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Osservatorio Piemonte

Op Fra i

futuri alleati ‌ ‌ i terzi godono

Gennaio 2013

Periodico indipendente di politica e cultura


Sommario

OP riprende...

Dopo un periodo di assenza riprendiamo la pubblicazione di OP. L’assenza è stata dettata da motivi contingenti, una serie di attività collaterali (leggi pubblicazione di altri giornali e organizzazione di attività sul territorio) ci hanno impedito di mantenere la regolarità nelle uscite che comunque speriamo di riuscire a garantire per il futuro. Come abbiamo più volte segnalato ai nostri lettori OP è il risultato di lavoro volontario e quindi inevitabilmente soggetto alle “crisi” di tempo e talvolta anche di identità della redazione. Ciò detto, questo non poteva che esser un numero in qualche maniera legato alle elezioni prossime venture. Dalla copertina che attraverso la

composizione grafica ha voluto sintetizzare cosa ci aspettiamo da queste elezioni al più esplicito titolo di apertura: Elezioni 2013: niente di nuovo. Con buona pace degli immani sforzi profusi per illudere “sull’anno nuovo che verrà” dalla politica (L’alba delle terza repubblica). Di fronte ai tanti tentativi di suggestionare l’elettorato per le prossime elezioni la nostra opera di mantenerci con i piedi ben saldi a terra, ci ha fatto scherzare sul significato delle parole tanto abusate in politica rappresentando una versione alternativa nel Vocabolario cinico. Quindi siam passati dal faceto al serio riportando le proposte di uno degli outsider candidati alle prossime elezioni politiche Oscar Giannino con il suo Fare per fermare il declino. Quindi alcune “lezioni” sulle cosiddette monete alternative, vietate in Italia ma diffuse nel mondo, sperando che qualcuno dei “nuovi” eletti si spenda in parlamento per renderle praticabili anche da noi. Anagrafe degli eletti, un doveroso scritto su questo tema approfittando della recente approvazione in Regione Piemonte della legge che la introduce anche da noi. Continuiamo poi con gli articoli sulle radici del successo della Civiltà occidentale, dopo la tecnologia e la competizione è la volta dell’effetto della proprietà privata diffusa rispetto al monopolio. Il prof. Riccardo Manzoni continua su questo numero la descrizione dei motivi alla base dei conflitti e della trasformazione in atto nei Paesi arabi: è la volta dell’Egitto. Un paio di articoli tratti da Politiche Piemonte edito dall’Ires Piemonte su Piemonte in cifre e sul Turismo culturale, precedono alcune “pennellate” del prof. Borzini. Buona lettura Nel disegno: Una realtà impossibile in cui l’acqua… va in salita. La cascata di M.C. Escher

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Elezioni 2013: niente di nuovo... Ed eccoci alle solite, un film visto e stravisto che siamo condannati a rivedere. Avevamo visto il governo Berlusconi lasciare per far posto al governo tecnico di Monti, che doveva salvare l’Italia dallo sfracello, ci dicevano. Però non tutti si sono sentiti salvati: non gli imprenditori suicidi per Equitalia, non i contribuenti che devono pagare le tasse più alte al mondo, non chi vede il debito pubblico che continua ad aumentare, non si sentono salvati coloro che hanno perso il lavoro, coloro che hanno dovuto chiudere le imprese, chi è entrato a far parte della categoria sociale dei nuovi poveri. Lo scrive l’Istat, lo scrive la BCE ma, ci raccontano, hanno salvato l’Italia dalla bancarotta. Responsabili della bancarotta? Nessuno, o tutti, che è uguale a nessuno. Monti afferma che la crisi è finita, quella finanziaria specifica, per quella sociale ci stiamo lavorando; tradotto: altre tasse. Fra i primi atti del nuovo governo, qualsiasi esso sia si dovranno raschiare, chi dice 7 chi 10, chi 14 miliardi... Alle volte si ha l’impressione che per i nostri politici governare e tas-

sare siano sinonimi. Chi non paga, in tutti i sensi, sono i partiti, le banche, i grandi finanzieri, i politici che hanno ridotto l’Italia in questo stato. Con le prossime elezioni non cambierà granché: è qualunquismo? Populismo? Crediamo sia solo sano realismo, siamo pronti a scommetterci e Dio solo sa quanto saremmo contenti di perdere la scommessa. Per quanto ci riguarda non abbiamo dubbi, per noi grossolani e stupidi beoti osservatori della politica, il panorama si divide in due emisferi: chi intende continuare le politiche inaugurate dal governo tecnico e chi è contrario ad esse. Monti è diventato il simbolo di una politica certamente nuova, che riteniamo inaccettabile perchè incentrata su quello che chiamiamo il Rigore strabico, né poteva esser diversamente visto che è stato messo lì propri dai maggiori responsabili dell’italico sfracello. Noi siamo fra coloro che non condividono tutte queste tasse, non condividono l’asservimento ai partiti, ed ai politici che sono stati i responsabili dello sfascio, non condividiamo la strumentalizzazione che il governo e presidente del Consiglio in testa con i media compia-

centi hanno utilizzato per terrorizzare i cittadini, per contrapporre categorie sociali, per seminare discordia e zizzania fra le stesse, al fine di prevenire contestazioni di massa come è accaduto in altri stati. E’ proprio una strana Italia; per oltre un anno PDL e Pd hanno votato le leggi di Monti ora le criticano, tutti erano concordi a cambiare il Porcellum ma nessuno lo hanno fatto, Berlusconi prima propone a Monti di fare il leader dei moderati e visto che non ci sta allora ne contesta la politica… in campagna elettorale. Sul simbolo del PDL c’è scritto Berlusconi presidente ma se dovesse vincere, dice, non farà il presidente, perché il suo principale alleato la Lega Nord non lo vuole. Ma tutti sanno che se farà il miracolo di vincere chi potrà mai impedirglielo?. Monti scrive il suo nome sui simboli che lo sostengono ma è senatore a vita e non è candidato, Bersani non scrive il nome sul simbolo ma se vince sarà premier e se non conquista la maggioranza al senato chiederà il sostegno di Monti. Ma Casini, che sostiene Monti, gli ha già detto che in questo caso non sarà presidente del Consiglio e non ne vuol sapere di Vendola che

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è il principale alleato del PD. Grillo non si allea con nessuno e punta a mandarli tutti a casa... Può sembrare contraddittorio, ma il copione è chiaro: chiunque vinca il prossimo governo sarà un casino, una specie di Prodi elevato al quadrato con un aggravante in più: la crisi economica, la recessione, i disoccupati, ecc. ecc. Risorse da raschiare ce ne sono ancora, tutti quegli immobili da pignorare, quelle aziende che gestiscono i servizi da vendere. Pensate che negli Usa in qualche stato hanno appaltato ai privati persino le carceri, (chissà cosa ne penserebbe Pannella). Pensate al demanio pubblico, a lla spazzatura (a proposito qualcuno ha notato che con la nuova legge sulla spazzatura approvata di recente anche l’illuminazione pubblica viene messa a carico dei cittadini?), alle aziende sanitarie: privatizziamo tutto. In sostanza le tasse serviranno a pagare l’inutile e inefficiente funzionamento dell’apparato statale (tradotto: il consenso), tutti gli altri servizi avranno una tassazione ad hoc che si aggiunge alla prima. Così paghi il bollo auto, il canone rai, imposta di registro, il ticket, l’Imu e via tassando… Posto che ben difficilmente gli italiani fanno rivoluzioni, cosa può invertire questo lento e inesorabile declino da tardo impero Romano? Ci stiamo meditando ma non abbiamo trovato risposte soddisfacenti. Una cosa forse potrà far cambiare, prendere atto che le istituzioni nate per soddisfare necessità sociali: sicurezza, istruzione, sanità, tutela del territorio, attività produttive, occupazione, ecc. di fatto sono diventare autoreferenziali, burocratiche, costose, inefficaci e inefficienti e sono la principale causa dei mali che avrebbero dovuto curare. Non aspettiamoci riforme, non verranno mai, ciò che si può fare, forse, è intervenire da soli come cittadini in collaborazione con quelle

istituzioni ancora sane, dove ci sono; ci vengono in mente i piccoli comuni, le associazioni no-profit ecc. Che i sindaci di buona volontà si schierino dalla parte dei cittadini, applichino le aliquote di tasse più basse possibili e solo quando costretti dalle leggi; riducano i costi di funzionamento dell’apparato, riducano la burocrazia all’essenziale. Amici sindaci ci raccontano che ormai si vergognano a uscire per strada per non incrociare gli sguardi o peggio le parole, dei compaesani che a fronte di continui balzelli vedono degradare se non scomparire del tutto i servizi sociali. Forse l’unica possibilità è parlare chiaramente con loro, spiegare che se si vuole veder riparata quella frana o quella strada, se si vuol ancora l’illuminazione pubblica, se si vuole un luogo in cui ritrovarsi, se si vuole aiutare coloro che hanno perso il lavoro o che non ce la fanno con la pensione, si deve ri-scoprire il volontariato, il senso di appartenenza e di comunità. Come accade quando c’è un terremoto, una guerra, una calamità naturale. Solo lavorando insieme al di là delle divisioni e delle fazioni spesso creata ad hoc per chi vuole fidelizzare elettori e cittadini per garantirsi uno zoccolo di consenso più o meno acritico ed utile all’interesse personale, se ne può uscire. Queste istituzioni, quelle che l’ultimo governo tecnico ha incarnato nel volto più duro e fazioso per capirci, sono il problema non la soluzione. Lo saranno sempre e sempre di più finché non si riuscirà a metterle sotto controllo, finchè non ci si sgancerà dalla finanza internazionale intro-

Dubbio amletico

E’ meglio votare per chi dice che abbasserà le tasse ma non è affidabile, o è meglio votare per chi dice che sarà necessaria un’altra manovra ed è affidabile?

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L’ultima (?) cena di Berlusconi

ducendo regole che impongano che l’interesse collettivo, la vita dei cittadini, le persone vengono prima delle speculazioni e dei profitti miliardari e della burocrazia. Bisogna togliere dal campo di aspirazione dell’idrovora finanziaria della burocrazia nazionale e della speculazione internazionale le nostre risorse, il nostro lavoro. Con tutta la buona volontà che possiamo accreditare a Bersani, o a chiunque vinca le prossime elezioni, non crediamo possa fare questo. Non ci sta riuscendo Obama negli Stati Uniti con ben altri poteri, ci riesce, per ora, bene la Cina che è una dittatura. Continueremo quindi ad assistere alla nuove/vecchie tiritere sulle riforme che non si faranno (e se si faranno verranno svuotate), agli interessi contrapposti, alle lobbies, alle crisi di governo ecc. ecc. sino alla prossimo step di crisi finanziaria con relative tasse... per salvarci, naturalmente. In passato le crisi di queste dimensioni portavano alle rivoluzioni o alle guerre (vedi articolo sulla crisi del’29 e la seconda guerra mondiale), si “spianava” tutto: lobby, interessi, politica, territori, istituzioni, tutto da ricostruire da zero, come un incendio nel bosco. Oggi non si può più, per fortuna, ma bisogna pur trovare un azzeramento incruento e forse poi, come qualcuno cantava, dal letame nasceranno i fiori. Per ora cerchiamo di sopravvivere... al letame.


Vocabolario cinico

Con tutta la retorica tipica delle campagne elettorali abbiamo voluto date una intepretazione “di fantasia” (?) a certi luoghi comuni

Popolo: Il popolo può assumere diverse declinazioni, ad es: in caso di beni di consumo il popolo si chiama: consumatori; nel caso di servizi: utenti, in caso di tasse: contribuenti, in caso di votazioni: elettori. I connotati del popolo sono rappresentati dalle statistiche che hanno la caratteristica di non coincidere con nessun individuo del popolo. Nelle democrazie il popolo è lo strumento di legittimazione del potere e delle istituzioni che da esso promanano. Assumono quindi grande importanza gli strumenti con cui qualcuno può fregiarsi di parlare in nome suo. Vedasi rappresentanza . Rappresentanza: nella sua accezione retorica è il soggetto di riferimento da cui deriva la legittimità dei ruoli istituzionali. I giudici agiscono nel nome del popolo italiano, i politici sono eletti dal popolo. Nella sua accezione cinica la Rappresentanza è lo strumento con cui millantare legittimità. Spesso la democrazia si riduce alla validazione degli strumenti che legittimano l’azione nel nome del popolo. Naturalmente di questi strumenti c’è n’è un’inflazione. Attraverso le elezioni gli eletti nelle varie istituzioni si sentono in diritto di parlare in nome del popolo, attraverso i concorsi una infinità di pubblici ufficiali rappresentano o dovrebbero rappresentare l’interesse pubblico ossia del popolo. Chi raccoglie tanta odiens nei mezzi di comunicazione, Tv, radio, giornali, facebook, siti, blog si sente rappresentante del popolo. Per molti questa è la frontiera avanzata della democrazia, per altri il presupposto, demokratico, per farsi gli affari propri. Patria: entità territoriale-politica-culturale risultato di secoli di storia comune in cui però si sono inevitabilmente consolidati rapporti di interesse e di potere in grado di garantire o tutelare qualche piccolo o grande diritto di qualche piccola o grande comunità di interessi.

Provate ad aprire una farmacia o a fare l’elettricista, o prendere una licenza per taxi o una bancarella ai mercati generali… nella vostra Patria Partecipazione: possibilità di far parte di qualche associazione finalizzata a perseguire un interesse comune (vedi). In politica ne sono un esempio le primarie, ma anche i partiti, ed anche le correnti nei partiti. Lo stesso si può dire nei consigli di amministrazione delle società e delle aziende, nelle officine come negli uffici. Partecipare = esserci = influire = salvaguardare i propri interessi e favorire la propria crescita… non economica, ma dei valori che si incarnano, naturalmente Istituzione: può esser privata o pubblica ma sempre organizzata (o disorganizzata) con risorse umane e strumentali. Istituzione pubblica: storicamente venivano create per dare risposta ad esigenze sociali: salute istruzione, sicurezza, tutela del territorio ecc. diversamente dalle istituzioni private non avevano, almeno a livello formale, finalità di lucro. Negli anni si degradano inevitabilmente in organizzazioni burocratiche, autoreferenziali, finalizzate a garantire potere, prestigio e denaro ai suoi membri sotto varie forme: lauti stipendi e/o benefit di politici, manager pubblici, influenze e capacità di condizionare le scelte organizzative, amministrative, politiche per salvaguardare e favorire i propri interessi. Arrivano spesso e volentieri ad andare contro le finalità per cui furono create. Esempio emblematico in Italia nell’istituzione sanitaria è l’aumenta del numero dei parti cesarei (anche contro gli interessi delle utenti del servizio) per ottenere, in base alle statistiche degli interventi, più personale, contributi e riconoscimenti di cui beneficiano in ultima analisi i dipendenti ad ogni livello che dall’istituzione traggono (Continua a pagina 33)

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Fare per fermare il declino: le ricette per la crisi

Oscar Giannino

Le proposte politiche di un torinese chi viene da una cultura liberale...

Fra i tanti partiti e candidati in campo per le prossime elezioni abbiamo scelto di scrivere di uno di loro: Fare per fermare il declino Come ormai regola per OP, la scelta non è stata fatta in base ad appartenenze o affinità politiche o men che meno partitiche, ricordiamo che nei precedenti numeri della rivista abbiamo scritto di Grillo (M5S), Renzi (PD), a livello regionale di Alberto Goffi (UDC), il criterio vorrebbe essere quello della novità, della originalità dei soggetti e magari delle proposte, anche se sotto questo aspetto ci pare veramente difficile essere originali. Il movimento (FID) è stato fondato da Oscar Fulvio Giannino, Torinese classe 1961 con un passato nelle file del Partito Repubblicano. Di ispirazioni liberali, si schiera con il No nei referendum sulla tariffa del servizio idrico e dei servizi pubblici. Laureato in giurisprudenza si dedica nella sua copiosa attività politica giornalistica all’economia. Per le prossime elezioni fonda Fare per fermare il declino, dal suo sito abbiamo estratto alcune proposte. Un dato che ci sentiamo di segnalare è, al di là, delle posizioni politiche in materia di tasse, debito pubblico e crisi economica, la dettagliata analisi che viene fatta di queste realtà e le conseguenti proposte politiche per dare loro soluzione. Naturalmente siamo tutti consapevoli che non sono certo le ricette economiche che mancano in Italia, ma la capacità di attuarle in presenza di una sistema politico, legislativo e giudiziario ormai bloccato. Ma questo è “il” problema di tutti: riuscire a tradurre qualunque idea in atti concreti. Modello elettorale Il modello che Fare per Fermare il declino propone è quello del maggioritario a doppio turno con parlamentari eletti in collegi uninominali. Tale sistema, che è stato efficacemente usato per i sindaci dei comuni superiori a 15.000 abitanti,

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garantisce al tempo stesso un chiaro legame tra rappresentato e rappresentati, rende più facile la formazione di maggioranze omogenee ed è meno ostile di altri sistemi maggioritari all’ingresso di nuove forze che possono rinnovare la scena politica quando necessario. Forma di Governo La forma di Governo che secondo Fare per Fermare il declino meglio rappresenta l’esigenza di stabilità del governo e controllo parlamentare è una forma parlamentare in cui, secondo il modello del cancellierato tedesco, il capo di governo sia indicato dal Presidente della Repubblica ma eletto dal Parlamento, con la conseguenza che un’eventuale sfiducia parlamentare debba recare con sé anche l’indicazione del nuovo capo di governo, il quale ha facoltà di proporre al Presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri. Referendum Il requisito sul quorum nella sua forma attuale sia sostituito dal requisito che, per abrogare una legge, sia necessario che almeno il 25% degli aventi diritto al voto si esprima per l’abrogazione. In altre parole, per abrogare una legge è necessario conquistare la maggioranza dei voti validi espressi e inoltre ottenere almeno il 25% dell’elettorato. In questo modo chi è contrario all’abolizione delle norme oggetto di referendum non ha alcun interesse ad astenersi. Si eliminerebbe così il fenomeno deteriore dell’astensione strategica che si è spesso accompagnata a tentativi di soffocare il dibattito e la diffusione dell’informazione sui temi del referendum. Al tempo stesso il requisito di ottenere almeno il 25% dei voti degli aventi diritto per poter abrogare una legge garantisce che nei casi in cui vi sia effettivamente un genuino disinteresse generalizzato verso l’iniziativa referendaria, tale iniziativa fallisca. Trasparenza


