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Opera Prima Renato Spina

Romanzo 


Ciao Boss


O Principi, che a lunghe carovane d’ogni parte del mondo qui venite a tentar l’inutile sorte, io vendico quel grido e quella morte! No! Mai nessun m’avrà! Rinasce in me l’orgoglio di tanta purità! Straniero! Non tentar la fortuna! “Gli enigmi sono tre, la morte è una!” da: Turandot Opera di Giacomo Puccini Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni


PROLOGO Tutto è pronto, ma niente è ancora iniziato. Tum Tum… Tum Tum… Tum Tum… Ciò che si trovano di fronte gli intervenuti, è un palcoscenico singolare, guarnito da una scenografia inesistente, come una torta fatta in casa da mani sapienti. E poi… Il buio della scena è onirico. Non il buio in sé, fortemente tipico del prologo di ogni opera, ma la totale assenza di impianto di illuminazione. Eppure nell’insieme, inspiegabilmente, tutto è pervaso da una calda luce, che sembra il risultato delle inesplicabili attenzioni del più esperto dei light designer. Di colpo cala il silenzio, a far braccetto col surreale della luce. Ed entra lui, il Direttore, omaggiato da un applauso scrosciante, anch’esso condito da un pizzico di improbabilità. Il Direttore, chiamato più comunemente e semplicemente “Maestro”, si accinge a guadagnare il suo podio, con passo leggiadro che trasuda felicità più di quanto non facciano i suoi occhi, peraltro non ancora alla portata degli astanti. Si volta e finalmente rivolge il suo sguardo alla platea. Adesso sono i suoi occhi a sorridere. Un sorriso che si accende e per reazione uguale e contraria, si spegne il brusio. Uno sgabello compare dal nulla; lui lo prende, lo posiziona al centro del palcoscenico e si siede. Silenzio. Si guarda intorno. Volta il capo lentamente da sinistra e destra, generando un moto indotto in tutti i presenti, quasi si assistesse ad un match di tennis. Ammira il teatro, la sua bellezza, come fosse una parte di lui. Il rosso domina: i drappi sono rossi, l’acero fiammato dei legni ricorda un rosso arterioso, gli arazzi sono rossi. 9 

 


Il rosso domina. Tutto è rosso. Come i suoi occhi. Unica eccezione cromatica è il grigio chiaro delle poltrone incastonate in platea; confondono lo sguardo generando una sensazione simil-pois. Tutte grigie tranne una, troneggiante al centro, di un rosso più rosso dei rossi che imperano intorno. Ogni forma è tondeggiante, al punto da connotare l’insieme come un organismo pulsante, che palesa un senso di morbidezza e protezione. La platea è dominata dalla centralità di un unico palco, sospeso per la sua stessa purezza, elevato dal peso della nobile arte dell’eterea presenza che lo abita. Il Maestro rivolge il suo sguardo carico di amore e protezione verso quell’aura. «Il momento è finalmente arrivato» dice rivolgendosi a quel corpo luminescente, senza aprire bocca, senza emettere alcun suono. Poi il Maestro incrocia i suoi occhi con quelli del pubblico, per un incontro annunciato con chi, ben sapeva, sarebbe stato presente senza tema alcuno di smentita. I contorni delle figure che siedono comode in platea nei posti già occupati, non sono ben definiti; sono circondati da una luce che abbaglia i fuggevoli sguardi rivolti con la coda degli occhi. Il Maestro è sereno, sorridente, pervaso da una tranquillità e da una sicurezza che solo quell’evento speciale può donargli. Un evento atteso per oltre ottant’anni. Un caloroso grazie mai pronunciato, che non necessita di essere proferito, arriva alle orecchie di ascoltatori che non hanno bisogno di sentire le frequenze di un suono per avvertirne il calore. Sono le vibrazioni ad essere protagoniste. È tutto perfetto, è tutto compiuto, nel trionfo di un ossimoro dove tutto ciò che deve accadere non è ancora accaduto. Ci sono tutti… o quasi. 10 

 


L’unica poltrona rossa al centro della platea e le tre grigie, poste a corollario attorno alla sua verità, non sono occupate. Quattro poltrone da occupare. Quattro corpi da prendere. Quattro anime da liberare. Una sola verità da riscrivere. Ma il Maestro lo sa e sa che è la ragione per cui è lì. Il dolcissimo suono del silenzio è interrotto da una labile voce che proviene dalla platea e che riporta l’ensemble ad una vaga forma di pseudo realtà. «Maestro, dicci perché siamo qui.» Tra il Maestro e il suo pubblico la simbiosi è totale; tante placente, dalle quali si diramano altrettanti cordoni ombelicali, visibili solo con gli occhi dell’anima, che si congiungono all’unico luminoso feto sul palco sospeso. E quel feto è protetto da un liquido amniotico, la cui composizione chimica si basa su tre soli elementi: devozione, rispetto e ammirazione. «Finalmente l’ora dell’Evento è arrivata. L’Evento che ristabilirà l’ordine naturale delle cose, che restituirà giustizia e dignità alla musica. Siete qui per assistere a OPERA PRIMA.» «Cos’è OPERA PRIMA, Maestro?» «OPERA PRIMA è il confine tra l’Arte e la mediocrità; è la demarcazione tra il talento e l’effimera parvenza di successo atta solo a gratificare l’ego; è l’innesco del processo di osmosi che riporterà i riconoscimenti e la gloria lì dove l’arte vive. OPERA PRIMA è l’anno zero della modernità artistica, che affonda le radici in un passato rubato al sublime e si alimenta di un futuro che ci restituirà ciò che ci appartiene, prima per capacità e di conseguenza per diritto. OPERA PRIMA è l’inno alla musica che nasce a nuova vita.» Il pubblico si guarda intorno, come a voler cercare una risposta per le quattro poltrone non ancora occupate. «Ma stiamo aspettando qualcuno?»

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«Quella poltrona rossa sarà occupata da colui che è l’esempio di ciò che appare ma non è; colui che incarna la sintesi perfetta dell’arte a servizio dell’effimero successo, appannaggio dell’ignoranza del modello sociale che il mondo subisce. È un parassita del talento e dell’arte. Parassita che ha succhiato la talentuosa linfa che scorre nelle mie vene e in quelle di colui che abita nel palco sopra le vostre teste e che incarna la nobile arte.» «E le tre poltrone grigie?» «Sono riservate a coloro che hanno contribuito al suo scempio, dimostrando di non saper discernere il bene dal male.» La curiosità serpeggia, il pubblico vuole un nome, vuole sapere. «Chi è lui?» «Si fa chiamare Johnny. È un burattino i cui fili sono mossi da un abile burattinaio che ha più di un nome: ignoranza, convenzione, aridità, totale mancanza di talento. È il principale responsabile di ciò che è accaduto. Il processo di purificazione sarà importante, talmente importante da far sì che possano essere espiate le sue colpe e quelle di chi l’ha preceduto.» E dal quel pubblico silente e impaziente, preso dall’ansia da spettacolo, si leva un’ultima e ovvia domanda. «Ma quando arriveranno? E quando avrà inizio OPERA PRIMA?» I suoi occhi sono del colore del sangue. La sua voce sgorga dal cuore. «Sta per accadere qualcosa che colmerà la misura, qualcosa che non consentirà di attendere oltre. Quando accadrà, quello sarà il momento. Ed essi riceveranno una busta rossa che conterrà il presagio del loro destino. Io prenderò i loro corpi e libererò le loro anime, per portarle nel luogo dove l’arte rinascerà a nuova vita.» «Per portarle qui, nel mio cuore.» «Perché questo teatro è il mio cuore.»   TUM TUM… TUM TUM… TUM TUM… 12 

 


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Macerata Arena Sferisterio

27 luglio 2008

Turandot, la meravigliosa incompiuta di Giacomo Puccini, venne rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano il 25 aprile 1926. L’Opera fu composta al termine della parabola creativa del suo autore il quale, per la prima volta, si cimentò in un soggetto fiabesco d'impronta fantastica. Non era mai accaduto, se si eccettua la scena finale della sua prima opera: Le Villi.

 


Ore 22:03 Signore e Signori, buonasera. Ladies and Gentlemen, good evening. Mesdames et Messieurs, bon soirée. Tra poco andrà in scena: Turandot, Opera in tre atti e cinque quadri di Giacomo Puccini. Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni. Direzione d’Orchestra: Alessandro Malerba Scenografia:Sandra Pari Light Designer: Sandra Pari Regia: Franco Giustiniani Si prega di spegnere i telefoni cellulari. Signore e Signori, buon divertimento. Ladies and Gentlemen, enjoy the performance. Mesdames et Messieurs, bon amusement. L’Arena Sferisterio, suggestivo teatro all’aperto dell’inizio del XIX secolo, era gremito in ogni ordine di posti: circa 7.000 gli spettatori presenti. Il Presidente della Repubblica Italiana sedeva nel palco d’onore, accompagnato dalla sua signora e dall’Ambasciatore degli Stati Uniti.

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Il primo settore era costellato da volti noti, soprattutto ai più avvezzi alle cronache mondane. Uno spettacolo nello spettacolo per chi, nei minuti che precedevano la performance, amava spaziare con gli occhi e con il verbo, ammirando, criticando o più semplicemente facendo gossip. Un vero evento mondano, alla pari delle più importanti prime che aprivano le stagioni alla Scala di Milano o all’Opera di Parigi, al quale nessuno del jet-set avrebbe voluto mancare. Ma la sfrenata mondanità sarebbe stata soltanto di contorno. E il pubblico, anche nella sua parte meno erudita, lo sapeva, lo percepiva. Quella sera c’erano i presupposti affinché lo spettacolo prevalicasse ogni forma di pettegolezzo mediatico che potesse coinvolgere l’una o l’altra starlette. I racconti dei TG del giorno dopo si sarebbero dedicati alla componente artistica, piuttosto che al look del personaggio di grido. Per buona pace di alcuni e delusione di altri. La curiosità tra il pubblico era comunque palpabile. Per diverse ragioni. Per il Direttore d’Orchestra: Alessandro Malerba. Uno di quei talenti cristallini che riuscivano puntualmente a compiere l’impresa di mettere d’accordo sia il pubblico sia la critica. Alessandro Malerba era riuscito negli anni, grazie al suo talento, al carisma, al fascino e non ultima alla sua arte, a compiere un’azione di democratizzazione culturale nei confronti dell’Opera. Aveva avvicinato ai capolavori di Puccini, Verdi, Rossini, Bizet, sia i giovani sia quella parte più matura di pubblico dai gusti musicali in apparenza distanti. Aveva compiuto il miracolo mediatico, già in precedenza riuscito ad altri personaggi d’arte e uomini di sport, di attrarre un proprio pubblico per la capacità comunicativa, prima ancora che per l’arte o la disciplina sportiva a cui si dedicavano. Due anni prima, un noto critico musicale del Corriere della Sera affermò: “se Malerba si fosse dedicato all’hockey su ghiaccio anziché

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alla musica, quel gioco su pattini sarebbe diventato lo sport nazionale!”. Negli ultimi sei anni aveva pubblicato quattro CD che avevano scalato le vette delle classifiche in tutti i paesi in cui erano stati distribuiti, guadagnando consensi da un pubblico sempre più eterogeneo. L’innato talento musicale per qualcuno era insito nel suo DNA, data la discendenza da Arturo Toscanini, uno dei più grandi direttori della sua epoca e uno dei più acclamati musicisti tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo. Arturo Toscanini, rinomato per la sua brillante intensità e l'instancabile perfezionismo, era considerato uno dei più autorevoli interpreti delle composizioni di Verdi, Beethoven, Brahms e Wagner. Come direttore musicale della NBC Symphony Orchestra, divenne una celebrità internazionale, grazie alle trasmissioni radiofoniche e televisive dei suoi concerti. Alessandro aveva ereditato dal suo avo di parte materna tutte le qualità che l’avevano reso celebre; ed a queste aveva aggiunto una capacità di esplorazione e contaminazione musicale che avevano trasformato le sue composizioni in delle vere e proprie hits, alla pari dei più grandi fenomeni pop e rock. Come suggello alla sua popolarità, tre anni prima, aveva conquistato una stella nella Hollywood Walk of Fame, la famosa strada di Hollywood dove sono incastonate oltre 2000 stelle a cinque punte che recano i nomi di celebrità onorate per il loro contributo allo star system. Quel riconoscimento lo aveva accomunato ad altri mostri sacri dello spettacolo italiano, che già avevano ricevuto l’ambito premio: Sophia Loren, Anna Magnani, Rodolfo Valentino, Enrico Caruso, Bernardo Bertolucci, Renata Tebaldi, Andrea Bocelli e il suo avo, Arturo Toscanini. Per quella sera era annunciata un’ulteriore dimostrazione del talento di Malerba, motivo di piacevole ansietà del pubblico presente. Da lì a pochi minuti, avrebbe diretto la Turandot di Giacomo Puccini, opera incompiuta per via della prematura morte dell’autore.

