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Incontro con don Samuele Marelli direttore della FOM – Lazzate, 2 Febbraio 2011 Tre premesse che ci aiutano ad “entrare nel tema” dell’educare in oratorio: 1. Una sensazione di grande potenzialità di bene che in ogni oratorio si vive: dobbiamo essere consapevoli che molto del futuro del nostro oratorio dipende da noi. Non tutto, perché l’educazione non è una scienza esatta, non vive del legame “causa – effetto”, per cui se io faccio una cosa sono sicuro che ne otterrò un’altra: l’educazione non è questo. Educare significa mettersi in ascolto di Dio che vuole il bene dell’uomo, mettersi in ascolto di due misteri, quello di Dio e quello dell’uomo: per questo essa non può essere una scienza esatta, non vive di ricette e facili soluzioni, automatismi, non tutto dipende da noi, ma molto sì! L’oratorio, ciascuno di voi che educate in questo ambiente, siete una grande potenzialità di bene, perché dietro di voi ci sono tanti ragazzi e persone, iniziative e proposte, passione e intelligenza. 2. Un augurio: il rischio di questi incontri che si fanno negli oratorio è, al termine, di tornare a casa più tristi di come si è arrivati qui. Invece vi auguro stasera di non tornare a casa sconsolati per la complessità, le fatiche che ci si trova a vivere per tutto ciò che concerne l’educazione, ma consolati, perché in fondo la Chiesa parrocchiale e diocesana, conosce la complessità e la fatica dell’educare e proprio per questo non da giudizi e nemmeno facili soluzioni. Normalmente nella vita chi giudica è perché non conosce. Ma chi conosce la realtà delle cose, non giudica perché è dentro, perché sa la fatica che sta dietro. Tornare a casa consolati, sentendo che la Chiesa accompagna e incoraggia ciascuno di noi, di voi: sapete, oggi se ci sono due rischi nella’educazione per i quali la Chiesa non ci lascia soli ma ci accompagna, questi sono la solitudine e la sfiducia. 3. Un dato di fatto: oggi quando si parla dell’educazione spesso la si collega ad una preoccupazione; ci si sente preoccupati di educare. La sfida del nostro tempo è quella di passare dalla preoccupazione all’educazione. E il modo migliore per smettere di preoccuparsi è proprio quello di occuparsi, delle cose, delle persone, se uno infatti si occupa delle cose non ne è preoccupato, non vive con ansietà per ciò che gli sta davanti. Oggi educare non vuol dire solo fare delle cose per i ragazzi, ma anche riflettere insieme sull’educazione, dedicare – come facciamo oggi – una sera insieme a pensare! Questa è una’opera di misericordia straordinaria: non limitiamoci a “fare”, ma vinciamo la pigrizia e fermiamoci anche a pensare, fare discernimento insieme sulla realtà: pensare cosa fare. Dobbiamo compiere il passaggio dalla sociologia – che descrive chi sono i giovani e cosa fanno – alla pedagogia – che si interroga circa quali passi facciamo loro compiere –.