Rendere pubbliche le sedute del Consiglio dei ministri. È inammissibile, infatti, da un punto di vista democratico che le norme a cui siamo sottoposti siano frutto di riunioni e discussioni di cui non sappiamo nulla, se non un breve comunicato stampa scritto dallo stesso governo al termine delle sedute. Lobbies In molte democrazie avanzate (dagli Stati Uniti d'America al Canada, dalla Gran Bretagna alla Germania, dalla Francia all'Australia), il rapporto tra decisore pubblico e lobbies e' regolamentato e reso trasparente, in modo che chiunque possa sapere -spesso attraverso siti web ad hoc- quali interessi hanno influenzato una certa decisione della politica. Il problema, tuttavia, non e' il lobbying ovvero l'attività di influenza che il privato svolge sul pubblico. Anzi, tale attività e' espressione di un diritto costituzionale, come ha riconosciuto la Corte costituzionale italiana fin dal 1974. Il problema e' che servono regole chiare e uguali per tutti che rendano trasparente e da tutti conoscibile il rapporto tra lobbies e politica. Per questo bisogna: - creare un elenco dei lobbisti da tutti consultabile on line (sul modello sperimentato, per ora, dal solo Ministero dell'Agricoltura); - pubblicare on line gli interessi economici, culturali ed associativi dei decisori pubblici, attuando finalmente la legge del 1982 sulla cd "anagrafe patrimoniale degli eletti"; - pubblicare on line le fonti di finanziamento dei partiti superiori ai 50 euro (attualmente l'obbligo di pubblicità è solo per i contributi superiori ai 50000 euro); - introdurre regole per una maggiore chiarezza dell’organizzazione e del funzionamento delle associazioni sindacali e di categoria, in particolare le associazioni dei consumatori, dato il delicato ruolo di rappresentanza con una categoria eterogenea e indefinita come quella, appunto, dei consumatori. Rifiuti abolizione della tassa sui rifiuti, da sostituire con una tariffa sui servizi offerti in un mercato competitivo; apertura al mercato per gli operatori che intendono offrire servizi di

raccolta e riciclaggio dei rifiuti, garantendo la loro tracciabilità e il rispetto dei criteri di priorità nella gestione dei rifiuti stabiliti dall’Unione europea; Il ruolo dei poteri pubblici deve essere orientato in modo deciso verso la vigilanza sul rispetto delle norme, con pene severe per chi viola le norme ambientali e i criteri di priorità nella gestione dei rifiuti. Solo in questo modo è possibile promuovere la realizzazione di una filiera che garantisca la più efficiente gestione dei rifiuti e la realizzazione degli investimenti necessari al raggiungimento degli obiettivi europei in materia di recupero e riciclaggio. Urbanistica e consumo di suolo Detrazioni per lavori di riqualificazione degli immobili esistenti; definizione degli oneri di urbanizzazione in misura pari ai reali costi delle opere di urbanizzazione necessarie; destinazione della totalità degli oneri di urbanizzazione alle opere necessarie a garantire la qualità della vita delle aree di nuova urbanizzazione; riforma del TU edilizia: riduzione della discrezionalità amministrativa nel rilascio del permesso di costruire rilasciato da parte dell’amministrazione pubblica con il consenso dei privati su cui l’intervento edilizio ha un impatto ambientale e/o paesaggistico, mutuando il modello di “neighbour consent” applicato in paesi come l’Australia, dove il coinvolgimento in fase di progettazione dei proprietari di terreni e immobili su cui i lavori possono avere un impatto (paesaggistico o ambientale) previene il contenzioso e dà elementi valutativi che indirizzano l’azione amministrativa in sede di rilascio del permesso. Semplificazione Razionalizzazione delle competenze e degli organismi preposti alla tutela dell’ambiente fissazione ex ante di soglie e standard ambientali nel rispetto dei quali non è necessario lo svolgimento di procedure ambientali (es. l’Autorizzazione Integrata Ambientale, rilasciata mediamente dopo 54 mesi dalla presentazione dell’istanza e la Valutazione di Impatto Ambientale, che ha una durata me-

dia di 42 mesi dall’avvio del procedimento); riduzione degli adempimenti e delle autorizzazioni da richiedere per l’approvazione di progetti innovativi che comportano un beneficio per l’ambiente, per la realizzazione di bonifiche, per la rimozione dell’amianto, per la messa in sicurezza di impianti e edifici in aree a rischio idrogeologico; obbligo di indicazione nella relazione tecnico-finanziaria dei costi per le imprese e per la pubblica amministrazione conseguenti all’eventuale introduzione di oneri burocratici. Fisco abolizione della Robin Tax e adozione di misure di fiscalità ambientale, che rendano parte dell’imposizione fiscale (es. una quota dell’Ires) proporzionata all’impatto sull’ambiente e al consumo di beni ambientali. Parchi e aree naturali protette Riforma della legge 394/91 che affida la gestione di parchi e aree naturali protette a organismi di nomina politica; fissazione da parte delle amministrazioni pubbliche di obiettivi e risultati da conseguire ai fini della tutela dell’ambiente e della biodiversità; coinvolgimento di associazioni e privati capaci di creare valore, anche attraverso un uso sostenibile (es. a scopi ricreativi) e la rigenerazione delle risorse, da reinvestire nella conservazione e valorizzazione delle risorse ambientali. Liberalizzazioni Liberalizzare l'economia è uno degli strumenti per fermare il declino italiano e tornare a tassi di crescita economica sostenuti. Liberalizzare un mercato significa rimuovere gli ostacoli di varia natura, in particolare di natura normativa e fiscale che impediscono la libertà di ingresso, organizzazione dell'attività imprenditoriale, e uscita dal mercato. Uno studio della Banca d'Italia ha mostrato che la piena liberalizzazione del settore dei servizi - grazie alla quale il margine convergerebbe verso i livelli medi europei - consentirebbe una crescita, nel lungo periodo, dell'11% del Pil, dell'8% dell'occupazione e del 18% degli

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investimenti, mentre i salari reali salirebbero del 12%. In generale noi vogliamo aumentare la concorrenza perché: - fa calare i prezzi, in quanto uno degli strumenti attraverso cui le imprese possono accrescere la loro quota di mercato è conquistare nuovi clienti offrendo occasioni più convenienti; - spinge le aziende a investire per migliorare e differenziare i loro prodotti o servizi, incrementandone l'efficienza e la produttività; - incentiva l'innovazione, consentendo di creare nuovi mercati e ampliare la libertà di scelta dei consumatori. Esistono diversi indicatori indiretti che confermano come l'Italia sia un paese poco esposto alla concorrenza. Per esempio, nel periodo precrisi (quando tale osservazione non era influenzata dalla recessione) il numero di nuove imprese create in Italia era inferiore a quello osservato in altri paesi simili, mentre il tasso di uscita è analogo. Nel settore dei servizi, a differenza di quello manifatturiero esposto alla concorrenza internazionale, il mark up (ricarico sul costo) delle imprese italiane (tra cui vari monopolisti pubblici) tende a essere significativamente superiore ad altre nazioni europee. Spesso liberalizzare significa semplicemente abrogare norme esistenti che servono unicamente a proteggere lo status quo, ma in altri casi occorre tener conto delle specificità dell’industria: - nei settori caratterizzati da infrastrutture fisiche che devono essere utilizzate da tutti i concorrenti (reti elettriche, gas, ferrovie, ecc.) tali infrastrutture devono essere assoggettate a una regolamentazione stringente e, dove possibile, essere separate dalle società che vendono

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i servizi per evitare conflitti di interesse; - dove è necessaria una regolamentazione di settore (energia, trasporti, banche, ecc.) tale compito dovrebbe essere assegnato a organismi tecnici indipendenti e non politicizzati; - le imprese a controllo pubblico che operino su mercati concorrenziali devono essere privatizzate, facendo precedere tale operazione da una riorganizzazione interna che ne limiti il potenziale monopolistico; - nel caso dei servizi pubblici per cui si ritiene socialmente desiderabile che la collettività sussidi la produzione (trasporto pubblico, gestione rifiuti, illuminazione stradale, ecc.) è opportuno che il gestore del servizio venga individuato attraverso gare tali che il risultato della gara sia contendibile (cioè non sia scontato il vincitore). Gli esiti della gare devono essere legati a criteri i più oggettivi possibili e l’affidamento deve avere durata la più breve possibile. L’opera di liberalizzazione deve essere estesa ovunque sia possibile. A titolo di esempio, ecco una lista assolutamente non esclusiva di settori in cui è urgente intervenire, e cosa va fatto. Ferrovie Rendere immediatamente operativa l’Autorità per i trasporti, assumendo personale adeguato non di provenienza ministeriale e individuando un collegio di elevato profilo tecnico. Completare la separazione proprietaria della rete ferroviaria (Rfi) da Ferrovie dello Stato Italiane Spa. Separare le varie componenti di Trenitalia (passeggeri, regionale e cargo) e privatizzarle separatamente. Abrogare immediatamente tutte le norme anticompetitive, in particolare quelle relative al trasporto regionale Italia contenute nella legge 99/2009 (per esempio la possibilità di negare ai nuovi entranti il permesso di effettuare

fermate intraregionali qualora questo comprometta l'equilibrio economico del titolare del servizio pubblico). Bandire entro la fine della legislatura gare realmente contendibili in tutte le regioni. Garantire la massima trasparenza e accessibilità dei dati relativi a bilanci, performance e qualità del servizio per tutti i servizi in affidamento. Trasporto pubblico locale Introdurre in via ordinaria il principio per cui nel trasporto pubblico locale è ammessa la concorrenza nel mercato. Ammettere per i comuni e le regioni la possibilità di affidare servizi in esclusiva solo a fronte della dimostrazione che non è possibile affidare il servizio (o parte di esso) a privati in concorrenza e che i benefici sono superiori ai costi, fermo restando che tale motivazione deve essere sottoposta a parere vincolante dell’Autorità per i trasporti e, nelle more della sua operatività, dell'Antitrust. Laddove i servizi siano affidati attraverso gare, adottare una rigorosa standardizzazione di bandi e disciplinari ed eliminare clausole che non siano strettamente attinenti all'obiettivo di garantire il miglior servizio al minimo costo per i contribuenti. Tali compiti andranno svolti dall’Autorità per i trasporti e, nelle more della sua operatività, dall'Antitrust. Garantire la massima trasparenza e accessibilità dei dati relativi a bilanci, performance e qualità del servizio per tutti i servizi in affidamento. Privatizzare tutte le società di trasporto pubblico locale. Elettricità Rivedere le norme esistenti finalizzate al perseguimento di obiettivi di politica industriale attraverso interventi nel settore elettrico. Tra questi: I sussidi alle imprese grandi consumatrici di energia elettrica


(in particolare Trenitalia). I sussidi alle imprese di generazione - tra cui qualsiasi forma di sussidio della capacità produttiva non utilizzata. Le modalità di incentivazione all’installazione di pannelli fotovoltaici su piccola scala. Rivedere i meccanismi che disciplinano la realizzazione di impianti di generazione da fonti rinnovabili. In particolare, sarebbe possibile provvedere all’introduzione di: Un meccanismo di selezione operante attraverso aste delle iniziative da incentivare senza limite inferiore. Prevedere meccanismi che assicurino la localizzazione efficiente degli impianti di generazione da fonti rinnovabili. Allocare correttamente, anche agli impianti a fonti rinnovabili, i costi che essi causano al sistema dovuti a sbilanciamento, congestioni, etc. Accelerare il decalage degli incentivi rinnovabili con un obiettivo pari a zero a partire dalla capacità installata dal 1 gennaio 2015 (compatibilmente col raggiungimento degli obiettivi europei). Rinegoziare i sussidi concessi nel passato laddove diano luogo a extraprofitti. Ridefinire con più precisione i compiti del regolatore, includendo per esempio la regolazione degli incentivi rinnovabili, impedendo decisioni che si traducano nel sussidio a specifiche categorie di consumatori, e incrementare il grado di trasparenza sul processo decisionale. Rivedere la governance del settore riducendo il numero di enti e limitandone il perimetro di intervento. In particolare: Spingere sul mercato la produzione di energie rinnovabili, in sostituzione dell'attuale ritiro da parte del Gestore dei servizi energetici (Gse). Razionalizzare i soggetti esistenti, raggruppandoli e affidando a esterni con aste le attività attualmente svolte da Gse e Acquirente Unico. Privatizzare il Gestore

dei mercato energetici. Riformare la borsa elettrica in modo tale da passare gradualmente dal prezzo unico nazionale a prezzi zonali per incentivare il potenziamento delle reti. Prevedere in tempi ragionevoli il totale switch off anche per i consumatori domestici e abolizione di ogni prezzo di riferimento. Terminare l'attuale socializzazione dei costi della morosità. Privatizzazione totale di tutte le società del settore in mani pubbliche (incluse le reti). Gas Completare la separazione tra rete e distribuzione con la cessione di Snam e/o Eni, da parte di Cassa depositi e prestiti, ad azionisti diversi. Valutare l'opportunità di dividere Eni in almeno due parti, separando la parte utility dalla parte petrolifera tradizionale e cederle ad azionisti diversi. Assicurare il pieno utilizzo della capacità di importazione esistente garantendo: (a) che siano emessi e assegnati al mercato tutti i diritti di trasporto compatibili con la capacità fisica disponibile; (b) l’introduzione obbligatoria di clausole use or lose (si perde il diritto se non lo si utilizza) per i diritti di transito. Rimuovere la priorità del gas di stoccaggio per gli usi domestici ed eliminare ogni forma di discriminazione di prezzo di origine normativa o regolatoria tra diverse tipologie di consumatori. Il meccanismo di sussidio dei grandi consumatori attraverso l’allocazione a titolo gratuito delle capacità di stoccaggio incrementale create da Eni è complicato e potenzialmente distorsivo: valutare se eliminarlo totalmente o riformarne contenuto e modalità di copertura. Se sarà possibile individuare adeguata copertura finanziaria, ridurre l’accisa sul gas almeno al livello medio europeo. Reintroduzione, se necessario, dei tetti antitrust. Riforma distribuzione locale gas per rendere più contendibili le gare. Prevedere in tempi ragionevoli il totale switch off anche per i consumatori domestici e abolizione di ogni prezzo di riferimento. Privatizzazione totale di tutte le società del settore in mani pubbli-

che (incluse le reti) Assicurazioni Superare l'attuale processo di mediazione obbligatoria introducendo la possibilità di risolvere il contenzioso in modo definitivo attraverso la possibilità dell'assicurato di richiedere un arbitrato vincolante. Semplificare la regolamentazione distributiva in relazione alle categorie (riducendole a 2 dalle attuali 5) e deregolamentare le forme di collaborazione ammessa. Incentivare la diffusione della ‘scatola nera’ per le automobili; Incentivare la diffusione di forme di assicurazione contro le calamità naturali, anche allo scopo di allocare più correttamente i rischi e consentire un più adeguato finanziamento degli interventi nei casi di emergenza. Garantire la piena portabilità dei fondi pensione, anche per la parte spettante al datore di lavoro. Liberalizzare l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Poste Ridurre il perimetro del servizio universale alla dimensione minima prescritta dalle direttive europee. Rimuovere ogni residua riserva legale (in particolare le notifiche degli atti giudiziari). Assegnare il servizio universale secondo gare distinte per categorie merceologiche e lotti geografici e a condizioni realmente contendibili, affidando al regolatore il compito di individuare perimetro, ampiezza e durata degli affidamenti. Dividere Poste Italiane secondo le linee di business esistenti - in particolare separando societariamente Bancoposta dai servizi postali in senso stretto - e privatizzarli separatamente. Telecomunicazioni ed editoria Privatizzare la Rai e abolire il canone. Rimuovere i tetti alla raccolta pubblicitaria. Applicazione rigorosa delle norme antitrust e delle norme relative al conflitto di interesse. Valutare l'opportunità di mantenere un canale per il servizio pubblico, nel qual caso il servizio andrebbe affidato tramite procedura a evidenza pubblica. Abolire ogni forma di finanziamento pubblico all'editoria.

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A proposito di moneta complementare

Margrit Kennedy

In tutto il mondo le monete complementari aiutano la gente e l’economia e in Italia?

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Margrit Kennedy è nota per i suoi studi sulle monete complementari e per il fatto di averle poi messe in pratica. In Germania coordina una rete regionale delle monte complementari E’ partita con una moneta il Ciemgauer nel 2003, dopo aver studiato ripreso sperimentato adesso conta 63 esperienze fra quelle iniziate e quelle in corso. Ci spiega perché abbiamo bisogno di cambiare il sistema monetario. “Se volete cambiare qualcosa di così importante per la gente e per la società, come il sistema monetario dovere avere veramente delle ottime ragioni per farlo.” M. Kennedy ha lavorato negli ultimi 24 anni come architetto, ed ha cominciato ad osservare meglio il sistema monetario quando ha scoperto che l’architettura ecologica che è ciò che vuole fare risulta irrealizzabile con l’attuale sistema monetario. Da qui il suo scopo di sensibilizzare le persone, la gente normale che svolge la vita di tutti i giorni, sulla impossibilità che ha l’attuale sistema monetario mondiale di andare avanti in questo modo ancora per molto, e su come creare qualcosa di diverso. In una televisione

tedesca è stato presentato il sistema monetario complementare tedesco a partire dallo Chiemgauer. La prima parte spiega come nasce l’idea delle monete locali attraverso un progetto scolastico, nella seconda parte c’è l’intervento di un professore di economia che sostiene la nascita delle monete locali. L’argomento fondamentale è che ormai non abbiamo quasi più nessuna altra possibilità se non quella di sostenere la loro diffusione. Ci sono circa 400 negozi che aderiscono alla rete delle monete locali tedesche e non vi sono mai state esperienze negative con questo genere di moneta: il Chiemgauer Attualmente il valore totale in circolazione di questa moneta è di 200.000 € Come funziona la struttura di circolazione del Chiemgauer sul territorio? E’ possibile ampliare gli scambi regionali sempre creando circuiti chiusi in cui il Chiemgauer può circolare. Attualmente il circuito del Chiemgauer sta crescendo molto bene e sempre più persone fanno uso di questa moneta locale, possiamo senz’altro dire che l’esperimento funziona. All’inizio può sembrare strano ma è una questione di abitudine in fondo il Chiemgauer, la moneta locale, è solo uno strumento in più per aiutarci a scambiare beni a livello di piccoli distributori. Il vero problema sono le grandi catene che non sono affatto interessate allo sviluppo delle realtà regionali. Oggi le regioni sono completamente subordinate al mercato globale, quindi per aiutare la realtà regionale bisogna regionalizzare le filiere produttive. Sempre più negozi stanno entrando nella rete delle monete locali. Ma perché abbiamo bisogno di cambiare il sistema monetario? Ci sono almeno tre ragioni per le quali l’attuale sistema monetario che abbiamo non è più adatto alle nostre esigenze ed è difficile poterlo mantenere.


La prima ragione è da ricercarsi nel fatto che cercando solo l’investimento più produttivo che si fa nel mondo il denaro è come un aspirapolvere che porta soldi là dove già ce ne sono tanti. Le realtà regionali possono tenere dei prestiti solo a condizioni che comunque sono stabilite dal mercato globale. Negli ultimi 4 anni il 40% di tutti i fondi coinvolti negli investimenti mondiali sono stati assorbiti dalla Cina. Cioè fondamentalmente i nostri risparmi, i fondi delle assicurazioni per la vita, stanno finanziando lo sviluppo in Cina, piuttosto che garantire posti di lavoro e industrie che perdiamo, qui nei nostri Paesi, ed arriva un punto a cui tutto questo può diventare molto pericoloso. Il sistema è quasi come una droga, come il caffè o l’alcol, fino ad un certo punto è ok e può funzionare ma arriva ad un punto in cui diventa dannoso. La seconda ragione è rappresentata dagli effetti della redistribuzione del denaro, per cui l’80% della popolazione contribuisce alla ricchezza di un solo 10%, vedremo poi come questo accade. La terza ed ultima ragione è il cosiddetto effetto cancro che ha un andamento esponenziale di crescita e che trova nella teoria matematica la sua possibilità di esistere, ma nella realtà è impossibile. Abbiamo quindi un bisogno urgente di analizzare tutto questo, non stiamo parlando di qualcosa di esoterico o morale, in larga parte stiamo parlando di semplice matematica. In queste tre ragioni ci sono una infinità di aspetti diversi, per spiegare come dovrà avvenire il cambiamento del sistema. A questi problemi sono legati tre risultati e tre soluzioni, ci sono molte altre soluzioni, molti altri risultati e molti altri problemi se li vogliamo affrontare. Ma questi sono i primi fra i più importanti. Ci sono dalle 40 alle 50 realtà regionali in Germania che stanno per introdurre monete complementari locali e 14 hanno già implementato la propria moneta locale. Quello di cui si è fatto prima cenno, il Chiemgauer, riguarda il primo esperimento realizzato. Parliamo ora di tre tipi di concezioni errate che quasi tutti nel mondo hanno riguardo il denaro.

