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Frontespizio

Imogen Barnabas

Veleno & Pozioni d’Amore 2014


Colophon

ISBN 9788890995446 1° edizione 5 Settembre 2014

Òphiere Copyright © 2014 Mamma Editori Casa Bonaparte 43024 Neviano degli Arduini  –  Parma telefono 0521.84.63.25 mamma@mammaeditori.it http://www.ophiere.it/

Imogen Barnabas

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Immagine di copertina di Caffeina Design FINITO DI STAMPARE NEL MESE DI SETTEMBRE 2014 PRESSO MAMMA EDITORI

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Dedica

A Valentina


1. Un iPhone penultimo modello

D

ominique parcheggiò davanti all’autogrill. C’era un posto disponibile, lungo e stretto, era proprio accanto a un carro da morto. Ci si infilò, non vedeva l’ora di volare tra le braccia di Uppert e sorrise allo specchietto laterale. Già che c’e‑ ra estroflesse le labbra carminio. Poi, nel riquadro dello specchietto, comparve una croce nera. Era applicata su un montante del retrotreno. Distol‑ se lo sguardo ma fu solo per posarlo su un’altra croce dorata che svettava davanti, sul muso del feretro, sopra il cofano. Spense il motore e puntò lo sguardo verso la porta a vetri dell’autogrill. Aveva fretta e sarebbe sgusciata molto rapidamente tra le vetture, se non avesse dovuto appiattirsi con la schiena contro la propria auto, cercando di non sfiorarla per non sporcare la leggera gonna svolazzante a pois. Fu così che notò il proprio riflesso nella vetratura addobba‑ ta dell’auto funebre. Tra il festone in alto e un nastro di velluto viola a pieghette regolari sotto, si delineava una faccia. Strabuzzò gli occhi e guardò meglio. Nell’abitacolo filtrava un raggio di sole, scintillava sul coperchio della cassa di legno scuro e gocciolava su qual‑ cosa di più chiaro. Dominique socchiuse le palpebre. 5


Sì, era l’interno della bara. Con il movimento, il co‑ perchio doveva essersi spostato. Si vedeva chiaramente l’imbottitura di raso celeste. E la faccia. Sgranò gli occhi del tutto. Sì, era una faccia, un viso azzurrognolo con le orbite cerchiate di viola. Il tizio doveva essere morto al mare. Affiorava il col‑ letto slacciato e la parte alta di una camicia a fiori, come quelle hawayane da spiaggia che andavano di moda ne‑ gli anni ‘80. Era un morto abbronzato; quello strano colore del viso doveva essere il risultato del connubio tra la tintarella e il pallore cadaverico. Curioso. Dominique aveva sempre creduto che gli addetti alle pompe funebri truccassero un po’ i morti, prima di seppellirli. Quello era anche tutto spettinato e aveva una macchia scura sulla bocca. Avrebbe detto che fosse sangue ma era certa che era impossibile in una salma già composta nella bara. Si raddrizzò e si guardò intorno in cerca dell’auti‑ sta ma non vide altro che la tazza di caffè lampeggiare sull’insegna del punto ristoro. Spinse sul maniglione e respirò a pieni polmoni l’aro‑ ma del caffè diffuso da una piacevole brezza fredda. Nel‑ la Deux Chevaux d’epoca l’aria condizionata non era contemplata, così Dominique si dispose ad approfittare della lunga coda alla cassa per godere di un po’ di fresco quando la voce professionale e urgente del telegiornale le fece alzare lo sguardo. “Il Mostro dei Fiumi torna a colpire. Ritrovati altri due corpi sulle sponde della Loira, in prossimità di Rohanne. 6


Arrivano così a dodici le vittime del killer seriale, tutti facoltosi uomini di successo i cui cadaveri sono stati abbandonati e in seguito rinvenuti in aree fluviali.” Lo schermo dietro la cassa saltò su un telefilm. «Certi crimini sembrano proprio una forma di giu‑ stizia divina. I ricchi, crisi o non crisi, restano sempre in piedi,» osservò il banconista armeggiando con il te‑ lecomando. «Chi devo servire?» Dominique alzò timi‑ damente la mano come a scuola, ma una ventenne in forma smagliante la superò. Era una bionda appariscente, intenta a digitare mes‑ saggi su un iPhone 5 con cover di strass che le passò davanti senza nemmeno vederla. Dominique si scusò per essersi fatta urtare, poi co‑ minciò ad appoggiare sul banco due cioccolatini e ap‑ profittò dell’attesa per ricontrollare la propria immagi‑ ne nello specchio dell’espositore per occhiali. Quando finalmente posò sette euro sul piatto poggia‑monete, aveva deciso che non troppo in là nel tempo si sarebbe fatta dare un ritocchino; ormai bastava un niente per appesantirle l’espressione. A volte le sembrava di essere come un iphone non più d’ultimo modello, buono ormai solo per fare con‑ fronti con le nuove superdotazioni. Sorrise dolcemen‑ te allo specchio: nonostante tutto, però, Uppert c’era e aveva scelto lei. Uppert e quegli gli occhi colore del mare, capaci di evocare tutta la profondità della disperazione di un bimbo quando si accorge di essersi messo in una storia troppo grande e troppo sbagliata per lui. Sì, Uppert che

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la guardava ogni volta così; e a quel tormento tanto az‑ zurro Dominique proprio non sapeva resistere. «Signora...?» disse gentilmente il cassiere. Anzi, per la verità lo ripeté. Dominique si voltò a guardarlo. Si chiamava così perché era nata nel “giorno del Si‑ gnore” e sua madre, di origine italiana e cattolica con‑ vinta, aveva deciso di ricordare ad perpetuum questo dettaglio della sua vita, coniugando il suo nome con quello della domenica. Senza rendersi conto che, in questo modo, aveva impresso nella sua vita due carat‑ teristiche che non l’avrebbero mai più abbandonata. La prima era che la figlia, effervescente come un’aspirina, sarebbe sempre stata estremamente riluttante a ono‑ rare e obbedire a qualunque “signore” - appartenente all’Empireo o più terreno - che cercasse di imporle un qualsiasi tipo di regola; la seconda era che Dominique, evanescente come la polvere delle ali di una farfalla o come lo chiffon di una sottana - avrebbe sempre gradito attribuire a se stessa quel titolo “signora”. Se lo meritava: poche donne avevano la sua grazia e quel buon gusto nel muoversi attraverso le difficoltà di una vita carogna. Anche se sembrava non rendersene conto troppo spesso, specie negli ultimi tempi. E poche donne erano dotate della sua generosa, coinvolgente e colorata pazzia. Quel giorno più che mai. Sorpresa e un po’ imbarazzata, come se il cassiere avesse avuto la magica capacità di leggerle nel pensie‑ ro, arrossì leggermente e sorrise all’addetto che la fissava dall’altra parte della cassa:

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«Un caffè freddo e questi...» disse indicando i cioccolatini. «Ecco... » L’uomo consegnò lo scontrino, sorridendo con un’aria che a Dominique parve comprensiva. Radunò i cioccolatini e andò al banco bar dove con‑ sumò la bevanda ghiacciata in pochi sorsi. In capo a un quarto d’ora si lasciò alle spalle l’odore di brioche e caffè dell’autogrill, salì in auto e si diresse ai distributori. E con suo enorme disappunto vide che non c’era il perso‑ nale addetto alle pompe. «Oh, no!» sbottò, inchiodando. Il carro funebre grigio metallizzato inchiodò a sua volta dietro di lei e qualcuno alle sue spalle si attaccò con ostinazione a un nervosissimo clacson; Dominique guardò nello specchietto retrovisore e accennò un ra‑ pido gesto di scusa con la mano; aveva intenzione di scusarsi meglio, naturalmente, come ogni vera signora; ma adesso doveva risolvere un problema assai più grave: non era mai stata capace di fare il pieno da sola. «Calma, Dominique, calma, – si disse, – in un modo o nell’altro ne verremo fuori.» Accostò dolcemente vicino agli erogatori, tenendo d’occhio il carro da morto che la seguiva a ruota. Spense il motore e aprì lo sportello, poi fece uscire la prima delle sue affusolate gambe in calza velata su Chanel con tacco rosso pompiere – i sandali preferiti di Uppert –, si sporse e sorrise all’autista del feretro. Un sorriso candido e irresistibile. Il sorriso più in‑ genuo e simpatico del mondo. Solo le bambine sanno sorridere così.

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L’uomo aprì a sua volta lo sportello e uscì dall’au‑ to, ricambiando, sorpreso e appoggiandosi al tettuccio. Dominique fece per dirigersi verso di lui ma l’uomo le indicò l’auto: «La borsetta, signora... Meglio non lasciarla incustodita.» Lei sorrise, rientrò nell’abitacolo lasciando che l’orlo svolazzante della gonna di seta si sollevasse capriccioso sui polpacci e ne uscì con la borsa, per dirigersi a passet‑ tini rapidissimi verso colui che nella sua mente era già diventato un salvatore. Carro da morto, visibilmente stanco, visibilmente nervoso e visibilmente di mezza età, si tolse gli occhiali da sole e si tamponò la fronte con un fazzolettino di car‑ ta apparso dal nulla, così giallo e macchiato che avrebbe potuto benissimo essere quel che rimaneva del cartoccio di una frittella. Dominique sorvolò sul senso di repulsione alla vista del fazzolettino e della camicia non proprio freschissima dell’uomo. Da qualche parte in fondo alla mente, passò la consapevolezza su chi potesse essere il tizio, eviden‑ temente il proprietario di una piccola ditta di pompe funebri che aveva viaggiato senza dormire né farsi una doccia; ma tutto questo, nell’imminenza, non aveva al‑ cuna importanza. Dominique era senza benzina, aveva già perso parec‑ chi minuti preziosi nel Duty Free Area e adesso aveva fretta. Così, valutando in un batter d’occhi la direzio‑ ne del vento e giudicandola favorevole, gli si avvicinò abbastanza perché lui sentisse la fragranza del suo olio essenziale di rosa, mantenendo tuttavia una distanza di 10


sicurezza sufficiente a non sentirsi infastidita dalla sua traspirazione. Poi sgranò su di lui il paio di turchesi che aveva al posto degli occhi, dono del nonno paterno, e sbatté le ciglia vellutate di mascara marrone a mo’ di ala di farfalla. Un inatteso flap flap colse carro funebre che si sentì improvvisamente più allegro, meno stanco, meno ner‑ voso. Ma senza dubbio un pochino più sudato. «Mi scusi per prima, io sono davvero così imbranata ... ma provo un forte imbarazzo, quando vedo un distri‑ butore senza personale addetto. Mi fa lo stesso effetto che mi farebbe vedere un uomo tutto nudo con i cal‑ zini.» Dominique scoppiò a ridere e il becchino stanco sudato che aveva viaggiato troppo non poté trattenere a sua volta una risata. «Ecco, disse, si fa così» e cominciò a illustrare con fare esperto e sicuro la procedura di auto rifornimen‑ to, senza perdere d’occhio nemmeno per un istante il contatore della benzina, la propria vettura e i sandali di lei. Che sorrideva estasiata al pensiero della benzina che sgorgava nel suo serbatoio. «Io davvero non so come sia possibile. Devo confes‑ sarle una cosa.» Lui la guardò negli occhi. «La verità è che i distributori non mi imbarazzano.» L’uomo scese con lo sguardo alla scollatura della ca‑ micetta di velo rosso, sotto il copricuore in tinta. Rico‑ minciò di colpo a sudare. Dominique, invece, continua‑ va a sorridere: «Perché la verità è che mi terrorizzano proprio!» poi scoppiò di nuovo a ridere, e anche lui. Intanto Domini‑ 11


que cercò di ignorare la puzza di benzina sperando che non si impregnasse nella seta della gonna. Si mosse ra‑ pidamente da una parte all’altra, allungando il collo per seguire le spiegazioni di quel signore, spiegazioni tanto gentili quanto del tutto inutili. «Lei non ha idea di quante volte mi abbiano det‑ to come si fa ma non riesco proprio a farmelo entrare in testa,» e scosse il caschetto di riccioli biondi, che si mossero armoniosamente tutti insieme come violini di un’orchestra. «Semplicemente, quando vedo un distributore senza l’omino, mi paralizzo. Ecco. Mi paralizzo proprio. » E gli piantò di nuovo addosso i turchesi. L’uomo, ricon‑ fermato nella propria virilità, incastrò con un secco col‑ po deciso la pompa nell’apposito sostegno e le sorrise. Sentendosi irresistibile, e pensando alla prossima mossa, che sarebbe stata... «Non so proprio come ringraziarla» cinguettò lei. «Anzi lo so! – Esultò imprimendo un paio di colpi di sopracciglia verso il cielo. – Per sdebitarmi la avverto: deve chiudere meglio la bara all’interno perché il coper‑ chio si è spostato e si vede il morto!» aggiunse con tanto d’occhi. Lui fece per aprire bocca; Dominique sbatté le ciglia un paio di volte, rinnovò un sorriso smagliante e poi: «Uh!» strillò «Ma è tardissimo!» Lanciò un paio di sguardi intorno, improvvisamente angosciata. «Arriverò in tempo...? Mi aspettano! Devo scappare!» Era già in auto.

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«Grazie! Lei mi ha davvero salvato la vita!» gridò chiudendo lo sportello dell’auto. «Non la dimenticherò mai!» Diede una rapida occhiata nello specchietto retrovi‑ sore, senza riuscire a dare un significato all’espressione delusa e improvvisamente moscia del suo eroe, che ri‑ mase sullo sfondo di quella meravigliosa mattina con le braccia penzolanti in maniera desolata. E con qual‑ cos’altro che penzolava dalle sue mani, Dominique non ebbe tempo di capire esattamente cosa fosse. Accelerò decisa a immettersi nell’autostrada: verso Uppert, ossia verso il suo personale paradiso. Era la seconda volta che percorreva quei 283 chilo‑ metri per vederlo. 283 chilometri verso sud, e poi ri‑ torno. Uppert non era esattamente dietro l’angolo, ma questo era un dettaglio irrilevante. I suoi occhi malin‑ conici e maliziosi allo stesso tempo, la sua mascella così perfetta e quel suo naso “americano” l’avevano fatta im‑ pazzire. Si erano conosciuti in chat, proprio come in una favola, e lei aveva saputo subito di amarlo. Ci sono quelle situazioni in cui le cose si sanno e basta: ecco, con Uppert era proprio una di quelle. Lasciando l’area di servizio selezionò una play list sul’iPod e pigiò il rewind su It’s a hard life: quella can‑ zone era proprio adatta a lei e alla sua vita di eterna in‑ namorata, convinta che l’amore potesse essere l’unico balsamo, l’unica panacea ad ogni problema della vita. Chissà cos’era successo, poi, con gli altri. Qualche volta aveva iniziato a chiederselo, senza tuttavia darsi mai una risposta, perché si era sempre distratta prima di arrivare a sviscerare bene come fossero andate le cose. 13


Del resto, adesso che c’era Uppert non valeva neppure la pena di scoprirlo. Sembrava proprio che le parole del caro, buon vecchio Freddie fossero profetiche: “Adesso sto spettando qualcosa che cada dal cielo, sto aspettando l’amore”. “E speriamo che cada proprio questo, stavolta, non una frana o una grandinata come al solito”, pensò Do‑ minique, sintonizzandosi sul battito irregolare e rapidis‑ simo del proprio cuore. Dove sarebbero andati insieme, si chiese, pregustan‑ do l’incontro. Stavolta lui avrebbe voluto fare l’amore. L’avrebbe portata a casa sua, magari sua moglie era via, fuori per lavoro. O forse in studio? Il sancta sanctorum di ogni regista? Sì, lei voleva farlo lì. Se lui glielo avesse chiesto, se le avesse lasciato scegliere il posto, sarebbe stato lì che gli avrebbe detto di andare. Voleva fare l’a‑ more con lui per terra, ai piedi della sua cinepresa. Un ovvio tributo all’Arte e alle sue divinità. In quel momento squillò lo smartphone. Era Uppert. “Telepatico”, pensò sorridendo, e rispose mettendolo in viva voce. «Ciao stellina,» disse la bella voce d’argento dall’altra parte di chissà dove. Come sempre quando lo sentiva dire “stellina” per‑ se letteralmente l’uso della ragione e si sciolse come un gelato sull’asfalto di Ferragosto. Cominciò a balbettare come un’adolescente e rise. Rise, sì, di euforia e di gioia. «Ciao, Uppert,» riuscì a rispondere infine e udì dall’altra parte l’eco della sua voce. «Ma dove sei?» Uppert aveva una voce così dolce che sembrava sem‑ pre che parlasse sorridendo. 14


«C’è un problema, stellina. Un imprevisto, dobbiamo rimandare il nostro appuntamento di oggi.» Dominique sorrise nervosa, sentendo improvvisa‑ mente freddo: «Stai scherzando,» azzardò. Senza esserne del tutto convinta. «Purtroppo no, stellina. Mi dispiace. Ho solo pochi minuti prima di rientrare in studio e continueremo per l’intero weekend. Ti ho chiamato appena ho potuto.» «Uppert, mi mancano meno di cinquanta chilometri per essere da te. Come ti viene in mente di farmi uno scherzo del genere?» «Ma non è uno scherzo, stellina. Abbiamo deciso di rivedere alcune cose in un paio di scene, con i ragazzi della troupe, e non possiamo proprio rimandare. Dobbiamo chiudere le registrazioni. Mi dispiace.» «Ma come “non possiamo rimandare”? Ma che vuol dire, scusa? Io sto arrivando lì da te, sarò lì tra mezz’ora. Ho anche un regalo...» «No, mi dispiace, non posso. Scusami, mi stanno chiamando, dobbiamo riprendere. Ciao stellina, a presto. Ti voglio bene, non dimenticarlo.» Click. Mortale. Freddo come una tomba. Una tomba pure l’abitacolo, ora che la bella voce d’argento del regista più figo che lei avesse mai cono‑ sciuto al mondo stava tacendo. Mormorò: «Mancavano solo cinquanta chilometri, maledizione,» e gettò un’occhiata mesta allo smartpho‑ ne fiaccamente appoggiato sul sedile fianco conducente, 15


cercando di capire quale fosse l’uscita autostradale che le avrebbe permesso di invertire il senso di marcia e di rientrare delusa a casa. Ma in quel momento vide la goc‑ cina gialla del puntatore brillare proprio poco distante da dove si trovava lei, indicando caparbiamente la scritta “Lyssa”. Sembrava un dito indice puntato con insistenza proprio su quel nome. Dominique trattenne per un brevissimo istante il respiro ma un’ondata di calore le si diffuse in tutto il corpo. Lyssa e la sua Provenza non erano lontane, non abbastanza lontane per permetterle di arrendersi al gri‑ giore della sua vita. Lyssa Salvaggio e il suo strano modo di farsi obbedire da ogni essere vivente nel buen ritiro della Provenza non distavano ormai di più di una ventina di chilometri. Dominique tastò la borsa appoggiata sul sedile a fianco e introdusse la mano. Ne emerse con il flacone di Halcion e lo stappò abilmente con il solo pollice, badan‑ do che il coperchio ricadesse sul sedile. Lo accostò alla bocca e per qualche istante rimase così: un occhio alla strada e il flacone poggiato sulle labbra. Era rimasta so‑ lamente una pillola. Lanciò un’occhiata al tachimetro. Il motore strideva ai 90 all’ora, eppure non le sembrava di premere così tanto sull’acceleratore. Poi, da qualche par‑ te nella sua mente ottenebrata affiorò il suggerimento di cambiare marcia. Diede ancora un colpetto al flacone e sentì scendere sulla lingua qualche granello di polvere. Le aveva finite. Non era giusto, caspita, anche questa ci mancava. Le aveva finite. Afferrò la leva del cambio per mettere la quarta. La visione della strada non era nitida perché dei grossi la‑ 16


crimoni le offuscavano la vista. “Dobbiamo terminare le riprese. Mi dispiace” le aveva detto lui e un grosso nodo tornò a salire dallo stomaco verso la gola. Si sentiva come una bambina a cui è caduto a terra il gelato. Abbassò il finestrino perché entrasse un po’ d’aria nell’abitacolo e si strofinò gli occhi con la mano, incurante del pasticcio di mascara che le imbrattava il viso. «Ci deve essere uno svincolo tra poco,» mormorò osservando le indicazioni. Avrebbe voluto ucciderlo. Non sopportava di essere re‑ spinta e ora un marasma di emozioni le rivoltava cuore, stomaco e cervello. Era così delusa. Anche se lei aveva gli occhi turchesi più belli del mondo e in più la voce più argentina che si fosse mai udita. Eppure non era bastato con Uppert e non bastava mai. Che le aveva detto...? L’eco delle sue parole rimbom‑ bava nella sua testa, e solo lì, purtroppo: “Ti voglio bene, devo rientrare, stellina, non dimenticarlo” o qual‑ cosa del genere. In qualche punto della loro storia nata e cresciuta esclusivamente in chat e su Skype, doveva anche averle detto “Io non sono come tutti gli altri”. E lei naturalmente gli aveva creduto. L’auto procedette la sua corsa sull’autostrada. Mancavano pochi chilometri alla casa di Lyssa ma non aveva senso nemmeno quello, era evidente. Avrebbe dovuto tornare a casa. “Casa”? pensò. Un’assurda casa vuota, una relazione inesistente, un marito che non c’era e un amore finito ormai chissà dove, potevano definirsi “casa”? Pigiò automaticamente sull’acceleratore quando, gettando un’occhiata distratta nello specchietto retrovi‑

