo sappiamo quanto male dovesse già stare quel giorno e quale sforzo dovette compiere— come ogni altro giorno, si alzò presto e andò a scuola per la malaugurata esercitazione». «Il grave attacco di epatite —I'avrebbero saputo troppo tardi, racconta ancora il padre— si presentò come un semplice dolore al fianco destro che, dopo essere comparso e scomparso più volte, una notte le disturbò il sonno. Il medico, come ho accennato, non vi fece molto caso; lo addebitò alla pratica della pallavolo; facemmo comunque tutti gli accertamenti del caso, compresa la ricerca delle transaminasi, dato che Paola all'età di sei anni aveva sofferto d'epatite virale. Non fu riscontrato nulla di anormale. Ugualmente, però, non perdemmo d'occhio il suo stato generale che continuava a essere florido e in crescita. Con la fine delle lezioni, I'inizio dell'estate e con i primi giorni di riposo, ogni disturbo cessò, tanto che, sentendosi senza occupazione, volle iniziare subito alcune esercitazioni grafiche architettoniche per prepararsi alla terza liceo che l'avrebbe vista finalmente impegnata nelle prime esperienze progettuali: lo sognava da tanto! Divenne serena, bellissima, dall'aspetto sazio, lieta e felice di vivere, del futuro che le si prospettava e del risultato scolastico raggiunto, più che positivo. Sognava l'imminente visita a Napoli, dove avrebbe incontrato parenti e amici con i quali si divertiva tanto; immaginava già le passeggiate con il suo pony, e poi, più avanti, la vacanza vera, visitando luoghi che lei stessa aveva scelto con noi. Seguì con passione solita le partite di calcio del campionato mondiale che quell'anno si giocava in Argentina. Ed è appunto legato a una di queste partite l'inizio dell'ultimo capitolo della sua vita. La sera del 9 giugno, molto tardi, dopo la mezzanotte, si giocava Argentina- Italia: per essere ben sveglia al momento opportuno, andò a letto presto. Venne a sedersi in poltrona, raggomitolandosi. Era una serata calda e serena; ciò nonostante, poco dopo, sentì dei brividi. All'inizio pensammo fossero dovuti al risveglio fuori tempo, ma poi costatammo un leggero stato febbrile. Non facemmo eccessivo caso: Lucia lo imputò al tempo mestruale. L'indomani mattina avevamo in programma la partenza per Napoli, ma io posi come condizione che ci saremmo mossi solo se la febbre fosse scomparsa del tutto. Così fu. Partimmo. Una volta a Napoli, però, il pomeriggio di quello stesso giorno, la ebbre scoppiò violenta, mantenendosi alta in modo allarmante fino al giorno dopo. Chiamammo ovviamente il medico: le diagnosticò una bronchite; ci mettemmo in contatto anche con il suo medico di Taranto. Rifacemmo tutte le analisi e ancora una volta diedero tutte esito negativo. Incominciammo intanto una terapia antibiotica intensiva, ma la febbre restava alta. Richiamammo il medico, la visitò nuovamente e confermò la diagnosi; ci invitò a non preoccuparci troppo, Ma noi lo eravamo, e non poco. Paola desiderava ormai tornare a casa; il mare, la spiaggia, a cui teneva tanto non le interessavano più. La incoraggiammo; io le promisi che saremmo andati in montagna, ambiente che ancora non conosceva che per sentito dire, che saremmo arrivati fino a Trieste dalle sue cuginette. Commossa, mescolando sorriso e pianto, volle che Ie facessi una descrizione del programma.


44 Attendemmo il calo della febbre su valori tollerabili per rimetterci in macchina e ritornare in tutta fretta a casa, dove ormai sognava solo di arrivare; era tanto triste ed era profondamente spossata Nonostante tutto, però, sempre pronta e attentissima, si interessava alle partite di calcio che l'appassionavano. Prima di muoversi, credendo che facesse anche un po' per farsi coccolare, le domandai se desiderava essere presa in braccio per andare in macchina o se preferisse uscire da sola. Oggi sappiamo che avrebbe avuto ben ragione di non sentirsela, ma raccogliendo tutte le sue forze, come per una sfida, si avvolse tutta con fare burlesco in un plaid, completando l'abbigliamento con un cappello, e uscì dritta come un fuso, compiendo quel miracolo di volontà del quale solo dopo ci saremmo resi conto: a passo fermo, sicura, raggiunse la macchina dove si sdraiò. Era sfinita, ma contenta di aver scelto lei che spettacolo dare al suo pubblico. Mi complimentai tantissimo con lei, e lei ne fu lieta e orgogliosa; io, però, ero impressionato dalla stanchezza da cui fu subito presa: non riuscivo a capacitarmi come pochi giorni di febbre, sia pure alta, I'avessero messa a terra così. Fu l'ultimo viaggio insieme. Una volta a casa, benché fosse già tardi, facemmo venire il nostro medico che diagnosticò una pleurite liquida. L'indomani, nuova terapia intensiva, nuova visita specialistica e visita di amici medici che confermarono la diagnosi e la cura. Facevamo tutto quello che potevamo, ma la febbre non calava. Si decise di ricoverarla in clinica per l'estrazione del liquido pleurico. Era venerdì, 23 giugno 1978. Dopo si sentì meglio. Questa volta, su richiesta del medico, si fece l'analisi del liquido estratto per conoscerei turbato dallo stato generale di Paola. Era peggiorata di colpo, e lo si capiva bene: Dopo averle palpato il fegato, ordinò l'analisi delle urine; per la prima volta si ventilò il ritorno delI'epatite. Paola capì, e guardandomi sgomenta, disse: "Papà, adesso anche il fegato... "; io l'incoraggiai, trattenendo le lacrime. Il sabato mattina furono raccolte le urine. Iniziò un interminabile giorno e un'interminabile mezza domenica senza che nessuna cura adatta potesse essere iniziata. Ottenemmo le analisi: il responso fu orribile - epatite virale al massimo della gravità. Paola era in stato pre comatoso. Ci sentimmo morire. Non c'era altro tempo. Pensammo a tutte le soluzioni possibili. Decidemmo di ricoverarla all'ospedale "Cotugno" di Napoli. Dopo due ore di corsa folle, quella stessa sera di domenica fu ricoverata. Erano le otto circa. Il tempo era diventato nemico, troppo veloce e troppo lento insieme. Mi domandò: "Papà, ma perché siamo di nuovo a Napoli? Papà, cos'ho di tanto grave?... Papà... guarirò? ". Lucia e io la rassicurammo. Prendendo il coraggio da non so dove, accarezzandola, la baciavo, coprendole così la vista dei volti tesi dei medici. Furono tre giorni di strazio e di tentativi di ogni genere. Tre giorni che per noi furono un giorno solo. Interminabile. All'inizio del secondo giorno, fummo accostati dai medici che ci dissero con professionale crudezza che Paola era alla fine e che non c'era altro rimedio che l'emodialisi, ultima speranza rischiosa per strapparla alla morte ormai imminente. Quella decisione fu il momento più duro e doloroso della mia, della nostra vita. Pur con il cuore infranto e la coscienza in tumulto, demmo l'autorizzazione a procedere con la più grossa speranza di salvarla, ma anche con terrore certo, come se fosse la firma della sua sentenza di morte. Ci sentimmo padre e madre una seconda volta, ma forse anche colpevoli di ucciderla per amore. Ma speravamo, speravamo tanto. Se la trasportarono in camera di rianimazione ancora perfettamente cosciente. Ci guardava, stupita che potessimo lasciarla andare là. Ancora una volta, con lo sguardo (che temevo troppo rivelasse la disperazione che vi era dentro) la rassicurai, mentre con la mano invitavo la mamma a prenderle la sua per accompagnarla, dato che solo uno di noi poteva entrare con lei. Lei ubbidiente capì e si rivolse alla mamma con commozione e un po' smarrita. Il tempo si cristallizzò, non succedeva nulla. Tutto era immobile, tutto era impalpabile, tutto era possibile.