La prima cosa che nessuno considera è che ci sono differenti tipi di crescita. C’è la crescita naturale, quella lineare e quella esponenziale: (a) nella slide sotto. La crescita del nostro corpo è naturale, raggiunta una certa dimensione si ferma e resta costante nel tempo. Poi c’è quella lineare che a noi interessa poco, più macchine hai più riseci a produrre (b) Ma la più importante e quella esponenziale, quella del cancro che inizia con un cellula poi con due poi con 4, 8, 16 e così via, va molto veloce (c). Questo è il tipo di crescita del nostro sistema monetario basata sugli interessi e sugli interessi composti che crescono in maniera esponenziale. Con un esempio: se Gesù o suo padre avessero investito 1 centesimo la tempo della sua nascita. Tornando sulla terra nel 2000, considerando l’interesse annuo medio del 5% che è stato pagato nella storia, quella immaginaria banca in cui fosse stato depositato il centesimo 2000 anni fa, dovrebbe pagare a Gesù una cifra in € pari a 24 seguita da 39 zeri… In altre parole è una cosa impossibile. Gli interessi e gli interessi composti con la loro crescita esponenziale possono solo funzionare nell’immediato o nel breve termine, non nel lungo termine. Il punto è che se voi investite come uomini d‘affari in qualsiasi cosa, voi dovete avere indietro come effetto del vostro investimento, più di quello che la banca garantirebbe come interesse se voi aveste la-

sciato quel denaro nella banca. Se avete dei soldi, voi confrontate ciò che avrete dalla banca come interesse con ciò che otterreste dall’investimento produttivo. Il punto è che il tasso di interesse sul denaro stabilisce il livello minimo di produttività economica di qualsiasi investimento su prodotti o attività che voi facciate. Perciò la crescita esponenziale del sistema degli interessi stabilisce lo stadio della nostra crescita economica, cioè è il tasso di interesse che decide se produrre qualcosa è economico oppure no. Questo è patologico ed è esattamente la ragione per cui tutti i politici parlano continuamente di crescita economica. Quindi è veramente molto importante che noi capiamo bene che questo è impossibile. Un’altra errata concezione, che è anche la più importante vi fa pensare: ok paghiamo gli interessi nei prezzi dei prodotti, ma noi riceviamo anche degli interessi quando risparmiamo del denaro, quindi la cosa è equilibrata. Se guardiamo la popolazione tedesca suddividendola in 10 parti uguali e cerchiamo quanti e chi guadagna gli interessi, e quanti e chi paga gli interessi, noterete che l’80% della popolazione paga il doppio di interessi rispetto a quello che guadagna. Il 10% invece paga e riceve più o meno lo stesso, nel restante 10% rientrano tutti gli interessi che la maggioranza dell’80% perde. Perciò in Germania ogni giorno 1 miliardo di € è ridistribuito dall’80% della popolazione che paga per avere il suo denaro a quel 10% che

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prende tutto. Nessuno parla di questo. E’ un tabù totale, nessuno parla della redistribuzione del denaro all’interno del sistema stesso. Allora perché è così? Ci sono molte spiegazioni diverse. Ci sono molte persone che dicono quel 10% che profitta del sistema monetario impedisce che la gente sappia apertamente come funziona veramente il sistema. Se parlate con molte persone di quella piccola parte del 10% e se loro avessero la possibilità di scelta se continuare con questo sistema o cambiarlo, vi risponderanno di preferire l’attuale sistema. In realtà sono loro stessi a non comprendere come funziona il sistema. Vediamo i tre risultati di questo sistema: Il primo è che abbiamo una continua inflazione, perché se abbiamo gli interessi abbiamo anche l’inflazione. Quel che valeva nel 1950 il Marco, nel 2000 vale 20 Pfennings perciò il Marco ha perso in 50 anni l’80% del suo valore e parliamo di una delle monete più stabili del mondo. Il secondo risultato sempre in questi 50 anni è che l’incremento della ricchezza globale del sistema è aumentato incredibilmente di 400 volte mentre la ricchezza effettiva che entra nelle nostre tasche è aumentata solo di 18 volte. Per cui si è creato questo enorme gap fra l’ammontare del denaro che circola e quello che effettivamente noi abbiamo. L’ultimo dei risultati di cui vogliamo parlare riguarda le transazioni monetarie. Se osservate il suo totale in tutto il mondo, soltanto il 3% è la parte che è destinata veramente

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in beni o servizi, mentre per il 97% si tratta solo di speculazione monetaria. Qui si rappresenta come l’80% della popolazione attraverso i prezzi dei prodotti paga più interessi di quanto riceva poi indietro. La colonna a destra, grigia (vedi slide sotto) esprime la realtà di un mondo in cui praticamente 350 persone detengono più della metà della ricchezza totale del pianeta. Ciò viene raccontato non per diffondere invidia sociale, ma solo per mostrare che né quell’80% che paga più interessi capisce come è che accade che paghi di più, né d’altra parte, l’ultimo 10%, capisce come fa a ottenere il suo profitto. Come possiamo pretendere di cambiare qualcosa che nemmeno noi consociamo? Quindi non si vuole qui dire che da una parte ci sono i buoni che pagano e dall’altra i cattivi che guadagnano, ci interessa capire come funziona il sistema e ciò che va compreso è che tutto ciò non è sostenibile. Non si può avere un sistema mone-

tario come questo in una democrazia: è impossibile. Perché o hai questo tipo di sistema e non hai democrazia, o hai democrazia e allora si cambia questo tipo di sistema. In Argentina un uomo che aveva lavorato 36 anni alla banca centrale dell’Argentina suggerì di evidenziare come sia impossibile avere una situazione democratica e di diritto quando non si ha prima una situazione democratica sul denaro. Questa è la cosa più importante da capire. Chiediamoci ora come possiamo cambiare questa situazione? Prima vediamo però i risultati di una tale situazione: Il Marco tedesco una delle monete più fori al mondo in 50 anni a causa della inflazione ha perso l’80 % del suo valore Nella slide sopra abbiamo l’incremento dell’assetto monetario durante lo stesso periodo, sempre in Germania. Le colonne verdi rappresentano la crescita totale del sistema, quelle azzurre, rappresentano le entrate degli stipendi. Anche la slide in lato nella pagina successiva è molto importante. La piccola parte verde rappresenta le transazioni economiche per i soli beni e servizi nel mondo, la parte rossa è l’incremento della sola speculazione finanziaria. In 8 ore nel mercato mondiale è scambiato molto più denaro di quanto tutte le banche centrali del mondo messe assieme possiedono come riserva. Se ci fosse qualcosa che non funziona, in una simile situazione non esiste nessuna istituzione la mondo che possa controllare o bloccare il


danno. L’arresto della crescita attorno al 2001 è dovuto alla nascita dell’Euro i cui effetti immediati bloccarono per un po’ la speculazione finanziaria, poi anche l’Euro prese parte al gioco. Questo grafico è stato pubblicato dalla banca centrale d’Indonesia. Quando M. Kennedy ha scritto il suo primo libro dedicato agli interessi e all’inflazione del denaro era ancora convinta che parlando alle istituzioni politiche e bancarie si potesse ancora muovere qualcosa dall’alto per riformare il sistema monetario. Nel libro pubblicato nel 2005 sostiene invece che l’unico modo per riformare il sistema deve partire dal basso. Ma perché non accade? Perché i politici fanno soltanto quello che la gente capisce. Qui si vede come abbia funzionato la soluzione delle moneta locale che è esistita in Austria fra il 1932 e il 1933. Potete vedere che al città di Vörgl chiamò questa moneta certificati di lavoro. Invece degli interessi per garantirne la circolazione applicò una piccola tassa sulla moneta che permise di abbassare l’inflazione.

Questo è il demurrages ossia l’interesse negativo. Non è l’esatta definizione perché in questo caso si tratta più di una commissione per renderne possibile l’uso. Se noleggiate una macchina e non la restituite voi pagate una tassa così se prendete la moneta e non la restituite voi dovete pagare una piccola tassa. Se volete avere un banca dove mettere i soldi allora in questo caso non pa ghe re te la tassa perché la banca lo rimette in circolo. Io paragono la moneta locale al gettone del supermercato che ti danno per un euro quando prendi il carrello e poi ti restituiscono quando lo rimetti a posto. Voi non potete spendere quel gettone in giro. I soldi della piccola tassa che pagate sulla moneta comunque poi vi sarà restituita in termini di servizi ai cittadini che la città può offrire con quei soldi. Ma torniamo al discorso: 5000 certificati di lavoro circolarono 400 volte nella cittadina di Vörgl e crearono scambi di beni e servizi per un valore di beni e servizi del valore di due milioni di Scellini. Se prendete per le tasse sulla moneta il

12%, su 5000 è soltanto di 600 scellini, una cifra molto bassa. Loro spesero questo denaro rimettendolo in circolazione come ha fatto Mr Perna nel parco dell’Aspromonte pagando le persone che lavoravano. Ridussero così del 25% la disoccupazione, incrementando le entrate nella città del 35% e incrementato gli investimenti pubblici del 220% . Gli interessi che oggi con questo sistema paghiamo quando prendiamo un prestito è suddiviso in queste 4 voci: 1,7% è la commissione per la banca, lo 0,8% è il premio dell’assicurazione contro i rischi; il 4% è il premio di liquidità per chi mette da parte il denaro. Poi c’è l’ 1,5% per l’aggiustamento dell’inflazione. Totale 8% Nel sistema delle monete complementari locali il premio della liquidità non esiste dunque il costo della moneta è esattamente dimezzato Oggi l’interesse è il problema principale, ma c’è anche un altro pro-

blema molto grosso, è che in questo sistema il denaro funziona molto bene soltanto per uno scopo: per fare altro denaro. Mentre ci dovrebbero essere altre monete specializzate a finanziare altri scopi. Se vogliamo salvaguardare una certa area per fini sociolali, culturali, abbiamo bisogno di un’altra moneta specificamente studiata per ottimizzare il conseguimento degli scopi che vogliamo ottenere. Chiamiamo questo genere di moneta complementare, perché essa non vuole sostituirsi alla moneta ufficiale corrente. Ecco tre esempi di moneta complementare: Il Fureai-Kippu Giapponese, Il Wir Wirtschaftsring in Svizzera e il Saber in Brasile.

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Il Fureai-Kippu in Giappone ottimizzato per le persone anziane, un’altra è il WIR Wirtschaftsring in Svizzera che serve per gli affari di piccola e media entità, poi c’è la Saber Educational una moneta Brasiliana per l’educazione scolastica. Questa sono monete che possiamo chiamare settoriali, che nascono per servire scopi specifici. Il Fureai-Kippu è una sorta di ticket di cura nato nel 1995 sostiene le persone anziane con l’aiuto di quelle più giovani che ottengono dei crediti orari che possono spendere altrove in qualsiasi parte del paese come vogliono e non sono personali ma cedibili ad altri. Per esempio potete dare i vostri crediti ai vostri genitori, in un’altra

parte del paese o usarli per voi stessi. Insomma è una forma di credito orario che non crea inflazione perché un’ora è un’ora e rimane sempre quella. Veniamo al sistema del WIR in Svizzera. Per settant’anni dal 1934 è stato un sistema di scambi di crediti fra piccole e medie imprese, in cui i membri sono circa 60.000 e che nel 2002 hanno consentito uno scambio di circa 1 miliardo e 700 milioni di Wir. Ma la cosa principale è che questo sistema è anticiclico, cioè ha aiutato le stesse banche svizzere a mantenere stabile il ciclo economico. Cosa vuol dire anticiclico? Quando l’economia va bene le banche possono prestare denaro senza problemi, quando l’economia va male stanno molto più attente. Perciò le banche che sostengono i cicli alti e bassi dell’economia, sono procicliche, mentre tutte le monete complementari sono anticicliche, cioè sono molto più stabili.

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Questo è comprensibile se pensate che potendo vendere i vostri prodotti in Franchi Svizzeri, perché dovreste usare il Wir?. Ma se non potete allora avete delle buone ragioni per usarlo. Se le banche centrali fossero lungimiranti aiuterebbero le monete locali complementari, le banche centrali quando l’economia va male tentano di uscire cercando di esser anticicliche, ma non vi riescono bene, al contrario delle monete locali che invece lo sono sempre. Passiamo alla diapositiva a sinistra. Questo è un esempio veramente importante, si tratta per ora solo di una proposta ma mostra bene cosa possono fare le monete complementari. In Brasile il 40% della popolazione è sotto i 15 anni, per cui hanno un enorme problema di educazione. Così il governo ha deciso di aumentare dell’1% le tariffe dei cellulari per avere 1 miliardo di dollari da destinare alla educazione. Stabilito questo legame fra questi soldi e lo scopo educativo, come si possono usare quei soldi? La proposta è quella di usare il denaro come fondo per la creazione di una moneta per l’educazione scolastica. Si distribuiscono dei Voucher a dei giovani studenti che possono comprarsi materiali scolastici e, man mano crescendo, questi voucher

continuano a sostenerli fino all’università. Quando hanno concluso gli studi possono convertire questi voucher in dollari americani. Questi voucher perdono il 20% all’anno. Se si studia questo sistema di pagamento dell’insegnamento scolastico, si vedrà che i benefici educativi del sistema si possono quantifi-

care il 10 miliardi di dollari, invece del miliardo iniziale. La diapositiva al centro è la più importante perché mostra la differenza fra la moneta complementare e quelle tradizionali. Le monete complementari sono orientate verso il loro uso funzionale e non verso il profitto come le monete ufficiali. Hanno una accettazione limitata invece che generale e questo è un vantaggio. Hanno una circolazione incentivata verso uno scopo appropriato invece che verso l’interesse e il profitto fine a sé stesso, sono trasparenti invece di avere una creazione misteriosa. Tutti quanti comprendono che questa moneta per l’educazione è costruttiva e funziona. Ma quanti capiscono come funziona il sistema monetario nazionale? Sono molto pochi. Le monete complementari sono trasparenti tutti ne capiscono il funzionamento. Possiamo averne un controllo democratico, altrimenti come fai a controllare qualcosa se non la capisci? L’ultima cosa veramente importante è che le monete complementari offrono per tutti una soluzione vincente. Tutti vincono in questo sistema. Gli studenti vincono, le scuole, le università, tutti i paesi possono avere la loro moneta finalizzata alla educazione. Tutti questi vantaggi sono applicabili sia a tutte le monete settoriali che a quelle locali. Quindi la domanda è: perché abbiamo bisogno delle monete locali? Fondamentalmente per usare denaro perché crei lavoro, sostenga gli scambi ed i servizi all’interno della regione, per creare una sorta di salvagente impermeabile intorno alla regione nell’oceano dell’economia globale. Puoi anche scambiare la moneta locale con l’Euro ma questo ti costa. Cioè la moneta locale consente di separare la regione dall’economia globale, è come garantirsi una battello di salvataggio sul Titanic che sta affondando.


Se ci dovesse esser un crollo significativo dell’economia globale, ci sarebbero comunque delle realtà regionali che potrebbero cautelarsi contro questa eventualità. Se uno guarda una piccola zattera da una grande nave può sembrare ridicola, ma se la nave sta affondando, allora la zattera è la salvezza. Un altro vantaggio è l’incremento delle produzione regionale perché i prodotti verrebbero acquistati con la moneta locale che continua a circolare solo nella regione e quindi le risorse locali non vengono disperse all’esterno. Il valore aggiunto e il surplus rimane nella regione. La comunità riesce così ad avere i servizi essenziali di pubblica utilità. Quel che ci piace fare o che ci piace avere di basilare lo potremo pagare con la moneta locale. Cioè prima di tutto i bisogni primari, cioè cibo acqua ed energia. Inoltre ci sarebbero legami più stretti fra produttore e consumatore, si rafforzerebbe sia l’identità regionale che le sue diversità e

viene ridotta la richiesta di trasporto ed energia. Abbiamo visto all’inizio come viene scambiato il Chiemgauer. C’è una scuola che vende il Chiemgauer a diverse associazioni culturali, educative, ecologiche. Loro comprano 100 Chiemgauer per 97 €. Trattengo il 3% e lo danno ai loro membri in parità. 100 Chiemgauer per 100 € non c’è nessun tasso di profitto ma supportano la loro associazione. Con questi soldi possono comprare in diversi negozi, e i negozianti possono fare acquisti l’un l’altro. Oppure possono convertire i Chiemgauer in € perdendo il 5%. Questo 5% è una sorta di tassa biologica per qualsiasi genere di transazione come se fosse un’altra tassazione su un costo già esistente. Il denaro significa fiducia. E’ una sorta di accordo fra noi che dà valore ad un pezzo di carta e che decidiamo insieme che vale ad esempio 500€ Quindi se abbiamo bisogno di creare una moneta locale abbiamo bi-

GLOB

sogno di creare fiducia in questa moneta locale. Ecco alcune voci che possono concorre a dare fiducia: le municipalità, il sistema bancario, le industrie di prodotti e servizi, le grandi compagnie infrastrutturali che gestiscono l’elettricità o l’acqua, le agenzie di servizi sociali come le banche del tempo o le associazioni. Quindi svariati gruppi possono emettere la propria moneta complementare se sono in grado di cerare questa fiducia. Nel settembre 2003 in Germania vi sono state iniziative per la nascita di 23 monete locali, che si sono strutturate in rete. Nel febbraio 2006 dopo 2 anni e mezzo le iniziative sono 50 di cui 14 emettono già la propria moneta locale e hanno creato una associazione. E’ importante notare che ogni modello di moneta locale è diverso e questo è fatto apposta per adattare esattamente la moneta ai nostri scopi e trovare quella che funziona meglio.

CONSUMATORI

Associazione Nazionale Consumatori

COMUNICATO STAMPA 10/01/2013

INIZIATA LA PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE DI RIMBORSO “IMU” Sulla base dell’anticostituzionalità dell’Imposta IMU, la Globconsumatori ha iniziate a presentare, per coloro che ne hanno fatta richiesta, le Domande di Rimborso, depositate presso i competenti sportelli delle P.A. interessate (Comuni). Questo il primo passo per poter eventualmente procedere, in caso di “ silenzio/rifiuto ” , da parte dei Comuni coinvolti, con la preannunciata azione di “Class Action”. Gli uffici della Globoconsumatori, sono a disposizione per chiunque intendesse rivolgersi ai medesimi per tale circostanza.