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I. ALCUNE RIFLESSIONI SULL’EDUCAZIONE a. Emergenza educativa Oggi quando si parla di educazione emerge spesso il termine “emergenza educativa”: esso è stato usato da Papa Benedetto XVI nel 2008, in una lettera alla diocesi di Roma. Tuttavia questo termine è stato tanto usato, quanto frainteso. La parola emergenza infatti fa pensare a qualcosa di “forte ma temporaneo”, cioè racchiuso in un preciso spazio di tempo – per es. emergenza terremoto, calamità naturali, malattie ecc... – che poi ha termine. Il Papa non usa “emergenza” in questo senso, perché l’educazione è tutto fuorché un’emergenza; non è neppure un fenomeno temporaneo, ma un compito permanente di ogni epoca, ed è una sfida continua che non ha termine. Ogni epoca ha avuto difficoltà educative: emergenza allora da intendere nel senso di qualcosa che emerge, che in questo momento si fa visibile in modo particolare, si impone alla nostra attenzione, qualcosa che c’è sempre e tuttavia in alcune epoche come la nostra si fa sentire molto di più. “Nel nostro tempo capita questo perché i ragazzi di oggi sono peggio di quelli di una volta” – dicono alcuni –; anche la terminologia stessa di “ragazzi/giovani” oggi è variabile perché il dato anagrafico dell’età adulta non è facilmente precisabile. Oggi per adulto dovremmo intendere un individuo che avendo un età anagrafica molto variabile, tendenzialmente ha raggiunto una stabilità di vita, ha compiuto la sua vocazione, perché si è preso delle responsabilità davanti agli altri Ma allora perché parlare di emergenza educativa? Perché davvero i ragazzi di oggi sono peggio di quelli di una volta? Non è così, almeno per questi quattro motivi: - Il mondo è più complesso. Oggi viviamo in un mondo più complesso, dove i ragazzi/giovani hanno rispetto a soli dieci anni fa molte più possibilità di bene ma anche di male: la loro libertà è molto più grande. Pensate a come oggi per esempio un preadolescente o un adolescente ha velocità di accesso all’informazione, e questo nel bene e nel male. Oggi essi vivono in un mondo molto complesso e siccome la loro libertà è più grande richiede un’educazione più rigorosa. - La debolezza dell’adulto. Oggi viviamo l’emergenza educativa non innanzitutto per un problema dei ragazzi, ma degli adulti. Perché ci sia educazione servono tre cose: un educatore, una persona adulta – l’educazione è sempre un rapporto asimmetrico dove c’è uno che educa e uno che viene educato; un educando; un progetto. Oggi in crisi non sono tanti gli “educandi”, perché ci sono, nemmeno i progetti, che non mancano e ce ne sono di diversa tipologia; sono assenti persone adulte a tutti i livelli, non solo tra i genitori, ma anche tra gli insegnanti, gli allenatori, catechisti, preti. Se c’è una fatica educativa oggi, questa è fatica educativa del mondo adulto: è fatica di comunicare dei giudizi, di sostenere la sofferenza per un fallimento, è fatica di speranza, di perseveranza, di fiducia, di comunicazione delle grandi certezze della vita. - La formazione parcellizzata. Noi veniamo da un tradizione educativa abbastanza sintetica, mentre invece oggi essa sta diventata molto parcellizzata. 2