45 Tutto si sarebbe risolto in quel tempo eterno. La mia mente incominciò ad andare all'indietro nel tempo. Andavo all'inizio di quella travagliata esperienza che ancora vivevo, quasi per reintervenire e operare diversamente. E me la rivedevo silenziosa, sofferente, ma serena, fiduciosa e prendevo fiducia anch'io. Non voleva far pesare il suo malanno su nessuno. II giovedì 22 giugno, 1'ultimo giorno trascorso in casa sua, mentre io ero fuori per lavoro, lei suonò per due ore di seguito, senza stancarsi, e tutto per la mamma. Abbracciando la chitarra amata, ripeté a memoria, in una esecuzione dolcissima, tutti i classici che aveva studiato. Continuamente ci chiedeva scusa del "grande fastidio" che ci arrecava e del fatto che "aveva sciupato le vacanze di tutti". Soffrì certamente, ma non diede mai la sensazione di patire. Solo in qualche attimo, guardandomi commossa e con la gola strozzata dal pianto trattenuto, senza lacrime diceva: "... papà... papà aiutami!". Ed io straziato, fingendo calma e serenità, le sorridevo dicendole: "Sciocchina, non temere, vedrai, tra poco ti alzerai e faremo la lotta". Immediatamente il volto le si illuminava di quella abituale certezza e sorrideva col suono del pianto. Con la mente riandai a tutti quei discorsi che avrei, e avremmo voluto fare con lei, nel desiderio di reintrodurla in noi per proteggerla e salvarla da ogni male. Improvvisamente un trambusto nell'atmosfera ovattata, rarefatta e impersonale dell'ospedale, in quell'attesa senza fine. Fummo accostati dal primario che soddisfatto e sorridente ci disse: "Tenetevi pronti tra poco vi chiamerà; vi prego, non mostratevi afflitti; sorridete e discorrete con lei". Attendemmo ringraziando Dio. Attendemmo! Attendemmo tanto; furono secoli. Di lì a qualche tempo ricomparve il primario e questa volta a testa bassa e a braccia appena aperte ci disse: "L'uomo non può più nulla, ora è nelle mani di Dio". Paola, a un passo da noi, era ormai a un passo dall'eternità. Pregammo. Pregammo tanto, pregammo con amore, con rabbia, con pietà, con furia; con incredulità e fiducia, chiedemmo con fede, in lacrime, imploranti, supplici, sfiniti, ma nulla; non accadeva nulla; tutto era un continuo andirivieni in un silenzio opprimente. Il tempo trascorre lentissimo, lei era sola, in camera di rianimazione a soffrire e ad affrontare l'ultima battaglia; noi fuori soli, a pregare e ad affrontare la nostra prima battaglia. Ma intanto non accadeva nulla, e non accadde nulla sino a che Lucia ed io decidemmo di accostarci all’Immacolata lì posta a breve distanza, e raccolti in fervida preghiera, a voce unica, la ponemmo nelle sue mani; nelle mani di Maria che l'accolse, così come ci fu detto da chi venendoci incontro in lacrime ci disse: "Paola non soffre più, è in pace. Da Dio"»

Tutto qui?

Paola Adamo, quasi quindicenne, è tutta qui? Probabilmente no, probabilmente sì. Il «no» vale per ciò che non ho scritto dal momento che queste pagine non sono una biografia nel senso pieno del termine; il «sì» vale per i tratti della sua personalità che i suoi stessi appunti insieme ad alcune testimonianze hanno man mano delineato nella sua quotidianità, ora di bambina in crescita, ora di donna adolescente alla ricerca ultima del suo significato. È questo volitivo impegno di ricerca ultima di Paola che mi ha incoraggiato a scrivere queste pagine. Lo scrittore francese Bernanos in uno dei suoi eccezionali romanzi, ha scritto che i santi non sono superuomini. È vero perché diversamente questi non avrebbero senso. Così il poeta inglese Thompson su «In no strange land» ha verseggiato: «Muovi una pietra e sentirai un angelico fruscio d'ali». Forse siamo troppo abituati ai rumori per sentire questo fruscio oppure siamo abituati a pensare ai santi come a un mestiere per pochi o a un pezzo da museo. In realtà ogni uomo di qualunque età, sesso, razza, che guardi al modello Cristo può essere santo.


46 Anche il breve segmento di vita di un'adolescente può dunque essere una testimonianza. Del resto, Paola Adamo può dire, come San Paolo del quale amava leggere gli Scritti: ho fatto la mia corsa, ho combattuto la mia buona battaglia. Ho raggiunto la meta. Fra i best seller degli anni Settanta ci fu un libro di scarso valore letterario ma il cui autore pretese di aver raccolto in esso l'identikit più autentico dei giovani di quegli anni. Ebbe un titolo brutto, ma fortunato: Porci con le ali. Non fui d'accordo con quel libro né con quella definizione. I giovani degli Anni Settanta infatti sono stati ragazzi concreti con tensioni ideali e cadute. Quella degli Anni Settanta è la gioventù della partecipazione nella scuola e nei quartieri; è la gioventù dell'attenzione agli emarginati e ai poveri; è la gioventù che vive nella comunità ecclesiale rinnovata da una provvidenziale riforma liturgica, l'esperienza dei gruppi biblici e di preghiera. Sono gli anni nei quali si scopre che «donna è bello» e che si può essere cristiani vestendo casual e andando a teatro. Paola Adamo visse proprio in mezzo a una pratica cristiana illuminata dalla grande speranza dell'immediato post Concilio. Per lei —ha scritto suo padre— il cristianesimo non era una filosofia ma una vera pratica di vita, vita fatta di felicità per il possesso della verità assoluta attraverso la gioiosa e amorosa conoscenza di Cristo.

