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Osservatorio Piemonte

Periodico indipendente di politica e cultura

Sommario

Il mercato immobiliare e la cris del subprime Colpa di tutti Un’organizzazione sociale alternativa? I piÚ interessanti articoli pubblicati su OP Dalla obsolescenza programmata alla decrescita La nuova legge regionale sulle aree protette

Marzo 2012

Notizie in breve


Il mercato immobiliare e la crisi del subprime Dalle grandi truffe immobiliari alla microfinanza

Liberamente tratto da: “L’ascesa del denaro” del prof. Niall Ferguson

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E’ il passatempo preferito di molti Paesi: il possesso, ed oggi la posta è più alta che mai. Il classico gioco basato sulla proprietà, che chiamiamo Monopoli viene inventato nel 1903 per denunciare le iniquità di un sistema sociale in cui una piccola minoranza di latifondisti, sfrutta la maggioranza di mezzadri. Trent’anni dopo un idraulico disoccupato di nome Charles Darrow, brevetta una nuova versione del gioco ambientatolo per le strade di Atlantic City. E’ Darrow a introdurre le case e gli alberghi. Il concetto di fondo del Monopoli al contrario delle intenzioni del suo ideatore, è che è da furbi possedere immobili, e se la proprietà conviene prestare denaro a chi possiede una proprietà conviene ancora di più. Ecco perché l’espressione “sicuro come le case” ha una accezione tutta speciale nel mondo della finanza e significa che non c’è nulla

di più sicuro di prestare denaro a chi possiede dei beni immobili. Perché?, perché se il prestito non viene onorato si può sempre pignorare il bene. Il debitore può scappare, ma la casa no. E c’è di più, l’ossessione anglosassone per la proprietà ha fornito le basi ad un esperimento politico ed economico unico al mondo: la democrazia liberale. C’è chi dice che andrebbe adottata come modello mondiale; il concetto di proprietà ha inaugurato una nuova era nella storia della finanza. Milioni di miliardi di dollari sono stati investiti nell’acquisto di immobili spesso finanziati da mutui subprime da chi un tempo si sarebbe accontentato di affittare una casa. Quindi è stato uno shock per milioni di persone scoprire che i beni immobili non sono molto differenti dai titoli e dalle azioni, il loro prezzo può calare così come schizzare alle stelle. Nessun tipo di alchimia finanziaria è in grado di trasformare delle piccole scatole suburbane in forzieri di cemento. Ed è qui che sorge il dubbio, i beni immobili sono davvero sicuri? O forse la passione per la proprietà ci ha fatto perdere il senso della misura? Il possesso immobiliare originariamente era prerogativa esclusiva dell’elite aristocratica; le tenute passavano di padre in figlio insieme ai titoli nobiliari ed ai privilegi politici, per il resto si trattava di mezzadri che pagavano la pigione al proprietario della tenuta, persino il diritto di voto in origine spettava a chi era titolare di beni immobili, e in un certo senso l’Inghilterra non è cambiata molto da allora, dei suoi 25 milioni di ettari di terreni, 16 milioni sono di proprietà di appena 189 famiglie, la differenza sta nel fatto che queste non monopolizzano più il potere politico, grazie alla riforma della camera di Lord, il Parlamento inglese, ha abolito la baronia ereditaria. Ci sono molti modi per spiegare il declino della aristocrazia ma per


come la vediamo, per qualcuno la causa prima è di tipo finanziario. Fino al 1830 la fortuna è dalla parte della elite dei latifondisti, parliamo di una trentina di famiglie con una rendita annuale di 60.000 sterline corrispondenti a 50 milioni di sterline odierne. Finanziate dai vasti possedimenti e dagli introiti derivati del boom agrario, l’aristocrazia ha davanti a sé un futuro roseo, eppure ignorando una verità fondamentale dei beni immobili, finiscono per causare il proprio declino. Come molti di noi oggi i grandi magnati consideravano la proprietà una gallina dalle uova d’oro, e la sfruttarono per indebitarsi fino la collo, spesso andando ben oltre il valore della proprietà stessa, faticavano a comprendere che la proprietà è una sicurezza solo e soltanto per il creditore, chi contrae un credito invece deve disporre del denaro per tener fede all’impegno. E per i grandi latifondisti dell’Inghilterra vittoriana diventa una impresa ardua. Le fitte più lancinanti sono avvertite nel cuore del Buckinghamshire A Stawe House forse la più imponente residenza privata edificata in Inghilterra nel XVIII secolo, c’è un che di ostentatamente maestoso. Basta osservare lo strabiliante stucco delle volta ellittica o le colonne di scagliola, le nicchie in cui erano erano inserite statue romane, oggi i raffinatissimi focolari Georgiani sono stati rimpiazzati da banali camini, perché?, come mai queste lussuose dimore sono diventate un guscio dei passati splendori? La risposta è che quella tenuta è appartenuto alla principale vittima latifondista del primo crollo della storia: Richard Plantagenet Temple-Nugent-Brydges-ChandosGrenville, 2nd Duke of Buckingham and Chandos. Ma questa è solo una porzione infinitesimale delle vaste tenute del Duca che si estendeva per 27.000 ettari sommando i possedimenti in Inghilterra, Irlanda e Giamaica. L’immensa proprietà sembra più che adeguata a finanziare il biz-

zarro stile di vita del Duca, e le sue dispendiose stravaganze: amanti, figli illegittimi e tutto ciò che appaia consono alla sua posizione nobiliare. Ma nel 1845 il gioco si fa duro, il prezzo del grano inizia il suo lento declino così come le rendite dei terreni a mezzadria, il valore dei possedimenti rurali subisce un crollo e tutto a un tratto l’aristocrazia si rende conto che i debiti hanno superato il valore degli immobili di loro proprietà. Il Duca spende molto più delle sue rendite e gran parte di esse è assorbito dal pagamento degli interessi. Ma lo sperpero non ha ancora toccato il suo apice più estremo. Nel prepararsi alla visita della Regina Vittoria e del principe Alberto, il Duca decise di strafare e di rinnovare la casa da cima a fondo, 15 saloni vennero arredati col mobilio più costoso in voga all’epoca, le assi del pavimento scricchiolavano sotto il peso del velluto genovese, del satin ricamato e del broccato intessuto d’oro. Quando la regina vide il risultato commentò pungente, sono certa di non avere degli appartamenti così lussuosi in nessuno dei miei palazzi. Il costo di questo megarinnovo si rivelò il colpo di grazia alle finanze del duca. Nell’agosto del 1848 con grande orrore del Duca, il figlio mette all’asta il contenuto di Stawe House, ora le porte della dimora dei suoi avi spalanca le porte a orde di contrattatori, bramosi d’argento di lino e porcellana. Oggi Stawe House è un collegio privato, ed è il simbolo della fuggevolezza dei possedimenti fondiari. Nel mondo moderno a quanto pare un lavoro stabile ed un salario regolare contano molto più dei titoli nobiliari. Gli ettari hanno ben poca importanza. Dopo il divorzio dalla moglie scozzese tradita in più di una occasione il cui guardaroba era stato pignorato dagli ufficiali del fisco, il Duca è costretto da abbandonare Staw e a trasferirsi in un appartamento in affitto. Da quel momento trascorre i suoi giorni a frequentare il suo club ed a scrivere memoriali poco attendibili e continuando a corteggiare attri-

Richard Plantagenet

Stowe House

cette e donne sposate. Il declino del Duca di Buckingham è il segno premonitore di una nuova era democratica in cui ogni cittadino è chiamato a votare, che si tratti di un latifondista o di un misero affittuario. Al crollo delle fortune legate all’agricoltura corrisponde l’ampliamento del diritto di voto. Eppure l’avvento del suffragio universale non equivale all’universalità del possesso, al contrario. Fino al 1938 meno di un terzo dei fabbricati inglesi era abitato dai suoi proprietari. E’ sull’altra sponda dell’Atlantico che emerge la prima vera democrazia liberale, ed emerge dalla crisi finanziaria più grave che si fosse mai vista. Per gli Inglesi la casa è sempre un castello, mentre per gli americani non c’è niente come la propria casa, anche se qui le abitazioni si assomigliano molto. Oggi diamo per scontato il diritto universale a possedere un tetto, ma prima degli anni 30 appena due quinti delle case americane erano occupate dai loro proprietari. Se il vecchio sistema sociale era basato sulla elite dei latifondisti spiccatamente inglese, la rivoluzione che genera la nuova democrazia liberale nasce dalla grande crisi finanziaria americana. Durante la grande depressione del ’29 l’economia americana sprofonda, i pochi che hanno una casa in proprietà non riescono a pagare le rate dei mutui, anche i locatari fanno fatica a pagare l’affitto con il solo sussidio di disoccupazione, e la città in cui si avvertono con più violenza gli effetti della crisi è Detroit. Ben presto l’industria automobilistica dimezza il personale, riducendo allo stesso tempo i salari. Nel 1932 i diseredati di Detroit danno segni di insofferenza, Il 7 marzo 5000 operai licenziati Continua a pag. 6

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Cosa sono?

Subprime (Subprime lending), B-Paper, nearprime o second chance sono termini della lingua

inglese che indicano quei prestiti che, nel contesto finanziario statunitense, vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella sua storia di debitore. I prestiti subprime sono rischiosi sia per i creditori sia per i debitori, vista la pericolosa combinazione di alti tassi di interesse, cattiva storia creditizia del debitore e situazioni finanziarie poco chiare o difficilmente documentabili, associate a coloro che hanno accesso a questo tipo di credito. Il termine, in particolare il prefisso "sub-", fa riferimento alle condizioni inferiori a quelle ottimali del prime loan, considerando il maggior grado di rischio, del rapporto di obbligazione. La tipologia subprime comprende un'ampia varietà di strumenti di credito, quali i mutui subprime, i prestiti d'auto subprime, le carte di credito subprime. Un'attività subprime si qualifica prevalentemente per lo stato della parte debitrice. Un mutuo subprime è, per definizione, un mutuo concesso ad un soggetto che non poteva avere accesso ad un tasso più favorevole nel mercato del credito. I debitori subprime hanno tipicamente un basso punteggio di credito e storie creditizie fatte di inadempienze, pignoramenti fallimenti e ritardi. Poiché i debitori subprime vengono considerati ad alto rischio di insolvenza, i prestiti subprime hanno tipicamente condizioni meno favorevoli delle altre tipologie di credito. Queste condizioni includono tassi di interesse, parcelle e premi più elevati. Coloro che proponevano i mutui subprime negli Stati Uniti hanno sottolineato il ruolo che questa tipologia creditizia ha nell'estendere l'accesso al mercato del credito a consumatori che altrimenti non l'avrebbero. Eppure gli oppositori hanno criticato l'industria del credito subprime per aver messo in atto pratiche predatorie, come l'aver accettato clienti che con ogni evidenza non avevano le risorse per soddisfare i termini dei contratti o aver portato le rate dei mutui a tasso variabile a un livello insostenibile per i redditi medi, senza consentire una rinegoziazione dei debiti o un allungamento della loro durata. Il credito subprime avrebbe garantito un diritto ad un accesso universale al credito, ma in modo non selettivo rispetto agli impieghi. Queste critiche sono aumentate esponenzialmente a partire dal 2006, in risposta alla crescente crisi dell'industria statunitense dei mutui ipotecari subprime: centinaia di migliaia di debitori sono stati costretti all'insolvenza e per molte compagnie prestatrici è stata presentata istanza di bancarotta. Il credito subprime si è evoluto quando domanda ed offerta si sono incontrate nel mercato. Con un ambiente economico in costante fluttuazione ed il debito dei consumatori in perenne crescita, i prestatori tradizionali sono diventati nel tempo più cauti ed hanno abbandonato un grande numero di potenziali clienti. Statisticamente, circa il 25% della popolazione americana cade nella categoria subprime (punteggio di credito < 620 il massimo è 850). Ma è dalla metà degli anni novanta che le banche a-

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mericane cominciarono a concedere massicciamente mutui a clienti non meritevoli di fiducia creditizia, la successiva insolvenza di massa di questi mutuatari, però (aggravata dall’aumento dei tassi), ha contribuito in maniera determinante alla crisi finanziaria oggi in corso. Secondo alcune tesi ciò sarebbe stato favorito dalle politiche democratiche del governo Clinton, ma l'argomento è controverso. La maggior liquidità a disposizione delle famiglie contribuì, inoltre, alla bolla immobiliare, come, viceversa, la loro insolvenza obbligò le banche a vendere forzatamente le case avute in garanzia, deprimendo, così, le quotazioni del mercato immobiliare. Parte delle potenziali sofferenze sono state ribaltate in crediti cartolari: obbligazioni "garantite" da mutui subprime ad alto rischio di insolvenza che gli istituti di credito hanno venduto ai risparmiatori, o collocato direttamente nel portafogli dei loro fondi di investimento. In questo modo, le perdite non sono evidenziate a bilancio, depennando i crediti inesigibili, e sono pagate dai risparmiatori. L'obbligazione, infatti, non è un titolo a capitale garantito in caso di fallimento dell'emittente, e i titoli subprime non sono garantiti dalla propria banca di fiducia, ma dal mutuo a rischio di sofferenza: se il mutuo non è pagato, non pagano interesse, e se è dichiarata l'insolvenza, non sono più cedibili, comportando la perdita del capitale. I prestiti subprime sono associati a garanzie basse o nulle dei debitori. Talora non sono chieste dagli istituti di credito; altre volte il cliente medio non è in grado di fornirle. Alla concessione di crediti privi di garanzie contribuiscono diversi fattori: la libertà di licenziamento e un mercato del lavoro flessibile che non consentono ai mutuatari di disporre di un reddito stabile e sicuro, il ricorso all'indebitamento per abitudini consumistiche ovvero per un reddito insufficiente per cui gli stessi beni dovrebbero garantire molteplici finanziamenti, una legislazione sfavorevole per i creditori in materia di recupero crediti, la presenza di coperture finanziarie dei rischi alternative alle garanzie fornite dal cliente. Per avere accesso a questo mercato in crescita, i prestatori si assumono il rischio associato all'attività di credito nei confronti di debitori scarsamente affidabili, con un "punteggio di credito" basso o molto basso. Si crede che i prestiti subprime costituiscano un rischio addirittura maggiore per il prestatore, a causa delle suddette elevate caratteristiche di rischio della controparte. I prestatori usano diversi metodi per coprire questi rischi: in molti prestiti subprime, il rischio viene coperto con un tasso di interesse più alto; per quanto riguarda le carte di credito subprime, ai possessori vengono addebitate tariffe di mora più elevate, in aggiunta a varie tariffe annuali. Inoltre, a differenza delle carte di credito Prime, non viene dato generalmente ai clienti un intervallo temporale di "tolleranza", in cui i pagamenti possono essere ancora effettuati senza conseguenze, nonostante la scadenza. Una volta addebitate sul conto, le tariffe di mora possono anche spingere il credito oltre il limite previsto, e sfociare in ulteriori penali. Tutto ciò determina introiti più elevati per i prestatori, in una sorta di circolo vizioso. Il subprime dà a coloro che contraggono un prestito


l'opportunità di avere accesso al credito. Costoro usano questo credito concesso per acquistare abitazioni, oppure per finanziare altre forme di spesa, come l'acquisto di un'automobile, la ristrutturazione della casa, o persino rimborsare una carta di credito ad alti interessi. Ad ogni modo, a causa dell'elevato profilo di rischio dei clienti subprime, il costo di questo accesso al credito è un tasso di interesse più elevato. Generalmente, coloro che contraggono un prestito subprime presentano una varietà di caratteristiche peculiari di rischio, tra le quali: - Due o più pagamenti di crediti pregressi effettuati oltre 30 giorni dopo la scadenza negli ultimi 12 mesi, oppure uno o più pagamenti effettuati 60 giorni oltre la scadenza negli ultimi 36 mesi; - Dichiarazione di bancarotta negli ultimi 5 anni; - Insolvenza su un mutuo negli ultimi 24 mesi; - Alte probabilità relative di inadempienza come evidenziato, ad esempio, dagli score degli istituti di credito inferiori a 660. Come per il credito subprime, anche i mutui ipotecari subprime vengono così definiti in base alla tipologia di consumatore alla quale vengono accordati. Stando alla guideline del Dipartimento del Tesoro Americano, "i debitori subprime hanno tipicamente una storia creditizia che include insolvenze, o addirittura problemi più gravi, come avvisi di garanzia, pignoramenti, e bancarotta. Tipicamente hanno anche una bassa capacità di rimborso, così come essa viene misurata dai punteggi di credito e dal rapporto debiti/ reddito, o da altri criteri che riescono a supplire un profilo di credito incompleto". Generalmente, i mutuatari subprime hanno bassi redditi od un punteggio di credito al di sotto di 620, in una scala che va da 300 a 850. I mutui subprime hanno un più alto tasso di insolvenza dei mutui prime e il loro prezzo dipende dal rischio che il mutuante si assume. Nonostante la maggior parte dei mutui per la casa non rientri in questa categoria, i mutui subprime hanno proliferato a partire dai primi anni del XXI secolo. John Lonski, economista di Moody's, afferma che all'incirca il 21% dei mutui contratti dal 2004 al 2006 si sono classificati come subprime, mentre dal 1996 al 2004 la percentuale si assestava al 9%. Negli Stati Uniti i mutui subprime raccoglievano un importo totale di 600 miliardi di dollari nel 2006, capitalizzando circa un quinto sul totale del mercato statunitense dei mutui per la casa. Ci sono molti tipi differenti di mutui subprime, tra i quali: - mutui "interest-only", che danno la possibilità a chi contrae il prestito di pagare solo la quota interessi per un determinato periodo di tempo (tipicamente 5-10 anni); - mutui "pick-payment", che permettono ai mutuatari di scegliere una tipologia di pagamento mensile; - mutui a tasso fisso iniziale che diventano nel tempo mutui a tasso variabile. L'ultimo tipo di mutuo spiegato rappresenta una tipologia la cui popolarità tra i prestatori subprime è cresciuta rapidamente a partire dagli anni 90. Al suo interno vengono infatti inclusi i mutui "2-28", che offrono un tasso di interesse iniziale basso che resta fisso per due anni, dopo di che il piano di ammortamento viene ricompilato con un tasso di interesse più elevato per la vita residua del mutuo, in questo caso 28 anni. Que-

st'ultimo tasso è tipicamente agganciato ad un indice (ad esempio, 5% sopra il LIBOR a scadenza annuale). A partire dagli anni 90, le compagnie di carte di credito hanno iniziato ad offrire le carte di credito subprime a quei debitori con un basso punteggio di credito ed un passato di insolvenze, pignoramenti o bancarotta. Spesso queste carte iniziano con bassi limiti di credito, accompagnati da tariffe estremamente alte e tassi di interesse che posso essere anche superiori al 30%. Recentemente, a partire dal 2007, sono emerse nel mercato nuove carte di credito subprime. Il mercato stesso è diventato più concorrenziale e gli istituti di credito sono stati costretti a rendere le loro offerte più appetibili per i consumatori. Ora, difatti, gli interessi per le carte di credito subprime partono dal 9,9%, anche se in molti casi compiono escursioni oltre il 24%. Resta il fatto che le carte di credito subprime possono anche aiutare a migliorare bassi punteggi di credito, nel caso in cui le pendenze vengano saldate regolarmente. I report positivi vengono compilati di solito entro 90 giorni dalle agenzie di credito. I mercati dei capitali operano sulla base del postulato che ad un determinato rischio deve essere associato un dato premio: gli investitori che si assumono il rischio comprando, ad esempio, azioni, si aspettano un tasso di rendimento più elevato di quanto non si aspettino gli investitori che comprano Titoli di Stato a basso rischio. Lo stesso avviene per i mutui e i prestiti in generale. Concedere un credito subprime rappresenta un investimento più rischioso, dunque i prestatori applicano un più alto tasso di interesse di quanto non farebbero in presenza di un debitore solido ed affidabile. Secondo Alan Greenspan, è stata l'eccessiva cartolarizzazione dei mutui subprime americani a dare il via all'attuale crisi di solvibilità delle banche. La vicenda dei mutui subprime ha aperto una falla enorme nell'attuale modello del capitalismo che riserva alle sole banche ed altre istituzioni finanziarie minori la funzione creditizia. Seguendo gli insegnamenti di Milton Friedman un nuovo modello di capitalismo dovrebbe prevedere l'eliminazione della riserva posta dall'intervento statale e la liberalizzazione della funzione creditizia. A partire dalla fine del 2006, l'industria statunitense dei mutui subprime è entrata in quella che molti osservatori hanno definito una catastrofe. Un'ascesa vertiginosa nel tasso di insolvenza di mutui subprime ha costretto più di due dozzine di agenzie di credito al fallimento o alla bancarotta; in primis la New Century Financial Corporation, precedentemente il secondo prestatore subprime della nazione. Il fallimento di queste compagnie ha provocato il collasso dei prezzi delle loro azioni, in un mercato che capitalizza 6.500 miliardi di dollari, minacciando più ampi effetti sul settore abitativo americano e persino sull'intera economia USA. La crisi ha ricevuto un'attenzione considerevole dai media USA e dal legislatore americano, nella prima metà del 2007 e nel settembre 2008. Nell'aprile 2009, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato in 4.100 miliardi di dollari Usa il totale delle perdite delle banche ed altre istituzioni finanziarie a livello mondiale. La cifra colossale, delle svalutazioni delle attività finanziarie delle banche a causa delle crisi dei mutui cosiddetti sub-prime.

