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Anno I n°0 2010

Rivista di cultura politica

AMBIENTE

Se Federalismo deve essere lo sia anche per l’Ambiente DI

GIUSEPPE VATINNO A PAG. 2

Cura dell’ambiente. Cura psicologica. Cura politica. Priorità del prossimo millenio. DI

MARCO RICCHI PAG. 24

POLITICA

La proposta di Alleanza Per l’Italia: un paese moderno, libero e responsabile DI

GIUSEPPE VATINNO A PAG. 6

Ripensare la Democrazia DI

EMILIA URSO ANFUSO A PAG. 10

ECONOMIA

Euro nostro che sei nei cieli Chi pagherà il prestito che abbiamo fatto alla Grecia? DI

GIUSEPPE ROSSI A PAG. 22

ARTE

Assisi suono sacro Intervista al Maestro Andrea Ceccomori DI

EMANUELA GIUDICE A PAG.12


Se Federalismo deve essere „

di Giuseppe Vatinno

Membro del direttivo degli Ecologisti Democratici, già membro della Commissione di Valutazione dell’Impatto Ambi

Assistiamo quotidianamente al triste spettacolo delle spinte centrifughe della Lega verso non più il federalismo, ma bensì, addirittura, la secessione (!) dall’Italia (e questo non è certo indifferente alle recenti tensioni tra il Presidente della Camera Fini e il PdL). Ed allora, se permettete, c’è una bella differenza. IdV, ad esempio, è un partito statutariamente “federale”, strutturato federativamente e che fa del territorio e delle Regioni un suo punto di forza e quindi ha –potremmo dire- una naturale vocazione federalista. Tuttavia, come per molti concetti, anche quello federale va ben compreso ed adattato in una sorta di unità aristotelica di tempo e spazio; in parole semplici il federalismo va declinato in maniera intelligente, in modo che sia un valore aggiunto e non un elemento di lacerazione e di aumento del deficit pubblico con irrazionali sovrapposizioni e duplicazioni di compiti ed enti mentre è assolutamente da respingere anche in maniera vigorosa qualsiasi tentativo di secessione dall’Italia. Ma rimaniamo al federalismo. A tal proposito, in effetti, la Lega non ha mai parlato di quello che potremmo definire il “federalismo ambientale” o “ecologico”, inteso come una equa suddivisione regionale degli impegni nazionali sottoscritti in osservanza alla costituzione dallo Stato centrale. Ad esempio, il Protocollo di Kyoto o il Pacchetto “climaenergia” (meglio noto come “pacchetto “20 –20–20”, cioè il 20% in meno di emissioni di gas serra rispetto al 2005, il 20% di fonti rinnovabili ed il 20% di efficienza energetica, al 2020) devono essere nei suoi oneri suddiviso fra le varie regioni italiane. In un mio libro di qualche anno fa, “Italia 2020 Energia e Ambiente dopo Kyoto” (Edizioni Ambiente, Roma

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2006) ho proposto un m per suddividere l’impegno famoso 6.5% in meno risp te le regioni italiane. Non mi soffermo sugli asp un adeguato indicatore s danno ambientale provoca di CO2 e del reddito proc gione, ma riporto solo le c Questo lavoro indica che in tre gruppi sostanzialme centro ed il sud. A tali gruppi di regioni è ri sione di gas serra in funzi denti che tengono conto capacità di contribuzione In questa ottica, il nord c ha un reddito procapite pi zione maggiore, il centro i praticamente esentato. Pensiamo che questo risu di Kyoto può essere utiliz clima energia, nell’ambito 13% nazionale, non piacer solo i lati positivi, ma il fed questo: una equa suddivisi vede quindi perché se pass debba poi rifilare le spese d dell’Italia. Quindi, come si suole dire ed oneri. E’ bene che se ne incominc ciano proposte legislative c


e lo sia anche per l’Ambiente

ientale (VIA) del Ministero dell’Ambiente

etodo scientifico ed analitico o di riduzione dei gas serra, il etto ai valori del 1990, tra tut-

petti tecnici della proposta di statistico che tenga conto del ato dalle emissioni industriali capite degli abitanti di una reconclusioni. e l’Italia può essere suddivisa ente coincidenti con il nord, il

ichiesta una riduzioni di emisione dei due parametri precedel danno ambientale e della economica. che inquina maggiormente ed iù alto ha un impegno di ridun media nazionale e di il sud è

ultato che oltre al protocollo zzato per il nuovo pacchetto o della prevista riduzione del rà a quanti per il nord vedono deralismo è o deve essere anche ione di profitti e spese. Non si sa il federalismo fiscale il nord del suo inquinamento al resto

e, federalismo vuol dire onori

ci a parlare e che magari si facconcrete.

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la lettera di Francesc

Sulle riform

M

oltissimi italiani sono delusi, a rabbiati con la politica. Un’est te di polemiche avvelenate - a ziché di soluzioni per la crescita economi e il lavoro - li ha allontanati ancora di p Alle radici di questa crisi c’è il fallimento d bipolarismo all’italiana. Erano annunci due poli «europei»: un centrodestra liber le, un centrosinistra riformatore. Si è inve radicalizzata una partigianeria esasperata inconcludente.

È

una verità abbagliante: in questi anni, non ce l’ha fatta il centro nistra e non ce l’ha fatta il centr destra, nonostante dieci anni di govern (l’ultimo, con la maggioranza più larga 60 anni di Repubblica). Ne scrivo in prim persona: dopo sette anni come sindaco ele to della Capitale, ho guidato la Margher (un partito «a due cifre») cercando di co tribuire a un profilo democratico-riformis nel centrosinistra. Nel 2001, in alternativa Berlusconi, avevo raccolto oltre 16 milio di voti (pur senza Rifondazione comunis radicali, Di Pietro), per poi costruire, ass me a Fassino, alleanze vincenti - nelle amm nistrative, suppletive, regionali - fino al 20 e al governo Prodi. Ma il nostro govern perse fiducia nel Paese, prima che in Par mento, anche per le pretese della sinistra p radicale, un corto circuito con il mondo c tolico, la mancanza di coesione interna. D qui l’estremo tentativo, con la nascita del P di formare una visione e un progetto inn

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co Rutelli al Corriere:

me nascerà un nuovo Polo

artaanica iù. del ati raece ae

17 osirono in ma etrita onsta aa oni ta, iemi06 no rlapiù atDa Pd, no-

vativi e credibili. Tentativo non riuscito, e certificato dalle ripetute sconfitte elettorali, Roma inclusa, che hanno accresciuto la divaricazione tra democratico-liberali e sinistra giustizialista e movimentista. Non ho lasciato il Pd con avversione, né alla ricerca di posizioni personali (cui, al contrario, ho rinunciato), ma per la certezza che ogni nuova battaglia in questa guerra di neo Guelfi e Ghibellini porterebbe il Paese più in basso. Non più lontano. Del resto, se non si voterà in autunno è proprio perché il primo partito sarebbe quello del rifiuto, dell’astensione. Ma è ancora possibile unire le forze responsabili, anziché ri-precipitarsi in conflitti frustranti in cui tutti perdono (e crescono solo le forze irresponsabili)? Ecco quattro punti di risposta.

