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Opposizione Comunista

febbraio 2010 "L'internazionale comunista è il partito dell'insurrezione del proletariato mondiale rivoluzionario. Essa rigetta tutte le organizzazioni e i partiti che, in forma aperta o velata, addormentano, demoralizzano, snervano il proletariato esortandolo a chinarsi di fronte ai feticci di cui si veste la dittatura della borghesia: la legalità, la democrazia, la difesa nazionale".

Bollettino del Partito Comunista dei Lavoratori-CRQI a cura della sez. provinciale di Forlì-Cesena febbraio 2010 Supplemento a “Il Giornale Comunista dei Lavoratori” registrazione del tribunale di Milano n. 87 del 06/02/2008 direttore responsabile: Francesco Moisio redazione: Via Marco Aurelio, 7—20127 Milano.

Editoriale

Tunisia ed Egitto indicano la via

Dopo

le mobilitazioni del 16 ottobre, del 14 dicembre, e del 27-28 gennaio, possiamo dire che la piazza ha ripetutamente sfiduciato i governi del capitale e si è finalmente costituita una opposizione anche in questo paese: quella di classe. Per giunta in un quadro internazionale che sta ponendo con forza la questione della rivoluzione. Lo stesso sciopero indetto dalla Fiom e dal sindacalismo di classe che ha coinvolto giovani studenti e precari, al fianco dei metalmeccanci, uniti nella lotta contro il padronato e uniti persino da una sola parola d'ordine (sciopero generale) è la dimostrazione plastica di una crescente rabbia di classe. La stessa rabbia di classe che ha travolto a Bologna la pavidità della Camusso e della CGIL. Mentre dal palco si parlava di investimenti e "attrazione di capitali", la nostra proposta partiva dalla necessità di rompere le regole del gioco del capitale. Non ci sono più dubbi, è giunta l'ora di porre all'ordine del giorno il tema del potere. Uno striscione sintetizzava: «Cartagine è caduta, Roma è sulla scia, facciamo in Italia come in Tunisia», per quanto ci riguarda cercheremo di essere all'altezza della situazione storica.

Chi Siamo? Intransigenti sui principi,

ci rivolgiamo a tutti coloro che vogliono ridare una prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria alla classe operaia e ai movimenti di lotta di questo paese. A tutti diciamo una cosa molto semplice: il Partito Comunista dei Lavoratori è al servizio di questa prospettiva. Lotta con noi!

Il Partito Comunista dei Lavoratori si è costituito per recuperare e attualizzare il patrimonio programmatico del marxismo rivoluzionario riscattandolo dalla lunga rimozione teorica e pratica di cui è stato oggetto da parte della socialdemocrazia e dello stalinismo. 1. L’opposizione alle classi dominanti e ai loro governi, siano essi di centrodestra o di centrosinistra; 2. La prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici che abolisca il modo di produzione capitalistico e riorganizzi la società su basi socialiste; 3. Il collegamento costante tra gli obbiettivi di lotta immediati e la prospettiva di fondo dell’alternativa anticapitalistica; 4. La prospettiva di un’alternativa socialista internazionale, e quindi di un’organizzazione rivoluzionaria internazionale dei lavoratori.

di Marco Ferrando La crisi politica e istituzionale dell'Italia precipita. La seconda Repubblica è in piena decomposizione. La sua crisi ormai trascina con sé la guerra senza tregua tra tutti i poteri dello Stato. Mentre il decantato “bipolarismo” si riduce alla contrapposizione tra un sultanato decadente da basso impero, sorretto da deputati corrotti e dagli avvocati personali del sultano, e un'opposizione parlamentare fallita che si affida a Bankitalia,a Confindustria, alla Magistratura, al Papa. Senza che né il berlusconismo reazionario, né l'antiberlusconismo liberale, possano tracciare una via d'uscita dalla crisi istituzionale e dalla propria stessa crisi. Tanto più in questo quadro, il movimento operaio non può limitarsi all'iniziativa sindacale, ma deve battersi per una propria soluzione della crisi politica italiana. Con la consapevolezza che tutte le rivendicazioni sociali delle proprie lotte quotidiane riconducono alla necessità di una alternativa politica radicale. La nostra opinione è molto semplice. C'è una sola via per liberarsi di Berlusconi senza affidarsi agli amici “democratici” di Marchionne: la via della rivolta di massa. Prima la Tunisia, poi l'Egitto, hanno dimostrato una volta di più che ciò che si riteneva impensabile è possibile; che quando il popolo cessa di avere paura e si scrolla di dosso la rassegnazione, si trasforma in una forza enorme capace di rovesciare regimi apparentemente inespugnabili; che solo il rovesciamento rivoluzionario di un governo può aprire uno scenario politico nuovo per gli oppressi. E' una lezione preziosa per i lavoratori e le masse popolari italiane. Lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 Gennaio sia allora l'inizio di una vera prova di forza: di una mobilitazione generale, continuativa, radicale, che si proponga di bloccare l'Italia sino alla cacciata del governo e alla sconfitta di Fiat e Confindustria; che punti a processare non solo Berlusconi ma le classi dirigenti del Paese; che miri a unificare attorno a sé le ragioni di tutti gli sfruttati, nella prospettiva di un governo dei lavoratori. Non si tratta di porsi alla coda delle Procure o dei partiti borghesi liberali. Si tratta di porsi alla testa della rabbia sociale, dell'indignazione morale, di ogni protesta democratica, per dar loro uno sbocco rivoluzionario. Questa e solo questa è la via dell'alternativa. Ed è possibile. Non c'è alcuna forza “oggettivamente” superiore alla forza di milioni di lavoratori e di sfruttati. Quando le masse sapranno essere tanto radicali quanto lo sono i loro nemici, nessun muro reggerà il loro urto. E' l'insegnamento della storia, di ieri e di oggi. Sviluppare tra le masse, controcorrente e in ogni lotta, la coscienza di questa verità è il lavoro quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori. Contro tutti i predicatori di un “realismo” che ignora esattamente la realtà.