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da pagina 4 dalla Ford Motor Company, marciano verso la fabbrica protestando per l’indennità di disoccupazione. Gli eventi che seguono costringono l’America a ripensare il suo atteggiamento nei confronti de concetto di proprietà. Quando la folla disarmata raggiunge il cancello 4 dello stabilimento River Rouge di Dearborn scoppiano dei tafferugli, all’improvviso il cancello si apre e una falange di poliziotti e vigilantes spara sui manifestanti. Muoiono 5 operai, e pochi giorni dopo 60.000 persone intonano l’Internazionale durante i funerali. Il giornale del partito comunista accusa Edsel Ford figlio del famoso magnate di aver permesso un massacro. Si può fare qualcosa per disinnescare una potenziale situazione esplosiva che vede un conflitto aperto fra il ricco padron Ford e i suoi ex impiegati nulla tenenti? In un lodevole gesto di riconciliazione Edsel Ford si rivolge ad un artista messicano di nome Diego Rivera e lo invita a realizzare un dipinto murale che rappresenti l’economia di Detroit come un luogo di cooperazione e non di conflitti di classe. Diego Rivera era da sempre un comunista, il suo ideale è una società dove la proprietà privata non esiste, e i mezzi di produzione devono esser a disposizione della collettività. Dal suo punto di vista la fabbrica di River Rouge è l’esatto opposto, è l’incarnazione della società capitalista quella dove gli operai lavorano, e i padroni stanno a guardare prendendosi i meriti dello sforzo altrui. Quando il murales viene scoperto nel 1933 gli amministratori della città restano allibiti, per loro si tratta di propaganda comunista, una parodia dello spirito di Detroit. Il potere dell’arte è una cosa meravigliosa ma serve un mezzo ben più potente di un pennello per guarire una società profondamente divisa dalla crisi economica. Altri paesi optano per i totalitarismi più estremi, mentre negli Stati Uniti la risposta è il New Deal che prevede anche un New Deal delle proprietà immobiliari. Facendo cresce il numero di ameri-

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cani che potevano sperare di possedere un casa di proprietà, l’amministrazione Roosevelt lancia l’idea della democrazia della proprietà, e questa si dimostra un perfetto antidoto alla rivoluzione Russa. In sostanza il governo manipola il mercato edilizio per incentivare gli americani a comprare una casa, i clienti degli istituti di credito locali i Savings and Loans l’equivalente delle società di edilizia inglesi hanno i depositi garantiti dal governo, anche nel caso una banca fallisse. Viene istituita la Federal Housing Administration per offrire dei prestiti più cospicui, più lunghi a un tasso di interesse più basso. Dopo gli anni ’30 negli Stati Uniti sono numerosi i mutui che hanno una durata di 20 o 30 anni, un nuovo ente federale preposto ai mutui denominato FannieMae viene creato per favorire la nascita di un mercato nazionale dei prestiti legati agli immobili. Riducendo la rata mensile dei mutui queste riforme consentono a molti più americani di permettersi una casa. Un evento epocale. Inutile dire che i moderni Stati Uniti e le loro affascinanti zone residenziali nascono da queste riforme. Negli anni ’30 quindi il governo americano ha garantito il mercato dei mutui avvicinando creditori e debitori. Questo è il motivo dell’esplosione degli acquisti immobiliari e dei mutui contratti nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.

Muro lungo Edmight Street di Detroit

C’è solo un problema, non tutti nella società americana sono stati invitati alla festa degli acquisti immobiliari. Quando a Detroit vengono costruite quelle case nel 1941, la concessione di un mutuo dipende da quale parte della barricata si viva. Fu un imprenditore edilizio a progettare questo muro alto due metri lungo l’Edmight street di Detroit, fu costretto per avere i requisiti richiesti per accedere al prestito della Federal Housing Administration. I mutui venivano concessi solo per le costruzioni da quella parte del muro: un quartiere a predominanza bianca da questa parte invece le cose andavano diversamente perché gli afroamericani in sostanza, non erano considerati degni di credito. E’ l’espressione di un sistema che ha diviso una città, in teoria sulla base dell’affidabilità creditizia in pratica sulla discriminazione razziale. La segregazione in altre parole non è accidentale ma è una conseguenza diretta di una politica federale. Basta vedere la planimetria dell’ente federale dei mutui in cui sono indicati i quartieri neri di Detroit, contrassegnate con la lettera D e contrassegnate in rosso. Ecco perche la consuetudine di dare a interi quartiere un indice di affidabilità creditizia negativo venne chiamato Red lineing. Il risultato era che se un abitante di questo quartiere voleva contrarre un mu-


Red lineing

Parte del Murales di Diego Riveira tuo si trovava a pagare un tasso di interesse molto più alto di quello accordato ai bianchi. Mezzo secolo dopo le due caratteristiche di mutuatari vengono eufemisticamente chiamati Prime e Subprime. Negli anni ’60 questo muro diventa il simbolo della lotta per i diritti civili, i neri sono di fatto esclusi dal banchetto immobiliare, e questa esclusione ha delle conseguenze impensabili. Il 23 luglio 1967 i beni immobili di Detroit vanno letteralmente in fiamme, la rabbia per la discriminazione economica si trasforma in 5 giorni di disordini, alla fine dei quali si contano 43 vittime. Significativamente gran parte della violenza non è rivolta contro gli uomini, ma contro le proprietà. Quasi 3000 edifici vengono saccheggiati o dati alle fiamme. Il governo impara la lezione, escludere le minoranze etniche dalla democrazia liberale significa solo problemi, per far sì che i cittadini si sentano di partecipare allo statu quo sociale bisogna farne dei proprietari. D’altro canto allargare le prerogative delle minoranze, potrebbe trasformare i malcontenti in conservatori. E’ una lezione che Margaret Thatcher impara molto presto, in Inghilterra il concetto di Democrazia della proprietà diventa la chiave di volta del conservatorismo degli anni ’80, vendendo le case popolari a prezzi stracciati la Thatcher si assicura che sempre più coppie inglesi abbiano un casa di proprietà, e ciò vuol dire che i mutui si diffonderanno peggio di un virus. Fino agli anno ‘80 gli incentivi del

governo ai mutui immobiliari avevano favorito molte famiglie della classe media inglese, i tassi di interesse erano relativamente bassi negli anni ’60 e ’70 e l’inflazione tendeva a salire portando ad un crollo dell’incidenza del mutuo. Ma c’era un elemento da non trascurare, lo stesso governo che professava una fiducia incondizionata nella democrazia della proprietà era impegnato a combattere l’inflazione, e ciò significava alzare i tassi di interesse. La politica inglese o americana tesa ad incitare un cittadino a contrarre un mutuo per poi alzare i tassi di interesse porta sul finire degli anni ’80 a uno dei movimenti di espansione e contrazione più spettacolare nella storia del mercato immobiliare. E’ un po’ il corrispettivo negli anni ’80 della moderna crisi dei Subprime, la prima ma non l’ultima volta in cui il mercato americano dei mutui dà letteralmente i numeri. Per molti è stato uno shock scoprire che una crisi del mercato immo-

biliare americano possa innescare una crisi finanziaria globale. In realtà nella storia dell’ascesa del denaro il fenomeno si è già verificato. Nel marzo del 1984 i funzionari del governo americano ricevono la copia di un video che mostra chilometri e chilometri di cantieri edilizi lungo l’autostrada 30 alle porte di Dallas in Texas, ancora oggi sono visibili tracce di quei cantieri. Le indagini legate alla mancata costruzione delle case porta alla luce il più grande scandalo finanziario di tutti i tempi. Una truffa che si farà beffa del concetto di proprietà come forma di investimento sicuro. Una storia surreale che di fantasioso ha ben poco. Le Savings and Loan le società edilizie statunitensi, sono state importantissime per il New Deal di Roosevelt, e all’inizio degli anni ’70 rappresentano la base delle democrazia delle proprietà americana. Poi negli anni ’70 l’industria del risparmio e del prestito viene colpita da una inflazione a due cifre, e

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Il presidente USA Reagan

dall’incremento dei tassi di interesse. Si tratta di un doppio colpo mortale per le istituzioni che per legge non possono alzare gli interessi che pagano ai risparmiatori e che ricevono interessi da parte dei mutuatari pari a quelli fissati decenni prima. La risposta di Washington è quella di eliminare quasi tutte queste restrizioni. Quando nel 1982 viene attuata la deregolamentazione il Presidente Reagan è al settimo cielo, dichiara “credo che oggi abbiamo vinto alla lotteria”. Alcuni senza dubbio. Liberi da ogni restrizione i gestori della Savings and loan scorgono il sistema di fare un mucchio di quattrini dal vecchio e noioso mercato dei mutui. Alzando gli interessi possono ottenere molto più denaro dai risparmiatori, e poi potranno usare i depositi per concedere tutti i mutui che vorranno. Ma un dettaglio cruciale è rimasto tale: i depositi dei risparmiatori sono ancora garantiti dal governo. E’ un invito da un gigantesco banchetto gratuito, a beneficio dei cow boys della finanza. Il Wise’s Circle Grill alle porte di Dallas ogni giorno all’ora di pranzo si riempie di cittadini dalla indiscussa integrità, ma vent’anni fa aveva un clientela piuttosto diversa. Nella città di Dallas la presenza di Savings and loan truffaldine era superiore alla media. I cow boys delle proprietà immobiliari si fermavano alla Wise’s Circle Grill per la pausa pranzo, quando gli affari non consentivano loro di tornare ai ranch. Era molto anni ’80. La Empire Savings and Loan Association consentì ad un gruppo di imprenditori di Dallas, di far soldi dall’aria fritta o per meglio dire da nudo suolo texano. La saga surreale della Empire Savings and Loan Association ha inizio quando il Presidente Spencer H.

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Blain jr. stringe accordi con un brillante imprenditore edilizio spuntato dal nulla: D.L. Danny Faulkner, il cui tratto distintivo è una generosità smodata… con il denaro altrui. Il denaro in questione arriva sotto forma di conti deposito, sui quali l���Empire applica dei tassi di interesse molto allettanti. Il Faulkner Point una delle prime zone residenziali costruite da Daniel Faulkner, le basi di un impero fatte di Faulkner Crest, Faulkner creek, Faulkners creston, Faulkner oaks, … Il trucco preferito da Daniel era il land flip: comprava un pugno di terra per un pugno di noccioline e poi lo vendeva ad un investitore ingenuo che chiedeva un mutuo, indovinate a chi? alla Empire Savings and Loan. Danny ha dichiarato di esser analfabeta, ma i conti li sapeva fare bene. Molti investitori non hanno nemmeno la possibilità di vedere il loro acquisto da vicino, Faulkner si limita a mostrarglielo dall’elicottero senza nemmeno atterrare. Nel 1984 in Texas lo sviluppo edilizio è fuori controllo, finanziato dai depositi garantiti dal governo che in realtà finiscono dritti dritti nelle tasche degli imprenditori, almeno sulla carta gli asset della Empire Savings and Loan sono saliti da 12 a 257 milioni di dollari in poco più di due anni. Il problema è che la richiesta di case sulla Interstate 30 non avrebbe mai raggiunto i livelli previsti da Faulkner, Blain e compari, e quando nel 1984 le autorità vi posero un freno, la realtà non poteva più esser ignorata. Centinaia di edifici in costruzione vennero abbattuti dai bull-dozer, sono passati 24 anni dall’accaduto ma questa è ancora un terra desolata. Nel 1991 Faulkner e Blain vengono arrestati per frode, un investigatore definisce la società uno degli schemi di investimento edilizio più temerario e fraudolento nella storia degli Stati Uniti. Alla fine chiudono i battenti quasi 500 Savings and Loan, secondo le stime ufficiali, almeno la metà hanno avuto insider criminali. Il costo della crisi è di 153 miliardi di dollari, uno dei crack peggiori cui abbia assistito la storia finanziaria americana.

E il governo federale che aveva deregolamentato le Savings and Loan è il primo a pagarne le spese. E questo significa soltanto una cosa: che il conto spetta ai contribuenti. Fu la prima avvisaglia, anche il concetto di democrazia della proprietà ha i suoi lati negativi. Eppure la crisi delle Savings and Loan è solo una scossa se paragonata al terremoto immobiliare che colpirà il mercato venti anni dopo. Quella delle Savings and Loan è una crisi tutta americana, ma l’uragano Subprime travolgerà l’intero mondo della finanza, scuotendolo fino alle fondamenta. Quando negli anni ‘40 venne costruito quel muro per separare i proprietari bianchi dagli affittuari neri, per i neri è virtualmente impossibile contrarre un mutuo ma 60 anni dopo la situazione è cambiata radicalmente. Vogliamo che tutti gli americani abbiano una casa dichiara il presidente George W Bush nell’ottobre del 2002, sfidando gli istituti di credito a creare mezzo milione di nuovi possidenti entro la fine del decennio. Incoraggiati positivamente dal governo federale ad allentare gli standard di credito le compagnie mettono le mani su zone urbane offrendo contratti allettanti di ogni genere. Dato che molti mutuatari hanno una storia creditizia non proprio immacolata, questi nuovi contratti di prestito vengono definiti Subprime

Niente entrate, niente lavoro, niente titoli, questo fa di voi dei perfetti candidati per il mutuo in questione. Il problema è che dietro le basse rate iniziali, questi nuovi mutui sono molto diversi dai mutui trentennali a tasso fisso del passato. A partire dagli anni ‘80 il gioco dei beni immobili cambia radicalmente in tutto il mondo anglosassone. I


mutui diventano di durata sempre più ridotte, e sempre più mutuatari scelgono le formule Interest only che rende il bene immobiliare molto più sensibile di quanto non lo fosse alle variazioni del tasso di interesse. Allora perché gli istituti di credito non si preoccupano del fatto che i mutuatari Subprime non potranno onorare il debito se il tasso di interesse sale. La risposta a questo interrogativo e il segreto per comprendere la crisi dei Subprime è una parola che comincia per T : Titolarizzazione. Invece di rischiare col proprio denaro gli istituti di credito Subprime vendono i mutui alle banche di Wall Street e le banche titolarizzano i mutui, il che vuol, dire che li mettono tutti insieme e poi li suddividono così che quelli a livello più alto possano costituire degli investimenti titolarizzati. Poi le banche vendono questi titoli a investitori lontani migliaia di chilometri da Detroit, felici di pagare solo qualche centesimo di punto percentuale in interessi. Il segreto della titolarizzazione sta nella distanza fra i concessore del prestito e chi finisce col ricevere la quota degli interessi. Quando un investiDanny Faulkner

tore di un paesino norvegese acquista una quota titolarizzata non immagina nemmeno cosa si celi dietro il suo investimento. Alchimia finanziaria? Questo modello finanziario funziona alla perfezione finché il tasso di interesse si mantiene basso, l’occupazione rimane stabile e i prezzi degli immobili continuano a salire. Purtroppo a Detroit non si è verificata nessuna di queste condizioni, solo nel 2006 gli istituti Subprime sono costretti a rifondere più di un miliardo di dollari in quelle zone della città dove il prezzo degli immobili cala, e la disoccupazione e i mutui cominciano a salire, dopo Detroit altre città seguono a ruota. A Memphis nel Tennessee ogni giorno due volte al giorno il tribunale mette all’asta 30 case perché gli istituti di credito hanno impedito il riscatto dell’ipoteca a quei mutuatari non più in grado di onorare il prestito. Memphis è diventata la città dei

pignoramenti, negli ultimi 5 anni un proprietario su 4 ha ricevuto il temuto l’avviso di pignoramento dell’immobile. Dall’inasprimento del mercato dei Subprime nel 2007 l’onda d’urto si è propagata sui mercati finanziari di tutto il pianeta, spazzando via alcuni fondi di investimento, determinando il crollo di rispettabili istituti bancari, e sottraendo a quelli sopravvissuti migliaia di miliardi di dollari. Il pilastro del mercato dei mutui durante il New Deal di Roosvelt, la FannieMae, con la società sorella FreddyMac è arrivata a gestire o garantire la metà dei mutui americani. Nel settembre del 2008 Fannie e Freddy sono costrette alla nazionalizzazione per evitare il crollo totale del mercato dei mutui. Nomi venerabili nella storia di Wall street come Bear Stearns, Leman Brothers, Marril Lynch svaniscono nel nulla. Al contrario di quella delle Savings and Loans questa crisi si diffonde a macchia d’olio in tutto il pianeta.

Narvik è una cittadina norvegese; sta a 200 km a nord del circolo polare artico. I suoi amministratori, insieme ad altre 7 cittadine, tra cui Hemmes, Rana, Hattfjelldal, avevano investito i soldi del comune e anche dei 4500 cittadini in bond comunali, di comuni americani, gestiti da Citigroup. A settembre, con l'esplosione della crisi dei mutui subprime hanno scoperto il castello di carte che li portava, in realtà, a possedere non bond ma derivati legati al mondo dei mutui fondiari. Dei 65 milioni investiti, gli ignari norvegesi se ne sono ritrovati 42. Con grande stoicismo hanno dichiarato la cosa seria ma non tragica e hanno dato mandato agli avvocati per vedere cosa è possibile recuperare. Perché, ovviamente, la comunicazione dei cambiamenti da bond a titoli legati ai subprime non è stata fatta con la necessaria trasparenza. Citigroup si dice tranquilla e scarica tutte le responsabilità sulla società di mediazione.