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sore, notò in distanza dietro di lei il lampeggiante di un’auto scura. «E levami quei fanali e sorpassami, maledizione, non posso andare più veloce di così...» Finalmente vide un cartello annunciare l’uscita che l’avrebbe condotta da Lyssa. Come se non bastasse, d’improvviso lo smartphone cominciò a vibrare e a lampeggiare. Lei si risollevò sbuffando. Chissà chi era, pensò, spe‑ rando fosse Uppert. Invece era Jacques. Sorpresa, rispose. Il “Ciao” freddo e metallico di suo marito risuonò all’altro capo della linea. «Ciao... Ma dove sei...?» chiese lei. «Devo parlarti,» sillabò lui. Dominique si allarmò. Quel tono perentorio le fece pensare dapprima che lui avesse scoperto di Uppert. Ma subito dopo si rassicurò: in fondo lei era oggettivamente sola e sulla strada della casa di Lyssa e non aveva nulla da temere. «Ho dietro un’auto che mi lampeggia... Se non c’è nulla di urgente possiamo sentirci più tardi? Anche per‑ ché sono in Provenza, adesso...» azzardò. «Non ha importanza dove sei. No, non è il caso di rimandare, preferisco metterti subito al corrente. Ho appena incontrato il mio legale. Ho avviato la pratica di divorzio.» Dominique rimase a fissare il nastro d’asfalto davanti a sé. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma le parole non le uscirono. Dopo qualche secondo riuscì finalmente a ripetere: «... Divorzio...?» 18


«Sì» rispose lui, secco. «È finita.» Poi riagganciò. Lei rimase con la bocca aperta e lo sguardo fisso per un lungo paio di minuti, incapace di reagire. Incapa‑ ce di muoversi, di spegnere il telefono, di pensare, di fare qualunque cosa. Da dove l’aveva chiamata? Le ave‑ va davvero comunicato che intendeva divorziare? O si trattava di un incubo causato da quella misera pillola di Halcion? Guardò stupidamente l’orario sul cruscotto e si ac‑ corse che cominciava a sentire un tremendo dolore al petto. «Ovvio, – pensò, – sto per avere un infarto.» Quanto ci avrebbe messo a ucciderla? Quanto ci avrebbe messo Jacques a venire a recuperare la sua salma in Provenza? Ma l’avrebbe fatta recuperare, poi? Del re‑ sto probabilmente, là con lui, adesso, c’era l’altra. Sen‑ tì di nuovo la morsa dell’ansia stringerle la bocca dello stomaco e ripensò all’Halcion: se ne doveva procurare una bella scorta. Le mancava l’aria, così si sporse verso il finestrino per respirare meglio. «... Divorzio...» disse ancora tra sé come inebetita. Buttò la testa all’esterno e guardò in alto, verso il cielo scuro. «... Divorzio...» ripeté di nuovo mentre nello spec‑ chietto laterale, dietro il riflesso dell’espressione da co‑ niglio che le veniva quando piangeva, riconobbe l’avan‑ treno di un’auto civetta. Dominique si irrigidì e cominciò ad avvertire la nota pulsazione in cima alla testa, preludio di un’emicrania che le sarebbe durata almeno tre giorni.

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Il lampeggiante si avvicinò di gran carriera. Era un’auto della Gendarmerie e Dominique si portò sul‑ la destra per dare strada, nonostante al casello d’usci‑ ta mancassero poche centinaia di metri. Sentì una cosa leggerissima e tiepida sulla guancia destra e quando si sfiorò si accorse che si trattava di una lacrima. Con la mano fece segno di superarla all’auto che sopraggiun‑ geva puntandole contro gli abbaglianti e che, in quel momento, l’affiancò. Un colosso color cioccolato voltò verso di lei la testa quasi rasata a zero e ricambiò il gesto con un inequivo‑ cabile invito ad accostare. «Ma che diavolo hanno le stelle stasera contro di me?» sbottò Dominique. Mise la freccia e si fermò nell’area di sosta prima del casello. L’auto bianca e blu si fermò esattamente davanti alla sua, e il colosso sgusciò dall’abi‑ tacolo con sorprendente agilità nonostante la mole: non portava l’uniforme, niente berretto e pistola d’ordinan‑ za. Solo una camicia bordeaux sbottonata su un torace grande come un campo da golf. «Puah... uomini,» mormorò tra sé Dominique. E si limitò a spegnere il motore. Rimase in attesa, fissando i propri alluci laccati di rosso che spuntavano vanitosi da‑ gli Chanel. Se solo tutto questo fosse accaduto mezz’ora prima, lei avrebbe affrontato quello sceriffo in borghe‑ se con tutt’altro spirito. Ma adesso era troppo a terra. Così lasciò perdere gli alluci e la calza velata e abbassò il finestrino. «Viaggio sola e non mi fido di nessuno. Nemmeno di lei. Perché non ha l’uniforme?» Lo aggredì.

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Due occhi allungati da leopardo si soffermarono per un lungo istante nei suoi, poi il semidio sollevò le so‑ pracciglia e sospirò. «Ha ragione, sono fuori servizio, anzi non sono nemmeno operativo in questo periodo... Mi sono permesso di fermarla solo per metterla in guar‑ dia,» disse con una voce tanto bassa e profonda da in‑ durre Dominique a socchiudere gli occhi per osservarlo meglio. Doveva essere alto quasi due metri e aveva l’aria imbarazzata, mentre con un gesto del pollice indicava il retrotreno dell’auto. «Lei sta viaggiando con il serbatoio della benzina aperto... Nel senso di “senza tappo”.» Cosa accidenti stava dicendo? pensò Dominique. E balbettò: «Beh, non sarà poi così grave, no...?» «Potrebbe essere molto grave, invece signora. Deve aver fatto parecchia strada così.» «Quell’idiota con il carro da morto!» disse con im‑ provvisa lucidità Dominique, rivedendo nella mente l’immagine dell’uomo nello specchietto retrovisore. “Ecco cosa aveva fra le mani! Altro che sedotto... Ma‑ iale.” Lei ormai era davvero solamente come un iphone indietro di un paio di modelli. Destinato al cassetto de‑ gli oggetti dimenticati e inutili. Il semidio dagli occhi di leopardo le si avvicinò e do‑ vette notare il suo viso sconvolto: «Va tutto bene, signora?» chiese, scrutando all’inter‑ no dell’abitacolo. «Razza di idiota, tu e tutto il genere maschile! Ma come si fa ad essere così stupidi? È evidente che non c’è nulla che vada bene! Basta guardarmi!» urlò lei. Ma solo nella sua mente.

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Un vero “pastis”

Ecco, il Pastis, appunto. Francine non poteva saperlo, perché era ancora troppo giovane. La piccola Francine non conosceva il segreto del Pastis, e non sapeva che uno dei suoi componenti, ossia l’anice stellato, poteva essere sostituito con un ingrediente di gran lunga più pericoloso, e naturalmente proibito fin dall’inizio del secolo scorso. Qualcosa che Lyssa, del resto, ha continuato gelosamente a custodire e distillare, da qualche parte, nella sua proprietà: l’assenzio. E non c’era nemmeno bisogno che lo sapesse. Del resto la piccola non aveva capito che a dare soddisfazione al buon Gérard non era il liquore, ma qualcosa di ghiotto e consistente da mettere sotto i denti. Gérard era un uomo di sani appetiti: non aveva certo bisogno di essere “corroborato” quanto, piuttosto, di essere soddisfatto. Ora la cosa migliore che si può servire insieme a un buon pastis freddo con tutti i crismi, è una baguette farcita. *** Avete bisogno dei seguenti ingredienti:

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1 confezione di formaggio Saint Moret freschissimo (o, in mancanza, di un altro ottimo formaggio spalmabile) 100 g di burro 2 uova sode 200 g di prosciutto a dadini 125 g di gruviera Una decina di cetriolini sott’aceto 1 baguette ben croccante *** Bisogna riscaldare il forno a 180°, mentre si provvede a preparare il resto degli ingredienti. Le uova sode, il burro, il gruviera e i cetriolini vanno sminuzzati a piccolissimi pezzetti, poi mescolati insieme al prosciutto in una terrina. Con questo composto si andrà poi a farcire la baguette, tagliata a metà per il lungo e privata della mollica. Quindi, si deve avvolgere in un foglio di alluminio, avendo cura di non lasciare nemmeno un forellino, e infornare per una ventina di minuti. A cottura terminata, si lascia raffreddare e quindi si ripone in frigorifero, fino al giorno dopo. Solo allora si può servire, dopo averlo tagliato a fette come rotelle, con un coltello molto molto affilato. Così, il Pastis ha tutto un altro sapore.

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2. Incontri inattesi

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on avrebbe più rivolto la parola a un es‑ sere umano di sesso maschile per tutta la vita. Con quel pensiero fisso in testa, tra una curva e una lacrima, Dominique riuscì infine a tro‑ vare una stradina sterrata appena prima di un tornante a gomito, e qui un cancello aperto. Giunta innanzi alla casa spense fari e motore e scese dall’auto. In quel mo‑ mento, da una finestra del pian terreno si affacciò Lyssa. «Eccoti!» risuonò la sua voce allegra. La vide solo per un attimo, poi l’amica sparì. Lyssa era sempre imprevedibi‑ le e anche lo scherzo di trasferirsi lontano dalla città era stato un fulmine a ciel sereno. Dominique ricordava bene il mattino in cui aveva acceso il Pc e su Facebook aveva ricevuto un invito all’e‑ vento “Mollo tutto e vado via”. Lyssa aveva messo in vendita tutto ciò che possedeva così, in rete, apparta‑ mento compreso, perché aveva trovato un posto che le piaceva in Provenza. «Non puoi farmi questo!» aveva commentato Dominique. «Che intendi dire?» «Se te ne vai, io come faccio?» «Non essere stupida, – le aveva risposto Lyssa, secca, – e asciugati quelle lacrime, sono eccessive, inappropria‑ 25


te e fuori luogo, riesco a vederle fin qui dietro al mio schermo. Il posto dove voglio andare io è bellissimo: è in mezzo ai boschi, lontano da tutto e da tutti e dalla ge‑ nerale stupidità umana e ha un sacco di terreno intorno, con alberi da frutto già adulti. La domanda giusta non è “Se te ne vai, io come faccio” ma “Che ci sto a fare io, qui?”» Lyssa si era ritirata nei boschi nel giro di tre mesi. Dominique osservò le mura e le finestre scrostate del vecchio casale, poi fece per prendere il poco bagaglio che aveva con sé, quando la voce dell’amica alle sue spal‑ le la fece sussultare. «Dominique la favolosa, questa sì che è una sorpresa!» Si voltò. Una figura alta e morbida drappeggiata in uno scialle intrecciato di fili argentati si stagliava contro la parete bianco calce illuminata da una piccola lanterna. Nel viso da driade incorniciato da una massa spettinata di riccioli scuri, lo scintillio malizioso di uno sguardo d’onice sembrava brillare nel buio. Lyssa rideva con gli occhi anche quando sembrava del tutto seria. Domini‑ que le corse incontro e Lyssa l’accolse nel suo abbraccio generoso e forte. «Sei una bomboniera,» le rispose Lyssa allegramente, poi la precedette all’interno. Dopo mezz’ora e un ampio resoconto della trage‑ dia della sua vita, Dominique piangeva a bocca aperta. Spingeva in giù gli angoli della bocca socchiudendo gli occhi e si mangiava con il labbro superiore quello infe‑ riore, ingoiandolo fino al mento. «Su, su, basta fare quel musino da coniglio,» la ab‑ bracciò Lyssa. 26


«Non ho costruito nulla. Non ho nulla. Sono una bolla di sapone» singhiozzò Dominique senza ascoltarla. «Andiamo a dormire, si è fatto tardi,» Lyssa la prese per mano e la fece alzare. «Non sono mai stata previdente, non sono mai sta‑ ta intelligente, non sono mai stata furba...» continuava Dominique salendo lungo le scale al piano di sopra. Lyssa l’accompagnò nella stanza degli ospiti, conti‑ nuando a sorridere. Sulla soglia, la interruppe: «Smettila di blaterare lamentele e cerca di riposarti seriamente. Domani mattina abbiamo da fare.» «Da fare?!» esclamò Dominique. «Non credo di avere...» «Ti presto io tutto quel che occorre» l’anticipò Lyssa. «A nanna adesso, su.» Le due donne si guardarono per un lungo istante ne‑ gli occhi. Le iridi blu di Dominique e le iridi nere di Lyssa e qualcosa, in fondo allo sguardo, che rinnovava l’antico patto. Dominique chiese: «Te la ricordi, la vecchia casa in cui siamo cresciute?» Lyssa annuì in silenzio. «Anche là c’era una scala come questa. Si saliva e si andava dritti davanti a una finestra che dava verso la piazza del paese, sul campanile. Contavamo i rintocchi delle ore. E di notte, da là entravano le lucciole... Te lo ricordi?» «Mi ricordo tutto,» bisbigliò Lyssa. Poi le porse una camicia da notte pulita, presa da un cassettone che tro‑ neggiava nel pianerottolo, e le indicò il bagno in fondo al corridoio. 27


*** Dominique, stanca morta, si spogliò e indossò la ca‑ micia da notte che le aveva prestato Lyssa, candida e profumata di lavanda, morbidissima, di pelle d’uovo. Aprì la finestra per assaporare i profumi della notte, spense la luce e appoggiò la testa sul cuscino, rimanendo a fissare il nero cielo provenzale punteggiato di stelle che s’intravvedeva dalla porta finestra. Ogni tanto lanciava un occhio al cellulare sul como‑ dino e finì con il prenderlo in mano. Per metterlo in carica, mentì a sé stessa. Ma dopo aver inserito la presa al posto di quella dell’abatjour, continuò a fissarlo. Il telefono rimaneva inequivocabilmente e ostinata‑ mente muto, finchè lei non cedette e si connesse su face‑ book e, di qui, sul profilo di Uppert. Non c’erano nuovi post e così, come per scherzo, cominciò a scrivergli un messaggio, ben sapendo che non avrebbe mai avuto il coraggio di spedirlo. L’immagine del telefonino si dissolse dietro ad un velo liquido, che quando tracimò in forma di lacrima lasciò riaffiorare i caratteri del messaggio minuti come le stelle nel cielo nero oltre la finestra. Nell’osservare quel messaggio chilometrico pensò al vaso di Pandora. Togliere il coperchio ai ricordi su certi argomenti equivaleva a iniziare a piangere senza più ri‑ uscire a fermarsi. E automaticamente riprese a scrivere frenetica, riversando sul tastierino dello schermo tutto ciò che le passava per la testa. Riusciva a malapena a veder scorrere la traccia nera lasciata dalla frase, mentre grosse lacrime brucianti sgorgavano, andando a spiac‑