Una ragazza concreta

A questo punto mi piace riportare due episodi. Sono indicativi di una ragazza impegnata a costruirsi «in concreto ». Il primo episodio è raccontato dalla stessa Paola nel suo «diario» ed è del 7 giugno 1978: «Riprendo in mano il giornalino dopo tanto tempo, le notizie che vorrei scrivere sono molte ma non so se farò in tempo a narrarle tutte. Il fatto più importante, che è poi quello che avrei voluto scrivere già da molto tempo, è questo: nella mia classe (2 ° liceo) siamo 25 ragazze ed alcune sono nuove, cioè nel 1° anno non stavano con noi, e sono: Lippo, Palmisano, Chirico, D'Abaco, Molendini, Barletta, Di Noi. Vi domanderete perché ho sottolineato Lippo; ebbene il fatto si basa su di lei. Lippo è una ragazza molto alta e molto grossa, il doppio di me. Questa andava spadroneggiando per la classe, facendo il comodo suo e approfittando delle ragazze più piccole. Se una le diceva una cosa, lei rispondeva facendo l'esatto contrario, ad esempio: avevo portato le tavole di geometrico al professore Valluari e lei, che stava vicino alla cattedra, ha cominciato a strisciare il suo dito sopra con il chiaro intento di sciuparla ben sapendo quanto io ci tenga; le ho detto con gentilezza, ma con voce ferma, di togliere il dito; lei mi ha guardato fissa e ha ricominciato a passarci sopra, meno male che poi è intervenuto il professore a farla smettere proprio quando stava per scattare. Un'altra volta, avevo portato degli schizzi al professore di modellato, e lei, con le mani bagnate di creta liquida, ha toccato proprio il disegno e, come al solito, quando le ho chiesto di stare ferma e non toccare, lei ha insistito; meno male che anche in questo caso il professore la richiamò mandandola a lavorare. Un'altra volta —e fu in questa occasione che la feci smettere una volta per tutte— lei si avvicinò al mio trespolo, dove stavo lavorando a una statuina —una donna seduta— (poi parleremo


47 di questa più approfonditamente e capirete perché l'ho sottolineata) e dopo averla guardata bene, con il martello che aveva in mano (stava lavorando su tufo, quindi aveva bisogno di scalpello e martello) cominciò a dare "colpetti" sulla schiena della donnina, e la creta, ancora morbida, cedeva sotto i colpi del martello; le chiesi di smetterla e lei come sua abitudine batté ancora più forte. Fu allora che presi il coraggio a due mani (quando voglio non mi manca) e urlando con quanto fiato avevo in corpo: "Lippo, ti ho detto smettila", mi feci sotto minacciosa e decisa. Fu così che non si permise mai più di fare in questo modo. Successivamente i diverbi non mancarono, anzi si fecero sempre più forti e frequenti. Fu quasi guerra dichiarata, finché un giorno, finita l'ora di chimica, cambiammo aula, andando in quella di ornato disegnato dove, dopo aver preparato i cavalletti, ci mettemmo in attesa del professore. Ma dopo mezz'ora venne la bidella a dirci che l'insegnante non c'era, quindi dovevamo stare quiete e buone, ma fu una vana speranza perché subito Cannarozzi che era la rappresentante di classe, organizzò un Match tra due ragazze, cioè botta e risposta; i nomi scelti furono come si può immaginare Paola Adamo e Maddalena Lippo, io 14 anni, lei 18. Ora non sto a raccontare per filo e per segno le varie fasi, ma dopo una estenuante lotta contro di lei e tutta la classe, che la sosteneva con urla incredibili, sulla droga, I'aborto, le esperienze, la famiglia, la fede ecc., si concluse a mio favore; anche se questo lo seppi il giorno dopo perché la smettemmo solo al cambio della lezione cioè dopo due ore, che vide me in lacrime e lei bianca, dando a tutte, ma non a me, la sensazione che avessi perduto. Quando ci rincontrammo, si determinò un momento in cui rimanemmo sole, io e lei, e fu in questo momento che mi disse mortificata che la sera di quel giorno, lei s'era sentita con un peso sullo stomaco e stava per telefonarmi, dico telefonarmi!!! per domandarmi scusa di tutto, ma che per mancanza di coraggio non l'aveva fatto. Dico mancanza di coraggio!!! Maddalena Lippo, la prepotente della classe, la provocatrice, non aveva avuto il coraggio!!! Caro giornalino sono proprio contenta di aver potuto scrivere questa mia vittoria». Il secondo episodio ci viene raccontato dal papà di Paola ed è sintomatico, di una religiosità profonda ed essenziale, senza bigottismi e smancerie. Aveva incominciato a frequentare l'oratorio parrocchiale e la domenica era felice di poter partecipare a Messa con i suoi genitori e i nuovi amici. «La certezza e la felicità che riceveva dalla fede — racconta l'architetto Adamo — facevano di lei una attenta praticante e il suo carattere analitico, facevano sì che restasse sempre sconcertata dal come e dal perché nel momento della preghiera comunitaria, i lettori e, non solo i lettori, dovessero diffondere gli insegnamenti divini e la parola di Dio con tono e accenti mortificati, colpevoli, afflitti, Iì dove invece vi doveva essere gioia partecipativa e schiettezza di tono, proprio per non accentare con i toni di recita quello che doveva, a suo giudizio, restare "asettico" per meglio e più liberamente essere compreso e accettato da tutti. La irritavano gli atteggiamenti oratoriani bigotti, capaci solo di provocare fastidio, risentimenti e guasti. Una domenica, pur sapendo che non toccava a lei andare all'ambone per le letture domenicali, angosciata nel modo improduttivo e dannoso col quale venivano dette, e certa di insegnare attraverso l'esempio, con gesto sicuro s'alzò per tempo, andando all'ambone, dove, tra la sorpresa dei suoi amici di turno, lesse con sicurezza ed efficacia. Tornando al posto ci guardò intensamente contenta e con la soddisfazione nello sguardo per aver finalmente rimesso tutto in ordine. Come pure ricordo che la sua comunione con Dio traspariva così scorrevole, piena, semplice e totale che non alterava il suo carattere estroverso e sanguigno, anzi si esaltava nella preghiera, come nei mille interessi della sua vita. Nel momento dell'elevazione, pochi attimi prima, sorridendo con dolcezza, guardava alternativamente me e la mamma che le eravamo ai lati e poi, tirandoci a lei vicino a braccia incrociate sul petto, serrava il mio braccio destro con la sua mano destra ed il braccio sinistro della mamma con la sua mano sinistra, e a testa bassa, in pieno raccoglimento spirituale, così, stretta tra noi e con noi, pregava in una totale fusione fisica e spirituale sino alla fine della consacrazione per risorriderci ancora e a lungo


48 accarezzandoci poi lì dove con la mano strettissima ci aveva tenuti, conscia di averci procurato anche qualche temporaneo indolenzimento».