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Oltre a lasciare un incolmabile vuoto, Puccini lasciò Turandot senza un finale, la cui composizione, su pressione proprio di Arturo Toscanini e di Tonio, il figlio di Giacomo, fu affidata a Franco Alfano, esuberante artista napoletano che visse tra l’800 e il 900. In alternativa al finale scritto da Alfano, in oltre ottant’anni di musica, non si erano contati altri tentativi di successo. Nessuno osava cimentarsi con il genio di Giacomo Puccini. Ma per quella speciale serata, Alessandro Malerba aveva composto un nuovo finale della Turandot. Una grande Prima che aveva destato la massima curiosità, soprattutto nella fazione più conservatrice della critica che aveva tacciato il Malerba di spregiudicatezza. La sua volontà di rimaneggiare una pietra miliare dell’Opera era stata etichettata dai tradizionalisti come arrogante, presuntuosa. E i censori erano tutti lì, con le armi affilate, pronti ad affondare il colpo. Alessandro non si era mai curato dell’atteggiamento ostile di quella parte della critica. Ma quella sera, consapevole dell’importanza della sfida e dei rischi connessi all’innovazione che portava in grembo, sentiva un leggera ma crescente ansia che montava dentro di sé. Forse, per la prima volta, era preoccupato. Ma Alessandro… o meglio… Johnny, come tutti lo chiamavano per via del vezzo di tenere spesso in bocca la bacchetta di direzione come fosse uno stecchino, evocando così il protagonista del celebre film di Benigni, si sbagliava! Ciò che a breve l’avrebbe letteralmente terrorizzato, non sarebbero stati di certo i critici. *** Ore 22.08 Lo spettacolo era in procinto d’iniziare! Lo speaker aveva terminato l’annuncio, la campanella aveva già suonato tre volte. Ogni frenetica attività venne magicamente interrotta. 18 

 


Ognuno si ricompose, opportuna premessa di una giusta accoglienza per chi sarebbe entrato in scena. Tutto era pronto. Silenzio. Il minuto che separava il triplice suono dall’omaggio d’ingresso al Direttore, era il momento del distacco. Il pubblico si apprestava a licenziare il vero e ad aprire il cuore, per accogliervi la speranza che l’arte potesse rinnovare il miracolo del viaggio dalla realtà al sogno. Un minuto. Sufficiente per prepararsi alle emozioni. Un minuto. Necessario per spaziare con gli occhi, disorientati dalla promessa di luce e colore che la momentanea oscurità portava in sé. “Il successo è un sottile gioco di equilibri tra aspettativa e coinvolgimento, sapientemente dosati. Ogni consumato uomo di spettacolo lo sa.“ Sacrosanta verità per lo spettatore attento, in attesa del coinvolgimento e alla ricerca dei perché della sua personale aspettativa. E quella serata era benevola di perché. L’orario: ventidue e dieci. Per certo, non convenzionale. I maligni l’attribuivano ai vezzi di Malerba ed alla sua rinomata capacità di conquistare le copertine dei rotocalchi, anche attraverso quel genere di eccentricità. L’aspettativa. L’impianto d’illuminazione: inesistente. Nessuna “americana” sul palcoscenico, nessun sagomatore. Nulla. Solo tre strani attrezzi simili a cannoni posizionati nell’ultimo ordine di palchi, due grandi prismi triangolari sospesi, due specchi tondi alle estremità della scena. L’aspettativa. Ma la vetta di quell’apparente anticonformismo artistico si era raggiunta con la scelta dello Sferisterio di Macerata. Un teatro all’aperto dall’acustica perfetta, forse unico nel suo genere. Ma di certo non alla pari del prestigio dei più rinomati teatri italiani. Una location non di 19 

 


grido, per un evento musicale che qualcuno aveva etichettato come il più importante dell’anno. Qualcun altro del decennio. La stampa era stata unanime nel criticare la scelta. Ma Alessandro Malerba, consumato uomo di spettacolo, appunto, aveva rincarato la dose. «… alle 22.10 di questa sera capirete il perché della scelta dello Sferisterio. Assisterete ad uno spettacolo che attraverserà le epoche, uno spettacolo senza tempo, che potrà andare in scena solo lì, in quel giorno e a quell’ora…» L’aspettativa. Coloro tra i presenti che avevano la lungimiranza di non emettere sentenze ex-ante, pur non conoscendo il significato recondito dell’affermazione di Malerba, non potevano non notare che in quel teatro c’era un’atmosfera magica. L’Arena Sferisterio, una delle opere più significative del tardo Neoclassicismo europeo, quella sera si manifestava in tutto il suo splendore. Lo Sferisterio, un teatro all’aperto dall’acustica sublime e dagli spazi imponenti, con i due ordini di palchi e le relative sezioni terminali, disposte come fossero due lunghi arti materni, si apprestava ad accogliere in un caloroso abbraccio, lui, il protagonista di quella serata: Alessandro Malerba. *** Ore 22.09 Alessandro “Johnny” Malerba era in piedi sulla porta del suo camerino. Riusciva a vedere il palcoscenico ed una parte della platea, senza che per contro nessuno potesse scorgere lui. Aveva terminato la sequela di riti scaramantici che puntualmente contribuivano alla migliore ricerca della concentrazione: alcune posizioni yoga, la pulizia del quadrante del suo Patek Philippe e la lettura della poesia Itaca di Konstantinos Kavafis. 20 

 


Itaca t’ha donato il bel viaggio. Senza di lei non ti mettevi in via. Nulla ha da darti di più. E se la ritrovi povera, Itaca non t’ha illuso. Reduce così saggio, così esperto, avrai capito cosa vuol dire un’Itaca. Quei versi avevano il potere di restituirgli il senso della vita. Riuscivano a donargli una tranquillità interiore in grado di rafforzarlo in prossimità delle prove più ardue. Johnny vedeva la propria vita come tanti viaggi verso Itaca. Ognuno di essi rappresentava un’esperienza ed una prova da affrontare sempre con il massimo dell’entusiasmo. Non era importante la destinazione e cosa vi avrebbe trovato, ma la gioia e l’impegno con cui affrontava il viaggio stesso. Ciò lo portava a vivere le sue esperienze con una passione travolgente. Viveva delle sue esperienze e per le sue esperienze. Forse quella era una delle ragioni del fascino che esercitava sulle donne. Forse quella era una delle ragioni per cui a 47 anni era single, senza le ceneri di nessun matrimonio alle spalle! Johnny non era un uomo particolarmente bello, uno di quelli caricati a polarità invertita rispetto alle maggior parte delle donne al punto da esercitare un’incontrollabile attrazione magnetica. Madre Natura gli aveva riservato una statura decisamente nella norma, un fisico asciutto ma non muscoloso ed un viso piacevole, intelligente, ma non da copertina. Eppure, Johnny ammaliava le donne. L’assenza di eccellenze fisiche erano compensate da un talento straordinario; e lui era riuscito a trasformare il talento prima in successo e poi in potere. Due ingredienti che irrorava con il profumo della

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passione e metteva in qualunque ricetta della sua esistenza, sfornando pietanze particolarmente gradite al gentil sesso. Aveva vissuto tantissime relazioni, tutte giunte al capolinea. Puntualmente veniva accusato di essere arido, di non sapere amare, di essere condannato ad un’esistenza solitaria. Erano i sottotitoli di ogni addio. E in lui nacque quel sospetto, conseguenza di un indizio che necessita di sole tre prove. E Johnny aveva alle spalle ben più di tre addii. Ma la sorte è magnanima. Talvolta. Gli fu fatto dono dell’amore, due volte. Stupore. Emozione. Sorpresa. Lo stupore di voler dare incondizionatamente senza mai chiedere. L’emozione di scoprirsi l’altra metà della mela. La sorpresa di amare di un amore che ha non ha bisogno di porsi domande, perché non necessita di risposte. E quel sospetto venne definitivamente cancellato, insieme ai sottotitoli degli addii. La vita dà, la vita prende. La vita insegna. Johnny era innamorato della vita. Era follemente innamorato della sua vita e non avrebbe mai accettato di condividerla con qualcuno che non amava. L’estro di quel meraviglioso pittore chiamato Destino, l’aveva ritratto a 47 anni senza amore, senza una donna al suo fianco. Non era un cruccio, non se ne lamentava. Era consapevole che, nell’improbabile classifica delle fortune, occupava il secondo posto, con il non vivere con chi non si ama. Meglio di lui, solo chi occupava il primo, con il vivere con chi si ama. Niente male. E poi, per l’amore e la morte, c’è sempre tempo. Il suo sguardo sognante, perso tra palcoscenico, platea e pensieri, fu destato da un bisbiglio. 22 

 


«Ehi… Johnny…» Sandra Pari, sulla porta del suo camerino, a qualche metro da lui. Gli rivolgeva un reverente inchino, a mo’ di dama del settecento. Un gesto, un significato: in bocca al lupo. Johnny ricambiò e le sorrise. Sandra era bellissima, anche quella sera. Come sempre del resto. Lei sì che era stata un suo grande amore. Si conoscevano da tempo, una conoscenza legata alla professione. Ma iniziarono a frequentarsi solo dieci anni prima, quando Johnny aveva 37 anni e Sandra ne aveva 26. In una noiosa festa come tante, popolata da statue di gesso come sempre, si ritrovarono un po’ alticci, ad ironizzare sui presenti e a domandarsi perché fossero ancora lì, quando avevano una matta voglia di divertirsi. Fuggirono insieme. E non si separarono più. Per i successivi quattro anni, vissero in simbiosi. Nella vita e nel lavoro. L’intesa ruppe gli argini dei sentimenti per irrompere anche in ambito professionale. Il successo li portò a calcare le scene dei più prestigiosi teatri del mondo. Il binomio Malerba/Pari, lui direttore d’orchestra, lei scenografa o light designer, era diventato garanzia di successo. Riuscivano a trasformare in oro tutto ciò che toccavano. O quasi. Un unico fallimento: la loro relazione. Finì sei anni prima. Per Johnny fu un colpo durissimo. Fu lei a lasciarlo. E come spesso accade, fu un addio senza spiegazioni. Senza plausibili spiegazioni. Probabilmente perché in amore, il termine spiegazione, trova posto solo tra forse e ormai, appena prima di fine. Sandra arrivava da una breve crisi depressiva, dovuta alla morte di entrambi i genitori e della sorella, in un incidente stradale. Johnny era convinto che lei avesse voluto punirsi per ciò che era accaduto; che i sensi di colpa le avessero vomitato addosso la responsabilità. E che lei

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si fosse autoimposta il dazio: privarsi di qualcosa di bello, allontanandosi dall’uomo che amava. Avevano entrambi evitato di rimestare in quelle rovine, con inutili ma se tu e però io. E dalle macerie avevano estratto il rapporto professionale ancora in vita. Ma Johnny era ancora molto attratto da Sandra che, a 36 anni, aveva un fisico che sembrava insensibile allo scorrere del tempo. Il suo corpo era un trionfo d’incantevoli contraddizioni: capelli neri, di un nero corvino e una pelle bianca, candida come la luna. Occhi ammalianti dai colori diversi, uno grigio e l’altro verde; vita sottilissima e seno prosperoso. Le sue mani colpivano per la grazia delle linee e delle movenze; l’esplicita sensualità della sua andatura attirava gli sguardi ammirati delle donne e disorientava gli uomini per l’eccitazione. A distanza di sei anni, accadeva. Ancora. Bastava un’istantanea della pelle di Sandra, del suo profumo, del calore dei loro corpi mai paghi, disinibiti, e Johnny veniva travolto dal desiderio e dall’inarrestabile ricerca del piacere. Sandra era stata l’Amore del passato ed era il più grande rammarico del presente. E nei giorni a venire, suo malgrado, Johnny avrebbe vestito i panni dell’ignaro poeta e avrebbe composto per lei versi di sofferenza. E Sandra sarebbe diventata il suo più grande rimorso, il più angoscioso dei fardelli che potesse mai gravare sulla sua coscienza. *** Ore 22.09 Johnny si avviò verso il podio. Un applauso scrosciante lo travolse, come un’onda anomala s’infrange sul bagnasciuga. Ne avvertiva la forza ma non il suono; un forza che aveva la capacità di sollevarlo, consentendogli di muoversi con andatura leggiadra, quasi sospesa. 24 

 


Con un gesto, invitò l’orchestra ad alzarsi in piedi e a salutare il pubblico. Chiese il silenzio. L’obbediente interruzione dell’applauso fu il preludio di una quiete assoluta. Si udiva solo una sirena in lontananza che, nel paradossale rispetto di ciò che stava per accadere, parve attutire il proprio suono di sofferenza Ore 22.10 Le prime note. Per trenta secondi, nel buio, i suoni generati dagli strumenti a fiato, dal gong e dalla marimba, si rincorsero, fino a dare vita ad orientali melodie pentatoniche. Quelle melodie condussero tutti a Pechino, al tempo delle favole. Poi, la voce del Mandarino, catalizzò l’attenzione del pubblico. Popolo di Pekino! La legge è questa: Turandot la Pura sposa sarà di chi, di sangue regio, spieghi i tre enigmi ch’ella proporrà. Un minuto e quarantatrè secondi dall’inizio: la folla sul palco, ruppe tumultuosamente la sua immobilità. E contestualmente prese vita qualcosa di magico, di etereo. Sul muro d’appoggio alle spalle del palcoscenico, a diciotto metri d’altezza, due operatori con l’ausilio di verricelli, abbassarono un pesante telo nero, alto tre metri. Si estendeva per l’intera lunghezza del muro e, fino ad allora, aveva occluso la luce della luna testé sorta. I raggi lunari irruppero come un fiume in piena nel teatro, dirigendosi verso tre attrezzi dalla forma simile a cannoni, posizionati nell’ultimo ordine di palchi. Con l’ausilio di appositi imbuti, i cannoni catturavano la luce. E per effetto di uno gioco di specchi all’interno degli stessi, l’amplificavano, per direzionarla verso il centro del teatro.

