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Oratorio “San Giovanni Bosco” Brembate di Sopra

CON LA GIOIA NEL CUORE verso il Santo Natale in compagnia di San Filippo Neri

Cammino di Avvento 2011


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INTRODUZIONE

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” Gv 1,14

Una piccola frase, in fondo, eppure racconta di un fatto che ha cambiato, anzi stravolto la storia e la vita degli uomini. Certo perché quando è Dio stesso che decide di abitare accanto a noi, la Sua è una Presenza che necessariamente fa cambiare ogni cosa, anche quando non ci si pensa, anche nella vita della persona più distratta… Come può questo fatto cambiare la storia di ogni uomo? Perché la Presenza di Gesù tra noi è sempre feconda, cioè genera persone e opere che nell’ordinario sanno essere straordinarie, diventando “le prove”, i segni che Lui da quel primo Santo Natale, non ha più cambiato dimora, ma vive ancora e per sempre tra noi. Vale la pena allora spendere il nostro prezioso tempo per provare a spalancare di più cuore, occhi, intelligenza e chi più ne ha più ne metta, cosicché anche la nostra possa essere una vita nuova e le nostre opere straordinarie, perché segnati dalla Sua dolce Presenza.

Buon cammino!

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ISTRUZIONI PER IL CAMMINO Leggi con attenzione queste istruzioni: danno importanti indicazioni per vivere al meglio questo cammino di Avvento: 

il cammino richiede un tempo adeguato, costanza e volontà

rispetta i tempi proposti: ti accorgerai di quanto è prezioso iniziare la giornata con la preghiera, e terminare il cammino del giorno la sera, prima di addormentarsi

sii realista nel gestire il tuo tempo… se la sera fosse un tempo più “tranquillo”, allora anticipa la tappa del giorno dopo; al mattino non dovrai fare altro che riprendere “più velocemente” quanto fatto con più tranquillità la sera prima

dalla seconda settimana dovrai scegliere due impegni da portare avanti per quella settimana specifica: segui i suggerimenti proposti dal cammino oppure scegline altri con cura

(per quelli che hanno ricevuto via email il libretto) stampa il libretto o almeno i fogli del giorno: il pc non è “un tuo compagno di vita spirituale”

il libretto stampato chiede di essere preso, sfogliato, sottolineato, usato per le tue riflessioni personali

se preghi in casa puoi provare ad accendere una candela durante il momento di preghiera: oltre ad essere un segno serve a concentrarsi meglio. Può aiutare anche predisporre, nel luogo in cui preghi, un crocifisso o un’immagine sacra a cui sei affezionato

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SCHEMA DELLA SETTIMANA DAL LUNEDÌ AL SABATO al mattino:

lettura e meditazione

durante la giornata:

impegni presi la domenica precedente (a partire dalla seconda domenica - quindi per la prima settimana questi impegni non ci sono)

alla sera:

ripresa della riflessione del mattino; esame di coscienza (usa lo schemino)

DOMENICA  Santa Messa  recupero eventuali giorni rimasti indietro  lettura del cammino del giorno e scelta di due impegni per la settimana

entrante, seguendo le indicazioni

USO DELLO SCHEMA DI VERIFICA GIORNALIERA All’ultima pagina del libretto trovi uno schemino, come strumento di verifica del cammino del giorno. È molto importante usarlo quotidianamente: così potrai verificare, nell’arco della settimana, la tua costanza nella preghiera e i tuoi punti più deboli su cui è bene prestare maggiore attenzione.

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DOMENICA 27 NOVEMBRE Primo giorno di Cammino Cosa devi fare oggi? Andare a Messa (visto che è domenica!), leggere la vita di san Filippo (se proprio hai una marea di impegni potrai leggerne metà pagine oggi e metà domani), scegliere il momento e il luogo nella giornata dove pregherai e porterai avanti la lettura del Cammino. Oggi, quindi, niente riflessione, però la lettura dovrai farla con calma e, alla fine, dedica qualche minuto alla preghiera.

SAN FILIPPO NERI (1515-1595) San Filippo Neri nacque a Firenze nel 1515 in piena epoca rinascimentale e visse la adolescenza negli anni in cui la città lottava per liberarsi dalla tirannia dei Medici. Dicono i biografi che tre cose dominarono allora, e per sempre, lo spirito del giovane fiorentino: un amore invincibile per la libertà, la passione per le Laudi di Jacopone da Todi (che si cantavano in Toscana più che altrove) e l’attaccamento a un libro umoristico (Le facezie del Pievano Arlotto), un testo di storielle e scherzi che Filippo terrà sempre con sé. Esso contribuirà a formare un aspetto insostituibile della sua santità, tanto che una celebre sua biografia si intitola: Il buffone di Dio. Per ora questi accenni iniziali possono sembrare di poco conto o semplicemente bizzarri, ma diventano interessanti se si scende più in profondità, se si comprende davvero la missione di questo santo nella Roma del secolo XVI che egli visse quasi per intero, dal 1515 al 1595. Siamo nel tempo in cui prende consistenza la Riforma cattolica, portata avanti da santi che, soprattutto a Roma, operano numerosi, nonostante la debolezza morale di certi papi e di certe istituzioni dell’epoca. Ma questa Riforma, pur ricca di vitalità e di originalità, rischiava di irrigidirsi in una Controriforma”, che traeva la sua linfa prevalentemente dalla reazione antiprotestante. Dopo la contestazione e la lacerazione protestante, la Chiesa avrebbe dovuto affidarsi tutta ai suoi veri e santi riformatori, che allora erano numerosi: nella Spagna si contavano a decine; nella sola Roma si potevano incontrare sant’Ignazio di Loyola, san Felice da Cantalice, san Pio V, san Carlo Borro6


meo. Alcuni cattolici, invece, credevano di far meglio reagendo all’errore con l’indurimento ascetico e dottrinale, e con la severità della legislazione. Basti ricordare, come esempio per tutti, il pontefice Paolo IV Carafa che passò alla storia come il papa “terribile”, che considerava l’Inquisizione come “la pupilla dei suoi occhi”. Di severità e di lotta contro gli errori c’era indubbiamente bisogno, mainsistendovi troppo-si finiva per dar ragione proprio a coloro che accusavano la Chiesa di togliere al cristiano la libertà che Cristo gli ha guadagnato col suo sangue. Tanto è vero che spesso finivan per essere sospettati e inquisiti proprio i Santi che Cristo inviava alla Chiesa per risollevarla e che non potevano adempiere questa missione senza portare una ventata di novità spirituale. Sempre nella Chiesa i riformatori che non sono santi sono pericolosi: che si chiamino progressisti o conservatori. Ebbene, san Filippo Neri, nel tempo della Riforma cattolica e della più dura Controriforma, rappresenta il richiamo gioioso e intelligente alla libertà. Per molti anni, a Roma, dove si era trasferito ancor giovane, Filippo fu soltanto un laico, libero da ogni legame. Per vivere faceva il precettore di due ragazzi, in casa di un fiorentino come lui emigrato a Roma: in cambio riceveva soltanto otto staia di grano all’anno e una manciata di olive al giorno; dormiva in una soffitta. Viveva dunque quasi in solitudine, a parte qualche impegno di carità cristiana verso i più poveri. Aveva una sua particolare devozione: “la visita delle sette chiese”. La sera cominciava il suo pellegrinaggio che lo conduceva dapprima a San Paolo fuori le Mura e San Sebastiano, poi a San Giovanni in Laterano, Santa Lucia, San Lorenzo, Santa Maria Maggiore: quasi venti chilometri che-aggiunti alla soste e alle lunghe preghiere-occupavano l’intera nottata. La sosta preferita era alle catacombe di San Sebastiano, allora quasi inesplorate, dove passò moltissime notti in preghiera. Un biografo racconta, con molto intuito, che con tale esperienza Filippo Neri sembrava voler toccare con mano le solide fondamenta della Roma cristiana (quelle bagnate dal sangue dei martiri) in un momento in cui tutto sembrava vacillare. Si dedicò per breve tempo anche allo studio della filosofia e della teologia per poter comprendere meglio le cose divine. Ma resistette poco tempo perché ebbe l’impressione di trovarsi in una situazione insostenibile: “Lo studio lo distraeva da Dio e Dio lo distraeva dallo studio”. 7


Sant’Ignazio di Loyola aveva provato la stessa difficoltà all’Università di Barcellona, ma l’aveva considerata una tentazione, e tale era di fronte alla sua missione. Filippo Neri la considerò una grazia per ritrovare una maggiore libertà e un suo personalissimo stile: coltivò una straordinaria intelligenza studiando direttamente gli uomini, anche se non dobbiamo dimenticare che la sua biblioteca restò sempre particolarmente ben fornita. All’inizio, dunque, Filippo viveva quasi come un eremita. Verso i ventitré anni invece prese a girare per la città, soprattutto nei quartieri in cui i fiorentini come lui si dedicavano agli affari e alle banche, ponendo a tutti una domanda che li lasciava senza parole: “Ebbene, fratelli miei, quando cominciamo a essere buoni?”. In questo periodo gli accadde un fenomeno mistico di difficile spiegazione ma assolutamente documentato. In una notte di preghiera, nei giorni precedenti la festa di Pentecoste, si sentì talmente preso dall’amore di Dio, che tale amore nella forma di un globo di fuoco gli penetrò nel petto e gli dilatò talmente il cuore fino a spezzargli due costole e deformargli visibilmente il fianco: lo constaterà il più celebre chirurgo del tempo quando farà l’autopsia. Sono numerosissimi i testimoni che raccontano che da quel suo cuore-in certe occasioni in cui l’amore di Dio particolarmente lo afferrava e lo commuoveva-provenivano un calore bruciante, percepibile all’esterno, e un battito così violento che a volte faceva tremare perfino le pareti della stanza. Possiamo restare increduli finché vogliamo: ma i testimoni sono talmente numerosi e degni di fede che possiamo pensare soltanto a uno di quei miracoli in cui Dio ci ricorda che certe pagine della Scrittura (come quella dello Spirito Santo disceso sugli Apostoli come lingue di fuoco) non sono soltanto dei raccontini. Bastava che un penitente angosciato o malato poggiasse la testa sul petto di Filippo per sentirsi riscaldato e ristorato. E quando il Papa impose a tutti i preti di indossare la cotta per ascoltare le confessioni, Filippo Neri andò dal Papa a spiegargli che quell’ordine era per lui impossibile: non avrebbe sopportato un ulteriore rivestimento sul petto. E il Papa gli diede una particolare dispensa. Ma abbiamo anticipato i tempi: quando quel dono mistico si impadronì di lui, egli era solo un giovane laico. La sua vita scorreva tra l’educazione da impartire ai due ragazzi, la preghiera e la carità.

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In quel tempo conobbe Ignazio di Loyola e Francesco Saverio e li stimò al punto che fu Filippo a mandare dal fondatore della Compagnia le prime reclute italiane. Lui però si defilava. Sant’Ignazio diceva che Filippo Neri “era una campana che chiamava la gente in chiesa, ma da parte sua restava sempre sul campanile”. Non pensava a farsi sacerdote, ma a volte predicava alla gente nella chiesa di un vecchio e strano prete che durante l’esposizione eucaristica invitava qualcuno dei presenti a parlare. Nel 1550 si dedicò ad organizzare una Confraternita per accogliere i pellegrini che si sarebbero riversati a Roma in occasione del Giubileo. Di fatto san Filippo Neri può essere considerato il fondatore degli attuali “comitati per l’Anno Santo”. Si presume che riuscì ad accogliere e ad alloggiare ogni giorno non meno di cinquecento persone. Finito il Giubileo, la casa da lui organizzata venne usata per i “convalescenti”, cioè per i poveri che venivano dimessi anzitempo dagli ospedali e vagavano senza sapere dove andare, finendo per ammalarsi peggio di prima. Gli anni intanto passavano, Filippo ne aveva ormai trenta, e venne il giorno in cui il suo confessore, che l’aveva seguito a lungo, ruppe gli indugi e gli ordinò di farsi ordinare prete. Filippo non avrebbe voluto, ma si piegò per ubbidienza. A quel tempo, in cui non c’erano i seminari, la preparazione di Filippo era già più che sufficiente. Fu ordinato nel 1551, e si stabilì presso la chiesa da San Gerolamo, libero da qualsiasi obbligo prestabilito. Per amore della libertà rinunciò ad ogni salario e preferì passare per un eccentrico. Quando celebrava messa, in un’ora deserta, la diceva il più in fretta possibile, altrimenti non sarebbe riuscito a terminarla tanta era l’emozione che lo prendeva. Intanto la sua camera era diventata un punto di ritrovo frequentato da amici e penitenti, soprattutto da ragazzi. Fu costretto a tenere le riunioni in una soffitta sopra la chiesa: e qui nacque l’Oratorio. La parola nasce dal fatto che il gruppo si riuniva da Filippo per ascoltare qualche discorso (Oratio): dapprima si faceva un po’ di preghiera mentale, poi si leggeva un testo scritto, poi uno dei presenti lo spiegava, un altro faceva domande, un altro obiezioni, un altro considerazioni. Dalla riflessione si

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scendeva poi al racconto: qualche episodio della storia della Chiesa, della vita di Cristo, oppure della vita dei Santi. Filippo presiedeva, sorvegliava, interveniva brevemente, e a volte correggeva, traeva conclusioni. Le riunioni duravano l’intero pomeriggio e ognuno era libero di andare e venire: c’era sempre qualcun altro ansioso di occupare il posto vuoto. Al termine, come sollievo, veniva eseguita della buona musica: nacquero a questo scopo delle composizioni che ancor oggi vengono chiamate “oratori”: per Filippo componevano celebri maestri di Cappella, come l’Animuccia (maestro della Basilica del Laterano) e il Palestrina (maestro a San Pietro). Ambedue morirono, si può dire, tra le braccia di Filippo. C’è anzi un racconto molto commovente: quando il Palestrina stava morendo, Filippo gli recitò con dolcezza le parole di uno dei suoi mottetti: “Non ti rallegrerebbe andare a godere la festa che oggi si celebra in cielo, in onore della Regina degli Angeli e dei santi?”. E il morente gli rispose continuando con le parole dello stesso canto: “ Sì, lo desidero ardentemente! Possa Maria ottenere per me questa grazia dal suo Divin Figlio”. Ai momenti di formazione e di sollievo, seguivano poi quelli dedicati alla carità: i membri dell’Oratorio dovevano impegnarsi nella visita agli ospedali, per offrire tempo e cure ai più abbandonati. Così, in quel mondo dove erano rigide le distinzioni tra nobili ed ebrei, tra colti e illetterati, nacque una nuova e strana “fraternità” che un biografo così descrive: “… alla prima cerchia di apprendisti e di impiegati di banca fiorentini [si unirono poi] gran signori, musici e cantori di basilica, piccoli artigiani, giovani israeliti che la seduzione di Filippo strappa al loro ghetto, domestici di prelati e perfino banditi di strada. Filippo è lo stesso con tutti eppure sa sempre come trattare ciascuno”. Con gesti improvvisi egli metteva letteralmente in pratica certe indicazioni evangeliche, come quel giorno che si precipitò a trarre dall’ultimo posto un umile e timido ciabattino, facendolo sedere al suo fianco con tutti gli onori. Allo stesso modo ricevette, come se fosse una vecchia e attesissima conoscenza, un gaglioffo dal volto patibolare che si era casualmente affacciato a quella strana assemblea. Se questi episodi gli servivano per “dipingere al vivo”, davanti allo sguardo dei discepoli, certi insegnamenti di Gesù difficili da praticare, quella più generica “democrazia”, di cui abbiamo già parlato, rispondeva a criteri pedagogici ancor più profondi. 10


Non si trattava solo di libertà spirituale o noncuranza delle convenienze mondane, voleva “che la vita spirituale, tenuta per cosa difficile, diventasse talmente familiare e domestica, che ad ogni stato di persone si rendesse grata e facile…; ognuno, di qualsivoglia stato e condizione, in casa sua e nella professione sua, laico o clerico, prelato o principe secolare, mercante o artigiano, e ogni sorta di persone era capace di vita spirituale”. San Francesco di Sales, che giustamente famoso per aver approfondito e predicato questa dottrina, fino a dare un nuovo orientamento alla spiritualità cristiana, la imparò proprio dai colloqui con Filippo neri. È difficile per noi immaginare quale fervore di vita impegnasse l’Oratorio, e quale vera riforma sapesse irradiare! Né mancava la passione missionaria. Filippo usava dire: “Datemi dieci persone veramente distaccate da sé, e con esse mi dà l’animo di convertire il mondo!”. Infatti in quel gruppetto non si viveva al chiuso: tra le varie letture si ascoltavano periodicamente, con indicibile desiderio, le lettere che i discepoli di Ignazio di Loyola inviavano da lontani e sconosciuti paese. In particolare il loro cuore bruciava a sentire i racconti e gli inviti che giungevano da un certo Francesco Saverio. Filippo stesso raccontò che un giorno si recarono tutti assieme da un vecchio monaco cistercense alle Tre Fontane per chiedergli consiglio: pensavano di partirsene tutti missionari per il lontano oriente. Ricevettero una risposta che divenne, da allora in poi, il loro vicendevole e fraterno richiamo al “realismo vocazionale”: “Le tue Indie sono a Roma!”. E così svolsero nel centro della cristianità la loro straordinaria, “divertente” e generosa missione. In quegli anni venne ripristinato a Roma il carnevale, con tutta la sua tradizionale licenziosità. Filippo non si scompose: organizzò anche lui il suo carnevale fino ad accaparrarsi il maggior numero di persone. Si ricordò della sua antica devozione alle “sette chiese” e la fece diventare, in quei giorni, una scampagnata cui parteciparono fino a tremila persone: una visita a San Pietro, una messa a San Sebastiano, una colazione sui prati, e musica all’aperto lungo tutto il percorso. L’avventura si ripeté per anni e rischiò di finir male: il cardinale Vicario intervenne a indagare e sospese Filippo dalle confessioni. Si diceva che se ne fosse andato in giro con la sua processione, trascinando dietro sette muli carichi di pasticcini. 11


Ma c’erano accuse più gravi e meno divertenti: si sapeva per certo che Filippo era devoto del Savonarola; ne teneva un’immagine sul tavolo e, per conto suo, gli aveva anche disegnata un’aureola intorno alla testa. Quel prete allegro e trascinatore poteva trasformare la sua gente in un branco di esaltati e di ribelli, solo che lo avesse voluto. Proprio in quel tempo il terribile Paolo IV decideva di iniziare un processo, che doleva condurre alla condanna definitiva del Savonarola, e alla proibizione dei suoi scritti. L’esame durò sei mesi e due santi (san Filippo Neri a Roma e santa Caterina de’ Ricci a Prato) mobilitarono tutte le loro forze e le loro amicizie per impedire la condanna. Il giorno in cui fu pronunciata la sentenza (che, secondo le previsioni di tutti, sarebbe stata la condanna), Filippo passò ore in preghiera, davanti al Santissimo, in estasi. Quando ritornò in sé disse ai presenti disse che il Signore aveva esaudito le sue preghiere. Infatti, proprio in quell’ora, la Congregazione dei Cardinali “assolveva la memoria e gli Scritti del Savonarola da ogni imputazione di eresia”, vennero solo messe all’indice alcune prediche più violente. Anche Filippo uscì bene dal suo processo, tanto che Paolo IV gli fece sapere che avrebbe gradito partecipare a qualche riunione dell’Oratorio. Nel 1564 Filippo cominciò a scegliere, tra i suoi seguaci, alcuni da indirizzare al sacerdozio. Fondò, così, uno dei primi seminari del tempo, e diede vita a una comunità presso la “Chiesa Nuova”. Ma Filippo, anche quando la comunità fu costituita, continuò a voler abitare per conto suo, attaccato a quella libertà che era il suo più profondo carisma. Andava parallelamente crescendo la fama della sua santità, della sua profonda saggezza e quella del suo umorismo, delle sue furbizie e perfino della sua stramberia: più passavano gli anni, più quest’ultima sembrava accentuarsi. Ancora oggi a Roma dire che uno è “un filippino” significa che si tratta di un tipo allegro e furbo. La gente parlava delle sue estasi, delle sue messe, piene di infinita commozione, della sua capacità di leggere nel segreto dei cuori, della sua umiltà e abnegazione. Ma anche della sua incredibile originalità.

