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Osservatorio Piemonte

Periodico indipendente di politica e cultura

Sommario Nella foto: Montecitorio: Transatlantico - Globalizazione: ultimo atto ? - Bisogno di sicurezza: Iran-Russia, confronto politico - Liberalizzazioni: le farmacie - Energia: le strategie del governo - Mangiare globale e locale - Finanziamento pubblico dei partiti

Aprile 2012

- Personaggi: Riccardo Gualino e Cesarina, vite vissute intensamente


(Liberamente tratto da - L’ascesa del denaro - del prof. Niall Ferguson)

Nel 2006 il prodotto economico mondiale si aggirava attorno ai 47.000.000.000.000 $ (47 trilioni di Dollari); il valore complessivo del mercato delle azioni e quello delle obbligazioni invece sfiorava i 119.000.000.000.000 $, i derivati erano 473.000.000.000.000 $ … Un americano medio ha un reddito annuo di 44.000 $, un cinese di 2.000 $ allora perché è il secondo a prestare il denaro al primo che è all’incirca 22 volte più ricco? 2

Globalizzazione, ultimo atto? Negli ultimi decenni la finanza mondiale ha toccato lo zenit, nel 2006 il Prodotto economico mondiale si aggirava attorno ai 47 trilioni di Dollari ossia un 47 seguito da dodici zeri, il valore complessivo del mercato delle azioni e quello delle obbligazioni invece sfiorava i 119 trilioni di dollari, più del doppio. Mentre lo straordinario ammontare dei nuovi mostri finanziari, noti come derivati, era di 473 trilioni di dollari cioè 10 volte tanto. Nell’estate del 2007 sembrava che il mondo si fosse trasformato nel pianeta finanza, mai come in quel momento i rapporti internazionali si erano dimostrati cosi serrati, non tramite i cavi di connessione, le navi container o i jet, ma grazie ai borsini e alle banche di investimento internazionale. Negli articoli precedenti abbiamo visto come la borsa e i mercato dei mutui, dei bond, quello assicurativo e quello immobiliare si siano evoluti in Europa e nel nord America. Ora è il momento di capire perché e come queste innovazioni finanziarie hanno conquistato il mondo. Questa è la storia della globalizzazione finanziaria. La globalizzazione è un elemento che oggi diamo per scontato, eppure i vantaggio di un mondo globalizzato perfettamente esemplificati dallo sbalorditivo porto container di Hong Kong presentano un rovescio della medaglia: la vulnerabilità legata alle crisi economiche. La finanza non è una scienza esatta e la sua vulnerabilità alle forze politiche sfugge al controllo delle banche. Non sempre l’ascesa del denaro è filata liscia come l’olio, di tanto in tanto è segnata da crisi catastrofiche e dolorose, solo 10 anni fa sembrava che con tutta probabilità, la crisi sarebbe esplosa nei mercati in espansione, tra cui quelli asiatici. Eppure oggi è l’occidente a pagare le conseguenze di un crack finanziario e creditizio che in Asia è passato quasi del tutto inosservato. Anzi un nuovo fenomeno è giunto a definire l’economia mondiale. I mutuatari americani hanno iniziato a Lin Tze-hsu

fare affidamento sui risparmiatori cinesi, in un rapporto simbiotico fra Cina e America che chiameremo Cinamerica. Ma possiamo affermare con certezza che Cinamerica salverà quest’era di globalizzazione finanziaria? L’inquietante realtà è che un secolo fa, un’altra era di globalizzazione finanziaria si è conclusa non in sordina, ma con una esplosione assordante, e non c’è alcun motivo per cui non debba accadere di nuovo. Si è soliti dire che i mercati emergenti sorgano in luoghi abituati alle emergenze. Investire dall’altra parte del mondo può dar vita a fortune immense, ma se qualcosa va storto la rovina finanziaria accelera la sua corsa. Ecco perché molti mercati emergenti apparentemente irrefrenabili, sono in realtà dei mercati riemergenti. In questi anni il mercato riemergente sotto i riflettori è la Cina a detta di molti, vi si possono accumulare fortune illimitate, di certo negli ultimi 20 anni la terraferma ha seguito l’esempio di Hong Kong e si è verificato un vero e proprio boom economico, eppure non è la prima volta che gli investitori stranieri puntano sulla Cina sperando di trarre enormi guadagni dal paese più popoloso del mondo. L’ultima volta gli investitori stranieri sono rimasti letteralmente in mutande, e non sarebbero bastati tutti


i sarti di Hong Kong a rivestirli. Il problema essenziale legato agli investimenti oltremare è la difficoltà per gli investitori che siano europei o americani di verificare la reale efficienza di un governo o di una società straniera, specie se c’è di mezzo l’oceano. Se un debitore straniero diventa insolvente come deve muoversi l’investitore? La risposta prima del 1914 era brutalmente semplice ma efficace: entrava in scena la flotta della marina. Garantendo il controllo politico europeo la diplomazia delle navi da guerra, difendeva gli interessi dei capitalisti inglesi che avevano investito negli angoli più remoti del mercato mondiale. La marina britannica ha fornito la potenza di fuoco che ha sostenuto gli albori della globalizzazione e i suoi pionieri. Senza troppi giri di parole i loro commerci più proficui si basano soprattutto sul traffico di droghe. La loro società imbarca l’oppio prodotto in India col beneplacito del governo inglese, e lo esporta in Cina per un commercio messo la bando dall’imperatore cinese. Il 10 marzo 1839 un messo imperiale di nome Lin Tze-hsu arriva a Canton e per ordine dell’imperatore mette un freno al commercio illegale: circonda i magazzini inglesi di oppio bloccando ogni ulteriore importazione. 20.000 casse di oppio all’epoca valutate 2 milioni di Sterline, vengono confiscate e gettate in mare. Davanti alla perdita catastrofica i commercianti inglesi si precipitano a Londra per sollecitare i governo ad inviare la marina militare. Il loro desiderio viene esaudito: il 23 agosto 1893 le cannoniere inglesi approdarono a Hong Kong. L’impero Cinese stava per sperimentare tutta la potenza del narcostato più famoso della storia. Come previsto la marina inglese disperde senza difficoltà i difensori cinesi, la Cina Sud-occidentale è ora in mano inglese, e il traffico di oppio riprende senza alcun tipo di limitazione. La tossicodipendenza esplode e vaste zone del Paese, scivolano nella ribellione e nell’anarchia. Finalmente per i nostri commercianti il cui quartier generale ha ora Fumatori di oppio cinesi

sede a Hong Kong, arrivano i giorni gloriosi della globalizzazione vittoriana. Agli inizi del ‘900 le società si sono diversificate e ora si occupano di commerci più rispettabili, possiedono fabbriche di birra, cotonifici, compagnie assicurative e ferrovie come quella realizzata fra Kowloon e Canton. Nel 1913 gli investitori londinesi avevano all’estero uno straordinario ventaglio di opportunità e ne sono un ottimo esempio i registri delle NM Rotschilds & Sons. Basta aprire una pagina del 1913 per trovare almeno 20 titoli esteri fra cui obbligazioni in Cile, Egitto, Virginia, Germania, Ungheria e Italia, per non parlare delle 11 compagnie ferroviarie, che vantano 4 linee in Argentina, 2 in Canada e il vecchio tratto Kowloon Canton. Per la prima volta nella storia l’economia mondiale è davvero unificata da una miscela di bassi commerci e alta finanza. Eppure quest’era di globalizzazione finanziaria sta per subire un brusco arresto dovuto al primo vero conflitto globale. Il 28 giugno 1914 l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando viene assassinato a Sarajevo capitale della Bosnia. Inizialmente i mercati finanziari accolgono la notizia come un nuovo fiotto di turbolenza balcanica in realtà l’assassinio innesca una serie di reazioni a catena nel contesto dei mercati mondiali. Gli investitori comprendono troppo tardi la possibilità di un conflitto su scala europea, e la liquidità vale a dire la capacità di prendere denaro a prestito e vendere azioni viene risucchiata in un vortice inesorabi-

le. Lo sconvolgimento economico che ne segue manda in frantumi la globalizzazione. Se si segue lo scoppio delle prima guerra mondiale dalle pagine del Times, solo il 22 luglio 1914 diventa chiaro che l’assassinio di Francesco Ferdinando avvenuto ben tre settimane prima avrebbe avuto gravi ripercussioni finanziarie. 10 giorni dopo il 1° agosto 1914 il Times riporta la chiusura della borsa valori, una chiusura durata fino al 4 gennaio 1915. Ma perché gli investitori sembravano incuranti del cataclisma fino a pochi giorni prima dello scoppio della guerra? La risposta sta in quella miscela di innovazione finanziaria e integrazione globale che conferiva all’economia mondiale una apparenza piuttosto rassicurante. Il semaforo dei mercati finanziari lampeggia verde, non rosso, fino alla vigilia della distruzione. E questa potrebbe essere una valida lezione anche per i nostri tempi. La prima globalizzazione finanziaria della storia impiega una generazione intera ad ingranare, ma viene spazzata via nel giro di pochi giorni e ci vorrà ben più di una generazione per riparare i danni prodotti dai cannoni dell’agosto 1914. La prima guerra mondiale mette fine alla prima era globalizzata, fino alla fine degli anni ’60 la finanza internazionale sembra assopita, qualcuno è convinto persino che sia morta. Nel 1944 gli alleati prossimi alla vittoria si riuniscono per concertare una nuova architettura finanziaria del mondo: il commercio sarebbe stato libero ma i capitali in movi-

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mento soggetti ad una ferrea regolamentazione. Nel valicare i confini nazionali il denaro sarebbe passato di governo in governo. Il nuovo ordine finanziario avrà due sentinelle con sede a Washington: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo poi nota come Banca Mondiale. Sul finire degli anni ’70 tuttavia grosse somme di denaro vengono accumulate dai petrolieri del medio oriente, le banche occidentali sono ansiose di reinvestire il denaro in prestiti, e le sentinelle allentano la sorveglianza: la globalizzazione finanziaria risorge. I paesi a cui le banche decidono di prestare Petroldollari sembrano promettere fascinosi profitti, ma come era già successo nel corso della storia finanziaria, il rischio è incalcolabile. In 7 anni l’America latina quadruplica i prestiti stranieri, fino a sfiorare la cifra di 315.000 miliardi di dollari. Poi nel 1982 il Messico dichiara che non è più in grado di saldare il debito, e ben presto l’intero continente vacilla sull’orlo della bancarotta. Ma è finito il tempo in cui gli investitori potevano contare sull’esercito dei propri governi in caso di debitori insolventi. Ora tutta la responsabilità delle crisi finanziarie ricade sul Fondo Mondiale Internazionale e sulla Banca Mondiale che non dispongono di navi da guerra, ma per i prestiti a venire potranno insistere in modo da spingere i governi latino-americani ad adottare dolorosi programmi di regolazione strutturale e ad imporre la disciplina fiscale. Per gli economisti americani l’efficacia di questi programmi è inconfutabile, ma non tutti sembrano

d’accordo. Con l’inasprirsi delle critiche alla finanza globale, le due sentinelle del programma post-bellico si trasformano in cecchini dell’economia, e puntano le loro armi finanziarie contro i governi del terzo mondo, sostenendo le dittature e promuovendo gli interessi dell’imperialismo Yankee. Guai a chi osa opporsi alle loro cannonate economiche. Nel movimento no-global prosperano teorie cospiratorie. Secondo una di queste, molto popolare (derivate dal libro Confessioni di un sicario dell’economia di John Perkins) due leader sud-americani molto popolari Jaime Roldos in Ecuador e Omar Torrijos a Panama sarebbero stati assassinati per essersi opposti alle richieste dell’imperialismo americano. Eppure c’è qualcosa che non quadra nel presunto complotto della banca mondiale contro i leader del terzo mondo. Dopotutto gli Stati Uniti non avevano prestato poi molto denaro ad Ecuador e a Panama. Negli anni ’70 i fondi e i titoli venduti in questi paesi ammontavano allo 0,14% del totale, ciò vuol dire che non erano clienti preziosi per gli Stati Uniti, e le esportazioni americane sfioravano appena lo 0,4%, non sembrano cifre tali da giustificare un omicidio. A dirla tutta l’idea di un assassinio sponsorizzato dal fondo mondiale internazionale pare una forzatura. Ciò nonostante questa nuova fase della storia della globalizzazione assiste all’emergere di un killer economico ben più plausibile, armato di ordigni a dir poco letali: i fondi di investimento. Gli uomini che gestiscono i fondi di investimento fanno ancora più paura, perché non hanno bisogno di

ricorrere alla violenza per raggiungere i loro scopi e contribuiscono personalmente alla globalizzazione, accelerandola. Se la banca mondiale concede ai governi prestiti delle durata di anni, i fondi di investimento giocano su periodi di tempo molto più limitati. E il gran maestro dei nuovi killer economici è George Soros (di cui abbiamo già scritto in precedenti articoli su OP). Ebreo ungherese di nascita, ma educato a Londra e trasferitosi a New York, Soros introduce nella finanza globale una nuova prassi economica, che sottolinea la fallibilità della natura umana e l’instabilità dei mercati finanziari. Le azioni producono conseguenze non programmate il cui esito non corrisponde alle nostre aspettative, ed è così che funzionano in genere gli affari umani. Secondo la teoria della Riflessività di Soros, i mercati finanziari non potranno mai essere perfettamente efficienti e tanto meno razionali per il semplice motivo, che i prezzi altro non sono che il riflesso dell’ignoranza e del pregiudizio, spesso irrazionale, di milioni di investitori. Agli occhi di Soros i mercati sono caratterizzati da alti e bassi, così come il temperamento umano è soggetto a momenti di euforia e di scoraggiamento. Il fondo Quantum Di George Soros ha fruttato milioni grazie allo Short Selling le vendite allo scoperto, una transazione grazie alla quale si vendono titoli o valute che non si possiedono, per acquistarle dal proprietario successivamente quando si spera che il loro valore sia sceso. Le sue mosse più azzeccate sono nate dalla giusta considerazione delle perdite e non dei ricavi.

Omar Torrijos, nome completo Omar Efraín Torrijos Herrera (Santiago, 13 febbraio 1929 – 31 luglio 1981), è stato un militare e politico panamense. È stato il comandante della Guardia Nazionale di Panamá, e leader del paese americano dal 1968 al 1981, anno della sua morte. Fu il promotore del colpo di stato del 1968, grazie al suo ascendente sulle masse povere e sui contadini, tanto che ebbe a dire di fronte ai fanciulli di un quartiere periferico: "Qui crescono i figli della rivoluzione". Sebbene fosse di fatto il personaggio più importante del paese, non vinse elezioni né fu mai presidente. Famoso per i trattati TorrijosCarter, del 1977 fra Panamá e Stati Uniti che sancivano il diritto di controllo per i centramericani del Canale di Panama a partire dal 2000. Morì prematuramente nel 1981 a causa di un misterioso incidente aereo. Versioni non ufficiali affermano che i sistemi di bordo erano controllati da terra, e John Perkins nel suo Confessioni di un sicario dell'economia lascia intendere che fu la CIA ad eliminarlo, perché Torrijos si rivelò un personaggio troppo scomodo e difficile da controllare.

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E la migliore è stato uno dei colpi speculativi più importante nella storia della finanza. Il 16 settembre 1992 con la Sterlina in grosse difficoltà, Soros divenne famoso come l’uomo che distrusse la banca d’Inghilterra. Molti erano convinti che speculatori come Soros erano destinati a vincere se fossero giunti alla resa dei conti con il governo inglese, e questo per una semplice questione aritmetica: 1000 miliardi di valuta venduta ogni giorno sui mercati di cambio stranieri, contro le esigue riserve del ministero del tesoro inglese. In quel periodo la sterlina inglese era strettamente legata al Marco tedesco attraverso l’SME il meccanismo europeo dei tassi di cambio. Quando i tassi di interesse tedeschi salgono all’alba della costosa riunificazione delle due Germanie, la stessa sorte devono subire quelli inglesi colpendo i proprietari immobiliari e gli affari interni. Soros calcola che il cancelliere inglese Norman Lamont sarà costretto a ritirarsi dallo SME e svalutare la sterlina. E’ la scommessa più coraggiosa della sua vita. Ed è talmente convinto che la Sterlina calerà, che scommette 10 miliardi di Dollari, più dell’intero capitale del suo fondo. Il rapporto rischio beneficio era sproporzionato, e quindi gli è sembrata una buona speculazione, o investimento se vogliamo, scommettere sulla sterlina. Durante l’intervallo della prima dell’opera di Londra in cui si recitava La forza del destino - il primo cancelliere inglese Norman Lamont si presentò nel cortile del palazzo del tesoro per annunciare che l’Inghilterra si sarebbe ritirata dallo SME, un evento epocale. Quel giorno Soros guadagna 1 miliardo di dollari che sono solo il 40% dei profitti annuali del suo fondo di investimento.