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Il cannone centrale illuminava il palcoscenico, emulando lo strumento che in gergo viene chiamato cercapersone o occhio di bue. Il due cannoni laterali invece veicolavano la luce catturata in direzione di due grandi prismi triangolari, sorretti al centro del teatro da due appositi cavi in acciaio, ad un’altezza di sei metri. Nell’attraversare i prismi, la luce perdeva il suo caratteristico candore, per assumere i colori dell’iride. Ciò creava un effetto decisamente suggestivo agli occhi del pubblico, il quale, sollevando il capo, poteva ammirare un fascio di luce in parte bianco ed in parte colorato, di cui i prismi triangolari rappresentavano il punto di rottura cromatico. I fasci di luce colorata proseguivano la propria corsa, per interrompersi a ridosso di due specchi sorretti da tralicci, posizionati alle estremità del palcoscenico. Gli specchi riflettevano la luce al centro della scena; e grazie alla loro forma concava, ne allargavano il raggio, dando vita ad un’illuminazione diffusa e soffusa allo stesso tempo, caratterizzata dal sovrapporsi delle cromie dell’iride. L’intensità della luce veniva controllata attraverso degli scuri, veri e propri diaframmi posizionati all’estremità dei tre cannoni, ed erano azionati da altrettanti tecnici. Nei momenti di maggiore intimità dello spettacolo, gli addetti chiudevano parzialmente o totalmente gli scuri, al fine di ridurre l’intensità della luce. Per la prima volta, per quello spettacolo, Sandra Pari aveva richiesto la presenza di tecnici luci che sapessero leggere la musica. Li aveva muniti delle partiture dell’opera, arricchite di tre pentagrammi, uno per ogni cannone, ed aveva lei stessa coniato una specifica simbologia per il controllo degli scuri. Gli elementi erano due: la durata e l’intensità dell’apertura. Il sistema di controllo delle luci col pentagramma, messo a punto da Sandra, consentiva ad un fondamentale elemento scenico quale l’illuminazione, di fondersi con le melodiose note dell’orchestra, creando una simbiosi musica/luce dalle suggestioni indimenticabili. Come sempre, la sorpresa tramortisce. E il pubblico impiegò qualche minuto per metabolizzare la portata di ciò a cui stava assistendo. 26 

 


Un miracolo della tecnica in assenza di tecnologia. L’unica fonte luminosa era la meravigliosa luna piena che dominava il cielo limpido di Macerata. Se il talento di Sandra Pari doveva essere giudicato per ciò che stava andando in scena, non potevano esservi dubbi. Era riuscita a dar vita a qualcosa di magico, in perfetta attinenza con l’originale ambientazione della Turandot: Pechino, al tempo delle favole. Il pubblico era rapito. Le parole pronunciate da Malerba, tornarono alla mente di molti. «… assisterete ad uno spettacolo che attraverserà le epoche, uno spettacolo senza tempo…» Quello spettacolo sarebbe potuto andare in scena cento o duecento anni prima, prima ancora della diffusione dell’energia elettrica. Sandra Pari, con la sua arte, aveva saputo superare nei tempi della modernità, i maestri della luce dell’antichità. Era ritornata nel passato, per sfidare i suoi predecessori, utilizzando i loro stessi mezzi, e aveva saputo superarli. Nessuno, né nel presente né tantomeno nel passato, era mai riuscito a tradurre le emozioni in luce, nel modo in cui vi era riuscita Sandra quella sera, con il solo ausilio della luna. Ma l’apoteosi doveva giungere al primo quadro del terzo atto, con l’esecuzione del Nessun Dorma, l’aria più conosciuta al grande pubblico. Potenza e dolcezza, forza e commozione. Il tenore che interpretava Calaf, il Principe Ignoto, era dotato di una voce sublime. Nel finale dell’aria, al triplice grido “Vincerò”, i sensi visivi e uditivi del pubblico furono soverchiati da una tempesta di emozioni. Alle meravigliose note Pucciniane, alla melodiosa voce del tenore, si aggiunsero potenti fasci di luce, dei colori dell’iride, dovuti alla massima apertura degli scuri dei cannoni. Una calda luce avvolse la scenografia, i cantanti, il coro e le comparse. Un soffuso ed etereo abbraccio parve sollevare l’intero palcoscenico, per accompagnarlo verso la conclusione dell’opera. 27 

 


E arrivò. Il momento più atteso, soprattutto dai critici. La reinterpretazione del finale della Turandot per mano di Alessandro Malerba. Ombra dolente, non farci del male! Ombra sdegnosa, perdona!... perdona!... Liù... dolcezza! Dormi! Oblia! Liù!... Poesia! Due battute dopo quei versi, a metà del terzo atto, durante la prima rappresentazione che ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano il 25 aprile 1926, il direttore Arturo Toscanini, interruppe l’esecuzione. E profondamente commosso, sussurrò al pubblico: "Qui termina la rappresentazione, perché a questo punto il Maestro è morto". Giunto con l’esecuzione in quel medesimo punto, in cui il suo avo fermò l’orchestra in onore del compianto Giacomo Puccini, Alessandro Malerba fece una lunga pausa, come preludio al finale da lui composto. Era il momento clou dell’Opera di Puccini. Il bacio tra Turandot e Calaf, il Principe Ignoto. Alessandro Malerba riuscì ad intessere una melodia dolcissima. I violini disegnavano note che si elevavano in cielo, fino a sorreggere le stelle. Un tema musicale che accentuava il cedimento della Principessa, anziché soffermarsi sul suo orgoglio ferito; che trasformava Turandot da glaciale Principessa in donna innamorata. Nel comporre il nuovo finale, si era lasciato trasportare dalle sue emozioni, dai suoi sentimenti, quelli che aveva sempre nutrito per Sandra. Aveva lasciato che le note venissero giù come lacrime, an-

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dando ad assumere la giusta forma e le giuste posizioni tra le righe e gli spazi del pentagramma. Avvertiva prepotente il trasporto. La dolcezza della musica da lui stesso creata lo travolgeva ed evocava immagini in parte vissute ed in parte sognate. Più e più volte. I versi cantati dal soprano erano le parole mai pronunciate da Sandra. Le stesse parole che avrebbero potuto cancellare ogni forse, ogni ormai, ogni fine. Per sempre. In quel momento, con la bacchetta di direzione tra le labbra, Johnny era solo con la musica, la sua musica. Desiderava ardentemente che l’Opera non terminasse mai. Sapeva che la congiunzione tra finzione operistica e realtà era identificabile in due parallele che non si sarebbero mai incontrate. Il destino di Turandot e Calaf era ben diverso da quello riservato a lui e a quella meravigliosa donna dai capelli corvini e dalla pelle di luna. Sandra. Ai suoi occhi non era mai stata così bella, come in quell’immaginario momento. O sole! Vita! Eternità! Luce del mondo è Amore... E Amor! Il tuo nome, o Principessa, è Luce È Primavera... Principessa! Gloria! Amor! Gli ultimi versi, le ultime note dell’Opera. Johnny restò immobile, con la testa china. 29 

 


Aveva bisogno di qualche secondo, al termine di ogni spettacolo, per consentire all’anima di rientrare nel suo corpo. Mai come quella sera, le emozioni lo avevano travolto fino a spossarlo, a tramortirlo. Finalmente, sollevò la testa, spalle al pubblico. Silenzio. Per un attimo pensò che il teatro fosse vuoto. Con due dita della mano destra, riprese la bacchetta di direzione, data in prestito alle sue labbra. E finalmente udì. Il pubblico era in estasi. Si voltò. Erano tutti in piedi. Cercò le loro espressioni, e vide larghi sorrisi. Delle bocche e degli occhi. Alcuni interminabili secondi, necessari per riprendersi, per consentire al suo io di accomiatarsi dal sogno. Ricambiò il saluto, sorridendo a sua volta, inchinandosi e chinando nuovamente il capo. Un gesto di devozione, un modo per nascondere una lacrima. Catturò con le dita quella goccia di acqua e sale. Quel gesto rappresentò il definitivo spartiacque tra l’emotività dell’interpretazione e la felicità del successo. In piedi, sul podio, godè di quel momento. Avrebbe voluto catturare l’intensità di quell’applauso, per portarlo via con sé. Per farne uso nei momenti di vuoto e di tristezza che il destino desiderava ancora riservargli. Si voltò verso l’orchestra e ne invitò i componenti ad alzarsi in piedi. Settantadue esseri umani, con gli occhi colmi di stima e gratitudine. E fu la volta del soprano che interpretava Turandot, del tenore che interpretava Calaf, di tutti i protagonisti, e del regista Franco Giustiniani. Tutti sul palcoscenico, per ringraziare ed accomiatarsi, ma soprattutto per ricevere i meritati onori. 30 

 


E per ultima, Sandra Pari. Johnny la invitò a raggiungerli. Si abbracciarono. Un istante, una vita intera. Il pubblico le riservò una standing ovation ed un interminabile applauso, come manifestazione dell’apprezzamento del suo lavoro e della sua arte. L’austero Sferisterio si trasformò in uno stadio, dove un compito pubblico in abito da sera, indossò i panni degli ultrà, per inneggiare ai protagonisti di quella serata. Senza guardarlo, Sandra prese la mano di Johnny. E la strinse, con tutta la forza e il calore che aveva. Johnny ricambiò la stretta. Avevano condiviso altri attimi di magia. Il loro passato era stato costellato di passione, amore, successi e dolore. Tanto dolore. Johnny si domandò come sarebbe stato il loro futuro. Ma la risposta era lì, in due occhi iniettati di sangue, di quella persona seduta in platea. L’unica completamente distaccata dall’euforia post-spettacolo. E in una busta rossa, che da lì a poco avrebbe trovato nel suo camerino. Due elementi che avrebbero rappresentato il preludio di un futuro funesto.

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*** Quel qualcosa è accaduto. Il momento è arrivato. L’uomo dagli occhi di sangue è seduto in platea. Si alza, si muove, irrequieto. L’ineluttabile è la ratio della sua presenza, l’equità governa il suo agire. Uno sconosciuto col corpo di uomo e l’involucro da pinguino, gli si avvicina, gli chiede di accendere. Lo ignora. Deve riscrivere il destino di chi incarna la sintesi perfetta dell’arte a servizio dell’effimero successo, di chi non sa discernere il bene dal male. Deve ristabilire l’ordine naturale delle cose, deve agire per la verità. Quattro poltrone da occupare. Quattro corpi da prendere. Quattro anime da liberare. Una sola verità da riscrivere! Ha con sé le buste rosse. Sa bene ciò che deve fare.    

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Sirolo Monte Conero

28 luglio 2008

Giacomo Puccini non riuscÏ a portare a compimento la Turandot. Nel novembre 1924, a causa di un infarto miocardico acuto, sopraggiunto dopo un disperato intervento chirurgico eseguito per estirpare un diffuso cancro alla gola, il compositore lucchese scomparve. La sua morte, oltre a lasciare un incolmabile vuoto tra i suoi estimatori, lasciò la Turandot senza un finale.