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cicarsi sulle sue squallide storie d’amore. Lo sapeva che sarebbe finita così. «Amara come oggi credo di non esserlo stata mai...» Aveva cominciato a scrivere di Jacques e del divor‑ zio. Non le ci era voluto molto per scivolare in un’aspra reprimenda sulle manchevolezze dell’ormai ex marito, sciorinando anche le sue infinite défaillances sessuali, per passare infine a toni allarmistici. Così lasciò in so‑ speso il post per Uppert, aprì un’altra scheda e scrisse un altro immaginario messaggio, destinato questa volta a Jacques. Quand’ebbe terminato senza spedire peraltro nemmeno una sillaba, passò al diario di Edouard, il su‑ per stronzo che le aveva definitivamente affossato quel poco di autostima che le rimaneva. Anche al grand’uomo e all’intellettuale snob ne aveva di cose da dire... Digitò frenetica per diversi minuti, poi si lasciò ricadere sul cuscino. Il fatto era che nel giro di poche ore era successo di tutto, e la sua vita aveva preso una piega che non si sarebbe mai aspettata. Che fosse colpa di Uppert? Che portasse sfortuna? La notte prima di partire aveva sentito il canto della civetta, le sembrava che fosse proprio sul tetto di casa. E se fosse stato un presagio di morte e quella civetta avesse davvero cantato per lei? Ritornò al messaggio per Uppert, che aveva solo cominciato a scrivere, e riprese a digitare con più lena di prima. Di tutti gli uomini che aveva incontrato nella sua vita, Uppert era il più affascinante. Bello oltre misura, magnetico, misterioso e irraggiungibile, con quel suo es‑ serci e non esserci mai... Lo aveva desiderato da morire. Ma tutte le ragazze avrebbero dovuto sapere quali insi‑ 29


die nascondono i tipi così. A quel punto, fu tentata di trasformare il messaggio ad Uppert in un post pubblico sul suo diario. L’indice restò sospeso sul telefonino per qualche istante, poi riprese a scrivere il messaggio da dove l’aveva interrotto. Avrebbero dovuto sapere, ma non avrebbero mai saputo. Lei non avrebbe mai osato dire agli interes‑ sati ciò che invece aveva il coraggio di scrivere solo come sfogo per se stessa. Fece un sospiro accorato e si fermò per un momento ad osservare le stelle oltre la finestra. Erano le medesime stelle che ora stava contemplando Uppert. Con un sospiro chinò di nuovo la testa sul pic‑ colo schermo. Il fatto era che i tipi come Uppert Léotard non erano da meno degli Jacques. L’aria innocente e indifesa era solo un trabocchetto per gonze. Erano uomini frustrati, Don Giovanni che godono nel vedere il desiderio nelle ragazze, le illudono, ma poi si fermano lì. Dominique sentì la gola tornare a gonfiarsi dolorosamente e qualcosa pungerle gli occhi dall’interno. Trattenne il respiro e cercò di deglutire, ma il boccone amaro non voleva saperne di andare giù. Certi uomini non ne avevano mai abbastanza, era‑ no veri e propri vampiri. Uppert lo era di sicuro. Aveva tutto, e aveva voluto anche la bambola Dominique, un giocattolo in più. Due cose pungenti cominciarono a scendere dall’orlo delle ciglia verso le guance. Toc. Toc. Altre grosse gocce brucianti e salate caddero sul telefono. La vita era davvero ingiusta, se permetteva l’esistenza di certi egoisti e di tanta gratuita cattiveria. Gli uomini come Uppert Léotard erano solo preoc‑ cupati di proteggere come un tesoro le loro ansie. Domi‑ 30


nique si asciugò gli occhi e guardò per un attimo fuori dalla finestra. Lei non aveva mai giocato con i sentimen‑ ti di qualcuno. Le persone non erano oggetti da usare e scartare quando non ci servono o non ci interessano più, e del resto lei non buttava via nemmeno gli oggetti. Già. Non buttava mai via niente, a parte se stessa. Fuori, il nero della notte stava riempiendosi di versi strani. Si udiva raspare, poi uno squittio e infine anco‑ ra il bubolare del gufo. Chissà che stava facendo Lyssa. Non sentiva più nessun rumore dalla cucina, di certo dormiva. Riempì di nuovo una schermata piena di pa‑ role e sollevò il cellulare contro lo specchio della finestra aperta. Poi lo posò, si alzò e andò sul balconcino; dava sul retro della casa verso le colline e una mezza luna sta‑ va spuntando da dietro il digradare dei dossi pennellan‑ do gli alberi di luce, incurante del fatto che lei avesse dentro un’oscurità densa come pece. Dentro di lei, l’alba non sarebbe più sorta, mai più. Cosa si nascondeva dietro ad artisti in piena crisi nar‑ cisistica come Uppert Léotard, se non la paura e l’inti‑ ma consapevolezza di essere delle nullità e dei vigliacchi? Sospirò. E si lasciò cadere di sotto. *** Il merlo volò dal davanzale della cucina direttamente nel prato. Era l’alba di una bellissima giornata di sole e valeva la pena di vedere cosa succedeva nei dintorni. La sua attenzione fu catturata da un ammasso di pel‑ le d’uovo bianca e di riccioli biondi nel prato, proprio sopra l’aiuola di calendule di Lyssa. Le formiche che ci si erano arrampicate sopra erano un’ottima occasione 31


per fare uno spuntino. Il merlo si avvicinò e salì sopra a sua volta, zampettando gentilmente fino a raggiungerle. Poi cominciò a becchettare le piccole formiche. A quel punto l’ammasso si mosse e si voltò improvvisamente su un fianco e, nel farlo, quasi lo travolse. Il merlo rimase impigliato nelle pieghe della stoffa. *** Lyssa si era svegliata e aveva cominciato a preparare la colazione. Si diresse in corridoio e chiamò un paio di volte: «Dominique! Dominique!» La voce riecheggiò nella tromba delle scale senza ottenere risposta. Sentì il gor‑ goglio del caffè e rientrò in cucina per spegnere il gas. Sorrise fra sé: «Come se la dorme!» Quando Merlo entrò dalla finestrella della cucina, Lyssa notò che aveva un’aria strana, assai più arruffata del solito. Le sue piume, solitamente lucide e nere come la testa di un ballerino degli anni ‘20, erano tutte scom‑ pigliate. Sembrava stazzonato come fosse stato arrotato da un camion. Lo chiamò a sé con lo schiocco abituale e lo esaminò da vicino: «Che ti succede? Un incontro del terzo tipo con il gatto...?» Il merlo sbatté le ali ancora visibilmente agita‑ to e Lyssa gli offrì un pezzettino di pane. «Dài, aiutami a svegliare quella dormigliona di sopra, vieni con me,» ma con sua sorpresa Merlo volò sulla mensola del camino, rifiutandosi di seguirla. «Uh? Non vieni?» fece Lyssa incredula. «Fai come vuoi.» Poi girò i tacchi e uscì nel corridoio. Salì rapida le scale e bussò alla porta della camera, chiamando ancora un paio di volte: 32


«Dominique, sei sveglia?» Schiuse piano la porta e mise dentro la testa. Ma dov’era andata? Non capiva. Non era in bagno perché non l’aveva sentita, ma non era neppure scesa. Gli occhi saettarono per la stanza fino a fermarsi sul cellulare appoggiato sul comodino e con‑ nesso alla presa della luce. Chissà se quel deficiente di regista l’aveva richiamata. Si sedette sul bordo del letto e vide che il telefono era fermo su una scheda internet. Guardò meglio e vide che erano tre, le schede aperte su facebook. Tre post sospesi, non ancora pubblicati sui rispettivi diari dei tre uomini di Dominique, il regista, l’intellettuale e l’ormai ex ma‑ rito. Sarebbe bastato il minimo tocco del suo indice per sparare nell’etere quella bomba di siero della verità. Sa‑ rebbe stata una cosa da rendere pubblica. Peccato, Do‑ minique non avrebbe mai avuto il coraggio di spedire quei messaggi per davvero. Invece doveva assolutamente decidersi a fare piazza pulita di quei tipi nella sua vita. Lyssa non l’aveva mai vista tanto sconvolta come la sera prima, e come darle torto? Due ben serviti in poche ore, oltre a tutto ciò che le aveva fatto passare nei mesi precedenti quell’Edouard, quello pseudo‑intellettuale da strapazzo. Tamburellò le dita nervose sul comodino. Sospirò. Lo sapeva che era sbagliato, Dominique l’avrebbe odiata per questo. Ma se non aveva il coraggio di darci un taglio, qualcun’altro doveva pur farlo. Ebbe un lam‑ po di genio: doveva spedire quei messaggi per posta or‑ dinaria, in modo di lasciare a Dominique la possibilità di negare di averli mai inviati. Una specie di via di fuga, un escamotage che diluiva la gravità di ciò stava per fare. 33


Per giunta da pochi giorni spedire una raccomandata non era più impresa titanica. Il flusso turistico crescente aveva finalmente convinto le autorità a istituire un ufficietto postale anche a Murs. Era una manna. Copincollò i messaggi e li inviò dal cel‑ lulare di Dominique a se stessa. Poi scese nello studiolo al pianterreno e ne stampò tre lettere, cui appose gli in‑ dirizzi estratti dalla rubrica di Dominique. Dopo aver imbustato il tutto, Lyssa si sfilò gli zoccoli in legno e scivolò a cambiarsi. Prima di uscire, controllò in un istante il riflesso sulla porta a vetri e sorrise, non senza una punta di malinco‑ nia. Il rosso le stava così bene, da quanto tempo non indossava più quel bel cappello? Forse da mesi, o anche di più. L’ultima volta doveva essere stato in occasione di quella famosa passeggiata con il siciliano. Gran bel ragazzo. Era venuto a trovarla in bicicletta, fischiettando, con un berretto di traverso e una deliziosa camicia bianca che faceva risaltare la carnagione abbronzata. Era sta‑ to lui a insegnarle la ricetta per preparare il liquore alla liquirizia, che in seguito lei aveva perfezionato con un tocco segreto, trasformandolo in D.M., Delirium Mi‑ rabilis. Si erano infilati uno dietro l’altra nell’intrico dei boschi e avevano finito per stendersi e fare l’amore in un prato. Lyssa si diresse rapida verso l’ufficio postale a bordo della sua R4 nera. Avrebbe spedito i post di Dominique secondo un piano che la sua amica non poteva neppure immaginare. Dopo di che, il resto della giornata sarebbe stato dedicato alle pratiche per il brevetto del suo favolo‑ 34


so liquore. Favoloso, proprio come Dominique. Sorrise di nuovo fra sé. *** Intanto Francine Faget, figlia del proprietario dell’o‑ monima caffetteria Faget della piazza attigua all’ufficio postale di Murs, effettuava la sua incursione mattutina alle poste, incursione che non mancava mai di organiz‑ zare da dieci giorni, da quando, cioè, Murs poteva fre‑ giarsi di un servizio di spedizioni. Fece il suo ingresso con passo elastico, scollatissima nella magliettina color pastello, decisa a corroborare Gérard con un Pastis di cui Mathieu riusciva però sempre a ingurgitare la metà. Ma la porta a vetri dell’ufficio dietro di lei non si richiu‑ se, perché ad insinuarvisi all’ultimo momento fu Ariane Bassà. Bruna, procace e ingioiellata, la giovane cassiera della Boucherie Besnard, come ogni mattino, portava personalmente in posta la carne che acquistavano i due uomini, precisando sempre che l’aggiunta del bocconci‑ no di filetto era per Gérard. *** Giunta all’Ufficio Postale, Lyssa parcheggiò e si avviò verso l’ingresso ma, appena aperta la porticina a vetri, le sembrò di trovarsi davanti a un muro di folla. L’andito era piccolissimo, la parte riservata agli avventori non su‑ perava l’ampiezza di un tinello e c’erano almeno cinque persone stipate in piedi, mentre dietro il vetro del banco non si vedeva nessuno. Tre persone le conosceva: c’erano la barista, la cassiera della macelleria e la Mesnard. Di quest’ultima aveva individuato la presenza ancor prima di averla propriamente vista. L’odore di mosto che si portava dietro era inconfondibile, pungeva le narici. In‑ 35


spirò. Sì, inequivocabilmente mosto. Madame Mesnard doveva averla preceduta di poco. Lyssa individuò i capelli gonfi rosso carota e dal‑ le punte rivolte all’insù come i forconi di tanti piccoli diavoli. La signora color succo all’Ace era proprio l’ultima della coda e controllava la fila davanti con occhietti che scintillavano minacciosi, ondeggiando in equilibrio pre‑ cario sulla punte dei piedi minuscoli. Lyssa cercò di non incrociarne lo sguardo, ma non poté evitarlo. Cécile Mesnard le fece l’occhietto. «Certo che avere un ufficio postale è una cosa fantastica, eh!» esordì guar‑ dando tutt’intorno i presenti. Lyssa si chiese come mai avesse quell’aria eccitata ma tenne per sé le sue riflessioni. Poi notò le risatine che la giovane Bassà scambiava con la Faget, quest’ultima fa‑ cendo tremare un vassoio con un bicchiere colmo. Una frase pronunciata a voce un poco più alta raggiunse l’o‑ recchio di Lyssa: «Un’ottima idea» stava ripetendo ammiccante la Bassà. Doveva di certo trattarsi di qualcosa che aveva a che fare con degli uomini. Così lasciò cadere un casuale: «Chi ha preso servizio nell’ufficio? Qualcuno del posto?» Altre risate, questa volta fra tutte quella sussiegosa della Mesnard: «No, gente di fuori, pensavo che lo sapessi. Non ti si vede mai in paese!» «Un signore di Marsiglia,» rispose cortesemente la Faget. 36


E la Bassà, di rincalzo: «E uno di Parigi!» E via con altre risatine. La Mesnard strizzò l’occhio a Lyssa, con l’aria di stare per rivelarle una cosa cruciale: «Sì, sì, ma quello di Parigi non è veramente un “addetto”...» A Lyssa non interessavano i pettegolezzi e con un sor‑ riso di circostanza diede loro le spalle, appoggiandosi alla mensola per compilare il modulo delle raccomanda‑ te celeri. Tenendo gli occhi bassi, cominciò a scrivere gli indirizzi pregustando le reazioni di quei tre disgraziati: i tondi e sporgenti occhi di Ed il tacchino, un imbe‑ cille arrogante che aveva sempre approfittato del brio e dell’ingenuità di Dominique; quel gaglioffo di Jacques “la verza”, senza sapore proprio come l’ortaggio, e Up‑ pert il pisellino; quest’ultimo doveva pur avere un moti‑ vo per darsi sempre alla fuga all’ultimo momento e lei se n’era già fatta un’idea. Lyssa trattenne un sorriso. Con certi uomini Dominique si perdeva davvero in un bicchier d’acqua e, soprattutto, perdeva il contatto con la realtà. Mangiare tacchino e tristissime verdure lesse come se fosse perennemente a dieta, quando avreb‑ be potuto concedersi eccellenti manicaretti. A tempo debito le avrebbe rifatto il discorsetto. Con la coda dell’occhio Lyssa scorse che ora lo spor‑ tello era aperto e che era libero. Si avvicinò a occhi bassi mentre riponeva la penna nella borsetta e allungò au‑ tomaticamente le tre buste e i moduli. Fece scivolare il tutto sul banco di marmo e disse: «Raccomandate con posta prioritaria, grazie.» Ma una voce la fece sussultare. 37


«Arriveranno domani, signora.» Aveva parlato l’inferno in persona, anzi: la profondità dello stomaco dell’inferno. Lyssa alzò sorpresa il viso: al di là del vetro c’era un uomo così alto che il suo bacino si staccava di una buona spanna al di sopra del profilo del banco. Notò dapprima i jeans sdruciti e senza cintu‑ ra, poi la camicia celeste di ottimo Oxford e, infine, la grossa catena d’oro da rapper che faceva bella mostra tra i lembi della camicia sbottonata su un petto scuro gran‑ de come un aeroporto. Due enormi occhi bianchissimi, l’unica cosa che splendeva nell’oscurità confusa oltre il bancone, l’accolsero con altre parole: «Sono Gérard, a sua disposizione.» Lyssa sbattè le ciglia cercando le parole, quando da oltre il banco si aggiunse un’altra voce: «Gérard, facci la grazia, contieni il tuo fascino tribale». C’era qualcun altro, al di là del diavolo nero. Lyssa capì che si trattava di qualcuno che la stava prendendo in giro. Nel medesimo istante vide con la coda dell’occhio la testa rossa e accotonata della Me‑ snard che le si sporgeva di fianco per sbirciare sul banco: «Ah ah, tre lettere a tre uomini, e non hanno aria di essere lettere commerciali...» Lyssa trasecolò. Serrò la mascella, sgranò gli occhi, dilatò le narici, s’irrigidì e infine incassò il collo nelle spalle. Ma non reagì . Si limitò a rispondere rivolta verso Gérard: «Domani è perfetto, grazie». Pagò e allungò il collo per capire chi armeggiasse fra i pacchi. Da dietro una pila di risme di carta vide una figura muoversi con la ra‑ 38


pidità di un folletto e improvvisamente, all’altezza dello stomaco del guerriero Masai comparve una faccia. Sotto la faccia, un uomo che, seppure di statura nor‑ male, al cospetto al guerriero Masai sembrava lillipuzia‑ no. E la stava fissando con una insopportabile espressio‑ ne sardonica. La bocca larga era tesa in un sorriso che attraversava il viso e uno sguardo luccicante e pungente ammiccava da sotto un ciuffo di capelli scuri come il bosco fitto. «Toh, un predatore» pensò. «Mathieu, per servirla. Mi occupo personalmente della spedizione e distribuzione della posta nonché di questo modestissimo ufficio.» Lyssa lo misurò senza dire nulla. Naso interessante. Inoltre aveva due conturbanti rime nasolabiali, tipiche degli uomini abituati al gioco rischioso. «Non sarà fuori stagione, quella giacca a quadri?» ri‑ spose finalmente lei. Fece l’espressione da gatto che si è mangiato il topo: rilasciò la palpebra inferiore degli oc‑ chi e sollevò un sorriso che non mostrava i denti. Infine girò i tacchi. Uscì dall’ufficio perfettamente consapevole dello sguardo irriverente che quel Mathieu stava dedicando al suo posteriore e tornò a casa. Senza aver capito di che colore avesse gli occhi.

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Gioia di frittelle

Dicono che il viola sia il colore della depressione, mentre l’arancio, suo complementare, simboleggia la gioia. Deve esserci qualcosa di vero. Questo connubio ritornò spesso in mente a Lyssa negli anni a venire. Ad ogni modo, vale anche il contrario. Se per esempio qualcuno decidesse di suicidarsi cadendo, poniamo il caso, su un’aiuola aranciata di calendule, è proprio con qualcosa di profondamente viola che lo si può riportare alla vita: un trionfante vassoio ricoperto da monumentali frittelle di melanzana. Che si preparano così: *** 1 kg di melanzane Due uova Un pugno di farina Olio d’oliva Sale e pepe, timo, zafferano e un pizzico di lievito Due o tre teste d’aglio Acqua q.b. per la pastella *** Si mescolano in una terrina la farina, le uova, l’olio, il pepe, del buon timo, un po’ di zafferano, il lievi41


to e il sale, fino a formare una pasta spessa e morbida. Poi vi si versa sopra dell’acqua a poco a poco, sbattendo energicamente il composto, fino a raggiungere una pastella come quella che si prepara per le crȇpes, quindi si lascia riposare per un’ora. Nel frattempo si sbuccia l’aglio e lo si schiaccia fino a ridurlo in poltiglia. Si tagliano le melanzane a rotelle spesse più o meno mezzo centimetro e si fanno saltare per cinque o sei minuti in una padella con l’aglio schiacciato, poco olio, sale e pepe. A questo punto, si intingono le melanzane nella pasta e si friggono in olio d’oliva bollente. Sono il miglior antidepressivo che si conosca.