Soros deve il suo successo ad un istinto viscerale legato ai movimenti del gregge elettronico. E se la matematica potesse rimpiazzare l’istinto? Cosa succederebbe se una formula aritmetica potesse garantire dei profitti astronomici? Dall’altra parte della galassia finanziaria questa formula è appena stata escogitata. Nell’incrementare il commercio e lo sviluppo, la nuova globalizzazione ha anche incrementato la vulnerabilità dell’economia mondiale agli shock finanziari che propagano i loro effetti da un angolo all’altro del pianeta. Ma cosa succederebbe se il nostro pianeta fosse un luogo completamente diverso, un pianeta in cui non si verificano le tensioni causate dalla soggettività e dall’irrazionalità degli esseri umani. Un mondo in cui gli abitanti recepiscono istantaneamente ogni nuova informazione e la sfruttano per massimizzare i profitti, dove nella turbolenza della vita di tutti i giorni, tutto è quieto e prevedibile. Su un pianeta controllato e interconnesso tanto efficacemente, un catastrofico crollo della borsa sarebbe infinitamente meno frequente che nel nostro mondo. Forse accadrebbe una volta ogni 4 milioni di anni. Questo è il pianeta sognato dagli economisti più brillanti dei tempi moderni, ed è così che probabilmente si presenterebbe. Nel 1993 due geni della matematica giungono a Greenwich nel Connecticut, con una idea formidabile. Myron Scholes della Stanford University ha inventato la nuova rivoluzionaria teoria delle Option: le Opzioni. Lui e Robert Merton di Harvard sono i primi di una nuova razza di speculatori che sfrutta la matematica quantistica per fare soldi. Da uno dei loro uffici pianificano una rivoluzione finanziaria globale. L’idea di Merton e Scholes si basa su una semplice contratto di opzione. Prendiamo il caso una azione che oggi vale 100 $, supponiamo che io sia convinto che quella azione varrà 200 $ fra un anno, non sarebbe bella Myron Scholes Roberrt Merton

l’idea di comprarla al prezzo di oggi fra un anno? Se ho ragione incasserò un profitto di 100 $, se ciò non avverrà chi se ne importa era solo un opzione, mi costerà solo il prezzo dell’opzione stessa. La domanda fondamentale è: quale dovrebbe esser il suo prezzo: 5 $ , 10 $ ?. La risposta è fornita da una formula magica a cui i professori si riferiscono definendola “scatola nera”. Guardiamo cosa c’è nella scatola. La sfida che Scholes e Merton si trovano da affrontare è stabilire il prezzo di una opzione per acquistare una azione in un momento particolare, tenendo in considerazione i movimenti imprevedibili del prezzo di quell’azione in quel determinato periodo di tempo. Calcolate il prezzo di quella opzione accuratamente invece di tirare a indovinare e vi meriterete il titolo di scienziato della finanza. Con una meravigliosa stregoneria matematica riducono il prezzo dell’azione ad una complessa formula.

(Formula di Black Scoles) Siete un po’ perplessi?, avete qualche difficoltà con le formule algebriche? Allora i nostri geniacci hanno raggiunto il loro scopo. Per trarre profitto da queste genere di cose era necessario che il prezzo da applicare alle opzioni rimanesse un mistero. Nei primi due anni di attività la società di Merton e Scholes la Long Term Capital Managment accumula una fortuna vendendo opzioni mai praticate e sfruttando l’ingenuità e la poca lungimiranza dei compratori. I due scienziati della finanza guadagnano milioni, inoltre acquistan-

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do tutti quei titoli che ritenevano mal calcolati. Il mercato delle auto di lusso a Greenwich non ha mai avuto un periodo tanto prospero. Tuttavia per generare tali profitti la Long Term deve ricorre ad un prestito. Questa leva finanziaria aggiuntiva le permette di scommettere ben più del denaro di cui dispone. Nell’agosto del 1997 il capitale del fondo di investimento sfiora i 7.000 miliardi di dollari, ma le azioni finanziate dai prestiti ammontano a 126.000 miliardi di dollari. Penserete che un paio di accademici come Merton e Scholes si saranno lasciati terrorizzare dall’enorme ammontare del debito. Tutto il contrario, secondo la loro magica formula matematica non correvano il minimo rischio con una leva finanziaria tanto alta. Al contrario di altre società la Long Term perseguiva delle strategie di vendita multiple e apparentemente non correlate, un centinaio in tutto, comprendendo più di 6700 posizioni differenti. Una poteva rivelarsi sbagliata forse due ma era impossibile che tutte le puntate potessero andare male contemporaneamente. La Long Term specula sui mercati di tutto il mondo, ma il suo cavallo di battaglia è la vendita di opzioni sui mercati azionari americani ed europei. Opzioni che verranno incassate se i prezzi delle azioni fluttueranno verso l’alto o verso il basso. A quel tempo molti sono con-

vinti che i picchi raggiunti dalle azioni implichino una particolare volatilità dei mercati, ma la Long Term non è d’accordo. Secondo i suoi calcoli la volatilità del mercato declinerà e ciò significa che anche la possibilità degli investitori di esercitare le opzioni si ridurrà, la Long Term allora accumula le opzioni e le vende a prezzi vantaggiosi, vi sembra rischioso? I due matematici stimano che il rischio di fallimento equivale a 1 su 1024 in altre parole, praticamente a zero. Sembrano vivere davvero su un altro pianeta lontano anni luce dai consueti alti e bassi dei mercati terrestri. Nell’ottobre del 1997 a dimostrazione della loro capacità Merton e Scholes vengono fregiati del premio Nobel per l’economia. Sembrava che l’intelletto aveste trionfato sull’intuizione, che la scienza della finanza avesse soppiantato il rischio. Dotati della magica scatola nera i soci della Long Term sembravano sul punto di incassare fortune impensabili persino per George Soros. Poi nell’estate del 1998 quando i gestori dei fondi di investimento già cantavano vittoria è accaduto un evento che ha minacciato di far esplodere la scatola nera dei due premi Nobel: la realtà non ha seguito le aspettative. Nell’evoluzione le estinzioni di massa in genere sono causati da shock esterni come la caduta di un aste-

Il fondo Long Term Capital Management (LTCM) era un fondo speculativo nel cui board figuravano grandi protagonisti del mondo economico. Fu istituito nel 1994 da Meriwether ed il suo team proveniente dalla Salomon Brothers e si basò sui modelli matematici creati dai premi Nobel Robert C. Merton e Myron Scholes. Compiva, perlopiù, operazioni di arbitraggio economico. Vi lavorarono anche Eric Rosenfeld, Greg Hawkins, Larry Hilibrand, William Krasker, Dick Leahy, Victor Haghani, James McEntee, Robert Shustak, David W. Mullins Jr.. Possedeva un capitale gestito di 4 miliardi di dollari, ma tramite leve finanziarie molto ampie operò con esposizioni in alcuni casi sino a 1200 miliardi di dollari. Nei primi anni riuscì a produrre rendimenti netti annui di circa il 40% . Numerosi erano i gestori che replicavano le strategie di investimento di LTCM, col risultato che alcuni errori commessi dal fondo sono stati effettuati anche da chi utilizzava le medesime strategie. Tutto questo, unitamente alla crisi della Russia e al grande utilizzo della leva finanziaria da parte di LTCM, ha reso il suo collasso drammatico, richiedendo, nel 1998, l'intervento diretto della FED a sostegno, al fine di evitare il peggio. Dopo LTCM, Meriwether nel 2000 ha lanciato JWM partners, insieme ad Haghani, Hilibrand, Leahy, e Rosenfeld, operando con gli stessi modelli matematici sebbene con esposizioni finanziarie minori.

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roide sulla Terra. Lunedì 17 agosto 1998, un gigantesco asteroide si abbatte sul pianeta finanza, e a sorpresa colpisce l’altra faccia del globo, in particolare un mercato in ascesa. Indebolito dalle turbolenze politiche, dal declino delle entrate petrolifere, e da una privatizzazione approssimativa, il sistema finanziario Russo già vacillante, crolla. Il disperato governo del Paese non è più in grado di onorare i suoi debiti, e alimenta la fiamma della volatilità nel sistema finanziario mondiale, i mercati azionari sprofondano. Ricordate le opzioni a basso costo che la Long Term aveva venduto basandosi sulla scarsa volatilità del mercato azionario?, quelle che pensava che nessuno avrebbe mai praticato?, le cose vanno diversamente. I Nobel avevano previsto che era altamente improbabile che la Long Terms perdesse più di 35 milioni di dollari in un solo giorno, venerdì 21 agosto 1998 ne perde 550 pari al 15% del suo intero capitale. L’evento sulla base dei modelli di rischio della Long Term è a dir poco surreale, a Greenwich si guardano i monitor a bocca aperta, con lo sguardo vitreo, non sta accadendo sul serio… invece sì. Alla fine del mese la Long Term è sotto del 45%. La sua unica speranza di sopravvivenza è trovare un finanziatore in grado di riscattarla.


E chi meglio dell’investitore impavido George Soros? E’ il massimo dell’umiliazione, i geni del pianeta finanza elemosinano l’intervento del profeta della Riflessività irrazionale e inquantificabile. Deve esser stato un incontro molto teso, chissà che atmosfera!: Soros ricorda che si incontrarono a colazione, e non fu un incontro molto teso, o meglio loro erano tesi ma Soros no perché non avrebbe sborsato nemmeno un centesimo. Nessun investitore impavido salverà la Long Term, era troppo pericoloso e non avendo il capitale sufficiente, difatti fu necessaria l’azione coordinata di tutte le banche per salvare la LTCM dalla bancarotta. Ecco cosa accadde: nel timore che il fallimento della LT possa innescare il caos generale la Federal Reserve di New York ottiene una somma miliardaria da 14 banche di Wall Street, e salva così il fondo. Cosa mai è potuto accadere? Perché Soros ha visto giusto e i cervelloni della Long Term hanno fallito? Perché il mondo della finanza non risponde alla fredda logica, si tratta pur sempre del caro vecchio pianeta Terra, abitato da esseri umani emotivi e dalla mentalità imprevedibile. Ma c’è un’altra ragione alla base del fallimento della LT, i suoi modelli di rischio erano calcolati sui dati dei 5 anni precedenti, se fossero andati a ritroso di almeno 11 anni avrebbero preso in considerazione il crollo dei mercati azionari del 1987, e se fossero risaliti a 80 anni prima avrebbero considerato l’ultima grande crisi Russa, dopo la Rivoluzione del 1917. Per farla breve i premi Nobel erano ferrati in matematica, ma un po’ meno in storia contemporanea, hanno colto appieno la logica del pianeta finanza, ma non la caotica realtà del pianete terra. Ed ecco perché la gestione della LT si è rivelata superficiale e poco lungimirante. Il grande dubbio è: se una crisi di tale portata si ripetesse oggi, oltre dieci anni dopo, coinvolgendo questa volta più fondi di investimento su larga scala, cosa succederebbe? La risposta a questa domanda non è da ricercare su un altro pianeta, ma dall’altra parte del globo. Per molti la storia finanziaria è un fiume che scorre, storia antica come quella della Cina Imperiale. I

trader più giovani non ricordano nemmeno la crisi asiatica del 199798, se hanno avviato una attività dopo il 2000 hanno vissuto anni ricchi di eventi, il boom dei mercati azionari, quello dei bond, quello del petrolio, quello dei derivati. Il boom è stato generale e ha coinvolto anche quei prodotti la cui richiesta è associata a un certo tenore di vita, come il Bordeaux d’annata e gli yacht di lusso. Ma questi anni di boom sono anche anni misteriosi, perché i mercati salgono alle stelle in un periodo in cui i tassi di interesse a breve termine crescono abbagliando gli squilibri commerciali e intensifican-

e oltre 100 miliardari. Non solo la Cina si è lasciata il periodo coloniale alle spalle, ma l’economia più in rapido sviluppo del mondo è riuscita anche ad evitare quel genere di crisi che periodicamente fa la sua comparsa in altri mercati emergenti. Uno dei motivi di questa ascesa indenne da crisi, sta nel fatto che molti investimenti cinesi non sono stati finanziati dagli stranieri, ma dagli stessi risparmiatori cinesi. Ci sono stati investimenti stranieri ma si è trattato di investimenti diretti per la creazione di fabbriche, non facilmente liquidabili in tempo di crisi.

do il rischio politico. Il segreto di questo apparente paradosso è nascosto in Cina. Chongqing sulle sponde del possente fiume YangTze è ubicata nel cuore dell’antico regno di mezzo, a più di 1500 km dalle zone costiere meta dei turisti occidentali, eppure è la città più in rapido sviluppo del pianeta. La città più moderna del mondo il paradiso dell’edilizia, 30 sono i ponti in costruzione, 10 sono le nuove linee ferroviarie in costruzione. Lotti che fino a 6 mesi prima erano terreno agricolo, vedono la costruzione di milioni di mq di uffici. L’obiettivo è trasformare Chongqing nella capitale finanziaria della Cina occidentale, e se continuano di questo passo diventerà la capitale finanziaria del mondo intero. Grazie al suo rapido sviluppo in Cina si contano 345.000 milionari,

Negli ultimi anni il risparmio della Cina è stato così imponente che ha impresso alla globalizzazione la più spettacolare inversione di rotta. Prima era il ricco inglese a prestare denaro alla indigente periferia asiatica, ora sono i cinesi a fornire liquidi al benessere americano. Quindi: benvenuti nel nuovo strano ibrido avvenuto dalla fusione di Cina e America che qualcuno ama definire Cinamerica. Il mercato azionario sudoccidentale è un luogo straordinario, frequentato da centinaia di abitanti di Chongqing che vanno lì a pranzare, giocare a ping pong ed a… investire o, forse a puntare i loro risparmi in borsa. Ecco il tratto distintivo della Cina odierna e dell’economia mondiale in genere: la tendenza a investire e mettere in moto i capitali. Dopo anni di instabilità i cinesi

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mettono da parte una grossa fetta delle loro crescenti entrate in netto contrasto con gli americani che oggi giorno non riescono a risparmiare nulla. I risparmi dei cinesi sono tanto abbondanti, che per la prima volta nella storia, i capitali non si muovono da ovest verso est, ma da est verso ovest, ed è un flusso massiccio. Nel 2007 gli Stati Uniti sono costretti a chiedere un prestito di 800.000 miliardi di dollari (ottocentomilamiliardi di dollari) al resto del mondo, più di 4.000 miliardi di dollari per ogni giorno lavorativo. La Cina di contro gestisce un surplus equivalente a più di ¼ del deficit americano. E una larga fetta di quel surplus finisce per esser prestata agli Stati Uniti. La Repubblica Popolare Cinese è diventata a tutti gli effetti la banca ufficiale degli Stati Uniti d’America. Suona un po’ bizzarro, un americano medio ha un reddito di 44.000 $ all’anno, mentre un cinese medio nonostante l’edilizia multimiliardaria ostentata nel centro di Chongqing non ne guadagna più di 2000. Allora perché è il secondo a prestare il denaro al primo che è all’incirca 22 volte più ricco? Fino a poco tempo fa da un punto di vista cinese la maniera migliore di impiegare la sua vasta popolazione era l’esportazione di manufatti a beneficio degli insaziabili consumatori americani. Per assicurarsi che queste esportazioni fossero irresistibilmente convenienti, la Cina doveva bloccare l’ascesa della sua valuta acquistando migliaia di miliardi di dollari sui mercati mondiali. E fino a poco tempo fa sembrava che fosse anche l’America a beneficiarne. In America il modo migliore per far quadrare i conti di recente è stato importare beni scadenti cinesi all’ingrosso e venderli poi in grandi magazzini come ad esempio la Wal Mart. Compagnie come questa rifornendosi in Cina hanno pensato di trarre grossi profitti dalla manodopera cinese a basso costo. Solo nel 2006 la Wal Mart ha importato prodotti cinesi per un valore di 9.000 miliardi di dollari. Ma allo stesso tempo vendendo obbligazioni miliardarie alla Banca