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Aveva ricevuto l’offerta del Cardinalato. Diceva ai suoi: “Ecco la berretta da Cardinale, che aveva Papa Gregorio XIII, il quale me la mandò per farmi Cardinale, et io l’accettai con questa conditione, che io li direi quando volea esser Cardinale e così il Papa si contentò, et io me ne voglio fare una pezza da stomaco”. A volte riceveva personaggi illustri vestito in modo stravagante o con abiti rovesciati. A volte si vestiva sontuosamente e si pavoneggiava in modo ridicolo. A volte faceva di tutto per passare da sciocco: andarsene in giro con mezza barba tagliata, o portare sul capo un gran cuscino azzurro, o portando in mano un mazzo di fiori gialli, oppure passeggiando con enormi scarpe bianche, o con una maglia rossa fiammante sulla tonaca. Sono episodi che ci sorprenderanno di meno se pensiamo alla pesante suntuosità dell’epoca. Filippo si umiliava, riusciva a convincere qualcuno di non essere santo ma solo stravagante e prendeva bellamente in giro i vizi del suo tempo. Un giorno intrattenne dei dignitari stranieri leggendo loro delle storielle facete. D’altra parte era quello che faceva anche prima di dir messa, per distrarsi un po’, altrimenti sarebbe caduto subito in estasi. Era infatti “costretto” a tenere in sagrestia cagnolini, uccellini, per giocherellare un po’ prima di immergersi nella celebrazione. A volte doveva rimandare un po’ l’inizio del Santo Sacrificio, per leggersi qualche pagina di quella raccolta di facezie che amava tanto. Perfino sull’altare doveva ogni tanto fermarsi e, leggendo il Vangelo, si interrompeva a giocherellare con le chiavi e con l’orologio. Più si avvicinava alla consacrazione, più si sentiva trascinare via da una fede e una emozione travolgenti. Quando aveva in mano il calice, il chierichetto lo sentiva sussurrare: “È sangue! È veramente sangue!”. Ma se faceva qualche predica particolarmente bella e riuscita, finiva per scendere dal pulpito barcollando e incespicando come un ubriaco, in modo che si ridesse di lui. Ogni stramberia era buona purché non si parlasse della sua santità, ma anche per stroncare i difetti dei suoi discepoli. Un giorno che uno di loro si mostrava tutto fiero di aver tenuto un sermone particolarmente ben riuscito, il santo si complimentò con lui più di ogni altro, ma poi gli impose di ripeterlo in altre sei occasioni diverse, fino a che tutti si convinsero che quel predicatore sapeva solo quella predica.

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Comunque l’intreccio di santità e umorismo si risolveva in un eccezionale buon senso dal punto di vista pedagogico. Un giorno si accorse d’aver davanti un penitente assai poco pentito che gli snocciolava una lista di peccati senza alcun vero “dolore”. Lo lasciò continuare, poi gli disse che doveva assentarsi un istante, pregandolo di rimanere lì inginocchiato. Filippo non si decideva a tornare e intanto il poveretto si agitava. Dapprima si distrasse, poi si guardò attorno, poi finì per osservare a lungo l’unica cosa che gli stava davanti: una immagine del Crocifisso. Quando Filippo tornò, lo trovò tutto piangente al pensiero di quanto erano costati i suoi peccati al Figlio di Dio! Più noto e divertente è l’episodio della donna che continuava a confessarsi d’aver riempito il quartiere con le sue maldicenze, ma non si correggeva, tanto che sembravano cosa da poco. Finché Filippo non le assegnò la penitenza di andar da lui spennando lungo la strada una gallina morta: poi le chiese di tornare indietro a raccattare una per una tutte le piume che il vento aveva ormai portato chissà dove. Non ci fu più bisogno di tante spiegazioni. Non dobbiamo mai dimenticare, tuttavia, che tanto scintillio di battute e freschezza infantile nasceva da un cuore innamorato di Cristo. Scriveva: “Concentriamoci tanto addentro nel divino amore, ed entriamo tanto addentro nella piaga del costato, nel vivo fonte della sapienza del Dio umanato, che anneghiamo noi stessi e non ritroviamo più la strada di uscirne fuori”. Celebri sono rimasti questi aforismi: “Chi vuol altro che Cristo, non sa quel che voglia; chi domanda altro che Cristo, non sa quel che domanda; chi opera, e non per Cristo, non sa quel che faccia”. Perciò, a un giovane che voleva abbandonare la sua Congregazione, Filippo scrisse un giorno con dolcezza, ma anche con tanta severità: “Orsù che in te sta lo stare o tornare che qui non vogliamo gente per forza!...Insomma, senza Cristo non avrai mai bene, che sia vero bene”. Dobbiamo soprattutto ricordare che il suo quotidiano impegno e lavoro consisteva nell’amministrare il sacramento della penitenza. Vi dedicava lunghe ore, e sempre, fino a tarda notte, egli restava a disposizione ad accogliere peccatori bisognosi di perdono e figli desiderosi di guida spirituale e di conforto. Egli li riscaldava stringendoseli al cuore, quel cuore che, già dalla prima esperienza mistica che abbiamo già sopra descritto, sembrava bruciare davvero: molti testimoniarono d’aver sentito fisicamente quel fuoco che irraggiava dal suo petto.

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Ecco come egli spiegò un giorno, con un apologo, che cosa significa veramente offrirsi per la conversione dei peccatori: “Dicono che il pellicano, quando vuol pascersi, stando intorno alla riva del mare, ingoia delle conchiglie marine, che stanno serrate come sassi duri, e dentro vi è l’ostrica e la tellina, e cuocendole nello stomaco, le riscalda, e s’aprono da quella lor durezza, e le vomita e così si nutrisce il pellicano di quella carne che è l’ostrica, che stava prima duramente serrata. Voi questi duri ostinati peccatori mettetevegli nel cuore, e colla carità gridate a Dio, e fate per loro qualche penitenza… e Dio manderà la compunzione e si apriranno al lume della grazia, e voi anime, che vi liquefarete tutte in lacrime di dolcezza, pensando al gaudio che fa in cielo da Dio e dagli angioli…”. Nel 1592 sembrò che Filippo stesse per morire. Ormai i medici avevano chiuse le cortine del suo letto e invitato i presenti ad attendere in pace la fine imminente, quando a un tratto tutti lo udirono esclamare: “Oh Madonna santissima! Mia bella Madonna! Madonna mia benedetta”. Aprirono i tendaggi e lo trovarono inginocchiato, con le mani alzate, sospeso per aria, che ripeteva piangendo: “Non sono degno! Chi sono io, o mia cara Madonna, perché voi veniate a me? Chi sono io? Oh santissima Vergine! Oh Madre di Dio! Oh benedetta tra le donne!”. Quando si risvegliò da quell’estasi disse ai presenti: “Non avete visto la Madre di Dio che è venuta a trovarmi e a portar via le mie sofferenze?”. Poi s’accorse di essere in ginocchio, e si rifugiò nel letto, si tirò le coperte sul capo e scoppiò a piangere. Quindi si alzò a sedere sul letto tutto contento e disse ai medici: “Non ho più bisogno di voi! La Madonna mi ha guarito!”. Aveva settantasette anni. Vivrà ancora tre anni, in una sorta di continua preghiera. Ciò che desiderava ogni giorno di più era la Santa Comunione. Quando non riusciva a dormire, invece di far chiamare il medico, chiedeva. “Datemi il mio Signore e poi mi addormenterò!”. Morì nella festa del Corpus Domini del 1595. Fu canonizzato assieme a sant’Ignazio di Loyola e a san Francesco Saverio, che egli aveva conosciuto e amato; assieme a santa Teresa d’Avila (che era nata nel suo stesso anno) e assieme a sant’Isidoro Agricola, tutti spagnoli. In quel giorno i romani-che allora ce l’avevano un po’ su con gli ibericidissero che il Papa aveva canonizzato “quattro spagnoli e un Santo”. In Italia, quando ancora il Neri viveva, già girava un libro in latino che aveva questo titolo: Philippus, sive de Laetitia christiana , Filippo, cioè la gioia cristiana.

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PER PREGARE Prendiamoci un momento di silenzio per chiedere a Dio, per intercessione di san Filippo, di farci vivere bene l’Avvento e questo Cammino. Ricorda che lo scopo di un Cammino non è quello di diventare più bravi. Il Cammino è uno strumento, quindi un aiuto, e “diventare più bravi” può essere, come dire, una conseguenza. Bene, e allora lo scopo qual è? Prova a far entrare questa domanda nella tua preghiera…

LUNEDÌ 28 NOVEMBRE LA SANTITÀ Che cos’è la santità? E perché camminiamo verso il Natale ripercorrendo l’esperienza di un santo? La santità è Dio stesso. Quindi togliamoci dalla testa che sia una qualità umana o un modo quasi perfetto di vivere la vita. La santità è Dio presente in noi, nella nostra vita, presenza che dipende dalla FIDUCIA che ciascuno accorda al Padre, fiducia che a sua volta si traduce, ovviamente e immediatamente, in un COME mi fido di Dio: quanto, dove e perché Lo cerco, Lo aspetto, Lo amo, Lo servo, Lo accetto e, in definitiva, mi affido. Perché è così importante la santità per un cristiano? Perché Dio-presente è la letizia per l’uomo: la profonda e piena felicità. Il bene massimo per sé e per gli altri. È la vocazione ultima, quella per cui siamo nati; in sostanza, se il nostro cuore fosse una macchina, la santità sarebbe la VELOCITA’ per la quale è stato PROGETTATO. Il cuore ha un “costruttore”: Dio. Egli, come ogni costruttore, progetta ciò che costruisce per uno scopo. La santità è lo SCOPO per il quale è stato progettato il nostro cuore. Che ci piaccia o no. Quindi lo scopo NON è l’amare di più, l’amare un sacco, essere onesti, fare i buoni cristiani (tutta roba importante, ma sono “solo” frutti), lo scopo è diventare santi, essere santi. Che in noi, nella nostra vita, ci sia Dio. 16


Non cercare di diventare santi (non coltivare la santità nella nostra vita) è come non spingere mai sulla velocità. È uno SPRECO. Il peccato ci fa accontentare. La santità ci chiama a non accontentarci. Perché farci “accompagnare” dalla vita e dall’esperienza di un santo per l’Avvento, ci chiedevamo all’inizio. Perché questo periodo è quello nell’anno in cui si riflette proprio sull’arrivo di Gesù, su Gesù che chiede di entrare nella nostra vita. Il problema è dare a questa cosa un significato reale e concreto. I Santi sono coloro nei quali è evidente che il rapporto con Dio ha interessato il loro mondo interiore e spirituale, ma non è rimasto lì, separato dal loro agire: tutto di un santo è fortemente influenzato dall’essere cristiano; la loro fede si esprime attraverso doni particolari, che sono le virtù vissute in modo pieno, che essi mettono a disposizione di tutti. Questo è vero mentre sono in vita, ma anche dopo. Quei doni che Dio gli ha fatto non vengono “ritirati” dopo la morte, ma continuano ad essere a disposizione di tutti attraverso queste persone, per cui, per progredire nella fede o in qualche altra virtù, possiamo rivolgerci a loro che sono maestri in vita. San Filippo è un bellissimo esempio. È legato a Dio attraverso la preghiera in modo incredibilmente forte, al punto che nella sua vita sono presenti episodi miracolosi e inspiegabili, ma proprio per questo è interessatissimo al suo prossimo e a ciò che può fare per migliorare la vita materiale e spirituale altrui, in modo particolare dei più poveri e dei ragazzi.

PER PREGARE Leggi, sottolinea cercando di capire, scegli qualcosa che ti colpisce, “rimugina”… Dal libro del Siracide (Sir 17,1-12) Il Signore creò l'uomo dalla terra e ad essa lo fa tornare di nuovo. Egli assegnò agli uomini giorni contati e un tempo fissato, diede loro il dominio di quanto è sulla terra. Secondo la sua natura li rivestì di forza, e a sua immagine li formò. Egli infuse in ogni essere vivente il timore dell'uomo, perché l'uomo dominasse sulle bestie e sugli uccelli. Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore 17


diede loro perché ragionassero. Li riempì di dottrina e d'intelligenza, e indicò loro anche il bene e il male. Pose lo sguardo nei loro cuori per mostrar loro la grandezza delle sue opere. Loderanno il suo santo nome per narrare la grandezza delle sue opere. Inoltre pose davanti a loro la scienza e diede loro in eredità la legge della vita. Stabilì con loro un'alleanza eterna e fece loro conoscere i suoi decreti. I loro occhi contemplarono la grandezza della sua gloria, i loro orecchi sentirono la magnificenza della sua voce. Disse loro: "Guardatevi da ogni ingiustizia!" e diede a ciascuno precetti verso il prossimo. Dopo aver creato il mondo (versetti1-4), Dio si dedica all’uomo. In modo particolare alla sua anima. In questi versi è descritto un cuore non ancora toccato dal peccato, dalla grande tentazione di accontentarsi. È il cuore come lo riceviamo il giorno del Battesimo. Ci dice che ogni cosa buona che l’uomo è in grado di fare è frutto di un dono di Dio che sta a monte: amo il prossimo perché Dio mi ha donato il concetto di giustizia, riconosco ciò che è buono e ciò che non lo è perché Dio ha voluto un’alleanza (un legame importante) tra me e Lui… Il cuore dell’uomo è bellissimo e sono veramente grandi le sue potenzialità. Tutto per volere di Dio. In questo momento di preghiera non devi riflettere sui tuoi limiti o sui tuoi peccati ma, al contrario, partendo dalla lettura, concentrati sulla profondità, la bellezza, le capacità, l’intelligenza e la purezza dell’animo umano. Chiedi di scoprire qualcosa di te, di bello, che non conosci ancora. Chiedi di comprendere cos’è la santità e cosa ha a che fare con te.

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MARTEDÌ 29 NOVEMBRE LE VIRTÙ La santità, il nostro legame con Dio, ha un sacco di effetti collaterali positivi, perché questo legame determina il nostro cuore e comporta l’attitudine a compiere il bene in vari campi. Queste diverse attitudini si chiamano virtù. Siamo abituati a pensare alle virtù come a qualcosa che possiamo mettere in pratica, come campi in cui impegnarci e migliorarci: per la maggior parte delle persone è fare bene, anzi molto bene, qualcosa. Ed è vero. Ma è una riflessione solo parziale. La fede vive di gesti. Non perché vogliamo diventare degli iperattivi, ma perché se la fede non dà frutti non serve a nulla e poi, non avendo Dio davanti in carne ed ossa, è nel fare che possiamo dimostrare a Dio, a noi stessi e agli altri che quell’amore per il Signore che è la fede non è solo pio proponimento, ma è disposto a qualche sforzo e a qualche fatica. Però né la fede né la santità sono i frutti che producono. Facciamoci una domanda: se riguarda solo il fare, nel momento in cui nessuno mette in pratica una virtù, essa non esiste più? È scomparsa per sempre? Ovviamente no. Ma allora dove sono i “prototipi” delle virtù? Perché se esse “vivono” anche quando nessuno le mette in pratica, da qualche parte devono pur “stare”. Dio custodisce le virtù nel suo cuore da sempre, è il “grande portatore” di tutte le virtù, il loro custode. In Lui esse “abitano”. Tutte. Le ha inventate Lui. È evidente in Gesù. Dio ha inventato e custodisce le virtù; Gesù è “l’uomo del fare”, colui che, pienamente legato a Dio, le ha messe in pratica in modo perfetto quando era in vita qui sulla terra, concretamente nei confronti di coloro che ha incontrato, e ancora oggi verso di noi: se anche non dovesse esserci più nessuno che mette in pratica le virtù, ci sarà comunque Gesù che le vivrà e le manterrà vive amando gli uomini; lo Spirito le “porta in giro e le semina” tra l’umanità dove trova terreno adatto. Per cui le virtù, anche quando l’uomo si rifiuta o si dimentica di metterle in pratica, non cessano di esistere. Però fanno anche più fatica ad essere tramandate, perché l’uomo impara per prima cosa da altri uomini. Riassumendo: la santità comporta le virtù, le virtù comportano il fare-bene, il fare-bene comporta a sua volta un “irrobustirsi” delle virtù e della santità. Questo “movimento” aiuta anche il prossimo, perché il legame di una persona con Dio, e il fare che da esso scaturisce, non rimane nascosto. 19


San Filippo è un uomo dalle grandi virtù e ha sempre avuto a cuore che i suoi ragazzi dell’Oratorio e tutte le persone che lo avvicinavano per la confessione, scoprissero le proprie virtù e le coltivassero. Un po’ di storia I primi a definire le quattro virtù umane fondamentali sono stati i filosofi greci, e sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. Esse sono poi riprese nella Bibbia nel Libro della Sapienza (8,7). Sarà sant’Ambrogio a definirle “virtù cardinali”, in quanto cardine e fondamento di ogni altro comportamento etico. Ad esse egli aggiunge le virtù che chiama “teologali” (fede, speranza e carità) che sono state menzionate per la prima volta da san Paolo nella sua Prima Lettera ai Tessalonicesi (1,3). A queste sette fondamentali se ne collegano, e in parte da esse derivano, molte altre, come semplicità, onestà, sincerità, lealtà, fedeltà, cortesia, rispetto, generosità, riconoscenza, amicizia, coraggio, audacia, equilibrio, umiltà, castità, povertà, obbedienza. (Per approfondire Catechismo degli Adulti [827-833])

PER PREGARE Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,13-16) Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

PER MEDITARE  il sapore del sale è Gesù  la luce che ci viene dall’aver accolto Gesù è per essere messa in alto, in

vista

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Ovviamente non è un invito alla vanità. È la descrizione di una situazione. Se uno vive il Vangelo, mettendo in pratica i doni che Dio gli ha concesso, cioè praticando le virtù e i talenti annessi, farà luce anche agli altri, cioè parlerà di Dio attraverso le sue scelte e ciò che fa.

MERCOLEDÌ 30 NOVEMBRE San Filippo era una che chiamava tutti alla santità. Lo faceva in modo simpatico, pratico (senza dimenticare le difficoltà e la realtà della vita), ma anche rigoroso. Era appassionato di santità altrui. San Filippo proponeva una fede che fosse “habitus” interiore, che cioè “seguisse” ciascuno facendolo adattare (in senso positivo) a tutte le realtà, senza bisogno di regole esteriori particolari, abbastanza forte e allenata, cioè, da richiamare alla coerenza nelle diverse situazioni della vita. Egli voleva poi che la fede fosse concreta, vissuta in mezzo agli uomini, per cui insisteva su un “habitus” esteriore, cioè che l’habitus interiore fosse visibile e rafforzato da buone abitudini “pratiche”. Eucaristia, pellegrinaggi, meditazione, confessione, formazione, adorazione, carità erano le pratiche più comuni su cui san Filippo insisteva. Credeva fermamente che cuore e mani fossero strettamente legati, per cui il cuore guida le mani, ma allo stesso tempo impara da ciò che le mani fanno. Non dimenticava mai che un cristiano è un uomo, una donna, la cui fede non può prescindere dalla sua esistenza e condizione quotidiana e, cosa assolutamente innovativa per l’epoca, dal suo benessere. È uno dei primi a proporre un cammino spirituale “strutturato” per tutti, anche laici, e non solamente per chi entra in convento. Di questa struttura fanno parte una guida spirituale a cui obbedire, dei momenti di preghiera personali e comunitari, degli impegni “pratici” di carità vissuta e tutta una serie di gesti e “fioretti” che richiamano in modo semplice al senso cristiano delle cose quotidiane. Una sorta di “griglia”, di “regola di vita”, che ciascuno assume come impegno per sviluppareverificare-spendere le proprie virtù. Lo schema di preghiera che usiamo in questo Cammino ne costituisce un semplice esempio. Impegnati a vivere bene il tempo dell’Avvento anche in questo senso: cerca di essere generoso nel rispondere alle proposte, anche e soprattutto quando troverai difficoltà, perché la nostra anima a volte ha bisogno di essere messa un po’ sotto 21


pressione e di provare una giusta dose di sana fatica. Per essere accolto, Gesù, ha bisogno di spazio, e un’attesa ‘attiva’, fatta di impegni, preghiera e carità, può aiutarti a creare spazi anche inaspettati nel tuo cuore.

