Issuu on Google+

OSSERVATORIOPIEMONTE Periodico indipendente di politica, cultura, storia. Supplemento a - Guida a destra - aut. tribunale di Torino n° 5554 del 2-11-2001 sede legale Cantavenna di Gabiano (AL) - Editore: Piemonte Futuro - P. Iva 02321660066—Direttore Responsabile: Enzo Gino. Per informazioni, collaborazioni, pubblicità e contatti: posta@osservatoriopiemonte.info - tel . 335-7782879 – fax 1782223696 - Distribuzione gratuita www.osservatoriopiemonte.info - Sede di Torino c/o circolo FLI Cavour via Borgone 57 - Finito di stampare il 31 marzo 2011 marzo – aprile 2011

In onore dell’unità d’Italia A New Orleans viene letto un messaggio del presidente per i 150 anni dell’Italia. Alla conferenza mondiale dei parchi a New Orleans USA, della George Wright Society, cui partecipa una qualificata delegazione italiana, la sessione speciale dedicata all'Italia e' stata inaugurata con la lettura del messaggio del Presidente Barack Obama alla nazione Italiana per il 150mo compleanno del nostro Paese.

Ecco il testo della dichiarazione di Obama Oggi, 17 marzo, l'Italia celebra l'anniversario della sua unificazione in un unico Stato. In questo giorno ci uniamo agli italiani in tutto il mondo nell'onorare il coraggio, il sacrificio e la lungimiranza dei patrioti che hanno dato vita alla nazione italiana. Al tempo in cui gli Stati Uniti stavano lottando per preservare la loro stessa unità, la campagna di unificazione dell'Italia di Giuseppe Garibaldi ispirò molti in tutto il mondo nelle loro battaglie, inclusa la 39° Fanteria di New York, nota an-

che come “La Guardia Garibaldi”. Oggi il lascito di Garibaldi e di tutti quelli che unificarono l'Italia, vive nei milioni di donne e uomini americani di origine italiana che arricchiscono e rafforzano la nostra nazione. L'Italia e gli Stati Uniti sono legati da vincoli di amicizia e comuni impegni per rispettare e sostenere le libertà civili, i principi democratici e i diritti umani universali nei nostri paesi. Così come segniamo questo importante traguardo per l'Italia, onoriamo le forze comuni di Americani e Italiani per il perseguimento della libertà, della democrazia e dei nostri valori condivisi nel mondo. Quindi io, Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d'America, in virtù dell'autorità di cui mi hanno investito, la costituzione e le leggi degli Stati Uniti, proclamo il 17 marzo 2011 come il giorno in cui celebrare il 150° Anniversario dell'unificazione italiana. Invito tutti gli americani ad imparare di più della storia dell'unificazione italiana e a onorare la duratura amicizia tra il popolo italiano e quello degli Stati Uniti."


OSSERVATORIOPIEMONTE IL FEDERALISMO ALLA PADANA di Matteo Scainelli In quella che Jurgen Habermas ha felicemente definito “la costellazione postnazionale”, nessuno Stato nazionale può da solo risolvere i problemi che la globalizzazione impone prepotentemente all'agenda politica. Nei giorni in cui scrivo quest’articolo, il nostro Paese festeggia i 150 anni della sua unità. Le celebrazioni si sono svolte in un clima di grande entusiasmo e sono state caratterizzate da una partecipazione popolare massiccia e festosa, probabilmente al di là delle più ottimistiche previsioni. L'indubbio successo delle manifestazioni legate al “compleanno” dell'Italia si accompagna però ad alcuni tristi e preoccupanti segnali. Mi riferisco al boicottaggio di un così importante anniversario per opera della Lega, una forza politica che è parte fondamentale ed elemento portante del Governo attualmente in carica. Inutile ricordare che si tratta di un partito che occupa posizioni di rilievo all'interno dell'attuale assetto governativo (si pensi al Ministero dell'Interno) e che esprime numerosi amministratori locali, fino alla presidenza di Regioni importanti come il nostro Piemonte. La questione non è di scarso rilievo, se si tiene conto del fatto che gli esponenti leghisti, occupando cariche così prestigiose, rappresentano la Repubblica Italiana e le giurano fedeltà. Lascio giudicare al lettore l'opportunità di un simile atteggiamento. Mi limito qui a rilevare che, molto probabilmente, il motivo di tanta insofferenza è legato all'impegno che da qualche tempo i leghisti stanno dedicando in parlamento al varo del cosiddetto federalismo, vera ragione sociale del partito di Bossi che, pur di vedere realizzato il sogno di sempre, è disposto a sfidare il malumore della propria base elettorale, continuando a tenere in vita il Governo di un malconcio Berlusconi. Detto questo, non è mia intenzione indugiare ulteriormente nella cronaca politica, che voglio invece prendere a pretesto per tentare una riflessione sul concetto di federalismo. Per arrivare al nocciolo della questione, occorre però fare un passo indietro e soffermarsi sul concetto di forma di Stato e, più precisamente, al rapporto intercorrente tra l'entità statale e un altro tipo di entità, di natura territoriale. Si parla quindi di Stato unitario, federale o confederale, a seconda del livello di autonomia di cui godono le parti rispetto al tutto, ovvero rispetto all'autorità centrale. Storicamente, il principio dell'autonomia territoriale ha radici più profonde nei Paesi anglosassoni. Gli Stati Uniti d'America sono il principale esempio di Stato federale, in cui i singoli Stati sovrani componenti l'Unione hanno scelto di cedere ad un'autorità centrale (il 2

governo federale) porzioni di sovranità in materie ben precise, su tutte la politica estera e di difesa. Nelle relazioni internazionali, gli Stati Uniti d'America si presentano come un soggetto politico unico, salvo poi mantenere diversi centri di potere entro i confini interni. L'esempio americano smaschera in modo incontrovertibile l'equivoco di fondo che inquina l'attuale dibattito politico intorno al presunto federalismo italiano: federalismo significa unire e non dividere! Per dirla in maniera meno rozza, il processo federativo si mette in moto quando Stati sovrani decidono spontaneamente di cedere parte della propria sovranità per metterla in comune ad un più alto livello, vincolandosi a vicenda al rispetto di decisioni prese in nome e per conto di tutti gli Stati membri. Al contrario, non è possibile parlare di federalismo nel caso di uno Stato unitario che intraprende il cammino inverso, sfasciandosi cioè in diverse parti e separando i destini di realtà territoriali precedentemente tra loro unite. Non si tratta di rifiutare aprioristicamente le riflessioni intorno ad un nuovo assetto della nostra architettura istituzionale, che può essere rivista e che in parte ha già subito mutamenti (si pensi alla riforma della Parte II - Titolo V della nostra carta costituzionale). Il tentativo è semplicemente quello di riordinare le idee, alla ricerca del linguaggio più appropriato. Nei Paesi europei, il modello di Stato accentrato si sviluppa a partire dall'esperienza dello Stato liberale ottocentesco e prosegue fino al termine del secondo conflitto mondiale. Bisognerà aspettare la seconda metà del ventesimo secolo e le costituzioni nate dalla tragica esperienza della guerra mondiale, per vedere affermarsi, sia pure con diverse sfumature, il principio autonomistico con la nascita di autorità di tipo locale capaci di inserirsi nel processo decisionale, spezzando il monopolio fino ad allora detenuto dai Parlamenti nazionali. Il tentativo cui stiamo assistendo in questi mesi è a mio avviso ascrivibile nel solco di quello che autorevoli giuristi hanno definito come autonomismo (più o meno spinto), non come federalismo. Il federalismo, quello vero, rappresenta un'aspirazione troppo nobile e alta per permettere che sia manipolata dalla propaganda leghista. In quella che Jurgen Habermas ha felicemente definito “la costellazione postnazionale”, nessuno Stato nazionale può da solo risolvere i problemi che la globalizzazione impone prepotentemente all'agenda politica. Figuriamoci cosa potrebbero realtà residuali, dai nomi fantasiosi e formatesi intorno ad inesistenti

Continua in quinta pagina


OSSERVATORIOPIEMONTE FOIBE Eppure prima di Tito erano solo grotte

di Riccardo Manzoni … bisogna ricordare la fortissima solidarietà tra PCI e Tito e che i rifugiati erano considerati da questo partito, fascisti che non volevano vivere in un regime socialista. … da noi il 4 novembre è festa delle Forze Armate senza ricordare che è il giorno della vittoria contro l’Impero Asburgico nella Prima Guerra Mondiale. COSA SONO Per molti decenni dizionari importanti hanno definito le foibe cavità naturali presenti in Friuli-Venezia Giulia ed in Istria senza fare minimamente accenno a quanto avvenuto in quei luoghi durante la Seconda Guerra Mondiale. In quell’occasione queste cavità naturali vennero usate dai Titini per eliminare non solo fascisti ed anticomunisti, ma più in generale gli italiani che vivevano da generazioni in Istria e Dalmazia. Negli Anni Novanta Fini definì quanto avvenuto, il primo episodio di pulizia etnica commesso in Jugoslavia, con chiaro riferimento a quanto stava avvenendo in quel periodo tra Serbi, Croati e Bosniaci. A rendere vera questa affermazione contribuivano non solo la volontà di cacciare gli altri popoli dal loro territorio, ma anche i metodi impiegati al tempo delle foibe e riaffiorati in quell’occasione, ben diversi da quelli usati nei genocidi compiuti dai Tedeschi. Mentre questi ultimi vennero attuati freddamente e metodicamente con criteri industriali, usando tecnologie molto avanzate e creando veri e proprii “impianti della morte”, in Jugoslavia vennero usati sistematicamente gli stupri per terrorizzare i nemici ed indurli così a fuggire. Un esempio particolarmente famoso e tragico da questo punto di vista è Norma Cossetto, studentessa universitaria, la cui vicenda è ricordata anche da Arrigo Petacco nel suo libro dedicato a questo argomento “L’Esodo”. LE RAGIONI DEL SILENZIO Come ricordato all’inizio, per decenni si è taciuto su quanto commesso dai comunisti jugoslavi per motivi “tecnici”, ma soprattutto per evidenti motivi politici. II primi hanno a che fare con la natura dei luoghi dove è avvenuto questo massacro: contrariamente ai capi di concentramento, luoghi ben riconoscibili ed identificabili nel cuore dell’Europa, le foibe sono cavità naturali che rendono estremamente difficoltoso il recupero dei corpi. A complicare ancora di più la situazione è altra tecnica usata dai Titini, le “foibe di mare”. Con questo termine si indicano gli annegamenti di massa compiuti nell’Adriatico contro gli Italiani. Non a caso, mentre nel caso della Shoah, si è stabilito in modo quasi sicuro il numero delle persone uccise, ancora oggi non esiste una certezza sul numero dei morti nelle foibe. I secondi chiamano pesantemente in causa il PCI per il ruolo che svolse a favore delle rivendicazioni Jugoslave. I partigiani comunisti italiani, infatti, collaborarono attivamente per sostenere le volontà annessionistiche