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Nel mondo anglosassone si tende a considerare il bene immobile come una scommessa a senso unico, la maniera più semplice per diventare ricchi è investire nel mercato immobiliare, sarebbe sciocco puntare su qualcos’altro. Ma il lato interessante di questa presunta verità è l’illusione fornita dalla realtà, come il mercato azionario i beni immobili possono salire alle stelle per poi crollare nella maniera più spettacolare. In Gran Bretagna fra il 1989 e il 1995 il prezzo medio degli immobili è calato del 18%, ma non è nulla se paragonato alla situazione del Giappone. Nel cuore di Tokio una casa che nel 2010 costava due milioni di dollari nel 1990 all’apice del boom immobiliare sarebbe costata almeno il triplo. Tra il 1985 e il 1990 il prezzo degli appartamenti in Giappone triplica letteralmente, e le banche fanno di tutto per cavalcare l’onda. Purtroppo non si tratta di un’onda, ma dell’ennesima bolla di sapone che nel 1990 scoppia, i prezzi a Tokio crollano del 75% spazzando via tutti i guadagni precedenti. Quindi anche il mercato immobiliare non è un investimento del tutto sicuro, i prezzi delle case possono salire e scendere, e al contrario delle azioni le case non sono liquidabili, il che significa che è impossibile disfarsene se si profilano guai in vista è questo forse il lato nega-

tivo del concetto di democrazia degli immobili. La domanda è ora se gli anglosassoni abbiano interesse ad esportare il loro modello nel resto del mondo. La vera pecca delle democrazia della proprietà immobiliare come gli ultimi eventi hanno dimostrato, è che il mercato immobiliare come tutti i mercati azionari è incline ad alti e bassi. Ma forse c’è un altro modo per guardare al mercato degli immobili, un potenziale mezzo per sbloccare nuove fonti di ricchezza, fornendo garanzie collaterali agli aspiranti imprenditori. Forse il mercato immobiliare è una risposta ai problemi dei paesi poveri del mondo ? Per fare il punto della situazione è necessario visitare il paese Subprime : l’Argentina dove gli insuccessi economici sono una costante da un secolo. Certi sobborghi alla periferia di Buonos Aires sembrano esser a migliaia di chilometri dalle strade più eleganti della capitale argentina. Ma la gente qui è povera come sembra? Un uomo non la pensa così. Secondo l’economista peruviano Hernando de Soto questi squallidi quartieri presenti in tutti i Paesi in via di sviluppo rappresentano migliaia di milioni di dollari di ricchezza irrealizzata. Il problema è che la gente che vive

qui e negli infiniti sobborghi di tutto il mondo non ha dei titoli legati agli immobili ed è un peccato perché senza un titolo legale di proprietà la casa non può divenire una garanzia per contrarre un mutuo e se non si può contrarre un mutuo non è possibile mettere insieme il capitale necessario ad avviare una attività. Il problema essenziale è che nei paesi poveri stabilire dei titoli di proprietà è un vero incubo burocratico. Potrebbero volerci mesi, in alcuni casi anni di più rispetto ad un paese anglofono. Per l’economista Hernando de Soto respirare aria di affari in questi quartieri è il segreto per garantire ai poveri un futuro più roseo. La periferia sud di Buenos Aires costituisce un buon laboratorio per testare la nuova teoria. In una zona del sobborgo ci sono alcune delle baracche più squallide che si possono vedere, ma basta spostarsi di qualche chilometro ed è tutta un’altra storia. Nei primi anni ’80 un gruppo di occupanti ha fatto pressione sul governo per ottenere dei titoli legali sugli immobili, la missione è andata a buon fine, a chi era in grado di pagare un affitto regolare sono stati garantiti dei contratti e dopo vent’anni l’immobile sarebbe diventato di proprietà. Un proprietario al contrario di un inquilino ha tutto l’interesse a pren-

Hernando De Soto (Arequipa, 1941) è un economista peruviano. È presidente dell’Institute for Liberty and Democracy (ILD), Lima. È stato designato come uno dei cinque più importanti innovatori latinoamericani del secolo scorso dalla rivista Time nell’edizione speciale del maggio 1999 su Leaders for the New Millennium. Nel 2004 gli è stato assegnato dal Cato Institute il Milton Friedman Prize, "per avere dato un contributo significativo all'avanzamento verso la libertà". De Soto ha conseguito la sua specializzazione post-laurea presso l’Institute Universitaire de Hautes Etudes Internationales a Ginevra; ha lavorato come economista per il General Agreement on Tariffs and Trade - GATT, come presidente dell’Executive Committee of the Copper Exporting Countries Organization - CIPEC, come managing director dell’Universal Engineering Corporation. De Soto è stato consigliere personale del presidente Alberto Fujimori fino alle sue dimissioni due mesi prima dell'autogolpe di Fujimori. Lui e i suoi colleghi dell’ILD sono stati responsabili dell’elaborazione di circa 400 leggi e regolamenti che hanno modernizzato il sistema economico peruviano. Come attività principale, De Soto, insieme con l’ILD, sta elaborando ed implementando programmi di formazione del capitale per i poveri in Asia, America Latina e Medio Oriente. È stato coinvolto nel Land for Development Programme (LFDP), l’iniziativa promossa dalle United Nations Economic Commission for Europe e Tecnoborsa (la Società consortile del sistema camerale per lo sviluppo e la regolazione dell’economia immobiliare), con Giampiero Bambagioni co-project manager, finalizzata allo sviluppo economico e sociale delle Economie in transizione e dei Paesi in via di sviluppo. De Soto ha pubblicato The Mystery of Capital: Why Capitalism Triumphs in the West and Fails Everywhere Else, che è stato anche pubblicato in inglese, spagnolo, olandese, cinese, portoghese e italiano.

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dersi cura dell’immobile. Alcuni hanno persino appreso il valore del loro immobile e lo hanno messo in vendita. Eppure la teoria non sembra impeccabile, nonostante la casa per questa gente non è stato certo facile ottenere un prestito, solo il 4% di loro è riuscito a contrarre un mutuo. La verità è che il bene immobile non costituisce una sicurezza, si limita a garantirla al creditore, la vera sicurezza deriva dalle entrate come scoprì il Duca di Buckingham nel 1840, e come hanno scoperto da poco gli abitanti di Detroit. Nella periferia di Buenos Aires saranno d’accordo, per questo motivo non è necessario che un imprenditore nei paesi in via di sviluppo contragga un mutuo sulla sua casa, in effetti la proprietà immobiliare non è il segreto per far prosperare una generazione intera. In Bolivia Betty Flores possiede un caffetteria a El Alto un misero sobborgo alla periferia della capitale boliviana La Paz. Betty è una delle tante donne in ogni parte del mondo che ha preso in prestito denaro senza alcuna garanzia, è la personificazione di uno straordinario movimento finanziario noto come Microfinanza. Betty ha chiesto un prestito per mettere su l’attività e da un po’ ha estinto il prestito grazie alle entrate della attività. Le storie come quella di Betty mettono in mostra una delle grandi rivelazioni del movimento per la Microfinanza in paesi

come la Bolivia, le donne presentano un rischio creditizio minore di quello degli uomini, con o senza una casa a garantire il mutuo contraddicendo chi afferma che le donne sia per indole spendaccione. Queste donne sono tutt’altro che un buon rischio finanziario, avranno in tutto un paio di dollari in tasca, eppure senza alcuna garanzia ottengono un prestito. In Bolivia i finanziatori hanno capito che l’affidabilità creditizia è un tratto spiccatamente femminile. Carmen Velasco ha fondato la Pro Mujer per finanziare le donne povere ma intraprendenti, il mutuo non è garantito dagli immobili e la vera sfida è incoraggiare le donne ad estinguerlo lavorando, e ci riescono. Dice Velasco: dal primo giorno le informiamo che devono estinguerlo in tempo che esistono dei tassi di interesse e che devono risparmiare, è un processo di apprendimento ed all’inizio è molto dura perché non sono abituate a gestire il denaro, ma a poco a poco ci si abituano e quando estinguono il pre-

Alcune beneficiarie del programma Pro Mujer

stito sono orgogliose di loro stesse. In questo fermenti si avverte la trasformazione che la Microfinanza ha portato nella vita di queste donne, forse si dovrebbe cambiare il detto: sicuro come le case in: sicuro come le casalinghe. Ovviamente sarebbe sbagliato sostenere che ma micro finanza sarebbe la bacchetta magica dell’economia, la concessione dei prestiti non necessariamente confinerà la povertà in un museo, ma nemmeno scommetter tutto sul mercato immobiliare. L’ignoranza finanziaria è dilagante, ma in qualche modo sappiamo tutti qualcosa di un ramo dell’economia: quello del mercato immobiliare. Tutti pensavamo che l���immobile fosse un bene sicuro, peccato che in realtà non lo sia. In tutto il mondo a quanto pare i prezzi degli immobili stanno crollando, da Memphis a Santiago, da Londra a La Paz. Incoraggiare l’acquisto di beni immobili può incoraggiare l’elettorato in favore del capitalismo, ma distorce il mercato dei capitali, inducendo la gente a scommettere sulla compravendita immobiliare. La gente ha bisogno di prestiti per avviare una attività o acquistare beni costosi, ma sembra rischioso persuaderla a puntare tutto sul mercato per niente sicuro degli immobili. Dal Buckinghamshire così come in Bolivia o nell’avveduta Scozia il segreto sta nel trovare il giusto equilibrio fra il debito e l’introito e nel prossimo numero (forse) vedremo perché l’economia mondiale è sul punto di incrinare pericolosamente quel fragile equilibrio.

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Colpa di tutti Riccardo Manzoni mb 339.1002650 e-mail: rikymanzoni@gmail.com

l’Unione Europea per essere davvero efficiente deve scuotersi di dosso la “cultura della vergogna” che oggi la opprime, riprendere su di sé con orgoglio tutti gli elementi che caratterizzano lo Stato nazionale, compreso un esercito potente ed un sistema di garanzie sociali riformato quanto si vuole, ma non smantellato... 12

I FATTI Grecia ed Ungheria sono da tempo una spina nel fianco dell’Unione Europea, anche se in modo parzialmente diverso; la Grecia costituisce da tempo un “buco nero”, dove il denaro versato dall’UE non basta mai, é in preda ormai da mesi ad una tensione sociale elevata, cupa e senza sbocchi concreti, ma tutto ciò non ha ancora provocato veri problemi politici. L’Ungheria, pur essendo anch’essa in una seria crisi economica, non crea problemi paragonabili a quelli causati dalla Grecia, mentre a livello politico la situazione é decisamente più complicata. Infatti la vittoria di Fidesz, il partito conservatore, ha portato ad una nuova Costituzione, ritenuta dall’Unione Europea incompatibile con i principi basilari dell’UE. In essa viene dato notevole risalto al Cattolicesimo, in quanto religione che sta alla base dell’identità nazionale, e vengono messi limiti alla libertà di stampa come é comunemente intesa in Europa. Inoltre la decisione di mandare in pensione anticipata molti magistrati é stata interpretata come un tentativo di minare l’indipendenza della magistratura come istituzione, immettendo al loro posto persone fedeli alla linea del nuovo governo. RISCHI, PROBLEMI E DILEMMI I conflitti tra queste due nazioni e l’UE rischiano di creare una situazione paradossale. La Grecia, che ora rischia di uscire dall’Euro, é da sempre considerata la madre della democrazia, della filosofia, della poesia; in una parola della cultura occidentale, anche se dal Medioevo in poi appartiene dal punto di vista religioso all’Europa orientale ortodossa. L’Ungheria, impropriamente definito paese dell’Est in quanto sottomessa contro la sua volontà al’Unione Sovietica ed al locale Partito Comunista, in realtà con la conversione del Re Santo Stefano al Cattolicesimo dal punto di vista storico e religioso già dal Medioevo ap-

partiene a pieno diritto all’Occidente, o forse sarebbe meglio dire alla Mittel Europa. Non a caso l’Ungheria, come peraltro anche Polonia e Repubblica Ceca, ha vissuto la fine del comunismo non solo come liberazione dal dominio straniero, ma anche ritorno all’Occidente, percepito come la sua vera casa. Allo stesso tempo Grecia ed Ungheria per i lunghi periodi passati sotto dominatori stranieri hanno conservato per reazione un acceso nazionalismo ed una notevole insofferenza verso coloro che cercano di imporre una guida dall’esterno. Questi sentimenti rischiano quindi di creare serie tensioni con l’Unione Europea, che per sua natura tende a rendere omogenei i paesi membri dal punto di vista giuridico, politico ed economico e si sente quindi autorizzata a “mettere in riga chi viaggia e canta troppo per conto suo”. Certo, sarebbe proprio una strana Europa, per non dire peggio, se il risultato finale fosse davvero la rottura con due nazioni europee, magari proprio mentre l’Unione Europea ipotizza di aprire le porte alla Turchia, paese non europeo da sempre in pessimi rapporti ancora oggi con la Grecia. Uno scenario simile farebbe risaltare un problema terminologico che ormai esiste da tempo: Unione Europea/Europa. Oggi si usa l’espressione “entrare nell’Unione Europea” come sinonimo di entrare in Europa” e questa confusione porta diversi inconvenienti. Innanzitutto l’Europa perde la sua identità e la sua specificità per diventare qualcosa di infinitamente


estendibile anche a realtà storicamente estranee, quando non ostili. Inoltre si crea un sottile, ma chiaro ricatto psicologico verso i popoli europei, in quanto é come se si dicesse loro che se non fanno parte dell’Unione Europea o vengono estromessi da essa non sarebbero più europei, contrariamente a popoli non europei che se entrassero diventerebbero automaticamente tali. In questo modo si obbligano gli Stati membri a non mettere in discussione le scelte dell’Unione Europea, pena la perdita della loro “europeità”, mentre dovrebbe essere chiaro e detto ad alta voce che l’Europa esiste da migliaia, per non dire milioni, di anni e che i popoli sono o non sono europei per il loro passato storico, linguistico, religioso e culturale, non certo per l’adesione o meno ad un’istituzione che esiste appena da qualche decennio e che dovrebbe anzi tutelare e difendere le identità preesistenti, cosa che invece non avviene. Quanto detto fino a questo momento fa emergere in primo piano un problema di fondo rimasto eluso: chi é il vero depositario della sovranità in Europa? La risposta, come evidenziato recentemente dal bravo giornalista Pierluigi Battista, é molto più problematica di quanto appaia a prima vista. Tutti risponderemmo in coro “Il popolo!”, ma proprio qua nascono i problemi, i dilemmi e le contraddizioni insolubili. Se il potere appartiene al popolo, ogni popolo ha il diritto di scegliersi in tutti gli ambiti le istituzioni e le leggi che preferisce, ma questo minerebbe dall’interno la compattezza dell’Unione Europea, che basa la sua forza e la sua stessa sopravvivenza sul rispetto di regole condivise da tutti gli Stati. Ne consegue che la sovranità nazionale, e di conseguenza la sovranità popolare, di fatto é limitata, come dimostrano i casi della Grecia e dell’Ungheria. Nel primo caso le ricette economiche sono imposte dall’esterno e nel secondo il partito che ha vinto le elezioni é stato obbligato dall’Unione Europea a tornare sui suoi passi per quanto riguarda la riforma della Costituzione. Sorge quindi il problema di come rimanere democratici e di come ridare davvero importanza al voto popolare. La soluzione sa-

rebbe dare più potere al Parlamento Europeo, ma ciò sarebbe osteggiato da Francia e Germania, che vedrebbero diminuito il proprio potere e non potrebbero più dettare la linea agli altri paesi membri. Già solo questo rende estremamente difficile arrivare al risultato sopra proposto, ma se anche si riuscisse ad ottenerlo, oggi servirebbe a poco. Infatti, inutile nascondersi la realtà, i politici di una nazione fanno, e continuerebbero a fare, gli interessi dei propri elettori e quindi del proprio Stato. L’unico modo per cambiare davvero sarebbe una radicale riforma delle leggi per essere eletti nel Parlamento Europeo. Bisognerebbe certamente avere la maggioranza di voti nel proprio paese d’origine, ma allo stesso tempo prevedere una quota minima di voti uguale in tutti gli altri paesi, pena la non elezione. In questo modo il Parlamento Europeo diventerebbe davvero la sede dove chi é eletto, non foss’altro che per mantenere la poltrona, sarebbe obbligato a fare gli interessi di tutti gli Stati ed ad avere di conseguenza una visione veramente europea dei vari problemi. Certamente questa soluzione richiede tempi lunghi, in quanto é estremamente ardua, non fosse che per le differenze liguistiche che renderebbero molto complicato per un politico farsi capire da ventisette popoli con venticinque lingue diverse. D’altra parte o si afferma che l’Unione Europea é un controsenso vivente, per non dire una gabbia, che obbliga popoli diversi a convivere insieme più o meno forzatamente, come sostengono gli euroscettici e gli antieuropei in campo politico ed intellettuale, oppure bisogna ricreare ad un livello più alto la sovranità popolare e, perchè no, la potenza nazionale oggi perduta, o comunque notevolmente ridimensionata. Quest’ultima soluzione presuppone il recupero dell’orgoglio europeo ed una massiccia iniezione di vitalismo e di fiducia nelle sorti dell’Europa, ma proprio questi aspetti sono messi in discussione, con il rischio di fare crollare tutto. Per quel che riguarda il primo aspetto proprio pochi giorni fa é stato detto che il modello sociale europeo non é più sostenibile, perchè causa dell’impossibilità di reggere

Primo Ministro dell’Ungheria Orban

la concorrenza economica internazionale con paesi non gravati dalle nostre spese sociali. Che il sistema sociale vada riformato, é indubbio. Si può essere d’accordo con l’allungamento dell’età lavorativa, anche se i sindacati ed i comunisti si chiedono non a torto come potranno trovare un impiego i giovani se gli altri non smettono più di lavorare. D’altra parte poter andare in pensione a 52 anni, come per anni é avvenuto in Grecia, non é più sostenibile, visto che l’età media si è allungata notevolmente. Sotto questo punto di vista i manifestanti greci che si oppongono all’innalzamento dell’età pensionabile, come anche alla liberalizzazione di molte professioni, hanno completamente torto. Al contrario, per rimettere in moto l’economia e rendere molto meno costosi gli ammortizzatori sociali bisognerebbe sburocratizzare e liberalizzare il mercato del lavoro per creare nuove opportunità e facilitare la vita agli imprenditori. Allo stesso tempo, però, bisognerebbe avere il coraggio di dire a questi ultimi: ”Da questo momento in poi dimenticatevi lo Stato che paga cassa integrazione e sussidi di disoccupazione. Visto che non avete più nessuna scusante perchè vi vengo incontro in tutti i modi, se voi mettete i dipendenti in cassa integrazione o li licenziate, vi assumerete la responsabilità di tutto ciò e dovrete essere voi ad indenizzarli salatamente”. Invece oggi ci si aggrappa a vecchie tesi obiettivamente superate ed antistoriche, come fanno i sindacati, oppure si mira allo smantellamento dello Stato sociale esistente senza sapere chi o cosa potrebbe sostituirlo, come pretendono Unione Europea che per i paesi più in crisi ha un un’unica parola: rigore! L’economia sprofonda ulteriormente? Rigore! Aumentano povertà