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Popolare Cinese, gli Stati Uniti hanno goduto di un abbassamento dei tassi di interesse, è quella che molti definiscono una situazione di assoluta parità. Sono queste le magie prodotte da Cinamerica che fornisce il 33% del prodotto economico mondiale e a cui è dovuto più del 50% della crescita globale verificatasi negli ultimi otto anni. Cinamerica sembra un connubio idilliaco, i cinamericani orientali risparmiano, i cinamericani occidentali spendono. Ma non tutto è così roseo. Più la Cina è favorevole a prestare denaro agli Stati Uniti, più gli Stati Uniti tendono a prenderne in prestito. Cinamerica in altre parole è la causa dell’inondazione di nuovi prestiti bancari, obbligazioni e dei contratti derivati che imperversano nel pianeta finanza dal 2000. E questa a sua volta è la ragione per cui nel 2006 il mercato Americano dei mutui era talmente inondato di liquidità che i mutui subprime sono stati concessi anche a soggetti senza reddito senza lavoro e senza l’ombra di titoli azionari. La crisi dei mutui sub-prime quindi non sembrava difficile da prevedere, già mesi prima molte persone incappavano nell’insolvenza e nel pignoramento, ma ciò che era più difficile prevedere era come un piccolo tremore verificatosi in un mercato prettamente americano, avrebbe causato un terremoto di portata mondiale. Non molti avevano previsto che l’onda d’urto dovuta all’insolvenza dei mutui sub-prime avrebbe colpito tutto il mondo, che per quella crisi una banca inglese sarebbe stata nazionalizzata, che una delle compagnie più famosa degli investimenti bancari americani la Leman Brothers, non avrebbe retto il colpo. E non molti avevano capito che mentre anche altre banche inizia-

vano ad accumulare miliardi perdite il prestito interbancario si sarebbe fermato e che il ministero del tesoro americano sarebbe stato costretto a sborsare un prestito di 700 mila miliardi di dollari per risanare il sistema finanziario. Di sicuro nel giugno del 2008 la recessione in America sembrava pressoché inevitabile, ma dall’altra parte del mondo? Guardando le strade di Hong Kong non si notano segni di recessione. E’ possibile che la parte cinese della Cinamerica si sia staccata con successo dalla sorella americana? L’idea che la Cina possa uscire illesa dalla crisi americana è a dir poco affascinante, nonostante il calo delle esportazioni dovuto alla recessione, e il crollo del mercato azionario il boom della richiesta interna sembra determinare una crescita continua, pari all’8% annuo. Ma ricordiamo che noi occidentali l’abbiamo già sperimentato. Cento anni fa durante la prima globalizzazione molti investitori pensavano che esistesse il medesimo rapporto simbiotico fra la capitale del mondo finanziario, l’Inghilterra e l’economia più industrializzata d’Europa, stiamo parlando dell’economia tedesca. E il fallimento di quel rapporto è sfociato in una guerra. Come prima del 1914 una linea sottile separa la simbiosi dalla rivalità e dal conflitto. Secondo alcune stime nel 2027 il Pil cinese supererà quello americano. Alcuni economisti ipotizzano che per quella data, poco o nulla rimarrà dell’industria manifatturiera americana, e più la situazione peggiorerà negli Stati Uniti più le proteste si faranno accese. In un periodo come questo in cui la borsa di Hong Kong fa parlare di sé, viene da chiedersi cosa può


innescare una crisi della globalizzazione come quella avvenuta nel 1914. La risposta più ovvia è un conflitto fra gli Stati Uniti e la Cina, sia per il commercio, Taiwan, il Tibet o qualunque altro pretesto che oggi non siamo in grado di vedere. Quello che inizia come competizione per una medaglia olimpica, potrebbe trasformarsi in una battaglia per i dollari se un giorno i cinesi decidessero di recidere i legami di credito con l’impero americano. Forse come molti suggeriscono Cinamerica non è altro che una Chimera: l’animale mitologico, in parte leone, in parte capra, in parte Drago. Un conflitto cino-americano non è poi tanto assurdo, ma uno dei punti cardine di queste vicende è che le crisi nella storia sono state

sufficientemente distanziate da non essere nella memoria di coloro che oggi gestiscono le banche, i fondi di investimento e le società. Se avete sempre visto solo cigni bianchi ciò non vuol dire che non esistano cigni neri. Il mondo finanziario attuale è il risultato di 4.000 anni di evoluzione economica, eppure nonostante la sua complessità e la sua diversificazione senza precedenti, il pianeta finanza rimane più vulnerabile che mai all’annoso problema dei corsi e ricorsi economici, all’esuberanza irrazionale e alla depressione maniacale. Forse è proprio la sua complessità a renderlo più vulnerabile alla crisi. Per 4.000 anni, dall’antica Mesopotamia alla Cina moderna, l’ascesa del denaro è stato uno degli ele-

menti determinanti, del progresso umano, una affascinante storia di innovazioni, intermediazioni e integrazioni, che ha permesso all’uomo di riscattarsi dall’agricoltura di sussistenza. Eppure il pianeta finanza non potrà mai sfuggire alla forza gravitazionale del pianeta Terra perché la matematica non riuscirà mai a spiegare fino in fondo il fattore umano, la nostra tendenza a sottovalutare la probabile presenza di cigni neri, la propensione a farci guidare dall’euforia e dall’abbattimento, l’incapacità cronica di imparare dalla storia. Ecco perché la storia finanziaria come la più umana delle emozioni, non ha mai avuto un corso lineare e mai lo avrà, nemmeno nel magico e leggendario paese chiamato Cinamerica.

Forze terrestri dell’esercito popolare di liberazione della Cina9


Bisogno di sicurezza Iran - Russia: confronto politico Riccardo Manzoni mb 339.1002650 e-mail: rikymanzoni@gmail.com

L’Iran apparentemente monolitico è un paese ricco di fratture sociali: nelle élite il rifiuto della morale tradizionale è tale che molte ragazze giungono a prostituirsi per sfidare la legge islamica, ed anche la droga é un problema molto complesso...

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I FATTI Prima in Iran, poi in Russia si é assistito ad un moto di proteste che sembravano in grado di scuotere il potere costituito e di avviare questi due paesi verso una maggiore democrazia interna, mentre il risultato finale é stato per adesso un consolidamento del sistema esistente: in Iran le ultime elezioni parlamentari hanno visto il trionfo dei conservatori ed in Russia Putin è stato eletto presidente già al primo turno. LE CAUSE Bisogna quindi chiedersi perché le proteste si sono dimostrate inefficaci e perché gli oppositori sono completamente spariti in Iran e molto diminuiti in Russia. Siamo stati colti dall’ennesimo abbaglio che ci fa vedere la realtà non come é davvero, ma per come vorremmo che fosse? Il Sistema é stato particolarmente efficiente nel combattere l’opposizione? Oppure é in grado di avere il consenso della maggioranza della popolazione? Se é davvero così perché si verifica un consenso tanto diffuso verso governi che visti dall’esterno vengono generalmente considerati negativi? Certamente la repressione ha giocato un ruolo importante, ma di per sé non basta a spiegare la sopravvivenza degli attuali governi; d’altra parte gli oppositori esistono davvero e non sono il risultato di una nostra invenzione: moltissimi cittadini, sopratutto giovani ed istruiti vogliono davvero un sistema più democratico. Proprio questo, però, é il punto: chi condivide certe idee appartiene spesso all’élite urbana, universitaria e legata alle nuove tecnologie, mentre la grande maggioranza della popolazione é molto diversa per condizioni di vita e per mentalità, prima ancora che per idee politiche. Questa differenza tra città e provincia esiste anche in

Occidente, ma é particolarmente diffusa nel Secondo, Terzo e Quarto Mondo e spiega bene perchè i tentativi di riforma politica spesso naufragano nell’indifferenza o nell’ostilità generale. RUSSIA In questo immenso paese un chiaro esempio di quanto appena detto riguarda il servizio militare; mentre i giovani delle grandi città cercano in ogni modo di evitarlo, nella sterminata provincia russa viene ancora considerato motivo di orgoglio. A volte la mentalità notevolmente diversa tra queste due realtà porta ad un vero e proprio odio verso gli abitanti delle grandi città da parte della “Russia profonda”, come emerso anni fa quando a Mosca é caduto il tetto di un parco acquatico provocando diversi morti. In quell’occasione gli altri russi non hanno mostrato particolare dolore; anzi hanno considerato i malcapitati come individui dediti solo al divertimento che si erano meritati una fine simile. In un contesto di questo tipo non stupisce che Putin, contestato pesantemente a Mosca, continui in realtà a godere di un autentico e vasto consenso fuori da essa. Questo si spiega anche con il fatto che la provincia é ovunque più legata alla cultura tradizionale. Per quanto riguarda la Russia, la storia russa é caratterizzata costantemente dalla presenza di “uomini forti” che plasmano, creano, riformano o ricreano lo Stato a loro immagine e somiglianza. La presenza di questo tipo di statisti in Russia é particolarmente importante anche per contrastare un altro fenomeno ricorrente: i “torbidi”, periodi di debolezza e persino di disgregazione della Russia in tanti Stati indipendenti. Alla loro fine compare un politico della pasta descritta prima che non solo riporta ordine interno, ma ricrea uno Stato potente e riannette alla Russia i territori perduti. Tale é stato, per esempio, Stalin in Unione Sovietica, e non é un caso che gran parte dell’opinione pubblica ancora

Stoner Train, un terzetto musicale proveniente dalla profonda Russia


oggi veda in lui non il dittatore che ha ucciso milioni di persone, come viene considerato comunemente in Occidente, ma il restauratore della potenza russa umiliata dalla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale e sconvolta dalla successiva guerra civile tra zaristi e comunisti. Se si analizzano gli avvenimenti più recenti si noterà che analoga discrepanza di vedute esiste anche sull’ultimo periodo sovietico e gli anni ad esso successivi. Per l’Occidente Gorbaciov ha tentato di riformare un sistema ormai sclerotizzato e ha introdotto le prime libertà politiche ed economiche, continuate poi con decisione molto maggiore da Eltsin. In quest’ottica i due politici appena citati hanno svolto una funzione positiva, mentre Putin, che ha in parte invertito la rotta, viene visto con diffidenza o in modo negativo. Per i Russi é vero esattamente l’opposto, in quanto Gorbaciov ed Eltsin sono coloro che hanno portato l’ultima, almeno per adesso, fase di torbidi con la distruzione dell’Unione Sovietica e l’impoverimento improvviso di milioni di persone. Putin, al contrario, é il nuovo “uomo forte” che non solo ha posto fine alla decadenza della Russia, ma ha nuovamente sviluppato la potenza russa in ambito politico, economico e militare. Inoltre i legami con la Bielorussia e con le repubbliche asiatiche ex sovietiche dimostrano come stia cercando di recuperare, sia pure in modo indiretto, tutti i territori che possono ragionevolmente tornare sotto l’influenza russa. Per ottenere questo obiettivo in una cornice politica più ampia Putin sviluppa una politica eurasiatica, cioè fondata da un lato su buoni rapporti con i paesi europei, come Italia e Germania, dall’altro sull’alleanza con alcuni dei più importanti paesi asiatici, come Cina, India, Iran, Siria ed appunto le repubbliche asiatiche ex sovietiche. In particolare con queste ultime insieme a Iran e Cina ha stipulato il “Patto

di Shangai” per creare una zona in grado di controbilanciare la potenza americana. Non c’é che dire: si sta realizzando in parte quanto previsto da Tocqueville. Questo famoso intellettuale liberale dell’Ottocento, studiando il sistema politico americano, aveva profetizzato che gli USA un giorno avrebbero dominato il mondo, tranne la Russia. Oggi questa previsione non sembra più così vera, visto il declino economico americano e l’emergere di nuove-vecchie grandi potenze come la Cina, ma certamente la Russia continua a giocare un ruolo importante nell’opporsi ad un mondo unipolare sotto la guida degli USA. Non é un caso che la Russia, e Putin in particolare, piaccia in Occidente alle forze di destra ed estrema destra che si battono contro USA e globalizzazione. Esse hanno superato e smaltito il fatto che la Russia sia per certi versi l’erede dell’Unione Sovietica e Putin sia stato un membro del KGB, cioè di un’istituzione simbolo dell’URSS, e vedono per l’appunto la Russia come paese in grado di coagulare intorno a sé l’opposizione agli USA ed al loro modello economicosociale. Questa evoluzione risale già ai primi anni della presidenza di Putin in occasione della guerra contro gli indipendentisti ceceni. Mentre gran parte dell’opinione pubblica simpatizzava per i Ceceni, queste forze denunciavano il sostegno dato loro dai paesi occidentali dicendo che si comportavano così perchè avevano i soldi, ma non gli eserciti, necessari per distruggere la Russia. Questa presa di posizione si é nuovamente manifestata alcuni anni fa in occasione della guerra tra Russia e Georgia, quando Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova, ha scritto una lettera a “La Stampa” esprimendo tutta la sua solidarietà per gli abitanti dell’Ossezia del Sud, regione appartenente alla Georgia ma i cui cittadini hanno passaporto russo e vogliono unirsi all’Ossezia del Nord appartenente alla Russia, e chiedendo un pubblico appoggio dell’Unione Europea a questo popolo. Putin da parte sua sa quanto l’antiamericanismo sia diffuso e popolare in Russia e non a caso ha basato su di esso gran parte della campagna elettorale cercando viceversa di dipingere i suoi opRoberto Fiore

positori come forze finanziate dagli USA e questo approccio, unito al fatto di essere il simbolo vivente della rinascita nazionale, gli ha garantito una brillante vittoria. Infatti il tema della libertà di espressione, molto sentito tra i cittadini colti, passa in secondo piano nel resto del paese che si aspetta all’interno ordine, sviluppo economico, coesione sociale e all’esterno una politica da grande potenza. IRAN Analoga situazione troviamo in Iran, che come gli altri stati islamici é contrassegnato da profonde fratture sociali, che comportano stili di vita e mentalità completamente diverse tra l’élite ed il resto della popolazione. La prima contesta l’influenza della religione nella vita quotidiana, vuole un governo laico e conduce un’esistenza quanto più possibile vicina allo stile occidentale. Il rifiuto della morale tradizionale é tale che molte ragazze giungono a prostituirsi per sfidare la legge islamica, ed anche la droga é un problema molto complesso. Il governo la combatte in modo durissimo, tanto da aver costruito una vera e propria “linea fortificata” con l’Afghanistan, paese dal quale essa arriva, e da aver meritato gli elogi ufficiali dell’ONU che ha detto che l’Iran contro questo fenomeno sta conducendo una vera e propria guerra costata già più di tremila morti. Inoltre lo spaccio, come anche in altri paesi islamici ed in Cina, é punito con la pena di morte. Allo stesso tempo, però, la crisi economica che esiste da anni e che recentemente si é aggravata e la volontà di opporsi alla morale governativa spingono un numero particolarmente alto di iraniani a diventare drogati, fenomeno che peraltro riguarda anche politici importanti. In particolare é emblematico un esponente di lungo corso che per molti anni ha combattuto senza pietà questa piaga, mentre in seguito é stato arrestato per essere divenuto tossicodipendente. A livello politico questa élite istruita, come anche i politici più moderati, vuole un avvicinamento non solo culturale, ma anche politico, all’Occidente in nome della comune radice indoeuropea. Non a caso un famoso gruppo musicale iraniano

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molto popolare presso di essa e malvisto dal governo si chiama proprio “Arian”, in quanto ariano é sinonimo di indoeuropeo. Questa politica, d’altronde era perseguita dalla dinastia Pahlevi, che aveva mutato il nome del paese da Persia in Iran proprio per sottolineare questa identità e che aveva sviluppato una stretta amicizia con gli USA, Israele e diversi paesi europei. Il grosso della popolazione, poveri ed abitanti dei piccoli centri e delle campagne, invece rimane molto legato alla religione e di conseguenza é legato al governo che si basa sulla legge islamica. Proprio il governo nato con Khomeini ha svalutato il passato indoeuropeo a favore dell’identità islamica, anche per contrapporsi nettamente agli USA definiti da lui “Grande Satana”. In seguito i politici più moderati hanno ripreso il passato preislamico, ma ancora oggi esso é invece visto con diffidenza da quelli più estremisti. Un elemento comune a tutti é il nazionalismo, in quanto gli Iraniani sono orgogliosi del fatto di non essere mai stati colonizzati, contrariamente agli altri popoli della regione. Questo spiega perchè più

cresce l’isolamento e più si aprono fratture politiche all’interno della classe dirigente più il popolo si compatta contro ciò che ritiene ingiustizie provenienti dall’esterno ed alle elezioni parlamentari vota di conseguenza gli elementi maggiormente conservatori. Un chiaro esempio di questa situazione é offerto dalla discussione sul nucleare. In Israele e negli USA esso é visto come un incubo da evitare a qualsiasi costo per impedire che l’Iran possa dotarsi della bomba atomica. Uno scenario simile obbligherebbe Israele a svelare il suo “segreto di Pulcinella”, cioè di essere da anni in possesso di alcune centinaia di testate nucleari, mentre fino ad oggi non ha mai ammesso questa sua situazione e partendo da queste premesse si oppone al fatto che gli altri Stati della regione possano dotarsi della Bomba. Inoltre un Iran nuclearizzato spingerebbe gli altri Stati islamici ad intraprendere lo stesso percorso e questo innescherebbe una corsa agli armamenti con in più il rischio che il materiale nucleare possa finire in mani estremiste, sia nel senso di terroristi, sia nel senso di partiti islamisti antioccidentali che giungono al potere. Non va dimenticato da questo punto di vista che in Egitto e Tunisia hanno già vinto partiti islamici e tutto ciò renderebbe Israele ancora più preoccupato per la sua stessa esistenza. Se già questo

scenario é per gli USA sufficientemente preoccupante, va aggiunto che ormai da anni la politica americana si basa sul principio di combattere la proliferazione nucleare e quindi gli Stati Uniti non possono assolutamente permettere un’evoluzione simile perché ne uscirebbero completamente privi di credibilità internazionale. Gli Iraniani, anche quelli moderati, però, ribattono che hanno tutto il diritto di sviluppare il nucleare per fini civili, che non violano nessun trattato e che di conseguenza nessun paese straniero deve impedire questa loro importante conquista. Questo diverso approccio li porta a schierarsi con il governo, che persegue da moltissimo tempo questo obiettivo indipendentemente da chi é al potere. Infatti già la dinastia Pahlevi voleva arrivare a questo risultato ed il governo instaurato da Khomeini si é mosso in totale continuità. La diversa reazione da parte americana fa capire che il problema non é il nucleare in sé, ma la classe politica che lo deve gestire e ciò contribuisce a mantenere lontane le posizioni. Gli USA, infatti, nella realtà non impediscono a priori agli Stati di dotarsi della Bomba se essi sono retti da governi responsabili, come é emerso nel recente passato a proposito dell’India e del Pakistan, che sono arrivati all’atomica senza suscitare particolari reazioni americane. Gli Iraniani si rendono conto che il problema é quindi di tipo politico e vedono nell’atteggiamento degli USA un comportamento discriminatorio nei loro confronti e ritengono ingiusto che un paese straniero possa decidere chi ha diritto a sviluppare la tecnologia nucleare e chi non può fare altrettanto; ciò é un ulteriore elemento che spinge ad appoggiare chi appare più determi-

Arian (in Persiano: ‫ )ﮔﺮوﻩ ﻣﻮﺳﻴﻘﯽ ﺁرﯾﺎن‬è stata il primo gruppo musicale pop costituito da cantanti e musicisti di entrambe i sessi dopo la rivoluzione islamica. Pahlavan and Salehi sono i vocalisti dei bassi, Pahlavan, Salehi, Amirkhas, Khahani and Farnejad sono i compositori della band. Il secondo terzo e quarto album sono stati gli album più venduti fra tutti quelli incisi in Iran. Sono stati la prima band iraniana ad entrare nel Who’s who della musica. Ad oggi hanno inciso 4 album e suonato in diversi concerti in varie parti del mondo. Hanno donato parte dei loro gudagni al Programma alimentare delle Nazioni Unite.