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Il confronto che interessa gli italiani è sull’economia. Si stanno sottovalutando i pericoli dell’autunno. La forte crescita delle «scommesse» sull’instabilità italiana (i Credit Default Swaps). Il desiderio tedesco di accrescere la pressione europea sul nostro debito. Le criticità competitive e dell’occupazione (si discetta sulle inevitabili scelte di Marchionne, ma neppure si nomina, da mesi, il ministro dello Sviluppo economico!). Si promettono mirabilie federaliste, ma intanto si moltiplicano i centri di spesa e salgono, in regimi di monopolio, le tariffe locali. Difficilmente le forze responsabili potrebbero sottrarsi dal concorrere a un programma nazionale per la crescita nei

prossimi anni. Senza confondere opposizioni e maggioranza. Noi l’abbiamo dimostrato votando l’unica riforma votabile di questa legislatura; quella sull’università (che ora attende le risorse per funzionare).

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Ho proposto alcune settimane fa una convergenza per riforme essenziali sulla giustizia civile e penale. Ma il governo non ha risposto, inchiodato com’è su leggi e leggine ad hoc. Queste ci troveranno contrari.

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La linea di Bersani propone un’alleanza di sinistra con Vendola e Idv e possibili accordi istituzionali più larghi. Questo non scioglie il problema della coerenza dei programmi; ma pone un punto di chiarezza politica, con cui misurarsi in modo costruttivo.

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Un nuovo Polo politico nascerà. Nascerà su un coraggioso programma di governo (penso a molte misure di tagli della spesa pubblica pro crescita di Cameron-Clegg o alle scelte pro innovazione, formazione, ricerca della Merkel). Noi abbiamo costituito l’Alleanza per l’Italia per unire le forze con chi condivida un’agenda di cambiamento e buongoverno. Nella Festa nel Borgo di Labro (Rieti, 2-5 settembre), avanzeremo una precisa proposta. Per questo nuovo Polo che faccia le riforme, e per rispondere a milioni di italiani delusi.

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L’

Italia è, nel comune sentire, confermato dalla gelida ineludibilità dei dati statistici, in una sorta di china che sembra inesorabile; dopo il boom degli anni ’60 dello scorso secolo e il periodo dell’export del made in Italy degli anni 80 il Paese è caduto, dopo la fine della Prima Repubblica, in una sorta di limbo politico, culturale, economico ma, cosa più grave, sociale ,in cui viene a mancare il motore primo di ogni spinta al miglioramento: la speranza. Questo è un Paese senza più speranza; senza speranza per i giovani, per gli anziani, per i lavoratori, per gli imprenditori, per le mamme, per i padri, per i figli, per la ricerca scientifica . Sembra come se un misterioso genio malvagio abbia preso possesso dell’anima stessa del nostro Paese e l’abbia catturata, asservita ed infine svuotata. E si badi bene che questa situazione era preesistente alla crisi mondiale economica prima finanziaria poi, del 2008; quella crisi non ha fatto che aggravare ancor di più lo stato della nostra nazione che si è scoperta ancor più debole e priva di quei naturali anticorpi presenti in Paesi a noi simili per storia, struttura economica e politica. L’Italia arrancava prima ed è ferma ora; e se abbiamo avuto forse qualche danno in meno dalla crisi mondiale non è stato certo per virtuosismo civico o politico, ma purtroppo, molto banalmente, perché il nostro sistema bancario, tranne qualche lodevole caso (che infatti ha subito effetti marcati dalla crisi), non aveva una struttura internazionale così avanzata per potere essere colpito da detta crisi; insomma, si tratterebbe di una sorta di “immunità per debolezza” (di cui c’è poco da vantarsi, Ministro Tremonti) e non

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La proposta di All un paese m libero e res „

di GIUSE IUSEP

certo per sanità. Naturalmente, ci si deve porre come obiettivo minimale l’analisi della situazione che ha condotto a questo stato di cose e le possibili iniziative per risollevare strutturalmente e strategicamente l’intera nazione; per fare questo sarà necessario un vero “patto con gli italiani” che li ponga di fronte ai problemi più dirompenti in maniera netta e cruda; solo infatti da questa conoscenza della realtà


eanza Per l’Italia: moderno, sponsabile

EPPE VATINNO

si potrà iniziare la risalita. Iniziamo da quello che sembra essere il malanno più grave e probabilmente lo è: l’estrema incapacità della politica di dare risposte vere ed esaurienti ai problemi del Paese. All’inizio c’era la cosiddetta “Prima Repubblica” di cui la stagione di Tangentopoli ha provveduto all’abbattimento giudiziario (purtroppo con diversi eccessi). Il sistema politico pretangentopoli era un sistema già in crisi di per sé; crisi dovuta a diversi fattori complessi tra cui possiamo individuare l’estrema perdita di identità del Partito Comunista Italiano divenuto PDS e lo sfaldarsi della

Democrazia Cristiana impelagata nel problematico rapporto con un Partito Socialista che se è vero che aveva ben intrapreso una via moderna di rinnovamento (discorso di Martelli “Per un’alleanza fra merito e bisogno”, Conferenza programmatica del PSI, Rimini 1982)sui meriti e sulle necessità) dall’altro lato si era coinvolto in una pratica politica troppo spregiudicata, come sempre avviene quando la bussola di orientamento della morale si inceppa e da indicazioni erronee se non totalmente errate. E come spesso avviene quando c’è una crisi (ricordiamolo anche economica) il populismo prese il sopravvento; il populismo “malattia infantile della democrazia”…;e al populismo seguì per una sorta di perversa ma inevitabile consecutio temporum storica il giustizialismo, fase suprema del populismo, che decapitò di netto l’intera o quasi classe politica italiana. Intendiamoci: non è che le cose andassero bene, anzi; la gente era profondamente in soddisfatta ed irritata delle tangenti, delle mazzette, della corruzione e salutare è stata la disinfestazione morale, ma non andava fatta, probabilmente, con quella veemenza, quella rabbia, quella voglia distruttiva del “nemico” che ha lasciato profonde cicatrici nella nostra società (pari forse a quelle della guerra civile che si combatté in Italia dal 1943 al 1945). E come spesso avviene dopo l’ondata giustizialista, un efficace meccanismo darwiniano portò al potere i “nuovi” che promettevano mari e monti e stelle comete ed invece, alla prova dei fatti, non si comportarono molto meglio dei precedenti, dando ragione alle tesi orwelliane su fattorie, uomini, maiali e cavalli. La legge elettorale divenne maggioritaria (però non totalmente per accontentare qualche vecchio notabile sopravvissuto alla furia iconoclasta dei giudici) perché così si faceva in