Globoconsumatori Onlus Ufficio Stampa Sede Nazionale Via Cremona 6 – 15121 Alessandria (AL) Tel.: +39 0131 261455 r.a. – Fax: +39 0131 317130 r.a. Email: globoconsumatori@globoconsumatori.it www.globoconsumatori.it- globoconsumatori@pec.globoconsuamtori.it C.F. 96048200065 Ex Iscrizione Albo Regionale Piem: D.D. DB 1703 n.108

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La lunga strada per introdurre l’anagrafe degli eletti arriva finalmente anche in Piemonte

Quando un deputato della Repubblica deve far sciopero della fame per avere i bilanci delle spese della Camera...

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Una lunga e vecchia battaglia iniziata dai Radicali nel 2008 e che si è tradotta in Piemonte nell’approvazione della L.R. 17/2012. Probabilmente più che la ragione a portare alla approvazione della legge fu la montante rabbia contro la politica e le Regioni in particolare, a causa degli scandali sulle spese “poco ortodosse” effettuate. Il primo atto di (positiva) belligeranza contro una realtà di assoluta assenza di trasparente della politica fu una campagna lanciata dal movimento Radicali Italiani nell'estate 2008, per la riforma in direzione anglosassone della trasparenza nelle istituzioni politiche italiane ed europee e verso una maggiore trasparenza. Idea che, con una certa difficoltà, è diventata poi patrimonio di altre forze politiche della sinistra, e poi anche della destra, anche se ancora oggi si possono registrare resistenze in tal senso. L'idea di base è quella di pubblicare su internet i dati riguardanti le presenze, lo svolgimento dei lavori, i risultati, gli stipendi, gli emolumenti, le consulenze, i pagamenti, di tutti i politici eletti e di tutte le persone che ricoprono un ruolo politico pubblico. Quest'elenco quindi comprende: europarlamentari, ministri, deputati, senatori, assessori regionali, consiglieri regionali, assessori provinciali, consiglieri provinciali, assessori comunali, consiglieri comunali, consiglieri municipali, e tutti i loro collaboratori. Lanciata nell'estate del 2008, la proposta per un'anagrafe pubblica degli eletti è iniziata quando in quel periodo sono partite in tutta Italia iniziative di raccolta firme su questa proposta da parte delle associazioni Radicali sparse nel paese.

Un primo importante passo avanti in questa campagna è stato ottenuto il 18 novembre 2008, quando il sito web della Camera dei deputati ha pubblicato sulle proprie pagine i dati delle presenza dei deputati in aula; il Senato è addivenuto alla stessa determinazione alla fine del marzo 2009. La campagna per un'Anagrafe pubblica degli eletti nel frattempo ha trovato spazio sulle pagine di diverse testate giornalistiche, come ad esempio su Il Sole 24 ORE con un articolo di Guido Gentili. Nel dicembre 2008 un secondo passo avanti è costituito dalla presentazione del progetto di legge a prima firma Pietro Ichino, n. 1290 del Senato della Repubblica della XVI Legislatura firmato da esponenti del gruppo parlamentare PD del Senato della Repubblica compresa la capogruppo Anna Finocchiaro e la vicepresidente del Senato della Repubblica Emma Bonino, aggiorna le previsioni della legge del 1982 sulla pubblicità dei dati patrimoniali dei parlamentari, estendendola a tutti gli eletti e richiedendone la pubblicazione sui siti internet degli organi di appartenenza. Il 12 dicembre 2008, alla Regione Campania, il Vicecapogruppo del PD, Nicola Caputo, presenta la proposta di legge: Anagrafe pubblica

degli eletti. Disposizioni sulla trasparenza e l’informazione. Le norme oggetto della proposta di legge del Consigliere regionale rendono possibile il controllo da parte dei cittadini-elettori sull’operato di Consiglieri regionali, Assessori e Presidente di Giunta e di chiunque partecipi all’attività dell’amministrazione. Le norme proposte riguardano: a) criteri di trasparenza (pubblicazione sul sito internet della Regione) sull’operato dei singoli consiglieri regionali e degli assessori (pubblicazione dei dati patrimoniali, delle spese per staff e consulenze, dei provvedimenti presentati ecc.); b) criteri di trasparenza (pubblicazione sul sito internet del-


la Regione) sulle attività della Regione (patrimonio, immobili, personale); c) verbalizzazione e pubblicazione sul sito internet della Regione del voto di ogni singolo Consigliere su ogni singolo provvedimento. (Il testo integrale della Pro-

Camera dei deputati dal presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini contenente il dettaglio delle spese del ramo del parlamento. Il 25 novembre 2009 la proposta di legge: Anagrafe

posta di legge è disponibile in: Collegamenti esterni)

pubblica degli eletti. Disposizioni sulla trasparenza e l’informazione. presentata dal

Un ulteriore importante passo avanti è stato ottenuto da Marco Cappato (eurodeputato della Lista Emma Bonino) che il 14 gennaio 2009 ottiene l'approvazione da parte del Parlamento europeo di Strasburgo (con 355 voti a favore e 195 contro) del rapporto Marco Cappato sull'accesso ai documenti del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea. Il 10 marzo 2009 la campagna ottiene un altro importantissimo risultato con l'introduzione del sistema di riconoscimento biometrico per il voto elettronico alla Camera dei deputati, ossia con il metodo anche detto anti-pianisti. La proposta di tale sistema era stata infatti presentata nel settembre 2007 proprio dall'allora deputato Sergio D'Elia, esponente di spicco del Partito Radicale. Intanto la campagna trova altri, seppur piccoli, spazi sui mezzi d'informazione. Il 17 marzo 2009 è Il Gazzettino, quotidiano di Veneto e Friuli-Venezia Giulia, a pubblicare un articolo sul tema. Il 7 luglio 2009 la Camera dei deputati ha approvato un ordine del giorno, presentato dalla deputata Rita Bernardini (Lista Emma Bonino - PD), che impegna gli uffici del parlamento a pubblicare una sorta di Anagrafe pubblica degli eletti: “La Camera [...] impegna, per le rispettive competenze, l'Ufficio di Presidenza e il Collegio dei Questori: a rendere fruibili sul sito internet tutte le informazioni relative all'attività, alla condizione patrimoniale dei deputati in vista della formazione di una sorta di anagrafe dei deputati, compatibilmente con il rispetto delle vigenti disposizioni legislative e regolamentari”. Un passo avanti è stato intrapreso nel febbraio 2010, quando la deputata Rita Bernardini (Lista Bonino Pannella), in seguito ad un lungo sciopero della fame, è riuscita ad ottenere un documento sui dati finanziari riguardanti le spese della

Vicecapogruppo del PD al Consiglio Regionale della Campania, Nicola Caputo, ottiene il parere favorevole, all’unanimità, della II Commissione Consiliare Permanente (Bilancio e Finanze, Demanio e Patrimonio). Il 22 maggio 2010 i due consiglieri regionali radicali del Lazio Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo hanno annunciato la presentazione d'una proposta di legge in sede di Regione Lazio per l'istituzione d'un'anagrafe pubblica degli eletti e dei membri dello staff di suddetta regione. In quell'occasione, Mario Staderini (segretario dei Radicali Italiani) ha lamentato la mancata attuazione della proposta da parte del Comune di Roma, sebbene l'assemblea consiliare del Campidoglio l'avesse approvata nel novembre 2009. La proposta è stata rilanciata ed accolta da Bruno Astorre (PD), vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio, Roberto Buonasorte (consigliere regionale laziale La Destra), Enzo Foschi (consigliere regionale laziale PD). Nel giugno 2010 Manfredi Palmeri, presidente del consiglio comunale di Milano, ha annunciato che entro fine giugno verrà pubblicato online un docum e nt o conten e n t e tutti i dati economici dei membri d e l l a giunta e del consiglio comunale. Il 1 Luglio 2010 il consiglio comunale di

Bari ha approvato un ordine del giorno che istituisce l'anagrafe degli eletti. La proposta è stata presentata dal consigliere Pietro Petruzzelli che, nonostante le critiche di alcuni colleghi, è riuscito ad ottenere anche il voto favorevole di tre consiglieri di opposizione. Dal 5 gennaio 2011 la pagina web principale del Comune di Bari ha un link dove è possibile accedere a tutte le informazioni rilevanti. Si tratta di uno dei primi casi nei quali alle delibere consiliari è seguito l'atto concreto dell'istituzione dell'Anagrafe. A fine luglio 2010 il consiglio regionale della Campania (prima regione in Italia) approva una legge per l'istituzione dell'Anagrafe pubblica degli eletti per i membri del consiglio regionale e della giunta regio(Continua in ultima pagina)

(Continua in ultima pagina)

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Civiltà e proprietà privata

Spagnoli e inglesi con la colonizzazione delle Americhe furono inconsapevoli sperimentatori di due modelli di civiltà: confrontiamoli...

Tratto da: il successo della Civiltà occidentale da History channel

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Partiamo dalla storia di due navi, la prima approda in Perù settentrionale nel 1528 con a bordo 13 spagnoli e il Conquistador Francisco Pizarro. La loro ambizione è di impadronirsi di un vasto continente inesplorato in nome del re di Spagna. L’equipaggio di una seconda nave che approda in America settentrionale un secolo dopo è composto da semplici braccianti inglesi, impazienti di guadagnarsi qualche appezzamento di terra col sudore della propria fronte. Queste navi simboleggiano le due diverse americhe: una quella dei Conquistadores l’altra quella dei servi debitori. I primi sognavano di saccheggiare tutto l’oro degli Inca, i secondi sanno che li aspettano anni e anni di duro lavoro. Una differenza sostanziale fra i due equipaggi cambia l’intero corso della storia della civiltà occidentale e proietterà una delle due americhe ai vertici delle ricchezze prodotte e del potere, ma quale? Si stanno mettendo in luce sei fattori unici, sei segreti del successo che permisero all’occidente di prevalere sugli altri. I primi due sono competizione e scienza, che abbiamo visto nelle precedenti puntate, ora vedremo il terzo fattore: spiegando come mai la democrazia proprietaria fiorì in nord America ma non nel sud. Inoltre se l’occidente dovesse perdere il monopolio su questi fattori, la nostra civiltà sarebbe destinata a scomparire? E’ un Nuovo mondo, ma diventerà il mondo dell’occidente. Gli europei attraversano l’oceano atlantico per andare alla conquista di una grande terra che prima del 1507, non compariva neppure sulle mappe geografiche: l’America. Sono sempre gli europei soprattutto spagnoli e inglesi a competere accanitamente per accaparrarsi anime, oro e terre e ad essere disposti ad attraversare gli oceani per conquistare continenti interi. Uno degli esperimenti naturali più importanti della storia.

Prendiamo due culture europee, esportiamole e imponiamole su larga scala a territori e popoli diversi. La cultura anglosassone al nord e quella spagnola al sud e vediamo chi se la cava meglio. Alla fine ci sarà un unico vincitore. Esaminando il mondo attuale, quattrocento anni dopo, constatiamo che gli Stati Uniti sono la prima potenza dell’Occidente, ma come e in che modo questo è avvenuto? Ingenuamente si potrebbe pensare che questo popolo fosse più laborioso, che le sue terre fossero più fertili o che vi fosse più petrolio o più oro nel sottosuolo, in realtà i motivi non sono questi. La chiave dell’ascesa dell’America fu un’idea, un’idea che cambiò il mondo. Nel 1670 una modesta nave inglese: la Carolina, approda su un’isola al largo dell’attuale Carolina del sud. Molti membri del suo equipaggio sono servi debitori decisi a rischiare la vita ad attraversa l’oceano per sfuggire alla vita misera che essi facevano in Inghilterra. Li aspettano anni di duro lavoro in un ambiente ostile. Ma le ricompense che li attendono alla fine sono fra le più desiderate al mondo, delle proprietà di primordine nell’America del nord ed il diritto di voto in questo nuovo mondo. Terre e rappresentanza: ecco il sogno dei coloni del nord. Tuttavia all’inizio, questi poveri migranti inglesi d’America del nord non paiono destinati a prosperare, sembra piuttosto che questa fortuna sia riservata ai Conquistadores, le maggiori ricchezze si trovano in sud America e gli spagnoli vi sono giunti per primi. Durante il sedicesimo secolo l’opera di colonizzazione delle Americhe viene demandata quasi interamente agli Spagnoli. I grandi imperi indigeni vengono assoggettati dagli avventurieri spagnoli. In Perù, Pizarro e i suoi Conqusitadores, spodestano il grande impero andino degli Inca. Uno degli spagnoli che si trova a bordo di quella prima nave, uno dei


più fedeli compagni di Pizarro è un giovane capitano di Segovia di nome Jeronimo de Aliaga. Agli occhi di De Aliaga il Perù sembra tanto strano quanto meraviglioso. Nella città perduta degli Inca, Machu Pichu in verità non fu mai trovata dagli spagnoli, nonostante si trovasse soltanto a 80 chilometri da Kuzco la capitale Inca. Quando Jeronimo de Aliaga e i suoi Conquistadores giunsero in questa regione del Perù, avevano già catturato e ucciso l’imperatore Inca Athaualpa e rivendicato tutto il suo impero nel nome del re di Spagna. Machu Pichu, luogo straordinario e misterioso, ci ricorda che nessuna civiltà è immortale, per quanto essa possa ritenersi forte e potente. Mentre la popolazione indigena viene decimata da malattie sconosciute sino a quel tempo e massacrata in modo sistematico, ¼ di milione di spagnoli attratta da racconti di immense ricchezze invadono le americhe imponendo la propria versione della civiltà occidentale. Ovunque volgano lo sguardo non vedono altro che oro e argento. Jeronimo de Aliaga che ricopre il ruolo di primo contabile di Pizarro riesce a quantificare al meglio questa nuova e immensa ricchezza. Migliaia di oggetti di metallo prezioso di un valore pari a circa 115 miliardi di euro vengono spediti via mare dal nuovo mondo verso l’Europa, e uomini come De Aliaga diventano estremamente ricchi. Per manifestare in maniera concreta la propria ricchezza e assoggettare ulteriormente i popoli nativi, De Aliaga fa erigere una meravigliosa casa a Lima sulle fondamenta di un tempio Inca. I suoi discendenti vi abitano ancora. Forti della certezza che la loro missione fosse benedetta da Dio e dal Papa, gli spagnoli sembravano essere sul punto di creare una nuova e spettacolare versione della civiltà occidentale, una civiltà che sarebbe stata gestita da due splendide città per mano di una ristrettissima e agiatissima elite di origine spagnola. Le città dell’America spagnola prosperano e si sviluppano, vengono erette diverse centinaia di chiese sontuose; migliaia di francescani e gesuiti arrivano in Sud America per convertire quel che resta della poInterno della casa di De Aliaga

polazione indigena, ma benché la chiesa eserciti una forte influenza, soltanto da corona spagnola detiene il potere ultimo, perché è l’unica proprietaria di tutte le terre. Questo stato di cose è in netto contrasto con il concetto di proprietà terriera che vige in Nord America. Nel 1670 dopo una attraversata sfiancante una giovane coppia squattrinata che si è impegnata a prestare anni di servitù debitoria, sbarca dalla prima nave salpata dall’Inghilterra che approda in Carolina. Quanto deve essere apparsa diversa l’America ad Abraham Smith e Millicent Howe quando approdarono sulle coste ostili della Carolina nel 1670. Gli spagnoli avevano trovato montagne d’oro e d’argento in Perù e in Messico, invece la Carolina sembrava solo un cimitero di alberi morti. Quando la Howe e Smith sbarcarono non trovarono nessun eldorado. Al contrario i coloni del Nord America sono costretti a coltivare granoturco per sfamarsi e tabacco per commerciare, le colonie americane britanniche restano per lungo tempo un mosaico di fattorie e villaggi con pochi paesi e quasi nessuna città. Inoltre gli indigeni qui sono tutt’altro che docili; appare quindi scontato che l’America ispanizzata di Jeronimo de Aliaga diventerà la terra del futuro. Mentre l’America di Millicent Howe e Abraham Smith rimarrà un zona rurale depressa.

Sembra che la civiltà occidentale sia destinata a prosperare solo in America del sud, ma non è andata esattamente così. Migliaia di chilometri quadrati di terra vergine, il nuovo mondo rappresenta una immensa estensione territoriale per le monarchie dell’Europa occidentale. La domanda chiave che si pongono tutti i nuovi coloni delle americhe, gli spagnoli a sud e gli inglesi a nord, è come ripartire tutta questa nuova terra. La risposta a questa domanda deciderà le sorti della supremazia della futura civiltà occidentale, ma le loro risposte saranno diametralmente opposte. Quando il capitano della prima nave approdata in Carolina tocca terra, porta con sé un progetto rivoluzionario imperniato sulla questione delle terre del nuovo mondo: la costituzione fondamentale della Carolina ideata dal filosofo John Locke al fine di regolamentare questa terra selvaggia da colonizzare. L’anomalia in tutto questo è che Locke non aveva immaginato un democrazia bensì un’aristocrazia, una società gerarchica con tanto di marchesi e baroni, la maggior parte dei coloni ignorava questa parte perché l’elemento che catturava la loro attenzione era un altro. Locke attestava che alla fine tutti sarebbero diventati proprietari di un fondo anche se di soli 20 ettari. Questo progetto si rivelò un modo valido e innovativo di organizzare la società.

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Civico 13 di Church street a Charleston

Porre l’accento sull’ampia distribuzione della terra come base per le nuove colonie britanniche riflette la radicata visione politica di Locke secondo cui il concetto di libertà è imprescindibile dalla nozione di proprietà privata. Tutto ruotava attorno al tema della suddivisione della terra in Carolina. Per mesi interi si pensò che la prima flotta diretta in Carolina fosse naufragata, ma quando finalmente si seppe che ce l’aveva fatta, questo documento, noto come il proclama di Barbados, fu redatto al fine di organizzare la distribuzione delle terre in quella zona. Il punto centrale di questo proclama era che assicurava un minimo garantito. “…ad ogni uomo libero che vi giungerà per coltivare la terra prima del 25 marzo 1672 verranno assegnati 40 ettari di terra i quali saranno per sempre di proprietà sua e dei suoi eredi…”, e di ettari da assegnare ce n’erano parecchi. Un unico problema intralcia la realizzazione dell’idea di Locke, in assenza di una popolazione indigena, la nuova colonia si trova a dover fronteggiare una drammatica carenza di manodopera. La soluzione consiste nel portare altri europei i quali per un primo periodo, in cambio del vitto e del passaggio in nave, lavoreranno a costo zero.