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e suicidi? Rigore! Certamente Grecia ed Ungheria per motivi diversi sono responsabili dei loro problemi. La Grecia é sempre stato un paese povero, con una storia tormentata, con lavoro nero ed evasione fiscale elevatissime e conseguente dissesto dei conti pubblici, falsificati per entrare nell’Euro nella speranza di continuare l’allegra vita e l’allegra finanza di sempre. L’Ungheria, anche se erede di un notevole svilupppo economico che risale all’Ottocento in parte rimasto anche nel periodo comunista, usciva pur sempre da decenni di un regime che ovunque ha creato un sistema in grado di fornire notevoli garanzie sociali a patto di rimanere chiuso senza contatti col capitalismo, in quanto perfettamente conscio della sua arretratezza. Ora, chi ha voluto, o tollerato che nazioni simili entrassero nella moneta unica? Da questo punto di vista é evidente che é l’Unione Europea la responsabile di queste scelte e, non contenta di quanto già avvenuto, si appresta a fare entrare a breve la Croazia, mentre la Serbia ha avviato trattative di adesione. Pur essendo favorevoli all’ingresso di Stati europei nell’Unione Europea, a maggior ragione se appartengono all’Occidente, come la Croazia, per formazione storica ed umanistica, mettiamo in primo piano l’aspetto politico, culturale e, perché no, simbolico, di queste scelte. Inoltre riteniamo che l’Unione Europea dovrebbe comportarsi in modo diametralmente opposto ad oggi, in quanto dovrebbe essere una garanzia nei confronti delle potenze extraeuropee, cosa che oggi non avviene assolutamente, ma lasciare ai singoli Stati massima libertà interna in tutti gli ambiti, mentre oggi più che mai si assiste alla volontà di obbligare le singole nazioni ad avere le stesse leggi e gli stessi vincoli economici. Chi invece governa nell’Unione Europea mette in primo piano l’economia, oltre che una serie di aspetti giuridici per vedere se il candidato rispetta l’omogeneità richiesta. Da questo punto di vista fare entrare nazioni con un’economia traballante é del tutto irresponsabile, a maggior ragione se si pensa di poter a priori governare i popoli che entrano nell’Unione Europea

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ignorandone la psicologia profonda. Immaginiamo per esempio che un domani la situazione che oggi viviamo con la Grecia e l’Ungheria si presenti con la Croazia, o dopodomani con la Serbia, Stati che hanno dimostrato ancora negli anni Novanta del Novecento di non avere assolutamente paura della guerra. Cosa succederebbe a quel punto? Avremmo la guerra “in casa”, cioè all’interno dell’Unione Europea? Oppure per quieto vivere lasceremmo perdere perdendo d’un colpo tutta la credibilità faticosamente acquisita e facendo capire che l’Unione Europea si accanisce solo contro chi non reagisce incentivando così eventualmente altri popoli ad imbracciare le armi? Del resto non sarebbe poi così strano: già in passato gli attuali paladini del rigore si sono mostrati tutt’altro che rigorosi per difendere il loro interesse nazionale. Questo li priva della legittimità morale di imporre agli altri ciò che loro stessi hanno ignorato quando faceva comodo e ripropone l’urgenza di creare un’Unione Europea al tempo stesso più unita e meno invasiva verso gli Stati membri. L’altro problema da superare per arrivare a questo risultato, però, è ancora più profondo. Infatti un’Europa di questo tipo dovrebbe riprendere gli aspetti tipici dello Stato nazionale, incluso un esercito potente, e moltiplicarli all’ennesima potenza. Il giornalista Piero Ottone fa notare ne “Il Tramonto della civiltà”, un suo libro molto profondo e ricco di rimandi storici e culturali, che invece la nascita stessa dell’Unione Europea é dovuta al fatto di voler superare questi aspetti non per potenziarli, ma viceversa per abbandonarli una volta per tutte in quanto ritenuti pericolosi. Questo, al di là delle ambivalenze francesi in campo militare, spiegherebbe molto bene perchè l’Unione Europea parla da sempre praticamente solo di economia e perchè i progressi, come l’Euro e recentemente l’accordo sul Fiscal Compact, avvengono solo su questo terreno, mentre

sugli altri vi é silenzio totale. Questo si accompagna d’altra parte alla “cultura della vergogna” maturata dopo la Seconda Guerra Mondiale; se é vero che singoli Stati hanno conservato, o stanno ritrovando, l’orgoglio nazionale, a livello europeo vi é viceversa una diffusa autocritica del proprio passato che spinge a considerare alcune pagine in modo esclusivamente negativo e perfino ad omettere nella Costituzione Europea le basi della nostra identità comune. Non stupisce da questo punto di vista che la nuova Costituzione ungherese scandalizzi i vertici europei, anche se certamente essa presenta davvero alcuni punti problematici per la nostra sensibilità. Infatti chi non ha voluto inserire il Cristianesimo come elemento comune dell’identità europea non può certamente accettare che in Ungheria ci si richiami espressamente al Cattolicesimo come religione fondamentale per l’identità ungherese. Va fatto notare, peraltro, come sia stata la destra moderata a volere questa riforma e che sia in Ungheria sia in Grecia l’estrema destra, pur esistendo ed avendo, soprattutto in Ungheria, notevoli consensi, fino ad ora abbia giocato tutto sommato un ruolo di basso profilo. Addirittura in Grecia il LAOS, l’estrema destra greca, ha per un certo periodo collaborato con l’attuale governo a favore delle riforme volute dall’Unione Europea e solo molto recentemente é uscito dal governo schierandosi contro l’Unione Europea. Per uno strano paradosso in Grecia sono i comunisti a sostenere tesi altrove tipiche dell’estrema destra, come l’uscita dall’Euro ed il recupero della sovranità nazionale. Anche in Ungheria, d’altra parte, l’estrema destra si é rivitalizzata e ripreso visibilità proprio durante il


contenzioso con l’Unione Europea per la Costituzione. Anche in questo caso si é creata una situazione paradossale, in quanto Jobbik, estrema destra e Fidesz, destra moderata, sono normalmente in cattivi rapporti, come d’altronde si verifica di regola anche in Francia. Questa situazione pregressa aveva spinto in un primo tempo l’estrema destra ad opporsi a questa riforma voluta dalla destra moderata, mentre in seguito si é schierata contro l’Unione Europea in nome della difesa della sovranità nazionale. Questi due esempi mostrano bene come l’Unione Europea se insiste in modo convinto prevale, ma lascia uno strascico di risentimento che porta la controparte a radicalizzarsi a sua volta politicamente e psicologicamente. Inoltre da queste vicende emerge molto bene l’eterno dilemma che l’Unione Europea prova ad esorcizzare: L’UE é destinata ad europeizzare, cioè occidentalizzare i Balcani, oppure saranno questi ultimi a balcanizzare l’Europa portando in essa disordini, violenza e miseria? A questa domanda l’Unione Europea ostenta sicurezza e l’allargamento ai Balcani, va detto, risponde anche alla logica del portare stabilità e di conseguenza prosperità in quella regione innescando un circolo virtuoso. Certamente questa é la speranza di tutti, ma gli avvenimenti dei nostri giorni dimostrano come la Storia, soprattutto nei Balcani, non si cancelli e come viceversa sia pronta a tornare diversa eppure sempre uguale nei momenti più inaspettati. Per quel che riguarda l’Ungheria si vede dal riaffiorare delle idee tradizionali dell’estrema destra unito ad un nuovo sentimento di ostilità verso l’Unione Europea, percepita non più, o non solo più, come la casa naturale in cui tornare, ma come potere esterno che detta la linea da

seguire, al pari della tanto odiata Unione Sovietica. Certamente anche gli ungheresi notano che l’Unione Europea non manda i carri armati, ma questo si spiega facilmente. Innanzitutto l’Unione Europea non ha un proprio esercito, né sta facendo alcunché per arrivare a questo risultato per il motivo spiegato molto chiaramente da Piero Ottone. Inoltre oggi si dice che l’esercito é qualcosa di superato e che é più che sufficiente l’economia a piegare un popolo. Questo spiega perché l’Unione Europea usa con l’Ungheria e con la Grecia la minaccia di tagliare i finanziamenti se non si adeguano alla sua linea. Per quel che riguarda la Grecia, sta tornando in essa l’anarchismo, movimento politico tipico dei paesi mediterranei poveri ed arretrati. Non é certamente un caso che esso sia presente in modo massiccio già dall’Ottocento anche in Italia e Spagna, ma sia ancora oggi particolarmente forte e combattivo proprio in Grecia. Inoltre sembra che la Grecia, nazione ortodossa, volesse cercare aiuto economico e sostegno politico in Russia, che da parte sua cerca da secoli di avere sbocchi navali nel Mediterraneo, e che questo tentativo sia stato bruscamente interrotto dall’Unione Europea, che non vuole né perdere il predominio sulla Grecia né vedere la Russia tornare nei Balcani e meno che mai in riva al Mediterraneo. Per quanto di questo episodio non si parli quasi per niente, se fosse andata davvero così sarebbe stato gravissimo per molti motivi. Innanzitutto significherebbe che le nazioni che per storia, cultura e religione hanno una possibilità alternativa all’Unione Europea, non esitano a sfruttarla e questo é un pessimo segnale per l’UE, che attira a sé i paesi che ancora non vi aderiscono, ma suscita sempre più insofferenza od al limite indifferenza nei popoli che fanno da tempo parte di essa. Inoltre l’Unione Europea deve coltivare buoni rapporti con la Russia per motivi politici, economici, strategici od anche solo per Striscione in Grecia

“questioni di buon vicinato” e non deve permettere che nazioni obiettivamente minori come la Grecia la distolgano da questo obiettivo. Infine questa vicenda ripropone in chiave di politica estera il dilemma che ci ha accompagnato per tutto l’articolo: chi ha davvero il diritto di decidere del proprio destino, la Nazione o l’UE? Che diritto ha l’Unione Europea di interferire così pesantemente nelle scelte di uno Stato? In questo caso la risposta é apparentemente semplice, visto che l’UE si é dotata di un “Ministro degli Esteri” comune e quindi potrebbe legittimamente affermare che tutte le decisioni in politica estera spettano a lei. Peccato che questa istituzione di fatto sia un guscio vuoto senza potere effettivo, anche per la mancanza di un esercito comune alle spalle in grado di essere usato come strumento di pressione. Inoltre non risulta che l’Unione Europea si comporti così con tutti gli Stati, visto che da alcuni di essi dipende la sua stessa sopravvivenza. Per concludere si può dire che l’Unione Europea ha davanti a sé un futuro perché é la Storia stessa che da secoli va nella direzione di unioni sempre più estese, ma per essere davvero efficiente deve scuotersi di dosso la “cultura della vergogna” che oggi la opprime, riprendere su di sé con orgoglio tutti gli elementi che caratterizzano lo Stato nazionale, compreso un esercito potente ed un sistema di garanzie sociali riformato quanto si vuole, ma non smantellato, saper ritrovare una sua identità specifica nei confronti delle altre aree del mondo ed essere più rispettosa verso le singole nazioni. In caso contrario può imboccare la strada opposta di leggi uguali per tutti, ma proprio tutti gli Stati, mentre oggi esiste un direttorio autocostituitosi che detta la linea e gli altri obbediscono, situazione assolutamente inaccettabile. Inoltre, per quanto problematica possa essere, siamo convinti che solo la riforma del Parlamento Europeo prospettata in precedenza potrebbe risolvere allo stesso tempo il problema di come restituire davvero sovranità al popolo ed obbligare gli eletti ad avere una visione davvero europea in tutti gli ambiti.

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Un’organizzazione sociale alternativa vista con un approccio laico: scevro da pregiudizi pro o contro...

Giusto per “sgranchirsi” il cervello raccontiamo di un esperimento sociale che pur con i suoi limiti funziona... dagli anni ’70

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Nel nostro peregrinare alla ricerca di realtà nuove, diverse, originali in grado di rompere un certo conformismo più o meno rassegnato che coinvolge tanti cittadini quando si parla di politica, amministrazione pubblica, società, regole ecc. abbiamo incontrato una associazione, anche se il nome come si vedrà è improprio e riduttivo, che da anni propone, con un certo successo, un diverso stile di vita e di organizzazione collettiva. In verità l’avevamo conosciuta già molto tempo fa, e spesso di essa ne hanno trattato anche i media e persino prelati come Mons. Bettazzi vescovo di Ivrea e non certo in toni celebrativi. Alcuni sociologi la iscrivono nel novero delle “nuove religioni”. Per quanto ci riguarda non sono tanto gli aspetti religiosi, artistici, culturali, peraltro molto interessanti, che vogliamo indagare ma come questa “società nella società” si è strutturata ed è riuscita non solo a sopravvivere dagli anni ’70, gli anni del famoso film Hair che immaginava l’avvento di una nuova era quella dell’Acquario, ma ha saputo evolversi trasformarsi ed ingrandirsi sino ai giorni nostri dove, a dispetto dei detrattori, pare godere ottima salute e pare riuscire a dare risposte che la “nostra” società, quella ufficiale, istituzionale, dominante, quella che fa le leggi insom-

ma, non pare in grado di dare. Per chi non l’avesse ancora capito stiamo parlando della controversa Federazione di Damanhur, di cui abbiamo incontrato l’addetto stampa, Silvio Palombo che da 1981 vive nella comunità ed ha assunto, come prevedono le regole per gli aderenti, il nome di una pianta o un vegetale, nel suo caso Stambecco Pesco. I nostri lettori più curiosi possono accedere al suo sito dove troveranno tante altre notizie. http://www.unostambeccoadamanhur.it/ Non gli chiediamo l’età ma, ad occhio sembrerebbe nato negli anni ’50 del secolo scorso, i modi sono dolci e disponibili contraddicendo l’icona del ruvido stile Toscano regione da cui proviene, per la precisone dalla Maremma. Le risposte alle nostre domande sono sempre precise anche se non sempre soddisfacenti specie se si toccano temi considerati sensibili. Andiamo per ordine. Damanhur sorge a Baldissero Canavese (da non confondere con Baldissero Torinese) piccolo comune di circa 500 anime ad un cinquantina di chilometri da Torino all’ingresso della Val Chiusella, verso Ivrea patria di grandi industriali illuminati come Adriano Olivetti (a proposito leggetevi su OP di settembre 2011 l’articolo - Gli Italiani che fermarono il Grande Fratello in cui si parla proprio di Adriano e della Olivetti). La comunità fu inaugurata nel dicembre del ’79 ma l’acquisto dei primi terreni, dove essa sarebbe sorta, risale a due anni prima e la sua formale costituzione fu effettuata nel 1975. All’inizio la Comunità era orientata principalmente ad una ricerca nel campo del paranormale, discendeva infatti da un centro costituito a Torino: Horus, da cui discende il nome Damanhur. I fondatori furono 12 fra cui Oberto Airaudi detto Falco. Oggi, ci racconta Stambecco, che fa anche parte dell’amministrazione comunale di Vidracco, Damanhur è costituita da circa mille persone di Una delle realizzazioni della comunità a Baldissero


cui 600 definiti cittadini “interni” e 400 cittadini “esterni”. Gli interni sono sparpagliati in circa 27 comunità costituite dalle 12 alle 30 persone ciascuna che formano la Federazione. Ma che differenza c’è fra gli interni e gli esterni? E come si diventa cittadini di Damanhur? L’adesione è ovviamente esclusivamente su base volontaria, chi richiede l’adesione deve condividere gli ideali della Comunità, per cui si richiede la partecipazione ad un periodo di prova della durata di un anno nel quale si viene messi a conoscenza dei principi ispiratori che la animano. Principi che vengono definiti dai suoi aderenti come etico-spirituali e che noi vediamo intrecciati anche con esoterismo ed ecologia. Spesso per questi aspetti, molti critici bollano semplicemente come una delle tante sette, la federazione Damanhuriana; da parte nostra preferiamo approfondire invece un’ altra prospettiva. Cerchiamo risposta o almeno indizi atti a soddisfare alcune domande: E’ possibile una diversa organizzazione sociale, economica, politica rispetto all’attuale modello dominante? E’ possibile che all’interno della nostra società se ne sviluppi un’altra che gradualmente, senza violenza la trasformi realizzandone i Valori da tempo enunciati ma scarsamente applicati? Ci riferiamo a democrazia, partecipazione, solidarietà, sostenibilità, evoluzione. Cerchiamo di capirlo da questo, più unico che raro, esperimento che si chiama federazione di Damanhur. Uno dei problemi più delicati di tutte le comunità è il rapporto con la proprietà e con il denaro. Spesso infatti abbiamo letto, per altre realtà, che al momento dell’adesione gli adepti devono spogliarsi di ogni avere materiale e lasciare tutto alla Comunità che avrebbe provveduto ad ogni loro bisogno. Stambecco ci dice che così non è per Damanhur. I cittadini residenti possono, a loro scelta, avere una adesione patrimoniale alla Comunità, in questo caso trasferiscono parzialmente o totalmente il patrimonio ad essa oppure possono non condividere le proprietà o le ricchezze di cui sono titolari, è una loro libera scelta.

Per inciso, navigando su internet, si possono leggere storie di persone che avendo aderito al progetto hanno dato molto denaro che hanno perso quando l’hanno lasciata. Francamente, al netto dei giudizi anche fortemente critici, non ci è parso di riconoscere comportamenti patologici nel promuovere le dazioni, non più di quanto abbiamo potuto vedere in tante altre emerite associazioni di volontariato. Ma non sono questi gli aspetti che ci interessano. I cittadini di Damanhur vivono in comunità proprie che, salvo una eccezione a circa 20 km, si trovano in un raggio di crca 15 chilometri da Baldissero che è una sorta di sede centrale. E’ una scelta precisa voluta dai suoi rappresentanti per evitare dispersioni e potersi rapportare con maggior facilità. Altre Associazioni (non Comunità) sono comunque presenti a Firenze, Palermo, Torino, Verona e Bologna. Ma come vive ed è organizzata la Comunità? Ha una costituzione scritta che è possibile reperire su internet, e che abbaimo riportato nelle pagine successive. Ogni anno le diverse comunità della federazione si riuniscono per eleggere il loro Reggente che è una sorta di coordinatore, ed ogni sei mesi i membri di tutte le comunità quindi sia i cittadini interni che esterni votano tre Guide Generali. Le regole prevedono che ciascun cittadino si deve mantenere, deve cioè provvedere ai propri fabbisogni e quelli della famiglia, se ce l’ha: quindi deve pagare luce, acqua, gas, alloggio, alimentazione, vestiario, ecc., oltre alle spese comuni. Lo fa con un lavoro che può essere svolto all’interno o all’esterno della comunità. Ci sono così cooperative, aziende agricole ed artigiani Damanhuriani. Gli investimenti della comunità o gli interventi straordinari vengono affrontate come accennato sulla base delle dazioni liberali che ciascun aderente può fare sotto forma di tempo o denaro. Con queste sono state realizzate scuole per circa 60 bambini dal nido alle medie, sono stati realizzati alloggi per i residenti e tutte le altre opere d’arte e d’ingegno presenti fra cui il celebre Tempio delStambecco Pesco

l’Uomo, un opera sotterranea che oltre ad essere stato vincolato dalla Soprintendenza ai beni ambientali e archeologici è nel Guinness dei primati come la più grande opera ipogea del mondo. Ma di questo accenneremo oltre. Per i residenti della Comunità se ci sono problemi di lavoro o di gestione dei figli o di salute, la Comunità se ne fa carico. Ci pare quindi di registrare un sistema economico “misto” che prevede una partecipazione diretta alle spese ed agli investimenti necessari alla comunità, lasciando inoltre la facoltà di continuare a disporre di beni e capitali personali. Ma non è sempre stato così, alle origini ci racconta Stambecco, veniva applicato un sistema “collettivista” ogni aderente doveva mettere a disposizione tutti i propri averi che diventavano patrimonio di tutti e paritariamente condiviso. Il sistema, ci dice, non funzionava in quanto veniva meno lo stimolo a intraprendere nuove iniziative, così gradualmente il sistema si è evoluto verso l’attuale realtà, per così dire, più liberale. Chi entra a far parte della comunità di Damanhur ha diritto ad… una stanza; i servizi, la cucina, il bagno, la dispensa, i luoghi per il tempo libero sono invece comuni. In presenza di figli viene garantita la privacy con l’assegnazione di altre stanze, ed ogni casa dispone di una area definita per farci orto, giardino o ciò che l’assegnatario ritiene. Questa situazione può comunque diversificarsi da una comunità all’altra. In linea di principio ogni residente deve anche rendersi disponibile per almeno mezza giornata alla settimana, di solito la domenica, per collaborare alle attività comuni di pulizie dei viali, dei boschi, tinteggiatura case, sistemazione del pollaio o quant’altro è necessario per