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nato nel non farsi condizionare dall’estero e quindi i conservatori ne escono rafforzati. Va fatto notare che anche a livello di forze politiche occidentali esiste in parte un’analogia tra i sostenitori di Putin e del governo iraniano e che quest’ultimo gode di simpatie ancora maggiori. Infatti non ha solo l’appoggio dell’estrema destra per le posizioni negazioniste e radicalmente antiisraeliane del Presidente iraniano, ma gode anche del sostegno dell’estrema sinistra per l e r i p e t u t e c o n da nn e d e l l’”imperialismo” e dell’”arroganza” occidentali compiute sempre dal Presidente. In realtà questo aspetto risale già a Khomeini, che aveva scritto una lettera a Gorbaciov affermando che il comunismo si batteva per una giusta causa, ma partiva da premesse sbagliate in quanto si fondava sull’ateismo. L’Islam avrebbe ripreso la battaglia per un mondo più giusto e sarebbe riuscito laddove il comunismo aveva fallito, perché si basa su Dio e considera la legge religiosa tutt’uno con la legge dello Stato. RUSSIA-IRAN Il paragone tra questi due Stati é particolarmente giustificato anche per il comune sistema misto del loro regime e per analoghi obiettivi in politica estera, nonché per timori comuni della maggioranza della popolazione. Entrambi si basano sulla democratura, che significa appunto un regime in parte democratico in parte dittatoriale. In Russia questo tipo di governo si é consolidato con Putin e ha per-

messo da un lato di mantenere rapporti più o meno buoni con i paesi occidentali che volevano vedere mantenute le libertà politiche ed economiche degli anni precedenti, dall’altro di presentarsi ai proprii concittadini come il nuovo “uomo forte” che avrebbe fatto rinascere la Russia in tutti gli ambiti. Questa forma di governo ora é messa in discussione dall’élite urbana che vuole più democrazia e meno dittatura, ma continua a godere di vasto sostegno nel resto del paese. In Iran questo sistema nasce con la Costituzione approvata in massa

dal popolo dopo l’avvento al potere di Khomeini. Essa infatti riconosce diritti politici e sociali senza discriminazioni ed al tempo stesso prevede che la stampa possa pubblicare solo quanto ritenuto morale dal governo. Inoltre prevede che la carica suprema dello Stato, la Guida Suprema, così come l’organo da

essa dipendente non siano elettivi, contrariamente al Parlamento ed al Presidente della Repubblica. L’impianto appena descritto fa sì che molti dissidenti si richiamino comunque alla propria Costituzione denunciando violazioni da parte del governo che non ne rispetta i principi fondamentali. Questo comportamento é interessante perché mette in luce altri elementi di incomprensione tra il nostro modo di ragionare e quello dei popoli esaminati. Noi tendiamo a vedere soprattutto gli aspetti meno democratici e consideriamo quindi questi regimi negativi in sé e vorremmo vedere da parte di russi ed iraniani un cambio di regime a favore di un governo democratico come lo intendiamo noi. Per la grande maggioranza dei Russi e degli Iraniani, invece, il governo o la Costituzione in vigore sono già sufficientemente democratici e sono una garanzia verso minacce esterne od interne; basta, soprattutto in Iran, applicare fino in fondo le garanzie già previste per porre fine agli abusi di potere. Questa diversa valutazione della realtà é dovuta certamente ai rispettivi passati; noi abbiamo alle spalle vari decenni di democrazia ininterrotta durante la quale sono avvenuti profondi cambiamenti nella società che ci fanno percepire come inaccettabili e superate le restrizioni presenti in Rus-

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sia ed Iran. Quei popoli, al contrario, hanno alle spalle dittature molto diverse, ma comunque assai feroci con gli oppositori e quindi quanto avvenuto in seguito é comunque una conquista rispetto al periodo precedente. Più in generale questa situazione ci pone davanti a problematici interrogativi filosofico-politici: davvero il nostro sistema é il migliore e costituisce l’unica vera democrazia da esportare nel resto del mondo? Oppure si possono sviluppare regimi almeno in parte democratici seguendo un percorso diverso dal nostro? Anche in politica estera Russi ed Iraniani hanno obiettivi analoghi, in quanto entrambi da molto tempo cercano di diventare la potenza egemone nelle rispettive aree e questo suscita la preoccupazione occidentale sia per motivi pratici sia per motivi ideologici. Tra i primi vi é il timore che arrivino dove non dovrebbero, in particolare nel Mediterraneo ed in Medio Oriente, perché ciò garantirebbe loro una forza che l’Occidente non vuoe concedere. Oltre ad essi, però, vi é appunto l’aspetto ideologico, oggi soprattutto con l’Iran. Quest’ultimo, infatti, non punta solo a diventare la più grande potenza del Medio Oriente, ma vuole creare un “ordine islamico” che si

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basi su valori completamente diversi da quelli occidentali. Ciò spiega perché l’Occidente abbia cercato di bloccare questo tentativo già ai tempi di Khomeini, indipendentemente dalla questione del nucleare. Russi ed Iraniani, però, anche in questo caso percepiscono il comportamento occidentale come ingiusto nei loro confronti, in quanto nega loro il diritto di avere una propria area di influenza, mentre l’Occidente da parte sua cerca da secoli di estendere il proprio dominio sulle altre aree. Questo é quindi un ulteriore elemento che finisce per rafforzare Putin in Russia ed i conservatori in Iran, proprio perché essi vengono considerati la garanzia della difesa del proprio interesse nazionale anche in politica estera. Infine vi é l’aspetto sociale che spiega l’appoggio della grande maggioranza della popolazione a Putin ed ai conservatori. Certamente Russia ed Iran hanno al loro interno notevoli sacche di povertà e questo in teoria dovrebbe spingere per un cambio politico che garantisca un’economia più libera. In realtà i regimi attualmente esistenti vengono visti comunque come gusci protettivi che preservano da guai maggiori. I Russi quando pensano questo hanno bene in mente gli anni delle privatizzazioni selvagge che hanno

Putin e aAhmadinejad

arricchito enormemente una parte della popolazione a scapito della grande maggioranza. Non é un caso che essa quando non vota Putin sceglie il Partito Comunista e non quello liberale in quanto vuole possibilmente non più, ma meno, mercato lasciato a sé stesso e più, non meno, intervento dello Stato in economia. L’Iran da parte sua ha vissuto qualcosa di analogo ai tempi della dinastia Pahlevi, quando si é cercato di ammodernare l’agricoltura per renderla più efficiente. In realtà questo tentativo non ha portato che svantaggi a gran parte della popolazione e ha contribuito a rendere più impopolare la stessa dinastia. Non é un caso che l’attuale Presidente sia stato votato perché prometteva una più equa distribuzione della ricchezza ed il rimprovero che gli viene fatto é di non avere mantenuto questa promessa, certamente non quella di non avere introdotto più liberismo. Quest’ultimo spesso dà buoni risultati, come dimostrano Cina, India e Brasile, ma altrettanto spesso spaventa l’opinione pubblica che vede in esso la causa della povertà e di maggiori disuguaglianze sociali. Così non deve stupire che anche da questo punto di vista russi ed iraniani votano in maggioranza a favore di chi mantiene le garanzie sociali esistenti senza sviluppare più di tanto il libero mercato. Su questo argomento dovrebbe intervenire l’Europa occidentale che ha creato un tipo di società basato sulla coesione, la solidarietà e lo Stato sociale e può quindi fare capire che liberismo significa rispetto e valorizzazione delle capacità individuali, non anarchia sociale dove i poveri sono abbandonati al loro destino. Ciò permetterebbe di superare le diffidenze ancora oggi esistenti in Russia ed Iran e favorirebbe in quei paesi sentimenti amichevoli verso l’Occidente che poi porterebbero anche a governi più amici verso di noi. Questa soluzione ha anche conseguenze di politica interna, perchè per essere credibili e convincere questi paesi, dobbiamo per prima cosa difendere a casa nostra lo Stato sociale, che va certamente riformato, ma non smantellato.


Il bluff delle liberalizzazioni… farmacie

Perché in Inghilterra una farmacia costa 300.000 € e in Italia 3 milioni di € ?

A proposto di professioni e farmacie, le categorie di professionisti in Italia sono raccolte in 28 ordini ed insieme formano un esercito di 2 milioni di addetti. Ordini dediti principalmente, ma fortunatamente non solo, alla difesa degli interessi più o meno condivisibili dei propri affiliati. Da anni diversi governi e ministri hanno tentato in qualche modo di riformarli, ma senza successo. Anche nel decreto cosiddetto Crescitalia di Monti si è cercato di incidere su alcuni veri e propri privilegi ma, ci pare, con scarso successo. La struttura legislativa di molte di queste professioni risale al fascismo se non addirittura a Giolitti. Nel caso delle farmacie uno degli effetti più negativi è che i giovani laureati hanno scarsissime possibilità di aprire una farmacia, che come per tante altre categorie professionali, è sempre più diventata una attività ereditaria e, soprattutto a numero chiuso, senza o con scarsissima possibilità di nuovi accessi. Vi sono casi di giovani laureti in farmacia che non potendo comprare o aprirne una hanno approfittato delle cosiddette lenzuolate di Bersani del 2008 per aprire una parafarmacia, che però a causa una serie di limitazioni non consente comunque loro di vivere solo dei suoi introiti e perciò si ritrovano a svolgere anche altre attività. Sono circa 2700 le parafarmacie in Italia ed a 5 anni dalla loro introduzione emerge chiaramente che sono state un business per i farmacisti che hanno aperto anche parafarmacie magari nelle vicinanze di quella che possiedono, oltre che per le grandi catene di

distribuzione come i supermercati. Secondo la Federazione Nazionale Farmacie Non Convenzionate circa il 17% delle parafarmacie sono gestite dalla grande distribuzione, il 19% da catene di parafarmacie il 18% da farmacisti già titolari di farmacia, tutti soggetti che riescono da ottenere prezzi più favorevoli da parte dei grossisti. Per il restante 46%, gestito da farmacisti ex commessi, si registrano notevoli difficoltà. Basta pensare che alcuni fornitori all’inizio si erano rifiutati di fornire a questi ultimi i farmaci da automedicazione tanto che è dovuto intervenire l’Antitrust. Restano comunque le difficoltà di tipo economico legate alle condizioni di vendita dei medicinali, che sono più sfavorevoli rispetto alle condizioni praticate alle farmacie, con conseguente assottigliamento dei margini di guadagno. Se almeno nelle parafarmacie si potessero vendere i farmaci di fascia C, quelli con la ricetta bianca (antidepressivi, Viagra, ecc.) sarebbe un sostanzioso aiuto ed eviterebbe con ogni probabilità la chiusura di molte di esse. Le farmacie potrebbero continuare vendere in esclusiva, oltre al resto, anche le cosiddette ricette rosse quelle rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale prescritte dal Medico di Base. L’obiettivo finale dovrebbe essere comunque quello di arrivare all’equiparazione delle farmacie alle parafarmacie liberalizzando così il mercato. Le lobby Chi ha avuto la possibilità di frequentare i corridoi al terzo piano di Palazzo Madama sede del Senato della Repubblica negli ultimi giorni di febbraio, durante la discussione alla Commissione Attività Produttive del decreto liberalizzazioni, da portare in aula nei giorni successivi, avrebbe visto come prendono forma i decreti poi proposti dai Governi. Quello era (ed è) il luogo della mediazione fra le lobbies ed esecutivo, con i vari politici a fare da intermediari. Una specie di Suk arabo dove fra tavoli, corridoi, strette di mano,

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appostamenti e accompagnamenti, dall’apparenza cordiale e amichevole, i lobbisti perorano le loro cause con chi è preposto a formare ed approvare le leggi. Il ruolo di questi professionisti, praticato da sempre, è quello di rappresentare al legislatore quegli accorgimenti, quegli adeguamenti che evitano o riducono il danno per la categoria professionale che li ha incaricati, magari fornendo qualche foglietto recante le correzioni da apportare al dispositivo in discussione. Sono professionisti che frequentano da anni i corridoi dei due rami del Parlamento, conoscono bene i politici spesso anche nelle abitudini e consuetudini private, sanno creare rapporti confidenziali, gli offrono il caffè… tutto finalizzato a perorare al meglio gli interessi dei loro danti causa. Sono insomma gli uomini giusti al posto giusto. In questo contesto i farmacisti appaiono molto più bravi dei loro “colleghi” parafarmacisti sia perché da più anni praticano quest’arte, sia perché essendo un’associazione più potente può assoldare i professionisti più esperti del mestiere e quindi riescono a farsi sentire maggiormente. Per le questioni più importanti si muovono anche direttamente gli ordini con i loro rappresentanti più esperti; in più va poi aggiunto che molti parlamentari sono a loro volta degli iscritti ai vari ordini professionali. Ben il 45% di essi infatti appartengono a qualche ordine: 133 parlamentari sono avvocati, 53 sono medici, 23 commercialisti, 13 architetti, 4 farmacisti, 4 notai e ben 90 giornalisti.

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I Parlamentari della Commissione hanno facoltà di ammettere chi vogliono nelle stanze in cui si riuniscono, così taluni rappresentanti di categorie o lobbisti possono essere ammessi ed altri no. Può accadere che con alcuni di loro qualche membro di Commissione parlamentare scrive a quattro mani i correttivi e gli emendamenti al testo di legge, mentre altri non sono nemmeno ammessi nella stanza o sono sentiti solo formalmente, (sentiti non ascoltati). Anche questo è un modo per favorire questa o quella categoria. Il presidente di Federfarma Lazio Franco Caprino presente nelle stanze di Palazzo Madama nei giorni della preparazione del decreto ritiene normale la sua presenza come lo è anche per gli esponenti di tutte le altre categorie nel momento in cui si prepara o discute una legge che li riguarda. E’ la riprova che l’Italia ha nella sostanza una struttura economica sociale e produttiva di tipo fortemente corporativa che in momenti di crisi accresce la propria tendenza ad arroccarsi a difesa dei propri privilegi. Il decreto liberalizzazioni è stato approvato nel dicembre 2011, ha introdotto qualche cambiamento nel mondo delle farmacie ma, secondo molti, troppo poco. I privilegi salvati Basta esaminare alcuni aspetti sostanziali rimasti intatti anche dopo l’approvazione del decreto. Il prezzo delle farmacie che era, e resterà, proibitivo per i giovani farmacisti che non siano “famigli” di farmacisti o comunque soggetti più che benestante. I prezzi delle licenze sono uno dei parametri indicativi dei privilegi di

una categoria. Il modo per tenerne alto il valore è quello di limitarne il numero, creando condizioni di esclusiva o monopolio che alzano in maniera abnorme, rispetto ad un libero mercato, il valore finale. Il Decreto Crescitalia in questa ottica prevedeva di portare dalle 17 mila alle 23 mila il numero delle farmacie in Italia, 5 mila in più, in pratica una ogni 3.300 abitanti. Ma poi basta leggersi gli annunci economici su qualche quotidiano e chiedere informazioni ai proprietari di una farmacia che intendono venderla per scoprire che anche nelle piccole cittadine il loro prezzo resta proibitivo. Si parla sempre di diversi milioni di €, ad esempio per una farmacia che fattura 2 milioni di € si chiedono 4 o più milioni di € per l’acquisto. Il problema dell’insediamento di qualcuna delle 5 mila farmacie in più, previste dal decreto liberalizzazioni, viene aggirato in varie maniere in quanto la struttura legislativa con cui vengono autorizzate le nuove farmacie non è cambiata: burocraticamente lunga e farraginosa e facilmente bloccabile attraverso l’impugnazione al Tar ed istanze superiori. Anche nei casi più sfavorevoli al ricorrente, impedisce comunque l’apertura della nuova farmacia per la durata del processo che sono anni, ed ogni anno guadagnato è un anno di fatturato in più. Ovviamente a fare ricorso saranno i farmacisti presenti che sono contrari a vedere aprire altre rivendite di medicinali concorrenti nello stesso territorio Caprino presidente di Federfarma chiarisce che l’associazione che rappresenta ha dato mandato a due famosi costituzionalisti per studiarsi tutta la legge.