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Viva i teppisti della lotta di classe! non conoscete la precarietà e il terrore per il domani... non avete incontrato dei teppisti, ma il risveglio della "santa canaglia”: il proletariato. Da Londra le immagini dei monarchi terrorizzati dalla gioventù proletaria inglese, alla Grecia proletaria che prende a cazzotti un ministro del capitale inviso alle masse, passando all'Italia dove si tenta l'assalto ai palazzi... è la dimostrazione che non è più sostenibile il vostro fottuto sistema capitalista. Questa “santa canaglia” internazionale che si riprende le strade, è in lotta aperta all'ipocrisia del capitale, che mentre ci parla di libertà ne calpesta a suon di manganellate ogni significato; che mentre ci parla di benessere offre disoccupazione, precarietà e devastazione ambientale. No signori, non siamo teppisti, ma se volete chiamateci così, non ci formalizziamo, né ci interessa il vostro giudizio. Dal 14 dicembre un nuovo segnale- Mentre c'è chi discute di come salvare le banche, avviare una nuova politica monetaria, rispettare i trattati di Maastricht e difendere in buona sostanza i privilegi di sempre, sta entrando in scena una nuova generazione di combattenti sociali. I mezzibusti e gli adoratori dell'ordine borghese gridano allo scandalo: black block, teppisti, infiltrati... e via a parlare di ciò che non si conosce, nel tentativo di orientare l'opinione pubblica verso la moderazione e l'accettazione delle briciole che cadono dal tavolo di chi comanda. Ciò che non conoscete cari signori è la condizione che ci spinge alla rabbia sociale e che per amor di dignità ci porta a rifiutare le vostre briciole. Voi che ingrassate i vostri profitti sui lavoratori; voi che prendete stipendi da 16.000 euro per fare interrogazioni parlamentari in cui verificare se ci sono stati infiltrati (sic!) o se c'erano pregiudicati tra i manifestanti (per definizione, i proletari non sono mai in regola con la giustizia, se han deciso di lottare)... voi che non conoscete la disoccupazione e i nostri lavori; voi che

Ma sappiate che siamo molto più semplicemente proletari autentici, dei "senza riserve" stanchi di processioni e scioperi rituali anche perché abbiamo riscoperto il gusto per la lotta di classe. Ora si tratta di ritrovare il gusto di adottare una strategia internazionale per consegnare alla pattumiera della Storia il sistema capitalista e i suoi lacchè. Prepariamo lo sciopero generale prolungato, generalizziamo le lotte del 14 dicembre. E' il tempo della rivoluzione. Come direbbe il vecchio Lev Trotsky: Tutte le chiacchiere secondo cui le condizioni storiche non sarebbero ancora "mature" per il socialismo, non sono che il prodotto dell'ignoranza o di una deliberata mistificazione. Le premesse oggettive della rivoluzione proletaria non solo sono mature, ma hanno addirittura cominciato a marcire. Senza una rivoluzione socialista – e nella prossima fase storica – una catastrofe minaccia tutta la civiltà umana. Tutto dipende dal proletariato, cioè fondamentalmente, dalla sua avanguardia rivoluzionaria. La crisi storica dell'umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria.

La Rivoluzione in Tunisia: un primo inquadramento Considerazioni politiche di Marco Ferrando sulla situazione tunisina

LA RIVOLUZIONE IN TUNISIA: UN PRIMO INQUADRAMENTO. La rivoluzione tunisina è in pieno corso. Analizzarne la dinamica, la natura delle forze in campo, i possibili sviluppi , è una necessità politica per i comunisti di ogni paese. Sia per ricavarne utili lezioni dal punto di vista dell’evoluzione della lotta di classe internazionale, sia per farne terreno di battaglia politica nella lotta di classe del proprio paese. Ciò è vero in particolare per i rivoluzionari in Italia, dato lo storico coinvolgimento dei governi italiani di ogni colore ( nella prima e nella seconda repubblica) nel sostegno attivo al regime deposto; e a fronte del ruolo centrale dell’imperialismo italiano nello sfruttamento della manodopera e delle risorse naturali tunisine. In questa sede segnaliamo alcuni primi elementi essenziali. L’INNESCO DELLA RIVOLUZIONE I fattori d’innesco dell’ esplosione rivoluzionaria hanno avuto un carattere sia sociale che politico. Certamente la crisi capitalistica internazionale ha contribuito all’esplosione. Il governo tunisino, pressato dalle banche internazionali in ordine al pagamento del debito estero , ha tagliato i tradizionali sussidi pubblici che calmieravano i prezzi dei generi alimentari, determinando una loro rapida impennata. L’aumento del prezzo del pane, dello zucchero, del latte- ingredienti base dell’alimentazione popolare- ha rappresentato inizialmente l’elemento scatenante della protesta sociale. Ma la protesta sociale si è trasformata in rivolta di massa quando ha impattato la