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Corridoio nel Tempio dell’Uomo

le proprietà collettive. La comunità dei 600 cittadini “interni” con le loro “fattorie” dispone oggi di circa 600 ettari di terra di cui 20 sono solo quelli del centro di Baldissero. Nonostante lo spirito comune che unisce, o dovrebbe unire, i suoi aderenti, anche qui le umane debolezze si fanno sentire magari ampliate dalle convivenze numerose. Così possono sorgere dispute, contestazioni e conflitti, come vengono affrontati? Stambecco ci racconta che a Damanhur non si temono i conflitti, anzi sono spesso momenti di confronto e liberazione da disagi che, se repressi, tendono a ingigantirsi. Per i casi che i diretti interessati non riescono a gestire esiste una Collegio di Giustizia di tre persone elette ogni anno che, se richiesto, interviene. Un esempio: due comunità decidono di collaborare la prima ha bisogno di raccogliere un campo di patate la seconda di tinteggiare la casa. Così la seconda va con cinque persone ad aiutare la raccolta delle patate, a sua volta la prima aiuterà poi la seconda a tinteggiare la casa. Ma questa anziché mandare 5 persone a tinteggiare ne invia solo 3 anche perché l’accordo non specificava il numero anche se per qualcuno esso era sottinteso. E’ un caso in cui è intervenuto il Collegio. Il Collegio di Giustizia controlla anche che venga

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Oberto Airaudi

rispettata la Costituzione della federazione ed ogni comunità deve tenere un Diario normativo su cui vengono registrate le decisione e le regole assunte. Ad esempio quanti animali domestici possono esserci nella struttura. Se si stabilisce un limite di 2 cani e 3 gatti qualora venisse da qualcuno l’esigenza di possederne uno in più, salvo assumere nuovo e diverso accordo con gli altri membri della comunità, evidentemente non sarà possibile. Così come dare ospitalità ad amici e parenti per qualche giorno in comunità deve evidentemente esser concordata con gli altri membri per non intasare gli spazi di ospitalità o rispettare le regole scritte nel Diario. In sintesi quindi la struttura di Governo è così organizzata: Tre Guide della federazione elette ogni sei mesi da tutti i membri delle Comunità siano essi residente e non residente. Il voto dei non residenti vale però meno, ci pare la metà, di quello dei residenti. Ogni comunità elegge annualmente un Reggente. Inoltre ogni anno i membri della Comunità federata eleggono tre membri del Collegio di Giustizia. Le tre Guide elette annualmente cosa fanno? Fanno i decreti che valgono per tutte le comunità e possono decidere, d’intesa con ciascuna di esse anche di modificarne le attività organizzative. Comunque ogni mercoledì sera le Guide tengono una Assemblea generale a partecipazione libera, di tutti gli aderenti alla federazione in cui non si delibera nulla, ma si affrontano, problemi, iniziative proposte e si danno infor-

mazioni. Damanhur dispone di un quotidiano QDQ acronimo di Qui Damanhur Quotiadiano a distribuzione interna, poco più di una specie di bacheca cartacea. Damanhur dispone anche di una valuta propria i Crediti Damanhuriani, che hanno un cambio paritario con l’Euro: 1 Credito = 1 €. All’interno del villaggio è presente anche una macchinetta cambiavalute (oltre che un tradizionale bancomat per “euri”). Un pensiero che inevitabilmente ci sorge è l’importanza che la valuta assume nella Comunità. E’ infatti evidente che essendo le attività svolte a Damanhur pagate in Crediti possono essere soggette a valorizzazione o svalutazione in base al prezzo che ad esse viene assegnato. Comunque un caffè vale 0,90 Crediti Damanhuriani equivalenti all’euro e un pasto al self-service una dozzina di Crediti. Stambecco su richiesta ci dice che esiste un bilancio annuale della Comunità ma che solo i cittadini di Damanhur possono accedervi. Questa ci pare una grave carenza che contraddice l’attenzione alla comunicazione ad all’immagine che l’associazione dimostra in altri campi di curare (ricordiamo che tutte le imprese per legge devono avere bilanci pubblici depositati alle camere di commeccio ed accessibili anche per internet, analogamente per le associazioni, anche se molte lo fanno). E’ possibile aderire con il proprio lavoro ed i propri capitali ad una proposta così impegnativa senza conoscere e soprattutto intervenire nella formazione di un bilancio? Così mentre visitiamo il sugge-


stivo ambiente creato dai Damanhuriani a Bandissero con statue colonne, iscrizioni di pregevole fattura prevalentemente in terracotta, piazze dai nomi simbolici, Stambecco ci spiega le ricadute positive per il territorio indotte dalla Comunità. Oltre alla notorietà che porta circa 500 visitatori al mese, nella zona sono presenti numerosi servizi di cui queste aree altrimenti non disporrebbero. Dalle edicole, ai laboratori artigianali e medici di chinesiterapia, agli spettacoli che periodicamente Damanhur propone, servizi a cui tutti possono accedere anche i non damanhuriani, anzi, pensiamo noi, è tutta valuta pregiata che entra nel circuito della Comunità. Quindi, ci dice sempre Stambecco, l’integrazione col territorio e con la gente del posto è totale, la Comunità, ci spiega non vuole esser un muro che divide ma un balcone da cui dialogare, anche se per certi versi il paragone non ci pare fortunato. Prova di questa integrazione sono le presenze di cittadini Damanhuriani in diversi consigli Comunali: a Vidracco, Lugnacco e Bandissero. Ci sono arrivati attraverso candidature in liste civiche aperte anche ai non Damanhuriani, che però non sono stati eletti. Ed infine Stambecco ci porta a Damanhur Crea nel paese vicino Vidracco. Qui hanno acquistato un vecchio edificio industriale realizzato dalla Olivetti dove si confezionavano le custodie per le macchine da scrivere come la famosa Lettera32. In questo centro in mezzo alle montagne ristrutturato dalla Comunità sono presenti una serie di aziende e servizi in parte gestiti dai Damanhuriani e in parte dagli “altri”.

Sono presente un bar, un ristorante in cui si serve naturalmente tutto a base di prodotti biologici, dispongono anche di un laboratorio per le analisi dei prodotti alimentari per verificare la presenza di contaminanti chimici o prodotti geneticamente modificati, inoltre centri fisioterapici, di meditazione, atelier di pittura, una mostra di arte Selfica, ed una grande sala riunioni di qualche centinaio di posti attrezzata con circuiti audio e video, dove i cittadini della comunità periodicamente si incontrano ed inoltre si rappresentano spettacoli. Il grosso degli aderenti alla Comunità è di cultura medio-alta, diplomati e laureati. Sotto il profilo legale Damanhur ha in corso un paio di cause di lavoro intentate da exdamanhuriani i cui atti sono accessibili su internet, dove abbiamo anche letto di interventi della Guardia di Finanza ed i diversi problemi legati ai dirtitti civili negati da parte di un ex-sindaco di un comune vicino che rifuiutava la residenza ai membri dell’Associazione e che per questo abuso è stato condanato. Infine ci ricorda con evidente piacere che la Comunità oltre ad essere la più grande nel suo genere in Italia è stata riconosciuta nel 2008 anche a livello internazionale da una Agenzia della Nazioni Unite (IUCN) come modello per un futuro sostenibile, è stata visitata da personaggi famosi nel mondo ambientalita fra gli altri da Katykeyan ex direttore C.B.I. India, Patch Adams ideatore della terapia del sorriso da cui il celebre film, Julia Butterfly Hill la ragazza della sequoia, Manitonquat promotore del “Circle way”, Shok Cosla, Alex e Allison Grey Fondatori della “Chapel of secred

mirrors”. Anche senza aver visto bilanci ci pare che economicamente la Comunità se cavi più che bene, la struttura organizzativa è snella e a quanto pare efficace, tutti immaginiamo quanto sia difficile tenere insieme un migliaio di persone in assenza del potere più o meno autoritario tipico delle società secolarizzate. Leggiamo anche di presunti sperperi e speculazioni da parte dei fondatori “che viaggiano in elicottero”. Volendo immaginare una organizzazione “alternativa” della nostra società, Damanhur può fornire certamente indicazioni interessanti. Ci pare interessante l’articolazione con cui appare organizzata la gestione della ricchezza parte mantenuta al privato e parte ceduta alle casse comuni (una sorta quindi di tassazione), anche se andrebbe certamente praticata una maggior trasparenza e partecipazione nella gestione finanziaria, interessante l’approccio ecosostenibile delle Comunità, certamente più avanzato nella società dominante. Auspicheremmo anche il superamento di principi fideistici lontani da ogni riferimento scientifico a favore di un approccio più laico, anche se ben comprendiamo l’utilità sotto il profilo della coesione sociale svolto da una fede comune. Ed infine ci pare certamente avanzato anche il rapporto fra i cittadini della federazione e di ciascuna comunità con le istituzioni interne attraverso frequenti elezioni ed una partecipazione attiva alle questioni della collettività che si è dimostrata in grado di proporre servizi sociali anche complessi come le scuole per i figli dei suoi cittadini, le abitazioni e ci pare di capire assistenza e posti di lavoro. Non ci pare poco.

Una delle sale del Tempio dell’Uomo

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La costituzione di Damanhur Damanhur è una Scuola di Pensiero fondata da Oberto Airaudi ed ispirata ai suoi insegnamenti. L’ordinamento di Damanhur si esprime in quattro corpi, denominati “Meditazione”: tradizione e conoscenza rituale; “Gioco della Vita”: sperimentazione e aspetto dinamico; “Tecnarcato”: continua trasformazione interiore; “Sociale”: realizzazione sociale degli insegnamenti. Fini di Damanhur sono la libertà e il risveglio dell’Essere Umano come Principio Divino, spirituale e materiale; la creazione di un modello di vita auto-sostenentesi basato sui principi etici di buona convivenza ed amore; l’integrazione e la collaborazione armoniche con tutte le Forze collegate all’evoluzione dell’Umanità. La Costituzione è la carta fondamentale che regola il Corpo Sociale formato dai cittadini di Damanhur. Il cittadino damanhuriano dedica la propria vita all’applicazione dei principi e delle finalità indicati nella costituzione che si impegna a rispettare e a osservare in tutte le sue norme. L’adesione alla cittadinanza avviene con modalità differenti, corrispondenti alle scelte e all’impegno dell’individuo. Le Comunità rappresentano la forma ideale di aggregazione e convivenza. Esse si ispirano ai principi di solidarietà e condivisione. Le Comunità nel loro insieme si organizzano in Federazione. Alla Federazione possono aderire

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anche comunità o gruppi appartenenti ad altre Scuole di Pensiero purché animate dagli stessi fini. Dalla creazione di una tradizione, di una cultura, di una storia e di un’etica comuni nasce il Popolo. 1. I cittadini sono fra loro fratelli che si aiutano reciprocamente attraverso la fiducia, il rispetto, la chiarezza, l’accettazione, la solidarietà, la continua trasformazione interiore. Ognuno si impegna ad offrire agli altri ulteriori possibilità di rilancio. 2. Ogni cittadino si impegna a diffondere pensieri positivi ed armonici e ad indirizzare ogni azione e pensiero alla crescita spirituale, anteponendo l’ideale all’interesse personale. Ciascuno è responsabile e consapevole di ogni proprio atto, socialmente e spiritualmente, sapendo che esso è moltiplicato e riflesso sul mondo tramite le Linee Sincroniche. 3. Attraverso la vita comunitaria si persegue la formazione di individui i cui rapporti reciproci siano regolati dalla Conoscenza e dalla Coscienza. Regole fondamentali di vita sono il buon senso, il pensare bene degli altri, la gentilezza, l’umorismo, l’ottimismo, l’accoglimento e la valorizzazione delle diversità. Ad ogni cittadino sono richieste capacità di autocontrollo, purezza, maturità nelle scelte. I cittadini che desiderano intraprendere una relazione affettiva riconosciuta ne fanno pubblico annuncio alla popolazione. 4. Il lavoro ha valore spirituale ed è inteso come donazione di sé agli altri. Attraverso di esso ciascuno partecipa alle attività spirituali e materiali della popolazione. Il cittadino offre parte del proprio tempo in opere di interesse comune e valorizza l’ambito del volontariato e della Terrazzatura. Ogni mansione è preziosa e dignitosa al pari di tutte le altre. 5. Damanhur promuove la ricerca, favorisce ed incoraggia la sperimentazione e il rinnovamento in ogni campo della conoscenza purché tutto sia espresso

in forma armonica. I Cittadini migliorano la loro istruzione, ampliano e approfondiscono le proprie conoscenze nel campo dello studio, dell’arte, del lavoro e delle attività gradite. 6. Spiritualità, ricerca ed ecologia ispirano ogni rapporto con l’ambiente, anche attraverso l’impiego di tecnologie appropriate. Ogni cittadino vive in comunione con la natura e le forze sottili che la abitano, si impegna al rispetto ed alla conservazione delle risorse ed evita il più possibile forme di inquinamento e di spreco. Il cittadino pratica regole di vita adatte ad un armonico sviluppo fisico, mentale e spirituale; rispetta il proprio corpo, lo cura e lo nutre correttamente e non abusa di alcuna sostanza; cura l’ordine e la pulizia dei luoghi in cui vive. 7. Il Popolo è una unica entità in evoluzione costante, risultante dalla somma organica di tutte le individualità: esso possiede e sintetizza le esperienze, i pensieri e i sentimenti espressi al proprio interno e ne fa patrimonio culturale, etico e spirituale comune. 8. Il Cittadino damanhuriano provvede al mantenimento personale e contribuisce con le proprie risorse e con il proprio lavoro a sostenere la Federazione delle Comunità, in armonia con il principio di condivisione. Chi lascia la cittadinanza non avanza alcuna pretesa di carattere economico nei confronti di essa e non ha diritto a quanto in essa versato. 9. I Cittadini damanhuriani predispongono al meglio sia spiritualmente sia socialmente l’ambiente per la nascita e la crescita dei figli ed a tal fine privilegiano la programmazione delle nascite. Essi educano i figli per renderli individui autonomi e liberi, fornendo loro gli strumenti necessari ad esprimere e sviluppare le caratteristiche individuali, applicando le linee pedagogiche condivise. Tutti i Cittadini residenti partecipano alla formazione dei figli, alla loro cura e al loro mantenimento. 10. Coloro che desiderano divenire Cittadini damanhuriani presentano domanda scritta e motivata. Se i


richiedenti possiedono i requisiti basilari per divenire Cittadini, vengono ammessi al periodo di prova, secondo modalità concordate. Da tale momento sono tenuti a osservare la presente Carta e le altre norme sociali. La “Concessione della Cittadinanza” può avvenire solo dopo che i richiedenti abbiano dimostrato la conoscenza dei principi e del patrimonio culturale della Popolazione. Si cessa di appartenere alla cittadinanza per recesso o per esclusione, allorché si verifichino gravi motivi o mancanze che rendano incompatibile la prosecuzione del rapporto. 11. Il massimo organo direttivo è rappresentato dai Re Guida. Essi coordinano i Corpi di Damanhur e garantiscono il perseguimento degli scopi ideali e delle finalità spirituali in ogni manifestazione della vita sociale. I Re Guida indirizzano le scelte ed emanano le leggi relative a materie che interessano tutta la cittadinanza. Il parere unanime da loro espresso ha carattere vincolante per qualsiasi individuo, gruppo od organo. Essi sono eletti periodicamente dagli appartenenti al Corpo di Meditazione secondo le regole determinate all’interno di esso. 12. Le funzioni inerenti al controllo sull’osservanza dell’ordinamento normativo sono esercitate dal Collegio di Giustizia. Ogni cittadino è tenuto a rispettarne le decisioni. Il

Collegio di Giustizia può sospendere e annullare gli atti illegittimi emanati da altri organi. Istruisce e definisce i procedimenti disciplinari per violazione di norme costituzionali. Svolge funzioni di appello nel caso di sanzioni disciplinari emanate da altri organi nei modi e con le forme previste dalle leggi federali. Vigila sull’andamento sociale e suggerisce la elaborazione di normative adatte allo sviluppo collettivo e individuale. Le eventuali controversie tra i Cittadini e tra questi e Damanhur e i suoi Organi saranno sottoposte con esclusione di ogni altra giurisdizione alla competenza del Collegio di Giustizia, che giudicherà secondo equità, senza formalità di procedura e il cui giudizio sarà inappellabile. Il Collegio di Giustizia è eletto periodicamente dagli appartenenti al Corpo di Meditazione secondo le regole determinate all���interno di esso. 13. I cittadini si organizzano in Comunità secondo le modalità stabilite dalle leggi federali. Le Comunità hanno territorio, popolazione e autonomia propri. Ogni Comunità tende al raggiungimento della completa autosufficienza e la sua popolazione non può superare i 200/220 individui. Il governo comunitario è eletto periodicamente. La Comunità può istituire gli organismi ed emanare le norme che ritiene necessarie al proprio

Il tempio dell’Uomo Si tratta di un’opera sotterranea imponente costituita da una serie di sale collegate fra loro che giungono alla profondità di 70 metri e diverse migliai di mq. Realizzate tutte a mano con pregevoli fatture ed effetti visivi. Sono state realizzate la sala degli Specchi, dell’Acqua, della Terra, dei Metalli, delle Sfere, il Labirinto ed il Tempio Azzurro. L’opera è in costante espansione e leggiamo che quello realizzatoi sin’ora è solo il 10% di quello che si intende realizzare.

funzionamento, avendo riguardo alla Tradizione e ai superiori interessi dell’intera cittadinanza. Ogni cittadino si impegna, qualora si trovi sul territorio di una Comunità, a rispettarne le leggi. I cittadini residenti nelle Comunità e coloro che si trovano in territorio damanhuriano non fumano, non eccedono in alcolici e non usano stupefacenti. 14. Alla Federazione delle Comunità possono aderire comunità o gruppi animati da principi e finalità compatibili con quelli enunciati nella presente Carta. Sulle modalità di adesione deliberano i Re Guida. 15. Le norme di esecuzione della presente Carta non possono contenere disposizioni contrarie a essa. La disciplina delle materie riguardanti l’intera cittadinanza avviene mediante Leggi. La revisione di norme contenute in questa Carta è approvata dagli appartenenti al Corpo di Meditazione secondo le regole determinate all’interno di esso. In tutti i casi in cui sorgano questioni interpretative delle norme vigenti, la soluzione viene adottata dai Re Guida, su parere consultivo del Collegio di Giustizia, espresso secondo i principi della Tradizione. Damanhur, 17 dicembre 2007 33° Sala dell’acqua

Sala degli specchi

Sezione del tempio

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Dalla obsolescenza programmata alla decrescita pubblicità + prestiti + acquisti = produzione

Liberamente tratto da: Il complotto della lampadina, storia dell’obsolescenza programmata. History ch.