PER PREGARE Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,46-49) Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico? Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia. Venuta la piena, il fiume irruppe contro quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande. Se dici a un bambino di costruire una casa di Lego, lui inizia a mettere un mattoncino sopra l’altro: costruisce verso l’alto. Se chiedi a un muratore di costruire una casa vera, lui inizia a scavare verso il basso. Perché questa differenza? Perché la casa di Lego è un gioco, come quella fatta con paletta e secchiello sulla sabbia: non deve durare, deve essere divertente da fare e basta. La casa vera, invece, deve essere solida, perché deve custodire qualcosa o, meglio, qualcuno di importante, che sono le persone che la abiteranno. L’importanza della casa è in chi vi abiterà, non nei muri e nell’opera che la casa è in sé. Scavare verso il basso è il tempo della preparazione prima di cominciare un progetto. È già fatica, ma ancora non si va nella direzione del progetto, addirittura si va in direzione opposta: invece di costruire, scavo. C’è da chiedersi se ne vale la pena. Gesù dice che se vogliamo che la nostra vita, con tutto quello che facciamo e progettiamo, non sia fine a se stessa, ma sia per custodire e per proteggere noi e gli altri, prima di metterci al lavoro , dobbiamo compiere la fatica di ancorare il nostro cuore a Lui. Questa fatica è fatta di preghiera, ma anche di Eucaristia e Confessione, di direzione spirituale e servizio: è una vita spirituale intelligente. Nella nostra società chi prega e coltiva una vita di fede può essere visto come uno che non ha voglia di fare, che perde tempo o si illude. Nella testa di Dio chi pre22


ga prepara un fare molto più utile e fruttuoso. Nella parabola le fondamenta sono la vita spirituale e la casa è la vocazione. Le fondamenta fanno sì che Dio e il vivere quotidiano siano “collegati”: uno sostegno dell’altra, e non vago coesistere. Senza fondamenta la casa non poggia sulla roccia. Senza vita spirituale il fare non è un fare cristiano. È un fare e basta. Oggi ne hai la forza e domani no. Oggi la voglia, domani no. Il tempo che si dedica alla fede non è spazio rubato al lavoro quotidiano o al divertimento, ma tempo in cui si costruisce pazientemente la propria libertà. Proviamo adesso a rispondere alla domanda che ci siamo fatti il primo giorno: a cosa serve un cammino spirituale? Lo scopo della vita spirituale è rafforzare, “allargare”, rendere più intelligente l’anima; come si vede, non è riempire la vita di gesti ed abitudini, per quanto buoni essi siano. Gesti ed abitudini di preghiera e di carità servono e sono indispensabili (sono gli strumenti di un cammino), perché siamo uomini, ed è nello sforzo concreto e quotidiano che impariamo e ci esprimiamo, ma lo scopo non è quello. Una persona con un’anima forte, ancorata a Dio e in amicizia con Lui, saprà costruire nella sua vita qualcosa di saldo e accogliente.

GIOVEDÌ 1 DICEMBRE LA PRUDENZA Nel significato comune prudente è colui che osserva certe regole per evitare danni e pericoli a sé e agli altri. Essere prudenti in macchina, nel non bere troppo, in montagna, possono essere esempi tipici. In realtà la prudenza, intesa come virtù cristiana, ha un significato molto più profondo. Nella Bibbia prudenza e sapienza sono la stessa cosa, cioè la capacità umana di vedere alla luce di Dio i fatti e le azioni da compiere. La sapienza è così importante che ad essa è dedicato un intero Libro dell’Antico Testamento. Oltre alla capacità di scegliere bene porta con sé la concretezza nelle decisioni, il coraggio di osare senza tentennamenti o paura di eventuali conseguenze negative a proprio carico. È la virtù dei forti e dei coraggiosi. Un significato un po’ diverso dalla prudenza che invita a esitare e ad essere cauti! Prudenza vuole dire anche discernimento, capacità di distinguere, tra le azioni da programmare, ciò che porta a Dio e ciò che ce ne allontana, ciò 23


che è secondo l’insegnamento di Gesù, cioè secondo lo Spirito, e ciò che non lo è. Il discernimento, proprio di chi ha lo spirito della sapienza di Dio, distingue nei comportamenti quelli che corrispondono al Vangelo da quelli che sono lontani da esso. Come educare se stessi alla prudenza e come imparare ad esercitarla? Innanzitutto, come per ogni altra virtù, dobbiamo prendere coscienza che è un dono dello Spirito: la portiamo nel cuore soltanto come “seme”, ma c’è bisogno di tempo, fatica e preghiera perché cresca e si fortifichi. Poi dobbiamo fare i conti con la nostra capacità di giudicare con oggettività e con la nostra propensione al silenzio. Nel primo aspetto c’è l’intelligenza di non far finta di credere che le cose siano vere solo perché qualcuno le racconta o giuste perché sono riportate dai mass-media (tg, giornali, programmi, internet): la tele esiste ma noi possiamo spegnerla o cambiare canale, le chiacchiere girano ma noi possiamo non ascoltarle. Non per onore a una morale vecchio stampo, ma per darci il tempo di verificare i fatti, di approfondire le informazioni, di non cadere nella tentazione di giudicare situazioni e persone in modo superficiale. Ricordiamo che gli occhiali per guardare correttamente la realtà, per un cristiano, sono ciò che Gesù ci ha insegnato. Amare come Gesù dice di amare è giusto, tutto il resto avanza. Per poter giudicare correttamente, dobbiamo esercitarci a evitare di essere precipitosi, rivalutando invece l’abitudine a certi spazi di silenzio e di calma. Se non va ascoltato tutto quello che dicono gli altri, allo stesso tempo non tutto quello che ci passa per il cervello è giusto da dire e da fare! Non c’è capacità di prudenza-sapienza se non c’è l’abitudine a riflettere prima di parlare e di agire.

PER PREGARE Leggi tre capitoli del Libro della Sapienza: il primo, e poi due a tua scelta. Se non hai dimestichezza con la Parola potrà costarti un po’ di fatica, ma è importante sforzarsi di rompere il muro della pigrizia e di tutto ciò che, come dicevamo nei giorni scorsi, ci porta ad accontentarci. Sottolinea parole chiave, aggettivi, frasi che ti piacciono o che ti colpiscono. Fermati un attimo. Chiedi, partendo dalla lettura, l’aiuto ad impegnarti in UN aspetto secondo te legato alla sapienza.

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VENERDÌ 2 DICEMBRE GESÙ UOMO DELLA PRUDENZA Partiamo dall’Antico Testamento. Dal libro della Sapienza (Sap 9,9-12) Con te è la sapienza che conosce le tue opere, che era presente quando creavi il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi e ciò che è conforme ai tuoi decreti. Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito. Essa infatti tutto conosce e tutto comprende, e mi guiderà prudentemente nelle mie azioni e mi proteggerà con la sua gloria. Così le mie opere ti saranno gradite; io giudicherò con equità il tuo popolo e sarò degno del trono di mio padre. Questo testo è parte della preghiera che Salomone rivolge a Dio per chiedere il dono della sapienza e poter regnare rettamente sul suo popolo. In neretto sono evidenziati gli effetti del dono della sapienza, cioè le caratteristiche di un uomo prudente in senso biblico. Non a caso esse descrivono benissimo l’uomo Gesù, che incarna la prudenza, come ogni altra virtù, in modo completo. Per oggi il testo finisce qui, perché ci sarà da lavorare un po’ di più nella preghiera.

PER PREGARE Leggi con calma il brano della Sapienza qui sopra. Cerca di comprendere a fondo il significato delle diverse frasi. Alla luce di quello che hai appreso, sfoglia il Vangelo alla ricerca di due o tre episodi in cui Gesù pratica la virtù della sapienza. Non basarti sulla memoria: prendi fisicamente in mano il Vangelo e inizia a sfogliarlo. 25


Fai questo esercizio con pazienza. Siamo talmente abituati ad ascoltare il Vangelo, che rischiamo di cadere nell’errore di conoscerlo già a memoria. In parte è anche vero. Ma è nella preghiera il Vangelo può ancora stupirci: leggerlo in un momento tranquillo di preghiera può essere molto sorprendente per quello che salta fuori. Chi insegna che la preghiera è noia non capisce un tubo: la preghiera è l’opposto della noia. È sorpresa. Però dobbiamo avere la pazienza di infilare il naso in quelle pagine dove siamo già passati milioni di volte. Quando avrai trovato quello che stavi cercando, concludi con una preghiera che conosci e con il segno di croce.

SABATO 3 DICEMBRE SAN FILIPPO E LA PRUDENZA Filippo nel suo cammino spirituale propone spesso la contemplazione silenziosa come momento fondamentale. Era consapevole, perché lo sperimentava su se stesso, che la gioia dell’incontro con Cristo nasce proprio quando si smette di parlare e si inizia semplicemente ad ascoltare stando alla sua presenza. Egli istituì ancora prima di essere sacerdote, insieme al suo direttore spirituale Persiano Rosa la devozione delle Quarantore che veniva praticata la prima domenica di ogni mese e durante tutta la Settimana Santa. Egli si intratteneva con i fedeli in chiesa, in una preghiera continua, senza abbandonarla mai; di tanto in tanto mormorava una breve predica, ma si trattava di un discorso molto semplice e familiare, talmente “sentito” che in tanti rimanevano commossi. In cuor suo Filippo sapeva l’effetto della semplice presenza del Santissimo esposto per l’adorazione. Quando ciascuno a turno giungeva a termine della propria ora di veglia, Filippo suonava un campanellino dicendo: “Adesso la tua ora di preghiera è terminata, ma non è finito il tempo di far del bene”, consapevole che solo da qui potesse nascere qualsiasi servizio realmente radicato nella carità. “Signore Gesù Cristo, le parole che hai rivolto al Padre tuo sono nate dal silenzio. Conducimi in quel silenzio, affinché le mie parole possano essere dette nel tuo nome e, così, possano essere feconde”. Queste sono le semplici parole che Henri J. M. Nowen, di recente nominato beato, psicoterapeuta e direttore spirituale nonché padre Oratoriano, cioè 26


dell’ordine dei Padri fondato da San Filippo, dedicava alla preghiera feconda che nasce dal silenzio, interiore ed esteriore. Nel corso dei nostri giorni, rumorosi ed indaffarati, è talmente difficile fare silenzio (ad esempio spegnere cellulare, televisione, ipod, ecc.) e rimanerci in quel silenzio, in silenzio con la bocca, ma ancora di più in silenzio col cuore. Tante parole che si moltiplicano, premono dentro e fuori: bisogni e richieste in apparenza necessari ed inderogabili, musica che non crea più solo gioia e benessere, ma diventa un frastuono riempitivo. Spesso le parole che ascoltiamo si moltiplicano, hanno perso il loro potere creativo e comunicativo, diventano rumori che disturbano, distraggono, portano “fuori strada”. Il silenzio è vissuto con smarrimento, inizialmente appare vuoto e sterile, privo di attrattiva. Tutto ciò dimostra la nostra paura, la nostra insicurezza, la necessità di compagnia, la ricerca della propria affermazione, oppure il bisogno di essere riconosciuti e di ricevere attenzioni. Come è triste scoprire quanto ci disorienta rimanere soli con noi stessi…

PER PREGARE Mettiamoci alla scuola di San Filippo e proviamo a sperimentare un po’ della sua preghiera contemplativa: ciò significa “mettersi silenziosamente alla presenza”. Ricorda che pregare non è anzitutto chiedere o parlare di noi a Dio. È anche queste cose, ma trova il suo valore nel desiderio si trascorrere del tempo con il Signore. Per questo cercare il tempo per la preghiera è importante anche quando il nostro meditare è “arido”, non proviamo nulla, non ci viene in mente niente. Solo il fatto di decidere lo stesso di stare lì ha il suo valore che, stiamone certi, Dio apprezza sempre. Da oggi struttura la preghiera del mattino in questo modo:  dopo il segno di croce fai silenzio dentro di te, cioè cerca di concentrarti

su quello che stai per fare e prova a lasciare fuori dalla porta qualsiasi altro pensiero (cose da fare, studio, lavoro, problemi: per queste cose avrai tutto il resto della giornata)  dedica qualche minuto allo Spirito Santo chiedendo di aiutarti a pregare

e a vivere bene questo momento

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 leggi il brano che ti viene proposto, segnando e sottolineando come or-

mai ti sarai già abituato a fare. È il momento di far due chiacchiere con Gesù, di interrogarlo su cosa voglia dire quel brano della Parola e su cosa significhi per te in particolare, di quali virtù vengano fuori e quali indicazioni ti suggerisca  quando trovi un pensiero, un’immagine o una parola che ti colpisce,

fermati su quello. Non c’è più bisogno di ragionare. È il momento di pregare silenziosamente, cioè senza parole e senza richieste. È stare davanti al Padre con quello che la lettura ti ha suggerito. All’inizio è complicatissimo, ma poi ci si abitua . Chi ha già provato lo sa, e chi è alle prime armi dovrà fidarsi e avere un po’ più di pazienza con se stesso  termina con un momento di colloquio più libero, secondo quello che è

emerso durante la lettura e il silenzio. Per ora basteranno due o tre minuti per momento, per un totale di 8-12 minuti: si può fare! Le prime volte ti potrà creare molto disagio e le parole potrebbero emergere nella tua mente senza controllo. Non temere tutto ciò, offri anche questa tua fatica, chiedendo anche aiuto come faceva Henri J Nowen: “Dammi o Signore questo silenzio. Fa’ che io sia paziente e cresca lentamente in quel silenzio nel quale posso star con te, so che nel mio cuore tu mi parlerai e mi mostrerai il tuo Amore.” Fidati! Perseverando sentirai presto i frutti di questa pratica. Mettiamoci subito alla prova con un brano… Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,5-8) Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

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Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Buon lavoro.

DOMENICA 4 DICEMBRE Incominciando da oggi, ogni domenica dovrai scegliere due impegni da mettere in pratica ogni giorno della settimana successiva. Saranno:  un impegno di carità o servizio (qualcosa a favore di qualcuno) che ti aiuti a crescere in una virtù  un ‘fioretto’, cioè un impegno o una rinuncia che ti aiutino a correggerti da un vizio Per sceglierli segui questi criteri:  devono toccare un ‘nervo scoperto’, cioè ti devono costare  fatti guidare dalle riflessioni sulle virtù della settimana precedente  devono essere fattibili. Non: “non parlerò più male di nessuno”, ma un più praticabile: “non parlerò male di QUELLA persona che non sopporto”. Non: “non dirò mai più nessuna parolaccia”, ma “non dirò QUELLA parolaccia” o “non dirò parolacce davanti a quella persona (per esempio la nonna!) perché so che le dà fastidio”. E così via…  offrili ogni giorno al Signore, perché Lui (e non tu!) possa, attraverso il tuo impegno, farti avanzare nella vita spirituale  se vuoi puoi offrire questo gesto per qualcuno che sai aver bisogno di un aiuto e una preghiera  fa tesoro in cuor tuo della gioia e della fatica di portare avanti questi impegni  troverai qualche suggerimento lungo il Cammino, ma tu gioca di fantasia: insomma imita san Filippo che di fantasia in questo campo ne aveva tanta!

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Due parole sul valore dei “fioretti” Un fioretto è gesto concreto che ha lo scopo di “lavorare” su un aspetto della vita di fede. È sempre un gesto di offerta a Dio: è in questo simile alla preghiera. Si offre ciò che si decide di fare, si affida a Dio il proprio desiderio di conversione che il fioretto attesta, si offre anche la fatica che un fioretto può richiedere. I fioretti possono riguardare un peccato da debellare (il vizio di parlar male di qualcuno, il vizio di guardare riviste porno, il vizio del bere…) o la rinuncia a qualcosa di lecito (cioè non un peccato) cui mi costa fare a meno (i dolci se uno è goloso, facebook illimitato…) come strumento per educare il cuore. Suggerimento per la scelta degli impegni, partendo dalla virtù della settimana appena trascorsa. Sulla prudenza: sono molte le azioni che fai ogni giorno, molte le persone che incontri abitualmente: se ci pensi bene e provi a rispondere alle domande “Gesù come farebbe questa cosa? Cosa direbbe o come si comporterebbe con quella persona?” ti accorgerai con facilità che i tuoi gesti e le tue parole non corrispondono proprio a quelle di Gesù… Ecco pronto il primo suggerimento: scegline una di azione o di persona, e vivi non come ti suggerisce “il tuo istinto” ma come farebbe Gesù. Ricorda: la prudenza è la virtù dei i forti e dei coraggiosi! Il cammino oggi non prevede un lavoro particolare se non quello di scegliere i due impegni, di partecipare alla Santa Messa e di recuperare le eventuali tappe rimaste un po’ in sospeso.

LUNEDÌ 5 DICEMBRE LA GIUSTIZIA La definizione più semplice e chiara di cosa sia la giustizia ci viene da Platone: “dare a ciascuno il suo”. Potrebbe sembrare a prima vista un concetto base sul quale non vale neanche la pena discutere, ma in tempi di relativismo etico quali quelli che viviamo oggi, può non essere, purtroppo, un con30


cetto poi così chiaro. Col relativismo c’è poco da confrontarsi: mille teste equivalgono a mille modi diversi di pensare, con un unico punto in comune: in base al fatto che a ognuno è riconosciuto di poter formulare una propria scala di valori, ciascuno pretenderà di aver ragione. Il mondo ateo non ha una voce unica di riferimento, per cui è veramente complicato ragionare in termini di giusto e sbagliato. Eppure il concetto stesso di giustizia chiama in causa quello di bene e di male, di qualcosa che è giusto e di qualcosa che non lo è. Le discussioni etiche tra mondo ateo e religioso, soprattutto per raggiungere un accordo giuridico e legislativo, probabilmente non finiranno mai, perché partono da due presupposti troppo distanti. Immersi come siamo nel mondo attuale, anche per noi cristiani il rischio del relativismo è tra le tentazioni più forti. Eppure nella Bibbia il concetto di giusto e di giustizia è richiamato centinaia di volte. Dire che un uomo è “giusto”, nell’Antico e Nuovo Testamento, è il complimento più grande che si possa fare di una persona. Il suo significato è molto lontano dal nostro concetto attuale; nelle Scritture definire un uomo “giusto” vuole dire che quell’uomo ha un giusto rapporto con Dio. Nessuno conosce fino in fondo il rapporto che un uomo ha con il Signore, ma non esiste persona che sia giusto davanti a Dio e che non lo sia anche davanti agli altri uomini. Il comportamento corretto e buono nella società è indice di una persona che riconosce Dio come Padre e come buona ogni sua Parola. Poi è arrivato Gesù e ci ha detto che la giustizia ha a che fare con la croce, sua, nostra e degli altri. Non è un punto di vista facilissimo da accettare, ma sappiamo benissimo che non è sbagliato. Giustizia è farsi carico di una croce che non sarebbe nostra, solo ed esclusivamente perché nel Vangelo è scritto di non lasciare il fratello soffrire da solo. Esattamente come ha fatto Gesù. Ci si trova davanti ad una scelta: da una parte una strada faticosa di condivisione di un dolore, di una solitudine, di un abbandono, di una povertà; dall’altra la strada più semplice di continuare indisturbati la nostra vita. Nessuno ci giudicherà se scegliamo la seconda via, perché quella croce, obiettivamente, non è la nostra, eppure, solo ed esclusivamente perché sentiamo che è la strada giusta, prendiamo la prima. Non basterà di sicuro, a quel punto, il coro dei “chi te lo ha fatto fare” che si solleverà intorno a noi per farci sentire stupidi, perché la coscienza di compiere il giusto è un premio molto grande. E poi, sorpresa di ogni sorpresa, scopri il senso delle parole di Gesù quando dice: ”il mio carico è leggero”. È e rimane un giogo: la vita sarebbe più semplice e meno fatico31


sa senza di esso, ma è inspiegabilmente “leggero”, è come se non pesasse, perché senza neanche sapere come, tu, quel peso, riesci a portarlo e a essere ancora felice. Anzi, più felice di prima. Davanti alle ingiustizie possiamo sempre dire a noi stessi che esiste una giustizia divina che si compirà nel giorno del giudizio, ma quella è meglio lasciarla a Dio. Noi occupiamoci dell’oggi, di costruire la giustizia sulla terra. È nostro dovere e compito di cristiani prenderci cura di coloro che sono nell’ingiustizia. Non stiamo parlando di qualche ora di pur meritevole volontariato, ma di prenderci a cuore la sofferenza, di far entrare nella nostra casa la povertà e la solitudine degli altri e di costruire anche la nostra vita, quando necessario, attorno ad un bisogno altrui. È questo il fondamento delle vocazioni particolari che condividono in tutto la povertà, delle professioni di stampo sociale, dell’affido e dell’adozione, dell’impegno politico serio, del servizio come impegno di vita, del farsi carico sino all’ultimo di un familiare anziano, disabile o ammalato. La domanda: ”Cosa voglio fare della mia vita?”, “Signore, cosa vuoi che io faccia della mia vita?”, ha a che fare moltissimo con la giustizia cristiana.

PER PREGARE Leggi e prega come ti è stato suggerito sabato. Da ora in poi farai sempre in questo modo la tua preghiera, aumentando il tempo di cinque minuti all’inizio di ogni settimana, a partire da lunedì prossimo. Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4,1-13) Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane". Gesù gli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo". Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: "Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo". Gesù gli rispose: "Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai". 32


Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra". Gesù gli rispose: "È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo". Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato. Questo brano è importante perché, pur non occupandosi di un singolo episodio in cui Gesù vive o si esprime sulla giustizia, segna il momento in cui Egli, da uomo quale era in tutto, ha dovuto decidere lo stile con il quale vivere la sua vita tra gli uomini e del suo rapporto con Dio. Anche per Lui vivere in modo giusto non è stato automatico, ma il frutto di una scelta. Solo dopo questa scelta ha iniziato la sua missione. Il diavolo ha proposto a Gesù una strada fatta di poca fatica e molti onori, una strada fatta di privilegi: “Perché amare quando hai già tutto?”. Gesù rifiuta, tracciando una direzione anche per noi.