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crisi politica del regime. Il regime di Ben Alì, nutrito per 20 anni dalle tangenti dell’ imperialismo francese e italiano, aveva progressivamente logorato la propria base sociale di sostegno. Clientelismo, corruzione, familismo presidenziale sbarravano gli spazi di carriera e affermazione delle classi medie. La giovane generazione che si era ammassata nelle scuole non trovava altro sbocco che il supersfruttamento nelle aziende europee o la disoccupazione e la marginalità di strada; mentre la chiusura delle frontiere europee- concordata dai governi imperialisti col regime tunisino- bloccava la vecchia via di fuga dell’emigrazione trasformando la Tunisia in una prigione. In questo quadro , aggravato dalla crisi capitalista, tutti gli aspetti reazionari del regime- censura, abusi polizieschi, repressione sindacale, limitazione drastica delle libertà democratiche- diventavano sempre più odiosi agli occhi dei lavoratori e dei giovani (che peraltro costituiscono anagraficamente la larga maggioranza della società tunisina). Il drammatico suicidio di un giovane ambulante (Mohamed Bouzizi ) umiliato dalla polizia di regime e privato del lavoro ha riunificato, con la propria immagine, la ragione sociale e politica dell’intollerabilità del regime: e per questo ha costituito il fattore d’innesco della sollevazione. IL RUOLO CENTRALE DELLA UGTT La rivolta di massa è caratterizzata da una base sociale molto larga. Il proletariato vi ha svolto un ruolo centrale:smentendo una volta di più le teorie liquidazioniste circa il suo peso politico e sociale, in particolare nelle società arretrate. La UGTT ( Unione generale dei lavoratori tunisini)- nata nel lontano 24 e sicuramente la più radicata organizzazione sindacale del Maghreb- ha rappresentato il principale canale di organizzazione di massa della rivolta con la proclamazione dello sciopero generale ( 14 Gennaio), unificando su scala nazionale il movimento di ribellione che si andava propagando in diverse città e paesi , e ponendosi di fatto come il riferimento centrale di tutti i soggetti sociali dell’opposizione popolare (lavoratori pubblici e privati, contadini, disoccupati, studenti, insegnanti, artisti, avvocati..). Non a caso a Tunisi come nelle altre città proprio le sedi del sindacato hanno rappresentato e rappresentano il luogo naturale di concentrazione delle forze, di dibattito politico, di organizzazione delle manifestazioni. La stessa rapidità della propagazione della sollevazione dalle città periferiche a Tunisi sarebbe stata impensabile, senza il ruolo determinante dalla UGTT. Peraltro questo ruolo ha contribuito a consolidare il carattere laico della ribellione sociale, con la relativa marginalità di componenti islamiche ( e a maggior ragione integraliste e panislamiste). Ciò che è molto importante anche dal punto di vista dell’impatto internazionale della rivoluzione, in particolare nel Maghreb. LA DINAMICA RIVOLUZIONARIA L’ascesa rivoluzionaria ha avuto una dinamica molto accelerata. Sia sotto il profilo della evoluzione delle parole d’ordine e dei sentimenti di massa, sia per ciò che riguarda il processo di dissoluzione del regime. Lo scontro frontale con la repressione poliziesca, sin dai primi giorni della rivolta, ha rapidamente posto in primo piano nelle manifestazioni di massa le parole d’ordine direttamente politiche. La richiesta iniziale dell’abbassamento dei prezzi alimentari e del sussidio di disoccupazione si è progressivamente trasformata nella rivendicazione delle dimissioni di Ben Alì e del rovesciamento del regime. Ciò ha ridotto e infine annullato lo spazio di manovra di Ben Alì nei confronti del movimento di massa: il tentativo del regime di sedare la rivolta con la promessa di 300.000 posti di lavoro e del ritorno ai prezzi calmierati non solo è caduto nel vuoto ma ha fornito un’immagine di debolezza del governo che ha incoraggiato, a sua volta, la continuità e l’allargamento della mobilitazione. L’impossibilità per il governo di una contromobilitazione reazionaria , data l’estrema ristrettezza della propria base d’appoggio nella società tunisina; e parallelamente la progressiva linea di frattura all’interno dello stesso apparato repressivo dello Stato- tra polizia ed esercito e infine nello stesso corpo della polizia- hanno condannato alla sconfitta i clan dominanti del regime. Tutti i tentativi di Ben Alì di rimanere in sella, o almeno di conservare il controllo politico della situazione ( prima con l’annuncio di nuove elezioni fra 6 mesi e della rinuncia alla propria ricandidatura; poi con l’affidamento del governo ad un proprio diretto fiduciario) sono stati travolti in pochi giorni dall’ascesa rivoluzionaria delle masse. La fuga dalla Tunisia delle famiglie dominanti Ben Alì e Trabelsi ( il clan dell’odiatissima moglie) ha coronato la prima fase della rivoluzione tunisina. Un regime ventennale apparentemente solido, sostenuto da tutti i governi imperialisti europei, è stato rovesciato in una settimana dalla forza di una sollevazione di massa che nessuno aveva ritenuto possibile. La forza criminale di una repressione armata che ha prodotto un centinaio di morti si è rivelata più debole dell’ energia rivoluzionaria dei lavoratori e dei giovani tunisini: gli episodi di fraternizzazione di settori dell’esercito e persino della polizia con i manifestanti è il suggello simbolico di questa verità. Tutto questo rappresenta, di per sé, un’utilissima lezione circa la “possibilità” della rivoluzione, contro lo scetticismo prodotto da decenni di predicazioni intellettuali del riformismo e del centrismo. UNA NUOVA FASE DELLA RIVOLUZIONE Ma il rovesciamento rivoluzionario di Ben Alì non conclude affatto la rivoluzione tunisina. Semplicemente apre una sua nuova fase. E proprio la nuova fase che ora si apre costituisce il passaggio più delicato e difficile della crisi rivoluzionaria. Volendo parafrasare la rivoluzione russa del 1917, possiamo dire che la vittoria di una “rivoluzione di Febbraio” non è affatto garanzia di una “Rivoluzione d’Ottobre”, come insegnano due secoli di storia. E che la presenza o meno di un partito rivoluzionario costituisce al riguardo un fattore decisivo. Tutte le forze della ( debole) borghesia tunisina, dei regimi arabi del Maghreb, dell’imperialismo sono impegnate a costruire un nuovo equilibrio politico che garantisca i loro (diversi) interessi. I settori di borghesia tunisina marginalizzati dal vecchio regime vogliono accaparrarsi le immense proprietà vacanti dei clan Ben Alì e Trabelsi ( terreni, banche, compagnie aeree, hotel, compagnie assicurative, poli turistici..) usando la rivoluzione popolare e il suo sangue come fonte di proprio arricchimento e speculazione. I paesi imperialisti vogliono salvaguardare i propri investimenti e i propri centri di rapina ( banche usuraie e supersfruttamento di manodopera a 300 euro), sgomitando tra loro per la nuova ripartizione annunciata di commesse e affari. Le borghesie arabe del Maghreb hanno il sacro terrore di una possibile propagazione della rivoluzione tunisina, a partire dall’Algeria e dall’Egitto: e per questo si adoperano in mille modi per cercare di stabilizzare la Tunisia. Ma la stabilizzazione politica, dopo quanto è avvenuto, è assai ardua. Un primo tentativo in questo senso è incarnato da un governo di “unità nazionale” capeggiato da una parte del vecchio partito di regime ( RCD) , allargato a esponenti dell’opposizione