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America ed in Gran Bretagna; poi il sistema elettorale ricambiò in senso proporzionale per ritrovarci nel “parlamento dei nominati”. Ma le cose non vanno. Né la destra populista di Berlusconi né la sinistra democratica del Pd sono riusciti a dare risposte convincenti al Paese. Niente bipolarismo realizzato; niente bipartitismo, ma solo un’eterna alternanza di invettive, insulti, minacce. In tutto questo, nel sistema ecologico della politica, non potevano mancare chi, in senso sempre populistico, si approfittasse della situazione. La Lega Nord a destra e IdV a “sinistra” (ma qui sarebbe il caso di aprire un’analisi più approfondita sulla vera “natura” politica del partito di Di Pietro) hanno dato esempio lampante e dimostrato della radicalizzazione dello scontro politico e dell’abbassamento del livello della discussione politica nel suo complesso; le recenti manifestazioni di ennesima e pericolosa degenerazione antidemocratica di IdV i cui militanti hanno di fatto impedito di parlare al Presidente del Senato Schifani ad un pubblico dibattito organizzato dal Pd di Torino, mettono in luce quel meccanismo “frulla fango” che è caratteristico delle destre populiste mondiali. IdV continua scientificamente a sottrarre consensi elettorali al Pd (che, abbastanza misteriosamente, se li fa portare via senza fare niente per impedirlo) e la Lega continua

Eppure, il centro, in Italia, sarebbe dovuto sempre esistere se non altro per l’atavica, continua ed imbarazzante, “oscillazione” che il nostro Paese mostra verso gli estremi; ed allora un centro moderno, rappresentazione degli interessi vitali sopravvissuti nella nostra nazione, diviene non sol auspicabile ma addirittura desiderabile per problemi di statica istituzionale, se così si può dire. Ma attenzione; una politica di vecchio stampo, alle “due forni” per intenderci, non è più proponibile perché è stata bollata negativamente dalla storia di questo Paese. Un terzo Polo, se nascerà, dovrà essere un “Polo” e basta (come già detto); un polo che abbia vocazione assolutamente maggioritaria e che sia in grado, con tempo, con le cure della buona politica e della politica buona, di acquisire progressivamente consensi e virtù. La sfida non è quella di una banale “terza

Occorre un “patto per l’impresa” che abbatta il mostruoso a sottrarli ad un PdL alle prese con il ritorno di Fini e di quella parte di Alleanza Nazionale non assimilabile per semplice somma algebrica a Forza Italia. In tutto questo si sta formando, e “Alleanza per l’Italia” ne è parte integrante, un “terzo polo”, meglio chiamarlo un “polo e basta”che rappresenta una sintesi moderata “al centro” di tutte quelle istanza che non trovano più una legittima rappresentazione nei due poli precedenti.

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forza”; la vera sfida, quella che impegna la passione e la determinazione di donne e uomini, deve essere quella di costruire con umiltà ma anche con determinazione, un polo di governo, non primo, non secondo, non terzo. Se invece prevarrà la logica della “piccola impresa”, del “piccolo obiettivo” nulla si otterrà se non l’inutile tentativo di ricostruire ciò che la Storia democratica diquesto Paese ha già distrutto.


Cosa può fare dunque un polo nuovo, inquadrato nei principi del liberalismo, della solidarietà, del cattolicesimo? Può fare molto. Può essere l’antidoto ai problemi del Paese se solocrederà in sé stesso ed avrà un progetto di grande respiro strategico e non di piccolo cabotaggio elettorale. Occorre un “patto per l’energia, l’ambiente e le infrastrutture” che permetta al nostro Paese di avere almeno 10 anni di tranquillità per sviluppare tutto quello che ha veramente bisogno, senza ostacoli, veti, ripicche; occorre che tutte le forze politiche responsabili condividano dei punti ineliminabili e che poi li immettano stabilmente nel loro circuito programmatico. Occorre infatti che l’Italia abbia energia a buon mercato per le industrie e le famiglie, una economia verde responsabile che investa sulle fonti rinnovabili strategiche per un Paese come il nostro privo di risorse energetiche, occorrono strade e ferrovie, occorre una urbanizzazione intelligente che restituisca il rapporto pieno e consapevole tra uomo e

per la Casa” per permettere a tutti di poter abitare dignitosamente. E tanti altri “patti” che verranno strada facendo. E tutto questo occorre condividerlo il più possibile per metterlo a riparo dai cambiamenti elettorali. Tuttavia questi sono patti “tecnici”; la vera, nuova e grande “alleanza” dovrà essere il “patto per la politica” che permette di ridare fiducia a tutti quelli che questa fiducia l’hanno persa. Per fare questo occorre lavorare molto e bene; lavorare per la comunità, per la società, animati dalla bussola dell’etica e dal motore della gioia e del voler fare. Occorre dare, naturalmente, il buon esempio; occorre isolare i casi dei politici corrotti per mettere in rilievo i casi (e ce ne sono) di quelli che operano per il pubblico bene. Il discorso finale che Rutelli ha tenuto alla festa di Alleanza per l’Italia nello splendido scenario reatino di Labro, è stato qualcosa capace di smuovere e mettere in azione forze positive e sopite dell’agire civile e delle coscienze democratiche; il richiamo ai principi del “vero” credo liberale (non quello di cui tutti oggi si riempiono la bocca), della solidarietà sociale, dell’ottimismo, del “fare” (ed io aggiungerei del “ben fare”), dei giovani, ponendo al centro dell’agire politico

Moloch delle mille autorizzazioni per aprire una attività. natura. Occorre un “patto per l’impresa” che abbatta il mostruoso Moloch delle mille autorizzazioni per aprire una attività (i controlli si fanno a posteriori e non a priori!); occorre ”un patto per il welfare” che garantisca ai cittadini dignità e cure accessibili ed avanzate, occorre un “patto per il lavoro” che permetta di creare le condizioni dinamiche per cui se non c’è più il lavoro a tempo indeterminato si possa ritrovarlo subito, occorre un “patto

la problematica dell’Economia che tante preoccupazioni sta apportando al mondo intero. La disponibilità “ad esserci” dove ci sono problemi seri in tutta Italia, l’ottimismo proattivo all’agire concreto, il sorriso sdrammatizzante (ma non per questo superficiale), il clima di serenità e collaborazione, ci hanno detto che sta nascendo una nuova stella nel firmamento politico italiano; alle persone di buona volontà coglierne la luce radiosa.