di Tito, passando sotto il suo comando ed eliminando partigiani sinceramente patriottici, come a Porzüs contro la Brigata Osoppo. Naturalmente tutto questo doveva rimanere nascosto all’opinione pubblica, dato che il PCI si presentava come partito nazionale che combatteva l’asservimento dell’Italia agli USA. Questo progetto fu facilitato dal fatto che la sinistra riuscì per decenni ad imporre una vera e propria egemonia culturale con case editrici e la quasi totalità degli intellettuali e dei professori che militavano nelle sue fila. Questa situazione in parte persiste ancora oggi, dove anche esponenti politico-culturali di sinistra ammettono che i testi scolastici continuano a trascurare completamente questo argomento. Un altro elemento che conferma quanto appena detto è l’assenza di iniziative, almeno nelle scuole che conosco, da parte dei docenti per fare conoscere ai ragazzi questi eventi drammatici. Eppure in quanto Storia del Novecento fanno parte del programma scolastico a tutti gli effetti....Questa contraddizione è emersa pienamente lo scorso giugno all’Esame di Stato con il tema storico sulle foibe: moltissimi ragazzi hanno ammesso di non averne mai sentito parlare durante l’anno e hanno quindi scelto altre tracce. Se questo è vero per quanto riguarda la Pubblica Istruzione, va detto che associazioni ed intellettuali di sinistra affrontano questo argomento, ma sempre partendo da molto lontano, spesso dai conflitti interetnici esistenti sotto l’Impero Asburgico. Questo approccio è interessante e spiega perché il nazionalismo slavo ha maturato un odio violento verso l’italiano in quanto tale, ma potenzialmente porta anche a conflitti reciproci estremamente aspri. Alla base di tutto ci sarebbe un concetto di nazione radicalmente opposto tra quello italiano e quello di questi popoli: il nostro, come anche in Francia, è di tipo inclusivo ed aperto, mentre il loro, per l’influsso culturale di Herder, intellettuale romantico tedesco, è un nazionalismo chiuso. Questo significa che quando noi abbiamo conquistato altri popoli, li abbiamo obbligati ad italianizzarsi ed in cambio diventavano nostri concittadini, mentre quando la conquista viene attuata da questi popoli, viene attuata subito la cacciata degli antichi abitanti, considerati come corpo estraneo non assimilabile. Questa caratteristica è resa ancora più accentuata da un altro aspetto: antropologi famosi come Helbling e Giordano fanno notare come in Yugoslavia, ma anche altri paesi dell’Europa Orientale, il concetto della purezza etnica e dello spazio monoetnico abbiano un’enorme importanza e come proprio questa impostazione abbia portato alla “pulizia etnica” anche tra i vari popoli slavi. 3


OSSERVATORIOPIEMONTE Viene poi messo in evidenza come proprio per questi motivi in Jugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale si siano combattute ben tre guerre, la civile, estremamente feroce tra comunisti, ustascia e cetnici, la lotta contro gli invasori tedeschi ed italiani, la guerra di classe tra slavi per lo più proletari e italiani borghesi e capitalisti, riprendendo lo schema interpretativo dello storico Claudio Pavone a proposito della Resistenza in Italia. In questo modo gli Italiani hanno pagato un prezzo particolarmente alto perché nemici sotto tutti i punti di vista: come corpo estraneo, come invasori esterni e come esponenti della borghesia e proprietari di industrie. Proprio queste ultime due componenti hanno portato ad un paradosso: da noi i profughi sono stati abbandonati al loro destino ed accolti in un clima di ostilità generale. Intellettuali di sinistra quando affrontano questo argomento “spalmano” le responsabilità, peraltro innegabili, su quasi tutti gli attori politici dell’epoca. Questo è certamente vero, visto che era il Governo che avrebbe dovuto farsi carico di questo problema, spingere gli altri italiani alla solidarietà nei loro confronti e dare ai rifugiati una sistemazione degna di questo nome invece di lavarsene le mani e rinchiuderli, almeno all’inizio, in campi profughi come elementi pericolosi. Da questo punto di vista è interessante un confronto con la Germania, che ha vissuto alla fine della Seconda Guerra Mondiale la cacciata di milioni di tedeschi dall’attuale Polonia e Repubblica Ceca. Se la divisione in due Stati è stata una conseguenza ben più pesante di quella toccata all’Italia, va anche detto che essa ha permesso la sopravvivenza nella CDU di un anticomunismo più sincero rispetto alla DC in Italia. Non è un caso che la CDU, ha fatto suo questo problema anche come battaglia politica, mentre la DC ha vissuto tutta questa vicenda con imbarazzo, per non dire con fastidio, perché, come ricordano questi intellettuali, la loro stessa presenza testimoniava l’amara verità della sconfitta e questo andava contro l’obiettivo politico di presentare l’Italia come vincitrice grazie alla Resistenza ed alla guerra dichiarata nel 1943 da Vittorio Emanuele III alla Germania. Come si vede, le analisi condotte da ambienti di sinistra sono profonde e toccano l’argomento sotto molteplici punti di vista. Questo è giustissimo, perché in 4

un’analisi storica vanno considerati tutti gli aspetti, ma in questo modo si rischia di perdere di vista l’argomento principale, le foibe appunto, e le responsabilità del PCI, in parte già menzionate. Anche per quel che riguarda il problema dei profughi, bisogna ricordare la fortissima solidarietà tra PCI e Tito e che i rifugiati erano considerati da questo partito fascisti che non volevano vivere in un regime socialista. Questo portò ad una autentica “campagna di odio” con episodi estremamente incivili nei loro confronti, anche verso salme di famosi patrioti come Nazario Sauro, e contribuì notevolmente ad alimentare l’ostilità generale ricordata. Senza voler giustificare il Governo di allora, certamente responsabile per non aver affrontato la situazione in modo energico, non va dimenticato che anche l’Italia era appena uscita dalla guerra e che l’obiettivo prioritario era evitare di finire come la Grecia, cioè con una guerra civile tra DC e PCI, che in Italia era particolarmente forte, organizzato e pronto a prendere il potere. In questo contesto era difficile immaginare che il Governo potesse prendere provvedimenti adeguati con il PCI, che spingeva energicamente contro i profughi: tutto questo, non a caso, non viene mai ricordato dagli ambienti di sinistra. Inoltre la sinistra si autodefiniva come l’autentica erede della Resistenza e così marginalizzava ogni voce di dissenso, definendola sbrigativamente fascista. L’Italia, poi, è da sempre, per usare una mia espressione, il paese di “Alice nel mondo delle meraviglie”, dove tutto va al contrario della realtà. Questo significa che al tempo della Prima Repubblica il PCI, che si dichiarava nazionale, era finanziato dall’Unione Sovietica, mentre la Destra, bollata come pericolo per la democrazia, conduceva, come fa ancora oggi, battaglie scomode e di interesse davvero nazionale. Non è un caso che solo la Destra abbia mantenuto per decenni l’attenzione sulla tragedia delle foibe nell’indifferenza generale. Negli ultimi anni, peraltro, la sensibilità è mutata anche in gran parte della sinistra, tanto che la proposta di istituire “il giorno del Ricordo” per commemorare le foibe ha avuto in Parlamento un consenso molto ampio, ben superiore al solo centrodestra. Anche il Presidente della Repubblica condanna energicamente quanto avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale,


OSSERVATORIOPIEMONTE ma anche a guerra ormai conclusa, così come il silenzio colpevole che ne è seguito. PERCHE’ RICORDARE I Presidenti della Repubblica, sia il precedente che l’attuale, affermano che il ricordo delle foibe deve avvenire non per volontà di rivalsa, ma per rendere giustizia alle vittime e creare una consapevolezza maggiore di quanto accaduto, sempre in spirito di amicizia con popoli che sono già parte dell’Unione Europea o sono prossimi ad entrarvi. Qualcuno potrebbe obiettare che per creare un’Europa unita bisognerebbe invece mettere da parte gli elementi di divisione ereditati dal passato e creare invece una memoria condivisa, attuando su scala continentale quanto auspicato da Ciampi e Napolitano a livello nazionale. Questa obiezione, ad un primo sguardo pertinente e sensata, ad un’analisi più approfondita mostra tutta la sua inconsistenza. Se questa divenisse la linea di condotta alla quale rifarsi, non bisognerebbe più commemorare nessun evento drammatico del passato e già questo sarebbe assurdo. Inoltre non dobbiamo dimenticare la situazione dell’Italia, ma anche della Germania. Il bravo giornalista Pierluigi Battista riferendosi a questi due paesi, tempo fa ha usato l’espressione “Cultura della vergogna”. Con essa intende che per decenni le classi dirigenti politicoculturali hanno fatto pesante autocritica sulle rispettive storie nazionali e solo negli ultimi anni si sta riaffermando un nuovo patriottismo. Non ricordare le foibe equivarrebbe a continuare nella politica descritta tanto efficacemente da questo giornalista e sarebbe una ben strana anomalia. Tutte le nazioni, infatti, celebrano prima di tutto gli eventi più significativi della propria Storia e creano in questo modo una memoria interna comune. Da questo punto di vista un esempio molto particolare è la Russia. Dopo la caduta del comunismo, la nuova classe dirigente, anche per motivi politici, mostrava in televisione i crimini del passato regime, ma in seguito si è arrivati al superamento dell’anticomunismo duro e si è creata un’identità nazionale basata sul recupero della millenaria identità russa senza però rinnegare il periodo comunista. Per quanto riguarda l’Italia, la perdita di territori abitati da tempo immemorabile da nostri connazionali e l’esodo di massa che ne è seguito è certamente un fatto di notevole importanza e come tale dovrebbe avere il giusto risalto non solo tra gli specialisti, ma anche a livello di opinione pubblica nazionale. Inoltre solo affrontando tutti gli aspetti del proprio passato, anche i più problematici, si può arrivare davvero al superamento delle contrapposizioni ideologiche passa-

te e creare un’identità comune in grado di affrontare le impegnative sfide che ci attendono in futuro. Va detto peraltro che le foibe sono un esempio importante, ma non l’unico, che testimonia la difficoltà dell’Italia a mettere in risalto gli elementi in grado di rafforzarne lo spirito nazionale. La ricorrenza del 17 marzo e del 4 novembre sono date che in qualsiasi altro paese sarebbero feste nazionali, come il 4 luglio negli USA e il 9 maggio in Russia, mentre da noi la prima è stata festa solo quest’anno, peraltro con polemiche da parte della Lega Nord e dei neoborbonici, e la seconda non lo è più da moltissimi anni. Se nel caso delle foibe questa difficoltà può essere capita, anche se non giustificata, per i motivi visti in precedenza, nel caso del 17 marzo e del 4 novembre questo è ancora più sorprendente se si pensa che il 17 marzo rappresenta la nascita dell’Italia unita ed il 4 novembre il completamento dell’unificazione nazionale. Proprio il nome dato a quest’ultima ricorrenza dimostra ulteriormente la volontà di non offendere i nostri vicini, anche a costo di sminuire il nostro passato. Mentre in Russia il 9 maggio è la festa della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, da noi il 4 novembre è festa delle Forze Armate senza ricordare che è il giorno della vittoria contro l’Impero Asburgico nella Prima Guerra Mondiale. Non a caso anche a proposito di queste date non vengono attuate iniziative per avvicinare l’opinione pubblica, in modo particolare i giovani, agli eventi che dovrebbero invece essere ricordati in modo ben diverso. Io invece renderei queste date festa nazionale e darei loro molta più importanza rispetto a quanto avviene oggi e più in generale metterei in primo piano tutti gli eventi in grado di rafforzare la nostra identità comune.