Il giorno dopo

Milioni di spettatori sono rimasti attoniti di fronte alle immagini che il regista Nicholas Mayer ha presentato nel film «The Day After». Sono le scene apocalittiche di cosa potrebbe succedere «il giorno dopo» una guerra atomica. Il giorno dopo: chi avrebbe pensato che centinaia di ragazzi avrebbero ancora ricordato Paola? Nella vita di ogni uomo c'è sempre un giorno dopo, bello o brutto che sia. Essere ricordati dopo morte non è di tutti; esserlo dopo anni è certamente di pochi. Paola Adamo è tra questi. Il «Giorno dopo» di Paola ha un sapore particolare: ce lo facciamo raccontare dai suoi genitori. « Ci tenevamo per mano, seduti insieme, occhi chiusi, vicini, affiancati l'uno all'altro, testa a testa in preghiera e vedevamo. Vedevo e parlavo, appurando tutto... Così tutto sarebbe stato inutile, tutto vano? Per reazione, una stretta di mano, la preghiera diventava più intensa. Attimi di tempo, rivedevo; ascoltavo, capivo. Per Credo mi rifiutavo di credere. Pregavamo ancora più fervorosamente. Durò tutto il tempo, tanto tempo. Un tempo infinito. Durò sino alla sconvolgente comunicazione dell'avvenuto distacco dalla vita. In quell'istante, nell'angoscia più profonda, in pieno smarrimento, feriti a morte, scattò proprio in quelI'istante, un desiderio limpido e potentissimo di fare della vita un urlo costante di LODE a DIO. Un urlo di speranza e di fede, un urlo che se udibile avrebbe convertito il mondo. Distrutti in tutto il nostro io, morti, ci sentivamo preparati, dolcissimamente confortati; avvolti, protetti, rinnovati e non capivamo. Com'era possibile tanta serenità? Abbracciati, in lacrime, sconfitti nella carne, andammo da lei, stranamente pronti. L'osservavamo attoniti, muti, incapaci di pensare qualcosa che non coincidesse con il dopo-morte; eppure già dialogavamo. Dialogavamo con lei per la prima volta con parole senza suono; con parole non pronunciate. E già ci sembrava linguaggio antico. Parlavamo, comunicavamo. Incapaci di leggerci dentro, presi dal desiderio di fissare ogni concetto anche per non perdere il filo dei sentimenti, consapevoli di lei, mossi dalla volontà di comunicare con tutti, predisponemmo il sofferto volume «Dialogo con Paola» per offrirla a tutti. In occasione del suo primo anniversario, completammo il nostro sforzo ed il nostro rinnovamento, stretti nell'abbraccio di tutti quelli che, pur conoscendola, incominciavano a scoprirla, e a tutti quelli che, pur non conoscendola, I'avrebbero amata. Ma la solitudine ebbe inizio sconvolgente e drammatica; mi trovai assolutamente solo, senza neanche Lucia, ancora una volta fuori città per tentare una maternità mai più raggiunta. E pur se fisicamente privo degli affetti miei, non mi perdetti, lei mi parlava. Ebbero inizio le testimonianze che crebbero incessantemente. Fu tutta una schiera di giovani, ragazzi, ragazze, mamme, papà, amici, conoscenti, sacerdoti, che, incantati dalla sua fede chiara, dal suo amore aperto, dalla saggezza impressionante, incantati dalla sua semplicità e "normalità" nel vivere gli eventi, vollero testimoniare per lei. No, non ci sbagliavamo, Paola ci parlava.


49 Forte e paziente, potente nel Signore, ora non parlava più solo a noi, ma a tanti, tanti altri. E fummo ancora genitori. Le carezze di Dio si susseguirono perché Paola parlava. Un nostro amico sacerdote ci disse un giorno: "Dio è con voi Padre buono e generoso". E noi benediciamo questo Dio che, mentre sappiamo di non avere altro qui che ci faccia vivere, ci concede di non interrompere il dialogo con Paola. Eppure, quel poco di mondo che ancora ci legava alla vita, non ci piaceva più. Ecco la nostra nuova più grande prova: vivere nel mondo senza essere più del mondo. Ma Paola col suo insegnamento ci richiama al dovere e ci fa comprendere che la battaglia va combattuta con dignità e fermezza sino infondo, sino all'ultimo giorno; ci fa comprendere che il nostro ruolo di genitori non è finito; continua. Da "quel giorno", una valanga di episodi. Intanto, la mancanza di lei, che è sempre dolorosa e forte, in alcuni momenti è feroce e rende vano ogni conforto. Il tempo che trascorre tra un evento e l'altro, anche se breve, ci risucchia a volte nello sconforto e nell'afflizione e soltanto l'intima, muta, costante, ininterrotta preghiera che rivolgiamo a Dio, ci mantiene fermi nella Fede. ~ "Dio è con voi Padre buono e generoso"… C'è da crederlo. Un Centro religioso femminile, volle organizzare per il maggio dell'anno scolastico 1982/83 un grande concorso su di lei intitolandolo "Una primavera chiamata Paola" che ebbe un'adesione incredibile. Come non avere un rinnovato tuffo al cuore? Come non esultare, specialmente a fronte dei pensieri e delle paure che a volte ci assalgono? L'adesione è immediata e completa. Al raduno inaugurale di presentazione, una marea di ragazze. Noi disorientati, confusi, increduli, commossi: Dio è davvero con noi Padre buono e generoso! Le ragazze si scatenano con gare, canti, suoni, balli, quiz, recitals. Tutto va oltre ogni possibile immaginazione. Paola, presente con la sua esuberante amicizia, è in ogni partecipante. Mons. Michele Traversa, avvinto da un turbamento di gioia vissuta, incantato da tanta rapita partecipazione, abbracciandoci commosso: "Credetemi, quello che abbiamo vissuto oggi, non è opera d'uomini... È vero, Paola non è più e vi manca, ma quante, quante altre figlie accanto a voi, quanti cuori battono all'unisono col vostro con i sentimenti di Paola, ci pensate?!". No, non l'avevamo pensato, è stupefacente! Una commozione ancora più profonda, ma diversa ci assale. Brividi, pianto sommesso ed irrefrenabile di gioia, dolore, tristezza, speranza, com'è possibile? Lucia mi guarda, la guardo; stesso sentimento: Dio, fa che sia vero! E lui, caro, carissimo Mons. Traversa, I'amico del dolore, tenendoci stretti a sé: "Coraggio!… Voi pregate, pregate e basta". Don Giuseppe Schiavarelli, I'amico buono, il nostro confessore, il costrutture spirituale di Paola: "Il Signore che ha voluto Paola a stare con sé, vi conceda sempre più gioia per il dono restituitogli, ma impreziosito da tanta vostra accettata sofferenza. Le vostre lacrime sono poi le pietre preziose che ornano l'eternità di Paola". Noi siamo convinti che l'Eternità di Paola è sì ornata con le pietre preziose delle nostre lacrime, ma anche da quelle gemme eccezionali che sono le attestazioni e le testimonianze di tanti che vorremmo sempre tutti intorno a noi per un incessante dialogo. Per godere dell'amicizia loro, ricordiamo. Ricordiamo quando Paola costituiva il motivo delI'allargamento dei rapporti col mondo e della nascita di belle conoscenze che, per lei e tramite lei, erano subito Amicizie. Oggi, che è con noi solo spiritualmente, continua ancora ad essere il tramite quotidiano col mondo che ci circonda oltre che col suo attuale. Il nostro incontro con gli altri, la nostra conoscenza con quelli che ci accettano, grazie a Paola, ancora oggi è già Amicizia. Certo, può sorprendere, ma Paola continua ad essere il nostro scopo di vita e, intanto, quando l'affaccendarci per lei, che pure non ha più bisogno di noi, diminuisce appena per le comprensibili pause determinate dagli impegni professionali, la nostra afflizione aumenta. Indescrivibile, invece, è la dolcezza che ci assale, quando, sia pure con le lacrime agli occhi, siamo impegnati per lei e... riverifichiamo che la morte non tolse, cambiò! Gli scritti, le conferenze, le attestazioni, i libri, le trasmissioni radiofoniche ci commuovono e ci sorprendono sempre e per ogni cosa ringraziamo e ringraziamo la Provvidenza che fa sì che anche se trasferita in altro Luogo, entrando nel cuore di