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3. Un semidio

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na striscia di sole serpeggiava lungo il profilo della nuca di uno sconosciuto: lungo i muscoli del collo teso e poi della spalla ampia e rotonda. Lui era voltato di lato e teneva il viso piegato in avanti. Accennava un sorriso. Poi roteò il busto verso di lei e si chinò per baciarla. Fu allora che Dominique si svegliò e si accorse di un’ombra. Di un’ombra grande abbastan‑ za per svegliarla dal suo sogno meraviglioso. Si grattò il naso e aprì un occhio. Si rendeva conto di essere coricata ma non capiva precisamente dove. Mise a fuoco la figura che si frap‑ poneva fra lei e l’aurora: niente altro che la cara Lyssa. Una specie di eclisse umana. Provò a sollevare la testa e le sfuggì un mugolio di dolore. «Perché mi guardi così?» gorgogliò, senza però de‑ gnare l’amica di uno sguardo e calamitata invece dalla fonte di un profumo irresistibile. Un grande vassoio con tutto l’occorrente per un pranzetto al sacco, con quelle che sembravano frittelle ancora fumanti, troneggiava tra le mani di Lyssa. «E tu perché hai usato la mia camicia da notte per dormire sulle mie calendule?» Dominique spalancò finalmente gli occhi e si mise faticosamente a sedere. 43


«Le calendule...?» Guardandosi intorno notò il cu‑ scino di fiori arancioni che la circondava: «Oh, caspita, ma dove sono...» chiese sbattendo le palpebre e fissan‑ do l’amica con aria confusa, come se potesse essere lei a spiegarglielo. Poi, man mano che vedeva delinearsi una smorfia di disapprovazione sul viso di Lyssa, nella testa prese lentamente a diradarsi la nebbia dei ricordi. Non si sentiva affatto bene. Intorno era tutto un pa‑ radiso, ma qualcosa non quadrava. Lyssa continuava a fissarla, ma improvvisamente cambiò espressione. «Oh non preoccuparti, tesoro, le calendule si piega‑ no ma non si spezzano.» Finalmente sorrise «Quale letto migliore, del resto, per la mia Dominique?» Dominique si guardò attorno e d’un tratto si ricordò della telefonata di Jacques e di quella di Uppert. Sentì una fitta nello stomaco. Ciò che fino a un attimo prima era un confuso senso di disagio, salì verso il petto e la gola assumendo la forma di un’ondata di nausea e tre‑ more. Cercò di non darlo a vedere. «Forse sono ritornata sonnambula,» rispose, evitando lo sguardo di Lyssa. «No. Non lo sei mai stata.» «Non lo so, Lyssa... Devo essermi alzata nel dormive‑ glia, magari per andare in bagno e avrò sbagliato porta. Forse ho inciampato...» Lyssa la fissò per un istante sollevando un soprac‑ ciglio, si accucciò sul prato e posò il vassoio tra le ca‑ lendule. Poi mise i pugni sui fianchi continuando a fis‑ sarla, infine le porse un piatto già guarnito. La osservò indugiare per qualche istante e poi avventarsi sul cibo e divorare una frittella dopo l’altra. 44


Terminato il pasto, Lyssa insistette per risalire la col‑ lina insieme, e quando giunsero sulla sommità, si fermò e la prese per mano senza guardarla. Era rivolta all’oriz‑ zonte. Fece un ampio gesto con un braccio verso il cielo cobalto che si apriva immenso sul campo di lavanda e le disse cose che Dominique non si aspettava di udire. «La vedi, tutta questa bellezza? Basta pochissimo e non resterebbe più nulla. Nel bene e nel male, nulla del‑ la tua vita attuale esisterebbe più dopo un atto estremo.» Dominique la fissò cercando di capire dove volesse andare a parare. «Tu pensi di poter chiudere ogni forma di dolore e congedarti dall’universo con un gesto, ma non funziona così. Non puoi rispedire la vita al mittente con tanti sa‑ luti, come un vestito comprato online che non sta bene come ti aspettavi da catalogo. Siamo abituati a pensare che tutto ci sia dovuto, anche la vita, e che la morte non sia che una tragica casualità. Ma è il contrario. La morte è la regola. La vita è dovuta al caso. Ecco perché non puoi andartene, senza prima avere sistemato tutto ciò che hai in sospeso. Perché non avrai altre occasioni per farlo.» Lyssa parlava senza staccare gli occhi dal cielo blu, ap‑ parentemente assorbita dallo spettacolo del panorama. I raggi del sole sulla pelle e sui capelli la facevano somi‑ gliare a un soggetto evanescente alla Monet. Dominique la osservò meglio: in realtà, lo sguardo era vigile e Lyssa sembrava del tutto presente a se stessa. Anzi, fremeva, e tutto quel riverbero usciva dalla sua pelle. Così lucida e vibrante, Dominique non l’aveva mai vista.

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«Fossi mia figlia ti schiaffeggerei per bene, continuò, ma purtroppo sono solo tua amica.» Si voltò finalmente a guardarla. «Però ti conosco meglio di chiunque altro. E so chi sei veramente. Io ricordo Dominique la favolo‑ sa immersa in fondo all’Oceano, in luoghi dove nessuno ha il coraggio di andare, e poi su, a pelo d’acqua, fuori solo con gli occhi che ridevano pieni di entusiasmo per i misteri che avevi visto solo tu. Sembravi il sole che sor‑ ge, anzi, sembravi Afrodite. Tu forse te ne sei dimentica‑ ta, ma io ricordo bene la tua voglia di andare, viaggiare, scoprire la natura per poi raccontare, trasformando le cose, anche le più semplici, in una storia stupenda per chi, di tutto questo, non aveva mai visto nulla. Eri tu a suggerirmi cosa raccontare nelle favole, quando erava‑ mo piccole. Tu hai sempre cercato la Bellezza, e la Bel‑ lezza non ti ha ancora lasciato. Non ti ha mai lasciato.» Dominique stava per obiettare, ma Lyssa non gliene diede il tempo. «Personalmente trovo che la tua sia una scelta idiota. Uno spreco. Devi prima mettere ordine in ciò che senti. Devi analizzare ciò che ti hanno fatto passare e ciò che hai intenzione di fare.» Era davvero troppo. Ma come? Lei aveva tentato di farla finita e... quella... le stava suggerendo di rimasticare tutta l’amarezza della sua vita? Bell’amica. Non ci pen‑ sava nemmeno. Lyssa distese il braccio e Dominique seguì con lo sguardo il movimento con cui l’amica frustò l’aria. Fu un gesto di noncuranza, ma la mano sembrò un’ala e il caso volle che, per uno scherzo del vento, una cioc‑ ca nera di Lyssa si inanellasse con il medesimo identico 46


movimento. «Rimetti a posto le cose e riporta equili‑ brio nella tua vita. Non perdere l’occasione di riflette‑ re: una cosa che non hai mai avuto il coraggio di fare.» In quell’istante Merlo arrivò in volo sfiorando il viso di Lyssa, costringendola a interrompersi. Dominique notò che le ali sembravano dita. «Sono stata alle Poste. Ho spedito i tuoi messaggi,» disse poi, fredda. «In che senso?» chiese Dominique ancora un po’ stordita. «Ho inviato i tuoi post non pubblicati su facebook. Li ho mandati per conoscenza a Tacchino, Verza e Minikiki. Le riceveranno domani. Dopodomani al massimo.» «Di cosa stai parlando?» chiese Dominique con un fremito nella voce. Scosse la testa, come per liberarsi di qualcosa che poteva aver interferito con l’udito. Non doveva aver capito bene, e prese a seguire l’amica ten‑ tando di intercettarne lo sguardo. Lyssa però saettava giù per il prato e raccoglieva pannocchie di gigaro rosso sangue, proteggendo la mano con l’orlo della gonna. Era difficile seguirla, in tutti i sensi. Chissà che le era preso. «Ma dei messaggi che hai scritto questa notte! Li ho spediti per posta, cara,» disse infine prendendo fiato per lo sforzo di staccare uno stelo grosso come un dito. «Li hai spedite dove?» «Ai rispettivi interessati, naturalmente. A chi, se no?» Dominique finalmente capì. Sgranò gli occhi, allun‑ gò il collo verso di lei e sbiancò, si accasciò sull’erba, poi, cominciò a strepitare. «Devi essere impazzita! Come ti permetti!» Domini‑ que raggiunse un acuto incline a rompersi in un sin‑ 47


gulto. Continuò quando trovò la forza per dominare il pianto: «Sei una stronza impicciona!» urlò con tutto il fiato che aveva in gola, e finalmente scoppiò a piangere. Ma era inutile. Lyssa nemmeno rispose, continuando a riunire le pannocchie in un unico mazzo. Gli occhi velati di Dominique cominciarono a versa‑ re lacrime e, quando finalmente queste cessarono disse, con un filo di voce: «Non ti rendi conto di cosa hai fatto! Là sopra ho scritto cose che loro non dovevano sapere, cose che non volevo che sapessero!» «Magari è questo il problema,» osservò Lyssa con voce morbida, riprendendo il cammino verso casa, mentre Dominique sentì su di sé tutta la sfida implicita nelle palpebre socchiuse dell’amica. «Ma perché ti danni così?» diceva intanto. «Hai siste‑ mato le cose. Dovevano sapere cosa pensi di loro. Hai chiuso definitivamente con il passato e sei libera di rico‑ minciare la tua vita. Da capo! Con tutti i soldi che avrai, potrai darti alla pazza gioia, in piena libertà, senza vin‑ coli e legami, badando a scegliere meglio, questa volta!» «No! No e no!» Dominique si fermò e puntò i piedi. Lyssa non voleva capire. «Non morirò dando di me l’im‑ magine di una donna volgare e rancorosa. Voglio essere rimpianta, non odiata. Si vede che non mi capisci più, Lyssa. Sono adulta ora, ho una dignità. Non era questo che volevo!» Ma dovette interrompersi sotto una nuo‑ va puntura di pianto. Intanto Lyssa aveva cominciato a parlare con quella voce ipnotica da strega che sapeva rendere tanto convincente. 48


«Tu non lo sai, quello che vuoi. Jacques ti coprirà di denaro con gli alimenti. È lui a volere il divorzio,» le batté dolcemente l’indice in mezzo alla fronte. Ma Dominique le voltò bruscamente le spalle urlan‑ do: «Non dovevi farlo! Non dovevi!» senza ascoltare più le parole dell’amica che la inseguiva e si diresse a passo di marcia verso la Deux Chevaux bicolore parcheggiata davanti a casa. «Ormai è chiuso! Ormai l’ufficio postale è chiuso» Salì a bordo per precipitarsi all’Ufficio Postale ma fece pochi metri poi inchiodò, abbassò il finestrino e si sporse, voltandosi indietro verso Lyssa: «Cos’hai detto?» «Chiudono alle tre e mezza del pomeriggio. L’ho let‑ to stamattina sulla porta. E poi sei in camicia da notte!» Dominique riportò con mestizia la Deux Chevaux al parcheggio sul piazzale davanti casa. L’indomani alle 8,30 in punto, tuttavia, nel suo abi‑ tino giallo, schiena nuda con fiocchetto neropece, partì a razzo sgommando sulla ghiaia del vialetto. *** Anche il mattino del giorno seguente, Madame Me‑ snard aveva pensato bene di fare una capatina all’Ufficio Postale e, in quel momento, era tutta presa a corteggiare Gérard e a ringalluzzirsi per i complimenti di Mathieu, che le ronzava intorno sornione, stuzzicandola per la sua vivacità di spirito e per l’acconciatura birichina. Cécile rideva in solluchero. «Oh ma cosa dice? Mascalzone,» gorgogliava con voce da bimba e portandosi le mani alla bocca aggiunse: «Dovrò decidermi, un giorno di questi, a chiedere un 49


sovrappiù di pigione, dal momento che lei si è trasferito nell’abitazione di Gérard.» «Diavolessa!» mugolò Mathieu tirando il sorriso di lato e mordendosi un labbro. Francine Faget del Café Faget sollevò le sopracciglia e sgranò gli occhi; infine corrugò la fronte con espressione di rimprovero: «Non sopporto di vedere Gérard molestato dalla Me‑ snard,» bisbigliò ad Ariane al suo fianco. «A suo modo è una vecchia! Dovrebbe vergognarsi di dare il tormento a un ragazzo.» Ariane Bassà, la cassiera della macelleria, arricciò im‑ percettibilmente il naso allargando le narici e squadrò Francine dalla testa ai piedi: «Sei sicura che a Gérard faccia bene tutto il pastis che gli porti?» *** A Dominique, intanto, non era stato difficile trovare il suo obbiettivo. Scese dall’auto e si lanciò di corsa a testa bassa verso l’ingresso. Oltrepassò la porta e solo allora sollevò il viso per avere una panoramica della si‑ tuazione. Gettò un paio di occhiate intorno muovendo la testa come un faro e alla fine individuò ciò che cerca‑ va. Al di qua della bilancia e in attesa di essere caricato e spedito, c’era un sacco di iuta ancora aperto, zeppo di corrispondenza. Vi si diresse, ne allargò l’apertura e co‑ minciò a rovistare, incurante degli sguardi di tre donne che la fissavano come se fosse un’apparizione. Da oltre il bancone, una voce allegra e spavalda l’a‑ postrofò severamente: «Signora! Ma che sta facendo?»

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«Le buste! Devo trovarle!» rispose Dominique agitata e china sul sacco, senza voltarsi e senza smettere di cer‑ care. Alle spalle udì levarsi un mormorio di protesta e un trapestio di passi che si avvicinavano. Rovistando freneticamente, Dominique cominciò a tirare fuori la posta dal sacco, gettando tutto intorno sul pavimento a mano a mano che scartava le missive. Fu allora che, poco distante dall’orecchio destro, av‑ vertì un soffio caldo: «Non si può fare quello che sta facendo lei, signora.» Per una frazione di secondo, Dominique valutò se l’astinenza forzata dagli ansiolitici di cui purtroppo Lys‑ sa non era provvista, le stesse facendo sentire “le voci”. Ma si trattò solo di un brevissimo attimo, perché la vi‑ sione periferica e, soprattutto, la sua pelle, le segnalaro‑ no la presenza, quasi accanto a lei, di una grande ombra scura da cui proveniva calore. Dominique si fermò all’i‑ stante. Non alzò subito gli occhi per controllare, invece ascoltò una specie di fremito involontario che le aveva attraversato il corpo nel momento in cui aveva udito la voce dello sprofondo. Quale cassa toracica poteva emet‑ tere un suono così bello? «È proibito,» continuò lui gentilmente. Dominique alzò finalmente gli occhi e «Oh,» mor‑ morò «davvero?» «Davvero, madame. Che cosa sta cercando?» disse la voce che pareva uscita dal ventre di qualcosa foderato di velluto. Dominique si sollevò fissandolo, sentendosi salire il nodo in gola. Era lui, l’uomo che l’aveva fermata in autostrada. Il semidio dagli occhi di leopardo. Aveva 51


davanti una scultura scolpita nell’ebano. Un metro e novanta di lucido e durissimo legno tornito di muscoli eleganti e perfetti. I ricci neri rasati quasi a zero e gli occhi acuti, grandi e allungati. Dentro, iridi piccole e nerissime come perle nere, che bucavano l’anima. Si er‑ geva lì, davanti a lei, possente e flessuoso, come solo alle divinità è consentito di fare.

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Malelingue di gatto

Madame Mesnard non era particolarmente cattiva. Era piuttosto un tantino invidiosa, un pelino troppo curiosa e una gran chiacchierona. Di fondo, credo si sentisse molto sola. Era lei a saper preparare le migliori malelingue di gatto di Murs. *** Gli ingredienti per 50 lingue di gatto sono semplici: bastano 4 albumi per 100 grammi di farina, e pari quantità di burro e zucchero a velo. Gli aromi sono a scelta. Prima di tutto si deve lasciar ammorbidire il burro a temperatura ambiente. Dopo di che si lavora in una ciotola con lo zucchero, finché non raggiunge una consistenza a pomata. Solo allora si aggiunge l’aroma, la farina setacciata e gli albumi, non freddi, uno alla volta, amalgamandoli alla perfezione. La crema si ripone in una tasca da pasticcere, con la bocchetta larga 5 o 6 mm e si stende sulla placca da forno in piccoli bastoncini, abbastanza separati l’uno dall’altro. A questo punto, si infornano a forno preriscaldato a 200°, per 7-8 minuti, fino a quando i bordi dei biscotti non saranno dorati. Una volta sfornati, 53


si devono staccare subito dalla placca con una spatola, e messi a raffreddare.

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4. Perché lui non è di questo mondo

«S

ignorina si riprenda, tanto il nostro Gérard non è disponibile proprio per nessuna, purtroppo.» La risata garrula di una zuc‑ cheriera dai capelli rossi si spense in un coro di risatine soffocate da parte di altre due tipe, senza tuttavia attirare troppo l’attenzione di Dominique. «Sono tre lettere,» insistette lei davanti al cumulo di buste che aveva rovesciato a terra nel piccolo ufficio po‑ stale di Murs davanti agli occhi esterrefatti del semidio scolpito nell’ebano. «Probabilmente buste azzurre, che ha spedito ieri mattina la mia amica. Una donna alta, decisa...» Quella specie di gladiatore non poteva esse‑ re umano. Che quelle dicessero pure ciò che volevano; lei cercò, senza farsi notare, di sentire se profumava di cioccolato. «Devo assolutamente recuperarle!» «Ma sì, Gérard, lascia che continui a cercare!» biasci‑ cò di colpo una voce avvinazzata. Gérard! Che nome stupendo! Dominique mosse ap‑ pena le labbra per assaporarne il suono, quando la voce strascicata proruppe di nuovo nella sala. «Ammiravo il “cul de sac”, signorina!»

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Dominique si voltò a guardare chi aveva parlato e vide un tizio con la barba di alcuni giorni e un enorme nasone violaceo che in quel momento esatto stava riden‑ do della propria battuta. Un altro tizio con la faccia sveglia e una chiassosa giacca a quadri bianchi e neri si unì alla compagnia. Era uscito da dietro il bancone e si avvicinò a sua volta, in‑ teressato e circospetto. «Sei un gran bel vedere, piccina. Questa è la verità. Un gran bel cul de sac a pois» le urlò in faccia avvicinan‑ dosi troppo. La puzza di vino e stomaco marcio la colpì come uno schiaffo, costringendola ad arretrare di un passo. Ma l’uomo rincarò, si rivolse al gigante nero Gérard e a giacca-a-quadri, dando loro di gomito. «Certo che le donne, eh? Sono proprio stupide, eh! Non sanno nemmeno spedire una lettera! Buone solo per questo lavoro» e nel dirlo, fece un gesto volgare con le dita. Fu troppo. Da qualche parte dalla pancia di Domini‑ que partì uno schiaffo a saetta che colpì l’ubriaco in viso; la mano aperta andò a schiaffarsi in pieno sulla guancia destra, con un “ciaff” che scatenò il brusio dell’intero ufficio postale. L’uomo, che sulle prime era rimasto immobile bar‑ collando per mantenere l’equilibrio, non appena realizzò di avere ricevuto un ceffone dalla donna e in pubblico, fece per scagliarsi contro di lei, e l’avrebbe di certo inve‑ stita con tutto il proprio peso avvinazzato se il gigante al cioccolato non avesse interposto un braccio, teso e ostinato come la sbarra di un passaggio a livello. 56


L’ubriaco ci sbatté contro e minacciò di rovesciarsi sul pavimento a capofitto, in direzione di Dominique. Il gigante intervenne di nuovo, afferrandolo per un brac‑ cio e torcendoglielo con sua dolorosa sorpresa, costrin‑ gendolo a riconquistare la posizione eretta e un’umilian‑ te lucidità. «Fagli prendere un po’ d’aria,» consigliò giaccaa‑quadri con un cenno della testa. Poi, rivolgendosi a Dominique: «Piacere Madame, sono Mathieu De la Vergne. Lo perdoni. È solo il solito François “Champagne”, non precisamente abituato al vino di qualità,» rise. «Dun‑ que, mi spieghi bene questa faccenda della sua amica.» Dominique era senza fiato. Guardò l’altro uomo, il dolcissimo colosso, trascinare fuori l’energumeno e poi rispose: «Devo assolutamente recuperare quelle tre buste. Sono state spedite per errore. La prego, è questione di vita o di morte.» Giacca‑a-quadri-Mathieu‑De‑la‑Quel‑ quechose la esaminò con sguardo inquisitorio, pur man‑ tenendo un’espressione gentile, ma Dominique non gli stava già più badando. Era stata investita da una piacevolissima sensazione di calore: Mister Montagna di Dolcezza le si era avvici‑ nato e la guardava come inebetito. E nell’intercettarne lo sguardo a sua volta, non poté evitare di arrossire. «Ma siamo proprio sicuri, – continuava intanto quel Mathieu, – siamo proprio sicuri che sia una sua amica?» Dominique, fissando Gérard, mormorò un “sì” che le stillò dalle labbra come una goccia di miele.