Federalismo alla Padana (dalla seconda pagina) omogeneità etniche. La globalizzazione pone infatti ai politici il compito di riorganizzare i rapporti fra stati secondo una prospettiva cosmopolitica. Il processo federativo che dalla CECA (Comunità Europea Carbone Acciaio) ha portato all'Unione europea ne è un esempio ambizioso, anche se spesso deludente perché segnato da alterne fortune, e ancora attuale ed importante, in quanto ci indica la via da percorrere necessariamente, pena il naufragio nell'oceano del mondo globale. E' tempo insomma di navigare con grandi navi, lungo rotte ambiziose, lasciando le zattere delle paure e la navigazione a vista a chi preferisce guardarsi l’ombelico piuttosto che ammirare l’orizzonte. 5


OSSERVATORIOPIEMONTE Energia Atomica? Solo se non ci fosse altro Domenico Idone - Vice Presidente – Circolo FLI Cavour TO Il dissenso fra sostenitori e contrari al nuimporta infatti ogni anno più elettricità dai suoi vicini – cleare si baricentra sull’interpretazione dei Italia compresa – di quanta ne esporti. Inoltre il nucleseguenti quesiti. E’ nel 2011, il nucleare are ha contribuito a diffondere in Francia l’uso di sistel’unica alternativa tecnologica disponibile ai mi di riscaldamento elettrici e quindi di insane politiche combustibili fossili? E’ nel 2011 il nucleare di inefficienza molto costose in caso di utilizzo di eneruna soluzione ad impatto ambientale e gia importata. Cosa deve fare l’Italia? L'Italia ricava la rischi sostenibili? propria energia elettrica dalle seguenti fonti: 50% gas, Se il nucleare fosse l’unica alternativa tecnologica, 19% petrolio, 17% fonti rinnovabili, 14% carbone. allora credo che tutti noi non potremmo esimerci dal Credo che un piano energetico nazionale (PEN) italiaconsiderarci a favore. Ma la risposta non è si. La tecno non possa prescindere da due aspetti molto impornologia offre, oggi e soprattutto in prospettiva, altre tanti: rilancio delle politiche dell'efficienza e massiccio soluzioni, le cosiddette “fonti rinnovabili”. Inoltre il utilizzo delle rinnovabili a graduale riduzione delle pernucleare è fonte di altissimi rischi in caso di fatalità centuali di combustibili fossili a rischio prezzi e dispocoinvolgendo enormi aree di popolazione, con risvolti nibilità nel prossimo futuro. Le fonti rinnovabili, consipluriennali drammatici per economia, salute ed amderate marginali fino a poco tempo fa, stanno crebiente. E’ chiaro quindi che da questo punto di vista il scendo a ritmi impensabili e i loro costi si stanno rapidibattito sul nucleare debba rientrare nel dibattito più damente riducendo. L'accelerazione della crescita è ampio del piano energetico nazionale (PEN). Credo continua. L'elettricità prodotta dagli impianti solari ed infatti sia sensato affrontare eolici installati nel mondo tra il l’argomento da un punto di 2005 e il 2010 è tre volte magvista di prospettiva futura più giore rispetto a quella dei reatche di analisi dello status quo. tori nucleari entrati in servizio Il PEN è l’insieme delle linee negli stessi anni. Il 50% della guida energetiche emanate da potenza elettrica installata in un governo di un Paese e fonEuropa lo scorso decennio è damentali per la ricaduta nello rinnovabile. La potenza fotosviluppo economico stesso. voltaica globale installata nel Ciascun Paese lo aggiorna 2010 è aumentata del 120% Concordo con chi ritenga l’incirispetto all'anno prima. La podente di Fukushima in Giappotenza eolica oggi è 100 volte ne un elemento per riflettere superiore, quella solare addiritsull’energia nucleare e non per L’incendio del reattore numero tre della tura 1000 volte. centrale di Fukushima fare sciacallaggio opportunistiLa ricerca continua in questi co o facile allarmismo. Parlare anni ha consentito per esempio di energia nucleare risulta sempre ostico, vuoi per trialla Germania di raddoppiare l'elettricità verde grazie a sti ricordi storico-bellici, vuoi per il crearsi di squadre un milione di impianti solari, eolici, a biomassa e di come in pochi altri temi - di sedicenti esperti, di tifosi creare un comparto che è un pilastro ormai dell'econoaccaniti, di nemici dichiarati. in funzione di parametri mia tedesca. Una strada che la cancelliera A. Merkel strategici, tecnologici ed economici. In Italia al moha definito “fortemente rivoluzionaria” e che garantimento non è chiara questa Road Map dei prossimi sce autonomia energetica, riduzione di emissioni, busidecenni. La Germania, nel suo PEN, ha da tempo deciness ed occupazione. so di uscire dal nucleare (spegnimento ultima centrale L'Italia, ultimamente ha ottenuto risultati interessanti nel 2025) puntando a soddisfare nel 2050 almeno l'80nelle rinnovabili. Molti diranno grazie agli incentivi che % della richiesta elettrica con le rinnovabili. hanno reso i costi sostenibili. Mi chiedo, non è forse Tutto ciò senza chiedere il parere dei Laender ma con questo l’obiettivo di un incentivo? Il governo italiano procedura Federale diretta. Meglio seguire l’esempio deve puntare su questi settori che, con anni di ricerca, della Germania? Oppure considerare i tedeschi, la lopossano veramente rendere, e non solo in termini di comotiva europea, lo stato europeo più energivoro, energia, ciò che oggi è ipotizzabile. Il nucleare di 4a fuori strada? generazione avrà accumulato nel 2030 oltre 60 anni di Certo c’è anche la Francia. Il PEN della Francia invece ricerca dedicata, è stato lo stesso per le alternative? è in fase di stallo. I francesi stanno sfruttando un inveAspettiamo di poter paragonare la convenienza econostimento di 30 anni fa che fornisce loro l’80% del fabmica e la resa di un pannello fotovoltaico o di un gebisogno. Essi usano il nucleare anche in campo militaneratore eolico scaturito da 60 anni di ricerca. re (hanno armamenti atomici) e per trattare le scorie Tornando al nucleare, sarebbe lungimirante inserirlo di altre nazioni e fornire combustibile nucleare (es. nel PEN fra le soluzioni da valutare oltre il 2030, data plutonio). La Francia oltre al nucleare non ha creato in cui la quarta generazione dovrebbe portare a reatalternative strutturali e quindi si ritrova a passare da tori intrinsecamente sicuri e forse in cui potremmo grande esportatore a grande importatore di energia valutare la prima vera politica di gestione delle scorie elettrica durante le emergenze invernali. La Francia al mondo. 6


OSSERVATORIOPIEMONTE “Ma che disgrazia

io mi maledico Ho scelto te Gheddafi per amico…” di Gilberto Borzini

Siamo alle solite. Come nel 1939. Gli interessi di Francia, Inghilterra e Usa sono contrari a quelli di Germania e Italia. Si parla di petrolio, ovviamente, e di energia. La guerra del petrolio avviata da Bush Senior negli anni ’90 e rinforzata da quel mattacchione di Bush Junior è in pieno svolgimento. Fa piacere osservare come il Premio Nobel per la Pace Barack Obama non abbia esitazioni a promuovere guerre un po’ ovunque a tutela unica degli interessi petroliferi americani. L’Italietta berulscoide non dispone di alcuna strategia energetica. Ha per amico Putin, aveva per amici Gheddafi, Mubarak e Ben Ali. Sosteneva, fino a poche settimane fa, i progetti South Stream di oleodotti che davano molto fastidio alle 7 sorelle tra cui spiccano le francesi ELF e ERG, la britannica BP, le statunitensi Exxon e Chevron. Il “grande sommovimento” avviato da altri (continuo a essere convinto della mano cinese) in tutte le aree strategiche del commercio e della produzione energetica aveva per obiettivo il controllo dello stretto di Ormuz, del canale di Suez e delle sponde meridionali del mediterraneo. Ma il grande progetto si è inceppato in Libia. I”falchi” del petrolio occidentale (Francia, Inghilterra e USA) hanno annusato al volo l’opportunità e armato i bombardieri per assumere il controllo dello scatolone di sabbia magrebino. L’Italietta berluscoide ha dovuto scegliere al volo, tatticamente e non strategicamente, l’opzione meno onerosa, ovvero se schierarsi con i probabili vincitori o se restare a guardare (come fa la Germania) rischiando di perdere i notevoli interessi dell’ENI in Libia. L’Italietta tutta tattica e senza strategia ha scelto di saltare sul carro dei vincitori, opzione che storicamente ci appartiene, visto che non abbiamo mai terminato una guerra nella stessa coalizione in cui eravamo schierati all’inizio. Ovvio che in questa situazione Cina e Russia non staranno a guardare ma assumeranno contromisure tese a tutelare i propri rispettivi interessi. Lo stesso farà la Lega Araba, che storce il naso davanti ai bombardamenti alleati. Comunque vada la guerra dei grandi l’Italietta berluscoide, priva di strategia energetica e cieca alle opportunità immense che l’energia verde rappresenta, prenderà legnate straordinarie. Auguri !

Tanto tuonò che piovve di Diego Zavattaro “Tanto tuonò che piovve”. Sto alludendo all’iter, tortuoso e cosparso di ostacoli, con il quale si è fortunatamente giunti alla celebrazione dei 150 anni dell’unità d’Italia. Abbiamo, ahimè, dovuto assistere, da una parte, all’indifferenza di chi ha ormai come primario anzi unico obiettivo quello di conservare la poltrona fino al termine della legislatura e, dall’altra parte, al non celato dissenso di chi continua a sventolare la bandiera padana e ad invocare il “Va Pensiero…”. Dovrebbero questi, comprendere che oggi, anche i bambini, pur ascoltando magari volentieri le favole, non ci credono più e sorridono, maliziosamente, ai propri genitori. E così, la tanto discussa celebrazione c’è stata e con grande successo, in ogni città, con punte a dir poco esaltanti nelle ex capitali d’Italia Torino e Firenze, e come era ampiamente prevedibile nella Roma capitale. Ha vinto, per una volta, il buon senso, la coscienza nazionale, il cuore, lo spirito italico, insomma, hanno vinto gli italiani al di là delle varie fedi politiche. L’Italia è viva e vegeta; semmai è malata gran parte della politica. La nostra amata Italia ha un cuore enorme, quel cuore che solo gli italiani possono vantare di avere. Un cuore che patisce, però, quando si trova costretto a subire l’avvilente immagine del proprio Presidente del Consiglio impegnato in stucchevoli baciamano nei confronti di noti dittatori. Un cuore grande, ma che soffre, quando vede il Cavaliere lanciarsi nella storica passerella in Parlamento, facendo sfoggio di un fazzoletto verde al taschino, a suggello dell’intesa con l’alleato “separatista”. Un alleato che, in disprezzo di Roma, si è impossessato del potere romano e che, con i poteri conferiti dalla Repubblica che tanto disdegna, sfregerebbe la Costituzione, per affettare l’Italia e farla a spezzatino, in nome della padania libera, facendosi beffe di chi, ha donato la propria vita in nome dell’unità d’Italia. Nonostante tutto, il 17 marzo 2011 l’Italia ha vinto. Ha vinto anche il nostro Piemonte che si è riversato nelle piazze di Torino, mettendo “sotto vuoto” la diserzione degli uomini del Carroccio e del loro uomo di punta piemontese, oggi, pure Governatore. I piemontesi hanno dimostrato di averne abbastanza di subire passivamente ulteriori teatrini padani che sanno tanto di buffonate separatiste. Ha ragione Gianfranco Fini quando dice che la propaganda leghista contro la celebrazione dell’unità di Italia va contrastata con la massima fermezza.   Si tratteggia in Futuro e Libertà, in modo sempre più evidente, la fisionomia della nuova destra post-Berlusconiana. Unico centrodestra italiano, che, oggi, rifiuta, senza indugi e con puntualità storica, di prostrarsi ai dittatori e di scendere a patti con i separatisti. Allora proseguiamo con fierezza sul percorso che è stato tracciato e sosteniamo con tenacia e coerenza la proposta che arriva da Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valore militare e deputato di Futuro e libertà. Facciamo del 17 marzo un appuntamento fisso, una ricorrenza come il 2 giugno. Non solo festeggiamenti saltuari, al raggiungimento di “cifre tonde”, quindi, ma una festa che ogni anno ci ricordi che siamo italiani e che, tutto sommato, dobbiamo esserne fieri. Questo lo dobbiamo a tutti coloro che, giovani e meno giovani, diedero la vita per ottenere ciò che oggi alcuni irridono, ma lo dobbiamo soprattutto a noi stessi, come unica forma di ringraziamento e riconoscenza per ciò che abbiamo ricevuto, senza nulla aver dato. 7