MARTEDÌ 6 DICEMBRE UN TESTIMONE DELLA GIUSTIZIA: DON PEPPINO PUGLISI. "C’è un aspetto particolare nei martiri dei nostri giorni: essi vengono uccisi non perché credono, ma perché amano; non in odio della fede, ma in odio dell’amore… Don Pino è stato ucciso perché la mafia non poteva tollerare l’amore con cui egli si dedicava a sottrarre i giovani alla strada e alla malavita… La testimonianza che Salvatore Grigoli, l’assassino di don Puglisi, ha reso pubblicamente dopo essersi convertito, conferma che, per estirpare la mafia non basta il coraggio delle forze dell’ordine… (o) i politici e i magistrati onesti… La forza per sconfiggere la mafia è l’amore, la carità alimentata dalla fede, che sola può trasformare le coscienze, cambiare la mentalità, la cultura e la vita." padre Bartolomeo Sorge, gesuita, direttore a Palermo del centro "Pedro Arrupe" 33


Chi era don Pino? Figlio di un calzolaio, don Treppì, come lo chiamavano i suoi ragazzi, era nato a Palermo il 15 settembre del ’37 a Romagnolo, una borgata a pochi passi da Brancaccio, il quartiere di cui diventerà parroco e nel quale nascerà il suo assassino. Poco prima del diploma magistrale gli arriva la vocazione. È prete a Palermo, nella borgata di Settecannoli, poi parroco a Corleone, nella frazione di Godrano. Sarà il cardinale Pappalardo a spostarlo a Brancaccio, nella periferia orientale della città. Il posto lo conosce bene, conosce bene la mentalità, la gente e il suo difficile modo di tirare avanti. Sa che il problema principale è il lavoro e che, sulla sua mancanza, la malavita mette facili radici con le sue allettanti proposte. La formazione, l’istruzione potrebbero far molto, ma a Brancaccio non c’è neppure la Scuola Media. Pino comincia allora a lavorare coi più giovani, coi ragazzi: è convinto di essere ancora in tempo per formarli e per dar loro dignità e speranza. Per i suoi "figli" fonda il Centro "Padre nostro". "Coi più piccoli – diceva – riusciamo a instaurare un dialogo. I più grandicelli sfuggono, sono attirati da altre proposte". Il piccolo e mite prete comincia a dar fastidio. Lavora in silenzio, non fa clamore, non va sui giornali, ma scava nelle coscienze, costruisce legami, apre prospettive diverse. Cominciano allora gli "avvertimenti": una ad una vengono incendiate le porte di casa dei membri del comitato. Poi le minacce, sempre più dirette, e il pestaggio di un ragazzo del Centro. Ma ad ammazzare un prete, fino ad allora, la mafia non si era ancora spinta. La chiesa era, tutto sommato, un territorio ancora franco. Se ne poteva sperare comprensione, rifugio. Ma quel prete… Arriva allora la condanna. Il killer, Salvatore Grigoli, viene allertato. "Lo avvistammo in una cabina telefonica. Era tranquillo. Che fosse il giorno del suo compleanno lo scoprimmo dopo. Spatuzza gli tolse il borsello e gli disse: Padre, questa è una rapina. Lui rispose: “Me l’aspettavo”. Lo disse con un sorriso… Don Pino non ha scritto molto. Un suo intervento però ci rimane. L’aveva tenuto a Trento, due anni prima di morire. Il testo è di un’agghiacciante profezia: "La testimonianza cristiana è una testimonianza che diventa martirio. Infatti testimonianza in greco si dice martyrion. Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza." Essa servirà a dar fiducia "a chi, nel profondo, conserva rabbia nei confronti della società che vede ostile… A chi è disorientato, il testimone della speranza indica non cos’è la speranza, ma chi è la speranza. La speranza è Cristo, e si indica logicamente attraverso una propria vita orientata verso Cristo".

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INTERVISTA IN CARCERE ALL’ASSASSINO DI DON PUGLISI «GLI SPARAI, LUI SORRISE» di FRANCESCO ANFOSSI Spunta all’improvviso nella penombra del parlatorio. È vestito di nero: nero il suo pullover, i suoi jeans, le sue scarpette di vernice. In una stanza di un carcere di massima sicurezza Salvatore Grigoli soppesa le parole e le pronuncia con sofferenza. È stato uno dei killer più spietati di Cosa nostra: ha confessato 46 omicidi, è implicato nelle stragi di Firenze, negli attentati di Roma, in quello ai Parioli ai danni di Maurizio Costanzo. Ed è l’autore dell’assassinio che gli ha cambiato la vita, quello di don Pino Puglisi, il parroco di Palermo ucciso il 15 settembre di sei anni fa davanti alla porta di casa. Un assassinio che, racconta, «ci sembrò subito come una maledizione, perché da allora cominciò ad andarci tutto storto». Quella che segue è la cruda testimonianza di un uomo di 36 anni che ha deciso di collaborare con la giustizia dopo l’arresto di due anni fa. E che dichiara il suo pentimento.

 Perché era stato dato quell’ordine? [Di uccidere don Puglisi] «C’era la convinzione che il Centro Padre nostro, da lui creato, fosse un covo di infiltrati della polizia. Poi si scoprì che non era vero. Ma innanzitutto perché nelle prediche, a messa, parlava contro la mafia e la gente sentiva questo suo fascino, soprattutto i giovani».

 C’era qualche frase in particolare? «Non so se c’era una frase particolare, anche perché a noi le cose ce le riferivano. I Graviano (i fratelli Filippo e Giuseppe, boss di Brancaccio, accusati di essere i mandanti, ndr) non andavano alle sue messe. Erano cose che gli venivano raccontate. Ma Cosa nostra sapeva tutto, pure che continuava ad andare in Prefettura e al Comune per chiedere la scuola media e il recupero degli scantinati di via Hazon, che voleva fare requisire, il Comitato intercondominiale, le prediche. C’era gente vicina a don Pino che andava in chiesa e poi ci veniva a raccontare».

 Prima dell’omicidio ci furono le vostre intimidazioni: l’incendio alle porte di casa dei membri del Comitato, le minacce, il pestaggio di un ragazzo. Puglisi era cosciente dei rischi? «Lui aveva capito certamente da dove arrivava il messaggio. Noi facevamo questi attentati per allontanare da Brancaccio don Pino e la gente che lo 35


appoggiava. Infatti un paio se ne andarono. Ma Puglisi continuava a fare quello che aveva sempre fatto, parlare contro la mafia...».

 E arrivaste a quella sera. «Lo avvistammo in una cabina telefonica mentre eravamo in macchina. Andammo a prendere l’arma. Toccava a me. Ero io quello che sparava».

 Era nervoso, guardingo? «No. Era tranquillo. Che era il giorno del suo compleanno lo scoprimmo dopo. Spatuzza (un componente del commando che lo uccise, ndr) gli tolse il borsello e gli disse: padre, questa è una rapina. Lui rispose: me l’aspettavo. Lo disse con un sorriso. Un sorriso che mi è rimasto impresso».

 Il sorriso di un santo? «Non ho esperienza di santi. Quello che posso dire è che c’era una specie di luce in quel sorriso. Un sorriso che mi aveva dato un impulso immediato. Non me lo so spiegare: io già ne avevo uccisi parecchi, però non avevo mai provato nulla del genere. Me lo ricordo sempre quel sorriso, anche se faccio fatica persino a tenermi impressi i volti, le facce dei miei parenti. Quella sera cominciai a pensarci, si era smosso qualcosa».

 E le manifestazioni antimafia per le vie di Brancaccio, un mese dopo? «Cominciammo a capire che non era stata una cosa utile per noi. Anzi, aveva peggiorato la situazione. Una specie di autogol. A quel punto abbiamo scelto il silenzio. E poi cominciarono i problemi, e tra di noi, lo commentavamo come una maledizione».

 Cosa nostra rispettava i preti, quello era il primo omicidio del dopoguerra. «Per Cosa nostra la Chiesa era quella che, se c’era un latitante, lo nascondeva. Non perché era collusa, ma perché aiutava chi aveva bisogno. Un territorio neutro. Cosa che è venuta a mancare negli ultimi anni».

 Lei è a conoscenza di qualche latitante nascosto da sacerdoti? «No, però si sapeva nell’ambiente, che in passato era avvenuto».

 E la Chiesa di Puglisi? «La Chiesa di Puglisi era una Chiesa diversa».

 Ricorda le parole del Papa ad Agrigento contro i mafiosi, nel 1993? «Vagamente, io allora ero un mafioso. Mi toccò molto di più una lettera pubblicata sul Giornale di Sicilia da alcuni giovani che mi invitavano al pentimento».

 Ma nell’ambiente di Cosa nostra che effetto fecero le parole del Papa? «Si vociferava che la Chiesa cominciava ad essere diversa». 36


 Ci sono mafiosi religiosi in Cosa nostra? «Il novanta per cento dice di credere in Dio. Uno dei miei coimputati diceva sempre: in nome di Dio, prima che ci muovessimo per andare ad ammazzare qualcuno. A me questa cosa mi dava fastidio: ma che aiuto ti può dare Dio, che andiamo ad ammazzare?, gli dicevo io. Ho sentito dire che Giuseppe Graviano qualche volta andava a messa. È gente che legge la Bibbia. La Bibbia la leggevo anch’io, da latitante. Mi piaceva leggerla. La leggevo allora e la leggo adesso da credente. Perché è quando sei solo che cominci a riflettere. Perché loro ti inculcano questa cultura: che tutto quello che fa Cosa nostra è giusto».

 Che passi della Bibbia ama leggere? «La vita di Cristo sulla terra».

 Lei dice di essersi convertito. «Vede, io c’ho questa convinzione: che a me non mi crederà nessuno. Io sto cambiando, devo cambiare, ma voglio che siano i fatti a far parlare me. Mi piacerebbe essere a Palermo il 15 settembre per l’anniversario della morte di Puglisi. Ma a me queste cose non piace dirle, perché penseranno che sono un ipocrita. Lo Stato poi dovrebbe aiutare chi può cambiare. In questo carcere, ad esempio, mi hanno negato persino un prete. Come si fa a cambiare? Per cambiare bisogna essere aiutati. Per questo sono molto grato a padre Mario, una persona squisita».

 Padre Mario Golesano, il parroco di Brancaccio che ha sostituito Puglisi. «Sì, io gli devo moltissimo, non mi ha mai abbandonato. Lui mi ha scritto per primo. Ho provato un’emozione intensa nel ricevere quella lettera. Mi scriveva di quanto era bello sentire il pane profumato, faticato, sudato, guadagnato con i sacrifici. Di sentire la gioia dei miei bambini. La gioia che io ho tolto a tanti bambini. Il mio rammarico è quello di aver tolto tanti padri ai loro figli».

Un profumo che a Brancaccio non sentì. «Lì fin da bambini si comincia a sentire il fascino degli uomini di rispetto».

Lei ha scritto anche una lettera aperta al sindaco di Palermo, Orlando. «Come rappresentante della cittadinanza. Ho invitato chi è in Cosa nostra a cambiare, a seguire lo stesso cammino che sto facendo io. Conosco i miei coimputati e sono convinto che alcuni di loro potrebbero cambiare. Anche se è difficile, perché Cosa nostra ti inculca che tutto è giusto, che lo Stato è il nemico numero uno, che i magistrati sono dei mostri, che Falcone e Borsellino sono i nemici numero uno di Cosa nostra». 37


 Cosa nostra a Palermo è ancora potente? «Non vorrei che si finisse come a Napoli, in un gruppo di clan in cui il primo che si sveglia spara. Almeno Cosa nostra manteneva l’ordine. Cosa nostra in questo momento è in ginocchio. E l’arma è quella dei collaboratori di giustizia. Chi lascia che vengano denigrati fa un grosso sbaglio».

PER PREGARE Predicando contro la mafia don Puglisi concludeva spesso le sue omelie con una frase di san Paolo: "Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?". Sembra una lotta tra Titani: Dio e il male. E noi che dobbiamo scegliere solamente da che parte stare. I giusti sanno che Dio è il più forte dei due e Gli si affidano. Però non è facile. Veramente nella vita è possibile affidarsi a Dio, specie quando c’è da scegliere tra il bene e il male? Preghi mai prima di una scelta difficile? Per chiedere cosa? La superficialità nella vita di fede e nella preghiera in particolare è nemica della giustizia, del rimanere amici di Dio, del poter fare al momento giusto la scelta giusta. Prova a riflettere e poi pregare sulla superficialità, ovviamente tua: non degli altri e su come e dove essa influisca nella tua vita di cristiano.

MERCOLEDÌ 7 DICEMBRE QUANDO LA PAROLA RENDE “GIUSTI” AGLI OCCHI DI DIO Tutte le azioni e le iniziative di Filippo verso i suoi discepoli avevano lo scopo di rinforzare la loro passione per Cristo; egli auspicava in tutti, ma soprattutto nei ragazzi, una fede vivace. Era proprio questo che cercava di fare negli esercizi pomeridiani dell’oratorio. Presso l’oratorio di San Girolamo quei momenti amichevoli ed informali tra Filippo ed i suoi ragazzi, diventarono in breve tempo incontri capaci di richiamare centinaia di persone: il posto lasciato da qualcuno per adempiere alle proprie incombenze lavorative veniva immediatamente occupato da un altro ospite. Inizialmente veniva lasciato un po’ di tempo alla preghiera mentale (quel fertile silenzio auspicato dal Filippo), poi uno dei fratelli leggeva un libro spirituale (i preferiti erano le Laudi di Jacopone da Todi e la Vita di San Colom38


bini da Siena), poi Filippo interveniva, spiegando il testo con maggior precisione, ma sempre con grande semplicità, per permettere a tutti i presenti, popolani , nobili, colti e persone meno istruite, di far giungere le parole al cuore. Talvolta chiedeva ad uno dei fratelli di esporre la propria opinione sull’argomento e allora il discorso proseguiva sotto forma di dialogo. Veniva invitato poi un altro dei fratelli a leggere su di un sedile leggermente più alto qualche episodio della Vita dei Santi, arricchito da qualche brano del Vangelo o dei Padri della Chiesa. Il terzo intervento, invece riguardava la storia della chiesa. Ad ognuno non era concessa più di mezz’ora per parlare. Gli esercizi si concludevano con canti e musica nella gioia collettiva. Bisogna sottolineare che Filippo raccomandava sempre tutti di intervenire con la massima spontaneità e semplicità e anche chi arrivava più tardi spesso veniva invitato ad occupare i primi posti. È davvero speciale e piacevole poi, la scelta di concludere con la musica questi pomeriggi di preghiera, anche perché vi contribuivano (senza compenso) i migliori compositori dell’epoca. Era una strada alternativa, quella scelta da Filippo, di far raggiungere l’armonia del cuore attraverso l’armonia delle note. È una buona occasione per riflettere sul potere delle parole nella nostra vita e… ancora di più sul potere della Parola. Siamo spesso così distratti e fuorviati dal surplus di parole che ascoltiamo ogni giorno che rischiamo di non darle più importanza, senso, soprattutto non ne facciamo MEMORIA. Le parole fondano le nostre relazioni, ma riflettiamo bene che tipo di comunicazione utilizziamo con le persone a noi care, familiari ed amici, e da che carica di aggressività o, ancora, indifferenza sono caratterizzate. Con le parole facciamo promesse, che spesso diventano “palle di neve al sole” (un bel testo cantato da Samuele Bersani), aspettative create in chi è più fragile, più debole, più piccolo. Speranze mancate o Illusioni che lasciano vuoto e tristezza… E pensare che il Natale è PRESENZA, CALORE, SPERANZA.

PER PREGARE Dal Vangelo secondo Marco (Mc 7,31-37) Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. 39


E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: "Effatà" cioè: "Apriti!". E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano: "Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!". Ci sono nel Vangelo episodi di guarigione che riguardano tutti e cinque i sensi. Gesù ridona agli uomini la capacità di udire e di parlare, togliendo di mezzo ciò che lo impedisce: la malattia. Gesù mette in grado di usare bene tutte le facoltà umane. Bene vuole dire senza impedimenti. Di usare nel modo giusto. Compiere il bene è il modo giusto di agire. Il bene-agire, il bene-dire, il bene-fare, dovrebbe essere il criterio con cui ci verifichiamo. Spesso negli esami di coscienza viene insegnato a ricercare cosa si è fatto di male. È giustissimo, ma è solo uno dei criteri, e neanche il primo in ordine di importanza. Il criterio è compiere il bene. La parola, l’udito, le mani, gli occhi, l’intelligenza, la memoria: attraverso di essi ho compiuto del bene?

GIOVEDÌ 8 DICEMBRE LA FORTEZZA La fortezza riguarda l’esercizio della giustizia, la prosecuzione del bene: essa ci assicura di compiere il bene in ogni situazione. È la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza in ogni situazione. Catechismo della Chiesa cattolica A noi il vocabolo “fortezza” risuona antiquato e non lo usiamo nel linguaggio ordinario. Simo tuttavia coscienti del fatto che il vocabolo indica una realtà molto attuale. Infatti dire “fortezza” significa parlare della paura e del co40


raggio: e tutti noi abbiamo momenti di paura, di ansia, di angoscia. Chi non soffre, nel compiere il bene, tentazioni di ripugnanza, di disgusto? Chi non è a volte legato dalla timidità, soprattutto in situazioni pubbliche difficili? Spesso la paura ci impedisce di compiere ciò che sappiamo essere bene e giusto, oppure non ci permette da parlare. Noi preferiamo usare i termini “conformismo” e “rispetto umano”; ma si tratta, in realtà, di paura. Sono tanti gli atteggiamenti contrari alla fortezza. Ne ricordo uno, perché è molto dannoso nei paesi dove regna la mafia: l’omertà, che è una forma di paura. Il campo della fortezza è dunque molto ampio, perché di questa virtù c’è bisogno là dove si deve resistere alle minacce, si devono superare le paure, si devono affrontare la noia, il tedio, il disgusto dell’esistenza quotidiana per riuscire a mettere in atto il bene. Per questo è una delle virtù umane, morali fondamentali, che ogni persona onesta dovrebbe vivere. In quale modo possiamo vincere le paure, superare il rispetto umano, mostrare coraggio? Qualche esempio: 1. La fortezza suppone la nostra vulnerabilità; posso, cioè, essere forte e coraggioso perché sono vulnerabile. La vulnerabilità fisica e psicologica è parte della natura umana. D’altra parte, se non ci sapessimo vulnerabili, non riusciremmo mai ad essere coraggiosi, a crescere nella fortezza: saremmo spavaldi, millantatori. Il primo gradino della fortezza cristiana non è di stringere i denti, bensì di prendere coscienza della propria debolezza e dei propri limiti. La fortezza non è allora semplicemente una forma di audacia e spavalderia che fa stringere i denti in uno sforzo eroico. È, invece, un abbandonarsi in pace a Dio, sapendo che siamo deboli, fragili; è distensione del cuore, pace interiore. 2. La fortezza è riferita, in ultima analisi, all’ultima vulnerabilità dell’uomo: la morte. La fortezza è, appunto, la virtù che ci fa superare la paura della morte. Nel cristiano la fortezza si riferisce in maniera privilegiata al martirio: dare la vita, affrontare la morte per il sommo bene e per evitare il sommo male che è il peccato, la perdita della fede, il tradimento di Dio. 3. La fortezza si esprime al meglio nel resistere, nel vivere la virtù cristiana della pazienza, e non nell’aggressività dell’attacco. La grandezza d’animo del cristiano e la sua magnanimità si rivelano nella paziente attesa. San Tommaso, citando Aristotele, scrive: “È principalmente nel resi41


stere alla tristezza che alcuni sono detti forti”. Resistenza quindi alla tristezza, all’accidia, al tedio, che ostacolano il compimento del bene. 4. Infatti, oltre al caso del martirio, c’è la quotidianità, nella quale dobbiamo resistere nel nostro dovere, nel nostro lavoro, nel fare il bene malgrado tristezze, fatiche fisiche, malinconie, forse nostalgie di situazioni diverse. Dobbiamo resistere nel bene non solo quando ci sono i nemici interni, come appunto la fatica e la frustrazione, ma pure quando i nemici vengono dall’esterno: incomprensioni, maldicenze, strumentalizzazioni, calunnie. E dobbiamo resistere nella pace, perché è questo il dono della fortezza. Questa virtù è necessaria soprattutto in una società molle, paurosa, in cui ci si spaventa di fronte alla prima difficoltà, nello studio, nel lavoro, nella vita coniugale, nella vita comunitaria. È virtù di tutti i giorni, perché non c’è bontà senza fortezza, non c’è giustizia senza questa capacità di resistere al logorio quotidiano. Proprio nella quotidianità si esprime la magnanimità del cristiano, la sua capacità di sopportare, per amore e con grazia di Dio, situazioni pesanti e ingrate. da Virtù di Carlo Maria Martini

PER PREGARE Dal salmo 18 (18,2-4) Ti amo Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza. Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici. Adesso prova a sostituire alla parola “nemici” la parola “peccati”. Il salmo acquista subito un significato più prossimo all’esperienza di tutti i giorni. Ora immagina di recitare questa preghiera alla fine del sacramento della confessione. Per riuscire a farlo di cuore è necessario essere pentiti al punto giusto di quello che si è confessato, altrimenti è impossibile. Non rimane che capire quali siano i tuoi “nemici”: non tutti, faresti solo confusione; però almeno due sì; cerca di individuare i due nemici che in questo periodo ren-

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dono il tuo cuore meno forte e di cui puoi chiedere a Dio di liberarti. Prendi un po’ di tempo: la fretta non ti permetterebbe di andare a fondo.