50 tanti, continua quell'opera di promozione umana a cui si sentiva chiamata. Sapere e vedere come il suo semplice, corretto, genuino, spontaneo modo di vivere la vita, stia divenendo, e sempre più, modello per altri, è per noi motivo di continuo grande conforto. E' paradossale, ma ci procura un sentimento che se pure molto simile alla gioia, la supera in leggerezza, profondità, penetrazione, ampiezza: il suo naturalissimo e semplice modo di vivere la vita, stupisce, incanta e convince i coetanei. È stupefacente notare che per la nostra piccola Paola, a differenza di quanto accade nella generalità dei casi, la data della morte rappresenta la vera nascita; nascita a rinnovata vita. Ci stupisce e ci incanta vedere come, lentamente ma costantemente, intorno a lei, vada crescendo un fervore ed un coinvolgimento generale che cifa godere, soffrire, gioire, piangere d'amore per lei. E da genitori, pur in questa nuova gioia, in silenzio soffriamo, continuando imperterriti nella nostra preghiera di sempre, sognando e chiedendo, un po' smarriti, un po' mortificati per l'ardire, ma convinti di essere ascoltati, che il nostro desiderio di essere genitori, diventi nell'assenza di Paola, fecondità per tutti quei 'figli" che possono avere conforto da noi. E' scritto: "In verità vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto, e vi sarà accordato". Noi pensiamo che sia sempre Paola che, con la sua capacità di suscitare fraternità e amicizia, motivi il desiderio di fare comunione per ricambiare Amicizia e Fraternità. E "il giorno dopo" continua. Attraverso Paola, tanti figli, quanti figli, quante sorelle, quanti fratelli, quanti! Tanti quanti non avremmo mai immaginato d'averne. Quanti! Tanti e più, più di quanti ne avremmo mai immaginati. Ma quale è il fine, perché?». « 1° maggio 1983, Martina Franca (TA); una marea di gioventù festante. È giunto il giorno dell'incontro stabilito. Indescrivibile l'entusiasmo, indescrivibile l'esplosione d'affetto, incontenibile l'amore per Paola. È una festa di sana gioventù, ribollente di stupefacenti sentimenti; di gioventù entusiasta per aver trovato la propria identità in un modello, per aver ritrovato l'esultanza di sé. Una valanga di disegni, quiz, rebus, lettere, poesie, pitture, diapomontaggi, filmine, films, balli, cori, canti, recite, prose, mimi, stampe, articoli. Una infinità d'espressioni. Impossibile descrivere; impossibile riportare. Canto, gioia, allegria, godimento, buonumore, spensieratezza, sventolio di fazzoletti colorati, sono la sintesi della festa giovanile nelle sue due giornate. E pensiamo a tutta la sofferenza provata e riconosciamo che non siamo i più sfortunati, anzi non lo siamo affatto! Certo, può stupire, far pensare... ma poi, cos'è la sfortuna? Morire? Vivere? Perdere ciò che si ha? E che cosa di ciò che si ha? La carne? Eh sì, quella l'abbiamo perduta, ma solo la carne, non lei. Lei è con noi dal principio. No, per noi, vera, enorme sfortunata, sarebbe perdere Lui. Senza il Cristo in noi, tutto diventa inaccettabile, illogico, incomprensibile. Senza di Lui, tutto è irrimediabilmente perduto. No, noi non siamo sfortunati; noi siamo inconsolabilmente afflitti, come orribilmente amputati. Certo, comprendiamo quelli che, pensando a noi, dicono: "Meglio che il Signore li chiami a sé!"; comprendiamo quelli che, volendo dare consigli a Dio, si domandano perché mai faccia accadere queste cose e non fa morire i malvagi. Certo li comprendiamo, ma da provati quali siamo, oggi restiamo avvinti dalla sconvolgente tempestività della Grazia di Dio, dalla sua grandezza, che giunge sempre, prima ancora che il dolore ci travolga. Restiamo pensosi dinanzi all'avvilente modestia della condizione umana che, nonostante tutto e nonostante i molti segni, non è mai in grado di comprendere. Neppure noi, poveri, che pure avremmo dovuto, comprendemmo. Paola, come bomba di sentimenti, dinamica, estroversa, fresca ed effervescente, è esplosa nel cuore di tutti nel momento in cui noi abbiamo accolto la volontà di Dio. Un quindicinale giovanile, in coincidenza con il discorso del 1° maggio 1983, pubblicò un breve suo profilo, scritto da un gruppo di partecipanti, all'insegna del suo grido d'amore: "Ciao mondo! Ciao, gente! Ciao a tutti!", e quel grido penetrò nel cuore di molti. Il "giorno dopo" riprende vigore e ci fa ancora genitori.


51 Riviviamo le emozioni che Paola ci offriva con le sue lettere. Attraverso le tantissime lettere che riceviamo, veniamo a sapere che il palpito dei giovani è sano e santo dappertutto. E vorremmo nominarli tutti questi giovani, ma sono tantissimi; allora un nome solo, un nome comprensivo di tutti—Paola—, Paola nel cuore di ciascuno. Grazie a loro, ritornano quei momenti di felicità, di pienezza interiore. I momenti in cui Paola ci parlava, anzi ci parla. Oggi, che per noi "il giorno", "quel" giorno, è sempre presente, ci domandiamo: "Ma a chi abbiamo risposto? A chi abbiamo parlato? Con Stefano? Con Anna? Con Maria Grazia? Con Germano? Oppure con Paola? Con chi? Con chi realmente abbiamo rivissuto, con cui riviviamo i momenti d'incanto? Con loro, con ciascuno di questi ragazzi che fino a poco fa ci erano sconosciuti, 0 con Paola?". Molti oggi ci dicono: "Beati voi!". "Beati" e certo lo siamo davvero, ma per i quattordici anni e otto mesi vissuti con te, anima nostra, Paola! Sì, i sentimenti d'amore di amicizia che tu susciti continuamente, certamente ci confortano molto, ma intanto non possiamo nascondere quanto vorremmo... Vorremmo tanto averti con noi, nella nostra casa, come un tempo; tutto, tutto, anche se vivo e vitale, sembra fermo e in attesa. Tutto attende e, con le cose, attendiamo anche noi, muti... Attendiamo e non sappiamo cosa, non sappiamo esattamente chi, ma attendiamo. Forse aspettiamo di capire finalmente il perché, "quel" perché, "perché è giusto che sia così" come tu continuamente ci sussurri fin dai primi istanti. Forse attendiamo te, per la gioia che ci rapirà, ricongiungendoci nella rinnovata felicità. Ma il dolore ritorna, difficile; i pensieri duri ci assalgono... Eppure, tutti i tuoi fratelli e le tue sorelle, dono costante nella feroce mancanza di te, ci risollevano, confermandoci la tua presenza e la Sua presenza. Eventi, episodi, fatti, si succedono vivacissimi e in continuazione. Ci dicono che Paola è viva, qui. Pensiamo che il Signore, generoso e buono oltre ogni limite, offrendoci tanta abbondanza, voglia forse aiutarci a leggere i suoi disegni; vuole farci attenti alla voce di Paola che ancora ci parla; vuole farci comprendere che ha gradito il dono della sua vita; che ha gradito il dono del nostro dolore. Ma noi, ciechi come tutti gli uomini, lenti a capire, incapaci come tutte le creature del mondo, facciamo fatica. Non siamo abituati ad andare oltre, là dove sta Dio. Eh, sì! Dovremmo credere di più. Non dovrebbe esserci spazio per l'incredulità, la sordità, l'incertezza. Egli è con noi dal primo istante, con la discrezione di chi ama: sta attendendo che noi maturiamo. Ecco perché: "Papà, mamma, non dovete piangere, ci sussurra instancabilmente la voce di Paola, è giusto che sia così, perché...". Ma noi facciamo fatica a comprendere la morte. Fin dall'inizio, abbiamo accettato, ma non capito. "Perché, perché?", ancora chiede in noi: quante domande, quanti silenzi. Certo, Paola fra noi come prima, non avrebbe potuto parlare con tanti come fa adesso, né dritto al cuore, lo capiamo bene; ma, intanto, lei... lei ci manca. E quanto. Lei, sicuramente felice di tanto conforto dato ai suoi genitori, allargando le braccia e muovendo le mani alzando l'indice e il medio in segno di vittoria, come sempre faceva quando era contenta, starà ripetendo esultante: "Oh gaudio! Oh gioia! Felicità infinita!". Noi cerchiamo di fare eco alla sua gioia, ma il nostro sorriso è sempre mescolato di lacrime. Ti ricordiamo, ed è più che un ricordo. Riviviamo ogni frammento di te; custodiamo i ricordi come perle, tesoro da distribuire, perché tu vuoi così, come seminavi in casa nostra biglietti d'amore nei posti impensabili e piombavi fra noi come un uragano di affetto. Come allora ti rivediamo: In silenzio vieni e taci! Seminascosta alla porta, sosti. Con gli occhi ci chiedi di essere accolta. Invitanti, ti sorridiamo, contenti. Felice, tu comprendi. Salti, ti slanci. Benedetta tu, piccola nostra. Ti segniamo la fronte con la croce: notte serena, figlia adorata! In punta di piedi, felice, scompari. Ancora rinnoviamo quel Segno di Croce affidandoti ancora a quel Signore che ti volle per sé. Amore dolcissimo, torna in silenzio; non nasconderti. Slanciati ancora. Tienici stretti, portaci via, per stare con te. Restiamo con te, col tuo grande amore: restiamo con te, con nostro Signore». Mentre concludiamo questo cammino insieme a Paola, ci pare bello ringraziare quanti hanno collaborato e fornito materiale e testimonianze. Particolarmente, il grazie va ai genitori di