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«E come mai adesso è lei che rivuole le lettere? Voglio dire, dovrebbe essere la sua amica a reclamarle. Come mai non è tornata indietro al posto suo, oppure con lei?» «Perché c’è stato un errore...» Dominique riuscì fi‑ nalmente a staccare lo sguardo da Gérard. «Insomma, mi ridà quelle lettere oppure no?» «No,» rispose secco Mathieu. Lei sbiancò. «Non è per non venirle incontro, sorrise, ma temo non sia proprio possibile. Avrebbe dovuto essere la sua amica a venire qui di persona. Io non posso autorizzare una sconosciuta a ritirare della posta che non ha inviato, lei mi capisce, è una questione di privacy. E del resto an‑ che se volessi, la posta celere è già partita ieri. È troppo tardi, ormai.» Dominique si sentì morire. Chinò il capo rassegnata e fece per andarsene, ma prima sbirciò in direzione di Gérard e lo vide piazzato davanti alla vetrata, a guarda‑ re oltre la strada. L’ubriaco stava ancora gironzolando dall’altra parte della carreggiata, nel parcheggio. Gérard si voltò verso di lei e le si avvicinò fino a po‑ tersi chinare per bisbigliarle all’orecchio: «Mi trovo di nuovo a doverla mettere in guardia. Non è il caso che lei vada sola.» Dominique si scosse. Un uomo che quando parlava faceva venire la pelle così palesemente d’oca doveva ave‑ re l’inferno in corpo. E poi, l’aveva riconosciuta! Aveva di detto “di nuovo” si ricordava di averla fermata per via del tappo. «Ci mancava anche questa,» mormorò lei che, dopo il crollo di nervi con l’ubriaco, stava per avere una nuova crisi di pianto. 58


«Non si preoccupi, non ha nulla da temere. La scorto a casa, mi sembra molto scossa,» aggiunse “Giacca‑a‑quadri”. «Ma io non ho una casa,» singhiozzò Dominique. Gérard la fissò con aria interrogativa. «Non al momento, almeno. Lasciamo stare. Mi sen‑ tirei meglio, in effetti, se lei mi potesse riaccompagnare a casa della mia amica.» Quel Mathieu si affacciò tra loro con un sorriso sod‑ disfatto: «Tu sali in macchina con lei e io ti seguo con l’altro furgone. Non puoi certo tornartene a piedi» e senza lasciare spazio a repliche si voltò verso la sala pro‑ clamando con ridondante solennità: «Signori, per causa di forza maggiore oggi l’Ufficio chiude anticipatamente. Ci scusiamo per il disagio, ma dobbiamo accompagnare a casa la signora che è com‑ prensibilmente un po’ scossa.» La Mesnard protestò affiancandosi al colosso: «Sono in debito di un passaggio, caro Gérard, – dis‑ se ignorando l’altro, – dopo tutto, abitiamo fianco a fianco.» Mathieu, per tutta risposta, sfoderò verso la signora un sorriso irresistibile e aggiunse: «Ci vediamo dopo pranzo. Se volete prendervela con qualcuno, andate a lamentarvi con François che è anco‑ ra in giro in cerca di guai.» «Il solito favoritismo verso i forestieri,» sbottò la Me‑ snard assottigliando un occhio verso Dominique come se dovesse prendere la mira. Non seppe rinunciare ad una velenosa frecciatina: «Bisogna pensarci bene, prima di scrivere parole di fuoco agli amanti!» 59


Cosa ne sapeva quella? A Dominique tremò il mento. Era stata Lyssa a riferirglielo? Scartò immediatamente il pensiero: impossibile. «Vorrà dire “a due amici e a mio Marito Jacques”, – ribattè stizzita, – ...”ex marito”, per meglio dire...» ma si interruppe. Le stavano già tornan‑ do le lacrime agli occhi e non trovò nulla di meglio che precipitarsi all’esterno sulle orme del semidio. Nel parcheggio passarono vicino all’ubriaco che, evi‑ dentemente già dimentico dell’accaduto, salutò Domi‑ nique con un tenero sorriso sdentato e un buffo inchino. «Ah, le belle donne che sembrano farfalle...» Dominique si fermò per un istante a guardarlo, con tristezza. «Poverino» mormorò. E scoppiò finalmente a pian‑ gere. «Non è cattivo. Io lo sono molto di più. Non è il caso che mi accompagniate, vi ringrazio.» «Non se ne parla nemmeno,» troncò Mathieu pro‑ seguendo imperterrito. «I pericoli possono nascondersi ovunque.» Saettò intorno un paio di brillanti occhiate piene di sospetto. «C’è in giro certa gentaglia... Meglio non rischiare. Andiamo subito dalla sua amica.» Quando finalmente giunsero a casa di Lyssa ed en‑ trarono, lei li accolse con un sorriso radioso. Sul tavolo erano già pronti un bricco di thè e un vassoio di lingue di gatto perfettamente sistemate a ventaglio. *** Lyssa aveva appena sfornato un formidabile vassoio di “langues de chat” all’assenzio e stava pregustando un piacevole intermezzo quando sentì un rumore di ruote sulla ghiaia del cortile. Sbirciò alla finestra e vide l’auto

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di Dominique seguita dal furgone postale. Chissà che combinava quella matta? Andò ad aprire la porta della veranda. Dominique, pallidissima e trafelata, ma con un brillio negli occhi, entrò e quasi calpestò uno dei moscardini che corse a ri‑ fugiarsi dietro alla cassettiera delle spezie, mentre Merlo svolazzò inquieto al sicuro in un punto abbastanza alto della libreria. Con Dominique proprio non aveva feeling. Die‑ tro di lei, comparvero il gigante nero delle poste e una chiassosa giacca a scacchi da americano. La voce squillante di Dominique interruppe le rifles‑ sioni di Lyssa: «Tu non puoi immaginare! Sai chi lavora alla posta? Il Luogotenente della gendarmerie fuori servizio che mi ha aiutata in strada venendo da te!» Lyssa sorrise con grazia. «Ma che bella sorpresa,» disse voltandosi rapidamen‑ te, in apparenza per fare strada, ma in verità per non rischiare di scoppiare a ridere in faccia al gigantesco Ma‑ sai, che sfiorava con la testa le travi antiche del soffitto. Anche nell’ufficio postale, il giorno precedente, le era parso una presenza fuori luogo, insieme a quel Mathieu assolutamente sopra le righe. «Accomodatevi pure» disse entrando nella serra. Quando si voltò notò “Humphrey Bogart”-giacca-a-quadri tutto plichi e telegrammi inten‑ to a fissarla come un lupo punta un coniglio selvatico. *** Dominique sentì il desiderio di esser lei a mostrare la casa.

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Nella veranda sembrava di entrare in un quadro im‑ pressionista: c’erano vetrate alte da cielo a terra, piante distribuite ovunque e voliere che pendevano dal soffitto. Una era occupata da una gigantesca ricadente, mentre le altre due avevano lo sportellino aperto e ospitavano dei grossi batuffoli. «Vi presento il mio merlo indiano, il mio micio nero e una coppia di moscardini, uno è nella sua casina e l’altro è andato a nascondersi al vostro arrivo» rideva Lyssa avanti di pochi passi. Dominique si accorse che Gérard si era incantato ad osservare gli animaletti. Il merlo si sciolse dalla posizione appallottolata mostrando a Mathieu un bel becco giallo. «Sono scoiattoli?» Chiese Gérard lentamente, addi‑ tando la voliera più lontana. «Qualcosa di simile, ma sono molto meno diffiden‑ ti,» rispose Lyssa. Forse Lyssa stava spiegando qualcosa sulla natura di quelle bestioline, ma l’attenzione di Gérard ora era cala‑ mitata da grassi esemplari di ciclamini carichi di fiori e da una macchia di aster viola al centro della stanza. Poi il semidio passò in rassegna le piante di mimosa, di limoni e aloe enormi lungo l’intera parete. Tutti quei profumi e tutti insieme vorticavano nel naso e dietro agli occhi e Mathieu se ne uscì con un chiassoso starnuto. Nell’atto di superare la soglia per passare alla stanza successiva, si bloccò di colpo. «Possibile che quella sia davvero un’orchidea? Vera? Nel senso di viva?» chiese Mathieu, indicando una pian‑ ta sulla cassettiera. Le dita sfiorarono i petali neri di una spettacolare fioritura vellutata colore dell’ebano, e subi‑ 62


to dopo lo sguardo scivolò sui cassettini minuscoli del mobile su cui era posata. «E là dentro cosa ci tieni?» chiese giacca a quadri con tono ironico verso Lyssa. «Questa è la zona sud della casa,» disse quest’ultima, proseguendo imperterrita e regale nel vortice di colori e profumi che la circondava. «È il posto migliore per le piante, stanno bene, qui. La cucina è dietro, a nord. Venite, ve la mostro.» Appena entrati, vennero avvolti dal profumo di dol‑ ce al forno, la fragranza inconfondibile delle lingue di gatto dell’amica. La nebbia nella mente di Domini‑ que si condensò in goccioline di zucchero e precipitò dissipandosi... Si accorse di essere affamata. Abbracciò la stanza con un’occhiata e alla sua mente riaffiorò l’eco delle risate nella grande casa della nonna dove avevano abitato da bambine. Erano cresciute insieme, un’estate dopo l’altra. Di giorno perlustravano la campagna e i boschi; di notte, poiché lei aveva paura del buio, i loro nonni spesso le lasciavano dormire insieme e Lyssa le raccontava un sac‑ co di storie incredibili, che riusciva a inventare chissà come. Per lei, Lyssa era come una folata di vento: arri‑ vava sempre all’improvviso portando scompiglio e in‑ terrompendo qualunque gioco stesse facendo, insisten‑ do per ricominciare da capo e cambiare le regole, o per tirare fuori le cose appena sistemate e messe in ordine. Come aveva fatto anche ora, ancora una volta. Poi le loro strade si erano separate. Dominique si era sposata, Lyssa si era trasferita in un’altra città per lavo‑

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ro. Ma, irrequieta come sempre, a un certo punto aveva cambiato di nuovo le carte in tavola. Ora però, sembrava proprio tutto come quando era‑ no bambine. Lo stesso profumo, gli stessi suoni, lo stes‑ so calore. Il fuoco nel camino che lanciava ovunque un caldo bagliore aranciato. Dominique, malgrado tutto, doveva ammetterlo: si sentiva a casa. «Vi posso offrire qualcosa?» la voce di Lyssa la scosse. «Volentieri, – rispose Mathieu‑giacca‑a‑quadri, – purché sia qualcosa che dà da lavorare ai denti» *** Lyssa sorrise al piccoletto, riservandogli l’espressione più ironica del repertorio e passò al comando della trup‑ pa dal momento che Dominique pareva essersi stancata di fare gli onori di casa. Il corteo sciamò intorno al tavolo e tutti si accomo‑ darono sulle sedie impagliate, mentre lei presentava il cabaret di biscotti decorati con glasse dai colori impro‑ babili: verdi, viola, fucsia. D’un tratto l’improvviso, ano‑ malo silenzio di Dominique le fece sollevare lo sguardo. L’amica si era seduta sul bordo della sedia, compunta e leggermente protesa verso il guerriero vatusso, mentre un’aria estatica le irradiava dal viso. «Cosa sono?» chiedeva intanto Mathieu. Lyssa lo guardò con aria interrogativa: «Mi pare evidente...» «Questa roba sembra la coda di un pavone... Si pos‑ sono mangiare sul serio?» Lyssa lo fulminò con un’occhiata. «Chi prende il caf‑ fè? » «Io no,» proruppe Gérard. 64


E in un “Ohh” dispiaciuto ma premuroso, Domini‑ que scattò verso il buffet. «Ma no, certo. Forse il caffè è troppo forte... Anche io adoro le cose delicate. Un tè va bene? Oppure una tisana? Lyssa ne ha tantissime, una migliore dell’altra,» trillò. Lyssa si accorse di avere un sopracciglio sollevato. Era la prima volta che vedeva Dominique toccare il banco di una cucina, da quando la conosceva. Cioè da sempre. «Un tè va benissimo, molte grazie,» echeggiò il vocio‑ ne del gigante. Dominique danzò tra i pensili «Questo paese brulica di pazzi,» cominciò, accingendosi a raccontare a Lyssa quanto le era accaduto poco prima. Armeggiando con un barattolo continuò «Sono esausta per la nottata in‑ sonne, i pensieri e la tensione... E ora anche quell’episo‑ dio tanto sgradevole.» Ma quando si voltò per porgere il tè aveva il volto illuminato da un sorriso. «A quan‑ to pare li incontro tutti io. Meno male che c’era lui,» concluse infine, sospingendo lo zucchero verso Gérard e tornando a sederglisi accanto. Gérard finalmente mostrò il sorriso, una chiostra abbagliante e perfetta. Sollevò le sopracciglia come me‑ ravigliato e improvvisamente si animò. Il braccio si al‑ lungò in un guizzo elastico che esprimeva energia pura, ma giusto per prelevare un biscotto dal vassoio. Divorò il dolcetto e bevve alcune lunghe sorsate poi inclinò il busto di lato, appoggiò una spalla al muro come per osservare Dominique alla distanza, mentre lei mordic‑ chiava un biscottino rosa shocking senza mai smettere di parlare. Nemmeno per un secondo. 65


Lyssa tuffò la faccia nella tazza del caffè per non ride‑ re. Dall’espressione di quel Gérard si sarebbe detto che fosse perso in adorazione delle labbra di Dominique. E infatti non aveva ancora terminato il pensiero che gli occhi, affacciandosi dal bordo della tazza, intercettarono la manona nera sporta a levare con un dito una briciola dall’angolo della bocca dell’amica. Lyssa distolse lo sguardo e si concentrò sul proprio plesso solare per ingoiare la risata che avrebbe sparato caffè bollente in piena faccia a quel Mathieu che peral‑ tro la stava fissando appoggiato ai gomiti. Quando, con un respiro profondo, posò la tazza sana e salva sul piattino, vide Gérard con la testa incassata tra le spalle preso a fissarsi la punta delle scarpe e Domini‑ que che, senza smettere di chiacchierare, ne approfittava per osservarlo a sua insaputa e con evidente piacere. Nel controllare Dominique, Lyssa intercettò lo sguardo vi‑ vace e acuto di Mathieu, ancora intento a fissarla senza ritegno. Sulla faccia da schiaffi e su quella bocca da allibratore anni ‘50 aleggiò una risatina irriverente del tutto fuori luogo, cui lei reagì arretrando, rigida, sullo schienale. E non si sarebbe fermata agli occhiacci, gliene avreb‑ be dette quattro, a quello, se non smetteva di fare il cascamorto. Stava appunto per aprire bocca invitandolo a con‑ centrarsi piuttosto sul panorama, quando un singulto interruppe Dominique che stava raccontando dell’u‑ briaco importuno. Lyssa si voltò sulla destra e vide che Gérard aveva la fronte imperlata di sudore e la mascella serrata. 66


Il gigante si agitava sulla sedia: «De la Vergne, è ora di andare. Salutiamo e togliamo il disturbo.» «Ma no, nessun disturbo,» esclamò Dominique. «Che ti prende, amico, non ho ancora finito il caffè!» Ma Gérard si era già alzato in piedi, riempiendo la stanza con la sua presenza. Massaggiandosi lo stomaco insistette: «Dai, su! Aspettano noi, all’ufficio postale.» «Ma se ho detto a tutti che avremmo riaperto nel pomeriggio...» «Mathieu? Vuoi che riveli alla Mesnard che la defini‑ sci “divino ippopotamo”?» «Chi è la Mesnard?» chiese Dominique, improvvisa‑ mente allarmata. Lo sguardo di Gérard era serio e minaccioso quanto quello di Mathieu era atterrito: «Non lo faresti mai.» «Vuoi scommettere? Se non ti alzi di lì e non vieni via...» Mathieu agguantò il cappello bianco appoggiato sul‑ la credenza e se lo calò in testa. Si sollevò dalla sedia riservando a Gérard uno sguardo tagliente. Quindi quel Mathieu era anche un pavido! Lyssa, di‑ vertita, non resistette alla tentazione di restituire al mit‑ tente un po’ di impertinenza: «Sì! Ha ragione Dominique: si può sapere che ha a che fare lei con madame Mesnard? E soprattutto cosa ha fatto la poverina per meritare un appellativo così irriguardoso?» 67


Sgusciando dal tavolo, Mathieu voltò appena la testa e mugugnò: «Mette abiti che le strizzano forme... troppo ab‑ bondanti. Non so se mi spiego. È la padrona di casa di Gérard, e prima o poi chiederà anche a me di pagare la pigione dal momento che mi sono stabilito a casa del mio... collega. Accade che anche il migliore degli uomi‑ ni debba essere un po’ gentile, insomma sì, indorare la pillola per rimandare l’inevitabile...» «Vorrai dire “fingersi perdutamente innamorato”...» lo riprese Gérard con un’occhiata severa. Lyssa conosceva bene madame Mesnard: era nota per affittare alcune villette del suo dovizioso patrimonio a sconosciuti di passaggio, del tutto privi di referenze, nel‑ la speranza di un romanzetto. Diede ai due una rapida occhiata e pensò con sollievo che, per quanto costituis‑ sero una coppia bizzarra e stridente, non avevano affatto l’aria di essere due canaglie. Nemmeno quel Mathieu, dopotutto, nonostante la giacca sguaiata e l’aria da gio‑ catore d’azzardo. «Beh beh, che c’è di male se io la corteggio un po’ e lei mi abbuona l’affitto per il momento? Dovrei forse dissanguarmi?» protestava intanto lui. «Oh oh! E questa madame Mesnard non ha un fidan‑ zato?» chiese Dominique, improvvisamente rattristata dall’infelice destino di quella signora. «No, finché Béjard Besnard il macellaio non si di‑ chiara.» precisò Mathieu storcendo la grande bocca in una buffa smorfia. Lyssa diede un colpo con le dita alla tesa del cappello, facendoglielo ricadere in avanti sul naso: «Ah, vigliacco 68


e inaffidabile! Lusinga le signore con secondi fini, non è così?! E bravo il nostro Mathieu!» «Sapete cosa penso? – Protestò lui sotto il cappello. – Questi dolcetti sarebbero l’ideale, per la Mesnard... Se ne è avanzato qualcuno...» . «Non riuscirai a infinocchiarla ancora a lungo. Do‑ vrai pagarle la tua parte d’affitto,» commentò Gérard più sudato che mai, scalpitando nel bel mezzo della stanza. «Beh, Mathieu, per liberarsi di lei basterebbero due gocce di veleno ben dosate...» commentò Lyssa sorniona. D’improvviso qualcosa cambiò sul volto di Gérard, come se si fosse di colpo rabbuiato o irrigidito. Mathieu resse il gioco: «Avvelenatrice... Lo dicevo io, che avevano un colore strano, quei biscotti.» Pavone chiassoso, rise Lyssa dentro di sé. «Veleno... devo ammettere che non mi sento affat‑ to tranquillo,» continuò con un’impudente faccia da schiaffi. «Nemmeno io, – rispose lei dopo la rivelazione di Gérard sul suo modo di “indorare la pillola”, – mi sento molto tranquilla.» L’uomo incassò ridendo. «Malfidente...» Intanto Gérard, scortato da Dominique, aveva at‑ traversato la casa e raggiunto l’esterno. Il suo grido «Mathieu!» riecheggiò con una nota disperata che in‑ dusse Lyssa e il chiamato in causa a scambiarsi uno sguardo stupito. «Bisogna giustificarlo per la sua maleducazione. È un Luogotenente della gendarmerie, mio vecchio ami‑ co, che è venuto a darmi una mano per tenersi fuori da guai. Sa, questo incarico di impiantare un ufficio postale 69


dal nulla non è affatto semplice. Così quando mi sono trasferito qua da Marsiglia, lui mi ha raggiunto. È stato sospeso dal servizio per via di una che lo ha accusato di molestie. Cosa lontanissima dalla sua natura, mi creda. Uomo correttissimo, il nostro Gérard. Ma la signora è stata incriminata per taccheggio e così... – Mathieu fece un sospiro e abbassò la voce, – vuole screditare Gérard e la sua testimonianza per il processo e fintanto che la cosa non si chiarisce, lui è sospeso. Dica un po’ se è giustizia questa! Insomma, deve capirlo, ora lui scappa davanti davanti alle donne, davanti a qualsiasi donna! Dice che deve evitare qualsiasi tipo di complicazione... Ma si ren‑ de conto? Io dico che la correttezza ha un limite, così è essere fessi.» Lyssa aveva ascoltato quello sproloquio senza per‑ dersi una virgola, concentrandosi su come proteggere la piccola Dominique da ulteriori guai. Il suo silenzio valse a indurre Mathieu a ritirarsi final‑ mente dal campo di battaglia. Lyssa lo accompagnò all’auto, ma prima di mettersi alla guida, lui schiuse di nuovo la portiera. «Potremmo fare una passeggiata. Sono sicuro che ci siano dei funghi, nei boschi qui intorno... Il terreno e gli alberi sembrano adatti, e poi nelle settimane scorse è piovuto parecchio. Conosco certe ricette che...» «Sì!» Dominique batté le mani entusiasta. I suoi oc‑ chi scintillavano. «Lyssa è una cuoca grandiosa!» Ma Gérard tagliò corto con tono lugubre: «Magari possiamo parlarne un’altra volta.»