OSSERVATORIOPIEMONTE Istruzioni per diventare parlamentare Fli di Enzo Gino Tutto quello che avreste voluto sapere sulla conquista di un seggio in parlamento ma non avete mai osato chiedere. Edddiciamolo (come direbbe La Russa) un partito nasce per fare eletti nelle istituzioni a partire da quelle europee, nazionali e poi giù giù per regioni, province, comuni e quartieri. Ciò non significa che gli aspiranti parlamentari, consiglieri o altro non possano avere degli ideali di cui la “poltrona” costituisce uno strumento di affermazione, anche se risulta difficile verificare quando accade il contrario, cioè che siano gli ideali lo strumento per la poltrona, che diventa il vero scopo del far politica. Se andiamo a vedere cosa accade veramente più o meno sottotraccia, ossia non dichiarato, non espresso, ma presente in certe scelte e nel modo di operare (i famosi parole, pensieri ed opere) dei diversi leader e leaderini che si agitano in Fli scopriremo che insieme alle sempre eclatanti, allineate, direi leonine dichiarazioni pubbliche vi è anche un altro mondo che si muove per così dire sottotraccia, silenzioso, invisibile ai più, per così dire, sibillino. Abbiamo cercato, per quanto possibile di “scovarlo” e di presentarlo per come lo vediamo. Della politica sono state date tante definizioni: è fatta di sangue e di merda, è l’arte di far lavorare gli altri senza pagarli, è la più nobile delle arti, l’arte del possibile, poiché i criteri morali hanno la precedenza sull’interesse personale, capita in politica, che qualcuno trasformi l’interesse personale in criterio morale… ecc. Vedano i nostri due o tre pazienti lettori quale si attaglia al caso nostro, e per nostro intendiamo di Futuro e Libertà e Piemontese in particolare. Il primo problema per chi vuole andare in parlamento è essere candidato. Ovviamente per questo occorre un partito. Il partito Un novo partito o partito nuovo ma con organigrammi ancora scoperti è l’ideale. Qui c’è il primo “investimento” del nostro immaginario competitor: un partito che abbia qualche possibilità di successo, ma questo successo dipende in buona parte dalla politica nazionale ossia dalle scelte politiche giuste e dalla collocazione politica, giusta, nell’ampio arco che va da La Destra di Storace ai Comunisti. Sotto questo aspetto Fli si colloca in una posizione che, in prospettiva sembra forte. A destra: rompe il monopolio del PdL, può raccogliere i delusi di quel partito tenuto insieme dal Cavaliere che un giorno o l’altro, con le buone o con le cattive (leggi magistratura) o per raggiunti limiti di età, dovrà lasciare. Come qualcuno giustamente ha scritto dal berlusconismo si esce solo da destra perché crediamo che ben difficilmente gran parte degli elettori del centrodestra voterebbe un partito a sinistra, piuttosto si asterrebbero. Limitato anche se presente ci sembra l’appeal della Lega, anche se qualcuno del PdL “turandosi il naso”, come diceva il Montanelli, lo voterà. Perché Fli ha buone prospettive ma scarso consenso, oggi. Perché proprio per il suo posizionamento costituisce oggettivamente un concorrente e quindi un pe8

ricolo per il PdL e deve fare i conti con le cannonate mediatiche del Cavaliere che non è un qualunque politico; è speciale, molto speciale, in quanto non solo controlla ma è proprietario con tutto quel che vuol dire in termini di rapporti gerarchici, di un notevole impero economico e soprattutto mediatico. Fintanto che Il Giornale, il Tempo, Libero (che ci sembra stia modificando il proprio assetto schiacciato a difesa del Cavaliere non foss’altro che per riconquistare un po’ di quei lettori che il duo Feltri - Belpietro ha perso), poi Mediaset e ci aggiungiamo la Minzoliniana Rai continueranno le loro più o meno feroci, più o meno subdole campagne antifiniane, per Fli non ci sono speranze di arrivare alle due cifre percentuali di consenso, anzi si lotta per la sopravvivenza. Dato positivo invece sono le scelte politiche laiche, disponibili al confronto, aperte alle nuove istanze sociali, scevre da ipoteche ideologiche che rendono Fli potenzialmente appetibile per un ampi fascia di elettorato anche di centro e persino di sinistra moderata. Comunque per i nostri aspiranti Parlamentari tante altre alternative non ce ne sono se non vogliono mettersi in fila ad aspettare il loro turno, quindi: Fli. La candidatura Qui si apre il secondo problema. Essere candidati. Ma non solo; bisogna essere candidati con qualche possibilità di essere eletti. Essere candidati e basta è relativamente facile, per la cronaca in Piemonte ci sono due circoscrizioni per la Camera dei deputati: Piemonte 1 che copre Torino e la sua provincia (24 eletti) e Piemonte 2 (23 eletti) che copre tutte le altre province. I senatori, sono eletti con sistema misto maggioritario 75%, (17 eletti) proporzionale 25% (6 eletti). I collegi in Piemonte sono in numero uguale agli eletti del maggioritario (17) 01 Torino Centro - Collina, 02 Torino Barriera di Milano; 03 Torino Vallette - Crocetta; 04 Torino Lingotto - Mirafiori; 05 Ivrea - Arco Alpino; 06 Grugliasco - Venaria - Rivoli; 07 Chieri - Settimo Chivasso; 08 Nichelino - Moncalieri; 09 Bussoleno - Giaveno - Pinerolo; 10 Domodossola - Verbania; 11 Novara; 12 Biella - Valsesia; 13 Vercelli - Casale - Valenza; 14 Alessandria - Novi - Ovada; 15 Asti - Canelli - Acqui; 16 Cuneo - Saluzzo Savigliano; 17 Alba - Bra Mondovì. Ad esempio il nostro Salerno venne eletto nel collegio 12 per il PdL nel 2001 con il 46,37% pari a 71.695 voti. (Alle ultime elezioni regionali 2010 in quota An nel PdL ottenne 3.784 voti di preferenza e fu il terzo degli esclusi). Con questo sistema elettorale a liste bloccate e premio di maggioranza che assegna comunque 340 deputati alla coalizione che ha la maggioranza anche se relativa dei voti, gli spazi di elezione per Fli sono proprio pochini. Ma quanti potrebbero essere gli eletti per Fli in Piemonte? Qui entriamo nelle contabilità elettorali fatte di simulazioni, stime, statistiche, alleanze, quozienti e resti di cui forse scriveremo un’altra volta. Ci limitiamo


OSSERVATORIOPIEMONTE a osservare che con l’attuale sistema elettorale senza specie di jus primae noctis per esser il numero 1 nella preferenze (liste bloccate) il gioco è molto semplice. In lista. E qui sono sempre state in corso le piccole o base ai risultati elettorali vengono assegnati il numero grandi manovre. Siliquini e Menardi prima, Rosso poi, degli eletti e lo saranno i candidati secondo l’ordine Salerno dopo ancora e chi verrà dopo, idem. E chi versulla scheda. Se al Fli Piemonte 1 in base ai voti otterà?. L’ex senatore Salerno era certamente uno dei più nuti, spettassero due eletti, passano il primo e il seattivi, arrivato il Fli nei giorni di Bastia Umbra, responcondo della lista anche se questi fossero dei signor sabile dell’organizzazione con Rosso, chi non ricorda il nessuno. Per i senatori passano i candidati nei due suo infinito intervento all’hotel Principi di Piemonte in collegi maggioritari con più voti, nessuno per Fli, e cui ha dato sfoggio della conoscenza acquista in pochi difficilmente anche nella quota proporzionale, salvo mesi di dirigenza del partito citando uno a uno i princiforse, un buon successo aggrepali coordinatori? Riconfermato gati nel Polo della Nazione. Ma in Coordinatore politico del Piemonte è l’on. Aldo da Menia nell’ambito del regionaquel caso ci si dovrebbe confron- Di Biagio, mentre i coordinatori politici sul territorio le pare abbia continuato la sua tare per le candidature con gli sono: per Torino città l’avv. Ennio Galasso, altresì azione di costruzione del partito capogruppo al Comune di Torino, per la provincia di amici di Udc e Api. Trascuriamo Torino Raffaele Corapi, per la provincia di Biella favorendo la nascita di coordinaper semplicità di analizzare le Iuri Toniazzo, per la provincia di Novara Alessan- menti (temporanei naturalmenquestioni dei quozienti su base dro Crippa, per la provincia di Alessandria Daniele te!?) che dovrebbero portare nazionale (deputati) o regionale Ristorto, per il VCO Daniele Folino, per la provin- ciascuna provincia alla elezione cia di Cuneo Silvio Abrate, per la provincia di Asti (senatori). Diego Zavattaro, per la provincia di Vercelli Mario formale dei coordinatori definitiQuindi per i nostri maratoneti Radaelli. vi. C’è da scommettere che da dello scranno parlamentare è Compongono il coordinamento Torino città assieme dette elezioni verranno sostanimportante esser nelle prime all’avv. Ennio Galasso: Dario Troiano, enti locali, zialmente riconfermati gli attuali Andrea Mariscotti, organizzativo, Massimiliano posizioni nelle schede elettorali Panero, comunicazione, Angelo D’Acunto (altresì coordinatori e ci sarebbe stato per le due circoscrizioni Piemon- componente il coordinamento nazionale del movi- anche da scommettere che il tesi della Camera, ed essere can- mento giovanile), Maurizio De Giuli, Andrea Di sostegno ricevuto dai provinciali didati nei collegi senatoriali in cui Filippo, Luigi Marengo, Carlo Viberti e Carlo sarebbe stato, al momento giuZanolini, Dino Mazzanti. Fli o PdN raccoglierebbe il mag- Compongono il coordinamento Torino provincia sto, ricambiato sostenendo la giore consenso, oltre, ovviamen- assieme a Raffaele Corapi: Consuelo Giovinaz- sua candidatura ed elezione a te, cercare di far avere il mag- zi, organizzativo, Giovanni Clemente, Lorenzo coordinatore regionale. Ma pare, gior percentuale di voti possibili Nespoli, Roberta Cabiati, Lina Pasca, Filippo che Salerno abbia lasciato l’incaPolito, Mauro Fadda e Fiorella Battistini. al partito. Sapere quali sono i Oltre a tutti i coordinatori provinciali e al coordina- rico. Vedremo se altri si proporcollegi senatoriali Piemontesi in tore di Torino città compongono il coordinamento ranno per la bollente sedia di cui Fli o PdN raccoglierà il mag- regionale assieme all’on. Aldo Di Biagio: Roberto coordinatore regionale, Quando gior consenso non è semplicissi- Salerno, organizzativo, Guido Broglia, Guido ciò accadrà (se accadrà), la straRossi, Pardo Ranellucci, Enrico Pollo, Claudio mo in quanto è la prima volta Brero, Mario Santoro e Antonio Pitassi. da per diventare il numero uno che il simbolo si presenta alle in lista sarà meno ripida. Natuelezioni. Qualche analisi può coralmente sarà sempre il coordimunque esser fatta e, forse, in seguito faremo. natore a influire più o meno collegialmente anche sulle Il coordinamento regionale altre candidature. Qui si giocherà la partita con altri Chi decide le candidature e il suo ordine? Qui si aprosoggetti forti, appoggiati a livello parlamentare o terrino le “giostre”. Certamente l’ok se non la vera e protoriale. Da questo mix, crediamo, potranno uscire le pria candidatura sarà “romana”. Ma certamente a liliste di candidati. Ma a livello regionale ci sono altri vello Piemontese in assenza di parlamentari uscenti, “movimenti” e non siamo sicuri che l’elezione del coorchi dimostra di avere il partito dalla sua, ossia dimostri dinatore avverrà per acclamazione, se così fosse la di poter far lavorare circoli, coordinatori, iscritti per la cosa ci garberebbe assai, perché riteniamo che la decampagna elettorale ha un vantaggio, così come pure mocrazia si basa sul confronto e francamente di riedichi si trova al centro di interessi che possono muovere zioni di An o PdL in cui tutto era ingessato o meglio tanti elettori (si pensi la presidente di qualche associafossilizzato non ne vogliamo proprio sapere. Si può già zione, sindacato o simili con migliaia di iscritti, ecc.) è immaginare chi possono essere alcuni candidati? Parin vantaggio. Trascurerei questa seconda ipotesi. Duliamo naturalmente di quelli in pool position nelle liste della Camera e nei collegi senatoriali interessanti, non bitiamo che un partito neonato come Fli possa avere dei “riempitivi”. Leggete i nomi del coordinamento resimili “agganci”. Prima deve dimostrare il suo spessogionale: sono lì. Oltre agli ex parlamentari: Salerno, re: consensi, scelte politiche, capacità di incidere nelle Guido Rossi di Cuneo ex leghista, Iuri Toniazzo già scelte di governo locale e nazionale ecc. e poi, forse, collaboratore di Salerno quando era parlamentare e le lobby si attiveranno con Fli. A tutto questo va aggiunto che il Piemonte non avendo nessun parlamenoggi coordinatore provinciale in quel di Biella e capo di tare di Fli dopo le note defezioni, e quindi nessuna gabinetto alla provincia di Vercelli, qualcun altro ancoricandidatura, le possibilità per i nuovi candidati sono ra. Ma altri outsider si stanno muovendo, con discremaggiori. I maratoneti si daranno perciò un gran da zione ci pare. Un criterio per sapere chi invece non fare per “conquistare” il partito; in particolare le carisarà fra i papabili? Guardate i nomi di quelli che scriche più ambite sono quelle nei vari organismi nazionavono su Facebook o su internet o giornali vari (OP li, oltre al coordinamento regionale ed in particolare la compreso). Quelli, parlano o scrivono troppo... e fra i carica di coordinatore regionale, che farà valere una candidati non ci saranno, statene pur certi. 9