Un altro aspetto importante che la legge non ha toccato è il fatto che per aprire una farmacia bisogna essere iscritti all’Ordine dei farmacisti. Cosa vuol dire? Cerchiamo di chiarirlo. Esistono anche le farmacie pubbliche come ad esempio le farmacie comunali, queste potrebbero svolgere il loro servizio in concorrenza con quelle private. Ma purtroppo anche questa possibilità è condizionata in quanto la farmacia pubblica deve rifornirsi dal deposito che ha vinto la gara di appalto per le forniture dei farmaci. Il farmacista che conduce la farmacia pubblica quindi, non può rivolgersi ad altri fornitori che spesso offrono prezzi migliori e più scontati sui farmaci consentendo quindi di offrire a loro volta prezzi più bassi agli utenti. Risultato: una farmacia privata su taluni medicinali può arrivare a praticare sconti anche del 40% rispetto a quelle pubbliche che non riescono a muoversi con la necessaria agilità sul mercato di quelle private. La soluzione potrebbe esser quella di mantenere la titolarità della farmacia al Comune e affidare la gestione ad un privato mediante una contratto di affitto. E qui interviene il vincolo dell’obbligo di iscrizione all’albo per i proprietari di farmacia. La legge, non modificata dal decreto Crescitalia, ha mantenuto detto vincolo. Non ci sarebbe stato nulla di male a consentire che il proprietario di una farmacia potesse esser chiunque anche un Comune, che avrebbe così avuto il solo vincolo di affidare la completa gestione ad un farmacista che è quello che ha il rapporto con il cliente e risponde

dei farmaci venduti. Ciò avrebbe consentito notevoli vantaggi per gli utenti oltre che per i giovani farmacisti, ma avrebbe abbattuto i costi delle licenze con grave danno per i proprietari/ titolari. Cosa può fare quindi un giovane laureato in farmacia in Italia? In pratica deve prima di tutto farsi il tirocinio, poi superare l’esame di Stato per iscriversi all’albo dei farmacisti, e poi? Se non ha disponibilità economiche o non si trova in situazioni privilegiate (figlio di farmacista ad esempio) l’unica possibilità che ha è quella di farsi assumere sostanzialmente come commesso. Risultato: anche qui la nascita prevale sulle capacità, intere generazioni di laureati in farmacia (ma il discorso vale anche per tante altre categorie) non potranno mai accedere a quell’ascensore sociale che è riservato ai privilegiati che hanno così la possibilità di perpetuare a livello generazionale il privilegio di gestire una farmacia non lasciando entrare nel business coloro che in qualche modo non sono ricchi o favoriti da rapporti familiari con i titolari. In altri stati europei la situazione è completamente diversa. In Inghilterra ad esempio le farmacie fanno parte di grandi catene di distribuzione dei farmaci all’interno dei quali la gestione è affidata a farmacisti che hanno così la possibilità di farsi una carriera partendo dalla funzione di commesso che serve al banco le medicine ai clienti, per arrivare ad essere Store manager (direttore) di uno o più negozi. Esattamente come avviene per tutte le altre catene di distribuzione, la cui unica dif-

ferenza è sostanzialmente, ed ovviamente, la necessità di esser laureati in farmacia. Il risultato è che le farmacia in Inghilterra sono molto più economiche che in Italia: una Indipendent farmacy di piccole dimensioni più costare in media attorno a i 3o mila €, mentre per le assunzioni nelle catene di farmacie, i giovani si vedono pagati anche i tirocini. Ma quanto guadagna uno Store manager? Si va dai 40 mila € ai 75 mila € all’anno. E’ un sistema quindi fortemente liberalizzato che porta anche a qualche distorsione sotto il profilo dei consumi di farmaci, ma che sia per quanto riguarda il prezzi dei farmaci che le opportunità di lavoro, è certamente migliore del nostro con tutte le conseguenze del caso per “l’azienda Italia”.

Periodico indipendente di politica, cultura, storia. - Aut. tribunale di Torino n° 5554 del 2-11-2001 Direttore Responsabile: Enzo Gino. Sede legale 15020 Cantavenna di Gabiano (AL) - Stampato in proprio Editore: Piemonte Futuro - P. Iva 02321660066 Per informazioni, collaborazioni, pubblicità e contatti: posta@osservatoriopiemonte.it cell. 335-7782879 - fax 1782223696 - Distribuzione gratuita. www.osservatoriopiemonte.it Finito di stampare il 20 aprile 2012

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Energia: le stretegie del Governo

Riportaimo l’intervento di Corrado Passera Ministro dello Sviluppo Economico Infrastrutture e trasporti il 9 marzo al Convegno organizzato da - Italia decide alla Camera dei Deputati. ...dovremo pagare una bolletta di 150200 miliardi di € di debiti sugli incentivi al solare...

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Energia. Contesto nel quale l’impegno del governo si pone sotto il profilo settore energia nel campo internazionale. Nei prossimi 20 anni la domanda di energia nel mondo è prevista in continua crescita anche se a livello globale le sue componenti seguono dinamiche molto diverse: andamento piatto nei Paesi industrializzati, forte aumento nei Paesi in via di sviluppo che arriveranno a coprire il 70% del consumo primario mondiale nel 2030. Oggi è meno del 50%, nello stesso tempo il resto del mondo ed il nostro Paese stanno diventando sempre più efficienti, cioè l’intensità di energia per unità di PIL è previsto che continuerà a diminuire e su questo dovremo continuare a impegnarci. Quali sono le fonti di energia e la loro dinamica prevedibile nei prossimi decenni. Si prevedono due chiari vincitori, il gas e le rinnovabili, che saranno sempre più in espansione e diciamo un perdente, ma poi dovremo qualificare questa parola, cioè il petrolio. Il gas per la quale l’Agenzia internazionale per l’energia parla di un’era dell’oro, infatti è prevista in crescita significativa sia nel consumo mondiale ed europeo sia nell’offerta grazie all’evoluzione tecnologica imprevedibile e di enorme portata, che fa prevedere scenari di prezzo molto favorevoli. Le energie rinnovabili sono in forte crescita sia nei Paesi occidentali sia nei Paesi non Ocse anche se nel 2030 è previsto che vadano a coprire al massimo il 5% dell’energia primaria mondiale, il 10 per quanto riguarda l’energia elettrica. Questo sviluppo è consentito soprattutto dalla riduzione del costo delle tecnologie che sta avvenendo in maniera molto significativa e che gradualmente si Corado Passera

avvicinerà a quello dell’energia fossile. Il petrolio è una fonte energetica più preoccupante rispetto alle prime due, perché da un lato sta perdendo d’importanza relativa, negli anni 70 rappresentava quasi il 50% dell’energia primaria oggi è poco meno del 30%. D’altro canto la produzione si sta spostando verso giacimenti sempre più costosi, sempre meno convenzionali, le cosiddette acque profonde, o su Paesi difficili e instabili da un punto di vista geopolitico e in alcuni casi, portando la crescita di questo componente a rallentare. Carbone: rimane un elemento molto importante soprattutto in Paesi come la Cina e l’India che nel 2030 rappresenteranno oltre 2/3 dei consumi mondiali. Il bilancio domanda offerta nel campo del carbone è molto diverso da quello nel campo del petrolio, sarà più equilibrato, grazie ad amplissime riserve disponibili, anche se la sempre maggior concentrazione della produzione desta una serie di preoccupazioni. Infine il nucleare: si prevede una crescita solo nei Paesi non Ocse in particolare Cina, Corea e Russia mentre in occidente non si prevedono sviluppi significativi sia a causa di costi e rischi elevati, sia a causa di timori diffusi sulla sicurezza, e comunque in funzione delle scelte che i popoli, come anche il nostro, hanno fatto in questo campo. In questo contesto l’Italia deve prendere le sue decisioni, deve definire i suoi obiettivi, che possono essere sintetizzati in questi punti: - energia più competitiva, - maggiore sicurezza di approvvigionamento - più crescita economica legata al settore dell’energia - grande rispetto per l’ambiente. L’azione di questo governo è focalizzata principalmente a sviluppare il potenziale di crescita sostenibile in tutti i settori aumentando, da una parte la competitività delle imprese, e dall’altra parte la competitività del Paese, dove le infrastrutture partecipano in maniera impor-


tante. Ma poi sappiamo che tutto è competitività e crescita, il sistema giudiziario, l’educazione, la pubblica amministrazione ecc. Questo obiettivo di far crescere e creare posti di lavoro è il primo e massimo degli obiettivi da cui tutto dobbiamo far dipendere. Il settore energetico può avere un ruolo fondamentale nella crescita dell’economia del Paese, sia come fattore abilitante, avere energia a basso costo con un elevato livello di servizio è una condizione fondamentale per lo sviluppo delle aziende e per le famiglie, sia come fattore di crescita in sé. Il mondo della green-economy per voler semplificare il concetto è un mondo che può portare di per sé a grande crescita, di sviluppo delle aziende sostenibili e di posti di lavoro di qualità. Da dove partiamo come Italia? Partiamo da un serie di luci importanti di cui dobbiamo tener conto e da una serie di aree di preoccupazione, che dobbiamo affrontare con la nuova strategia energetica nazionale che insieme dovremo mettere a punto. Dove ci confrontiamo molto bene con i paesi simili a noi, sono la qualità del servizio, se guardiamo la durata dell’interruzione del servizio elettrico, i tempi di risposta ai call center, la chiarezza delle bollette, non c’è dubbio che ci collochiamo fra i Paesi che possono meglio presentarsi. Ma anche in termini di impatto ambientale: emissioni di CO2 pro-capite, consumo energetico per abitante. Nel settore elettrico e qui lo dobbiamo sicuramente anche all’Autorità di cui parlerò dopo, abbiamo una regolazione fra le più avanzate, per esempio nella trasmissione e distribuzione con un mercato ormai totalmente liberalizzato sia nella generazione che nella vendita. Quindi chiari i punti di forza da cui partire. Dall’altra parte abbiamo aree dove dobbiamo migliorare, e questi sono temi condivisi, sicuramente in termini di sicurezza degli approvvigionamenti, in particolare come il gas come abbiamo sperimentato anche alcune settimane fa, ma soprattutto in termini di costi e prezzi per i consumatori, dobbiamo e possiamo migliorare in termini di efficienza complessiva del sistema, i prezzi italiani dell’energia, dobbiamo dircelo e lo sappiamo, anche al

netto delle imposte sono in media nettamente superiori a quelli dei nostri partner europei, tutte queste cose possono dare un contributo importante allo sviluppo economico del settore energetico che non è ottimale oggi rispetto al suo potenziale, è drogato da incentivi troppo elevati nel settore delle rinnovabili, mentre è sottodimensionato nel settore dell’estrazione degli idrocarburi, o in altri settori come l’efficienza energetica che è un punto molto importante dove anche l’Italia ha delle forze da sfruttare. Questi quindi sono gli obiettivi prioritari da perseguire nella nostra strategia energetica. Mantenere gli alti standard raggiunti per la qualità del servizio e l’impatto ambientale, elemento chiave delle politiche europee definite dal pacchetto clima energia il famoso 20 20 20 che non solo confermiamo ma vogliamo, nel limite del possibile superare e dalla Energy roadmap 2050. Secondo obiettivo continuare a migliorare al nostra sicurezza e indipendenza di approvvigionamento, ma soprattutto è necessario ridurre il costo dell’energia per i consumatori, e favorire la crescita economica sostenibile, attraverso lo sviluppo del settore energetico. Vediamo quindi praticamente dove ci impegneremo e dove dovremo esplicitare e poi condividere che cosa fare nei prossimi mesi ed anni. Se vogliamo identificare 4 priorità della strategia energetica nazionale metterei innanzitutto al primo punto l’efficienza energetica. Questa è la prima delle leve perché consente di cogliere praticamente tutti gli obiettivi di politica energetica allo stesso tempo, serve per abbattere le emissioni, secondo per ridurre i costi energetici, terzo come riduzione di importazioni e potenziale volano di crescita economica. Su questo ci voglio tornare. Quello dello sviluppo del settore legato alla energia è un settore ad alto potenziale dove l’Italia ha delle forze

competitive tecnologiche da sfruttare, menzioniamo solo il tema delle smart greed degli elettrodomestici e della domotica, nell’illuminotecnica siamo fortissimi, caldaie, inverter, motori elettrici, e questo per dire che già noi siamo forti in un settore che, se sapremo sfruttare avremo grande crescita a disposizione. Sull’efficienza partiamo da norme incentivanti come la detrazione di imposta del 55% per interventi che aumentano il risparmio energetico, ma dobbiamo andare oltre. Possiamo e vogliamo perseguire una vera leadership industriale in questo settore. Perseguendo questo obiettivo sarà necessario però fare parecchie cose. Da un programma nazionale è ampio e articolato che include: normative sugli standard di apparecchiature di edifici, enforcement ossia controlli e sanzioni su tali norme, alla sensibilizzazione dei consumatori attraverso campagne di informazione e comunicazione, con estensione e rimodulazione degli incentivi. Quindi il tema efficienza energetica ci sentirete proporre molte cose nelle prossime settimane e mesi. Sviluppo del hub del gas sud Europeo. L’Italia può giocare come hub del gas un ruolo molto importante e naturalmente deve prendere una serie di decisioni coerenti se lo vuole diventare. Per l’Italia il gas è un fattore di input fondamentale, siamo il Paese in Europa più dipendente dal gas, ma è anche un fattore di appesantimento dell’economia, infatti abbiamo prezzi mediamente più elevati rispetto agli altri Paesi, il che si riflette anche sui nostri costi dell’elettricità, visto che il 55%, pochi Paesi hanno una percentuale così alta, della produzione elettrica proviene dal gas. Oggi abbiamo una grande opportunità, l’Europa dovrà importare sempre più gas e diversificarne le fonti a causa di diversi fattori concomitanti come l’aumen-

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to del consumo interno data la riduzione del nucleare e del carbone, la riduzione delle produzione europea Olandese e Britannica, la necessità di diversificare le importazioni dalla Russia. In questo contesto noi possiamo diventare il principale ponte, hub appunto, per l’ingresso di gas da sud verso tutta l’Europa, oltre a renderci immuni da eventuali crisi del gas che non sono certamente crisi teoriche e a farci diventare un Paese riesportatore, questo modello ha l’obiettivo di creare un mercato interno, liquido e concorrenziale con prezzi del gas auspicalmente allineati, se non addirittura inferiori, a quelli degli altri Paesi europei, oggi non è così. Inoltre questo dovrebbe consentire la riduzione dei costi e dei prezzi del mercato elettrico considerando tra l’altro che il nostro parco centrali fra le più efficienti d’Europa e in grande sovraccapacità. Per fare tutto questo occorrono sia infrastrutture che regole e strutture di mercato. Le infrastrutture fondamentali sono i rigassificatori, ne abbiamo uno quasi ultimato a Livorno da mettere in moto, uno in fase di avvio lavori a Porto Empedocle, e due appena autorizzati a Falconara e Gioia Tauro. Non dobbiamo ripetere per questi impianti le storie infinite e un po’ vergognose di altri casi. Secondo tema sono i gasdotti di importazione, stiamo promuovendo la costruzione del corridoio sud dal Caspio, ci sono varie alternative e dobbiamo fare in modo che le scelte vadano nella direzione di massimizzare gli interessi Italiani. Stiamo finalizzando l’autorizzazione del progetto Galsi che invece è dall’Africa verso nord, che consentirà di aumentare l’apporto di gas algerino e di metanizzare la Sardegna. E poi il grande tema degli stoccaggi. Sembra un tema minore, ma un vero mercato del gas ci può essere solo se ci sarà disponibilità importante di stoccaggi per questo materiale. Tre di questi stoccaggi sono in fase di costruzione e due dovremmo autorizzarli fra pochi mesi. Sul tema della parte regolazione e della parte struttura di mercato, abbiamo avviato anche lì alcune azioni. Innanzitutto la separazione