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Ripensare la Democrazia „

di EMILIA URSO ANFUSO

Se ne parla sempre di Democrazia. Non si fa nulla per viverla, la Democrazia. Una parola abusata. Il cui significato e valore viene sempre più spesso mistificato, ucciso, deriso. Democratico è un mondo in cui le parole coincidono coi fatti. Democratica è una Nazione in cui i cittadini, partecipano attivamente alle sorti del Paese. Democratico è colui che non teme il confronto ne il consiglio di chi lo ha chiamato a gestire la Nazione. Ma a conti fatti, tutto ciò rimane – appunto – un concetto astratto. Da sempre, più si sprecano parole su un concetto basilare, più questo concetto viene avvilito e reso astratto. Ed è proprio sulla Democrazia che tante parole si sono profuse e si rincorrono, al fine di sbiadire i contorni di un valore che non può prescindere alcuna civiltà degna di questo nome. Se si interrogano i cittadini di una nazione Democratica come l’Italia, essi avranno difficoltà a spiegare cosa essa sia. Hanno nell’anima e nella mente chiara la parola: più difficile è esprimerne il senso. Vuol dire che si è riusciti ad annullare non tanto una parola quanto una dinamica. Politica, economica e sociale. E’ un danno. Una beffa. Una aberrazione. Qualcosa che

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incide nel profondo della Vita ognuno di noi, e lascia tracce di cui ci si chiede la provenienza. L’assenza di Democrazia è nella vita di ogni giorno. La si assapora quando la voce del popolo non viene più ascoltata. Quando lo Stato traccia vie impervie per discostarsi ogni giorno di più dal contatto con la Società civile. Eppure, di parola in parola, di evento in evento, abbiamo necessità tutti, di recuperare il fondamento di una nazione in discesa, pena la morte. Sia essa del corpo o dell’anima. L’etimologia della parola deve riportare tutti a molte riflessioni. Dal Greco δῆμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere. Essa significa semplicemente: governo del popolo. Ma attenzione: governo sta qui a significare gestione e non potere assoluto così come si vuole a volte contrabbandare il termine. Non esiste potere, in un Paese democratico. Se non quello dell’energia di una Massa compatta e coesa per il bene di ogni singolo. Ecco: questo sta mancando. Fondamentalmente, si strappa a manate, quella coesione che sarebbe fonte di tutto. Sorgente di esistenza equa per ognuno. Ma il dissapore fra realtà e mistificazione è ormai compiuto. Ed ecco che tutti ci ritroviamo vittime di un Sistema che si basa sull’errore. Non avremo possibilità di riemergere, se non abbracceremo tutti insieme una ferrea volontà di recuperare e ripensare la Democrazia. Solo allora potremo segnare nuovamente il passo di una esistenza che si basi sulla dignità uma-

na. Democraticamente e nuovamente uniti, potremo allora avanzare verso un progetto leale che ci veda tutti protagonisti, finalmente. C’è urgenza di nuovo, ripercorrendo le strade del passato. La nostra Storia. Che ognuno deve recuperare e non gettare nel fuoco. Perchè solo guardando indietro, sarà possibile ricominciare il cammino verso la consapevolezza che, Democrazia, non è una parola da sbandierare a più riprese quando conviene, quanto un Diritto da arrogarsi nel Dovere di esistere su uno stesso territorio da gestire insieme. “Insieme”: ecco la parola magica. Insieme per un Diritto alla Vita. Insieme per un Diritto/Dovere. Insieme per non gettare nel nulla 150 anni di meriti, pensieri, eventi, progetti e tutto ciò che siamo e siamo stati fin qui. Abbiamo speranze? Si. Fortemente si. Se abbracceremo un progetto grande ed innovativo, che di innovativo nella realtà dei fatti ha solo il recupero della vera, reale e non mistificata Democrazia. Da questa base, così semplice eppure complessa è necessario ripartire. Consci che la strada porterà solo verso una meta ambita: l’Esistere. Che oggi manca. Che oggi viene interpretato con altro. Che deve essere riposizionato ai vertici di una lista di priorità non più accantonabili. Democraticamente stavolta, in questo preciso periodo storico nel nostro Paese, si tornerà a vivere, convivere e condividere. Unico modo equo di pensare un Paese. Unico modo degno, di immaginare l’esistenza.

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Consacrazione. Vite assiepate e stirpe che norma a sorte, può un poeta oltre le tenebre del diritto? Vibriamo nudi al Vento e interroghiamo i Mari per le vendette, ma noi perdoniamo seppur dimentichi di Abele. Il nostro sguardo fu consacrato all’altro fratello, che in terra fece legge del proprio sangue. Lasciatemi tra queste braccia che hanno pianto, desiderato il Desiderio! Fratello, sei reso Uomo, dalle tue tante morti. A noi poeti non guardi? Noi a te, e tu a noi. Silvia Bove Tratta da “Poesie di Assoluzione”, di prossima pubblicazione.

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È

difficile sostenere che il Partito democratico non sia nato. Ma si tratta davvero dell’adempimento della sua promessa? La lettura della società da parte del Pd, partito nuovo, è stata vecchia. La sua politica è stata oscillante tra un eclettismo di iniziative che non catturano l’attenzione e non mobilitano il popolo, e il ritorno al passato. In un paese che si ripiega e si frammenta in cento direzioni è possibile una svolta? Ci può essere un coraggioso cambiamento, che riporti il Pd al centro, nel cuore della società italiana? È necessario dire con chiarezza quali sono gli errori da evitare. Avanzare proposte per sconfiggere in modo serio e onesto i populismi di destra e di sinistra, che si preparano a cavalcare sfiducia e rabbia sociale di molti cittadini. Niente illusioni: se i democratici - liberali, moderati, riformatori, progressisti - non ce la faranno, il centrodestra potrà essere in grado di affrontare le sue crisi, anche quelle più gravi; di riorganizzarsi, e confermarsi maggioranza del paese. Questo libro è un appello, l’apertura di una battaglia delle idee.