OSSERVATORIOPIEMONTE Qualche provocazione concreta per il rilancio economico del Paese Carlo Di Giacomo e Luisa Di Giacomo … è ora di finirla di denunciare le cause della crisi e sbandierare gli obiettivi da raggiungere, senza mai offrire ipotesi di soluzioni concrete da adottare. Sui mali del nostro Paese persino la Destra e la Sinistra si sono messe d’accordo. Sono le cure che, come sempre, tardano ad arrivare. L’obiettivo è chiaro a tutti, ma vogliamo ripeterlo, a beneficio dei distratti. Occorre riportare la pressione o fiscale, quella vera, Torin i d e sotto il mun o C l a 35% data i d del PIL. Si tratta n ca p O dunque di recuperare 8 i ad punti di PIL, circa 120 miliardi di Amic euro (miliardo più miliardo meno, ma di questi tempi chi non ha un miliardo di euro da buttare?), impresa che si può compiere in svariati modi: aumentando il PIL a parità di gettito, oppure riducendo la spesa corrente a parità di PIL, o ancora azzerando la corruzione (che vale, stando alla Corte dei Conti, circa 120 miliardi l’anno), ovvero infine recuperando le inefficienze (circa 70 miliardi anno) ed in parte l’evasione fiscale per i restanti 50 miliardi. La chiamiamo “Mission Impossible”? Certamente si, se continuiamo a ragionare con gli stessi paradigmi di sempre, ma forse meno improbabile se affrontiamo il tema con un approccio ispirato da grande pragmatismo arricchito da un pizzico di disinvolta rivoluzione culturale. Forse ci sarà anche bisogno di chiedere qualche piccolo sacrificio al Paese, non senza però, prima, aver dato prova di assoluto rigore, onestà intellettuale e serietà propositiva. Cominciamo dunque dal capitolo più spinoso e più odioso, quello che genera rifiuto di qualunque regola del vivere civile, un diffuso, desolante appiattimento dei valori e l’autoassoluzione per ogni comportamento eticamente scorretto perché intanto “così fan tutti”; ci riferiamo all’odioso problema della corruzione. In questo caso la regola unica dovrebbe essere la Tolleranza Zero: qualsiasi reato compiuto contro l’Amministrazione Pubblica, anche quelli che “cosa vuoi che sia” deve essere punito con l’esclusione immediata e perpetua da ogni carica pubblica. La pena deve essere immediatamente esecutiva, vale a dire già dopo la sentenza di primo grado, salvo riabilitazione, in caso di sovvertimento della sentenza nei successivi gradi di giudizio con nuova sentenza passata in giudicato, risarcimento dei danni subiti e riammissione nelle funzioni che in prima istanza si sono dovute abbandonare. A questo punto, e siamo solo all’inizio, già ci immaginiamo l’indignato coro di protesta innalzarsi da ogni parte d’Italia e gridare al “sovvertimento della civiltà giuridica”. Ma non dimentichiamo che la corruzione è un reato fra i più odiosi, che colpisce profondamente la sensibilità di tutti perché esalta gli incomprensibili privilegi della 10

casta a danno della collettività intera. Il corruttore è l’anti Robin Hood per eccellenza, giacché ruba ai poveri (che siamo tutti noi) per dare ai ricchi (che sono tutti loro). Naturalmente, per colpire con la tolleranza zero, occorrerebbe che questi reati si potessero scoprire con facilità, e a questo scopo servirebbero regole chiare, in grado di individuare le responsabilità di coloro i quali, da una posizione di privilegio, approfittano del loro ruolo per stabilire con la sua controparte un negozio criminoso a danno della collettività. E così, come in un furto il derubato non teme di incorrere in sanzioni denunciando il ladro, come in una denuncia di concussione il concusso non incorre in sanzioni quando denuncia il concussore, anche nel reato di corruzione il corruttore non dovrebbe incorrere in sanzioni quando denunciasse il corrotto. Obiezione: ma le due parti in un reato di corruzione sono entrambe colpevoli perché hanno operato di comune accordo a danno della società. Questo è vero, ma ci permettiamo di dire che ci sono due posizioni molto diverse da dover considerare. Il corruttore cerca di procurarsi un vantaggio ingiusto proprio perché la sua controparte, che opera in posizione di privilegio, glielo consente ricevendo un beneficio che, in ultima analisi, ricadrà sul costo della prestazione resa, a danno del Paese. Dunque chi dei due è più colpevole? Colui che cerca di avvantaggiare la propria impresa, dove sono comunque presenti molteplici interessi di tipo sociale (operai, famiglie, sistema economico territoriale, oltre naturalmente se stesso in quanto imprenditore, ecc.) o colui che dalla sua posizione privilegiata cerca esclusivamente il proprio tornaconto? Siamo certi che se il potenziale corrotto sapesse che, in futuro, per ragioni le più diverse, il corruttore avrebbe la possibilità di denunciare la corruzione senza averne danni diretti, non accetterebbe mai di correre tale rischio, tant’è che in assenza di possibile corrotto sparirebbe automaticamente la figura del corruttore. Siamo perfettamente consapevoli che tutto questo è detto per amore di dialettica, che una proposta di riforma di questo genere farebbe accapponare la pelle ai numerosi tutori della nostra civiltà giuridica, che griderebbero indignati allo scandalo in una lotta senza quartiere agli untori del nostro sistema legislativo penale. Tuttavia, avendo imparato da molto tempo che “il meglio è nemico del bene”, se una piccola forzatura fosse risolutiva di un problema odioso ed insopportabile quale la corruzione, anche una “turata di naso” ci potrebbe stare e nessuno si indignerebbe; certamente non le decine di milioni di cittadini che sono quotidianamente “borseggiati” dalla volgare prassi della corru-


OSSERVATORIOPIEMONTE zione. Salvo casi minori, senza significativo peso sui conti pubblici, la sola piccola ed attesa riforma sul ripristino della legalità potrebbe da sola essere risolutiva per il fabbisogno di cui si diceva in premessa. Non parliamo poi della riduzione del numero dei Parlamentari, del superamento del cosiddetto “cameralismo perfetto”, dell’abolizione delle Province, dell’accorpamento amministrativo dei Comuni sotto i 5000 abitanti, della definitiva cancellazione dei tanti “Enti inutili” o utili solo a pochi privilegiati. Non sapremmo qui dire quali siano questi Enti, ma sappiamo, come lo sanno in tanti, che ce ne sono ancora e che i loro costi si nascondono nelle cosiddette pieghe del Bilancio dello Stato. Lasciateci spendere altresì due parole sulla retribuzione dei Parlamentari, tallone d’Achille dei politici nostrani, croce per troppi e delizia per troppi pochi. Spesso, o meglio quasi sempre, si sente qualcuno che invoca la riduzione dello stipendio ai Parlamentari, conquistando alla propria causa un consenso senza limite per il disprezzo che i nostri Amministratori hanno saputo alimentare nella opinione pubblica. Bene, in questa nostra provocazione vogliamo andare contro corrente ed affermare che invece di invocare la riduzione dei compensi occorrerebbe soltanto disciplinarli in modo diverso. Sappiamo, infatti, che il cosiddetto stipendio dei nostri Parlamentari è costituito di diverse voci: retribuzione vera e propria, indennità di segretaria, indennità di trasporto e ammennicoli assortiti. Sappiamo anche che l’integrazione a titolo di indennità di segreteria di 4-5 mila euro al mese (anche qui, euro più euro meno), assegnata perché il Parlamentare possa assumere una figura segretariale il cui costo è stato stimato in quella cifra, non viene mai corrisposta. Al contrario, con discutibile prassi, qualche amico dell’amico o a qualche “portaborse”, politicante in erba, viene normalmente precettato in nero per la risibile somma di euro 800-1000 mensili, mentre il resto dell’indennità finisce nelle capaci (e rapaci) tasche del Parlamentare di cui sopra. Sarebbe molto semplice se, anziché lasciare alla libera discrezionalità del medesimo la gestione di tale indennità, si disciplinasse questa componente di compenso attribuendola direttamente alla segreteria della Camera o del Senato, a favore dei nominativi indicati dal Parlamentare stesso. Si otterrebbe in questo modo, se non un risparmio (giacché tutti si precipiterebbero ad indicare un nominativo) per lo meno una gestione meno personale e più trasparente delle risorse finanziarie, che, lasciateci dire, in ultima analisi sono poi le nostre. Ancora, la indennità di viaggio: se invece di anticiparla forfettariamente e lasciarla alla discrezionalità del Parlamentare fosse gestita direttamente dagli organi amministrativi delle Camere, mediante acquisto di biglietti aerei, treno, nave, autostrade, ecc., come si fa in qualsiasi azienda che funziona, non ci sarebbe l’equivoco di poter fare la “cresta” su simili competenze. Rimarrebbero fuori le spese sostenute per i viaggi con la propria auto, ma queste dovrebbero essere a totale