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Dominique si voltò verso di lui accigliata come una bambina cui hanno appena sottratto il giocattolo preferito. «Dobbiamo proprio andare, ora.» Dominique balbettò: «Mi dispiace che ve ne andiate così...» Gérard fu irremovibile ma si addolcì: «Dobbiamo proprio, – rispose, – ma non si preoccupi. Champagne, come ha visto, non è pericoloso, probabilmente si sarà già dimenticato tutto, a quest’ora starà dormendo della grossa in qualche fosso. Non ti darà più noia.» «Non pensavo a quello, veramente...» «È stato un piacere,» tagliò corto lui, tirando l’amico dentro l’abitacolo del furgone. «Scusate l’intrusione. A presto». In capo a pochi secondi sparirono entrambi. Dominique rimase a fissare il cortile, con le braccia abbandonate lungo i fianchi. Le era sembrato di piace‑ re a Gérard e che stessero bene. Non capiva come mai all’improvviso gli era venuta tanta fretta di andarsene così, senza una spiegazione, come se di colpo qualcosa non gli fosse andato giù o gli avesse dato fastidio. «Mi sono sempre domandata come faccia madame Mesnard a rimanere in equilibrio su quei piedini...» La voce di Lyssa la raggiunse dall’interno e anche Domini‑ que rientrò. «Mh?» rispose Dominique sovrapensiero. Intenta com’era a seguire il corso dei ragionamenti su giganti dalla pelle di bronzo e dagli occhi dolci come miele, non diede retta ai discorsi di Lyssa, che parlava riordinando e sgranocchiando qualche altro biscotto. Finché a richia‑ 71


marla al presente fu una risata profonda, piena come il rumore delle acque che scorrono sottoterra. Dominique ne seguì l’eco fino al buffet, dove trovò Lyssa quasi piegata che annaspava tra le risa. «Ehi! Cosa c’è di così divertente?» Lyssa si sollevò con le lacrime agli occhi, indicandole il barattolo del tè. Poi, inghiottendo aria, riuscì a dire: «Sai cosa gli hai fatto bere?» «Boh... Tè, credo.» «Non sarebbe scappato via tanto di corsa...» annaspò Lyssa ricominciando a ridere. E infine in un soffio: «Gli hai dato dell’ebbio, cara.» Dominique seguitò a fissarla senza capire, sorridendo. «Tesoro, è un purgante drastico, anche piuttosto tossico!» Dominique avvertì il sorriso franarle sulla faccia. Ecco, lo aveva avvelenato. Anche quel raggio di sole si sarebbe spento nella sua vita. «Ma bene, – mormorò scuotendo il capo, – non mi smentisco mai. Non bastavano gli altri disastri e la ver‑ gogna di quelle lettere. Sono riuscita a distruggere sul nascere anche questo.» Quella era la ciliegina sulla torta. Dannatamente im‑ branata, ne aveva combinata un’altra delle sue. Chissà che “piacevole ricordo” avrebbe avuto ora, di lei, quel ragazzo. Non perse tempo ad arrabbiarsi, non serviva. Invece si guardò le unghie con espressione molto seria. «Proprio non c’è rimedio al peggio.» Si morse le labbra guardandosi intorno inquieta. «E perchè mai?» Domandò allegramente Lyssa. «È una conferma, invece.» 72


«Certo. Una conferma alla mia stupidità. E alla mia predestinazione alla solitudine eterna. E dire che quel ragazzo aveva qualcosa...» «Non comportarti da stupidina. Quel ragazzone ha un problema!» Dominique allungò improvvisamente il collo sgra‑ nando gli occhi in un’espressione sorpresa e incuriosita, mentre Lyssa continuò: «Non c’è niente che non va in te, solo che lui non sta cercando nessuna relazione. Anzi: le sta evitando tutte. Mentre tu eri occupata a bertelo con gli occhi e ad av‑ velenarlo, – a Lyssa scappava da ridere, – De la Vergne mi ha raccontato che una donna ha denunciato Gérard per molestie.» Dominique aprì la bocca come per dire qualcosa, senza distogliere lo sguardo dall’amica e cercando di connettere chi fosse questo De la Vergne. «Non c’è nulla di vero, naturalmente, ma purtroppo il poveretto è talmente preoccupato di questo fatto, da evitare le donne come la peste.» Mentre Lyssa continuava a spiegarle i dettagli, nella mente di Dominique si dipingeva un enorme cartello rosso con tanto di segnale di stop lampeggiante al cen‑ tro: lei si trovava in divieto di sosta, anzi, in divieto di transito. Bocca, corpo e voce del dio d’ebano stavano dissolvendosi come un miraggio irresistibile ma irrag‑ giungibile. E adesso che lo aveva avvelenato, il miraggio sarebbe sfumato alla velocità della luce: inavvicinabile. Si morse il labbro inferiore fino al mento e la parte inferiore della faccia le diventò tutta bianca. Ecco, stava per venirle la faccia da coniglio. Non riusciva più a trat‑ 73


tenersi. Lyssa la fissò smettendo di parlare, e lei scoppiò in singhiozzi.

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Porco in zuppa

La preparazione di ogni prodotto artigianale richiede molto tempo e molta dedizione. Dedicando ore agli appretti e ai sottili processi della saponificazione, può accadere che si perda la cognizione del tempo e anche, a volte, che ci si dimentichi di mangiare. Così in quei giorni, travolte dai lavori e dalle ondate emotive di Dominique le due amiche non fecero che piluccare fra bruschette all’aglio e tartine pane burro e alici. In realtà, avrebbero fatto meglio a pensare come cucinare il “porco”. Del resto non esiste modo migliore di “metterlo per sempre a tacere” che la zuppa alla provenzale. *** La carne di maiale va ridotta a grossi dadi e infarinata leggermente, poi fatta saltare in olio d’oliva ben caldo fino a coloritura. A questo punto, va insaporita con un filo di buon vino bianco, un po’ d’aglio, della cipolla affettata sottile e della salsa di pomodoro. Sale e pepe a gusto e naturalmente, un bouquet garni come da tradizione. Non abbiate fretta, lasciatela cuocere in questo modo a fuoco dolce per una o due ore, mescolando di tanto in tanto. Verso fine cottura, aggiungete dei dadini di melanzana e coprite il 75


tutto assicurandovi che sia ben chiuso. Nel frattempo tagliate il cappellino dei peperoni, svuotateli e grigliateli, ma solo la parte sottostante. A cottura della carne ultimata, riempite i peperoni con la sauté di maiale e richiudeteli, ognuno con il suo cappellino. Ricordatevi che quest’ultimo è un passaggio importante: i coperchi vano sempre aggiustati con molta cura, in modo che il maiale che c’è dentro non possa più uscirne. In nessun modo.

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5. Una donna pericolosa

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on una precisione e una lentezza implaca‑ bili, con una freddezza e una sicurezza che mettevano i brividi, le dita di Dominique afferrarono il contenitore dal pensile, lo rigirarono e mostrarono il teschio nero disegnato sull’etichetta. Lyssa sentì correre i fremiti sul costato e lungo la schiena. Dopo che i due, Gérard e Mathieu, se ne erano an‑ dati, Dominique si era seduta accanto alla finestra a fis‑ sare il giardino senza parlare. Era molto seria e sembrava più che mai in procinto di prendere decisioni estreme. Come sempre quando adottava strategie irrazionali “ci credeva” davvero e Lyssa aveva deciso di rimandare le proprie faccende per non perderla di vista nemmeno per un momento. Un flash non le dava tregua. Un flash di Dominique alla guida dell’auto. Non era un sogno o un presagio, era un ricordo. Già una volta Dominique si era messa a correre in auto con la musica degli Evanescence a palla pigiando sull’acce‑ leratore, decisa a schiantarsi contro un palo della luce o contro qualche platano ai lati della strada. Se quella matta non lo aveva fatto, era solo perché lei, al suo fian‑ co, le aveva spento il motore estraendo la chiave.

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Si ricordava bene lo sguardo vuoto e ostinato che aveva Dominique in quel frangente, lo stesso che aveva mostrato poco prima, alzandosi all’improvviso da quel‑ la sedia impagliata per perlustrare l’intero pensile delle erbe. Lyssa l’aveva vista spostare barattoli cercando qualco‑ sa, fino a quando lo sguardo dell’amica si era fermato sul fottuto barattolo blu. Stupida che era, doveva decidersi a mettere sotto chiave le droghe eroiche, una volta per tutte. Si male‑ disse nello stesso istante in cui prese un respiro. Calma, doveva stare calma e cercare un modo per riportare Do‑ minique incolume all’uso della ragione. «Senti, – disse allora, – perché non mi racconti di Jacques?» «Ecco! Quello è il bastardo perfetto!» Dominique agitò gli alluci inquieti nei sandali e si rabbuiò. Lyssa prese dalla credenza una scatola di fazzolettini di carta e glieli porse, anticipando il suo pianto. «Quel maiale mi tradisce da sempre!» sbottò Domi‑ nique e si lasciò crollare su una sedia. Lyssa scosse la testa: «Non hai tutti i torti ad avergli reso pan per focaccia.» «Un giorno ho trovato dei messaggini sul suo cellula‑ re. Una donna... L’ho chiamata dal telefono di Jacques. Lo so che non è corretto... » «Secondo me hai fatto benissimo. Troppi viaggi e troppi impegni.» «Già. Insomma quel pomeriggio il cellulare era lì a portata di mano e io non riuscivo a staccare gli occhi. Così alla fine ho ceduto e l’ho chiamata.» 78


«E lei naturalmente ha risposto.» «Sì. Con una orribile voce gracchiante...» «Da porca,» concluse Lyssa, coronando la sua usci‑ ta con una risata squillante. Dominique la fissava senza capire. «Scusa cara, non voglio assolutamente mancarti di rispetto o sminuire la tua sofferenza, ma l’idea di quel maiale di tuo marito che si spupazza una con la voce da porca mi fa troppo ridere.» Dominique non credeva alle sue orecchie. Ma vera‑ mente la sua amica le stava dicendo questo? Era esterre‑ fatta. Ma Lyssa continuò: «Non ti sarai aspettata che ti tradisse con Grace Kel‑ ly, vero? Che Jacques è un maiale non è una novità e del resto deve essere impazzito, se trascura una come te. Non ha un minimo di classe, Dom, via... Te l’ho sempre detto, insieme sembrate una rosa vicina a una verza.» Lyssa rise di nuovo. «Perché questa scappatella ti ha colpito tanto?» Dominique piagnucolò. «Perché non ha fatto nulla per nascondermelo,» sin‑ ghiozzò. E irruppe in un pianto convulso. «Il suo totale menefreghismo verso la possibilità che io potessi soffrire, sapendo queste cose... Non si è pre‑ occupato di tenermi fuori dalle sue squallide storie di letto. Perché umiliarmi così? Sto male da morire solo a pensarci... Vorrei ululare, ecco.» «Allora non pensiamoci, adesso, tesoro, – suggerì Lyssa con amorevolezza, – e anzi non pensare proprio a nulla. Bevi,» e le versò un dito di liquore.

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Dominique trangugiò obbediente tirando su col naso, poi riprese, un po’ più calma: «Lo so, è questa la verità, Lyssa. Sono una persona... “deludente”. E magari adesso ho deluso anche te. Sono un fallimento.» «Non hai idea di quanto io sia contenta che tu sia qui, ora,» sorrise Lyssa per tutta risposta, facendole una carezza. *** Ma nonostante la carezza e la dose rinforzata di De‑ lirium Mirabilis propinatole da Lyssa, Dominique pro‑ seguì a parlare dell’uomo che Lyssa chiamava “la Verza”. Il fatto era che ci aveva creduto, nell’amore con Jacques. Ripensò ai primi anni. Si erano incontrati quando erano molto giovani e avevano tutta la vita davanti. Lei, all’epoca, era splendida. Lo era perché stava facendo le cose che le piaceva fare. Precisamente, stava per lascia‑ re il suo lavoro come hostess in un’importante com‑ pagnia aerea per dedicarsi all’attività che amava sopra ogni cosa: insegnare immersione subacquea. Adorava andare sott’acqua; adorava andare in fondo, dove nes‑ sun altro andava, e soprattutto adorava portarci gli altri; specialmente quando avevano paura, perché con lei, la paura spariva sempre a tutti. Ciò che la entusiasmava era soprattutto il fatto di condividere la visione di quei meravigliosi fondali, che sembravano boschi incantati sott’acqua, pieni di animali dagli occhi e dalle movenze evanescenti e misteriose. In quei giorni stava per iniziare una vita avventurosa e libera in uno dei posti più belli della terra. Libera come un delfino. O come una leones‑ sa. Ma al bivio aveva incontrato Jacques. 80


Jacques molto bello, molto ricco, davvero ben siste‑ mato: al suo cospetto le alternative avevano cominciato a sembrare inconsistenti, all’epoca. Aveva iniziato a va‑ lutare la possibilità di sposarsi e magari, in futuro, di avere figli. Rallentò il racconto biascicando le parole. Di colpo si sentì cupa, come se il sole fosse andato via. Stava fa‑ cendosi l’una passata, ma il sole impalpabile della Pro‑ venza aveva una luce buia. Dominique cercò di scrutare oltre il basilico sul da‑ vanzale della cucina, verso il cielo di un colore dorato impossibile da definire azzurro, e rabbrividì nel tessuto leggero degli abiti. Era stato Jacques a portarla a quel punto. Lei, dentro, aveva continuato a sperare che acca‑ desse qualcosa. Aveva continuato ad aspettarsi qualcosa. In quel momento Lyssa accennò poche note di Sur le pont d’Avignon. Irritata da quell’aria spensierata e piena di dolore ver‑ so il marito, Dominique si lamentò: «Tu canti... Non ti riconosco più. Sembra che tu non abbia più il cuore. Non ti sei nemmeno accorta che la mia caduta su quelle stupide calendule non è stato un incidente...» «Questo lo pensi tu,» rispose Lyssa, ondeggiando la mano al ritmo della canzone. Aveva dovuto smettere di cantare per risponderle, ma evidentemente continuava a seguire la melodia con la mente. Desolata, Dominique tornò a concentrarsi sull’ex marito. Monsieur Jacques Doubiroux era il male assolu‑ to e le ragazze avrebbero dovuto imparare a guardarsi dal fascino di certi uomini ricchi come l’erede della famosa dinastia di fabbricatori di porcellana. Questo gli aveva 81


scritto nel post che poi Lyssa, scriteriata, aveva spedi‑ to. Quelli come lui, sebbene ricchi, avrebbero fatto fare loro la fine di una timida damina o di una pastorella da mettere in un angolo della loro casa lussuosa, per essere liberi di immergersi in sordide relazioni di strada senza sentimento. Dominique sentì esplodere in cucina i suoi stessi singhiozzi. Gli Jacques Doubiroux di questo mondo confinava‑ no le loro donne su una consolle, tra un gruppo mar‑ moreo e un orologio Luigi XV, e se ne dimenticavano. Lyssa appoggiò rumorosamente un vassoio sul tavolo e Dominique sobbalzò. Non si era nemmeno accorta che avesse armeggiato per preparare qualcosa. «Mettiamo un boccone nello stomaco o proseguia‑ mo con l’alcool?» chiese indicando le tartine pane, burro e alici. Dominique le lanciò un’occhiata truce ma trangugiò la spremuta di pomodoro che accompagnava il tutto. Almeno c’erano le abilità culinarie di Lyssa a darle un po’ di conforto. «E ora parliamo di questo scarabocchio di Uppert per il quale soffri tanto,» la esortò quest’ultima. Sem‑ brava che Dominique non aspettasse altro. «Mi infilo sempre nelle storie sbagliate. È un dato di fatto,– sentenziò. – Ma questa volta mi sono davvero innamorata.» «Vediamo...,» sussurrò Lyssa sbriciolando un pezzet‑ to di pane e porgendo alcune briciole a Merlo che le si era appollaiato sulla spalla. «Che cosa mi dirai di questo tizio, amore mio?» Dominique osservò incredula la scena. 82


Lyssa socchiuse le palpebre e poi: «Ha gli occhi chiari e i capelli sempre arruffati.» Dominique sgranò gli occhi e posò il bicchiere a terra. «Lyssa... » mormorò intimorita. «Come fai a saperlo? – si sentì rabbrividire.– Te lo ha detto... lui...?» e indicò il merlo con un’occhiata. Ma Lyssa scoppiò a ridere. «Ma rifletti! Da quanto tempo ti conosco? Dai tempi delle elementari gli uomini che piacciono a te sono sem‑ pre così! Lo contesti?» Finalmente Dominique richiuse la bocca spalancata, ma solo per fare la domanda delle cento pistole: «Come la vedi, tu, questa storia?» «Non ti ama, cara.» Dominique trangugiò un bocco‑ ne e Lyssa le accarezzò i capelli. «Dove l’hai conosciuto?» «In rete.» Lyssa sollevò un sopracciglio. «Non dire nulla, ti prego,» aggiunse poi. «So di avere un atteggiamento infantile e di comportarmi da irre‑ sponsabile, accettando un incontro con un uomo cono‑ sciuto così. Ma ci siamo già incontrati una volta...» Lyssa sollevò anche l’altro sopracciglio «... e si è comportato bene. È un signore, te lo assi‑ curo. Solo che questa seconda volta, quando sono stata a pochi chilometri dall’arrivo, mi ha chiamata per dirmi che dovevamo spostare l’appuntamento.» «Sì. Certamente. E come si è giustificato il signore?» «Ha detto che gli dispiaceva molto ma che dovevamo rimandare. Oh, ma lo capisco, sai. Lui è sposato e pieno di impegni e fa fatica a liberarsi. Avrei voluto infischiar‑ mene e disobbedire e correre ugualmente da lui ma...» 83