Assisi Suono Sacro Intervista di Emanuela Giudice al Maestro Andrea Ceccomori, in occasione della nascita di un nuovo progetto artistico intitolato “Assisi Suono Sacro” e che ha debuttato con un concerto all’interno dell’Abbazia di S. Pietro ad Assisi, in occasione del Primo Salone Mondiale dei Siti Unesco.

„

di EMANUELA GIUDICE

Ho il piacere di presentare uno dei flautisti italiani più apprezzati, soprattutto, e non solo, nell’esecuzione del repertorio contemporaneo per flauto. Il M° Andrea Ceccomori, vive da anni a Perugia dove è impegnato non solo nell’attività di interprete ma anche di compositore e organizzatore di eventi speciali. La nostra chiacchierata prende spunto dalla nascita di un nuovo progetto artistico intitolato “Assisi Suono Sacro” e che ha debuttato con un concerto all’interno dell’Abbazia di S. Pietro ad Assisi , luogo di nascita del progetto, in occasione del Primo Salone Mondiale dei Siti Unesco, che ha visto protagonista proprio il nostro interlocutore. M° Ceccomori, lo studio di uno strumento deve necessariamente iniziare prestissimo. Anche lei ha seguito questo iter? Perché? Si ho cominciato all’età di 10 anni, dietro consiglio di mia madre che ha scelto per me questa disciplina. Sono entrato subito in Conservatorio, ma la passione per la musica è arrivata molto tardi, intorno ai 20 anni; solo allora ho pensato che la musica potesse essere la mia vita. Devo comunque riconoscere che gli studi musicali hanno formato quel substrato, mio malgrado, che ha fornito la base per lanciare la mia vita musicale futura. Lei non si può definire un musicista “classico”… Diciamo che sono un musicista classico di formazione e di

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cultura ma ho nel tempo affinato sensibilità e frequentazioni verso altri generi. Ho sentito il desiderio di aprirmi verso altre esperienze nella convinzione che la musica non dovesse avere limitazione e che ogni tentativo di uscire dal “tempio” non avrebbe portato altro che bene. Infatti ho iniziato a studiare il jazz, le scale e le tecniche tipiche di altre culture come quella araba, indiana ecc. Mi sono avvicinato al pop, alla composizione per approdare alla collaborazione con alcuni DJ al fine di inserire la musica elettronica. La mia scelta di andare oltre gli orizzonti della classica sono dovuti molto probabilmente al fatto che subito dopo il diploma, con alcuni compagni di studio, abbiamo costituito un ensemble di musica contemporanea (Artisanat Furieux) che mi ha portato subito a frequentare importanti sale da concerto e a collaborare con splendidi compositori sia italiani che internazionali. Sono convinto che la musica sia una, che bisogna studiare e comprendere altri linguaggi per poi scegliere quello con cui ci si esprime al meglio. Cosa c’è, quale pensiero c’è dietro ogni sua composizione? Una filosofia? Sicuramente la voglia di creare…voglia di fare musica, ma qual’è il filo conduttore? Direi, una volontà di andare più a fondo, di pensare la musica in maniera diretta, attraverso l’intuito riuscire a percepire la sfera musicale che sottende ad ogni urgenza espressiva. Non credo nella ripartizione dei ruoli com-

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positore, interprete, direttore, organizzatore, critico ecc. Le gerarchie, sono utili alla organizzazione del sociale, ma inutili se si è musicisti. Anche il musicista è unità, le sue qualità musicali si evincono non solo dalla musica ma da tutto il resto: da come si muove, parla, o sta seduto. La mia visione de “l’essere musicista”, infatti, tende verso un concetto di “musicista globale”, che si occupa in maniera seria. Quest’ultima è la garanzia del successo. Non amo definirmi compositore perché non ho competenze tecniche approfondite; preferisco essere un flautista che apre la sua musica e il suo flauto alle altre discipline musicali. Infatti mi avvalgo sempre della collaborazione di compositori, direttori, strumentisti con i quali cerco di interagire in modo da costruire un alto prodotto musicale. Se le “musiche” usano un linguaggio universale e cioè quello dei suoni, non si può dire certo che la musica, colta o meno, occidentale sia universale. La musica classica colta ha seguito percorsi di sperimentazione che l’hanno portata ad estraniarsi dal comune sentire, ma come può il pubblico moderno, capire un linguaggio così diverso, ancor di più la musica contemporanea? Questa è una questione cognitiva, ovvero l’orizzonte della propria sfera di conoscenza. I suoni esistono di per se’. L’aggregazione dei suoni costituisce la struttura e la forma della musica. Tale aggregazione dipende dalla coscienza e dalla cultura di chi propone

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e ascolta musica. Ciò a cui un uomo è più abituato, risulta gradevole e viene dunque accettato. E’ evidente che un uomo non abituato alla musica contemporanea ne percepisce il fastidio perché non ha gli strumenti culturali per comprenderla. L’orecchiabilità e il “già noto”, al contrario, donano subito la piacevolezza dell’ascolto. Tuttavia la questione è molto più complessa. Sappiamo che la cosiddetta musica tonale si appoggia sulla divisione armonica e naturale dell’ottava, mentre molti linguaggi contemporanei, specie negli anni 70 e 80, si allontanano da strutture consuete e dunque potremmo dire che ci sia una sorta di naturalità nel sistema tonale classico, mentre le cosiddette musiche contemporanee si costruiscono a tavolino, in base ad azzardate ipotesi di combinazioni sonore svincolate dalla loro natura associativa. Questo fatto ha ovviamente allontanato il grande pubblico, che ha avuto come contropartita la grande offerta di tutta l’altra musica cosiddetta leggera ed a cui ha affidato il compito di essere rappresentato. La musica, però, non accetta etichette: quando la legge di risonanza e di proporzione domina la creazione, siamo sicuri che quella sarà musica bella. Ciò che devono fare il grande pubblico e i musicisti è veicolare il bello, che è la natura dell’arte e della musica e l’armonia in esso nascosta, per poter educare oltre il “già noto”. Un intervallo di quinta è in armonia come lo è una qualunque altra cosa in rapporto di un terzo tra due punti. Il problema è che queste differenze appartengono al cuore e non alla mente. Quindi non si può fingere. Oggi la musica contemporanea ha