52 Paola che hanno accettato di far conoscere, anzi di regalare, un po' del loro tesoro a tanti altri ragazzi. Pi첫 volte hanno assicurato che essi sono disponibili a incontrare chi volesse dialogare con loro. Per il contatto, ci trasmettono il loro indirizzo: Lucia e Claudio Adamo Viale Virgilio, 117 - 74100 Taranto

La mia storia Piste per la ricerca personale e di gruppo


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Dedicato al PAPĂ€ Claudio

Essere persona


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La vita di tutti, tanti o pochi siano gli anni vissuti, è fatta di tessere, più o meno belle e riuscite, più o meno significative, ma che tuttavia sono la «nostra storia», quella che ci fa noi stessi, persone che vivono in un tempo e in uno spazio, con un volto unico; queste tessere danno un'impronta al nostro carattere, stimolano domande e desideri. Ognuno di noi, in fondo, è un po' il frutto della storia che ha alle spalle, per quanto semplice essa sia. Conoscere con intelligenza, cioè con verità, la propria storia è un aiuto notevole a capire il proprio presente, a guardare il futuro con il coraggio di un realismo costruttivo, evitando il rischio di disperdersi in sogni utopistici che non si realizzeranno mai. La vicenda di Paola, ricca di stimoli per tutti e tutte le età, invita soprattutto l'adolescente a fare qualche considerazione più personale. Attraverso lei, ogni lettore è invitato a ripercorrere la propria storia per fare un passo nuovo verso la maturità: e maturità significa avere il coraggio di chiamare le cose (sentimenti e desideri, bisogni e difficoltà) con il loro vero nome, ma significa anche capacità di non rinunciare mai a sognare «in grande». Chi conosce davvero se stesso, infatti, chi si sa guardare senza maschera, trasformerà i suoi sogni, non in una fuga dalla realtà, ma in fermento di essa, per far crescere la qualità della propria vita e di quella degli altri. Anche la constatazione del limite di carattere, di doti, di situazioni passate e presenti, la scoperta delle paure che sono nel profondo di ogni essere umano, persino la sensazione di ciò che nella vita non si è avuto o è stato perso, non saranno più occasione di rimpianto o di recriminazione amara (e tutto sommato, sterile!), ma spazio di maggiore libertà, che sa fare il conto con la concretezza ed i suoi limiti, imparando ad essere se stessi, liberi e vivi, malgrado ogni «povertà». Una vira è riuscita, non quando ha potuto raggiungere la perfezione sempre e dovunque, ma quando è costantemente nutrita dalla gioia di assumersi ogni giorno il compito di essere «vera», quando la persona decide di essere semplicemente se stessa, diversa da tutti, ma legata a tutti, da protagonista e da corresponsabile in ogni circostanza. La prima decisione che fa di un essere umano una «persona» è appunto quella di uscire dall'anonimato comodo del «branco» per essere sola. Ma ciò non equivale né a isolamento, né a solitudine: solo «uscendo» infatti si è davvero con gli altri. Allora la diversità di ciascuno può diventare dono per tutti, e tutti sono dono per il singolo; allora il «branco» diventa comunità.

Sguardo retrospettivo

Se decidi di lasciarti guidare da questa pista per ricostruire con maggiore oggettività la tua storia, ármati di carta e penna.


55 • Scrivi di getto i momenti più belli della tua vita e in una colonna parallela quelli più difficili o brutti. • Qual è il tuo ricordo più bello? • Qual è il ricordo più sgradevole? Confronta: I momenti difficili si possono dire «brutti»? Il tuo ricordo più bello coincide con un momento «facile»? Hai trovato nella tua vita il ricordo di una difficoltà, che ora ti pare un momento «ricco»?

Rifletti: Difficoltà non è uguale a «inutile» o «brutto»: spesso i momenti difficili sono fra i più ricchi di una vita. • La bellezza della tua vita è misurata da ciò che hai avuto o dalla ricchezza di affetto in cui sei stato coinvolto? • La bruttezza della vita è più legata alle difficoltà oggettive incontrate o alla povertà di legami?


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Questo bozzetto in argilla è diventato il testamento di Paola: figura di donna drammatica per il momento che ha segnato, figura di rinascita per le emozioni che ha suscitato, ma anche eredità di vera armonia, di forma e di sentimento, impronta abile e sicura promessa di futuro.


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I genitori

Conosco mio padre? • Elenca pregi e difetti di tuo padre. • Cosa penso di lui, della sua presenza in famiglia, del suo lavoro, di come vive il suo tempo libero. Conosco mia madre? • Elenca pregi e difetti di tua madre. • Cosa penso di lei... (come sopra). Confronta: Dopo aver fatto le considerazioni chieste sopra, constàti di conoscere i tuoi genitori in modo completo? Hai fatto più fatica ad elencarne pregi o difetti? Importante: I pregi e i difetti che hai elencato sono pregi e difetti per loro stessi o perché favoriscono o limitano te? Rifletti: Molti adolescenti sono ancora legati a un'immagine dei genitori in funzione loro: non li hanno ancora «scoperti» come persone in se stesse, diverse perciò dai figli. Anche i genitori hanno diritto di essere se stessi, diversi da come un figlio magari li vorrebbe. A questo punto puoi più sinceramente domandarti: • Cosa mi aspetto dai miei genitori; • Quando mi sento in difficoltà con loro? • Mi sono mai chiesto cosa si aspettino loro da me? • Cosa credo pensino di me;

Gli amici


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Scrivi il nome di tutte le persone amiche che ricordi fin dall'infanzia. • Quali sono le figure che avevi quasi dimenticato e che solo per fare questo elenco sono riapparse nel tuo ricordo? • Quali sono le figure più importanti in questo quadro di amici? • Quali sono le persone che ricordi immediatamente come «difficili>~? • Cerca una ragione alla tua antipatia per la persona che in questo tempo fai più fatica a «digerire ».