Viviamo nel nostro tempo il passaggio dall’educazione alla formazione. L’educazione è il complesso di quegli atti dove una persona fa sintesi di tutto quello che è e della sua vita, mentre la formazione è specifica di un aspetto. Ma in questo modo la formazione è anche parcellizzata per cui si guadagna nell’analisi ma perdiamo nella sintesi: oggi un ragazzo ha tanti interlocutori fortemente specializza, ma non ha nessuno che lo aiuta a fare sintesi di tutto quello che fa, che impara e che vive: c’è tanta formazione ma pochissima educazione. - L’alleanza educativa. Per tanti anni tutti noi abbiamo pensato che tutte le agenzie educative (famiglia, scuola, comunità cristiana, sport) potessero educare da sole a prescindere dalle altre, anzi, spesso smentendosi a vicenda. Ciò ha provocato una grande frantumazione e debolezza perché un ragazzo vedendo le agenzie educative non in sinergia tra loro, ma rivendicanti ciascuna su di lui la propria autonomia, importanza e valore ci ha “giocato dentro”. Oggi bisogna che queste agenzie educative lavorino in rete, si stringano forti alleanze edcuative: educare non è assolo di un solista, ma un buon coro, una sinfonia; non importa che qualcuno sia straordinario, ma che ciascuno suoni e faccia la propria parte. L’educazione avviene se c’è una rete dove tanti fili si intrecciano, tengono e tendono tutti per uno scopo comune; se un ragazzo ha due genitori, un prete, un educatore, un insegnate, un catechista, un allenatore che SI CONOSCONO, SI STIMANO E SI PARLANO, quel ragazzo non farà altre cose, nemmeno l’adolescente più ribelle farà altre cose, perché la stima circola e se il ragazzo l’avverte allora si riesce a educare e incidere davvero. Se c’è questa cose allora vuol dire che noi ci aiutiamo tutti. b. In quali “luoghi del vivere” dei ragazzi si vede la fatica educativa? Come tentare di rispondervi? Alcuni sentieri: Oggi i ragazzi rischiano di vivere un piacere senza gioia. Dobbiamo far capire che la gioia non è contro il piacere ma è più del piacere. La gioia e il piacere vivono di prospettive diverse. Il piacere porta in alto, ma poi ci si trova più in basso di prima. Il piacere dipende esclusivamente da fattori esterni, la gioia è qualcosa che uno ha dentro e che non è in balia di ciò che ci circonda. La libertà senza regole: la libertà necessita delle regole. Noi non educhiamo alle regole, ma alla libertà e a questa si educa attraverso delle regole. Ad un certo punto della vita di una persona le regole “finiranno” e se uno non è educato alla libertà, è finito tutto... Alcuni genitori educano alla regole, poi esse “finiscono” e uno fa quello che vuole e non è ciò che ha fatto fino a quel momento. Non dimentichiamo che le regole sono uno strumento propedeutico alla libertà. I bisogni senza desideri. Far capire ai ragazzi che ci sono dei bisogni nella vita ma che uno non può vivere dei bisogni. Uno vive suoi desideri che sono più grandi del bisogno. La soddisfazione del bisogno permette di stare al mondo, di vivere ed esistere, ma l’appagamento di un desiderio è ciò che ci permette di restare vivi, di “andare oltre”. Se uno non ha desideri è un uomo morto. 3


La comunicazione senza relazione: un adolescente oggi che vuol parlare con un altro può farlo in mille modi: con FACEBOOK, CHATTANDO, VIA SMS, CON UNA MAIL, TELEFONANDO, CON UN FAX... Ma questo accrescersi della comunicazione ci ha dato solo il “miraggio della relazione”. Ma una relazione è ben più della comunicazione. Comunicare significa dire qualcosa; relazionarsi invece è dire sé stesso: oggi i ragazzi comunicano molto ma si relazionano poco. Viviamo in un tempo di grandi solitudini.

II.

COME L’ORATORIO PUÒ ESSERE LUOGO EDUCATIVO?

L’oratorio è già una piccola alleanza educativa: l’oratorio è un galassia di tanti pianeti, dalla catechesi al tempo libero, dallo sport alle feste, dall’animazione alle relazioni informali, la preghiera, ecc..... Un proverbio africano dice che “per metter al mondo un ragazzo ci vuole un uomo e una donna, per farlo diventare uomo ci vuole una villaggio intero”. L’oratorio dovrebbe essere questo “villaggio” che permette a un ragazzo di diventare grande; l’oratorio è già un alleanza educativa, ma certo dovrebbe aprirsi a più ampie alleanze educative, con la scuola, le amministrazioni locali ecc... Ma già di suo l’oratorio è un’alleanza educativa: non sempre nei nostri oratori, soprattutto in quelli più strutturati, noi riusciamo a vivere questo. Alcuni oratori stanno vivendo per esempio l’esperienza di vivere incontri come questo di stasera ma divisi per fasce di età: per esempio una sera un incontro con tutte le catechiste, gli animatori, gli allenatori che si occupano dei ragazzi delle elementari, un’altra sera quelli delle medie, e così via. Pensate a questo per esempio: quante catechiste qui presenti sanno chi è l’allenatore dei ragazzi che hanno a catechismo? Quanti allenatori sanno chi è la catechista dei loro ragazzi? Sembrano cose banali, ma non è così. Le catechiste, gli allenatori, gli animatori, si scambiano i calendari? In questo non può bastare la figura del sacerdote “a fare sintesi”, perché uno non ce la fa a ricordare tutti i calendari e gli appuntamenti, i gruppi... Ci vuole si una regia all’inizio dell’anno dove si stendono delle date, ma poi ci vuole che ogni gruppo controlli, sia attento, ci si parli, ci si conosca. Uno che si occupa dello sport è vero che non ha a che fare col catechismo, ma se è a conoscenza di un minimo di ciò che si fa può ricordare ai ragazzi un certo appuntamento o una determinata iniziativa. Una catechista può domandare e sapere quando giocano i suoi ragazzi così che può poi chiedere se hanno vinto o perso, è attenta se i suoi ragazzi vanno a Messa. Sapete quanto vale questo? Se un ragazzo intuisce che alla figura educativa che ha di fronte non interessa una parte di lui, ma gli interessa tutto, tutta la sua persona, allora si sente accolto, ben voluto, amato così come è nella sua interezza: e cresce e matura. Questo vale tantissimo educativamente parlando. La strada che va da un ragazzo a Dio passa necessariamente attraverso noi educatori, ma passa necessariamente anche attraverso qualcun altro, per cui noi dobbiamo far bene quello che ci è chiesto, ma cerare al tempo stesso le condizioni per cui anche gli altri soggetti educativi possano fare bene quello che gli viene chiesto. Non dobbiamo pensare soltanto “al nostro”. 4