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abbandonato le scuole a favore di una cifra personalissima che pone ogni compositore come metro a se stesso, questo può favorire la molteplicità e la originalità delle proposte musicali. Ho ascoltato alcuni estratti delle sue performance e mi ha colpito in particolare un video intitolato “Orpheus e Assisi”, dove ad una iniziale commistione di sonorità elettroniche e non, dove il flauto ha la voce più importante, si nota mix di generi, sonorità e ritmi, per arrivare alla rielaborazione in chiave contemporanea di una famosa suite per flauto (Bwv 1067 Orchestral Suite - 07 – Badinerie). E’ questa la “cifra unica” che menziona nella

sua biografia? No, si trattava in quel caso di sperimentazioni linguistiche. La badinerie è un classico della letteratura per flauto noto anche al grande pubblico che ho rivisitato in chiave diciamo pop! Ho comunque abbandonato tale procedimento. Mi sto occupando ora del rapporto del musicista con la propria musica. La cifra unica che menziono si riferisce all’unità che il musicista deve avere con la propria musica e il proprio strumento: unità in quanto il musicista diventa un tutt’uno con

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quello che sta suonando. Il mio sogno e il mio impegno è vedere che si può suonare qualunque cosa trasformandosi nella cosa suonata. Basta con le tecniche, le rappresentazioni; la musica, secondo me, aspetta il musicista da sempre, ed il futuro lo immagino proprio cosi: una fusione con la musica suonata. Ormai non possiamo più produrre nulla di veramente nuovo: ogni relazione tra i suoni è stata già realizzata, questa storia è finita. Da esteriore la musica si fa interiore, ossia sacra. Questa sua conclusione personale fa riferimento ad un suo progetto pertinente al rapporto tra spiritualità e arte: il progetto “Assisi Suono sacro”. Lei ha seguito studi di filosofia della musica e di teologia. Immagino abbiano inciso profondamente nella sua cultura personale e l’abbiano fatta riflettere anche sul valore e il significato della spiritualità. Ci può spiegare come la musica entra in contatto con la spiritualità e qual è l’obiettivo del suo progetto? I miei studi teologici e filosofici hanno inciso enormemente. La musica e lo spirito hanno lo stesso comune denominatore. L’universo è creato e si regge dal e col suono e le sue leggi. Una simile constatazione non può non coinvolgere un musicista; come può essere sordo a questo appello e non considerare seriamente la musica come via al sacro? Come detto poc’anzi, bisogna rinnovare il rapporto dell’uomo con la musica. Prendere coscienza dei suoni è il compito della evoluzione storica della musica. Quello che cerco di fare con Suono Sacro, è offrire l’occasione per comprendere il significato e l’effetto che la musica produce, attraverso la molteplicità di linguaggi, degli approcci, non basta più mettere un testo sacro per fare musica sacra. L’ispirazione

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e l’effetto devono essere reali. La ricerca del senso è il dovere del sacro. Il sacro entra normalmente nella musica o attraverso un testo o un’ immagine sacra, o attraverso il linguaggio e le timbriche strumentali. Nel concerto d’inaugurazione che si è svolto nell’Abbazia di S. Pietro, erano previsti momenti di improvvisazione, a fianco a prime esecuzioni (De Rossi Re), brani contemporanei come Arvo Part a fianco a classici come Händel e Vivaldi. Dunque non è una questione di generi ma di significato. Anche i musicisti che non suonavano partecipavano attivamente all’evento! Ma il sacro non è solo nelle chiese: è ovunque ci sia musica, ovunque ci sia attenzione e significato. Vorrei espandere i confini della musica sacra, por-

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tarla fuori dal consueto, incontrare la gente che ama, prega, cerca, soffre. Tutti cercano il sacro alla fine. Vorrei organizzare concerti nuovi, nuova musica, nuovi format. Sarà un “festival” ,anche se non sarà questa la parola giusta, che parte da Assisi e dal suo spirito, per portare il messaggio di rinnovamento nel mondo attraverso il proprio ensemble, con me al flauto, arpa (Laura Vinciguerra) pianoforte (Fabrizio Ottaviucci ed Antonio Cocomazzi) ed archi, musicisti ospiti ed uno staff entusiasta e motivato. Una domanda, doverosa, sulla situazione culturale e musicale italiana. Da più parti si invoca una maggiore attenzione ai nostri beni culturali e una più oculata gestione dei fondi per lo spettacolo (F.U.S) che viene, ad ogni Finanziaria, depauperato. Che destino ha, secondo lei , l’arte in Italia, e in particolare la musica classica, da anni settore di nicchia che fa poca gola anche alle grandi industrie artistiche? Cosa si può fare per salvaguardare i preziosi capolavori che ci hanno lasciato i nostri compositori? Sicuramente una domanda doverosa. Operando in Italia non

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possiamo disconoscere quanto accade nel belpaese. La situazione è annosa e ormai si è cronicizzata. Il sistema capitalistico-consumistico ha decretato l’ industria musicale e lo star system come portavoce della musica. La globalizzazione ha prodotto il suo effetto, il disco è in crisi ecc. La via d’uscita secondo me si trova in primis in un rinnovato connubio tra economia-cultura e turismo che metta insieme l’impresa, la cultura e il turismo in una rete di interazione. Le imprese devono tornare a sostenere la cultura che produce ricchezza turistica, in sinergia con l’ente pubblico e lo Stato. In secondo luogo una educazione dei giovani all’arte e alla bellezza, al senso, al sacro. Prima di cambiare l’economia e la società, bisogna cambiare le coscienze. Bisogna investire nella cultura che contribuisce alla formazione dello spirito critico, alla libertà dell’individuo, alla responsabilità. Questo potrà far tornare in auge i capolavori del passato ma soprattutto di produrne di migliori, perché le menti saranno illuminate e le coscienze libere dall’ignoranza in cui ci ha confinato il potere di pochi, schiavi anch’essi di paure, desideri e illusioni. (Grazie Emanuela, per la opportunità di conversare con lei).