 


Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…

Johnny amava la poesia; era per lui il miglior mezzo per assaporare la realtà, per cogliere l’attimo. La poesia andava recitata ad alta voce, come fece quella mattina di fine luglio, sul terrazzo della sua villa sul Monte Conero. … Ma sedendo e mirando, interminato spazio di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura... Tra lui e quell’ensemble di pietra bianca del Conero, mattoni, legni ed ampie vetrate, era stato amore a prima vista. L’aveva ‘incontrata’ qualche anno prima, per caso, in un’escursione al Passo del Lupo e se ne era innamorato. Da quell’incantevole dimora, bastava tendere la mano per toccare il sovrastato mare dai colori intensi, dal blu cobalto al verde salvia, per abbracciare le bianche rocce che si tuffano nell’Adriatico, per sfiorare la Basilica di Loreto, per accarezzare le prime morbide colline che incarnano il preludio al trionfo di sinuose curve ed avvolgenti colori, di cui è costellata la campagna marchigiana.

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Un luogo unico, dalla natura ancora selvaggia e per diversi aspetti incontaminata. … e ‘l naufragar m’è dolce in questo mare. L’Infinito di Giacomo Leopardi era la droga i cui effetti di dipendenza erano acutissimi quando abitava la sua casa sul Monte Conero. Quella droga riusciva ad aprirgli le narici per catturare gli odori della macchia mediterranea; gli allargava le pupille per riempirle degli avvolgenti colori delle tonalità del blu e del verde; gli apriva il cuore per accogliere la sua gratitudine, figlia della consapevolezza di essere un eletto, semplicemente per essere lì in quei momenti e per avere la fortuna e la coscienza di viverli. Johnny conosceva le Marche da sempre, ma era una conoscenza assimilabile a quella di una donna affascinante e riservata, che si incontra ogni mattina andando al lavoro e di cui non si sa nulla. Una sconosciuta alla quale si porge il proprio saluto più per bon ton che per piacere. Poi un giorno ci si ferma a parlare con lei e si scopre che è una donna fantastica, di quelle che sanno nascondersi ai più, che poco appaiono, che sanno metterti a tuo agio e sanno abbagliarti se provi ad aprirle il tuo cuore. In altri termini, impari a scoprirla. E Johnny passò dalla conoscenza alla scoperta delle Marche, dopo tanti fugaci e superficiali saluti, grazie – ironia della sorte – ad un americano, un giornalista: Christopher Solomon. Costui, nel maggio del 2005, pubblicò un articolo sul New York Times il cui titolo era: Is Le Marche the Next Tuscany? Quella mattina, all’indomani della prima della Madame Butterfly andata in scena al Metropolitan Opera di New York, era nella sua camera al quarantaquattresimo piano del Marriot Marquis, a Time Square. Sfogliava come suo solito i quotidiani. Lesse l’articolo. Era il migliore spot che potesse essere commissionato. Un inno alla qualità del37 

 


la vita, alla spontaneità, alla genuinità, a tutto ciò che è vero, a tutto ciò che è autentico. Johnny ebbe la sensazione che il giornalista parlasse di un posto a lui sconosciuto. Ciò che lo sferzò in modo quasi violento, fu il concetto espresso da Solomon delle Cartoline Sensoriali, quella rara capacità che ha un luogo di trasmetterti delle suggestioni, che rimangono indelebili nella mente come ritratti in seppia, scattati da dagherrotipi senza tempo. A modo di vedere del giornalista americano, le Marche erano tutt’altro che parche nel regalare tali emozioni. Johnny si era sempre considerato sensibile nel riconoscere il fascino recondito dei luoghi visitati. Faceva fatica ad accettare che qualcuno, per giunta americano e che viveva a migliaia di chilometri di distanza, avesse colto e visto qualcosa d’impercettibile e invisibile al suo cuore ed ai suoi occhi. Rientrato in Italia da quel viaggio a New York, approfittò di una domenica di sole di fine giugno e partì da Roma, dove abitualmente viveva, alla volta delle Marche. Quel giorno, Johnny benedì Christopher Solomon, questo sconosciuto americano! Per quattro giorni non si stancò di girare le Marche in lungo e in largo, dal Montefeltro ai boschi di Amandola, da Cingoli alla baia di Portonovo. Ogni borgo era un’inaspettata sorpresa e la campagna e le colline erano dei veri e propri dipinti che solo una mano divina avrebbe potuto concepire. E infine scoprì anche il Monte Conero, quel celato promontorio sull’Adriatico, unico momento di magia insieme al Gargano, in oltre mille chilometri di monotona costa Adriatica. Ogni volta che tornava nella sua casa sul Monte Conero, non poteva non pensare a quel percorso. Quei pensieri sapevano sempre emozionarlo e sapevano predisporlo ad affrontare al meglio la giornata. Giornata che si annunciava tranquilla e che avrebbe trascorso in quel personalissimo paradiso, prima di rientrare a Roma. La sera precedente, al termine della Turandot, si era tenuta una festa con amici e collaboratori che si era protratta fino a notte inoltrata. 38 

 


Aveva dormito solo poche ore, ma Johnny non avvertiva la stanchezza. Aveva ancora l’adrenalina che scorreva a fiumi nelle sue vene. Seduto sulla grande poltrona in vimini, si apprestava a compiere un altro dei rituali del day after di ogni importante spettacolo: la lettura dei quotidiani. Il fascio di giornali era riposto sul tavolo accanto a lui e, a fianco ad essi, la strana busta rossa. L’aveva trovata la sera prima nel camerino dello Sferisterio. Di primo acchito, non la degnò delle sue attenzioni. Ma poi gli cadde l’occhio su ciò che vi era scritto: OPERA PRIMA (Atto Primo) Aveva aperto la busta ed estratto il cartoncino contenuto al suo interno. Anch’esso di colore rosso. Si limitò a verificare che vi fossero i nomi del mittente o del destinatario. L’assenza di questi, lo indusse a non leggerne il contenuto e a riporre il cartoncino nella busta. E la busta, nella tasca della giacca. Solo più tardi, nel breve tragitto in auto per rientrare nella sua casa sul Monte Conero, il pensiero tornò a quella missiva. Estrasse il cartoncino e lo lesse. Versi della Turandot. Del primo enigma… Pensò che avesse qualche attinenza con lo spettacolo andato in scena. Ma c’era dell’altro. Ristabilire l’ordine naturale delle cose… restituire dignità e giustizia alla musica… ricondurre i riconoscimenti e la gloria lì dove l’arte vive… un Atto Finale… E quella chiusa: Non mancherai! Sul viso di Johnny comparve un sorriso. «Antonio, sei un impareggiabile stronzo! Stavolta ti ho beccato.»

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Antonio Palermo, il suo agente, aveva la straordinaria capacità di invitarti a fare qualcosa, per lui vantaggiosa, in modo discreto, quasi dimesso. Ma una volta accettato l’invito, sfoggiava un’autorità da colonnello del Terzo Reich e impartiva ordini al fine di conseguire il suo obiettivo. Per certo, in quella busta, era celata una fantasiosa necessità di Antonio. Johnny prese in mano il cellulare per chiamare il suo agente e canzonarlo per la bravata. Guardò il suo orologio. Erano da poco passate le 08:00. Troppo presto. A quell’ora l’avrebbe trovato nel mondo dei sogni. Lasciò il rimbrotto in canna e tornò a dedicarsi alla lettura dei quotidiani. L’apprestarsi a quel rituale gli metteva sempre un po’ d’apprensione. Johnny accettava le critiche, solitamente di buon grado. Ma le soffriva quando si fondavano sull’incompetenza o sfociavano in aspetti personali, che con l’arte nulla avevano a che fare. Spesso veniva attaccato dai media. La critica si muoveva sempre sulla linea di confine tra l’arte e la vita. Ed era facile che sconfinasse verso il gossip. Per una certa stampa, era miele per le mosche. Talento, protagonismo innato, fascino, donne… A volte accadeva. Sì. Che un articolo iniziasse con il raccontare di un’opera da lui diretta e terminasse teorizzando sulla sua ultima conquista. Ma Johnny non era ipocrita. I media avevano esercitato un ruolo fondamentale nel percorso della sua popolarità. Prime pagine dei rotocalchi, interviste in TV, interventi in radio: tanti mattoncini che avevano lastricato la strada del successo. Ogni cosa ha un prezzo. E in quel caso aveva anche un nome: esposizione. Alias: essere nudo davanti a milioni di occhi quando la tua vita sta andando in pezzi. Come quando la storia con Sandra era arrivata al capolinea. Settimane di prime pagine sui quei rotocalchi a cui avresti attribuito qualunque colore, fuorché il rosa.

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«I media sono la benzina del successo; ma la benzina è un combustibile e a volte può prendere fuoco!» Era il suo motto, la spiegazione che forniva a sé e a chiunque osasse lamentarsi della propria visibilità mediatica. Ma un pizzico d’apprensione c’era, all’indomani di ogni performance. Non quella volta. E lo capì subito. Gli era bastato sfogliare le prime pagine dei quotidiani. La Turandot aveva compiuto l’inusuale miracolo di mettere tutti d’accordo. “Arte assoluta senza tempo”; “Finalmente Puccini può riposare in pace. La sua incompiuta ha trovato il degno finale”; “Malerba: il discendente di Toscanini si conferma l’erede di Puccini”. Ecco i titoli. Viste le premesse, avrebbe potuto leggere gli articoli in serenità, godendo dell’unanime successo decretato. Un bisbiglio lo fece sobbalzare. «Sei stato fantastico stanotte.» Marta. Completamente nuda e sinuosamente appoggiata alla grande porta finestra che dava accesso al terrazzo. «Ti riferisci alla Turandot o alle evoluzioni a corpo libero di questa notte?» «A entrambe mio caro. Ma se mai dovessi essere costretta a scegliere, non esiterei nemmeno un secondo ed opterei per la prima.» La sua postura. Sempre più sinuosa, provocante. «Perché vedi mio caro Johnny, con la Turandot hai dato senza dubbio il tuo meglio. In quanto a… alle evoluzioni a corpo libero, come tu le chiami, avresti potuto fare decisamente di più. Mi hai fatto venire solo tre volte. Non è da te. O stai perdendo i colpi, oppure… ti stai scopando qualche altra troietta.»

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Marta era incredibile. Una donna di una classe eccelsa, dal linguaggio forbito, mai volgare. Ma nell’intimità, quando facevano sesso o quando lei aveva voglia di farlo, il suo idioma sconfinava in qualcosa che in altri contesti sarebbe sembrato volgare e inopportuno. E a Johnny piaceva da matti. Lo eccitava. Marta Lustri e Johnny si conoscevano da oltre vent’anni, da quando lei aveva sposato un suo amico, Luciano Rocchi Dallabona; e andavano a letto insieme da circa sei, più o meno da quando lui aveva rotto con Sandra. Si era chiesto più volte se le due cose avessero una qualche relazione, ma non era mai riuscito a darsi una risposta. Se c’era una cosa nella vita di Johnny che riusciva a farlo vergognare di se stesso, era proprio la relazione con Marta. Aveva una storia con la moglie di Luciano, un suo amico, un suo caro amico. E per di più, a complicare il tutto, avevano anche uno strettissimo legame professionale. Con Marta, aveva violato due delle sue regole più ferree: 1) Mai, per nessuna ragione al mondo, avere una relazione con le mogli dei propri amici. 2) Mai avere una relazione con una donna con la quale si è legati professionalmente; in caso di rottura gli effetti e gli strascichi potrebbero essere devastanti. Aveva violato entrambe le regole. E a completamento del già desolante quadro, era stato lui a provarci per la prima volta, in modo quasi ignobile. Non che lei non avesse manifestato un interesse ed una simpatia nei suoi confronti. Tutt’altro! Ma non giustificava il modo in cui lui si era fiondato in casa sua, consapevole dell’assenza del marito; ed in preda ad un raptus incontrollabile, dall’intensità sconosciuta, l’aveva posseduta sulla porta di casa, senza lasciarle il tempo di salutarlo. Lei non si oppose. E quella sera prese vita un’interminabile sinusoide, il cui picco massimo era rappresentato dall’estasi del piacere e il picco minimo da fortissimi sensi di colpa di entrambi. 42 

 