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Partiamo da Marcos di Barcellona, ma potrebbe essere chiunque altro in qualsiasi città, e quello che sta per accadergli si verifica ogni giorno negli uffici e nelle case di tutto il mondo. Un componente della stampante a getto f’inchiostro si rompe e Marcos viene indirizzato alla assistenza tecnica. Il tecnico farà una prima diagnosi ma solo quella gli costerà 15 € + iva. Gli viene poi detto che sarà difficile trovare i pezzi di ricambio per ripararla e che veramente non vale la pena aggiustarla, ci vogliono 110 o 120 €, quando ci sono stampanti nuove, stampanti da 39 €. Il consiglio quindi è comprare una nuova stampante. La storia si ripete con tre negozianti. Non è un caso che i tre negozianti abbiano suggerito di ricomprare la stampante, facendolo Marcos diventerà una nuova vittima della obsolescenza programmata il motore segreto della nostra società consumistica, perché il nostro ruolo è consumare, chiedere prestiti e comprare cose che non ci servono.

Viviamo in una società dominata da una economia di crescita, la cui logica non è crescere per soddisfare i propri bisogni, ma crescere per crescere. Se il consumatore non acquista, l’economia non cresce. Questi in sintesi i concetti che stanno alla base della Obsolescenza programmata che si lega al desiderio da parte del consumatore di possedere prodotti sempre un po’ più nuovi, sempre un po’ prima del necessario. Racconteremo come l’obsolescenza programmata abbia influenzato le nostre vite sin dagli anni ’20, quando i produttori iniziarono a ridurre la vita dei prodotti, per incrementare la domanda. Con le lampadine pensarono di accorciare la durata media e portarla a 1000 ore, designers ed ingegneri furono costretti ad adottare nuovi valori ed obiettivi modificando i progetti in modo da creare qualcosa di più fragile. E’ tutto calcolato, appena finisci di pagare qualcosa non funziona più: è l’usa e getta. Ma sembra che oggi diversamente da allora una nuova generazione di consumatori, abbia iniziato a sfidare i produttori. Viene poi da chiedersi: è fattibile una economia produttiva senza l’obsolescenza programmata e senza impatto ambientale? Secondo qualcuno i posteri non ci perdoneranno mai, perché sicuramente verranno a sapere dello stile di vita consumistico dei Paesi sviluppati. Partiamo dalla lampadina Livermore in California, è la casa della lampadina più antica del mondo, il capo del Comitato della lampadina racconta che nel 1972 si scoprì che la lampadina che era appesa nella stazione dei vigili del fuoco, era una lampadina importante. La lampadina della caserma dei pompieri di Livermore è accesa dal 1901, paradossalmente è sopravvissuta a due guerre. Nel 2001 per i 100 anni della lampadina gli abitanti di Livermore hanno organizzato una grande festa in stile ameri-


cano, intervennero 800-900 persone per cantare tanti auguri... a una lampadina. Quella lampadina venne prodotta in una città chiamata Shelby in Ohio intorno al 1895, venne assemblata da un gruppo di donne e da alcuni signori che investirono nella società. Il filamento venne progettato Adolph A. Chaillet e venne ideato per durare. Perché quel filamento durò? Non si sa, il progetto del filamento è morto con l’inventore. La formula di Chaillet per il filamento non è l’unico mistero nella storia della lampadina, il più grande è come questa sia diventata la prima vittima dell’Obsolescenza programmata. Secondo Markus Krajewshi del’Università Bauhaus di Weimar, il Natale del 1924 fu un giorno molto speciale. A Ginevra diversi signori in abito gessato si incontrarono con un piano segreto per istituire il primo Cartello mondiale. Il loro obiettivo era controllare la produzione di lampadine di tutti i Paesi, e dividersi la torta dei profitti del mercato mondiale. Il Cartello si chiamava Phoebus. Phoebus include i principali produttori di lampadine di Europa, Stati Uniti e alcune lontane colonie in Asia e Africa. L’obiettivo era scambiarsi i brevetti, controllare la produzione e soprattutto, controllare il consumatore. Per le aziende è meglio se il consumatore compra lampadine regolarmente e se le lampadine durassero molto tempo, l’economia ne risentirebbe. All’inizio i produttori si sforzarono di ottenere lampadine a lunga durata, come affermava Thomas Edison inventore della lampadina il 21 ottobre del 1871: “ i numerosi esperimenti si sono conclusi con la produzione di una piccola lampadina

dall’enorme resistenza. Grazie al filamento posto in condizioni di alta stabilità.” La prima lampadina commerciale di Thomas Edison venduta nel 1871 dura 1500 ore. Nel 1924 anno di fondazione del Cartello Phoebus i produttori pubblicizzano con orgoglio lampadine dalla vita utile di 2500 ore, così pensarono di ridurre la durata media della vita delle lampadine a 1000 ore. Nel 1925 fu istituita una apposita commissione: la Commissione 1000 ore, che si prefisse di arrivare a modificare le lampadine in modo da portare la durata al periodo stabilito. Più di 80 anni dopo Helmut Höge uno storico di Berlino, trova le prove dell’attività della Commissione, nascoste fra i documenti dei membri fondatori del Cartello fra cui Philips in Olanda, Osram in Germania e Compagnie de Lampes in Francia. Il documento dice: - La vita media delle lampadine per il servizio pubblico di illuminazione non deve essere garantita, pubblicizzata o offerta per valori diversi da 1000 oreSpinte dal Cartello le società costituenti il Cartello conducono esperimenti per creare una lampadina meno resistente, conforme alle nuove direttive sulla durata. La produzione da parte dei membri del cartello viene rigidamente monitorata. Uno dei controlli per esempio consisteva nell’allestire dei scaffali di prova con tanti piccoli portalampada in cui venivano inseriti i campioni delle varie serie di prodotti di ogni singola azienda, le grandi società come la Osram registravano meticolosamente la durata delle lampadine. Phoebus rafforza il proprio ruolo con una gestione meticolosa, multa severamente i membri che si allontanano dall’obiettivo stabilito. Fu predisposta una tabella per le multe dell’anno 1929, da cui è possibile vedere quanti Franchi Svizzeri i membri del cartello dovevano pagare nel caso in cui le loro lampadine fossero durate, per esempio, più di 1500 ore. Documento Phoebus

L’obsolescenza programmata ha effetto, e la vita utile cala rapidamente, in appena due anni passa da 2500 ore a meno di 1500. Negli anni ’40 il Cartello raggiunge il suo obiettivo: una lampadina standard dura soltanto 1000 ore. Warner Philips, pronipote dei fondatori della Philips afferma: “Posso capire che nel 1932 questo tipo di economia fosse allettante, all’epoca la sostenibilità non era un problema da prendere in considerazione, si guardava al pianeta non come una cosa unica, con risorse limitate ma come una fonte di abbondanza.” Paradossalmente la lampadina che è da sempre il simbolo di idee e innovazioni è anche uno dei primi e migliori esempi di obsolescenza programmata. Nei decenni successivi gli inventori depositano dozzine di brevetti per nuove lampadine, inclusa una che dura 100.000 ore. Nessuna di queste entrerà mai in commercio. Ufficialmente Phoebus non è mai esistita, ma le sue tracce non sono state del tutto nascoste. La strategia dei suoi membri era di cambiare nome ripetutamente, si fecero chiamare il Cartello internazionale dell’elettricità, ed altro ancora, ma il punto fondamentale però è che quella idea come istituzione esiste ancora. A Barcellona Marcus ha ignorato i consigli dei negozianti di ricomprare la stampante, è determinato a riparare la sua ed in internet ha scoperto una persona che ha scoperto qual è esattamente il problema: - E’ il piccolo sporco segreto delle stampanti a getto d’inchiostro. La stampante vi diceva che un componente andava sostituito, e io ho deciso di ripararla da solo.” Marcos ha contattato l’autore del video Mike Gurman Tecico informatico: ho dato un occhiata ed ho scoperto che sul fondo c’è un serbatoio per l’inchiostro di scolo, questo serve perché la stampante pulisce costantemente le testine spruzzandoci dell’inchiostro, e attraverso un buco sul fondo finisce in una grande spugna. Secondo le impostazioni predefinite dopo un certo numero di spruzzi

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la stampante decide che è piena e smette di funzionare. La giustificazione è che non devi ritrovarti la scrivania piena di inchiostro, ma secondo me c’è di più, è la tecnologia è tutto progettato per guastarsi.” L’obsolescenza programmata nasce contemporaneamente alla produzione in serie e al consumismo. La questione dei prodotti creati per durare sempre meno, fa parte di un disegno iniziato con la rivoluzione industriale, quando le macchine consentirono di produrre beni molto più economici, per i consumatori fu una gran cosa ma questi non riuscivano a stare al passo delle macchine perché c’era troppa produzione. Già nel 1928 una influente rivista pubblicitaria avverte che “un articolo che non si deteriora è una tragedia per gli affari”. La produzione in serie rende i prodotti ampiamente disponibili, i prezzi crollano e le persone comprano per divertimento invece che per necessità. L’economia esplode. Nel 1929 il consumismo viene bruscamente fermato dal crollo di Wall Street che porta negli Stati Uniti una profonda recessione. La disoccupazione raggiunse livelli impressionanti, nel 1933 ¼ della forza lavoro era disoccupata. La gente non fa più la fila per comprare, ma per lavorare e mangiare. In questo contesto da New York arriva una proposta radicale su come riavviare l’economia. Bernard London un agente immobiliare suggerisce di vincere la depressione rendendo obbligatoria per legge l’obsolescenza programmata. E’ la prima volta che il concetto viene messo per iscritto. London propone che tutti i prodotti abbiano una vita limitata, con una data di scadenza dopa la quale ver-

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ranno considerati legalmente inutilizzabili e consegnati, dai consumatori, ad una agenzia governativa per la distruzione. Secondo Giles Slade autore di “Made to break” si cercava un equilibrio fra capitale e lavoro, per garantire un mercato ai nuovi prodotti, così ci sarebbe stata sempre richiesta di lavoro e quindi nuovo capitale. Anche per London con l’obsolescenza programmata obbligatoria l’industria ripartirà, le persone continueranno a consumare, e tutti avranno un lavoro. Due decenni dopo negli anni ’50 l’idea riaffiora, ma con una differenza fondamentale, non si pensa più di obbligare il consumatore, ma di sedurlo. Brooks Stevens è il fautore dell’obsolescenza programmata nell’America del dopoguerra; ecco come la definisce in un passaggio televisivo: “Obsolescenza programmata. Il desiderio da parte del consumatore, di possedere prodotti un po’ più nuovi, un po’ più avanzati, un po’ prima del necessario.” Questo elegante progettista industriale creò di tutto: dagli elettrodomestici, alle automobili ma sempre con in mente l’obsolescenza programmata. In accordo con lo spirito dell’epoca, i suoi progetti comunicavano velocità e modernità. Persino la sua casa era particolare, il designer “odiava gli articoli insulsi che non suscitavano nel consumatore il desiderio di comprarli” ed ancora “Il vecchio pensiero Europeo prevedeva la creazione di prodotti sempre migliori che durassero sempre. Il che voleva dire comprare un vestito buono per il matrimonio utilizzarlo anche pre il funerale, senza aver mai l’occasione per rinnovarlo. Il pensiero americano invece, prevede che dopo un certo periodo, il consumatore si senta insoddisfatto del prodotto che ha, lo rivenda al mercato dell’usato e ne compri uno nuovo di zecca, il più moderno possibile.” Brooks Stevens attraversò tutti gli Stati Uniti per promuovere l’obsolescenza programmata, le sue idee attecchirono ed ebbero un’ampia eco: “Le persone sono sempre più interessate all’aspetto delle cose, pongono avidamente l’attenzione su ciò che è nuovo, bello e moderno.” Il marketing e il design portano a Bernard London

desiderare sempre l’ultimo modello. Secondo il figlio Brooks Stevens non ha mai progettato qualcosa che intenzionalmente dopo un breve periodo di tempo smettesse di esser efficiente, secondo gli eredi di questo pensiero l’Obsolescenza programmata è assolutamente a discrezione del consumatore, nessuna obbliga i clienti ad entrare in un negozio ed a comprare un prodotto, è una cosa che fanno volontariamente, è una loro scelta. Libertà e felicità attraverso il consumo illimitato è lo stile di vita americano degli anni ’50 che crea le basi per l’odierna società consumistica. Per i designer industriali come Boris Knuf insegnate all’università di architettura, senza l’obsolescenza programmata negozi, mercati, supermercati, centri commerciali non esisterebbero, non ci sarebbero prodotti, non ci sarebbero industrie, ne disegners o architetti, non ci sarebbero commessi, addetti alle pulizie, guardie di sicurezza, non ci sarebbe nessun lavoro. Oggi l’obsolescenza programmata è parte integrante del curriculum di chi studia architettura e ingegneria, Boris Knuff insegna il concetto di ciclo di vita di un prodotto, un moderno eufemismo per obsolescenza programmata. Gli studenti imparano a progettare in un mondo del lavoro dominato da un solo obiettivo: acquisti frequenti e ripetuti. I designers devono capire qual è il loro compito: progettare i prodotti in modo da rispondere esattamente alle strategie di vendita del cliente per cui lavorano. L’obsolescenza programmata è all’origine della notevole crescita che il mondo occidentale ha conosciuto negli anni ’50, da allora la crescita è il Santo Graal della nostra economia. Per contro secondo Serge Latouche professore emerito di economia università di Parigi: “viviamo in una società della crescita la cui logica non è la crescita per soddisfare i propri bisogni ma crescere per crescere, all’infinito. La produzione cresce senza limiti, e per giustificarla è necessario che anche il consumo cresca senza limiti.” Latouche è un noto critico della società di crescita ed ha scritto ampiamente al riguardo, afferma che per garantire la crescita “essenzialmente


vengono usate tre strumenti, la pubblicità, l’obsolescenza programmata e il credito.” Un altro noto sostenitore della decrescita è John Tackra, Disegner e filosofo, che è convinto che da una generazione a questa parte il nostro ruolo è consumare, richiedere prestiti e comprare cose che non ci servono, arrivando a concludere che non ha alcun senso. I critici fanno notare che la società della crescita è insostenibile, perché basata su una evidente contraddizione: “chi pensa che una crescita illimitata sia compatibile con un pianeta che invece è limitato o è pazzo o è un economista. Il dramma è che oggi siamo tutti economisti.” Perché ogni tre minuti nel mondo viene creato un prodotto nuovo, è necessario?, molte persone hanno compreso che le cose devono cambiare quando i politici hanno iniziato a dire che comprare è il modo migliore per riavviare l’economia. Latouche usa una metafora: “si potrebbe dire che con la società dei consumi ci troviamo a bordo di una automobile da corsa che ormai non ha più un guidatore e che sta viaggiando a tutta velocità, il suo destino è inevitabilmente quello di andarsi a fracassare contro un muro o di finire in un burrone.” Consultando diversi manuali di manutenzione Marcos scopre che la vita utile di molte stampanti viene stabilita dagli ingegneri all’inizio. La cosa è possibile grazie a un chip installato nella stampante. Si tratta di una EEPROM che memorizza il numero di stampe effettuate, raggiunta una certa soglia la stampante si blocca e non stampa più. Come ci si sente a progettar un articolo in modo che si guasti? Il

dilemma è al centro di un film inglese del 1951, “The man in the white suit” in cui un giovane chimico inventa una fibra indistruttibile, lui è convinto che sia un enorme progresso, invece scopre che qualcuno non sia contento della sua invenzione, ed il protagonista è costretto a scappare sia dagli industriali tessili che dagli operai, preoccupati di perdere il lavoro. Il film ricorda un fatto realmente accaduto nell’industria tessile. Nel 1940 il gigante chimico DuPont annuncia l’arrivo di una rivoluzionaria fibra sintetica: il nylon. Le donne celebrano le nuove e resistenti calze, ma la gioia ha vita breve. La scrittrice Nicol Fox racconta che suo padre lavorò per la DuPont nel reparto nylon e che gli raccontò una storia sulla nascita di questa fibra. Durante la sperimentazione delle calze agli uomini del reparto venne chiesto di portare dei campioni a casa e di farli provare alle mogli o alle fidanzate, il padre portò le calze alla madre, e lei rimase estasiata dai primi campioni perché erano davvero resistenti. I chimici della DuPont avevano di che essere orgogliosi dato che anche gli uomini apprezzano la resistenza del nylon. Ma c’era un problema, duravano troppo. Le donne erano molto contente del fatto che le calze non si smagliavano, ma sfortunatamente le aziende produttrici erano destinate a venderne poche. La DuPont diede nuove istruzioni al padre di Nicol Fox e ai suoi colleghi. Gli uomini del reparto dovettero ricominciare daccapo per creare una fibra meno resistente, qualcosa che fosse più delicato e che si smagliasse, in modo che le calze non durassero così tanto. Gli stessi chimici che si sono dati da fare per creare un nylon durevole, seguono lo spirito dell’epoca e lo rendono meno resistente, la fibra indistruttibile scompare dalle fabbriche, proprio come nel film. Cosa provarono i chimici della DuPont nel ridurre deliberatamente la vita di un prodotto? deve Marcos Lopez

essere stato frustrante utilizzare le proprie capacità per creare un prodotto inferiore, dopo aver lavorato sodo per ottenerne uno di grande qualità o forse farlo resistente o debole era lo stesso: era il loro lavoro. Eticamente gli ingegneri si trovavano in un periodo complicato. Confrontarsi con l’obsolescenza programmata li portò a interrogarsi su principi fondamentali. C’erano gli ingegneri della vecchia scuola che credevano di dover realizzare prodotti utilizzabili per sempre, indistruttibili, e poi c’erano quelli della nuova scuola che erano guidati dal mercato che volevano realizzare il più possibile prodotti usa e getta. Lo scontro si risolse con il sopravvento della nuova scuola. Ma l’Obsolescenza programmata non affligge solo gli ingegneri, la frustrazione di consumatori emerge nel dramma di Arthur Miller: Morte di un commesso viaggiatore, il cui il protagonista Willy Lomax, affrema che i consumatori possono solo lamentarsi, impotenti: “Vorrei possedere interamente qualcosa prima che si rompa. Devo sempre fare a gara con la discarica. Finisco di pagare la macchina e quella è alla fine dei suoi giorni. E il frigorifero! Consuma le cinghie come un maledetto pazzo. E’ tutto calcolato. Appena finisci di pagare qualcosa, non funziona più!” I consumatori non sapevano però che oltre la Cortina di Ferro nei paesi del blocco orientale c’era una intera economia priva di obsolescenza programmata. L’economia comunista non è rego-

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lata dal libero mercato, ma pianificata centralmente dallo Stato. E’ inefficiente, e afflitta dalla continua mancanza di risorse, in un sistema del genere l’obsolescenza programmata non ha senso. Basta pensare che nell’ex Germania dell’est, la più efficiente economia comunista, le regolamentazioni ufficiali impongono che lavatrici e frigoriferi durino 25 anni, ed ancora oggi vi sono frigoriferi della Germania dell’est acquistati nel 1985 che funzionano con la loro lampadina originale. Nel 1981 una fabbrica di Berlino est lancia una lampadina di lunga durata, la porta ad una fiera internazionale sperando di trovare compratori in occidente. Quando i produttori della Germania dell’est presentarono questa lampadina a lunga durata alla fiera di Hannover del 1981, i colleghi occidentali dissero: diventerete disoccupati per vostra stessa mano. Gli ingegneri della Germania dell’est replicarono: no, è vero il contrario, risparmiando risorse e non sprecando il tungsteno, manterremo il lavoro. I compratori occidentali rifiutano la lampadina e nel 1989 crolla il muro di Berlino, le fabbriche vengono chiuse e la lampadina a lunga durata esce dalla produzione, adesso si può trovare solo in musei ed esposizioni. Vent’anni dopo il crollo del muro di Berlino il consumismo dilaga sia nell’ovest che nell’est. Ma c’è una differenza, nell’era di internet il consumatore ha uno strumento per combattere l’obsolescenza programmata come dimo-