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Euro nostro ch „

di Giuseppe Rossi

L’Euro la creatura più fulgente e luciferina partorita dagli economisti europei, la “moneta rifugio” (con le virgolette, mi raccomando), la “sfida al dollaro” (anch’esso tra virgolette), subisce colpi da manuali; la sua rotta barcolla, si inclina, vira pericolosamente e traballa; i venerdì neri si sommano ed inseguono i lunedì neri che, ultime notizie, ghermiscono le polpaccia dei martedì neri, è qui è tutto nero che pare di essere pure nell’Africa, naturalmente, Nera. Negli Usa la disoccupazione attiva (che tiene cioè conto sol o di chi cerca il lavoro e non di chi si ormai ritirato, quindi, per capirci è un dato ottimistico) è al 9.7%; i conti dell’Ungheria non convincono i mercati, le Banche sembrano gelatine in un barattolo durante un terremoto, in testa le italiane Intesa San Paolo e Unicredit, il DowJone,s nel nuovo venerdì nero del 5 giugno anno domini 2010, perde di nuovo il 3.13% e brucia favolose ricchezze. In Europa, i nocchieri teutonici, maledicendo quando hanno preso a bordo i cugini latini e il resto della cortina di ferro,impongono

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he sei nei cieli

jella) ha dovuto ammettere che la crisi c’è e dar ragione al suo Ministro Tremonti, eternamente in pendolo tra socialismo e liberismo, in una sorta di bipolarità anche esiziale per il Paese; intanto si annunciano nuovi e terribilitagli a tutto e a molti (naturalmente, essendo in Italia, non a tutti). Indovinate chi pagherà il prestito che abbiamo fatto alla Grecia? Non certo i magnati della finanza ma i magnati di fame, cioè il popolo comune. Intanto però, detto popolo, la momento del voto, dimostra di essere isomorfo e proiettivoal suo ceto politico ed elegge, con singolare regolarità, i peggiori, salvo poi lamentarsi che affondano l’organo virile nelle loro terga tenerelle. Ma tant’è; questa è l’Italia nel bene e nel male e ormai anche l’Europa…

Rivista di cultura politica Direttore Responsabile: Giuseppe Vatinno Vice Direttore: Michele Bianchi Direttore Operativo: Domenico Mazzei In Redazione: Emanuela Giudice, Marco Ricchi Registro Operatori di Comunicazione n° 20306 via Fonteiana n° 36 00152 Roma Chiuso in redazione il 13 dicembre 2010. Stampa in proprio.

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sacrifici; dalla terra d’ Ellade , ricca di millenni di filosofia, olive e formaggio, l’infezione si propaga; non basta il megapiano miliardario in euro: i mercati non mentono; non si fidano, si ritirano, in definitiva: non ci credono. Questa la pericolosissimasituazionedelle cadute repentine dell’eurobarometro. Signori, non era la difesa, la politica estera, la costituzione a mettere a prova di fuoco la Unione europea ma il vil denaro che, come il soliti, la fa da padrone. Il dollaro recupera (€/$ = 1.21), piangono i turisti europei ridono le aziende che devono esportare e, dall’altra parte dell’atlantico, in un balletto di perfetta ed infida simmetria, accade l’esatto contrario; piangono le aziende, ridono i turisti; Colosseo e spaghetti quasi a gratis per la famigliole bionde del mid west; lacrime e sangue per i poveracci italiani (sai che novità). Insomma, stiamo tornando alla normalità seper normalità possiamo intendere il ritorno alla precarietà italica che sembra essere ormai anche la costante europea (vuoi vedere che li abbiamo contagiati pure noi?). Ce la faremo? Non si sa. Intanto, tornando in Italia, Berlusconi (sarà pure bravo ma sembra portare proprio tanta

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Cura dell’ambiente. Cura p Priorità del pro „

di Marco Ricchi

Direttore generale dello Studio Internazionale di Ricerca. Componente del Dipartimento Ambiente dell’API - Alleanza Per l’Italia.

Si prevede che, nei prossimi 10 anni, la incidenza dei problemi psicologici e/o psichiatrici (1) “influenzati dall’ambiente” sia in aumento esponenziale. Nel nostro caso per “influenzati dall’ambiente” si intende, per esempio, i problemi psicologici dovuti alle allergie, intolleranze e pseudoallergie alimentari e a tutti gli allergeni (2). In altre parole, una persona che ha un problema di celiachia non diagnosticata (3) da una struttura pubblica, avrà più facilmente dei dolori articolari, livelli di ansia alti, stanchezza e difficoltà di concentrazione, ecc. Questo è solo un semplice esempio di come il cibo, che si trova nel nostro ambiente, può influenzare negativamente il comportamento delle persone. Si può immaginare una persona che mangia pane e non si accorge che gli fa male: avrà molte volte mal di testa e difficoltà a concentrarsi nel lavoro e nello studio. Quindi abbiamo fatto un primo collegamento tra ambiente, mangiare e lavoro. Infatti se la farina del pane è stata fatta su un ambiente non proprio salutare, il corpo e la persona che ha celiachia mangiando il pane si sentirà male. Quindi: ambiente non salutare = cibo non salutare = persone che si sentono male. Più o meno tutti sanno che, se il cibo non è di qualità buona, esso interferisce negativamente sulla persona. Ma non tutti sanno che, qualche tempo fa (secoli) c’è stata una mutazione genetica sul dna del frumento da cui si fa la farina. Questa mutazione, voluta dall’uomo, si è resa necessaria per ottenere una quantità di farina sufficiente per nutrire tutti. Però

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già da quel periodo alcune persone si sentivano male. Molto probabilmente avevano la celiachia, morivano di celiachia, ma non sapevano di averla perchè la celiachia è stata “scoperta” di recente. Abbiamo inserito, quindi, un’altro tassello al nostro continuum: Ambiente non salutare ® cibo non salutare ® mutazione genetica ® persone che si sentono male. Riepilogando: Alcune persone si sentono male, perchè mangiano dei cibi mutati geneticamente mediante l’ambiente. Si potrebbe fare un lungo il discorso, troppo lungo, allargandolo non solo agli allergeni alimentari ma a tutte le tossicità naturali e non naturali che l’ambiente propone all’uomo ogni giorno (smog, inquinamento da discariche e diossina, piombo, mercurio come conservante dei vaccini, centrali nucleari, ecc.). Con questa prima introduzione si può immaginare e intuire la ricaduta politica che questo problema già nei giorni nostri ha ed avrà in seguito. Secondo ultime stime, in Germania, le diagnosi di questi tipi di problemi ha superato il milione di unità. Un’ultima cosa: è poco più di un mese che è passata una legge italiana sulla cura dei bambini e ragazzi che hanno i cosidetti DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). I DSA possono essere anche molto gravi per i ragazzi che vanno a scuola perchè hanno problemi nello studio. Come professionista già me ne occupavo 15 anni fa. Ora, molto probabilmente, i soggetti con DSA hanno assunto dei cibi con allergeni molto tossici e hanno uno stile alimentare non corretto. Come dottore in psicologia ad indirizzo


psicologica. Cura politica. ssimo millenio. clinico intervengo a livello cognitivo con alcune tecniche specifiche, e a livello di erboristeria salutare con erbe e piante. Specialmente queste ultime possono intervenire, anche in maniera complessa e approfondita, ad una modulazione ed apprendi-

mento di nuove strategie funzionali sia del sistema nervoso centrale (4) sia del nostro sistema immunitario (5). Ma l’intervento più importante e profondo sarebbe quello politico, del quale parlerò nel prossimo articolo.