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In Gran Bretagna i volontari non mancano di certo. Uomini e donne come Millicet Howe e Abraham Smith accettano di sottostare ad un regime di servitù debitoria. Il documento datato 20 settembre 1769 recita fra l’altro. “… sappiate tutti che io Millicent Howe di Londra nubile mi impegno solennemente ad esser una serva fedele ed obbediente in tutto e per tutto, e di servire il capitano Joseph West, mercante, ed alloggiare presso la sua piantagione nella provincia di Carolina…” e dopo aver firmato, si salpava. Nell’ambito del periodo coloniale ¾ dei migranti europei si recano in America grazia alla servitù debitoria, la vita in Inghilterra è dura per Smith e la Howe, ma un grande incentivo spinge le persone a rischiare una traversata atlantica con un biglietto di sola andata, terminato il periodo di servitù riceveranno della terra propria. In questo modo persino le persone di minore estrazione sociale, possono ambire a diventare proprietari. Tutte le transazioni terriere avvenute sin dai tempi dei primi coloni, sono registrate al Converses office di Charleston, qui è censito tutto dalle grandi piantagioni dei primi coloni ai piccoli appezzamenti assegnati a chi rispettava il contratto di servitù debitoria. Ed ecco come funzionava il sistema per gente come Millicent Howe e Abraham Smith. Dai loro certificati originali datati 1677 e 1678 si può leggere che venivano loro garantiti rispettivamente 49 ettari e 109 ettari di terra vergine: “… ad Abraham Smith verranno immediatamente assegnati 109 ettari di terra che saranno misurati e ricavati in una porzione che non sia stata già assegnata ad altri…”. Dopo potevano disporre della terra a loro piacimento e coltivarla oppure venderla:

ce l’avevano fatta! Non si tratta soltanto di un successo economico ma anche politico, perché John Locke chiarisce molto bene nei suoi fondamenti della Costituzione, che in Carolina saranno i proprietari terrieri a detenere il potere politico. Il punto chiave era quindi: se eri un uomo come Abraham Smith, e non una donna come Millicent Howe e possedevi dei terreni avevi diritto di voto, e fu proprio questo rapporto fra proprietà e democrazia a trasformare radicalmente la civiltà occidentale. Inizialmente si trattava comunque di un concetto molto alla buona, basti pensare che i primi rappresentanti eletti nella Carolina del sud si incontravano al primo piano del civico 13 di Church street. Venti ettari di terra garantiscono ad ogni uomo libero il diritto di voto, e poiché ogni cittadino britannico che sbarca qui può guadagnarsi almeno venti ettari di terra, ecco scoperta la formula per ottenere un suffragio quasi universale. L’idea rivoluzionaria di legare la democrazia alla proprietà, nasce nelle colonie britanniche dell’America del nord, trecento anni fa. E’ la nascita di quello che fu chiamato, il sogno americano. Lo schema viene riprodotto in tutta l’America del nord, mano a mano che i coloni bianchi si spostano implacabilmente verso ovest, soppiantando gli indiani d’America in quanto proprietari dei territori. E’ questo il motivo per cui l’organizzazione inglese delle colonie fu così importante. Era tutta una questione di mobilità sociale. Un uomo come Abraham Smith poteva giungere su una spiaggia abbandonata da Dio in mezzo al nulla senza un soldo e trasformarsi nell’arco di pochi anni, in un proprietario terriero con diritto di voto. Nelle colonie spagnole a sud le cose si evolvono in modo molto diverso. In una bella vallata chiamata Caledon Devalias, Jeronimo de Aliaga si trova circondato da infinite risorse naturali. Le valli sono eccezionalmente fertili, le montagne sono piene d’oro e d’argento, la questione che deve affrontare De Aliaga è come sfruttare queste immense risorse, ma la sua risposta è molto diversa da quella ideata da John


Locke per il Nord America. Leggendo un documento relativo al una udienza del 1544 si capisce in che modo Jeronimo de Aliaga realizzò la sua grande ricchezza, in esso si scrive il modo in cui Francisco Pizarro concesse la metà di questa intera vallata lunga circa 50 chilometri, a de Aliaga ed al suo socio Sebastian de Torres. In realtà non gli stava cedendo la terra ma il lavoro di circa 6000 indios che vivevano qui. A differenza dell’America britannica dove la terra fu distribuita tra i coloni, qui venne distribuita fra i membri di una cerchia molto ristretta. Fino ad allora gli indios avevano lavorato per l’imperatore degli Inca, ora si trovano a dover lavorare per gli spagnoli. L’Encomienda è una istituzione economico-giuridica secondo cui i tributi vengono versati sottoforma di duro lavoro. Gli indios appartengono a de Aliaga il quale ne dispone come meglio crede mettendoli a lavorare nelle fattorie oppure ad estrarre oro e argento nelle miniere. De Aliaga diventa ricco grazia al lavoro degli indios, costruisce la sua bella casa, e finanza una chiesa meravigliosa. Di conseguenza la classe dei Conquistadores diventa quella dei ricchi nulla facenti d’America. Mano a mano che la proprietà delle terre passa dalla corona spagnola a questa elite di coloni le Encomiendas si trasformano in grandi tenute ereditarie, le haciendas. La maggior parte della popolazione rimane senza terra, e questo è in netto contrasto con il modello di proprietà privata capillare che si sviluppa in nord America. La mobilità sociale tipica dell’America britannica, in sud America non vide la luce. Questo chiarisce perché ad esempio in Perù vi sia uno schema di microappezzamenti che consente a malapena la sopravvivenza della popolazione indigena. Inoltre questo spiega anche le due diverse vie intraprese dall’America del nord e quella del sud, per raggiungere l’indipendenza politica. Nel 1775 nonostante le loro profonde differenze economiche e sociali, sia l’America del nord che l’America del sud sono ancora colonie governate da lontanissimi sovrani. Tutto questo però sta per cambia-

re. Il 2 luglio 1776 una folla si riunì sui gradini della borsa di Charleston, per ascoltare la proclamazione di indipendenza della Carolina del Sud dalla Gran Bretagna, circa quarant’anni dopo accadde in America del sud, quando il dominio spagnolo fu spodestato. Ma la rivoluzione che avvenne in nord America rinsaldò i diritti democratici dei proprietari terrieri e aprì la strada a due secoli di prosperità. L’altra rivoluzione condannò il continente a due secoli di sottosviluppo. Come mai? C’era una volta un generale che spodestò un impero e lo sostituì con la più grande democrazia che il mondo avesse mai visto, il suo nome era George Washington, e guidò le 13 colonie britanniche del nord America verso l’indipendenza. Anche un generale sud americano spodestò un impero, quello spagnolo ma non fu in grado di creare gli Stati Uniti del sud America. Il suo fallimento spiega perché l’America del nord riesce ad emergere ed assumere la leadership della civiltà occidentale. Il generale sud-americano è il figlio prediletto del Venezuela: Simon Bolivar. Nasce a Caracas nel 1783 ed è figlio di un facoltoso coltivatore di cacao, ispirato dalla invasione della Spagna per mano di Napoleone nel 1808, decide di guidare non solo il Venezuela ma tutto il Sudamerica, verso l’indipendenza della Spagna, e trasformare un continente autocratico in una democrazia. Mentre la rivoluzione americana proietta gli Stati Uniti sulla strada del potere e della prosperità, nonché della libertà politica, l’indipendenza dalla Spagna lascia al Sud America un perenne retaggio di conflitti, disuguagliante e dittature. Perché capitalismo e democrazia ebbero un esito così negativo in America latina? Perché se chiediamo a qualche professore ad Harvard se l’America latina appartiene all’occidente non è univoca la risposta?, perché Bolivar non fu il George Washington dell’America latina? Sicuramente all’inizio Bolivar riceve un forte sostegno da parte delle persone contro le quali si è battuto Washington, se leggiamo i nomi dei padri fondatori del Venezuela nel John Locke

centro di Caracas, leggiamo nomi come Mc Gregor, Robertson, Brown, Farrier, Ferguson, nomi certamente non latini. In realtà furono solo alcuni soldati inglesi e irlandesi che combatterono e talvolta morirono per la libertà e la democrazia in America latina. Tra il 1817 e il 1824 circa 7000 volontari inglesi e irlandesi partono per una straordinaria avventura militare; vogliono contribuire a liberare il Sudamerica dal dominio spagnolo. Alcuni di questi soldati sono veterani delle guerre napoleoniche, e proprio come i migranti inglesi partiti per il nord America vengono attratti dalla promessa di ottenere delle terre, molti altri sono reclute, ispirati dalla ben più nobile causa guidata da Bolivar: liberare i sud Americani da un sistema di governo repressivo. Fra di loro vi è un giovane capitano di Manchester Thomas Farrier, il quale si trova ben presto a capo di una brigata chiamata la legione britannica. Farriar e i suoi compagni approdano in una città chiamata Angostura dove è nato l’omonimo amaro, ingrediente di famosi drink. Da qui Farriar e i suoi uomini iniziano la famosa marcia per liberare il sud America. Per i quattro anni successivi combattono e muoiono in un susseguirsi di battaglie dall’Atlantico al Pacifico, infine il 24 giugno del 1821, la legione britannica arriva a Carabobo. Qui si svolge la battaglia decisiva della campagna di Bolivar in Venezuela. 6500 uomini di Bolivar fronteggiano 5000 monarchici fedeli alla Spagna. Se gli uomini di Bolivar riusciranno

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Piantagione di cotone nell’800

a sconfiggere gli spagnoli qui Caracas cadrà nelle loro mani. Bolivar ordinò a Farriar ed ai suoi uomini di aggirare gli spagnoli nascosti dietro ad una collina, appena furono avvistati gli spagnoli li accolsero con almeno due cannoni e tremila moschetti. Invano Farriar attese nel caldo opprimente che Bolivar gli inviasse i rinforzi. Nonostante la carneficina la legione britannica tenne duro finché non venne l’ordine di avanzare, la carica che ne seguì verrà ricordata come una delle più grandi prodezze mai viste nei campi di battaglia del Sud America. A colpi di baionetta la legione britannica infine conquistò le posizioni spagnole ma il comandante Thomas Farriar rimase ferito a morte. Alla fine della battaglia Bolivar chiama i soldati britannici salvadores de mi patria. Così la strada per Caracas e per l’indipendenza fu aperta per ogni nazione dell’America latina. Oggi Simon Bolivar viene riverito, addirittura idolatrato, per aver liberato non soltanto il Venezuela, ma anche la Bolivia, il Perù, l’Ecuador e la Colombia dal dominio spagnolo. Fu così che si guadagnò il soprannome di El libertador. Eppure osservandola più attentamente la liberazione dalla Spagna non aveva lo stesso significato del-

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Due foto d’epoca di schiavi

la’indipendenza dell’America del nord. Il concetto di libertà di Simon Bolivar era ben diverso da quello di Giorgio Washington. L’esperienza che Bolivar vive durante la rivoluzione di guerre intestine fra fazioni e di rivalità regionali, gli fa ripudiare quella democrazia parlamentare che un tempo caldeggiava. Due anni prima degli atti eroici delle legione britannica a Carabobo, Bolivar si rivolge al Congresso appena formato ad Angostura per esporre le sue idee sulla nuova costituzione della repubblica. Bolivar nutriva un notevole disprezzo nei confronti del sistema nordamericano, ecco cosa ne disse: “… benché la loro nazione si culli nella libertà, e sia cresciuta in libertà e si sia mantenuta esclusivamente sulla base della libertà, è un prodigio che un governo così debole e complesso quale il sistema federale sia riuscito a governarli superando tutte le difficoltà del loro passato…” dal punto di vista di Bolivar la costituzione degli Stati Uniti aveva bisogno di un vero miracolo per funzionare. Un aspetto del problema è costituito dal concetto di ineguaglianza ereditato dagli spagnoli. La famiglia stessa di Bolivar possiede 5 grandi tenute per un totale di 50.000 ettari di terra, un altro dubbio è che la democrazia sembra un sistema troppo rischioso per una società con una popolazione indigena molto più numerosa che al nord. Il sogno di Bolivar si rivelò non essere la democrazia in stile anglosassone, ma al dittatura, non il federalismo, ma l’accentramento dell’autorità. Come lui stesso disse “… i nostri compatrioti non sono ancora pronti ad esercitare i loro pieni diritti, poiché mancano delle virtù politiche che caratterizzano i veri repubblicani…” Per i soldati britannici che avevano combattuto per la libertà questo equivale ad un tradimento, non ricevono terra, né diritto di voto, nel sud America di Bolivar non ci sarà nessuna democrazia proprietaria. Poco prima di morire di tubercolosi nel dicembre del 1830, il

Liberatore scrive un ultima accorata lettera, in essa egli giunge alla conclusione che il sud America è semplicemente ingovernabile e si lamenta del fatto che “… se fosse possibile che un posto nel mondo sprofondasse nel caos primordiale sarebbe senz’altro l’America”. Si tratta di una previsione tristemente calzante del futuro dell’America latina. Le società nate con delle estreme disuguagliante interne, si sono evolute in istituzioni politiche molto instabili che hanno rafforzato queste disparità, provocando conflitti continui. Il risultato sono quasi 500 anni di lotte sociali, guerre civili, rivoluzioni dei meno abbienti nel tentativo di ampliare di pochi ettari le proprie terre. Così il Perù si trova nell’ondata di proteste contadine ed il problema è sempre la terra. Prima di affermare che il modello di colonizzazione britannico abbia senz’altro ottenuto il più grande risultato politico della civiltà occidentale, ovvero la costituzione degli Stati Uniti, bisogna riconoscere che si era macchiato di una sorta di peccato originale: il colore della pelle. Sia in America del nord che in America del sud è quello che determina i diritti di proprietà ed i diritti politici. Gli Afroamericani e gli indiani d’America furono esclusi dalla repubblica post-rivoluzionaria. Sui gradini della borsa di Charleston dove fu letta la dichiarazione di indipendenza, si vendevano anche gli schiavi. Come si risolve questo paradosso insito nel cuore della civiltà occidentale? Era una rivoluzione fatta nel nome della Libertà ma guidata da schiavi-


sti. Anche questa storia narra di due navi, ma queste trasportano verso le americhe migranti di un genere molto particolare. Entrambe salpano dall’isola di Gorè al largo delle coste del Senegal, una è diretta nel Brasile del Nord, l’altra a Charleston in Carolina, entrambe trasportano schiavi africani, una minima parte di quegli 8 milioni che attraversano l’atlantico fra il 1450 e il 1820. Questi schiavi erano diretti verso mondi molto diversi, il promo, l’America latina, si sarebbe trasformato in un vero calderone di razze, dove i bianchi si sarebbero mischiati liberamente con le popolazioni indigene. A nord invece la separazione in base al colore della pelle alla diversità razziale sarebbe stata mantenuta in modo più rigido. Viene spontaneo chiedersi: come influiranno questi due diversi atteggiamenti razziali sul futuro sviluppo delle due americhe? Perché il nuovo mondo ha così tanto bisogno dell’antica istituzione del schiavitù?, la risposta è semplice: il bisogno di manodopera. Prendiamo l’esempio di John Boone: arriva in Carolina sulla stessa nave di Howe e Smith nel 1670, Essendo membro del Gran Consiglio governativo della colonia, gode di un certo vantaggio e riesce ad accumulare diverse proprietà terriere. Nell’arco di venti anni l’estensione complessiva delle sue terre ammonta a circa 7000 ettari. In breve tempo i Boone si mettono coltivare nelle loro terre dei prodotti che alla fine si rivelano redditizi quanto l’oro dei Conquistadores, prima il tabacco e poi il cotone, che andrà a rifornire le fabbriche tessili della Inghilterra industriale. Ma i servi debitori inglesi non erano né abbastanza numerosi né abbastanza robusti per lavorare nelle piantagioni di cotone della Carolina, bisognava trovare altra manodopera e la scelte ricadde ovviamente sugli schiavi africani. John Locke fece della proprietà privata la base della vita nella colonia della Carolina, nell’articolo 110 della sua costituzione egli affermava chiaramente che”…ogni uomo libero della Carolina ha assoluto potere e autorità sui propri schiavi negri…” Per Locke possedere delle persone era importante quanto

possedere della terra. E questi esseri umani non possiederanno mai terra, né avranno mai diritto al voto, a quanto pare nulla è più importante del modello di colonizzazione britannico, e questa segregazione durerà per secoli. Nella terra dei Gullah che si estende da Sandy Island nella Carolina del Sud ad a May Island oggi nota come Gullah coast. Qui emergono le maggiori differenze fra il nord e il sud America. Per gli antropologi Gullah è un angolo esportato dall’Angola antica patria di esportazione dei suoi antenati. E’ davvero significativo che ancora oggi si trovino tracce dell’Angola nella Carolina del Sud, le persone che abitano queste isole sono i discendenti diretto degli schiavi angolani portati a lavorare nelle piantagioni più redditizie del sud. A differenza del sud America dove i bianchi e i neri danno vita ad una intera gamma di meticci, la sopravvivenza della etnia Gullah testimonia come la segregazione sia stata molto più rigida negli stati schiavisti del nord America. Ironia della sorte la terra dei liberi sembra essere la terra degli eterni schiavi per 1/5 della sua popolazione, la schiavitù diventa un fatto ereditario. Nel 1857 dopo 47 anni di schiavitù uno schiavo di nome Dred Scott intento un processo per riscattare la propria libertà nel tribunale di Saint Louis, perse la causa e la sentenza fu confermata dalla corte suprema degli Stati Uniti. Questo è il grande paradosso del Nuovo Mondo. I coloni inglesi amanti della libertà che crearono la costituzione americana erano anche ben decisi a mantenere una netta differenza fra libertà bianca e schiavitù nera. Le radici della democrazia proprietaria affondavano in una forte ineguaglianza sociale. In conclusione il paradosso della schiavitù in una società apparentemente libera può risolversi solo con la guerra, la guerra civile americana scoppia fra gli stati schiavisti del sud come la Carolina e gli stati del nord suoi fervidi oppositori. Giustamente la guerra inizia a Charleston. Ma anche se la guerra civile segna la fine della schiavitù molti coloni bianchi continuano a pensare che il loro benessere sia dovuto alla netta separazione fra

bianchi e neri. Ancora nel 1963 il governatore dell’Alabama George Wallace nei suoi comizi affermava: “segregazione oggi, segregazione domani e segregazione per sempre…” facendone il suo cavallo di battaglia elettorale. Era ovviamente una assurdità, era ridicolo credere che il benessere e la stabilità degli Stati Uniti rispetto ad un paese come il Venezuela fossero dovuti alla segregazione razziale. Al contrario il nord America ottenne risultati migliori rispetto al sud America proprio perché il modello di democrazia britannico fondato su una diffusa proprietà privata era più efficiente di quello spagnolo basato sull’accentramento della ricchezza e dell’autorità. Lungi dall’essere la chiave del suo successo la schiavitù e la segregazione sono semplicemente il peccato originale degli stati uniti che hanno smentito per due secoli la pretesa di esser il faro della civiltà occidentale. Oggi un uomo di padre africano è diventato presidente degli Stati Uniti e le città del nord assomigliano sempre di più a quelle del sud America, inoltre data la migrazione di massa che si sta effettuando dall’America latina, fra quarant’anni la popolazione statunitense di bianchi non ispanici, sarà una minoranza. Ma se gli Stati Uniti stanno attraversando un periodo di difficoltà economica non è certo a causa della fine della supremazia bianca, dopotutto uno dei protagonisti dell’economia mondiale odierna è il multietnico Brasile, e questo perché le riforme economiche hanno finalmente permesso alla popolazione di accedere al diritto di proprietà e di voto. A 500 anni dall’inizio del processo di conquista e di colonizzazione il grande divario fra l’America latina e quella britannica si sta finalmente colmando. Nell’emisfero occidentale sta finalmente e tardivamente emergendo un’unica civiltà. Ma come vedremo nel prossimo numero di OP la civiltà occidentale appariva molto diversa e molto bianca agli occhi del continente che subì la successiva ondata espansionistica dell’Europa: l’Africa.

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Quale Egitto? Riccardo Manzoni mb 339.1002650 e-mail: rikymanzoni@gmail.com

Per i fondamentalisti l’Islam divide il mondo in due parti: la Casa dell’Islam, dove già vige la legge islamica, e la Casa della Guerra, il mondo non ancora convertito...