In più occasioni si erano giurati che quella volta, piuttosto che quest’altra, sarebbe stata l’ultima. Ma la loro affinità sessuale era una droga dalla quale non riuscivano a disintossicarsi. Marta era un membro del Consiglio d’Amministrazione dell’etichetta discografica che produceva, promuoveva e distribuiva i dischi di Alessandro “Johnny” Malerba: la ORO Records. L’azienda era nata negli anni ottanta dalla fusione di due società: la Opera Records, fondata negli anni cinquanta dal nonno di Marta, e la Rocchi Records, di proprietà della famiglia del marito, i Rocchi Dallabona. La fusione ebbe gli effetti sperati dagli allora promotori dell’iniziativa. La ORO Records, da subito, ampliò il proprio portafoglio di artisti. E agli albori degli anni 90, con l’avvento di Luciano alla presidenza, la società ebbe una considerevole espansione a livello internazionale, fino a diventare agguerrita concorrente dei colossi del settore, le cosiddette major. La ORO Records aveva esercitato un ruolo fondamentale nel successo di Johnny. Grazie alla propria forza finanziaria, alla capacità promozionale ed alla penetrazione distributiva, era riuscita a dare il proprio fattivo e significativo contributo all’elezione di Johnny al ruolo di star internazionale. Marta e Luciano convolarono a nozze circa dieci anni dopo la fusione delle due società. E i maligni amavano ironizzare sul fatto che il matrimonio tra i due rampolli, ovviamente combinato, fosse riuscito decisamente peggio rispetto a quello tra le due società. Johnny guardò la donna, delizia e croce della sua coscienza. «Invece di star lì a fantasticare su come sedurmi di prima mattina, perché non vieni a condividere il piacere del trionfo decretato dai giornali?» «Piccolo impertinente, arrogante e presuntuoso screanzato. Primo: non ho assolutamente intenzione di sedurti. Secondo: se ne avessi davvero voglia, sarei io a decidere come e quando prenderti. Terzo:

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non dare troppo peso ai giornali. Lo sai: oggi in Paradiso, domani all’Inferno.» «Quando rientra tuo marito dal Giappone?» «Tra cinque giorni, quindi… venerdì prossimo.» «Certo che se Luciano riuscisse davvero a chiudere l’accordo con la Sony, si aprirebbero nuovi confini in tutto l’estremo oriente. Tra l’altro penso che il live della Turandot possa essere particolarmente amato dagli asiatici. Sono ansioso di mettere le mani sul master della registrazione.» Marta gli si avvicinò al punto da sfiorargli il viso con il capezzolo del seno destro, nel tentativo di rianimarlo. «E io non vedo l’ora di mettere le mani su di te.» Le sue dita accarezzavano il petto di Johnny, scendendo, sempre più giù. «Sai che mio marito in queste trattative è davvero un asso, il migliore. Vedrai che tornerà con il contratto firmato e allora avremo un solo problema: pubblicare il live della Turandot dello Sferisterio in tempi velocissimi.» Johnny assunse un’espressione imbronciata. «Tuo marito è un asso; io invece sono uno stronzo.» «So già dove vuoi andare a parare. Non è il caso, Johnny.» «Per te non è mai il caso. Fatto sta che tuo marito, nonché mio amico, è in Giappone a sgobbare anche per i miei interessi. Io invece sono in questo paradiso a scoparmi sua moglie.» Marta scattò in piedi. La scena si ripeteva, con straordinaria puntualità. «Senti, non usare quel tono volgare in mia presenza. Poi non capisco perché tu voglia rovinarti e rovinarmi questa splendida giornata. Sai come stanno le cose: io e te non riusciamo a fare a meno l’uno dell’altra. Purtroppo è così. Non è una colpa tua, né tantomeno mia.» «Troppo facile. Comunque, lasciamo perdere. Io credo che dovremmo affrontare l’argomento in modo serio prima o poi, nel rispetto nostro e di tuo marito.» 44 

 


«Cosa vuoi Johnny, vuoi mettermi di fronte ad una scelta? Della serie o me o lui?» «Sai che non è ciò che voglio, non scherzare. Vorrei solo che trovassimo il modo di smetterla. Io e te intendo. E che riuscissimo ad essere trasparenti con Luciano.» Marta rise di gusto. «Ah ah ah; e magari aggiungiamoci anche la conversione dell’anima di Bin Laden al Cristianesimo! Sai perfettamente che il rapporto tra me e Luciano non è mai stato idilliaco. Almeno per ciò che mi riguarda. Da tempo le nostre vite viaggiano su due binari paralleli, che a questo punto non credo possano mai ricongiungersi.» I discorsi su di lui, Marta e Luciano, creavano in Johnny un forte stato di agitazione. Sempre. «Marta, credo che noi dovremmo smettere di vederci. Di vederci come amanti, intendo. Stiamo mettendo a rischio il nostro rapporto che va ben oltre il sesso; sto mettendo a rischio il mio rapporto con Luciano e se tutto dovesse andare storto, Dio non voglia, ne risentirebbero anche i nostri interessi professionali.» Marta andava puntualmente su di giri quando si toccava quel tasto, cosa che accadeva quasi tutte le volte che s’incontravano. «Senti, punto primo…» «Ma devi esprimerti sempre per punti? Non puoi fare un discorso senza elencare il punto primo, il punto secondo e il punto duemilatrecentoventi?» «Io mi esprimo come più mi aggrada e se non hai voglia di ascoltarmi, puoi tranquillamente buttarti giù dal terrazzo. Vedrai che dopo un volo di qualche decina di secondi, andrai a fare un meraviglioso bagno laggiù, in compagnia degli scogli delle Due Sorelle. Magari con un po’ di fortuna, potresti evitare di atterrarvi sopra. Per cui, punto primo: mio malgrado devo darti dello stronzo. Il nostro rapporto va ben oltre il sesso…; il nostro rapporto non va proprio da nessuna parte oltre il sesso. Perché ti ricordo, mio caro Mega Super Direttore d’Orchestra che, formalmente, quella impegnata sono io, ma nei fatti 45 

 


sei tu quello meno coinvolto emotivamente. Sono sempre io a cercarti, ad organizzare i nostri incontri, a fare carte false per vederci. E poi non riesci a pronunciare quelle due semplici paroline: TI AMO. Per cui, evitiamo ipocrisie e diciamoci che il nostro rapporto è solo sano sesso. Bellissimo, ma pur sempre solo sesso.» Johnny sorrise, pregustando l’immancabile arringa di Marta. «Punto secondo. Chi è quell’idiota di amante che vorrebbe incontrare l’uomo da lui reso cornuto per dirgli: ciao. Sai vado a letto con tua moglie, ma niente di serio, non c’è amore, semplicemente mi limito a farla godere come tu non hai mai saputo fare. Riesco a farla sentire donna, come mai nessuno era riuscito prima. Però ripeto, niente di serio. Che idiozia! Se vuoi davvero fare qualcosa nel rispetto del tuo amico, evita di vedermi. Fai di tutto per interrompere la nostra relazione. Io non ho la menoma intenzione di farlo e, a giudicare dalle tue vibrazioni di questa notte, mi sembra che nemmeno tu ne abbia. Per cui, piantala! E punto terzo… Cavolo! M’è passato di mente!» Era la verità. Johnny era meno preso di lei. A dirla tutta, non ne era affatto innamorato. Ma doveva ammettere che, quando si inalberava, quella donna sprigionava un magnetismo che lo ammaliava. Era una donna molto bella ed era difficile rinunciarvi. Era un’affermazione da codardi, ne era consapevole. Ma erano i fatti. Marta aveva una pelle di seta che bastava sfiorare per sentire i brividi. I suoi ricci capelli biondi contenevano l’essenza delle più profumate delle primavere. E il suo seno era un incantato luogo di perdizione, dal quale era impossibile fuggire. Lei gli cinse il collo con le braccia, sfoggiando il più abbagliante dei sorrisi e appoggiando il prosperoso seno sul suo viso. «Comunque ho capito: sei entrato nella tua solita paranoia. Lasciamo perdere, ti va? Hai voglia di… ma… perchè hai preso quella busta rossa dalla mia macchina?» In preda ai sensi di colpa, Johnny impiegò un attimo per realizzare a cosa si stesse riferendo Marta. Si divincolò dalla presa tentacolare di lei. 46 

 


«Come dalla tua macchina… questa l’ho trovata ieri sera nel mio camerino. Cosa c’entra la tua macchina?» Il senso del pudore, ricomparve. Inspiegabilmente. Marta si alzò per avvolgere il suo corpo nudo in un telo da mare. «Mi stai dicendo che tu hai ricevuto una busta identica a questa? Opera Prima. Atto Primo. Io l’ho trovata ieri sera sul parabrezza della mia auto. Fammi vedere cosa c’è dentro.» Tirò fuori il cartoncino. Rosso. «Vado a memoria, ma mi sembra che il contenuto sia identico. Stesso cartoncino, stesso testo.» «Io ho pensato ad uno scherzo di Antonio; lui è solito inventarsi stravaganze di cui non capisci il senso, ma che mirano solo a giocare sulla sua capacità di essere autoritario. Gli piace giocare a fare il capo, soprattutto se l’ipotetico sottoposto sono io.» Marta si fermò a riflettere per qualche secondo. «OK, ma io cosa c’entro? Il dottor Palermo non ha una tale confidenza con me da permettersi questo tipo di stravaganze. Ti confesso Johnny che quel biglietto un po’ mi ha inquietata. L’ho trovato farneticante. Ristabilire l’ordine delle cose, ricondurre l’arte, l’atto finale, non mancherai… Ma cos’è? Sinceramente te ne avrei parlato stamattina, dopo averti fatto fare un po’ di sana ginnastica sessuale. Cosa a cui ho dovuto rinunciare, per via dei tuoi ormoni, che stamane viaggiano alla velocità dei bradipi. Scherzi a parte, il fatto che tu abbia ricevuto la stessa busta, mi tranquillizza.» Johnny sorrise per l’immancabile frecciatina scoccata alla volta del suo orgoglio maschile. «Parlerò con Antonio; stavo per farlo prima, ma lui non è un tipo mattiniero. Comunque devo sentirlo più tardi, quando lascerà l’hotel Emilia di Portonovo per far rientro a Roma, insieme a Sandra.» Marta sorrise sarcastica. «Ooooh, Sandra Pari: la femme fatale. L’unica ad essere riuscita a perforare la corazza di titanio che funge da involucro al cuore del grande Alessandro Malerba. L’unica donna che… » 47 

 


«Per favore Marta, non cominciare.» «Scusami amore mio, non volevo. Però… lasciamo perdere. Ascolta, a che ora si parte?» Johnny le si avvicinò per baciarla sulle labbra. «Per te andrebbe bene se preparassi io qualcosa di succulento ma leggero, per poi partire dopo pranzo?» Marta chiuse gli occhi nel momento del contatto tra le due bocche. «Approvato su tutta la linea. Anzi no. Accetto a condizione che stanotte tu venga a dormire da me, a Roma.» «Vorrei tanto cara, ma non posso. Domattina, ho una lezione all’Università alle 8:00 e devo prendere l’aereo alle 12:00. Dovrò fare una levataccia.» Marta lo fulminò con lo sguardo. «Scusa, ma parti per dove?» «Non te l’avevo detto? Ero sicuro di sì. Forse mi è sfuggito. Vado nel Connemara, in Irlanda. Voglio trascorre qualche giorno di serenità e riposo, per riprendermi dalle fatiche della Turandot. Ho trovato un piccolo chalet su una scogliera, a qualche metro dal mare. Penso sia l’ideale per recuperare le energie.» Marta si affrettò a lasciare il terrazzo, avviandosi verso il soggiorno. Poi si fermò e si voltò verso Johnny. «Non ti chiedo né con chi vai, né tantomeno perché non mi hai invitata. Ti dico solo che sei uno stronzo! Non preoccuparti per il pranzo e per il viaggio. Salterò il pasto e rientrerò a Roma da sola.» Sparì nell’interno della casa, ignorando i richiami di Johnny. Dopo qualche minuto, avrebbe lasciato la villa a bordo della sua auto. Johnny era consapevole delle ragioni di Marta. Era davvero uno stronzo. Era una relazione dai conflitti laceranti. A volte la istigava volontariamente, giocando con il suo carattere irascibile, nel tentativo di minare il loro rapporto e nella speranza che lei esplodesse e riuscisse in ciò che a lui non riusciva: chiudere.