La scuola e gli insegnanti

• In quale ambiente scolastico mi sono trovato meglio? • Trova una parola-chiave per definire la scuola; scegli fra: noia, fatica, allegria, paura, interesse, sopportazione, dovere • Quali sono i momenti migliori che ricordi di aver vissuto e vivi a scuola? • Quali i peggiori? • Come stai vivendo la tua esperienza scolastica? • lTi senti di vivere a scuola o di aspettare e di prepararti a vivere? • Sei attivo o passivo? • Hai mai conosciuto un insegnante che ti abbia davvero stimolato, tanto da diventare per te un modello, desiderando di essere come lui/lei? • Quali insegnanti ti causano difficoltà? • Sai distinguere se è la persona che non ti ispira simpatia o la materia che insegna? • Ti capita di studiare o non studiare in base a quanto ti piace un insegnante? • C'è qualche insegnante che ti ricorda i tuoi genitori? Perché? • Ciò che apprendi a scuola ti viene in mente durante il tuo tempo libero? • Hai mai desiderato riprendere per conto tuo argomenti di scuola? • Che differenza c'è fra la scuola e il tempo libero per te?

Il tempo libero

Definisci con un aggettivo il tuo tempo libero: divertente, noioso, vario, imprevedibile, insoddisfacente, creativo, incerto, deludente, vuoto, attivo, vitale, ossigenante. • Il tuo tempo libero comincia quando...? • Con chi lo vivi? Perché? • Come ti senti la domenica sera?


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Progetto

Nessuno è perfettamente soddisfatto di ciò che ha già raggiunto e di ciò che è: si guarda sempre avanti. Andare avanti, però, può diventare una fuga se non si sa cosa si vuole raggiungere e che strada fare per arrivare, con la voglia di percorrere questa strada perché la meta ci attira. Tutto questo compone un progetto. • La parola «Progetto» cosa ti fa pensare istintivamente? • Qual è oggi la prima meta che vedi davanti a te? • Perché hai scelto la scuola che stai frequentando? • Hai già intravisto una scelta professionale precisa? Perché? Con quale scopo? • Qualcuno ti ha aiutato in questa decisione? • Che rapporto pensi abbiano in un progetto di vita la scelta professionale • affettiva • religiosa • politica • culturale. • Fra le voci ora elencate qual è quella che ti preoccupa di più? • Quando ti pensi nell'età adulta, come ti vedi? • Quali sono le caratteristiche di temperamento, di preparazione, di stile di vita che vorresti avere nell'età adulta? • Osi sognare anche quello che pensi, in fondo, non realizzerai mai? • Ti impedisci qualche volta di lasciarti andare a sogni che ritieni irrealizzabili? • Indica il nome di alcune persone che ti hanno fatto esclamare: «Ecco, così vorrei essere anch'io».

Bisogni, desideri, sogni

• In tre colonne distinte scrivi quali sono oggi i tuoi bisogni, desideri, sogni. • Dopo aver scritto, cerca di dire se esiste differenza, secondo te, fra queste tre voci. Quale differenza? • Quale di queste tre parole ritieni più importante? • Secondo te, nella vita è giusto coltivare desideri o sarebbe meglio limitarsi a rispondere ai bisogni, soprattutto a quelli più urgenti?

Cosa penso di me Dopo aver scandagliato persone e situazioni intorno a te, può darsi che ora veda meglio anche te stesso; forse, facendo la piccola ricerca su genitori, amici, scuola, insegnanti, ambienti vari, passato, presente e futuro, scopri che in fondo sai poco di te stesso. Per questo è necessario ora tentare di penetrare nel pianeta «TE STESSO». Ritratto: prendi uno specchio grande e guardati attentamente; scrivi pregi e difetti del tuo corpo (rileva soprattutto quello che vedi oggettivamente; se hai un amico/a sincero/a, di cui ti fidi, fatti aiutare). Ora valuta: ciò che hai scritto come difetto è un elemento che ti pesa nel contatto con gli altri? Hai fatto più fatica a scrivere i tuoi pregi o i difetti? Contro prova: quando conosci una persona, cosa noti per prima cosa di lei (gli occhi, le mani, i capelli, la linea, la pelle...)? Di solito ciò che noi osserviamo di più negli altri è l'elemento con cui non siamo in armonia in noi stessi. Cosa dicono di me: scrivi cosa credi pensino gli altri del tuo carattere, delle tue doti, del tuo aspetto. Cosa credi riscuota successo di te?


60 Cosa suscita reazione negativa? Quando? Perché? Contro-prova: scegli un animale fra questi elencati: cerbiatto, gatto, volpe, istrice, gazzella, pulcino, ape, libellula, cane, formica, gabbiano, passero, tartaruga, delfino. Rifletti: l'animale che hai scelto ti somiglia in ciò che sei o in ciò che vorresti essere? In pubblico: • Quando devi interpellare una persona sconosciuta arrossisci? • Se entri in una stanza dove c'è gente tutta seduta e che certamente ti vedrà, ti senti imbarazzato? • Ti piace mascherarti? • Hai problemi se ti viene chiesto di raccontare una barzelletta davanti a un gruppo che non conosci? • Quando si chiedono volontari per un gioco ti offri spontaneamente? Dopo avere raccolto queste risposte, prova a confrontarti con una persona adulta che, secondo te, può conoscere gli adolescenti (un insegnante, un genitore, un amico più grande, un sacerdote, una suora). Nella valutazione tieni presente che: • Per un adolescente è normale non avere in partenza le idee chiare e fare fatica a dire con precisione un parere e un gusto. • È normale fare fatica a convivere con il proprio corpo: occorre tempo perché il tuo corpo, cambiato tanto in fretta, ritorni ad essere semplicemente un aspetto di te. Per questo, non allarmarti se ti senti non a tuo agio perché ti vedi grasso, brutto, lungo o con il naso a patata o perché porti gli occhiali. Ricorda solo che, quando tu ti dimenticherai dei tuoi «limiti», anche gli altri non li noteranno (e probabilmente non li notano neanche adesso). • E normale vivere momenti di tensione con i propri genitori: alla tua età sei come un satellite che si stacca dalla sua prima orbita, desideroso di partire, ma ancora incerto sul futuro; i genitori sono stati la tua sicurezza fino ad oggi e, allontanarsi, ti fa sentire un po' incerto, ma devi farlo per conquistare te stesso e imparare ad amare davvero loro, non solo in funzione di quanto possono darti, ma per quello che sono in realtà, con i loro pregi e anche i loro limiti. Abbi solo la capacità di indagare anche tu cosa possono provare nei tuoi confronti e in che cosa possono avere più paura di te nel vederti crescere e diventare diverso da come loro finora ti avevano conosciuto.