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I FATTI Gli scontri avvenuti recentemente tra sostenitori ed oppositori di Morsi mostrano due “Egitti” reciprocamente estranei ed ostili: quello islamista, maggioritario, appoggia la nuova Costituzione voluta dall’attuale Presidente (approvata poi con il 64%), mentre quello laico la contesta profondamente. Questa divisione da un lato ricalca, anche geograficamente, la storia più remota dell’Egitto, dall’altro ricorda l’Europa e pone importanti interrogativi sul futuro politico di quel paese, ma anche della Tunisia e della stessa Siria. La spaccatura dell’Egitto in due parti distinte e potenzialmente contrapposte, infatti, è antichissima e per certi versi sopravvive alla stessa unificazione. Ciò emerge dal fatto che i Faraoni continuarono a mantenere la corona dell’Alto Egitto e quella del Basso Egitto separate, quasi a voler indicare che queste due parti erano unite nella loro persona, ma restavano comunque realtà ben distinte. Oggi questa divisione ricompare in forma per certi versi ancora più grave: al Basso Egitto che si identifica in gran parte con la società laica della capitale si contrappone l’Alto Egitto,

molto legato ai valori religiosi tradizionali. Certo, oggi nessuno mette più seriamente in dubbio l’unità dell’Egitto (per quanto alcune realtà locali particolarmente ostili a Morsi si siano proclamate repubblica indipendente), ma la spaccatura attuale ha a che vedere con visioni politico-religiose difficilmente conciliabili tra loro e ciò può avere gravi conseguenze sul futuro di quella nazione. CONFRONTO CON L’EUROPA Per la verità ciò che oggi osserviamo in Egitto dovrebbe esserci ben noto, in quanto anche nei paesi del Primo Mondo esiste ancora oggi una netta differenza tra le grandi città cosmopolite e globalizzate ed “il paese profondo” legato ai valori religiosi tradizionali. Non a caso anche da noi ciò ha conseguenze politiche simili, in quanto le prime molto spesso si identificano con i partiti di sinistra, mentre il secondo spesso vota forze conservatrici. Il Primo Mondo ha però una scolarizzazione decisamente più diffusa, meno squilibri sociali, un’abitudine ben più consolidata alla democrazia ed uno stile di vita più omogeneo al proprio interno; tutti questi fattori impediscono alle pur notevoli divisioni politiche di degenerare e di sfociare nella violenza. L’Egitto, invece, ricorda l’Europa dell’Ottocento più che quella attuale, in quanto ha al proprio interno profondi squilibri sociali, un notevole tasso di analfabetismo e ben poca familiarità con la democrazia, appena scoperta. In questo contesto il rischio che normali contrasti politico-ideologici diventino conflitti violenti o che si arrivi ad una nuova dittatura è decisamente più elevato. Infatti il mondo islamico sta vivendo un’esperienza storica molto simile a quella del 1848 in Europa ed in particolare in Francia: oggi come allora il “popolo della capitale” ha abbattuto il vecchio potere, ma poco dopo è stato privato della sua vittoria da forze estranee alla prima ondata rivoluzionaria che


però avevano dalla propria parte le campagne, zone abitate dalla maggior parte della popolazione. Un’ulteriore affinità tra le due situazioni è costituita non solo dalla contrapposizione tra borghesia ed operai da un lato e contadini dall’altro, ma anche dalla natura delle forze arrivate al potere, conservatrici in campo morale e capitalistiche in economia. Proprio queste caratteristiche costituiscono la forza ed allo stesso tempo la debolezza di Morsi: egli riesce a rappresentare la maggioranza degli Egiziani a livello di valori, ma sembra non essere ancora riuscito a creare un sistema economico in grado di ridurre la miseria della popolazione e la dipendenza dell’Egitto dagli aiuti esterni. Bisogna dire che Morsi è arrivato al potere da poco tempo, quindi non ha potuto mostrare fino in fondo tutte le sue capacità. Va ricordato a questo proposito che gli viene rimproverato dagli oppositori di non seguire il modello turco, ma essi si dimenticano del fatto che Erdogan è al potere da molti anni e ha quindi avuto la possibilità di incidere molto più a fondo anche in ambito economico. Rimane il fatto che, sia in Egitto, sia in Tunisia i “Fratelli Musulmani” ed “Ennadha” danno particolare importanza all’aspetto moralereligioso, mentre non affrontano (forse perché non sanno affrontare) i problemi economici. Questo comportamento, peraltro, potrebbe sembrare inspiegabile, in quanto da sempre i “Fratelli Musulmani” si caratterizzano per una notevole attenzione al sociale ed avrebbero tutto l’interesse a combattere la miseria, non foss’altro che per mantenere il consenso. Tuttavia non sono ancora riusciti a capire che il progresso economico è di per sé motore per combattere l’emarginazione e quella miseria che vorrebbero superare. La conferma di quanto questo disinteresse sia dannoso arriva proprio dall’Egitto, dove sembra che la loro popolarità stia calando. Infatti oggi i cittadini, come sempre dopo le rivoluzioni, si aspettano dai politici risposte in tempi rapidissimi, senza rendersi conto che i problemi da affrontare potrebbero richiedere anni per essere risolti. Solo alla fine del mandato i cittadini hanno il diritto di valutare l’operato Mohammed Morsi

dei governanti e decidere se punirli o premiarli. Pretendere di attuare questo giudizio dopo pochi mesi o comunque “in corso d’opera” invece non solo è inutile, ma, mentre permette ai politici di affermare di non avere avuto ancora abbastanza tempo per mantenere le promesse fatte, di fatto li spinge a soluzioni “facili” e spesso populistiche ed inefficaci, ancora peggio. Nonostante i limiti fin qui esaminati, gli oppositori di Morsi non sono certo messi meglio: non solo sono rappresentanti di una minoranza come visione politico-religiosa, ma in parte per essere sostanzialmente compromesse con il regime precedente: alcuni dei loro componenti non possono certamente proporsi in modo credibile come “salvatori della Patria”. Infatti chi, se non gli attuali nostalgici di Mubarak, hanno creato in precedenza le premesse di uno scontento così diffuso e generalizzato in tutti gli ambienti, sia popolari sia borghesi, anche se per motivi molto diversi tra loro, da determinare la caduta del vecchio governo? Questo può peraltro bastare a fare dormire sonni tranquilli ai “Fratelli Musulmani”? Non proprio: se è vero che rimangono più popolari dell’opposizione in quasi tutto l’Egitto, è altrettanto vero che, se non riescono a risolvere i problemi economici, possono un domani essere rovesciati dai Salafiti, da eventuali opposizioni oggi non esistenti o dai bastioni del vecchio regime, come l’esercito. CONFRONTO EGITTO-TUNISIASIRIA Da questo punto di vista i “Fratelli Musulmani” hanno sia un vantaggio sia un problema rispetto ad “Ennadha”, il loro equivalente tuni-

sino: la centralità dell’Egitto negli equilibri mediorientali. Infatti questo da un lato spinge gli USA a legittimarli ed a cercare di collaborare, dall’altro impedisce loro di usare metodi violenti contro gli oppositori perché perderebbero subito gli appoggi internazionali di cui godono, uscendone indeboliti. L’ambivalenza americana appena descritta è emersa molto bene recentemente, prima con il sostegno a Morsi (in occasione del riacutizza rsi de l conflitto israe lopalestinese), poi con la condanna da parte di Obama degli scontri tra i sostenitori di Morsi ed i suoi oppositori. Infatti gli USA considerano assolutamente prioritaria la stabilità dell’Egitto, tanto da preferire i “Fratelli Musulmani” all’incertezza. Va detto che questi ultimi per adesso si sono guadagnati la fiducia “sul campo”, in quanto hanno mostrato notevole equilibrio, destreggiandosi molto bene tra gli umori antiamericani degli Egiziani, soprattutto dei loro elettori, ed una politica estera tutto sommato simile a quella di Mubarak, il beniamino degli USA per alcuni decenni. Di per sé la continuità in questo campo non dovrebbe essere una novità, visto che gli interessi nazionali sono costanti nel tempo, ma diventa una notizia quando arrivano al potere forze che hanno sempre contestato radicalmente il governo precedente e tutte le sue scelte, come è avvenuto in Egitto. Evidentemente i “Fratelli Musulmani” non sono poi così estremisti come pensava in passato il Primo Mondo, oppure sono così intelligenti, astuti e pazienti da cercare, in un primo momento la collaborazione delle grandi potenze, per poi attuare una politica meno amichevole solo quando si saranno raffor-

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zati a sufficienza sia all’interno sia a livello internazionale. Quello che è certo è che, per adesso, i buoni rapporti tra Occidente e “Fratelli Musulmani” convengono ad entrambi: ai secondi per i motivi esaminati, al primo perché è innegabile che in questo momento i “Fratelli Musulmani” fanno da argine nei confronti dei Salafiti, ben più estremisti. In questo contesto le forze più vicine a noi rischiano di rimanere abbandonate al loro destino proprio da parte dell’Occidente, in quanto ritenute inutili od addirittura controproducenti. Intendiamoci: è normale che, per ragioni di Realpolitik, Europa ed USA collaborino con i “Fratelli Musulmani”, tanto più che questi ultimi hanno vinto libere elezioni e sono davvero rappresentativi del loro paese. Allo stesso tempo non possiamo nasconderci la realtà: per noi i “Fratelli Musulmani” sono un enigma di cui non conosciamo assolutamente la possibile evoluzione. Le loro caratteristiche, la loro storia e la loro “psicologia profonda” li rendono infatti allo stesso tempo simili ai conservatori, ai comunisti, ai nazisti ed autenticamente islamici. Con i conservatori, come visto in precedenza, hanno in comune la decisa volontà di riaffermare i valori religiosi tradizionali, senza con questo mettere in discussione il sistema economico esistente. Pur essendo ideologicamente opposti ai comunisti, condividono con questi ultimi molte caratteristiche: una struttura molto efficiente ed organizzata in grado di utilizzare le altre forze politiche come “utili idioti”, per poi impossessarsi del potere, oltre che la fede ardente nella giustezza della loro causa e nell’inevitabilità della vittoria. Inoltre sia i “Fratelli Musulmani” sia i comunisti hanno un notevole pragmatismo

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ed un senso del limite che permettono loro di sapere fin dove possono spingersi, evitando così di “fare il passo più lungo della gamba”. Da questo punto di vista sembra avverarsi anche in ambito sunnita la “profezia” di Khomeini, che aveva previsto il fallimento del comunismo e la sua sostituzione da parte dell’islamismo politico. Se queste fossero le uniche componenti dei “Fratelli Musulmani” potremmo dormire sonni relativamente tranquilli: dopotutto abbiamo convissuto in pace per un cinquantennio col blocco sovietico, perché oggi non potremmo con altrettanto successo ripetere l’esperienza con i “Fratelli Musulmani”? Il problema emerge nella sua complessità se si analizzano origini ed obiettivi finali dei “Fratelli Musulmani”: essi vengono fondati proprio in Egitto nel 1928 da Ansar al Banna, vengono affascinati dal fascismo e dal nazismo per il loro comune odio radicale verso liberalismo e democrazia e si propongono di ripristinare l’antica grandezza arabo-islamica dei primi secoli del Medioevo. Ciò conferisce loro una notevole ostilità verso il nostro mondo e quindi le preoccupazioni degli oppositori sono fondate. Questo si sta già verificando non tanto in Egitto, quanto in Tunisia, paese meno importante e quindi meno tenuto sotto stretto controllo dall’Occidente, dove Ennadha e Salafiti operano in modo più stretto contro il nostro stile di vita. Certo, in Tunisia ed in Egitto per adesso gli sforzi più o meno decisi di islamizzazione sono diretti verso le società dei rispettivi paesi. Il grande interrogativo a cui per adesso non sappiamo rispondere è se questi tentativi sono rivolti esclusivamente all’interno oppure se sono solo il primo passo per estendere un domani la legge islamica anche

Rached Ghannouchi, leader del Tunisian Ennahda Islamic movement

da noi. E’ evidente infatti che nel primo caso ci sarebbe un tentativo, certamente lontano dalla nostra sensibilità ma comprensibile, di difendere l’identità islamica minacciata dall’Occidente e ciò non creerebbe alcun problema a livello internazionale. Nel secondo dovremmo invece agire su un doppio binario: mantenere comunque buoni rapporti con chi detiene il potere in quei paesi, ma allo stesso tempo appoggiare più decisamente le forze vicine a noi in modo da avere alleati locali in grado di indebolire dall’interno la loro azione. Il dubbio è quanto mai pertinente se si pensa alla natura autenticamente islamica dei “Fratelli Musulmani”: infatti l’Islam divide fondamentalmente il mondo in due parti: la Casa dell’Islam, dove già vige la legge islamica, e la Casa della Guerra, il mondo non ancora convertito. Tra queste due parti non è possibile la pace vera e propria, ma solo la tregua, per permettere ai musulmani di rafforzarsi e tornare alla carica più forti di prima. Inoltre l’Islam prevede la dissimulazione, cioè i musulmani tra loro si dicono la verità, ma poi affermano una cosa diversa all’interlocutore non islamico. Noi dobbiamo essere consapevoli di ciò, in modo da mantenere una sana diffidenza per evitare di trovarci in situazioni spiacevoli. Da questo punto di vista la guerra contro Gheddafi è stata uno spartiacque: prima l’Occidente era entusiasticamente a favore delle “Primavere arabe”; dopo è diventato molto più diffidente, tanto da non sostenere di fatto l’opposizione La chiamata alle armi contro i pomodori parte da una pagina su Facebook di una sedicente "associazione egiziana islamica e popolare", che denuncia la cristianità dei pomodori, colpevoli di contenere una croce al loro interno.


siriana. Certamente in quest’ultimo caso sono entrati in gioco elementi ben più grandi della stessa Siria, come la volontà di non peggiorare i rapporti con la Russia, grande sponsor del regime di Damasco. E’ però innegabile che l’esito politico delle “Primavere arabe” non sia stato particolarmente gradito all’Occidente, determinando il “passo indietro” nella crisi siriana. Se in Egitto e Tunisia, già con il sostegno di Europa e Stati Uniti, le forze islamistiche sono arrivate al potere, in Siria questo scenario sarà facilitato ulteriormente dal fatto che i principali sostenitori e finanziatori dell’opposizione sono Arabia Saudita e Sceiccati del Golfo Persico, cioè monarchie assolute e teocratiche. Da questo punto di vista va detto che l’Arabia Saudita ha una strategia di lungo periodo particolarmente lucida ed efficace. Infatti in quanto alleata degli USA agisce in prima persona consapevole del fatto che il suo intervento non suscita preoccupazioni, anzi in alcuni casi come quello siriano essa svolge apparentemente il “lavoro sporco” al posto degli Stati Uniti. In realtà, però, è mossa da un obiettivo ben preciso nettamente distinto da quello degli americani: l’esportazione nel resto del mondo del wahabismo, versione particolarmente rigida dell’Islam usata dalla dinastia Saud per giustificare il proprio potere. Questo esperimento, oggi tentato in Siria, ha già avuto successo negli anni Novanta in Bosnia; molti volontari musulmani rimasti anche dopo che la guerra era finita, col sostegno economico dell’Arabia Saudita, hanno poco per volta introdotto l’ideologia ricordata poco fa e hanno trasformato Sarajevo da città tollerante e multireligiosa in città quasi completamente islamica. Certo, ciò non è automaticamente contro gli USA, che anzi hanno sostenuto ripetutamente gli estremisti islamici prima contro l’URSS, poi contro la Serbia, infine contro Gheddafi, ma può diventarlo in qualsiasi momento, come è emerso prima in Afghanistan ed ai nostri giorni in Libia, perché il wahabismo è particolarmente ostile all’Occidente in tutti gli ambiti. Riteniamo che Europa e Stati Uniti dovrebbero invece sostenere

con più convinzione l’opposizione siriana, come peraltro hanno iniziato a fare, per poter mantenere “voce in capitolo” ed evitare scenari non graditi, come la decisa affermazione di forze estremistiche. D’altra parte la controprova è offerta da Egitto e Tunisia: con questi due paesi i rapporti sono rimasti buoni, almeno per adesso, proprio perché l’Occidente ha sostenuto coloro che combattevano i rispettivi regimi e viene quindi visto con simpatia da una parte consistente di opinione pubblica. Il rischio, semmai e soprattutto con l’Egitto, è di perdere per motivi economici il credito politico acquisito in passato: infatti in questi giorni il FMI (Fondo Monetario Internazionale) sta esercitando notevoli pressioni su Morsi per spingerlo ad imporre al suo Paese una “cura da cavallo” in cambio del prestito che dovrebbe concedergli. Lo scenario che sta per verificarsi è assurdo sotto tutti i punti di vista. La Grecia è un ottimo esempio di quanto le “ricette” del FMI abbiano avuto conseguenze politiche impreviste: infatti nonostante i prestiti da parte di questo organismo, oltre che dell’Unione Europea, essa resta sempre più dipendente dagli aiuti esterni, povera ed arrabbiata col mondo invece che con i propri politici, come emerge dal successo di “Alba Dorata”, partito della destra più estrema. Vogliamo che uno scenario simile si riproponga in Egitto, paese decisamente più importante a livello demografico e politico, con la vittoria dei Salafiti che già oggi godono di un notevole seguito anche in città importanti come Alessandria? Se, come è evidente, la risposta è no, dobbiamo evitare di ricreare condizioni analoghe, sia sul piano internazionale, sia su quello interno. I grandi assenti in questo contesto sono i vari Stati dell’Occidente e ciò a prima vista è inspiegabile. Infatti, nonostante tutte le critiche che possono essergli mosse, il FMI, ha un comportamento comunque comprensibilmente basato sull’economia, mentre dovrebbero essere gli Stati ad occuparsi delle relazioni politiche e fare di tutto per migliorare i rapporti con gli altri paesi. Il motivo che sta alla base di un comportamento apparentemente così assurdo è in realtà molto semplice: oggi viviamo in

La dinastia Saudita istituita dal Sultano del Najd ʿAbd al-ʿAziz Āl Saʿūd - governa dal 1926 il Regno Arabo Saudita, nato dopo la vittoriosa annessione al Sultanato del Regno hascemita del Hijaz.

un’epoca contraddittoria perché da un lato vincono od emergono forze politiche che vorrebbero riaffermare il primato della politica sull’economia, dall’altro gli organismi economici come il FMI, possono solo rispettare i “risultati” finanziari; la politica dovrebbe cercare le “soluzioni” ai problemi senza facili scappatoie foriere di futuri peggioramenti o degenerazioni irreversibili. In Grecia gli attuali immiserimenti della popolazione non sono colpa della UE, ma di anni di “finanza allegra” dei governi fino ad ora succedutisi. Infatti, nonostante i tentativi compiuti in questi anni da parte dei governi per fissare nuove regole economiche, oggi la politica non ha per nulla inciso sulle vere degenerazioni della Finanza, come ad esempio i derivati, i “futures”, le vendite allo scoperto e così via: si direbbe quasi che la politica queste cose non le sa (oppure non le vuole proprio sapere). Riteniamo, invece, che la politica non deve intervenire direttamente in economia, visti i danni provocati dai regimi comunisti, ma deve comunque mantenere una funzione di guida perché è chiamata ad avere una visione complessiva di tutti i problemi. Come si vede, la situazione politica dell’Egitto, ben lungi dal rimanere limitata nei confini di quel paese, ci spinge ad interrogativi importanti sia in politica estera sia sui rapporti tra politica ed economia e quindi tocca tutti noi in modo molto più vicino di quanto potremmo pensare.