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borghese liberale( PDP) e persino inizialmente a tre esponenti sindacali e a un rappresentante del vecchio partito stalinista filomoscovita ( Ettajdid): un governo capeggiato dal Presidente del cosiddetto “Parlamento” ( Mohamed Ghannouchi, RCD) e mirato a recuperare il controllo dalla situazione sociale, a riorganizzare l’apparato repressivo, a garantire gli interessi imperialisti ( pagamento del debito estero incluso). Ma questo tentativo è già in piena crisi. La mobilitazione popolare, inebriata da una vittoria che nessuno avrebbe creduto possibile, non solo continua il suo corso ma chiede la cacciata di tutti gli esponenti del vecchio regime , lo scioglimento del RCD, la punizione dei responsabili dei crimini, una svolta delle condizioni sociali dei lavoratori e dei giovani. Una massa di giovani, di città e di campagna, sta animando una marcia su Tunisi ( “Carovana della libertà”) per chiedere “pulizia” e per questo intraprende l’assedio dei palazzi del governo. Si moltiplicano fenomeni di occupazione da parte di lavoratori e contadini di proprietà, strutture, terreni abbandonati dalle vecchie famiglie dominanti, con la parola d’ordine “ Riprendiamoci i nostri beni”. Il Sindacato UGTT che in un primo momento era entrato nel governo ha dovuto in pochi giorni fare retromarcia e ritirare i propri tre esponenti. Lo stesso ha dovuto fare il partito Ettajdid. Dentro lo stesso apparato dello stato si moltiplicano i fenomeni di smottamento ( come dimostra la partecipazione di centinaia di poliziotti alle manifestazioni di massa contro il nuovo governo). Ovunque la parola d’ordine più diffusa è :” Non abbiamo versato il sangue per gli amici e i complici di Ben Alì”. E’ la richiesta di una svolta profonda. PER UN GOVERNO OPERAIO E POPOLARE Il punto decisivo è quale traduzione politica dare a questa domanda di svolta. E’ il punto su cui si sta dispiegando un aperto confronto nella UGTT e nell’avanguardia larga della rivoluzione. Il Partito Comunista Operaio tunisino, di matrice stalinista, già legato al Partito del Lavoro di Enver Hoxha di Albania, forte di una presenza reale nell’UGT e nelle mobilitazioni, si colloca decisamente all’opposizione dell’attuale governo. L’arresto del proprio segretario Hamma Hammami ( poi liberato ) ,nei giorni della sollevazione, ha accresciuto il suo prestigio. Ma la sua impostazione politica e programmatica riflette fatalmente il suo marchio ideologico. La sua proposta è un governo di vera “unità popolare” tra “tutte le forze partecipi” della rivoluzione ( “UGTT, comunisti, democratici, partito islamista”) su un programma “coerentemente democratico” ( scioglimento degli apparati repressivi del vecchio regime, abolizione di ogni censura, libere elezioni). L’anticapitalismo e il socialismo possono aspettare.. Si tratta della classica riproposizione della rivoluzione “a tappe” ( oggi “la rivoluzione democratica”, un domani “la rivoluzione socialista”) che ha sempre significato e significa rinuncia alla rivoluzione socialista e sacrificio degli stessi obiettivi democratici più conseguenti. E’ l’impostazione del menscevismo nella rivoluzione russa ( poi ripresa dallo Stalinismo), contro cui Lenin e Trotsky hanno combattuto sino alla fine: la stessa rivoluzione d’Ottobre è stata resa possibile dalla sconfitta di quell’impostazione. Tutta la dinamica della rivoluzione tunisina, la struttura sociale del paese, la natura delle forze in campo, dicono che solo una rivoluzione socialista, solo un governo degli operai, dei contadini, delle masse povere della popolazione , può portare sino in fondo gli stessi obiettivi democratici della rivoluzione. Questo è il punto decisivo. La rivendicazione di una libera Assemblea Costituente , dello scioglimento dei corpi repressivi dello Stato, dell’arresto della casta