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proprietaria di Snam con l’ottica di avere un gestore di rete specializzato che possa più agilmente sviluppare tutte le necessarie infrastrutture citate. Impegno nel campo dei rigassificatori, nei gasdotti, negli stoccaggi e operare in coordinamento con gli altri gestori europei di rete. Questa è una cosa importante. Se autonoma indipendente con i mezzi con i piani adeguati, la Snam che è una bellissima azienda può giocare un ruolo di consolidatore europeo di grande rilevanza, in modo da contribuire al funzionamento di un mercato del gas Europeo concorrenziale. Altro tema l’introduzione di regole di mercato che favoriscano maggiormente liquidità e concorrenza. A breve presenteremo su questo il regolamento per la borsa del gas. Terzo macro obiettivo dei temi di strategia energetica nazionale: sviluppo delle energie rinnovabili, su questo dobbiamo raccontarci cose che non sempre sono di grande soddisfazione. Le rinnovabili sono un pilastro fondamentale del pacchetto clima energia europeo. Al cosiddetto 20 20 20 l’Italia ha certamente aderito e continua ad essere totalmente il linea con lo spirito della direttiva europea, confermiamo gli obiettivi e penso che li supereremo, o creeremo le condizioni per superarle, in particolare nel settore dell’energia elettrica, dove abbiamo quasi raggiunto gli obiettivi del 2020 con 8 anni di anticipo ma con grande costi. Tuttavia l’approccio sin’ora seguito non è stato secondo noi ottimale, soprattutto in termini di costi per il Paese, abbiamo privilegiato il settore elettrico a scapito di quello termico e dell’efficienza energetica, modalità economicamente più efficiente per raggiungere l’obiettivo. Ma soprattutto abbiamo lavorato

con incentivi molto, e in taluni casi troppo generosi, in particolare per il solare e non abbiamo previsto adeguati meccanismi di contenimento dei volumi complessivi. Il risultato è stato una vera e propria esplosione degli impianti, ad un costo molto elevato per il Paese: abbiamo già maturato 9 miliardi di € all’anno di incentivi da pagare in bolletta. Se ne parla meno perché siccome va in bolletta non sono soldi pubblici e quindi sembra che non contino, ma toccano le tasche delle imprese e le tasche delle famiglie. Questi incentivi durano 15, 20 an-

ni, 9-10 per 15-20 fanno 150-200 miliardi. Di questo stiamo parlando per impegni già presi, con una specie di tassametro sempre in moto, che mese a mese aggiunge salvo modifiche e interventi che ovviamente faremo circa 200 milioni all’anno per ogni mese che passa. Stiamo parlando di importi molto rilevanti, in più il ritorno economico sulla filiera italiana di questi investimenti è stato spesso non ottimale a causa della forte spinta su tecnologie dove l’Italia non ha, e faticherebbe ad avere e non ha senso che abbia in taluni casi, nessuna leadership industriale, in particolare nel solare dove circa il 50% degli investimenti viene speso in appa-


recchiature importate. Vogliamo rilanciare in maniera buona, efficace lo sviluppo delle rinnovabili però con un approccio alla crescita più virtuoso, basato sulla efficienza dei costi che dobbiamo accompagnare verso una piena concorrenza con le fonti fossili e sulla massimizzazione del ritorno economico e ambientale per il Paese. Quindi su molte delle nuove rinnovabili vi sarà un forte impegno, a breve emaneremo tre decreti ministeriali, che ridefiniranno il modello di sviluppo in questo campo. Ultimo punto della strategia energetica nazionale, il rilancio della produzione nazionale di idrocarburi, perché come non tutti sappiamo, l’Italia ha riserve ingenti sia di gas che di petrolio, e una parte importante di queste riserve è attivabile in tempi relativamente rapidi, teoricamente parliamo di regole e di governance e di meccanismi autorizzativi. Stiamo parlando qui di possibilità per coprire anche il 20% dei consumi rispetto al solo 10 % attuale. Muoversi decisamente in questa direzione si porta dietro una serie di vantaggi grossi. Innanzitutto c’è la possibilità di mettere in moto fino a 15 miliardi di € di investimenti, di 25.000 posti di lavoro stabili e addizionali, ridurre la bolletta energetica, l’importazione fino a 6 miliardi all’anno, aumentando quindi il PIL di quasi mezzo puto percentuale, portare più di 2,5 miliardi di entrate fiscali sia nazionale che locali, quindi una grande area di opportunità che dobbiamo cogliere fino in fondo. Per fare tutto questo dobbiamo adeguare agli standard internazionali la nostra normativa di autorizzazioni e di concessioni che chiaramente non è oggi adeguata e che richiede passaggi autorizzativi lunghissimi e per molti aspetti è molto più restrittiva di quanto previsto dalle normative europee che a nostro parere dovrebbero essere il nostro punto di riferimento; non c’è ragione di andare oltre. Naturalmente ci sono anche altre priorità su cui adesso non mi dilungo, però è chiaro che abbiamo strumenti a disposizione per puntare a obiettivi molto condivisibili a livello nazionale, allineare i prezzi delle nostre energie ai prezzi medi europei che oggi sono ben più ele-

vati, ridurre le importazioni elettriche, possiamo puntare a passare dal 15 al 5%, affrancare il settore del gas da future crisi di approvvigionamento, tocchiamo con mano che questo rischio c’è, sviluppare leader tecnologica in settori dove l’industria italiana è già forte, e dove può crescere in maniera importante. Insomma fare del settore energetico un motore di crescita e di creazione di posti di lavoro tra i più importanti che abbiamo a disposizione. Ultimo punto questo processo di crescita e di modernizzazione come tutti hanno detto passa per un sistema di governance adeguato. Occorrono chiare scelte a livello nazionale, e una linea di indirizzo strategico coerente e unitaria perché l’Italia possa autorevolmente partecipare alla costruzione della politica energetica a livello europeo. Dobbiamo avere una chiara politica energetica inserita in una chiara politica energetica europea alla quale possiamo contribuire in maniera importante. E’ necessario dire con grande chiarezza che vi sono tanti troppi episodi dove invece aziende che vogliono venire a investire in Italia alla fine decidono di rinunciare per i tempi, i modi, le non chiarezze, e le non affidabilità delle regole locali. Episodi che fanno parte di una Italia che invece non vogliamo più avere. Naturalmente è molto importante discutere, confrontarsi con le comunità che sono toccate dalle infrastrutture, sappiamo che ci sono metodi molto efficaci per farlo, va fatto in tempi chiari, in maniera

molto trasparente e poi si devono prendere le decisioni e come in tutto il mondo avviene, realizzarle con grande chiarezza ma anche con grande determinazione. Da dicembre ci stiamo lavorando perché dobbiamo prendere le migliori esperienze che ci sono in giro per il mondo, adeguarle all’impianto istituzionale italiano che non è quindi recipiente automatico di regole fatte da altri, però su questo siamo molto convinti, e diamo una valenza molto importante a questo genere di lavoro. Le scelte di politica energetica del Paese per gli effetti che generano sul territorio possono essere alla fine realizzate soltanto se assunte attraverso una collaborazione convinta con tutti gli enti che governano il territorio. Però senza compromettere le linee di indirizzo unitarie che rimangono prerogativa imprescindibile del Governo nazionale. Chiara ripartizione di compiti, nessuno escluso, ma neanche veto irresponsabile a chiunque voglia esercitarne uno. In questo quadro, e non l’ho lasciato per ultimo a caso, l’Autorità per l’energia. Noi abbiamo in essa una dei punti di governance, anche nella nuova Italia dell’energia, il ruolo dell’Autorità per quanto ci riguarda lo vediamo crescere grazie all’indipendenza e all’autorevolezza e competenza che ha dimostrato, ma anche questo è lavoro in corso. Tutto così inteso il settore dell’energia riteniamo possa essere uno di quegli elementi di forza del nostro Paese, su cui costruire la crescita sostenibile per cui siamo tutti qua.

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Mangiare locale e globale Dai fast food ai piatti della nonna: storia, cultura, eccessi... ovvero, la politica nel piatto

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Al di là delle varie dizioni utilizzate per descrivere una tipologia di cibi realizzati in base alle tradizioni: genuino, locale, tipico, tradizionale, vernacolare, geografico e simili questo genere di alimentazione si distingue sempre più da un’altra tavola globalizzata quella per capirci dei fast food, degli apericena, dei Junk food, dei McDonald’s, e simili che hanno la caratteristica di essere uguali in tutto il mondo, avendo spesso alle spalle invece che delle cucine, delle fabbriche di preparazione del prodotto finito o semilavorato che verrà inviato alle catene di distribuzione arrivando sulle tavole dei “consumatori”, mai termine è stato più proprio. Parliamo dei bastoncini di patate surgelate, piuttosto che le “svizzerine” di carne macinata per hamburger o gli hot dog, il nome in italiano suonerebbe come “cani bollenti” la dice lunga sulla cultura alimentare di chi li inventò. Va anche detto che nei citati “globalfood” ossia cibi globazzati vi sono anche alcuni piatti tipici divenuti ormai universali, uno per tutti: la Pizza. La differenza fondamentale fra le due classi di cibi va ben oltre il legame più o meno stretto con il territorio, ed investe le modalità di preparazione e di presentazione. Da una parte abbiamo ristoranti, trattorie, osterie e centri di ristoro nell’ambito di feste o manifestazioni che curano, più o meno bene, il cibo: acquistando le materie prime, siano esse verdure, pesci, carni o altro. Le preparano le cucinano secondo le capacità di cuochi più o meno esperti che lavorano in cucine più o meno attrezzate, applicano conoscenze ed espe-

rienze personali per comporre le ricette più adatte. Dall’altra abbiamo un centro di preparazione delle materie prime che opera su scala di solito grande, in qualche caso addirittura continentale, per via dell’abbattimento dei costi. Predispone i pacchi di tutto il necessario affinché il distributore finale del prodotto nei diversi centri di ristorazione realizzati nei punti strategici del territorio, in pochi minuti e seguendo rigide e di solito banali regole e prescrizioni, fornisca ai clienti-consumatori il prodotto finito più o meno conforme nell’aspetto e nel contenuto (non sempre) alla pubblicità coordinata che viene fatta. In questo contesto niente cuochi, ma di solito giovani ragazzi, spesso precari, che devono friggere le patatine, grigliare gli hamburger nelle modalità stabilite, spargere quella data, e non altre, salse previste nella ricetta. Ovviamente anche l’arredo ed il servizio nei centri di distribuzione sono frutto di studi e ricerche, dai materiali ai colori di piatti e bicchieri, alle bevande disponibili sino ai colori sulle pareti: tutto è stabilito dalla S.p.a. o dalla Limited multinazionale titolare del nome e che spesso gestisce attraverso il cosiddetto franchising catene di ristoranti in cui tutto è uguale per aspetto, gusto, prezzi e sostanza, a Torino come a Londra o Pechino. Persino le pizze qui vendute seguono lo stesso destino. Vediamo come è organizzata una di queste società di ristorazione, abbiamo preso in esame il più grande di questi colossi: McDonald’s. In ogni centro di ristorazione sono presenti orientativamente (si varia a seconda delle dimensioni) le seguenti figure; partendo dalla "base" lavorativa: Crew (addetto semplice): svolge mansioni promiscue di cucina, servizio al cliente, sbarazzo sala e rifornimento ai vari livelli; Crew-delivery (addetto alla consegna): svolge le stesse mansioni del crew, ma in più si occupa della gestione del magazzino, provvedendo a rifornimento, rotazione delle merci e controllo delle scadenze; Crew-trainer (addetto istruttore):

Agnolotti alla piemontese


svolge le medesime mansioni del crew, occupandosi però anche della formazione dei neo-assunti; Hostess e Steward (assitente): si occupano delle “pubbliche relazioni” con i clienti, con particolare riguardo per i bambini, organizzando e gestendo feste di compleanno e varie altre attività ricreative. Possono svolgere relazioni esterne aziendali, promuovendo convenzioni con aziende locali. Non hanno funzioni di coordinamento dei crew; Capo Hostess : svolge le stesse mansioni delle hostess e si occupa di coordinare il lavoro delle stesse; Swing Assistant, anche detto Training Manager (dirigente della formazione): affiancato ad un Manager esperto, si occupa di gestire e controllare il personale nel proprio turno o nella propria postazione, assegnando le mansioni del turno, curando apertura e chiusura delle casse e tenendo la contabilità giornaliera; Assistant Manager (Assistente del dirigente): svolge in autonomia le medesime mansioni del Training Manager, occupandosi anche della formazione dello stesso. Sviluppa il piano degli orari del personale (Manager esclusi), evade gli ordini della merce, sovrintende all'HACCP e definisce il piano delle pulizie del locale. Ha il compito di aprire e chiudere il punto vendita e ha la responsabilità della contabilità di cassa; Vice-Direttore: definisce il piano degli orari dei Manager, ma si occupa più in generale di coordinare tutte le attività di punto vendita, seguendo le indicazioni fornite dal Direttore, in merito a politiche

aziendali e di sviluppo; Direttore: definisce il piano di sviluppo dei Manager, presenzia alle ispezioni degli organi istituzionali ai vari livelli, si occupa più in generale di coordinare tutte le attività dei collaboratori del punto vendita. Non è prevista la figura del cuoco! Professionalità inutile in siffatta organizzazione, ed anche costosa. Per al cronaca il Italia si sono insediati dal 1985 anno dell’apertura del primo locale, circa 400 ristoranti in 19 regioni. Nel mondo circa mezzo milione sono i suoi dipendenti 23 miliardi di dollari americani il fatturato nel 2008 della McDonald’s. Pur senza criminalizzare la società, come è avvenuto in tante parti del mondo, che per molti ha preso nell’immaginario collettivo, il posto della Coca Cola come simbolo dell’imperialismo culinario americano, (Friedman notava che non è mai accaduto che due paesi in cui erano presenti dei McDonald’s si siano fatta la guerra) noi sosteniamo la cultura del locale, del territorio, della diversità, del pluralismo (e non solo in cucina naturalmente). Siamo dalla parte del mangiare geografico, locale, genuino, tradizionale, ecc. ecc. perorato da tanti nutrizionisti, philosophes de table, vip-gourmet, giornalisti-gastronauti e da importanti presìdi della promozione turistico-locale dalle Pro Loco agli Assessorati e Agenzie per il turismo, dai Consorzi di produzione ai Distretti del gusto. Le motivazioni sono tante: di ordine economico, culturale ed ecologico. 1) il bisogno di tutelare le bio-diversità del territorio, che rischiano altrimenti di sparire sotto la standardizzazione degli alimenti messa in atto dalle multinazionali del cibo, della ristorazione industriale e della grande distribuzione (vedi Slow-food) 2) il bisogno di contribuire alla salute generale del pianeta, favorendo la riduzione del monossido di carbonio mediante la riterritorializzazione delle derrate e la riproposizione di filiere corte capaci di incidere vantaggiosamente sulla dinamica dei prezzi, le cosiddette cucine a "chilometri zero"; Quadruple bypass burger

3) il bisogno di salvaguardare la propria identità dai processi di omologazione che trasformano ovunque le persone in consumatori, vale a dire delle perfette macchine digerenti piegate ai dettami dei consigli pubblicitari e della cucina globalizzata; 4) il bisogno di garantire un sostegno alle autenticità e ai sapori del territorio, esposti all’oblio conseguenza delle trasformazioni sociali che hanno portato prima alla dissoluzione della civiltà rurale e oggi alla globalizzazione con i fenomeni di metissage (incrocio), meltin pot (fusione), jam (marmellata) dei gusti. Contro un simile dilagare dell’appiattimento e dell'esotizzazione dei gusti, in Italia, così come nel resto dell'Occidente post-moderno, genuino-, -autentico-, -casereccio-, è un bene che abbiano via via assunto negli anni un modo di mangiare coerente con le istanze della tradizione e dell'equilibrio tra l'uomo e l'ambiente. E’ un bene che prevalga un modo di mangiare, che preferisce una porzione di pizza fatta in loco, una süpa cavalanta o una bagna cauda, piuttosto che un mulligan's monster, ad un whatafarm burger, ad un quadruple bypass burger o ad una qualsiasi altra "prelibatezza" da Junk food (cibo da consumare in genere fuori pasto, ad alto contenuto calorico ma di scarso valore nutrizionale) di bassissima qualità. Un approccio che oltre ad esser più salutare rivaluta l’identità mantenendo vivi sapori e cultura nostrane, non solo nel cibo ma in tutto quello che ci sta attorno, + cucine – centri di impacchettamento e distribuzione degli alimenti, + cuochi e meno crew. Così forse qualche grande multinazionale perderà dei dipendenti più o meno precari a cui il loro lavoro insegna al massimo come confezionare le patatine fritte, pulire le cartacce sui pavimenti sorridendo sempre agli avventori, ma in compenso si apriranno ristoranti, negozi di verdura o macellerie o pescherie o di fiori o d’altro ancora. Ci saranno meno consumatori abituati allo stesso Chicken cips a New York piuttosto che Torino o Hong Kong, ma ci saranno più clienti che confrontano gli agnolotti del ristorante Porto di Savona a

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Torino con quelli dell’Orso a Fontanetto o con quelli Da Mario a Cantavenna e capiranno che pur essendo buoni entrambe hanno gusti diversi perché hanno storie diverse e magari discuteranno, sceglieranno e continueranno a vivere senza accorgersi in un mondo in cui il bello ed il buono hanno mille sfumature diverse così come il brutto ed il cattivo gusto. Il peggio resta l’indifferenziato, l’appiattimento, l’assenza di diversità che è impossibilità di confronto e di scelta e quindi perdita di libertà. L’età ci insegna però che non esistono scelte che abbiano solo effetti positivi, spesso, inevitabilmente ad esse si accompagnano anche derive negative che bisogna cercare di contrastare, così anche il territorio spesso porta a qualche distorsione. Parliamo della, sempre in agguato, speculazione. A tavola la nostalgia può essere un potente strumento commerciale che si presta anche ad un uso improprio a fini di arricchimenti indebiti. Farro, pane nero, finocchiona, ventricina, cicerchie, mostarde di frutta, caci podolici, orapi, vengono venduti negli scaffali delle "botteghe del gusto" o nelle tavole delle hostarie tipiche a prezzi che risultando spesso ingiustificati e accessibili a poche categorie di persone, danarose ed affette dalla "nostalgia da tavolino" frutto di una attenta manipolazione della tradizione - rurale, agro-pastorale, marinaresca, popolare. Rovistare nella storia è ormai una procedura abituale per i pubblicitari, soprattutto nei messaggi pubblicitari visivi ed elettronici, come mezzo per suscitare in determinate classi d'età nostalgia genuina per passati conosciuti spesso solo attraverso esperienze altrui, ma anche come modo per rimarcare che il presente è intrinsecamente effimero se non