VENERDÌ 9 DICEMBRE TESTIMONIANZA DI UN MONACO (FORTE) Nel 1992 in Algeria inizia un periodo segnato da violenze e soprusi. In cinque anni verranno assassinate circa centomila persone. In questo contesto di incredibile violenza, sono presi di mira anche tutti i cristiani che vivono e lavorano nel Paese. I monasteri e i religiosi diventano “bersagli” molto facili. Nel 1993 il monastero di Tihiberine riceve la prima visita da parte di un gruppo armato di combattenti musulmani. I monaci che vi abitano hanno a quel punto la certezza di essere stati “segnati”. Dopo molto pregare e lunghe discussioni decidono di non andarsene, per rimanere fedeli alla loro vocazione e alle persone che abitano intorno al monastero, con le quali vivono da sempre in pace, e che hanno in esso un riferimento di amicizia, nonché di cure mediche e di assistenza nelle necessità, ove la povertà dei monaci stessi può fare qualcosa. Nel marzo 1996 Frère Christian, priore della piccola comunità, scrive queste riflessioni per la Quaresima: “Dobbiamo trovare nell’incarnazione le vere ragioni della nostra presenza pasquale in Algeria. Pasqua inizia dalla partecipazione di Dio alla finitudine dell’uomo. Tutto è pasquale nella vita del Figlio. Dobbiamo avere una visione ampia del mistero pasquale. Morte e resurrezione fanno parte del mistero dell’incarnazione che consiste nel prendere l’umanità per introdurla nella gloria di Dio. Dobbiamo trovare nel mistero dell’incarnazione le vere ragioni della nostra presenza: Nella Pasqua di Cristo, la redenzione è il motivo, ma l’incarnazione è il modo. Dopo la prima visita di un gruppo armato in monastero, il Natale del 1993, abbiamo celebrato la messa di mezzanotte. Dovevamo accogliere questo Bambino indifeso e già minacciato. Attraverso questi eventi ci siamo sentiti invitati a “nascere”. La vita di un uomo passa di nascita in nascita. Giovanni, l’evangelista dell’incarnazione- “e il Verbo si è fatto carne” (Gv1,14)- , era l’unico discepolo presente ai piedi della croce. Ci presenta l’intera vita di Cristo come un mistero di incarnazione. Nella no43


stra vita c’è sempre un bambino da mettere al mondo: il figlio di Dio che noi siamo. “Bisogna rinascere”, ha detto a Nicodemo. Questa nascita ci è proposta nella chiesa. La chiesa è il proseguimento dell’incarnazione. Essa non ha che noi, qui, per continuare l’incarnazione. Nel bene e nel male. Dopo che un gruppo armato ci ha fatto visita a Natale, un abate cistercense ci ha scritto: “L’ordine non ha bisogno di martiri, ma di monaci”. Il coraggio del quotidiano è quello che ci prende più alla sprovvista. Uno studente africano, tornato al suo paese durante l’estate, ha chiesto a suo nonno se avesse dovuto tornare in un’Algeria che conosce una crisi violenta. Risposta del nonno: “Dove bisogna lottare per vivere, là devi essere, perché è là che approfondirai la tua vita.” Come vivere questo mistero dell’incarnazione? San Francesco di Sales rispondeva: “Bisogna ricevere tutto con identico amore”. L’incarnazione ci raggiunge ovunque. La Regola di San Benedetto, nel brano riguardante il commercio, conclude le sue riflessioni con la frase di san Paolo: “Affinché in ogni cosa Dio sia glorificato”. Per questo bisogna stare saldi nella pazienza, partecipare mediante la pazienza alle sofferenze di Cristo, senza sconfinare nel futuro che appartiene solo a Dio. C’è speranza solo là dove si accetta di non vedere il futuro. Pensiamo al dono della manna. Era quotidiano. Ma non se ne poteva tenere per il giorno dopo. Voler immaginare il futuro è fare della fanta-speranza. Gli apostoli erano preoccupati perché avevano un pane solo. Non capivano che era sufficiente. Noi sappiamo chi è il pane. Se è con noi, il pane sarà moltiplicato. Non appena pensiamo il futuro, lo pensiamo come il passato. Non abbiamo l’immaginazione di Dio. Domani sarà un’altra cosa e noi non possiamo immaginarla. Questa si chiama “la povertà”. “Dio mio, sono pienamente provvisto di questo legame che tu vuoi offrirmi”. Il futuro appartiene a Dio che, in ogni modo, vuole colmarci. La nostra grande grazia, come chiesa in Algeria, è che in questo abbandono noi siamo assimilati ai giovani di questo paese, che non vedono qual è il loro futuro. E vorremmo, noi, avere altre certezze? Dobbiamo essere testimoni dell’Emmanuele, cioè del “Dio-con”. C’è una presenza del “Dio tra gli uomini” che proprio noi dobbiamo assumere. È in questa prospettiva che cogliamo la nostra vocazione a essere una presenza fraterna di uomini e di donne che condividono la vita di musulmani, di algerini nella preghiera, nel silenzio e nell’amicizia. Le relazioni chiesa-islam balbettano ancora perché non abbiamo ancora vissuto abbastanza accanto a loro. Dio ha tanto amato gli algerini che ha dato loro il suo Figlio, la sua 44


chiesa, ciascuno di noi. “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”. Circa un mese dopo aver scritto queste riflessioni, F. Christian e altri sei monaci dei nove presenti al monastero verranno rapiti di notte da una banda armata e poi ritrovati morti qualche settimana dopo. La loro vicenda è raccontata, oltre che in numerosi scritti, nel film “Uomini di Dio”.

PER PREGARE Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 3-12) Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Facciamo un altro gioco di sostituzione. Alla parola “beati” sostituisci “non abbiate paura di essere”. Rileggi le beatitudini facendo la sostituzione. Ora a questa frase sostituisci “sono forti”, che ha lo stesso significato. Per cui le beatitudini diventano: “Sono forti i poveri in spirito, sono forti gli afflitti…”. Abbiamo collegato in modo definitivo e chiaro la fortezza, la paura e la felicità. 45


Adesso cerca di richiamare alla memoria uno o due momenti che hai vissuto in cui sei stato forte in senso cristiano, cioè secondo le beatitudini e non secondo “il mondo”, e hai scoperto di essere felice per questo. Se pensi che non ti sia mai successo (ma non è possibile!), chiedi a Dio che si presenti presto questa occasione. Probabilmente, invece, comprenderai che ti è già accaduto, per cui ringrazia, medita, fai silenzio così come ti viene più spontaneo pregare.

SABATO 10 DICEMBRE SAN FILIPPO E LA FORTEZZA Le scelte educative di Filippo nei riguardi dei suoi discepoli (i ragazzi e più in generale i penitenti frequentatori dell’Oratorio) erano opportunamente mirate a rinforzarne la fede e a spronarli in una continua ricerca della volontà di Dio e alla “mortificazione” di sé, cioè alla superbia, alla vanità che porta fuori strada rispetto al rapporto personale con Dio. Egli stesso non ha mai accettato volentieri riconoscimenti pubblici, rifiutando più volte la porpora cardinalizia e rifuggendo da chiunque lo esaltasse come santo in terra. Soffriva molto di questo e cercava di mascherare in ogni modo o di sdrammatizzare i miracoli, gli eventi soprannaturali (le cosiddette estasi, cioè i rapimenti mistici che lo prendevano durante la preghiera) con le risate e, spesso, mettendo se stesso in ridicolo. “Meglio buffone che santo” sembrava dire quando si vestiva con abiti buffi, variopinti e scompagnati, perché sapeva bene quanto il riconoscimento pubblico, le lodi dei potenti, i facili onori, potessero essere una tentazione pericolosa. Con questo messaggio non voleva svuotare di dignità il suo ruolo di educatore di anime e di sacerdote, ma voleva affermare forte che tutto ciò che lui “era” e “trasmetteva” era un dono prezioso di Dio. Additava con umiltà al vero maestro, dimostrando a tutti che era un “servo inutile”. In realtà servo inutile non era proprio, anzi, voleva affermare che la via per la santità passava attraverso l’umiltà, svuotarsi di sé per riempirsi di Cristo. Amava giocare con i bambini, scherzare con loro, e quando si staccava per breve tempo per pregare e qualcuno dei piccoli si avvicinava per richiamarlo ad unirsi a loro giochi, lo faceva sempre: giocando con loro sapeva di servire Dio! 46


Non amava le “mortificazioni corporali” che si usavano a quel tempo, cioè le punizioni corporali come espiazione di qualche peccato commesso, infatti consigliava di riparare al male compiuto con azioni di altro genere, a volte piuttosto curiose e comiche, ma sempre intese a “distruggere la vanità”. Diceva ai suoi ragazzi “se volete giungere ad estremi, giungetevi nella dolcezza, nella pazienza, nell’umiltà e nella carità”. Questo significa: siate radicali, ma nell’amore, soprattutto quando le cose si fanno difficili e costano sacrificio. Una delle figure più nobili, in senso spirituale, del suo oratorio fu proprio il giovane Cesare Baronio, che diventò in seguito cardinale nonché uno dei più famosi storici della chiesa di tutti i tempi, ma questo giovane “sopportò” scherzi, imposizioni e richieste “bizzarre” di ogni tipo da parte del suo maestro spirituale. Costui gli ordinò di scrivere gli “Annali”, cioè volumi che raccoglievano la storia ecclesiastica, ma non gli permise mai di lasciare i doveri verso l’Oratorio (la cucina, le pulizie, i servizi più umili). Egli, intelligente e minuzioso di carattere gli obbedì, ma fu costretto a rivedere i suoi studi ben sette volte, impiegando trent’anni, prima che Filippo gli concedesse di pubblicarli. Divenne famoso presso gli studiosi di ogni parte del mondo allora conosciuto, ma più diventava celebre ed acclamato, più il suo maestro lo costringeva a servire come cuoco la cucina dell’oratorio: sul camino, il giovane studioso scrisse con un pezzo di carbone “Baronius coquus perpetuus”. Era in cucina proprio quando una delegazione di sapienti, autorizzata dal papa, si recò a visitarlo e lo trovarono in grembiule, con le maniche rimboccate, intento a lavare le pentole. E quando con enorme sforzo il giovane sacerdote pubblicava qualche volume e lo mostrava con orgoglio a Filippo, aspettandosi qualche parola di lode, ne riceveva l’obbligo di servire a trenta messe. Non solo: gli ordinò di cantare il “Miserere” durante un matrimonio, di andare a prendere il vino presso le osterie assaggiandone senza comprare nulla e, caduto malato, di ordinare alla febbre di andarsene per poter tornare a lavorare (e tutto ciò fu messo in pratica per filo e per segno). Filippo impose ad un altro studioso oratoriano di “correggere” l’opera scritta da Baronio. Costui lo fece e effettivamente trovò qualche punto che gli sembrava impreciso, ma Cesare rinunciò a difendersi piuttosto che essere costretto a contraddire un suo compagno. L’estrema cosa che gli chiese di fare Filippo, fu di donare all’Oratorio tutto ciò che avrebbe ricevuto in compenso per la sua opera storica. Con grande sofferenza e fortemente tentato di andarsene una volta per tutte, dopo dolorose riflessioni, Cesare Baronio accettò di farlo, ma Filippo, ridendo, gli rispose che non gli interessava il denaro, voleva 47


solo imporgli un’ultima lezione di umiltà. Un’anima spiritualmente meno forte di lui avrebbe mollato molto prima, invece, dichiarò “Ch’io abbia potuto scriver gli Annali è di per sé stesso, lo so, interamente un dono di Dio. A lui dunque vada tutta la gloria e a me l’umiliazione”. Quanto ci sembra assurdo ed illogico tutto questo! Che crudeltà vediamo nell’atteggiamento di Filippo e che devozione in quello di Cesare Baronio! Tuttavia quanto amore deve essere servito al giovane discepolo per obbedire, e al vecchio maestro per credere e vedere la santità da far crescere in uno dei suoi ragazzi. Le scelte educative richiedono realmente, talvolta, molta fatica e perseveranza, sia in chi le opera, sia in chi le riceve. Bisogna essere capaci di fidarsi delle scelte d’Amore che sentiamo essere il pensiero di Dio per noi, la nostra vocazione, al di là del semplice momentaneo successo, della gratificazione. Un Sì, detto con decisione una volta per tutte, richiede nel corso dell’esistenza molte altre quotidiane decisioni impegnative, che diventano una specie di piccoli mattoni sacri dedicati a costruire la nostra personale ed umile Santità. Ci spaventa la parola “sacrificio”, ha assunto un significato pesante e sgradito, ma proviamo a trasformarla, pensiamo che nel suo senso più profondo vuol dire “rendere qualcosa, un oggetto, un’azione, sacro”, cioè “dedicarlo a Dio”, restituirlo come un dono proprio a Lui, il Creatore di ogni cosa.

PER PREGARE Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-4) Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Il bene è qualcosa che compi verso gli altri ma, in definitiva, deve riguardare solo te e Dio. Più facile da dire che da mettere in pratica. La tentazione di 48


cercarsi qualche merito è sempre in agguato. Dio non è contro la lode che succede di ricevere, che a volte può sollevare anche da qualche momento di stanchezza, ma è contro l’ammirazione come scopo, magari inconfessato, del nostro agire, specie nel compiere il bene. Tutti abbiamo sperimentato la mancanza di gratitudine nel servizio, ed è una delle prove più difficili. Forte è colui che serve, che prega, che si comporta con coerenza, solamente perché pensa che sia giusto farlo.

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DOMENICA 11 DICEMBRE Per la domenica ti ricordo di partecipare alla Messa, di recuperare il cammino se negli scorsi giorni è stato trascurato e di scegliere due impegni per le virtù su cui hai pregato la scorsa settimana: giustizia e fortezza. Ti ricordo che i due impegni per ogni virtù sono:  un impegno di carità o servizio (qualcosa a favore di qualcuno) che ti aiuti a crescere in una virtù  un ‘fioretto’, cioè un impegno o una rinuncia che ti aiutino a correggerti da un vizio Sulla giustizia: la giustizia riguarda il rapporto con Dio e riguarda anche il rapporto con i fratelli; ha a che fare con la croce, la compassione, l’offerta di sé… Un suggerimento per l’impegno di carità: sicuramente ti è capitato di conoscere situazioni di ingiustizia, di sofferenza grande: anche se istintivamente vien da dire “ma io cosa c’entro?” oppure “io cosa posso farci?”, il Signore Gesù ti chiede uno sguardo e un cuore differente, che ti renda più simile a Lui. Nei confronti di quella situazione di ingiustizia che hai presente agisci esattamente che Gesù. Il fioretto, che combatte contro un vizio, potrebbe essere questo: ti sarà sicuramente capitato di subire un’ingiustizia, anche piccola, uno sgarro, un gesto cattivo… Prega per quella persona che ti ha fatto del male: prega per la sua felicità, chiedi a Dio di donarle lo Spirito Santo perché la sua vita si riempia della Sua pace. Sulla fortezza: la fortezza riguarda la scelta del bene, quella quotidiana, che va scelta e portata avanti ogni giorno, che si scontra contro le piccole tentazioni, contro la noia, l’abitudine. Vivere questa virtù non significa essere invincibili ma conoscere la propria debolezza e conoscere l’origine della nostra forza. Per l’impegno di carità scegli qualcosa che assolutamente “non fa parte di te”, “non rientra nelle tue attitudini”: qualcosa che metta allo scoperto una tua debolezza; la forza per compiere quel gesto non sarà da attingere dalle tue qualità ma da una forza più grande, quella di Gesù.

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Il fioretto potrebbe riguardare il peccato di presunzione: ti capita mai di insistere su una cosa, fino a litigare, perché sei convinto non solo che sia giusta la tua versione, ma che sia questione “di vita o di morte” fare come dici tu? Oppure quando ti accorgi di aver torto ma che pur di non ammetterlo, sei disposto a proseguire un’assurda battaglia? Ecco pronto un suggerimento: metti alla prova la tua fortezza, lasciando vincere l’opinione dell’altro, rinunciando ad aver ragione a tutti i costi, riconosci davanti a lui di aver sbagliato, chiedi perdono per la tua presunzione.

LUNEDÌ 12 DICEMBRE LA TEMPERANZA Se chiediamo a cinque persone di darci una definizione di temperanza, verranno fuori cinque definizioni diverse. Per un semplice motivo: nessuno sa cos’è la temperanza. E’ un termine che non si usa più. Oggi si preferisce parlare di autocontrollo, che però non è la stessa cosa. L’autocontrollo riguarda il porre freno a qualcosa che ci potrebbe venire in mente di fare o di dire, mentre la temperanza riguarda piuttosto l’equilibrio nell’ uso dei cinque sensi. La temperanza ha a che fare col mettere ordine in se stessi. Con la concretezza. Si occupa di cose semplici, quotidiane, e le rende importanti. Non è per l’eroismo ma per la sobrietà e il rispetto delle cose e delle persone. Attraverso l’abitudine alla temperanza io so dare il giusto peso alle cose che vivo. Vediamo questi punti uno per volta: -mettere ordine in se stessi vuole dire conoscersi e governarsi. Sapere che siamo fatti di corpo e di anima e che ci dobbiamo occupare di tutti e due, perché corpo e anima sono collegati: l’anima, attraverso l’intelligenza, comprende e ‘vaglia’ le informazioni che ci vengono dai cinque sensi (cioè dal corpo), distinguendo ciò che è giusto e ciò che è buono da quello che non lo è, e decide cosa vuole fare di queste informazioni, cioè quali azioni vogliamo far seguire a quello che abbiamo conosciuto, visto e compreso; poi l’anima, attraverso la volontà, orienta e sostiene le azioni che decidiamo di compiere. Una volontà forte ed allenata governa le azioni, una volontà debole subisce gli istinti. 51


-si occupa dell’uso dei cinque sensi, per cui è la virtù della quotidianità. Non esiste giorno in cui io non possa o non debba praticarla. Ci insegna che tutto ciò che si fa è collegato al cuore e alla fede ed è giusto che non ce ne dimentichiamo. Mostra come il quotidiano sia la palestra della volontà. -governando gli istinti ci porta al rispetto degli altri, di noi e delle cose. Ci modera. Ci insegna che non siamo il centro del mondo e che non possiamo comportarci come se lo fossimo, per cui via capricci, relativismi e sprechi. Ma ci insegna anche che tutti hanno delle necessità e che per queste mi devo spendere. Per cui è anche fonte di slanci e di generosità. -lavorando sul controllo dei capricci (di ciò che pretendo adesso e subito, perché superficialmente ed egoisticamente in esso vedo la fonte della mia soddisfazione, che scambio erroneamente per felicità), impariamo l’equilibrio tra ciò che desideriamo e ciò che dobbiamo-possiamo fare. Dare la giusta importanza alle cose vuole dire imparare a far lavorare bene intelligenza-volontà-istinti insieme, e a non far prevalere un aspetto sull’altro, perché se si esagera con l’intelligenza si rischia di diventare poco pratici e di pensare di poter dirigere gli altri, se si esercita solo la volontà si rischia di diventare rigidi, se ci si lascia andare a tutti gli istinti non ci si governa più e saranno essi a comandare. PER PREGARE Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,10) Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Togliamoci dalla testa che male e bene compiuti siano ‘acqua’. Le azioni che compiamo lasciano un segno nell’ anima. Le azioni buone rendono più sensibile al bene la nostra intelligenza e più forte la nostra volontà, rafforzando la capacità di scegliere e compiere il bene; il peccato rende più ottusa l’intelligenza, insinuando in noi che tra bene e male ci sia una differenza relativa, e rende più fiacca la nostra volontà. Dire “non mi confesso perché tanto faccio sempre gli stessi peccati”, come se per ‘preoccuparci’ dovessimo aspettare di fare un peccataccio, è sbagliato. San Filippo era pienamente cosciente di questo, perciò chiedeva e insegnava ai suoi ragazzi di confessarsi spesso.