degli ufficiali complice del deposto regime, richiedono uno scontro frontale con la borghesia tunisina: che non ha alcuna intenzione di privarsi del proprio scudo protettivo. La rivendicazione di una radicale riforma agraria, e della redistribuzione della terra, richiede l’esproprio dei grandi latifondi e della grande proprietà terriera, appannaggio della borghesia tunisina o di capitalisti stranieri: che non hanno alcuna disponibilità a sacrificarsi ai contadini poveri. La rivendicazione dell’indipendenza reale dall’imperialismo è inseparabile dall’ esproprio delle migliaia di aziende straniere sfruttatrici , dalla nazionalizzazione delle banche, dall’abolizione del debito estero: ciò che significa un’inevitabile rottura con i governi europei e con la borghesia nazionale ad essi legata. La stessa soddisfazione delle rivendicazioni sociali più elementari delle masse, a partire dal lavoro e da un sistema reale di sicurezza sociale, è incompatibile, nelle condizioni date, con la sopravvivenza del capitalismo tunisino e col dominio sociale delle sue classi possidenti. La conclusione è una sola: tutte le esigenze di fondo della rivoluzione in corso- incluse le rivendicazioni democratiche più elementari- chiedono di fatto di andare al di là della soglia “democratica” della rivoluzione, e pongono apertamente la necessità della rottura anticapitalista. Cioè del potere operaio e contadino. PER I COMITATI POPOLARI. PER UN GOVERNO UGTT. Proprio per questo una politica coerentemente rivoluzionaria in Tunisia deve ricondurre a questa prospettiva l’agitazione quotidiana e l’intervento di massa. Respingendo ogni soluzione politica o proposta che, direttamente o indirettamente, miri a subordinare la rivoluzione a un quadro “democratico borghese”. Centrale è oggi la parola d’ordine dei comitati popolari, liberamente eletti nelle città e nei villaggi, e della loro progressiva centralizzazione democratica. Tutto il corso della rivoluzione ha sospinto, in ordine sparso, tentativi di autorganizzazione popolare: per organizzare le manifestazioni, fronteggiare la penuria di viveri, promuovere la controinformazione, difendersi dalla polizia. Non a caso nel dibattito diffuso del movimento si è fatta largo, seppur in modo confuso, un’istanza di autogestione. Si tratta di dare a questa istanza una traduzione vera e compiuta. I comitati popolari elettivi e il loro progressivo coordinamento possono rappresentare l’organizzazione democratica di un nuovo Stato e di un nuovo potere: in cui a comandare siano i lavoratori, i contadini, le masse povere delle città e delle campagne. Questa stessa parola d’ordine va introdotta oggi nelle fila dell’esercito: per ampliare la sua frattura interna , avvicinare la parte più avanzata dei soldati all’organizzazione popolare, favorire attraverso tutti canali disponibili l’armamento popolare. Perché in tutti i processi rivoluzionari è la forza il fattore decisivo, contro ogni illusione democratico-istituzionale. E i comitati popolari possono avere in questo campo una funzione decisiva. Parallelamente è necessario avanzare un’aperta indicazione di governo, come sbocco delle crisi politica in atto. A tutte le soluzioni e proposte di “unità nazionale” o di governo “democratico”, va opposta la rivendicazione di un “governo dell’UGTT” su un programma anticapitalista. L’UGTT è la struttura di massa unificante della mobilitazione popolare. E’ di fatto la sua attuale direzione. Al suo interno si moltiplicano le contraddizioni e si confrontano posizioni diverse: tra spinte collaborazioniste ben presenti nella sua leaderschip, e spinte radicali di importanti organizzazioni di categoria ( come il sindacato dei disoccupati). La rivendicazione di un governo della UGTT è dunque doppiamente utile. Da un lato corrisponde alle necessità della situazione oggettiva: traducendo in forma