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Piemonte in cifre

A cura di Roberto Strocco coordinatore studi e sviluppo del territorio Unioncamere Piemonte

Tratto da Politiche Piemonte edito dall’Ires Piemonte

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"Piemonte in cifre", curato da Unioncamere Piemonte, è giunto alla 20esima edizione. L'Annuario Statistico Regionale e il Quadro Statistico Complementare raccolgono le principa li sta tisti che socioeconomiche nel dettaglio regionale, provinciale e comunale, con l'obiettivo di far conoscere il territorio attraverso i numeri e da molteplici punti di vista. "Piemonte in cifre" traccia il bilancio del 2011 e dei primi mesi del 2012. Le Camere di commercio costituiscono un punto di osservazione privilegiato dell'economia locale. Da vent'anni "Piemonte in cifre", curato da Unioncamere Piemonte, adempie a questo incarico e nel corso del tempo ha sperimentato un continuo processo di innovazione: sino al 2006 ha prodotto l'Annuario Statistico Regionale del Piemonte mentre a partire dal 2007 tale strumento è stato affiancato dal Quadro Statistico Complementare e pertanto i dati statistici ufficiali sono stati arricchiti da informazioni di carattere non ufficiale, quali indagini congiunturali, previsioni macroeconomiche, dati ed analisi statistiche realizzate con indagini campionarie, indispensabili per il lavoro di policy makers, operatori economici, studenti e chiunque intenda conoscere e comprendere la realtà del nostro territorio. Il Quadro Complementare è inoltre orientato all'attualità e pertanto le tabelle che lo compongono contengono solo informazioni relative agli ultimi due o tre anni. Sono oltre 800 le tabelle dell'Annuario Statistico Regionale e poco meno di 500 quelle contenute nel Quadro Statistico Complementare intorno a temi quali il mercato del lavoro, la popolazione, l' istruzione, gli indicatori economici, il commercio estero, l'anagrafe delle imprese, il credito, il turismo, la congiuntura, le previsioni macroeconomiche, ecc.. Il Piemonte nel 2011 e nei primi mesi del 2012. A partire dall'estate del 2011 la congiuntura economica ha subito un repentino peggioramento, interrompendo la fase di ripresa che, pur con estrema lentezza e nume-

rose difficoltà, si era avviata nella seconda metà del 2009. Tale dinamica è frutto da un lato del rallentamento dell'economia mondiale, dall'altro delle turbolenze finanziarie legate alle tensioni sul debito sovrano nell'area dell'euro. In base alle stime elaborate da Prometeia, nel 2011 il Pil piemontese ha registrato un incremento dello 0,7%, in netta decelerazione rispetto al ritmo di crescita esibito nel 2010 (+2,0%). Il comparto manifatturiero ha subito un graduale rallentamento dell'attività produttiva. Nel IV trimestre del 2011 si è, infatti, arrestata, la serie di risultati positivi concretizzati dal tessuto manifatturiero piemontese: dopo sette trimestri consecutivi di crescita nel periodo ottobre-dicembre 2011 la produzione industriale ha registrato, infatti, una variazione tendenziale grezza del -0,4%. La flessione realizzata nell'ultimo trimestre dell'anno era giunta dopo le performance progressivamente meno brillanti dei trimestri precedenti: ad un aumento del 6,8% registrato nel I trimestre avevano fatto seguito quelli più contenuti dei due periodi successivi, con variazioni pari rispettivamente al +4,8% e +3,0%. La tendenza negativa è proseguita anche nel I trimestre del 2012, quando la produzione industriale del tessuto manifatturiero piemontese è diminuita del 3,6% rispetto al corrispondente periodo del 2011. Il peggioramento della congiuntura economica non ha del tutto arrestato la vitalità del sistema imprenditoriale locale che è risultata, tuttavia, estremamente rallentata rispetto all'anno precedente. Nel 2011 sono state 30.588 le aziende nate in Piemonte; al netto delle 29.751 cessazioni, il saldo è positivo per 837 unità, dato che porta a 467.671 lo stock di imprese complessivamente registrate a fine dicembre 2011 presso il registro delle imprese delle camere di commercio piemontesi. Il bilancio tra nuove iscrizioni e cessazioni si traduce in un tasso di crescita del +0,18%, inferiore rispetto a quello del 2010


Figura1. La congiuntura piemontese. Fonte: Unioncamere Piemonte, Indagine congiunturale sull'industria manifatturiera piemontese, trimestri vari

(+0,82%). Il tasso di crescita piemontese si colloca, inoltre, al di sotto del tasso di crescita registrato a livello complessivo nazionale (+0,82%). Sul fronte del mercato del lavoro sono state 154mila, 77mila uomini e 77mila donne, le persone che hanno cercato un'occupazione nel corso del 2011, circa 3mila in più rispetto all'anno precedente. E', tuttavia, il confronto tra i primi 3 mesi del 2012 e il corrispondente periodo del 2011 a generare le preoccupazioni maggiori: il numero delle persone in cerca di occupazione è aumentato, infatti, del 15,6%, con un tasso di disoccupazione che si è portato all'8,9%, dal 7,8% del I trimestre 2011. Nello stesso periodo, gli occupati sono diminuiti di 2 decimi di punto percentuale, mentre è rimasto stabile al 64,7% il tasso di occupazione. Le esportazioni di merci hanno fornito, anche nel 2011, il principale contributo alla crescita osservata per l'intera economia piemontese, registrando un incremento su base annua dell'11,8%, tendenza che è proseguita anche nei primi tre mesi del 2012, quando il valore delle vendite piemontesi oltre confine è aumentato del 5,1% rispetto al I trimestre dell'anno precedente. Il Piemonte ha consolidato la quarta posizione tra le regioni esportatrici, con una quota del 10,2% dell'export nazionale.

Nel I trimestre del 2012 la crescita dell'export ha coinvolto, pur con intensità differenti, quasi tutti i principali settori delle vendite regionali oltre confine, con le performance migliori messe a segno dalla meccanica, dai metalli e prodotti in metallo e dal comparto alimentare. Il bacino dell'Ue-27 ha attratto il 62,8% delle esportazioni regionali, contro il 37,2% dei mercati situati al di fuori dell'area comunitaria. Osservando la dinamica esibita dalle vendite piemontesi, la crescita è risultata più intensa per le esportazioni dirette ai partner extra Ue-27 (+8,5%), e meno sostenuta per quelle destinate complessivamente all'Ue-27 (+3,2%). Nel quadro che si sta via via delineando per il 2011, caratterizzato da luci ed ombre, c'è stato un settore, quello turistico, che ha continuato a crescere. Nel 2011 il numero di turisti giunti in Piemonte per trascorrervi almeno una notte ha raggiunto la soglia dei 4.247.695, per un incremento del 3,9% rispetto al 2010; una crescita di intensità analoga ha riguardato anche le presenze turistiche, giunte a 12.845.074. Il segno positivo ha riguardato sia il mercato italiano sia quello internazionale. Il primo, con una quota del 66% delle presenze e del 69% degli arrivi, ha registrato, tuttavia, incrementi di intensità minore rispetto al secondo (+3,5% e +3,0%, a fronte di variazioni del

+4,6% e +5,9% registrate rispettivamente per le presenze e gli arrivi stranieri). Sul fronte internazionale, la Germania si conferma primo paese di provenienza dei turisti stranieri, con il 9,3% delle presenze complessive in crescita del 6,8% rispetto al 2010. Per quanto riguarda le tendenze per il prossimo futuro lo scenario elaborato per il Piemonte prevede una flessione del Pil dell'1,5% per l'anno in corso. L'economia piemontese sperimenterà, tuttavia, già a partire dal 2013 una nuova fase di crescita, seppure di lieve entità (+0,5%), che si consoliderà nel biennio successivo. Le esportazioni continueranno a sperimentare una dinamica positiva anche se a ritmi meno sostenuti rispetto al biennio 2010-2011. Il mercato del lavoro continuerà, invece, ad essere caratterizzato da condizioni critiche: il tasso di disoccupazione, infatti, è destinato ad attestarsi a quota 8,8% nel 2012, all'8,9% nel 2013, per poi scendere all'8,3% nel 2014. Per concludere. I dati che descrivono la congiuntura economica regionale del 2011 permangono ancora, nella maggior parte dei casi, sul terreno positivo. Si tratta, tuttavia, del risultato di due tendenze profondamente distinte: i primi sei mesi dell'anno hanno beneficiato del perdurare di

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un'incerta ripresa, che si è interrotta, però, dopo l'estate, quando sono risultati evidenti i primi segnali di una nuova fase recessiva, tutt'ora in corso. La crisi, che da americana e poi globale, è divenuta ora europea, ha amplificato i problemi strutturali di cui soffre da lungo tempo il tessuto produttivo piemontese, che trovano

origine nella sua specializzazione settoriale prevalente, nella dimensione medio - piccola delle sue imprese e nei nuovi assetti della competitività internazionale. Tutto ciò fa sì che l'economia piemontese fatichi a reagire. Diviene, dunque, sempre più urgente la ricerca di soluzioni e l'adozione di politiche territoriali condivi-

se che consentano al tessuto produttivo locale dapprima di fronteggiare la crisi, in seguito di uscirne, non da vinto, ma rafforzato, per poter cogliere adeguatamente le opportunità di crescita future. L’intero Rapporto Piemonte in Cifre è consultabile e scaricabile al seguente indirizzo: www.piemonteincifre.it

Previsioni per le principali variabili macroeconomiche del Piemonte Variazioni percentuali rispetto all'anno precedente

(a) valori concatenati, anno di riferimento 2000 Fonte: Elaborazioni Unioncamere Piemonte su dati Prometeia

Turismo culturale Di Silvia Beltramo Politecnico di Torino, DIST - Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio -

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Introduzione Il turismo culturale è oggi uno dei più ampi segmenti del mercato turistico e rappresenta un settore importante nella strategia europea in cui rientrano gli Itinerari Culturali Europei, riconosciuti dal Consiglio d'Europa come veicolo di comunicazione, scambio culturale tra le nazioni e strumento per consolidare l'identità europea. La Via Francigena è uno dei principali itinerari che, anche per la sua posizione geografica, rappresenta il cuore di una trama di antiche vie che attraversano l'Europa: è un itinerario che dal medioevo raduna viandanti (pellegrini, mercanti, soldati) provenienti da tutto il mondo e connette un patrimonio di arte, storia e cultura europea in grado di attrarre un notevole flusso turistico. Il territorio piemontese è attraversato da una rete di percorsi culturali riconosciuti nel corso degli anni

come Itinerari Culturali Europei, tra queste, oltre alla Via Francigena, la via di San Michel, la Transromanica, le città termali e la via delle abbazie cistercensi. Analisi degli obiettivi del progetto e azioni in corso Il progetto Per Viam. Pilgrims' Routes in Action(1) , finanziato dall'Unione Europea, vede collaborare partner europei coinvolti nella valorizzazione degli itinerari di pellegrinaggio certificati dal Consiglio d'Europa al fine di migliorare la comunicazione, la visibilità e la fruibilità della Via Francigena e degli altri itinerari storici di pellegrinaggio quali il Cammino di Santiago di Compostela, quello di San Michele, la via di Sant'Olav, l'itinerario di San Martino di Tours, attraverso il coinvolgimento di dieci Paesi Europei ed il rafforzamento politicoistituzionale lungo l'asse Nord-Sud del Mediterraneo. La comunicazio-


ne è l'elemento cardine del progetto con il quale si vuole sviluppare e consolidare il network istituzionale di attori, pubblici e privati, che operano sulla via Francigena e sulle vie di pellegrinaggio, affinché il modello di governance "Via Francigena" diventi un esempio di "buona pratica" anche per gli altri 28 itinerari culturali del Consiglio d'Europa. I vari livelli istituzionali sono chiamati a dialogare tra di loro favorendo la messa in rete dei contatti e delle attività già in corso, con l'ottica di mettere a sistema e condividere azioni progettuali future, attraverso il coinvolgimento di Itinerari Culturali del Consiglio d'Europa, Ministeri, Regioni, Comuni, Università e Istituzioni. In sintesi gli obiettivi del progetto sono rivolti a: 1. costituire un'identità del prodotto Via Francigena e diffonderne la conoscenza a più livelli; 2. contribuire a fornire notorietà, visibilità e rilevanza al prodotto Via Francigena e vie di pellegrinaggio europee; 3. costituire un brand territoriale a livello europeo della Via Francigena e delle vie di pellegrinaggio, aumentandone la fruizione da parte di pellegrini e turisti; 4. associare la Via Francigena ai valori del turismo culturale, ambientale e sostenibile; 5. costruire una community europea nell'ottica di rafforzare la rete dei soggetti che operano a sostegno dell'itinerario; 6. favorire uno sviluppo economico ed opportunità di investimento in ambito turistico nei territori locali attraversati dalla Via Francigena e dalle vie di pellegrinaggio. Il progetto prevede sette azioni all'interno delle quali confluiscono alcune attività consolidate negli ultimi anni e altre in fase di sperimentazione, legate al tema della Via Francigena. Ognuna di queste azioni afferisce a uno o più partner del progetto, coordinatore delle attività previste in ogni azione e coadiuvato da altre istituzioni o enti specifici: Piattaforma tecnologica di cooperazione; Via Francigena Collective Project e mostra cartografica Via Francigena;

Consulta europea per la Via Francigena; Network istituzionale tra le regioni europee; Rete della conoscenza: ricerca

scientifica e didattica; Rete delle vie di pellegrinaggio. La progettazione, ideazione e realizzazione di questi strumenti di conoscenza, assumono una componente di forte interazione tra i partner coinvolti del progetto, ponendosi come attività trasversali alle diverse azioni previste. Le istituzioni coinvolte contribuiscono con ruoli differenti, garantendo una perfetta integrazione tra gli attori e le attività organizzate. La messa in rete degli Itinerari Culturali è divenuta un elemento strategico delle politiche turistiche e del patrimonio delle regioni. Essa si inserisce sempre più spesso all'interno di un quadro interregionale ed europeo cercando di rispondere alle domande della Commissione Europea riguardanti la messa in rete degli itinerari culturali. Nel 2004, a seguito di un rapporto chiesto all'Istituto Europeo degli Itinerari Culturali di Lussemburgo (IEIC) è stata redatta la Risoluzione 185 (2004) sulla promozione del Turismo culturale come fattore di sviluppo per le regioni mettendo in evidenza l'implicazione di certe regioni stesse per la crescita degli Itinerari culturali. La Regione Toscana si pone come modello europeo al'interno del programma degli Itinerari Culturali, e, soprattutto, nei confronti della Via Francigena. L'attività della Regione Toscana a sostegno del progetto europeo è finalizzata alla condivisione della metodologia applicata sul Master Plan ʽVia Francigenaʼ, presentato ufficialmente nel dicembre 2009. Un piano, lungo i 400 km della Via Francigena in Toscana, che individua con concretezza le infrastrutture da realizzare, a basso impatto ambientale, per dare visibilità all'antico sentiero di pellegrinaggio. Il metodo di lavoro adottato viene proposto dalla Toscana, che è capofila del progetto interregionale, anche alle altre 13 Regioni europee dislocate lungo la Via Francigena(2). Il primo meeting del progetto Per Viam a Torino,

Santuario di Oropa

lo scorso mese di aprile, ha fornito l'occasione per aggiornare le attività delle diverse istituzioni e associazioni attive sul territorio piemontese. Piemonte: il ruolo delle istitu-

zioni e delle associazioni locali negli Itinerari Culturali Europei. L'incontro è stato finalizzato alla condivisione delle esperienze maturate in questi anni sul tema delle vie di pellegrinaggio, per costituire un network a scala locale indirizzato ad una cooperazione per futuri progetti di valorizzazione e di conoscenza sugli itinerari culturali(3). Sono numerose le attività e i progetti, realizzati e in corso, sul tema delle vie di pellegrinaggio e degli itinerari culturali sul territorio piemontese. Turismo Torino ha concluso con la Regione Piemonte (direzione Turismo) nel corso di quest'anno, nell'ambito del progetto di valorizzazione e promozione della Via Francigena, la definizione e pubblicazione di carte turistiche sui tratti principali della via Francigena (Morenico-Canavesana, Torino-Vercelli, Valle di Susa), che segnalano il tracciato del percorso e i luoghi dell'ospitalità e dell'accoglienza presenti lungo il tratto della via. La Regione Piemonte, Turismo Torino e la Provincia di Torino hanno proposto e sostenuto la certificazione da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del tratto valsusino della Via Francigena, antico collegamento tra Roma e Santiago di Compostela. La richiesta di certificazione accompagnata da relazione tecnica per il tratto Monginevro – Moncenisio – Rivoli è stata presentata, nel novembre del 2011, al comitato scientifico della Consulta degli Itinerari Storici, Culturali e Religiosi, presso il Ministero, e accolta il 5 dicembre 2011. Un elemento importante che im-

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preziosisce il già inestimabile patrimonio storico, artistico e culturale che caratterizza i tre tratti della Via Francigena in Piemonte, attraverso il territorio Morenico-Canavesano, tratto che entra in Piemonte dalla Valle d'Aosta, il tratto della Valle di Susa (che, con il tratto Monginevro-Arles, si collega con il cammino di Santiago di Compostela) e il tratto Torino-Vercelli, è l'attenzione per l'accoglienza per il turista camminatore, sulla quale ancora molto rimane da definire, pur a fronte di iniziative di significativo interesse. Sono stati quindi curati anche gli aspetti della enogastronomia, punto forte della cultura e dell'offerta turistica piemontese, attraverso l'ideazione del "Menu del Pellegrino", permettendo ai pellegrini di oggi e agli escursionisti, di intraprendere, anche, un vero e proprio viaggio alla scoperta dei sapori del territorio assaporando lungo il percorso, le ricette di un'antica cucina sapientemente selezionate dai ricettari medioevali, proposte da alcune strutture della ristorazione lungo il percorso. Per dare ulteriore visibilità alla Via Francigena, gli enti regionali e provinciali torinesi e piemontesi, insieme alle numerose associazioni presenti lungo la Via hanno organizzato percorsi guidati e iniziative di animazione, per la quarta Giornata Nazionale dei Cammini Francigeni di domenica 6 maggio. L'evento, esteso a tutta Italia, è promosso dalla RETE DEI CAMMINI® e dedicato alla riscoperta dei piccoli e grandi itinerari di pellegrinaggio italiani (www.retecamminifrancigeni.eu). Per tale evento, alcuni operatori turistici hanno proposto dei pacchetti di soggiorno tematici per promuovere la conoscenza e la

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fruizione dell'itinerario culturale europeo. Il ruolo delle associazioni piemontesi legate alle vie di pellegrinaggio e ai percorsi degli itinerari culturali è particolarmente attiva e capillare sul territorio piemontese(4). Si segnala in particolare l'attività coordinata dalle associazioni Amici della Via Francigena di Santhià e di Vercelli di censimento dei flussi dei pellegrini lungo il tratto piemontese della via. Nel corso degli ultimi anni hanno in maniera sistematica registrato i dati su questionari che venivano sottoposti ai turisti in pernottamento presso alcune delle strutture ricettive disposte lungo il percorso, riuscendo a ricostruire un profilo del pellegrino, finalizzato ad aumentare l'efficacia e l'efficienza delle politiche pubbliche rivolte alla valorizzazione degli itinerari e all'incremento della cultura dell'accoglienza, con significative ricadute economiche sul territorio(5). Conclusioni Il territorio, le istituzioni amministrative e di ricerca, insieme alle associazioni locali stanno costituendo un network sugli itinerari culturali e di pellegrinaggio, nell'ambito dei progetti di finanziamento europeo, in modo da sviluppare e valorizzare le risorse culturali e turistiche presenti ed incentivare la creazione di nuove proposte. Partendo dalle sollecitazioni della comunità europea e dal riscontro di alcune mancanze come quelle legate allo studio e monitoraggio dell'afflusso di pellegrini e turisti lungo gli assi degli itinerari, NECSTouR(6), network di 28 regioni europee e 30 istituzioni universitarie e associative che a vario titolo si confrontano sui temi del turismo sostenibile, ha definito, nell'ambito degli itinerari culturali, un questionario rivolto alla verifica delle attività di management economico, turistico e culturale delle cultural routes. Le future ipotesi di ricerca e di attività sugli itinerari culturali, non potranno prescindere dall'incremento di studi e di analisi sul visitatore e

sulle sue esigenze per far crescere a livello europeo il prodotto turistico degli itinerari culturali sul territorio piemontese. Bibliografia: Baldacci V., 2006, Gli itinerari culturali. Progettazione e comunicazione, Guaraldi Universitaria, Rimini. Dallari F., 2008, Distretti turistici tra sviluppo locale e cooperazione interregionale, in Bencardino F., Prezioso M.(eds.), Geografia del turismo, McGraw-Hill, Milano. Madau C. (eds.), 2004, Risorse culturali e sviluppo locale, Memorie della Società Geografica Italiana, volume LXXIV. Matto M., 2011, Indagine sulle caratteristiche e sulle esigenza dei pellegrini della Via Francigena di Sigerico, G8 editrice, Santhià. Richards G., 2007, Cultural Tourism. Global and Local Perspectives, The Haworth Hospitality Press, New York. Rizzi P., Onorato G., 2011, Il turismo culturale e la Via Francigena, Genova, Brigati. Per approfondimenti: viafrancigena.eu; francigenalibrari.beniculturali.it; culture-routes.lu; siti.polito.it; economiarimini.unibo.it.