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Sì, era un atteggiamento da vigliacchi. Ma tutto ciò che caratterizzava il suo modo di agire nella relazione con Marta era profondamente da vigliacchi. Avrebbe dovuto chiederle scusa per quello screzio. Sapeva bene come fare. Ma non ne avrebbe avuto la possibilità. Nelle ore seguenti, un puzzle di terrore e morte, avrebbe invaso la sua vita. E Marta sarebbe stata la prima tessera di quel puzzle. *** Antonio Palermo era alto un metro e sessanta. Questa, strano a dirsi, era l’unica ragione per cui non amava guidare quando era in compagnia di una donna. Soprattutto se più alta di lui. La sua modesta statura gli provocava un briciolo di imbarazzo e, come terapia, calzava sempre scarpe con suoletta rialzata. In auto la sua strategia era la solita: giocare sulla condivisione della parità dei ruoli uomo / donna e perorare la causa dell’emancipazione femminile, per poi “concedere” alla donna al suo fianco, il privilegio di occuparsi della guida. Lui si accomodava a destra e portava il sedile quanto più in alto possibile, con l’obiettivo di allineare i suoi occhi con quelli della donna alla sua sinistra. Era cosciente di quanto fosse ridicola la cosa, ma era più forte di lui. Sandra provava un enorme affetto per Antonio. La loro era un’amicizia relativamente recente. Ma avevano instaurato un feeling che li aveva portati ad essere i migliori confidenti l’uno dell’altra. Per evitargli il canonico imbarazzo, Sandra era solita dirgli: «Antonio ti prego, lascia che guidi io.» E lui, tronfio, lasciava che la concessione cadesse dal cielo, con fare un tantino dispiaciuto.

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Quella mattina, fecero colazione insieme alle 10.00, nel giardino dell’hotel Emilia. Un luogo incantevole che dominava la baia di Portonovo. Alle 11.00 lasciarono l’hotel e si incamminarono verso Roma, a bordo della BMW 335i Cabrio di Antonio. Era una mattina speciale. L’euforia regnava. La Turandot aveva messo tutti d’accordo e la stampa ne aveva decretato il trionfo. Gli effetti di quel successo, generavano in Sandra una forma di regressione. Battute, scherzi e canzonature, più tipiche di un’altra stagione della vita, diventavano il leitmotiv di ogni conversazione. E se la vittima doveva essere il permaloso Antonio, la tentazione diventava irresistibile. E Antonio le fornì l’assist che attendeva alzando il sedile all’inverosimile, com’era solito fare. «Per fortuna la tua macchina è un cabriolet. Se alzi ancora un po’ il sedile, dovrò aprire la capote.» Si sentì colto con le mani nella marmellata. Dapprima avvampò in viso, poi si mise a ridere e lasciò partire un buffetto che colpì la nuca di Sandra. «Non capisco per quale dannata ragione tu debba viaggiare sempre con me. Ma non puoi farti scorazzare dal regista, da uno dei ragazzi dell’orchestra, magari da un autista o da chiunque altro abbia un minimo di piacere più di me di vederti? E poi lo sai che non mi attrai fisicamente. Invece se tu viaggiassi con qualcun altro, potresti fare qualche interessante conoscenza. E magari così potresti trovare marito. E aggiungo, sarebbe anche ora!» Sandra sorrise. Conosceva le reazioni di Antonio. Rispondeva alle provocazioni sulla sua statura, mettendo in discussione il fascino della cara amica, aggiungendo di non provare un’attrazione fisica per lei. I fatti erano diversi. Antonio era molto attratto da Sandra. Ma nutriva per lei un profondo rispetto, come donna e come professionista. Inoltre conosceva ogni dettaglio della sua relazione con Johnny e di tutto quanto era accaduto successivamente alla loro separazione.

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Antonio era certo che Sandra fosse ancora innamorata di Johnny, di un amore ricambiato. Ulteriore ragione per non provarci. Avrebbe tradito due cari amici in un colpo solo. Per cui sull’argomento si era messo il cuore in pace da tempo. Più volte aveva cercato di comprendere le ragioni che trattenevano Sandra dal rituffarsi tra le braccia dell’unico uomo che amava. Quel tasto dolente sottraeva loquacità all’amica. La motivazione era sempre la stessa, concisa. «È finita, da tempo. Ormai non l’amo più.» Ormai. Per ironia della sorte, un anagramma della parola amori. Ormai. Un vocabolo che andrebbe cancellato dal dizionario dei sentimenti. Mentiva. Soprattutto a se stessa. Antonio ne era certo. Con Johnny, invece, era più difficile affrontare l’argomento. Nonostante la complicità e l’amicizia di vecchia data, il buon Malerba era ermetico. Un difetto abbastanza diffuso tra gli uomini. Uno dei tanti limiti del sesso forte. Antonio faceva eccezione. Spiccava tra i maschi per apertura e loquacità. Ma anche lui aveva le sue fisime e le sue macchie. Una su tutte: la psicosi sulla sua statura. La soffriva, non riusciva a superarla. Per il resto era adorabile. Un caro amico. Un vero concentrato di energia e di intelligenza. Nel suo mestiere di Artist Agent, era impeccabile. Un vero talento. Aveva una grande passione per la musica: ascoltava e conosceva di tutto ed era un eccellente pianista. Era tutt’altro che raro incontrare suoi colleghi che svolgevano quella professione come succedaneo al fallimento della carriera di musicisti. Antonio era l’eccezione che confermava la regola. Le sue qualità artistiche avrebbero potuto condurlo verso una carriera di successo come musicista; ma il suo talento nella professione di Artist Agent era forse superiore a quello di pianista.

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La sua sensibilità lo portava a ricoprire anche il ruolo di consulente artistico. E non a caso, gli exploit di Johnny, sovente, erano figli delle intuizioni del suo agente. Alessandro Malerba era il fiore all’occhiello di Antonio. Lui, la fortuna di Johnny. «Mia cara Sandra, chissà se il super mega direttore è già sveglio e se ha letto i giornali.» Lei ignorò quella domanda. O per lo meno ignorò la possibile risposta. La regressione adolescenziale scomparve dal suo viso, come per incanto. Antonio conosceva quell’espressione… «Forse la mia non era proprio una domanda. Vuoi che la riformuli meglio?» «Johnny è già sveglio, ne sono certa!» … e quell’espressione ad Antonio non piaceva. «Sandra, la tua è veggenza o una semplice supposizione?» «Ma… ma… » Esitazione nell’esprimersi: due possibilità. La prima: si è alla ricerca della migliore forma grammaticale, di un vocabolo. La seconda: un rospo danza su e giù per la gola, indeciso tra il dentro e il fuori. «Ma certo che è sveglio! E lo sarà stato per tutta la notte. Quella ninfomane di Marta non gli avrà lasciato nemmeno il tempo di farsi un caffè.» Era la seconda! Senza dubbio. «Gli starà addosso avvinghiata come una piovra. Figuriamoci se gli avrà dato modo di sfogliare i giornali.» Antonio inarcò le sopracciglia. «Perché, cosa c’entra Marta?» «Forse non dovrei dirtelo, ma credo che Johnny e Marta abbiano una relazione; e credo anche che stia andando avanti da qualche tempo.» 52 

 


Gelo. «Durante le prove generali della Turandot, io e Franco Giustiniani, il regista, li abbiamo colti… per così dire… in flagrante, in uno dei camerini. Si comportavano come due ragazzini. Sono sicura che Marta non si sia accorta della nostra presenza. Johnny invece credo ci abbia visti.» Antonio, sorpreso ma pratico, valutò le possibili conseguenze della caduta di quel macigno. «Ne hai mai parlato con Johnny?» «Ovviamente no. La cosa era troppo imbarazzante, come avrei potuto?» «E quindi tu pensi che abbiano passato la notte insieme.» «Sono pronta a scommetterci. Il marito è in Giappone. Figuriamoci: di certo non si sarà lasciata sfuggire l’occasione.» Aria tesa. Come sempre, quando l’argomento era Johnny. Antonio tentò di stemperarla. «Siamo particolarmente gelose stamattina, o è il profumo della ginestra del Conero che fa reazione col tuo ph al punto da renderti così acida?» «Ignorante, la fioritura della ginestra è terminata da oltre un mese.» «Ah sì? Allora ti ha fatto effetto lo jogurt. Senti Sandra, non ne so molto di cosa possa esserci tra quei due, ma credo che…» Sandra lo interruppe, staccando la mano destra dal volante per portarla all’altezza del viso di Antonio, nel gesto di chi sa, e non ammette repliche. «Scusami. Quei due hanno una relazione. La stanno vivendo con la tipica arrogante spensieratezza degli adolescenti, ignorando le devastanti conseguenze a cui potrebbero andare incontro. In questa storia sono a rischio amicizie, matrimoni e carriere. Il punto è che così facendo non mettono a rischio solo la loro di carriera, ma anche la nostra. Non sono gelosa Antonio, sono solo seriamente preoccupata.» «Sei sicura di non essere gelosa?»

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«Uffa! Possibile che tu non riesca a capire? Sono adulti, possono fare ciò che più li aggrada. Ma feriranno le persone a loro più care. Primo su tutti Luciano. Marta è una cara ragazza, ma possibile che non si renda conto della fortuna che ha avuto nello sposare Luciano?» Antonio sorrise e assunse un tono paterno. «Tu sai perfettamente che non basta un marito premuroso che ti venera, per far sì che una donna si senta felice. Una donna vuole sentirsi donna, Sandra, e tu lo sai meglio di chiunque altro. Magari lei con il marito, nonostante le attenzioni che le rivolge, non riesce a realizzarsi come donna. O semplicemente non lo ama. Non dimenticare come è nato quel matrimonio; al posto dello scambio degli anelli, c’è stato uno scambio di pacchetti azionari. E magari Marta cerca in qualcun altro ciò che il marito non riesce a darle.» Il viso di Sandra divenne paonazzo. «Ma sei uscito di senno Antonio? Mica siamo al mercato del pesce. Mio marito non mi soddisfa e allora cambio l’articolo. Chiedo il cambio merce magari con un altro articolo di proprietà di qualcun altra. Cosa importa? Ma dai…» «Ma guarda che Johnny non è un articolo in vendita e non è di proprietà di nessuna, né tantomeno tua.» Antonio si portò le mani alle orecchie, con fare ironico, come a voler prevenire le urla di Sandra. «Antonio, che rimanga tra noi: ti dico che a conferma delle mie preoccupazioni, Luciano si è inaspettatamente confidato con me.» «In che senso?» «È successo qualche settimana fa, dopo una riunione di lavoro sul progetto del live della Turandot. Io e lui abbiamo avuto sempre un rapporto molto formale, ma quel giorno ho accettato il suo invito a pranzo. Avevo percepito che c’era qualcosa di cui volesse parlarmi e pensavo riguardasse il lavoro. Ed infatti, non appena ci siamo seduti, ho capito che c’era qualcosa di diverso in lui. L’ha buttata subito sull’informale, raccontando di lui e chiedendo di me. Per un momento ho pensato che mi stesse corteggiando. Invece, dopo qualche bicchie54 

 


re, ha iniziato a parlare del rapporto con sua moglie. Ha usato toni dettati da evidenti sentimenti confusi. E così dopo avermi parlato del suo amore e di quanto era stato felice con lei, è arrivato a confidarmi che sospettava l’adulterio. Subito dopo mi ha chiesto di Johnny: se aveva una compagna, che tipo era dal punto di vista sentimentale e così via.» «Cazzo! Non è possibile. Luciano sa che la moglie gli mette le corna e sospetta che a farlo cornuto sia il pezzo più pregiato della ORO Records, Alessandro Malerba, la gallina dalle uova d’oro. L’uomo che da solo genera circa il 40% del giro d’affari della sua azienda. Questo è un vero cazzo di casino.» Sandra sorrise. «Bravo Antonio, colorito come sempre ma sintetico e preciso. Adesso hai il quadro. Devo assolutamente parlare con Marta.» Antonio era preoccupato. Due donne che si incontrano per parlare di un uomo. Una bomba a mano a cui viene rimossa la linguetta. «Per dirle cosa?» «Non lo so, credo sia giusto che qualcuno le apra gli occhi. Forse sarebbe più naturale che io parlassi con Johnny; ma ho il sentore che lui possa fraintendere il significato di una mia intromissione nella loro relazione e possa interpretarlo come un atto di gelosia.» La preoccupazione aumentava. «Quando parli così mi fai gelare il sangue. Fammi capire cosa diavolo intendi fare, spiegami meglio il significato che ha per te la parola intromissione. Tu sei pericolosa da questo punto di vista. Ti prego, rasserenami.» «Non pensare che voglia inscenare piazzate, è ben lungi da me. Voglio solo che Marta capisca che la loro relazione è una bomba ad orologeria e voglio aprirle gli occhi sugli effetti di una eventuale deflagrazione.» «Oh mio Dio, Sandra. Tremo al pensiero. Ma scusami, anche Marta potrebbe scambiare una tua intromissione come un gesto di gelosia, non credi? E se così fosse, il tuo intervento non sortirebbe alcun effetto. Anzi…» 55 

 


«Non possiamo restare inermi di fronte alla possibilità che per un’infatuazione venga messa a repentaglio la carriera di noi tutti. Perché sono convinta che di ciò si tratti: di una stupida infatuazione.» «Tu mi preoccupi.» Per qualche secondo, Sandra vagò, alla ricerca di elementi che potessero farla desistere. Non ne trovò. «Meglio preoccuparsi adesso che non dopo, quando potrebbe essere troppo tardi. Alla prima occasione, parlerò con Marta.»