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concreta la rivendicazione del governo operaio e popolare. Dall’altro si contrappone alla linea riformista dei vertici sindacali, spingendo in avanti le tendenze più radicali del sindacato e del movimento. Nella sostanza l’appello alla UGTT perché rompa con tutti i partiti borghesi e si assuma sino in fondo le sue responsabilità di organizzazione di massa della rivoluzione, è perciò stesso un fattore di chiarificazione politica all’interno del movimento operaio tunisino. Infine è decisivo un pubblico appello delle organizzazioni di massa delle rivoluzione tunisina ai lavoratori e alle masse povere degli altri paesi, ed in particolare del Maghreb. Se le borghesie del Maghreb si adoperano a recintare la rivoluzione tunisina, i lavoratori e i giovani di Tunisia hanno l’esigenza esattamente opposta: estendere la rivoluzione al di là dei propri confini. Gli attuali sviluppi della lotta di massa in Algeria, le manifestazioni di solidarietà con la rivoluzione tunisina che si sono sviluppate in Egitto e Giordania, le aperte divisioni che si sono prodotte all’interno del regime libico nel rapporto con Tunisi, ci dicono che già oggi la rivoluzione tunisina ha un impatto politico sull’intero Maghreb e sull’immaginario di vaste masse arabe. L’estensione del processo rivoluzionario in altri Paesi dell’area costituirebbe non solo un fattore di consolidamento e radicalizzazione della rivoluzione tunisina, ma un formidabile fattore di crisi dell’imperialismo, in particolare europeo, e del sionismo, a tutto vantaggio della classe operaia europea ( che non verrebbe più ricattata, oltretutto ,dai salari miserabili nordafricani) e del movimento di liberazione palestinese ed arabo. Sviluppare nel proletariato tunisino la coscienza del significato internazionale della propria rivoluzione è un compito decisivo dei comunisti. PER UN PARTITO RIVOLUZIONARIO IN TUNISIA. Proprio la necessità di questa politica rivoluzionaria e della sua articolazione sul campo richiama la necessità della costruzione e sviluppo del partito rivoluzionario in Tunisia. Il CRQI non ha ad oggi una presenza organizzata in quel paese. Ma il PCL dispone di un contatto prezioso con una piccola area trotskista tunisina che partecipa attivamente alla rivoluzione in corso. Un dirigente di questa area ( Majdi) studia e lavora attualmente a Roma , ha avuto diversi incontri con il PCL, e ha organizzato con la nostra sezione romana il presidio del 15 Gennaio davanti all’ambasciata tunisina, con la partecipazione di numerosi compagni immigrati. Per il 4 Febbraio la nostra sezione di Roma sta preparando un’assemblea pubblica col compagno Majdi e il compagno Grisolia sulla rivoluzione tunisina, con l’obiettivo di coinvolgere diversi compagni tunisini della comunità di Roma. Va da sé che il rapporto con questo ambiente tunisino è molto importante per il CRQI e per lo sviluppo del partito rivoluzionario in Tunisia. La costruzione del partito rivoluzionario e lo sviluppo della sua influenza di massa è ovunque un fattore decisivo per le prospettive del movimento operaio e della rivoluzione. FARE COME IN TUNISIA Infine la rivoluzione tunisina è anche un terreno prezioso per la battaglia dei comunisti in Italia. Sia in riferimento al sostegno attivo alla rivoluzione ( presidi, manifestazioni, assemblee pubbliche con possibile coinvolgimento di compagni tunisini ed arabi). Sia per la necessaria denuncia degli interessi imperialistici italiani in Tunisia ( quasi mille aziende, tra cui Fiat, Eni,Ansaldo, Impregilo…). Ma anche e soprattutto per un’azione di chiarificazione pubblica sul carattere esemplare della rivoluzione. La rivoluzione tunisina dimostra una volta di più che una sollevazione popolare può prodursi come brusca rottura, concentrata e radicale, di un equilibrio sociale e politico apparentemente stabile; che la sollevazione può essere innescata da una combinazione imprevedibile di eventi accidentali, quando tali eventi materializzano simbolicamente agli occhi delle masse l’insostenibilità della situazione generale in cui sono inscritti; che la sollevazione ha una potenza sociale straordinaria- sorprendente per i suoi stessi protagonisti- capace di liberare enormi energie popolari per lungo tempo passive, di rovesciare rapidamente un governo, di paralizzare e dividere l’apparato dello Stato. Questa lezione viva degli avvenimenti tunisini va incorporata alla nostra battaglia per la prospettiva rivoluzionaria in Italia. “Berlusconi come Ben Alì” ,“Fare come in Tunisia” debbono diventare nostre parole d’ordine di massa ( nei volantini, negli interventi, nelle manifestazioni..) all’interno della nostra campagna per il governo dei lavoratori. *