« “Disobbedire”...?» «Sì» riprese «ma ho avuto paura che il mio gesto po‑ tesse avere delle conseguenze gravi. Ho pensato che sua moglie potesse essere con lui. In che situazione lo avrei messo? Non me la sentirei di ferirla. Io so bene come si sta in quei casi.» «È stato lui a cominciare o sei stata tu a flirtare per prima?» «È stato lui, Lyssa, te lo giuro. È stato lui, come in tutti gli altri casi.» «Ne parli come se fosse il perno della tua vita. Lui è sposato, lui è impegnato... Perché, tu no? Non hai do‑ vuto organizzarti per fare questo viaggio? Quando avevi intenzione di rientrare? Domenica notte o lunedì mat‑ tina? E a Jacques cosa hai raccontato? Bugie? Per lui?» Dominique si agitò sulla sedia, si alzò e prese a giron‑ zolare per la cucina. Lyssa sapeva essere spietata, quando si trattava di smascherare le verità nascoste. «E soprattutto perché parli in termini di “obbedien‑ za”? Questa parola mi fa orrore. Non è un tuo superiore. Ai miei occhi, questo è il comportamento di un orco insensibile. Come puoi perdonarlo? Come puoi tollera‑ re l’averti fatto prendere l’auto per sciropparti un sacco di chilometri e finire per piantarti in Nasso all’ultimo minuto?» «Beh, – iniziò Dominique – Scusa ma hai detto “in Nasso”? Pensavo si dicesse in asso...» E sapeva perfettamente anche come mettere chiun‑ que con le spalle al muro. «Non cambiare discorso. Ti sei chiesta perché fa così?» «Sì. Ma non lo capisco.» 84


Lyssa sospirò paziente. «Quante volte vi siete incontrati?» «Una volta sola.» «E non ha provato a portarti a letto?» «No. Non ha proprio voluto.» «Che mammoletta. Ha paura. C’è qualcosa che non vuole mostrarti, tesoro.» «Ma te l’ho detto, è sposato... » «Non si tratta di questo.» «Che intendi dire?» «Verità indicibili,» rispose Lyssa evidentemente di‑ vertita. Il suo sguardo scintillava. «Un uomo che ti vuole non tentenna. Ma lui ha qualcosa da nascondere.» Dominique trattenne il respiro e prese a rimettere a posto i vasi di erbe che aveva estratto dal pensile. Forse era un criminale. O un serial killer. Aveva letto di un serial killer che colpiva dalle sue parti, recentemente, sui giornali e in rete. Oppure era un tossicodipendente. Sì, un tossicodipendente sieropositivo. Ecco. Non l’aveva voluta incontrare perché voleva proteggerla dalla sua stessa malattia e questa era la conferma che lui la amava. La voce di Lyssa la riscosse. «Ci sei?!» Dominique fece per parlare ma Lyssa continuò: «È in cerca di conferme. Svegliati, Dominique! Non è in‑ teressato a te in quanto donna, ma in quanto conferma alla sua capacità di affascinare.» Lyssa abbassò la voce e si avvicinò a Dominique come per confidarle un segreto. «Sai quali sono le verità indicibili?» Dominique sgranò gli occhi ormai avvinta dal terrore. «È probabile che abbia un pisello piccolo.» 85


A Dominique quasi cadde a terra il vaso che teneva tra le dita. Dopo un attimo di silenzio sbottò: «Ti fa male vivere qui da sola con due topi e un mer‑ lo.» Poi scoppiò a ridere, seguita a ruota da Lyssa. *** Lyssa rise di cuore senza mai perdere d’occhio Do‑ minique, che per gli spasmi si era dovuta appoggiare al buffet e aveva posato finalmente il vaso blu che teneva in mano. Stava finalmente per tirare un sospiro di sollievo quando la vocetta argentina chiese candidamente: «Che cosa c’è qui dentro?» Lei finse di essere distratta. «Mh?» rispose con indifferenza «Dove?» «Qui dentro, Lyssa.» Dominique la guardò con espressione molto seria, con un’insolita aria adulta e ma‑ tura. «Che veleno è questo?» chiese, determinata. La ri‑ gidità del gesto con cui aveva mostrato il barattolo con il teschio e lo sguardo intenso facevano uno strano effetto. «Ah... quello è colchico... » Continuando a stringere il barattolo, Dominique si sedette a un angolo della tavola di cucina e accese il por‑ tatile mentre Lyssa prese a estrarre da uno scatolone l’oc‑ corrente per fare il sapone. «Occorre dell’altro sapone alla lavanda! Tu non lo hai mai provato, un sapone così!» cominciò. «Anzi un sapone burro, senti che fragranza...» Estrasse l’ultima latta rimasta e lo odorò. «Perfetto per fare un bagno caldo della vasca di ghisa di sopra, con le candele... stasera. Che ne dici? Ti va?» Dominique sorrise, senza smettere di fissare lo scher‑ mo del portatile. 86


«Non hai ancora capito che faccio sul serio,» mormo‑ rò fra sé. Poi: «Difficile che questa sera io sia in condi‑ zione di fare il bagno. A meno che non sia tu a occuparti della salma...» Poi le uscì un gridolino che impedì a Lyssa di ob‑ biettare una qualsiasi cosa: «Uh, guarda qui... dice che il colchico è chiamato anche aglio selvatico... Sarà per‑ fetto, mi farò delle bruschette, tanto non si può dire che abbiamo fatto un vero pranzo.» Lyssa tornò a mordersi le labbra ma non aggiunse nulla. Per qualche istante armeggiò in silenzio spostan‑ do i prodotti e l’attrezzatura per il sapone finché non fu Dominique che ruppe il silenzio:«Senti un po’ che noti‑ zia! Una leggenda dice che il colchico nacque dal cuore di una principessa che era stanca di sopportare continue guerre... sembra proprio la mia storia... Uh, ma guarda! Ma è il croco! Non sapevo che fosse velenoso!» «Non è croco, è diverso. Si fa fatica a distinguerli ma al centro, il croco ha tre stami mentre il colchico ne ha sei.» «Cosa sono gli stami?» «Sono quei filetti che... Bah, lascia stare, Domini‑ que,» Lyssa scosse la testa. Dominique non la stava certo ascoltando. Non aveva staccato gli occhi dallo schermo del computer portatile e d’improvviso si alzò, dirigendosi al frigorifero con il ba‑ rattolo in tasca. Estrasse l’occorrente e, di lì a un quarto d’ora, mostrò a Lyssa le bruschette disposte ordinata‑ mente su un bel piatto da portata, già cosparse di salsa di pomodoro, sale, olio, olive nere tritate ed erbette pro‑ fumate. Infine distribuì con grazia il veleno sulle tartine. 87


La polvere gialla cadde abbondante sul pane come un’inquietante neve stregata. E mentre Lyssa invocava tutte le forze dell’Universo perché le venissero in soccor‑ so con un miracolo che fermasse il tempo, qualcosa che impedisse la caduta delle pagliuzze dorate, un vento che le spolverasse via e le risucchiasse svuotando il barattolo blu... Ecco, proprio in quel mentre, la suoneria di un telefono cellulare squillò. *** Dominique lanciò uno sguardo allo smartphone sul tavolo e sussultò, inarcando le sopracciglia. «È... lui...» deglutì a occhi sbarrati. Lyssa si avvicinò per leggere. «Uh... Uppert? Vedi? C’è sempre una seconda chan‑ ce, – continuò rianimandosi. – Non bisogna mai dare nulla per perso. Non dargli corda.» Dominique avvertì proprio malgrado una sensazione di calore risalirle il collo e fu certa di arrossire stupi‑ damente. Incrociò gli occhi vellutati e severi di Lyssa e decise di voltarle le spalle. Stava per dare il peggio di sé e non voleva farlo davanti all’amica. «Stellina!» disse la bella voce gentile dall’altro capo. «Ma come stai? Ho ricevuto la tua lettera... Mi sono sorpreso. Ma che combini, amore mio?» Dominique deglutì e si sentì pervadere di calore an‑ che lo stomaco: le aveva telefonato, alla fine, e l’aveva chiamata “amore mio”... «...È... è stata spedita solo ieri mattina...» riuscì a dire con un filo di voce. «Ma che ti succede, amore mio, che ti passa per la testa?» Ancora! Lo aveva detto ancora! 88


Intercettò con la coda dell’occhio lo sguardo truce di Lyssa. «Senti, stellina, siccome dovevamo vederci qualche giorno fa e visto che sto lavorando a pochi chilometri da dove sei tu, ho pensato che questa sera ti vengo a trovare e stiamo un po’ insieme con calma. Parliamo un po’, mi spieghi cosa ti sta succedendo...Non devi pensare che a causa di un impegno di lavoro io non ti ami... Devo lavorare e non ho sempre tempo ma io ci tengo, a te. Tu per me sei importante...» Dominique raccolse a fatica le idee, per fornirgli le in‑ dicazioni necessarie a raggiungere la casa. «Dai, ci vediamo tra poco, ok? Ti voglio bene stellina, non dimenticarlo.» Chiuse la chiamata e, tutta rossa in viso e con gli oc‑ chi lucidi, tornò ad accasciarsi sulla sedia. C’erano tan‑ te cose da fare, da preparare. Lavarsi, l’abito, i capelli! Doveva organizzarsi. Scattò in piedi con tanto slancio da rischiare di travolgere Lyssa che stava avvicinandosi. La abbracciò evitandone lo sguardo e si gettò sulla latta di sapone alla lavanda lasciata sul buffet. Se la strinse al petto e annunciò: «Mi ama! Lo vedi?» E volò in camera per prepararsi all’arrivo del regista.

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Torta di Mostarda

Lyssa sosteneva che, per omaggiare l’ospite atteso in questo capitolo, una ricetta a base di pisellini freschi sarebbe stata l’ideale. Ma Dominique non era d’accordo così alla fine decisero di preparare una torta alla mostarda ...e non solo. *** Srotolate la pasta sfoglia su un foglio di carta da forno all’interno di una teglia e riponete il tutto a stabilizzasi in congelatore. Tagliate i pomodori a fettine sottili e fateli sgocciolare su uno scolapasta in modo che perdano il loro succo. Tritate finemente la cipolla e soffriggetela dolcemente in 2 cucchiai di olio d’oliva.  Togliete la sfoglia dal congelatore e copritela con uno strato di mostarda e cipolle stufate, pomodori, un po’ d’olio d’oliva, sale e pepe, uno spesso strato di Gruyère ed erbe aromatiche a vostra scelta.  Fate cuocere per 25 minuti in forno a 180 ° C, poi servite ben calda, cosparsa di parmigiano. 

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6. Anzi, due

L

yssa dal canto suo emise un lungo sospiro come se avesse ricominciato a respirare dopo una lunghissima apnea. Prese il piatto di bru‑ schette e, dopo averlo avvolto per bene in una pellicola protettiva per evitare di avvelenare qualche animale, get‑ tò tutto nella pattumiera benedicendo Uppert. Aguzzò l’orecchio al trapestio proveniente dal piano di sopra e si lasciò finalmente crollare su una sedia. Dominique sa‑ rebbe ridiscesa non prima di un’ora, completamente tra‑ sformata in una farfalla ipnotica e palpitante. Dunque non restava che contemplare la possibilità di ubriacarsi per celebrare lo scampato pericolo. *** Dominique puntò tutto sul celeste. Chiffon, per la precisione. Estrasse l’abito dall’armadio e decise che, malgrado tutto, lui se lo meritava. Era l’uomo giusto per lei, ne era stata certa dalla prima volta che si erano parlati su Skype. I 283 chilometri fatti per incontrarlo la prima volta e poi ripercorsi dell’appuntamento fallito, erano valsi ogni metro d’asfalto. E poi era un regista, “il massimo” assoluto: lei adorava il mondo patinato dell’Arte. Infine, Uppert era una delle persone più dol‑ ci e sensibili che lei avesse mai conosciuto. Per questo, l’altra volta, non erano andati avanti. Si erano già incon‑ trati per fare colazione insieme e parlare un po’, e lui le 93


aveva confidato di sentirsi molto attratto da lei; le aveva detto che la trovava pericolosa e lei si era messa a ridere a quelle parole, perché qualunque cosa avrebbe potuto pensare di se stessa tranne di essere “pericolosa”. «Ma che vuol dire pericolosa? Come? Che significa?» «Io lo so come va a finire, con le donne come te. Ave‑ te qualcosa, qualcosa che mi intrappola e io, poi, non ne vengo fuori.» Tra fette di torta, brioches ai frutti di bosco e caffè, la mattinata si era esaurita rapidamente. Lei si era sciolta un centinaio di volte, guardandolo e ascoltando la sua voce. Lui le aveva appoggiato in un paio di occasioni la mano su un ginocchio e non era riuscito a continuare a parlare, evidentemente turbato. Poi era dovuto rientrare in studio per continuare le riprese. «Portami con te, – gli aveva proposto Dominique, – sarebbe una bella occasione anche per me. Potrei scat‑ tare qualche foto, parlare con gli altri della troupe e ma‑ gari scrivere una recensione su di voi per la rivista d’Arte con cui collaboro.» «No, stellina, non è possibile.» Uppert era stato irremovibile. Gentile, ma fermo. Anche questo aveva apprezzato Dominique, di lui: la sua estrema professionalità e la sua dolcezza. «Lavoro e piacere non si mescolano.» Così, lui l’aveva accompagnata rapidamente al par‑ cheggio e aveva lasciato che lei lo abbracciasse, prima di salutarsi. Un abbraccio che Dominique non aveva più dimenticato e che l’aveva fatta sentire bene per settima‑ ne. E che le aveva fatto ripercorrere i 283 km del ritorno cantando. 94


283 km non sono pochi, in effetti. Però ora era felice. E poi stavolta sarebbe stato diverso. Altro che Jacques. Uppert era molto diverso da suo marito. A Dominique venne in mente quella frase che dice, press’a poco, che per ogni uomo che tratta male una donna, ce n’è già un altro che la desidera. Uppert la desiderava, lei lo sapeva. Glielo aveva detto, e glielo ave‑ va confermato il modo in cui l’aveva allontanata da sé, l’altra volta, in quel parcheggio. Stavolta sarebbe stato diverso. Sarebbe stato bellissimo. *** Stupida. Possibile che quella non capisse? Mio Dio, era un mistero come poteva essere così cretina... E lui? Uppert si avvicinò pericolosamente all’auto che lo pre‑ cedeva, lampeggiando per sorpassarla. Era stato un paz‑ zo a infilarsi in una storia del genere. Certo, ad averlo saputo, mai si sarebbe messo a giocare in chat con quella ma chi poteva immaginare che si prendesse una sbanda‑ ta per davvero? Che ne poteva sapere lui, di avere a che fare con una psicopatica? Tutta la tensione si rifletteva nella guida e in quel momento il motore ruggiva fuori giri. Intanto parlava da solo: «Ma tu guarda se devo interrompere le riprese e tutto quanto solo perché questa deficiente ha qualche prurito e un buchetto da riempire, – sbottò picchiando il volan‑ te, – stupida puttana, faresti meglio a farti scopare da tuo marito.» Superò rabbioso un paio di camion, alzando il dito medio bene in vista davanti allo specchietto retrovisore e controllando di sfuggita il proprio aspetto. Una profon‑ 95


da ruga verticale sopra il naso e occhiaie violacee sotto gli occhi. Con tutti i guai che si ritrovava... una notizia di merda dopo l’altra...Urlò: «Pure la banca ora, porca puttana!» Lo aveva lasciato a secco e così niente progetto e in più adesso la pazza e la scopata consolatoria per la cretina... L’uomo aprì il finestrino dell’auto e si accese una si‑ garetta per allentare la tensione. Magari poteva scoparsela per bene e poi chiederle i soldi visto che il marito era ricco sfondato. Avrebbe col‑ to l’occasione se si metteva bene. Sarebbero bastate un paio di paroline dolci e quella avrebbe fatto qualsiasi cosa. «Bah.» Bevve un paio di sorsi dalla lattina di birra che aveva nel portaoggetti e la gettò con rabbia fuori dal finestrino, senza badare a dove andava a sbattere. Qual‑ cuno suonò il clacson ma lui non vi fece caso. Andassero tutti al diavolo. Prima di ogni altra cosa, lui doveva tro‑ vare quel denaro. *** Dominique fece tutto nel più breve tempo possibile e, in capo a un’ora e mezza, era già in giardino seduta ad attendere sulla più romantica della panchine nei pres‑ si di un salice piangente, a lato del portone d’ingresso. Finalmente si udì una frenata e il muso di una Mini versione gigante, arancione, si affacciò sul viale. Dominique controllò l’istinto di andargli incontro e riuscì a non abbandonare la panchina romantica fintan‑ to che la portiera non si aprì e lui non scese dall’auto. Solo allora, raggiante, si alzò per andare ad abbracciarlo. Lo strinse forte, sentendosi al settimo cielo come non le accadeva da anni. 96


Lui sembrava stanco e preoccupato, ma il mare tur‑ chino ondeggiava magnetico nei suoi occhi meravigliosi. «Accomodati, sarai stanco» cinguettò incuneandosi nell’auto per prendergli il giubbotto dal sedile posterio‑ re. Così facendo vide uscire dalla tasca dell’indumento un quotidiano. Era una copia de Le figaro, ripiegata su una pagina con una piccola foto di Uppert. Dominique diede un’occhiata al regista che la pre‑ cedeva verso la serra e che chiedeva a gran voce «È per‑ messo?» e si attardò un momento per dispiegare il gior‑ nale. Cercò la notizia su Uppert e non le ci volle molto a individuarla. Il titolo sembrava pulsare: “Va in scena l’ultimo flop di Léotard”. Se lui fosse tornato indietro in quel momento e l’avesse colta sul fatto a leggere, si sarebbe sentita morire. Lanciò un’occhiata al piazzale per controllare che non la stesse vedendo e si inabis‑ sò di nuovo nell’abitacolo. Al momento di chiudere il giornale, tuttavia, non resistette alla curiosità e scorse velocemente l’articolo. “Il primo tentativo di Léotard nel «cinema di serie A» e probabilmente anche l’ultimo”: era una stroncatura senza appello. «Povero tesoro...» mormorò afflitta. Si affrettò a ri‑ mettere alla bell’è meglio il quotidiano nella tasca e corse per raggiungere infine Uppert davanti all’ingresso della serra. *** Lyssa, che stava preparando la cena in anticipo con‑ tando di ritirarsi presto per lasciar libero il campo, fu colpita innanzitutto di riuscire a cogliere ogni singola parola che il tizio stava comunicando a Dominique nel‑ lo spiazzo davanti a casa. All’esterno. Quello non stava 97


parlando con un tono di voce normale, urlava. A mezza via tra uno straccivendolo e un cantante lirico, pensò sorridendo e rievocando certe frequentazioni del nego‑ zio di strumenti sotto casa sua, ai tempi in cui ancora viveva nella civiltà. «Permesso?» La voce stentorea di quel tizio la fece sobbalzare, sebbene provenisse soltanto dalla serra dov’era evidentemente già approdato. Lyssa si asciugò le mani nel grembiule e si preparò a un’oretta di martirio. Questa prospettiva fu puntualmente mantenuta dall’ospite, che nemmeno aveva posato la giacca e aveva già iniziato a sbrodolarsi addosso riguardo alle proprie imprese cinematografiche. Mentre aspettavano che la cena fosse pronta e piluccavano seduti in poltrona fet‑ te di torta salata alla mostarda, anziché parlare normal‑ mente, lui non smetteva di strillare. Sembrava agitato, concluse Lyssa spiando di sottec‑ chi quel Brad Pitt che, osservato da vicino, con meno solarium e meno coiffeur, sarebbe stato niente di più che un omino. Lo sguardo seguì il percorso della torta salata tra le dita di Uppert fino alle labbra di Dominique, la quale non era evidentemente del medesimo avviso in materia di omini e rimirava il suo archivista mancato come si trovasse al cospetto di Thor, figlio di Odino. Si distoglieva dal nume nordico solo per rifilarle occhiatac‑ ce quando Lyssa, non sapendo cos’altro dire, sollecitava il tizio a parlare dei progetti per il futuro. Perché? Non si usava così? Lo chiedevano tutti in te‑ levisione: “Sogni nel cassetto”? Cosa poteva esserci di tanto delicato? Eppure qualcosa doveva esserci sotto, perché quando Lyssa prese fiato per la terza volta per 98


avviare un discorso, Dominique non le diede nemmeno la possibilità di emettere la prima sillaba e accese il tele‑ visore, sparando l’audio a un volume assurdo. «Abbassa, che fai?» chiese urlando Uppert, in direzio‑ ne di Dominique che ondeggiava sul divano puntando il telecomando verso il televisore. «Voglio vedere le notizie sul Mostro dei Fiumi» im‑ provvisò, aiutata dalla lettura dei titoli sotto la condut‑ trice del canale all news. «Ecco ecco guardate là. Per esempio. Io quel tizio sono convinta di averlo visto» urlò Dominique per sovrastare il volume audio. E con il telecomando indicò la foto in primo piano di un uomo abbronzato, capelli biondastri lunghi e con una camicia a fiori di colori vivaci. «Ma sì è quel pilota di Rally, quello scomparso...» disse Léotard e protese il braccio per sottrarle il telecomando. «Hanno trovato il corpo nella Dordogna, – Domini‑ que divincolò la mano, – lasciami sentire. Sono sicura di averlo già visto...» «Ma certo che l’hai visto, è uno famoso. Mollard! Etienne Mollard,» la interruppe il regista afferrando il telecomando. Un tasto premuto per errore cambiò stazione. Tappandosi le orecchie, Lyssa si alzò per riparare in cucina e trovare rifugio dal baccano. Subito dopo udì distintamente il nome Léotard pronunciato da una voce televisiva. Muovendosi circospetta, scivolò di lato fino a inquadrare lo schermo. Trasmettevano qualcosa sul cinema, a giudicare dalle immagini sullo sfondo; un conduttore parava il braccio disteso in direzione delle quinte. 99