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stra la vicenda dell’I-Pad della Apple Casey Neistat produttore di cortometraggi, racconta che il loro primo lavoro che ha sfondato è stato un film sul I-Pod. Aveva pochi soldi è comprò un I-Pod per 400 o 500 dollari, poi dopo circa 12 mesi la batteria è morta, ha chiamato la Apple per chiedere di sostituirla, ma all’epoca la loro politica era quella di consigliare il consumatore di comprare un I-Pod nuovo, la Apple non forniva nuove batterie per l’ I-Pod. La cosa seccante non era che batteria si fosse fusa, perché se succede al telefonino o ad un portatile si può sostituire, se accade invece alla batteria dell’IPod, che non costa poco, si deve ricomprare tutto. Al fratello venne in mente di girare un video su questa vicenda. Andarono in giro con stencil e bombolette a scrivere su tutte le pubblicità dell’I-Pod che la batteria insostituibile dell’i-pod dura solo 18 mesi. Poi pubblicarono il video sul web e in un mese arrivò a 5 o 6 milioni di visualizzazioni, il sito impazzì letteralmente. Elizabeth Pritzker un avvocato di San Francisco che sentì parlare del video e decise di citare in giudizio la Apple in merito alla batteria dell’I-Pod. Così mezzo secolo dopo l’obsolescenza della lampadina, l’obsolescenza programmata fu di nuovo in tribunale. Quando venne avviata la causa l’IPod era già in commercio da 2 anni, la Apple ne aveva venduti più di tre milioni solo negli Stati Uniti. Molti possessori avevano avuto

problemi con la batteria e avrebbero voluto fare causa alla Apple, fra questi Andrew Westley uno dei tanti che contattò lo studio legale venne selezionato fra quelli che sembravano più adatti per una Class Action. La Class-action o Azione di Categoria è una proceduta tipica negli Stati Uniti recentemente introdotta anche in Italia, dove in pratica in una azione legale un piccolo gruppo di persone agisce a nome di un gruppo più grande. Come rappresentante di categoria Westley parlava ora a nome di migliaia o decine di migliaia di persone ed il caso divenne famoso come Westley contro Apple, tanto che quando amici e famigliari seppero che si trattava di una causa importante pensarono che fosse diventato un rivoluzionario una specie di Erin Brockovich. Nel dicembre del 2003 Elibeth Pritzker presenta il caso al tribunale di Saint Mattew a pochi isolati dalla sede della Apple. Richiese alla Apple alcuni documenti tecnici relativi alla batteria dell’I-Pod, e ricevette una marea di informazioni che riguardavano la progettazione della batteria ed i test effettuati. Così scoprì che il tipo di batteria al Litio che veniva utilizzate nell’I-Pod, in realtà era stata disegnata di proposito per avere un periodo di vita breve. Sicuramente lo sviluppo dell’I-Pod rientrava nell’obsolescenza programmata. Dopo mesi di tensioni le parti raggiunsero un accordo, la Apple iniziò a produrre batterie sostitutive, ed estese la garanzia a due anni ed ai querelanti venne offerto un indennizzo. Un elemento che infastidì molti è che la Apple si presenta come una azienda giovane, moderna e innovativa, ma per una azienda del genere non avere una buona politica ambientale che permetta ai consumatori di restituire i prodotti per un corretto smaltimento e riciclaggio, è davvero assurdo e soprattutto incoerente. Ma l’obsolescenza programmata ha un altro effetto nefasto: produce un flusso continuo di rifiuti che vengono portati nei Paesi del terzo mondo fra cui il Ghana. Mike Anane ambientalista Ghanese Stencil di Neistat su manifesto Apple


si è accorto che da almeno 8 o 9 anni nel suo Paese arrivavano intere navi container cariche di rifiuti elettronici, per lo più computer fuori uso, ma anche vecchi televisori, cose che nei paesi sviluppati nessuno voleva più. Inviare rifiuti elettronici nei paesi del terzo mondo è vietato da un trattato internazionale, ma viene fatto grazie a un trucco: i rifiuti vengono definiti prodotti di seconda mano. Oltre l’80% dei rifiuti elettronici che arrivano nel Ghana è inutilizzabile, e i container vengono svuotati nelle discariche per tutto il Paese. Nella discarica di Agbogbloshie un borgo della capitale, Accra, scorre un fiume che un tempo era bellissimo, si faceva strada verso il mare ed era ricchissimo, pullulava di pesci, i bambini che uscivano dalla scuola non lontano da lì venivamo spesso lungo il fiume a giocare, mentre i pescatori organizzavano gite in barca. Adesso è tutto finito. Adesso non ci sono più scolari che giocano dopo le lezioni, ci sono solo ragazzi poveri che rovistano fra i rifiuti, bruciano il rivestimento isolante dei cavi dei computer per prenderne le parti metalliche. Quello che rimane viene raccolto dai bambini che cercano eventuali pezzetti di metallo sfuggiti ai ragazzi più grandi. Spiega Anane che alcuni raccontavano che: “stiamo cercando di rimediare alla disparità di tecnologia che c’è fra Europa ed America e il Ghana e il resto dell’Africa. La verità invece è che i computer che ci portano non funzionano. Non ha senso accogliere rifiuti elettronici se non si sa che cosa farne. Questo Paese non ne produce e viene utilizzato come discarica. I posteri non ci perdoneranno mai perché sicuramente scopriranno l’usa e getta e sapranno dello stile di vita consumistico dei paesi sviluppati.” Takra ritiene che per tanto tempo i rifiuti dell’era industriale sono rimasti nascosti, ma adesso stanno entrando nella vita della gente e non si può evitare. L’economia dello spreco è alla frutta perché non c’è più fisicamente posto per i rifiuti. Anche il pronipote di Philips ritiene che con gli anni si sia compreso che il pianeta su cui viviamo, non può sostenere questa situazione per sempre, c’è un limite alle risor-

discarica di Agbogbloshie in Ghana

se naturali, e c’è un limite alle fonti energetiche. In molte parti del mondo le persone iniziano a muoversi contro l’obsolescenza programmata, Mike Anane combatte dall’ultimo anello della catena, ha iniziato raccogliendo informazioni, tiene i rifiuti elettronici che hanno l’etichetta o la targhetta, dalle etichette ha creato un data base con tutti i nomi e gli indirizzi e i numeri di telefono delle aziende che possedevano i rifiuti elettronici scaricati nel Ghana, vuole trasformare questi dati in prove per un processo, vuole citare in giudizio le persone affinché la si finisca di scaricare i rifiuti elettronici nel Ghana. Markus è di nuovo in internet, in cerca di un modo per prolungare la vita della sua stampante, ha scoperto un sito russo che offre un software gratuito per stampanti che hanno un chip contatore. (http://www.ssclg.info/ about.shtml) Il programmatori si preoccupa addirittura di spiegare le proprie motivazioni. Vitaliy Kieselev programmatore elettronico: Succede perché sono costruite male, si tratta di una politica commerciale negativa sia per l’utente che per l’ambiente, io ho trovato il modo di creare un software facilmente utilizzabile che permette di resettare il contatore di inchiostro. Marcos non sa cosa lo aspetta, ma decide di scaricare comunque il software. Da un paesino della Francia John Takra combatte l’obsolescenza pro-

grammata aiutando le persone di tutto il mondo a condividere progetti e idee lavorative: nei Paesi più poveri le cose vengono regolarmente riparate, l’idea di buttarle perché per qualche motivo hanno smesso di funzionare è inconcepibile e ignobile. In India esiste proprio una parola - jugaad - per indicare questa tradizione di riparare sempre le cose, a prescindere dalla complessità. Si crecano persone che portano avanti progetti concreti che non si limitino a esporre teorie a lamentarsi di quanto male vanno le cose o a dire che cosa andrebbe cambiato. Warner Philips da parte sua quasi un secolo dopo la creazione del Cartello della lampadina continua la tradizione di famiglia, ma con un altro approccio, produce una lampadina a led che dura 25 anni. Ritiene che “non ci sono due mondi separati, quello ecologico e quello commerciale, economia e sostenibilità devono andare per mano, è la base migliore per una azienda. L’unico modo per riuscirci è considerare i veri costi delle risorse impiegate, bisogna guardare sia al consumo dell’energia per la produzione che a quello indiretto per il trasporto.” Il trasporto è un altro problema dai profondi riflessi ambientali, Latouche affermma che se si facesse pagare ai trasportatori il vero costo dei trasporti, anche senza considerare che il petrolio è una fonte non rinnovabile, e che per ora non sappiamo come sostituire, si dovrebbero moltiplicare i costi per 20 o 30 volte. Phlips conferma che se i costi di questi trasporti venissero applicati ai prezzi dei prodotti, per le azien-

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de e gli imprenditori di tutto il pianeta diventerà vitale realizzare articoli che durano per sempre. Ma secondo un’altra corrente di pensiero si può combattere l’obsolescenza programmata rivedendo la progettazione dei prodotti. Secondo la filosofia del: “Cradle to cradle” ossia “Dalla culla alla culla” se le fabbriche lavorassero come la natura l’obsolescenza programmata diventerebbe obsoleta. Michael Braungart coautore di ”Cradle to cradle” afferma che quando parliamo di protezione ambientale pensiamo sempre a risparmiare, rinunciare, evitare, ridurre, però se guardiamo la natura non c’è nessun risparmio, rinuncia o riduzione. La natura produce di continuo, ma i fiori appassiti, le foglie morte, e gli altri materiali di scarto non vanno sprecati, diventano nutrienti per altri organismi, è un ciclo. Braumgart quindi conclude che la natura non produce rifiuti ma nutrienti, e crede che le industrie possano imitare questo virtuoso ciclo naturale. E dimostra che è fattibile riprogettando il sistema di produzione di una industria tessile svizzera. Quando la fabbrica per esempio, tappezza un divano o una poltrona con certi tessuti, i ritagli di stoffa sono così tossici da dover esser smaltiti nei rifiuti speciali. Braumgart scopre che nella fabbrica vengono utilizzati centinaia di composti chimici altamente tossici. Grazie ad un nuovo approccio per

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la produzione dei nuovi tessuti, lui e la sua equipe, riducono la lista a 36 sostanze tutte biodegradabili, tanto da affermare che adesso la nuova versione del tappeto prodotto si può anche magiare, ed i prodotti utilizzati sono talmente innocui che si potrebbero addirittura mettere nel latte da bere. Nella società dello spreco i prodotti a vita breve alimentano il problema dei rifiuti, se però non sono rifiuti, ma nutrienti, diventano materiale per cose nuove. Un pensiero che si scontra con quello dei critici della obsolescenza programmata e della cosiddetta decrescita che ritengono che modificare la produzione non basta, ritengono necessario rivedere i nostri valori, e l’intero sistema economico. Per Latouche la decrescita è una vera rivoluzione soprattutto a livello culturale, perché si tratta di introdurre un cambiamento di mentalità. Il professore tiene spesso conferenze nel Paese spiegando come uscire dalla società della crescita. La decrescita è un termine provocatorio, la cui unica funzione è quello di rompere con il discorso un po’ euforico della crescita produttiva, infinita e sostenibile, mostrando quindi la necessità di cambiare logica. L’essenza della decrescita può esser riassunta in una parola: ridurre. Ridurre la nostra impronta ecologica, i nostri rifiuti, la nostra produzione, il nostro consumo.

Riducendo consumo e produzione guadagneremmo tempo prezioso per sviluppare nuove forme di ricchezza, che hanno il vantaggio di non esaurirsi in seguito al consumo come ad esempio, l’amicizia, il sapere. Se la felicità dipendesse dal livello di Consumo dovremmo aver raggiunto la felicità assoluta, perché oggi consumiamo 26 volte quello che si consumava ai tempi di Marx, le persone però non sono 26 volte più felici di allora, perché la felicità è soggettiva. A chi teme che la decrescita distruggerà la nostra economia, facendoci ripiombare nell’età della Pietra, risponde che tornare ad una società sostenibile in cui la nostra impronta ecologica non distrugga il Pianeta, difficilmente significherà tornare all’età della Pietra, per un Paese come la Francia vorrà dire tornare agli anni ’60 che non sono affatto un periodo primitivo. Possiamo dire che la società della decrescita realizza la visione di Ghandi, che diceva che il mondo è abbastanza grande da soddisfare le necessità di tutti, ma sarà sempre troppo piccolo per saziarne l’avidità. Simile l’approccio di Thakra: il fatto che ci affidiamo sempre più agli oggetti per accrescere la nostra autostima, dipende dalla rottura che c’è stata con ciò che un tempo formava la nostra identità, come l’appartenenza ad una Comunità, il legame con la terra e tutto quello che è stato rimpiazzato dal Consumismo. Marcos installa nel suo computer il software gratuito grazie a questo può resettare il chip all’interno della sua stampante: la stampante si sblocca immediatamente.

La stampante ora funziona


Serge Latouche John Takra

Marzo 2012 - Osservatoriopiemonte

Mike Anane

Periodico indipendente di politica, cultura, storia. - Aut. tribunale di Torino n° 5554 del 2-11-2001 - Direttore Responsabile: Enzo Gino. Sede legale 15020 Cantavenna di Gabiano (AL) - Stampato in proprio - Distribuzione gratuita. Finito di stampare il 23 marzo 2012 Editore: Piemonte Futuro - P. Iva 02321660066 Per informazioni, collaborazioni, pubblicità e contatti: posta@osservatoriopiemonte.it cell. 335-7782879 - fax 1782223696 www.osservatoriopiemonte.it

Prodotti Apple: Iniziativa di Altroconsumo

19 marzo 2012 Se il tuo iPhone o iPad si rompe dopo un anno dall'acquisto, rischi di non poter far valere la garanzia. Nonostante la multa dell'Antitrust, Apple continua a non rispettare il codice del consumo. Lo conferma la nostra video inchiesta con telecamera nascosta. Segnalaci il tuo caso e scarica la lettera per far valere il tuo diritto. Nei negozi Apple con telecamera nascosta Anche per i prodotti Apple la garanzia deve durare due anni. Lo dice il Garante, che, anche grazie alle nostre segnalazioni, a dicembre 2011 ha sanzionato la multinazionale della mela per pratica commerciale scorretta. In pratica, nel negozi Apple (così come sul sito Ap-

ple) ti riconoscono solo la garanzia di un anno, e se vuoi estenderla per i successivi 12 mesi ti propongono di acquistare Apple Care, una garanzia Apple che costa 69 euro. È capitato anche a noi, guarda il video. Fai valere il tuo diritto L’articolo 130 del Codice del Consumo parla chiaro: sui prodotti acquistati in negozio o sul sito del produttore la garanzia per i difetti di fabbricazione è di due anni. Se ti è capitato di incappare in un guasto con un prodotto Apple e di non riuscire a far valere la garanzia entro due anni, utilizza il modello di lettera che trovi qui a fianco per far valere il tuo diritto. Raccontaci come è andata E se vuoi raccontarci la tua esperienza, compila il questionario. E sostienici in questa battaglia, che può interessarre chiunque abbia un prodotto Apple e rischia di trovarsi appiedato dalla garanzia in caso di malfunzionamento anche prima dei due anni previsti dalla legge.

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La nuova legge regionale sulle aree protette

Parchi: riduzione degli enti gestori, riduzione delle indennità, possibilità di svolgere iniziative di promozione dello sviluppo, del turismo e di altre forme di fruizione dell’area protetta...

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La legge sui pèarchi recentemente introdotta dalla regione Piemonte ha modificato il tradizionale approccio che vedeva nei parchi della aree sostanzialmente intoccabili nelle quali ogni attività antropica era sostanzialmente vietata. Il nuovo approccio ha introdotto la possibilità, già presente in Europa di poter attuare intreventi, sempre nel pieno rispetto delle prerogative di salvaguardia di queste aree, al fine di consentire un ritorno economico per l’ente che gradualmente potrà arrivare a non dover vivere esclusimente o prevalentemente del contributo pubblico. E’ divenuto ormai operativo, con il primo di gennaio 2012, il nuovo assetto delle aree protette piemontesi. Al termine di un tormentato percorso, che ha avuto inizio nel 2009 con la precedente amministrazione regionale, è stata definitivamente approvata la legge di riordino degli Enti regionali chiamati ad amministrare il vasto territorio rappresentato dai Parchi e dalle Aree protette regionali. Al fine di permettere una più razionale gestione delle risorse e del territorio si è ritenuto di ridurre il numero degli Enti di gestione, accorpando ove possibile territori limitrofi, e diminuendo nel contempo i costi generali per il mantenimento di strutture volte ad uno stesso obiettivo. Questa razionalizzazione è stata necessaria anche per porre rimedio a quella che, storicamente, è stata una crescita poco ordinata e poco razionale del sistema di gestione delle Aree protette. A partire dal 1975, infatti, in seguito a vari interventi legislativi, sono state create nel territorio piemontese ben 63 Aree protette che interessano una superficie complessiva di 210 mila e 625 ettari e interessano ben 274 Comuni della nostra regione. Ad ogni intervento seguiva la creazione di un Ente di gestione con una logica moltiplicazione di costi a carico della Regione, da cui questi Enti a finanza derivata (che, in pratica, si limitano in molti casi a ge-

stire esclusivamente le rimesse economiche regionali) traggono il loro sostentamento. Senza ridurre l’entità storica dei finanziamenti per la spesa corrente, quindi, l’obiettivo è quello di ottimizzare le risorse disponibili dirottando dalla gestione amministrativa alla tutela ambientale tutto quanto possibile. Come noto, inoltre, il sistema delle Aree protette regionali del Piemonte conta anche sul fondamentale apporto di ben due Parchi Nazionali: il Gran Paradiso istituito nel 1922 e la Val Grande istituito nel 1992 che occupano complessivamente una superficie di 48 mila e 500 ettari. Occorre rilevare, infine, come le zone parco rivestano una particolare attenzione per quei territori attraversati dall’asta fluviale del Po che percorre per ben 235 chilometri il Piemonte interessando una superficie di 35 mila e 515 ettari. Quella delle Aree protette piemontesi rappresenta dunque una realtà, come facilmente riscontrabile dai dati che produciamo, di primo piano nella vita dei nostri territori e nella tutela degli ecosistemi. Da non dimenticare, infine, l’importante ricaduta sul mondo del lavoro rappresentata dagli Enti di gestione delle Aree protette regionali i quali, alla data del 31 dicembre 2004, impiegavano complessivamente circa 400 tra operai forestali, guardaparco e funzionari amministrativi. Del Sistema regionale delle Aree protette sono parte integrante anche zone che, alla protezione