L’oratorio abita la complessità contro la semplificazione. L’oratorio abita la complessità della vita di un ragazzo nei tempi, nei linguaggi, nelle proposte. Si parlava tanto - un po’ di anni fa - di ITINERARI DIFFERENZIATI. Alcuni intendono non in modo corretto questo termine: noi facciamo cammini che sono “ad età” (elementari, medie, adolescenti, 18enni,...) però voi notate – mi riferisco soprattutto agli educatori dei preadolescenti e adolescenti – che l’età anagrafica che è uguale per tutti non coincide spesso con l’età di fede. Le situazioni sono proprio diverse da ragazzo a ragazzo. Itinerari differenziati non vuole dire “dividere i buoni dai cattivi”: in questo il Signore ha lasciato tanti compiti alla Sua Chiesa ma ci ha assicurato che questo lo farà Lui al Suo ritorno, per cui possiamo stare tranquilli. Al contrario, significa pensare allora a itinerari dove ciascuno possa “mangiare a seconda della sua fame”, per cui uno – per la situazione che ha e per quello che è e che vive – mangerà quello che si sente. Ma “se uno ha fame, non gli mancherà da mangiare”, perché non avvenga che “chi non ha fame sia obbligato a mangiare e vada via vomitando” mentre “chi ha fame vada via non sazio”. Ecco l’idea degli ITINERARI DIFFERENZIATI vuol dire fare delle proposte che tengano insieme diversi livelli, alcune saranno per tutti, altre proposte invece saranno per qualcuno, altre per pochi, ma va bene che sia così. L’oratorio abita la complessità e in particolare in alcune attenzioni, precisamente attorno a quattro tensioni polari che possano aiutare a ripensare come debba e/o possa essere il vostro oratorio: 1. Il rapporto tra identità e la missione: vuol dire “pochi ma buoni” – l’identità – oppure “l’oratorio è aperto a tutti” – la missione –. Tensione polare vuol dire che questa tensione non si scioglie mai, ciascuno di noi avrà una sua sensibilità per cui pende o dall’una o dall’altra parte. Va trovato un punto di equilibrio, evidentemente il rapporto tra identità e missione è il rapporto tra l’annuncio del Vangelo (l’identità) e la promozione umana (missione). Bisogna trovare un equilibrio, non si può rinunciare all’annuncio del Vangelo, altrimenti rinunciamo a ciò che di più prezioso abbiamo, ma non possiamo nemmeno tralasciare la promozione umana, perché - diceva Giovanni Paolo II - “la via della Chiesa è l’uomo”. D’altra parte però Gesù è l’uomo perfetto e allora le due cose vanno tenute insieme: cosa vuol dire questo per il nostro oratorio? La missione non è l’esito di un’epoca, ma un’esigenza intrinseca al Vangelo: perché ci sia missione serve che qualcuno che annunci; Gesù andava dalle folle ma perché aveva i dodici. Non dobbiamo perdere l’identità, perché se il sale perdesse il suo sapore, a cosa servirebbe, e d’altra parte, nemmeno dire “stiamo benissimo tra noi cosa ci interessa degli altri”. 2. Il rapporto tra memoria e profezia, cioè tra il passato e il futuro. Vivere un equilibrio tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà. Chi ha qualche anno in più vive più memoria che profezia, perché ha più passato che futuro; i giovani, normalmente hanno più profezia che memoria, perché hanno poco passato alle spalle. Si tratta di tenere insieme queste due cose. Attenzione però: ho parlato di memoria non di nostalgia. La memoria evoca il passato, ricorda il passato (ricordare = riportare al cuore) per vivere il 5