 

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Roma Trinità dei Monti

28 luglio 2008

Come si evince da alcune lettere, durante tutto il corso degli ultimi anni della sua carriera, Puccini fu alla costante ricerca di nuovi soggetti, nuovi temi, nuove eroine ‘non pucciniane’. Il personaggio di Turandot rappresentò uno stimolo, una sfida per Puccini. La scelta del soggetto della sua nuova opera ebbe una lunga gestazione, caratterizzata da una ricerca con molte false partenze.

 


Marta era sul terrazzo del suo attico a Trinità dei Monti, adagiata su una chaise longue in vimini. Si lasciava accarezzare dal leggero vento che soffiava sulla Città Eterna, giunto come una manna a concedere un po’ di refrigerio dopo una tipica giornata estiva, soleggiata ed afosa. Era rientrata dalle Marche da sola ed era arrivata a Roma nel pomeriggio. Aveva approfittato di qualche ora per una seduta veloce dall’estetista e per recarsi al n. 53 di Via Condotti, per ritirare da Cartier il suo amato Pasha, al quale aveva fatto cambiare il cinturino. Era da sola in casa. Il marito Luciano era in viaggio d’affari in Giappone ed il figlio Giuliano era in quei giorni a Milano, dove viveva dividendosi tra gli studi universitari e l’iniziazione agli affari di famiglia. In realtà il ragazzo stava dimostrando un talento ed un attitudine per il business che lo portavano a trascorrere gran parte del proprio tempo negli uffici della ORO Records; come rovescio della medaglia però, gli studi procedevano più lentamente del previsto. Marta era spesso da sola nella casa di Trinità dei Monti. L’azienda di famiglia aveva una sede a Roma ed una a Milano, oltre a varie succursali nelle principali capitali Europee e negli Stati Uniti. Ma la sede di Milano, negli ultimi anni, era diventata il centro nevralgico degli affari della ORO Records. E il marito di Marta, Luciano, trascorreva gran parte del proprio tempo nel capoluogo lombardo. Marta non amava Milano e aveva eletto il loro attico di Roma a suo domicilio principale.

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Il suo ruolo di consigliere della società non la impegnava in modo continuativo, per cui si recava a Milano solo saltuariamente. Marta ripensò allo screzio avuto con Johnny quella mattina. Non sapeva esattamente cosa lei volesse da lui, ma sapeva che con lui era una battaglia persa. Johnny non l’amava, di questo ne era consapevole, nonostante la loro relazione andasse avanti ormai da più di qualche anno. Ma lei non riusciva a rinunciare a quell’uomo che sapeva farla sentire donna, che riusciva a farle provare emozioni che non aveva mai provato prima. Si chiese per un attimo cosa sarebbe accaduto se Johnny, dimostrandole il suo amore, le avesse chiesto di fare una scelta, di lasciare il marito. Marta preferì non darsi una risposta, perché probabilmente non ne aveva. Come non aveva risposte sul perché non amasse suo marito, un uomo adorabile, straordinario. Non l’aveva mai tradito prima di Johnny; e se quella sera lui non si fosse presentato a casa sua, possedendola selvaggiamente, probabilmente non sarebbe mai incappata nell’adulterio. Aveva vivido nella mente ed in ogni centimetro del proprio corpo, il ricordo del modo in cui lui era entrato dentro di lei per la prima volta, mentre era in piedi appoggiata al muro. A distanza di anni, l’emozione era ancora così forte, da indurla a ricercare il piacere ogni volta che tornava a pensarci. Desiderò ardentemente scacciare quei pensieri, fonti di contrastanti emozioni. Prese il cellulare. Considerando il fuso orario, era il momento giusto per chiamare in Giappone. Pensò al marito, che probabilmente aveva da poco terminato la colazione e compose il suo numero. Luciano rispose al secondo squillo. «Amore mio, come stai?» «Male ovviamente, perché tu non sei qui con me. Se continui a lasciarmi per i tuoi viaggi d’affari, sarò costretta a cercarmi un altro uomo» rispose Marta, ancora in preda alle sue fantasie, mentre con la 59 

 


mano sfiorava i seni che fuoriuscivano dalla camicetta, aperta fino all’ombelico. «Sì, tu potresti cercare un altro uomo ma sai che poi torneresti da me, perché sono l’unico che sa renderti felice.» «Hai ragione amore mio.» La sua mano sinistra scendeva verso l’inguine, dopo aver sbottonato gli shorts. «Ho seguito i notiziari: mi è sembrato di capire che la Turandot è stata un successo.» «Un vero trionfo. Il pubblico era in delirio e la stampa è stata unanime come non mai nel confermare il successo dell’evento. È stato fatto un lavoro straordinario, da parte di tutti. Presumo che questo agevolerà il progetto del live che stai portando avanti con i Giapponesi.» «Ti dirò che per assurdo è quasi ininfluente. A loro modo di vedere era un trionfo annunciato. Sono entusiasti. L’unico problema è accordarci su alcuni aspetti che possano trasformare il progetto da evento one shot, in qualcosa di più organico che possa avere continuità nel tempo. Dobbiamo conquistare il mercato asiatico e i signori della Sony sono i partner ideali. Ma me li sto cucinando per benino.» La voce di Marta divenne suadente. «So che in questo sei il numero uno.» «Solo in questo?» «Beh, mio caro, sul resto devi applicarti un po’ di più. Ma hai del potenziale da esprimere.» E ritrasse dalle sue intimità la mano bagnata per ricomporsi. «Strega! Sei una strega, di cui sono follemente innamorato. E tu? Quanto sei innamorata del tuo numero uno?» Marta avvertì il calore che inondava le sue guance, a causa di un incalzante imbarazzo. Si sentiva come se il marito l’avesse colta in fallo. «Pronto? Luciano? Non sento. Amore? Ah sì, adesso ti sento. Ascolta ma perché non hai portato Giuliano con te? Ci teneva tanto.» 60 

 


Deluso dalla mancata risposta alla sua domanda precedente, Luciano preferì lasciar cadere la cosa. «Non voglio bruciarlo Marta. Nostro figlio se continua così, diventerà un eccellente uomo d’affari. Ma non voglio che bruci le tappe. Tempo al tempo. E poi ho piacere che in mia assenza stia in azienda. Voglio che i collaboratori inizino a percepire il senso della continuità familiare.» «OK, sei tu il capo. Non vedo l’ora di riabbracciarti. A presto amore mio.» Luciano, ancora deluso, attese qualche attimo prima di salutare. «Buone notte a te, amore mio. Riposa bene.» Marta allungò il braccio per appoggiare il cellulare sul tavolo in vimini. Era in uno stato di totale confusione emozionale. Rimase a farsi coccolare ancora per qualche attimo dal fresco e inusuale venticello di fine luglio, sdraiata sulla chaise longue. Per alcuni istanti il vento aumentò la sua intensità. Aumentò ancora, e ancora, fino a diventare una breve raffica, che sollevò una busta rossa posata sul tavolo a fianco alla portafinestra, facendola roteare e volteggiare come a compiere una macabra danza, che terminò quando la busta andò a posarsi ai piedi di Marta. E come finale di un oscuro presagio, terminò anche la raffica. Un gelido brivido scivolò lungo la schiena di Marta. Poi sorrise delle sue false paure e si alzò, per rientrare in casa. *** Aveva appena chiuso la conversazione con sua moglie. Luciano non riusciva a darsi pace. Non poteva credere che lei lo stesse tradendo e per di più con un suo amico; e questo amico, che a quel punto aveva difficoltà a considerarlo tale, era il pezzo pregiato della sua “scuderia”. Non poteva essere vero. Doveva esserci un fraintendimento. Perché Marta avrebbe dovuto comportarsi in quel modo ignobile, rischiando 61 

 


di rovinare tutto? Perché avrebbe dovuto spingersi fino a quel punto senza ritorno? Il fatto che lei non fosse – purtroppo – perdutamente innamorata di lui, non giustificava un comportamento simile. Che umiliazione! Si scosse dal torpore e decise che doveva agire per scoprire la verità, per avere le conferme necessarie. Su tutto. Su tutto. Lui aveva un piccolo vantaggio e voleva sfruttarlo al meglio: sua moglie lo credeva in Giappone, ma in realtà non era più partito. In quel momento, stava rientrando a Roma. *** Marta si apprestava a varcare la soglia della portafinestra che dal terrazzo dava accesso all’interno dell’attico. Si fermò per godere ancora per qualche istante di quella brezza rinfrescante. «Sarà il Ponentino?» Non sapeva se il leggendario venticello romano, protagonista di celebri canzoni, soffiasse solo in determinate stagioni. Avrebbe dovuto informarsi. Poi entrò in casa, al buio. Il passaggio dalla luce ancorché soffusa del terrazzo, costrinse i suoi occhi a compiere uno sforzo per adeguarsi al buio dell’interno. Stava cercando l’interruttore della luce, procedendo quasi a tentoni… Una mano si posò sulla sua bocca con inaudita violenza. Qualcuno l’aveva presa alle spalle. Sentiva in bocca il gusto salato del sangue che fuoriusciva dalle sue labbra; e la mano era ancora lì. Non riusciva a parlare, a gridare. Non riusciva ad emettere alcun suono. 62 

 


Il respiro diventava affannoso. Quella mano, orfana ai suoi occhi, era ricoperta da un guanto dal tessuto ruvido, che le ostruiva le narici. Poi sentì l’altro braccio. Le cinse la vita per immobilizzarla. «Ma chi è? Cosa sta succedendo?» Marta era terrorizzata e profuse ogni sua energia nel vano tentativo di divincolarsi. Nel vano tentativo di urlare. Nella disperazione, si impose di rimanere calma, per valutare le possibilità di fuga. Ma l’uomo rinforzò la presa, sulla bocca e in vita. E si mosse con lei al rimorchio, verso il centro della stanza, verso il divano. «Vuole violentarmi.» Immaginò l’orrenda sensazione che si stava apprestando a vivere. Peggio. Stava accadendo qualcosa di decisamente più orribile. Il braccio che le cingeva la vita, si mosse, liberandola; e dopo qualche istante, il suo collo avvertì il contatto con qualcosa di freddo e tagliente. «Una lama, un coltello… non vuole violentarmi, forse vuole rapinarmi o forse…» Ogni suo pensiero svanì quando la lama penetrò nel collo. Un movimento lentissimo. Dopo l’incisione, s’arresto per un tempo indefinibile, per poi riprendere con altrettanta lentezza da sinistra verso destra. Un’incisione chirurgica. Attendeva che il dolore arrivasse, devastante. Provò ad immaginare le sensazioni, ad anticiparle. Ma non avvertiva nulla, se non il bruciore della pelle lacerata, un senso di torpore e qualcosa di caldo che dal collo le scendeva fino al petto. «Oddio, il mio sangue, è la fine.» Si sentì liberare dalla morsa della presa. Rimase in piedi. La sua bocca era libera e avrebbe potuto urlare, chiedere aiuto. Forse aveva una speranza. Si fece coraggio, raccolse le forze e tentò un grido disperato. Ogni stilla di energia confluì verso quell’urlo.