carico dei Parlamentari stessi come lo sono di ogni lavoratore e professionista che usa la propria auto per svolgere il proprio lavoro. Passiamo ora al tema spinoso della Riforma fiscale da tutti e da sempre invocata come assolutamente necessaria e prioritaria per un vero rilancio del sistema economico delle imprese e per una maggiore equità fiscale. Idee poche, ma per una volta abbastanza chiare. Primo: trasferire sul fronte delle Imposte indirette quanto più possibile delle Imposte dirette. Si tratta di penalizzare di più i consumi ed è noto che chi più consuma più guadagna (o il contrario, ma l’equazione non cambia). E’ evidente che le aliquote dovranno essere modulate sulla tipologia dei consumi mantenendole basse per i consumi primari (alimentazione, abbigliamento, consumi energetici fino ad una soglia minima precalcolata) per aumentare sui consumi di tipo voluttuario o comunque di non primaria importanza. Abbassare le aliquote personali con soglie di esenzione che rappresentano minimali condizioni di vita di un Paese civile. Ad esempio, con uno stipendio lordo di 1.000 euro/mese, quindi con un reddito lordo di 12-13 mila euro/anno, ci dovrebbe essere l’esenzione totale da qualunque imposta centrale e periferica. Una famiglia con tale reddito veramente stenta ad arrivare alla fine del mese. Come si evidenzia, si è introdotto implicitamente il coefficiente famigliare, sistema dal quale non si può scappare se vogliamo concretamente essere di aiuto alle famiglie italiane. Da tale soglia si cominci ad applicare le aliquote per classi di reddito superiori, con massimo 3 aliquote. Il 15% dai 13 mila euro/anno ai 30 mila euro anno, 25% dai 30 mila euro/anno ai 60 mila euro/anno, 33% dai 60 mila euro/anno in su. E passa la paura. Secondo: semplificazione degli adempimenti, al limite della banalizzazione, per creare un nuovo ed innovativo spirito di collaborazione tra contribuente e Fisco. Per esempio possibilità di negoziare, in anticipo sull’anno fiscale, il regime di trattamento da riservare all’impresa, definendo l’ammontare delle imposte che dovranno essere pagate e le modalità di versamento. Si otterrebbero due vantaggi: certezza del gettito per l’Amministrazione Pubblica, risorse disponibili per i controlli che si concentrerebbero sui contribuenti che preferiscono non assumere il rischio di negoziare più di quanto non saranno tenuti a versare. Il Ministro Padoa Schioppa diceva che le tasse sono bellissime: potremmo quasi finire per credergli! Terzo: pene certe e severissime (tolleranza zero, di nuovo) per gli evasori, corrispondenti a tanti giorni di detenzione per ogni, per esempio, 100 euro evasi e contestuale esclusione da ogni carica elettiva e di appartenenza alla Pubblica Amministrazione. In tale scenario sarebbe possibile, senza un ennesimo condono di tipo tradizionale, riaprire i termini per un “ravvedimento operoso” che, nel nuovo quadro di aliquote ridotte, consentirebbe a quanti lo desiderassero, di rimediare alle “distrazioni” degli ultimi 5 anni che, stando ai dati della Corte dei Conti, porterebbe nelle 11


OSSERVATORIOPIEMONTE casse dello Stato molti miliardi. Ma quel che più importa, si introdurrebbe un nuovo corso nei rapporti Contribuente-Fisco, consentendo così di realizzare una più corretta e coerente pressione fiscale per tutti. Un ultimo accenno al macigno che ci portiamo addosso dovuto al Debito Pubblico che abbiamo accumulato negli ultimi 30 - 40 anni e che tutti, anche se non allo stesso modo, abbiamo contribuito a produrre. E’ questo un problema che non ha un solo responsabile e dunque non può essere addebitato a questo o a quel Governo. Tutti gli ultimi Governi, sia di destra che di sinistra, ci hanno messo del loro, ma tant’è. Oggi dobbiamo affrontare il tema perché pensare che con i ritmi di crescita che contraddistingue la nostra economia (1 - 1,..% del PIL) rapportati all’attuale costo del Debito (4 - 4,.. % del Debito per oneri finanziari) il rientro nei parametri di Maastricht non è matematicamente possibile, anzi il rapporto Debito/PIL è destinato ad aumentare all’infinito. Su questo fronte ci limitiamo a ricordare pochi dati: 400 miliardi di euro sono rappresentati da patrimonio disponibile dello Stato che gravano, in termini di spesa corrente, per 12 - 16 miliardi di euro/anno per costi di manutenzione ordinaria. Dunque, per ogni 10% di patrimonio dismesso ed utilizzato per ridurre il debito pubblico si risparmiano da 1,2 a 1,6 miliardi di euro di spesa corrente, oltre ad un minor costo, per interessi, di 1,8 a 2 miliardi di euro/ anno. Sono idee le nostre. Sogni forse, ingenuotti, e semplici. Tutto è perfettibile, compresa questa nostra proposta provocatoria, che tuttavia, a nostro avviso, rappresenta se non altro qualcosa di concreto su cui dibattere. Perché è ora di finirla di denunciare le cause della crisi e sbandierare gli obiettivi da raggiungere, senza mai offrire ipotesi di soluzioni concrete da adottare. Sui mali del nostro Paese persino la Destra e la Sinistra si sono messe d’accordo. Sono le cure che, come sempre, tardano ad arrivare.

Osservatoriopiemonte (marzo - aprile 2011) Direttore responsabile: Enzo Gino Hanno scritto su questo numero:

Gilberto Borzini Carlo e Luisa Di Giacomo Marco Gerace Domenico Idone Riccardo Manzoni Marco Mensi Lina Pasca Massimiliano Pettino Matteo Scainelli Diego Zavattaro Antonello Zito 12

INFRASTRUTTURE IN PIEMONTE Dott. Ing. Marco Gerace CIRCOLO CAVOUR TORINO. Il Piemonte è una delle più importanti concentrazioni produttive in Italia e in Europa: 4,3 milioni di abitanti, 1,8 milioni di occupati di cui 35% nell’industria, 8% del PIL, 10% dell'export e 8% dell'import italiano. Negli ultimi anni, alla crescente pressione posta sulla rete infrastrutturale, non sono corrisposti adeguati investimenti in nuove opere. La carenza di fondi è inoltre aggravata da iter procedurali complessi che spesso ritardano di anni l'avvio di opere già programmate. Il sistema logistico piemontese si trova oggi in una situazione di grave inefficienza e, in molti punti strategici, di sostanziale collasso, che compromette le potenzialità di sviluppo della Regione. Oltre 1.870 km di rete ferroviaria e un flusso aeroportuale che, nel 2009, ha visto transitare per il principale aeroporto della regione oltre 3 milioni di passeggeri e 7mila tonnellate di merci: le infrastrutture e i trasporti rappresentano una risorsa fondamentale per il territorio piemontese, ma non bastano per essere competitivi a livello mondiale. Ad oggi, la programmazione infrastrutturale Regionale si sostanzia in un lungo elenco di opere prive di un disegno strategico, per le quali non c’e’ alcuna certezza di copertura finanziaria, né sono indicate priorità e fasi. Manca, in sostanza, una politica della mobilità, una idea di come ci immaginiamo la mobilità nel futuro e, rispetto a questa, una programmazione degli investimenti di medio–lungo termine ed un’analisi approfondita e condivisa delle reali priorità infrastrutturali. Si possono indicare diversi fronti su cui intervenire : Potenziamento della rete ferroviaria, da quella pendolare alla metropolitana d’Italia con l’alta velocità. ( Forse concentrarsi meno sui Centri commerciali dentro le GRANDI STAZIONI). Mobilità urbana sostenibile, è fondamentale, quindi, mettere in campo un piano ambizioso di potenziamento dei sistemi di trasporto pubblico, tecnologie per il controllo e veicoli ecologici, parcheggi e nodi di interscambio nelle grandi aree metropolitane e urbane del Paese che coinvolga direttamente con meccanismi premiali gli Enti Locali. I temi della logistica e del trasporto merci, da anni ci ripetiamo che l’Italia deve diventare una piattaforma logistica nel Mediterraneo, ma ad oggi sono piuttosto scarse le idee. Sviluppare iniziative e i progetti per raggiungere questo obiettivo, lavorando sinergiacamente con la regione LIGURIA e il porto di GENOVA. Una sfida per recuperare i ritardi della nostra Regione, che deve far parte un grande progetto nazionale, che deve prevedere una serie di azioni sulle regole per migliorare la qualità dei progetti, snellire le procedure approvative e garantire la realizzazione delle opere in modo più rapido ed efficace.


OSSERVATORIOPIEMONTE QUOTE ROSA E' UGUALE A PARI OPPORTUNITA'? LINA PASCA Sono contraria alle Quote Rosa perché sono contraria alle discriminazioni. Non c'è bisogno di rapportare la donna a un colore, il rosa - che sottolinea l'appartenenza al genere umano femminile - come fosse una specie protetta, apostrofando uno “Status Quo” da legittimare. Le Quote Rosa non riconoscono il sesso femminile come stato civile naturale paritario a quello maschile, con tutti i diritti annessi e connessi, ma va ad evidenziare uno status diverso che diventa forzatura brutale all’essere persona. Rappresenta, in maniera alquanto sottile, la ghettizzazione della figura femminile migrata in politica, la conferma che quel confine di diritti e doveri fra uomini e donne è ancora in piedi, vivo e vegeto più che mai. Identificare uno Status con tale denominazione ci riporta indietro di almeno 40 anni, “esaltare” (?) la figura femminile sostenendo una legge che ne favorisce l'accesso ai partiti, alle liste elettorali e/o negli organi istituzionali, equivale ad anteporre la persona allo stato sessuale, un tornare a mantenere le distanze, un tacito (o urlato) sentore alquanto denigratorio di dichiarazione di inferiorità e di sottintesa sottomissione all’uomo. A tal punto, per par condicio, dovremmo parlare di Quote Blu, il colore che identifica il maschio. Ma non lo si fa. Non lo fa l'uomo “comune”, non lo fa il fantasioso legislatore. E perché? Perché l'uomo non ha bisogno di doversi distinguere ed affermare la sua diversità, ancor più in maniera formale, dalla donna. Si realizzano un fattore ed una forma mentis completamente auto-

matizzati nel pensiero attivo dell'uomo e che sottintendono una sacrosanta realtà che non ha bisogno di ulteriori conferme: “io sono l’uomo, tu la donna”. Una precisazione tanto inutile nel caso dell'uomo (sono difatti inesistenti le Quote Blu), quanto necessaria nel caso opposto delle quote rosa, una precisazione discriminatoria. Superflua nel caso dell'uomo. Indispensabile nel caso della donna. Indispensabile affermare la sua “sottomissione” nel modo più bieco ed antitetico possibile, rappresentato dal meccanismo delle quote rosa. Vale a dire: “lo vedi donna, io ti considero”. Che è uguale a: “lo vedi donna, io ti considero perché sei inferiore”. Vi sembra quindi che Pari Opportunità equivalga al 30 % delle presenze femminili in Parlamento? O piuttosto che bisogna tutelare e salvaguardare chi ha competenza e merito (uomo o donna che sia) ? C'è bisogno che il ruolo della politica e delle istituzioni sia decisivo nella costruzione di una società più a misura di donna, o che una società crei una politica a misura di donna? In alcuni ambiti della società, il valore delle donne è sminuito, e a parità di lavoro e competenze, ad esempio, esse guadagnano meno dell' uomo. Ciò perché molto spesso l'ambiente del lavoro è palesemente e viscidamente maschilista, e soprattutto consciamente o inconsciamente timoroso di una situazione conflittuale che vedrebbe dure lotte ad armi pari. Eppure, quante donne oggi “comandano”, sono manager, capi di stato, scienziate, Premi Nobel... ma queste non sono arrivate lì dove sono grazie alle Quote Rosa. Non sarà soltanto perché sono tanto intelligenti?