presente e costruire il futuro. La nostalgia invece evoca il passato e blocca sul passato, non permette di pensare il presente e costruire il futuro. È come un albero che ha delle radici e dei rami. Più le radici affondano nel terreno più i rami possono alzarsi in alto e svettare verso il cielo; però ci vogliono radici profonde e ben ancorate. In alcuni oratori si vede che c’è solo memoria, anzi sembrano “cimiteri”, perché ci “sono lapidi, per cui uno passa e si deve inginocchiare di fronte a foto, immagini o quant’altro”. Ci sono invece oratori ove la memoria si dimentica per cui si va avanti con cose avveniristiche: ci vuole un punto di equilibrio. 3. Il rapporto tra stabilità e mobilità e qui rientra il discorso della pastorale di insieme; anche voi siete in un rapporto di pastorale di insieme con Misinto, poi c’è l’area omogenea delle Groane. La Chiesa italiana non ha scelto di abolire le Parrocchie come per esempio ha fatto la Francia, ma di tenere le parrocchie e anche gli oratori: l’Arcivescovo ci ha chiesto che gli oratori non chiudano ma lavorino in rete, che non vuol dire che allora si va di qua o di là e qualche oratorio venga chiuso. Non è una sorta di “nomadismo pastorale” quello che propone la diocesi, ma al contrario, ognuno ha il suo oratorio, per alcune cose un oratorio autonomo va ancora bene, per altre no, gli oratori si devono mettere in rete. Ora questo non è semplicemente l’esito del fatto che diminuiscono i preti, ma è l’esito del fatto che per fare alcune proposte ci vuole una vivibilità antropologica, cioè dobbiamo essere anche un gruppo significativo anche per vivere delle relazioni. E poi soprattutto per il fatto che – nelle città si vede maggiormente che nel paese - ma oramai avviene anche nel paese - la gente si muove. Gli adulti no, ma i giovani vanno a scuola da una parte, frequentano l’oratorio dell’altra Parrocchia, fanno catechismo altrove perché hanno l’amico lì. Oggi la gente si muove di più realmente: alcuni dati non sono dati ecclesiali, ma sociologici. La Chiesa deve guardare il mondo e riconoscere questo: la gente si muove di più e con più facilità. 4. L’oratorio oggi può educare perché propone delle relazioni che sono rispetto alle altre, molto particolari, relazioni che per qualità sono molto alte, seconde solo a quelle della famiglia. Quelle che si stabiliscono in oratorio sono relazioni che hanno tre caratteristiche molto importanti che nessuna altra agenzia educativa – neanche la scuola – ha:  Sono relazioni sintetiche, non analitiche, che si occupano da un aspetto, magari partono da un aspetto ma poi si estendono alla globalità della persona: il sacerdote dell’oratorio non è preoccupato che uno impari a pregare e basta, ma che impari a dire le preghiere, che studi, che viva bene il proprio equilibrio psicofisico, i rapporti, le amicizie. La spiritualità non prescinde dall’umanità: talvolta il problema non è dire una preghiera in più ma avere cura della propria umanità.  Sono relazioni costanti: la scuola finisce; finisce un ciclo, le medie, le superiori; le relazioni in oratorio rimangono. Uno finisce di fare il catechista, cambia il ruolo ma le persone rimangono nella comunità. 6