«Facciamo dunque un applauso a Uppert Léotard!» «Ma guardate...!» esclamò Lyssa e voltandosi vide Dominique che aveva oltrepassato il Léotard in carne e ossa e ora osservava la tv a bocca aperta. «Ma parlano di te!» Sotto i riflettori comparve Uppert celato da un paio di occhiali da sole, insoliti in uno studio televisivo. Avan‑ zava verso il conduttore salutando il pubblico a braccia alzate. Accelerò il passo per raggiungere dinoccolato il centro della scena quando, in un battito di ciglia e con un urlo sordo, dell’acclamato regista rimasero visibili solo le suole dei mocassini, mentre due mani rosee e paffute annaspavano impotenti nell’aria. L’urlo si ripeté anche nel salotto provenzale di Lyssa, che non si era potuta trattenere dal portarsi le mani alle guance, imitata da Dominique. Ma mentre quest’ulti‑ ma, pallida per lo spavento, si era bloccata, illividita alla luce della tv, Lyssa era stata colta da un accesso di risa che premeva con prepotenza contro il petto e le solleti‑ cava la gola. Avrebbe voluto spiare la faccia di Uppert ma non c’e‑ ra tempo. Approfittò del fatto di avere le mani a coprire le labbra per impedirsi di scoppiare a ridere almeno fino a quando non fu in cucina. Si nascose nel disimpegno per essere certa di non es‑ sere vista e finalmente annaspò e prese profonde boccate di ossigeno. Intanto, dalla tv giungeva l’eco del parapi‑ glia seguito alla caduta nello studio televisivo. «Sono spiacente! Deve essere stato l’olio del carrello della telecamera! Si è fatto male?» diceva una voce.

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«No, no, assolutamente,» rispondeva un’altra voce roca e incerta . E l’altra, scandendo bene: «Questo è il prezzo della vanità, Signor Léotard! Quegli occhiali da sole... In uno studio televisivo...» «Ne ho bisogno, – balbettava la voce incerta aumen‑ tando stridula i decibel, – perché i miei occhi sono così chiari che non sopporto la luce e anche per proteggere la mia privacy, o mi fermerebbero ad ogni passo.» «In uno studio televisivo è piuttosto difficile proteggere la privacy, suvvia, signor Léotard. O forse teme il pubblico dopo le critiche ricevute dal suo ultimo Diane et Actéon! Non crede che un cortometraggio su Narciso forse sarebbe più indicato?” «Ma no, è solo che il mio lavoro è visionario, non è stato ancora capito,» rispondeva secco Uppert. «Le condizioni asfittiche del mercato sono ormai proibitive per la ricerca di nuovi linguaggi.» Sì, ormai doveva essersi ripreso del tutto sia in tv sia in soggiorno, così Lyssa, prendendo ancora un bel respiro, poté unirsi agli altri e portare in tavola. «Una squadra di incapaci, in quello studio,» stava commentando lui, incominciando a sputare una senten‑ za dietro l’altra in un crescendo di acidità. «Non hanno saputo presentare il mio lavoro né valorizzarlo... Il tecni‑ co al suono è un imbecille, ha combinato un disastro per un sound check di mezz’ora... voi non potete capire... » Lyssa lo guardava di sottecchi e puntualizzò con garbo:«Ma quel format è di Trichet, un mio amico. È considerato uno dei migliori!».

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Léotard rimase per un momento senza parole, per poi impallidire. E lei continuò:«Abbiamo studiato insieme ai tempi del master e ti posso assicurare che è in gambissima. So come lavora... conosco molto bene sia lui sia il ragazzo che lavora con lui in postproduzione.» «Li hai scopati entrambi?» La domanda attraversò il soggiorno rapida come una fucilata. «Uppert... ma cosa stai dicendo?» mormorò Domini‑ que sgranando gli occhi. Lyssa invece commentò con un sorriso: «No, lui no. E nemmeno Rob, il suo collaboratore.» Non smise di fissarlo, e gli versò dell’altro vino. Forse quell’idiota urlava tanto perché era sull’orlo di una crisi di nervi. O forse era un cocainomane. In ogni caso non era una buona idea che Dominique ci avesse a che fare, almeno non quella sera. «Non ti varrà a nulla cercare di fare la carina con me. Voi donne siete tutte uguali,» sbottò il regista tampo‑ nandosi la fronte con un fazzoletto. Lyssa decise che sì, oltre a essere un maleducato e a non saper reggere il vino, quel tizio faceva uso di sostan‑ ze psicotrope. Un cocktail letale per un imbecille. «Ma Uppert, – cominciò Dominique, – stai dav‑ vero esagerando,» commentò tornando a fissarlo. «Ma io lo capisco che sei alterato. Oltre che pesantemente arrabbiato...» «Bah. Zitta tu,» Uppert aggredì Dominique, poi si voltò di nuovo verso Lyssa. «Sai quanti ne ho, di agganci come i vostri, tutti i giorni? Ne avrò venti o trenta, non scherzo. C’è la fila 102


di puttane in cerca di una parte e del mio uccello. Anzi parliamo di questo. Non siete lusingate che io mi trovi qui? Dovreste cominciare a rendervi conto che la con‑ correnza, là fuori, si fa pesante per due sulla trentina e che io sono molto quotato. Anche a te farei un favore, se ti dessi una sbattuta.» «Uppert! Ma tu allora...» la frase di Dominique ri‑ suonò come il richiamo addolorato di un rapace not‑ turno, mentre scattava in piedi a bordo tavola col volto arrossato. «Non ti importa niente di me,» e le prime lacrime cominciarono a scorrere lungo le guance. Stropicciò per lunghi istanti il tovagliolo tra le dita, poi lo gettò sul tavolo e si rifugiò in cucina. Di lei non rimase che l’eco dei singulti. *** Piegata sul tavolo di cucina, Dominique cercò di in‑ trodurre aria nei polmoni attraverso la gola stretta dagli spasmi. Il torace non ne voleva sapere di distendersi e, per un istante, credette seriamente di soffocare. Poi, fi‑ nalmente, una lama d’aria pungente si fece largo dentro di lei e, con essa, un’idea precisa. Gemendo udibilmente anziché trattenersi, si diresse al pensile. L’eco dei singhiozzi coprì il cigolio dell’anta e il rumore dei barattoli spostati. Niente, quello blu non c’era, Lyssa doveva averlo nascosto. Il senso di fallimen‑ to la spinse giù su una sedia. Non riusciva nemmeno ad ammazzarsi. L’umiliazio‑ ne subita le toglieva le forze e si prese la testa tra le mani. Le mancavano le sue pastiglie, cosa ci era venuta a fare fin lì? E maledetto il giorno che aveva lasciato casa. Casa? Quale casa? 103


Il pensiero dell’urna vuota e perfetta della sua solitu‑ dine le trasmise all’istante la certezza che non c’era un luogo al mondo che lei potesse chiamare “casa”. Anche quel bel pavimento in ceramica fiorita di fronte a lei, quei mobili dipinti di colori allegri, quella scopa di sag‑ gina e perfino la pattumiera, dopotutto, erano oggetti a lei estranei, che non appartenevano alla sua storia. Anzi, soprattutto la pattumiera. Pattumiera: quel bel bidoncino dipinto che inspie‑ gabilmente la attraeva. Le ci volle qualche istante per portare alla coscienza ciò che una parte di lei già sapeva. Se era fortunata, le bruschette al veleno erano ancora lì. Si alzò e aprì il coperchio badando a non far rumore. Con il manico di un mestolo spostò il pattume fino in fondo e vide il cartoccio avvelenato. Ce l’aveva sotto gli occhi, perfettamente protetto, ac‑ curatamente avvolto in un triplo involucro di cellophan che isolava il resto del mondo dalle proprietà tossiche del contenuto. Lo prese, lo passò sotto il rubinetto, svolse la pellicola e gli diede un giro di microonde che restituì al tutto una fragranza decente. Poi depose le bruschette con la massima cura e delicatezza in un bel piatto da portata pulito, preso dalla credenza. Le avrebbe mangiate davanti a lui, davanti all’infame per graffiargli l’anima con il messaggio “È colpa tua”. *** Lyssa mai si sarebbe aspettata di veder ricomparire Dominique con un piatto di portata, come se i drammi personali avessero ceduto il passo ai doveri di ospitalità. Forse Dominique era cambiata, stava davvero diven‑ tando finalmente adulta. Non avrebbero più dovuto 104


perdersi di vista tanto a lungo. Certo, lo sguardo che stava rivolgendo a Uppert sembrava quello di Medusa ma non si poteva pretendere troppo. Le rivolse il sorriso più caldo che poté: «Oh, cosa ci porti di buono?» e abbassò gli occhi sul piatto. E per poco non le uscì un grido. Di certo doveva aver spalancato la bocca, perché la mente registrò l’atto di richiuderla qualche istante dopo. Fece allora per dire qualcosa, ma non le uscì altro che un suono simile allo sbuffo di un’auto ingolfata. Alla fine non trovò di meglio che schiarirsi la gola e restare nel più attonito dei silenzi. Quelle erano le bruschette avvelenate, quelle con la polvere giallina del mattino, quelle che credeva di aver sepolto sotto la spazzatura. Lyssa si sentì precipitare e come una sonnambula afferrò la bottiglia di vino e ri‑ empì di nuovo i tre bicchieri. Si rimangiò una per una le imprecazioni che le erano salite alle labbra e modulò finalmente la più vellutata delle inflessioni: «Non si può dire che fino a ora le cose siano andate per il meglio, ci stiamo comportando come dei ragazzi‑ ni, – incominciò, – ma a tutto c’è rimedio. Mettiamoci una pietra sopra.» «Sì, la lapide di un sepolcro,» commentò la voce ine‑ spressiva di Dominique, in piedi e con lo sguardo perso. «Cioè un coperchio, volevo dire...sopra...» balbettò Lyssa, rinunciando a spiegare e maledicendo le metafo‑ re. Ma non lasciò a nessuno il tempo di ribattere. Si alzò di scatto e prese Dominique per un braccio.

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La trascinò in cucina, lasciando aleggiare alle loro spalle un rapido: «Ci vuoi scusare un momento, Uppert?» seguito dal borbottio incomprensibile dell’uomo semiubriaco. Dominique cercò di divincolarsi ma evitò di fare sce‑ nate e, giunte in cucina, Lyssa la spinse contro il muro e le puntò un indice in mezzo alla fronte. «Ascoltami bene, tu,» cominciò sottovoce. «Ci penso io ad ammazzarti, se non la pianti. Non sto scherzando» le sibilò a un centimetro dalla faccia. «Ti proibisco di perdere la voglia di vivere dietro a un simile personag‑ gio». Lanciò una rapida occhiata attraverso la porta soc‑ chiusa della cucina. «Quel tipo ha qualcosa che non va, ecco perché si comporta così. Non sei tu che sbagli tutto, è lui che è pazzo. Non lo vedi?» «Smettila Lyssa,» cercò di interromperla Dominique «Non riuscirai a convincermi.» *** Uppert sentì il borbottio e immaginò che quelle due stessero dicendogli dietro di tutto. Riempì il bicchiere e lo sollevò in un brindisi immaginario: che andassero a farsi fottere. Trangugiò d’un colpo e allungò la mano sulle bruschette. «Buono» disse. «Fragrante... E brava massaia!» sghi‑ gnazzò, lanciando un’occhiata in direzione della por‑ ta socchiusa della cucina, da cui provenivano bisbigli e mormorii agitati. Ci voleva poco a far ragionare le donne. Bastava mettere bene in chiaro chi comanda. E comanda chi ha il bastone! Sghignazzò ancora, adden‑ tando golosamente un’altra bruschetta e sfregandosi e 106


picchiettandosi il cavallo dei pantaloni, sorpreso da un improvviso quanto inatteso senso di eccitazione. Diede un paio di colpi di tosse e si versò da bere. «Pane fatto in casa, vino genuino, fianchi da conta‑ dina...» bofonchiò, sistemandosi alla meglio sulla sedia. Ebbe solo per un momento una sensazione di vertigine, ma passò subito. *** «Non ti permetterò di fare una simile sciocchezza,» sibilava intanto Lyssa a pochi metri nell’andito chiuso della cucina. «Non per quel cretino. Non lo merita. È un povero megalomane senza speranze, un narcisi‑ sta incapace di vedere più lontano del perimetro delle sue mutande! Non te lo lascerò fare!» poi girò i tacchi e si diresse nell’altra stanza, seguita dai passi leggeri di Dominique. Lyssa si diresse decisa verso la tavola per prendere il piatto avvelenato, quando Dominique accelerò dietro di lei e la superò passandole davanti, interponendosi infine tra lei e Uppert, che peraltro non era più seduto a tavola. Il regista stazionava in piedi accanto alla finestra aperta. «Lo vedi quel piatto di bruschette? Sono avvelenate,» gridò Dominique isterica, indicando la tavola alle pro‑ prie spalle. Lyssa sgranò gli occhi e si sentì mancare. «Qui dentro manca l’aria,» farfugliò Uppert in ri‑ sposta, sbottonandosi un paio di bottoni del collo della camicia. «Veleno! Hai capito? – gridò Dominique – E io ho deciso di avvelenarmi per colpa tua!»

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Lui la guardò con i turchesi occhi vitrei, senza rispondere. «Sì! Per colpa tua! Voglio che la visione della mia ago‑ nia sia l’ultima cosa che ricordi di me. Voglio che tu mi veda morire e ti condanno ad essere per sempre tormen‑ tato dal ricordo del male che mi hai fatto!» L’uomo si appoggiò al davanzale, seguitando a fissar‑ la attonito. Lyssa si avvicinò e Dominique si voltò verso di lei: «Stammi lontana, tu! Non provare a fermarmi! Non te lo permetterò!» le gridò. In quella, un rantolo roco si levò in prossimità della finestra e lo sguardo di Lyssa e Dominique fu obbligato a ruotare in quella direzione, dove Uppert si sorreggeva al davanzale e sembrava non riuscire a respirare. Lyssa si precipitò balzando in avanti, preceduta d’un soffio da Dominique che si trovava più vicina. *** Dominique afferrò Uppert sotto l’ascella ed evitò istintivamente di abbracciarlo per sorreggerlo. Non vo‑ leva sporcare lo chiffon celeste con le macchie che gli cospargevano il pullover... Macchie di pomodoro. Qua‑ le pomodoro...? Ah sì il pomodoro delle bruschette... Nell’istante medesimo in cui quell’orribile pensiero le attraversò la mente, Dominique avvertì una stretta alla gola come se un cappio la stesse strozzando. I suoi occhi si spostarono di lato, alla tavola imbandita. Il piatto delle bruschette vicino al posto non più oc‑ cupato da Uppert, scintillava nel suo splendore desertico di porcellana, eccezion fatta per due ultime tartine rosse

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e rinsecchite. Era quasi vuoto. Uppert doveva essersene divorato almeno una decina. Annaspò, sbarrò gli occhi e infine li fissò su Léotard. Era pallido e si sarebbe accasciato sul pavimento se non fosse stato per Lyssa che si era precipitata per aiutarla a sostenerlo. Prima che crollasse a terra, insieme, lo trascinarono sul divano. Faceva un’impressione orribile: spalancava goffamen‑ te la bocca come se volesse immettere aria. Lyssa corse al tavolo a prendergli un bicchiere d’ac‑ qua e Dominique non trovò niente di meglio che fargli vento con un cuscino del sofà. Il regista Uppert Léotard, dal canto suo, spalancò mi‑ seramente la bocca annaspando un paio di volte, quindi smise del tutto di respirare. *** Mentre Uppert dormiva per sempre sul pavimento lì accanto, Lyssa si mordeva un labbro. I denti premevano tanto forte che la pelle era lacerata e ne era uscita una minuscola goccia di sangue. Pensava al da farsi. Dominique, invece, fissava ora lei, ora il cadavere, torcendosi le mani e cercando a fatica di ricacciare giù in gola un grosso nodo di lacrime. Non sarebbe durata a lungo. «Dobbiamo toglierlo da qui subito,» sentenziò Lyssa. Dominique si agitò inquieta e lanciò intorno un paio di occhiate spaventate. «Aspetti qualcuno?»

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«Nessuno in particolare. Ma ho visto come mi pun‑ tava Mathieu. Ci ritroveremo presto di nuovo intorno quei due.» «Tu dici?» Dominique gongolò impercettibilmen‑ te, poi cambiando tono: «Oddio, che pasticcio! Ne sei certa? E Gérard è della Gendarmerie... ci mancava solo questa.» Lanciò un cuscino sulla faccia del deceduto. «Questo stupido doveva venire proprio adesso qui da me, e per giunta a morire!» Lyssa la guardò stupita. Non si aspettava una mossa tanto poco signorile. «Non ha fatto altro che portarmi dispiaceri e crearmi guai!» Continuò Dominique. «Pensa se adesso entrasse Gérard! Penserebbe che sono una serial killer. Prima cer‑ co di avvelenare lui e adesso... questo!» Lyssa si decise a porre fine a quella conversazione senza senso. «Mi pare che abbiamo già abbastanza guai, senza pensare a quelli che ancora potrebbero capitarci,» e si diresse verso il portariviste accanto alla poltroncina. Ma Dominique continuava con tono febbrile senza farle caso: «Non sopporterei che lui pensasse male di me. Che figura ci farei?» Lyssa la squadrò con biasimo, estraendo dal mucchio di giornali un dépliant turistico: «Che cosa? – Annaspò Lyssa indicando la salma. – Il tuo problema ora è disgustare Gérard?» Dominique emise un pianto flebile, simile a un pi‑ golio: «Gérard è già irraggiungibile. Come reagirebbe se scoprisse che sono un’assassina?» (...) 110

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