Nota 1: Il progetto Per Viam. Pilgrims' Routes in Action è coordinato dall'Associazione Europea delle Vie Francigene; riferimenti sui partner coinvolti e sulle azioni previste si trovano su www.viafrancigena.eu. Nota 2: Le regioni del Kent (UK), Nord Pas de Calais, ChampagneArdenne, Franche-Comté, Picardie, (F), cantoni Valais e Vaud (CH); Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria, Toscana, Lazio (I). Nota 3: I partecipanti alla tavola rotonda hanno fornito un contributo significativo al dibattito e alla discussione (www.siti.polito.it). Nota 4: Uno dei problemi spesso evidenziati dalle associazioni è la scarsa presenza delle istituzioni locali, civili e religiose, sul territorio. Molti comuni piemontesi sono entrati a far parte dell'Associazione Europea delle Vie Francigene. Nota 5: Matto, 2011, pp. 6 e sgg. Nota 6: www.necstour.eu.


Vocabolario cinico (dalla pagina 5)

il proprio sostentamento. Ma lo stesso si può dire per tante altre istituzioni nate per istruire, amministrare la giustizia, salvaguardare il territorio e lo sviluppo o tutelare i cittadini. Ogni istituzione ha sviluppato nel tempo un apparato burocratico sostanzialmente finalizzato a... garantire sé stesso. Istituzione privata: organizzazione di risorse umane e strumentali finalizzata a conseguire un profitto. Assume la forma di società, e in funzione del campo in cui opera può rientrare nelle categorie del commercio, artigianato, industria ecc. Secondo le regole dell’economia si traduce sempre nella massimizzazione delle vendite del servizio o prodotto fornito, e nella minimizzazione dei costi. Il servizio può

non essere di utilità pubblica anzi può addirittura produrre un danno sociale, l’importante per lo Stato e che fatturi pagando le tasse. Ad esempio: medium, sigarette,

armi, abuso di medicinali, di cibo, di bevande, di gioco d’azzardo... L’istituzione privata prevede spesso il ricorso a strumenti per incentivarne le vendite anche al di là delle necessità (pubblicità), può ridurre o limitare la funzionalità del servizio fornito per accrescere le vendite (obsolescenza programmata), può favorire l’accesso al servizio o l’acquisto del bene ma renderne estremamente difficile la rinuncia. Così per abbonarvi a una piattaforma TV privata basta una telefonata ma per disdettarla mesi e numerose raccomandate. In un attimo acquistate un frullatore ma la garanzia di un rimborso o riparazione in caso di difetti o malfunzionamento è una impresa impossibile. Partiti: sono una particolare forma di istituzione (vedi), quindi una forma di organizzazione di risorse strumentali ed umane. Retoricamente create per dar corpo e realizzare principi, idee, valori, ma sostanzialmente per competere con altre istituzioni concorrenti al fine di garantire ai suoi dirigenti, attraverso acquisizione del consenso elettorale: potere, prestigio, denaro, che sono gli intrinseci costituenti delle cosiddette cariche pubbliche o di nomina pubblica. Interesse comune: nella sua accezione retorica è il

criterio che dovrebbe guidare le scelte e le decisioni compiute da coloro che rivestono ruoli pubblici, ma anche chi opera nell’ambito dei legittimi interessi privati e personali non dovrebbe operare contro il pubblico interesse. Nella sua accezione cinica l’Interesse comune è il legante che accomuna persone coadiuvate da mezzi più o meno complessi finalizzata ad acquisire potere, prestigio, denaro per la successiva spartizione fra i membri dell’associazione stessa. Ogni istituzione sia essa privata o pubblica, legale o illegale cura un interesse comune ai propri aderenti: hanno interessi comuni gli affiliati alla Mafia o gli iscritti al sindacato o a un partito, i dipendenti di una azienda o di una istituzione. Capita spesso che una persona essendo parte di più istituzioni diverse si trovi in conflitto di interesse personale, la qual cosa può costituire elemento di ulteriori vantaggi

Gennaio 2013 Periodico indipendente di politica, cultura, storia. Autorizzazione del tribunale di Torino n° 5554 del 2-11-2001 Direttore Responsabile: Enzo Gino. Sede legale 15020 Cantavenna di Gabiano (AL) Stampato in proprio Editore: Piemonte Futuro - P. Iva 02321660066 Per informazioni, collaborazioni, pubblicità e contatti: posta@osservatoriopiemonte.it cell. 335-7782879 Distribuzione gratuita. www.osservatoriopiemonte.it Finito di stampare il 5 febbraio 2013

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Le pagine del Borz I Maestri dell’acqua calda paroladiborz@gmail.com

Fra improvvisati esperti in economia, destra allo sfascio e rigore Montiano, si salvi chi può...

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Cosa raccontano i “guru” e i consulenti d’impresa? Banalità. Ovvietà condite con ampie dosi di saccenza . Anche nelle prestigiose riviste americane si leggono cose che qualsiasi ragioniere conosce, eppure… Vengo dalla strada. Ho costruito cose belle e fatto errori giganteschi. Ho insegnato per cinque anni in luoghi che rilasciano lauree ma non competenze, impegnati a far quadrare i conti ma non a insegnare e formare gli studenti. Dirigo un centro studi sul Family Business e leggo ciò che scrive la stampa d’oltre oceano, la stampa WASP considerata autorevole agli occhi di noi poveri mediterranei, latini e cattolici. E cosa scrivono i geni dell’economia corrente? Che in caso di crisi economica l’azienda deve risparmiare, licenziare i dipendenti meno produttivi, esigere il pagamento delle fatture il più presto possibile, cercare di pagare meno tasse. Il prestigioso “the Family Business Institute” è stato capace di pubblica re 90 re gole di que sto genere a firma Wayne Rivers, una specie di “Economy for dummies” , un concentrato di banalità valide per tutte le imprese, da “peppino ‘u pizzettaru” a salire. Un'altra pubblicazione (family business survey) sentenzia: “siamo preoccupati per l’influenza sui comportam e nti d’a cquisto de lla persistente crisi finanziaria” (ma guarda un po’…) e, udite udite, “i clienti non pagano in tempo e questo genera difficoltà nel cash flow”. Geniale ! Ci voleva un Guru per capirlo. Non mi sorprendo, allora, se i

“consulenti” trovano sempre meno spazio nelle imprese. In tempi come quelli che stiamo attraversando gli imprenditori non hanno tempo pe r pe tti na re le ba m bole . In Italia il “family business” gode di ampia esistenza (oltre il 90% delle imprese sono familiari) e scarsissima accademia, accademia peraltro concentrata quasi esclusivamente sui criteri gestionali e produttivi, che non caratterizzano l’aspetto “family”; accademia che promuove inutili dibattiti sul “passaggio generazionale”, che è la punta dell’iceberg di un processo molto più ampio, dove ciò che conta sono gli elementi relazionali tra i soggetti coinvolti, tra le rispettive ambizioni ed emozioni, con tutto il corollario di affetti, gelosie, rancori e invidie che una “famiglia” comporta. Accademia e consulenti che ricordano gli psichiatri dei tempi precedenti le neuroscienze, tesi a interpretare i “segni esteriori” senza conoscere cosa accade in un sistema nervoso, privi dello strumento tomografico, intuitivi e naso metrici. Se si attribuisce specificità all’impresa familiare la specificità consiste non nella gestione produttiva ed economica, ma nel tessuto relazionale, nelle intelligenze emotive, negli inevitabili nepotismi, nelle primazie geneticamente acquisite. Il resto è economia. Il resto è management. Il resto è business. Per essere utili ad un Family Business bisogna osservare cosa accade”tra” le persone. Simpatie e odi, membership e leadership, senso di appartenenza o frustrazione da ruolo. Il resto lasciamolo ai “guru”.


Quale destra In vista delle elezioni, ma soprattutto cercando di trovare vie d’uscita alla devastante crisi economica e sociale in cui la “plutocrazia” ci ha cacciati, è necessario interrogarsi sull’identità della destra politica. Lo è particolarmente nel momento in cui 70 anni circa di democrazia non sono bastati a sconfiggere i due veri poteri che governano l’Italia, il Vaticano e la Mafia, poteri con i quali lo stato continuamente cerca accordi, patteggia mediazioni, delega parti importanti di sovranità. La destra non è – mi rifiuto di credere che possa essere – il colonnegliume passato da un capo all’altro in disperata ricerca di potere; la destra non è – mi rifiuto di credere che possa essere - un abbraccio mortale col centro vetero democristiano. Che destra, quindi, per quali valori, in rappresentanza di cosa ? Molti si affannano a ripetere che sia superflua la distinzione “geografica” di destra e sinistra, in questo modo sottintendendo che in assenza di una destra non abbia alcun senso porre distinzioni tra qualcosa che c’è ancora (più o meno) ovvero la sinistra e qualcosa che non c’è, la destra. Mi ostino a pensare che non sia così, ma per contare bisogna essere rappresentanza di qualcosa e di qualcuno e, al momento, non mi sembra che “dalle parti della destra” si abbia una vaga idea di cosa o chi si rappresenti. In vista delle elezioni, ma soprattutto cercando vie d’uscite alla crisi devastante, sarebbe opportuno fare il punto.

Per uno stato sociale Poco meno di un anno fa un governo democraticamente eletto è stato esautorato e rimpiazzato da un governo di tecnici. Non che Berlusconi fosse un gran presidente del consiglio, ma nonostante tutte le critiche che gli si possono rivolgere era stato democraticamente eletto. Insomma, ci fu un vero e proprio golpe politico presidenziale (il secondo, dopo la stessa manovra fatta dal presidente Scalfaro) e la “società civile” scese in piazza a festeggiare la liberazione dal nano, senza intuire che si stava instaurando il governo dell'orco. Oggi ci troviamo un governo di tecnici, non eletti, che vorrebbe continuare a lavorare per completare l’opera iniziata e distruggere quel che resta del tessuto economico e sociale del paese. Ci viene raccontato che sono necessarie riforme strutturali e austerità, ma sono menzogne perché con una moneta sovrana e politiche economiche di piena occupazione sarebbe possibile una ripresa. Giustificano il tutto con un "Ce lo chiede l'Europa", ma questa Europa non è quella che sognava Spinelli. E’ un’Europa le cui logiche sono quelle delle elite finanziarie, dei conglomerati industriali francotedeschi. Ad aprile hanno introdotto il "pareggio in bilancio" nella Costituzione. Ciò significa che costringono lo Stato a spendere per i propri cittadini solo ciò che incassa. In questo modo i cittadini vengono stretti dalla morsa delle tasse, il patrimonio dello stato viene svenduto per due soldi e molti servizi che una volta erano pubblici diventano privati, le liste d'attesa pubbliche diventano insostenibili e le persone si trovano costrette a usufruire del servizio alternativo privato. I prestiti contratti coi mercati finanziari fanno aumentare il debito pubblico, che per essere ripagato necessita di ulteriori tagli alla spe-

sa pubblica e ulteriori tasse. Questo genere di politica economica sta portando ad una insensata spirale senza via d'uscita, da cui occorre svincolarsi al più presto. Per riuscire a sopravvivere è necessario recedere dai trattati europei e tornare alla sovranità monetaria attuando politiche di piena occupazione. Lo spauracchio del debito pubblico è una "fuffa": un esempio lampante è il Giappone che pur avendo un debito pubblico (o meglio dire spesa a deficit positiva) stellare non è sotto l'attacco dei mercati finanziari e non rischia di fallire. La politica economica dello stato non può essere impostata come quella di un'azienda, perché lo stato con sovranità monetaria ha sempre i "mezzi" per non fallire, come giustamente si studiava in Economia Politica. Occorre comprendere i meccanismi di base della macroeconomia e i trattati europei per capire cosa sta realmente succedendo. Non è necessario produrre beni materiali per far riprendere l'economia. Lo Stato può investire per far funzionare e migliorare la qualità dei servizi sanitari, l'istruzione, la cultura, il sociale, la ricerca, la salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio. Può inoltre investire sullo sviluppo di energie alternative e nel sostegno alle imprese in difficoltà. Insomma, uno Stato sociale si può. Basta volerlo.

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Anagrafe degli eletti (da pagina 17)

nale campana, su iniziativa del consigliere Nicola Caputo (PD). Sempre nello stesso periodo, l'associazione Anci Giovane dei Comuni italiani ha dato il via ad un osservatorio sull'anagrafe pubblica degli eletti. La prima legge sulla trasparenza patrimoniale degli eletti (la legge n. 441 del 1982 e successive modificazioni) si estendeva anche ad alcuni amministratori pubblici, quelli delle società od enti controllati dalle pubbliche amministrazioni e di nomina diretta da parte degli organi politici: per costoro la pubblicazione di un bollettino contenente l'ammontare dei compensi annuali era a carico della Presidenza del Consiglio dei ministri. Una seconda legge operò (comma 466 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296) su una diversa prospettiva: quella della pubblicazione, con l’indicazione nominativa dei destinatari e dell’ammontare del compenso, attraverso il sito web dell’amministrazione o dell’ente interessato, dei compensi dei consulenti delle amministrazioni pubbliche statali. Una terza legge, infine, fu la legge finanziaria per il 2008 che estese tale ultima previsione a tutti i dirigenti pubblici che percepissero emolumenti superiori al primo Presidente della Corte di cassazione: dopo una serie di polemiche, il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta ha annunciato il 18 aprile 2009 che richiederà il rispetto di tale normativa, inadem-

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piuta per tutta la seconda metà del 2008.

La Regione Piemonte In Piemonte solo recentemente è stata approvata la Legge regionale del 27 dicembre 2012 n° 17 che titola: “Istituzione dell’anagrafe delle cariche pubbliche elettive e di governo della regione e del Sistema informativo sul finanziamento e sulla trasparenza dell’attività dei gruppi consiliari e disposizioni in materia di società ed enti istituiti, controllati partecipati e dipendenti da parte della regione Piemonte” Una legge breve, di soli 11 articoli, nella quale finalmente si stabilisce che verranno pubblicati fra l’altro: il reddito e il patrimonio dei Consiglieri regionali, i beni mobili e immobili posseduti, la partecipazione a società quotate e non quotate anche cooperativo, la consistenza degli investimenti in titoli anche tramite fondi di investimento, SICAV o intestazioni fiduciarie, le cariche ricoperte a qualunque titolo, anche quelli ricoperti per conto di enti pubblici anche economici, il cedolino relativo agli emolumenti percepiti, atti presentati e la partecipazione alle sedute del consiglio regionale, spese e obbligazioni assunte per la campagna elettorale la dichiarazione di eventuali, finanziamenti, donazione o altri atti di liberalità ricevuti per la propaganda elettorale. La legge ha avuto un iter abbastanza veloce primo firmatario Catteneo seguito dai rappresentanti dei diversi gruppi Consiliari. E’ stata presentata in commissione il 7 dicembre del 2012 e approvata all’unanimità in Commissione presieduta da Burzi (Gruppo

Progett’Azione) è diventata legge il 27 dicembre. In sede di Consiglio Regionale su proposta di Vignale, primo firmatario, sono state approvate le proposte che prevedono l’introduzione del principio della trasparenza totale anche per le società partecipate e la fine dei doppi incarichi per tutti gli eletti. Entro 90 giorni dall’approvazione dovrebbe essere attivata una specifica sezione ‘Trasparenza’ all’interno dei portali internet di tutte le società partecipate nella della quale dovranno essere pubblicate remunerazioni salariali, bilanci, consulenze, contributi, sussidi o benefici economici assegnati, elenco di tutti gli affidamenti di incarichi esterni. Inoltre è stata approvata l’incompatibilità del doppio incarico per eletti, sindaci o dirigenti regionali o nazionali di partito. Questo significa che entro 3 mesi chi è sindaco, consigliere provinciale, regionale o comunale non potrà contemporaneamente essere presidente o membro di un consiglio di amministrazione di società a partecipazione regionale. Grazie a questi ulteriori emendamenti la legge non garantirà solo la massima trasparenza nei confronti di assessori e consiglieri regionali ma farà luce in un settore, come quello delle partecipate, fino ad oggi alquanto in ombra e si cercherà di mettere fine all’intreccio fra società pubbliche e politica e che vedeva le prime diventare una sorta di catalizzatore di consenso della seconda. Restiamo in attesa che vengano compiuti nei tempi previsti le “Disposizioni attuative” previste che, giova ripeterlo, prevedevano entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge la delibera con le modalità di trasmissione delle informazioni, modulistica e termini per la trasmissione, pubblicazione e aggiornamento. Abbiamo inviato al Gruppo consigliare di Progett’Azione la richiesta di mantenerci aggiornati su questi aspetti che comunicheremo ai nostri lettori.

Angelo Burzi presidente I commissione in Regione Piemonte

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Elezioni 2013, niente di nuovo; Vocabolario cinico; Fare per fermare il declino; Monete alternative; Anagrafe degli eletti; Proprietà: succe...

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