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MARTEDÌ 13 DICEMBRE TEMPERANTI MA NON NOIOSI Ieri abbiamo visto come la temperanza sia una virtù di tutto rispetto. Eppure se la fede cristiana, e l’essere cristiani, sono considerate cose noiose, lo dobbiamo proprio alla temperanza. O, meglio, ad un modo sbagliato di concepire questa virtù. Per molto tempo il continuo richiamo alla temperanza è stato il fulcro del catechismo. E, come al solito, quando si scambiano mezzi e regole per obiettivi, si fa sempre qualche danno. In realtà, probabilmente, il guaio è nato a fin di bene. Come oggi, anche un tempo era cosa risaputa che la santità è la presenza di Dio in noi, poi però, per facilitare, si è passati a dire che Dio ci guarda, e da qui affermare che Dio è Colui che vede e controlla il passo è stato breve. Quella di un Dio controllore è una delle immagini più autolesioniste che una religione possa inventare. Un clamoroso auto-gol. Nel senso che non può che allontanare chiunque dal desiderio di aderire a quella fede. La temperanza era vista come il modo per far contento Dio e come il mezzo per non farlo arrabbiare, per cui è diventata la virtù dei ‘non’: non dire, non fare, non ti azzardare. Messa in questo modo, una vera noia. Cerchiamo allora di rimettere ordine e di tenere quello che in questa catechesi c’è di buono. Non è il Dio che controlla, è il Dio che è presente. E se è presente, portate pazienza, vede anche. Ma della sua presenza io non posso che essere contento, perché di un Dio distante cosa me ne faccio? Di un Dio che non vede ciò di cui ho bisogno, il bene che gli voglio, i miei desideri più veri, i miei slanci, i miei errori, c’è bisogno? No. La temperanza è la virtù che coltiva la coscienza della presenza del Signore nella mia vita e mi guida a comportarmi di conseguenza: con rispetto verso di Lui, e di conseguenza verso il prossimo e me stesso, cercando di compiere il bene, evitando il male. Quali sono le cose da tener presenti per vivere così e non cadere nell’errore del ‘non-qualsiasi-cosa’ ma neanche del ‘tutto-è-permesso’? Ecco la risposta: entusiasmo e amore. L’entusiasmo perché ci spinge a prendere sul serio le cose che accadono, le scelte da fare, le persone; l’amore perché ci pone nell’atteggiamento corretto davanti alla realtà. 53


Entusiasmo e amore cancellano la possibilità di vivere il quotidiano in modo passivo, falsamente controllato, e noioso. Gesù era un tipo equilibrato, eppure non era noioso. PER PREGARE Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,3-11) Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; và e d'ora in poi non peccare più". L’entusiasmo, la passione per l’uomo, fa sì che Gesù prenda a cuore la vicenda di questa donna e di quegli uomini. Ascolta, comprende, non giudica. E’ l’amore per l’adultera che gli permette di non condannarla, ma è lo stesso amore per lei (e per tutti i deboli che commettono un peccato, cioè chiunque di noi) che gli fa dire “Non peccare più”. Perché il peccato non è per il nostro bene.

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MERCOLEDÌ 14 DICEMBRE FILIPPO ED IL CUORE IN “ARMONIA” Filippo si alzava la mattina col sorriso ed aveva fatto della gioia lo “stile” con cui vivere con gli altri e lo proponeva ai suoi discepoli, sottolineando sempre l’importanza dell’umiltà (che egli chiamava “mortificazione”) e della gaiezza. Come abbiamo visto, l’esercizio della temperanza dona “equilibrio” tra il sentire e l’agire, ma anche questo cammino mostra di essere positivo (attenzione bene: non “facile”) solo se caratterizzato dalla gioia. Egli, naturalmente, non si aspettava che tutti manifestassero un’allegria del suo stesso tipo (nessuno infatti gli assomigliava, anche se molti suoi compagni erano brillanti e vivaci), ma era convinto che i malinconici non potessero far progressi nella vita spirituale. Diceva: ”Voglio che non facciate mai peccato, ma che siate sempre gai”. Uno dei suoi detti preferiti era: “uno spirito gaio ed allegro raggiunge la perfezione molto più facilmente che uno spirito triste”. Gli piaceva che la gente ridesse e scherzasse ed un cuore lieto era per lui segno del benessere dato dalla presenza di Dio nel cuore. Ovviamente, come abbiamo già saputo di lui, il suo stile di vita era davvero rigoroso, ancor più che sobrio, davvero frugale, ma non incoraggiava mai i suoi discepoli all’eccesso di mortificazione, particolarmente nel digiuno, soprattutto nel non mangiare in modo giusto e nutriente. Lui poteva vivere con poco pane accompagnato da acqua e vino, ma raccomandava ai suoi ragazzi di alimentarsi e godere della gioia dei pasti comunitari come viatico per il loro servizio tra i bisognosi: l’energia per fare il bene non doveva mai mancare! Questo richiamo al piacere nella convivialità, era ben finalizzato a creare lo stato d’animo e la predisposizione migliore all’impegno della carità anche in situazioni difficili e drammatiche, ma non era un via libera al lasciarsi andare ai piaceri smodati e alla goliardia. Per lui la temperanza, la povertà vista come distacco dalle cose, e la gioia erano strettamente collegate: riteneva che più un uomo fosse distaccato dalle cose, non se ne facesse, cioè, dominare, più grande è la sua felicità, e che il bene dell’individuo non consiste nell’accrescere il numero dei propri bisogni, ma nel diminuirlo. Il distacco dal possesso delle cose, dalla sensualità dannosa, risiedeva secondo lui nel “buon” esercizio della volontà, buono nel senso di equilibrato, armonioso, sensato. Altrimenti anche la volontà avrebbe esaltato il potere di sé a discapito del rispetto della volontà di Dio. Anche la volontà va controllata: con l’ironia, la mortificazione di sé, 55


l’accettazione serena di rendersi ridicoli. Raccomandava ai discepoli il disprezzo assoluto dell’opinione che altri potevano nutrire nei loro riguardi, imponendo loro, per esempio, di accudire alle bestiole dell’oratorio, oppure di svolgere i servizi di pulizia più umili con gli abiti più belli. E se ciò suscitava risate ed allegria nella comunità, vi era anche la serenità che prima o poi tutti sarebbero passati attraverso quell’esperienza, così non affiorava mai l’offesa e l’avvilimento. Convinto com’era che la vera infelicità nascesse dall’eccessivo amor proprio e dall’orgoglio, teneva moltissimo che i suoi discepoli godessero nel modo più sereno possibile del giusto piacere dato dai sensi: erano creati dal Buon Dio, dunque strumento di grazia. Con la sua solita fantasia, escogitava numerose occasioni per far esperienza di ciò: l’ascolto di musica ed inni di grande valore dopo l’oratorio, “pic nic” tra i vigneti e allegri canti nel corso dei pellegrinaggi alle sette chiese, giochi, recite, scherzi con i bambini… Aveva fatta sua la ricetta per “il giusto equlibrio”: ubi maior minor cessat, in presenza di quel che possiede più valore e importanza, quel che ne ha meno perde la propria rilevanza. Quando si ha qualcosa di più grande a cui guardare, il momentaneo fastidio della rinuncia piano piano si attenua. Se si è invasi dalla presenza di Dio nel cuore, via via le cose vane, superficiali, addirittura quelle nocive, perdono potere e peso. Con la confessione frequente, Filippo riteneva che lo Spirito Santo attraverso il dono della grazia, avrebbe fatto pulizia del male, come una sorta di “spazzino dell’anima”, per questo teneva molto alla frequenza e all’impegno verso questo sacramento PER PREGARE Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-15) Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: "Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?". E Gesù disse loro: "Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.” Gesù è sempre il giusto criterio e il valore più grande. Fare una cosa perché mi aiuta ad amare meglio il Signore, è giusto. Fare una cosa che alla fine mi distoglie da Gesù, perché mi fa sentire più bravo, non va bene.

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GIOVEDÌ 15 DICEMBRE LA FEDE La fede è la prima delle virtù teologali – fede, speranza, carità – che sono specificamente bibliche. Martini, in una sua catechesi, le descriveva in sintesi così: “Nella loro unità inscindibile ce le presenta san Paolo fin dalla sua più antica Lettera, quella dei Tessalonicesi: “Siamo continuamente memori davanti a Dio e Padre del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo” (1Ts1,3). La triade, fissata ormai nella lettera paolina, la ritroveremo nel Nuovo Testamento, negli scritti dei Padri della Chiesa, nella catechesi. Si tratta di tre atteggiamenti molto importanti e sempre collegati tra loro perché sono propri del cristiano. Evidentemente il discepolo di Cristo si qualifica anche per la sua prudenza, giustizia, fortezza, temperanza, ma in quanto crescono sul terreno della fede, speranza, carità. Sono virtù legate alla rivelazione, a Dio che si rivela in Gesù Cristo. Senza di essa non avrebbe senso la fede, che è il sì al Dio che si rivela; né avrebbe senso la speranza, che si appoggia alle promesse di Dio sulla vita eterna; né avrebbe possibilità di esistere la carità, che significa amare come Dio stesso ama. Si chiamano teologali o divine non soltanto perché si riferiscono a Dio, ma anche perché è Dio a renderle possibili, a offrirci la grazia di credere, sperare e amare.” Adesso occupiamoci della fede in modo particolare. La virtù della fede è un rapporto di fiducia: c’è fede quando c’è fiducia tra una persona e Dio. Tra te e Dio. Non un Dio generico, perché per fortuna per credere non abbiamo bisogno di immaginarci niente, visto che Dio, in Gesù, si è presentato all’umanità: “Io sono qui e sono così, non c’è bisogno che cerchi di immaginarmi: guardami, ascoltami. Ti voglio bene, tutto qui. Ti fidi di me: di ciò che dico, di quello che faccio, di come vivo, della speranza che porto?”. La fede è la risposta (personale) a questa domanda e la storia che ne segue. Perché una volta detto quel sì (o quel no) la fede diventa un percorso, una storia. Di fatto, la nostra storia. Impariamo nel tempo a conoscere il Signore e così facendo, di conseguenza, a conoscere noi stessi: ad aver fiducia in Dio e ad aver fiducia in noi; i nostri limiti non ci spaventano più, il delirio da onnipotenza, ossessione di nostri tempi, perde qualsiasi significato, e ci troviamo capaci di affrontare la vita. 57


La fede è la virtù della reciprocità tra noi e Dio. Riempie di fiducia la nostra vita. Se c’è qualcosa che può aiutarci a veder chiaro nella nostra umanità fragile e bellissima allo stesso tempo, e ad aver fiducia in essa, è la fede. Attraverso la fede che riponiamo in Lui, Dio ci dona fiducia in noi stessi, nel futuro, nelle nostre capacità, negli altri. PER PREGARE Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 1-19) Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: "Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". Gli risposero: "No". Allora disse loro: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "È il Signore!". Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: "Portate un pò del pesce che avete preso or ora". Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: "Venite a mangiare". Enessuno dei discepoli osava domandargli: "Chi sei?", poiché sapevano bene che era il Signore.

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Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti. Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: "Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". Gli disse di nuovo: "Simone di Giovanni, mi vuoi bene?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci le mie pecorelle". Gli disse per la terza volta: "Simone di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: "Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi". Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi". Certo che il povero Pietro, dopo il primo momento di grande felicità, deve essersi sentito proprio uno stupido: aveva dubitato ed ora Gesù era lì davanti a lui, ancora vivo dopo la morte; lo aveva rinnegato dopo essersi sentito forte come un leone: “fidati di me, Gesù!”, e il Signore era venuto lo stesso a cercarlo... Pietro si sente stupido, ma il Signore non la pensa allo stesso modo. Voler bene è amare e perdonare, e avere ancora fiducia. Fidandosi ancora di lui, Gesù insegna a Pietro che può avere di nuovo fiducia in se stesso, che Dio lo ama ancora e desidera e aspetta come prima il suo sì.

VENERDÌ 16 DICEMBRE Capita spesso che momenti bui e difficili della vita diventino scuola di fede e santità in modo del tutto inaspettato: succede allora che la fede coltivata sino a quel momento, in un quotidiano assolutamente normale, sa regalare 59


una forza e una fiducia con un’abbondanza che nessuno, durante la sua normalità, riesce ad immaginare. BENEDETTA MI HA CONVERTITO Benedetta è entrata a casa dopo aver vissuto i suoi primi cinquanta giorni di vita in ospedale. Non tutto è stato risolto e non tutto potrà essere risolto. Ma va benissimo così! Provo a raccontare-piuttosto confusamente e con una serie di emozioni affastellate-una piccola storia di fede e di fedeltà. Benedetta secondo i criteri oggi dominanti non sarebbe dovuta nascere. La sua vita è ancor più dono, speranza, verità, amore. Queste righe sono una “confidenza spirituale”, in amicizia. Siamo abituati a pensare che le persone deboli, fragili, piccole, malate, abbiano bisogno di avere accanto uomini e donne forti in tutto e per tutto. Ho fatto una scoperta: non è vero. L’esperienza mi ha insegnato, mordendomi la carne, che sono io ad aver bisogno di una persona debole, fragile, piccola, malata. Questa persona ha un volto e una storia. Il suo nome è Benedetta. E’ mia figlia. L’ho pronunciato con fierezza, ad alta voce, il nome di mia figlia la sera che l’ho battezzata. I medici e le infermiere del reparto di terapia intensiva hanno interrotto il loro lavoro per qualche istante e si sono riuniti intorno all’incubatrice di Benedetta per partecipare a quel singolare rito del Battesimo amministrato dal padre alla figlia. Per qualche secondo gli allarmi non sono suonati. Ho tracciato il Segno di Croce sul suo corpo, piccolo, sofferente. Un attimo di silenzio. Poi è scattato il “fischio” a denunciare un problema alle pulsazioni di Giacomo, uno dei piccoli ricoverati. Per il rito di “completamento” del Battesimo, e più precisamente per il rito di accoglienza di una bambina già battezzata, abbiamo scelto il giorno del Lunedì dell’Angelo: nel giorno del “non abbiate paura” l’abbiamo presentata “ufficialmente” alla comunità cristiana. E' il giorno dopo la Risurrezione. E’ il giorno delle donne, dei più deboli e dei più piccoli. E’ il giorno della sorpresa che sfocia nella speranza e nella gioia. Nei primi, drammatici, giorni di vita l’unica parte del suo corpo che si poteva accarezzare senza far suonare l’allarme era la sua manina destra. Ho messo un dito nella sua mano e lei lo ha stretto con la sua fragile forza. Siamo stati così per ore, in comunione. Felici di stare insieme. La sua fiducia mi ha toccato il cuore. Oserei dire: ma ha convertito.

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Le nostre mani unite erano un segno di amore. Mi sono trovato a pregare senza averlo deciso: Ho recitato mille Ave Maria facendo scorrere lentamente il mio polpastrello sulle sue ditine, come se fossero i “grani” della Corona del Rosario. Sono sicuro che Dio, in quei momenti, teneva il suo dito nell’altra mia mano. La paternità che ho per Benedetta, Lui ce l’ha per me. Benedetta mi ha proposto di scegliere, una volta per tutte, la vita. Ha aperto davanti a me una porta di speranza. E non ha ancora il dono della parola. Mi ha introdotto in un mondo della sofferenza e della piccolezza che ignoravo totalmente. Ho capito subito che Benedetta ed io saremmo avanzati insieme, che lei mi avrebbe aiutato più di quanto potrei mai fare io. Senza dubbio so fare tante cose “efficaci”, tuttavia mi sono accorto che queste non occupano il primo posto nella lista di ciò che Benedetta si attende da me. Si aspetta l’essenziale: la presenza, la rivelazione, l’amore. Il mio ruolo è quello di darle la possibilità di rivelare il proprio dono, la propria capacità di amare nella verità. E’ straordinario come Benedetta possa comunicare una nuova visione del mondo. Abbiamo atteso sette anni il dono di un figlio. Evidentemente il Signore ha voluto che ci caricassimo di amore così tanto da poter accogliere una bambina che di amore ne ha bisogno…”di più”. Benedetta è un profeta. Chiama al cambiamento. La malattia, la debolezza, è una condizione oscurata oggi. E’ una dimensione debole della vita e forse si tende a percepirla come una mortificazione inaccettabile. Giorno dopo giorno, con una rapidità quasi brutale, si diventa solo quel male, si diventa solo quelle cure. Si capisce, a poco a poco, che cosa significa malattia e lo si capisce attraverso giornate di dolore, di paura, di solitudine. Il Signore ci ha aiutato puntualmente a scegliere di vivere e non di sopravvivere e basta. Benedetta non è mai sola: accanto ha tutte le persone che le vogliono bene. Anche quando non poteva vederle e non poteva sentirle ha comunicato con il cuore. Tutte queste persone le danno la forza. Benedetta lotta anche per loro. Ecco che proprio lei, così piccola, è capace di vivere e di far vivere una delle esperienze più serie della vita, che appartiene a tutti, e che non dovrebbe trovarci mai troppo impreparati. Ora è il “tempo della riabilitazione”, ci dicono i medici. E’ senza dubbio un fatto fisico che passa attraverso la paziente e spesso limitata ricostruzione di quella architettura mirabile e delicata che è il corpo umano. Ma la riabilitazione è soprattutto un “fatto 61


dell’anima”, della speranza, della preziosità di ogni vita e di ogni persona che è sempre Sede della presenza del Signore. Per questo tutti abbiamo bisogno di essere riabilitati. Sicuramente più di Benedetta. Giampaolo (da ‘Ombre e Luci’ n°87) PER PREGARE Dal Vangelo secondo luca (Lc 1,26-38) L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te". A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". Allora Maria disse all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio". Allora Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto". E l'angelo partì da lei. Dio si affida a Maria e con lei a tutta l’umanità. Maria si fida e si affida a Dio. La sua vita cambia e così anche la nostra. La fede di Maria è tutta in quel “sì”. Non esiste fede senza un “sì” a Dio davanti alle richieste quotidiane e straordinarie della vita.

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SABATO 17 DICEMBRE FILIPPO E LA FEDE: LA FIDUCIA DI ACCOGLIERE LA PROPRIA VITA Ogni volta che uno dei penitenti di Filippo faticava a completare la propria confessione, non trovava le giuste parole, oppure si sentiva un reietto, lontano dall’amore di Dio ed indegno di perdono, egli lo abbracciava stretto a sé, comunicava tutto l’amore ed il calore di un Padre che perdona attraverso il suo cuore. Quell’uomo si sentiva rinato, amato, perdonato, degno di aver ancora una possibilità di compiere il bene nella propria vita. Ancora prima, e al di là di ogni giudizio, Filippo era principalmente uno strumento di “redenzione”. Ecco un’altra delle numerose parole “fuori moda” che abbiamo incontrato nel corso di questo cammino, ma mai così attuale: significa “liberare”, anzi meglio “riscattare, recuperare”. La fede forte e vera può essere solo quella di un uomo libero, recuperato alla vita, fiducioso che il suo Dio non ha aspettative inarrivabili su di lui, ma “attese”: lo aspetta nel suo cammino, sempre pronto a riallacciare le fila di una relazione guastata. Proprio per questo motivo, alla base di ogni cammino di fede guidato da Filippo si trovava la confessione. Oltre a questo passaggio egli raccomandava la preghiera intensa e la frequentazione assidua ai sacramenti, oltre che un percorso di ricerca e studio delle cose di Dio in particolare ai suoi discepoli. Egli, tuttavia, non vedeva in queste pratiche regole sterili o, semplicemente precetti da rispettare, ma li riteneva occasione di incontro con il Dio vivente. Nella sua personale vicenda e nella guida spirituale dei suoi giovani si nota questa dimensione particolare della fede: per lui non è una meta da raggiungere, una pratica, pura devozione, ma rapporto intimo e costante con Dio per mezzo dello Spirito, crescita di uomini liberi che corrispondono perfettamente ad una chiamata di vita nella carità. Anche nella sua vicenda personale nulla è scontato: parte da Firenze dove si interessava delle pratiche commerciali e bancarie di famiglia, prima di giungere a Roma trascorre un periodo tra Gaeta e Montecassino, venendo a contatto con i benedettini, giunge a Roma dove svolge il servizio come precettore, ospite della casa della famiglia Caccia; qui pregò, vagò per strade e catacombe , digiunò e condusse una vita appartata, come un seme in maturazione che poco alla volta si fa spazio nel buio della terra. Nulla del suo cammino di fede è scontato: rimane a lungo nello stato laicale e decide per l’ordinazione sotto costrizione. Ha contatti e strette amicizie con domenicani, teatini, gesuiti eppure sarà sempre restio a fondare lui stesso un “ordine religioso” che richieda una regola strettamente codificata. Addirittura i suoi studi teologici non lo 63


conducono immediatamente al sacerdozio: viene costretto dal suo confessore, Persiano Rosa, a prendere i voti ben tredici anni dopo. Egli avrebbe voluto volentieri rimanere nello stato laicale come Francesco d’Assisi, santo che lui amava molto. Ai suoi discepoli, comunque, richiedeva intense pratiche devozionali e un seria meditazione sulla Sacra Scrittura (priva tuttavia di sterile nozionismo: nelle conversazioni dell’oratorio doveva prevalere la Vita vissuta, cosa dice a me questo Vangelo). Filippo pensava che lo sviluppo spirituale dovesse essere un procedimento graduale, dipendente non da un’unica esperienza decisiva, ma da un’attenzione quotidiana all’opera della Grazia nella vita. PER PREGARE Dal Vangelo secondo luca (Lc 8,22-25) Un giorno salì su una barca con i suoi discepoli e disse: "Passiamo all'altra riva del lago". Presero il largo. Ora, mentre navigavano, egli si addormentò. Un turbine di vento si abbatté sul lago, imbarcavano acqua ed erano in pericolo. Accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: "Maestro, maestro, siamo perduti!". E lui, destatosi, sgridò il vento e i flutti minacciosi; essi cessarono e si fece bonaccia. Allora disse loro: "Dov'è la vostra fede?". Essi intimoriti e meravigliati si dicevano l'un l'altro: "Chi è dunque costui che dà ordini ai venti e all'acqua e gli obbediscono?". I discepoli svegliano il Signore perché si sentono perduti. E Lui si arrabbia. Non è che non dobbiamo chiamarLo quando non ce la facciamo più, però avere fede è cercarLo un po’ più spesso, anche quando non sembra essere necessario (il mare è calmo), perché è così che si impara la fiducia nei suoi confronti.