ambientale e naturalistica, uniscono anche la tutela del patrimonio storico e architettonico della regione. Facciamo riferimento ai sette "Sacri Monti" piemontesi (Crea, Varallo, Orta, Ghiffa, Belmonte, Domodossola e Oropa) che hanno ricevuto nel 2003 l’importantissimo riconoscimento internazionale in seguito all’inserimento nella lista dei siti riconosciuti come patrimonio dell’umanità da parte dell'UNESCO. Questi territori, ora riuniti in un unico ente di gestione, rappresentano una realtà omogenea anche dal punto di vista amministrativo e gestionale. LA NUOVA LEGGE IN SINTESI Cercheremo di esporre per i nostri lettori una sintesi dei contenuti e degli aggiornamenti introdotti dalla nuova legge. Dei 65 articoli che compongono il “testo unico sulla tutela delle aree naturali e della biodiversità” datato 29 giugno 2009 alcune delle principali modifiche introdotte con la legge 16 del 3 agosto 2011 toccano aspetti strutturali che riguardano non solo l’accorpamento ed il riordino degli enti ma anche la loro gestione. Vengono introdotte le zone naturali di salvaguardia che si vanno ad aggiungere al sistema delle aree protette, alle zone speciali di conservazione, ai siti di importanza comunitaria, alle zone di protezione speciale ed ai corridoi ecologici. Vengono poi individuate, in fase di prima attuazione, una serie di aree contigue ai parchi indicate con lettere f nelle cartografie dell’allegato A alla legge: f1. Area contigua del Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino; f2. Area contigua della Stura di Lanzo;

f3. Area contigua della Fascia fluviale del Po-tratto torinese; f4. Area contigua di Fontana Gigante; f5. Area contigua della Fascia fluviale del Po-tratto vercellese-alessandrino; f6. Area contigua della Fascia fluviale del Po-tratto cuneese; f7. Area contigua della Palude di San Genuario; f8. Area contigua Spina Verde. f9. Area contigua dell'Alpe Devero; f10. Area contigua Gesso e Stura; f11. Area contigua dell'Alta Val Strona; f12. Area contigua dei Laghi di Avigliana. In dette aree i piani urbanistici, i programmi e gli interventi pubblici e privati dovranno, fra l’altro, essere coerenti con le previsioni della pianificazione regionale e dei piani d'area delle aree protette limitrofe. Interessante poi l’introduzione all’art. 7 fra le finalità delle aree protette che introduce “la promozione e lo sviluppo delle potenzialità turistiche e di altre forme di fruizione dell’area protetta”. Su proposta dell’aula è stato introdotto nello stesso articolo un esplicito riferimento al Parco della Partecipanza di Trino: “l’Ente a cui è affidata la gestione del Parco naturale del Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino persegue inoltre la finalità di tutelare e valorizzare le caratteristiche naturali, ambientali e paesaggistiche del Parco naturale del Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino nel pieno rispetto delle pratiche silvocolturali e dei diritti e delle consuetudini secolari previste dagli Statuti della proprietà collettiva indivisa del Bosco.” L’art. 10 elenca le aree protette a gestione regionale, provinciale e locale articolandole in parchi regionali a gestione regionale (n° 19), Parchi naturali a gestione provinciale in n° di 6, Riserve naturali a gestione regionale ben 52, mentre quelle a gestione provinciale sono 3 come quelle a gestione locale, infine si elencano 9 riserve speciali a gestione regionale i Sacri Monti. Per l’indennità dei Presidenti dei parchi è stato ridotta la soglia massima pari a 1/6 dell’indenni-

tà lorda mensile globale spettante ai consiglieri regionali, prima era di ¼. Innovativa anche la modifica dell’art. 29 laddove prevede l’introduzione di un marchio unico per i soggetti gestori del sistema regionale delle aree protette piemontesi con il quale identificare le produzioni agroalimentari. E’ stato poi istituito il Centro per la conservazione dei Sacri Monti piemontesi con sede presso il sacro monte di Varallo che opera per la conservazione preventiva e programmata degli interventi sul patrimonio artistico ed architettonico dei Sacri Monti piemontesi facenti parte delle riserve speciali istituite. E’ stato ampiamente esteso l’articolo che riguarda la gestione faunistica con l’introduzione di ben 8 commi (prima era costituito da un solo comma). Anche l’articolo relativo ai risarcimenti e indennizzi per i danni causati dalla fauna selvatica è stato notevolmente ampliato. E’ stato poi affrontato il problema della incolumità pubblica e degli immobili connesso alla presenza di alberi di alto fusto a rischio incombente (art. 43) Al capitolo dei corridoi ecologici nella nuova versione è stato accorpata la trattazione delle zone naturali di salvaguardia. Sono state individuate quali zone naturali di salvaguardia le seguenti aree individuate con lettera z nella cartografia di cui all’allegato A della legge: z1. Zona naturale di salvaguardia della Collina di Rivoli; z2. Zona naturale di salvaguardia dei Boschi e delle Rocche del Roero; z3. Zona naturale di Salvaguardia del Bosco delle Sorti – La Communa; z4. Zona naturale di Salvaguardia della Dora Riparia; z5. Zona naturale di Salvaguardia del Monte Musinè; z6. Zona naturale di Salvaguardia Tangenziale verde e laghetti Falchera Queste sono solo alcuni aspetti delle modifiche introdotte, per gli approfondimenti, rimandiamo alla lettura aggiornata della legge riportata nel Testo unico della L.R. 19 /2009.

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Il nuovo assetto dei Parchi in Piemonte a) Ente di gestione delle aree protette delle Alpi Cozie, al quale sono affidati in gestione il Parco naturale del Gran Bosco di Salbertrand, il Parco naturale della Val Troncea, il Parco naturale Orsiera-Rocciavrè, la Riserva naturale dell'Orrido di Chianocco, la Riserva naturale dell'Orrido di Foresto, il Parco naturale dei Laghi di Avigliana; b) Ente di gestione delle aree protette dell'Area metropolitana di Torino, al quale sono affidati in gestione il Parco naturale La Mandria, il Parco naturale di Stupinigi, la Riserva naturale della Madonna della Neve sul Monte Lera, la Riserva naturale della Vauda, la Riserva naturale del Ponte del Diavolo; c) Ente di gestione delle aree protette del Po e della Collina torinese, al quale sono affidati in gestione il Parco naturale della Collina di Superga, la Riserva naturale del Bosco del Vaj, la Riserva naturale della Lanca di San Michele, la Riserva naturale della Lanca di Santa Marta e della Confluenza del Banna, la Riserva naturale del Meisino e dell'Isolone Bertolla, la Riserva naturale dell'Oasi del Po morto, la Riserva naturale del Mulinello, la Riserva naturale Le Vallere, la Riserva naturale Arrivore e Colletta, la Riserva naturale dell'Orco e del Malone, la Riserva naturale della Confluenza della Dora Baltea, la Riserva naturale del Mulino Vecchio, la Riserva naturale dell'Isolotto del Ritano, la Riserva naturale della Confluenza del Maira; d) Ente di gestione del Parco naturale delle Alpi Marittime, al quale sono affidati in gestione il Parco naturale delle Alpi Marittime, la Riserva naturale delle Grotte del Bandito e la Riserva naturale di Rocca San Giovanni-Saben; e) Ente di gestione del Parco naturale del Marguareis, al quale sono affidati in gestione il Parco naturale del Marguareis, la Riserva naturale dei Ciciu del Villar, la Riserva naturale delle Sorgenti del Belbo, la Riserva naturale di Crava Morozzo, la Riserva naturale delle Grotte di Bossea e la Riserva speciale di Benevagienna; f) Ente di gestione delle aree protette del Po cuneese, al quale sono affidati in gestione la Riserva naturale di Pian del Re, la Riserva naturale del Confluenza del Bronda, la Riserva naturale di Paesana, la Riserva naturale di Paracollo, Ponte Pesci vivi, la Riserva naturale Fontane, la Riserva naturale della Confluenza del Pellice, la Riserva naturale della Confluenza del Varaita; g) Ente di gestione del Parco naturale delle Capanne di Marcarolo, al quale è affidato in gestione il Parco naturale delle Capanne di Marcarolo; h) Ente di gestione delle aree protette del Po vercellese-alessandrino e del Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino, al quale sono affidati in gestione la Riserva naturale di Ghiaia Grande, la Riserva naturale della Confluenza del Sesia e del Grana e della Garzaia di Valenza, la Riserva naturale delle Sponde fluviali di Casale Monferrato, la Riserva naturale Bric Montariolo, la Riserva naturale Castelnuovo Scrivia, la Riserva naturale Isola Santa Maria, la Riserva naturale del Boscone, la Riserva naturale della Confluenza del Tanaro, il Parco naturale del Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino, la Riserva naturale del Torrente Orba, la Riserva naturale di Fontana Gigante, la Riserva naturale della Palude di San Genuario; i) Ente di gestione delle aree protette astigiane, al quale sono affidati in gestione il Parco naturale di Rocchetta Tanaro, la Riserva naturale di Valle Andona, Valle Botto e Valle Grande, la Riserva naturale della Val Sarmassa; j) Ente di gestione delle aree protette del Ticino e del Lago Maggiore, al quale sono affidati in gestione il Parco naturale del Ticino, il Parco naturale dei Lagoni di Mercurago, la Riserva naturale dei Canneti di Dormelletto, la Riserva naturale di Fondo Toce, la Riserva naturale di Bosco Solivo; k) Ente di gestione delle aree protette della Valle Sesia, al quale sono affidati in gestione il Parco naturale dell'Alta Val Sesia e dell’Alta Val Strona, il Parco naturale del Monte Fenera; l) Ente di gestione delle Riserve pedemontane e delle Terre d’acqua, al quale sono affidate in gestione la Riserva speciale della Bessa, la Riserva naturale delle Baragge, la Riserva naturale del Parco Burcina Felice Piacenza, il Parco naturale delle Lame del Sesia, la Riserva naturale della Garzaia di Villarboit, la Riserva naturale della Garzaia di Carisio, la Riserva naturale della palude di Casalbeltrame; m) Ente di gestione delle aree protette dell'Ossola, al quale sono affidati in gestione il Parco naturale dell'Alpe Veglia e dell'Alpe Devero e il Parco naturale dell’Alta Valle Antrona; n) Ente di gestione dei Sacri Monti, al quale sono affidate in gestione la Riserva speciale del Sacro Monte di Belmonte, la Riserva speciale del Sacro Monte di Crea, la Riserva speciale del Sacro Monte di Domodossola, la Riserva speciale del Sacro Monte di Varallo, la Riserva speciale del Sacro Monte di Ghiffa, le Riserve speciali del Sacro Monte di Orta, Monte Mesma, Torre di Buccione, la Riserva speciale del Sacro Monte di Oropa; o) Provincia di Torino, alla quale è trasferita la gestione delle aree protette di seguito elencate: Parco naturale del Lago di Candia, Parco naturale del Monte San Giorgio, Parco naturale del Monte Tre Denti - Freidour, Parco naturale di Conca Cialancia, Parco naturale del Colle del Lys, Parco naturale della Rocca di Cavour, Riserva naturale dello Stagno di Oulx, Riserva naturale dei Monti Pelati; o bis) Provincia di Alessandria, alla quale è trasferita la gestione della Riserva naturale del Neirone; s) Comune di Cuneo, al quale è trasferita la gestione della Riserva naturale Gesso; t) Comunità montana Valle Cervo-La Bursch, alla quale è trasferita la gestione della Riserva naturale del Brich Zumaglia; t bis) Comuni di Mongrando ed Occhieppo Inferiore, ai quali è trasferita la gestione della riserva naturale Spina Verde.

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in breve in breve, in breve, in breve, in breve, in breve, in breve, in breve Agenzie di Viaggio

Agenzie di viaggio

Giovannoni chiede un intervento urgente del governo e armonizzazione regime in ambito europeo

Secondo Cesare Foà di Fancy Tour per paura si prenota di più all'estero e sul web

Fiavet: troppe norme e vincoli fiscali, così settore crolla La sopravvivenza di molte imprese dell'intermediazione turistica è a rischio e gli ultimi provvedimenti in materia fiscale rappresentano solo la punta dell'iceberg dei problemi che affliggono la categoria. Per questo, la Fiavet chiede con forza un intervento immediato di tutte le autorità politiche competenti a favore delle adv italiane. "Invece di occuparsi della gestione della propria attività, già provata dalla lunga crisi economica e dal conseguente calo del traffico turistico, sono anni che gli adv - spiega Giovannoni si trovano ad operare come strumenti di controllo dell'evasione fiscale quando non addirittura come agenti di riscossione di imposte e tasse varie". Secondo Fiavet, un primo passo verso la giusta direzione è stato fatto dall'Agenzia delle Entrate che ha sbloccato l'applicazione della deroga per i cittadini stranieri sulla tracciabilità già prevista dal nuovo decreto fiscale, ma gli adempimenti amministrativi a cui gli agenti di viaggio sono assoggettati rimangono ancora troppi. A ciò si aggiunge un'ulteriore contrazione dei consumi dovuta alla ‘fuga all'estero' dei clienti. "Continuano ad arrivarci segnalazioni dai nostri associati che lavorano in zone frontaliere di un aumento di coloro che scelgono di rivolgersi ad operatori al di là dei confini nazionali - accusa Giovannoni riaffermiamo pertanto la necessità di sopperire al più presto al gap competitivo che le nostre imprese scontano nei confronti delle imprese di altri Paesi, con l'armonizzazione in ambito europeo del regime fiscale e normativo in cui operano".

Il redditometro di Monti fa perdere clienti alle agenzie di viaggio. Quanti clienti perdono le agenzie di viaggio e i tour operator italiani grazie al decreto Monti sul redditometro? Molte agenzie, non solo al Nord ma anche qui a Napoli hanno perso i clienti a favore delle agenzie straniere. Infatti tutti i clienti hanno paura dei parametri imposti dal governo e prenotano quindi direttamente i viaggi all'estero o su internet nei siti stranieri. A denunciare la situazione è Cesare Foà di Fancy Tour di Napoli. "Chi è rimasto colpito? - si domanda ancora Foà - Le agenzie di viaggio e i tour operator italiani che come sempre non reagiscono. Forse dovremmo fare tutti insieme una riflessione e chiedere a tutte le associazioni che ci rappresentano di intervenire presso il governo in modo da risolvere questo problema che si aggiunge ai tanti già presenti alla nostra categoria che sempre più fa diventare gli agenti di viaggio una razza in via di estinzione".

Class action di Altroconsumo Vanno avanti i lavori relativi alle class action presentate da Altroconsumo: traghetti, Rai e Banca Intesa San Paolo. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane sono state fissate udienze davanti ai tribunali competenti, vi terremo informati in attesa di nuove decisioni. E troverai qui aggiornamenti su eventuali prossime azioni. Vediamo a che punto siamo con le diverse class action in corso e quali le prossime scadenze da tenere d'occhio. Traghetti Per i rincari anomali registrati nell'estate scorsa per i traghetti per la Sardegna, è stata fissata al 21 marzo presso il tribunale di Genova l’udienza relativa all’azione collettiva risarcitoria presentata da Altroconsumo contro le società Moby, Snav, Grandi Navi Veloci e Forship. Rai Class action contro Rai per violazione del servizio pubblico. Il 3 aprile si terrà l’udienza presso la Corte d’Appello di Roma, dopo il nostro ricorso contro l’ordinanza del tribunale di Roma che aveva negato l’ammissibilità della class action. Intesa San Paolo Class action relativa alle commissioni di massimo scoperto non dovute fatte pagare da Banca Intesa San Paolo. Nell’udienza del 16 marzo il giudice ha deciso di rinviare la causa al 19 aprile per aspettare le novità in tema di class action che arriveranno con l’approvazione in legge del decreto liberalizzazioni. In quella data si decideranno la definizione di classe e le modalità operative di raccolta delle adesioni.

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in breve in breve, in breve, in breve, in breve, in breve, in breve, in breve Canone Rai obbligatorio per tutte le imprese?

Tornano i ladri di… carciofi

(Venerdì 17 Febbraio 2012 17:34) Rete Imprese per l'Italia denuncia un “altro assurdo balzello”, che potrebbe costare fino a seimila euro per azienda: la Rai sta inviando a milioni d'imprese e di lavoratori autonomi la richiesta di pagamento del canone televisivo per il possesso di computer e perfino di telefoni cellulari. Chiesto l'intervento del ministro Corrado Passera. Dovendo pagare cachet di centinaia di milioni di euro per le banalità di veline e vecchi cantanti, la Rai sta attuando una finanza creativa per drenare risorse al mondo produttivo. E siccome l'azienda televisiva ha deciso volontariamente di pubblicare alcuni contenuti su Internet senza limitarne l'accesso agli abbonati, ora chiede il pagamento del canone per il possesso di qualsiasi apparecchio che accede alla rete, presumendo che serva per guardare i suoi programmi. Lo denuncia Rete Imprese Italia (che raccoglie Casartigiani, Confartigianato, Cna, Confcommercio, Confesercenti) in un comunicato che spiega come “Nei giorni scorsi, sono fioccate su milioni di imprenditori e lavoratori autonomi le richieste della Rai di pagare il canone speciale dovuto in virtù di un Regio Decreto del 1938”. In concreto, secondo l'associazione, la Rai sta chiedendo il pagamento del tributo “non solo di televisori ma anche di qualsiasi dispositivo atto o adattabile a ricevere il segnale tv, inclusi monitor per il Pc, videofonini, videoregistratori, Ipad, addirittura sistemi di videosorveglianza.

(ASCA) - Roma, 10 mar - Nella citta' di Sezze, in provincia di Latina, sono stati rubati nei campi un migliaio di carciofi e i furti nelle aziende agricole si moltiplicano, come ad Afragola dove in settimana sono stati colti in fragrante ladri di scarole mentre a Caserta sono state fatte sparire le fragole in serra. A lanciare l'allarme e' la Coldiretti, precisando che il fenomeno rientra in uno degli effetti della crisi ''in un Paese come il nostro dove la spesa per l'alimentazione raggiunge quasi il 19% del totale''. ''I carciofi sono stati staccati uno a uno provocando danni anche ai raccolti futuri'', ha dichiarato il presidente della Coldiretti di Sezze Vittorio del Duca. Con la crisi, aggiunge la Coldiretti, ''l'interesse per i prodotti alimentari da parte della piccola criminalita' va dal campo alla tavola ed e' confermato dai dati del ''Barometro dei furti nella vendita al dettaglio'' del Centre for Retail Research nei paesi europei che registra una crescita record del 7,8 per cento dei furti nei supermercati che superano il valore di 3 miliardi in Italia nel 2011, il piu' elevato da quando e' iniziata la rilevazione cinque anni fa''. Nella lista dei prodotti che scompaiono piu' facilmente dagli scaffali dei supermercati ''ci sono anche i formaggi, la carne, i vini e gli alcolici.

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Come dire che basta avere un computer per essere costretti a pagare una somma che, a seconda della tipologia di impresa, va da un minimo di 200 euro fino a 6000 euro l’anno”. Rete Imprese Italia ha stimato che se venisse applicato questo provvedimento, quasi cinque milioni d'imprese dovrebbero sborsare un balzello di 980 milioni di euro e chi non pagherà sarà soggetto a pesanti sanzioni e controlli da parte degli organi di vigilanza. “Quella del canone speciale Rai è una richiesta assurda, perché vengono tassati strumenti come i computer che gli imprenditori utilizzano per lavorare e non certo per guardare i programmi Rai. Tanto più se si considera che il Governo spinge proprio sull’informatizzazione per semplificare il rapporto tra imprese e Pubblica Amministrazione. In questo momento di gravi difficoltà per i nostri imprenditori, di tutto abbiamo bisogno tranne che di un altro onere così pesante e ingiustificato”. Quindi, l'associazione chiede l’intervento del Governo e del Parlamento per esonerare le aziende dal pagamento del canone tv. In una lettera inviata al Presidente del Consiglio Mario Monti e al Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, Rete Imprese Italia sollecita l’esclusione da qualsiasi obbligo di corrispondere il canone in relazione al possesso di apparecchi che fungono da strumenti di lavoro per le aziende, quali computer, telefoni cellulari e strumenti similari.


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