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Mulligan's monster

“tutto da rifare”. Ben rappresenta questa realtà l’affermazione di un ricercatore di Storia Contemporanea presso l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Simone Cinotto: "Il discorso della nostalgia alimentare e il rinnovato interesse nelle produzioni locali e regionali ha in sé certamente elementi di reazione all'internazionalizzazione della dieta che poggiano sulla narrazione del cibo "di una Junk food volta" come cibo semplice, tazioni. Amano viaggiare nel robusto, domestico e familiare. E confort e se possono permetterselo tuttavia questo cibo genuino ed anche nel lusso tra resort esclusivi essenziale finisce per prendere la e ristoranti di cucina d'autore. Gevia soprattutto di ristoranti alla moneralmente si tratta di persone di da o di castelli di campagna riattati livello culturale e classe sociale mea tali. Si produce, in altre parole, dio alta." Beh sotto questo aspetto l'ennesimo paradosso e l'ennesimo anche McDonald ha avuto anche il rovesciamento storico della globasuo impatto culturale mutando le lizzazione culinaria, per cui solo ai abitudini dei clienti. Introducendo ricchi è concesso di mangiare come l'idea di ristorante da pasto veloce, i contadini: una nicchia più o meno fast food appunto, secondo alcuni ampia di consumatori seleziona con studiosi, ha rotto alcuni tabù, come cura piccole produzioni d'eccellenza il mangiare mentre si cammina, dal percorso tracciabile o le consuun'abitudine frequente in Giappoma direttamente sul luogo di prone, avrebbe inoltre livellato gli straduzione." Il noto chef Kumalè "I ti sociali durante le cene. Non ci sono più problemi per alcuni clienti gourmet e gli edonisti del terzo che potrebbero essere imbarazzati millennio, ovvero coloro che fanno se qualcun altro ordinasse del cibo della ricerca del piacere il proprio più costoso in un ristorante; la difindirizzo di vita, hanno la loro diferenza di prezzo dei cibi di McDospensa colma di prodotti di nicchia nald's è infatti minima, e non die d'eccellenza. Comprano preferipendente dal maggiore/minore prebilmente in enoteca e gastronomia, gio degli ingredienti, quindi nessuse non direttamente dai produttori, na distinzione di classe. Peccato i magari consorziandosi tra amici risultati di un esperimento fatto attraverso i siti internet. Conoscono negli Stati Uniti da tal Spurlock più o meno chiaramente il significato delle diverse sigle che contraddiscrittore e produttore televisivo 33 stinguono le denominazioni d'origianni, in salute, magro: 188 cm per ne, s'informano d'ogni nuovo risto84 kg: dopo un solo mese di dieta rante e produttore attraverso le fast food documentata con tecniguide specialistiche e le riviste di che da Grande Fratello (TV h 24) settore, facendo sfoggio delle coingrassò di 13 kg oltre a qualche noscenze in occasione di cene e acciacco al fegato e disfunzioni degustazioni luculliane tra amici, varie. Conclusione: A l’è tant mei giocando ad abbinare i migliori vini sapà an piat d’agnulot. con i piatti ed i prodotti dell'e(Traduzione: è meglio “zappare” un nogastronomia. Affollano i sapiatto di agnolotti) loni e le fiere culinarie, viaggiano con gusto, frequentando le migliori trattorie o i ristoranti stellati. La loro cucina è molto ben attrezzata con pentolarne tradizionale o neo-tecnologico, coltelli di ultima generazione, cavatappi ipermoderni; apprezzano il gusto antico delle cose ma anche il design più innovativo, ripudiano il kitsch e le imiChiken cips


Finanziamento pubblico ai partiti ...nel 1981 viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite...

Totò con l’anello la naso

La proposta del governo sul finanziamento dei partiti in sintesi: niente tagli e più controlli e trasparenza, controlli che dovrebbero esser svolti da parte di società iscritte all’albo della Consob, oltre alla istituzione di una commissione per il controllo composta da magistrati di cassazione, corte dei conti e consiglio di Stato. I bilanci saranno obbligatoriamente messi su internet in apposita area del web-site della Camera. Per quanto riguarda l’ultima tranche di 100 milioni di € che dovrebbero esser incassata a luglio dai partiti, verrebbe sospesa l’erogazione in attesa che i partiti discutano sull’articolo 49 della Costituzione, discussione che dovrebbe arrivare a maggio. La proposta, secondo i promotori partiti che sostengono Monti, dovrebbe essere solo l’inizio di un percorso che vedrebbe nella discussione della legge sui partiti, prevista per maggio, il suo percorso definitivo. Si vuole anticipare la parte riguardante controlli la trasparenza anche relativa alle contribuzioni private e che dovrebbe andare ad incidere anche sulle distorsioni riscontrate in questi mesi che ha coinvolto i tesorieri di Margherita e Lega Nord Sono norme che riguardano non solo i controlli, che diventano più stringenti rispetto agli altri Paesi Europei, che verranno svolti, nell’intenzione di promotori, da una autorità imparziale e indipendente: il Presidente della Corte dei Conti, il Presidente del Consiglio di Stato, il Primo Presidente della Corte di Cassazione soggetti che hanno maggiori poteri di quanti non se ne potessero attribuire alla sola Corte dei Conti per fare la verifica sui bilanci reali dei partiti. Inoltre dovranno esser dichiarati i contributi ai partiti superiori ai 5.000 €, prima il limite era di 50.000 €, inoltre anche le fondazioni, le associazioni, le società finanziate dai

partiti dovranno essere soggette al controllo, ed in più si prevedono sanzioni sino a tre volte le somme non dichiarate. Per i promotori la legge è necessaria per mantenere in vita i partiti, non si può immaginare un sistema senza partiti senza i quali si rischierebbe di andare verso una deriva plebiscitaria che tanti danni ha già causato, compresa la degenerazione della vita pubblica con le quotidiane vicende giudiziarie. Un secondo aspetto riguarda la disciplina interna ossia le garanzie di democrazia interna dei partiti, che è fondamentale, sulla base di questo criterio si intende procedere alla revisione totale del finanziamento dei partiti. Ma tali aspetti verranno affrontati entro la fine di maggio secondo un percorso parlamentare già definito. Secondo il Pd si dovranno distinguere nettamente in due voci i contributi pubblici ai partiti; una parte legata al rimborso elettorale ed una parte al finanziamento pubblico vero e proprio perché i partiti non vivono solo al momento delle elezioni ma per assicurare un raccordo costante col Paese, per questo hanno bisogno di un finanziamento diverso che va organizzato in maniera più ragionevole e comunque collegato al tema della democrazia interna dei partiti. Agli antipodi della proposta troviamo i radicali, ecco come le definisce Marco Pannella la proposta: “E’ un accordo dei ladri. E’ semplicemente una rapina della partitocrazia che vuole far rientrare nella legalità uno stato e una repubblica come quella italiana che sono in una condizione tecnicamente criminale.” Sulla proposta Di Pietro per la raccolta firme per un referendum, Pannella ricorda che per legge non si possono presentare le firme di richiesta di referendum l’anno prima delle elezioni. Se va bene tutto quindi se ne parlerà, forse, nel 2014. Per Staderini, segretario dei Radicali Italiani la questione è molto semplice, la proposta è una pura operazione di facciata che non convincerà gli italiani. Vi sono due fronti: il pregresso che

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vede 2 miliardi di € in più, sostanzialmente di profitti, che hanno preso alcuni partiti, non tutti, che sono da considerarsi veri e propri profitti di regime. Sono soldi che in base al referendum del 1993 non avrebbero dovuto prendere e che non si sa che fine hanno fatto. Ciò che è grave è che grazie a quelle cifre i partiti hanno falsato il gioco democratico in questi venti anni, e si sono arricchiti mentre il Paese andava in bancarotta. Adesso si vorrebbe scordarsi il passato e fare nuove regole. La proposta alternativa non deve riguardare solo i prossimi 100 milioni di € che i partiti devono ancora incassare, si deve dare mandato alla Corte dei Conti di verificare il bilancio di que-

sti anni dei partiti, individuare dove sono finiti quei due miliardi di € e recuperarli allo stato, come accade ogni volta che qualcuno va in fallimento, arriva il curatore fallimentare, vede il patrimonio in liquidità ed immobiliare e lo utilizza per pagare i debiti. Per il futuro, la legge non deve servire a salvare il finanziamento pubblico dei partiti, si deve fare invece una riforma radicale come quella votata dai cittadini nel referendum del 1993 e cioè non un € delle tasse degli italiani deve andare agli apparati di partito che devono esser finanziati esclusivamente dai simpatizzanti e dagli iscritti. A chi dice che così farebbero politica solo i miliardari, Staderini risponde che Berlusconi è nato e cresciuto nel momento in cui il finanziamento pubblico dei partiti esplodeva. Secondo punto: basterebbe un semplice correttivo per i contributi

privati ai partiti: limitare le donazioni esclusivamente alle persone fisiche e non alle imprese, così non si avrebbe più il problema dei lobbisti. Lo Stato dovrebbe farsi carico solo di una cosa: garantire i servizi alla politica, non agli apparati di partito, perché la Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di fare politica, per questo deve garantire luoghi per assemblee, autenticatori gratis per le raccolte firme, ma soprattutto informazione sulle iniziative promosse dai cittadini. C’è una cosa che nessuno ricorda mai, il finanziamento pubblico indiretto più enorme che c’è, sono gli spazi televisivi, le ore e ore televisive che arbitrariamente sempre gli stessi partiti si prendono. Se si calcolasse il valore commerciale come se fossero spot, sarebbe una cifra ben superiore a quella del finanziamento. In Inghilterra i partiti non prendono soldi, ed in Italia la degenerazione dei partiti c’è stata da quando si è passati dai 20 ai 200 milioni di € all’anno di finanziamento pubblico. Aggiungiamo noi che anche Radio Radicale beneficia di finanziamento pubblico per il servizio svolto che, per alcuni, può esser equiparato a quello svolto dai partiti.

1981 introduce le prime modifiche: - i finanziamenti pubblici vengono raddoppiati; - partiti e politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) hanno il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica; - viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non siano soggetti a controlli effettivi. I Radicali manifestano in aula parlamentare con tecniche di ostruzionismo per bloccare la proposta di indicizzazione dei finanziamenti e a ottenere maggiore trasparenza dei bilanci dei partiti nonché controlli efficaci. Il referendum abrogativo promosso dai Radicali Italiani dell'aprile 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a

favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli. Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993, la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l'intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro. La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996. La legge n. 2 del 2 gennaio 1997, intitolata "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici" reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momen-

Un po’ di storia L'11 giugno 1978 si tiene il referendum indetto dai Radicali per l'abrogazione della legge 195/1974. Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" raggiunge il 43,6%, pur senza avere successo. Secondo i promotori del referendum lo Stato deve favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non garantire le strutture e gli apparati di partito, che devono essere autofinanziati dagli iscritti e dai simpatizzanti. Nel 1980 una proposta di legge vorrebbe introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico, ma viene messa da parte al momento dell'esplosione dello scandalo Caltagirone, con finanziamenti elargiti dagli imprenditori a partiti e a politici. La legge n. 659 del 18 novembre

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to della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno 1997 viene introdotta una norma transitoria che fissa un fondo di 82.633.000 euro per l'anno in corso. Il Comitato radicale promotore del referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico tenta il ricorso rispetto al tradimento dell’esito referendario, ma pur essendo stato riconosciuto in precedenza come potere dello Stato, gli viene negata dalla Corte Costituzionale la possibilità di depositare tale ricorso. Sempre la legge 2/1997 introduce l'obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, comprendente stato patrimoniale e conto economico, il cui controllo è affidato alla Presidenza della Camera. La Corte dei Conti può controllare solo il rendiconto delle spese elettorali. L’adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti resta minima. La legge n. 157 del 3 giugno 1999, Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici, reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l'erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La legge entra in vigore con le elezioni politiche italiane del 2001. La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che rad-

doppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006: l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi politica italiana

del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV Legislatura della Repubblica Italiana e alla XVI Legislatura della Repubblica Italiana. Finanziamento pubblico per partito nel 2008

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Finanziamanto pubblico all'editoria - giornali di partito nel 2008 (riferimento dati 2007)


Personaggi: Riccardo Gualino e Cesarina vite vissute intensamente Un Piemontese eclettico, finanziere internazionale che operò nella Russia Zarista e negli Stati Uniti, amante dell’arte e della bellezza. Costruì un teatro a Torino lasciando un segno indelebile nella Storia di Torino, della nostra Regione e non solo

All'inizio del secolo il dott. Giuseppe Giorcelli, scriveva: “Il viaggiatore

che nei tempi nostri visita il circondario di Alba, di Acqui e di Casale, che insieme formano il Ducato di Monferrato, in ogni villaggio che incontra trova dei ricordi dell'antica dominazione feudale. Infatti in alcuni, e questo è caso raro, esiste ancora il Castello ben conservato, in molti rimangono solo dei ruderi, ed in altri poi tutto è scomparso, ma si legge sui muri la iscrizione di Piazza Castello o Via al Castello, che ricorda al viaggiatore che colà un tempo esisteva un castello e padroneggiava un feudatario”.

Ai tempi del Giorcelli il castello di Cereseto (AL) non era ancora sorto e la parte alta dell'abitato, interamente occupata dalla palazzina dei marchesi Ricci, era circondata dalle rovine di un'antica fortificazione. “Dell'antico castello feudale - osservava nel 1877 Giuseppe Niccolini -

non resta oggi giorno pietra sopra pietra; sonvi bensì tuttavia pochi ruderi delle vecchie mura di cinta, ma là sull'alto ove prima esso torreggiava avvì ora uno spazioso, ricco e pulitissimo giardino all'inglese il quale attornia ed accarezza l'elegante palazzina della nobil Donna la Contessa Sannazzaro De Maistre”.

Il castello di Cereseto fu costruito grazie a tre uomini: l’architetto francese Eugenio Viollet Le Duc, il finanziere Riccardo Gualino e l’ingegnere casalese Vittorio Tornielli. Eugenio Viollet Le Duc (1814-1879), oltre ad essere stato l’autore del famoso “Dictionnaire

raisonnè de l’architecture Francaise du XI au XVI Siècle”, influenzò

notevolmente sia l’800 che il ‘900 per quanto riguarda i restauri degli edifici medioevali europei ed in seguito anche in Piemonte (Borgo Medioevale Torinese - 1884). Per la costruzione del castello di Cereseto fu

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presa a modello la scuola francese del Viollet le Duc, quindi secondo i canoni architettonici quattrocenteschi francesi, anche se in parte venne seguito lo stile degli architetti italiani Alfredo D’Andrade e Giuseppe Nigra. Il finanziere Riccardo Gualino Riccardo Gualino nacque a Biella il 25 Marzo 1879, figlio di Giuseppe e di Luigia Colombino (i genitori sono sepolti ad Oropa – Bi), decimo figlio. Suo padre, piccolo industriale orafo, desiderava che Riccardo intraprendesse la carriera d’insegnante (lettere e filosofia), visto che il giovane figlio amava molto la lettura (Dumas, Ponson du Terrail, Verne, …), mentre la domestica di casa Gualino, Domenica, sognava di vedere Riccardo come parroco del paese. Durante la sua giovinezza, il futuro finanziere trascorreva molte ore del suo tempo libero con l’amato cane Plick, un volpino che non lo abbandonava un solo minuto. Terminati gli studi superiori a Biella presso il Liceo, si trasferì a Sestri Ponente. Si laureò in Legge presso l’università di Genova e nel 1901 si impiegò a Milano, presso un’importante azienda importatrice di legname di abete dalla Carinzia e dal Tirolo. Dal 1903 il Gualino iniziò a conoscere il Monferrato e nei primi anni d’inizio secolo, fondò proprio a Casale Monferrato la ditta Riccardo Gualino & C., avente per fine l’industria e il commercio di legnami e cemento. Nel 1905 trasformò la ditta privata in una società ed in brevissimo tempo fece costruire il grande stabilimento di Morano Po con la produzione record, per quel periodo, di 400.000 quintali annui di cemento; fu inoltre Presidente del Consorzio e del Sindacato dei Cementieri. L’otto Settembre 1907, a Casale Monferrato, Riccardo Gualino sposò Cesarina Gurgo Salice; come testimoni Gian Battista Risso di Biella e Luigi Ottina di Quarona Sesia. All’uscita dalla chiesa dell’Addolorata, anzichè confetti, i coniugi gettava-

Gualino in un dipinto di Felice Casorati


no manciate di “ventini” (i noti “quattro soldi”). Riccardo Gualino, a ventidue anni, pubblicava presso l'editore bolognese Zanichelli un volume di poesie intitolato «Domus Animae», dove ricorda Cesarina come un'estrosa fanciulla “…dal profilo greco,

quale fiordaliso… Poi se i denari verranno su a palate dalle cento fonti che ora sto per far scaturire, quanti bei sogni da realizzare! Io te lo dico subito, voglio un bel castello! Un bel castello di quelli medioevali con le cinte merlate e gli spalti turriti, con le gronde protese e gli archi acuti o penduli, con gli ombrosi parchi pieni d'acque e di frescura, con le mute dei cani impazienti, coi bei puledri scalpitanti, con le sale illuminate dai vetri colorati, con gli alti soffitti a cassettoni…”.