Badate che le relazioni non sono questione di ruoli, perché il ruolo non è la prima definizione di una relazione. Le relazioni in una comunità cristiana sono costanti, per cui cambiano i ruoli, ma le persone rimangono.  Relazioni gratuite: i ragazzi si stupiscono perché si accorgono che qualcuno, senza compenso, si occupa di loro. “Chi te lo fa fare di occuparti di noi?” Uno deve andare alla sorgente della gratuità che è il Signore che ci vuole bene e che ci invita ad essere carità gli uni per gli altri come Lui lo è per noi mettendo a servizio dei piccoli quello che abbiamo ricevuto. Se emerge questa cosa qua allora ci sono energie educative incredibili in atto. L’oratorio poi ha potenzialità incredibili perché tiene insieme anche la formalità e l’informalità. Oggi per educare ci vogliono anche luoghi informali perché quelli troppo formali vengono visti e vissuti con fatica dai giovani e dagli adolescenti in particolare. C’è una crisi dell’istituzione in generale e questo vale anche per la Chiesa; l’oratorio si propone anche come luogo informale e questa è la sua forza, anche se non così tanto informale da essere evanescente, perché comunque l’oratorio è un luogo che ha dei cancelli, delle proposte, delle regole. La forza dell’oratorio sta proprio nel rapporto tra l’informale e il formale.

III. IL PROGETTO EDUCATIVO DELL’ORATORIO L’oratorio si basa su tre grandi pilastri che sono IL RESPONSABILE DELL’ORATORIO (sacerdote, o suora, o il responsabile laico, ecc...) IL CONSIGLIO DI ORATORIO IL PROGETTO EDUCATIVO DELL’ORATORIO. Un curioso parallelo tra l’oratorio e San Benedetto che nel 500 organizzava i suoi monasteri esattamente in questa linea: c’era l’abate - un responsabile -, il capitolo - la riunione dei monaci -, e la regola da seguire. Dietro queste tre immagini ci stanno il responsabile dell’oratorio, il Consiglio di oratorio e il progetto educativo. Ora insieme con il responsabile dell’Oratorio sta il Consiglio di oratorio che ha il compito di costituire la regia educativa dell’oratorio. Il Consiglio di oratorio vorrebbe armonizzare e confrontare le diverse componenti di questa galassia che è l’oratorio. Uno dei compiti principali del Consiglio di Oratorio, anzi, il compito principale è stendere il PROGETTO EDUCATIVO, che non deve essere un libro, ma è importante che lo si scriva, perché ci sia, rimanga e venga utilizzato come strumento di verifica e di progetto che garantisca la continuità nel tempo e faccia chiarezza. Col PROGETTO EDUCATIVO DELL’ORATORIO si vuole scrivere dove si è, dove si vuole arrivare e quali passi si devono fare, che strada si vuole prendere: gli obbiettivi, le finalità le scelte, le priorità che un oratorio si vuole dare. Cioè per il nostro oratorio di Lazzate qual è il modo attraverso il quale noi scegliamo per educare alla vita buona del Vangelo, adesso, qui e ora? Ecco una proporzione che ci aiuta a capire: la regola di vita sta al cristiano come il progetto educativo dell’oratorio sta 7