note (1) Bisogna prestare molta attenzione alla diagnosi. Infatti una diagnosi psicologica come disturbo di ansia di separazione o una diagnosi psichiatrica di psicosi, ambedue articolate dopo aver ingerito il pane od un allergene per esempio, non sono giuste. Il pane, o altri allergeni, non possono elicitare in diagnosi di psicosi o disturbi di ansia di separazione. Si può dire, invece, che alcuni sintomi della psicosi o dell’ansia possono essere uguali ai sintomi della tossicità degli allergeni ingeriti o inalati dalla persona. Per far ciò è fondamentale fare una diagnosi differenziale, per cui stessi sintomi possono essere causati da diverse cause! Molte volte, però, medici e psicologi sbagliano indicando come psicosi dei “sintomi psicotici” (che non è una diagnosi di psicosi) avuti per una intossicazione alimentare, o indicano come psicosomatico un problema tossico dovuto ad inalazione di solventi di vernice. Una diagnosi seria di psicosi non c’entra nulla con il mangiare o le tossicità di un qualsiasi allergene. Quando si sente la dicitura “è psicosomatico” vuole dire che il medico o psicologo non ha capito quasi nulla, o nulla. (2) Qualunque sostanza che, introdotta nel corpo, fa male perchè riconosciuta come tossica. (3) Il discorso si collega al punto (1). Alcuni medici e psicologi non sono preparati per affrontare una diagnosi corretta per questo tipo di patologie. Questo porta ad un sottodimensionamento delle diagnosi, per esempio, di celiachia o di altre “nuove” patologie. Comunque adesso chi è celiaco è fortunato, perchè la comunità scientifica (6) ha accettato e verificato dei protocolli diagnostici, mediante test genetici, in cui la percentuale di errore è molto bassa. Ma la strada sarà molto impervia per le altre patologie riguardanti tutte le sostanze che possono dare problemi al nostro organismo. Quelle stesse sostanze che, per qualche motivo, il nostro organismo non le riconosce come “amiche” (guarda il punto (5)). (4) Il Sistema Nervoso Centrale - S.N.C. - è il cervello e sue connessioni, nel suo funzionamento a vari livelli psichici. (5) Il Sistema Immunitario - S.I. - è un apparato del nostro organismo. Riesce a modulare nel suo interno e far entrare - uscire tutte quelle sostanze, virus, batteri che il corpo riconosce come amico - nemico. Per esempio le sostanze, virus, batteri che l’ organismo ritiene essere dannose per lui le espelle o le uccide. Ma, attualmente, le ricerche si sono indirizzate sul concetto di network immunitario (rete immunitaria). Nella rivista Physiological Society del 1989 in 69: 1-32, J. E. Blalock afferma che “Forse il più interessante progresso concettuale che scaturisce da tutti questi studi è l’ idea che la più importante e nuova funzione del sistema immunitario è il suo operare come organo di senso”. (6) Per comunità scientifica intendo quando i ricercatori di un settore scientifico decidono che certe azioni teorie o idee sono adatte, per qualche motivo, alla comunità di persone di cui loro stessi fanno parte. Con questo voglio dire che non c’è una idea di Scienza toutcourt, o con la “S” grande, che divide ciò che è vero da ciò che non è vero. Quindi, anche il progresso scientifico non ha una direzione che va da 0 all’ infinito. Non lo penso. Ci sono, altresì, delle “chiazze scientifiche”, delle “pozzanghere cultural-scientifiche” aventi un proprio confine di spazio e di tempo. Semmai il progresso (parola che non userei più) si svolge all’ interno di queste chiazze, avendo un’ inizio di tempo e una fine precisa. Ma di queste cose, un pò più articolate, ne parlerò nel prossimo articolo.

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La Vita La vita che cos’è? Un alito di vento, che noi, figli del mondo, vorremmo, ardentemente, far durare tanto. Così impietoso lo scorrere del tempo, che da bambin ci ritroviamo vecchi. E, neanche allor ci riteniamo stanchi, di correre e agitarci, senza freni, pel solo gusto a prevaler sull’altro, arrivar primi, ad ogni costo e senza esitazioni. Ma in quale gara? In qual competizione? Il nostro esistere dev’essere emozione, amor per gli altri e fervida passione. Ci lamentiam del più, non ci sta bene niente. Siam diventati flaccidi, vittime del presente, insoddisfatti e cinici, il cuore indifferente. Anche se consapevoli, noi non vogliam veder chi soffre e piange, chi male sta davver. Chi, solo e abbandonato, ormai si sente già dimenticato. Open 26


Mentiamo con noi stessi,vogliamo esser distratti. Troviamo sempre l’alibi, la giustificazione, che, di star bene dentro, ci doni l’illusione. Calcolo freddo, insensibilità, estinguono nel cuor qualsiasi fiamma, offuscano la mente e rendono il futuro nullità. L’idolatria diffusa, che a dio il denaro eleva, ci ha trasformati in bestie, fameliche e feroci, che, dei fratelli in lacrime, non sentono le voci. Ma l’uom questo non è, dobbiamo far qualcosa. Interrompiamo questa folle corsa e riprendiamoci la vecchia dignità. Smettiamo di isolarci, di vivere da soli. Buttiamoci negli altri, scacciamo l’illusione di esser superiori a chi non ha. Se a questa vita un senso vogliam dare, amiamoci l’un l’altro e, tutt’insieme, alti nel cielo, mettiamoci a volare. Rosario Careri

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Accademia Nazionale di Santa Cecilia

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Antonio Pappano direttore Jacques Imbrailo baritono Rossini - Guillaume Tell: divertissement Honegger - Cantata di Natale Čajkovskij - Lo Schiaccianoci: Atto II

Sabato 18/12/2010 Sala Santa Cecilia, ore 18 Lunedì 20/12/2010 Sala Santa Cecilia, ore 21 Martedì 21/12/2010 Sala Santa Cecilia, ore 19.30

Orchestra e Coro dell’Accademia di Santa Cecilia, Antonio Pappano Open

Open - n° 0 dicembre 2010  

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