Un anno prima del matrimonio, nel 1906, il giovane industriale così scriveva alla futura sposa: “Io sen-

to che un giorno non molto lontano (dieci, vent'anni forse) tu sarai la suprema regina d'un nuovo reame. Non d'un reame che dagli antichi stemmi e dall'armi arrugginite toglie la gloria; ma d'un reame di popolo, di neri operai, di operosi contadini... S'io vivo tu così sarai. E nostro sarà il turrito castello che compreremo. Là, fra la pace dei faggi e un po' di silenzio, ogni anno tempreremo le forze…”. In “Frammenti di Vita” troviamo: “La giovinetta che sposai nel 1907, Cesarina Gurgo Salice, aveva allora diciassette anni; né cinque lustri ormai quasi interamente trascorsi modificarono sensibilmente l'esile sua figura. Mi ha fatto pensare spesso al giunco che non si schianta, neanche quando la bufera abbatte la quercia. E non è a dire che non si schianti perché si pieghi: resiste. La sua individualità è difficilmente definibile. Contenta di un nulla, è indifferente a un tutto; di spirito vivace, pronta nel percepire e nel ribattere, temibile avversaria nelle discussioni, è compagna di viaggio deliziosa. Mai ammalata, d’umore quasi perennemente ottimo, sempre disposta a mutarsi dall’oscure in sereno, afferra prontamente i lati comici della vita e ci fa su ogni volta una magnifica risata. Essa fu la compagna ideale della mia vita, e vivificò la mia giornata con la sua perenne freschezza. In

seguito al mio matrimonio, i cugini Pierina e Tancredi Gurgo Salice diventarono i miei suoceri…”.

Partirono poi per il viaggio di nozze diretti ad Istambul, sull’Orient Express. Cesarina Gurgo Salice, nata a Torino (anche se alcune biografie indicano come luogo di nascita Casale Monferrato) il 3 Maggio 1890, figlia di Tancredi (allora pianista e violoncellista, ma che inizialmente lavorava nel settore della calce e dei cementi) e di Pierina Fiorio, studiò la lingua francese, la composizione musicale e la tecnica pittorica nel castello di San Giorgio Monferrato, presso il collegio delle Suore francesi della Sapienza. Di quella formazione, non provinciale, resta ancora un quaderno di accurati disegni scolastici firmati Cesarina con l' “é” accentato alla francese. Al ritorno dal loro viaggio di nozze presero alloggio in Via Guazzo, nella città di Casale Monferrato, nella casa riattata in stile gotico dall’ing. Vittorio Tornielli. Dalla coppia nacquero due figli: Listvinia (nata nel 1908) e Renato (nato nel 1912). Nel 1908 acquistò l’antica residenza dei Ricci di Cereseto, sulla quale, nel decennio successivo, sorse l’attuale maniero. Tra il 1908 e il 1914, il Gualino si dedicò al taglio delle foreste nei Carpazi tra la Transilvania Austro-Ungarica e la Romania. Costruì un villaggio con immense segherie e la produzione di legname era talmente alta che furono costruite 20 linee ferroviarie per il trasporto dai Carpazi al porto di Galaetz, dal quale la merce partiva per tutto il mondo; l’azienda valeva molti milioni, per cui Gualino contattò, per la cessione, un gruppo finanziario inglese che ne fu entusiasta. Poiché notò analoghe possibilità di sfruttamento in terra russa, acquistò 23.000 ettari di foresta di roveri e pini a Listwin, nel Governatorato della Volinia, ed anche là creò enormi stabilimenti. A Pietroburgo, con l’appoggio del generale Ranch (aiutante di campo dello Zar), acquistò un vasto terreno chiamato Golodaj ai margini della città, vicino al mare. Là vi

Cesarina Gurgo Salice in un dipinto di Felice Casorati

fece costruire nuovi fabbricati lussuosissimi, facendo nascere la “Nuova Pietroburgo” con un appoggio finanziario di 2.800.000 sterline da parte della banca inglese di Austin Chamberlain. Ma nel primo semestre del 1914, quando il nuovo sobborgo era stato già inaugurato dallo Zar in persona ed i contratti di cessione erano quasi tutti firmati, l’amico generale gli telefonò dicendo semplicemente: “Prendi il treno che partirà fra due ore: sarà l’ultimo!”. Era infatti scoppiata la guerra. Riuscì con la moglie ad entrare in Germania, ma non potè passare in Francia; attraverso la Svizzera rientrò in Italia. I suoi capitali in Russia erano perduti per sempre. L’otto Dicembre 1919 i coniugi si trasferirono da Casale Monferrato a Torino. Finita quindi la prima guerra mondiale, organizzò dall’America il trasporto di carbone per il governo italiano. Riccardo Gualino ebbe inoltre partecipazioni in banche francesi ed inglesi, nel Credito Italiano, in giornali, in aziende italiane fra cui la Fiat di Giovanni Agnelli di cui diventò socio e vice presidente, acquistò e potenziò importanti cantieri navali nel Texas ed a Pascagoula sul Mississipi, fondò la Snia (- Società Navigazione Italo Americana - che allora si occupava di navi e di commercio) l’Unica (industria del cioccolato) e specialmente stabilimenti per la fabbricazione della seta artificiale a Venaria Reale, a Viscosa di Pavia, a Cesa-

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no, ad Abbadia di Stura. In seguito creò la nuova ditta Snia-Viscosa, azienda specializzata nella fabbricazione della seta artificiale. Nel 1926 fondò a Parigi, con il banchiere Albert Oustric, la Banca Oustric attraverso la quale finanziò e risanò varie aziende nelle quali aveva immesso il suo dinamismo: industrie di tessuti, di lane, di cuoio, di linoleum, di calzature e di cementi. Gualino riuscì a crearsi una posizione tanto solida da esser considerata nel 1925 fra le più potenti d’Europa. In quegli anni si fece costruire la grandiosa villa sulla penisola di Sestri Levante (oggi adibita ad albergo) e grandi fabbricati a Torino. Amante d’ogni forma del bello, si fece mecenate di attività artistiche, tanto da costruirsi una ricchissima pinacoteca, donata poi alla Galleria Sabauda di Torino. Finanziò spettacoli teatrali d’altissimo livello. Nel 1929, a causa della crisi americana che portò i sui effetti negativi anche in Europa, la banca crollò e su richiesta dello stato Francese, il Governo italiano arrestò il Gualino il 19 Gennaio 1931; il testo della comunicazione inviato a Riccardo Gualino mentre si trovava nel carcere di Torino era: “ QUESTURA DI

TORINO – POLIZIA GIUDIZIARIA Si comunica alla S.V. che il Ministero dell’Interno l’ha destinata alla colonia di Lipari per scontare cinque anni di confino di polizia, come da deliberazione della locale Commissione Provinciale in data 24 corrente – Torino, 25 Gennaio 1931”.

Fu quindi confinato a Lipari ed i suoi beni vennero sequestrati, compreso ciò che possedeva a Cereseto; fu coinvolto in scandali di cui egli stesso si meravigliò. Fu sottoposto ad inchiesta di un’apposita Commissione Ministeriale avanti la quale non potè neppure difendersi, anche perché, contrariamente alla maggior parte degli industriali, non aveva tenerezze verso il fascismo. Il suo immenso patrimonio si sciolse come neve al sole. La moglie Cesarina lo seguì nel suo esilio forzato a Lipari e poi a Cava dei Tirreni; si preoccupò di arredargli le misere case da confinato con tocchi di surreale eleganza. Tornati dal confino e voltate le spalle a Torino, i Gualino ritrovarono il successo economico con la Rumianca, le molte iniziative parigine ed entrarono con decisione nel campo, quasi vergine per l'Italia, dell'industria cinematografica. Fondò la Lux Film, la più importante delle imprese di produzione italiane degli anni ‘40 e ‘50. Si stabilirono prima a Parigi, poi a Roma dove acquistarono e restaurarono il palazzetto medioevale di piazza in Piscinula, poi a Firenze, dove sulle colline di Arcetri costruirono una grande casa che ospitò Berenson, Venturi, Croce. Passarono le estati a Portofino, nella villa di lord Carnavon. Inoltre diedero alle stampe la traduzione di una raccolta di versi della poetessa italo-scozzese, Alexandra Mitchell. Il Gualino non si dimostrò solo un ottimo finanziere, ma anche un grande amante dell’arte: su consiglio di Lionello Venturi, mise in atto la celebre Collezione Gualino. Come scrittore pubblicò nel 1901 una raccolta di versi intitolata “Domus animae”, nel 1931 “Frammenti di vita”, un libro di memorie che divenne la sua opera più famosa e nel 1932 il romanzo “Uragani”. A Cesarina è dedicato "Solitudine", volume di memorie pubblicato nel 1945. Riccardo Gualino morì a Firenze il 7 Giugno 1964, mentre Cesarina Gurgo Salice nel 1992 all’età di 102 anni (ben 28 anni dopo la morte del marito). Claudio Bermond, docente di Economia e Commercio all’università di Torino, presentò al terzo Convegno nazionale della Società Italiana de-

Riccardo e Cesarina nel giorno dell’inaugurazione del Castello (foto del 1912) 30

gli Storici dell'Economia (Torino 22-23 Novembre 1996) una relazione intitolata

"Formazione e dissoluzione di un patrimonio industriale e finanziario nel primo trentennio del secolo XX: il trust Gualino" dove af-

ferma che Gualino, nell'ambito della storia italiana della prima metà di questo secolo, "ha occupato una

posizione indubbiamente rilevante e ciò è avvenuto in quattro principali campi: 1) Gualino diede un consistente contributo allo sviluppo industriale del nostro paese con la creazione e la gestione di alcune imprese di primaria importanza, quali la Snia Viscosa, l'Unica, l'Unione Italiana Cementi, la Rumianca e la Lux Film che, con le loro vicende più o meno felici, hanno scritto una parte rilevante della storia economica nazionale; 2) Gualino giocò un ruolo di primo attore sulla scena finanziaria italiana - e talvolta anche europea – di quegli anni, con una molteplicità di spericolate e azzardate avventure che andarono dalle operazioni forestali e immobiliari nell'Est Europeo, alla scalata delle banche italiane


nel primo dopoguerra ai legami con il banchiere francese Albert Oustric (...) fino al collasso finanziario della Banca Agricola Italiana; 3) Gualino é diventato uno dei simboli dell'opposizione liberale alla dittatura mussoliniana (anche se, annota Bermond, il suo dissenso venne esternato in una lettera al Duce solo il 28 Giugno 1927, dopo che venne toccato direttamente nei suoi interessi con la rivalutazione della lira);

4) Infine, Gualino seppe tradurre il suo profondo amore per l'arte in una serie svariata di iniziative rivolte alla valorizzazione di alcuni filoni artistici, quali il teatro, la musica, la danza, le arti figurative, l'architettura, il cinema.

Riccardo Gualino fu quindi un uomo geniale, originale, innovativo, anticipatore (usò una holding domiciliata nel paradiso fiscale di St. John di Terranova) e grande. Ma fu anche un personaggio molto spericolato e commise qualche errore di rilievo. A causa del crollo della banca francese Oustric, subì anche l'affronto del carcere in Francia. L’amore per la danza di Cesarina Cesarina Gurgo Salice dedicò parte della sua vita alla passione per l’arte, soprattutto per la danza. Cesarina sboccerà come danzatrice dopo l'incontro con la giovane russa Bella Hutter. Figlia della ricca borghesia russa, in fuga davanti alla rivoluzione, Bella è assai più emancipata delle coeta-

nee europee di pari censo. Salpa da Odessa, cercando la salvezza da sola, in una nave del Lloyd triestino diretta a Brindisi. Ha in tasca solo l'indirizzo torinese dei Gualino, dato da un suo zio che di Gualino è stato l'agente per Pietroburgo e la Russia. I racconti di Cesarina e di Bella convergono su quel fatidico giorno del tardo inverno 1920 quando la giovane russa, con poco bagaglio, cappellone di velluto e scarpe di stoffa suona alla porta dei Gualino. Il suo inserimento nella famiglia e nel mondo dei Gualino è facile. Nel castello di Cereseto, la sera, anfitrioni ed ospiti improvvisano balli e recite, nei ricchi costumi che i padroni di casa hanno acquistato nei viaggi in Russia e Romania. Animatrice delle serate è l'inglese Jessie Boswell che vivrà con i Gualino per una diecina d’anni prima di entrare a far parte del gruppo dei “Sei pittori di Torino”. Bella Hutter danza in quelle occasioni, conquistando Cesarina e molte delle sue amiche grazie all'arte del movimento ritmico e plastico che sta rivoluzionando il balletto in Europa, sulla scia della scuola di Jacques Dalcroze e Mary Wingman. In-

1912 - Festa in maschera al castello a sinistra Cesarina a destra Riccardo

sieme, Cesarina e Bella s'iscrivono al collegio ginnico del capitano Hébert, a Trouville; in questa città trovano Marcelle de Montziarly, futura direttrice d’orchestra ed appassionata danzatrice. Attraverso di lei arrivano a Clotilde e Alessandro Sakharoff, la coppia più celebrata della danza mondiale, che saranno, più volte, ospiti al castello di Cereseto. Riccardo Gualino, Guido Maria Gatti, Lionello Venturi e Gigi Chessa vengono rapidamente conquistati dal fascino di Bella e della sua danza. Saranno loro gli auspici della scuola di ginnastica e danza che Bella apre nel 1923 a Torino in Via Arsenale 14. Nella grandissima villa, tipico esempio di residenza piemontese alto borghese d'influenza francese, che Riccardo Gualino ha acquistato dai De Fernex (banchieri e suoi soci in affari), i lavori di ammodernamento prevedono una grande pinacoteca, una galleria d'arte e un piccolo tea-

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e più impegnativa avventura. Insieme a Venturi, Chessa e soprattutto Gatti, uomo di profonda cultura musicale, editore della rivista "Il pianoforte", il finanziere aveva posto mano al restauro di un vecchio teatro torinese, precedentemente destiFelice Casorati e Riccardo Gualino nato allo spettaconel Parco del Castello di Cereseto 1925 lo leggero, poi decaduto praticamente in rovina. momento magico il 3 Maggio 1929 Fu un recupero rapido; la prima, quando sul palcoscenico del Teatro che segna un avvenimento culturadi Torino interpreterà, con Bella le e mondano di portata europea, è Hutter, un impegnativo repertorio il 26 Novembre 1925 con "L'italiana di Bach, De Falla, Haydn, Debussy, Ravel. in Algeri", opera quasi dimenticata Cesarina ballerà anche una gavottidi Rossini, con la direzione di Vittona da lei stessa composta; è la sua rio Gui, le scene e i costumi di ultima uscita pubblica. Il teatro Chessa. Segue la prima rappresenentrò poi in crisi. tazione in Italia della "Arianna a Nasso" di Richard Strauss e la prima esecuzione assoluta di "Abramo e Isacco" di Ildebrando Pizzetti, diretto da Pizzetti medesimo. Le danze sono eseguite dagli allievi della scuola di Bella Hutter ormai affermatasi definitivamente come una delle istituzioni culturali più spregiudicate e vivaci di Torino. Cesarina, finanziatrice e animatrice della scuola, avrà il suo

Villa Gualino - TO

tro grigio, rosso e nero, progettato dall'architetto Alberto Sartoris e decorato da un altro fedele di Gualino, il pittore Felice Casorati. Sotto il palcoscenico Gualino ha voluto una palestra perchè la moglie e il gruppo di Bella Hutter, a cui presto si aggiunge anche la sorella Raja, si esercitino nella loro danza. Il teatrino privato di Riccardo Gualino fu un fatto straordinario nella tiepida vita culturale e mondana torinese e piemontese in genere. Non si era mai visto un industriale della ricchezza e potenza di Gualino investire i propri soldi ed affidare la propria immagine pubblica ad un'iniziativa culturale così raffinata ed elitaria. Buona parte dei Torinesi, infatti, non approvò: i potenti, per invidia o disprezzo, i ceti medi per inadeguatezza culturale; quanto alle classi lavoratrici, il teatrino non era certo cosa che li riguardasse. L'inaugurazione avvenne il 27 Aprile 1925 con un concerto di musica classica seguito a distanza di due giorni da un concerto diretto da Alfredo Casella e dedicato a Igor Stravinsky. Dopo la musica e le danze gli invitati (solo a loro era aperto il teatro) passavano nelle sale museo della villa dei coniugi Gualino per ammirarne le opere d’arte. Il 7 Maggio venne al teatrino Emma Grammatica per un recital di poesia, il 16 Maggio il ginevrino Jacques Dalcroze (padre riconosciuto della danza moderna) e infine il 6 Giugno la serata finale. Fu uno spettacolo che fece molto parlare la stampa, anche se pochi furono gli eletti che vi assistettero. Nell'ultima pagina del prezioso opuscolo distribuito agli invitati di quella speciale serata (disegnato da Gigi Chessa e Massimo Quaglino) Riccardo Gualino, che già aveva redatto uno spiritoso decalogo del perfetto invitato, annunciava in versi l'inizio di una nuova

Il Castello di Cereseto - AL

15OPaprile12  

- Globalizazione: ultimo atto ? - Bisogno di sicurezza: Iran-Russia, confronto politico - Liberalizzazioni: le farmacie - Energia: le strate...

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