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DOMENICA 18 DICEMBRE Per la domenica ti ricordo di partecipare alla Messa, di recuperare il cammino se negli scorsi giorni è stato trascurato e di scegliere due impegni per le virtù su cui hai pregato la scorsa settimana: temperanza e fede. Ti ricordo che i due impegni per ogni virtù sono:  un impegno di carità o servizio (qualcosa a favore di qualcuno) che ti aiuti a crescere in una virtù  un ‘fioretto’, cioè un impegno o una rinuncia che ti aiutino a correggerti da un vizio Sulla temperanza: la temperanza è la virtù dell’equilibrio, di chi sa mettere ordine dentro di sé. Forse un impegno in questa virtù è più semplice di quanto di pensi: basta valutare bene all’ordine che stai dando alle cose e alle persone della tua vita. Sicuramente ci sarà qualcosa in quella “scaletta” che va sistemato… Prendi spunto da lì. Per il fioretto vale lo stesso discorso: se nella scaletta delle tue priorità, o nella verifica dell’equilibrio tra intelligenza, volontà e istinto trovi qualche cosa “fuori posto” il fioretto riguarderà la rinuncia a quell’atteggiamento che ha messo disordine. Sulla fede: un suggerimento per questa virtù potrebbe essere quello di vivere un gesto tipico della fede: un piccolo pellegrinaggio, una visita ad un santuario, la preghiera del Santo Rosario… Un gesto insomma che sia di nutrimento alla tua fede. Per il fioretto puoi fare una valutazione del cammino di fede che stai facendo con questo libretto: verifica se è presente la pigrizia, se è mancato l’impegno o la costanza e scegli un fioretto che ti aiuti a vincere queste debolezze. Per quest’ultima settimana scegli uno degli impegni delle settimane precedenti e prova a mantenerlo insieme a quelli nuovi.

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LUNEDÌ 19 DICEMBRE LA SPERANZA La speranza cristiana si basa sul fatto che Gesù è risorto ed è per questo ancora vivo. Per i cristiani la resurrezione è un fatto storico. Ogni uomo, in vita, è chiamato a pronunciarsi in merito; il cristiano è colui che dice: “Sì, credo a questo fatto, credo che sia successo, per cui credo che anche io risorgerò, credo che la vita terrena sia solo una parte della mia esistenza perché dopo la morte c’è la vita eterna.” La ricaduta che la fede in questo fatto ha sulla vita terrena di ciascuno, è la speranza cristiana. La speranza non è essere felici per forza quando non c’è proprio nulla di cui essere felici, e non è neanche accontentarsi e leccarsi le ferite senza lamentarsi in terra, perché tanto poi c’è la felicità nella vita eterna; però la speranza cristiana regala un modo positivo, fertile e forte di affrontare tutte le situazioni della vita. Vivere la speranza è il contrario che appoggiarsi alla fortuna (per questo maghi, magia, superstizione, gioco d’azzardo, sono peccati), perché è confidare in Dio, nella sua bontà, nella sua presenza e sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo. Allo stesso tempo un cristiano vive umanamente la sua vita, nella concreta quotidianità, con i suoi alti e i suoi bassi, che non possono essere eliminati. Karol Wojtyla, nella coscienza che la speranza è attesa ma non già possesso, è certezza ma non è evidenza e che per questo conosce l’esperienza del timore, diceva: ”Non c’è speranza senza paura, e paura senza speranza”. La speranza non è per eliminare e negare la paura, il dubbio, la fatica, ma è semplicemente per affrontare la realtà nella sua pienezza e guardare oltre l’immediato per cercare e accogliere un senso, un desiderio, una Presenza, una grazia che altrimenti non si vedrebbero: è credere che il Signore è presente e all’opera nella nostra vita e nel mondo, ed è nella mia storia, qualsiasi essa sia, che mi viene data la possibilità di incontrarLo. Madeleine Delbrêl (Francia, 1904 – 1964) A diciassette anni Madeleine professa un ateismo radicale e profondo, al punto da scrivere: «Dio è morto... viva la morte». L'incontro con alcuni amici cristiani e in particolare l'ingresso nei domenicani del ragazzo che amava, la spingono a prendere in considerazione la possi66


bilità dell'esistenza di Dio. Questo passo, fondato sulla riflessione e sulla preghiera, la conduce alla conversione. Assistente sociale attivissima, opera nella periferia operaia di Parigi, condividendo una semplice vita fraterna con alcune compagne a partire dal 1933, con il desiderio di installarsi in una sorta di "vita di famiglia" con gli uomini e le donne del suo quartiere. La presenza di una municipalità comunista la mette a contatto con un contesto segnato da un aspro confronto tra comunisti e cattolici. Mossa dalla carità e dalle gravi emergenze della popolazione, non esita a collaborare con tutti su obiettivi particolari, ma sempre prendendo le distanze dall'ateismo marxista e senza rinunciare a offrire le ragioni evangeliche delle sue scelte. Fin dai primi tempi del suo lavoro come assistente sociale, avverte la necessità di un impegno per lo sviluppo di politiche sociali più adeguate: «Forse è più emozionante visitare, nella propria giornata, cinque o dieci famiglie numerose, procurar loro a suon di pratiche questo o quel sussidio; sarebbe invece senza dubbio meno emozionante, ma più utile, preparare il cammino a quel disegno di legge che potrebbe migliorare le condizioni di vita di tutte le famiglie numerose, che noi le conosciamo personalmente oppure no». Dopo trent'anni di attività a Parigi, a contatto con l’ideologia dell’epoca, Madeleine arriva a formulare la convinzione che l'ateismo comunista è ormai datato, mentre altri ateismi ben più impegnativi sono alle porte. Per lei proprio questi ambienti atei sono una «condizione favorevole per la nostra conversione», una provocazione a riscoprire la fede come un dono inaudito, la sua originalità e la sua bellezza. Sulla speranza scrive: “Sperare è ben più che desiderare, e noi spesso confondiamo l'una cosa con l’altra. Desiderare è generalmente anelare a cose determinate per bisogni, anche spirituali, in ordine ai quali però grande è la nostra ignoranza. Sperare è attendere ciò che la fede ci fa conoscere; trattasi, sì, di cosa oscura, ma incomparabilmente più piena. Sperare è attendere con illimitata fiducia qualcosa che non si conosce, ma da parte di Colui del quale si conosce l'amore. Si riceve nella misura in cui si spera. Sperare così è amare, amare con amore di carità Dio e gli altri, perché è far proprie le «idee» di Dio su di sé e su ciò che ognuno deve ricevere da Lui. 0 attendere, o agire, se67


condo le circostanze... in tutti e due i casi il Signore ci chiede radicalità, cioè o di attendere fino in fondo o di agire fino in fondo. Attendere ciò che non dipende da sé è una buona occasione per accordare a Dio una fiducia senza incrinature. Le promesse di Dio non vacillano a causa delle incoerenze, delle incapacità, degli accecamenti, delle crudeltà che si commettono, perché non sono fondate su ciò che gli uomini fanno o non fanno. Le promesse di Dio rimangono pazientemente stabili e restano segretamente custodite da coloro che in esse sperano, da uno solo che in esse continui a sperare, nonostante le disastrose vicende di cui si è spettatori. Penso che gli itinerari, spesso tanto sconcertanti, della Chiesa attraverso il mondo e lungo i secoli siano, in qualche misura, una risultante di tali disastri e di tale speranza. Pavento più di tutto il rischio di sterilizzazione, di scetticismo, di immobilismo che spesso drammi e disinganni in fatto di missione trascinano con sé. Soccombere a questo rischio mi sembra il solo pericolo mortale che possa minacciare l'avvenire. Sono persuasa che non è la prova a nuocere fatalmente. E’ il fatalismo davanti ai suoi effetti perniciosi, è la disperazione o la non-speranza di fronte a ciò che non si è potuto evitare. Infatti, ciò che non si è potuto evitare diventa, subito, il meglio che si possa fare, il meglio che si debba fare, con tutta quella carità che Dio, nella sua benevolenza, ci vuol donare. Il Signore sa che noi non abbiamo che una vita da vivere, non ci chiama a sciuparne sconsideratamente la metà. Egli ci chiede il nostro tempo per operare per la vita eterna e, in questo operare, Egli ha un'efficacia onnipotente. Infatti, non ci chiama a questo impegno, senza chiamarci simultaneamente a spartire l'efficacia della sua Onnipotenza. Ma, perché ciò avvenga, si deve accettare la legge di tale spartizione. Bisogna cioè accettare di sperare con la sola speranza che Dio ci dà. Bisogna sperare unicamente nelle Promesse di Dio. Dio non si stanca di chiederci la prova del nostro radicamento in questa speranza, perché essa è il fondamento stesso della unica fedeltà a noi possibile, a noi proposta, a noi richiesta. Indivisibile amore, Madeleine Delbrel

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PER PREGARE Dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Romani (Rm. 12,9-13) La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità. La speranza è la virtù che ‘dà senso’ a fede e carità: senza di essa la fede sarebbe un’illusione e la carità una grande fatica dai grandi limiti. La speranza non è preghiera e non è servizio, ma li porta con sé. Una persona che vive la speranza cristiana prega e serve. Sempre. E preghiera e servizio, a loro volta, formano alla speranza. Essa fa nascere nell’uomo il desiderio di darsi da fare, orientando e purificando (cioè ‘ripulendo’ da egoismi) i progetti e le attività.

MARTEDÌ 20 DICEMBRE LA SPERANZA NEL QUOTIDIANO Quando si parla di speranza nel vivere quotidiano, si vorrebbe una risposta pratica, certa, inossidabile per affrontare tutte le situazioni della vita, specie quelle più difficili e dolorose, senza dubbi e senza traballamenti. Ma questo non è possibile. Perché la morte, perché il dolore, perché la malattia, la povertà, la sofferenza? Impossibile rispondere a priori e fuori da un contesto, l’unica cosa che possiamo fare è essere certi che:  Si può trovare un senso alla vita anche davanti a strade che sembrano senza uscita. Gesù ce lo ha detto e ce lo ha mostrato  Siamo chiamati a farci vicino, umanamente e concretamente vicino, a chi è nella sofferenza, per trovare nell’amicizia e nella condivisione il conforto che le parole e i ragionamenti non riescono a dare. L’amore si sperimenta, non si racconta. Questo criterio di vivere l’amore dona sempre nuova speranza  Pregare serve e aiuta 69


Certo che perché tutto questo si realizzi dobbiamo prepararci. Ed è quello che i cristiani non amano fare. Avete mai sentito di qualcuno che sa rispondere a un esame senza studiare? Molte persone entrano in crisi perché non trovano aiuto e risposte nella fede quando li chiedono (o pretendono). Senza metterci adesso a fare la morale o a dire cose già dette e ridette, però la speranza, come le altre virtù, non è qualcosa che si improvvisi. Ieri dicevamo che preghiera e servizio formano alla speranza. Infatti. Ma non ci illudiamo che tutto questo avvenga per forza o per caso. Se vogliamo crescere come cristiani, dobbiamo percorrere una strada, che, come tutte le strade, sarà fatta di passi “un po’ per volta”. Questo per dire che abbiamo un bel dire a definirci cristiani, ma questo non basta per esserlo veramente. Un cammino cristiano che non navighi a vista, deve prevedere un certo ritmo nella pratica di preghiera (personale e Parola), Sacramenti (Eucaristia e Confessione) e servizio. Solo impedimenti gravi possono essere un motivo valido per non praticarli (per esempio divorzio e convivenza che impediscono l’accesso ai Sacramenti o di impegnarsi in alcuni servizi all’interno della Chiesa, o una malattia propria o di un familiare che non permette di muoversi liberamente) però anche in questi casi il cristiano è chiamato a trovare un gesto o un momento che ugualmente lo aiutino a vivere con sincerità la fede e che la rafforzino: non sarà una ‘sostituzione’, ma un dire a Dio la propria fiducia, il proprio amore, nell’umiltà della situazione che si sta vivendo. E questo ritmo, che ognuno si deve dare, lo devo seguire: è un grande aiuto. Perché mi permette di verificarmi almeno sull’impegno. Dire ‘prego sì, prego no, dipende dai giorni’, non è lo stesso che dire ‘prego tutte le mattine’. Andare a Messa quando capita, non è la stessa cosa che andare tutte le domeniche e, magari se ci scappa, anche una volta o più in settimana. Leggere la Parola non è la stessa cosa che sentirsela ogni tanto raccontare dal parroco. Confessarsi due volte l’anno non è la stessa cosa che andare tutti i mesi. Lo vediamo in questo Cammino: la fedeltà è fondamentale perché faccia la differenza. Una vita spirituale concreta nei suoi gesti e fedele negli impegni presi: questo ci vuole! E allora le risposte e le energie arrivano quando servono. La speranza, anche se messa alla prova, non viene a mancare. E essere cristiani è tutta un’altra cosa. Che altro dire? Provare per credere. Però bisogna provare prima di dire che non è vero e che non serve…

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PER PREGARE Oggi una preghiera un po’ diversa. Iniziamo con una testimonianza: L’americano Chad Torgerson e il suo percorso dall’agnosticimo al cattolicesimo. Nato in un sobborgo di Chicago, è stato cresciuto nella fede luterana dai suoi genitori che non erano persone molto devote, ma volevano che i figli ricevessero comunque un’educazione cristiana. Tuttavia Chad non ha mai aderito: «Per anni sono stato un agnostico. Sulla base di ciò che imparavo a scuola, la religione non aveva alcun senso per me. La scienza era diventata la mia religione e sembrava completamente opposta a quello che avevo imparato al catechismo. La mia mente analitica mi ha portato più vicino alla scienza, e più lontano dalla fede. Per credere in Dio, dicevo, ho bisogno di una prova della sua esistenza. Non trovandola, dopo il liceo sono passato dall’essere un vero agnostico ad un vero cinico». A causa di una serie di circostanze negative però, Chad si è trovato presto vittima della depressione e un’amicizia si è rivelata una sfida per lui: «La mia amica era una devota cristiana, una che apparteneva ad una locale “mega-chiesa”. Di volta in volta la mettevo in ridicolo per la sua fede e le sue convinzioni. Infine, mi ha sfidato. Mi ha chiesto: “Ciad, hai mai letto la Bibbia?” Naturalmente, non l’avevo fatto. Chi ha tempo per questo? Quando le dissi che non l’avevo mai fatto, mi ha sfidato dicendo: “Beh, non appena hai finito di leggerla, allora potrai mettere in dubbio le mie convinzioni”». Queste parole, continua a raccontare, hanno cambiato la sua vita: «Come un testardo, egocentrico ventenne, ero determinato a dimostrare i suoi errori. Ho deciso di leggere la Bibbia, dalla prima all’ultima pagina, e di ritornare con più munizioni. Invece di trovare munizioni contro di lei, ho scoperto una verità che non avevo mai visto prima». Questo accade a tanti che partono lancia in resta per distruggere e finiscono per sgretolare le proprie piccole convinzioni. «Nell’autunno del 1997 mi sono definito “cristiano” per la prima volta», dice. Nei seguenti 12 anni ha letteralmente girato il mondo saltando da una chiesa all’altra. Tornato a casa un po’ confuso, ha capito di non essersi «mai sentito parte di una comunità. Alcune delle chiese che ho incontrato erano abbastanza belle, ma semplicemente non mi “sentivo” a casa», ricorda. Sulla Chiesa cattolica è sempre stato ci71


nico: molti dei suoi amici sono cattolici e spesso finivano per discutere animatamente: «Nella mia testardaggine, non ho mai ascoltato nulla di quello che avevano da dire. Ero così testardo che ho coniato il termine “Chad-ismo”. Avevo il mio insieme di credenze, e nessuno le avrebbe cambiate», ammette Chad. Intanto la sua ricerca continuava, anche se i predicatori cristiani che seguiva dicevano cose molto banali. Era una teologia del “sentirsi bene”, spiega, e mai approfondivano le questioni. «Era il momento di dare un’occhiata a qualcosa di diverso. Alla fine, il mio cuore ha iniziato ad aprirsi un’idea: forse era il momento di dare una seconda occhiata al cattolicesimo». Ha colto l’occasione in una uscita con il fratello ad un campus sportivo cattolico, dove è rimasto molto colpito dalla comunità. Quello è stato l’inizio dell’”arrivo a casa”: «Più di ogni altra denominazione, i cattolici sembravano essere saldi nella loro fede». Ha così iniziato il percorso di catecumenato, ovvero il percorso degli adulti che vogliono ricevere i sacramenti. Ricorda: «Avevo un sacco di domande, ma non importa quante ne facessi, c’era sempre una risposta. Cercavo ovunque, anche online, di trovare la “falla fatale” della Chiesa cattolica. Quel giorno non è mai arrivato». Grazie alla preghiera e allo studio si è poi convinto a fare il passo finale, verso la conversione e «nella notte di Pasqua, sono stato accolto nella Chiesa cattolica». La sua “mente analitica” ha approfondito sempre più la proposta cattolica, «ho notato che era una teologia molto profonda. Molti graffiano soltanto la superficie di ciò che il cattolicesimo porta al cristianesimo nel suo complesso. Un decennio dopo la mia conversione al cristianesimo originale», conclude Chad, «il mio rapporto con Cristo non è mai stato più forte, e lo devo alla bellezza, profondità, e la ricchezza della fede cattolica». E’ una testimonianza molto semplice. Quello che colpisce è l’effetto che ha avuto su questa persona la lettura della Bibbia. Alzi la mano chi ha letto la Bibbia per intero. Sorpresa(!): alcune persone che stanno facendo questo Cammino di Avvento lo hanno fatto e possono testimoniare che si sopravvive . Certo però che il nostro rapporto con la Sacra Scrittura va in qualche modo sistemato. Oggi per preghiera pensiamo ad un paio impegni da prendere da dopo il Natale.

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Per la Bibbia: -obbligatorio: se non lo abbiamo mai fatto, leggere tutti i Vangeli e gli Atti degli Apostoli. E’ il minimo per ogni cristiano! -poi: perché non leggere tutta la Bibbia? Siccome può essere un’idea un po’ spaventosa, veniamoci incontro. Allora: scegli dai tre ai cinque libri dell’Antico Testamento e leggili (es: i primi cinque; oppure salmi, sapienza, cantico dei cantici; Isaia e altri due profeti). Come procedere: leggi 2 capitoli al giorno (sono sempre cortissimi, ci vorranno 5 minuti) e vai avanti sino alla fine. Non importa quanto ci metti, non c’è fretta. Scopo: non meditare, ma solo prendere dimestichezza con la Bibbia e iniziare a sapere cosa c’è scritto dentro. Aiuta molto nel rendere ragione della nostra fede davanti agli altri e a noi stessi. Per gli altri impegni: - sistemare all’interno della tua giornata (settimana o mese) preghiera, Sacramenti, servizio. Scegli momenti e modi. Magari non tutti subito. Inizia con uno e poi pensa a un altro il mese successivo. Importante scegliere per primo quello con il quale senti di avere più problemi o più bisogno.