all’oratorio. Il progetto educativo dell’oratorio è la sua regola di vita, il tentativo di incarnare in un tempo e in un luogo l’annuncio del Vangelo. Il progetto educativo dell’’oratorio dovrebbe avere due caratteristiche: 1. Non deve essere né troppo generale né troppo particolare al punto da essere un programma. Dal progetto si arriverà al programma. Quest’ultimo è mettere in calendario il progetto: ci deve essere equilibrio tra la concretezza e l’astrazione, altrimenti si rischia o di scrivere un grande trattato dell’educazione ma disincarnato, o di fare un programma che è già qualcosa, ma certamente non dice di un progetto a monte più complessivo. 2. Ci deve essere un buon equilibrio tra l’ideale e il reale nello stendere il progetto educativo dell’oratorio. Non si deve né solo descrivere la realtà ma senza una tensione verso il futuro, né fermarsi unicamente allo slancio verso l’ideale da “fare passi più lunghi della gamba”, ma che poi lasciano frustrati e scontenti. Il progetto educativo deve essere praticabile, deve essere in buona tensione tra il reale e l’ideale. Il progetto deve essere praticabile, deve essere graduale, deve aver giusto rapporto tra astrazione e concretezza.

IV. IL RAPPORTO TRA ORATORIO MASCHILE E ORATORIO FEMMINILE Ci sono oratori distinti qui a Lazzate, qualcosa che oramai in diocesi da noi non capita quasi più. Su questo tema non ci sono dei dogmi, certamente dobbiamo registrare un dato epocale, cioè il fatto che nella nostra diocesi per il 96/97% degli oratori si è andati verso l’unificazione; a questo si è arrivati per tanti motivi. I passaggi non devono essere improvvisi e totali, o traumatici ma graduali e comunque, qualora si facesse la scelta di passare dall’oratorio distinto all’oratorio misto, non vuol dire che non rimanga più nessun margine di educazione distinta. È importante certamente il tema della coeducazione, ma è importante che ci siano anche momenti di separazione, ma questi ci possono essere anche in un oratorio unito. Questo è un tema molto importante ci sono tanti equilibri da tener presente nella storia di un oratorio, per cui si deve far tesoro di quello che si diceva prima sul tenere insieme memoria e profezia per non “buttar via il bambino con l’acqua sporca”; d’altra parte alcune cose non sono dogma, per cui se funzionano si tengono, altrimenti si cambiano. Evidentemente riconosco anche che il passaggio tra oratorio diviso a oratorio unito non ha creato l’oratorio misto, ma spesso ha creato un oratorio maschile che è diventato un “oratorio maschile e femminile” ma certamente “meno femminile che maschile”: bisogna avere anche questa attenzione se si fa questo passaggio. Anche il futuro, in riferimento alla presenza o meno del sacerdote e delle suore ci fa riflettere sul fatto che non potremo avere chissà quante strutture in eterno, ma dall’altra parte non possiamo dimenticare il fatto che i ragazzi oggi sono dappertutto insieme. Vanno pensati pertanto momenti divisi, ma anche momenti comuni. Certamente più si alza l’età dei ragazzi più è opportuno pensare a momenti comuni, accanto anche ad alcuni momenti 8


divisi. Ci vuole molta sapienza e molto equilibrio nel fare le cose: né tutto diviso né tutto assieme. Dobbiamo tener presenti due criteri: 1. fare ciò che è e sarà possibile. Non possiamo arrivare in ritardo sempre sulle cose: guardare al futuro ragionandoci seriamente sopra, trovare modalità sostenibili di educazione, pensare anche al futuro. 2. chiederci se le cose che abbiamo sempre fatto vanno ancora bene! Non sto dicendo che non sia così, perché l’intuizione degli oratori distinti è stata grande intuizione, ha fatto del bene in modo incredibile. Però questa non è in assoluto l’unica possibilità: si tratta di trovare il bene per noi e per il nostro oratorio. Cosa potremo sostenere tra cinque anni? Viviamo un momento di grande fatica, per cui fino a quando ci sarà a Lazzate un prete in oratorio, le suore, ecc...? Bisogna guardare avanti con coraggio e profezia.

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Educare in oratorio  

relazione di don Samuele Marelli (direttore della Fom) in occasione dell'incontro a Lazzate il 2 febbraio 2011

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