Dal PCd'I al PCL “Se ieri intransigenza voleva dire buttar fuori chi voleva andare al Governo, il mettersi la feluca del regio servitore, oggi intransigenza vuol dire liberarsi da chiunque non comprende che la lotta deve essere contro le istituzioni politiche borghesi, che la lotta deve essere per la conquista integrale, rivoluzionaria del potere, da parte del proletariato, secondo le previsioni e la dottrina di Marx”. XVII Congresso PSI Livorno – 16/20 gennaio 1921 (Relazione della Frazione Comunista) E' per questo che difendendo la tradizione del marxismo rivoluzionario, continueremo a far prevalere la prospettiva di trasformazione sociale sulla contingenza.

Stanno per iniziare i corsi di studio sul marxismo organizzati dal PCL, comunicaci la tua partecipazione a: 329-4846767

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Per un'educazione rivoluzionaria in seno al Partito La IV Internazionale è oggetto già oggi del giustificato odio degli staliniani, dei socialdemocratici, dei liberali e dei fascisti. Non trova né può trovare posto in nessun fronte popolare. Si contrappone intransigentemente a tutti i gruppi politici legati alla borghesia. Suo compito è rovesciare la dominazione del capitale. Suo fine è il socialismo. Suo metodo è la rivoluzione. Senza democrazia interna non c'è educazione rivoluzionaria. Senza disciplina non c'è azione rivoluzionaria. Il regime interno della IV Internazionale è basato sui principi del centralismo democratico: completa libertà nella discussione, unità completa nell'azione. (Lev Trotsky) L'ondata rivoluzionaria della Tunisia contagia l'Egitto Esplode anche in Egitto dopo la Tunisia la protesta antigovernativa. Oltre 200mila sono i manifestanti che scendono nelle strade egiziane per urlare il proprio dissenso contro il regime del Cairo; un movimento composto da studenti, lavoratori e disoccupati. La reazione non ha atteso molto per usare la violenza, Mubarak ha, già, in pochi giorni effettuato oltre 1000 arresti. Le forze reazionarie del governo egiziano non si sono fermati neanche di fronte ai media, fobia della reazione: 8 giornalisti che avevano inscenato una protesta davanti alla sede del loro sindacato- secondo la tv araba Al jazera- sono stati arrestati. Per il regime le manifestazioni popolari rappresentano "una sfida spudorata" all'autorità dello Stato. E' quanto ha sottolineato in una nota il ministero dell'Interno egiziano, stando a quanto ha riportato il sito web del quotidiano 'al-Masry alYoum'. Nella nota, il ministero ha invocato la fine delle proteste per evitare "ripercussioni negative sulla sicurezza pubblica". Insomma finitela o sarà un massacro! "Speriamo che il presidente egiziano Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e lungimiranza". A dichiararlo, intervenendo a “Radio anch'io” su Radio 1, è stato il ministro degli Esteri Franco Frattini, sottolineando come “tutto il mondo” consideri l'Egitto "punto di riferimento per il processo di pace che non può venire meno". Insomma il governo Berlusconi non ha lesinato il sostegno al regime di Mubarak. In più Frattini da illuminato diplomatico ha espresso il suo giudizio politico : "La situazione egiziana - ha dichiarato - non è comparabile a quella tunisina: in Egitto vi sono delle pulsioni del fondamentalismo islamico, dell'estremismo radicale..." Dunque non manifestate per il pane e il lavoro, perchè il regime teocratico è dietro l'angolo... L’ascesa rivoluzionaria dunque, nonostante il giudizio del ministro Frattini, sta avendo un evoluzione particolare. Sia sotto il profilo della evoluzione delle parole d’ordine e dei sentimenti di massa, " Pane e libertà" sia per ciò che riguarda il processo di critica del regime, una critica ad oggi laica e radicale. Lo scontro frontale con la repressione poliziesca, sin dai primi giorni della rivolta, ha rapidamente posto in primo piano nelle manifestazioni di massa le parole d’ordine direttamente politiche. La richiesta iniziale del pane e del lavoro si sta mutando progressivamente nella rivendicazione della cacciata del governo. La rivoluzione egiziana, la struttura sociale del paese, la natura delle forze in campo, dicono che solo una rivoluzione socialista, solo un governo degli operai, dei contadini, delle masse povere della popolazione, può portare sino in fondo gli stessi obiettivi democratici della rivoluzione. Questo è il punto decisivo. La rivendicazione di una libera Assemblea Costituente, dello scioglimento dei corpi repressivi dello Stato, della formazione dei consigli dei lavoratori e dell’arresto della casta dei militari complici di questo regime pluridecennale, richiedono uno scontro frontale con la borghesia Egiziana. Per il rovesciamento del Regime di Mubarak Per un governo operaio, contadino e delle masse povere egiziane