Dio

Chi è Dio, secondo te? Problema • pianeta sconosciuto • niente • uno che vede tutto • non so • non mi interessa • un essere affascinante • mistero • non so che dire ma vorrei saperlo un giudice giusto • un sogno. Dai un nome al tuo Dio: Infinito • amore • padre • perdono • figlio • Gesù tenerezza • trinità • armonia • potenza • parola • spirito • onnipotenza • invisibile • colui che mi da sicurezza. Quali atteggiamenti hai verso Dio? Desiderio • repulsione • timore • ascolto • paura • non ci penso mai • eseguo i suoi comandi. Qual è il brano evangelico più importante secondo te? Perché?


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Come un cruciverba

Alla fine di questa lunga marcia attraverso te stesso, pianeta adolescente, potrai avere una maggiore e forse più autentica conoscenza di te, scoprendoti magari un poco diverso da come ti vedevi, facendo l'incrocio fra tutte le risposte che hai dato. Vedrai come in te ci siano aree già in armonia, altre ancora contrastanti, che chiedono di essere condotte tutte intorno a un perno, affinché la tua vita sia coerente in tutte le sue espressioni e tu trovi davvero la tua identità, sempre in evoluzione certamente, ma anche ben fondata su qualcosa che vale, che resta sempre e ti fa continuamente migliorare. Allora la tua vita sarà un cammino serio verso la pienezza, un vero progetto, non un andare avanti a casaccio, secondo le lune o le mode. 1. Fra le varie facce della tua realtà attuale c'è armonia? Confronta le risposte alle voci: genitori-amici-scuola-ritratto. 2. Fra ciò che senti e ciò che dici c'è armonia? Confronta le risposte alle voci: Ritratto (cosa dicono di me) - scegli un animale - ragioni dell'antipatia. 3. Fra ciò che sei oggi e ciò che desideri c'è armonia? Confronta le risposte alle voci: bisogni - desideri - sogni - ritratto (in pubblico) - Dio-amici-scuola. 4. Fra ciò che desideri per la tua vita e Dio esiste affinità? Confronta le risposte alle voci: Dio-progetto-desideri. 5. È importante per te la voce «Dio» nel pensare il tuo futuro? 6. I tuoi progetti hanno un fondamento concreto? Ti stai davvero impegnando per il domani che dici di volere? Confronta le risposte alle voci: scuola-desiderisogni-bisogni-progetto. 7. Fra ciò che desideri e il messaggio di Gesù c'è affinità o contrapposizione? Confronta le risposte alle voci: Dio-tempo libero sogni-desideri-progetto. Se la tua indagine è arrivata fin qui e non trovi nessuno con cui confrontarti, raccogli tutto il tuo materiale, formula le tue domande e spediscile al Centro Editoriale che ha preparato questo volume su Paola Adamo. Avrai una risposta. Indirizzo: "(E)laboratorio Amici di Paola Adamo" Don Osvaldo Traversa Istituto salesiano "D. Bosco" Viale Virgilio, 97 - Tel 099/736 9171


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Indice

Prefazione...................................................................................................... pag. 1 VIVERE QUINDICI ANNI Biglietto da visita........................................................................................... La stoffa......................................................................................................... Un anno di sogni............................................................................................ Un grande tesoro.......................................................................................... Sotto gli sguardi di mamma e papà........................................................... Una crescita a tre......................................................................................... Il gusto del bello........................................................................................... Un volto tondeggiante................................................................................ Leggere è bello............................................................................................ Dava del tu al mondo.................................................................................. L'adolescenza non è una malattia.............................................................. Al liceo.......................................................................................................... Cosa dicono gli insegnanti........................................................................... Un impatto non facile................................................................................... Amicizia.......................................................................................................... I giovani li vedo così..................................................................................... La pena di scoprirsi uguali............................................................................ Preferisco incominciare dai difetti................................................................ Reggersi sulle proprie gambe...................................................................... Paola e l'arte-............................................................................................... Comunicare idee e sentimenti................................................................... » Fine precoce.................................................................................................. Tutto qui?....................................................................................................... Una ragazza concreta................................................................................... Il giorno dopo............................................................................................... LA MIA STORIA Piste per la ricerca personale e di gruppo Essere persona ................................................................................................. Sguardo retrospettivo.................................................................................... I genitori............................................................................................................ Gli amici............................................................................................................. La scuola e gli insegnanti................................................................................. Il tempo libero.................................................................................................. Progetto........................................................................................................... Bisogni, desideri, sogni...................................................................................... Cosa penso di me............................................................................................. Dio......................................................................................................................


63 Come un cruciverba........................................................................................

Finito di stampare: 1986 Nuova Oflito s.r.l. Mappano (Torino) Printed in Italy

«VITA PIÙ», diretta alla formazione della personalità dei giovanissimi, vuole essere una risposta ai loro interrogativi, una pista per la realizzazione delle loro aspirazioni, una spinta ad essere «più», perché ritrovino in se stessi e nella società il senso della vita. La varietà nei contenuti e nello stile rispecchia la varietà degli interessi dei giovani. Ogni volume è corredato da schede di approfondimento e di verifica. 1. Gesù ti invita - Casa Serena 2. lo, Enrica - Daniela Gilli 3. Shalom - Murilo Krieger 4. Cristo in mosaico - Lambert Noben 5. La mia vita è amore - Manuela Alverà 6. Cravatta viola - Arnaldo Della Bruna 7. La stagione dell'arcobaleno - Paolo Ganglio 8. Amici, sì - Daniela Gilli 9. Amare è... - Paola Tanasio 10. Ho scelto la speranza - Movimento Giovanile Speranza 11. Essere giovani - Liliana Zani 12. Vivo per amore - Vittoria Fabretti 13. Danzerò per te - Mireille Negre 14. Adolescenza - Rosa Giuliana Benetti 15. Giorgio scopre la nonviolenza - Hedi Vaccaro, Giulio Giampietro 16. Con la voce e con la vita - Paolo Ganglio 17. La chiamavamo Polly - Giuseppe Costa 18. Insegnami la libertà - Wilma Serena 19. Io scelgo la pace - Mario Delpini 20. A due voci - Daniela Gilli ================================================================== Ultimo quarto del libro ================= Un'adolescente' con una traccia d'infanzia nel viso tutto vivacità e uno sguardo grande in occhi che cercano lontano, miscuglio di donna e di bambina, Si affaccia nel chiaro della sua città alla finestra di casa, gridando alla gente della strada sottostante: «Ciao, mondo! Ciao, gente! Spensieratezza infantile? Esuberanza di adolescente? Gioia di vivere, forse, desiderio di comunicare? E se questo ciao gente fosse un ponte contro la solitudine di molti? Solo chi ha conosciuto l'amore tenta l'impresa, non solo di dialogare occasionalmente, ma di farsi dialogo in un mondo dove il comunicare e pianeta difficile, a tutte le età. Paola Adamo, vissuta quindici anni soltanto, aveva già deciso che la sua vita sarebbe stata un dialogo continuo, con tutti i mezzi, dalla parola all'arte, persino con quotidiani progetti architettonici. Comunicare amore è un'arte: e Paola era un'artista.


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La chiamavamo Polly  

Vivere quindici anni

La chiamavamo Polly  

Vivere quindici anni

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