MERCOLEDÌ 21 DICEMBRE FILIPPO E LA SPERANZA: LE ALI DEGLI ANGELI “Paradiso, Paradiso!” era l’intercalare di Filippo di fronte a tante situazioni quotidiane, vocazione seguita spesso da una risata e da un abbraccio o una carezza ai suoi “figli” spirituali. E davvero la vita quotidiana alla sua epoca non doveva essere comoda e soddisfacente per molti, soprattutto in una città come Roma: fame e miseria, malattie endemiche, corruzione e guerre (ricordiamo che il sacco di Roma era avvenuto nel 1527 e le conseguenze drammatiche permanevano anche durante l’epoca in cui visse Filippo). Una città dove la ricchezza ostentata conviveva con la miseria disperata: l’oro copriva il fango e ve ne traeva nutrimento. Viene spontaneo chiedersi dove Filippo vedesse il Paradiso e trovasse la speranza per intervenire ogni giorno in quel mare di bisogni. 73


Eppure lo vedeva, il Paradiso: vedeva Cristo in quei piccoli corpi magri e cenciosi, spesso prostituiti e offesi proprio da chi avrebbe dovuto dar loro protezione. Ma Filippo credeva fermamente nella “maternità” della chiesa e anche teneva forte la speranza della rinascita di quella bella “città eterna” che non avrebbe mai lasciato e che ammirava da un abbaino della sua stanza durante le meditazioni. Come è possibile, nel suo percorso di vita scindere speranza da fede e carità? La più importante di tutte è la carità, “… non è che lasciar Dio per andar da Dio” era solito ripetere quando veniva distolto dalla preghiera per occuparsi di uno dei suoi figli. Esortava i suoi discepoli a pensare, di aver sempre Dio davanti agli occhi quando si prendevano cura del prossimo. Ma quando pregava e adorava, fino in punto di morte, le ali che lo sollevavano erano speranza e fede. Umili e quotidiane, come era nella sua natura, frutto di una continua ricerca spirituale unica ed originale, tutta sua, ma degna di essere conosciuta e accolta. Un suo “figlio spirituale”, H.J.M Nowen che abbiamo già incontrato, ha scritto “Luce per il prossimo passo. Spesso vorremmo gettare lo sguardo nel futuro. Diciamo : come sarà per noi l’anno prossimo? Dove saremo tra cinque o dieci anni?. Non vi sono risposte a queste domande. In genere abbiamo luce sufficiente per vedere il prossimo passo: quello che dobbiamo compiere tra un’ora o l’indomani. L’arte di vivere è godere di quel che possiamo vedere e non lamentarci di quello che rimane nell’oscurità. Quando siamo capaci di fare il prossimo passo nella fiducia che, poi, avremo abbastanza luce per il passo seguente, possiamo camminare nella vita con gioia e rimanere sorpresi da quanto lontano possiamo andare. Rallegriamoci per la piccola luce che portiamo e non chiediamo il raggio abbagliante che disperderebbe ogni tenebra”. (da Pane per il viaggio) Anche se sembriamo abituati a vivere nella paura tanto da essere diventati sordi alla voce che dice “Non temete. Non abbiate paura”, il Natale ci ricorda in mille modi che la scintilla del “Dio con noi” brilla nella notte buia. PER PREGARE Dal Salmo 119 (Sal 119,105-112) Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino. Ho giurato, e lo confermo, di custodire i tuoi precetti di giustizia. 74


Sono stanco di soffrire, Signore, dammi vita secondo la tua parola. Signore, gradisci le offerte delle mie labbra, insegnami i tuoi giudizi. La mia vita è sempre in pericolo, ma non dimentico la tua legge. Gli empi mi hanno teso i loro lacci, ma non ho deviato dai tuoi precetti. Mia eredità per sempre sono i tuoi insegnamenti, sono essi la gioia del mio cuore. Ho piegato il mio cuore ai tuoi comandamenti, in essi è la mia ricompensa per sempre. Questo brano del Salmo 119 non è la preghiera in un momento di vittoria: il nemico (il peccato) c’è e si fa sentire, bisogna convivere con gente con un senso della morale differente (gli empi). Però è bellissimo: Parola, legge, comandamenti sono insegnamenti che danno luce al cuore nel momento della prova, della scelta, della testimonianza. La fedeltà è fonte di gioia.

GIOVEDÌ 22 DICEMBRE LA CARITÀ Se ci sono virtù ‘scomparse’, di cui si sa dire poco o nulla, come temperanza e speranza, così la carità è incredibilmente inflazionata: se ne parla di continuo, senza soffermarsi troppo però sul significato datogli nel Nuovo Testamento, ma affibbiandogli alternativamente idee diverse a seconda della circostanza. La confusione più gettonata è di dare alla carità il significato di servizio. Operazione sbagliata, non perché il servizio non sia un’espressione della carità, ma perché, semplicemente, è un po’ poco per definire questa virtù in modo completo per come ce l’ha fatta conoscere Gesù. La carità, quindi, non è cosa faccio di buono per il prossimo. Carità è amore. E’ l’amore come lo vive Dio. Praticare la virtù della carità è amare in senso cristiano; carità è amore sviluppato, vissuto e sperimentato nella dimensione 75


dell’incontro: incontro con Dio, incontro con gli altri; il luogo della carità cristiana, quello dove la carità si impara e si riceve, è la Chiesa. Togliamoci dalla testa che carità sia ‘fare’ per definizione. Carità è amare: è desiderio di incontro, è incontro nei fatti. Per comprendere meglio facciamoci aiutare dal testo di una catechesi. Cosa spinge Paolo a porre tanto l’accento su questa virtù? A metterla, addirittura, su un piano più elevato del martirio? A nominarla, esplicitamente, oltre tredici volte nelle sue lettere? Che cos’è, insomma la carità? Dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi (I Cor 13,4-8.10.13) La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità; non si vanta, non si gonfia; non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità! Questo inno stupendo descrive, in modo chiaro e inequivocabile, la manifestazione della carità dicendo, alla fine, senza possibilità di dubbio, che essa è la più grande delle tre virtù teologali. Ma qual è la sua essenza? E’ un’idea? E’ un sentimento? E’ un moto dell’animo umano? Questa parola, che viene nominata circa 25 volte nel N.T.) è una dottrina filosofica o è qualcosa di più? Cosa ha spinto un uomo come Paolo, fariseo figlio di farisei, allevato nella rigida scuola di Gamaliele, uno dei maggiori rabbini del suo tempo, strenuo difensore della tradizione ebraica, convinto persecutore dei cristiani, a cambiare così radicalmente la sua vita, anche a costo di sopportare percosse, persecuzioni, incomprensioni e, come ben sappiamo, la morte stessa? L’incontro con Gesù di Nazareth, il Cristo, l’Unto, il Messia, Colui che è risuscitato! Un incontro che lo renderà dapprima cieco (cfr. At 9, 3-9) per acquistare, poi, la luce vera, quella che gli farà vedere le cose in un modo nuovo, svincolato dai bavagli della Legge, in una visione universalistica della Salvez76


za, rendendolo l’apostolo delle genti, senza il quale, probabilmente, il cristianesimo sarebbe rimasto una delle tante correnti ebraiche del tempo. Un incontro decisivo, quindi, l’incontro con una persona: Gesù Cristo, che a noi dice due cose molto importanti: 1) la carità non è un’idea, una filosofia o un pio sentimento, ma è l’incontro esperienziale, esistenziale con Dio; 2) la carità non può essere imbrigliata nei nostri canoni mentali (come amore, affetto, solidarietà, ecc.) ma va vissuta e compresa ogni giorno, così come l’incontro con una persona cara dà sempre nuove emozioni e nuove conoscenze reciproche. Infine, teniamo ben presente che non siamo noi che andiamo incontro a Dio ma è Lui che viene verso di noi, non siamo noi che abbiamo scelto Lui ma è Cristo che ha scelto noi e ci ha costituito come Chiesa perché portiamo frutto abbondante e duraturo (cfr. Gv 15, 16). Continueremo il discorso domani PER PREGARE Per riassumere: Dio è Amore e la carità è il modo di amare di Dio, con tutte le sue sfaccettature (perdono, compassione, dono della vita, cura…). Gesù è amore di Dio vissuto e messo in pratica nel mondo. Carità cristiana è incontro personale con Gesù e la ricaduta che questo ha nella nostra vita: incontro con gli altri, amore reciproco, gesti (servizio, perdono, amicizia fraterna…). Il luogo dove l’amore può essere vissuto in questo modo è la Chiesa (l’insieme dei cristiani) , perché è il Corpo di Cristo sulla terra: qui io posso incontrare Gesù Eucaristia e Gesù negli altri. Riprendi il brano della Lettera ai Corinzi scritto sopra. Se nelle prime tre righe sostituisci alla parola ‘carità’ la parola ‘Gesù’ vedrai che il discorso fila benissimo lo stesso. Sembra di leggere una descrizione di Gesù, molto bella, tra l’altro. Gesù è stato mandato per mostrarci l’Amore e, di conseguenza, un nuovo modo di vivere che soddisfa appieno il nostro desiderio di felicità.

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VENERDÌ 23 DICEMBRE Il mondo di oggi ha bisogno di testimoni, non di maestri! (Paolo VI) Continuiamo a leggere il testo iniziato ieri. La venuta del Figlio di Dio ci spinge a guardare oltre il finito (problemi, l’oggi, ciò che voglio…) e ad alzare gli occhi verso il cielo (cfr. Sal 120), a porre il senso della nostra esistenza nel mistero di un amore gratuito e immenso come mai l’uomo ne abbia fatto esperienza; un amore che ci viene incontro nella semplicità di un bambino e di una comune famiglia; un amore che si dona sotto le spoglie di un pezzo di pane; un amore che non s’impone ma che si offre; un amore che non distoglie il suo sguardo al primo rifiuto ma che è fedele alla sua essenza fino alla morte; un amore unico, mai conosciuto da occhi umani ma che si è svelato per farsi conoscere e che noi siamo chiamati ad annunziare: Dalla prima lettera di San Giovanni apostolo (I Gv 1, 1-3a) Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. In questa stupenda introduzione alla sua prima lettera, Giovanni racchiude tutta l’esperienza della Chiesa come un’esperienza concreta, verificabile, basata su un incontro che ha cambiato la vita a lui e i suoi fratelli. Anche qui c’è un incontro come per Paolo, dal quale nasce una comunione, che spinge l’apostolo ad annunciarlo agli altri perché anch’essi siano in comunione con lui e con tutta la Chiesa.

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Una volta incontrata e sperimentata, la carità lascia segni concreti nel cuore: è come se cambiasse i punti di riferimento di una persona, il motivo per cui vale la pena vivere:  si impara a riconoscere il desiderio di fare-per-gli-altri come una legge fondamentale dell’anima, per cui si riesce ad essere fedeli e felici nel servizio sempre, anche quando questo non dà al momento nessuna soddisfazione concreta  si comprende che l’unico modo per testimoniare la carità è concretizzarla, compierla, non parlarne: “Se uno dicesse: io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede! (I Gv 4, 20)”.  si intuisce l’importanza e la forza della preghiera, quello stare-con-Dio così insensato agli occhi di chi non crede  si scopre che la Chiesa offre nei sacramenti quell’incontro con Dio che rende possibile diventare a nostra volta pane spezzato per i fratelli. PER PREGARE Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 8-16) C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: "Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia". E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama". Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: "Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere". Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia.

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Stare accanto a qualcuno servendolo nelle sue necessità e sentire che quello che stai facendo, che ti toglie obiettivamente tempo e libertà, è attenzione data a Gesù in persona, è una delle grazie più belle che può toccare il cuore di un cristiano. Quando accade non si dimentica più. Stiamo ormai arrivando al Natale: la nascita del Dio bambino che chiede di essere preso in braccio, accudito e amato. Chiediamo in questi giorni di preghiera la grazia di abbandonarci a questa richiesta, che sconvolge ogni concetto di Dio e di amore, e mettiamo davanti alla mangiatoia un nostro dono: un desiderio profondo, un impegno, il pentimento per una scelta sbagliata, una sofferenza da portare con più speranza, una felicità da condividere, o qualsiasi altra cosa che sia importante per noi e che ci piacerebbe vivere in comunione con Gesù. Che Dio ci doni di intuire quanto Lui può essere felicità del cuore e su quale strada di carità ci aspetta.

SABATO 24 DICEMBRE FILIPPO E LA CARITA’: TUTTO PER TUTTI Non sarebbe di certo stato un sociologo brillante, Pippo buono, come veniva soprannominato fin da piccolo. Egli infatti era fermamente convinto che la carità fosse da mettere in relazione più ai bisogni di una persona che ai suoi meriti. Non ha rifiutato mai niente a nessuno, fino all’ultimo momento. Fin da quando aveva servito nella Confraternita dei Pellegrini e dei Convalescenti, esortava i suoi ragazzi a servire i poveri come il “Cristo che non aveva dove posare il capo”. L’ostello organizzato per ospitare i pellegrini del Giubileo dovette cambiare più volte sede, da dodici letti, passò ad ospitare più di cinquecento persone, tra cui i disperati ed i convalescenti che, dimessi dagli ospedali, non avevano nessun posto dove stare, nessun aiuto, nessuna assistenza. Ma non bisogna pensare che egli fosse un bravo organizzatore di iniziative caritative sul tipo di Vincenzo de’ Paoli, era un improvvisatore. Una volta che si era reso conto che c’era bisogno di fare qualcosa, la faceva, per poi cedere il compito a chi era pronto a prendere il suo posto. Faceva parte della sua umiltà, del suo sentirsi un “servo inutile”, come abbiamo già visto. 80


Era tutt’altro che un ingenuo, ma un uomo intelligente e brillante che sapeva coinvolgere chi parlava con lui in molti argomenti che egli aveva a sua volta appreso da medici, commercianti, banchieri e notai. Non si era specializzato in niente, ma pur reputando la vita spirituale al di sopra di ogni cosa, sapeva convogliare tutte le attività umane verso il suo unico grande scopo: l’Amore per il Dio Vivente. Perciò tutte le persone che lo incontravano sentivano spontaneamente la sua calda accoglienza e la sua capacità di comprensione. Non doveva forzarsi a far crescere in sé l’attenzione verso le persone: era connaturata in lui come il suo respiro. L’interessamento verso gli uomini e le donne che incontrava, attirava il mondo con la sua inesauribile capacità affettiva. Agiva con spontaneità, senza premeditazione, trattando ogni anima in modo diverso, secondo gli impulsi che lo Spirito Santo gli dettava. Infatti a Roma era popolarissimo, il suo apostolato si estendeva dal Papa all’ultimo monello di strada. La sua opera principale si svolgeva in Oratorio, ma Filippo non aspettava mai che la gente arrivasse da lui. Non appena terminati gli esercizi, usciva a passeggio accompagnato da un allegro gruppo dei suoi ragazzi, ma non era solo un allegro passatempo: andava due volte alla settimana a visitare le prigioni ed anche più spesso visitava qualche ospedale. Quando non vi si poteva recare mandava qualcuno dei ragazzi in “missione” per suo conto, in realtà era un’occasione per nascondere la propria carità. In questa delicatezza la sua carità era davvero ammirevole, al primo posto metteva il rispetto della dignità umana. In molte occasioni si recò in segreto dai suoi beneficati, per non far pesare loro ciò che ricevevano. Venne a sapere, ad esempio di un nobile anziano caduto in disgrazia; sarebbe stato facile indirizzarlo presso qualche opera di beneficienza, ma pensando che questa pubblica esposizione di bisogno sarebbe stato un carico eccesivo per il pover’uomo, si recò da lui di notte, in segreto, portando cibo abiti e denaro. Ancora più particolare fu l’aiuto che dette a due anziani orologiai, la cui merce non veniva più acquistata da nessuno: teneva un mucchio di orologi nella sua stanza e ogni tanto ne rifilava qualcuno (talvolta più di uno) ai suoi visitatori. Venne criticato per questo, molti pensavano che fosse un eccessivo approfittarsi della benevolenza dei visitatori, ma quei due uomini avevano bisogno d’aiuto e tanto bastava! Se ne infischiava francamente dei pettegolezzi della gente. Allo stesso modo assistette studenti che avevano bisogno di soldi per i libri o per pagare i corsi, e le ragazze che rischiavano di finire sulla strada per colpa della miseria.

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Non si ha notizia di alcuna consistente elemosina nei suoi confronti, perciò viene spontaneo chiedersi come riuscisse ad adempiere a tutte le iniziative, gli uomini della sua epoca credevano che le risorse gli giungessero per via miracolosa. In realtà ciò di cui lui disponeva era la somma di numerose piccole donazioni, frutto spesso di sacrifici di molte persone da lui beneficate con tenera discrezione e generosità in precedenza e che, a loro volta, mettevano in circolo il bene ricevuto. Questo è il magnifico miracolo compiuto da Filippo: non ha educato i suoi discepoli a “fare la carità”, ma ad “essere carità”, segno d’Amore incarnato di Cristo fra le persone. Pensò anche che questa sua missione potesse in qualche modo distrarlo dal rapporto contemplativo ed intimo di preghiera con Dio, ma il dubbio passò in fretta. In tanti anni egli, anima mistica, non esitò mai a lasciare la preghiera per dare tutta la sua attenzione a chi lo chiamava, perché questo non era, come diceva spesso Filippo, che un lasciar Dio per andar da Dio: aveva scoperto il modo di continuare a pregare anche mentre serviva con la massima intensità. PER PREGARE Riprendi la preghiera di ieri. E se ti capita riprendila ancora nei prossimi giorni.

INFINE L’Avvento è l’inizio del nuovo anno liturgico: questo libretto ti ha aiutato a partire con un passo diverso… ma non è bene che tutto si fermi con il Santo Natale. Due ultimi suggerimenti:  prova scegliere i due nuovi impegni per le ultime due virtù: speranza e carità  fai tesoro di qualcosa che hai imparato o che hai vissuto che ti ha particolarmente colpito e cerca il modo di viverlo ancora. Buon Cammino!

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preghiera  mattino  sera

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preghiera  mattino  sera

preghiera  mattino  sera

preghiera  mattino  sera

preghiera  mattino  sera

preghiera  mattino  sera

preghiera  mattino  sera

Domenica 27 novembre

Lunedì 28

Martedì 29

Mercoledì 30

Giovedì 1 dicembre

Venerdì 2

Sabato 3

Domenica 4 dicembre

Lunedì 5

Martedì 6

Mercoledì 7

giovedì 8

venerdì 9

sabato 10

impegni  1  2 impegni  1  2 impegni  1  2

 esame di coscienza  esame di coscienza  esame di coscienza

impegni  1  2

 esame di coscienza

impegni  1  2

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 esame di coscienza

 esame di coscienza

 Messa

 Messa

 esame di coscienza

 esame di coscienza

 esame di coscienza

 esame di coscienza

 esame di coscienza

 esame di coscienza

 esame di coscienza

 esame di coscienza

SCHEMA DI VERIFICA GIORNALIERA – PRIMA E SECONDA SETTIMANA


preghiera  mattino  sera

preghiera  mattino  sera

giovedì 15

venerdì 16

preghiera  mattino  sera

preghiera  mattino  sera

giovedì 22

venerdì 23

impegni  1  2  3

 esame di coscienza

12 3

impegni  1  2  3

 esame di coscienza

impegni

impegni  1  2  3

 esame di coscienza

impegni  1  2  3

impegni  1  2  3

 esame di coscienza

 esame di coscienza

 Messa

 esame di coscienza

 sera  esame di coscienza

preghiera  mattino  sera

Mercoledì 21

 mattino

preghiera  mattino  sera

Martedì 20

preghiera

preghiera  mattino  sera

Lunedì 19

sabato 24

preghiera  mattino  sera

Domenica 18 dicembre

12

impegni  1  2

 esame di coscienza

impegni

impegni  1  2

 esame di coscienza

impegni  1  2

 esame di coscienza

impegni  1  2

impegni  1  2

 esame di coscienza

 esame di coscienza

 Messa

 esame di coscienza

 sera  esame di coscienza

preghiera  mattino  sera

Mercoledì 14

 mattino

preghiera  mattino  sera

Martedì 13

preghiera

preghiera  mattino  sera

Lunedì 12

sabato 17

preghiera  mattino  sera

Domenica 11 dicembre

SCHEMA DI VERIFICA GIORNALIERA – TERZA E QUARTA SETTIMANA

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cammino giovani avvento 2011  

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