febbraio 2010 (...)Per un medioriente unificato, laico e socialista . Classe contro classe: sinistre alla prova O emerge la forza del lavoro, o vince la forza del padrone. Il secondo congresso nazionale del Pcl ha tradotto in questi termini semplici lo snodo della situazione italiana. La Fiat dirige l'attacco finale ai diritti sindacali. Prima a Pomigliano, poi a Mirafiori, l'obiettivo è realizzare in Italia quello che l'industria automobilistica Usa ha imposto ai propri operai: contratti individuali, controllo totale del lavoro, abbattimento della presenza sindacale nelle fabbriche. Anche i metodi sono gli stessi, a partire dai referendum ricatto. Medesimi sono infine gli alleati: tutti i governi del capitale e tutti i partiti della borghesia, siano essi "repubblicani" o "democratici", "reazionari" o "liberali". Ha ragione Landini: «È uno scontro epocale». Questa operazione, apparentemente vincente, ha un solo difetto: non può ingannare gli operai. Può ricattarli e persino piegarli in un primo momento. Ma non può conquistare la loro mente. Nessun operaio alla catena di montaggio potrà mai vedere il "progresso" nella riduzione delle pause, o nell'impossibilità di scegliere la propria rappresentanza sindacale. I padroni possono vincere, ma non convincere le proprie vittime. La rabbia dei lavoratori è dunque destinata a crescere. Ma tutto dipende dalla sua trasformazione in ribellione, coscienza, organizzazione. E questo è un passaggio molto complesso. La Fiom ha svolto e svolge un ruolo prezioso respingendo il ricatto della Fiat e le stesse pressioni della maggioranza Cgil. Il suo no ha incoraggiato ampi settori di lavoratori, ha mutato il volto sociale dell'opposizione, ha favorito l'irruzione di una nuova generazione di studenti. Per questa stessa ragione la Fiom merita il sostegno di tutta la sinistra di classe, senza defezioni. Ma il no della Fiom a Marchionne non modifica di per sé il rapporto di forza con la Fiat. Questo è il punto. Lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 gennaio è un fatto molto importante, ancor più se fosse preceduto da un'affermazione "politica" del no a Mirafiori, per cui tutti ci battiamo in queste ore. Ma il problema non è semplicemente mostrare la forza della propria rappresentanza sindacale. È investire questa forza sino in fondo per piegare materialmente il padronato. A questo fine è necessaria una svolta unitaria e radicale di tutte le sinistre sindacali e politiche, che punti apertamente a vincere: opponendo alla forza della Fiat una forza uguale e contraria. Questa è la necessità del momento: intraprendere un'azione di massa generalizzata e prolungata, a partire dal 28 gennaio; bloccare lo straordinario in tutta Italia; preparare l'occupazione di tutte le aziende che licenziano o violano i diritti sindacali; coordinare nazionalmente le aziende occupate; costituire una cassa nazionale di resistenza a sostegno della lotta; rivendicare apertamente la nazionalizzazione della Fiat e di tutte le aziende in crisi, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. E al tempo stesso far leva su questo scontro alla Fiat e nelle aziende in lotta per estendere il fronte della mobilitazione sociale all'intero mondo del lavoro, pubblico e privato. Una simile svolta non è affatto semplice. Deve rimontare il peso delle sconfitte subite, di tante delusioni, di tanto scetticismo. Ma le forme di lotta, purtroppo, non si possono "scegliere" a piacimento. E oggi un livello di scontro storicamente nuovo richiama la necessità di nuove forme di lotta. Se la Fiat torna agli anni'20, possono farlo anche gli operai. Se la Fiat mira a distruggere la presenza sindacale con l'arma antica del ricatto e della "serrata" - come fece nel '20 - i lavoratori possono rispondere come fecero allora: con l'occupazione degli stabilimenti. Se la Fiat punta all'esproprio dei diritti operai, gli operai possono battersi - come allora - per l'esproprio della Fiat. L'esito della lotta, come sempre, non sarebbe scontato. Scontato sarebbe l'esito - catastrofico - di una lotta mancata. Questa svolta richiede la piena autonomia del movimento operaio, a partire dalla Cgil, dai partiti borghesi e dal centrosinistra. La rottura col Pd filo Fiat è la precondizione di una svolta di lotta. Non si può resistere ai padroni assieme a chi ogni giorno ricerca la loro investitura. Per questo ci appelliamo a Sel, alla Fed, a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, perché rinuncino all'alleanza "democratica" con un partito complice di Marchionne e uniscano nell'azione le proprie forze attorno a un autonomo programma anticapitalista. Perché non intraprendere questa strada, dopo che tutte le altre hanno fallito?

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Opposizione Comunista febbraio 2011  

foglio per il dibattito e l'organizzazione rivoluzionaria - PCL Forlì-Cesena

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