L’intellettuale ha ancora un ruolo sociale? 22 marzo 2011 di Monica da http://www.generazioneitalia.it/tag/futuro-e-liberta/ Da tanto tempo sento critiche e critico la politica italiana, ma oggi mi pongo una domanda: dove sono finiti gli intellettuali? Che senso ha il silenzio di questi ultimi? Non credo che attualmente non vi siano intellettuali di rilievo, tutt’altro. Credo invece in una latitanza di una riflessione sul senso della cultura in se stessa, come intento critico e approccio metodologico alla realtà. La cultura dovrebbe individuare percorsi di senso della società e orientare le scelte comuni, quindi essere di ispirazione anche e soprattutto per la azione politica, che dovrebbe regolare l’agire della società. E’ evidente che la cultura non sta assolvendo a questo compito. Cerchiamo di capire quali sono i vulnera che le impediscono tale percorso. Sicuramente “l’ideologia del fare” ha dato una spallata forte al mestiere, perché di questo si stratta, dell’intellettuale. Spesso la cultura viene presentata come un non luogo, una utopia, e in questa metafora l’intellettuale è un incapace del reale, un incompetente della realtà. Tale ottica ha delle ripercussioni devastanti, tanto che nell’eloquio quotidiano il termine intellettuale ha assunto una connotazione

simile all’ingiuria. Dire a una persona: “Sei un intellettuale” rasenta l’offesa! Un’altra connotazione pericolosa che può assumere l’accezione del termine intellettuale è l’asservimento a poteri di parte, spesso infatti gli intellettuali praticano un silenzio compiacente gradito sia a destra che a sinistra, se ancora esistono questi due modi di classificare la realtà. Cioè spesso l’intellettuale non si compromette col presente per mancanza di coraggio, contravvenendo alla connotazione più romantica del termine. Un problema rilevante è l’assenza di spazi di condivisione, ovvero di spazi atti alla cultura che parlino al di là delle accademie. Che senso ha infatti l’elaborazione di pochi se non diventa patrimonio di tutti? Non vi è egemonia culturale se non vi sono spazi di condivisione e diffusione. Se non si diffonde la cultura del civismo non vi è senso civico diffuso, che senso ha allora? Nessuno. La cultura non può né deve rimanere relegata ad una “oligarchia”. “I pochi” la devono elaborare per diffonderla, per questo servono spazi di condivisione. Continua a pagina 17 al fondo 13


OSSERVATORIOPIEMONTE RIFORMARE L A GIUSTIZIA ITALIANA Avv. Marco Mensi Coordinatore Circolo FLI di Tortona (AL) Sono ormai molti anni che si parla di riformare la giustizia penale italiana separando le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici e garantendo quindi la terzietà e la imparzialità del magistrato chiamato a pronunciare la sentenza. Il disegno di legge presentato dal governo Berlusconi si inserisce in questo progetto e merita di essere analizzato nei suoi punti principali senza pregiudizi ideologici. La riforma che è stata approvata dal Consiglio dei Ministri si propone di garantire la parità tra le pari del processo penale, ovvero il Pubblico Ministero che rappresenta l' accusa e l' imputato che può nominare sino a due difensori di fiducia. Il disegno di legge muove dalla convinzione che il Giudice (il magistrato chiamato a decidere la causa penale pronunciando sentenza) non si troverebbe oggi in una vera posizione di terzietà rispetto alle parti processuali poiché apparterrebbe allo stesso ordine del Pubblico Ministero (il magistrato che esercita l'azione penale e sostiene l'accusa in giudizio). La magistratura si divide, infatti, in requirente (i pubblici ministeri che svolgono le indagini preliminari e chiedono la condanna dell' imputato nel processo) e giudicante (i giudici che sono chiamati a decidere i processi assolvendo o condannando gli imputati) e la legge prevede un unico concorso statale per l'accesso alla medesima. Il giovane laureato che riesce ad entrare nella magistratura può scegliere se diventare P.M. o Giudice e soprattutto può, durante la sua carriera chiedere di passare da una funzione all'altra senza interruzioni e senza sostenere nuovi esami. Il Governo vuole invece separare le carriere prevedendo due diversi concorsi per l'accesso alle funzioni di Giudice e di Pubblico Ministero e soprattutto propone di istituire due distinti C.S.M. (organi di autogoverno della magistratura), per la magistratura requirente e per quella giudicante. Ad avviso dello scrivente lo spirito che anima questo progetto può ritenersi condivisibile, è necessario però garantire l'indipendenza dei pubblici ministeri dal potere esecutivo. L'indipendenza e l'autonomia della magistratura costituiscono infatti la pietra angolare di ogni stato di diritto, solo garantendo la piena libertà dei pubblici ministeri possiamo fare in modo che la “giustizia sia uguale per tutti” e che, soprattutto, non esistano classi di privilegiati che godono di un'impunità praticamente illimitata. L'obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale sarebbe preservata dalla riforma anche se i Pubblici Ministeri dovranno esercitarla rispettando le priorità stabilite dalla legge. Chi scrive non critica questa proposta, reputa però necessario che non siano “accantonati” e “messi da parte” i delitti commessi dai c.d. “colletti bianchi”. Privilegiare i “reati di sangue” ed il “penale nero” ritagliando ampie zone di impunità per coloro che si dedicano a “pratiche” di corruzione, concussione ed aggiotaggio non può esse14

re certamente sinonimo di progresso e modernità. Un altro punto molto discusso è quello che prevede l' impossibilità per il P.M. di proporre appello contro le sentenze di assoluzione pronunciate in primo grado nei confronti dell'imputato. Sebbene possa sembrare una norma pensata per favorire Berlusconi, occorre andare oltre e pensare alle sue conseguenze ed ai suoi benefici. Il processo di appello è infatti meramente “cartolare”, si svolge cioè senza l'audizione di testimoni (la rinnovazione del dibattimento è molto rara e riservata generalmente ai processi più eclatanti) ed il Collegio Giudicante si limita ad esaminare i verbali delle udienze che si sono svolte in primo grado. Può conseguentemente accadere che un imputato assolto in primo grado dopo l'escussione di molti testimoni, che sono stati esaminati e contro-esaminati da tutte le parti del processo venga condannato in Appello perché la Corte interpreta le dichiarazioni verbalizzate in modo diametralmente opposto rispetto al giudice di primo grado, senza esaminare direttamente le persone che hanno deposto e senza potere cogliere una serie di “sfumature” che presuppongono l'audizione del testimone. Consentire al P.M. di proporre appello solo nell'ipotesi di nuove prove sopravvenute che dimostrano la colpevolezza dell'imputato può essere una soluzione per evitare vere e proprie ingiustizie. Il sottoscritto ritiene inoltre che i magistrati debbano essere responsabili civilmente, in modo diretto, per i fatti compiuti in violazione della legge in caso di dolo o colpa grave poiché solo attraverso una piena responsabilizzazione degli stessi si può raggiungere una maggiore efficienza della giustizia. Il problema di fondo è che Silvio Berlusconi è ormai privo di credibilità a causa dei continui scandali giudiziari e sessuali da cui è stato colpito e non può farsi promotore di iniziative come la riforma della giustizia italiana che, sebbene presentate per aumentare le garanzie dei cittadini, sono chiaramente finalizzate a garantire l'impunità del loro ideatore. Progetti di legge come quello del processo breve e della prescrizione breve sono esempi di vere e proprie “leggi ad personam”, create per risolvere i problemi legali di un unico cittadino e che “rischiano” di creare gravissimi danni al nostro sistema giudiziario ed a molte parti lese che vedrebbero così sfumare tutte le loro pretese risarcitorie. La riforma e la modernizzazione dei principi che ispirano il nostro codice penale ed il nostro codice di procedura penale sono sicuramente auspicabili, è però necessario che vengano realizzate da una classe dirigente credibile agli occhi dei cittadini e che soprattutto non sia impegnata a difendersi nelle aule dei tribunali da continui scandali (e purtroppo non parlo solo del nostro premier..........).


OSSERVATORIOPIEMONTE Il Piemonte e la sanità di Antonello Zito

Nell’ultimo mese la dottoressa Ferrero, assessore alla Sanità della Regione Piemonte, ha girato le province per spiegare il piano di rientro del suo assessorato. Le riunioni sono iniziate con lunghi preamboli riguardanti la situazione attuale: essi indicano un sistema praticamente al col-

lasso. Non a caso la Regione, per quanto concerne la Sanità, è indebitata per circa 5 miliardi di euro e con un patto di stabilità che non permette l'inserimento di nuove risorse. In questo scenario anche la regione Piemonte ha optato per il "Patto della salute" in modo da poter spendere almeno la cifra di 400 milioni di euro (che naturalmente non bastano a coprire il fabbisogno sanitario regionale). A questo punto, per non gravare i cittadini con l’aumento di tasse, che permetterebbe di rientrare dal debito faraonico accumulato in questi ultimi anni, il Consiglio regionale ha optato per un Piano di Rientro. Il piano di rientro della regione Piemonte prevede alcuni punti portati in discussione in sede di riunione: innanzitutto, i nosocomi hanno bisogno di essere messi in rete tra di loro; questo sarebbe il presupposto fondamentale per la realizzazione del secondo punto: la specializzazione degli ospedali e l'abbandono del sistema generalista, in quanto essa prevedeva la suddivisione di ogni singola struttura ospedaliera in molteplici reparti. Altro punto di primaria importanza resta la degenza del malato, considerata a volte eccessiva, ed il bisogno di delocalizzare il lavoro dell'ospedale creando una degenza casalinga con strutture sul territorio in grado di assolvere a questa necessità. Il Consiglio regionale con il piano di rientro tenta di recuperare percentuali per non cadere nelle sanzioni dello stato: la Regione Piemonte è fuori legge perché il costo del personale sanitario è ben al di sopra della percentuale (composta da: Costo personale anno 2004 + 1,5% DI TALE ONERE) stabilita dalla Conferenza

stato-regioni in materia. Per ovviare a ciò dove comunque si parla di un esubero di 2000 persone, la Giunta piemontese ha varato il blocco totale del Turn over per l'amministrazione ed il blocco al 50% di tale tasso per il personale sanitario. Altro problema tocca i contratti atipici dove un decreto statale (n.78) prevede un rinnovo solo per la metà di essi. In Piemonte, però, la situazione risulta ben diversa in quanto ci sono servizi che sono gestiti esclusivamente da personale assunto con questo tipo di contratto; di conseguenza, l'attuazione del decreto rischierebbe di bloccare parzialmente la sanità con conseguente disagio per i cittadini. Dovendo delocalizzare la degenza del malato per diminuire i posti letto, viene anche ristrutturata la posizione dei consorzi socio-assistenziali che dovrebbero essere eliminati (decreto Calderoli ndr) per dar spazio alle deleghe ASL; questo dovrebbe permettere un ulteriore risparmio alla Regione senza provocare danno alla salute dei cittadini che ovviamente rimane bene primario. Interessante è anche l'aspetto dei diritti economici del malato inserito nel piano: una volta, per ottenere vantaggi economici sulla sanità, veniva preso in considerazione il reddito singolo del paziente; oggi si dovrebbe passare a considerare un reddito generale. Le reazioni dei Sindaci sono state piuttosto buone partendo dal fatto che, come spesso capita nell'amministrazione pubblica, quando è periodo di vacche grasse spesso si sperperano soldi con il principio dello "spendere per spendere" ; ed in tale periodo di vacche magre i rubinetti si chiudono e rimane il fastidioso problema dei tagli che sono parte essenziale del Piano di rientro. In questo caso, per i primi cittadini, vale il principio del nimby (non nel mio giardino) che rischia di trasformare un recupero economico sulla sanità, essenziale, come un arma elettorale contro i comuni di parte politica avversa. Naturalmente l'assessore Ferrero ha negato quest'ipotesi; ma permettete i dubbi rimangono. 15


OSSERVATORIOPIEMONTE ”Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”. (Mt. 5, 6) Massimiliano Pettino