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Ma udì solo un gorgoglìo, che provocò una copiosa fuoriuscita di sangue dal taglio infertole alla gola. «È finita! Sto morendo.» Il suo pensiero raggiunse Giuliano, suo figlio, e i figli che sarebbero potuti arrivare, prima di accasciarsi al suolo. *** Non aveva alcuna idea di quanto tempo fosse trascorso, né dove si trovasse, quando Marta riaprì gli occhi. Il senso di spossatezza la induceva a chiudere le palpebre. Pensò che fosse la sensazione che si provava nell’aldilà. «Sono morta, sono all’altro mondo.» Ricordò le storie che suo nonno le raccontava quando lei, poco più che bimba, si accoccolava sulle sue ginocchia. Riviveva la scena in modo vivido, quasi reale, una scena che nella sua vita adulta non aveva mai ricordato, ma che in quel momento inondò la sua mente. Mia cara, vedi, la nostra vita non è altro che un percorso in cui ci prepariamo per affrontare qualcosa di più grande, di eterno. Riceviamo costantemente insegnamenti, alcuni validi e altri meno; frequentiamo persone giuste e persone sbagliate, prendiamo decisioni opportune in alcune occasioni, in altre no. Soffriamo, gioiamo e qualche volta riusciamo anche ad essere felici. Ma ciò che più conta, piccola mia, è la crescita interiore. Non dimenticarlo mai. Ogni cosa che farai, giusta o sbagliata, dovrà fornirti degli insegnamenti. Non curarti più di tanto delle tue azioni giuste, ma soffermati sempre sui tuoi errori. Analizzali, sviscerali, domandati perché li hai commessi ed evita di ripeterli. Perché la tua crescita sarà la somma dei tuoi errori. Dovrai saperli riconoscere, affrontarli, analizzarli ed essere sempre pronta a pagarne le conseguenze. Fa sì che mai nessuno sia costretto a pagare per i tuoi errori. Ricorda mio piccolo fiore, mai nessuno dovrà pagare per i tuoi errori. 64 

 


Marta si rese conto che stava piangendo, chiedendosi se fosse possibile anche nell’aldilà. Non riusciva a mettere a fuoco nulla. Solo un bagliore, che illuminava lo spazio antistante. Provò a muovere le mani e con piacere notò che aveva ancora il controllo degli arti. Sentiva un dolore lancinante alla gola e ricordò dell’agguato e del coltello. Portò la mano destra sulla ferita. Era stata medicata con un grande cerotto. «Allora forse sono viva, sono in ospedale.» Era ciò che stava pensando quando i suoi occhi iniziarono a distinguere i contorni degli oggetti davanti a sé. Realizzò di non essere in ospedale, ma nel salotto di casa sua, l’ambiente adiacente alla stanza dove era stata aggredita. Era seduta al centro del divano, quel divano di Etro che tanto amava e che aveva comprato non più di qualche settimana prima. Ricordò del giorno in cui glielo avevano consegnato, quando lei confidò alla sua amica Gianna: «Se dovessi scegliere un posto dove morire, opterei per casa mia a Trinità dei Monti, sul mio divano di Etro.» Ironia della sorte. Le sfuggì un fugace sorriso; poi cercò di farsi forza per realizzare cosa le stesse accadendo. Si sforzò di tenere aperte le palpebre e di migliorare la messa a fuoco. Quel bagliore le inondava il viso; e a pochi centimetri dal suo corpo, un oggetto, sottile, forse nero. Si sforzò di capire cosa fosse. Sembrava sospeso, o forse no. Ma la luce l’accecava e faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Li ridusse a due fessure, per contenere il fastidio. Riuscì ad inquadrare l’oggetto: era un microfono. Un microfono sorretto da un asta che poggiava sul pavimento. In quello stato confusionale cercò di ricordare se quell’oggetto fosse mai stato nel suo salotto. Ma andò oltre. Era una domanda senza importanza. 65 

 


Forse. Continuò ad aguzzare lo sguardo. S’intravedeva un’ombra movente dietro il bagliore. Le ricordava l’effetto dei rami degli alberi mossi dal vento. Tentava disperatamente di capire cosa fosse. Strinse nuovamente gli occhi, per arginare il fastidio della luce. Si rese conto di essere talmente concentrata sui sensi visivi, al punto da escludere gli altri. Le tornò in mente il suo insegnante di matematica del liceo, quando le diceva: «Signorina Lustri, il suo più grande limite è che lei non riesce a fare due cose contemporaneamente. Se ne ricordi: spesso la vita ci costringe a fare una cosa mentre necessitiamo di elaborarne un’altra. Si concentri su questo aspetto e cerchi di esercitarsi. Nella nostra società, sempre più frenetica, il futuro sarà di coloro che avranno la capacità di essere multitasking…» Quel professore, ma come si chiamava? Beh, aveva sempre avuto ragione. Marta aveva cercato di mettere in pratica quell’insegnamento, ma non era migliorata di molto. Ricordò di quando seduta davanti al PC si dedicava al solitario, mentre dialogava con chi le stava di fronte. Era un validissimo esercizio di sdoppiamento della concentrazione, che puntualmente irritava l’interlocutore, non degnato della giusta attenzione. Lei faceva sempre e solo una cosa alla volta. Come in quel momento. Aveva attivato la vista ed aveva lasciato l’interruttore dell’udito nella posizione OFF. Si concentrò. Sentiva una musica, una musica a lei familiare. Il volume non era alto, ma la propagazione del suono era sinusoidale e molto ovattata. Si domandò quale fosse per le orecchie, il gesto in grado di sortire il medesimo risultato che si ottiene per la vista quando si stringono gli occhi. Ricordò di un gioco che faceva da bambina, quando portava entrambe le mani dietro le orecchie e, flettendo i padiglioni auricolari, piegava il palmo a coppa. Come risultato si otteneva una sorta di cassa 66 

 


armonica, che consentiva di percepire i suoni in modo differente, più intenso. Cercò di trovare la forza necessaria per sollevare le braccia; ma provò una lancinante fitta di dolore alla gola. Avrebbe voluto sdraiarsi sul divano e lasciarsi andare, sarebbe stato semplice; bastava sbilanciare il proprio peso. Poi avrebbe chiuso gli occhi e tutto sarebbe finito. Si impose di reagire, di rimanere seduta, e soprattutto di riconoscere quel suono. Per un attimo si distrasse, chiedendosi come mai non avesse pensato di fare la cosa più semplice: alzarsi in piedi e fuggire via. La vita le aveva insegnato che a volte le soluzioni più semplici sono anche le più efficaci. Ma le si ignora, per quella maledetta tendenza di cercare sempre quelle più complicate, come se complessità del problema e difficoltà nel risolverlo fossero direttamente proporzionali. Sbagliato. Marta aveva imparato a proprie spese che spesso non è così. La soluzione giusta è anche quella più semplice, talmente semplice da non riuscire a individuarla. Provò quindi ad alzarsi in piedi e fuggire. Ma rinunciò: il dolore era così intenso da farle mancare il respiro. Fu comunque soddisfatta di averci provato, complimentandosi con se stessa. Anche in un caso disperato come quello, la sua mente aveva lavorato in modo elastico. «Caro professore di matematica del liceo di cui non ricordo il nome: è vero, non sarò multitasking ma ho una mente che mi permette di analizzare le situazioni in modo molto flessibile, anche in condizioni di massima difficoltà.» Questo è ciò che avrebbe detto al suo vecchio docente, se mai l’avesse rivisto. Tornò a concentrarsi sull’udito, per riconoscere quella musica.

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Riprovò a sollevare le mani per portarle a coppa dietro le orecchie. Fece uno sforzo che le parve sovrumano, e ci riuscì. Quel giochetto da bambini contribuì a migliorare la sua capacità uditiva. Io son tutto una febbre! Io son tutto un delirio! Ogni senso è un martirio feroce! Era un’opera, era sicura che fosse un’opera, ma non riusciva ad associarle un nome. I suoi occhi furono nuovamente attratti dalle ombre dietro la luce, da quei rami di albero che si muovevano. C’era qualcosa che capiva fosse importante notare, ma che le sfuggiva. Per coglierla, si rese conto che doveva guardare ed ascoltare contemporaneamente. «Benedetto professore.» Tornò a concentrarsi per cercare di dare corso alla sua intuizione. Ascoltava… E lasciamolo andar! Inutile gridare in sanscrito, in cinese, in lingua mongola! …e guardava… guardava i rami muoversi. E poi ascoltava… O Cina, o Cina, che or sussulti e trasecoli inquieta! Come dormivi lieta, gonfia dei tuoi settantamila secoli! …e guardava. 68 

 


E finalmente capì. I rami si muovevano a tempo di musica. E non solo. Lo sforzo aveva prodotto anche un altro risultato. Aveva riconosciuto l’opera che stava ascoltando: era la Turandot, ne era certa. «Ma cosa diavolo sta succedendo? Perché proprio a me?» Marta era divorata dal terrore, ma aveva allo stesso tempo la curiosità di comprendere. Cercò di ricostruire i fatti. «Punto primo: ero sul terrazzo e stavo rientrando quando…» I suoi pensieri furono interrotti dal ricordo del rimbrotto di Johnny del giorno prima, quando criticò il suo modo di esprimersi. «Ma devi esprimerti sempre per punti? Non puoi fare un discorso senza elencare il punto primo, il punto secondo e il punto duemilatrecentoventi?» Sorrise e pensò a Johnny. Johnny… la Turandot! La folgorazione arrivò. Era passato poco più di un giorno dal successo dello Sferisterio. E lì, in quella situazione paradossale, lei stava ascoltando la stessa opera. Le due cose dovevano avere un’attinenza. Per forza. Era una coincidenza davvero insolita. Un giuramento atroce mi costringe a tener fede al fosco patto. E il santo scettro ch’io stringo gronda di sangue. Basta sangue! Giovine, va’! Era la Turandot, non aveva dubbi. I rami continuavano a muoversi a tempo di musica.

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Principessa Lou-Ling, Ava dolce e serena, che regnavi nel tuo cupo silenzio in gioia pura, e sfidasti inflessibile e sicura l’aspro dominio, tu rivivi in me! Ad un tratto la sua memoria recuperò un’istantanea ed il gelo s’impadronì del suo corpo. Ricordò la busta rossa, il suo contenuto farneticante ed i rimandi all’opera di Puccini, la stessa che stava ascoltando. Troppe coincidenze. La Turandot era il filo conduttore di ciò che stava accadendo. Cercò di ricordare cosa fosse scritto su quella busta e sul cartoncino interno che aveva il medesimo colore. Opera Prima. Ecco cosa c’era scritto sulla busta. E al suo interno? C’era un riferimento alla giustizia, all’ordine delle cose… accennava ad un evento che doveva restituire dignità all’arte. Accennava anche a qualcosa di esclusivo, di riservato, viatico verso una più eletta entità per il vergante di quella missiva: un Atto Finale. E poi la chiusa, quell’imperativo la cui sola lettura le fece gelare il sangue: Non Mancherai! «Ma che significato ha tutto ciò?» Marta si maledisse. In un momento così tragico, la sua curiosità e la sua voglia di capire erano più forti dell’istinto di sopravvivenza. Avrebbe dovuto pensare a come fuggire da quell’inferno, anziché cercare le improbabili ragioni di ciò che le stava accadendo. Si consolò, pensando che non avrebbe comunque avuto la forza di farlo; e che nelle risposte che stava cercando, poteva celarsi la propria salvezza. «Forse abuso del cinema e vedo troppi film, ma questo non è un thriller: questo è uno spaccato di vita dell’orrore.»

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Ma quel biglietto conteneva qualcos’altro; conteneva dei versi della Turandot ed erano il legame con l’Opera di Puccini. Ma quali fossero, non riusciva a ricordarlo. O Principi, che a lunghe carovane d’ogni parte del mondo qui venite a tentar l’inutile sorte, io vendico quel grido e quella morte! No! Mai nessun m’avrà! Rinasce in me l’orgoglio di tanta purità! Straniero! Non tentar la fortuna! “Gli enigmi sono tre, la morte è una!” «Ma certo, gli enigmi della Principessa Turandot; i tre enigmi!» Sul biglietto contenuto nella busta rossa, era riportato uno dei tre enigmi. «Ma qual era? Il primo, il secondo o il terzo? Forse il primo…» Ma non ne era certa. Si sforzò di ricordare i versi del primo enigma. Ma non fu necessario, perché ad un tratto, le fu tutto chiaro. “Nella cupa notte vola un fantasma iridescente. Sale, dispiega l’ale sulla nera infinita umanità! Tutto il mondo l’invoca, tutto il mondo l’implora. Ma il fantasma sparisce coll’aurora per rinascere nel cuore. Ed ogni notte nasce ed ogni giorno muore!”

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Le sue orecchie ascoltarono l’enigma, il primo. E dopo di esso, la musica si fermò. L’albero, i cui rami sembravano muoversi a tempo, prese vita. Non era un albero, ma un essere umano. Lo stesso che l’aveva aggredita. Per certo. Avanzò nella sua direzione. Marta notò con sgomento che impugnava una gigantesca arma luccicante. E capì. Capì che non era importante ricordare quale fosse l’enigma riportato sul biglietto, ma era di vitale importanza rispondere all’indovinello. Lei conosceva la risposta e raccolse le energie per gridarla all’albero fattosi uomo, a colui che si era dimenato fino a quel momento come fosse il direttore di quel macabro spettacolo. Urlò con quanto fiato aveva in gola; ma non emise alcun suono, se non un rantolo. Nessuna risposta all’enigma. Marta in quel momento capì che era davvero finita. Avrebbe avuto la medesima morte degli sfortunati pretendenti della principessa Turandot.

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/OperaPrimaCap0103  

http://www.operaprimaromanzo.it/download/OperaPrimaCap0103.pdf

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