Drogati ed assuefatti alla qualsiasi, vediamo ed ascoltiamo, cinici ed indifferenti, ciò che succede nel nostro Paese, spettatori di uno sceneggiato altrui, di una nuova puntata del reality show politico, tutti in fervida attesa del prossimo colpo di scena, dell’ulteriore particolare squallido, lascivo, che renda più colorita la già variopinta cromatura di vergogna. “La legge è uguale per tutti” intima il monito alle spalle del giudice, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge” declama l’art. 3 della nostra Costituzione. Ma esiste ancora il valore della Giustizia? Calpestata, elusa e derisa, la marmorea dea bendata, oggi sorregge incredula una falsa bilancia del giudizio, ormai priva dell’imperium punitivo che la spada rappresenta. Ovviamente, non per tutti. La Repubblica dell’uguaglianza formale e sostanziale è degenerata in una sorta di “democratura”, uno stato deviato nel quale gli istituti della democrazia fissati nella Carta costituzionale sono stati piegati a fini diversi, molte volte privati, generando una moderna dittatura dagli atteggiamenti morbidi ed edulcorati. Questo governo ha iniettato nella società civile (in dosi sempre maggiori) una visione sofista della realtà, grazie alla quale chi “comanda” è divenuto intoccabile, libero da qualsiasi responsabilità personale e politica. Alle plurime condotte discutibili, l’establishment governativo ha inventato fantasiose giustificazioni oltre il limite del ridicolo e, nei casi estremi di comportamenti antigiuridici, penalmente rilevanti, le “scuse” han subito la metamorfosi spudorata dell’impunità, vestendo i panni di atti legislativi, vincolando tutti, giudici compresi, e scagionando uno solo, lui. Benvenuti nella repubblica degli avvocati. In questa realtà, quella che vediamo ogni giorno nella nostra TV, la retorica, cioè la capacità di convincere una platea, è divenuta l’unica via comunicativa utilizzata, su qualsiasi tematica, dall’attuale governo. Il discorso, il logos (λόγος) per dirla come usavano i filosofi greci, non è più strumento di indagine (e confronto) per conoscere la natura vera delle cose, ma è divenuto l’uso fazioso della parola, finalizzato alla dissimulazione della verità. Così, l’atteggiamento del politico chiamato a rispondere di gravi e precise contestazioni oppure a fornire debite spiegazioni su iniziative del governo, non è più quello di rendere edotti i consociati delle reali condizioni che sottendono i fatti in discussione, ma quello di mentire, spudoratamente, cercando di intorbidire il più possibile gli argomenti, creare confusione, fastidio e disinteresse. Nella migliore delle ipotesi allo spettatore medio 16

viene fornita una verità preconfezionata, partorita in chissà quale studio legale, altre volte, nel caso di questioni ancora al vaglio della “scorta” forense, lo si lascia così, dubbioso e comodamente ignorante. Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti italiani, conosceva bene il Cavaliere, suo editore per 15 anni. Lo dipingeva con queste parole: "Silvio Berlusconi è un mentitore professionale: mente a tutti, sempre, anche a se stesso, al punto da credere alle sue stesse menzogne". Enumerare la carriera menzognera del Cavaliere è impossibile! Emblematica è la condanna per il reato di falsa testimonianza (nel 1990) a proposito della sua appartenenza alla Loggia Massonica P2, sanato poi grazie ad una provvida amnistia. Preferisco però ricordare, i simpaticissimi racconti di gioventù, secondo i quali, Silvio, avrebbe studiato alla Sorbona e, per mantenersi, avrebbe suonato nei locali di Parigi. Ahimè, non è mai stato iscritto nell’Istituto parigino (ma alla statale di Milano) e non ha mai suonato a Parigi (al massimo al “Gardenia”, locale notturno della città meneghina)! Per una perversa sindrome da emulazione, quella di mentire sui titoli di studio è divenuta una prassi dell’entourage governativo. Recente è lo scandalo del fantasioso curriculum vitae della Sig.ra Santanchè, sottosegretario della Presidenza del Consiglio, la quale ha ritenuto opportuno insignirsi di un titolo accademico, quale il prestigioso master di direzione aziendale della Università Bocconi di Milano, senza averne mai preso parte, né essersi mai iscritta al relativo corso. Nei paesi civili, casi del genere (anche meno gravi!), valgono le dimissioni di ministri e la perdita di incarichi pubblici. Non in Italia. Il romanzo cavalleresco del giovane ed affascinante brianzolo che si è fatto da solo, dalle navi da crociera all’olimpo politico, non incanta più nessuno. Dalle dinamiche ricostruite nei processi (25) che l’hanno visto imputato per plurimi reati è emerso un quadro drammaticamente picaresco di uno scalatore sociale che per costruire la propria ricchezza e poi la propria posizione di potere, ha utilizzato spregiudicatezza imprenditoriale, mezzi immorali e sordide connivenze con la criminalità. Mi fa specie guardare l’elenco dei procedimenti e leggerne gli esiti. L’eccessiva durata del pro-


OSSERVATORIOPIEMONTE cesso è stato il motivo prius di impunità del Premier, salvato, nonostante l’accertamento dei fatti, dall’avvenuta prescrizione (“tangenti alla Gdf”, “All Iberian”, “Terreni Macherio”,”Lodo Mondadori” ecc) ovvero da una legge ad hoc come la legge sul falso in bilancio o il c.d. lodo Maccanico. Il tutto fa suonare nella mia mente un campanello d’allarme: il Governo non è forse impegnato in una corsa contro il tempo per far approvare le leggi sulla prescrizione breve? Chi beneficerebbe di una restrizione ulteriore di termini di impunità? Perché il leghista Pini ha inserito nella legge comunitaria un emendamento che estende la responsabilità civile dei magistrati ad un caso ulteriore, oltre il dolo e la colpa grave, e cioè alla violazione manifesta del diritto per interpretazione errata? A prescindere che secondo il mio modesto parere la fattispecie dovrebbe esser assorbita, a seconda dell’elemento psicologico, nella casistica già esistente, ma perché il governo fa questa inutile precisazione? Chi vuole intimidire con questa norma? Se la lentezza è il problema cronico della giustizia, non è dandogli tempi più ristretti o separando le carriere di PM e giudici, che i processi diverranno più veloci. Basterebbe aumentare, nei Palazzi di Giustizia, gli organici dei togati e degli addetti ai lavori. Sembra un quesito da scuola elementare: in una catena di montaggio lavorano 10 operai. Questi, a massimo regime, riescono in 8 ore a produrre 100 oggetti. Come potrebbe fare l’imprenditore per aumentare il numero dei beni prodotti? Non certo riducendo l’orario di lavoro. Quindi, il fine è diverso. Mi chiedo come facciamo a rimanere indifferenti. Come fa l’opinione pubblica a non indignarsi per questa continua, esasperante presa in giro? Siamo veramente diventati sudditi lobotomizzati di fronte all’uso spudorato della menzogna? E’ accettabile che l’amoralità sia divenuta un credo universale, una scusante generalizzata che consente, col fruscio di banconote da € 500 (messe in busta e consegnate da commercianti d’anime), di incantare avversari politici come è ormai d’uso per le numerose escort del sultano? Oggi, in Italia, è possibile che massari di chissà quale

mandante, partano alla volta del Marocco per tentare di corrompere un funzionario locale dell’anagrafe a retrodatare la nascita (di due anni) di una ragazza usata ed abusata più volte nei gozzovigli orgiastici del potente! Come in un dejavu, ricordo che nell’imminenza del fatto, l’illustre consumatore finale, aveva dichiarato che, da indagini condotte da personale a lui vicino, la giovane Karima El Mahroug (in arte Ruby rubacuori) “è stata registrata all’anagrafe due anni dopo esser nata” e che quindi al momento dei fatti era maggiorenne. Casualità? Anche da questo processo il Presidente del Consiglio cerca di fuggire, sia dalle aule di giustizia sia dalla società civile; essendo l’udienza penale pubblica, gli italiani verrebbero a conoscenza di ogni minimo particolare e ciò non è accettabile, posta l’imminenza delle elezioni amministrative. Così, grazie all’ausilio della “falange forense“, il Governo solleva un bel conflitto di attribuzione! L’Italia berlusconiana è quella nella quale la conoscenza è degenerata nelle conoscenze (delle persone giuste), la professionalità è stata aduggiata dalla spregiudicatezza, la rispettabilità oltraggiata dalla dissolutezza. Da troppo tempo la zizzania si è impadronita della terra fertile del nostro Paese e, consorziandosi con altre specie infestatrici, sta depauperando il suolo natio della più importante risorsa, la speranza nella giustizia.

"Io dico sempre cose sincere, anche perché non ho memoria e dimenticherei le bugie. Come ci si può fidare di chi usa la menzogna come mezzo della lotta politica? La gente deve fidarsi solo di chi dice la verità" (Silvio Berlusconi, 2-3-94) Appunto, io di te non mi fido.

L’intellettuale... (da pagina 13) La mia domanda a FLI è: può questo partito divenire spazio di condivisione e di mediazione di idee originali, di intellettuali nuovi? Di quelle élites, forse piccole ma autorevoli, che spesso riescono a cambiare la storia? Riuscirà FLI a porsi come spazio di condivisione per questi intellettuali affinché si soppianti definitivamente la cultura del favore personale? La questione, che rivolgo ai vertici di FLI, è di vitale importanza perché la patologia di una società lasciata priva di riflessione su se stessa si manifesta con sintomi di autolesionismo civico e di estraniamento alla politica. Credo che la politica nuova, quella che FLI vuole fare, non possa prescindere da intellettuali intelligenti, capaci cioè di leggere dentro gli avvenimenti come vuole il senso latino del termine, per ispirare azioni future migliori, di rinascita.

FOTOGRAFIA D’AUTORE Casale Monferrato (AL) Chiesa della Misericordia Piazza S. Domenico dall’1 al 30 aprile 2011 orario: ven-sab-dom 10-12 17


OSSERVATORIOPIEMONTE To e di n u m al Co i t a id cand p O ici di m a i Gl

rino

Carlo Zanolini 63 anni - Medico Pediatra Già primario Pediatria ASL To3 Consigliere Comunale uscente Città di Torino Membro esecutivo FLI Città di Torino Responsabile Regionale Ambiente FLI Membro Co.Re.Sa. Piemonte Membro Comitato Scientifico Federconsumatori Piemonte

18


OSSERVATORIOPIEMONTE Tor e di n u l Com a i t da andi c p O ici di m a Gli

ino

Andrea Mariscotti Presidente Circolo Cavour FLI Torino Nato nel 1971 a Torino, diplomato in ragioneria. Imprenditore titolare dello studio di grafica pubblicitaria Joyful Publishing di A. Mariscotti. Responsabile del "Circolo Cavour" di Generazione Italia Torino e Responsabile Organizzativo del Coordinamento di Torino Città di Futuro e Libertà per l'Italia. Esperto di nuove tecnologie e nuovi linguaggi si avvicina per la prima volta al mondo della politica nel maggio del 2010. A luglio dello stesso anno fonda uno dei primi circoli di Generazione Italia Torino, il "Circolo Cavour", diventandone il Responsabile. Nel giro di pochi mesi grazie al costante impegno, il Circolo Cavour diventa una solida ed importante realtà politica nel nascituro partito Futuro e Libertà per l'Italia.

19


OSSERVATORIOPIEMONTE To e di n u m al Co i t a d andi c p O ici di m a Gli

rino

Dario Troiano Imprenditore torinese e uomo impegnato in politica, Dario Troiano, classe '55, nutre da sempre un profondo amore per la cultura e la grande storia della “capitale risorgimentale” del Piemonte, un amore che si riflette nelle sue scelte personali, di vita e di percorsi politici-professionali. Già Consigliere Comunale e Provinciale in carica, si rimette nuovamente in gioco, e lo fa con vigore, con entusiasmo e con la grinta di sempre.


05OPmarzo-aprile11